La scimmia è l’essenza

di Paolo Repetto, 31 marzo 2021

Mentre mi radevo, stamattina, mi sono chiesto perché lo stavo facendo. Non ricordo di essermelo mai chiesto prima. In genere mentre mi faccio la barba ho la testa altrove, è un gesto quasi automatico: al più, dal momento che è l’unica occasione quotidiana in cui mi guardo in faccia, può capitarmi ogni tanto di scoprire qualche ruga o qualche macchiolina comparse di recente sulla pelle, tutte evidenze sulle quali non è il caso di interrogarsi.

Stamane però la domanda me la sono posta, e la cosa aveva anche un senso. Voglio dire: non mi rado certo per apparire. Nemmeno so se oggi uscirò di casa, siamo in pieno lockdown, e nel caso lo farò indossando una mascherina che copre più della metà del volto. Se sotto avessi la barba di una settimana non se ne accorgerebbe nessuno. Non c’entra nemmeno una qualche intolleranza fisica o idiosincrasia psicologica: ho portato una onorevole barba ininterrottamente per vent’anni, nell’intervallo tra il tramonto di quella sessantottina e l’affermarsi di quella islamica, e prima ancora, e poi anche dopo, i baffi, senza soffrire di irritazioni epidermiche o di allergie d’alcun genere, e senza affidare alla cosa messaggi di qualsivoglia tipo. La trovavo comoda, le dedicavo meno di un minuto per una spuntatina ogni quindici giorni. L’ho tagliata per una stupida scommessa.

Dunque, escluso che si tratti di una abitudine inveterata, di un adeguamento a un qualche ruolo o di una necessità fisica, davvero diventa difficile trovare una motivazione alla rasatura quotidiana. E infatti, al momento la risposta non me la sono data: ma in compenso, per una strana associazione d’idee, mi è tornato in mente uno scritto di Hannah Arendt che avevo riletto poche settimane fa.

In Vita activa. La condizione umana, Arendt opera una distinzione tra “natura umana” e “condizione umana”. “La condizione umana – scrive – non coincide con la natura umana, e la somma delle attività e delle capacità dell’uomo che corrispondono alla condizione umana non costituisce nulla di simile alla natura umana […]”. E aggiunge: «È molto improbabile che noi, che possiamo conoscere , determinare e definire l’essenza naturale di tutte le cose che ci circondano, di tutto ciò che non siamo, possiamo mai essere in grado di fare lo stesso per noi: sarebbe come scavalcare la nostra ombra […]. Il fatto che i tentativi di definire la natura dell’uomo conducano facilmente a un’idea che ci si impone distintamente come “super-umana” e che viene perciò identificata con il divino, può destare dei dubbi sulla possibilità di un adeguato concetto di “natura umana”. D’altra parte, le condizioni dell’esistenza umana – vita, natalità e mortalità, mondanità, pluralità e terra – non potranno mai “spiegare” che cosa noi siamo o rispondere alla domanda “chi siamo noi?” per la semplice ragione che non ci condizionano in maniera assoluta».

Come si vede Arendt, che non aveva la necessità di farsi la barba e non provava alcuna invidia per chi lo fa, si poneva domande un tantino più serie di quelle che mi faccio mio. Io non mi chiedevo “chi sono”, ma molto più banalmente “perché mi sto facendo la barba”: eppure l’associazione di idee non è forse poi così peregrina.

Non starò qui a spiegare in cosa consista la differenza arendtiana tra natura e condizione, o meglio, a cosa conduca: non è semplice, non sono affatto sicuro di averlo capito bene neanch’io e comunque a chi fosse interessato conviene andarla a verificare sulle pagine della Arendt stessa, che tra l’altro scrive in maniera molto più comprensibile di quanto non facciano in genere i suoi commentatori.

Parlerò invece di quella che è per me la differenza: per la precisione, cercherò di dimostrare che questa differenza non esiste. È vero senz’altro che “i tentativi di definire la natura dell’uomo conducano facilmente a un’idea che ci si impone distintamente come “super-umana” e che viene perciò identificata con il divino”. Ma questo avviene solo se si rimane nella distinzione heideggeriana tra essenza ed esistenza: se si ritiene cioè che l’uomo, a differenza evidentemente degli altri animali, abbia una sua specificità di fondo, connaturata, che ne fa un essere speciale, al quale sarebbero affidate finalità speciali. Arendt questo lo dice, sottolinea cioè questo rischio di attribuire all’uomo una connotazione “divina”: ma non va oltre. Lascia insomma sullo sfondo l’ombra di questa “natura”, al più dichiarandola inconoscibile, e si concentra invece sulla condizione, ovvero sul fatto che tutta una serie di elementi (vita, natalità e mortalità, mondanità, pluralità e terra) condizionano la nostra esistenza.

La scimmia è l'essenza 02

Nella titolazione di un suo romanzo-saggio comparso nel 1948 (e oggi quasi sconosciuto, anch’io l’ho letto molto tardi) Aldous Huxley sintetizzava invece in due sole parole tutto il dibattito scientifico-filosofico in corso da un secolo. Il titolo del libro è La scimmia e l’essenza, ma al termine della lettura si è automaticamente indotti ad aggiungere un accento grave sulla congiunzione, facendolo diventare: la scimmia è l’essenza. Huxley è naturalmente l’autore del ben più conosciuto Brave new Word (Il mondo nuovo), uno dei capisaldi della letteratura distopica, e de L’isola, che al contrario potrebbe essere considerato un tardo epigono della tradizione utopica: ma è anche il nipote di quel Thomas Henry Huxley che si era guadagnato il soprannome di “mastino di Darwin” per aver stracciato nel primo grande dibattito sull’evoluzionismo, svoltosi a Oxford nel 1860, il vescovo antidarwinista Wilbeforce (alla provocazione sprezzante di quest’ultimo: “Vorrei sapere, signor Huxley, se è per parte di suo nonno o per parte di sua nonna che si dichiara discendente dalla scimmia” ribattè: “Il Signore è giusto, e lo mette nelle mie mani […]. Se dovessi scegliere per mio antenato fra una scimmia e un uomo che, per quanto istruito, usi la sua ragione per ingannare un pubblico incolto, […] non esiterei un istante a preferire una scimmia”.

Il romanzo di Aldous Huxley può essere ascritto al filone apocalittico. Racconta di un mondo uscito da un terrificante conflitto nucleare, sconvolto, affamato, contaminato dalle radiazioni, dominato in parte da sette sataniche e oscurantiste, in parte da popoli di scimmie divise gerarchicamente in classi sociali, che si trascinano dietro gli umani al guinzaglio. Il peggiore degli incubi, che vede la specie umana regredire recuperando solo i lati peggiori della sua natura animale, e le scimmie evolvere acquisendo solo quelli peggiori della “cultura” umana. E che porta l’autore ad affermare: “Sono le scimmie a indicare la meta, sono umani solo i mezzi per giungervi”. Il che, estrapolato dal particolare contesto del romanzo, potrebbe anche essere più genericamente tradotto in: è la nostra natura animale a dettare gli scopi, è la nostra singolarità culturale a inventare mezzi particolarmente efficaci per raggiungerli.

Ciò può non piacerci, ma è in buona parte vero. C’è dell’altro, senza dubbio: c’è una cosa che si chiama coscienza che almeno in apparenza si sottrae all’imperativo degli scopi, e con la quale dobbiamo fare i conti; nel finale del romanzo c’è persino un risveglio di questa coscienza, che porta un piccolo gruppo di umani a ribellarsi alla schiavitù: ma si può dire che quasi suo malgrado l’autore abbia centrato perfettamente i termini della questione.

Che la scimmia sia l’essenza, che noi siamo in sostanza dei primati diversamente (se si vuole, eccezionalmente) evoluti (o delle scimmie nude, secondo la definizione di Desmond Morris) ormai è abbastanza evidente quasi a tutti, persino ai vescovi (un po’ meno forse ai filosofi, anche se già Nietzsche scriveva “In passato foste scimmie, ma ancor oggi l’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia”). Ma il concetto ancora oggi pare non essere stato ben digerito. Quale sia l’atteggiamento diffuso lo espresse al meglio probabilmente all’epoca del famoso dibattito proprio la moglie del vescovo Wilbeforce, quando uscendo dalla sala sussurrò: Può anche darsi che sia vero, ma per favore, almeno non fatelo sapere in giro!

La scimmia è l'essenza 03

Meno accettato ancora è poi cosa questo dato di fatto implichi, a livello pratico e comportamentale. Qui la resistenza è molto forte. D’altro canto, come dice un altro filosofo, è anche una resistenza comprensibile: “L’uomo delle caverne è apparso solo nel XIX secolo. Precedentemente, ci si figurava che prima di noi la terra fosse abitata da dei. […] I primi uomini avevano antenati sublimi: non immaginavano certo di discendere da una scimmia” (F. Hadjadj). Il problema sta dunque nel tipo di percezione che l’uomo contemporaneo ha di questa discendenza: nella tendenza cioè a sottolineare, all’interno della definizione che ho dato sopra, il “diversamente evoluti”, snobbando la condizione scimmiesca di base.

Ora, è incontestabile che una evoluzione “diversa” sia il nostro dato caratterizzante, e che solo in virtù di quest’ultimo stiamo qui a parlarne e a porci dei problemi. Ma rimuovere più o meno larvatamente l’importanza della parentela significa rinunciare a capire le motivazioni di fondo del nostro agire, a dare spiegazione di certi incomprensibili aspetti dei nostri comportamenti. Lo stesso vale, del resto, per una e malintesa indebita antropomorfizzazione dei comportamenti animali, per la pretesa che questi ultimi siano dettati da un’etica.

Quella dell’etica, checché se ne voglia dire e per quanto si voglia stiracchiare il significato del termine, è faccenda che vede come attori solo noi umani.i Gli altri esseri viventi e la natura tutta ne sono coinvolti, spesso ne sono vittime, in vari modi la condizionano, ma mai come protagonisti volenti e consapevoli. Ma l’etica non è scesa sulle nostre teste come una fiammella pentecostale, non ci è stata infusa con un soffio divino: è frutto appunto di quel processo naturale che si chiama evoluzione, e che in noi ha trovato, per una miriade di cause concomitanti (tutte, ripeto, naturali) degli sbocchi particolari.

Si tratta dunque, allo stato attuale delle conoscenze – ma sono convinto che ciò valga indipendentemente dall’aggiunta di altri tasselli – di accettare di buon grado il nostro albero genealogico e, con buona pace della signora Wilbeforce, di farlo conoscere il più possibile in giro.

La scimmia è l'essenza 04

La prima tappa dell’indagine che dovrebbe aiutarmi a rispondere alla madre di tutte le domande (perché mi rado la barba?) dovrebbe dunque svolgersi tutta sul terreno dell’autocoscienza. Si tratta di stabilire se esiste una “natura umana”, e se si, cosa intendiamo per tale, e se c’è un confine ben definito tra natura e cultura, o se invece la seconda è solo la prosecuzione della prima con altri mezzi. Non sono domande da poco, ci ha giocato sopra la speculazione filosofico-scientifica degli ultimi duemilacinquecento anni, e non sarò certo io stamattina, con la faccia mezza insaponata, a dare risposte particolarmente illuminanti. Mi limito invece a considerare che non c’è nulla di scandaloso, nulla di degradante a pensare che dietro le nostre scelte comportamentali (e l’etica è questo, la possibilità di scegliere, anziché seguire automaticamente il dettame dell’istinto) possa esserci comunque una motivazione egoistica, intesa nel senso buono della volontà di sopravvivere e della coazione a riprodursi. Insomma, che l’etica riposi su un fondamento “quantitativo” (il disporre di una gamma amplissima di risposte tra cui scegliere), anziché “qualitativo”.

Mi rendo conto che il confine è estremamente incerto. Se parlo di una gamma estremamente ampia ragiono in termini di quantità, se parlo di una gamma infinita ragiono in termini di qualità (e sconfino in quella che Arendt indicava come tentazione del divino). Credo che la risposta migliore rimanga quella offerta da Hegel, quando diceva che se un uomo perde qualche capello è uno che perde i capelli, se li perde tutti è un calvo: che cioè la quantità oltre un certo limite diventa “qualità”, senza tuttavia che questo dia al fenomeno (la perdita dei capelli, in questo caso) uno status e un’origine diversi. Voglio dire: l’essenza sono i capelli, che fanno parte della nostra corporeità, la condizione è la loro perdita, che può essere variamente motivata (malattia, stress, ecc.) e più o meno accentuata, ma non può prescindere dall’essenza: dal fatto cioè che noi abbiamo i capelli.

Una volta che non si accetta che lo spettro delle scelte possa essere infinito, perché questo ci proietterebbe nella dimensione divina, viene da chiedersi in cosa differisce allora il funzionamento del nostro cervello da quello di una intelligenza artificiale. La differenza sta senz’altro nell’emotività, perché il fattore emotivo è quello che genera da parte nostra la possibilità di errore: ciò accade quando le nostre reazioni sfuggono al controllo del cervello (non è del tutto esatto, anche la reazione emotiva passa per il cervello: ma mettiamola così). L’intelligenza artificiale, almeno in teoria, opera sempre la scelta più razionale e più efficace (gli automobilisti che usano il tom tom forse non sarebbero d’accordo), mentre gli umani operano entro un margine d’errore ampio quanto quello stesso delle scelte.

Per chiarire cosa intendo in questo contesto per “errore” posso citare l’esempio classico di chi si butta nel mare in tempesta per salvare un amico o un congiunto in pericolo, senza valutare il rapporto rischi-benefici, e perde a sua volta la vita. Una intelligenza artificiale non opererebbe mai una scelta del genere, mentre noi siamo spinti o almeno tentati a farla sull’onda dell’emozione, contravvenendo ad un altro dettame istintuale, che è quello della sopravvivenza individuale (che poi intervenga in questo caso un “egoismo di specie” – che sarebbe la definizione in chiave evoluzionistica dell’altruismo – è un altro discorso, molto più complesso). Paradossalmente, però, è proprio questa imperfezione a renderci in qualche modo speciali. L’emotività, che ha una radice tutta naturale, condiziona e a volte indirizza i nostri processi culturali, e in questo modo moltiplica in maniera esponenziale le opzioni di scelta. E non è un caso che buona parte delle scoperte, da quella dell’America a quella della penicillina, siano avvenute in seguito ad errori (o meglio, dalla riflessione seguita alla constatazione di un errore: quindi sarebbe più esatto dire dalla correzione di un errore).

La scimmia è l'essenza 05

****

Questa caotica tirata per dire che dovremmo far precedere qualsiasi discorso di politica, di economia, di sociologia, o comunque relativo a quanto può essere considerato “scienza dell’uomo” (nella quale rientrano persino le più banali considerazioni meteorologiche) da un’avvertenza: tutto ciò di cui si va a trattare si iscrive nel panorama della storia naturale. Nel senso che ne discende, e nel senso che comunque non ne esce. È quella che Sebastiano Timpanaro chiamava l’assunzione di un materialismo ateo, ovvero della coscienza che i nostri comportamenti hanno una radice naturale, e per quanto storia e cultura ci abbiano poi lavorato, è sempre da quella radice che traggono linfa. Non solo: come tutte le specie in natura anche la nostra è a termine (forse più di tutte le altre), quindi ogni considerazione va fatta tenendo conto della “temporalità” della prospettiva.

Ecco, solo di qui, dall’accettazione di questa “essenza” biologica primordiale può prendere avvio un cammino serio di autoconsapevolezza: quello che, per tornare al mio caso e alla mia barba, se lo avessi percorso con maggiore continuità, concedendomi meno soste e distrazioni, avrebbe forse già da un pezzo dato qualche risposta alla domanda iniziale. Ma sottolineo il “forse” e il “qualche”, perché a questo punto ho almeno imparato che ciò che davvero mi interessa è il cammino, molto più che le mete alle quali può condurmi. E che probabilmente in questo dobbiamo identificare la “condizione” di cui parla Hannah Arendt.

****

Chiarito ciò, non è che si arrivi di conseguenza a rinunciare ad ogni tentativo di indagine sui percorsi “culturali” dell’umanità e a disperare della possibilità di abbozzare un’etica comune e diffusa, o quanto meno un codice di mutuo rispetto. Al contrario, proprio la consapevolezza della totale appartenenza biologica ne rende possibile l’avvio: e l’indagine è oggi più che mai necessaria, ed è un’operazione tutt’altro che gratuita, della quale dobbiamo farci carico per dare un senso all’anomalia (parziale) che come esseri umani costituiamo.

Non ho naturalmente indicazioni di percorso da offrire. Ciascuno deve scegliersi il suo, badando magari ai segnavia che trova lungo il cammino ma senza ignorare le indicazioni che gli fornisce la sua bussola personale. Mi permetto quindi, in questa la sede, solo di abbozzare una mappa molto essenziale di quello che è stato sino ad ora il mio percorso, e solo a titolo esemplificativo.

Intanto, cosa significa che “costituiamo un’anomalia”? Significa che abbiamo bisogno di regole dettate da noi perché quelle naturali, dettate dalla nostra biologia “essenziale” e valide per tutte le specie, per noi non funzionano. Abbiamo fatto saltare gli automatismi di risposta biologici e siamo da millenni alla ricerca di qualcosa che li sostituisca. In tal senso, per un periodo lunghissimo abbiamo continuato a cercare norme valide per tutti e per sempre, e la cosa era giustificata dal fatto che la società appariva relativamente stabile e simile a se stessa nel tempo, così come l’ambiente esterno. In realtà i cambiamenti c’erano, economici ed ambientali (si pensi alla domesticazione di certe piante o di certi animali, e alla conseguente mutazione dei regimi alimentari, dei modi di coltivazione e di produzione, ecc): ma i tempi della trasformazione erano talmente lunghi da renderla quasi impercettibile, e da consentire comunque un adeguamento non traumatico dei modelli comportamentali. È pur vero che ogni generazione ha da sempre lamentato lo stravolgimento di valori operato da quella successiva, ma questa recriminazione era in genere legata più a un disagio individuale, al trascorrere dell’età e alla personale inadeguatezza che ciò comporta, che non ad una reale coscienza delle macro-trasformazioni in atto.

La distonia nei confronti dei tempi, piuttosto che della vita, ha cominciato ad essere avvertita con l’avvento della “modernità”: il modo di produzione industriale ha impresso una violenta accelerazione nei cambiamenti, una radicale trasformazione dell’ambiente, una totale dissoluzione dei vecchi rapporti. L’economia industriale, con tutto il suo indotto in termini sociali e politici, apre i gusci tribali, crea la necessità di uno scambio tra protagonisti che arrivano da storie e da culture diverse, non concede tempi lunghi per gli adeguamenti, impone la necessità non di studiare regole nuove ma di inventare un nuovo modello, elastico, di convivenza. In pratica la società viene atomizzata, e l’atomizzazione libera i singoli atomi alla possibilità di aggregarsi in molecole di tipo diverso – diventa società dinamica. Ma per fare questo è necessario che a ciascun individuo vengano riconosciute alcune proprietà, o valenze, minime. Queste proprietà sono i diritti.

Una società fondata sui diritti è un insieme liquido: non si cristallizza, ma si adegua alle trasformazioni ambientali. “Scorre” costantemente andando a riempire ogni spazio nuovo che si apra, o apre essa stessa nuovi spazi con la forza dell’erosione. Non è un canale dalle sponde cementificate, dal dislivello continuo e leggero, con una portata e una velocità costanti. Incontra salti, si addensa in rapide, si trascina appresso i detriti strappati alle sponde, depositandoli poi mano a mano sul fondo, e tende ad allargare costantemente il suo letto raccogliendo lungo il percorso gli immissari laterali. Fuor di metafora: la forza che tiene assieme una società dei diritti non è la pressione esterna, naturale o soprannaturale che si voglia, ma la coscienza più o meno chiara in ogni singolo che la convivenza si regge su un sistema convenzionale di regole, e che per partecipare al gioco è necessario accettarne almeno in linea di massima il regolamento. La convenzione, le regole, non riguardano i modi (questo fa parte dell’etichetta) ma senz’altro lo spirito (e questo riguarda l’etica).

Ciò vale naturalmente per le società che per prime accedono alla dimensione industriale, ovvero quelle occidentali. Per le altre, che sono state coinvolte solo nell’ultimissimo periodo, o sono state coinvolte in precedenza come non partecipanti al gioco, il discorso è molto diverso. Il tentativo di universalizzare la cultura occidentale del diritto, anche ammettendo che sia stato fatto in buona fede (il che non è quasi mai vero) è fallito inizialmente per le resistenze di modelli economici e sociali arcaici e di tradizioni culturali che andavano in direzione opposta, poi di fronte al crollo repentino dei primi e alla dissoluzione delle seconde, che hanno lasciato il posto ad una terra di nessuno aperta alla pura competizione selvaggia, senza regole.

Ma a questo punto ci siamo già addentrati da un pezzo in un secondo capitolo, o, per rimanere nell’immagine precedente, nella seconda tappa del percorso di consapevolezza. E io nel frattempo mi sono ormai completamente rasato e ho anche già preso il secondo caffè e fumata la seconda sigaretta della giornata (sarebbe interessante indagare come si collocano nella relazione natura-cultura questi comportamenti, che nel sottoscritto sono diventati automatismi “istintuali”, e che non ho certo selezionato perché funzionali. Ma non esageriamo!). Incombono adempimenti più prosaici, ma improrogabili.

Rimando dunque l’approfondimento ad una prossima occasione: non mancherà, mi rado ogni mattina. E sono determinato a capire il perché.

P.S. [Se qualcuno però è impaziente, e vuole continuare per conto proprio l’indagine, propongo una scaletta di ricerca che potrebbe valere per la terza tappa e anche per quelle successive:

  1. Come è stato elaborato il nostro (occidentale) sistema di regole? Attraverso quali tappe? Come si è passati da una normativa dettata dalla natura a una dettata dalla cultura?
  2. Questo sistema è compatibile con una congiuntura come l’attuale, nella quale si confrontano modelli culturali assolutamente diversi (o ci si confronta con un’assenza totale di regole)? In sostanza: va difeso (e semmai migliorato) a tutti i costi, magari lasciando degli spazi marginali di interazione e confronto laddove arrivino segnali di reciprocità? oppure va rimesso totalmente in discussione, e reso adatto ad accogliere in seno ogni alterità?
  3. Visto il sostanziale fallimento tanto del multiculturalismo quanto delle politiche di integrazione, e stante la necessità di trovare al più presto, non fosse altro per frenare l’agonia del pianeta, un minimo di condivisione di alcuni principi, se questo sistema non è compatibile, come organizzarne uno che sia più o meno accettabile da tutti? Ad esempio, è ipotizzabile, vista l’emergenza ecologica, pensare a regole imposte dall’alto, uguali per tutti (almeno in teoria) per tentare di frenare l’agonia del pianeta?]

La scimmia è l'essenza 06

Note

Ho inserito queste due note non per dare una parvenza di serietà “scientifica” al pezzo, ma perché mi sembra possano chiarirne alcuni passi o perché introducono punti di vista alternativi al mio. Di entrambe sono debitore a Nico Parodi, come sempre primo attento e rigoroso rilettore dei miei testi.

1 – Il termine “etico” implica un giudizio su un comportamento che rientra nella relazione con gli altri (non definiamo etica o meno l’ingestione di cibo che può avvelenarci – ma vedi il caffè, vedi la sigaretta). Quel comportamento lo definiremo buono/cattivo (io preferisco il funziona-non funziona) per le conseguenze che ha sulla vita di un “gruppo” (quindi la sigaretta, se fumata in presenza altrui, ci rientra). Proprio perché interviene un meccanismo di valutazione consideriamo l’etica solo umana e giudichiamo i comportamenti animali con “malintesa e indebita antropomorfizzazione”. In realtà ci sono comportamenti collaborativi e utili, anche di batteri, che proprio con un criterio di antropomorfizzazione potremmo considerare “buoni”.

I nostri comportamenti sono frutto di una selezione evolutiva nel lungo periodo che ha comportato modifiche genetiche e determinazioni culturali che possiamo paragonare all’addestramento. In laboratorio vengono addestrati animali di qualsiasi tipo a reagire agli stimoli più svariati.

L’evoluzione delle società umane diventa culturale (vedi Cavalli Sforza), e i comportamenti relazionali vengono giudicati da noi umani in relazione ai costrutti culturali all’interno dei quali siamo stati istruiti/addestrati. Noi usiamo termini di valutazione che comportano un implicito paradigma morale (buono/cattivo), ma alla fine le varie culture vengono selezionate sulla base del funziona/non funziona (funziona meglio/peggio) per permettere la sopravvivenza riproduzione ecc del gruppo portatore di quella cultura.

Comunque credo che, in condizioni “perturbate”, sia per gli animali di laboratorio addestrati dagli scienziati sia per noi addestrati culturalmente, le reazioni, guidate dagli schemi cerebrali geneticamente determinati, prendano il sopravvento.

Il “sistema etico”, fatto come dici tu di “etichetta”, norme, valori ecc. ha in un qualche modo lo stesso valore che ha il sistema immunitario per un organismo vivente.

2Ti rimando alla prefazione di “Naturalmente buoni” di De Waals (che non condivido del tutto, ma parla di Huxley e ha un’opinione diversa sulla disposizione “etica” degli animali).

Oltre a essere umani, noi ci gloriamo di essere umanitari. Quale modo brillante di eleggere la moralità a marchio distintivo della natura umana, quello di adottare un aggettivo riferito al nostro nome di genere – Homo – per definire la tendenza a essere caritatevoli! Gli animali, ovviamente, non possono essere umani, ma potrebbero mai essere umanitari?

Se questo può apparire un interrogativo quasi retorico, considerate il dilemma che si pone ai biologi o a chiunque altro veda la questione in una prospettiva evoluzionistica. Essi potrebbero affermare che, a qualche livello, deve esservi una continuità fra il comportamento dell’uomo e quello degli altri primati.

Nessun aspetto del comportamento – nemmeno la nostra tanto celebrata moralità – può essere escluso da questa assunzione.

Non che la spiegazione del concetto di moralità sia impresa facile anche per i biologi. La quantità di problemi è tale che molti si tengono bene alla larga dalla questione, e può darsi che qualcuno mi consideri uno sciocco che si è cacciato nel pantano.

Tanto per cominciare, il fatto in sé che le leggi morali rappresentino il potere della comunità sull’individuo è un’importante sfida alla teoria evoluzionistica. Il darwinismo ci dice che i caratteri si evolvono perché gli organismi portatori traggono un vantaggio dalla loro esistenza, e non dalla loro inesistenza.

Perché, allora, nell’ambito dei nostri sistemi morali l’interesse della collettività e l’abnegazione del singolo individuo sono considerati valori così alti?

Il dibattito su questo argomento ha un centinaio d’anni. Più esattamente iniziò nel 1893, quando Thomas Henry Huxley tenne una conferenza dal titolo “Evolution and Ethics” dinanzi a un folto uditorio a Oxford, in Inghilterra. Poiché Huxley considerava la natura crudele e indifferente, dipinse la moralità come la spada forgiata da Homo sapiens per uccidere il drago del suo passato animale. Anche se le leggi del mondo fisico – il processo cosmico – sono inalterabili, il loro impatto sull’esistenza umana può essere attutito e modificato. “Il progresso etico della società dipende non dall’imitare il processo cosmico, e ancor meno dal rifuggirlo, ma dal combatterlo.”

Vedendo la moralità come l’antitesi della natura umana, Huxley sospinse destramente la questione della sua origine fuori dal campo delle scienze biologiche. Dopo tutto, se la condotta morale è un’invenzione umana – una vernice sotto la quale siamo rimasti amorali o immorali tanto quanto ogni altra forma di vita – quasi non si avverte la necessità di darne una spiegazione evoluzionistica. Che quest’opinione sia tutt’altro che scomparsa si può comprenderlo dalla sorprendente affermazione di George Williams, un biologo evoluzionista contemporaneo: “Spiego la moralità come una capacità accidentalmente prodotta, nella sua sconfinata stupidità, da un processo biologico che normalmente è l’opposto dell’espressione di tale capacità”.

Da questo punto di vista, la gentilezza umana non fa realmente parte del più ampio schema della natura, ma è o una forza culturale contraria all’evoluzione o uno stupido errore commesso da Madre Natura. Inutile dirlo, questa visione è straordinariamente pessimistica, tanto da scuotere la fiducia di chiunque nella profondità del nostro senso morale. Inoltre non spiega da dove il genere umano possa attingere la forza e l’ingegnosità per sconfiggere un nemico temibile quanto la propria natura stessa. Molti anni dopo la conferenza di Huxley, il filosofo americano John Dewey scrisse una risposta critica rimasta poco nota. Huxley aveva paragonato il rapporto fra etica e natura umana a quello fra giardiniere e giardino, in cui il giardiniere lotta senza sosta per tenere ogni cosa in ordine. Dewey rovesciò la metafora, e affermò che i giardinieri lavorano tanto con quanto contro la natura. Mentre il giardiniere di Huxley si adopera per mantenere il controllo e sradica tutto ciò che non gli aggrada, Dewey corrisponde a quello che potremmo definire un coltivatore organico. Un giardiniere capace – egli fece osservare – crea le condizioni per l’introduzione di specie vegetali che potrebbero essere fuori dell’ordinario per quel particolare appezzamento, “ma che fanno parte dell’uso e costume della natura nel suo insieme”.

Io mi schiero con decisione dalla parte di Dewey. Considerata l’universalità dei sistemi morali, la tendenza a svilupparli e a farli rispettare deve essere una parte integrante della natura umana. Una società cui manchi la nozione del bene e del male è la peggior cosa che possiamo immaginare, se davvero è possibile immaginarla. Poiché noi siamo esseri morali fin nel nostro intimo, qualsiasi teoria del comportamento umano che non consideri la moralità nel modo più serio è destinata a non fare strada. Non essendo disposto ad accettare che la teoria evoluzionistica facesse questa fine, mi sono posto il compito di vedere se alcuni degli elementi fondamentali della moralità siano riconoscibili in altri animali.

Sebbene condivida la curiosità dei biologi evoluzionisti sul come la moralità potrebbe essersi evoluta, il mio interrogativo principale in questa sede sarà da dove essa provenga. Di conseguenza, dopo essermi soffermato nel primo capitolo sulle teorie dell’etica evoluzionistica, mi avvicinerò a questioni più pratiche.

Gli animali mostrano un comportamento analogo alla generosità e alle leggi e norme della condotta morale umana? E se sì, che cosa li motiva ad agire in questo modo? Ed essi si rendono conto che il loro comportamento ha delle ripercussioni sugli altri? Con interrogativi simili, quest’opera si qualifica come uno studio che si situa nell’emergente campo dell’etologia cognitiva, poiché guarda agli animali come a esseri dotati di conoscenza, volontà e capacità di ragionamento.

Nella mia qualità di etologo specializzato in primatologia, è naturale che, il più delle volte, io faccia riferimento ad animali ascritti al nostro stesso ordine. Tuttavia il comportamento rilevante per la mia tesi non è limitato ai primati, e ogni volta che le mie conoscenze me lo permettono comprendo anche altri animali. In ogni modo non posso negare che i primati rivestano un interesse speciale. È molto probabile che i nostri progenitori possedessero molte delle tendenze comportamentali attualmente osservate nel macaco, nel babbuino, nel gorilla, nello scimpanzé e così via. Mentre l’etica umana ha lo scopo di contrastare alcune di queste tendenze, è probabile che nel far ciò vengano utilizzate le altre, combattendo la natura con la natura, come Dewey aveva proposto.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Fenomenologia dello spirito lermese (prefazione al volume)

di Paolo Repetto, 30 marzo 2021, prefazione a Fenomenologia dello spirito lermese, vol. VIII di Opera omnia ed altri scritti, 2021

I pezzi in “vario stile” raccolti nella Fenomenologia dello spirito lermese possono dare l’impressione di un raffazzonato coacervo, anziché della disposizione in un discorso coerente. Non posso negare che almeno tecnicamente le cose stiano davvero così. Dopo aver organizzato per temi tutti i precedenti volumi mi sono infatti ritrovato in questo ultimo a far coesistere interventi in apparenza molto diseguali, per ambiti, per toni e per consistenza.

Considerati a posteriori, però, questi materiali tanto disomogenei non sono, nel senso che rappresentano comunque tasselli di quella ininterrotta storia di me che ho cominciato a scrivere già sessant’anni fa, nei primi componimenti delle elementari. E anzi, ne restituiscono forse gli aspetti più immediati, quelli legati alla quotidianità del sentire, dell’agire e del confronto con gli altri, piuttosto che alla sporadicità di una riflessione più mirata. Ciò giustifica anche l’inserimento di stralci della mia corrispondenza, perché lo scambio epistolare è senz’altro una delle voci più attive in questa vicenda (spero) di crescita.

Nella prima parte del volume ho dunque raccolto considerazioni, aneddoti, ritratti di amici vivi o scomparsi, che prendono lo spunto da vicende e persone reali, anche se tendono sempre a trasfigurarsi, nella luce ovattata del ricordo, in immagini cinematografiche. È la vita che ho vissuto, mentre sino ad ora ho raccontato soprattutto come avrei voluto viverla.

In questo vissuto lo spazio indubbiamente maggiore lo ha occupato la scuola: le esperienze e le riflessioni maturate nell’appassionato rapporto con essa costituiscono l’oggetto della seconda parte.

Infine, ho inserito in appendice un omaggio (sotto le specie del catalogo di una mostra organizzata un quarto di secolo fa) a quello che ritengo, assieme al cinema, un caposaldo fondamentale della mia formazione: il fumetto western. Non aveva trovato spazio, per motivi tecnici, nel volume dedicato all’estetica, e mi è parso doveroso proporlo ora in questa raccolta, sia pure in una versione “povera”, non colorata, che sacrifica la gran parte del suo fascino e del suo significato. Era una questione di completezza e un obbligo di riconoscenza.

La gran parte dei materiali qui raccolti risale ad un’epoca della mia vita non solo lontana, ma anche molto diversa. È possibile che la differenza rispetto ai pezzi di recente composizione si noti. Spero almeno che nel frattempo non sia mutato troppo lo spirito che motivava la scrittura, e che l’assieme non faccia a pugni.

Premessa / promessa

di Paolo Repetto, 30 marzo 2021, prefazione a Resistenze e Riabilitazioni, vol. III di Opera omnia ed altri scritti, 2021

Nel realizzare questi volumi miscellanei mi sono reso conto di aver portato avanti per anni, senza avere in mente un preciso disegno (lo testimoniano gli spazi molto diseguali riservati ai diversi protagonisti), un progetto che ha una sua intima coerenza. Ho continuato a proporre delle mini-biografie di sconosciuti illustri, un po’ sulla scorta dei ritratti in miniatura di Lytton Strachey, e un po’ su quella dei propositi di Charles Peguy, oggi sconosciuto illustre pure lui, che scriveva: “Sui grandi padroni, sui capi, la storia ci informerà sempre, bene o male, più male che bene, è il suo mestiere […] Quello che vogliamo sapere, quello che non possiamo inventare, quello che vogliamo imparare non sono i personaggi principali, i grandi attori, le grandi parti, le parti di rilievo, […] ma chi erano e come vivevano quegli uomini che furono i nostri avi e che riconosciamo come nostri maestri”.

Appunto. Al contrario degli illustri sconosciuti, gli sconosciuti illustri sono coloro dei quali varrebbe la pena conservare memoria. In effetti il progetto si è delineato da solo: riguarda memorie da riscattare, e per queste non manca certo il materiale. Sono le vite di gente non comune, sia pure in un senso un po’ diverso da quello utilizzato da Hobsbawm. Oppure gli aspetti meno comuni, spesso sottaciuti, di vite per altri versi sin troppo raccontate.

Ma non solo quelle. Péguy parla di un intero popolo (nel suo caso, naturalmente, quello francese): “[…] come viveva, come lavorava questo popolo, che amava il lavoro, unanime, tutto il lavoro, un popolo che era laborioso e ancor più lavoratore, che si dilettava lavorando, che aveva un vero e proprio culto del lavoro: un culto, una religione del lavoro ben fatto”. Bene, in qualche modo, prima ancora di leggere Pèguy, questa cosa l’avevo già praticata (vedi in questo volume Mazze e silenzi) e addirittura teorizzata (vedi Storia della filosofia e filosofia della storia): “Ogni singola esistenza, svincolata dalla necessità o dalla casualità storica, è importante per sé, e ogni singola azione lascia comunque un segno, incide sulla vita dell’universo, di chi ci sta attorno e di chi verrà nel futuro. Le tracce del nostro passaggio non si esauriscono e non si perdono in ciò che viene narrato e ufficialmente documentato: esiste una sorta di memoria dell’acqua, per cui il piccolo cerchio creato dalla nostra immersione nell’esistere si espande, sia pure impercettibilmente. Dopo, la superfice non è più la stessa. La nostra esistenza imprime comunque un suo segno nelle cose e nelle persone. Un segno che ci può sembrare impercettibile, o irrilevante: ma non è così”.

Se nei precedenti volumi ho raccontato in genere di personaggi semisconosciuti che hanno comunque lasciato forti impronte, a volte anche fisiche, nella storia, in questo ho volutamente mescolato figure la cui caratura storica, almeno quella ufficiale, è assai diversa: proprio per sottolineare come sulla nostra vicenda personale, sul nostro modo di pensare e di vivere, e per contagio su quelle di chi ci sta attorno, agiscano con egual rilievo le influenze più disparate. E come a volte a darci l’impronta siano proprio quelle che arrivano sotterranee, che non passano per i ruoli codificati o per i luoghi deputati o per i maestri universalmente riconosciuti.

Siamo figli, come dicevo sopra, di una infinità di piccoli segni. E questi segni possiamo rintracciarli direttamente nella nostra memoria, o possono giungerci indirettamente da fonti documentarie “minori”. Una vecchia fotografia, una lettera, un oggetto particolare. E i ricordi e le immagini e gli insegnamenti che ne sortiscono possono evocare non solo vite, ma interi mondi che sono ormai scomparsi. Mi è sembrato quindi importante raccoglierli e fissarli. Perché, e insisto con Péguy: “Siamo gli ultimi. Quasi quelli che vengono dopo gli ultimi. Subito dopo di noi ha inizio un’altra epoca, un altro mondo, il mondo di chi non crede più a niente, di chi se ne vanta e se ne inorgoglisce”.

Pèguy dice che questa consapevolezza ci investe di una enorme responsabilità. Molto altro ancora andrebbe riscattato: la storia ad esempio di nazioni o di interi popoli che per pura ignoranza o per pervicace e invidiosa malafede sono stati ostracizzati, perseguitati e sterminati, e ancora lo sono, o continuano ad essere associati ad una immagine negativa. Oppure quella di idee (e non di “ideologie”) che hanno guidato la formazione politica di più generazioni, e che oggi vengono svendute sul banco della retorica o della banalizzazione. Ho provato a fare la mia parte con le “riabilitazioni” raccolte nel presente volume. Forse, anzi, senz’altro, non è abbastanza: ma penso mi si possa riconoscere almeno la buona volontà.

La giusta lentezza

di Fabrizio Rinaldi, 27 marzo 2021

Da mesi non riesco ad avere un pensiero degno di essere trascritto. Senz’altro importa solo a me, ma vorrei comunque spiegarne le ragioni.

In quest’anno pandemico la mia vita lavorativa ha subito dei cambiamenti sostanziali (e purtroppo sono in buona compagnia). Prima il mio orario era flessibile. Ora per svolgere il mio ruolo devo recarmi di buon mattino dove lavoro: quindi, abitando parecchio lontano, parto nel cuore della notte e torno per cena, per stramazzare nel letto subito dopo. Tempo per strizzarmi il cervello, praticamente zero.

Per molti le conseguenze del coronavirus sono state la perdita del lavoro (loro sì che avrebbero da sbraitare, ma la protesta è sopita dalle norme di sicurezza), l’innaturale stasi (resa possibile dalla cassa integrazione, che inibisce la creatività), lo smart working (che in realtà ha ben poco di “smart”). Per altri più “fortunati” – me compreso – si è trattato di uno stravolgimento dei ritmi lavorativi e biologici, che avrà, credo, anche delle conseguenze sulla salute.

Nell’epoca in cui è imposta una vita ritirata, molti si danno al jogging per evadere dalle mura domestiche; io invece mi ritrovo a fare una vita più sedentaria di prima (casa, auto, lavoro, auto e nuovamente casa), con conseguente incremento del mal di schiena e dei trigliceridi.

Durante l’ultima donazione di sangue la dottoressa ha evidenziato un aumento di questi ultimi, conseguenza delle nuove abitudini acquisite: i manicaretti cucinati in famiglia durante i week-end, non bilanciati dalle passeggiate per portar fuori il cane (troppo brevi, occorre fare attenzione a rimanere dentro i confini comunali – abbiamo imparato che essere in zona rossa comporta anche un divieto di scollinamento), stanno producendo un accumulo di zuccheri nelle mie vene. Lo sento in particolare quando non riesco a stare al passo di mio padre, quasi ottantenne, durante la potatura degli alberi, già squassati dal peso della neve invernale.

Nel fine settimana avrei la possibilità di mettermi al computer nelle ore a me più congeniali (dalle 3.00 alle 8.00 circa, quando tutti dormono e il cane russa pure), ma mi ritrovo a leggere l’ennesimo articolo sul Covid-19 o farmi ammaliare dalle sirene dei social.

Ho difficoltà a mantenere la necessaria attenzione su un argomento. La mente è come un uccello che vola da un albero all’altro, senza riuscire a sceglierne uno dove fare il nido. Il rischio è dimenticare come farlo e a cosa serve, e svolazzare senza un perché sino a sbattere contro il parabrezza di qualche auto.

Credo che questo disturbo sia una conseguenza della forzata immersione totale nel mondo digitale, dove tutto è frenetico. Ciò che comprendo, conosco o acquisto oggi sarà obsoleto già domani, e la “verità” del giorno dopo mi induce a credere che ciò che so e ho in questo momento sia errato o superato. Tutto l’apparato col quale mi confronto pare una macchina impazzita, che viaggia in accelerazione continua e deve capitalizzare quanti più “fruitori” possibili: al di là delle formule di rito, non c’è il minimo interesse a indurre un po’ di sana riflessione, a fare mente locale su ciò che, al di là del flagello pandemico, non funziona nel nostro modo di reagire, a stimolare un vero dibattito, e non delle vetrine per politici e virologi e imbonitori. Patisco particolarmente la cosa perché ho già dei problemi di mio nel metabolizzare ciò che apprendo, mi ci devo soffermare più di altri, non so fare il passo successivo se non sono del tutto convinto di quelli già fatti. Altrimenti non avrei scritto anni fa un pezzo intitolato “Io sono lento. Prego, si regoli di conseguenza”.

Credo comunque che tutti coloro che amano davvero scrivere, sia quelli che lo sanno fare che quelli che come me ci provano, siano accomunati dalla stessa sensazione: che tutto sia già stato scritto, o comunque che altri lo abbiano già fatto meglio. E non è un grosso incentivo a battere le dita sulla tastiera.

In effetti è vero, tutto è già stato scritto, da Omero in poi. Ma Omero non era me, e il mio vissuto non è lo stesso di coloro che sono stati prima e saranno dopo di me. E allora mi basta la consapevolezza, anche se non sono uno scrittore e neppure uno che mastica bene la materia, che si può scrivere anche solo per essere più lucidamente coscienti di quanto ci accade, per fissare sulla pagina eventi o sensazioni che altrimenti scomparirebbero con lo scorrere del tempo. Si può scrivere per non dimenticare troppo in fretta, per non lasciarsi risucchiare dalla velocità della macchina.

Stanno accadendo sin troppe cose in questo periodo. Siamo testimoni di qualcosa di epocale, e ce ne accorgiamo sino ad un certo punto (com’è forse naturale che sia, peraltro). Sentiamo parlare quasi solo di virus, di vaccini, di chiusure e di ristori. Ma la nostra quotidianità sta cambiando anche al di là delle mascherine e dei divieti, cambia sotto aspetti per i quali non abbiamo forse tutta l’attenzione dovuta, e cambia senza aver modo di esercitare sulla trasformazione il minimo controllo, senza darci il tempo per orientarci minimamente rispetto alle possibili direzioni future.

Né le urgenze della realtà vissuta né l’immagine che ne danno i media aiutano a farlo. Ci nutriamo di numeri: contagi, decessi, percentuali, curve. E rientriamo nel reale solo quando, sfortunatamente, queste cifre si traducono in persone.

È il caso della presenza fra gli oltre 100 mila morti italiani per Covid 19 di Ziad Zawaideh, mio medico per 35 anni. Ha contratto il virus pochi mesi dopo essere andato in pensione, e gli si è arreso solo dopo un lungo ricovero. Ho avuto altri amici e conoscenti portati via da questo morbo, ma la sua assenza mi tocca in modo particolare. Non che fossimo amici, ma era la persona sempre sorridente che mi accoglieva durante le rare mie visite nel suo ambulatorio, e con la quale scambiavo qualche battuta sulla disarmante realtà ambientale ovadese o sulla situazione del medio orientale, da dove proveniva. Ho una gran nostalgia di quel riso benevolo e della forte stretta di mano con cui ci accomiatavamo.

Ecco, Ziad mi ha soccorso anche adesso. Il suo ricordo mi ha fatto superare il blocco nei confronti della scrittura. Davvero stanno accadendo troppe cose. Ma di alcune è un obbligo dare testimonianza. Con i tempi giusti. Con un po’ di lentezza.

Collezione di licheni bottone

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il diritto alla felicità

di Nicola Parodi, 22 marzo 2021

L’articolo di Paolo sugli “Orfani del progresso”, in cui sono esaminati i concetti di “sviluppo” e “progresso” e i diversi atteggiamenti che si manifestano oggi rispetto all’argomento, mi ha stimolato a cercare di dare ordine ad alcune riflessioni. La considerazione[1] sugli accusatori del progresso mi fa nascere il sospetto che siano uguali, se non gli stessi, a quelli che propongono di inserire nell’articolo 3 della nostra Costituzione il “diritto alla felicità”. Credo che anche ad altri sia capitato di vedere su una rete televisiva nazionale la pubblicità di un convegno sull’argomento, o di leggere sul Corriere del 24/02/2021 un articolo che ci informava che Romana Liuzzo, presidente della Fondazione Guido Carli, prendendo spunto dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti chiede che anche la nostra Costituzione lo contempli.

Non so che impressione abbia suscitato questa iniziativa. Io confesso di essere rimasto sbalordito nel vedere riproposte idee che quasi due secoli e mezzo fa potevano avere un loro perché, ma che oggi suonano assurde. All’epoca della Dichiarazione d’indipendenza infatti il sogno della felicità, per la maggior parte della popolazione mondiale, poteva trovare un corrispettivo concreto in un congruo numero di pasti giornalieri, in un’abitazione adatta e nella presenza di uno stato che proteggesse da angherie di vario genere. In questi termini era un’aspirazione più che condivisibile e almeno teoricamente realizzabile. Ma è ancora così?

Parto da una serie di dati di fatto. Il primo è che, senz’altro, per una buona fetta dell’umanità il potersi sfamare e curare non è ancora diventato realtà. Su questo non ci piove, e se in significato che la signora Liuzzo dà alla cosa è che a tutti sia garantita almeno la sopravvivenza, è all’ONU che dovrebbe rivolgere la sua richiesta. Il secondo è che invece in Italia la gran parte della popolazione ha raggiunto e superato quei traguardi: e che quindi l’inserire in Costituzione il “diritto alla felicità” nel caso del nostro paese non si sa bene a cosa faccia riferimento. Quali sono infatti a questo punto le condizioni, diciamo il “dignitoso livello di benessere” che riteniamo indispensabile per un minimo di serenità? Ma, e soprattutto, questo ha a che fare con la felicità?

L’articolo del Corriere mi ha suscitato un’istintiva reazione di rigetto. La pretesa di un “diritto alla felicità” mi è parsa immediatamente una richiesta degna di bambini viziati: e subito dopo l’ho letta come l’ennesima manifestazione della tendenza, che ultimamente conosce una deriva esponenziale, a fasciarsi di parole, di etichette, come se l’etichettatura potesse da sola riempire dei barattoli vuoti o far cambiare gusto e consistenza al contenuto (il politically correct e l’imperversare dei termini inglesi ne sono gli esempi più eclatanti). Mi è venuto anche in mente che là, dove il diritto alla felicità è inserito nella Costituzione da un quarto di millennio, non è affatto garantito quello alla salute, mentre è strenuamente difeso quello a possedere una o più armi: la felicità è accarezzare (e nel caso, usare) una 44 magnum?

Ma anche tornandoci su con più calma l’idea continua a sembrarmi bislacca. Riflettendo, sia pur da profano, sulle implicazioni giuridiche di una tale modifica, mi chiedo: quale orientamento dovrebbe seguire il legislatore per far sì che le leggi nuove e passate siano rispondenti ad un tale principio Costituzionale? Affinché non venga leso il mio diritto non posso essere costretto a fare ciò che non voglio, ad esempio vaccinarmi o andare a scuola? Oppure, addirittura, devo essere libero di fare ciò che voglio, senza alcuna limitazione? E le punizioni a vario titolo dei miei comportamenti, fosse anche una multa per divieto di sosta, non sono un attentato alla mia felicità? Ci sarebbe un bel daffare per giudici e avvocati.

E allora, volendo affrontare la cosa in modo razionale, senza farsi trascinare dalla vis polemica, è necessario innanzitutto domandarsi cos’è la felicità. Dico che è necessario, ma solo per poter immediatamente constatare che la domanda è assurda. Ogni poeta, romanziere, artista o filosofo o tifoso di calcio avrà la sua definizione, ma non è facile trovarne una sulla quale tutti concordino. Quindi il capitolo felicità si chiude prima ancora di aprirsi.

Se vogliamo venirne fuori conviene piuttosto affidarsi alla scienza: questa si limita a formulare teorie per descrivere la realtà, utilizzando fatti sperimentalmente dimostrati ed accettati unanimemente. E una affermazione scientifica unanimemente accettata è che tutti gli esseri viventi hanno bisogno di energia non solo per muoversi, ma soprattutto per mantenere la struttura ordinata che caratterizza la materia vivente, scaricando a tal fine “il disordine” (entropia) nell’ambiente. Pensiamo ad esempio alla necessità di difendere il corpo dal freddo, per consentire la circolazione sanguigna. Per gli umani, che non sono provvisti di pelliccia, l’abbondanza di energia a disposizione (pensiamo solo al fuoco) condiziona quello che ci conviene chiamare benessere, visto che in ambito scientifico il termine felicità non incontra molta fortuna. E in questo senso il progresso e la tecnologia odierna ci permettono di utilizzare energia meglio ed in quantità superiori a quelle che solo qualche migliaio di anni fa erano ipotizzabili.

Ora, il concetto scientifico che meglio potrebbe corrispondere all’idea di felicità è quello di omeostasi, termine introdotto alla fine del 19° sec. dal fisiologo francese Bernard per descrivere il meccanismo biologico che permette ad un vivente, sia esso un unicellulare o un organismo complesso, di mantenere al migliore livello i parametri vitali. Questo concetto trova oggi una più ampia articolazione[2] ad esempio negli studi di Antonio Damasio che associa nella “ricerca deliberata del benessere” sia “l’omeostasi a livello fondamentale (guidata da processi non coscienti)”, sia “l’omeostasi socioculturale (creata e guidata da menti riflessive dotate di coscienza) che operano come amministratori del valore biologico”.

Pertanto: “Il funzionamento ottimale di un organismo, che dà luogo a stati vitali armoniosi ed efficienti, costituisce il substrato stesso dei nostri sentimenti primordiali di benessere e piacere. Essi sono il fondamento di quella che, in contesti molto sofisticati, chiamiamo felicità.

Per contro, gli stati vitali caratterizzati da disorganizzazione, inefficienza e mancanza di armonia, veri e propri presagi di malattia e malfunzionamento, costituiscono il substrato dei sentimenti negativi; come osservò assai giustamente Tolstoj, le varietà di questi ultimi sono molto più numerose di quelle dei sentimenti positivi: un infinito assortimento di dolori e sofferenze, per non menzionare disgusto, paura, rabbia, tristezza, vergogna, senso di colpa e disprezzo. […]

Il valore biologico si esprime in modo semplice, per esempio nella liberazione di molecole associate a ricompense e punizioni, oppure in modo più elaborato, per esempio nel caso delle nostre emozioni sociali e nel ragionamento sofisticato. Il valore biologico, per così dire, guida e caratterizza in modo naturale quasi tutto ciò che accade nel nostro cervello, dotato in modo tanto vistoso di mente e coscienza.

[…] Già sappiamo in che modo gli esseri umani riconoscono il settore ottimale dell’intervallo omeostatico senza alcun bisogno di farsi controllare la biochimica ematica in laboratorio. La diagnosi non richiede alcuna esperienza particolare, ma solo il fondamentale processo della coscienza: nella mente cosciente, gli intervalli ottimali si esprimono come sentimenti piacevoli; gli intervalli pericolosi come sentimenti non troppo piacevoli o addirittura dolorosi.” (da Il sé viene alla mente, Adelphi)

Certamente per il neuroscienziato Damasio e per altri studiosi, nonché per un numero non marginale di curiosi appassionati, la gratificazione che viene ricavata nelle “emozioni sociali e nel ragionamento sofisticato” come appagamento della voglia di comprendere la realtà circostante costituisce uno stimolo gratificante sufficiente allo sforzo necessario per aumentare le proprie conoscenze.

Ma questo vale per tutti?

È passato quasi mezzo secolo da quando Berlinguer proponeva l’austerità come mezzo per arrivare ad una società migliore. Pochi anni dopo c’era chi predicava come modello di vita quello che avrebbe caratterizzato (e che come tale è stato ricordato) il periodo cosiddetto della “Milano da bere”. Ci troviamo allora di fronte al dilemma: è più appagante impegnarsi per acquisire nuova conoscenza, o è più gratificante soddisfare le esigenze materiali, utilizzando i molti strumenti che rendono più gradevole l’esistenza e che la grande disponibilità di energia, tramite la scienza e la tecnologia moderna, ci permette di avere a disposizione (tra l’altro, senza grande fatica da parte nostra)? La domanda può sembrare retorica, ma quanti sono quelli per cui è tale? E costoro, possono continuare a sperare che l’educazione porti ad essere maggioranza nella società chi intende “seguir virtute e canoscenza”? non è che la prospettiva sia piuttosto quella di una massa di “Idioti in marcia” (cfr. Di(re)gressioni)?

Accade infatti questo: l’abbondanza di risorse (ovvero di energia) può rendere ipertrofico un meccanismo omeostatico che si autoalimenta nella ricerca di una gratificazione costante, senza alcun vantaggio selettivo. Lo si è verificato ad esempio in alcuni esperimenti con i topi[3]. È quindi probabile che la tendenza a raggiungere “l’omeostasi a livello fondamentale” sia causa di buona parte dei problemi che le nostre “società del benessere” lamentano. E che possa crearne sempre di nuovi, se non interverranno dei corretti (naturali? Culturali?)

In tutto questo, che parte, ma soprattutto, che senso ha il “diritto” alla felicità? Non sto dicendo che dobbiamo rassegnarci tutti ad essere infelici: sto dicendo che la vita non è nata alcuni miliardi di anni fa per raggiungere la felicità, ma semplicemente come agglomerato di materia in grado di riprodurre copie di sé. E che anche gli organismi più evoluti (gli umani, per prendere un esempio a caso) sono “macchine” organiche con la funzione di replicarsi perpetuando i propri geni. Se poi possano essere felici nell’adempiere a questa funzione, parliamoci chiaro, non è solo questione di diritti, quindi di “condizioni materiali di benessere”, che senz’altro andrebbero assicurate a tutti, ma che non implicano automaticamente il conseguimento della “felicità”. Entra in gioco qui una variabile che si chiama comunemente indole, e sulla quale la scienza per il momento è in grado di dire ancora poco.

A me pare che siano ancora molti i “diritti” fondamentali concreti non fruibili da tutti i cittadini. È auspicabile che prima di discutere del “diritto alla felicità” ci si adoperi per assicurare quelli. Il Covid, ad esempio, ha fatto tornare di attualità quello alla salute, e ha fatto scoprire quanto anche in una società che consideriamo evoluta sia tutt’altro che garantito. Cominciamo allora dalle cose concrete, da una elementare aspirazione alla sopravvivenza (alla luce di quanto ho scritto prima, non mi piace chiamarla “diritto”) che diamo per scontata, ma che non lo è affatto per tutti negli stessi termini. Alla felicità potremo pensare dopo, se ancora ce ne sarà bisogno. Potremo aprire un gran bel dibattito, magari non riservato ai costituzionalisti, magari coinvolgendo gli esperti delle varie scienze che si occupano dell’uomo. Potrebbe essere interessante, e divertente. Anche se continuo a sperare (e mi spinge a farlo l’istinto) che una modifica costituzionale così peregrina non venga mai varata.

Credo che per il futuro avremo davvero un gran bisogno di Perseverance, e soprattutto di tanti lumi della ragione che rischiarino la via. Il vicolo della felicità non si sa dove porti.

[1] “Lanciare dei violenti j’accuse contro la mentalità scientifica, contro la “ragione calcolante”, contro la nemmeno troppo strisciante tecnocrazia, può far vendere qualche libro e procurare qualche comparsata televisiva in più, ma non offre risposte immediate e concrete ai sette e passa miliardi di umani che si aspettano domani di poter mangiare e di potersi curare.”

[2] L’omeostasi ha guidato, in modo non cosciente né deliberato, senza un disegno a priori, la selezione di strutture e di meccanismi biologici capaci, oltre che di preservare la vita, di far progredire l’evoluzione di specie che si trovano in molteplici rami dell’albero evolutivo.
Questa concezione di omeostasi, che si conforma più fedelmente alle evidenze fisiche, chimiche e biologiche, si scosta decisamente dal concetto tradizionale e riduttivo di omeostasi, che si limita a considerarla la regolazione «bilanciata» delle operazioni della vita.
Io credo che l’incrollabile imperativo dell’omeostasi sia stato il regolatore onnipresente della vita, in ogni sua espressione. L’omeostasi è il fondamento stesso del valore della selezione naturale, che a sua volta favorisce i geni – e di conseguenza i tipi di organismi – che manifestano l’omeostasi più innovativa ed efficiente. Lo sviluppo dell’apparato genetico, che contribuisce a regolare la vita in modo ottimale e la trasmette ai discendenti, non sarebbe concepibile senza omeostasi.
Alla luce di quanto appena detto, possiamo avanzare un’ipotesi di lavoro sulla relazione tra sentimenti e culture.
I sentimenti, come rappresentanti dell’omeostasi, sono i catalizzatori dette risposte che hanno avviato le culture umane.
È ragionevole? È concepibile che i sentimenti possano avere motivato le invenzioni intellettuali che hanno dato al genere umano 1) le arti, 2) l’indagine filosofica, 3) le convinzioni religiose, 4) le regole morali, 5) la giustizia, 6) i sistemi di governance politica e le istituzioni economiche, 7) la tecnologia e 8) la scienza? Risponderei affermativamente, senza riserve. Posso dimostrare che le pratiche o gli strumenti culturali, in ciascuno degli otto campi citati, hanno richiesto la capacità di sentire una situazione di diminuzione, effettiva o potenziale, dell’omeostasi (costituita, per esempio, da dolore, sofferenza, disperata necessità, minaccia, perdita) o di un potenziale vantaggio omeostatico (per esempio, un esito gratificante). Il sentimento ha agito da movente per esplorare, con gli strumenti della conoscenza e della ragione, le possibilità di ridurre un bisogno o di trarre vantaggio dall’abbondanza rappresentata da stati di appagamento. (Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi)

[3] I cervelli di tutti gli animali sono strutturati in modo tale da creare impulsi di piacere quando si compiono azioni importanti per la sopravvivenza, sensazioni appaganti che si concretizzano mediante piccoli rilasci di un neurotrasmettitore, la dopamina, all’interno dello striato ventrale (e in qualche altra zona del cervello). L’eroina e la cocaina sono sostanze che procurano dipendenza perché innescano artificialmente tale risposta dopaminica. I topi, messi in condizione di produrre mediante la pressione di un pulsante una stimolazione elettrica verso i propri centri di ricompensa cerebrale, continuano a premere il pulsante fino a morire di fame. (Jonathan Haidt, Menti tribali, Codice ed.)

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Cattedrali di luce

di Paolo Repetto, 14 marzo 2021 – vedi l’Album

Per il dopo Covid, sempre che arrivi, e soprattutto che io arrivi a vederlo con testa e gambe almeno a mezzo servizio, ho fatto voto di un pellegrinaggio. Supponendo che prima della fine dell’estate ci sia una parziale liberalizzazione degli spostamenti dovrei potermi muovere controcorrente, perché senz’altro si scatenerà la corsa a scaldarsi le ossa al mare (lo scorso anno, in Inghilterra, il primo week end di liberi tutti vide mezzo milione di persone riversarsi sulle spiagge della sola città di Bournemouth, dove abita mia figlia. Due giorni da incubo post-apocalittico). Io invece vorrei viaggiare tranquillo, perciò non affronterò il Camino di Compostela, ormai troppo affollato e a forte rischio di assembramenti, ma mi sposterò nelle valli Ossola e Formazza (in auto, naturalmente), per vedere come sono messe le Centrali Idroelettriche progettate un secolo fa da Piero Portaluppi. E magari, se le forze reggeranno e il tasso di inquinamento urbano scenderà, visto che tutti saranno al mare, girerò a piedi e in metrò senza mascherina per una Milano semideserta, a censire gli edifici (più di cinquanta) che Portaluppi vi ha realizzato, e a visitare la sede della Fondazione a lui intitolata.

Se poi l’entusiasmo perdura vorrei battere le valli alpine in generale, in Valle d’Aosta o nell’alto varesotto, per rendere omaggio anche alle opere di altri artisti-architetti, Giovanni Muzio in primis. Insomma, un po’ quel che fece Samuel Butler negli ultimi decenni dell’Ottocento, percorrendo (ma lui viaggiava solo a piedi) le vie dei Sacri Monti alpini (e raccontandole poi magistralmente in Alpi e Santuari, 1881)

Mi rendo conto che è un programma ambizioso, ma sono certo che ne valga la pena. Non ho nemmeno remore a renderlo pubblico perché so che pochissimi leggeranno queste righe, e quei pochi non mi spiacerebbe magari trovarli sulla mia strada, o averli come compagni di pellegrinaggio.

Da dove nasce dunque tutto questo entusiasmo? Dal fatto che nel corso del secondo inverno di clausura le immagini delle opere di Portaluppi e di Muzio, così come anche i fantastici (e fantascientifici) progetti di Sant’Elia, mi hanno aiutato molto a continuare a credere che la bellezza e il buon gusto abitino ancora questo mondo, o meglio, lo abbiano abitato anche nell’età moderna. È vero che attualmente l’una e l’altro sembrano essersi presi una vacanza, ma il fatto stesso che ancora sappiamo riconoscerli e apprezzarli depone per una loro persistenza e consente di auspicare la possibilità di un loro ritorno.

Per preparare la cosa ho pensato di lustrare un po’ gli occhi dedicandomi ad un album sull’architettura di questo particolare settore, ma non solo. I criteri si sono definiti cammin facendo, alla partenza erano solo emotivi. Le immagini che ho scelto potranno essere accusate di una bellezza facile, dolciastra, persino stucchevole, come bene o male tutto quello che ruota attorno all’Art Nouveau; o, nel caso dei disegni di Sant’Elia, di giocare su suggestioni forti, ma del tutto avulse dalla realtà e dalla concretezza. Non lo ignoro, e ammetto anche che in queste obiezioni possa esserci del vero. Ma non toccano il senso del mio discorso: non sono qui a disquisire di architettura, ci mancherebbe solo questo. Neppure però sto parlando di gusti strettamente personali: non credo sia capitato solo a me di inchiodare di colpo l’auto alla improvvisa comparsa, dietro una curva, di uno di questi edifici: o di essermi soffermato ad ammirare in uno stupito silenzio un imponente fabbricato risalente ad oltre un secolo fa e ancora perfettamente intatto, senza aver conosciuto alcuna opera di restauro o alcun intervento conservativo, come costruito ieri (anzi , no, l’avessero costruito ieri mostrerebbe già segni di invecchiamento). Nel caso specifico si trattava della dismessa centrale SEB di Cedegolo, che oggi ospita un museo dell’energia idroelettrica, per la quale non è stato necessario nemmeno un lavoro di ripulitura esterna. Prima che iniziassero i lavori di riconversione, quando l’ho vista per la prima volta, era esattamente come potete vederla nell’immagine d’apertura.

La centrale di Cedegolo non è un’opera di Portaluppi né di Muzio, ma di Egidio Dabbeni, un precursore, uno tra i primi architetti a importare in Italia lo stile razionalistico-funzionale. E impressiona perché, a dispetto della maestosità e della sensazione (assolutamente fondata) di solidità, trasmette anche un’idea di compatta leggerezza, qualcosa di simile a ciò che proviamo al cospetto delle grandi cattedrali romaniche o degli antichi manieri. Sto parlando di una costruzione in cemento armato che non presenta la minima smagliatura, nessun segno di deterioramento. Da rimanere di stucco, pensando ai viadotti del secondo novecento che cadono come birilli, e ai nuovi impianti industriali già fatiscenti dopo un decennio.

Ecco, ciò che volevo chiarire è che il tipo di bellezza cui alludo non è legato ai vezzi dell’Art Nouveau o del tardo Liberty, ma a qualcosa di più solido: qualcosa che concerne il rapporto col tempo. È paragonabile al fascino esercitato dalle illustrazioni dei vecchi libri per ragazzi, che sono lì per durare, per continuare a stupire e ad ammaliare i piccoli lettori attraverso le generazioni, magari al di là delle aspettative e degli intenti degli illustratori. In questo senso Sant’Elia parrebbe del tutto fuori posto in questa breve narrazione. È lui infatti a firmare nel 1914 il Manifesto dell’Architettura Futurista, che esordisce così: “Dopo il ‘700 non è più esistita nessuna architettura. Un balordo miscuglio dei più vari elementi di stile, usato a mascherare lo scheletro della casa moderna, è chiamato architettura moderna. […] L’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza […]”. Ma che soprattutto poi prosegue con: “Da un’architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell’ architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”. Quanto alle durate, all’obsolescenza dei materiali, alla caducità, appare sin troppo lucidamente presago. Ma quanto alla dichiarazione d’intenti, i suoi stessi disegni lo smentiscono: se ogni generazione dovrà costruirsi la sua città, a propria immagine e somiglianza, i disegni di Sant’Elia sembrano appartenere ad una leva che non era senz’altro la sua ma non è nemmeno la nostra, a un mondo che neppure i film come Blade Runner hanno saputo ricreare. La sua immaginazione è fuori del tempo, ovvero ha il requisito distintivo dell’arte vera. È talmente fuori dal tempo, e pure presente nell’immaginario di ogni tempo, da non essere stata mai traducibile in realizzazioni concrete. Per quanto mi concerne, così va letto Sant’Elia. E letto così può accompagnarsi senza fare futuristicamente a pugni con Portaluppi, con Muzio e con Dabbeni. Ma anche con tanti altri.

Piero Portaluppi, La serata futurista

Mentre approfondivo la conoscenza dell’opera di Sant’Elia mi sono imbattuto negli straordinari disegni di due architetti francesi della seconda metà del Settecento, Étienne-Louis Boullée e Jean Jacques Lequeu, dei disegni dei quali ho inserito alcuni esempi in questo album. Ora, se la linea di continuità tra Sant’Elia e i progettisti di centrali idroelettriche sta nel fatto che anche il primo aveva concepito straordinari progetti per impianti di questo tipo, mai realizzati per via della sua precoce scomparsa nel corso della prima guerra mondiale (ma anche, come dicevo sopra, perché sin troppo avveniristici), quella con i due iper-visionari pre-razionalisti d’oltralpe, che l’elettricità nemmeno sapevano cosa fosse, è invece rintracciabile in altro. Nel Manifesto del 1914 Sant’Elia scriveva: “Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l’ambiente con l’uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito”. Bene, se lo spirito umano fosse quello che vien fuori da queste immagini, Covid o non Covid davvero rimarrebbe spazio per sperare in un futuro dell’umanità. Al momento non ne sono però così sicuro, e per questo, se i vaccini non ci tradiscono, nel corso dell’estate andrò in pellegrinaggio per templi e tempietti della luce e dello spirito: per trarne conforto.

Per ora mi limito a condividere le immagini con gli amici Viandanti. Erano lì da un pezzo, ho solo colto l’occasione per metterle un po’ in riga. Ma mentre le sceglievo, le accostavo, le confrontavo, sempre più chiaro si evidenziava il filo che tiene unite nella mia mente queste immagini. È il filo dell’utopia. Mi conduce al mondo degli umani come dovrebbe essere. Un mondo governato dalla luce: dalla luce della ragione, in astratto, da quella dell’elettricità, tanto per cominciare, in concreto. Provo però una sensazione strana e inquietante: perché se si escludono i disegni di Portaluppi, negli altri gli umani non compaiono mai. Questo accadeva già prima ancora, nel Rinascimento, nelle rappresentazioni della città ideale.

Vorrà dire qualcosa?

Anonimo di Urbino, La città ideale

 

Etienne-Louis Boullée, Projet d’une Métropole

 

Antonio Sant’Elia, La città futurista

 

Antonio Sant’Elia, La centrale elettrica

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Crevola Crevoladossola, 1923-1924

 

Jean-Jacques Lequeu, L’Île d’amour et repos de pêche

 

Giancarlo Maroni, La centrale di Riva del Garda

 

Jean-Jacques Lequeu, Le château de plaisance

 

Antonio Sant’Elia, Progetto di stazione ferroviaria

 

Etienne-Louis Boullée, Projet d’un Musée

 

Antonio Sant’Elia. Prospettiva futurista

 

Etienne-Louis Boullé, Il tempio della Natura

 

Antonio Sant’Elia, La città futurista

 

Piero Portaluppi, Progetto per la sede della Brasital San Paolo (Brasile), 1923

 

Piero Portaluppi, Progetto per l’albergo de la Formazza, 1922-1923

 

Jean-Jacques Lequeu, Hotel de Montholon

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Valdo Formazza

 

Antonio Sant’Elia, Disegno per una centrale elettrica, 1914

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Molare, 1920-1924

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Crego

 

Antonio Sant’Elia, Disegno per una stazione, 1914

 

Jean-Jacques Lequeu, Grottes des Océanides

 

Etienne-Louis Boullée, Progetto per un teatro

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Grosio

 

Giovanni Muzio, palazzo della provincia di Sondrio

 

     

Giovanni Muzio, La ca’ brutta

 

Jean jacques Lequeu, Tempio dell’uguaglianza

 

Etienne-Louis Boullée, Cenotafio di Newton

 

Etienne-Louis Boullée, Progetto per una biblioteca

 

Gaetano Moretti, Centrale elettrica Taccani

 

Giovanni Muzio, Centrale idroelettrica di Maën, 1924-28

 

Giovanni Muzio/SIP Breda, centrale idroelettrica di Covalou, 1926-28

 

Giovanni Muzio, Centrale elettrica di Vizzola

 

Antonio Paoletti, Ricevitrice nord Aem, Milano, 1938

 

Jean Jacques Lequeu, Sotterranei di casa gotica

 

Giovanni Muzio, Centrale di Santa Massenza, Trentino Alto Adige

 

Carlo Mina, La Centrale “Giuseppe Ponzio” a Grosotto, 1910

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Ariette 1.0

di Maurizio Castellaro, 11 marzo 2021

Le “ariette” che postiamo a partire da oggi dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». Ben vengano dunque, se possono mitigare con un refolo di leggerezza un clima che per ragioni obiettive e per stanchezza di chi lo vive sta diventando davvero troppo pesante (n.d.r).

Ritorno a Tex

Non l’avrei mai detto, eppure mi sono ritrovato a comprare su Ebay 200 numeri di Tex per poco più di 100 euro. Per uno che ha avuto l’imprinting al fumetto western con Ken Parker (l’anti Tex per definizione) bisogna ammettere che deve significare qualcosa. Eppure è da un po’ che prima di chiudere gli occhi scelgo le storie di Aquila della Notte. Mi chiedo perché. Ken Parker è la vita vera, un personaggio che quando è ferito sta male davvero, che va a letto con le donne, che finisce in prigione. Berardi ad un certo punto l’ha pure fatto morire, vecchio e malridotto. Giusto così, in fondo. Ma noi? Noi continuiamo ad essere vivi. Anzi, con il tempo ci sembra di capire finalmente qualcosa, e vorremmo che la nostra vita non finisse mai. Allora finisce che ci si butta sull’illusione dell’eterno ritorno dell’identico. Sulla mira infallibile, la morale granitica, la logica inesorabile, la ricerca delle tracce, il salvataggio all’ultimo istante, la bistecca (enorme) e le patatine fritte (una montagna). Ma forse non è solo questo. Forse tornare a Tex per me è un altro modo per tornare al giardino segreto dell’infanzia, ai Tex che da bambino scovavo di nascosto nel comodino del nonno, accanto al vaso da notte (Mefisto, Yama, El Morisco…). Non è nostalgia. Credo piuttosto che sia una forma di manutenzione del legame con il bambino che continua a vivere dentro il mio corpo di uomo, e che con il sguardo sul mondo ingenuo ed ironico mi ha aiutato ad uscire vivo da più di un labirinto. Ne ho ancora bisogno di quel bambino, meglio tenermelo buono.

 

Tuoni e fulmini

Durante un incontro di gruppo il formatore ha chiesto di disegnare la storia del proprio percorso professionale, immaginandolo come una strada inserita in un paesaggio simbolico (curve, salite, montagne, blocchi, pericoli, discese, aiuti, cartelli, ecc.). Eravamo una ventina, e quasi tutti per rappresentare i 18-20 anni della nostra vita abbiamo disegnato sul percorso nuvolacce, tuoni, fulmini, pioggia battente. Poi, usciti da quella fase, partiva di solito un percorso più o meno accidentato, in cui il tempo migliorava di brutto: farfalle, arcobaleni, risorse e visioni. Consola l’idea che la vita abbia concesso a molti (e anche a me) di far quadrare in qualche modo i suoi conti. Ma uscendo dalla consolazione prospettica e retroattiva ho pensato che questo lusso di solito non è dato quando si ha vent’anni, specie se si sta sotto la pioggia, esposti a tuoni e fulmini, senza un’idea di futuro. Credo che per uscire vivi da quella palude si debba imparare ad accendere fuochi sott’acqua, trovare la luce delle stelle oltre le nuvole e capire quali sono i boccioli che per primi fioriranno. I più fortunati trovano maestri che lo insegnano. Gli altri invece, in qualche modo, imparano da soli.

 

Evoluzioni

Per secoli li hanno catturati e costretti con la violenza a salire sulle nostre navi. Oggi per fare un viaggio molto simile sono loro a mettersi in fila, pagando con tutti i soldi che hanno (e con quelli che non hanno ancora). È l’evoluzione del capitale, baby.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

L’origine del progresso

di Paolo Repetto, 8 marzo 2021

Come anticipavo ne “Gli orfani del progresso”, allego quella che avrebbe dovuto essere la parte introduttiva di uno studio piuttosto ambizioso sull’argomento, concepito una quarantina d’anni fa a margine di una serie di conferenze e poi mai decollato, proprio per l’eccesso di ambizione. Del progetto sono rimasti solo questa introduzione, l’unica parte in qualche misura sviluppata, e un cumulo di appunti nei quali farei oggi una gran fatica ad orientarmi. Ripropongo questo scritto, sia pure incompleto e ancora a livello di bozza, perché strettamente inerente il tema trattato sopra, e perché trovo ancora pienamente condivisibili le considerazioni sviluppate all’epoca.

****

Le magnifiche sorti e progressive

Origini, apogeo e declino dell’idea di progresso

La nostra Zivilization è caratterizzata dalla parola “progresso”. Il progresso è la sua forma, non una delle sue proprietà, quella di progredire. Essa è tipicamente costruttiva. La sua proprietà consiste nell’erigere una struttura sempre più complessa.
Ludwig Wittgenstein

 

Premessa

Tra tutte le civiltà, quella occidentale è la sola a coltivare le nozioni di una libertà individuale e di un progresso morale direttamente connessi, secondo la sua etica, al continuo perfezionamento delle tecniche di manipolazione e di dominio della natura. Proprio da queste nozioni l’Occidente ha tratto la sua potenza e la giustificazione della sua conquista del mondo, realizzata talvolta con la violenza e sempre, comunque, con la negazione di tutti i valori diversi dai propri che ha incontrato sulla sua strada.” (Gilles Lapouge)

La civiltà occidentale pone dunque il problema della sua unicità. È il problema che mi sono prefisso di affrontare in questa nuova serie di conversazioni e che cercherò di presentare da svariate angolazioni. Quella indicata da Lapouge costituisce il tema dell’incontro odierno. In sostanza porrò la questione in questi termini: qual è l’origine del movimento interno che anima l’occidente e lo spinge a modellare il mondo a sua immagine?

Io ritengo che le origini dell’ideologia che ha segnato la differenza della civiltà occidentale, e che noi riassumiamo nella nozione di “progresso”, vadano rintracciate in entrambe le culture delle quali essa è debitrice, quella giudaico-cristiana e quella classica. Credo anche che il fattore chiave per la nascita e l’affermazione di tale idea risieda in una particolare intuizione del tempo. Sono convinto infine che questa concezione, e il quadro complessivo di valori da essa determinato, pur essendo maturati nel corso di almeno due millenni, si siano affermati soltanto negli ultimi tre secoli.

So di non dire nulla di nuovo: c’è una fittissima bibliografia a dimostrare che queste tesi sono ormai acquisite. Ma temo si tratti di un’acquisizione in realtà ben poco diffusa al di fuori dell’ambito filosofico, o diffusa ad un livello solo superficiale. Nel corso della conversazione odierna cercherò dunque di giustificare nella maniera più chiara e più semplice, compatibilmente con l’argomento, i miei assunti, delineando brevemente la parabola dell’idea di progresso, rintracciando le matrici di quest’ultima, cogliendone l’apogeo e cercando di individuare le ragioni del suo recente declino. L’intento è quello di evidenziare un percorso intellegibile e conseguente dalla prospettiva soteriologica, cioè dall’attesa di salvezza, alla volontà di realizzazione qui ed ora della stessa, e di mostrare come una particolare concezione del tempo abbia condizionato negli ultimi tre secoli tutti gli atteggiamenti politici ed economici, etici e sociali, pubblici e privati dell’occidente.

Nel farlo utilizzerò un approccio che definirei attinente la “storia delle idee”, qualcosa per intenderci che non ambisce né alla dignità filosofica né al rigore scientifico, ma procede per quelli che Carlo Ginsburg ha definito “paradigmi indiziari”: questo dovrebbe ad un tempo giustificarne le modalità e delimitarne le finalità.

È possibile, con un approccio di questo genere, non esprimere giudizi di valore sul tema in oggetto, ovvero sulla nozione di progresso? Non lo so, ma vorrei provare a farlo, limitandomi ad indagare come essa nasce e dove conduce. Se qualche giudizio apparirà implicito, vorrà dire che non sarò stato sufficientemente bravo a trattare la nozione di progresso come una delle tante, al pari di quella di provvidenza, di fato, ecc…, che hanno caratterizzato e differenziato le diverse civiltà.

0.

Dal momento che il tema di questa conversazione riprende e sviluppa quello del seminario precedente (Da Pico a Bacone. Le origini umanistiche della mentalità scientifica), è forse opportuno riassumere per sommi capi le conclusioni cui ero già pervenuto. In quella sede mi ero concentrato sui cambiamenti che avevano interessato la mentalità occidentale tra il XV e il XVI secolo, preparando la strada alla rivoluzione scientifica. Avevo sostenuto la tesi che il mutamento dell’attitudine gnoseologica non è semplicemente la conseguenza delle innovazioni economiche e sociali maturate nel corso di tutto il medioevo, ma piuttosto una precondizione, che accoglie e sintetizza questi fattori in un grande movimento di trasformazione. Avevo inoltre affermato che questa trasformazione non prescinde dal pensiero religioso della cristianità, ma ne porta alle estreme conseguenze taluni aspetti mistici e messianici, trasferendo sulla terra quell’aspettativa di salvezza che in precedenza era rivolta al cielo. Mi ero soprattutto soffermato sulle modalità di conoscenza della natura, sulla posizione che viene assunta nei confronti del mondo materiale, posizione che irradia peraltro le sue conseguenze sulle concezioni artistiche, letterarie, politiche, oltre che scientifiche. In sostanza, avevo colto nell’attitudine giudaico-cristiana, che riprende e fa propri taluni aspetti della filosofia greca, l’origine di una diversa concezione della natura, e nel suo affermarsi progressivo verso la fine del medioevo la condizione per il passaggio alla nuova mentalità.

Il quadro che avevo cercato di delineare era pressappoco il seguente:

  • Il presupposto teorico per l’avvento della rivoluzione scientifica è in sostanza il passaggio dall’aristotelismo medioevale al platonismo umanistico. L’aristotelismo è teoria della conoscenza come esperienza: si conosce quello che si esperisce attraverso la sensazione, e la conoscenza è una somma di dati sensoriali. Si disvela il mondo nella sua variabilità infinita, nella sua disomogeneità, e il tutto è tenuto assieme da un contenitore superiore, che è l’imperscrutabile volontà divina. Non ci sono leggi, in questo senso, non c’è serialità; al più c’è una ripetizione (i cicli naturali), che è mossa però da norme esterne, superiori, e non da un principio interiore.

Il platonismo è invece possibilità di conoscenza dei principi generali (l’eidòn). Il mondo delle idee è il mondo delle forme soggiacenti all’apparente disordine di superficie, è l’ordine nascosto in funzione del quale si manifestano i fenomeni. Nella sua accezione umanistica, che è filtrata attraverso il neo-platonismo e contaminata con l’ermetismo e la qabbalah, quest’ordine non è semplicemente un pallido riflesso della trascendenza, di quello ideale, ma è immanente alla natura e al mondo. In più, il platonismo umanistico è fortemente ibridato anche con l’aristotelismo, del quale conserva la validità dell’apparato sensoriale di raccolta dei dati. Quello che cambia è lo schema entro il quale sistemarli, e conseguentemente la finalità stessa della raccolta (ovvero, l’atteggiamento performante).

  • Una volta accettata l’idea dell’esistenza di quest’ordine – il che avviene anche in conseguenza dello spostamento dell’osservazione dalla terra al cielo (la rivoluzione astronomica) – la tentazione di decifrarlo procede automatica. Penetrare i misteri della natura, invece di limitarsi a descriverne i comportamenti fenomenici, è già spirito scientifico. Questo spirito si manifesta dapprima nel tentativo di cogliere la forza vitale, attiva, che muove dall’interno il creato (Telesio e i filosofi della natura). Dio è già allontanato, non è più presente costantemente, ma è inteso come un creatore che ha dotato la propria creazione di forza autonoma, e alcuni degli esseri creati della capacità di riflettere sugli accadimenti (naturali e storici), di ricondurli ad un piano o ad un disegno e infine di assumere il controllo del piano stesso (dalla magia, nella quale il controllo si attua con strumenti naturali, alla scienza, nella quale invece il controllo è esercitato attraverso strumenti “artificiali”).
  • Questa direzione, quella che vuole penetrare l’essenza per mettersi in sintonia totale con la natura, è quella percorsa lungo tutto il ‘500, fino a Giordano Bruno, dalla “magia naturalis”. In pratica si tratta di trovare le leggi intime della composizione e del divenire delle cose per accordarsi pienamente ad esse. Da Bacone in poi, invece, prevale un’altra direzione, anch’essa originata dal platonismo, che mira ad elaborare criteri funzionali di lettura dei fenomeni (le “leggi” scientifiche), quindi a creare parametri convenzionali, artificiali, che consentano di introdurre (e non di rinvenire) un ordine nel caos del reale.

In altre parole: assumendo quella che nel platonismo era considerata la forma perfetta di conoscenza (o la conoscenza delle forme perfette), quella matematica, si cerca di ricondurre a termini matematici la possibilità di conoscenza del mondo (ordine, pondere et mensura). Solo una conoscenza matematizzata, nella quale le cose siano numeri e grandezze e i fenomeni siano combinazioni di queste, ovvero operazioni, può diventare previsionale, e quindi operativa. Questo tipo di conoscenza si attua col passaggio dalla esperienza diretta della natura all’esperimento, cioè all’accadimento artificialmente riprodotto in laboratorio, in presenza di condizioni ambientali (spazio-tempo in primis) che rendono possibile la comparabilità. Le differenze di comportamento dei fenomeni debbono essere valutate sulla base di uno standard che non è intrinseco ai fenomeni stessi, ma è dettato convenzionalmente da chi li studia e li riproduce sulla base delle sue possibilità, delle intenzionalità di ricerca, della ricaduta pratica alla quale si punta. Dalla scienza naturale si passa quindi alla scienza sperimentale, che si dota di un metodo (Cartesio), di una strumentazione e soprattutto di un progetto (cioè di una direzione, di un senso).

Il passaggio cruciale si attua appunto con Galileo e Cartesio. Il primo impone definitivamente la lettura matematizzata e quantitativa della natura (“provando e riprovando”: la verità scaturisce dalla possibilità di ripetere infinite volte l’esperienza standardizzata in laboratorio), anche se ancora ritiene che le leggi siano intrinseche alla natura; il secondo fornisce letteralmente, rendendo la geometria suscettibile di analisi mediante l’algebra, le coordinate per una lettura matematica degli oggetti.

Perché prevale questo atteggiamento, rispetto ad esempio a quello di un Bruno, o di un Campanella? Perché di fronte alla liquidazione di tutte le certezze geografiche, astronomiche, religiose e politiche prodotta dal Cinquecento, e alla necessità di affrontare un mondo che si rivela del tutto ignoto, che non appare di per sé razionale e non è fatto di numeri e di misure, l’uomo prova paura. La summa di questo nuovo atteggiamento si attuerà poi nella fisica di Newton, che reggerà fino alla critica kantiana. Solo Kant chiarirà che “l’intelletto non attinge le sue leggi dalla natura, ma le prescrive a questa”.

In questo contesto compariva più volte, sia pure sullo sfondo, l’idea di progresso; prendeva forma cioè la coscienza, dapprima sfocata e poi, a partire da Bacone, sempre più nitida, del potenziale di miglioramento spirituale e materiale di cui l’umanità disponeva e dell’anelito ad una redenzione terrena che la animava. Si trattava però di una nozione confusa, ancora debitrice per la gran parte delle aspettative escatologiche, e dalla quale era assente la dimensione entro cui soltanto può esplicarsi l’idealità del progresso, quella storica. Quella della fede nel progresso è dunque una vicenda nuova, che ha se vogliamo un sacco di precursori ma che va letta a partire da un momento ben preciso, nel quale diventa decisiva. Il che ci impone di chiarire cosa implica questa nozione, prima di andare a indagare da dove nasce e come si sviluppa.

 

1.

L’idea del progresso umano nasce da un’interpretazione storica del passato – cioè dalla sua lettura secondo uno schema di continuità – che viene proiettata ad individuare una tendenza del futuro, e contemporaneamente dall’assunzione di questo futuro come campo non predeterminato, ma aperto. Si basa sul convincimento che gli uomini avanzino gradualmente verso una direzione definita, e che tale direzione sia desiderabile per tutti; e ne deduce che questa avanzata continuerà indefinitamente. Ciò implica da un lato che un giorno si perverrà ad una felicità generale, meta che giustificherà tutto il processo della civiltà, e dall’altro che questo processo è il risultato necessario della natura psichica e sociale dell’uomo, e non di una volontà superiore, trascendente o immanente (altrimenti l’idea di Progresso scivolerebbe in quella di Provvidenza).

Questa idea non è presente nella cultura occidentale delle età classica e medioevale, e nemmeno compare automaticamente con l’avvento della rivoluzione scientifica. Essa si afferma in verità piuttosto tardi, non prima del XVIII° secolo. Designa un movimento i cui caratteri sono la linearità e l’irreversibilità, e questo concetto è in contrasto con i modelli ciclici dei processi naturali, sociali e individuali che informavano il pensiero degli antichi. Proprio da questi modelli prendiamo ora l’avvio.

 

Immaginiamo l’umanità agli albori dell’epoca storica, nella fase del passaggio dall’economia nomade di caccia e raccolta a quella stanziale agricola. Ogni gruppo, ogni area abitata conosce una qualche forma di cultura religiosa, magari fortemente caratterizzata dalla situazione ambientale, ma apparentata alle altre dal fatto di rispondere ad un bisogno primordiale e connaturato. Intendo dire che questo bisogno può nascere dalle esperienze più diverse, ad esempio da suggestioni visionarie, da momenti di delirio, ecc … : ma fondamentalmente è connesso ad una “rivelazione originaria”, nel senso della predisposizione ad attribuire una “intenzionalità” agli oggetti, animati o inanimati. L’intenzionalità suppone un’anima, uno spirito: quindi comporta il riconoscimento di una “interiorità” anche agli altri (e, in una prima fase, alle cose). Questa intenzionalità è applicata alla coscienza, sia pure indistinta, della morte, e si esprimeva in prima istanza soprattutto attraverso il culto degli antenati.

C’è un termine, la parola “mana”, che designa questo atteggiamento unificante dell’uomo di fronte all’universo, un universo che lo comprende. Il mana è una struttura della coscienza, che lo spinge ad agire intuitivamente come se gli oggetti circostanti fossero pieni di impulsi verso di lui. Questa primordiale struttura della coscienza può produrre due atteggiamenti, quello magico e quello religioso. Il primo tende ad utilizzare le forze impersonali della natura, il secondo a personalizzare queste forze. I due atteggiamenti naturalmente coesistono, hanno origine da un fondo comune, ma a seconda del loro prevalere conducono in direzioni diverse. L’atteggiamento magico conduce, prima ancora di tradursi in scientifico, all’ateismo: l’altro, naturalmente, alle fasi successive dell’evoluzione religiosa.

La prima fase può dunque essere definita mitica. L’uomo attribuisce alle cose delle intenzioni che cerca di sfruttare a proprio vantaggio: non si pone razionalmente problemi del perché e del percome, semplicemente vive immerso nel mito, non fa distinzione tra sacro e profano.

Dopo questa fase, subentra l’autocoscienza: questo porta a separare, e conseguentemente ad analizzare, ciò che prima era vissuto come una totalità indistinta: si comincia ad opporre sé al mondo, il sacro al profano, il mito vissuto a quello pensato. Il risveglio della coscienza determina una separazione dal mondo della natura. La coscienza separa, è la divisione primordiale. Il sé e il mondo cessano di essere ovvi, e questo induce un bisogno di affermazione esplicita e di stima.

La concettualizzazione del mito ne fa una realtà autonoma, strutturata dall’intelligenza. Il mito diventa un oggetto simbolico, riorganizzato in un complesso di scritture sacre. Questa separazione, la dissoluzione dello stato mitico primordiale, crea nell’uomo angoscia e inquietudine, la percezione di una frattura col proprio ambiente. La religione è un tentativo di colmare il vuoto che si è aperto, di ritrovare grazie al sacro l’età dell’oro, il paradiso terrestre. Il mito religioso e teologico stabilisce un legame con il sacro: crea un modello esemplare per tutte le azioni umane rilevanti, consentendo la loro conformità al volere divino. Il mito fonda l’archetipo dei rituali religiosi, mediante i quali il tempo e la frattura originaria sono cancellati. La ripetizione ha per conseguenza l’abolizione del tempo profano e la proiezione dell’uomo in un tempo magico religioso che non ha nulla a che vedere con la durata propriamente detta, ma costituisce l’eterno presente del tempo mitico. La ricomposizione di questa frattura, la ricerca dell’unità perduta, daranno origine a due nuovi atteggiamenti, quello religioso e quello scientifico. Al fondo di entrambi c’è l’intervento dell’intelligenza, della ragione: e questa finisce per ridurre sempre più lo spazio della rivelazione, quando da strumento ausiliario diventa quello principale. La spiegazione razionale finisce per demolire i miti della fede. Inoltre, quanto più il mito religioso viene interiorizzato, e la religiosità diventa questione personale, tanto più il “sacro” viene frantumato, diventa sentimento interiore.

Il problema che ora ci si pone è pertanto: perché solo, o almeno precipuamente, in occidente ha prevalso l’atteggiamento di superamento dello stadio religioso?

In Occidente si danno due momenti chiave di questo superamento. Uno è legato alla cultura ebraica, l’altro a quella greca. Le spiegazioni di questa diversità sono molteplici, ma seguendo Martin Bernal si può arrivare ad una matrice unica. L’atteggiamento sarebbe fondamentalmente lo stesso, e avrebbe origine nella cultura semitica, salvo poi svilupparsi diversamente nei diversi contesti.

 

Le società antiche (che chiameremo tradizionali) erano strutturate sulla base di archetipi mitici (l’età dell’oro, il paradiso terrestre, ecc…), nel senso che facevano ascendere a modelli primordiali la giustificazione delle loro strutture sociali e istituzionali. Vivevano lo scarto tra la realtà e il mito come conseguenza di una colpa o di una profanazione, ed erano costantemente tese ad un riavvicinamento alla perfezione delle origini, prolungando ritualmente il momento primordiale della fondazione. Ciò significava rimanere disperatamente ancorate al presente e rivolte al passato, nel ricordo del tempo in cui l’uomo viveva in comunione con l’invisibile, integrato nell’universo (l’età dell’oro): ma a dispetto della ripetizione dei riti di consacrazione esse non potevano vedere che alterata nel tempo la loro purezza, ovvero la loro fedeltà al mito. Con ogni forza pertanto volevano evitare quei cambiamenti che, allontanandole dalla perfezione mitica, rischiavano di accentuare maggiormente lo squilibrio nato dalla rottura del grande interdetto, quello che noi chiamiamo peccato originale.

Di fronte a situazioni nuove le società tradizionali reagivano quindi con tutta una serie di meccanismi compensatori, destinati a salvaguardare il loro equilibrio. Ogni società rimaneva uguale a se stessa così a lungo da poter mantenere negli individui che la componevano la coscienza diffusa di partecipare della sua immortalità, anche integrando al patrimonio comune le nuove acquisizioni. Nei suoi rapporti con la società l’individuo era come una delle tessere che compongono un mosaico, il colore, la forma e la posizione delle quali non possono spiegarsi se non in funzione dell’insieme. Il risveglio della coscienza individuale, del libero arbitrio era impossibile in un ambiente sociale che condizionava l’individuo dalla nascita e gli insegnava a confondere le leggi e i costumi con una “necessità”.

 

Nelle civiltà pre-cristiane insomma, e segnatamente in quelle orientali, i popoli erano più testimoni che attori degli avvenimenti che si producevano nel tempo. Vivevano in una sorta di incantesimo, nel quale ogni anno riproduceva quello precedente e il tempo girava su stesso, riproponendo le sue feste, i suoi massacri, il suo eterno ritorno. Questo ordine universale non andava turbato e il corso delle cose non doveva essere ostacolato, perché ogni intervento non poteva originare altro che male. Dal momento che gli eventi erano governati da una loro intima legge, risultava vano per l’uomo perseguire qualsiasi fine. Come afferma Eliade[1], nella vita del genere umano i popoli si sono per lo più aggrappati all’idea del ciclo temporale, nel quale il passato è futuro, non esiste una vera storia e l’umanità si dispone a rinascere e a rigenerarsi.

In tutta l’antichità l’idea di una decadenza successiva all’età dell’oro iniziale[2] – e quella, ad essa strettamente collegata, di un ritorno ciclico – hanno dunque impedito lo sviluppo di una autentica nozione di progresso. Ciò vale sia per la versione “cosmologica” dell’Eterno Ritorno, quella che prevede una distruzione e ripetizione puntuale di tutto il ciclo (più diffusa nella mentalità orientale, e sostenuta, nel mondo occidentale, soprattutto dai pitagorici), sia per quella “storica”, che prospetta invece una palingenesi, intesa come aetas assolutamente nuova, novum saeculum, quindi non ripetizione ma rigenerazione. In entrambi i casi l’umanità non ha alcun ruolo nel determinare gli eventi. È sovrana la legge di natura.

La rottura di questo incanto paralizzante avviene ad opera di due diversi popoli, che per motivi e in modi differenti danno una svolta all’attitudine nei confronti della conoscenza. I loro modelli di pensiero si sviluppano dapprima separatamente, ma vengono poi a convergere nella sintesi romano-cristiana, dando vita a quella cultura e a quella civiltà che definiamo “occidentale”.

Uno di questi popoli è naturalmente quello greco. Per ragioni politico-economiche (la strutturazione territoriale in piccole unità, nelle quali si afferma la prima forma di democrazia), ma anche in virtù di una particolare concezione religiosa (una religione naturalistica, nella quale la divinità non è altro che una proiezione dell’uomo – per cui non è insondabile, e per arrivare ad essa non è necessario negare se stessi) l’idea greca di sapienza, di conoscenza non è in linea con quella puramente contemplativa delle culture tradizionali. È già un’idea di ricerca, fondata su un sapere in divenire (ricerca del sapere, philosophia, appunto) che non ammette verità rivelate ed immutabili, ma è al perenne inseguimento della verità delle cose al di là delle apparenze. Ed è un sapere aperto a tutti, non patrimonio delle caste sacerdotali privilegiate e non trasmesso per via iniziatica.

Gli indizi di una “differenza” greca sono svariati, e sono già percepibili nella narrazione del primo scontro tra la civiltà occidentale e quella orientale, quello descritto nell’Iliade, riferito peraltro ad un’epoca nella quale le democrazie erano ancora ben lontane dall’affermarsi. In quel contesto il modello di potere orientale è rappresentato da Priamo. Un potere apparentemente assoluto, in realtà nullo. Priamo è solo la voce di un oracolo, non decide ma registra, enuncia una volontà superiore, il disegno del Fato: e in pratica assiste impotente alla rovina del suo popolo. Un oracolo non si rivolge al futuro, discopre solo ciò che è presente, che è già deciso. Agamennone prende invece delle decisioni, le sue azioni non sono già decise, dipendono dalla volontà e dagli umori, suoi ma anche e soprattutto dell’assemblea. Sarà perché combattono in trasferta, lontani dai loro luoghi sacri, e quindi dai vincoli e dai rituali della tradizione, ma i Greci sono liberi, e le loro sono scelte vere. In qualunque momento possono prendere decisioni diverse per quello successivo, e il fatto che si diano diverse possibilità è testimoniato proprio dalle dispute che si accendono ogni volta che è necessario decidere.

L’agire o il pensare al di fuori dei luoghi sacri tradizionali sembra decisivo per l’emergere di una diversità ellenica. Come agiscono liberamente i guerrieri di Omero, pensano liberamente i filosofi ionici o gli eleati. Il pensiero filosofico greco nasce lontano dalla Grecia, in uomini che si sono laicizzati, hanno messo il mare tra sé e i luoghi delle epifanie del sacro, si sono sottratti ai recinti magici della tradizione e della ritualità, venendo a contatto con altri modelli di pensiero e altre tradizioni e sviluppando nei confronti di queste uno spirito critico e scettico che non tarda ad intaccare anche le loro credenze mitiche.

Ma ci sono anche altre possibili letture del tema del distacco. Ad esempio, secondo Karl Jaspers l’occidente non si è sempre necessariamente inteso come centro, ma piuttosto come parte, come appendice staccatasi dalla matrice asiatica attraverso una diaspora lacerante (le migrazioni indoeuropee? gli echi di questa concezione si trovano comunque in effetti già in Platone, e successivamente soprattutto nella collocazione orientale di terre felici ed edeniche). L’antitesi oriente-occidente sarebbe pertanto costitutiva della cultura europea: la pretesa di quest’ultima di riplasmare il mondo con la sua opera avrebbe radice nel senso di mancanza e di incompletezza.

Altri segni di questa diversità vengono ancora dalla concezione politica. Mentre nella società tradizionale l’ordine politico risulta perfettamente adeguato all’ordine cosmico, in quella greca le cose vanno diversamente. Non è soltanto lo strutturarsi delle varie città in forme istituzionali diverse a dircelo. C’è proprio un atteggiamento di fondo, che ritroviamo ad esempio nella elaborazione di progetti urbanistici ideali, nei quali la città (e in questo caso essa si identifica con lo stato) è calcolata dagli uomini per gli uomini. Nella cultura tradizionale le città erano segni disseminati dagli dei sulla terra per celebrare la propria signoria e trasmettere in linguaggio cifrato i loro disegni. Ora, sostituendo alla architettura fatale della tradizione l’ordine governato della città ortogonale, si pronuncia un giudizio sull’universo ordito dagli dei. In pratica si dice che questo universo è piuttosto mal concepito, e che l’uomo deve metterci mano per migliorarlo. Il creatore viene così relegato nei suoi lontani domini, e la dimora degli uomini rimane competenza di questi ultimi.

La cultura greca viene dunque ad infrangere un ordine mentale che, pur nelle differenze e nella varietà dei costumi e delle credenze, era sostanzialmente simile per tutti (o quasi, come vedremo) i popoli dell’antichità. E questo è indubitabile. Ma la mentalità nuova che i Greci portano non è ancora permeata dell’idea alla quale stiamo dando la caccia, della nozione di progresso.

Presso i greci infatti il progresso rappresentava una mera categoria relazionale (prokopè, termine che compare nel IV secolo a.C.). L’idea del progredire (prokoptein) indicava un mutamento correlato a settori determinati, fossero essi la scienza, la tecnica o anche lo sviluppo etico del singolo. Di conseguenza la dinamica progressiva si ritrovava incapsulata entro contesti specifici, oppure rivestiva un carattere puramente comparativo-descrittivo, ma non stava in nessun caso ad indicare un processo storico a carattere generale. Analogamente, progressio e progressus hanno sempre avuto presso i latini un’accezione materiale e non innovativa: indicavano il semplice fatto del procedere.

La verità è che nel mondo classico manca uno dei presupposti fondamentali per la nascita di un’idea di progresso: quello della constatazione di una effettiva messe di innovazioni. Si intuisce, a partire già da Eschilo e da Euripide, che in tempi remoti si viveva nella barbarie: ma permane, dominante, l’idea di un regresso dall’età dell’oro. Sia Democrito che Epicuro immaginavano che ciascun mondo dell’universo con i suoi abitanti si evolvesse, decadesse e si riformasse ancora. Il progresso cosmico, considerato nella sua globalità, si riduceva quindi ad una oscillazione attorno ad un punto fisso, senza presentare alcuna evoluzione cumulativa. Lo stesso Platone parla di ere della durata di 72000 anni, nel corso delle quali fino a metà si conserva l’ordine originario, poi subentrano la decadenza e la degenerazione. Anche la riflessione filosofica, almeno nel senso ampio nel quale oggi noi la intendiamo, è quindi, se non impedita, decisamente limitata. I filosofi dell’antichità potevano al più tentare di modellare, di fronte alla crisi, o addirittura alla distruzione delle strutture tradizionali, nuove strutture più stabili, meglio protette contro i pericoli esterni o contro la corruzione interna, ma sempre di “quelle” specifiche strutture si trattava. In Platone, in Aristotele, non c’è mai l’idea di un ordine che possa essere esteso all’ecumene intero, di un percorso possibile per tutta l’umanità futura. Entrambi, poi, sono contrari ad ogni deviazione da un ordinamento politico costituito, intesa sempre come una degenerazione, e quindi all’idea di un perfezionamento sempre in fieri.

 

Ciò che soprattutto inibisce lo sviluppo di una visione progressiva è la concezione del tempo. Nell’epoca premoderrna il computo del tempo è fortemente determinato da ciò che si vuole che il tempo significhi. I parametri vengono fissati in funzione delle esperienze acquisite, del vissuto presente e delle aspettative per il futuro. L’attenzione ruota attorno agli aspetti qualitativi del tempo, di conseguenza alla durata, piuttosto che a quelli quantitativi, cioè alla misurabilità. Quello che importa determinare sono le ere, e non il valore dei nanosecondi.

Le prime misurazioni del tempo sono certamente collegate alla necessità di prevedere la comparsa della pioggia o del sole, o il regime periodico dei fiumi, per controllare e assicurare il rinnovo delle riserve alimentari, per organizzare la continuità dei mezzi di sussistenza della comunità. Le primissime società racchiudono perciò il tempo in norme rigorose, fissate da vari miti e dalle esigenze dell’agricoltura e dell’allevamento.

Platone afferma che dare un nome al tempo, suddividerlo e contarne le parti significa per l’uomo tentare di tradurre l’eternità nella propria caducità. E’ quanto già pensavano i Parmenidei (i paradossi di Zenone di Elea). Nel Timeo distingue tra l’Essere e il divenire. Il mondo dell’Essere è un mondo reale, apprensibile dall’intelligenza mediante ragionamento perché è sempre allo stesso modo, mentre il mondo del Divenire (il regno del Tempo) è opinabile dall’opinione mediante la sensazione irrazionale, “perché si nasce e si muore, e non è mai veramente”. Dal cosmo l’uomo deduce una sequenza di segni, la cui realtà originaria e indivisa supera la sua capacità di comprensione. Allontanando il tempo nella direzione doppiamente inaccessibile dei simboli religiosi e matematici Platone crea un modello che in Occidente ispirerà le élites religiose e politiche sino alla modernità.

Nemmeno Aristotele si discosta da questa concezione. La sfera celeste è quella in cui regnano la necessità, la legge, il numero, la regolarità. In quella sublunare gli eventi sono assurdi e il futuro è imprevedibile, regnano il caos e la libertà, o almeno leggi così nascoste, numerose e contraddittorie che non si riesce a venirne a capo. Liquida quindi il problema affermando che il tempo è eterno e circolare, e tutte le cose sono disseminate lungo la sua circonferenza[3].

 

Il mondo latino eredita integralmente le concezioni elleniche, filtrate magari attraverso l’epicureismo e lo stoicismo. Sia in Lucrezio che in Seneca c’è la coscienza di un aumento delle conoscenze rispetto alle epoche precedenti, e magari l’aspettativa di ulteriori innovazioni; ma tutto questo ha un senso solo per la conoscenza in sé, per i filosofi, e non per l’umanità nel suo complesso. E comunque è sempre presente l’idea del collasso finale. “I nostri figli non vedranno mai nulla di nuovo, così come i nostri padri non videro mai nient’altro che ciò che vediamo noi stessi.” (Marco Aurelio)

Lo stesso avviene per il pensiero cristiano antico, anche se una innovazione è costituita dall’introduzione in Sant’Agostino (De civitate Dei) del procursus, concetto in contrasto con la teoria classica del ritorno ciclico. Quest’ultima non è però contestata sul terreno cosmologico, quanto piuttosto da un punto di vista teologico-morale, in quanto l’idea di una decadenza e di una rigenerazione che si ripetono all’infinito sottrae all’uomo la dimensione della speranza in una felicità finale. Agostino si oppone però al calcolo del tempo, ovvero alla fusione di tempo e numero. È tra i primi a porsi il problema della percezione psicologica del tempo, ma diffida della sua matematizzazione (e di tutto ciò che concerne la matematica, che gli appare come un tentativo sacrilego di attingere alla perfezione divina): ciò a dispetto, o meglio a riprova, di una concezione dell’opera divina come ordinata secondo numero, misura e peso.

Con Boezio e Cassiodoro abbiamo invece una celebrazione della matematica come fondamento della conoscenza: per il primo la natura originaria delle cose è modellata secondo numeri ragionevoli, per il secondo l’uomo si distingue dagli animali proprio per la capacità di “calculi intelligere quantitate”.

In realtà per tutto l’alto medioevo il problema che viene posto è quello del “computus”, cioè del calcolo del tempo, e non della misurazione. Quest’ultima si era sempre fatta con gli horologia (solari di giorno e ad acqua di notte), ed aveva interessato la sfera pratica, non quella teorica. Ma il dibattito che si sviluppa lungo tutto questo periodo finisce per coinvolgere anche la misurazione. Gregorio Magno, ad esempio, accomuna l’uno e l’altro in un’unica condanna, sulle orme di Agostino.

Con Agostino siamo però già andati troppo oltre. Occorre risalire all’indietro, per individuare l’altra sorgente dalla quale scaturiscono le premesse per la teoria del progresso. E l’altra fonte, l’altra cultura che rompe decisamente con la tradizione è quella giudaica. Il pensiero occidentale nasce anche e soprattutto con la marcia di Israele verso la terra promessa e con l’attesa della venuta di un messia. Nasce apparentemente da una contraddizione, perché il popolo che maggiormente contribuisce alla definizione di una modernità è un popolo nomade, che discende almeno moralmente da Abele, il pastore, e che è costantemente in conflitto con gli agricoltori discendenti di Caino, cioè con le popolazioni stanziali che lo circondano. Il paradosso sta in questo: mentre le popolazioni nomadi operano nella dimensione dello spazio, il quale non oppone alcuna limitazione e apre possibilità sempre nuove, i sedentari, costretti nello spazio di un dominio strettamente limitato, per quanto ampio sia, sviluppano la loro attività in un continuum temporale che appare loro indefinito: in altre parole, progettano e costruiscono per un futuro. I primi, inoltre, si rapportano prevalentemente al regno animale, anch’esso nomade, mentre i sedentari hanno come oggetto della loro attività i due regni fissi, quello vegetale e quello minerale (e quindi le loro attività sono, prevalentemente, la costruzione e la metallurgia). Storicamente, i sedentari assorbono i nomadi: nel corso delle età il tempo inghiotte lo spazio, affermando in tal modo la sua natura di “divoratore” (il mito di Kronos) e di uccisore (Caino, che compie sacrifici vegetali, uccide Abele, sacrificatore di animali). Ma questo avviene solo sul piano materiale: su quello spirituale, invece, la situazione si capovolge. I sedentari sono infatti portati ad adottare dei simboli visuali, a edificare strutture e a forgiare, plasmare, dipingere, scolpire opere durevoli, immagini fatte di sostanze diverse, le quali si riconducono però più o meno direttamente allo schematismo geometrico, origine e fondamento di ogni struttura spaziale.

I secondi invece, a cui le immagini sono vietate (cfr. ebraismo e islamismo), così come è vietato tutto ciò che tenderebbe a radicarli in un luogo determinato, si costituiscono dei simboli sonori, i soli che siano compatibili con il loro stato di migrazione continua. Paradossalmente, fra le facoltà sensibili la vista è in rapporto con lo spazio, e l’udito con il tempo: gli elementi del simbolo visuale si esprimono in simultaneità, quelli del simbolo sonoro in successione. Si opera in tal senso un rovesciamento delle relazioni in campo simbolico. I sedentari danno vita alle arti plastiche (architettura, scultura, pittura), cioè alle arti delle forme che si dispongono nello spazio: i nomadi danno vita alle arti fonetiche (musica e poesia), cioè alle arti delle forme che si sviluppano nel tempo. L’esilio perenne, l’erranza secolare verso la terra promessa fanno cadere per il popolo ebraico la necessità di quel tracciato magico, consacrato dall’opera edificatoria e dai simboli visivi, che reintegra l’uomo nell’universo e lo imprigiona nei riti, mentre lo conducono a dare valore sacrale alla parola, al verbo, e alla sua trascrizione. Può suonare singolare un’affermazione del genere, riferita ad uno dei popoli che pare maggiormente attaccato ad un suolo particolare e alla celebrazione del rituale: ma in verità quello ebraico non è il popolo di una terra, bensì di un libro: porta con sé, nei suoi rotoli della Legge, la sua sacralità, e dovunque esso è, lì è terra d’Israele.

Allo stesso modo il nomadismo, l’originaria vocazione pastorale degli Ebrei, è anche alla base dell’adozione da parte di questi ultimi di un primordiale sistema lunare di divisione del tempo: il calendario ebraico, strutturato in base ai bisogni dei pastori, era (ed è tuttora) fondato sul mutevole aspetto della luna nelle sue fasi, mentre quello egizio era indirizzato ai lavori dei contadini, e quindi orientato sulla presunta orbita del sole nel corso delle stagioni.

Il giudaismo porta con sé anche la certezza della salvezza finale per la promessa di Dio, l’attesa dell’avvento del Messia alla fine dei tempi. Questo pensiero, questa speranza non può che distruggere ciò che è volto al passato, o anche semplicemente ancorato al presente. La promessa di un Messia rompe l’incanto dell’eterno ritorno: il messia annunciato è un dio storico, l’evento atteso si annuncia come unico, irripetibile, definitivo. Crea una tensione, un’aspettativa di cambiamento volta al futuro. Il tempo diventa attesa dell’imminente e del possibile, al mondo viene assegnato uno scopo. E nel distendersi della curva dei secoli, come essa si scopre un fine, si inventa anche un’origine. Diventa una linea, una direzione. Gli avvenimenti non si sciolgono più gli uni negli altri, ma si dispongono come tasselli di un edificio. La Bibbia non è stata letta per secoli dagli ebrei come mito di creazione del mondo, ma come un manifesto rivoluzionario pieno di profezie considerate come altrettante allusioni a tutti i periodi di crisi, a tutti gli esili, a tutte le cattività. Degli uomini – a milioni – hanno creduto e credono ancora di vivere la fine dei tempi annunciata dai profeti, salutando ogni tribolazione come un segno precursore degli ultimi giorni, l’anticamera insanguinata dell’età novella: il regno dei giusti.

Dato che il tempo non è più ciclico ma a senso unico e irreversibile, è ora possibile la storia personale e una vita individuale può avere il suo valore. L’essere umano in quanto pedina sta cedendo impercettibilmente il passo a una più esaltata visione di ciò che l’essere umano è. Le conversioni al monoteismo saranno individuali, ed è questo che disgrega le strutture tradizionali.

In tutta la narrazione biblica è presente una dimensione che manca nelle narrazioni mitologiche degli altri popoli: quella della tentazione. Dio mette alla prova costantemente la capacità di scegliere dell’uomo. Si comincia con Adamo, si prosegue con Caino, si arriva ad Abramo. Nella vicenda di Abramo il rapporto con la divinità diventa davvero la storia di un rapporto interpersonale. Questo nasce prima di tutto dal senso spiccato della propria personalità che Abramo possiede. Ragiona come un individuo, non come la tessera di un mosaico. Nell’episodio di Isacco Dio dà e prende al di là di ogni ragione e di ogni giustificazione. Poiché le sue ragioni non sono interpretabili e i suoi pensieri non sono prevedibili, tutto e niente è possibile. Quindi la fede prende il posto della generalizzata prevedibilità del mondo antico, con la possibilità di autentico successo o di autentico fallimento: cioè, è un autentico viaggio il cui esito deve ancora darsi.

 

Un altro tema distintivo che caratterizza entrambe le culture alle quali ho fatto riferimento è quello dell’autorità. Per motivi e in modi diversi l’autorità politica viene distinta da greci ed ebrei da quella religiosa. Nel secondo caso non esiste nemmeno, a dispetto del monoteismo, una vera autorità religiosa, ma solo un criterio di autorevolezza: e questo anche all’epoca dell’esistenza di uno stato ebraico. La storia ha poi fatto si che il problema non si ponesse, e che gli ebrei mantenessero sempre un rapporto decisamente ambiguo con le diverse forme di autorità alle quali erano di volta in volta e di luogo in luogo soggetti: e tuttavia è unica la loro capacità di mantenere un’unità religiosa in assenza di una autorità riconosciuta. O forse tutto questo è frutto del particolare modo di accostare la verità religiosa, e cioè dell’approccio individuale e non mediato, o quasi, al contrario di quello cristiano che è mediato da una autorità o rappresentanza, che si arroga l’interpretazione ortodossa dei testi.

Per quanto concerne la cultura greca, qui è proprio la religiosità stessa, il politeismo piuttosto tiepido a non consentire l’instaurazione di una autorità religiosa e la commistione di autorità politica e autorità religiosa.

L’accento sulla individualità ha dunque questa duplice matrice. Non a caso poi passa attraverso la riforma protestante (ciascuno è sacerdote di se stesso), che nasce anche dai nuovi studi filologici del verbo testamentario incentivati dalla diffusione del qabbalismo (Reuchlin). Il rapporto non sacrale, ed anzi antitetico, degli ebrei con l’autorità è il terreno sul quale può svilupparsi una concezione convenzionalistica della stessa, l’idea del patto sociale e del diritto individuale che salvaguarda il singolo nei confronti di un potere accettato solo come formale.

Anche la concezione del tempo è naturalmente influenzata da questo rapporto con l’autorità. Valorizzando il significato e l’azione individuale, si è portati a leggere e privilegiare il tempo personale nei confronti di quello collettivo, a cercare di dar senso e di riempire di significati il proprio vissuto: significati che si traducono in esperienze nuove, invece che in ripetizioni, in azioni che distinguono, invece che in rituali che accomunano, in creazioni ed opere che rimangono, che forzano la natura e introducono la novità. (…..)

 

[1] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 1999

[2] Viene espressa ad esempio nel mito platonico di Er, nella Repubblica, ma anche nel Timeo

[3] Aristotele, Fisica, IV

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Gli orfani del progresso

di Paolo Repetto, 8 marzo 2021

Forse è solo un problema di disinformazione mia, dal momento che non leggo quasi più i giornali e non seguo la televisione. Mi sarà sfuggito qualcosa. Comunque sia, ho l’impressione che il recentissimo atterraggio della sonda Perseverance su Marte non abbia suscitato nell’opinione pubblica non dico entusiasmi, ma nemmeno una qualsivoglia emozione. Nei giorni successivi nessuno dei miei amici o conoscenti vi ha accennato: ed è gente che non segue solo il festival di Sanremo.

La cosa non mi ha meravigliato affatto: alla luce di quello che ci sta capitando, e pure al netto delle crisi di governo, dei giochi opachi di potere e degli intrallazzi che quotidianamente emergono, è un silenzio comprensibile. In fondo Perseverance non ha neppure il fascino della novità, visto che già altre quattro missioni hanno portato dei rover a calcare il suolo marziano, la prima addirittura venticinque anni fa (ma i primi oggetti terrestri a toccare Marte erano stati, fin dal 1971, i landers della missione sovietica Mars 3), e che in questo momento attorno al pianeta rosso ruotano una sonda cinese ed una sponsorizzata dagli Emirati arabi, mentre altre sono previste in arrivo nel corso dell’anno, per cui a breve ci vorranno i semafori. Ma sul piano prettamente tecnico-scientifico la valutazione è assai diversa: si tratta pur sempre di una missione importante, dalla quale si attendono grossi risultati. La sonda reca a bordo anche un drone, un mini elicottero, che dovrebbe scorrazzare nei cieli del pianeta, e una batteria incredibile di sensori che rileveranno l’esistenza o meno di condizioni per una ipotetica futura presenza umana. Non sono più cose da fantascienza, ma ancora sino a una decina d’anni fa lo erano.

Bene, di tutto questo a nessuno (se si escludono gli addetti ai lavori e i club di appassionati del settore), e a me per primo, lo confesso, importa granché. Un’affermazione del genere parrebbe smentita proprio da quanto dicevo prima, dall’affollamento delle orbite marziane oggi e dai possibili ingorghi sul pianeta rosso domani: ma la contraddizione è solo apparente. Il fatto è che nella percezione comune, non specialistica, queste missioni, per quanto strabilianti, non sembrano avere una ricaduta diretta, visibile, sulla nostra vita quotidiana, e nemmeno si capisce come potrebbero averne una futura (penso che per la mia generazione giochi la disillusione seguita all’avventura lunare, che per il momento, al di là di fantomatici sbocchi “turistici”, sembra tornata ad essere un’impresa fine a se stessa). Appaiono piuttosto mirate a scopi di propaganda politica, a offrire dimostrazioni di potenza tecnologica (e finanziaria, perché i costi sono altissimi). Sotto un profilo pratico, al massimo si può pensare siano finalizzate a sperimentare in condizioni estreme materiali, tecnologie, strumentazioni da riportare poi nella grande produzione sulla terra: ma credo che andare a testare su Marte macchine fotografiche o tessuti pressurizzati risulti un po’ eccessivo persino per le ambizioni produttive più sofisticate e innovative. È anche difficile immaginare che possano rivestire un vero interesse strategico, preludere ad esempio alla creazione di reti remote di controllo, perché allo stato attuale della velocità delle comunicazioni una ipotetica base marziana sotto questo aspetto non avrebbe alcun senso.

Di fatto dunque le missioni continuano, anzi, si infittiscono: ma per contro, quale che sia la consapevolezza diffusa dei loro scopi, non sembrano più sedurre nemmeno attraverso i risvolti spettacolari. C’è allora da chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi cinquant’anni, confrontando l’attuale indifferenza con l’entusiasmo suscitato all’epoca dai primi passi umani sulla luna. Fosse un’attitudine solo mia, potrei pensare ad un problema di età: nei giorni della passeggiata di Amstrong avevo vent’anni e almeno teoricamente un mezzo secolo davanti per vedere come sarebbe andata a finire: oggi so benissimo che non lo vedrò, ma anche che tutto sommato non mi perderò molto, e non ne faccio un problema.

Ma non è una sensazione solo mia: almeno, non credo. E nemmeno penso che la scarsa attenzione collettiva sia dovuta solo al Covid, o riguardi soltanto le missioni spaziali. C’è dell’altro, la faccenda affonda più in profondità. C’è in ballo l’idea stessa di progresso, della quale queste missioni erano divenute le avanguardie. O meglio: la fine dell’idea stessa di progresso.

Ci spostiamo dunque su un tema enormemente complesso. Oserei dire, sul tema per eccellenza, quello che condizionerà la vita e le scelte delle generazioni future. In cosa potranno credere? E perché?

Non essendo un testimone di Geova non ho in mente risposte, mi limito a porre le domande. D’altro canto, chi fosse interessato ad approfondire la cosa a livello filosofico e sociologico può trovare materiale a bizzeffe: della fine del progresso si parla (e soprattutto si straparla) da oltre un secolo. La novità degli ultimissimi anni è che ormai non ci si limita a profetizzarla, ma la si certifica, se ne prende atto. Purtroppo lo si fa quasi sempre partendo da un retroterra pregiudiziale, da una condanna aprioristica emessa quando va bene sull’onda di reazioni emotive, quando va male sulla scorta di una lettura “integralista” e acrimoniosa della storia, condotta con una lente deformante. Ciò che posso cercare di fare è quindi, nei limiti delle mie conoscenze, fornire in calce qualche indicazione per letture passabilmente equilibrate.

A scendere io stesso più in profondità naturalmente non ci penso nemmeno: non ne ho le forze, ma prima ancora è un impegno che ormai mi solletica poco. Confesso tuttavia di aver coltivato per un certo periodo, davvero moltissimi anni fa, un progetto del genere, e di avere anche iniziato a lavorarci (come dimostrano le pagine che allego a questo scritto (“L’origine del progresso“), recuperate pari pari dal cassetto nel quale erano sepolte, e che mi azzardo ora a propinare solo come testimonianza della sostanziale coerenza di un percorso), nell’intento di ricostruire la genealogia di questa idealità. Se la cosa è rimasta allo stato di bozza è perché una salutare consapevolezza dei miei limiti la possedevo già a vent’anni, e non l’ho persa nel corso del tempo. Ma proprio in virtù della coerenza che rivendicavo sopra mi sento autorizzato invece a proporre, cogliendo al volo l’occasione, qualche considerazione spicciola, qualche banale constatazione di fatto, sperando di offrire anche ad altri degli spunti per riflettere.

La prima considerazione è naturalmente di carattere lessicale. L’uso linguistico è sempre un sensore affidabile dei fenomeni, oltre che il più immediato. E mai come in questo caso ritengo sia indispensabile avere ben chiaro il significato nel quale si usano le parole. Oggi quando si fanno progetti per il futuro, di qualsiasi tipo, si parla ormai solo di crescita. Quello della crescita è un concetto eminentemente quantitativo: implica il ragionare per dimensioni, volumi, e per antonomasia sottende espansione, incremento delle grandezze economiche (produzione, investimenti, occupazione, reddito, ecc…). È strettamente connesso ad una matematizzazione del mondo e di ogni aspetto della vita. Si parla del tasso di crescita, pensando ad un numero indice, mentre riferito ai singoli individui il termine viene declinato in peso e altezza, caratteristiche quantitative, o in numero di conoscenze, anch’esso in qualche modo misurabile. L’uso del termine crescita sembra garantire dunque al discorso un valore asettico, il crisma dell’oggettività.

Con maggior cautela è invece utilizzato il termine sviluppo, ormai indissolubilmente associato al limitativo sostenibile, e in questa formulazione viene contrapposto proprio alla nuda crescita. Nell’idea di sviluppo entrava un tempo una coloritura più variegata: quando si parlava di paesi in via di sviluppo, o sottosviluppati, si sottintendevano anche ritardi politici e culturali, oltre che economici, cosa che oggi cozza contro il politically correct e solo a pensarla ci si attira l’anatema. Ma quell’idea recava in sé anche una ambiguità insanabile, quella tra una concezione che leggeva lo sviluppo in termini quasi naturalistici, quasi fosse insito nelle cose stesse, ed una che lo vedeva come il prodotto di una volontà e di un disegno prettamente umani. L’ambiguità permane ancora oggi, ma nella sostanza sviluppo è passato a designare qualcosa di ben diverso da ciò che era chiamato a significare sino a cinquant’anni fa: qualcosa cioè di non ineluttabile, di estremamente complesso, da governarsi con mille attenzioni. Il problema è che in realtà il nuovo significato è molto vago, e si presta alle interpretazioni più peregrine e contrastanti.

Ad essere quasi scomparso dal lessico corrente, e già da un pezzo, è invece proprio il termine progresso. A progresso erano sottese valenze morali, sociali, politiche, ecc …, oltre a quelle economiche e tecniche, ancora più esplicite. L’avanzamento morale era considerato infatti una naturale e automatica conseguenza di quello economico e tecnico, e il tutto rappresentava l’esito di uno sforzo interamente umano. Il progresso incarnava insomma fino a qualche decennio fa la concreta manifestazione dello Spirito hegeliano, da accettarsi a scatola chiusa perché imperscrutabile nei modi e nei mezzi del suo dispiegamento, alla quale era naturale sacrificare ogni altro valore. Oggi, al contrario, il termine evoca non solo l’idea una grande illusione, ma quella di una grande menzogna, dietro la quale sono state celate e giustificate le infamie e gli sfruttamenti più sfacciati. Come si sia arrivati a questa inversione semantica è un po’ lungo da spiegare: vedremo di arrivarci per gradi.

Vorrei intanto sottolineare come la parola sviluppo susciti, anche nei critici della modernità e del modello occidentale, una reazione meno negativa di quella connessa all’uso di progresso. Credo che la spiegazione stia nel fatto che la prima ha una valenza originaria di matrice biologica: il nostro cervello nel corso della sua evoluzione ha sviluppato dei modelli conoscitivi che hanno dovuto tenere conto della mutevolezza della realtà, della incessante trasformazione del nostro corpo e di quella dell’ambiente che ci circonda, per accettarla senza essere indotto a reazioni di paura. Questi cambiamenti sono stati di conseguenza percepiti, fossero essi ciclici (stagioni, fasi lunari, ecc ..) o irreversibili, come fasi del naturale “sviluppo” di un organismo o di un intero ambiente. La parola progresso viene invece automaticamente ascritta ad un ambito “culturale”: indica qualcosa che va ben oltre, che chiama in gioco le arti e la téchne.

La seconda considerazione concerne la storia dell’idea di progresso. In genere diamo questa idea come scontata, nel senso che parrebbe aver accompagnato tutto il processo della “civilizzazione”; è invece piuttosto recente, risale a non più di quattro o cinque secoli fa, agli esordi della rivoluzione scientifica. In termini macrostorici la sua obsolescenza è quindi stata rapida (come del resto quella di tutte le idee guida sorte dopo quel periodo). In realtà la credenza nel progresso non si è mai affermata completamente, e soprattutto ha viaggiato su due binari ben distinti. All’inizio era caldeggiata solo dagli ambienti scientifici (l’Advancement of Learning, 1605, di Francesco Bacone può esserne considerato il manifesto antesignano – ma io credo che i veri precursori siano da individuarsi negli studi quattrocenteschi sulla prospettiva), mentre veniva osteggiata da quelli religiosi e dall’establishment intellettuale più conservatore, e rimaneva in pratica sconosciuta a tutto il resto della popolazione. Anche Fontenelle, che nel 1688 la teorizzò apertamente con la Digression sur les anciens et les modernes (in base al principio della costanza dell’ordine naturale, per cui come ogni altro processo di natura anche la vita dell’umanità è governata da leggi immutabili, e le differenze tra l’oggi e il passato hanno origine dall’accrescimento del sapere nel corso del tempo) non sarebbe stato assolutamente in grado di far comprendere in cosa consistesse all’atto pratico questo fantomatico progresso ai milioni di contadini che sopravvivevano stentatamente nelle campagne francesi e dell’Europa tutta. Sino alla metà del diciannovesimo secolo più dei due terzi dell’umanità del progresso conosceva solo, e a proprie spese, le ricadute tecnologiche peggiori, ovvero gli strumenti militari della colonizzazione o della repressione e quelli “civili” del controllo del tempo e del lavoro. E tuttavia, il mutamento di prospettiva aveva cominciato lentamente ad agire anche dall’interno, nelle coscienze individuali, come frutto della secolarizzazione galoppante. L’affermazione su vasta scala dell’idea fu in effetti più legata alla rivoluzione morale indotta dalla Riforma che ai ribaltamenti conoscitivi prodotti da Cartesio e da Newton.

Ciò che intendo dire è che agli inizi del Settecento nulla era ancora intervenuto tangibilmente a sconvolgere i ritmi millenari della vita contadina, ma qualcosa cominciava a smuoversi nelle coscienze, nella percezione del tempo e nelle aspettative che lo caratterizzavano. L’incontro col grande pubblico, la discesa dell’idea sulla terra, si realizzò però solo sull’onda del positivismo; le grandi esposizioni universali, il dilagare delle ferrovie, le meraviglie dell’elettricità e la diffusione delle industrie, erano qualcosa che andava concretamente a incidere sulla vita quotidiana.

Nel frattempo, tuttavia, dopo che l’Illuminismo aveva connotato “materialmente” questa progressione, portando in primo piano l’interesse per l’artigianato, per l’industria, per l’economia in generale, si era già scatenata la reazione romantica, a difesa del sentimento contro la ragione calcolante. Il progresso aveva cominciato ad essere messo in discussione non solo dalla cultura reazionaria, ma anche da quella che oggi si definirebbe cultura “progressista”. A fronte delle nuove meraviglie tecnologiche riuscivano evidenti anche i costi sociali e ambientali altissimi, e ciò alimentava da un lato le reazioni popolari, con fenomeni come il luddismo, dall’altro offendeva la sensibilità estetica e morale degli intellettuali. Nel corso dell’ottocento le due cose avrebbero poi trovato una composizione col nascere prima delle organizzazioni operaie e sindacali e col loro confluire poi in movimenti politicamente strutturati, attraverso i quali il rifiuto veniva incanalato nella direzione opposta: non era più l’idea di progresso ad essere messa in discussione dal basso, ma piuttosto la sua interpretazione in termini di una distribuzione ineguale dei benefici.

Ma proprio mentre sia il marxismo che il liberalismo cucivano l’idea di progresso sulle proprie bandiere, e persino i popoli non occidentali cominciavano a farla propria, la stessa veniva già data per spacciata a cavallo tra il XIX e il XX secolo dalla cultura decadente, tanto che dopo la prima guerra mondiale la sua parabola era considerata definitivamente chiusa. Il secolo scorso l’ha vista risorgere ancora, almeno nella coscienza popolare, nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale: ma solo per tramontare, e questa volta direi definitivamente, dopo gli anni settanta.

La storia dell’idea di progresso ha conosciuto dunque un andamento tutt’altro che lineare e progressivo, almeno per quanto riguarda la considerazione riservatale dall’ambiente intellettuale: ma, soprattutto, c’è stato uno scarto sia temporale che qualitativo notevole tra questa considerazione e la percezione che ne ha invece avuto la maggior parte dell’umanità. Ho azzardato questo pasticciatissimo riassunto per sottolineare una cosa molto semplice, che mi viene in mente ogniqualvolta leggo le requisitorie che si sono levate (e oggi più che mai si levano) da tutte le parti contro l’idea di progresso. Per quanto il mea culpa sia espresso in termini di norma molto generici (la nostra civiltà, il nostro sistema, ecc…), ho l’impressione che la responsabilità di aver coltivata (e mal digerita) tale idea venga alla fin fine tacitamente ribaltata sulla “gente”, sugli incolti che si sono lasciati abbagliare dagli effetti speciali e dalle luminarie, mentre la parte “pensante” rivendica per sé il ruolo di precoce cassandra inascoltata. Bene, le cose non stanno proprio così. Se questa idea per un certo periodo si è imposta è perché forse davvero recava con sé un nuovo tipo di speranza, un senso da dare all’esistenza, e davvero veniva suffragata, al netto di tutte le tare possibili, da effettivi e tangibili miglioramenti delle condizioni di vita. Non si è trattato della corsa insensata di una massa di allocchi ad inseguire una chimera, ma della legittima aspirazione dei molti a godere almeno in parte di ciò che ai pochi era stato da sempre garantito. Questo mi sembra doveroso chiarirlo, e va tenuto ben presente se si vuole evitare l’ipocrisia. Insomma: le semplici cifre dell’aspettativa di vita nel Seicento, ad esempio, confrontate con quelle odierne parlano chiaro. E raccontarci che non ha senso raddoppiare gli anni di vita senza riempirli di significato è uno stupido sofisma. Il ruolo del progresso, se un ruolo vogliamo attribuirgli, sarebbe quello di creare le condizioni per vivere di più, con minori fatiche e con maggiori sicurezze: a vivere meglio, nel senso di dare alla nostra esistenza un significato, dobbiamo pensare noi.

In sostanza: il popolo dei credenti nel progresso non usciva dall’Eden, checché si insista oggi a raccontare, ed è stato guidato all’esodo da un mondo immobile e tutt’altro che idilliaco proprio dalle avanguardie intellettuali. Se poi il percorso si è rivelato tortuoso, o addirittura, come pensano i più, catastrofico, una qualche responsabilità queste guide dovrebbero assumersela: prima tra tutte, quella di non aver saputo suggerire percorsi alternativi credibili, vuoi per l’incapacità spesso volontaria di comunicare con chiarezza, vuoi, soprattutto, per la presuntuosa ignoranza delle reali condizioni e delle vere aspettative delle “masse”.

La terza considerazione prende spunto direttamente dalla constatazione iniziale, dal fatto che alla “gente” appunto non importa più nulla delle missioni spaziali. Ciò non avviene perché il ripetersi di queste ultime abbia prodotta ormai una certa assuefazione: il fatto è che non si vede più nelle missioni alcun segno di progresso, non le si inquadra più in quella dimensione di speranza e di attesa per il futuro che aveva caratterizzato ad esempio il primo allunaggio. Il che significa che, lungi dall’essere distratta, la gente ha in realtà disgiunto l’idea di progresso da quella di avanzamento tecnologico: al momento vede solo quest’ultimo e si rende conto di come solo strumentalmente abbia a che fare con quella condizione di maggiore serenità e giustizia che il progresso nella visione dei suoi promotori avrebbe dovuto assicurare.

Qui si apre una questione delicata. Riguarda appunto il fatto che l’avanzare delle tecnologie è l’aspetto più clamorosamente evidente del cosiddetto progresso, ed ha finito per essere confuso ad un certo punto dai più con “il” progresso tout court. In realtà, la tecnologia dovrebbe essere solo lo strumento che rende possibile il progresso, o meglio, uno degli strumenti (altri possono essere considerati ad esempio la politica, ecc …). La tecnologia in sé è insomma come una scatola di fiammiferi in mano ad un bambino, secondo l’immagine di J. B. Haldane, e con quella il bambino può accendere delle candele che illuminano la stanza o dar fuoco a tutta la casa. In quanto strumento, se non funziona o se funziona male, può essere aggiustato, se produce disastri può essere cambiato. I tecnofobici tendono a sottolineare come da strumento essa sia diventata ad un certo punto fine a se stessa, si sia “autonomizzata”, e questo in parte è vero: ma non considerano a sufficienza il fatto che è la scelta del bambino, e non una autonoma volontà della scatola di fiammiferi, a produrre eventualmente la distruzione della casa.

È altresì vero (non lo dico io, lo afferma uno come il fisico Freeman Dyson[1]) che “negli ultimi quarant’anni gli sforzi maggiori della scienza pura si sono concentrati in campi altamente esoterici, lontani da ogni contatto con i problemi quotidiani. […] Al tempo stesso gli sforzi maggiori della scienza applicata si sono concentrati su prodotti che possano essere venduti con profitto. Poiché ci si può attendere che per i nuovi prodotti i ricchi paghino più dei poveri, la scienza applicata condurrà, come al solito, all’invenzione di giocattoli per i ricchi. […] L’incapacità della scienza di produrre benefici per i poveri in questi ultimi decenni è dovuta a due fattori che operano nella stessa direzione: gli scienziati puri sono diventati meno sensibili ai bisogni mondani dell’umanità, e gli scienziati applicati sono diventati più attenti alle prospettive di profitto immediato”. In effetti esiste anche una terza alternativa, quella che i fiammiferi vengano utilizzati solo per accendere delle sigarette. Ma non sono loro i responsabili del vizio del fumo.

Ora, l’identificazione del progresso con la tecnica, e della tecnica con la negazione della natura e col trionfo dell’artificio, è alla base di tutti gli attacchi all’ “ideologia” delle “magnifiche sorti e progressive”. Si tratta allora di capire se il progresso così inteso sia o meno intrinseco alla natura umana, sia cioè un fattore costitutivo e fondante della humanitas. E in caso affermativo, se gli esiti debbano essere considerati necessariamente quelli che abbiamo di fronte, o se invece non ci sia stato ad un certo punto uno scarto, non si sia prodotta una forzatura, che ne ha dirottato le finalità e condizionato i modi. E ancora, se questo fenomeno sia eminentemente “occidentale” oppure no, e chi e cosa abbia in tal caso prodotto la frattura.

Il discorso a questo punto diventa talmente complesso da consigliarmi di lasciare in sospeso la questione. Ho già messo sin troppa carne al fuoco. Potrà essere l’argomento per interventi futuri, meglio sarebbe se di altri.

Per il momento mi limito invece a un paio di constatazioni conclusive. Per quanto sia additata quasi universalmente come la causa di tutti i nostri guai, la tecnica (e per estensione naturalmente la scienza, della quale la tecnica costituisce la risultante performativa) è oggi è anche l’unica che ai guai – di origine naturale o artificiale che siano – può porre in qualche misura rimedio. Lanciare dei violenti j’accuse contro la mentalità scientifica, contro la “ragione calcolante”, contro la nemmeno troppo strisciante tecnocrazia, può far vendere qualche libro e procurare qualche comparsata televisiva in più, ma non offre risposte immediate e concrete ai sette e passa miliardi di umani che si aspettano domani di poter mangiare e di potersi curare. In questo momento qualche Agamben in meno e qualche scienziato in più farebbe comodo.

E a questo proposito: la vicenda Covid ha necessariamente intensificato il rapporto tra la gente comune e la scienza (ma in realtà è più corretto dire: con l’ambiente scientifico). Avrebbe potuto essere un’ottima occasione, purtroppo pagata a un prezzo salatissimo, per sottoscrivere una “nuova alleanza”, per aprire un dialogo che in realtà non c’è mai stato e per orientare la scienza stessa su obiettivi più “sociali”, distraendola da una vocazione che sta diventando sempre più “economica”. Così non è stato. Il rapporto è oggi caratterizzato da una fondamentale ambiguità, in gran parte dovuta proprio al comportamento “spettacolare” e in qualche caso decisamente incosciente degli “esperti”, esasperato poi all’ennesima potenza da una modalità di informazione becera e urlata, superficiale nel migliore dei casi e distorsiva negli altri. Così, da un lato, le diatribe tra virologi e immunologi e infettivologi hanno sconcertato un pubblico che si attendeva risposte certe, e hanno minato la credibilità dell’ambiente scientifico: dall’altro lo stesso pubblico si trova a dover confidare comunque sempre più, per ottenere risposte, in una scienza volgarmente screditata dai suoi sacerdoti. La situazione risultante non mi pare molto diversa da quella in cui sopravvivono le religioni: credere nella scienza è diventato per molti un puro atto di fede, motivato dalla disperazione. Invece di chiarire il ruolo reale che la scienza ha, che è quello di porre le domande giuste e offrire risposte sempre passibili di essere smentite o migliorate, si è accreditata da un lato l’immagine della scienza come nuova divinità, che si vuole o si spera infallibile, dall’altro quella di una grande menzogna, che non solo non risolverà il problema, ma è addirittura responsabile di averlo creato.

Non è di questo che abbiamo bisogno: abbiamo bisogno non di fede, ma di ragionevole fiducia, che significa una fiducia fondata su una maggiore conoscenza e attenzione collettiva a quel che davvero accade nel mondo scientifico. La scienza, pura o applicata che sia, può diventare “etica” e tornare a guardare alle reali necessità umane. Ma per farlo necessita di una spinta e di un controllo, e quelli siamo noi, attraverso i nostri comportamenti politici collettivi e quelli morali individuali, a doverli esercitare. Di fronte a situazioni come quelle attuali, e non mi riferisco solo alla pandemia, non ci sono più alibi per il disimpegno, e non serve a nulla ritirarci schifati sull’Aventino. Il progresso non è né il vento della volontà divina né l’alito fetido di un Moloch che ci divora. È ciò che la nostra natura e la nostra coscienza ci impongono di perseguire.

Per farlo avremo un gran bisogno di Perseverance. Ma che si muova qui, sulla terra.

Avevo promesso qualche indicazione di lettura. Eccone alcune, per cominciare.

BURY J. B. – Storia dell’idea del progresso, Feltrinelli 1964

EDELSTEIN, L., L’idea di progresso nell’antichità classica, Il Mulino 1987.

LASCH, Ch., Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Neri Poz-za, 2016

HALDANE J.B. S., Dedalo, o la scienza e il futuro, Boringhieri 2008

MUMFORD, L., Tecnica e Cultura, Il Saggiatore 1964

NACCI, M., Tecnica e cultura della crisi, Loescher 1982

ORTEGA y GASSET, J., La ribellione delle masse, SE 2017

ROSSI, P., Naufragi senza spettatore. L’idea di progresso, Il Mulino 1995.

RUSSEL, B., Icaro, o il futuro della scienza, Boringhieri 2008

SASSO, G., Tramonto di un mito. L’idea di progresso fra Ottocento e Novecento, Il Mulino 1984.

SCHELER, M., Il risentimento nella edificazione delle morali, Chiare-lettere 2019

SPENGLER, Osvald, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi 2008

SPENGLER, Osvald, L’uomo e la tecnica, Meridiana 2008

TOYNBEE, A., Civiltà al paragone, Bompiani, 1949.

[1] ne Lo scienziato come ribelle, Longanesi 2009

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Con il fuoco nei polpacci

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2021, prefazione a Sulle vette e negli abissi, vol. II di Opera omnia ed altri scritti, 2021

Come il primo volume (Uomini, tracce e impronte) col quale ho inaugurato la raccolta delle mie più recenti attività di scrittura, anche questo ospita storie e mini-biografie di viaggiatori che hanno calpestato la polvere e il fango di tutto il mondo. Là accanto agli spiriti irrequieti dei grandi camminatori comparivano quelli di scienziati ed esploratori, mossi, gli uni e gli altri, sia pure con diverse finalità, dalla voglia di conoscenza. La parte iniziale di questo secondo è invece più genericamente rivolta agli errabondi che la strada l’hanno conosciuta e battuta sin dalla giovanissima età, non per scelta ma per la necessità di lasciarsi alle spalle un’esistenza grama, e la cui vita, le scelte relazionali, politiche e culturali e, in alcuni casi, anche quelle letterarie, sono state profondamente segnate dalla condizione giovanile.

Ai vagabondi ho affiancato poi i “conquistatori dell’inutile”, gli alpinisti che hanno vissuto l’età eroica di questa pratica sportiva col semplice e genuino scopo di lasciare le loro impronte su ghiacciai impervi e vette ritenute impossibili. Una terza sezione, anche questa connessa in qualche modo al camminare, al viaggiare e all’andare per monti, rientra in quell’ autobiografia spirituale che sto scrivendo e aggiornando da sempre. L’ultima, infine, riprende e approfondisce alcuni argomenti, legati alla storia delle scoperte geografiche e della colonizzazione, che avevo affrontato tempo fa ne In capo al mondo.

Non sono materiali omogenei, malgrado abbia cercato di impostare per temi il disegno della raccolta: d’altro canto non potevano esserlo, proprio per la disordinata molteplicità degli interessi che la mia scrittura rivela. Se qualcosa tiene assieme il tutto, credo possa essere identificata nella curiosità partecipe: non ho seguito il cammino di questi personaggi con il distacco di un entomologo, ma li ho accompagnati passo dopo passo, ho rivissuto le loro avventure e ho patito le loro disavventure. A furia di leggerli e rileggerli li sento ormai come vecchi e sinceri amici. Sono davvero entrati nella mia vita, e questo dovrebbe almeno parzialmente giustificare il fatto che spesso, quando ne racconto, la mia vita entra nella loro.