Una sinistra possibile

di Luis Sepúlveda (brano tratto dal libro “Raccontare, resistere”), da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Storicamente e simbolicamente, la sinistra è quella che vota contro, che si oppone allo status quo, che propone qualcosa di diverso e possibilmente di migliore rispetto a ciò che esiste, rappresentando una parte della società che non si trova a suo agio nell’assetto politico dato. Fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa distinzione era abbastanza chiara, poi le differenze si sono sfumate fino a scomparire quasi del tutto, perché in fondo ci si combatte e ci si scontra per amministrare lo stesso sistema. A parte alcune piccole formazioni politiche, non esiste più una differenza radicale fra destra e sinistra, non c’è una sostanziale differenza di idee. Il discorso di Blair o di Schröder è molto simile a quello di Aznar o di Berlusconi, e così via … […]

Finora, per la sinistra, si è trattato di far partecipare gli esclusi al benessere sociale, però adesso sembra che abbia dimenticato le basi etiche su cui si fonda e parli un linguaggio non molto diverso da quello della destra. La destra ha imparato molto dalla sinistra, ma la sinistra dalla destra ha imparato solo ad accontentarsi di governare il sistema dato, a non opporvisi frontalmente. In realtà bisognerebbe essere capaci di immaginare una sinistra di governo, ma bisognerebbe anche ridefinire i suoi compiti critici. Si tratta, credo, di immaginare nuove forme di agire politico. L’alternativa è fra limitarsi alla semplice azione parlamentare oppure trovare spazio e voce nella società, praticando forme alternative in piccoli ambiti che poi si espandano sempre di più, facendo vivere questo atteggiamento etico dentro e fuori le istituzioni, testimoniandone l’importanza, offrendo un’alternativa vivente al sistema. Io credo che oggi questa seconda ipotesi sia lo spazio naturale dell’agire politico di una sinistra che voglia dirsi tale. […]

Quando ho iniziato a documentarmi sulla situazione italiana, sono ben presto giunto a conclusioni molto tristi, perché non pensavo che la dirigenza della sinistra italiana fosse insieme tanto ingenua e tanto irresponsabile. Prima, molti dei dirigenti hanno sperato che i magistrati di Mani pulite risolvessero problemi politici che non erano di loro competenza, causando così un dannosissimo vuoto politico. Poi, quando l’Ulivo è andato al governo, hanno avuto la possibilità di risanare la vita istituzionale, approvando per esempio una legge sul conflitto d’interessi, e non l’hanno fatto. Perché? Credo che il fallimento della sinistra italiana confermi ancora una volta che il problema consiste nella mancanza di immaginazione. I dirigenti dei partiti di sinistra si sono appiattiti su un liberismo più o meno temperato, con il risultato che al momento del voto la gente ha scelto l’interprete più conseguente di quel liberismo, vale a dire Berlusconi. In più, sono stati travolti da una vanità quasi smisurata che ha impedito loro perfino il gesto più logico dopo una sconfitta, cioè quello di cedere il passo alle nuove leve. Adesso alla sinistra, e non parlo dei dirigenti, non resta che resistere, visto che siamo in una fase difensiva. Però sia chiaro che resistere non significa solo asserragliarsi in un fortino. Non bisogna confondere la resistenza con la passività. La resistenza è azione. Le ultime manifestazioni sono forme di resistenza, ma anche di proposta: larvata, embrionale, ma pur sempre una proposta per il futuro che supera il liberismo. Resistere significa pensare con una prospettiva, significa generare un immaginario. Le forme di resistenza finali sono sempre forme di immaginazione molto audaci.

 

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Libera volpe in libero pollaio

Il tramonto all’alba del nuovo millennio

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Questo scritto ha la precisa intenzione di ripetere considerazioni ovvie e solcare percorsi già battuti da pensatori ben più preparati ed acuti del proprio redattore. La necessità che il redattore sente come impellente è quella di unire le tessere conosciute e abusate che descrivono la realtà contemporanea, soprattutto economica, sociale e politica, e tentare di abbozzare un mosaico capace di fornire un quadro completo della situazione. Questo serve soprattutto, come spesso accade, a chiarire le idee di chi scrive, nel forse vano tentativo di prevedere, dall’analisi dell’esistente, almeno un abbozzo del futuro che ci attende.

È oramai un dato di fatto che la realtà sociale ed economica, espressione diretta del sistema capitalista, è soggetta a velocità di cambiamento sempre più alte; questo movimento esponenzialmente accelerato lascia immancabilmente indietro colui che, nel tentativo di eseguire un’analisi, è costretto a fermarsi a riflettere. Così il lavoro scientifico, legato a procedure fisse che in genere vedono una raccolta di dati sperimentali significativi, l’analisi di questi con differenti teorie ben collaudate, la eventuale formulazione di un possibile nuovo modello teorico e la sua valutazione mediante riscontro sperimentale, risulta troppo lento per poter studiare un organismo instabile e mutante come il sistema socioeconomico attuale. I dati raccolti diventano obsoleti nello spazio temporale necessariamente occupato dall’analisi, la considerazione sul presente diventa subito storia del passato, la fantascienza attualità.

Il tentativo qui in atto è quello di cogliere una visione globale del sistema prima che questo muti profondamente. Più difficile è prospettare la forma del tutto dopo la prossima, rapida quanto probabile, mutazione.

 

Libera volpe in libero pollaio

Partendo dalla convinzione che il sistema economico alla base dei rapporti sociali sia la variabile principale dalla quale dipendono la quasi totalità delle leggi che regolano le società umane, è necessario porre un primo punto fermo sul quale nessuno potrà obiettare: l’unico sistema economico che regna – oggi – sull’intero pianeta è quello liberale (capitalista), vanno quindi attribuite ad esso tutte le colpe e tutti i meriti intrinseci alle società umane organizzate. Per onestà intellettuale chi scrive dichiara subito di riuscire a vedere ben pochi meriti e moltissime colpe.

Fino a qualche decennio fa, al modello capitalista era contrapposto ideologicamente un modello socialista o comunista; questo faceva intravedere la possibilità di organizzare in maniera completamente diversa i rapporti economici e i conseguenti patti sociali. Il crollo dei paesi socialisti ha trascinato con sé sotto le macerie anche le idee di contrapposizione e cambiamento rispetto alla società liberale, senza preoccuparsi del fatto che queste fossero realmente o no alla base dei fallimenti cui tutti – in verità – abbiamo assistito.

Il dato principale che va sottolineato è che il mercato non ha più alcun confine geografico o filosofico: il libero commercio e le sue regole – o meglio la sua assenza di regole – hanno conquistato l’intero pianeta. Ora il capitale è realmente libero di spostarsi quasi istantaneamente da un capo all’altro del mondo, da una borsa ad un’altra. Gli investimenti e con essi le strutture produttive sono liberi di ricercare il massimo profitto in ogni luogo fisico e metafisico.

La vittoria del capitale sul piano materiale ha fatto tacere anche gli oppositori filosofici, sia che questi fossero sostenitori di una giustizia sociale nata dalla logica che di rivendicazioni aristocratiche antiliberali o di altro genere. Il libero mercato è in grado, anche grazie all’abbattimento del costo dei trasporti, di mettere in diretta competizione il lavoratore europeo con quello indiano, di sfruttare a proprio vantaggio ogni tipo di materia prima o di risorsa presente in qualunque angolo del pianeta; può decidere di utilizzare un paese solo per la produzione mantenendo bassi i costi legati all’impiego di manodopera e di esportare i prodotti in altri paesi dove la stessa merce acquista un valore infinitamente più elevato ottenendo così margini di guadagno prima impensabili. Un esempio abusato ma emblematico è quello del pallone da calcio prodotto da un bambino indiano, che riceve per questo una paga capace di mantenerlo in vita e poco più, venduto ad un prezzo cento volte superiore ad un bambino europeo: il guadagno è palesemente altissimo, al pari dello sfruttamento intrinseco degli esseri umani.

 

Non più frontiere

Quello che una volta era il sogno degli oppositori del mercato è stato realizzato, in maniera completamente distorta, dal mercato stesso! Le frontiere cadute, inoltre, non sono solo di tipo geografico, ma anche di tipo sociale, etico, fisico.

In merito alle frontiere geografiche, il processo di abbattimento risulta già avanzato: il capitale è da lungo tempo internazionale. Le multinazionali statunitensi hanno iniziato a colonizzare l’Europa al termine della seconda guerra mondiale con il New Deal, imponendo regole e merci, così come l’Europa da tempo guarda ai paesi ex socialisti per investimenti molto remunerativi: la Fiat ha fabbriche in Polonia, in Russia o in Sud America da diversi decenni, mentre è recente l’acquisto di una consistente fetta della Fiat stessa da parte di una grossa multinazionale statunitense. I rivoli del potere economico si stanno intrecciando per sfruttare ogni nicchia ancora libera. Così l’Africa è un ottimo mercato per le industrie occidentali produttrici di armamenti, l’India un paese del bengodi per chi vuole produrre a bassissimi costi sfruttando anche la manodopera infantile e senza regole di sorta per ciò che concerne le norme di sicurezza (Bohpal insegna).

Il nuovo ordine mondiale vede le multinazionali statunitensi padrone incontrastate del mondo, capaci di dettare legge con imposizioni di forza sia di tipo economico, attraverso il controllo quasi egemonico di settori chiave quali quello energetico, sia di tipo militare, sfruttando la macchina bellica più potente del mondo. I mercati vengono conquistati con guerre commerciali che sfruttano opportunamente anche opposti quali il protezionismo economico e la competizione spinta oppure con guerre reali, che vedono sempre una lucrosa fase di ricostruzione dopo una pur sofferta fase di distruzione: molte delle guerre-lampo cui abbiamo assistito negli ultimi anni hanno permesso all’economia dei paesi partecipanti –primi tra tutti gli Stati Uniti – di avere consistenti boccate di ossigeno, anche a scapito del benessere di interi popoli e spesso con l’egida dell’Onu, sotto la falsa bandiera della missione umanitaria.

All’abbattimento delle frontiere geografiche è seguito un abbattimento delle frontiere sociali, con la dissoluzione di ogni contrapposizione di classe e l’uniformazione ai “valori deboli” borghesi da parte di tutti i ceti presenti sia nella pur variegata società occidentale sia nelle società del terzo e quarto mondo, versione enormemente più povera ma in gran parte culturalmente assimilata della società dei consumi. Anche le frontiere etiche sono cadute sotto i colpi del mercato: oggi tutto si può comprare o vendere, senza esclusioni di sorta; è possibile acquistare organi umani per trapianti o bambini da utilizzare come figli o schiavi (a seconda che questi ultimi siano più o meno fortunati), si discute della legalizzazione delle droghe leggere, di quella della prostituzione (su proposta di un ministro donna che si dichiara di sinistra, con buona pace alla memoria della senatrice Merlin). Presto si dirà che il traffico di organi o di bambini su cui si compiono abusi sessuali sono mali incurabili, e si tenterà di far riemergere alla legalità anche questi, regolamentandoli con leggi appropriate.

Il mercato ha così trasformato in merce vendibile ogni cosa, che si tratti di eroina, corpi umani, ore di lavoro prestate da minori o quant’altro. Ha pervaso i corpi, le menti, le case e i sogni. È così invasivo da essere presente in ogni angolo del pianeta, che sia la periferia di una megalopoli del terzo mondo oppure il centro ricco di una città europea.

 

Il lavoro e il frutto del lavoro

Il cavallo di Troia che è penetrato all’interno della cultura di sinistra, aprendo le porte ad altri attacchi ed al suo progressivo snaturamento, è l’attribuzione di un valore etico al lavoro; svincolati oramai dal fine ultimo di soddisfare i bisogni fisici e culturali dell’uomo, il lavoro e la produzione diventano essi stessi il fulcro attorno a cui edificare le società umane: mezzi che si mutano in fini senza logica alcuna.

La rotta che porta alla progressiva liberazione dell’uomo dal lavoro è stata definitivamente abbandonata, tramutando il progresso tecnologico in aumento della produzione, dei consumi e del profitto.

Il frutto del lavoro, lungi dall’andare a chi lavora, viene indirizzato verso l’investimento a più alto guadagno, mentre ogni forma di redistribuzione della ricchezza, dai salari reali dei lavoratori dipendenti all’assistenza sociale e sanitaria, dai servizi pubblici alla salvaguardia dei beni ambientali e culturali, viene via via contratta cedendo all’idea liberista.

 

Democrazia

Contrapposizione tra forma democratica esteriore dello stato liberale e organizzazione sociale di tipo feudale all’interno dei luoghi di lavoro.

 

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La società aperta e i miei amici

Ovvero: come trarre dalle esperienze di vita indicazioni (negative) sulla società possibile

di Paolo Repetto, 1999

Non so se tutti nascano ottimisti. Dal momento che sono un ottimista, credo di si, e credo che solo col tempo la gran parte degli umani cambi la propria attitudine rispetto al mondo, chi più chi meno, sulla scorta delle esperienze che ne ha fatto. Io sono una delle rare eccezioni. Ho più di mezzo secolo di vita alle spalle, tra l’altro piuttosto intensi (il mezzo secolo in generale, e la mia vita nello specifico), e continuo ad essere un ottimista. Ma sono un ottimista critico. E in questo caso l’ossimoro non ha funzione retorica, marca una specificità quanto mai importante.

È importante perché nel caso qualcuno riesca a mantenersi ottimista una volta superati i cinquant’anni si danno due possibilità: o è un idiota, o è un ottimista critico. L’idiota è colui che ritiene che in generale le cose vadano bene così. L’ottimista critico è colui che pensa che le cose così non vanno bene, che ci si può adoperare per farle andar meglio, ma che non bisogna dimenticare quanto il margine di miglioramento sia scarso. Differisce dal pessimista perché quest’ultimo ritiene che detto margine sia pari a zero. Sembra una differenza minima, invece è sostanziale, perché nel secondo caso non ha senso alcuno sforzarsi per un cambiamento, e si finisce per assumere lo stesso atteggiamento mantenuto dall’idiota: mentre nel primo si è motivati ad un ulteriore sforzo per moltiplicare quelle scarse probabilità e tradurle in pratica.

Oltre che dall’ottimista tout court e dal pessimista, l’ottimista critico differisce però anche da un’altra categoria: l’ottimista acritico. Quest’ultimo è colui che pensa che così come stanno le cose non vadano bene, che ci siano possibilità di migliorarle (tante o poche, non importa) e che attuando queste ultime le cose non andranno solo un po’ meglio, ma proprio bene. In sostanza è un potenziale idiota soddisfatto, che per perseguire il suo ideale di perfezione può comportarsi a volte come un idiota pericoloso.

Naturalmente ottimisti critici non si nasce: lo si diventa, per lo stesso processo che porta la gran parte a diventare pessimisti, e qualcuno ottimista acritico. Si debbono attraversare diversi stadi, ed è comunque una condizione alquanto instabile, sempre sul filo del rasoio, della caduta nel pessimismo da un lato o nell’acriticità dall’altro.

A vent’anni ero quasi un ottimista acritico. Credevo nella rivoluzione in generale, magari più in quella anarchica che in quella comunista. Era appena morto il Che, si cercavano gli eredi, in pectore mi sentivo tale, sentivo di avere carisma, forza fisica, resistenza al dolore, sprezzo del pericolo e intelligenza a iosa. Purtroppo avevo ancora un po’ di cose da sistemare a casa, prima, e dovevo per il momento soprassedere: ma, soprattutto, ero impegnato a dissipare le già scarse potenzialità di realizzazione di una mia normale vita sentimentale.

A trenta ero quasi un pessimista. Avevo visto i miei “compagni” del sessantotto sciogliersi come neve al sole, incamminarsi per le vie dell’Hare Krisna o delle Brigate Rosse, o più semplicemente dell’ ufficio, non ero ancora entrato di ruolo e avevo già due figli alle spalle, la Bolivia era più che mai lontana e gli orizzonti mi si stavano chiudendo attorno. Le poche esperienze politiche concrete mi avevano fatto conoscere la pochezza, quando non l’ipocrisia, della sinistra ufficiale, e la balordaggine di quella extra-parlamentare. Di lì non c’era da aspettarsi nessuna rivoluzione, nessuna società nuova.

A quaranta ero tornato insofferente. Basta però con la palingenesi del mondo, col riscatto dell’umanità, che a quanto pare non ne vuole affatto sapere; vedevo invece possibili una palingenesi e un riscatto miei, o di pochi eletti come me. Fu il periodo del “come se”: provare a vivere fingendo che le condizioni esterne, sociali, politiche, economiche, fossero almeno vicine a quelle ideali. Fu in quel periodo che riscoprii la più antica forma di solidarietà. Tanti saluti ai compagni: se qualcosa si poteva fare, lo si poteva fare con gli amici. Con quelli era possibile perseguire piccoli progetti, realizzare piccole cose, divertirsi, capirsi soprattutto. Si poteva vivere tra noi “come se” quel sodalizio fosse un piccolo microcosmo isolato dal mondo, protetto contro l’imbecillità dilagante.

Ma non è durata. Il mondo ha fatto irruzione con la sua realtà, il lavoro, gli impegni familiari, il naturale logoramento dei rapporti. Ne siamo stati tutti travolti. Neanche quella parodia di rivoluzione era possibile.

A cinquant’anni (suonati) mi è ormai difficile dire cosa sono diventato. La piega presa dalle cose esterne non mi induce certo all’ottimismo (Bush è il nuovo presidente degli Stati Uniti, Bossi è ministro in un governo voluto dalla maggioranza degli italiani, siamo in guerra contro l’Afganistan, con l’Islam e con mezzo mondo, Ciampi chiede un tricolore in ogni famiglia), e anche a titolo personale non va tanto meglio (ho una figlia in più, classi di studenti sempre più strinati da overdose di noia televisiva, tempo insufficiente per tutto). Ma sono anche consapevole che troppi dei valori ai quali mi aggrappavo, e che ho visto crollare con dolore, erano in realtà effimeri, contingenti, qualche volta addirittura fasulli; e in definitiva il loro crollo non mi pesa più di tanto. Credo sia invece importante difendere quei pochi che hanno retto all’usura dei tempi e dell’età, e magari rivalutarne altri, più semplici, dati in genere per scontati o volutamente sottostimati. Sono valori intimi, appartenenti alla sfera individuale piuttosto che a quella sociale. Valori a cui hanno sottratto peso e significato nel tempo la mistificazione letteraria, e poi cinematografica e mediatica, la banalizzazione pubblicitaria e consumistica, la strumentalizzazione religiosa e politica. Sono, ad esempio, i valori affettivi. Sembra, detto così, la riscoperta dell’acqua calda: ma anche l’acqua calda può diventare un valore, quando si sono dovute subire troppe docce scozzesi. Diventa un valore per il solo fatto che si impara ad apprezzarla, invece di darla per scontata, o di considerarla una debolezza per fisici non temprati.

È un tema ostico, questo degli affetti. Siamo talmente abituati a celarli, oppure a vederli parodiati, sviliti, anatomizzati nel demenziaio televisivo, che da un ritegno in qualche misura giustificabile siamo passati nei loro confronti alla vergogna e alla paura. Ci vergogniamo di provare, di dimostrare, persino di essere oggetti di affetto. E così, dopo aver più o meno ingenuamente sognato di cambiare il mondo, o anche solo di contribuire in concreto al suo miglioramento, oggi mi ritrovo a stilare amari bilanci su me stesso, sul mio vissuto, e mi accorgo di non essere mai stato in grado di rilassarmi per un attimo, di ascoltare, oltre quella della ragione, le tante altre voci che si levavano dal mio interno. Mi rendo conto che a furia di voler fare, anche nel mio piccolo, la felicità di tutti (o meglio, quella che secondo me avrebbe dovuto essere la felicità di tutti) ho finito per distruggere la già precaria serenità mia e quella di chi mi stava accanto.

E allora, dove sta l’ottimismo, sia pure critico? Beh, sta nel fatto che per intanto ho preso coscienza di essere anch’io, come tutti gli esseri umani, fragile e vulnerabile; di possedere un cuore e dei visceri che non marciano in sintonia col cervello, e che reclamano si dia loro ascolto; e soprattutto di potermi rapportare agli altri, finalmente, senza l’obbligo di offrire una adamantina esemplarità, e senza la pretesa che questa venga riconosciuta e in qualche misura ricambiata. È la coscienza, in sostanza, di un fallimento: ma è pur sempre una presa di coscienza, che può magari rimanere tale, e produrre solo rassegnazione, ma può anche tradursi nella volontà di rilanciare la sfida, con uno spirito e con un approccio diverso, e di non subire, ma costruire il futuro. Nei margini stretti, naturalmente, che mi saranno concessi.

E le indicazioni per la società futura? Devo in parte smentire la promessa del sottotitolo. Da questo angolo visuale non si traggono indicazioni di sorta: né su come sarà, né su come dovrebbe essere. Di certo c’è solo che non verrà realizzata alcuna società ideale, comunista, anarchica o democratica che si voglia. È anche probabile che quello riservato a miei figli non sia un mondo migliore rispetto all’attuale; ma questo lo hanno sempre pensato tutti, in ogni tempo, dai profeti biblici a mio nonno, e ho il sospetto che tale presunzione di negatività sia un espediente per tacitare il rammarico di non poterlo vivere, quel futuro. L’unica indicazione, quindi, riguarda non gli sviluppi auspicabili o deprecabili della società attuale, ma molto più modestamente quelli del mio impegno nei suoi confronti: che non verrà meno, ma sarà inteso, anziché a costruire improbabili e impopolari alternative, a difendere coi denti il piccolo spazio di libertà appena conquistato, quello di vivere senza reticenze e pudori i miei sentimenti.

 

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In mezzo ad una strada

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

Quarant’anni fa usciva negli States On the Road. È solo una constatazione, del tipo “come passa il tempo!”. Potevano essere trentotto o quarantacinque, non ha importanza, non vogliamo celebrare decennali. A dire il vero qui non ci importa nemmeno del libro in sé, quanto piuttosto dello spunto che ci offre per poche brevi considerazioni. Dunque, On the road ha quarant’anni, e nella civiltà del consumo veloce, della mitizzazione effimera, viene ancora considerato un libro epocale, l’opera che ha sancito l’ingresso in una nuova era. Ora, è senz’altro vero che gli adolescenti della prima generazione postbellica, che l’hanno letto negli anni ‘60, ne sono rimasti segnati: ma è altrettanto vero che non si tratta di un libro di svolta, se non nel senso che si situa alla fine di un’epoca, e non all’inizio. Il “vangelo della beat-generation” non è una rivelazione, ma una celebrazione. In esso la parola è già liturgia. Raccoglie e racconta quel che è accaduto, non prefigura quello che accadrà.

Quello che accadrà saranno solo imitazioni, manierismi: il movimento hippie, la contro-cultura, la contestazione, l’ecologismo, ecc … Il tentativo di dare alla modernità un volto umano, di resistere ai totalitarismi espliciti o a quello vischioso della pseudo-democrazia, era stato vissuto lungo un secolo e mezzo da pochi, spesso anonimi, coraggiosi: si era consumato in modi diversi, dalle prime lotte operaie alla Resistenza in Europa, dalle battaglie non-violente per i diritti alla dissidenza russa. Quel che verrà dopo, a partire dai “mitici” anni ‘60, sarà sempre e comunque inquinato dalla nuova medialità, dalla proteiforme presenza di un sistema sempre più capace di trasformare in energia e nutrimento per sé ogni sforzo, ogni gesto, ogni parola, rivolti contro di lui. Può (anzi, deve) non piacerci, ma la verità è questa.

Il che mette in discussione anche il senso questa rivista, la presunzione che parrebbe animarla di risultare inattaccabile dai succhi gastrici del sistema. Noi non ci illudiamo di essere indigeribili, di poter arrecare seri disturbi ad un organismo ormai immunizzato. Siamo quasi convinti (quasi, perché il cuore ancora si rifiuta) che non esistano più possibilità di “comunicare”, di trasmettere, di ricevere segnali positivi. Segnali di che? e a (da) chi?

A una Legoland di volti, corpi e menti intercambiabili, omologati dalle etichette sugli abiti e nei cervelli, vettori per cellulari e griffe e muscoli siliconati, cablati per via oculare, auricolare e oggi anche satellitare? Alla patetica fauna “alternativa”, sedotta da ogni esotico saltimbanco e dai più squallidi pataccari della cultura fisica e mentale? È davvero difficile non disperare, nel paese degli Sgarbi e dei Veltroni. E tuttavia, anche in questo clima da operetta crediamo che un significato la rivista lo conservi, se non altro per coloro che la realizzano. Che agisca come una sorta di rudimentale vaccino contro la vera peste di fine secolo, l’atrofia cerebrale. E, nell’attesa di tempi migliori, mantenga in vita quel filo di speranza che ci accomuna.

 

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Manuale di sopravvivenza (1)

ad uso di giovani perplessi

di Paolo Repetto, 1996

Perplessi a proposito di che? C’è il pericolo, a rispondere, di recare offesa all’intelligenza dei lettori. Ma un manuale che si rispetti non deve dare alcunché per scontato, meno che mai il fatto che i suoi lettori siano tutti intelligenti e abbiano idee chiare sulla perplessità. Quindi partiamo proprio da quest’ultima.

La perplessità è uno stato d’animo che certo psicologismo all’ingrosso tende a confondere e a spiegare con l’insorgere di un dubbio. Ma è una sovrapposizione errata. La perplessità confina col dubbio, ma ne è già un superamento. Supponiamo ch’io mi ponga il problema ontologico per eccellenza: Dio esiste? Qui siamo di fronte ad un dubbio, indotto da due mozioni contrapposte (che potremmo definire mozione degli affetti, o della volontà, quella che ci fa alzare gli occhi al cielo stellato, e pensare che deve avere un senso, e mozione dell’intelligenza, o della razionalità, quella che ce li abbassa su ciò che ci accade attorno, sulla storia, e che ci fa decidere che non ha senso alcuno). Mettiamo ora invece che io abbia zittiti gli affetti e lasciata briglia sciolta alla razionalità, che dia cioè per scontato che Dio non c’è. Ho superato il dubbio, ma quel che mi rimane non lo posso davvero definire una certezza. Va bene, non c’è: ma adesso?

Questo è lo stato d’animo che possiamo definire di perplessità: una condizione etica, quindi, non conoscitiva. Anzi, uno spiazzamento etico che è conseguente ad una condizione conoscitiva. Il che significa, paradossalmente, che non posso essere perplesso se non ho chiaro il quadro rispetto al quale si manifesta la mia perplessità. Il dubbio è figlio dell’ignoranza, o quanto meno della insufficiente informazione: la perplessità è frutto della conoscenza.

L’assunto di questo manuale non è quindi quello di liberare il giovane dalla perplessità, ma, casomai, di condurlo ad essa per mano, attraverso la liquidazione dei dubbi. Che è poi l’assunto di tutte le maieutiche serie da Socrate a noi, anche di quelle che predicano il dubbio metodico come arma conoscitiva. Tradotto in polpettine politiche, ad esempio, il problema vero non è se io possa nutrire dubbi sulla necessità di fermare Fini e Berlusconi, quanto se non debba avere qualche perplessità a considerare Prodi e D’Alema come alternative reali. E con questo abbiamo già scoperto il gioco e, senza tanti preamboli, siamo finiti dritti al cuore: al nostro cuore. Ma prima, come fa ogni buon manuale, abbozziamo un quadro riassuntivo della situazione.

Si danno dunque tre possibili atteggiamenti:

a) la perplessità. È l’atteggiamento di chi conosce, e proprio perché conosce si pone i problemi nella sfera dell’agire.

b) il dubbio. È l’atteggiamento di chi sta sulla via della conoscenza, ma non riesce a venir fuori dal guado. Può preludere alla perplessità, ma se diviene sistematico inibisce ogni scelta, e diventa assimilabile al terzo, ovvero a

c) l’imbecillità. È la disposizione più diffusa, esclude ogni dubbio e, conseguentemente, ogni perplessità. È il modo d’essere di chi non solo “l’ombra sua non cura”, ma nemmeno si accorge se c’è il sole o fa nuvolo. Questa terza attitudine cade naturalmente esterna al nostro campo di riferimento; ma non ci sono dubbi sulla sua esistenza, e sul fatto che condizione del suo esistere sia proprio l’assenza di dubbio (assenza, si badi bene, non superamento). Ciò significa che occorre tenerne conto, in ogni istanza progettuale, riguardi questa il proprio conoscere o il proprio agire, sia pure solo come di un fastidioso accidente, che non deve condizionarti la vita ma può guastartene il piacere.

Torniamo ora al cuore. È assiomatico che il nostro cuore batta a sinistra, e non solo anatomicamente. Questo non perché si presuma che solo tra coloro che si collocano a sinistra possa sbocciare il perplesso, ma perché qui si assume che proprio lo stato di perplessità collochi a sinistra (e che questa sia una condizione necessaria, anche se non del tutto sufficiente). Il che in soldoni significa che la determinante dello stare a sinistra non è in una professione o in una militanza ideologica, ma in uno stato particolare di coscienza critica di sé e del mondo. Sono a sinistra quando il mio superamento del dubbio si traduce in perplessità, sono a destra quando non sono sfiorato dal dubbio, o quando lo supero solo pervenendo a inossidabili certezze.

Può sembrare una formulazione semplicistica, invece è solo semplice, ed ha quanto meno un pregio: non fa eco alle ciàcole sullo stato di salute della sinistra che da decenni tengono occupati i professionisti del pensiero. Questi non conoscono di certo la perplessità, e quand’anche sembrino manifestarla si tratta solo di inconvenienti tecnici, pile scariche o testine di riproduzione sporche.

Via dunque questa spazzatura, e ricominciamo da capo. Non da zero, però. Perché sappiamo che il problema da affrontare concerne l’essenza, non certo l’esistenza della sinistra. La domanda cui dobbiamo rispondere va pertanto formulata così: dov’è la sinistra, e cioè come si pone rispetto all’esistente, sostanziale o fenomenico che sia, e dove va, ovvero cosa si propone?

… ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…

Per avviare la ridefinizione di un concetto (nel nostro caso, quello di “sinistra”) è opportuno, nel senso almeno che torna comodo, procedere ad una sbozzatura per contrasto. La connotazione per contrasto marca le linee di contorno entro le quali è racchiuso l’oggetto di interesse, ed esclude o sottolinea in negativo ciò contro cui l’oggetto si staglia. Ci dà le coordinate per determinare il dov’è, e al tempo stesso una immagine d’insieme: in altri termini conferisce visibilità, e sappiamo quanto la sinistra di questi tempi ne abbia bisogno. Naturalmente questo è solo un passo preliminare, perché lascia aperte le questioni del dettaglio, della connotazione cioè interna dell’oggetto, il cos’è e, implicitamente, il dove va.

Non è un’operazione facile: oggi poi meno che mai, tante sono le immagini di sfondo alle quali è necessario contrapporsi o rispetto alle quali è necessario stagliarsi, e soprattutto tante le sfumature che possono far confondere la propria posizione con altre, con le quali non si ha nulla da spartire. Anche in questo caso è necessario procedere ad una sostanziale semplificazione, e insisto sulla positività del semplificare, nella sua accezione contraria al complicare (co-implicare), cioè a quel minestrone olandese in cui tutto bene o male finisce per essere recuperato e assimilato. Semplificare significa partire dal presupposto che i comportamenti umani non differiscano solo per gradi quantitativi, ma per scelte qualitative. E che le scelte qualitative comportino parametri, scale di valori, personali ed opinabili quanto si vuole, ma comunque presenti (e senz’altro fondanti per questo manuale). Dunque semplifichiamo, e avviciniamoci per passi ed esclusioni al nostro tema di fondo.

Il grado più semplice (più basso) della definizione per contrasto è quello relativo all’esistente politico. L’arco politico italiano presenta delle differenze, anche se spesso riesce difficile coglierle. Possiamo grosso modo distinguere sette aree, che disegnano il panorama contro il quale la sinistra deve evidenziarsi:

a) il neo-fascismo. Che è fascismo (inteso come modo d’essere, singolo o collettivo, e anche come referente per determinati gruppi o interessi) nella sostanza, e neo- nella forma (inteso come modo di pensare e d’agire, nel senso che ha dimesse le nostalgie e guarda in avanti, e adegua la prassi ai nuovi meccanismi del potere o del consenso). Fa leva su due forti fattori di spinta: l’imbecillità meschina ed egoista equamente diffusa negli strati sociali medio-bassi, e l’imbecillità miope e reticente che caratterizza le prese di posizione della ex-sinistra tradizionale. Pesca cioè agevolmente nel torbido, dal momento che nessuno sembra avere la capacità di vedere (o la volontà di parlare) chiaro rispetto ad alcuni problemi scottanti (immigrazione, criminalità, ecc…).

b) il berlusconismo. Non ha mai nascosto la sua natura: almeno di questo occorre dargli atto. Governare lo stato come fosse un’azienda è lo slogan. Cioè, fare solo i propri interessi, o in questo caso difenderli, ma con i modi beceri ed esibizionistici di un’imprenditoria caciarona, fragile quanto filibustiera, resa vulnerabile dalla sua stessa mancanza di scrupoli. Tradotto in politica questo modello si è ulteriormente degradato, calamitando nei suoi quadri una fauna parassitaria e ignorante, che nemmeno ha il pregio dell’efficienza (e che da subito è risultata scalcagnata anche come massa di manovra). L’Azienda è proposta come modello: è un buco nero di debiti, intrallazzi, corruzione, un satrapesco acquario nel quale sguazzano pescecani, alligatori, piranhas e tonni di tutte le misure, clonato in milioni di copie formato tivù, che allieta tinelli, cucine e camere da letto di tutta la penisola.

Non è, si badi bene, il trionfo della realtà virtuale: è la definizione e il trionfo di un nuovo soggetto sociale dominante, il cretino. Lo hanno preso per mano, gli hanno incorporato il ricevitore, l’hanno incoraggiato a venire allo scoperto (non nel senso di uscire dal riserbo, che non ce n’era bisogno) permettendogli di solidarizzare via etere con tanti suoi simili e dandogli piena coscienza di essere una forza. È un movimento importante, perché se il berlusconismo può essere un fenomeno effimero, il cretinismo è una realtà concreta e durevole. E vale dieci milioni di voti. Almeno uno su cinque tra noi è un cretino: questo è un dato dal quale non si può prescindere.

c) il capitalismo “illuminato”. O, tout court, il potere. Almeno sino a ieri. Non ha una visibilità politica propria, non ne ha bisogno, ha sempre saputo distribuirsi non nei, ma sui diversi schieramenti. Parliamo di Agnelli, Cuccia, capitale finanziario, grande imprenditoria e compagnia cantante. Ha tenuto le redini del paese dall’epoca di Cavour ad oggi, ma ultimamente la sua capacità di controllo sembra entrata in crisi. Il declino è connesso al riassetto economico (l’acuirsi della competitività internazionale da un lato, lo spostamento dell’asse economico italiano verso il modello più agile e flessibile della piccola e media industria dall’altro), ma è anche il risultato di una grossolana sottovalutazione della velocità di rinnovamento di un settore chiave del potere. Negli anni settanta, infatti, mentre il grande capitale si dilaniava in una guerra feroce per il controllo della stampa, all’imprenditoria corsara è stato lasciato il totale controllo dell’etere.

Allo stato attuale delle cose il capitalismo illuminato manca di un’area di riferimento nell’arco politico. Diffida del berlusconismo, per una aristocratica ripugnanza nei confronti della beceraggine, ma soprattutto per i rischi avventuristici, il disordine amministrativo e la caduta di credibilità sul piano internazionale che può produrre. Ha un rapporto tiepido col neo-fascismo, per le stesse ragioni di cui sopra, ma anche per il retaggio di provincialismo, in un contesto di rapporti mondializzati, che quest’ultimo si trascina appresso. Può contare sulla buona volontà di una ex-sinistra tradizionale ormai prona, che scioglie i suoi peana al “buongoverno” dei tecnici dell’economia: ma ne teme ancora i residuati della “politica sociale”. Insomma, ha anche lui le sue perplessità.

d) la transumanza. Non è uno schieramento politico, al più può essere definito un movimento (nel senso letterale del termine, come andirivieni). Raccoglie la foltissima schiera di ex di tutto, orfani della prima repubblica, che fanno cabotaggio tra un polo e l’altro, reinventandosi i crediti ideologici più fantasiosi o offrendosi senza tante storie, parenti e clienti e bagagli compresi. Sono soprattutto ex-quadripartiti, e qualcuno sostiene che in fondo, rispetto alla masnada di avventurieri e di facce di culo partorita dalla seconda repubblica, questi almeno sembrano portare le mutande. Per questo motivo, e per il fatto che sono veramente tanti, disperati e pronti a tutto, non vanno sottovalutati.

Rilevante è anche il numero di trasfertisti dalla sinistra, che sembrano però più allenati ai percorsi lunghi e rapidi, e guadagnano velocemente le ricche spiagge del berlusconismo. A ripensarci, da Ferrara a Vertone, a Guzzanti, a Liguori e a tutta la compagnia dei guitti, animata dal caratteristico fervore astioso dei neo-convertiti, sono proprio loro il nerbo delle orde forzitaliote.

e) la Lega. Valgono le considerazioni finali già fatte per il fascismo, con qualche avvertenza. Intanto il fenomeno è meno effimero di quanto si vorrebbe credere: è radicato in vaste zone, soprattutto nel nord-est, viene alimentato dal persistere delle contraddizioni che ne sono all’origine, ma soprattutto rispecchia non tanto un malessere quanto un modo d’essere. È cioè la risultante culturale (e quindi solo in seconda battuta politica) di un passaggio troppo rapido da condizioni semifeudali ad una abbondanza perseguita solo nei termini economici del potere d’acquisto, senza alcuna mediazione culturale; passaggio che in tempi e con modalità differenti si sta verificando in diverse aree del globo, e sta determinando su scala ben più vasta gli stessi esiti di intolleranza, di xenofobia e di regressione sociale. Inoltre esso cavalca talune parole d’ordine, dal federalismo al decentramento fiscale, che in una formulazione corretta e in un diverso contesto programmatico sarebbero senz’altro da condividere. Ciò non significa che qualcosa della Lega sia recuperabile, perché l’elemento fondante rimane la più pervicace e rozza ignoranza, ma semplicemente che non le si deve consentire di gestire come patrimonio proprio e di svilire in blocco le rivendica zioni antistataliste.

f) l’ex-sinistra storica. Qui è difficile cogliere il confine tra la farsa e la tragedia. Ha rincorso affannosamente, per decenni, un credito politico in “moneta forte” (concesso cioè da chi la moneta la batte, dai clubs economici di cui al punto c), sbarazzandosi lungo la strada di tutto l’ingombro ideologico, ma buttando con quello anche l’enorme investimento in idealità che bene o male le era stato affidato dal basso, assieme alla valigetta delle idee. Si sente ormai prossima alla meta, ma sulla redenzione continua a pesare, come per gli ex pistoleri del western classico, l’ombra del passato, quei fantasmi che vengono malignamente evocati, ad ogni stormir di foglia, dagli avversari. Ancor più patisce l’ansia di non deludere il suo nuovo retroterra sociale, costituito da un instabile cocktail di ceti medi e medio-bassi, e di non farsi revocare il patentino di “ragionevolezza” concessole dai mercati e dai centri del potere politico internazionale.

Si trova quindi paralizzata, affetta da una preoccupante stipsi propositiva (ma a dire il vero desta preoccupazioni maggiori – a sinistra – quando partorisce qualcosa) che non le consente di perseguire alcun progetto politico: insegue a destra e a manca gli umori correnti, impelagata nella contraddittoria strategia di non spiacere a nessuno. Nel tentativo di riciclarsi in socialdemocrazia nordica ha comprato un sacco di abiti nuovi e bazzica i salotti buoni, ma nella parte di chi non ha voce nella conversazione e frequenta soprattutto il buffet. Il vuoto generato dall’assenza di idee è riempito da una campagna di recupero indiscriminato del ciarpame consumistico, materiale o teorico, sul quale sino a ieri pesava un sia pur blando ostracismo: non solo può venire alla luce, ma diventa bandiera, quella voglia di America, Kennedy, jeans, Hollywood e Coca Cola, che sembra aver costituito l’unico elemento in comune tra le varie fenomenologie del comunismo.

In questo look patetico la fu sinistra sopravvive alla crisi di militanza, alla disaffezione della base, al dissolversi della capillare presenza sul territorio che le aveva conferito una capacità di mobilitazione e di propaganda paragonabile solo a quella della Chiesa. Sopravvive per una sfacciatissima dose di fortuna, che fa si che gli avversari siano sempre talmente squalificati da farla apparire come la soluzione meno rovinosa: ma anche, e soprattutto, perché al momento rappresenta ancora il più affidabile degli ammortizzatori politici, la cinghia dentata più elastica, in grado di assorbire e ritrasmettere ai soggetti produttori i cambi di ritmo, le accelerazioni e i rallentamenti impressi dal capitale. Non che sia nuova a questo ruolo, in fondo è lo stesso recitato nell’ultimo mezzo secolo: ma nuova, e squallida, è la consapevolezza di recitarlo, l’assoluta mancanza di pudore a esibirsi senza veli, la disponibilità a tutto pur di comparire nello show.

g) lo zoccolo duro. Almeno quanto ad eterogeneità delle componenti, non ha nulla da invidiare all’accozzaglia berlusconiana, dalla quale naturalmente è lontana sul piano della qualità etica e delle finalità politiche. Sotto le insegne dell’opposizione dura al consociativismo e della difesa ad oltranza del “sociale”, contro la ristrutturazione efficentista del capitale automatizzato, raccoglie una brancaleonesca armata di dispersi e reduci, brandelli multietnici delle varie brigate che si contendevano un tempo le contrade della sinistra. Nella sua forma organizzata riesce a far convivere, con molti affanni, grigi ex-funzionari d’apparato, quelli sorpresi e distanziati dall’avanzata del “nuovo”, leoncavallini, nostalgici stalinisti, fricchettoni di passaggio o in servizio permanente, socialisti in crisi d’identità e di poltrone, intellettuali disorganici e araldi del demenzialismo: di tutto un po’, insomma.

La convivenza è resa possibile solo dalla stoica dedizione, degna davvero di miglior causa, di un drappello di anime buone alla disperata ricerca di un referente politico attivo, sul quale rifondare una sinistra “operativa”. Lodevole intento, senza dubbio, ma invariabilmente destinato a cozzare sia contro la disarmante confusione che regna nei quadri, sia con l’assenza di un’analisi impietosa e deideologizzata della realtà sociale post-moderna. Anche in questo caso, come per il PDS, vale la formula del meno peggio: ma è importante non dimenticare che la presenza di una “sinistra” dura, arroccata sugli ultimi lembi di spiaggia del sociale, fa gioco in qualche modo anche al grosso capitale nel suo confronto con il nuovo modello arrembante della piccola-media imprenditoria, che trae invece alimento dalla deregulation selvaggia. E, soprattutto, quanto sia funzionale al sistema la normalizzazione, l’inquadramento nei ranghi di un partito o di una struttura comunque organizzata e visibile, di tutta quell’area nebulosa e incontrollabile che si era finora sottratta al soporifero abbraccio delle rappresentanze ufficiali della sinistra.

h) gli ambientalisti e i radicali. Quelle che negli anni immediatamente successivi alla contestazione e precedenti il riflusso erano apparse come le risposte alternative al confronto politico tradizionale, l’impegno “civile” e la militanza ambientalista, hanno ormai messe a nudo le loro nature diversamente equivoche, aiutate in ciò dall’asfissiante protagonismo degli innumerevoli surfers nostrani, campioni nel cavalcare tutte le onde. Il dolo di fondo, e la deriva conseguente, erano già impliciti infatti nelle premesse, nella pretesa di affrontare i singoli nodi del groviglio ignorando la loro concatenazione ad una rete globale, la rete che il capitale ha gettato sul mondo. In pratica, rifiutandone la valenza politica, l’organicità ad un sistema di rapporti economici e produttivi che metastatizzano ogni ambito del vivere umano. Ma, a scavare, c’è di più. Il movimento radicale, ad esempio, quando non è stato espressamente sponsorizzato dal capitale per svecchiare le strutture istituzionali obsolete e liquidare le sacche di resistenza di una socialità arcaica, spianando la strada alla “modernizzazione”, è stato comunque sussunto e piegato allo stesso disegno: ha edulcorato il bordo del bicchiere, favorendo l’assunzione della medicina. Ora che l’organismo si è ristabilito dopo la febbre del passaggio di stato, e gli anticorpi sono stati neutralizzati, anche questa rappresentazione è ridotta al rango di parodia.

Un discorso a parte merita l’ambientalismo. La consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza della questione ambientale costituisce oggi il connotato primario di una militanza a sinistra: ma questa consapevolezza, così come l’impegno “civile” di cui sopra, rimane sterile o diviene addirittura falsa ed egoistica quando si ferma alla fenomenologia spicciola del problema, non ne coglie i legami profondi con l’ideologia del progresso e non ne fa conseguire un giudizio di incompatibilità con ogni ulteriore modello di sviluppo produttivo e tecnologico. Il risultato è l’ecologismo domenicale, quello che rivendica la salubrità dell’ambiente e la genuinità dei cibi come un lusso in più, e non come un’alternativa, interpretato nelle più svariate versioni, da quella ludico-patetica dei rangers a cavallo che cominciano a pattugliare i nostri torrenti a quelle ancor più irritanti dei fondamentalismi biologici o animalisti. E a questo, purtroppo, sembra ridursi oggi la coscienza ecologica del nostro paese.

Il catalogo, ahimè, è questo: che poi lo spettro politico appaia più variegato e composito (a tutto il 1996 godono dei finanziamenti statali 44 partiti) non ha rilevanza ai fini del nostro discorso, dal momento che:

a) tale complessità è solo apparente, rispecchia la miriade di interessi particolaristici in campo, e non certo una varietà di idee o di progetti

b) gli attori e le comparse che si agitano sulla ribalta sembrano accomunati, al netto delle beghe spicciole, da una assoluta inadeguatezza ai ruoli, appiattiti al punto da risultare intercambiabili (ma questa è sempre stata una specificità del teatro politico italiano, esportata solo recentemente in tutti gli altri paesi dell’occidente)

c) nessun modello politico, nessuna forma di delega, verticale, orizzontale o trasversale che sia, consente a nostro parere una vera partecipazione e una genuina prassi politica. Quello in cui non è sufficiente l’aggregazione spontanea, e si rende necessaria l’organizzazione, non è uno spazio politico praticabile dall’intelligenza e dalla libera volontà.

Ne consegue che il confronto con “questa” dimensione politica consente solo una connotazione a sbalzo, nel senso iperletterale di una collocazione all’esterno, di una totale estraneità. Per il momento ci basti dunque questo, la definizione in negativo dello status (dov’è?) della sinistra: la sinistra non trova collocazione in questo panorama, in nessuna delle sue componenti partitiche o transpartitiche. Non vuol giocare al gioco delle parti, non perché ne ignori le regole, ma perché non le piacciono, e non accetta l’idea che siano le uniche consentite.

(fine della prima parte)

 

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Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

 

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L’occhio del lupo

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

<<… È da un’ora, ormai, che il lupo trotta. Un’ora che gli occhi del ragazzo lo seguono. Il pelo grigio del lupo sfiora la rete. I muscoli guizzano sotto il pelame invernale. Il lupo grigio trotta come se non dovesse fermarsi mai… “Lupo della steppa” sta scritto sulla targhetta di ferro, sulla rete… Un occhio giallo, rotondo, con una pupilla nera proprio al centro. Un occhio che non si chiude mai. È come se il ragazzo stesse fissando una candela accesa nella notte; non vede che quell’occhio: gli alberi, lo zoo, il recinto, tutto è scomparso. Non resta che un’unica cosa: l’occhio del lupo. E l’occhio si fa sempre più grande, sempre più rotondo, come una luna rossa in un cielo vuoto con, nel mezzo, una pupilla sempre più nera, con macchioline di colori diversi che appaiono nel bruno giallastro dell’iride…>>. Nel suo andirivieni il lupo guarda il ragazzo ora con un occhio, ora con l’altro. Il ragazzo non ha paura. Rimane immobile, non abbassa lo sguardo. E scopre quello che finora nessuno aveva mai scoperto nell’occhio del lupo: la pupilla è viva, si scuote, è in movimento. È… un uomo che alza il pugno chiuso gridando. Uno schiavo romano che brandisce il gladio strappato ad un centurione. Un contadino tedesco che colpisce con la forca il suo feudatario. Un cardatore fiorentino che scaccia il padrone dalla sua bottega. Una donna milanese che ruba il pane imboscato da un fornaio. Un sanculotto parigino che taglia la testa ad un nobile imparruccato. E questo? Che cos’è questo? “L’iride” pensa il ragazzo, “l’iride intorno alla pupilla…”. Scorrono veloci le immagini e tutte hanno contorni rossi e accesi. C’è Robespierre che si difende fino all’ultimo nel municipio di Parigi, e poi Babeuf che attacca la Convenzione al grido di “Tutti uguali!”, mentre Filippo Buonarroti sfugge ancora una volta alla polizia (francese? olandese? tedesca? austriaca? piemontese?) e s’incontra con Mazzini in una località segreta. C’è lo sguardo amareggiato di Pisacane davanti ai forconi dei contadini del Cilento, c’è la barba grigia e maleodorante di Bakunin appena fuggito dalla Siberia, che diventa rossa, ricciuta, come se ringiovanisse. C’è Carlo Marx, che con il suo “Manifesto” suscita un fantasma che fa ancora tremare le vene ai signori, e Robert Owen, con le sue città ideali, e poi Proudhon, per il quale la proprietà è un furto. C’è Amilcare Cipriani, con un cappellaccio tirato sugli occhi, che risponde sprezzante ai giudici del regno. C’è Malatesta sui monti del Matese ad organizzare un’impossibile rivolta. C’è un lupo che trotta avanti e indietro, chiuso in un vagone blindato che attraversa l’Europa: Vladimir Ilic piomba a Pietroburgo, la Russia s’infiamma, è la rivoluzione. Ci sono i corpi senza vita di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht, assassinati dai compagni socialisti. C’è il sorriso pulito di Giacomo Matteotti quando enuncia alla Camera i brogli elettorali. Ci sono i capelli arruffati di Gobetti prima delle bastonate dei fascisti. C’è la gobba travagliata di Gramsci che non riesce a trovar pace neanche dopo morta. C’è il cadavere di Durruti, fasciato nella bandiera rossa e nera, e il popolo anarchico che rimane muto, per una notte intera, sotto l’acqua a dirotto, a presidiare il cimitero. C’è una folla di partigiani antifascisti cadti con negli occhi il sol dell’avvenire. Ci sono i morti di Reggio Emilia, di Afragola e di Portella delle Ginestre, quelli di Piazza Fontana, di Bologna e di Ustica, che invocano ancora giustizia. Ci sono i ragazzi del Maggio francese, che volevano la fantasia al potere. C’è la faccia sorridente del Che, con il basco e la stella rossa sulla fronte, la folla ondeggia, “el pueblo unido jamà serà vencido… venciidoo… venciiidooo”. La pellicola stride, come se fosse rovinata. I fotogrammi sono sempre più sbiaditi. Irriconoscibili. Bianchi. Ciak, bianchi, ciak, bianchi. L’OCCHIO SINISTRO È ORMAI UN OCCHIO CIECO, L’OCCHIO CIECO DELLA SINISTRA INESISTENTE.

Il lupo svolta, cambia occhio. Il ragazzo è sempre fermo che lo guarda. Ma non sorride più, sembra che abbia paura. Fissa la pupilla del lupo che s’allarga, che pian piano si mette in movimento. Una luce strana sprigiona dal vortice, come un lampo sinistro nella notte. È… il luccichìo di un cranio pelato, di una faccia dalla mascella volitiva. Il simbolo del socialismo interventista. È il Giuda del proletariato, è Mussolini, il fascista. È Hitler con i baffetti da moscone, seduto su una svastica che si stende sul mondo. Che finisce ad Auschwitz, che finisce a Mathausen. “L’olocausto può succedere ancora” diceva Hannah Arendt solitaria. Nessuno le credette veramente. Ma ecco che avanzano due baffoni georgiani, è Josif Giugasvili, detto Stalin. Un gulag a trenta gradi sotto zero, la rivoluzione si suicida a testa in giù. L’occhio destro è Leon Blum che si sveglia nella notte e piange il sangue dei miliziani spagnoli. È Franco che avanza a Guadarrama mentre la repubblica arresta gli anarchici della CNT. È Petain che lascia ai nazisti mezza Francia per seviziare più “liberamente” l’altra. È Salazar che instaura il suo regime così come “sostiene Pereira”. Ma è anche Togliatti, ministro della giustizia, che vara l’amnistia per i fascisti. O Saragat, che a palazzo Barberini vende l’anima per una poltrona. O Nenni, che con il centro-sinistra puntella una DC moribonda. C’è invece solo il carcere per i camalli che fermano a Genova la svolta autoritaria. E il ‘69 delle lotte operaie svanisce dieci anni dopo con la marcia dei quarantamila. L’occhio destro è la polizia dei colonnelli che “ripulisce” il politecnico di Atene. È Pinochet che assalta la “Moneda” contro Salvador Allende, il “presidente”. Sono le mani dei generali argentini che grondano del sangue dei “desaparecidos”. Sono gli squadroni della morte in Guatemala e i killer di bambini del Brasile. Sono le raffiche dei mitra brigatisti che distruggono ogni possibilità di “Movimento”. Sono gli anni della “deregulation”, con Reagan e la Thatcher a farla da padroni. Sono i naziskin che nelle città tedesche danno la caccia ai turchi o ai nigeriani. L’occhio destro è Re Mida Craxi che trasforma la scala mobile in tangenti per il suo partito. “Mani pulite” rompe l’incantesimo, ma nulla può contro il mago delle televisioni. “Forza Italia” dice Berlusconi, prendendo sottobraccio il camerata Fini. La bandiera rossa ammainata sul Crem lino, la svolta del PCI alla Bolognina. La faccia di Fede incipriata, quella di Sgarbi apPannellata, quella di Ferrara maleducata, quella di Liguori malfidata, quella di Mike Bongiorno asservita, quella di Baudo democristianata, quella di Magalli rincoglionita, quella di Frizzi imbambolata, quella di Santoro arruffianata, quella di Prodi… di Prodi? Sì, di Prodi, appaccioccata, quella di Veltroni arcipretata, quella di D’Alema supercontrollata, quella di Buttiglione inCasinata, quella di Bianco addormentata, quella di Bertinotti assignorata, quella dell’Avvocato liftata… C’è una gran confusione dentro l’occhio destro, tutti spingono per stare in prima fila. E l’occhio gonfia, gonfia a dismisura, esce fuori dall’orbita, s’ingrossa finchè esplode e spande materia dappertutto. Il ragazzo stramazza, colpito in pieno, e per un attimo crede di essere morto. Non appena si riprende s’accorge di essere ricoperto da una sostanza molliccia. La tocca con cautela, forse teme si tratti del suo sangue; poi si porta le dita al naso e l’annusa: è merda, È PROPRIO MERDA SCHIETTA.

 

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Storia di un’idea

Piccola antologia del pensiero federalista

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Dal momento che pochi sembrano ricordare (o sapere) che l’idea federalista italiana non è un parto della fantasia (?) di Bossi, ma ha una sua lunga e dignitosissima tradizione nell’area democratica, con formulazioni senz’altro meno deliranti, ci premuriamo di fornire materiali per un utile ripasso, nella speranza che diventino spunti per una riflessione meno superficiale. Cominciamo in questo numero con Carlo Cattaneo, il più lucido, onesto e disincantato pensatore politico del nostro ‘800 (e forse di tutta la nostra storia nazionale).

Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sé. Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno conquistato tre volte la libertà, e mai non l’hanno avuta, dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra; sì, ogni popolo in casa sua, sotto la sicurtà e la vigilanza delli altri tutti. Così ne insegna la sapiente America. Ogni famiglia politica deve avere il separato suo patrimonio, i suoi magistrati, le sue armi. Ma deve conferire alle communi necessità e alle communi grandezze la debita parte; deve sedere con sovrana e libera rappresentanza nel congresso fraterno di tutta la nazione; e deliberare in comune le leggi che preparano, nell’intima coordinazione e uniformità delle parti, la indistruttibile unità e coesione del tutto.

 Ogni popolo può avere interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli, il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità.

Io credo che il principio federale, come conviene agli stati conviene anche agli individui. Ognuno deve conservare la sua sovranità personale, ossia la sua libera espressione; e riconoscendo eguale sovranità e libertà negli amici, fare per loro e con loro tutto quanto può senza demordere al proprio diritto. Il sottomettersi agli altrui dettami è da ciechi e da servili. Il transigere è da scoscienziati e imbroglioni. Una transazione in siffatte cose è una bugia, nella quale ciascuno apporta la sua porzione; ognuno rinnega in parte la sua coscienza; tutti si fanno ingiusti, gli uni per tradire, gli altri per essere traditi. Al contrario, con la federazione ognuno rimane onestamente nel suo proposito e nella dignità della sua coscienza, ognuno dice la sua parola libera e vera alla nazione; nell’interesse e nella coscienza della nazione tutto si esprime; ognuno gravita giusto il vero peso; e l’effetto si unisce nel centro di gravità egualmente come per la via delle associazioni.

CARLO CATTANEO

 

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Quale federalismo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Che paese! Ci son volute le sparate di un piazzista di veleni per riscattare il federalismo dal limbo delle favole. Col rischio, più che mai concreto, di lasciarne snaturare completamente le valenze politiche e ideali. Tutta l’intellighentia cultural-progressista (non parliamo della classe politica, non ne vale la pena) ha continuato a dormire della quarta, anche di fronte al radicamento sempre più preoccupante del leghismo, preferendo titillarsi con i dibattiti sul buonismo e altre cretinate consimili. Trincerate dietro un muro di supponente e miope indifferenza le teste più fini della “sinistra” hanno atteso, prima di darsi una scrollata, che maturassero tutti i peggiori presupposti per una discesa in campo del progetto politico federalista (ed eventualmente per una sua applicazione). Col risultato oggi di ritrovarsi in affanno, anzi, in pieno stato confusionale, combattute tra la difesa del fatiscente istituto statalista, che le vedrebbe schierate al fianco della destra, e la rincorsa al recupero sul terreno delle autonomie, per disinnescare la mina della secessione.

Il fatto è che la “sinistra” storica non appare in grado di proporre alcun modello di rinnovamento istituzionale in senso federalista, perché non ha mai voluto confrontarsi seriamente con questo tema. Lo ha inserito negli ultimi programmi elettorali, ma alla maniera in cui vi si inserisce da sempre, ad esempio, il risanamento del debito pubblico, cioè come una mera giaculatoria, ripetuta meccanicamente. D’altro canto sarebbe eccessivo pretendere da chi per mezzo secolo ha perseguito un unico obiettivo, quello di accedere alla stanza dei bottoni, ed ha sacrificato a tale progetto ogni coerenza ed ogni pudore, che una volta raggiunto lo scopo si impegni a disattivare i comandi e a vanificare il risultato, ormai fine a se stesso, della sua strategia. Si deve quindi dare per scontato che da questa direzione difficilmente potranno arrivare segnali concreti di una volontà innovatrice.

Vediamo invece di spiegare sommariamente, rimandando ad altra occasione un’analisi più approfondita, le ragioni che ci inducono a ritenere valida ed auspicabile una soluzione istituzionale di tipo federalista. Resta inteso che assumiamo il termine “federalismo” nella sua accezione più genuina, quella che demanda a livello regionale, o meglio ancora subregionale, la più larga autonomia gestionale dei poteri e delle responsabilità amministrative.

La prima motivazione può essere definita di carattere tattico. Il progetto di Bossi può essere battuto, recuperando sull’elettorato leghista moderato, solo dal rilancio di un’ipotesi federalista seria, che contempli cioè stati regionali semi-indipendenti e federati. I modelli non mancano, in uno spettro di soluzioni che vanno dal lander tedesco alla confederazione cantonale, sino al federalismo “tollerato” statunitense: e comunque, stante la specificità della situazione italiana, dovrebbe essere varata una struttura politica originale. Resta il fatto che a nessuna delle subentità istituzionali, se costituite su base regionale, sarebbe garantita un’autonomia economica sufficiente ad indurla al separatismo. Verrebbe a cadere in tal modo il discorso delle rivendicazioni pseudo-etniche, mentre finirebbero per essere esaltati in positivo i fattori di aggregazione.

Il secondo motivo è invece più genuinamente politico. Ogni prospettiva di decentramento dei poteri, a qualsiasi livello ed in qualsivoglia direzione, deve essere perseguita, e finalizzata ad ampliare le possibilità per ogni cittadino di esercitare un controllo stretto sull’amministrazione e di partecipare direttamente alla stessa. Ciò induce una politicizzazione attiva, la percezione di svolgere un ruolo concreto e l’assunzione conseguente di responsabilità: in definitiva, crea i presupposti per una crescita veramente democratica.

Infine un’ultima considerazione, concernente il pericolo (paventato dalle frange più consapevoli della sinistra) che un’atomizzazione istituzionale porti alla dissoluzione di ogni residuo di stato sociale. Ciò che si teme è che da un lato nelle aree a livello di benessere più elevato, dove più forte è il rifiuto del riequilibrio compensativo operato col tramite fiscale, prevalga l’orientamento verso una privatizzazione totale dei servizi sociali di base (ciò che equivarrebbe ad escluderne le fasce meno abbienti, tutti coloro che non possono permettersene i costi), e che dall’altro nelle regioni economicamente più deboli quegli stessi servizi non possano essere garantiti per le difficoltà di un bilancio ristretto. Il pericolo in effetti esiste: ma occorre non dimenticare che l’esempio normalmente addotto, quello del progressivo smantellamento del Welfare state in atto negli USA, si riferisce ad una realtà di partecipazione politica delle masse lontana anni luce da quella italiana. Quando sono in ballo i temi dello stato sociale un elettorato attivo che sfiora l’80%, e che comprende quindi quella maggioranza della popolazione che è interessata alla pubblicità dei servizi, costituisce ancora un ottimo deterrente contro gli attacchi frontali: e le recenti elezioni lo hanno dimostrato.

Contro quelli più insidiosi, invece, contro le manovre striscianti e aggiranti, non è più questione di stato unitario o federalista, ma di un salto di qualità nel livello della coscienza politica individuale e collettiva: se ciò non accade, il nostro futuro sarà all’insegna del più feroce egoismo privatistico, indipendentemente dalle formule istituzionali che ci riserva. E questo lo hanno dimostrato, in Italia come nel resto del mondo, gli ultimi quindici anni.

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Un filo di resistenza

da un’escursione autunnale con HANS MAGNUS ENZENSBERGER

di Paolo Repetto, 1991 e da Sottotiro review n. 3, maggio 1993

P.     Allora, le piace qui, dottor Enzensberger?

H.M.         Certo. È veramente un bel posto. E poi queste colline, questa na­tura, sono molto diversi rispetto al paesaggio italiano cui sono abituato. Io co­nosco bene so­prat­tutto la Toscana, come tutti i tedeschi, d’altra parte.

P.    Già, è così. Comunque, con tutto il rispetto, credo ci siano molti al­tri volti dell’Italia che lei non conosce. Confesso che mi è piaciuto molto il quadro che Lei ne ha dato in “Ah! Europa”, perché è più che veritiero: ma non è com­pleto. Per questo ci tenevo tanto ad incontrarla, e tra l’altro, ad incontrarla proprio qui.

H.M.         L’avevo capito dalla sua lettera: e ho accettato per la stessa ra­gione. Mi cor­regga se sbaglio, ma ho l’impressione che Lei voglia mo­strar­mi la “faccia seria” di questo paese.

P.    Direi piuttosto la faccia “in ombra”, quella che non è sempre sotto i riflet­tori, che non invade i teleschermi, le sale dei congressi e le riviste più o meno pati­nate. Badi bene, niente a che vedere con l’Italia dei misteri, anzi. Que­sto anche Lei lo ha sottoli­neato, in Italia non ci sono misteri, tutti sanno tutto, fingono di non sa­perlo ma lasciano capire che lo sanno, e le prime e seconde e terze pagine sono piene dei reso­conti di atti­vità che paradossal­mente vengono definite occulte. No, semplicemente mi pre­meva farle con­statare che anche in un paese come il nostro, zeppo di pa­rassiti e cialtroni, c’è gente che lavora e resiste in silenzio. Anche se sta diventando sempre più difficile. In fondo è la stessa gente di cui Lei parla ne “In difesa della norma­lità”: magari meno “maggioranza silen­ziosa”, perché qui la maggioranza è piuttosto di casinisti, ma in­somma, c’è anche gente seria.

H.M.         Non ne dubitavo. Mi sembra naturale che dietro la mandria di idioti che ap­paiono in tivù, accendono fuochi nei boschi e si pe­stano negli stadi, ci deb­bano es­sere anche persone normali e responsa­bili. Anche se, a dire il vero, non ho avuto molte occa­sioni di incontrarle. Sa, col mio la­voro finisco per fre­quentare soprattutto convegni cul­turali. Resta il fatto che il fenomeno di italia­nizzazione dell’Europa di cui parlo nel sag­gio da Lei citato fa riferimento soprat­tutto al mo­dello “eccessivo” italiano. Tra l’altro, da allora (era l’87) sono matu­rate altre situa­zioni che rendono a mio parere ancor più valida la prospettiva di una esportazione del modello italiano. Mi riferisco alla crisi di legitti­mità del sistema partitico. Quello che in apparenza sembra un pro­dotto dell’arretratezza politica italiana è in realtà l’anticipazione di una tendenza che a breve interes­serà tutta l’Europa (e quella parte del mondo in cui esi­stono istituti politici ba­sati sui partiti). In­tendo dire che il sistema capitali­stico, dopo aver avuto biso­gno della democrazia parti­tica, dei partiti poli­tici (e mi riferisco a tutti i partiti, di governo e forse ancor più di oppo­si­zione, con tutti gli annessi e connessi, tipo sindacati, ecc.) quali cinghie di trasmis­sione per far digerire alle popolazioni i mutamenti economici, culturali e sociali degli ultimi due secoli, oggi può farne tran­quillamente a meno. Il sistema-capitale aderisce ormai al nostro corpo come una se­conda pelle, si propone come una se­conda natura. Nel corso di cinque o sei genera­zioni ci siamo abituati a con­siderare “naturale” ogni sua manife­sta­zione, dal lavoro parcellizzato alla cementifi­cazione a tappeto, dal gui­dare l’automobile al rimbam­birci davanti alla televisione. Non è stata una rieduca­zione indolore: i partiti politici hanno funzio­nato da anestetico. Ri­corda Guic­ciardini, a proposito di Ferdinando il Catto­lico? “Quando vo­lea fare impresa nuova o delibe­razione di grande impor­tanza, procedeva spesso di sorte che, innanzi si sapesse la mente sua, già tutta la corte e i po­poli desidera­vano ed escla­mavano: el re dovrebbe fare questo, ecc.”  Perfetto. A questo sono serviti i partiti, a far si che la gente si convincesse di aver chiesto quel che le ve­niva impo­sto. Ora non è più necessario, come dicevo, ormai il filo è di­retto.

P.    Il filo diretto passerebbe in Italia attraverso la guaina del leghismo? Non mi sem­bra di aver colto un’analisi di questo tipo nel suo ultimo libro, “La grande mi­gra­zione”.

H.M.         In effetti “La grande migrazione” è solo un excursus molto ge­nerale su un fenomeno che tutti sembrano scoprire solo adesso, con i “barbari” alle porte, ma che in realtà ha caratterizzato da sempre la storia dell’umanità. Quanto al leghi­smo, si, penso che in qualche modo si pro­pon­ga come modello di decisionismo di­retto, non mediato: l’illusione di sce­gliere “di persona”, senza più deleghe, quando in verità tutte le scelte sono già state fatte e le decisioni sono già state prese. Comunque, il filo non ha nem­meno più bisogno di guaine meta­foriche. Esi­ste già material­mente, cor­re via etere, e magari oggi anche via mo­dem, si dispiega sempre più invisi­bile e solido e veloce fino a tessere “la grande rete” nella quale ci stiamo in­gabbiando, nar­cotizzati dal sogno della democrazia telematica.

P.    Credo che Lei prefigurasse qualcosa del genere ne “Gli installa­tori del po­tere”.

H.M.         Già, pressappoco. Ma le confesserò che quel “prefigurasse” mi dà un po’ fa­stidio. Preferisco pensare di avere gli occhi aperti sul pre­sente piuttosto che lo sguardo lungo sul futuro. Per come la vedo io, poi, finirei per passare per un profeta di sventure.

P.    Capisco. Ma resta il fatto che a Lei riesce di anticipare sistematica­mente i tempi ri­spetto alle grandi tematiche, e di affrontare i risvolti di un problema prima che il grosso dell’armata intellettuale abbia avuto anche solo la perce­zione del pro­blema stesso. Nelle poesie di “In difesa dei lupi”, ed erano l’opera di un gio­vane, c’era già la presa per i fondelli di quella puzza al naso “di sinistra” che ha caratte­rizzato le “avan­guardie” poli­tiche e intellettuali degli anni ses­santa. In “Politica e terrore”, e siamo prima del ‘68, è puntigliosamente dimo­strata la so­stanziale equi­va­lenza e complemen­tarità tra l’azione politica del sistema e l’azione poli­tica di chi lo combatte col terrori­smo. In “Palaver”, e siamo ai primi anni set­tanta, si colgono le ambiguità di un ecolo­gismo “integra­lista”, nonché la sua pre­disposizione ad es­sere strumenta­lizzato. Tra i saggi di “Sulla piccola borghesia” ho trovato final­mente un discorso sincero e pulito ri­spetto agli esotismi terzomondi­sti, quello di Eurocentri­smo con­trovo­glia”. E lo stesso vale per l’analisi spie­tata de “Il mas­simo stadio del sot­tosvi­luppo”, sul sociali­smo reale e la sua fine in­combente, pro­dotta negli anni set­tanta. Certo, non parliamo di doti profetiche, ma è senza dubbio frutto di una stu­pefacente lungimiranza.

H.M.         Insomma, non un profeta ma uno scout. Mah, non mi ci vedo a caval­care un po’ avanti alla truppa, a leggere le tracce sul terreno e a spi­are i pol­veroni lontani. No, torniamo a terra. Mettiamola così: è evi­dente che scrivo perché credo di aver qual­cosa da dire, magari anche di vedere qual­cosa che gli altri non vedono, o fingono di non ve­dere. Niente lungi­miran­za, se mi permette: solo onestà intellet­tuale. E già così non mi sem­bra di peccare di eccessiva mode­stia. Se c’è una cosa che mi irrita è il con­statare come la stragrande maggio­ranza, tra coloro che formano l’intellighentia, ri­fiuti ostina­tamente di guardarsi attorno, o, quando lo fa, di pren­dere atto di quanto vede. Ricorda quella poesia, “Sulle difficoltà della rieduca­zione”? “Quando è il momento della libe­razione dell’umanità/ corrono dal barbie­re…/ In­vece che per la giusta causa/ lottano con le vene varicose e il mor­billo. / Eh sì, se non ci fosse la gente/ tutto si ag­giusterebbe in un baleno”. Certo che si aggiu­ste­rebbe! C’è solo il piccolo dettaglio che l’opera di ag­giustaggio viene intrapresa, negli in­tenti, in nome, alla testa, per il bene del­la gente”. Quando dico “prendere atto” non intendo che una volta realizza­to come la “gente” non voglia quello che vuoi tu, la si debba lasciar cuocere nel suo brodo, o peggio, che si debbano rincor­rere i suoi gusti per non esse­re cacciati dalla cucina: no, intendo dire che non si può costruire un abito ideale, senza prendere le misure, avendo in mente magari il ca­none di Poli­cleto, e poi arrab­biarsi se quelli cui è destinato hanno la pancia, o le gambe corte. Ecco, se uno si guarda in giro, o ha il coraggio di guardarsi allo spec­chio, vede che la “gente” ha la pancia, le gambe corte, le spalle strette o il sedere sporgente. Cosa fa, li elimina tutti? Non è più sensato cucire abiti meno attillati, un po’ più informi e goffi, ecco, oggi si dice “casuals”, che si adattino a tutti? Fuor di metafora, se dà un’occhiata proprio all’abbiglia­mento moderno, vedrà che il si­stema questo l’ha già capito da un pezzo. In­somma, giriamo giriamo, ma stiamo parlando sempli­cemente di buon senso.

P.    Ecco, ci siamo arrivati: buon senso, ovvero razionalità. Assieme a Cal­vino, e in qualche modo anche ad Eco, Lei per me rappresenta la persi­stenza e la vali­dità dell’atteggiamento illuministico. Il più simpatico tra i personaggi dei suoi “Dialo­ghi tra immortali, morti e viventi” risulta Di­derot. Forse perché è un ironico auto­ri­tratto. Le piace essere considerato un epigono dell’Illuminismo?

H.M.         Mah, intanto aggiungerei al gruppetto anche Böll, così siamo giusti per lo scopone. Quanto all’Illuminismo, dopo il contropelo di Adorno e Horkei­mer c’è da chiedersi se non sia un insulto. Comunque, se­riamente, rifiuto di con­side­rarmi un epi­gono, perché questo connoterebbe l’Illumini­smo come una moda culturale, men­tre è un atteggiamento, una disposizione di spirito. In que­sto senso sì, allora lo consi­dero un compli­mento: se illumi­nismo significa difesa del buon senso, che non sem­pre si identi­fica col sen­so comune, ma qualche volta sì, ebbene, sono un illumi­nista. Riguardo a Diderot, poi, c’è senz’altro un po’ di me, anzi, c’è pa­recchio: ma l’intento era piuttosto quello di evidenziare una certa “bana­lità”, aspetti, la precedo, una “nor­malità” attra­verso la quale lo spirito, di­ciamo l’intelligenza, riesce ad ope­rare in posi­tivo. Niente ascetismi, niente eroismi: la storia va avanti attraverso il tran tran, e si accompagna alle grettezze e meschi­nità di perso­ne che comunque lavorano seria­mente e con pas­sione. Qualcosa di simile, anche se colto in chiave più ironica, a quel che ho cer­cato di dire nelle poe­sie di “Mausoleum”.

P.    È vero. “Mausoleum” mostra l’altra faccia di tante medaglie, quelle che re­cano da un lato l’effigie dei protagonisti della vicenda del “progresso”. Quel che più mi piace, in questa Spoon River del villaggio del­la conoscenza, è l’assenza di qual­siasi volontà dissacratoria. C’è un clima di mestizia, piuttosto: sono presentati i costi, a fronte dei ricavi. E qualche vol­ta è dubbio che ci sia stato per l’umanità un utile netto.

H.M.         Già. Credo sia andata proprio così: le grandi scelte scientifi­che, o in senso più lato culturali, sono state fatte tutte in buona fede, da gente convinta di es­sere nel giusto, di operare per il bene comune. I risul­tati non sempre hanno corri­spo­sto. Quanto al dissacrare, credo che pre­supponga qualcosa di sacro: nell’epoca nostra è quasi un gioco di società. Una volta che è caduto, tutti vo­gliono portarsi a casa un pezzetto del muro di Berlino. Ci sono bancarelle che li vendono, e sospetto che or­mai questi detriti arrivi­no addirittura dall’Italia.

P.    È probabile. Ma in definitiva, banalizzando, lei ritiene di avere un’attitudine otti­mi­sta o pessimista rispetto alla storia dell’umanità, quindi al passato, o rispetto ai suoi sogni, quindi al futuro?

H.M.         Dovendo proprio rispondere direi ottimista, ma non lo so, di­pende dall’accezione che si vuol dare al termine. C’è chi crede che la sto­ria dimostri come l’umanità abbia comunque sempre progredito, malgrado At­tila e Hitler e tutti gli altri, e che in pratica è in moto un processo di per­fe­zionamento. Chiaro che questo non è es­sere ottimisti, ma idioti. Cinque mi­liardi di persone che muoiono per fame, malat­tie e vio­lenze, e tutti gli altri miliardi che sono morte allo stesso modo e per le stesse ragioni nel corso degli ultimi cento secoli stanno a dimostrare il contrario, e avreb­bero qual­che obiezione a questa idea. Nemmeno credo valga l’ipotesi di una raziona­lità che si è af­fermata, o che comunque si è ritagliata un suo spazio, e non lo perderà più. Basta accen­dere per cinque minuti un appa­recchio televisivo per avere la dimo­stra­zione del contra­rio.

P.    In effetti in “Mediocrità e follia” Lei esprime molti dubbi in propo­sito. E an­che nelle poesie di “La furia della caducità” non sembra nutrire speranze in una nuova primavera dei Lumi.

H.M.         Beh, è chiaro che ultimamente è un po’ difficile coltivare entu­sia­smi. Qual­cuno potrebbe dire: per fortuna. Ma spero che da nessuna delle due opere da Lei citate giunga la sensazione di una mia posizione “apocalit­tica”, un annuncio della fine dei tempi. Per carità, i grandi pessi­misti, tipo Cioran, o il vostro Cero­netti, mi danno sui nervi. Volgarità tri­onfante, bar­barie incombente, suicidio col­lettivo, eh, santo Iddio! Toc­chiamo ferro. O almeno, sia un po’ come vuole, questo signi­fica forse che io debba rinunciare al rispetto di me stesso, e quindi al dovere di ca­pire e di aiutare, per quel che posso, anche gli altri a ca­pire? E magari tentare qual­cosa, con gli altri, per evitare lo sfascio?

P.    Mi par di potere desumere, allora, che Lei, arrivato a sessant’anni, con alle spalle un quarantennio di attività come letterato e polemista, non dia segni di cedi­mento. Dica la verità, non la sfiora ogni tanto l’idea di met­tersi in pen­sione?

H.M.         Oh, altroché. A volte penso che dovrei davvero staccare. Ho i miei amici, i miei affetti, i miei libri: magari in ordine inverso. Ma vede, è più facile smet­tere di fu­mare che di impicciarsi. Io non riesco a liberarmi né dell’uno né dell’altro vizio.

P.    Ma non prova mai una impressione di inutilità, la sensazione di pre­di­care nel de­serto, di dire cose che alla fin fine vengono ascoltate da quattro gatti, ma delle quali i più sembrano poter fare tranquillamente a meno?

H.M.         No, no. O meglio, si, è naturale che a volte uno ne abbia le sca­tole piene e si chieda: ma cosa sto facendo, perché, e per chi? E più an­cora quando ti accorgi di es­sere travisato, che non quando sei ignorato. Si, capi­ta. Ma poi? Voglio dire, il senso che do al mio impegno, per quel che vale, non è senz’altro quello di fare adepti. Per quelle cose lì ci sono altre strade: si predica, come il reverendo Moon, o si fa lo scemo in tele­visione, come il vostro Sgarbi. Ne ab­biamo già par­lato: se ti proponi di essere una voce criti­ca non puoi certo preten­dere gli applausi. Ritorniamo al discorso delle “avanguar­die” e della pretesa che ad ogni presunta provocazione il pubblico reagisca, ma nello stesso tempo con­senta. Se il pubblico, come sempre più spesso accade, in­cassa imper­turbabile, non significa che non ha capito nien­te, ma che non aveva senso la provoca­zione. Comunque, tornando a me: Lei ed io siamo qui, Lei ha vent’anni meno di me, si pone gli stessi problemi, do­mani risponderà ad altri che Le porranno le stesse domande. È un filo di “resi­stenza”, come Lei stesso lo ha chia­mato, che val la pena continuare a tessere. Direi che, al limite, è sufficiente questo a giustificare qua­rant’anni di impegno: o le sem­bra poco?

P.    No, certo. E anzi, la ringrazio, a nome mio e di tutti coloro che con­ti­nue­ranno ad attaccarsi a quel filo. E ora andiamo, signor Enzensber­ger: ar­riveremo a quella chie­setta lassù, sul monte lì di fronte, il Tobbio. È un po’ il nostro Bro­ken. La vede?

H.M.         Uhm, si direbbe piuttosto lontana. Pensa che possa farcela?

P.    Ce la farà senz’altro. Lei è ancora capace di salire molto in alto. Garan­tito.

 

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