I colori dell’estremo Nord

di Paolo Repetto, 29 luglio 2019 – vedi Album Luci e ombre di Peder Balke

Luci e ombre di Peder Balke copertinaPeder Balke appartiene alla generazione successiva a quella di Friedrich (nasce nel 1804), e conosce la pittura di quest’ultimo a Dresda, attraverso Johan Christian Dahl. Ma è norvegese, e racconta nei suoi dipinti la parte più settentrionale del suo paese, quella più dura e selvaggia. Lo fa senza alcuna concessione al misticismo romantico, attraverso la rappresentazione quasi sgomenta di una natura che non cela alcun segreto e si mostra in tutta la sua terribile potenza. I suoi paesaggi, sia quelli marini che quelli montani, potrebbero benissimo fare da sfondo ai romanzi di Knut Hamsun: ma qui non ci sono superuomini, anzi, non si vedono nemmeno gli uomini, del tutto assenti o nascosti dentro le minuscole imbarcazioni in balìa delle onde, presumibilmente in preda al terrore. Balke non inventa gli scenari, anche se il suo stile può sembrare visionario: va a cercarseli di persona attraverso continue spedizioni nelle zone più sperdute e sconosciute della penisola scandinava, da Tromso a Capo Nord e al cuore della Finlandia. Poi li riversa su tela illuminandoli della luce nordica, traendone colori di volta in volta freddi e quasi lividi per i ghiacciai e pastosi e intensi per le spiagge e le rocce. A dominare è comunque un’atmosfera gelida: per questo i suoi dipinti, per quanto stupendi e moderni nella concezione, difficilmente saranno usati come poster per la promozione turistica.

Questo slideshow richiede JavaScript.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Tom Barnaby, antropologo

di Paolo Repetto, 23 luglio 2019

Una delle mie dipendenze televisive riguarda “L’ispettore Barnaby”. Dura da un pezzo, perché la serie ha ormai superato i vent’anni (ha esordito nel 1997, in Italia è arrivata solo nel 2003), anche se per me ha in realtà concluso il suo ciclo dopo la tredicesima stagione, quando John Nettles ha deciso di uscire dai panni del poliziotto per dedicarsi ad altro. Da allora è stata tenuta in vita artificialmente, con un nuovo improbabile protagonista e storie che nulla conservano del vecchio appeal. Dell’originale sono rimaste solo la musichetta della sigla, che ormai però tutti associano alla figura di Nettles, e l’ambientazione, anch’essa alla lunga un po’ abusata. Forse per questo motivo, soprattutto da quando la serie è approdata ad una rete tematica dedicata, gli ottantuno episodi interpretati dal Barnaby autentico vengono propinati in dosi da cavallo: ne passano almeno tre ogni giorno, e alcuni sono già stati riproposti almeno una decina di volte (ho persino il sospetto che dietro questo sfruttamento intensivo ci sia un calcolo biecamente anagrafico: i fans più affezionati di Barnaby sono gli ultrasettantenni, una platea destinata a sfoltirsi molto presto).

Una simile inflazione avrebbe dovuto produrre alla lunga logorio e rifiuto: ma a quanto pare nel caso di Barnaby questo non accade, o almeno non è ancora accaduto. Non stento a crederlo, perché io stesso, ogni volta che stanchezza o noia mi inducono ad arrendermi al telecomando, se non è tempo di Giro o di Tour e non trasmettono un western classico mi rifugio nella contea di Midsomer. E credo che la stessa cosa accada a molti: immagino si tratti di un retaggio infantile, perché in fondo tutti rimaniamo sempre un po’ bambini, e vorremmo raccontata sempre la stessa fiaba, possibilmente senza variazioni nei particolari. Ma sono anche convinto che dietro questa affezione ci sia di più, e che il di più attenga allo specifico dell’oggetto.

Cominciamo dalla fattura. Dobbiamo ammetterlo, per essere un prodotto a basso costo “L’ispettore Barnaby” è realizzato con un sapiente dosaggio di tutti gli ingredienti. Si avvale intanto di un’ottima sceneggiatura, che applica in maniera elementare ma efficace i principi della scuola giallistica inglese, da Agatha Christie a Hitchcock. I tempi dell’azione sono perfetti, non ossessivi, come accade invece nei telefilm americani, né troppo lenti, come negli sceneggiati italiani. Sono bandite le sgommate, le sparatorie e le scazzottate, e sui momenti crudi, quelli in cui il crimine è commesso, si applica una manzoniana reticenza: vi si allude, o li si racconta a posteriori, in questo caso attraverso flash monocromatici, che in qualche modo li enucleano dal normale svolgimento della vicenda. Il linguaggio è correttissimo, non una imprecazione o una volgarità superflua, e persino le veniali intemperanze degli assistenti Scott e Jones vengono immediatamente rimbeccate dal superiore. Nei dialoghi non si verifica l’effetto Qui, Quo, Qua, con la battuta spezzata in quattro frammenti recitati da quattro interpreti diversi (in omaggio alla par condicio?) che rende stucchevoli i vari CSI, e il registro è costantemente ironico, ma né i protagonisti né i comprimari sono mai ridotti a macchiette (si pensi invece alla pesantezza di certi caratteristi di spalla degli sceneggiati su Montalbano o degli altri polizieschi italiani).

La vita privata dell’ispettore entra nelle storie con discrezione: d’altro canto Tom Barnaby non ha scheletri nell’armadio, ossessioni, turbamenti da abusi infantili. È un uomo solare, di natura tranquilla, un marito routinario e un padre amoroso ma non eccessivamente sollecito, sparagnino il giusto (esibisce le sue modeste abilità di bricoleur solo quando consentono un qualche risparmio) e impegnato costantemente a dribblare i progetti di trasloco della moglie e di nuove attività della figlia. Come investigatore è dotato di una buona sensibilità “a pelle”, che gli consente di fiutare gli interlocutori falsi e omertosi, e di normalissimo buon senso. Non è maniacalmente ligio alle procedure e aborre i protocolli d’indagine che l’amministrazione vorrebbe imporgli, ma oppone una resistenza passiva, nel senso che tranquillamente li ignora, senza piantar grane o fare obiezioni. Soprattutto non utilizza le nuove tecnologie (quando lo fa pigia sulla tastiera con due sole dita, come me – per l’indispensabile si affida ai collaboratori), mentre non di rado va a cercare lumi nella lettura. E non usa le armi: in ottantun episodi se ben ricordo ha sparato una sola volta. Persino il suo sarcasmo e le piccole compiaciute vessazioni che infligge agli assistenti tradiscono una ironica benevolenza.

Questo personaggio ha trovato in Nettles l’interprete perfetto. Anzi, sono quasi certo che sia stato lo stesso Nettles a costruirlo così: perché un tale carattere gli consente di recitare con gli occhi, che sa illuminare o incupire tramite leggere e significative sfumature, e con una mimica facciale molto contenuta, ma proprio per questo straordinariamente espressiva anche nei minimi mutamenti. Noi seguiamo in fondo tutte le vicende attraverso i suoi occhi, e siamo guidati alla loro interpretazione dal suo volto. Il tentativo di tenere in vita la serie con un sostituto era inevitabilmente destinato a fallire: noi veri credenti, barnabiti irriducibili, ci eravamo abituati ormai al suo volto narrante.

Per questo non è stato sufficiente lasciare invariata l’ambientazione, che pure ha avuto un ruolo fondamentale nel successo della serie. La sonnolenta contea di Midsomer è davvero un luogo da fiaba: verde, boschi, colline dolci, ruscelli limpidi, stradine semideserte di campagna, villaggi minuscoli di casette semplici e graziose, ognuna diversa dall’altra ma costituenti un insieme armonioso, con le pareti coperte di rampicanti e le tradizionali coperture in paglia o in scandole d’ardesia, la privacy difesa dai perimetri fioriti dei giardini; e poi pub caratteristici, e splendide anche se cadenti dimore nobiliari, i castelli e i manieri della gentry, della piccola aristocrazia di campagna, o antichi ed austeri edifici che ospitano i college “esclusivi” della provincia profonda. Il tutto, per quel che capisco di queste cose, valorizzato da una fotografia calda, dai colori pieni, tanto nelle scene diurne come nei notturni. A Midsomer piove raramente, quasi mai si vede la neve e non si conoscono né l’afa né il gelo: una eterna, mite primavera.

Come spot promozionale il serial si è rivelato senz’altro efficacissimo, tanto più perché non mirato ad una specifica area o località, ma giocato su un luogo ideale che riassume tutta la faccia in ombra del paese. Esiste ormai un consolidato flusso turistico di gente che percorre il Devon e il Surrey in cerca della cittadina di Caustom e alla riscoperta della vecchia Inghilterra, quella che dovrebbe conservare intatti lo spirito testardo e laborioso e le tradizioni autentiche di un grande popolo.

Bene, tutto ciò spiega già in parte l’affezione, e anche il fatto che i vecchi episodi reggano ad una visione ripetuta: agiscono appunto come le fiabe per bambini, vicende sospese in un mondo immaginario ma rese credibili dalla cura realistica dei dettagli e dalla coerenza di fondo dell’impianto. Dopo averne visti un paio sai già perfettamente cosa attenderti da Barnaby e dai suoi collaboratori, sai anche che gli omicidi saranno tassativamente tre, e sei gratificato dalla risposta puntuale alle tue aspettative, senza per questo che le vicende e l’intrigo risultino scontati. Ma quando li rivedi ti rendi conto che le vicende non le ricordi affatto, che non erano state quelle il motivo del tuo interesse, perché in realtà ogni volta ti eri perso dietro gli stupori del paesaggio, le caratterizzazioni dei personaggi e, soprattutto, le sconcertanti stranezze di un microcosmo di provincia.

C’è infatti ancora dell’altro, ed è questo che mi interessa. Il serial, prima ancora che alla promozione turistica, è mirato a trasmettere ad un messaggio politico. Un messaggio subliminale, che non ha bisogno di essere esplicitato, filtra attraverso le immagini ma anche attraverso le vicende e i loro protagonisti.

I telefilm di Barnaby non hanno la pretesa di documentare una realtà sociale, e meno che mai di denunciarne il degrado, ma propongono in compenso un campionario interessantissimo di materiale antropologico. Un repertorio sterminato di costumi, di manie, di riti sociali, di istituzioni non ufficiali ma investite di autorità dalla tradizione locale: tutto ciò insomma che dovrebbe caratterizzare nel profondo l’Old England. Provo a farne un elenco a memoria, che sarà chiaramente molto difettoso, perché in effetti ogni singolo episodio ruota attorno ad un mondo particolare, a riti e a tradizioni diversi. Si va dagli appassionati di birdwatching ai coltivatori di orchidee, dalle gare dei cori a quelle dei campanari, dai club letterari alle bande musicali con majorettes, dagli ufologi alle sette sataniche o naturistiche, dai tassidermisti dilettanti ai micologi, fino ai collezionisti di monete, di punte di frecce preistoriche, di libri antichi e d’arte; e poi via via, i club sportivi, di canottaggio, di tiro con l’arco, di cricket, di pugilato, di equitazione, i passeggiatori a piedi o in bicicletta, gli amanti del mistero e dei fantasmi, delle visite ai cimiteri o alle case stregate, fino alle associazioni di ex-combattenti e ai patiti dei giochi di guerra. A fare incontrare tutta questa gente sono soprattutto le feste paesane, tutte uguali, con le gare di lancio del ferro di cavallo o di tiro con l’arco, la musica della banda sullo sfondo e Barnaby che si aggira fingendosi moderatamente divertito (è stato trascinato lì dalla moglie o dalla figlia) tra i quattro banchetti per l’assaggio delle torte e del sidro: fino a quando il primo omicidio non gli consente di rimettersi in azione. Ai nostri occhi di inveterati sagraioli queste feste di paese inglesi possono sembrare noiose e povere, soprattutto per l’assenza di caciara: in realtà sono molto più sentite e genuine di quelle nostrane, hanno alle spalle una reale tradizione, alla quale rimangono il più possibile fedeli, e soprattutto mirano a far incontrare i paesani, non a richiamare e a spolpare i turisti (questo l’ho constatato personalmente).

I telefilm di Barnaby mostrano in definitiva un’Inghilterra rurale che forse non c’è più (ma nemmeno è del tutto scomparsa), volutamente miniaturizzata in tante oleografiche cartoline, e capace di suscitare un velo di nostalgia. Intendiamoci: è l’Inghilterra che ha votato la Brexit: anzi, è l’immagine che quella Inghilterra ha di se stessa, o aveva sin quasi alla fine del secolo scorso. E che, questo è il punto, vorrebbe conservare. Ma qui scatta un primo paradosso. In effetti la serie quella immagine gliela rimanda, ma nel suo contesto Barnaby ha il ruolo di chi alza la pietra: sotto, appena rovista un po’ più in profondità, vien fuori di tutto: antichi rancori, faide secolari, vendette, invidie, livori, meschinità, cupidigie, drammi familiari, tradimenti, perversioni, superstizioni e manie religiose, insomma, una catena di piccoli viperai. In uno dei primi episodi l’ispettore commenta: “Questo paese sembra il paradiso terrestre: ma non lo è.” Una considerazione che potrebbe essere posta in esergo ad ogni puntata.

Questo aspetto del messaggio certamente piacerà poco a Farage e alle destre fascistoidi: ma in realtà è perfettamente funzionale a raccontare il gioco complesso e delicato di equilibri sui quali si regge la vita di contea, quelli che l’ispettore è chiamato appunto a difendere e a ripristinare, e a suggerire perché non dovrebbero essere sconvolti. Un manifesto conservatore sottile e accattivante, che mescola abilmente mezze verità e ambigue suggestioni: tanto da non farti neppure vergognare di condividerlo.

Quella di piazzare vicende violente in un ambiente tanto dolce e pacifico è dunque una scelta straniante perfettamente calcolata. Infatti, altro paradosso, ci accorgiamo che le azioni delittuose ripetute non scalfiscono affatto ai nostri occhi il quadro: intanto perché un simile volume di attività criminose è talmente inverosimile da farci abdicare subito da ogni pretesa di realismo: poi perché queste sono raccontate con mano leggera, e servono solo ad insaporire un po’ il vero argomento, che è appunto l’Inghilterra “profonda”, aggiungendo qualche sfumatura di colore e scuotendone con un brivido il clima mite e sonnolento. Ancora, perché il quadro risponde in fondo ad una nostra spesso inconfessata, a volte addirittura inconscia, estetica della conservazione. E infine perché il gioco si risolve, alla fin fine, nel ristabilimento di un equilibrio.

La verità è che il mondo in cui si muove Barnaby è quanto di meno “politicamente corretto” si possa immaginare. In nessuno degli ottantuno episodi originali compare un personaggio di colore (per questo motivo il produttore è anche stato messo sotto accusa), ma più in generale non ci sono stranieri, e persino gli inglesi provenienti da fuori sono dipinti e percepiti come elementi di disturbo. Alle donne non viene negata la parità, almeno per quanto riguarda le capacità di ideare e commettere dei crimini. Per il resto si dividono in tre tipologie: le mansuete, che recitano senza tante ubbie la loro parte di casalinghe, come la moglie dell’ispettore, o svolgono attività tradizionalmente riservate al genere femminile, insegnanti, bibliotecarie, governati, impiegate, con qualche timida apertura (poliziotte, ma rigorosamente da ufficio): le rompipalle, impegnate nelle campagne di difesa ambientale (boschi, sentieri, edifici antichi, specie in pericolo di estinzione), nelle rivendicazioni dei diritti più peregrini o nella promozione di iniziative umanitarie: e infine le femmes fatales, arrampicatrici sociali, cacciatrici di eredità o stravaganti sessualmente emancipate. Queste ultime non sono mai bellissime, anzi, in genere sono piuttosto ordinarie, ma proprio la loro normalità rende più piccanti e verosimili le storie.

C’è posto naturalmente anche per i “diversi”, percepiti però sempre sotto una luce ambigua, come realmente accadeva (e ancora accade) nelle piccole comunità provinciali. Anche gli ironici richiami che l’ispettore rivolge ogni tanto al sergente Jones, che non si trattiene dal manifestare una ingenua omofobia, paiono ispirati più da un’attitudine professionalmente tollerante che una comprensione convinta.

Tutto questo è evidente. Ma, ripeto, non ci disturba affatto, non allerta i nostri sensori “progressisti”. Diamo per scontato che la contea di Midsomer sia un microcosmo chiuso, all’interno del quale valgono leggi, consuetudini e criteri di valore diversi da quelli che hanno corso altrove. Un po’ come succede per il mondo dei cartoni animati. Solo che in questo caso si tratta di un mondo assolutamente verosimile, se si prescinde dalla frequenza dei delitti. Ma anche i delitti hanno una loro funzione, quella di portare alla luce le conflittualità diffuse per poi comporle alla maniera di un tempo. Esiste il conflitto di classe, ma si riassume e si risolve in contrapposizioni individuali, tra gentiluomini di campagna ridotti sul lastrico ma pateticamente ostinati a mantenere il decoro e arrivisti locali o di importazione che vogliono subentrare nelle proprietà e nelle dimore, pronti a snaturarne sia l’aspetto e che l’uso. Si accenna appena ai conflitti di genere, trattati per lo più come scontate liti familiari, nelle quali di solito le donne hanno la meglio, ma in ragione della loro astuzia, e non di una coscienza emancipatrice. E sono presenti anche quelli generazionali, con figli che uccidono i padri (in un solo caso avviene il contrario, e per motivi pienamente condivisibili) o cercano di sottrarsi, di norma senza troppa fortuna e con poca convinzione, a un futuro già disegnato per loro.

Credo vada infine sottolineata, tra le assenze significative a Midsomer, oltre a quelle già indicate, quella degli avvocati. Quando vengono smascherati ed arrestati gli assassini vuotano il sacco e raccontano a Barnaby i dettagli che mancavano per completare il quadro. Non si appellano ad alcun emendamento, non chiedono l’assistenza di un legale. Per quel che riguarda l’ispettore la faccenda finisce lì: forse i colpevoli verranno processati in un’altra contea, perché di tribunali non si è mai vista l’ombra (in realtà, ora ricordo, c’è stata un’eccezione). Magari verranno concesse delle attenuanti, l’infermità mentale o cose del genere, ma tutto questo, che nei telefilm americani costituisce un passaggio fondamentale, qui è bandito. Oserei dire che a Midsomer si prescinde dal diritto positivo, o almeno da quella concezione del diritto che finisce per farne oggetto di mercanteggiamento. Vige invece il diritto consuetudinario, e con quello non si patteggia. La meccanica è elementare: individuata con certezza la colpa, si dà per scontata la giusta espiazione. Ma l’unico giudizio che Barnaby esprime è quello morale, (anche se ufficialmente rappresenta proprio il trait d’union con il diritto positivo), quando individua e inchioda il colpevole. E anche per noi non è necessario altro.

Insomma, ne usciamo convinti anche noi che Midsomer non è un paradiso terrestre, tutt’altro, ma che ogni irruzione del nuovo non farebbe che peggiorarlo. Barnaby esprime un conservatorismo consapevole, niente affatto integralista, anzi, un po’ dolente: ritiene che un equilibrio anche poco equo sia sempre meglio di nessun equilibrio. Da buon antropologo non solo ne prende atto, ma si adopera per mantenerlo in vita, correggendone le derive criminali più clamorose, possibilmente senza interferire troppo. La sua posizione è perfettamente in linea con quella assunta da tutti gli antropologi classici, da Ewans-Pritchard a Levi-Strauss, che ci hanno raccontato le società tribali, e che è in fondo quella sostenuta ancora oggi da tutti i critici della civiltà occidentale.

La domanda è: se tutto questo vale per i Tupi-Guarani e per gli Azande, perché non dovrebbe valere anche per Midsomer?

 

APPENDICE

Doc Martin e l’isola dei volti blu

di Vittorio Righini, 2 agosto 2019

ho letto Barnaby, con piacere. Ricordo che l’ho visto, per intero, una volta sola, per il resto quando iniziava una puntata cambiavo canale. Il motivo è presto detto: io sono stato traumatizzato da Doc Martin, e ogni volta che comincia un telefilm (una volta li chiamavamo così) ambientato in Inghilterra, con facce, panorami e colori di ripresa totalmente inglesi, vado in paranoia.

Mi auguro tu non abbia mai visto la serie di Doc Martin, e se lo hai fatto male te ne incorrerà! Se non l’hai fatto, ti spiego di cosa si tratta: Doc Martin è un medico chirurgo inglese, che siccome soffre alla vista del sangue, con scene di panico, vomito, fughe e altro, si è trasferito in un tranquillo villaggio di mare della Cornovaglia del nord. Lui è alto, bruttissimo, con due orecchie alla Dumbo, ed è la persona più antipatica che uno possa temere di avere soprattutto come medico, ma ha indubbie capacità nel suo lavoro. Il villaggio, invece di essere bello e attraente, non lo è affatto. Gli abitanti del villaggio hanno una media neuronica, cadauno, inferiore a due. Rarissime eccezioni. L’unico poliziotto è cerebro-leso. Il piccolo basso ciccione che gestisce l’unico ristorante (dopo aver fatto malamente l’idraulico per tutta la vita), è il paziente ideale per un buon vecchio manicomio, e cucina schifezze incommensurabili. La segretaria di Doc Martin sembra scesa dal pianeta delle scimmie, mentre la farmacista sembra uscita da un romanzo dell’orrore. I bambini sono tutti cattivi, rognosi, malaticci e pieni di paturnie.

Quindi, ti chiederai: ma perché lo guardi? Non lo so, l’ho seguito per una decina di puntate, poi, come con la grappa, mi sono detto basta: il primo mi rende demente, la seconda mi dà troppa acidità di stomaco. Ma la mia rinuncia (a Doc Martin, non alla grappa), si è concretizzata solo pochi mesi addietro, quindi non sono ancora del tutto disintossicato. Capisco perché mentre noi (con tutto il mare di difetti che abbiamo) costruivamo il Colosseo, loro si tingevano la faccia di blu. Ho anche pensato con ammirazione a Mario Appelius … e per tirarmi fuori dalle sabbie mobili prendevo in mano Sir Patrick, Robert Byron, Dalrimple, Hopkirk, Gerald Russell, i fratelli Durrell e così via, e ristabilivo i contatti con una nazione (pardon, un Regno), che, circa una volta l’anno, mi vede curioso viaggiatore al suo interno. Mi dirai: non sono mica tutti ebeti come quelli del villaggio di Doc Martin! Certo, ma una gran parte del pubblico inglese è quello che vuole vedere, i suoi simili, temo. In Fantozzi lo sfigato è lui, mica il mega direttore galattico Balambam, e nemmeno la Sig.na Silvani o il Geom. Calboni sono idioti. Noi godiamo dei casini di uno sfigato, non del villaggio intero di smidollati. E questa differenza mi fa pensare, giuro. Tu, con la tua cultura enciclopedica, potresti meglio spiegare l’arcano.

L’uomo non mangiato dallo squalo *

 * Questa va spiegata. Vittorio mi scriveva il 31 luglio: “Me ne è capitata una curiosa: sono andato in scooter a trovare un amico che gestisce il Lido di Vesima, stabilimento balneare tra Voltri e Arenzano. Mi sono buttato nell’acqua, caldissima, e subito alta, e mi sono messo a mollo con la faccia rivolta verso terra. A un certo punto ho sentito gridare: attenzione! attenzione! e si rivolgevano a me. Mi son detto: cazzo, le meduse, le patisco da morire, provo a non muovermi … invece qualcosa mi ha sfiorato i fianchi, e a un palmo dal naso è comparsa una pinna alta anche lei un palmo, appartenente a uno squaletto di 1,20/1,50 metri circa. Mi ha girato intorno e se ne è andato, immergendosi davanti ai miei – stupefatti – amici. Non ero di suo gusto … o, meglio, era sicuramente una verdesca, che non attacca, anzi ha carne ottima. Però fare il bagno a Voltri con lo squalo, se pensi che c’è gente che va fino alla Barriera Corallina per vederne uno in acqua … io ho speso molto meno.

2 agosto

E vai … . È la miglior recensione televisiva che abbia letto dai tempi di Sergio Saviane (lo ricordi? Scriveva sull’Espresso, ha dato il meglio di sé nel prendere per il sedere i telefilm di regime, quelli sui carabinieri, sulla finanza, sui forestali, sui cantonieri provinciali che erano d’obbligo in palinsesto negli anni ottanta-novanta, ed esordiva con cose come “c’è un bagonghi che gira per l’Italia”). Hai detto in una pagina più di quanto io sia riuscito a fare io in otto. Adesso devi però consentirmi di farla diventare parte integrante del pezzo e di pubblicarla sul sito.

Sono stato affetto anch’io dalla sindrome meridiana di Doc Martin. Era tassativo non perderne una puntata, e ancora oggi non mi capacito del perché. È rimasto uno dei grandi interrogativi della mia vita – ti lascio immaginare gli altri , perché francamente era difficile identificarsi nel personaggio, o sognare di vivere a Portwenn (anche se adoro la Cornovaglia). Non so, forse sotto sotto il messaggio che si recepiva è che c’è speranza per tutti, anche per i meno adatti: e la cosa funzionava perché il protagonista era immerso in un mondo dove tutti o quasi erano dei disadattati. Mia figlia, che in Inghilterra abita ormai da quindici anni ed è anche cittadina inglese, assicura che la realtà è Portwenn, non Midsomer, e che in Doc Martin se ne vede solo il lato buono. Ma non è attendibile, perché è una donna in carriera e i suoi competitor sono tutti inglesi. In effetti, però, se ripenso alle amene disavventure che mi sono occorse nell’ultimo viaggio inglese, un paio di anni fa, nel distretto dei laghi (ubriachi che si manifestano in camera, completamente nudi, alle tre di notte – colpa mia, perché ho il maledetto vizio di non chiudere mai la porta, nemmeno quando sono in giro, ma insomma …), battellieri non perfettamente sobri che litigano via radio coi colleghi o con la moglie e invertono la rotta di colpo, ecc …), devo ammettere che un po’ di ragione ce l’ha. Ma la cosa strana è che queste cose, che in Italia e sul continente mi farebbero incazzare a morte, lì mi paiono note di colore. Potenza della letteratura. Hanno saputo vendersi molto bene, da Shakespeare in poi, e ci hanno indotto una soggezione culturale. L’esatto contrario di quanto accade con gli americani. E ti dirò di più: è una sudditanza che mi piace, come in fondo mi piaceva Doc Martin. Varrà la pena tornarci un po’ su. Al più presto. Paolo

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Introduzione a “Dai quartieri d’inverno”

di Paolo Repetto,

Un tempo persino la guerra rispettava i ritmi della natura. Quando arrivava l’inverno (perché allora l’inverno arrivava ancora), o già addirittura dopo le prime piogge autunnali, le attività militari venivano sospese, per riprendere poi nella primavera successiva. La pausa invernale era determinata da ragioni oggettive (lo stato delle strade, ad esempio, non consentiva lo spostamento di truppe, l’ equipaggiamento dei soldati non permetteva certamente loro di affrontare i rigori del clima, ecc … ), ma era regolamentata anche da un sorta di codice, un patto cavalleresco garantito dalla chiesa stessa. C’erano addirittura delle date, nel medioevo, che aprivano e chiude-vano ufficialmente la stagione della guerra. Durante le pause, in genere piuttosto lunghe, gli eserciti venivano temporaneamente disciolti, ma i graduati trovavano alloggio nelle caserme o in accampamenti fissi, oppure, in mancanza di questi, erano “acquartierati” in particolari zone della città , nelle abitazioni dei civili (si può immaginare con quanta gioia di questi ultimi).
Erano i “quartieri d’inverno”, luoghi dell’ozio, del riposo e anche del vizio. Ma talvolta erano i luoghi e i momenti della riflessione. Cartesio iniziò a pensare alla geometria analitica e alle Meditationes proprio durante una pausa invernale della guerra dei Trent’anni, trascorsa nella Baviera coperta dalla neve. Non è necessario comunque risalire tanto addietro: ne “Il partigiano Johnny” Fenoglio fa muovere il suo eroe proprio in uno di questi particolari momenti. Il “quartiere” è in questo caso rappresentato dalle colline innevate della Langa.
I pezzi che seguono sono stati concepiti in un clima interiore molto simile (quello esterno non poteva essere più diverso, e non solo per l’assoluta assenza di neve e per le temperature anomale); nell’accattivante sensazione di vivere una pausa, ma anche nel timore che possa prolungarsi troppo, che le ostilità non riprendano (o che quand’anche riprendessero, non si avrebbe più voglia o non si sarebbe più in grado di partecipare).
Non sono Cartesio, e nemmeno Fenoglio, ma amo anch’io gli intervalli di pace e di silenzio che consentono di riordinare le idee e magari di immergersi nella lettura accanto al fuoco. Questo libricino non è forse utile alla prima attività, ma è senz’altro congeniale alla seconda. Se annoia, potrà almeno alimentare la fiamma.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Una modesta proposta

di Paolo Repetto, 20 aprile 2019

Ho lasciato la scuola ormai da quattro anni e, stranamente, non mi manca affatto. Ho piuttosto l’impressione di essere io a mancarle, ma a quanto pare va avanti lo stesso, anche se molto male. In questo periodo sono stato tentato più volte di stilare un bilancio consuntivo del nostro rapporto, e se ancora non l’ho fatto è perché temo di scrivere l’ennesima autobiografia. Sarebbe davvero troppo.

Del resto, ho già espresso in maniera molto articolata le mie idee sulla scuola e sul suo incerto futuro in un breve saggio risalente a una decina d’anni fa. Nel frattempo le cose hanno volto al peggio con una velocità impensabile anche nella più pessimistica delle previsioni, e devo ammettere che quella mia analisi risulta in buona parte superata. Alcuni dei motivi di questo scadimento li ho accennati ne Il supplente nella neve: naturalmente sono solo quelli più evidenti, i primi che balzano agli occhi. Ce ne sono diversi altri, di egual peso, ma non è nelle mie intenzioni addentrarmi in una disanima puntuale. Non ho più le conoscenze dirette, il polso della situazione, e forse non ho mai posseduto, nemmeno prima, gli strumenti adeguati per farlo: soprattutto, però, devo ammettere che non mi interessa. Voglio soltanto cogliere l’occasione offertami dalla rilettura de Il supplente per ritrovare un po’ di quella carica pacatamente utopistica che Puccinelli coltivava ed esprimeva con tanta genuinità e discrezione.

La mia “modesta proposta” nasce in difesa di una certa idea della cultura e a rivendicazione del ruolo di quest’ultima: e dal momento che considero tutte le altre agenzie “culturali”, dalla televisione al cinema, alla rete informatica e persino all’editoria, asservite ormai totalmente alla logica dell’algoritmo e al primato dello spettacolo, o addirittura consustanziali ad essi, è ristretta al solo ambito dell’insegnamento scolastico.

Parte da una considerazione molto semplice: la cultura si costruisce e si trasmette attraverso strumenti e si concretizza poi in contenuti, e solo in alcuni casi i due momenti coincidono (ad esempio, nell’insegnamento della storia i contenuti possono essere considerati al tempo stesso materiale da interpretare e strumento interpretativo per successivi accadimenti, e sono comunque imprescindibili): per altri si può invece operare una distinzione, che naturalmente non è mai del tutto netta, ma ha una ragion d’essere (le competenze linguistiche, tanto per la lingua madre come per quelle straniere, la padronanza del lessico e delle regole grammaticali e sintattiche, pur se naturalmente finalizzate ad una conoscenza e ad una interazione più ampia, possono esistere anche quando non vengano direttamente applicate alla lettura o alla conversazione. Lo stesso vale per quelle matematiche, che hanno vita propria anche se non impiegate nei più disparati campi conoscitivi, dalla fisica all’astronomia alla statistica). Andando proprio all’ingrosso, direi che occorre distinguere tra potenzialità innate, o quasi, e competenze indotte.

Credo dunque che si dovrebbero concentrare gli insegnamenti delle abilità pure (leggere, scrivere, fare di conto, apprendere una lingua straniera) nella prima fase scolastica, senza disperdere la concentrazione degli studenti in mille altre attività. Queste potevano avere senso quando l’impegno scolastico era limitato per la stragrande maggioranza a cinque o ad otto anni, e si rendeva necessario offrire almeno una infarinatura di tutto: ma ne hanno molto meno in presenza di un obbligo che si prolunga in pratica sino alla maggiore età. Tutto ciò che oggi va ad implementare a dismisura l’offerta come oggetto di discipline specifiche e differenziate, parlo di cose come cittadinanza e costituzione, musica, arte, informatica, scienze naturali, la storia stessa, può benissimo essere offerto in questo primo periodo direttamente in forma di contenuti richiamati all’interno delle discipline fondamentali (letture di italiano o di inglese, problemi di matematica, ecc …), o filtrando e indirizzando con accortezza la fruizione di quanto offerto dalle altre agenzie “formative” (ad esempio: i ragazzini seguono comunque la televisione: si può provare almeno ad orientarli verso le proposte migliori). Ci ho infilato anche la storia, mio malgrado, proprio perché la storia è la disciplina che maggiormente amo e che oggi appare la più bistrattata, perché la ritengo essenziale e vorrei vederla insegnata in maniera decente ed efficace. Per storia, per la storia naturale e per la storia dell’arte, e persino per geografia, ridurrei al minimo le proposte: quel tanto che basta a trasmettere un po’ di senso della profondità del tempo e della vastità dello spazio.

In questo modo si otterrebbe un triplice risultato: una minore dispersione dell’impegno e dell’attenzione dei ragazzi, un maggiore adeguamento dei contenuti alle reali capacità di ricezione critica e consapevole, l’eliminazione di quelle ripetizioni che portano poi gli allievi adolescenti a stufarsi e a dare per conosciuto quello che hanno già affrontato, ma malamente (provate a far apprezzare nella sua eccezionalità musicale, linguistica e filosofica Il sabato del villaggio a chi lo ha già studiato in quinta elementare e parafrasato alle medie …). Inoltre ritengo che lasciare un po’ nel vago proprio le idee di vastità spaziale e di profondità temporale possa preservare una curiosità più genuina, spingere i ragazzi ad indagare coi propri mezzi e a penetrare volontariamente i misteri. E non solo: credo anche sia più efficace offrire loro la versione reale dei fatti al momento giusto, dopo che hanno conosciuta quella fasulla proposta dai media, per esempio dai film o dalle serie storiche viste in televisione, anziché il contrario. Esiste un piacere speciale nella conoscenza, quello di vedere le cose andare al loro posto, di trovare loro una spiegazione convincente.

Questo dovrebbe essere il compito della fase superiore degli studi. Dare a ragazzi che hanno appreso a usare correttamente gli strumenti, e per farlo hanno indubbiamente già dovuto confrontarsi con alcuni contenuti e manipolare un po’ di materiali, la possibilità di applicare delle competenze solide a materiali robusti ma al tempo stesso delicati, che vanno maneggiati con cura.

Anche a questo livello andrebbero identificate alcune discipline fondamentali, quelle che concorrono alla costruzione del cittadino consapevole e partecipe, per le quali l’insegnamento dovrebbe essere obbligatorio, e altre più o meno opzionali, che assecondino le tendenze, le aspirazioni e le attitudini specifiche dei singoli allievi. Opzionale non significa buttato lì: anzi, implica una responsabilizzazione e un impegno maggiori, dal momento che sono frutto di una libera scelta. Senza tanti giri di parole: sappiamo tutti benissimo che con l’inglese scolastico un nostro studente non sarebbe nemmeno in grado di uscire dall’aeroporto di Londra e che con la pratica sportiva fatta a scuola non distinguerebbe un campo da bocce da uno di baseball e non reggerebbe duecento metri al piccolo trotto. Non a caso la maggioranza dei ragazzi è piena di impegni pomeridiani specifici, per lo sport o per la musica, e frequenta corsi speciali di lingua o di informatica se vuole ottenere quel minimo di padronanza della materia necessario per le certificazioni. Tutte queste cose, in una scuola ridisegnata in funzione dell’ossatura primaria del cittadino, potrebbero in realtà essere ricondotte in maniera davvero efficace nell’ambito dell’istituzione.

Resta però inteso che nessuno di questi cambiamenti avrebbe senso se non si operasse preventivamente una diversa selezione degli educatori, con effetto anche retroattivo. L’ipotesi più radicale, che nessuno avrà mai il coraggio di abbracciare, per motivi di impopolarità prima ancora che di impraticabilità “tecnica”, è quella di un accertamento serio dell’idoneità all’insegnamento rispetto a chi è già in cattedra. Mi rendo conto che significherebbe lasciare a casa il sessanta per cento almeno dei docenti, indirizzarli ad altre mansioni o direttamente al reddito di cittadinanza, e comporterebbe un periodo di grossa difficoltà per garantire la continuità dell’insegnamento. Ma consentirebbe di reclutare poi, sempre che si elaborassero criteri validi e imparziali, una nuova classe docente davvero motivata e preparata alla bisogna.

La grande riforma comporterebbe naturalmente anche una ridefinizione del ruolo dei dirigenti, che dovrebbero tornare, da manager aziendali quali sono diventati, a quello che un tempo era il compito dei presidi: garantire non l’aumento del fatturato in termini di iscrizioni, ma l’esistenza all’interno della scuola delle condizioni per imparare e per insegnare: quindi tenere a bada genitori invadenti e allievi maleducati, e vigilare sull’operato dei docenti.

Spero sia evidente che sto procedendo per ipotesi paradossali: ma in verità la cosa davvero paradossale è che si accetti di vedere la scuola ridotta ad un immenso parcheggio ad ore di anime e corpi a tutt’altre faccende interessati, funzionale a genitori che chiedono solo di essere sollevati da ogni responsabilità educativa, conferendo però una delega all’intervento molto limitata, e ad educatori che hanno perso per la gran parte il senso della dignità e dell’importanza del loro lavoro.

Quindi: ipotesi impraticabili, ma a fronte di una realtà comunque i-naccettabile. E allora, tanto vale pensare in grande. O almeno tenere ben presente che quello dovrebbe essere l’obiettivo ideale, sul quale parametrare d’ora innanzi ogni ipotesi di riforma.

A meno di voler pensare che la scuola è comunque obsoleta, al pari del sistema dei diritti, o della democrazia, o della razionalità: cosa di cui molti sembrano ormai convinti. Non io, evidentemente: ma, tanto per l’una come per le altre cose, a patto che vengano seriamente ripensate e riportate all’originaria accezione.

L’unica scelta davvero rivoluzionaria oggi è battersi per la conservazione.


 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Polinesia Francese – che ci faccio qui?

di Vittorio Righini, 3 aprile 2019, dal Quaderno “Quando viaggiare era un mestiere

la lumaca non indietreggia mai
A. Vialatte

Il sogno di una vita! Chi, davvero, non ha mai sognato un viaggio in Polinesia? Quante coppie hanno risparmiato a lungo pur di poter fare il viaggio di nozze a Papeete, Tahiti, il Paradiso in terra.

La ditta con cui collaboravo aveva un buon cliente a Tahiti, un tizio che era già stato almeno un paio di volte in Italia a visitare i nostri uffici. Quindi si rendeva indispensabile una visita nelle lontane Isole del Pacifico, per ricambiare e rinsaldare l’amicizia commerciale.

Questa fu la tattica che utilizzai per convincere il Capo ad autorizzare questo lungo e costoso viaggio. Ma, va scritto a onor suo, il Capo non era mai contrario ai viaggi, anzi era contento che i suoi due Export Manager viaggiassero molto e producessero molto. (Dividevo le zone del mondo con un più giovane collega, e tra noi c’era tutto sommato un buon rapporto: facevamo sempre molta attenzione a non pestarci i piedi reciprocamente).
Convinsi quindi il Capo, giustificando l’ingente spesa del viaggio col fatto che al ritorno avrei fatto sosta anche in California dove avevamo vari interessi commerciali.

Volai direttamente su Los Angeles: poi un lungo scalo nella hall, che generalmente è la cosa più antipatica. Arrivi da quattordici ore di volo in economy, sei bollito come un cappone nel brodo a Natale, e ti piazzano quattro o cinque ore a ciondolare da un bracciolo all’altro di una anonima sala d’aspetto, con un condizionatore a manetta.
Gli americani sono maestri in queste cose. In più, a inizio operazione di rullaggio in pista, un problema tecnico all’aeromobile ci riportò indietro alla sala d’aspetto, in attesa di riparazione del guasto o di cambio volo. Perdonatemi il breve excursus: ho sempre pensato che se un Comandante decide, all’inizio della pista, di tornare indietro, ha sicuramente le sue buone ragioni. Questo lo decise alla fine della pista, dopo un decollo abortito. Aveva più che mai ragione, pensai. Io sono un tipo pragmatico: Comandante, ti pagano, se parti con l’aereo scassato potresti cadere, non ti pagherebbero più e daresti un grosso danno alla Compagnia, oltre a fare centinaia di morti, te compreso. Per cui, se a te non va, anche a me non va. Non è uno sciopero dei Cobas delle Ferrovie, è ben altra cosa, non mi fa affatto arrabbiare … fine excursus.

Tutto ciò però si tradusse in cinque ore di ritardo, e atterrammo al Faa’a di Tahiti alle tre del mattino ora locale. Usciti dall’aereo, dove l’aria condizionata ci aveva cullato in un sonno ristoratore, mi sembrò di sprofondare in un cuscino d’aria calda e umida. Ci vennero incontro graziose fanciulle locali leggermente obese, completamente addormentate, che ci buttarono al collo ghirlande di fiori e ballarono danze locali. Cori di benvenuto al suono dei tamburi e degli ukulele.
Travolto dal caldo umido, dalla stanchezza e dal sonno, scappai velocemente a prendere un taxi e schizzai verso il mio hotel.
Ora, bisogna ricordare che tra Milano e Tahiti ci sono dalle dieci alle undici ore di fuso orario, dipende dalla nostra ora legale. La buona regola del viaggiatore è cercare di resistere in piedi e andare a dormire alle 22.00, cioè a un orario che sia localmente quello del riposo, e non quello del paese d’origine. Ma io arrivai alle quattro del mattino in Hotel, quindi i giorni che seguirono furono un calvario, quello che vi andrò a descrivere.

Alle 08.30 avevo già il primo appuntamento con l’amico / cliente, che non sapeva delle cinque ore di ritardo. Mi svegliai alle 07.30, ma mi sembrava di essere un terrestre appena sceso su Saturno.
Il cliente, Monsieur Sylvain, mi accolse senza collana di fiori ma con una birra gelata. Ora, sia chiaro, io sono un bevitore coi fiocchi, ma non riesco a bere mai prima di pranzo; però, a quel punto, che ora era? le nove del mattino di Papeete, le undici di sera di Milano, o le cinque su Saturno? La birra non mi fece poi così male, ma diciamo che la giornata cominciò in modo originale. Inoltre, era domenica, sarei stato lontano dal lavoro tutto il giorno, e in quelle condizioni era senz’altro un bene per tutti.
Cominciammo a visitare l’isola, in particolare alcune baie incantevoli, e ci fermammo a Papara, dove M. Sylvain aveva amici che ci invitarono nel loro bungalow. Mi offrirono birra (ma la Polinesia non era terra di straordinaria frutta tropicale e relative spremute? troppi francesi, come ovunque …) e un dolcissimo tortino al cocco. Feci il mio primo bagno nel Pacifico, all’interno di una bella laguna, con acqua tiepida, trasparente e rilassante, un vero paradiso. Poi proseguimmo in auto verso una località poco nota, dove avrei assaggiato una delle specialità culinarie dell’isola. Pregustavo un seviche di pesce crudo, oppure la famosa aragosta macerata in polpa di lime e erbette locali o un mahi mahi (pescione dalle ottime carini bianche) cotto alla griglia. No. Niente di tutto questo. La specialità erano le anguille alla griglia. Ora, non mi parve il caso di spiegare che, vivendo in Piemonte, ho pescato da ragazzo di notte le anguille nei torrenti della mia zona dai quattordici anni in poi, e ne ho mangiato le carni cotte in tutti i modi. Anzi, feci un balzo, e con educato stupore commentai “che rara squisitezza”. Tra me e me, invece, mi dissi: cazzo, trentasei ore di viaggio per mangiare anguilla …

Nel pomeriggio ci mettemmo in spiaggia, e dopo un bel bagno mi sdraiai sulla sabbia ripromettendomi di non addormentarmi. Mi svegliò M. Sylvain alle diciotto, faceva buio e dovevamo andare a cena.
Non sapevo chi ero, da dove venivo, soprattutto dove andavo … Mi scusai; lui comprese il disagio del volo del giorno prima. Mi promise una cena memorabile, con un piatto assolutamente diverso dal solito. E questa volta aveva ragione. Cenammo infatti sempre a base di pesce, ma assaggiai il Taioro, pesce fermentato in latte di cocco, dal gusto aspro e indescrivibile. Quando chiesi come si faceva mi rovinai la vita, scoprendo la parte relativa alla durata della fermentazione del pesce una volta pescato. Il mio già debole intestino però resistette gloriosamente. Mi ritirai in camera convinto che sarei morto di lì a poco, ma nonostante il fuso orario mi addormentai subito, per risvegliarmi alle quattro del mattino.
Stavo bene, ma era come se fossero le sette, non avevo sonno. Ero “dormito”, come mi diceva un amico da ragazzo, uno che aveva studiato poco. Feci passare in qualche modo le ore che mi separavano dagli incontri d’affari, e ricominciai la giornata. Nei tre giorni successivi, a parte il problema del sonno che mi prendeva in primissima serata con degli abbiocchi pazzeschi (l’abbiocco è quando ti crolla la capoccia sul petto, una sorta di svenimento da sonno), e del risveglio alle quattro, puntuale come un orologio svizzero e fresco come un fiore, il lavoro andò a buon fine e arrivò il momento di lasciare Papeete.
Mi ero ritagliato tre giorni e due notti a Bora Bora, la mitica Bora Bora …. Qui andavo a mie spese, quindi prenotai un albergo che in foto sembrava modestissimo, ma era carissimo; solo che gli altri costavano di più. Per il cibo mi sarei aggiustato, un panino a pranzo, una cenetta leggera la sera in qualche ristorantino locale. Volai con un ATR 42, un breve volo e un atterraggio su una pista che a fianco era priva di sala aeroportuale, c’era solo una capanna di legno e paglia, e quando arrivava un volo ci si recavano un paio di dipendenti dello scalo. Una cosa comunque simpatica. Poi una barca per arrivare al mio hotel, composto da una serie di bungalow a due passi dal mare. Il sogno da copertina delle riviste di viaggio, e io c’ero! Disfatto il poco bagaglio, costume maglietta infradito libro e asciugamano, mi recai al chiosco dell’Hotel, e ordinai un french toast e una birretta. Buono, ma pagai l’equivalente odierno di quaranta euro. Per i giorni successivi avrei dovuto prestare maggiore attenzione ai prezzi. Pagavo io, mica il Capo!

Alla sera, dopo aver camminato un paio di km., trovai un localino molto modesto, quasi privo di luce, dove c’erano cinque o sei coppiette in viaggio di nozze, o amanti, o quel che erano, comunque tutti piuttosto arrapati. Io ero l’unico single, ma mi dissi “che ti frega, pensa, sei a Bora Bora, che diavolo!!!”.
Pagai circa ottanta euro per pollo e patatine, il solito dolce al cocco, e qualche birra. Rifeci tutta la strada alla luce di una mezza luna (a quel tempo non c’erano gli smartphone con la torcia incorporata), inciampando con le fottute infradito almeno una decina di volte. Provato, alle 22.00, come da regola, mi infilavo sotto al lenzuolino leggero e accendevo il ventilatore a pale, che per me vale molto di più dell’aria condizionata. Alle quattro del mattino, sveglio come un galletto all’alba, ero a bagno nella laguna, ma non proprio a fare il bagno. Siccome non ci vedevo un granché, anche perché c’era poca luna in quel periodo, stavo a mollo nell’acqua tiepida fino alla cinta chiedendomi, in puro stile Chatwin: che ci faccio qui?

Oggi, mi domando cosa ci vanno a fare i turisti in Polinesia, soprattutto gli italiani, che hanno la Sardegna, la Sicilia, isole come Lampedusa, il Giglio, le Tremiti, Salina, Pantelleria, per dire solo le prime che rammento, raggiungibili in pochissimo tempo, climaticamente ottime, con una cucina notevole e splendidi vini, oppure la vicina ed amatissima Grecia. Chi glielo fa fare di spendere migliaia di euro per un viaggio fin laggiù. Forse il fascino dell’esotico, forse il desiderio di andare lontano per poterlo poi al ritorno raccontare, forse il fatto che poi si vivrà una vita a Sapri, a Genzano o a Mandrogne, e almeno ci si potrà cullare nel ricordo.
Ma, in fondo, anch’io sono stato giovane, anche io sono stato tentato dal fascino dell’Oceano Pacifico.

Ipotesi di salvezza

di Gloria Maria Magnolo, 2 aprile 2019

Solo a chi tenta
incerti temerari approdi
su fili di vento

a chi calca
temporanee radure
che gli alberi cancelleranno

a chi accoglie
le nuvole a gregge
nella memoria tenace dello sguardo

a chi
al participio solo del verbo pulsare
dona dita e cuore

a questo unico
abitante, abitato dai mondi
l’agonia del mondo
affiderei

per l’estrema salvezza.


Il supplente nella neve

di Paolo Repetto, 24 marzo 2019

Se cercate in rete notizie di Fabrizio Puccinelli perdete il vostro tempo. Non se ne trova traccia, e la cosa mi stupisce, perché Puccinelli è autore di uno tra i più bei libri sulla scuola italiana. Il libro s’intitola Il supplente: non compare mai nel ristrettissimo gruppo dei “classici” della nostra letteratura sulla scuola, quello che va da De Amicis a Giovanni Mosca, e in tempi più prossimi da Don Milani a Starnone, ma credo dovrebbe starci a pieno titolo. Lo penalizza probabilmente il non essere allineato all’immagine critica ma ‘buonista’ della nostra scuola (quella per la quale non funziona nulla, ma gli studenti sono fantastici e i docenti sono delle vittime sfruttate e ostacolate dalla burocrazia nella loro missione pedagogica), l’immagine che letteratura, cinema e stampa hanno costruito nell’ultimo mezzo secolo. Eppure non riesco a pensare che quasi nessuno l’abbia letto.

Presumo invece di essere tra i pochissimi che lo hanno riletto di recente. Non so cosa mi abbia spinto a farlo. Non certo la nostalgia per la scuola, piuttosto il rimpianto per gli anni in cui la scuola faceva tutt’uno con la mia vita. Sono comunque contento di averlo riaperto. Ha confermato l’impressione positiva della prima lettura, e soprattutto mi ha dato modo di considerare l’enorme distanza che si è prodotta tra il sogno di cinquant’anni fa e la realtà odierna.

Anche quando comparve, nel 1972, Il supplente passò quasi inosservato. La cosa si spiega facilmente: non era in sintonia col clima dell’immediato dopo-sessantotto, non portava messaggi di rivoluzione o almeno di grande trasformazione. Era anzi un libro molto dimesso, malinconico. Recava semplicemente la testimonianza di un ‘operatore’ in transito, che con la scuola aveva intrattenuto un rapporto breve, e appena possibile aveva intrapreso altre strade: ciò che oggi, anziché diminuirne il pregio, lo rende tanto più interessante, perché ci offre uno sguardo imparziale, molto meno condizionato da sogni, illusioni, idealità, ipocrisie di tanti altri che ci sono stati trasmessi. È lo sguardo onesto, in un certo senso sin troppo rassegnato, di chi si rendeva perfettamente conto dall’esterno, con molto anticipo, della profonda crisi di significato e di ruolo che avrebbe investito anche la scuola in quella realtà in rapidissima e radicale trasformazione: ma che a onta di tutto riteneva fosse suo dovere far bene ciò che stava facendo.

 

A questo punto è necessaria una digressione storica (e anche autobiografica). Credo possa rendere un po’ più chiaro il contesto ai non addetti ai lavori (cioè, a quasi tutti).Cinquantasei anni fa, il 31 dicembre del 1962, veniva varata la legge di riforma della scuola media unica. Si trattava dell’intervento più innovativo conosciuto dalla nostra scuola dopo la riforma Gentile (e lo è rimasto sino ai giorni nostri). La legge era firmata da Luigi Gui, ministro dell’ istruzione nel quarto governo Fanfani, ma accoglieva sostanzialmente il modello di un triennio unico e obbligatorio caldeggiato sin dai primi anni del dopoguerra dalle sinistre. La versione definitiva del provvedimento era stata mediata da Aldo Moro, futuro presidente (già a dicembre dello stesso anno) del primo governo del “centrosinistra organico”. Il che ci dice da un lato che si trattava di una riforma indubbiamente “progressista”, voluta per colmare il divario che separava l’Italia dal resto dell’Europa e per dare attuazione a un preciso dettame della Costituzione, ma dall’altro che fu attuata con molto cautele e con un occhio alla conservazione. Era in effetti una riforma inderogabile, auspicata da tutti, ma per la Democrazia Cristiana era anche lo scotto da pagare all’ingresso nella compagine governativa di un nuovo socio, il partito socialista.

Questo per la cronaca ufficiale. Al di là dell’enfasi e delle polemiche che accompagnarono l’atto ufficiale, queste ultime relative soprattutto alla scomparsa del latino dal piano di studi – rimaneva solo facoltativo – e al peso da riservare all’istruzione scientifica, le cose cambiarono davvero, e di molto. La frequenza dei tre anni successivi alle elementari non solo diventava obbligatoria (in teoria lo era già con la riforma Gentile: le misure attuative erano però rimaste lettera morta – a partire dai finanziamenti per gli edifici scolastici – e non erano stati previsti strumenti di controllo) ma era resa effettiva, sia pure con i consueti ritardi e con le prevedibili sacche di resistenza all’adempimento nelle solite aree “sottosviluppate”.

Cosa cambiava, sostanzialmente? Prima delle riforma i ragazzi, dopo l’esame di quinta elementare, avevano davanti due possibilità: frequentare la scuola media inferiore, alla quale si accedeva attraverso un esame di ammissione, in funzione di una prosecuzione degli studi, oppure entrare nei corsi di avviamento professionale a indirizzo tecnico o commerciale (in alcune zone anche agricolo), che rilasciavano un diploma di licenza ma non consentivano l’accesso a scuole superiori (se non a corsi biennali di completamento della preparazione professionale). Chi intraprendeva questo percorso – la maggior parte dei ragazzi provenienti dall’ambiente operaio, mentre i figli di contadini chiudevano in genere direttamente con le elementari – entrava poi a quindici anni nel mondo del lavoro e difficilmente aveva altre chanches. Coloro che accedevano alla scuola media provenendo dalle classi sociali più basse erano naturalmente una sparuta minoranza.

Le scuole medie di stato erano però presenti solo nelle principali città: nella provincia profonda quelli come me, arrivati al bivio in anticipo rispetto alla riforma, dovevano passare attraverso l’istruzione privata, di norma in mano ai religiosi – in Ovada ad esempio l’istruzione superiore era appannaggio dei Padri Scolopi e delle Madri Pie. Per quanto bassa fosse la retta, in questi casi poteva soccorrerti solo una borsa di studio per merito, assegnata in base ai voti dell’ammissione: col risultato che si formavano classi piuttosto disomogenee e variegate, che annoveravano da un lato i rampolli delle famiglie benestanti, piccoli industriali, commercianti o impiegati statali, e dall’altro tre o quattro smarriti ragazzotti provenienti dalle periferie o dai paesi del circondario, figli di operai o di contadini. Devo dare atto agli Scolopi che gran parte dei primi li ho persi per strada, ma certo nella selezione delle future classi dirigenti o intellet-tuali giocavano una grossa parte già in partenza lo status sociale o la fortuna, rara, di avere genitori illuminati e coraggiosi.

Con la riforma questo stato di cose veniva almeno teoricamente cancellato. Già nel corso degli anni cinquanta il numero degli studenti medi era quadruplicato, segno che al primo accenno di un pur minimo benessere l’investimento prioritario delle famiglie andava nell’educazione dei figli, e che la riforma rispondeva ad una domanda crescente. Al momento in cui essa andò in vigore gli studenti erano più di un milione e mezzo. Nel frattempo lo stato stava compiendo anche un grosso sforzo finanziario per predisporre le strutture, ma all’atto della partenza queste risultavano ancora largamente insufficienti. Quasi la metà di quegli studenti fu accolta in sistemazioni di fortuna, vecchi immobili bene o male riadattati e in molti casi appartamenti affittati da privati. Soprattutto al Sud, la situazione era desolante.

Lo stesso discorso valeva per il corpo docente: anche riciclando gli insegnanti dell’avviamento professionale – che tra l’altro in precedenza erano parzialmente in carico agli enti locali, soprattutto alle provincie – rimaneva una percentuale altissima di cattedre scoperte. Si ricorse allora ad un reclutamento che non teneva conto del percorso di studi compiuto e delle reali competenze, ma mirava soprattutto a coprire i vuoti. La laurea in una qualsiasi delle discipline scientifiche copriva l’insegnamento della matematica, quella in discipline umanistiche o giuridiche abilitava all’insegnamento delle materie letterarie. Per molti insegnamenti, e nei casi estremi anche per i due già citati, era sufficiente un diploma di scuola superiore. La partenza fu farraginosa e confusa, ma bene o male la nuova scuola media cominciò a funzionare, e in qualche misura a preparare quello che sarebbe accaduto pochi anni dopo, alla fine degli anni sessanta.

***

Puccinelli è stato coinvolto nel momento “magico” della trasformazione, quello della speranza. Ha lavorato come insegnante di lettere nella nuova scuola media riformata, sia pure per soli tre anni, tra il ‘65 e il 68,: prima a Villalta, una località remota della Garfagnana, poi a Bagni di Lucca. In realtà non era laureato in lettere, ma in giurisprudenza, e aveva accettato l’incarico solo per poter essere autosufficiente, in attesa di decidere cosa fare della sua laurea. Le situazioni simili alla sua erano diffusissime.

A differenza però di molti altri, i meno intraprendenti e motivati, che magari si sono poi fermati nella scuola allettati soprattutto dalla disponibilità di tempo libero, ha preso il suo momentaneo lavoro molto sul serio.

Si è rapportato con situazioni territoriali e sociali molto diverse, e ha sperimentato il differente rapporto che queste avevano con la scuola. Ci racconta dunque l’approccio timoroso dei primi allievi e quello già spavaldo e disincantato degli ultimi, descrive docenti rassegnati al grigiore della routine e altri animati dall’entusiasmo per l’innovazione, rapporti gerarchici interni semi-medioevali e spirito di cameratismo, chiusura blindata nei confronti del territorio e irruzione dello stesso nella vita e negli orizzonti della scuola. Il tutto sempre in un’ottica leggermente sfalsata, quella di chi in fondo sarebbe attratto da quell’ambiente, dal rapporto educativo con i ragazzi, ma ha già capito che il suo futuro non è lì.

Non sarà neanche altrove, perché Puccinelli un futuro vero non lo avrà, a causa di crescenti turbe psichiatriche che lo porteranno a diversi ricoveri. E nemmeno scriverà altro, dopo Il supplente.

Partiamo da ciò che Puccinelli trova entrando in aule scolastiche frettolosamente ricavate in edifici destinati a tutt’altro uso, assieme ad altri colleghi reclutati in tutta fretta per andare incontro ad una riforma politicamente voluta, o comunque imposta dai tempi, ma assolutamente non preparata. Sono poche scarne righe, ma a mio giudizio sono esemplari. I locali: “Tutte le aule sono riscaldate con stufette di terracotta. I ragazzi vanno su e giù tutto l’inverno, dalle aule alla cantina, scavano una caverna nel mucchio e portano la legna”. Gli allievi: “Vengono, i ragazzi, da case sparse per buon tratto dell’appennino e specie quelli delle prime classi sono spesso impauriti. A volte si divertono a decorare l’aula con disegni e cartine geografiche, ma più spesso la sentono estranea, come tutte le cose che insegno loro, minacciosa e nemica: e si rattristano, avvoltolati nelle sciarpe. Come gli uccelli posati sui fili quando piove, ogni tanto danno una scrollatina … Come si può eliminare la loro timidezza? Come possono fare figli di contadini e pastori a liberarsi della maschera dell’ assoggettamento che gli sta sul volto da secoli?

E i docenti: “A Pietrapiana si tengono i primi consigli di classe. Conosco i miei colleghi … Aspettando si cerca di conoscerci. Per molti di noi questo è un lavoro occasionale, che presto abbandoneranno. I presidi, per l’aumento improvviso di posti dovuto all’estensione dell’obbligo scolastico alla medie inferiori, si son visti costretti ad assumere gente che non aveva mai insegnato, né aveva mai pensato di farlo, proveniente dalle più diverse estrazioni universitarie.

Dai vecchi insegnanti il nostro lavoro viene deplorato come una rovina per la scuola, ma forse è una fortuna. Prima della riforma scolastica, la maggior parte degli insegnanti di qui erano donne che coltivavano il loro lavoro come uno strumento per ottenere maggior rispetto e prestigio presso la lavandaia, la donna che vende gli alimentari e la verdura, gli operai e le contadine del vicinato. Era un po’ oppressivo, il loro insegnamento, e anche intimidatorio. Mentre quello delle giovani insegnanti, delle ragazze ancora senza marito, tendeva ad un isterismo commosso, e quello dei maschi, falliti in qualche cosa e poco considerati dalle mogli per gli scarsi guadagni, tendeva verso una eccessiva benevolenza e tolleranza. Invece nei nuovi insegnanti, proprio per la loro particolare situazione, impreveduta e non definitiva, c’è una duttilità, un’apertura, una capacità di comprendere e di giudicare che i precedenti non avevano. È scomparsa, ad esempio, la paura del preside e più ancora quella dell’ispettore centrale che ogni tanto, venendo da Roma, spargeva un terrore che veniva riversato sui ragazzi e sui bidelli.” …

E ancora: “Ci sono i primi consigli di classe, la preparazione di pro-grammi, la fissazione e la discussione delle mete educative, la considerazione dei ragazzi che vengono dalle elementari. Durante le discussioni gli insegnanti si dividono in due gruppi come a Pietrapiana. Quelli che si sentono smarriti di fronte ai problemi nuovi dell’insegnamento e i più giovani, che parlano di applicazioni di sociologia e di pedagogia.

Puccinelli deve inventarsi dal nulla una metodologia pedagogica, che si risolve poi nella disponibilità umana, nel sincero interesse per i ragazzi e nella interpretazione dei programmi alla luce del buon senso: “È necessaria una visione sociologica della classe, quali sono i gruppi, i loro leader, e una visione esterna: da che società provengono, qual è la dialettica tra gruppo scolastico e gruppo familiare. – Bisognerebbe fare di ogni classe una mappa, individuare le valenze affettive, gli atomi sociali. …

Interessanti sono in questo senso le considerazioni sul rapporto che i suoi allievi instaurano con la lettura: “Coi ragazzi più grandi, quelli della terza classe, ho cominciato la lettura dei romanzi. Fino a pochi anni fa i ragazzi leggevano tutt’al più qualche pagina di Carducci, del Manzoni o del Verga. Oggi il programma ministeriale della scuola dell’obbligo, per quanto criticabile, lascia la possibilità di metterli in contatto con la totalità narrativa. Defoe, Stevenson, Scott, Cooper, Gogol sono alcuni dei romanzi che lascio loro leggere. Entrano così nel mondo della grande narrativa scritta, comprendono, poco a poco, le sue caratterizzazioni più complesse, le descrizioni dei passaggi, un senso più vasto e interiormente più ricco dell’avventura. Incominciano a comprare, tra i romanzi che escono settimanalmente nelle edicole, quelli che a loro sono più adatti. In essi ogni cosa è diversa dalla fiaba. Il modo di ascoltare è anzitutto diverso dal modo di leggere. … la lettura stacca i ragazzi dalla dipendenza dagli altri, soprattutto dalla dipendenza spirituale. Crea intorno a ciascuno il silenzio, la dignità di una coscienza non separata ma distinta…. Ma dopo qualche settimana cado in perplessità. Mi accorgo che è troppo difficile, nonostante queste precauzioni, metterli in contatto con i romanzi. Per la loro immaginazione è come camminare improvvisamente con gli stivali delle sette leghe: possono inciampare e stancarsi.

E quelle sul rapporto con la loro terra: “Ho invitato i ragazzi a fare qualche ricerca sul loro paese. Su come era prima. Una volta, per così dire. … non sapevano nulla, ma mi hanno detto qualcosa del deputato che faceva le strade …

 

Il supplente fa quasi tenerezza. E molta rabbia. La tenerezza è per lo sguardo ingenuo che Piccinelli mantiene nei confronti della scuola. Vede la trasformazione in corso e l’assoluta impreparazione a gestirla, vede il disordine e la mancanza di un vero progetto di fondo: ma coglie, a dispetto di tutto, segnali di speranza. Non può immaginare che direzione prenderà la trasformazione, quali conseguenze a lungo termine comporterà: eppure in qualche modo sembra presagirle.

La rabbia è invece per l’occasione perduta, che ha fatto del nostro paese un campo di esperimenti sempre più insensati e confusi, compiuti spesso al traino di pedagogie pensate in contesti totalmente estranei alla sua tradizione e alla sua realtà, e importate nel momento in cui già erano evidenti e denunciati altrove i loro effetti nefasti.

Fu una buona cosa, quella riforma? Credo occorra tenere distinti il giudizio sulla sua rispondenza alle aspettative e alle necessità dell’epoca dal bilancio che se ne può fare col senno di poi. La scuola media unificata nasceva con l’intenzione di porre fine ad una ingiustizia secolare. Apriva a tutti l’accesso allo studio, e attraverso lo studio alla mobilità sociale. Quindi era opportuna, necessaria, inevitabile. E tutto sommato, almeno sulla carta, non era nemmeno impostata male. Le critiche che le furono rivolte prima ancora di diventare operante riguardavano soprattutto la scarsa “laicità” (e questo rispondeva al vero, ma rispecchiava in fondo un contesto sociale che veramente “laico” non è mai stato) e il mantenimento di una connotazione “classicista” e di un impianto essenzialmente teorico (ciò che è altrettanto vero, ma non necessariamente va considerato un aspetto negativo).

I problemi sono nati, al solito, dalle interpretazioni e dalle applicazioni contradditorie che ne sono state date. Ha prevalso da subito una lettura decisamente “populista”, voluta, sia pure per motivi opposti, tanto da destra come da sinistra. Per gli uni infatti la scolarizzazione prolungata era funzionale ad un sistema produttivo che richiedeva lavoratori sempre più qualificati, per gli altri una istruzione generalizzata era ritenuta fondamentale per sottrarre le masse ai secolari condizionamenti religiosi e politici. Entrambi gli obiettivi potevano essere raggiunti solo abbandonando la precedente rigidità selettiva (che esisteva, sia pure temperata dall’onnipresente sistema italiano dei favoritismi e delle raccomandazioni) e abbassando l’asticella delle attese. L’accesso alla cultura era aperto al popolo, ma si trattava di una cultura di serie B, in grado di preparare alle nuove mansioni produttive o di emancipare dalla superstizione, ma non di creare una vera coscienza critica.

Più che a garantire un’istruzione si mirava a rilasciare una “licenza”, ad adempiere formalmente ad un articolo della Costituzione. Il diritto universale al sapere (che suppone una sincera volontà di conoscere e la responsabilizzazione individuale a farlo) era banalizzato nel diritto di tutti ad una certificazione (la famose 150 ore). Una volta varata, poi, la riforma venne abbandonata a se stessa, anziché essere completata in stretto coordinamento col grado d’istruzione superiore. Il Sessantotto e le sue derive hanno fatto il resto, spingendo a interventi d’urgenza uno più insensato e demagogico dell’altro (si pensi ai famigerati decreti delegati). Nei primi anni settanta, quando ancora non era arrivata a regime, la nuova media inferiore era già superata: da allora si è affannata a inseguire disordinatamente il treno delle novità, accusando sempre un ritardo cronico.

La situazione alla quale la scuola media unica aveva cercato di rispondere è andata infatti radicalmente trasformandosi. Le esigenze del mondo produttivo sono diventate altre (del tutto opposte a quelle che avevano dettato la riforma), le agenzie “educative” si sono moltiplicate, il peso dell’istruzione scolastica è avvertito come sempre meno determinante. Inoltre, sulla scuola media si è in gran parte riversata l’emergenza creata dall’irruzione di nuovi soggetti sociali, provenienti da culture diverse, privi o quasi di una scolarizzazione di base, portatori di esigenze e di problemi del tutto inediti, che non trovano risposta nell’impianto originario.

 

In un contesto in velocissima evoluzione il triennio della media inferiore è considerato oggi l’anello debole del percorso scolastico, di una catena che mostra di tenere solo fino al livello della primaria e appare già pericolosamente snervata anche nelle superiori. Si parla da decenni di una revisione radicale del ciclo post-elementare, di una ridefinizione del suo status e delle sue finalità, ma in realtà non se ne è mai fatto nulla – e visti gli esiti degli interventi parziali, che si sono risolti tutti in tagli scriteriati, in rimescolamenti delle discipline o in ritocchi cosmetici ai programmi, verrebbe quasi da dire: per fortuna!

La totale inadeguatezza della media di primo grado non è legata soltanto alle tare originarie, alla frettolosa approssimazione con la quale la si è varata e ai compromessi al ribasso che ne hanno snaturato la missione. Certo, queste hanno continuato a pesare, e non è stato fatto quasi nulla per sanarle. Ad ogni cambio ai vertici ministeriali sono seguiti nuovi corposissimi fascicoli di linee guida, in genere fotocopie leggermente sbiadite di quelli precedenti: ma non è mai stato riformulato, a fronte dei cambiamenti epocali nel frattempo intervenuti, un modello didattico di fondo. Non lo si è fatto, dicevo sopra, perché col tempo l’interesse politico nei confronti della scuola è andato scemando, anziché crescere (le fabbriche del consenso si stavano spostando altrove) e perché manca un qualsiasi “disegno”, un qualsivoglia tentativo di interpretare questo cambiamento, e soprattutto qualsiasi volontà di contenerlo, anziché corrergli dietro. Confesso di essermi ostinatamente imposto, sino a pochi anni fa, di leggere ogni volta pagine e pagine di formulette riscaldate, continuando a chiedermi: perché? a che scopo? E di non aver mai trovato un accenno serio di risposta.

 

Il risultato è che oggi, a dispetto di una sterminata letteratura di linee guida e di raccomandazioni ministeriali, i metodi didattici applicati sono i più peregrini e stravaganti: si va dall’abolizione dei testi scolastici alla “didattica interattiva” e a quella “en plein air”, si applica la “trasversalità interdisciplinare” e la “docimologia autentica”: un mare di parole e di formule che significano tutto e il contrario di tutto, e che vengono necessariamente declinate dai docenti in base alle loro reali capacità, alla loro effettiva preparazione, all’interpretazione più o meno entusiasta del loro ruolo. Nella sostanza, fatte salve alcune felici eccezioni, va già di lusso quando gli allievi non perdono le sempre più ridotte competenze acquisite nella primaria.

È una storia risaputa, e non avevo certo la pretesa di darne una versione mia. Quello di cui ci si ricorda meno è invece il clima da vera e propria “andata al popolo”, simile per certi aspetti a quello che aveva caratterizzato la Russia esattamente un secolo prima, che a metà degli anni sessanta riversò un numero enorme di insegnanti (e di supplenti) di scuola secondaria nelle aree più remote del paese. Dalle nostre parti l’equivalente della Garfagnana erano luoghi come la val Cerrina, l’alto Monferrato, la Valle Stura.

All’epoca in cui Puccinelli vi insegnava (e io ne ero appena uscito), alla media inferiore era assegnato un ruolo specifico, quello di fornire ai ragazzi gli strumenti culturali minimi per affrontare la vita e il lavoro. Alle elementari gli allievi dovevano acquisire le conoscenze e le competenze di base, un kit di sopravvivenza: nel triennio successivo queste competenze e conoscenze cominciavano ad essere applicate, per verificare le attitudini di ciascuno e aiutarlo ad intraprendere la strada più congeniale. Quella strada per i più era in realtà già disegnata, ma questo è un altro discorso. Ciò che importa è che nel corso di quei tre anni si realizzava l’apertura su un più vasto ed intrigante mondo di conoscenze, erano lasciate intravvedere altre possibilità.

Prendiamo il caso dell’epica. Far leggere l’Iliade e l’Odissea ad un ragazzino di dodici anni significava non solo affinare le sue capacità di lettura e di comprensione dei testi, ma farlo uscire in maniera non traumatica dal mondo delle fiabe nel quale si presumeva avesse trascorso l’infanzia e traghettarlo in contesti storici, attraverso la camera di decompressione della mitologia. Significava cioè spingerlo a riflettere sulla universalità e sulla perennità di certi valori, il coraggio, la lealtà, l’amicizia, l’amore per la libertà e la giustizia, e aiutarlo a farli propri. Non importa se e quanto la versione di questi valori trasmessa dalla scuola ne fosse un adattamento “borghese”: una volta messe in circolo le idealità acquisiscono una loro autonomia, sfuggono al controllo e lavo-rano ben al di là di quanto previsto dalle linee guida, dalle programmazioni, dai piani didattici. Di norma viaggiano anzi in una direzione esattamente contraria agli intenti dei legislatori.

Ho una gran nostalgia del clima di speranza nel quale Puccinelli ha vissuto la sua breve esperienza di insegnamento. Era una cosa genuina, non ancora contaminata da quel delirio protagonistico mascherato da utopismo che sarebbe di lì a poco esploso in una sorta di raptus autodistruttivo. Ho fatto ancora a tempo a percepirlo, sia pure solo per un attimo: una speranza discreta, operosa, coi piedi piantati per terra.

Ma non solo di quella ho nostalgia. È tutto un mondo a essere venuto meno, anch’esso ritratto con una essenzialità magistrale dal supplente: “Passano le lunghe giornate nevose e il gelo e il vento. Di là dalla mia finestra passano i paesani intabarrati sotto la neve, con le sciarpe al collo che svolazzano; nascono e muoiono le stelle. Muli scalpitano legati ad alberi spogli. Rare macchine passano lente sulla strada che va verso il passo. L’inverno in questi monti fa sentire isolati. Sono mesi di solitudine più profonda e, a starsene dietro i vetri, nella camera calda, il camino acceso dietro di me, mi par d’essere sprofondato in un altro tempo.” In quell’altro tempo io ci ho veramente vissuto, e forse non sono mai riuscito a staccarmene.

Per questo, come ancora scrive Puccinelli: “Non ci meravigliamo di nulla, non ci scandalizziamo, siamo cortesi e sinceri, ma siamo soli, perché non comprendiamo più il corso delle cose.


← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il dilemma dell’atterraggio alle Reichenbach

di Fabrizio Rinaldi, 23 marzo 2019

Da sempre un tarlo mi accompagna: è la mania di capire come funziona il mondo che mi circonda, di aver chiare le dinamiche che impongono ad un elemento iniziale di diventare qualcos’altro, le relazioni che intercorrono fra i diversi attori, e magari di indovinarne le possibili ulteriori evoluzioni. È un’ossessione che dovrebbe essere connaturata al genere umano ma che oggi sembra anestetizzata: il mondo dei media impone una prona accettazione del pensiero unico, le spiegazioni arrivano già confezionate, in genere da chi detiene un qualsivoglia potere. Ma a me non bastano.

La mia curiosità è attratta soprattutto dai fenomeni naturali: le regole matematiche riscontrabili nella forma di un fiore, la composizione dei sedimenti rocciosi su cui è posata la mia casa, le relazioni sociali tra le vespe che vivono nel pollaio, al posto delle galline.

Ho meno interesse a capire il senso e la direzione dell’agire umano: forse perché penso di non possedere gli strumenti adeguati, o forse perché ritengo che una vera evoluzione lì non ci può essere, per un difetto congenito nella matrice originale.

Quindi: frattali, botanica, Fibonacci, gradienti, sezione aurea, Linneo, geologia, scienze forestali, fisica, ecc … Sono materie che bene o male mi hanno aiutato a intendere le armonie e le disarmonie del quotidiano – o almeno m’ha rincuorato il fatto che altri – più sapienti di me – le abbiano sapute spiegare.

Ma nemmeno questo mi bastava. Oltre a cercare nei testi scientifici le soluzioni ai miei enigmi e curiosità, andavo anche a rintracciare nella letteratura i personaggi che più mi affascinavano e che sentivo affini. Prima ancora di incontrare il tormentato Achab o gli avventurieri descritti da Conrad e Stevenson, c’era la figura tagliente, misogina e sociopatica di Sherlock Holmes che mi attraeva.

Ero affascinato dal suo metodo deduttivo, basato su una disarmante logica che connetteva ogni accadimento con i più piccoli elementi rintracciati durante le indagini, quelli che ai più apparivano insignificanti. Pezzo per pezzo svelava all’amico, biografo e medico John Watson, il mistero che c’era dietro a qualsiasi delitto, fino ad arrivare alla soluzione del caso.

Le conclusioni cui giungeva il detective nascevano dalla verifica delle ipotesi formulate dopo una minuziosa osservazione del contesto – una vera e propria vivisezione visiva – attraverso la conoscenza profonda delle discipline scientifiche in gioco. Il tutto attraverso un procedimento logico-deduttivo implacabile, che connetteva ogni singolo indizio entro un quadro generale.

Il procedimento che permetteva a Holmes di risolvere i casi più intricati è lo stesso formulato da Galileo Galilei, quello che mia figlia di 8 anni ha studiato in terza elementare e che ora, per gioco, applica esaminando i fiori e le conchiglie delle chiocciole.

Lo stesso percorso l’ho fatto io, come moltissimi miei coetanei, crescendo a pane, latte e Piero Angela: grazie al suo “Mondo di Quark” ogni pomeriggio avevo in casa una finestra sulle curiosità delle scienze naturali, sulla matematica, sui comportamenti animali (descritti minuziosamente da Danilo Mainardi) e sul metodo scientifico da applicare in ogni aspetto della vita. Col tempo non ho fatto altro che inseguire il desiderio di conoscere in primo luogo ciò che mi stava attorno, sforzandomi di capire e di costruirmi conoscenze e convinzioni basate su dati scientifici e verificabili nell’esperienza quotidiana.

Eppure oggi quegli stessi figli e nipoti televisivi di Angela sembrano aver scordato le nozioni basilari che dovrebbero aiutarli a discriminare tra tutto ciò che i media ci propinano. Si è scatenata la corsa a dare credito alle più inverosimili “belinate” (termine molto più efficace che “fake news”), a ogni stupidaggine messa in circolazione ad arte per confonderci le idee, mascherare la verità e offrire in pasto ad una massa ebete dei facili capri espiatori. Di volta in volta siamo scivolati dalle armi irachene di distruzione di massa alle scie chimiche, dal metodo Di Bella ai vaccini che portano all’autismo, dai terrapiattisti al redivivo complotto del Priorato di Sion, dalla soverchiante invasione di stranieri che ci rubano il lavoro alla crescita economica dietro l’angolo (se non ci fossero i “gufi” di turno a tifare per la recessione).

Tornando a Sherlock Holmes e al suo metodo, la certezza che sarebbe arrivato a una soluzione finale confortava e placava la mia inquietudine di ragazzino. Mi aiutava ad affrontare le mie paure, quelle che mi venivano dal mondo reale, non meno angoscianti di quelle che provavo leggendo Il mastino dei Baskerville.

Mi ritrovavo anche nel disgusto provato da Holmes per l’arroganza della borghesia inglese di fine Ottocento, per il rifiuto dei salotti buoni, ai quali preferiva le stanze da oppio, dove poteva concentrarsi per risolvere i suoi casi. Io l’oppio nemmeno sapevo cosa fosse, ma alla discoteca o al bar preferivo le camminate solitarie: erano droga per le mie gambe e carburo per il mio pensiero.

Holmes non si accontentava delle soluzioni di comodo accettate da Scotland Yard, ma si affidava alla conoscenza di elementi che ai più apparivano insignificanti: ricordo che nel racconto Uno studio in rosso è citato un suo testo fondamentale per le investigazioni: Su come distinguere le ceneri di vari tabacchi. Eccelleva poi nella capacità di individuare le connessioni fra questi differenti elementi: il suo metodo d’indagine era rigorosamente scientifico, e arrivava a risolvere i casi seguendo la logica per cui “una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità” (Il segno dei quattro).

Per parte mia, come dicevo prima, modestamente e maldestramente cercavo di comprendere le interazioni che rintracciavo nel bosco e nel fiume che attraversavo durante le escursioni.

Mi ritrovavo anche nella resa di Holmes di fronte alla imperscrutabilità del mondo femminile. Nel racconto L’uomo dal labbro storto il detective ammette che “quanto una donna sente può valere più di un ragionamento analitico”; in Il cliente illustre afferma che “la mente e il cuore di una donna sono dei rompicapi insolubili per l’uomo”. Mi aggrappavo alle ragioni di Holmes per giustificare la mia incapacità di espugnare la mia Irene Adler, l’unica donna a scalfire il cuore e competere col cervello di Holmes (Uno scandalo in Boemia). Nell’universo femminile ad interessarlo c’era solamente lei, “La Donna”; io nella mia rete di investigazioni usavo maglie un po’ più larghe: la donna era comunque un “fenomeno” che volevo esplorare ed espugnare … a qualunque costo!

Nella Londra di fine Ottocento le avventure di Holmes ebbero un tale successo da far credere a molti che l’investigatore esistesse realmente ed abitasse al 221b di Baker Street, tanto che a quell’indirizzo e a quello dell’autore dei racconti, Sir Arthur Conan Doyle, arrivavano sacchi di lettere con richieste d’ingaggio per risolvere i più impensabili casi insoluti.

L’autore ne fu gratificato, per la fama e per i soldi che quel successo gli aveva procurato, ma ad un certo punto cominciò a sentirsi oppresso dalla sua stessa creatura; percepì il pericolo che il suo nome rimanesse eternamente connesso a Holmes, mentre lui voleva essere ricordato per ben altro. Voleva chiudere col detective per dedicarsi ad altri progetti, scrivere racconti horror, romanzi storici, e approfondire il mondo dello spiritismo e delle fatine dei boschi. Già, perché l’ideatore del razionale e anaffettivo Sherlock Holmes si occupò anche di questo, credendoci fermamente (tanto da attendersi la vera fama proprio da questi argomenti).

Occorreva dunque sbarazzarsi del detective. L’editore, gli amici, persino la madre, scongiurarono Arthur dal proposito omicida: ma alla fine, nel 1891, ne Il problema finale Holmes e Moriarty, il suo alter ego del crimine, ebbero il loro scontro definitivo. Entrambi vennero fatti precipitare nelle cascate svizzere di Reichenbach (quelle raffigurate a fianco, in un dipinto di Turner), fornendo all’autore il modo di liberarsi elegantemente e drammaticamente di un doppio ingombro.

Conan Doyle resistette per anni alle pressioni degli accaniti lettori che lo imploravano di scrivere altre storie holmesiane. Alla fine dovette cedere e pubblicò il racconto La casa vuota: il ritorno alle indagini di Sherlock Holmes. L’antipatia ormai maturata nei confronti del suo personaggio non era però venuta meno: probabilmente lo riteneva anche ormai psicologicamente troppo grezzo, in un tempo in cui stavano affermando le ricette dell’anima di Freud e compari.

Quanto alla vicenda, l’autore non si preoccupa di spiegare come Holmes sia sopravvissuto alle cascate delle Reichenbach: sappiamo solo che dopo questo episodio, per sfuggire alla rete di malviventi del defunto (lui si) Moriarty, ha dovuto rifugiarsi prima in Tibet e poi in Persia, per tornare infine a Londra determinato a sgominare definitivamente ciò che restava della banda del suo arcinemico.

Sempre affidando il racconto a Watson, Conan Doyle scrisse altre avventure del celebre detective fino alle soglie del primo conflitto mondiale. Fino a quando cioè Holmes, dopo la lunga carriera di disvelamenti, poté ritirarsi nella campagna londinese e dedicarsi allo studio della filosofia e alla pratica dell’apicoltura. Un finale decisamente augurabile.

Il successo di Sherlock Holmes si deve soprattutto all’uso che ne fece la nascente industria cinematografica. Comparve infatti in innumerevoli film (il primo, di pochi secondi, risale addirittura al 1900). Negli anni quaranta poi Holmes assunse anche un volto definitivo, quello dell’attore Basil Rathbone, che lo interpretò in 14 film, in uno sceneggiato e in innumerevoli trasmissioni radiofoniche, rimanendo alla fine anch’egli eternamente imprigionato nel celebre personaggio.

Con lo scadere dei diritti d’autore riconosciuti ai discendenti di Conan Doyle, recentemente sono uscite parecchie versioni cinematografiche dell’investigatore dal cappello da cacciatore. L’unica a mio avviso degna di nota è una breve serie inglese intitolata Sherlock, ambientata in epoca moderna, nella quale Watson racconta le vicende di Holmes, interpretato dall’attore Benedict Cumberbatch, attraverso un sito internet: è la traslazione moderna dell’antica modalità di pubblicazione sulla rivista britannica The Strand Magazine.

(Una piccola parentesi: come quelli di Sherlock Holmes, anche le gesta e i pensieri dei Viandanti delle Nebbie sono narrati in un sito a loro dedicato. Come per Holmes, c’è chi crede che i Viandanti esistano o siano esistiti. È un pensiero confortante, che regala un barlume di speranza nel grigiore odierno.)

L’espediente narrativo usato da Conan Doyle per eliminare il protagonista dei suoi racconti, facendolo precipitare abbracciato al suo acerrimo nemico in una cascata da cui è ragionevole pensare sia impossibile uscire vivi, induce alcune riflessioni sulla possibilità di eludere la morte (o almeno, di renderla meno penosa). Perché, come dice Moriarty in una delle puntate intitolata L’abominevole sposa, “Non è la caduta a uccidere Sherlock. È l’atterraggio!”

Una caduta rappresenta una rottura nel quiescente equilibrio della nostra vita. È un impulso di dinamicità che tende il protagonista verso un futuro inatteso e insondabile. Di certo c’è soltanto che prima o poi si verificherà l’impatto. Ora, se non si può evitare l’impatto di un problema (mentale o fisico) sulla nostra personalità, quasi sempre si possono scegliere le modalità con le quali affrontarlo. A seconda delle decisioni che riusciamo a prendere – anche quando affrettate, per oggettiva mancanza di tempo – possiamo uscirne con il collo e l’animo rotto, o con un più augurabile e dignitoso finale (vedi l’apicoltore Holmes).

Quasi sempre. Perché poi rimane in realtà la questione vera, di come affrontare quel precipizio che inesorabilmente ci attende tutti. Sappiamo che nessun Sir potrà – per sua volontà o perché costretto da un improbabile e affezionato pubblico – salvarci dall’atterraggio. Nulla potrà sottrarci dallo schianto fatale. Sta a noi allora guidare la caduta affinché la si possa affrontare con dignità da parte nostra e senza troppo sgomento in coloro che staranno sul bordo della cascata.

Sono certo che mentre cadrò cercherò di calcolare l’accelerazione, la portata della cascata e chissà che altro ancora. E mi verrà in mente che il dilemma dell’atterraggio alle Reichenbach resta, oltre che un mio titolo bello e musicale, uno dei rarissimi casi irrisolti per l’infallibile Sherlock Holmes. Lo resterà anche per me. Spero che a questo pensiero, e in vista dell’imminente atterraggio, riu-scirò a sorridere.Collezione di licheni bottone

Avvisi di fermata

di Paolo Repetto, 12 marzo 2019

Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
GIORGIO CAPRONI

Ultimamente i messaggi che mi chiamano a riflettere sulla morte si sono moltiplicati. Ce ne sono di espliciti, direttamente inviati dal mio fisico e, sia pure con encomiabile tatto, dalle ditte di onoranze funebri: di sottintesi, come gli appelli dell’AIDO per la donazione di organi e della chiesa per altri tipi di donazione; oppure di minacciosi, testardamente recapitati porta a porta dai Testimoni di Geova. Ma non è di questi che voglio parlare. Mi riferisco invece a segnali che non sembrano specificamente mirati e che non nascondono secondi fini.

Questi ultimi mi hanno colpito per la loro successione ravvicinata e perché provenienti da fonti inattese: e non credo si tratti solo di un acuirsi della mia sensibilità, dovuto al fisiologico approssimarsi del gran giorno. In realtà io alla morte non ci penso granché, e il tema non ricorre spesso nemmeno nei discorsi dei miei coetanei. Al più vi si accenna in occasione della scomparsa di un amico, ma almeno in apparenza senza particolari inquietudini. Può darsi si tratti di una strategia per esorcizzare la paura, ma sinceramente mi sembra altro: mi sembra quasi indifferenza.

Sul perché adesso l’argomento torni così insistentemente, e tirato in ballo da gente molto più giovane di me, che quando pensa al futuro ha qualche opzione in più rispetto all’inumazione o alla cremazione, non ho spiegazioni plausibili. Forse è l’inconscia risposta al nuovo governo, o ai cambiamenti climatici, oppure è l’effetto dei social-media che comincia a farsi sentire: sta di fatto che i segnali ci sono.

Qualche avvisaglia l’ho avuta tempo fa da un divertente e spero prematuro necrologio dedicatomi da Fabrizio (Una dose di pensiero divergente, pubblicato sul sito il 30 aprile 2018). Fabri vede la mia anima aleggiare attorno al Capanno anche dopo la mia scomparsa, e la cosa mi piace molto. È un po’ come leggere il proprio nominativo sui manifesti a lutto, ciò che a me accade spesso, data la diffusione della mia schiatta nella zona. Quando capita non mi affretto a toccarmi per scaramanzia, mentre sono invece intrigato dalla possibilità di vivere (appunto) la situazione contemporaneamente nei panni del protagonista e in quelli dello spettatore. Lo scritto di Fabrizio, poi, era già scaramantico di per sé, direi rassicurante. Per uno come me, che ha la sindrome del controllo, è importante avere un’idea anche di come ti penseranno dopo (e soprattutto sapere che ti penseranno). Nel frattempo, comunque, mi sono deciso a fare al Capanno alcuni lavori di consolidamento e ad apportare qualche miglioria: mi piacerebbe aleggiare a lungo, e in sicurezza.

Di lì a poco mi ha colpito un bellissimo pezzo di Marco Moraschi (Ancora un altro giorno, in sguardistorti n. 04 – ottobre 2018). Marco è un ragazzo eccezionalmente maturo, e chi segue il nostro sito ha avuto più di un’occasione per constatarlo: ma quel breve articolo era una cosa davvero speciale, inattesa, spiazzante. Trattava il tema della morte con una lucidità e una serenità sorprendenti, e più sorprendenti ancora erano la partecipazione delicata e il senso profondo della perdita. Voglio dire che se lucidità e serenità possono essere spiegate dalla distanza che un giovane giustamente immagina rispetto all’ineluttabile, la profondità e la partecipazione possono essere frutto solo di una sensibilità fuori del comune. Mi sono chiesto se alla sua età mi fossi mai fermato a riflettere seriamente su queste cose, e devo confessare di non ricordarlo affatto. Neppure la morte di mio nonno, che era forse la persona con la quale sentivo maggiore affinità, aveva prodotto qualcosa di diverso dalla registrazione un po’ egoista di una perdita personale. Parlando delle sensazioni provate di fronte alla morte dei suoi nonni Marco invece scrive: Sembrava quasi che la morte avesse aggiustato tutto, avesse riportato le cose a uno stato di perfezione originaria. Alla propria perdita antepone il loro ritorno alla perfezione originaria, il loro diritto alla dignità. E poi aggiunge: Ad essere sincero, la morte non mi ha mai spaventato. La mia morte intendo. Ciò che mi spaventa di più non è la mia morte, ma la morte altrui, perché noi invece sopravviviamo alla dipartita degli altri e rimaniamo quindi un pochino più soli ad affrontare la vita. Non so quanto sia diffuso questo modo di considerare la cosa, almeno tra i giovani. Pensavo fosse una prerogativa degli anziani, indotta dal progressivo accumularsi sulle loro spalle della responsabilità di essere i prossimi. Probabilmente lo è invece delle persone intelligenti, a prescindere dall’età.

Passano un paio di settimane e arriva un nuovo input. Questa volta da Roberto, che mi chiede notizie di un libro di Shelly Kagan, “Sul morire”. L’autore è un docente di filosofia, ha scritto libri come La geometria del deserto e I limiti della morale, non pubblicati in Italia ma piuttosto popolari negli States. Il libro non lo conoscevo, ma ne ho scaricato un estratto e mi son fatto un’idea. Sembra abbia avuto un grande successo in America, e da quel poco che ne ho letto posso anche capire perché: ma dubito che ne avrà altrettanto in Italia. Nell’introduzione l’autore promette: Cercherò di convincervi che l’anima non esiste. Cercherò di convincervi che l’immortalità non sarebbe un vantaggio. Che la paura della morte non è una risposta appropriata alla morte. Che la morte non è particolarmente misteriosa. Che il suicidio, in determinate circostanze, può essere giustificato sia razionalmente sia moralmente. Con un lettore italiano sfonderebbe porte aperte e perderebbe il suo tempo: non ne conosco uno che sia convinto che l’anima è immortale o che la morte sia particolarmente misteriosa. E soprattutto, che sia davvero interessato all’argomento. Credo che solo gli americani possano appassionarsi a queste cose.

A Roberto ho dunque risposto così: “Il modo migliore per sapere se un libro merita di essere letto è cominciare a leggerlo. Naturalmente, senza comprarlo. Per i libri pubblicati in formato kindle è possibile scaricare un estratto, in genere molto sostanzioso, che risponde perfettamente alla nostra esigenza. L’ho scaricato e te lo allego. Personalmente ho provato a leggerlo, ma ho smesso molto presto. É scritto bene, offre argomentazioni chiare e semplici, ma è il tema a non interessarmi. Non si tratta di un rifiuto scaramantico, semplicemente credo di aver troppe cose ancora da sistemare e da conoscere in vita per preoccuparmi del dopo, sempre che ce ne sia uno. Preferisco cercare di capire il passato, sul quale almeno qualche certezza seria si può avere. Al resto, casomai, avremo tempo di pensare.

A dirla tutta il libro mi ha persino un po’ infastidito. Non per il tema in sé, ma per il modo nel quale lo tratta e per le finalità che si propone. Mi ricorda un po’ la crociata atea di Richard Dawkins, che ha speso cinquecento pagine per dimostrare che Dio non esiste, ottenendo il risultato di renderlo quasi simpatico. Se l’intento è quello di esorcizzare la paura, o di sfatare il mistero, temo si risolva in un flop completo. Per queste cose non c’è spiegazione razionale che tenga. È questione di attitudine di fondo. Quando l’autore afferma: “Riflettere sulla morte. La maggior parte di noi si sforza di non farlo” ne ho la riprova. Appartengo a quella minoranza che non ha bisogno affatto di sforzarsi. Come recita la poesia di Caproni, sono approdato alla “disperazione calma, senza sgomento”.

La domanda secca, diretta, mi è stata infine rivolta, pochi giorni orsono, da un’amica, questa volta una mia coetanea. “Ma tu, ci pensi mai alla morte?” mi ha chiesto. Così, secco. Avrei potuto rispondere: “Beh, per forza; mi ci state tirando tutti per la giacchetta”, ma per una volta ho voluto essere serio, e mi sono limitato a dire semplicemente: no.

È così. Non mi riesce proprio di pensarci, e se anche ci provo mi distraggo subito. È vero quel che ho risposto a Roberto: mi manca il tempo, ho sempre qualcosa che urge da sistemare, da riordinare o da inventare.

Eppure proprio adesso ne sto scrivendo. Lo faccio per lo stesso motivo per il quale scrivo su ogni altro possibile argomento. Per liberarmi di qualcosa che ha cominciato a ronzarmi nella mente (in questo caso per istigazione esterna) devo trattarlo come un libro trovato al mercatino: sfogliarlo, farmene un’idea, rimetterlo in ordine con un po’ di restauro e una bella ripulita, e finalmente riporlo nel posto che gli spetta (ho aggiunto nuovi scaffali e lo spazio ora c’è). Quindi tratterò in questo modo anche del mio rapporto con la morte: il che significa che non lo affronterò in termini “esistenziali”, ma facendo mente ai risvolti prosaicamente “fenomenici” , immediati, pratici.

Non è una rimozione. Anzi, mi sento a disagio, perché davvero non ne penso nulla, e sembra impossibile anche a me. Come si fa a non pensare alla morte? A meno che … a renderla invisibile e indicibile non sia proprio la coscienza costante della sua presenza. Magari la spiegazione è proprio questa: se hai della morte una consapevolezza piena, non di cosa è ma del fatto che c’è, finisci per dimenticarla, perché sei troppo occupato a riempire di senso la vita. O forse è solo un lascito dell’educazione cattolica, che con la morte ambiguamente ci gioca, e alla fine impedisce di prenderla sul serio.

Quando mi butto in queste riflessioni rischio però sempre di incartarmi. Preferisco non spingermi troppo in là e approfitto invece per redigere un breve testamento spirituale e biologico.

Nella prospettiva di partire per un’assenza a tempo indeterminato è importante fare un consuntivo di ciò che si lascia: debiti, ricordi, affetti, cose (e già l’ordine in cui questi lasciti mi sono venuti in mente è probabilmente significativo).

a) Debiti. Non ho bisogno di un foglio molto grande per farne l’elenco. Da buon contadino non ne ho mai contratti di materiali: la regola di mio padre voleva liquidata ogni pendenza entro la fine di ciascun anno. Diverso è invece il discorso per quelli morali. Ho un po’ di cose segnate in rosso: incomprensioni o irrigidimenti dovuti al mio carattere poco duttile, impuntature che viste in questa prospettiva appaiono proprio stupide, e che per fortuna dovrei essere ancora in tempo a sanare. Anche perché a soffrirne sono probabilmente molto più io che non i miei creditori.

b) Ricordi. Ci tengo naturalmente a lasciare un buon ricordo in chi mi ha conosciuto: una cosa ristretta e a tempo, senza ambizioni d’immortalità: piuttosto per quella leggera increspatura dell’acqua che il ricordo positivo, e prima ancora la condizione o la relazione che lo crea, possono produrre, e che sia pure in misura microscopica aiuta la corrente della storia a fluire un po’ più limpida. Gli esempi di chi mi ha immediatamente preceduto sono stati fonda-mentali nella mia vita. Nel dubbio ho avuto sempre la possibilità di chiedermi cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe fatto, come si sarebbe comportato: di avere insomma una bussola nel mio agire. Mi piacerebbe trasmettere a mia volta qualche utile coordinata a chi verrà immediatamente dopo.

c) Affetti. Spero di aver ricambiato almeno in parte l’affetto dal quale sono stato circondato. E se non l’ho fatto non è per aridità, ma per un certo burbero impaccio nel manifestarlo, che a volte può essere stato interpretato per freddezza. Non lo era: posso onestamente affermare di aver amato i miei simili, e penso di essere stato sempre fortunato, perché non ho dovuto sforzarmi molto. Le arrabbiature e il sarcasmo sono nati sempre dal disappunto non per il male che gli altri potevano fare a me – perché, davvero, non me ne hanno mai fatto – ma per quello che si stavano facendo con le proprie mani.

d) Le “cose” richiedono invece un discorso un po’ più articolato. Non volendo farla troppo lunga lo riassumo in quattro domande:

Cosa sarà dei miei libri? Può sembrare assurdo, ma la preoccupazione maggiore, rispetto al dopo, riguarda proprio loro. E non è così assurdo che mi preoccupi del loro futuro, perché in fondo sono la parte di me meno deperibile, ciò che più concretamente rimarrà. Potrei far incidere sullo stipite della porta del mio studio il motto di Scholem: Io non ho una biografia, ho una bibliografia. I miei libri sono e raccontano la mia storia. Per questo vorrei che rimanessero assieme, che non andassero divisi e dispersi, e probabilmente vincolerò ogni altro lascito (poca roba) alla loro salvaguardia. Tenerli tutti, e mantenerli nella loro attuale disposizione, che non è casuale, ma ha un senso.

Cosa sarà della mia campagna? Il rapporto con la campagna è diverso. Non posso pretendere che significhi per chi verrà dopo le stesse cose che ha significato per me. Certo, mi piacerebbe che qualcuno avesse cura della terra e del Capanno, chiunque possa essere. Ma se ciò non avvenisse, provvederà la natura stessa a riprenderseli, e va bene anche così.

Cosa sarà della mia casa? Ne faccio un problema sia tecnico che affettivo. Tecnico perché è un edificio molto vecchio (la struttura originaria risale alla prima metà del Settecento) che necessita di costanti attenzioni, e non sono sicuro che ci sarà qualcuno disposto a prestargliele (d’altro canto, avendolo restaurato in gran parte con le mie mani, impianti elettrici e idraulici compresi, sono in realtà l’unico a conoscerne i segreti, i punti deboli, ecc…). Affettivo perché mi piacerebbe che i miei figli, a dispetto delle tendenze nomadi che manifestano, vivessero con la casa lo stesso rapporto che ho vissuto io. Ne sarebbero senz’altro ripagati. Come per i libri, se ameranno la mia casa ameranno anche tutta quella parte di me che ho mescolato a pietre, mattoni e cemento nel rimetterla in piedi.

Ecco che pensando alla terra e alla casa vien fuori il mio vero rovello di fronte all’idea della morte. Ad ogni lavoro che faccio, ad ogni risistemazione che opero è tacitamente sottesa la domanda: come farà il mondo senza di me? C’è rammarico non per ciò che perderò io, ma per ciò che perderà il mondo, privato dell’opportunità che rappresento. Non di grandi gesta, di capolavori o di scoperte scientifiche fondamentali, ma di quella manutenzione spicciola della quale ha un gran bisogno. Hai voglia a dirti che l’umanità ha tirato avanti per quattro milioni di anni facendo tranquillamente (insomma) a meno di te, e che presumibilmente lo farà anche in futuro: ma senza di te non sarà la stessa cosa.

Infine: Cosa sarà del mio corpo? È ciò di cui francamente mi importa meno, e a ragion veduta. Comunque vada, so già benissimo cosa ne sarà. Potrebbe cambiare qualcosa se disponessi di qualche organo riciclabile, ma dubito che sarebbe un buon investimento. I pezzi stanno assieme in un equilibrio ormai precario, smembrati sarebbero da buttare. Forse, se già esistesse il trapianto di cervello, potrei sperare in una distribuzione allargata, in dosi omeopatiche: perché non vada del tutto sprecato quel poco di conoscenze e di consapevolezza che ho acquisito durante questo mio piacevole soggiorno.

Tutto qui. Capisco che rispetto ad un tema che stato, è e presumibilmente, a dispetto della ricerca scientifica cinese, continuerà ad essere centrale per il pensiero umano, possa sembrare terribilmente banale. Non so che farci. Alla fine comunque ho risposto alle sollecitazioni, l’argomento l’ho affrontato. Adesso, per altri vent’anni almeno, non voglio più pensarci. Ma forse, riflettendoci meglio, il problema non sta nel come ci si rapporta alla morte, ma nel come questo rapporto ci dispone nei confronti della vita. Della nostra, e prima ancora, ma conseguentemente, di quella altrui.
Steinbeck scriveva che occorre “vivere in modo che la nostra morte non porti sollievo al mondo”. Spero gliene abbia portato almeno un poco, nel suo piccolo, la mia vita.


← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

I diseredati

di Paolo Repetto, 7 marzo 2019

Qual è il titolo della poesia dedicata da Leopardi a Teresa Fattorini, la concittadina morta in giovanissima età?” Gli occhi del concorrente s’illuminano. Stavolta va sul sicuro: “La vispa Teresa.” Un secondo dopo la metà del boccone che stavo masticando torna nel piatto, mentre l’altra s’incastra tra esofago e trachea. Negli spasmi della tosse rovino all’indietro con la sedia, ma per fortuna due mani soccorrevoli mi bloccano all’ultimo momento e mi percuotono violentemente la schiena. Evito d’un soffio lo strozzamento, anche se porterò i lividi per una settimana. Fossimo in un telefilm di Law & Order farei causa alla RAI per tentato omicidio e chiederei un risarcimento sostanzioso.

In un paese normale a una cosa del genere dovrebbe seguire la fustigazione del concorrente, irrogata subito, in diretta, e nei giorni successivi una interrogazione parlamentare. Invece non accade nulla. Il conduttore del programma glissa, se è indignato non lo dà a vedere, non si mette a piangere e nemmeno passa alle maniere forti. Assegna un pallino rosso, la gara continua. Siamo al duello finale, e su dieci domande complessive i due sfidanti collezionano nove pallini rossi. Lo spettatore occasionale potrebbe pensare ad una serata speciale riservata agli idioti, invece questa è quasi la norma. Lo so perché non sono uno spettatore occasionale.

Devo fare outing. Come tutti, ho anch’io le mie perversioni. Questa de “l’Eredità” è una forma particolare di masochismo, peggiore ancora del vizio del fumo. Mi ci dedico spesso perché occupa i tempi morti che precedono o accompagnano la cena, e produce danni materiali contenuti, al massimo qualche piatto rotto. È una pratica ambigua: ricorda la vecchia barzelletta del tizio che si dava martellate sulle dita delle mani, asserendo di godere ogni volta che sbagliava la mira (nella versione originale in realtà non si parlava di dita). Penso sia mossa dalla perversa volontà di vedere fino a che livello può scendere l’ignoranza, dopo che il fondo del barile è stato raschiato via da un pezzo e si scava ormai nel terreno. Non nego che possa esserci sotto sotto, inconfessata, la speranza di venir contraddetto, e che eccezionalmente accada anche questo: ma le vere emozioni me le assicura l’ignoranza, perché i record di profondità in assetto libero sono costantemente battuti.

“L’Eredità” è la versione democratizzata e post-moderna di “Lascia o raddoppia”. Lo è in termini quantitativi, perché andando in onda tutti i giorni ininterrottamente da anni ha offerto sino ad oggi la possibilità di partecipare ad una platea enormemente più ampia: e lo è nel format, perché una parte delle domande prevede la scelta tra diverse opzioni proposte, come nei test all’americana, e le eliminazioni si verificano attraverso lo scontro diretto tra due concorrenti: ma la “democratizzazione” riguarda soprattutto i contenuti, perché gli argomenti interessati possono essere i più peregrini e assurdi.

All’epoca di Mike Bongiorno, checché ne pensasse Umberto Eco, si valorizzava se non altro una certa forma di erudizione, nozionistica quanto si vuole ma concreta. Oggi, per coinvolgere indiscriminatamente tutti e in linea con una concezione usa e getta della conoscenza (leggi: spazzatura, settore indifferenziata), le domande possono vertere sui colori preferiti da Lady Gaga, sui riti scaramantici di un calciatore o di un attore, ecc … Mentre i campioni di “Lascia o raddoppia” si guadagnavano un’ammirazione reverente, perché portavano a casa i cinque milioni (di lire) ma soprattutto perché, in virtù di doti speciali di intelligenza, di memoria o di impegno, erano detentori di un sapere che faceva premio, quelli de “l’Eredità” suscitano al più invidia, come i vincitori al “Gratta e vinci”, per aver goduto di una botta di buona sorte.

La ricaduta a pioggia in termini di autostima è indiscutibile. Dal momento che la gran parte dei quesiti è di livello elementare o demenziale tutti ne escono gratificati. A casa, davanti al televisore, ognuno può ritagliarsi la sua postazione vincente: persino i bambini bruciano sul tempo i concorrenti, confortando i genitori sulla bontà di fondo delle loro conoscenze e avallando domani, nei colloqui con gli insegnanti, la protesta per le valutazioni inique.

In realtà il gioco è affidato essenzialmente alla fortuna o al capriccio degli autori, che a domande quasi offensive nella loro stupidità alternano ad esempio la richiesta di riconoscere termini desueti, o di uso prettamente tecnico: col risultato che la selezione non dipende affatto dall’intelligenza, sia pure da una sua forma cumulativa, o da una robusta conoscenza di base, ma dalla casualità della successione e dall’assurdità dei quesiti. La prova finale della ghigliottina poi, che pure intende valorizzare almeno le capacità associative, è resa insensata dall’arbitrarietà dei riferimenti che dovrebbero evocare la parola misteriosa (il titolo di una canzonetta, il nome segreto di un supereroe della Marvel, ecc …).

Prescindendo comunque degli appunti critici, che alla fin fine riescono scontati e non meno banali della trasmissione stessa, si deve ammettere che anche “l’Eredità” ha i suoi meriti (il che vale come risposta preventiva all’obiezione: perché allora la segui?). Questi meriti non nascono dal paragone vincente con quanto offerto dalla concorrenza, da “Uomini e Donne” alle varie isole dei famosi o alle vite in diretta, ma dal fatto che il programma documenta molto meglio dell’Istat – e anche delle trasmissioni “impegnate”, quelle storiche di Paolo Mieli o quelle artistiche della quinta rete – la realtà antropologica e culturale di questo paese. Più precisamente, di quella parte di popolazione che al suono della parola cultura non mette subito la mano alla pistola come faceva Goebbels. Insomma, del livello culturale di una fascia che potremmo classificare già sopra la media. Da ciò si può poi facilmente desumere il livello di chi – la maggioranza – ne sta al di sotto, che solo per il momento la pistola non l’ha ancora e che anziché a concorrere a “l’Eredità” si candida giustamente a ruoli di rappresentanza, amministrativi o di governo. Mentre gli esponenti più significativi della classe politica attuale, i due Mattei, sono stati entrambi portati alla ribalta un quarto di secolo fa da trasmissioni a quiz del modello intermedio, di transizione, tra “Lascia o Raddoppia” e “l’Eredità”, gli esponenti dell’ultima generazione, ad esempio Di Battista, sono stati scartati persino da programmi come “Amici”. Anche quest’altro livello comunque può essere direttamente verificato: basta scegliere in alternativa, nella stessa fascia oraria, i programmi condotti da Bonolis.

Seguire “l’Eredità” consente in definitiva di avere costantemente il polso della situazione, di monitorare in tempo reale la neppur troppo lenta agonia cerebrale di un mondo in trasformazione. È la più attendibile opportunità di verifica della condizione culturale che lasciamo ai nostri eredi. I quali, se ne avessero piena consapevolezza, dovrebbero come minimo disconoscerci.

Al di là della facile (e purtroppo amara) ironia con la quale possiamo condirla, la situazione è sconfortante. Il problema sta nella accezione post-moderna che si vuole imporre del termine “cultura”, quella appunto perfettamente certificata da “l’Eredità”.

Io associo la cultura al caffè: è cultura tutto ciò che mi sveglia il mattino e mi rimette in moto ogni giorno, che mi aiuta a convivere meglio con me stesso e con il mondo, soprattutto ad avvertire la discrepanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe o potrebbe essere. E non è vero che disturbi il sonno: anzi, dormo peggio se non prendo un caffè anche dopo cena – e in genere è il quinto o il sesto – o se mi rendo conto di non aver imparato nulla di nuovo nella giornata.

Il contrario della cultura è invece associabile agli alcoolici o agli stupefacenti: a tutto ciò che serve a far dimenticare, a consolare o a vedere una realtà stravolta. Ora, l’idea di cultura che oggi tende a prevalere, con l’imprimatur di fior di filosofi e psicologi da baraccone, si riassume nell’asserzione che è cultura tutto l’esistente, “il mondo com’è”: comprendendo nell’esistente quella dimensione effimera e virtuale che è stata costruita in funzione della società dello spettacolo. Questo produce un effetto, appunto, stupefacente: addormenta, rimbambisce, induce ad accontentarsi di significati della vita prêt à porter, immediati e futili, a nutrirci di effetti speciali privi di ogni sostanza.

Quando si asserisce che in fondo anche conoscere il colore delle mutandine di Rihanna o i nomi dei protagonisti dei serial televisivi è cultura, nel senso che aiuta a capire, a socializzare, a condividere, a spiegare, si dice una castroneria o si mente deliberatamente: aiuta a condividere solo una rappresentazione “mitologica” creata a fini commerciali e consumistici, che con la vita reale ha nulla a che vedere. È vero che noi oggi studiamo la mitologia greca o quella azteca o degli Azande, e che anche queste erano costruzioni “virtuali”: ma non è la stessa cosa, perché quelle mitologie rispecchiavano una concezione della realtà, ne offrivano una possibile interpretazione (e accettazione) in assenza di spiegazioni scientificamente fondate. Dietro Atena che combatte al fianco degli Achei c’era la coscienza nascente della natura duplice e ambigua del nostro carattere, dietro il diluvio universale c’erano i cambiamenti climatici che hanno caratterizzato l’alba della nostra storia: se vogliamo, persino dietro i miracoli di Padre Pio c’è ancora la miseria di gente tenuta lontano dalla cultura e bisognosa di sentirsi miracolata (vedi il caso del nostro attuale premier, devoto del santo, che più miracolato di così davvero non si può). Certo, queste cose venivano poi manipolate a fini politici di dominio o economici di sfruttamento: ma nascevano da moventi seri e in qualche modo, pur con tutti i loro limiti e le possibili strumentalizzazioni, positivi. Ed erano oggetto comunque di una sedimentazione di lunghissimo periodo, che sotto la crosta fossilizzata conservava un minimo degli agenti vitali e genuini originari.

Dietro i fenomeni mediatici costruiti oggi a tavolino e destinati ad un consumo veloce e superficiale c’è invece, già di partenza, soltanto un “calcolo” economico o politico: e il termine non va inteso solo come “progetto”, per metonimia, ma anche, letteralmente, come “procedura di computo”. Siamo nelle mani dell’algoritmo.

Cosa significa? Fino a qualche anno fa pensavo si trattasse solo di un espediente linguistico per confondere le idee, rendere meno comprensibili i meccanismi reali e trasferire a una dimensione indefinita tutte le responsabilità. In fondo la parola si presta bene ad un uso deterrente: evoca per assonanza scompensi cardiaci e farmaci, e appartiene comunque ad un lessico matematico di fronte al quale quasi tutti si sentono sperduti. Ho cominciato invece a capire un po’ meglio come funziona la faccenda dopo che, al compimento del sessantacinquesimo anno, la mia posta elettronica è stata invasa da decine di mail che proponevano apparecchi acustici, montascale e pillole azzurre, e continuo a collezionarne quotidiane conferme nell’attenzione che mi riserva il mercato librario on line, dal quale arrivano proposte mirate sempre più rispondenti ai miei desiderata, al punto persino da anticiparli.

Solo ultimamente ho avuto però sentore di quanto l’algoritmo, oltre che invasivo, possa riuscire subdolo. È accaduto quando ho trovato un mio scritto collegato, per non so quale grado di parentela, al sito di Fratelli d’Italia – per intenderci, al neo-fascismo professo e militante: credo semplicemente perché riportava in positivo alcune citazioni da Ortega y Gasset, ma non voglio indagare ulteriormente, visto che altrove ho citato a più riprese De Maistre, Mircea Eliade e Alain de Benoist. Temo di ritrovarmi pigionante a Casa Pound. L’amico che mi ha segnalato l’apparentamento, e che di queste cose si intende, a una mia richiesta di spiegazione ha risposto: “È l’algoritmo, bellezza!” Che significava: siamo controllati, schedati e orientati da un sistema rigido, in qualche modo elementare, univoco e totalmente predeterminato. Un sistema che non accetta l’imprevedibilità, che esclude la creatività, le sfumature, le ambiguità interpretative. L’esatto contrario insomma di ciò che sostanzia la cultura.

Sul questo tema sono già tornato più volte, e di recente anche sullo specifico della sindrome da algoritmo, buttandola al solito sull’ironia. Nel frattempo credo però di aver capito qualcosa in più. In realtà, ciò che maggiormente mi inquieta di questa buffa storia è il fatto appunto che mi abbia inquietato, e che tanto buffa tutto sommato non mi sia parsa. Se ci rifletto un attimo capisco perché, stanti i sensori che il sistema attiva, i modelli di selezione e di comparazione che applica e gli schemi rigidi entro i quali convoglia i dati, possa uscirne una diagnosi di sospetta deriva reazionaria. Io stesso ci gioco e ci rido sopra, e non faccio certo nulla per allontanare il sospetto. Ma non nego che, messo brutalmente di fronte al giudizio di una intelligenza artificiale, fredda e anaffettiva, mi è sembrato di cogliere l’immagine sconosciuta che rimanda la vetrina nella quale ci riflettiamo di passaggio, ben diversa da quella cui ci ha abituati lo specchio nel corridoio d’ingresso, che ci conosce e ci dà il tempo di aggiustare l’espressione, e dal quale ci torna bene o male l’aspetto che vorremmo. E mi sono chiesto quanto potesse esserci di vero in quella immagine inattesa.

In effetti, in un processo all’americana sarei assolto (in Italia probabilmente no), ma solo per insufficienza di prove. Le intenzionalità non costituiscono un valido argomento di difesa. Se frequenti De Benoist o de Maistre un qualche collegamento con il pensiero della destra, ultrareazionaria o comunitaria che sia, lo mantieni. Ciò è sufficiente ad attribuirti una collocazione a rischio. Ora, non essendo portato per indole alle crisi di identità, anagrafiche, di ruolo, di genere o di qualsiasi altra sorta, non ci ho messo molto a tranquillizzarmi. E tuttavia qualche riflessione l’ho fatta.

Ho pensato ad esempio che l’algoritmo è si stupido, ma di una stupidità talmente logica che per certi versi lo rende inattaccabile (mentre in precedenza pensavo fosse comunque possibile spiazzarlo, adottando comportamenti non prevedibili). In linea di principio il suo funzionamento è semplice. Analizza la sterminata massa di dati che provvediamo noi stessi più o meno consapevolmente a fornirgli (e quando non lo facciamo noi provvedono altri) e li rielabora applicando una logica elementare: due più due fa quattro, se hai superato i settant’anni è più che probabile che stia perdendo la sensibilità uditiva e la capacità motoria, per non parlare dello stimolo e della reattività sessuale: se visiti quotidianamente i siti di Amazon o della Feltrinelli alla ricerca di testi di storia, e se quei testi riguardano un certo periodo, determinati personaggi o eventi, particolari aree del mondo o specifici settori di studio, e infine leggi e citi autori sulla cui appartenenza ideologica non sussistono dubbi, ebbene, il profilo dei tuoi gusti, dei tuoi interessi e delle tue potenzialità di consumo è immediatamente tracciabile, così come facilmente prevedibili saranno non solo le tue scelte future d’acquisto, ma anche le tue simpatie politiche.

Intendiamoci. L’algoritmo non è una formula magica: lavora né più né meno come il nostro cervello, è la trasposizione culturale di un procedimento biologico. Con una differenza: il cervello umano può produrre risposte diverse da quelle che sarebbero più logiche, sotto la pressione di fattori emotivi o per semplice distrazione; l’algoritmo, almeno teoricamente, no. In più, quest’ultimo è ormai arrivato a livelli di potenza della memoria e di velocità neppure paragonabili a quelli della corteccia cerebrale, ciò che gli consente anche una duttilità eccezionale. Ma è pur sempre una duttilità parziale: perché mentre il cervello può errare, cioè prendere letteralmente altre strade, l’algoritmo può muoversi solo all’interno di opzioni logiche predeterminate. Può spingere queste opzioni fino a limiti umanamente impensabili, creando l’impressione di una totale libertà di movimento, ma in realtà opera come un sistema chiuso. Ora, di fatto i passi avanti dell’uomo sono nati spesso proprio dagli errori: Colombo è partito alla scoperta dell’America perché aveva mal calcolato la circonferenza terrestre, Fleming ha scoperto la penicillina perché aveva dimenticato di refrigerare una coltura batterica. Voglio dire che paradossalmente la possibilità di errore può diventare un chance, e questa chance all’algoritmo è negata. Ma non affrettiamoci troppo a sentirci rassicurati.

Fin qui infatti tutto torna: se l’azione dell’algoritmo si fermasse a questo punto, si limitasse ad una funzione operativa, sia pure ben più complessa di quella di regolare i semafori o di programmare le fasi di produzione di un’azienda, si potrebbero ancora ipotizzare contromosse per difenderci dalla sua pervasività. In prospettiva però la situazione appare più inquietante. In primo luogo perché nell’ambito dell’intelligenza artificiale si stanno velocemente sviluppando dei sistemi di autoapprendimento che ne moltiplicheranno ulteriormente, e in maniera esponenziale, le potenzialità, tanto da far ipotizzare un salto di qualità, una “autonomizzazione” della macchina (la rivolta dei robot è stata uno dei temi più ricorrenti della fantascienza, da Azimov a Odissea nello spazio, e attualmente lo è nella letteratura scientifica). Poi perché già oggi le modalità della procedura algoritmica, soprattutto se usata in funzione predittiva, producono effetti tutt’altro che collaterali, anche se meno visibili e meno facilmente decifrabili. L’algoritmo non si limita a registrare i tuoi dati per fornire delle risposte ad personam, ma nel farlo “interpreta” i dati stessi, li riconduce ai propri schemi logici e sul lungo termine determina le tue risposte. Applicato ad esempio in campo medico, sulla scorta di una serie di parametri ti dice come stai, ma va anche oltre, predice come starai tra uno o tra dieci anni, tenendo conto di tutte le variabili (che tu smetta o meno di fumare, ecc …) e ti prospetta un numero limitato di possibilità di scelta. Rendendo difficile, a questo punto, ipotizzarne altre. Insomma, mentre finge di tener dietro le tue scelte, ti prende per mano e ti indirizza su un percorso lineare, controllabile, atrofizzando gradualmente ogni capacità e volontà di scelta autonoma.

Come dicevo a proposito dell’apparentamento che mi è stato attribuito, dopo un veloce esame di coscienza mi sono tranquillizzato: io non sono di destra, non sono un reazionario. Ma per farlo ho dovuto anch’io assumere dei parametri cui rapportarmi. Per convincermi di non essere classificabile da una parte, ho dovuto classificarmi dall’altra, mentre in precedenza la cosa cui ascrivevo il mio essere di sinistra era per l’appunto la capacità di sottrarmi ai parametri e alle classificazioni. L’algoritmo non lascia spazi per le terre di nessuno. Diventando sempre più complesso userà guinzagli sempre più lunghi, ma ci farà passeggiare sempre in aree cintate e attrezzate. Anche se continuerò a citare Ortega e de Gobineau, temo che d’ora innanzi lo farò guardandomi attorno, facendo attenzione a dove va a cadere la mia ombra.

L’algoritmo gioca insomma il ricatto della visibilità. Creando una realtà che dietro la sua apparentemente disordinata complessità è invece tutta sotto controllo, fa terra bruciata attorno ad ogni possibile scelta davvero alternativa di vita e di pensiero. Noi viviamo di rapporti. Il nostro pensiero non regge se costretto in una dimensione autistica. Ma per rapportarci agli altri dobbiamo essere visibili. Il nostro agire deve essere pubblico, il nostro pensare deve trovare punti di contatto con quello altrui. Bene, l’algoritmo sta definendo in maniera sempre più rigida lo spettro della nostra visibilità: e lo fa come se sottraesse i colori all’arcobaleno naturale e li compattasse su una tavola di Mondrian. Via le sfumature, dentro linee di separazione rette e decise, pur mantenendo tra le componenti cromatiche gli equilibri di “peso”, quelli quantitativi, misurabili. Porta a compimento e perfeziona quel processo di omologazione che ha preso avvio con la modernità, con la matematizzazione e la geometrizzazione del mondo, rimuovendo o aggirando anche quegli ostacoli, quei correttivi che per induzione il pensiero moderno aveva prodotto (l’etica kantiana, il diritto, ecc …). Agisce come un tempo le potenze coloniali, che tracciavano linee rette di confine tra stati che esse stesse avevano inventato ex-novo per semplificare il controllo territoriale, ignorando le millenarie differenze e identità tribali improvvisamente costrette all’interno di quelle linee immaginarie, e anzi, sfruttandone e gestendone ai propri fini la conflittualità. Si tratta di un meccanismo che, paradossalmente, tanto più appare complicato nel funzionamento, e quindi indecifrabile, tanto più ottiene risultati di semplificazione gestionale.

Questa semplificazione avviene oggi col consenso di coloro stessi che ne sono vittime, ed è questa la vera novità. L’algoritmo non si limita a interfacciare i dati e ad elaborare risposte sempre più apparentemente personalizzate ai “bisogni”. In base ai dati i bisogni li crea, ma soprattutto, imponendo la logica binaria del si/no, dentro/fuori, vero/falso, ricrea totalmente il mondo a propria immagine, e costringe ad una scelta obbligata, perché l’alternativa è solo l’uscita dal nuovo sistema relazionale, ovvero l’invisibilità. Dobbiamo scegliere tra l’essere indistinguibili nel mondo o invisibili al mondo. Nel primo caso ci è offerto anche lo zuccherino di una apparentemente aumentata libertà di autogestirci, di esprimerci e di “partecipare” (tradotto in polpettine, di essere beatamente ignoranti, di giocare con l’identità sessuale, di tatuarci anche sotto la pianta dei piedi, di cliccare il nostro entusiasmo per ogni stupidaggine che gira in rete o di lanciare noi stessi la stupidaggine, di accedere ai giochi o ai talk televisivi, ecc..: tutte cose che l’algoritmo promuove, pianifica e controlla); nel secondo si è condannati, anche quando la scelta è fondata su una coscienza lucida della situazione, a finire in confusione o in calcificazione mentale per l’assenza di parametri di confronto.

L’omologazione viaggia naturalmente verso il basso (è una legge statistica). Quindi passa innanzitutto per la ridefinizione dello status e del ruolo della cultura, a partire dalla messa sotto accusa delle vecchie “élites culturali”, della loro distanza dal sentire del “popolo”. La distanza non viene colmata offrendo al “popolo” nuove chances di nutrimento culturale (fossero pure le brioches di Maria Antonietta) ma negando semplicemente la fame. Da “la cultura non serve” a “la cultura non esiste” il passo è breve. A che serve conoscere la storia, la geografia, le scienze umane e quelle naturali, ecc, quando è disponibile in tempo reale, con un paio di clik, tutto lo scibile umano, saia pure messo a bollire tutto nello stesso calderone, gli alimenti essenziali, le spezie e, soprattutto, gli ingredienti superflui e la spazzatura? Se tutto è cultura, nulla è cultura. Si liquida così il concetto per cui cultura non è sapere le cose, ma saperle imparare e usare nel modo opportuno, e trarne piacere e gratificazione. Mettere in discussione il concetto di cultura, leggerla come un sapere orizzontale e superficiale anziché come formazione profonda (vedi la difesa del nuovo modello di pensiero fatta da Baricco ne “I barbari” e in “Game”) significa mettere in discussione tutto il nostro passato di umani, tutto il processo evolutivo, tutto il senso dell’esistenza.

E infatti. Questo ci riporta a “l’Eredità”. Lo sciagurato concorrente che si è macchiato di leso Leopardi rappresenta lo stadio preistorico della cultura dell’algoritmo. Ha applicato un procedimento analogico, associando banalmente due nomi propri. Lo stadio successivo, quello digitale, gli avrebbe probabilmente consentito di vincere la finale, incrociando un numero maggiore di dati. In questo caso l’algoritmo sarebbe stato magari propenso a suggerirgli (sbagliando, ma centrando comunque il risultato) che una fanciulla tanto vispa difficilmente muore di consunzione in giovane età. Il concorrente avrebbe continuato a non sapere nulla delle motivazioni, del significato e della struggente bellezza dei versi di Leopardi, ma avrebbe intascato qualche decina di migliaia di euro. La sua ignoranza sarebbe stata premiata, in virtù del principio che non importa sapere, ma partecipare (ai giochi a premi, appunto).

Il modello di pensiero per cui si vive benissimo senza Leopardi, e ciò che conta è semmai comparire per qualche minuto in tivù, magari portandosi via anche un gruzzoletto, è ormai dominante: in fondo l’ultima generazione con l’algoritmo ci è cresciuta, lo ha in vena, non conosce altra realtà. Viene spacciato al dettaglio da guru sempre più giovani, profeti di un mondo pieno di nuove opportunità e testimonial in prima persona del suo già visibile avvento, proprio in virtù dell’enorme potere economico o di condizionamento che ne stanno traendo. In fondo, dal loro punto di vista sono assolutamente convinti di agire nel giusto, e in molti casi le intenzionalità originarie erano tutt’altro che egoistiche, avevano alle spalle una visione. Persino in costoro però, o almeno in quelli più seri, comincia oggi a insinuarsi qualche dubbio: nella ex-gioiosa comunità di Silicon Valley serpeggia la disillusione.

Molto più ipocrita mi pare invece l’atteggiamento di chi la cultura dovrebbe difenderla, di quella classe intellettuale che il nuovo modello di fatto estromette dal gioco. Da un lato questa estromissione viene in genere orgogliosamente rivendicata, quasi a riprova di una eroica resistenza opposta all’appiattimento istupidente: dall’altro però vengono anche accarezzate le ipotesi di un accomodamento, di un riposizionamento all’interno del modello. E comunque, anche quando assume una posizione critica, questa gente non rinuncia affatto alle gratificazioni materiali o “spirituali” che il gioco può riservare. Mi riferisco a quegli intellettuali che hanno scoperto una variante economicamente molto interessante del loro ruolo, e si prodigano nei festival della scienza, della coscienza e della conoscenza, o nei salotti televisivi a denunciare i rischi dell’omologazione, ma intervenendo rigorosamente a gettone. Che stanno dunque avallando la riduzione della cultura ad una successione di “eventi” spettacolari, spogliandosi dei vecchi paludamenti ma solo per mascherare sotto abiti senza dubbio più pratici e alla moda il loro sfacciato collaborazionismo. In questo senso, almeno, la posizione di Baricco è più onesta: si schiera apertamente, non so con quanta reale convinzione ma senz’altro sciorinando un campionario argomentativo di tutto rispetto, per “il nuovo che avanza”, ne dà una giustificazione storica e antropologica e ipotizza gli strumenti per governarlo, anziché lasciarsene governare. Altri, la maggioranza, recitano invece due parti in commedia. Quella del lacchè è per gli intellettuali una tentazione antica, ma forse mai come oggi, proprio mentre si finge o anche si crede in buona fede di esorcizzarla, è diventata costume corrente.

Per averne conferma è sufficiente invitare un qualsiasi “intellettuale” con un minimo di pedigree e di certificazione (mediatica o accademica, fa lo stesso) a presentare un proprio libro, o a partecipare a un convegno o a un dibattito su temi che sono al centro dei suoi interessi: può essere istruttivo confrontare le tariffe o le richieste di “rimborso spese” avanzate. Il problema vero è però che questo mercimonio culturale è dato ormai per scontato da ambe le parti, col che si realizza un capolavoro di ipocrisia. Si paga qualcuno perché venga a raccontarci quanto è avvilente che tutto, e in primis il pensiero, sia ridotto a merce.

In definitiva, è assai più istruttivo e meno dispendioso (e senz’altro più emozionante) seguire dal divano, all’ora di cena, “l’Eredità” in televisione. E questo vale anche rispetto alle mie riflessioni, perché credo di aver abusato davvero troppo della pazienza di chi mi sta leggendo, se ancora non ha smesso. Come al solito mi sono perso per strada e l’ho tirata per le lunghe.

Non so quanto questo scritto possa contribuire a chiarire la situazione, o se addirittura non l’abbia ulteriormente confusa: ma in entrambi i casi dovrei a questo punto affrontare la domanda cruciale: che fare? Dichiaro il mio scacco: onestamente non ho alcuna soluzione da suggerire, alcun realistico modello alternativo da offrire. Avevo inizialmente pensato ad una “modesta proposta”, la stessa che vado predicando da decenni per tenere in vita attraverso la scuola un livello minimo di “resistenza” culturale, consapevole peraltro di avanzarla solo a futura memoria, perché sono il primo a considerarla ormai inattuabile. La riservo per un’altra occasione. Per il momento mi tengo stretto il mio modello di cultura, cercando di difenderlo nel mio piccolo e sperando che altri facciano altrettanto: ma solo per rallentarne ancora di un poco la scomparsa.


← Precedente

Grazie per la risposta. ✨