Nella pagella di Leonardo spicca il dieci in Storia. Compare improvviso in mezzo ad altre valutazioni più che dignitose, ma che parlano in fondo di un interesse puramente scolastico. È un Everest che svetta tra tanti settemila, coronato dagli ottomila di Francese, Geografia e Italiano. Un po’ staccato, là sullo sfondo, il K2 del nove di Musica. Questo panorama disegna un profilo inequivocabile, sia pure facendo la tara alle maniche più o meno larghe degli insegnanti: Leonardo è un umanista. Quel dieci ci sta tutto, perché Leo ha una vera passione per la storia. E questa passione ha una spiegazione scientifica: c’è un gene particolare che ricompare nella mia famiglia ad ogni generazione, o almeno nelle ultime tre. Una volta, quando la genetica nemmeno esisteva, lo chiamavano bernoccolo, quasi a significare un’escrescenza maligna, una superfetazione del cervello, o la conseguenza di una botta in testa. Invece è questione di DNA. Elisa, mia figlia, studia Storia all’università. Leonardo è mio nipote.
La cosa più probabile è che si tratti di un fattore epigenetico: vivere in mezzo a migliaia di volumi che parlano di storia, che se ti muovi un po’ più bruscamente ti cadono in testa (di lì il bernoccolo), e che solo a vederli tutti assieme o ti sconfortano o ti danno l’idea di un universo sconfinato da scoprire, forse un po’ condiziona. Come che sia, l’interesse per la storia è ormai di casa, e suscita reazioni diverse. Nel mio entourage c’è chi lo reputa un viatico certo al disadattamento, oltre che alla disoccupazione. Io la penso diversamente. Quanto alla prima conseguenza, ne vado fiero: il mondo è sempre stato sottratto alla noia e al conformismo proprio dai non adatti (e resta ancora da stabilire chi davvero non lo è). Sulla seconda ho qualche dubbio. Se la passione è sincera, uno sbocco lo trova. E se non lo trova, rimane almeno la passione.
L’amore per la storia è la manifestazione più alta e nobile della curiosità. Posso sembrare partigiano (e lo sono, eccome), perché anche l’inclinazione per le scienze ne è una manifestazione elevatissima; ha però un retroterra di finalità pratica, quindi non è amore “puro”. E qui si potrebbe discutere all’infinito (col risultato poi che ciascuno rimarrebbe della sua idea), ma non è questo che mi interessa. Piuttosto, devo chiarire un paio di cose. La prima è che quando parlo di storia mi riferisco anche a quella naturale, e ci faccio rientrare quindi tutta la vicenda evoluzionistica. La seconda è che l’amore per la storia non può essere a mio parere settoriale, non può privilegiare un solo ambito, un’unica epoca particolare, singole aree o vicende. Sono senz’altro comprensibili le preferenze individuali per specifici campi di ricerca, ma se queste preferenze si spingono fino all’esclusività non hanno più a che vedere col genuino sentimento amoroso, ne sono una distorsione: sconfinano nel feticismo.
Quando Elisa decise di lasciare la facoltà di Design, dopo un anno di frequenza e dopo aver completato tutti gli esami con ottimi risultati, motivò così la sua scelta: “Mi piaceva, ma avevo l’impressione che sarebbe stato così” e disegnò con le mani un angolo che si chiudeva verso l’esterno. E aggiunse: “Ci sono un sacco di cose che non conosco, sento di non poter continuare ad ignorarle, e ho bisogno di uno sguardo così”, disegnando un angolo che si apriva e si allargava verso l’esterno. L’angolo visuale della Storia. Questo era sentimento genuino. Cosa potevo opporre, sempre che avessi voluto opporre qualcosa?
Lo studio della storia non risolve naturalmente il problema della conoscenza. Piuttosto, lo crea. È l’attività più socratica che si possa immaginare. Ed è un’attività che coinvolge alla stessa stregua tutte le nostre facoltà, tutte quelle che determinano la nostra condizione eccezionale di umani. Siamo umani proprio perché ci interroghiamo sul chi siamo e da dove veniamo, cercando magari anche di intravvedere dove andremo. Le altre conoscenze sono più o meno immediatamente necessarie alla sopravvivenza: quella storica rispetto a quel fine immediato è superflua, ma è indispensabile all’“esistenza”. Perché esistere (ex-sistere) significa chiamarsi fuori dal ritmo ciclico naturale, e amare la storia significa saper cogliere la progressiva “linearità” di questo distacco. Che non vuol dire pensare la storia come “progresso”, come una linea retta protesa in una sola direzione, ma interrogarsi sulle ragioni, positive o no, del nostro allontanamento dalla naturalezza, ripercorrerne le tappe, magari cercando di recuperare la memoria di opzioni che sono state scartate e che avrebbero potuto rendere diverso il nostro presente.
Queste cose però altri hanno saputo spiegarle molto meglio di quanto possa farlo io. Rientrano nelle motivazioni più consapevoli, razionali, allo studio della storia. A me qui interessa invece capire cosa c’è a monte: cosa può indurre la passione per una ricerca così apparentemente fine a se stessa, prima ancora di avvertire che tanto fine a se stessa poi non è. E posso farlo solo partendo da ciò che ha motivato me.
A differenza di Elisa, ho scoperto che avrei vissuto di storia e per la storia molto precocemente. Oserei dire che l’ho sempre saputo, molto prima di incontrarla come disciplina scolastica. L’ho scoperto principalmente attraverso le immagini. Ero affascinato dalle rappresentazioni di castelli, di ruderi, di velieri, di cavalli e cavalieri, di antiche città o di borghi medioevali, dalle divise settecentesche e dalle scene di battaglia all’arma bianca, da tutto ciò insomma che mi riportasse indietro nel tempo. Ma anche dalle favole e dalle epopee cavalleresche che lo zio Micotto raccontava la sera, impreziosite da una maniacale precisione nei dettagli ambientali e nei riferimenti temporali. E penso sia proprio questa la chiave: la scoperta di possibili tempi diversi da abitare (gli spazi sarebbero venuti dopo), ciò che suppone il non sentirsi totalmente in sintonia con quello in cui si vive. Più sopra l’ho chiamato “disadattamento”: ora devo precisare che non è il risultato dell’amore per la storia, ma, al contrario, ne è la causa.
Sentirsi fuori sintonia rispetto al proprio tempo non comporta comunque un rifiuto specifico. La sensazione di estraneità di cui parlo riguarda in realtà ogni tempo, e paradossalmente nasce proprio dal desiderio di abitarli o averli abitati tutti. E questo è reso tanto più possibile, sia pure a livello di fantasia, quanto più di quei tempi si conosce.
Abitare un’altra epoca non significa infatti fare del turismo temporale, andare a vedere un po’ come vivevano. Implica una partecipazione: si vorrebbe poter interferire, modificare qualcosa, segnare in qualche modo col proprio passaggio quel tempo. Magari, che so, riparando un torto, difendendo una causa, dando una piccola spinta a qualche cambiamento positivo che potrebbe avviarsi.
Il mio approccio alla storia è stato fin da subito di questo tipo. Ad ogni nuova situazione o vicenda o personaggio di cui venivo a conoscenza, seguiva l’immediata immersione. Cercavo lo spiraglio attraverso il quale, forte del senno di poi, avrei potuto inserire un piccolo cuneo. Diventavo il difensore di ogni oppresso, aiutavo la fuga di ogni perseguitato.
È chiaro che si trattava di una motivazione estremamente ambiziosa. Non mi identificavo nel dio che la storia la crea, perché ho sempre saputo che la storia la creano gli uomini, ma senz’altro nel demiurgo che con un piccolo gesto la modifica, che fa manutenzione per assicurare ordine, armonia ed equità.
Quindi, paradossalmente, l’amore per la storia è stato per me prima di tutto segreta ambizione di modificarla, di averne un qualche controllo. E questa ambizione, manifestatasi dapprima come un ingenuo sogno infantile (ma anche adolescenziale), si è tradotta poi ad un certo punto in una possibilità concreta. È avvenuto quando mi son reso conto che la storia con la quale mi confrontavo non era in realtà la somma neutra e inconoscibile e immodificabile degli accadimenti, ma una Storia con la maiuscola, consistente in ciò che è (o è stato) raccontato e in ciò che viene ricordato. Ed ecco allora rivelarsi la possibilità di intervento: la Storia si può leggerla in modi diversi, interpretarla e magari anche raccontarla da differenti punti di vista, riscattando dall’oblio protagonisti da tempo dimenticati o volutamente cancellati, riportando a galla vicende rimosse, redistribuendo ragioni e torti.
Non si tratta più dunque di usurpare il ruolo di Dio per far procedere la storia in un certo modo, ma di assumere responsabilmente quello di uomini nel dare un senso a come è andata, e una dignità a tutti coloro che ne sono stati protagonisti. Che poi, all’atto pratico, non è cosa molto diversa.
Confesso che la pagella di Leo mi ha euforizzato. Non è freddamente asseverativa come quelle fitte di soli nove e dieci, e non è appiattita sulla mediocrità pigra del sei. Parla, racconta. E quando ho chiesto a mio nipote come mai gli piaccia tanto la storia, lui mi ha guardato con espressione stupita e mi ha dato l’unica risposta possibile: “E come fa a non piacerti?”
La vulgata della netta separazione tra antigiudaismo cattolico ed antisemitismo moderno
In Italia accostare l’antisemitismo cattolico alla Shoah è un tabù difficilissimo da scalfire. Sul punto, la vulgata della netta separazione tra il cosiddetto antigiudaismo cattolico di natura squisitamente religiosa e l’antisemitismo razzista responsabile della Shoah ha la forza del dogma di fede. Eppure quella vulgata si basa su di un documento della Chiesa cattolica che esprime valutazioni su temi che poco hanno a che fare con i principi della fede, ma che dovrebbero essere per loro natura sottoposti al vaglio critico degli studiosi e degli storici.
In Italia non è stato così. Unanimemente quella netta separazione si accetta come un a priori. È comprensibile la reticenza della storiografia cattolica a questo riguardo, condizionata da un insopprimibile ossequio all’autorità ecclesiale. D’altro canto, anche la storiografia ebraica, che pure insiste sulla necessità di un’apertura senza limitazioni degli archivi vaticani, si muove su questo terreno con estrema cautela, comprensibilmente attenta a non intralciare il difficile percorso del dialogo tra cristianesimo ed ebraismo avviatosi con il Concilio Vaticano II.
Più difficile comprendere il silenzio della storiografia laica, in certi casi dichiarato esplicitamene, come con lodevole onestà intellettuale fa uno dei maggiori storici italiani che ha dedicato una vita a studiare il pensiero reazionario e l’antisemitismo, l’amico Francesco Germinario, nell’introduzione del suo corposo Costruire la razza nemica: «La ricerca storica si è affaticata nel distinguere, per un verso, l’antisemitismo tradizionale di origine cristiana dall’antisemitismo, in genere laico, se non paganeggiante; per l’altro, essa ha inteso rintracciare i punti di svolta in cui l’antigiudaismo inizia a declinarsi come antisemitismo a sfondo razziale. Entrambe le questioni non saranno oggetto d’analisi in questa sede, se non – almeno per quanto riguarda la seconda – in maniera abbastanza marginale. Dati per acquisiti lo scarto e la differenza fra “antigiudaismo” e “antisemitismo”»[1], il problema storiografico centrale sarebbe, secondo Germinario, svelare la vera natura ideologica di quest’ultimo, quando tra Ottocento e Novecento si evolverebbe in «antisemitismo maturo», ovvero in una critica radicale e totalitaria della modernità liberale uscita dall’Ottantanove, tesi che viene poi dipanata in oltre 370 pagine dense di argomentazioni e di citazioni.
Tuttavia, ancora una volta si assume come dato per acquisito quell’a priori della netta separazione, aggirando così il problema storiografico a mio parere cruciale che giustamente il più autorevole studioso della Shoah, Raul Hilberg, evidenzia con nettezza nella sua monumentale opera. Secondo Hilberg il cristianesimo fu incubatoio dell’antisemitismo che portò alla distruzione degli ebrei, con una sostanziale continuità tra antigiudaismo tradizionale delle Chiese cristiane e antisemitismo razzista otto-novecentesco. Certo Hilberg non sottovaluta la portata del passaggio nazista alla fase della distruzione, ma prima di affrontare questa fase ripercorre quelle precedenti, sedimentate in oltre un millennio, che videro come protagonista la Chiesa cattolica, e poi quella riformata, segnate dall’ossessione per la conversione degli ebrei e quindi, di fronte alla loro irriducibile riottosità, dall’esclusione degli stessi dalle società cristiane, attraverso la loro ghettizzazione. Ma soprattutto fondamentale era che attraverso i secoli la Chiesa cattolica e in generale quelle cristiane avessero costruito a livello popolare uno stereotipo dell’ebreo, perfido e sanguinario, irriducibilmente diverso e ostile ai cristiani, teso a conquistare il dominio del mondo e a soggiogare la cristianità: I nazisti avevano bisogno di uno stereotipo; gli serviva poter utilizzare un’adeguata rappresentazione degli Ebrei. È dunque carico di conseguenze il fatto che, nel momento in cui Hitler giunse al potere, l’immagine esistesse già, che i tratti del modello fossero già fissati[2].
Il lavoro che qui si propone cerca di muoversi lungo quel solco tracciato da Hilberg, discutendo alla radice il fondamento storico di quell’a priori della netta separazione tra antigiudaismo cattolico e antisemitismo razzista responsabile della Shoah.
Quell’a priori, si è già anticipato, si basa sul documento ufficiale della Chiesa cattolica licenziato nel 1998 dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo[3]:
Non si può ignorare la differenza che esiste tra l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano e l’uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli[4].
In sostanza, l’antisemitismo viene ridotto solo all’ideologia di «non pochi aderenti al partito nazista [che] mostrarono avversione all’idea di una divina Provvidenza all’opera nelle vicende umane, [e che] diedero pure prova di un preciso odio nei confronti di Dio stesso [giungendo] al rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista», ovvero i vari Rosenberg, Himmler, Darrè, Streicher…, «il gruppo di criminali», come avrebbe detto Benedetto XVI; quindi questo antisemitismo, circoscritto al cosiddetto neopaganesimo nazista, viene espunto in toto dalla cultura cattolica e cristiana e viene caricato in esclusiva di tutta la responsabilità della Shoah
Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah fu l’opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri[5].
Il peso di questa riflessione vaticana sulla Shoah è tale da determinare una sorta di inceppamento della strumentazione critica anche in storici cattolici seri. Accade, ad esempio, a Piero Stefani nella sua opera, senz’altro pregevole, che tratteggia sul lungo periodo la storia del cosiddetto antigiudaismo cristiano. Tutto fila liscio, finché si giunge alla modernità post rivoluzionaria e all’emancipazione degli ebrei. Stefani mantiene fede alla distinzione canonica tra antigiudaismo e antisemitismo, che aveva cercato di teorizzare con due precise definizioni nella prima parte della sua opera. L’antigiudaismo indicherebbe essenzialmente «un’opposizione nei confronti degli ebrei sostenuta da un’ideologia religiosa e diretta in particolar modo contro la forma assunta dall’ebraismo in epoca postbiblica», per la colpa imperdonabile di «non aver riconosciuto in Gesù il Messia» e di averlo mandato alla crocifissione[6]. Per spiegare l’antisemitismo, invece, sviluppatosi dalla fine dell’Ottocento, si dovrebbe «individuarne le radici in visioni di stampo nazionalistico-razzistico»[7]. Dirimente, per distinguere le due concezioni, sarebbe il fatto che per l’antigiudaismo «in linea di principio […] un ebreo che rinnega la propria religione cessa per ciò stesso di essere tale»[8], mentre per l’antisemitismo l’appartenenza alla «razza ebraica» sarebbe «un dato immutabile»[9]. Come vedremo, nel corso del lavoro critico che di seguito svilupperemo, tutto questo apparato teorico e classificatorio dimostrerà di non reggere alla prova dei fatti[10].
Tuttavia Stefani non può non riconoscere che tra Ottocento e Novecento si determinerebbe una sorta di «collusione tra antigiudaismo reazionario e antisemitismo»[11]. In sostanza, questa collusione sarebbe da addebitare esclusivamente al «cattolicesimo reazionario e intransigente»[12], come più volte viene ribadito anche citando le numerose prese di posizione antiebraiche della rivista «La Civiltà cattolica» tra il 1881 ed il 1903. Il sottinteso e il non detto fanno ritenere al lettore che la Chiesa ufficiale, quella appunto del Papa «sociale» e «progressista» Leone XIII (1878-1903), fosse estranea a questa «collusione».
Eppure sappiamo che non è così, grazie agli approfondimenti compiuti sulle carte vaticane da Giovanni Miccoli[13], l’unico storico cattolico che ad oggi sembra aver affrontato con più coraggio e apertura mentale il tema oggetto del nostro lavoro. Innanzitutto Miccoli rompe il tabù del recinto del cosiddetto «antigiudaismo», accostando, perfino nel titolo, antisemitismo e cattolicesimo. Dopodiché, come vedremo, i distinguo verranno comunque riproposti anche se con maggiore cautela e problematicità. A Miccoli interessa approfondire proprio quel periodo cruciale dell’antisemitismo cattolico che si dispiega a cavallo tra Ottocento e Novecento, appunto sotto il lungo Pontificato di Leone XIII, il periodo in cui l’antisemitismo divenne in Europa un tema costitutivo delle ideologie reazionarie.
Per quel periodo è ampiamente nota la campagna antisemita, insistente ed ossessiva, della rivista dei gesuiti «La Civiltà cattolica»[14]. Ma si era soliti qualificare la rivista come voce «ufficiosa» del Vaticano, che quindi non avrebbe impegnato direttamente la posizione della Chiesa e del pontefice, mentre Miccoli scopre che la regia di quella campagna fu tenuta saldamente in pugno dallo stesso papa Leone XIII, il quale gestì direttamente i tre casi critici dell’antisemitismo cattolico dell’epoca: la vicenda del partito cristiano sociale austriaco, la posizione dei cattolici francesi rispetto all’affaire Dreyfuss ed infine la credenza del rito del sangue nella Pasqua ebraica. Va riconosciuto a Miccoli, quindi, il grande merito di aver fatto emergere che l’antisemitismo era parte integrante della politica del Vaticano tra fine Ottocento e inizi Novecento. È a partire da questa acquisizione che si procederà innanzitutto nell’approfondimento dei tre casi individuati da Miccoli, esplicitandone la consistenza e la portata per il successivo sviluppo dell’antisemitismo cattolico e per l’intreccio che si dispiegherà con quello interpretato dal nazismo e dai fascismi.
Un’avvertenza va esplicitata per anticipare possibili fraintendimenti e conseguenti rilievi critici. Questo lavoro tralascia intenzionalmente alcuni aspetti, pure rilevanti, della complessa problematica in oggetto, essenzialmente per ragioni di spazio e anche metodologiche. Ad esempio non considera come concretamente si atteggiarono sul piano individuale i cattolici nella temperie della Shoah, quanti di loro si adoperarono, come Don Primo Mazzolari, a soccorrere gli ebrei; come pure non considera le importanti contraddizioni che si manifestarono all’interno della comunità ebraica e come si comportarono singolarmente gli ebrei sia verso il fascismo che verso le legislazioni razziali e la successiva distruzione. Sono temi su cui è bene che la ricerca storica indaghi, ma che esulano dagli obiettivi di questo lavoro, come si è già detto, focalizzato sulle posizioni ufficiali della Chiesa cattolica rispetto alla questione ebraica e all’antisemitismo europeo.
Il «caso austriaco», anticipatore nell’espulsione forzata e nella spoliazione degli ebrei
Sotto la guida di Karl Lueger, il partito cristiano sociale austriaco fu il primo partito cattolico in epoca moderna a conquistare il potere per via elettorale. In certo modo rappresentò per il Vaticano un laboratorio dove sperimentare la possibilità per i cattolici di organizzarsi in partito politico moderno e di competere per la «riconquista» di quel potere che prima della rivoluzione francese era cristianamente e pacificamente connotato per volontà divina. L’esperimento austriaco fu in sostanza il primo banco di prova dell’enciclica di Leone XIII Immortale Dei del 1º novembre 1885, sulla costituzione cristiana degli Stati. In essa si riconosceva che le persone investite dell’autorità potessero essere indicate dal popolo, pur ribadendo che l’origine di quella autorità non era terrena ma divina. Comunque l’enciclica era chiaramente indirizzata a propugnare un impegno pieno del laicato cattolico nella vita politica e sociale degli Stati, per ricristianizzare dall’interno la società moderna. Con l’eccezione dell’Italia, dove il non expedit veniva confermato «per gravissime e giustissime ragioni», a causa del vulnus della Breccia di Porta Pia[15].
Il partito austriaco si alimentò nella propria crescita anche con i contenuti sociali dell’enciclica Rerum Novarum: riprendendo la critica pontificia al capitalismo ed al marxismo, rappresentava questi fenomeni della modernità come prodotti, in certo modo complementari, della mente ebraica, fondendo questi nuovi temi con il secolare odio per gli ebrei della tradizione cattolica. Insomma il fondamento ideologico unificante, capace di incanalare il malcontento sociale, era un acceso e violento antisemitismo, al punto tale che la nuova formazione politica era spesso definita semplicemente «partito antisemita». Ora il caso austriaco è di fondamentale interesse per inquadrare l’antisemitismo cattolico e la continuità tra questo e la persecuzione antiebraica programmata e realizzata dai nazisti. Enzo Collotti a questo proposito segnala alcuni dati di cruciale importanza: innanzitutto il fatto che, oltre all’origine austriaca di Hitler, la formazione antisemita del capo del nazismo avvenne appunto in Austria a Vienna, alla scuola del partito cristiano sociale di Karl Lueger; inoltre il passaggio dall’Austria repubblicana, egemonizzata dal partito antisemita cattolico, all’integrazione nel Terzo Reich avvenne sostanzialmente senza traumi, tant’è che l’occupazione della Wermacht attraverso l’Anschluss fin da subito registrò un’entusiastica adesione popolare; infine «non si può comprendere come e perché la violenza della persecuzione antisemita in Austria, e specificamente a Vienna, sia stata anche più dura e vessatoria di quanto non sia avvenuto nel resto del Reich, senza ricordare i lontani e consistenti sedimenti nella politica e nella cultura in Austria»[16].
Ma torniamo a Karl Lueger, l’artefice dell’ascesa dei cristiano sociali al potere nella città di Vienna, dove sarà borgomastro ininterrottamente dal 1895 al 1910[17], nei confronti del quale anche Miccoli non può non riconoscere il debito di Hitler per la sua formazione[18]. All’origine del movimento dei cristiani sociali vi fu l’incontro tra l’agitatore sociale, efficace oratore, pratico organizzatore, Karl Lueger e il teorico Karl von Vogelsang, pioniere del pensiero sociale cristiano, che ebbe molta influenza nell’elaborazione dei temi che sostanziarono l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Dalla sua ostilità alla rendita finanziaria derivarono gli accenti antisemiti che indicavano negli ebrei i grandi speculatori parassitari[19]. Il Lueger, dal canto suo, era diventato già negli anni ‘80 un popolarissimo leader politico, appoggiandosi soprattutto sulla piccola borghesia viennese, che si sentiva minacciata dal socialismo diffuso tra le masse operaie da un lato e dal liberalismo capitalista dall’altro e che per questo nutriva una certa diffidenza verso la nuova cultura scientifica e le idee liberali e quindi verso gli ebrei che ne erano ritenuti gli artefici. Fu così che nel 1888 entrò a far parte della Christlichsozialen Verein (Unione cristiano sociale), costituita dai seguaci del Vogelsang, diventando anch’esso discepolo delle sue idee per una riforma sociale ispirata alla dottrina cristiana. Così nel 1889 tutte le forze antiliberali e antisemite si unirono sotto la direzione del Lueger in un’alleanza che prese il nome di Vereinigte Christen (Cristiani riuniti), che può considerarsi in nuce il partito cristiano-sociale[20]. Già in quel periodo il legame con il papato era fortissimo. «Fu durante il rimanente periodo del pontificato di Leone XIII e sotto il patronato e la protezione speciale del Papa sociale, che il movimento cristiano sociale combatté e vinse le sue decisive battaglie. La festa organizzata dal Christlichsozialen Verein, nel febbraio 1888, in occasione del cinquantenario dell’ordinazione del Papa (festa cui parteciparono tutti i gruppi dei Vereinigte Christen), fu poi considerata da alcuni come la data della vera fondazione del partito»[21]. Sta di fatto che l’ultimo decennio dell’Ottocento fu dominato a Vienna dall’ascesa e dal trionfo di questa nuova forza politica. Tuttavia, non mancarono riserve ed anche esplicite opposizioni di una parte della gerarchia cattolica austriaca che per ben due volte portò le proprie rimostranze ed accuse a Roma: si rimproverava il movimento di indisciplina verso i vescovi, di istigazione delle masse povere all’odio e all’invidia verso la proprietà e di antisemitismo. Effettivamente il programma del partito elaborato nel 1894 al secondo paragrafo dell’introduzione, affrontava esplicitamente la questione motivando le ragioni del proprio antisemitismo:
l’amore lo intendiamo nel senso cattolico come la virtù necessaria che è da dimostrare verso tutti gli uomini, non solo con la parola ma attraverso i fatti. In nessun modo, perciò, pensiamo che i cittadini israeliti siano da esentare dall’obbligo dell’amore, anzi desideriamo che anche loro raggiungano la verità cristiana e godano, in maniera giusta, degli stessi diritti e doveri. Perciò, se noi sembriamo essere in lotta contro i giudei, è perché combattiamo per la protezione dei diritti dei cristiani e dei loro beni materiali e spirituali contro l’ostilità di coloro che hanno previsto l’affossamento della fede cristiana e dei buoni costumi del popolo cattolico e contro tutta la loro sfrenata ingordigia che, contando solo su se stessa, vorrebbe assoggettare la condizione indifesa del popolo. Poiché da noi i giudei detengono il predominio, perciò alcuni di noi si chiamano «antisemiti», per esprimere la propria repulsione nei confronti del capitalismo e del materialismo ateo, al servizio dei quali vedono gli ebrei in prima linea[22].
Per contrastare questa impostazione, che, com’è evidente, era tutta politica, si erano mossi l’Arcivescovo di Praga, il vescovo di Brünn ed il padre domenicano Albert Maria Weiss. Ma il partito godeva della protezione, non solo del Nunzio Apostolico a Vienna Monsignor Antonio Agliardi, ma direttamente di Papa Leone XIII. Infatti, quando il programma del partito, scritto in latino da monsignor Franz Martin Schindler, venne sottoposto all’esame critico del segretario di Stato cardinal Rampolla e dell’Unione di studi sociali in Italia presieduta da Giuseppe Toniolo[23], ottenne una sostanziale convalida. In verità, il segretario di Stato Rampolla, aveva inviato delle istruzioni al partito cristiano – sociale perché correggesse alcuni dei difetti lamentati, istruzioni illustrate dal nunzio Agliardi in un’affollata assemblea pubblica del partito a Vienna, il 14 maggio 1895, che però non toccavano il principale capo d’accusa mosso dai vescovi austriaci ai cristiano-sociali, ovvero l’antisemitismo[24]. Un silenzio oltremodo eloquente, di fatto un’approvazione da parte della Santa Sede della chiara ed esplicita impostazione antisemita del programma del partito. Infatti, quando lo stesso Schindler si recò a Roma, «fu ricevuto benevolmente dal Papa, che lo fece portatore di una speciale benedizione e di un messaggio di calda approvazione al Lueger». Cosicché, nell’autunno 1895, «alla notizia che il Lueger, nonostante il precedente rifiuto di Francesco Giuseppe di confermarlo, era stato di nuovo eletto borgomastro di Vienna, il cardinale Rampolla esclamò: “Vedete, abbiamo trionfato!”»[25].
A riprova del pieno sostegno di cui godeva presso la Santa Sede il partito cristiano-sociale è utile citare un articolo a dir poco entusiasta de «La Civiltà cattolica» del 1897:
Mai in nessuna parte i giudei in circa trent’anni da che vi furono emancipati, si sono levati a potenza che agguagli la presente loro nell’Impero austro-ungarico, divenuto poco meno che loro feudo. In Vienna essi, fino a quest’ultimo tempo, nel quale è cominciata la vigorosa riscossa dei cristiani sociali, essi erano tutto nei pubblici uffizii, nel municipio, nei ministeri, e dettavano la legge nella stessa Corte. Gli ebrei d’Austria, erano diventati ricchi sfruttando gli altri e non facendo mai una vera fatica. Ora l’intera economia era nelle loro mani e continuavano a sottrarre soldi alla popolazione cristiana. E non era tutto, perché non solo possedevano i principali giornali, ma in pratica tutte le cattedre delle facoltà universitarie erano nelle loro mani.[…] Per riguardo ai rampolli della costoro razza nelle scuole della città cattolica si dovette abolire la recita delle orazioni cristiane […] Il rimedio invece più pratico, più alla mano e più efficace, è in quella riscossa dal giogo ebraico, di cui i cristiani sociali di Vienna e dell’Austria hanno dato e seguitano a dare splendido esempio alle città e contrade cattoliche […] Colle elezioni comunali del 1895, bandì il giudaismo ed i suoi pedissequi dal municipio; ed ora, colle ultime elezioni politiche a suffragio universale, ne ha già in massima parte sfrattato anche il Parlamento. Il giudaismo prepotente vi è sconfitto[26].
Occorre sottolineare l’uso del termine «razza» a riprova di quanto sia debole la tesi della presunta estraneità ad ogni contaminazione razzistica dell’antisemitismo cattolico. Va aggiunto, inoltre, che quell’antisemitismo viennese assunse toni dagli echi sinistri, se considerati alla luce della Shoah:
Ernst Schneider, luogotenente e primo collaboratore di Lueger, alla fine del secolo pronunciò dei discorsi in cui chiedeva che lo Stato pagasse una ricompensa a chi uccideva gli ebrei, da lui chiamate bestie feroci, e nel 1901 durante un dibattito al Reichsrat, affermò che la questione ebraica «è una questione razziale, una questione di sangue […] che può essere risolta solo con il ferro e il sangue […] Se dovessi battezzare gli ebrei seguirei il metodo di S. Giovanni, migliorandolo un po’. Lui li immergeva nell’acqua per battezzarli, io li terrei in acqua per la durata di cinque minuti»[27].
Di fronte a queste espressioni, non si può ridurre l’antisemitismo dei cristiano-sociali e del Lueger a semplice tattica elettoralistica per solleticare la pancia della piccola borghesia viennese frustrata dalla crisi sociale ed economica e per acquisire così consenso. Fu indubbiamente anche questo, ma quelle campagne ferocemente antisemite non potevano non sedimentarsi nel senso comune della popolazione. E gli effetti permanenti si risentirono inevitabilmente nei decenni successivi, nel primo dopoguerra, con la repubblica, come evidenzia l’analisi penetrante di Enzo Collotti:
Il carattere «politico» dell’antisemitismo diventa perciò innegabile, così come innegabile è che l’antisemitismo rappresentò una costante di tutti i programmi elettorali del partito cristiano-sociale, prima ancora di essere recepito nel programma generale del 1926, come in quello del 1932 e nei programmi del movimento operaio cattolico […]. A questo punto è opportuno valutare il peso non puramente propagandistico né puramente generico o strumentale che ebbe questo tipo di antisemitismo. […] Al di là degli aspetti strettamente confessionali, che qui non sono in discussione, il momento costitutivo dell’antisemitismo anni venti è rappresentato dalla combinazione del fattore nazionale e del fattore economico. […] La convergenza tra i due fattori si risolveva nella richiesta specifica di discriminazione a carico degli ebrei. Dal punto di vista nazionale l’argomentazione prevalente è presa in prestito dall’ideologia völkisch [etnicista. N.d.A]: l’ebreo come diversità è considerato un fattore di disgregazione della compagine nazionale; all’ebreo si contrappone il Deutschtum [germanicità. N.d.A.] e nella misura in cui all’Austria del Deutschtum si rivendica la missione di sentinella del germanesimo nell’Europa centro e sud-orientale l’ebreo viene considerato estraneo alla nazione germanica ed elemento di disturbo nei confronti della omogeneità nazionale richiesta per assolvere a questa missione. Questo significa che lo Judentum [ebraicità. N.d.A], in quanto estraneo al Volk e al Deutschtum, è valutato inequivocabilmente sul terreno biologico-razziale. Ad onta di ogni protesta di segno diverso, la componente razzistica è indissociabile da una simile impostazione. […] Questa impostazione non emerge in singoli momenti delle vicissitudini politiche del partito cristiano-sociale, è una sua costante, che nel corso degli anni, soprattutto con l’aggravarsi della crisi della repubblica, si farà sempre più rigida e più intransigente sino a identificarsi con parole d’ordine […] tipiche dell’ideologia nazionalsocialista[28].
Il caso austriaco è rilevante, perché si trattò del primo episodio nell’Europa moderna in cui questo «antisemitismo maturo» assurse al potere, ben prima di Hitler. E il partito cristiano-sociale non si limitò all’agitazione propagandistica, ma agì anche sul piano dell’iniziativa politica:
Sin dal 1919 nel gruppo parlamentare del partito si discusse la possibilità di introdurre legislativamente limitazioni alla presenza degli ebrei. […] Principio base del progetto era il riconoscimento di uno stato giuridico separato alla «nazione ebraica» all’interno del complesso di gruppi nazionali in Austria, a prescindere dalla definizione di chi si dovesse considerare appartenente alla «nazione ebraica». Presentato come momento garantista, strumento di tutela dell’individualità nazionale ebraica, il progetto rappresentava in effetti una forma di super-tutela del Deutschtum, come nazionalità maggioritaria, e nello stesso tempo l’attuazione di una pratica di separatismo nei confronti della comunità ebraica. Questo separatismo si articolava in una serie di misure concrete: la creazione del gruppo ebraico in corpo elettorale separato; l’introduzione del numerus clausus per l’accesso degli ebrei alla pubblica amministrazione, alle attività economiche e alle libere professioni, la creazione di scuole separate per gli ebrei nel campo dell’istruzione e della cultura[29].
Come si vede, veniva prefigurata l’ossatura di una serie di misure antisemite discriminatorie, che successivamente furono esasperate dai provvedimenti nazisti del 1933 e 1935, nonché dalle analoghe legislazioni antisemite che, come nell’Italia del 1938, si affermarono in diversi Paesi europei. E l’antisemitismo necessariamente dilagò con l’instaurazione del regime filofascista del cattolico Dollfuss nel 1934, proprio perché lo stesso si fondava sulla valorizzazione del Deutschtum all’insegna dell’ideologia nazionale e conservatrice, ereditata dalla tradizione cristiano sociale, con il suo necessario corollario antisemita. Significativo al riguardo l’episodio dell’intervento «del borgomastro di Innsbruck, il quale nel corso del 1935 contestò la partecipazione di ebrei al concorso per ricoprire posti nell’amministrazione del capoluogo tirolese», riecheggiando i coevi provvedimenti nazisti di Norimberga.[30] E le ambizioni del fascismo austriaco di attuare un «suo» antisemitismo, diverso da quello nazista, perché moderato dalla tradizione cristiano-sociale, si infransero con gli avvenimenti successivi all’Anschluss.
Per le forze che si richiamavano a questa tradizione l’Anschluss ebbe un effetto liberatorio, perché ruppe tutte le riserve e le inibizioni che avevano fino allora fatto da argine al pieno dispiegamento del potenziale e della violenza razzisti. La virulenza dell’antisemitismo viennese stupì e preoccupò gli stessi nazisti. L’Austria […] divenne un laboratorio, un campo di sperimentazione che anticipò soluzioni destinate ad essere generalizzate all’intero Grande Reich, grazie alla fattiva inventiva di esponenti del nazismo austriaco o operanti in Austria. Questa funzione di anticipazione dell’Austria è sottolineata pressoché da tutti gli studiosi dello sterminio degli ebrei[31].
E la festosa accoglienza dei nazisti da parte dell’Austria cattolica sorprese lo stesso Hitler:
Il 12 marzo 1938, di primo mattino, l’esercito tedesco sconfinò in Austria. Il giorno seguente, un Hitler trionfante dichiarò l’Austria provincia del Reich tedesco. Il 14 marzo entrò a Vienna tra vasti festeggiamenti accompagnato dai rintocchi delle campane delle chiese. […] Il giorno dopo, Hitler incontrò il cardinal Theodor Innitzer, arcivescovo di Vienna e capo della Chiesa cattolica austriaca. «I sacerdoti e i fedeli» proclamò il porporato «debbono sostenere senza riserve il grande Stato tedesco e il Führer, perché la lotta contro il bolscevismo e per la potenza, l’onore e la prosperità della Germania rispecchia le vedute della Provvidenza.» Innitzer ordinò ai sacerdoti di leggere questa dichiarazione in ogni Chiesa e un facsimile – completo delle parole finali scritte a mano «Heil Hitler!» – fu affisso sui muri di Vienna e in tutta l’Austria. I nazisti programmarono un plebiscito il mese successivo per legittimare il proprio governo, e i vescovi austriaci si unirono al cardinale in un annuncio letto da tutti i pulpiti del Paese. «Siamo lieti di riconoscere che il movimento nazionalsocialista ha compiuto e compie eccellenti cose sul terreno della ricostruzione nazionale ed economica, come pure su quello della politica sociale.» Proseguivano: «Siamo anche convinti che, mediante l’azione del movimento nazista, fu stornato il pericolo del bolscevismo ateo e distruttore». Sollecitavano i fedeli a votare sì, annettendo l’Austria al Terzo Reich[32].
Questo avveniva da parte dei cattolici austriaci, nonostante la recente enciclica di papa Pio XI, Mit brennender Sorge (Con viva ansia), del 21 marzo 1937, avesse invitato il clero tedesco a prendere le distanze dal «provocante neopaganesimo» e dalla «venerazione della razza», del nazismo[33].
La velleità di una «via nazionale» all’antisemitismo, autonoma rispetto al nazismo tedesco e in qualche modo più moderata, si tradusse, paradossalmente, in un accanimento nei confronti della comunità ebraica più violento e anticipatore di quanto sarebbe avvenuto nel resto del Reich e con una mobilitazione popolare vastissima. Così la «notte dei cristalli» viennese del 7 novembre 1938 fu impressionante per virulenza ed estensione, mentre la totale spoliazione dei beni ebraici si scatenò, subito dopo l’Anschluss, nelle forme convulse di fenomeno di massa spesso del tutto illegale, favorito dalla massiccia emigrazione forzata. Anche la prassi della deportazione ebbe un’attuazione precoce, con il primo convoglio diretto a Dachau, partito da Vienna il 1° aprile 1938 con un carico, per quasi un terzo, di ebrei. «Nel luglio 1938, in Austria, 40.000 ebrei furono rastrellati e messi in “custodia preventiva”»[34]. Va anche ricordato che non solo l’Austria fu anticipatrice in assoluto nell’espropriazione dei patrimoni ebraici, ma soprattutto rappresentò una sorta di laboratorio per l’organizzazione dell’espulsione forzata degli ebrei: fu proprio in Austria che Eichmann riuscì a mettere in atto per la prima volta un sistema centralizzato ed efficientissimo di raccolta e spedizione degli ebrei austriaci fuori dai confini del Reich, coinvolgendo gli stessi capi delle comunità ebraiche. Lo straordinario successo di questa operazione valse ad Eichmann l’incarico di occuparsi dei problemi logistici per rendere tutto il Reich judenfrei: nella prima fase, con l’emigrazione forzata, nella seconda fase, dopo la conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, con l’organizzazione dei convogli diretti ai campi di sterminio. Effettivamente, su una comunità ebraica austriaca di circa 200.000 unità, ben 126.000 furono costretti ad emigrare, mentre quasi la totalità di quelli rimasti furono eliminati nei lager: di 67.601 ne sopravvissero 2142[35]. L’eccezionale radicalità della «soluzione finale» realizzata nell’Austria cattolica non è spiegabile se non si tiene conto di quella pervasiva e profonda semina di antisemitismo operata per decenni tra vastissimi strati della popolazione da parte dell’egemonico partito cristiano-sociale. E certamente, rileggendo dal punto di vista del caso austriaco il documento varato dal Vaticano nel 1998 e citato al’inizio, risalta nella sua clamorosa inadeguatezza. Anche perché, come ha messo in luce lo stesso Miccoli, il sostegno all’affermarsi in Austria dei cristiano-sociali ed al loro radicale antisemitismo non fu appannaggio di settori legati al «cattolicesimo reazionario ed intransigente», indicati da Stefani, ma espressione diretta della segreteria di Stato e dunque del papa, per lo meno per tutto il pontificato di Leone XIII[36], come lo furono le posizioni violentemente antisemite espresse dalla rivista «La Civiltà cattolica» in quegli anni cruciali a cavallo tra i due secoli[37].
L’apprendistato di Hitler nella Vienna cattolica
Prima di lasciare l’Austria, è utile un approfondimento del ruolo che quel contesto politico e culturale ebbe nella formazione del giovane Hitler, questione cui peraltro abbiamo già accennato. Ci soccorre qui un fondamentale lavoro della storica austriaca Brigitte Hamann, che ha ricostruito minuziosamente gli anni dell’apprendistato politico di Hitler a Vienna tra il 1908 e il 1913, un periodo di autoformazione intensissima che ne assorbì quasi interamente le energie. Qui ricevette importanti ispirazioni e le impronte fondamentali di quella che sarà la sua elaborazione ideologica e politica sviluppata nel Mein Kampf. Le fonti cui attinse furono alcuni leader, soprattutto il Lueger, che animarono i movimenti della destra nazionalista, reazionaria e cristiano-sociale austriaca. A cavallo dei due secoli l’Austria era scossa dalla diffusione delle nuove teorie razziste, veicolate da testi di successo come quello dell’inglese Huoston Stewrt Chamberlain, vissuto in Francia, e viennese d’adozione, dove pubblicò il saggio I fondamenti del XIX secolo, nel quale veniva teorizzata la necessaria selezione delle razze superiori e l’inconciliabilità tra la razza ebraica e quella ariana. Sempre in quel periodo veniva pubblicato in tedesco il libro di uno dei fondatori del moderno razzismo, Joseph Arthur de Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane. Queste teorie erano destinate a scuotere nelle fondamenta l’assetto di quell’impero austro-ungarico che non poteva che reggersi sulla convivenza pacifica e solidale tra diverse nazionalità, diverse culture, diverse «razze». In particolare a Vienna, trovò spazio l’idea che i tedeschi fossero soverchiati nelle loro aspirazioni dalla coabitazione forzata con altre «razze», e che fosse necessario affermare, invece, una forte identità nazionale che doveva riconnettersi alle comuni origini germaniche, insomma il cosiddetto pangermanesimo.
Un personaggio, per certi versi anche folkloristico, che ebbe in questo senso un ruolo importante nella Vienna di inizio secolo e con le cui opere Hitler venne in contatto, fu Guido von List, cultore delle leggende degli antichi ari-germanici, dei misteri dei loro simboli e delle rune, per riaffermare il loro destino di dominatori sugli altri popoli – gregge. Per questo l’identità dei germanici dovevano combattere contro i popoli nomadi e cosmopoliti, in particolare gli ebrei, che con matrimoni misti e incroci ne potevano guastare la «purezza». Fu appunto nei libri di List che comparve per la prima volta la croce uncinata, come simbolo della «nobile razza ariana», che divenne anche il simbolo delle associazioni mistiche di iniziati, detti «armani», fondate da List[38].
Se la svastica Hitler la mutuò da List, il movimento pangermanista gli offrì molti altri spunti, in particolare attraverso la figura eminente di Georg Schönerer, il vero capo dei pangermanisti, colui che pretese di essere chiamato, appunto, il «Führer» e di essere salutato non più con le espressioni viennesi «Prosit» o «Servus», ma con l’antico germanico «Heil!», formule riprese, come è noto, da Hitler. Il pangermanismo di Schönerer, fondato su di una sorta di idolatria di Bismarck, si connotava di accenti anticapitalisti e accesamente antisemiti e si esprimeva in un’oratoria fluente e appassionata, che lo aveva reso molto popolare[39]. Un altro aspetto «innovativo» introdotto da Schönerer nella politica moderna, che sicuramente impressionò Hitler a tal punto da diventarne un imitatore magistrale, fu il culto della personalità costruita sulla propria figura:
I pangermanisti giuravano fedeltà al loro «Führer», cantavano canti di Schönerer e gli dedicavano poesie celebrative. Nei giorni di festa, sull’«Alldeutscbe Tagblatt», venivano pubblicate pagine intere augurali, titolate: «Salve al Führer! », e dediche patetiche quali: «Ti amiamo, ti veneriamo, ti ammiriamo e ti apprezziamo come il migliore degli uomini nato dal nostro popolo dopo Bismarck»[40].
Una costola importante del movimento pangermanista fu la lega, poi partito dei lavoratori tedeschi, Dap, di Franz Stein, strettamente legato a Schönerer da cui raccolse in parte il testimone: Stein cercò di rinvigorire il pangermanesimo sottraendo gli operai tedeschi all’influenza dei socialdemocratici, quindi degli ebrei, agitando i valori nazionali, precorrendo un aspetto costituente del nazismo, quel lato «sociale» che Hitler vorrà identificare aggiungendo il termine «socialista» e collocando la svastica sulla bandiera nazista in uno sfondo rosso, il colore simbolo delle lotte operaie. In effetti il Dap (Deutsche Arbeits Partei) di Stein fu considerato dallo stesso Hitler un precursore del Nsdap (National Sozialistische Deutsche Arbeits Partei)[41].
Ma il vero erede di Schönerer e l’autentico idolo viennese di Hitler fu indubbiamente Karl Lueger, il borgomastro. Hitler si avvicinò a Lueger attraverso il giornale cristiano-sociale dalla forte tiratura, «Deutsche Volksblatt», che spiccava per un aggressivo antisemitismo. E la sua venerazione per il borgomastro fu totale cosicché si disse portasse con sé un’immaginetta di Lueger, come un talismano, nel periodo della stesura del Mein Kampf. Del resto la popolarità vastissima e l’autorità indiscussa del borgomastro erano tali che il borgomastro agiva e ed era riconosciuto come un vero re di Vienna, addirittura il «Padreterno di Vienna». In effetti aveva molta cura per la scenografia innovativa e spettacolare delle sue apparizioni pubbliche, circondato da devoti collaboratori in apposita «divisa Lueger», con la banda che suonava la «marcia di Lueger». La sua ascesa al potere si realizzò grazie alla sua straordinaria capacità oratoria e all’uso politico spregiudicato di un violento antisemitismo, due armi che Hitler saprà maneggiare con eccezionale perfidia. Come e ancor più di Schönerer, Lueger seppe innovare radicalmente il modo di far politica rispetto al prototipo del politico liberale, compassato, distinto e istruito, impersonando con straordinaria efficacia il tribuno del popolo:
[…] Lueger amava tenere i suoi discorsi in dialetto, si metteva al livello mentale dei suoi ascoltatori, rendeva facili tutte le cose difficili e condiva i discorsi con barzellette. […] Si appellava consapevolmente a sentimenti e istinti e non al raziocinio e alla ragion critica. […] I discorsi di Lueger agivano sugli ascoltatori come una suggestione di massa. Lueger sarebbe stato «capace di esercitare il proprio volere sugli altri in modo quasi sovrannaturale»[42].
Ma soprattutto l’antisemitismo permise a Lueger di affermarsi come leader emergente tra i cristiano-sociali viennesi:
Lueger si concentrò completamente sui problemi di Vienna, anche al Reichsrat, e sui suoi avversari, gli ebrei, al motto incendiario: «La grande Vienna non deve diventare la grande Gerusalemme». Nel 1890, egli tenne un famoso discorso contro gli ebrei che venne citato per decenni: «A Vienna ci sono tanti ebrei quanta sabbia sulla spiaggia, ovunque si vada non ci sono che ebrei; se si va a teatro, ci sono solo ebrei, se si va sul Ring, non ci sono che ebrei, se si va nel parco cittadino, non ci sono che ebrei, se si va al concerto, non ci sono che ebrei, se si va al ballo, non ci sono che ebrei, se si va all’università, di nuovo non ci sono che ebrei».[43] […] quando un deputato liberale ebreo protestò contro la sobillazione popolare antisemita, Lueger rispose che l’antisemitismo sarebbe «andato a fondo, ma solo dopo che fosse andato a fondo l’ultimo ebreo». Quando, in occasione di una riunione popolare, un avversario menzionò un’affermazione di Lueger, e cioè che gli era «indifferente se l’ebreo lo si impicca o gli si spara», Lueger, impassibile, corresse: «Ho detto, decapita!». […] «Ora, io sono del parere che non gli ebrei sono i martiri dei tedeschi, ma i tedeschi i martiri degli ebrei».[44]
A proposito dell’antisemitismo del Lueger ancora si discute se non si riducesse solo a un mezzo per acquisire consenso popolare. Sennonché, sul piano politico, al di là delle convinzioni intime del Lueger, contarono le sue parole e i suoi atti pubblici:
Politicamente è insignificante se e quanti amici ebrei poté avere nella sua vita privata Lueger. La sola cosa importante è l’effetto che ebbero i suoi discorsi sobillatori, ed esso fu considerevole. L’antisemitismo che per decenni Lueger, oratore ipnotico, insufflò nella massa del popolo che lo venerava, le volgari deviazioni dei suoi compagni di partito e amici del clero, che egli non contraddisse, avvelenarono l’atmosfera. Anche se non venne ucciso nessun ebreo, le persone, confermate dal loro antico idolo nei propri pregiudizi, s’imbarbarirono[45].
Infine Lueger seppe coltivare abilmente il mito della madre tedesca. Due volte all’anno andava sulla tomba delle madre con un seguito di giornalisti e pretese che includessero sua madre nel ritratto ufficiale che per anni campeggiò nel municipio. Una madre insostituibile, cosicché non solo non si sposò mai, nonostante fosse un uomo affascinante, ma evitò scrupolosamente di apparire in pubblico con una donna, che non fossero le sue amate sorelle. Dopo la morte i viennesi scoprirono che in realtà aveva avuto una o forse più amanti segrete[46], come i tedeschi scoprirono l’esistenza di Eva Braun solo dopo la fine del nazismo:
Impossibile ignorare i paralleli tra lo stile politico di Lueger e quello del cancelliere del Reich Hitler. Se, apparentemente, Lueger appartenne solo ai suoi viennesi, in seguito, Hitler disse: «La mia amata è la Germania!». E anche lui motivò il celibato con una sorta di corpo delle Amazzoni, quando scherzando disse che era impensabile quello che avrebbero fatto le donne e le ragazze del movimento nazionalsocialista, se lui si fosse sposato. Avrebbe infatti subito perso gran parte della sua popolarità. E, parlando sul serio, sottolineò che non poteva pensare a sposarsi perché apparteneva a tutto il popolo e al lavoro di ricostruzione consacrato a quel popolo. Egli non era nato neppure per godere la vita, bensì per plasmarla. […] Come per Lueger, anche per Hitler ci fu una sola donna degna di venerazione: sua madre. Nella sua vita ella assunse un ruolo importante, addirittura sovrano[47].
Insomma, la Vienna cattolica a cavallo tra i due secoli, prediletta da Leone XIII, rappresentò per il giovane Hitler una fonte ricchissima non solo per la successiva elaborazione dell’ideologia nazionalsocialista, ma anche per architettarne le forme propagandistiche e le simbologie e per delineare i caratteri essenziali della propria figura di leader. Questo ruolo del periodo viennese in certo modo « costituente» del futuro Hitler fondatore del nazismo viene riconosciuto anche dai due suoi più autorevoli biografi. A questo proposito Joachim Fest è categorico:
Per tre anni e mezzo, questo fu lo scenario dell’esperienza formativa di Hitler, quello in cui si plasmarono, una volta per tutte, le sue concezioni dell’uomo e la sua immagine della società. […] Le esperienze e le condizioni di vita di questa fase della sua esistenza, sono valse a Hitler soprattutto all’elaborazione dei fondamenti di quella filosofia bellicosa, destinata a diventare il pensiero centrale della sua immagine del mondo, il «fondamento granitico» che, come egli stesso ha affermato, non richiese più da parte sua alcuna aggiunta[48].
Conviene sostanzialmente con questa valutazione anche Ian Kershaw laddove, a conclusione degli anni viennesi, afferma che «la personalità e “l’ideario di base” di Hitler ne avevano ricevuto un’impronta indelebile». Ma aggiunge una considerazione del tutto condivisibile sul ruolo determinante avuto dal primo conflitto mondiale per una completa maturazione del nazismo:
Ma quell’«ideario» non si era ancora coagulato in una compiuta ideologia o «visione del mondo». Perché ciò accadesse, il giovane Adolf doveva affrontare una scuola più dura di Vienna: la guerra e la sconfitta. E soltanto le circostanze prodotte dal conflitto bellico e dalla disfatta consentirono a un austriaco emarginato di trovare successo in un altro paese, fra la gente della sua patria d’adozione[49].
Il «caso francese» e la matrice cattolica delle legislazioni antisemite novecentesche
L’esperimento perfettamente riuscito in Austria con i cristiano-sociali operò da spinta fortissima per un analogo impegno nell’agone politico dei cattolici francesi, approfittando dell’opportunità straordinaria offerta dallo scoppio dell’affaire Dreyfus e della nota infuocata contesa che si scatenò in Francia verso la fine dell’Ottocento tra antisemiti e dreyfusardi. Grazie alle ricerche di Miccoli[50] presso gli archivi vaticani, sappiamo che anche in questo caso Leone XIII, attraverso la propria segreteria di Stato, si impegnò perché si potesse ripetere il successo austriaco condividendo le iniziative anti Dreyfus dei cattolici francesi. Fin dal 1892 li aveva invitati a riconoscere la Repubblica e quindi a partecipare direttamente al gioco politico democratico. Il nuovo partito democratico-cristiano, peraltro, in quanto ad antisemitismo, poteva godere di un terreno abbondantemente dissodato da un giornale molto diffuso, «La croix» che fin dal 1890 si autodefiniva «le journal le plus antijuif de France, celui qui port le Christ, signe d’horreur, aux juifs». Inoltre uno dei più influenti ideologi del partito democratico cristiano era Édouard Drumont che da anni coltivava un violento antisemitismo, condensato nel suo testo di maggiore successo, La France Juive del 1886, e motivo conduttore del giornale da lui fondato nel 1892, «La Libre Parole». Nelle stessa ricerca di Francesco Germinario, Drumont occupa uno spazio centrale come ideologo del cosiddetto «antisemitismo maturo»[51], anche se lo stesso Germinario non fa cenno al ruolo chiave che Drumont svolse nella costruzione dell’antisemitismo cattolico, definendo l’antisemitismo di Drumont «socialisteggiante» (sic!)[52]. Lo stesso Miccoli fa notare come Drumont esercitasse una fortissima influenza sul clero e sui cattolici francesi e come fosse ritenuto un riferimento fondamentale sulla questione ebraica negli ambienti vaticani (Segreteria di Stato, «L’Osservatore romano» e «La Civiltà cattolica»), nonostante le riserve e le irritazioni per la critica insistente di Drumont alla linea papale di pacificazione con la Repubblica «giudaica». Ci sembra, dunque, illuminante il ritratto che ne fa David Kertzer:
Drumont, un giornalista, ottenne improvvisamente la fama nel 1886 con la pubblicazione di La France juive, un trattato antisemitico che divenne un bestseller ed ebbe duecento ristampe in tre decenni. Il libro è stato considerato la più influente opera antisemitica pubblicata nell’Europa del diciannovesimo secolo e la prima a introdurre l’antisemitismo razziale in Francia.
Drumont si considerava un buon cattolico i cui scritti contro gli ebrei derivavano direttamente dal suo impegno a difendere la Chiesa e la società cristiana. […] «L’Univers», il giornale cattolico più antico e rispettato di Francia e il più vicino al Vaticano, pubblicò il suo delirante elogio del libro. L’autore dell’articolo scrisse che Drumont aveva avuto il coraggio di dire la verità: «Noi cristiani francesi siamo tutti in effetti vinti, conquistati ed espropriati del nostro stesso paese e della nostra stessa fede da una razza di cosmopoliti di astuta intelligenza e di animo avido […] L’ebreo è il padrone di tutto».
Uno studio dei bollettini parrocchiali pubblicati in tutta la Francia in questo periodo mostra che anch’essi erano pieni di elogi per Drumont e il suo libro. Che anzi veniva regolarmente citato in termini elogiativi da pubblicazioni ecclesiastiche che andavano dalla «Civiltà Cattolica» a «La Croix». Al volgere del secolo il quotidiano di Drumont, «La Libre Parole», vantava tra i suoi abbonati qualcosa come trentamila preti, una percentuale enorme del clero francese. Quando nel 1895 il giornale promosse un concorso per il miglior saggio su come affrontare la minaccia ebraica, furono i preti a conquistare i primi premi[53].
Fu appunto il direttore de «L’Univers», Louis Veuillot, in rapporti stretti di profonda stima con Pio IX, a rappresentare una delle principali fonti per la stesura de LaFrance juive di Drumont. «L’Univers» godeva di una vasta platea di lettori valutati tra i 60 e gli 80 mila, tra il clero e i fedeli cattolici, anche per il prestigio derivato dalla sua vicinanza al Vaticano. Ebbene, il suo direttore sviluppò una vasta e profonda campagna antisemita, a partire dal caso di Edgardo Mortara, il piccolo ebreo bolognese segretamente battezzato da una serva e sottratto con la forza alla famiglia nel 1858 dallo Stato della Chiesa, regnante Papa Pio IX, caso che ebbe un’enorme risonanza internazionale. «L’Univers» fu in prima linea nella difesa del papa continuando a trattare la questione ebraica in successivi interventi di Veuillot che tracciavano alcune linee guida dell’antisemitismo moderno: i giudei, dediti da sempre al complotto anticristiano, non erano in alcun modo assimilabili, ma rappresentavano una sorta di stato nello stato, dunque un grave pericolo per le nazioni cristiane[54]. «Una filiazione si nota tra Louis Veuillot e Édouard Drumont, grande lettore di Veuillot presso il quale ha lavorato per un periodo nel 1867 a “L’Univers” […]. Se l’antisemitismo moderno di Drumont si nutrì di tesi razziste estranee all’antigiudaismo […] esso si fonda all’inizio su questo antigiudaismo cattolico, una delle fonti non esclusive ma indiscutibili della sua ispirazione»[55]. Va anche aggiunto che Drumont durante tutta la genesi del suo libro fu in stretta relazione con il padre gesuita Stanislas du Lac, suo direttore spirituale, che lo consigliò, corresse le sue esagerazioni, discusse le sue tesi, gli fornì in particolare gli articoli antisemiti de «La Civiltà cattolica» e sostenne finanziariamente la pubblicazione de LaFrance juive[56].
Ora non è qui il caso di ripercorrere la complessa vicenda dell’affaire Dreyfus, ampiamente trattata da una copiosa bibliografia[57]. Ciò che interessa constatare è che la concessione della grazia, prima, ed, infine, l’assoluzione e riabilitazione del capitano di origine ebrea segnarono la sconfitta degli antisemiti e la progressiva emarginazione del partito democratico cristiano francese e dei cattolici in generale. Ciò non spinse la Chiesa e Leone XIII a mutare il proprio orientamento nei confronti degli ebrei, anzi rafforzò ulteriormente la convinzione del papa e degli ambienti vaticani della pericolosa e subdola potenza dell’ebraismo che, attraverso la massoneria ed il liberalismo, non solo l’aveva spuntata in quella dura controversia, ma, in particolare con il nuovo governo anticlericale di Émile Combes, poteva accanirsi sui gesuiti e sulle congregazioni cattoliche francesi con drastiche misure restrittive[58]. Le conseguenze per la presenza ed il ruolo della Chiesa cattolica in Francia furono a dir poco catastrofiche, anche perché si determinarono così definitivamente il carattere laico dello Stato francese e la marginalità politica del cattolicesimo. Bisogna tener presente che nell’Ottocento, dopo il concordato napoleonico del 1801, la Chiesa aveva ottenuto diversi privilegi per le scuole e per le congregazioni cattoliche, come riconoscimento del sostegno alla politica conservatrice seguita alla grande paura della rivoluzione del 1848. Ebbene, nel 1902, sull’onda della sconfitta degli «antidreyfusardi», divenne primo ministro appunto Émile Combes, ex-seminarista diventato ateo e avversario irriducibile della religione. Come primo atto rigettò tutte le richieste di autorizzazione delle congregazioni religiose di esercitare ogni forma di insegnamento pubblico, che divenne esclusivo appannaggio dello Stato. Ciò determinò la rottura dei rapporti diplomatici con il Vaticano: a quel punto Combes, invece di venire a patti, ritenne che non vi fossero più le condizioni giuridiche per mantenere in vigore il vecchio concordato napoleonico del 1801 ed insediò una commissione per redigere una legge unilaterale sulla rigorosa laicità dello Stato. La legge concernente la separazione delle Chiese e dello Stato entrò in vigore il 1° gennaio 1906[59]. I dettami furono inequivocabili e durissimi per la Chiesa cattolica, che d’allora in poi dovette rinunciare a qualsiasi trattamento di favore: furono soppresse dai bilanci dello stato, dei dipartimenti e dei comuni tutte le spese relative all’esercizio dei culti, mentre i beni ecclesiastici venivano attribuiti ad associazioni culturali laiche[60]. Insomma una totale e definitiva débacle per i cattolici, che venne ovviamente imputata alla subdola azione della cricca giudaico-massonica.
In effetti, la sconfitta nell’affaire Dreyfus alimentò ulteriormente l’antisemitismo vaticano, anche se consigliò maggiore cautela nelle prese di posizioni pubbliche. Insomma la conclusione fallimentare dell’affaire «meno che mai poteva indurre Roma […] a modificare le sue valutazioni di fondo sul ruolo nefasto degli ebrei nella società contemporanea. Accentuò invece la sua prudenza e il suo riserbo nei confronti dell’antisemitismo e del suo uso politico di massa»[61].
Ma da quella vicenda francese l’«antisemitismo maturo» raccolse un lascito che avrà nel secolo successivo importanti e catastrofici sviluppi per gli ebrei europei. Il 25 e 26 novembre 1896, nel periodo infuocato dell’affaire Dreyfus, si tenne a Lione il primo congresso nazionale della Democrazia cristiana, articolato in tre sessioni, la prima antimassonica, la seconda antisemita e la terza sociale. «La giornata antisemita trascorse riempita dalla grande figura di Drumont, e coronata da questo meeting così vivace dove cinque mila persone acclamarono […] la personalità del Maestro»[62]. Presidente onorario del congresso antisemita fu appunto Édouard Drumont che tenne anche la relazione principale. Al suo ingresso venne accolto da «un’immensa acclamazione […]: “Viva Drumont!” È un rimbombo di tuono, di evviva, di applausi che durano almeno cinque minuti.[…] Quando tutti i brusii si sono azzittiti, il signor d’Elissagaray saluta il Maestro di tutti gli antisemiti di Francia. Lo fa in un linguaggio magnifico che solleva di nuovo gli applausi frenetici dell’uditorio»[63]. La prima relazione fu dedicata alla presentazione dell’opera di Drumont. Quindi lo stesso Drumont indicò lo «scopo del congresso», ovvero individuare «le vie, i mezzi, il tipo di organizzazione che ci permetteranno di liberarci dal giogo [ebraico] che pesa su di noi». Ovviamente ricorse a tutti gli stereotipi che diventeranno classici nell’antisemitismo novecentesco, in particolare alla visione cospirazionista della storia, per cui, «per secoli gli ebrei hanno camminato nell’ombra al riparo di quelle società segrete che furono tra le prime forme della massoneria e hanno confiscato a loro profitto la Rivoluzione francese, […] si sono impadroniti di tutte le posizioni più in vista e attraverso queste ora controllano tutti i meccanismi sociali e hanno questa forza terribile: la forza del denaro! ». E quanto ai mezzi per liberarsi dal loro giogo, non possono non impressionare a posteriori i paragoni usati sia pure in chiave retorica: Drumont lamentava che «quando si fa riferimento ai mezzi un po’ violenti usati contro l’aristocrazia in altri tempi, nonostante questa avesse versato il proprio sangue sui campi di battaglia e reso la Francia gloriosa tra le nazioni, e si parla di usare ora le stesse misure contro un’aristocrazia finanziaria che ha fatto fortuna approfittando dei crack, dei fallimenti, dei debiti, i giornali opportunisti ed ebraici sollevano dei grandi clamori e gridano alla barbarie. Costoro ritengono ciò molto positivo contro uomini che avevano lavorato lealmente per la grandezza della Francia e trovano abominevole che si parli delle stesse misure contro delle persone che hanno costruito delle scandalose fortune mondiali sulla rovina, sull’impoverimento e sulla miseria di tutti. (applausi) Siffatto liberale, siffatto opportunista che avrà versato il suo obolo per la sottoscrizione di Robespierre e Danton, si oscurerà in volto quando gli si parlerà di Torquemada»[64].
Un richiamo, quest’ultimo, allo spietato campione dell’inquisizione antiebraica spagnola che ci preme rimarcare, perché del caso spagnolo, per altri versi paradigmatico, parleremo a lungo in seguito, ma anche perché evidenzia come si intrecciassero e rincorressero episodi lontani nel tempo nella vicenda di lungo periodo dell’antisemitismo cattolico. Inoltre, non si può non sottolineare l’inquietante riferimento ai mezzi violenti usati nella fase del terrore durante la rivoluzione francese contro gli aristocratici, vittime ritenute incolpevoli, che ora, invece, con piena legittimità dovrebbero essere impiegati contro gli ebrei. Insomma per gli ebrei si invocava la ghigliottina, una soluzione letale che si sarebbe tradotta in pratica di lì a qualche decennio.
Il congresso sviluppò una lunga discussione sulle misure più efficaci e praticabili da adottare contro il «giogo ebraico», durante la quale «l’abate Giraud termina domandando l’applicazione alla nostra epoca dei decreti di San Luigi, e pertanto l’espulsione di tutti gli escrementi sociali, ed in particolare dell’escremento giudaico»[65], indicazione accolta nel documento conclusivo del congresso approvato all’unanimità che si articolava in cinque «voti»:
Il decreto del 1791, che ha dato il diritto di cittadini francesi agli ebrei, deve essere abolito.
Nel frattempo, gli ebrei devono essere esclusi dall’insegnamento pubblico, dalla magistratura, dagli impieghi amministrativi e dai gradi nell’esercito.
Per quanto concerne l’opinione pubblica, il Congresso ringrazia M. Drumont per la sua campagna incomparabile, desidera che i giornali cattolici o semplicemente patriottici agitino vigorosamente la campagna antisemita; che questa campagna sia aiutata da manifesti ed opuscoli e sostenuta da un’agenzia di informazione e pubblicità.
Per gli affari il Congresso chiede la riforma delle Società anonime, Società sotto le quali si nasconde l’attività giudaica; richiede l’applicazione integrale delle leggi penali contro i monopoli e gli accaparramenti. Chiede che la lotta contro gli accaparramenti del commercio giudaico sia organizzata dall’Unione fraterna del commercio, dalle leghe locali, attraverso la pubblicazione di liste dei commercianti giudei.
Nell’interesse della sicurezza nazionale il Congresso chiede l’esclusione degli ebrei dal commissariato dell’esercito e dalle aggiudicazioni delle forniture, che sono per loro, si sa, dei mezzi per spiare e tradire la Francia[66].
Dunque, per la prima volta in Europa, dopo l’emancipazione degli ebrei proclamata dalla rivoluzione francese nel 1791, un partito politico, cattolico e sostenuto dal pontefice romano, elaborò una piattaforma di norme e di provvedimenti finalizzati a discriminare e relegare in un ghetto giuridico gli ebrei. Una piattaforma destinata a diventare il canovaccio di tutte le legislazioni razziali antiebraiche messe in atto a partire dal 1933, prima in Germania e poi, via via, in Italia ed in numerosi Paesi europei, compresa la stessa Francia di Vichy.
A rimarcare come l’intero congresso fosse animato dall’antisemitismo è d’obbligo considerare anche la terza sessione, quella sociale, che aveva il compito di definire le linee programmatiche positive del congresso. La relazione introduttiva, La situation actuelle et les causes du malaise social, fu svolta dall’abate Leone Dehon[67] che dopo aver analizzato in profondità ed in dettaglio la grave situazione sociale di fine secolo, in coerenza con il filo conduttore dell’intero congresso, denunciò le responsabilità degli ebrei in particolare nella crisi politica che attraversava la Francia:
Ciò che è più grave è che noi non siamo più a casa nostra. Una setta si è impossessata del potere. Essa ci governa, ci domina. Non si nasconde. Se ne glorifica. Le leggi si preparano al Grande Oriente. Tutta l’amministrazione viene reclutata nelle logge, e, ciò che non sarà mai troppo sottolineato, la franco-massoneria è sotto l’influenza dominante dei giudei. Non soltanto i prìncipi della setta, i Lemmi, i Nathan, sono giudei, ma gli israeliti in Francia pullulano negli alti gradi. In questi giorni, le pubblicazioni massoniche annunciano degli inserimenti negli alti gradi, e le liste erano piene di questi nomi caratteristici: i Meyer, i Blum, i Weill, i Goldschmitt[68].
Lo stesso abate Dehon, a dimostrazione di come il Vaticano condividesse l’elaborazione antisemita dei cattolici francesi, venne invitato a Roma nel febbraio del 1897 a tenere una conferenza solenne alla presenza di un buon numero di cardinali per illustrare «le misure restrittive nei confronti dei diritti economici e civili degli ebrei che sono contemplate nella piattaforma programmatica del movimento democratico-cristiano»[69]. Infine, ciò che preme sottolineare in questa sede è che gli atti di quel congresso uscirono con una sorta di imprimatur pontificio. Infatti le prime pagine degli stessi atti, che comprendono la sessione antisemita, quella antimassonica e quella sociale, riportano in rilievo, oltre al ritratto di Leone XIII a tutta pagina, la benedizione pontificia trasmessa con telegramma al signor Mouthon, direttore di «France Libre», il 24 novembre 1896, alla vigilia del Congresso, dal cardinale Rampolla, segretario di Stato e stretto collaboratore del papa:
Il Santo Padre, gradito l’omaggio di filiale devozione inviatogli rispettosamente dai presidenti e dai membri dei congressi antimassonico, sociale e dell’Unione nazionale, prossimi a riunirsi a Lione, accoglie con gioia le rinnovate assicurazioni di sottomissione agli insegnamenti della Santa Sede. Convinto che le adunanze di questo Congresso ispirate a questi lodevoli sentimenti saranno, per il successo che le coronerà, profittevoli per le grandi cause della religione e della società, Sua Santità gli invia di gran cuore la benedizione apostolica che gli hanno richiesto[70].
Il giorno dopo, il messaggio di Leone XIII occupava la prima pagina del quotidiano dei cattolici francesi «France Libre», conseguendo un risultato rilevante: far tacitare le critiche che da diverse parti si erano manifestate nei confronti del programma dei lavori del congresso stesso:
L’indomani tutto era rientrato nell’ordine. Gli attacchi erano cessati, i commenti di un imponente prolissità riempivano le loro colonne indiscrete e obbligatorie tra lo stupore dei fogli conservatori, e il congresso della Democrazia cristiana, così salutato dalle trionfanti acclamazioni degli uni e dall’omaggio umiliato degli altri, poté svolgere in pace la lista gioiosa delle sue magnifiche giornate[71].
Occorre aggiungere che lo stesso Leone XIII volle intervenire direttamente, pochi anni dopo, per indirizzare il nuovo partito, con la preoccupazione di chiarire che il nome «democrazia cristiana» non poteva dar luogo ad equivoci, che non significava adesione ad un modello istituzionale fondato sul «potere del popolo», anzi. L’enciclica Graves de communi re indirizzata alla Chiesa francese nel 1901 affrontava direttamente il problema. In essa, dopo aver ricordato come di solito i cattolici impegnati in politica si chiamino cristiano-sociali, sul modello austriaco che non sollevava alcuna riserva, si soffermava in particolare sulla denominazione «democrazia cristiana», che «ferisce molte oneste persone» perché «temono che questo termine mal sottintenda il governo popolare o ne indichi in suo favore una preferenza su altre forme di governo». Quindi il papa si preoccupava di distinguere la «democrazia cristiana», correttamente intesa, da quella laica e sociale:
Che cosa pretende la democrazia sociale, e quale deve essere il fine della democrazia cristiana? Non vi può essere alcun dubbio su questo punto. L’una, in effetti – che la si professi con più o meno eccessi – è spinta da un gran numero dei suoi adepti a un tal punto di perversione, ch’essa non vede nulla di superiore alle cose della terra, ch’essa ricerca i beni materiali ed esteriori, e ch’essa colloca la felicità degli uomini nel perseguimento e nel godimento di questi beni. È per questo che essi vorrebbero che, nello Stato, il potere appartenga al popolo. […] Al contrario, la democrazia cristiana, per il solo fatto che si dice cristiana, deve appoggiarsi sui principi della fede divina come la sua propria base.[…]. Per essa, non vi deve essere nulla di più sacro che la giustizia; bisogna mantenere al riparo da ogni minaccia il diritto di proprietà e di possesso, mantenere la distinzione tra le classi che, senza dubbio, è propria di uno Stato ben costituito; infine bisogna che accetti di dare alla comunità umana una forma ed un carattere in armonia con ciò che ha stabilito il Dio creatore. È dunque evidente che la democrazia sociale e la democrazia cristiana non hanno niente in comune. […] Ma sarebbe condannabile stravolgere in senso politico il termine democrazia cristiana. Senza dubbio, la democrazia, sulla base dell’etimologia della parola e dell’uso che ne hanno fatto i filosofi, indica il regime popolare; ma nelle circostanze attuali, non bisogna usarlo se non togliendogli ogni senso politico, e nell’assegnargli alcun altro significato che quello di una benfatta azione cristiana tra il popolo. In effetti, essendo i principi della natura e del Vangelo, per la loro propria autorità, al di sopra della vicende umane, non è necessario che dipendano da alcuna forma di governo civile; essi possono quindi accomodarsi con una qualsiasi di queste forme, purché essa non ripugni né all’onestà, né alla giustizia[72].
Riprenderemo in seguito questa cruciale argomentazione della Chiesa del tempo attorno al concetto di democrazia, per gli effetti sul posizionamento della Chiesa stessa di fronte alle dittature.
Ci rimane l’obbligo di annotare come la semina antisemita diffusa a piene mani dalla Democrazia cristiana e da Drumont avrebbe dato i suoi frutti negli anni Trenta e Quaranta. Il violento antisemitismo cattolico venne raccolto da «L’action française», rivista di cui Charles Maurras fu l’animatore ed il saggista più autorevole: il foglio quotidiano, nonché il movimento ad esso ispirato, fu nazionalista, monarchico, antidemocratico e antisemita, ma anche antigermanico, e per questo molto vicino al fascismo italiano, ammirato nel segno della tradizione latina, e fu acceso sostenitore dell’ascesa al potere del dittatore Franco. Pio XII nel 1939, riconoscendo i contributi del movimento d’estrema destra francese alla vittoria del franchismo sul pericolo comunista, revocò la condanna a Maurras e al suo movimento e li legittimò pienamente[73]. L’anno successivo, com’è noto, si instaurò a Vichy in Francia il regime collaborazionista del maresciallo Pétain, «regime nel quale l’impronta dei militanti dell’Action française fu preponderante, che pose le basi della legislazione antisemita in Francia […] Il nuovo regime che si insediò mirava a sconvolgere l’edificio sociale preesistente; la legislazione antisemita, varata senza che si verificasse alcuna pressione da parte tedesca, rappresentò una delle prime tappe di questa politica»[74]. Anzi, il governo di Vichy ingaggiò una paradossale competizione con l’occupante nazista «per affermare la volontà francese di fronte ai tedeschi: si instaurò così, […] una rivalità tra tedeschi e francesi, che ebbe un effetto di emulazione e amplificò le conseguenze di ognuna di queste politiche»[75]. Inoltre, queste politiche godettero di consenso popolare, perché «prima di diventare, con l’avvento del regime di Vichy, una pratica politica, l’antisemitismo era stato, a partire dall’ultimo scorcio del diciannovesimo secolo, non solo un’ideologia, ma anche una pratica sociale»[76], come abbiamo ampiamente documentato. Anche in questo caso, la fase successiva fu la deportazione per i campi di sterminio degli ebrei francesi, particolarmente funesta: in totale, furono trasferiti dalla Francia verso Est 75.721 ebrei, in 74 convogli; il primo partì il 27 marzo 1942, l’ultimo il 22 agosto 1944; a guerra finita, fecero ritorno in Francia 2566 persone, meno del 3% dei deportati[77].
La credenza nel rito del sangue degli ebrei e l’antisemitismo razziale
Tornando a Leone XIII, vi sono altri episodi significativi dell’antisemitismo che ne caratterizzò il papato. Un ulteriore caso che viene approfondito da Miccoli è quello della credenza cattolica nell’omicidio rituale da parte degli ebrei[78]: si riteneva che gli ebrei in occasione della loro Pasqua uccidessero un bambino cristiano per prelevargli del sangue con cui condire il pane azimo rituale. Ebbene, verso la fine del 1899, dopo un ventennio di accuse processi e tumulti in diversi Paesi d’Europa, un gruppo influente di cattolici inglesi, tra cui Lord Russell e lo stesso cardinale di Westminster, presentarono a Leone XIII un’istanza perché questa credenza, ritenuta del tutto infondata, venisse condannata dalla Santa Sede. Il Sant’Uffizio, investito della questione, il 25 luglio 1900 statuiva che la dichiarazione richiesta non poteva essere data, cui seguiva l’approvazione il 27 di Leone XIII: nella sostanza il Papa rigettava l’istanza dei cattolici inglesi con la sottintesa motivazione, «perché gli omicidi rituali che si vorrebbero negare sono invece realmente accaduti», peraltro esplicitata in un manoscritto che accompagnava la risoluzione[79].
Di nuovo ricompariva un aspetto della storia dell’antisemitismo di lungo periodo[80], e non certo incidentalmente. Del resto sarebbe stato sorprendente che proprio Leone XIII, del cui antisemitismo si è già a lungo trattato, condannasse una credenza, che dopo una fase lunga di declino era stata rinfocolata proprio all’inizio del suo pontificato. La storia di questa credenza è secolare e risale almeno all’episodio avvenuto durante la Pasqua il 25 marzo 1144, quando nella città inglese di Norwich era stato ritrovato il cadavere di un ragazzo cristiano, della cui morte successivamente furono accusati alcuni ebrei. Il monaco Thomas di Monmouth, grazie alla sua opera che ebbe vasta diffusione, Vita et Miracula S. Wilelmi Norwicensis, seppe costruire il mito dell’omicidio rituale e trasformare William in un martire vittima della feroce ed anticristiana ritualità ebraica, contribuendo così al suo culto popolare[81]. A questa falsa credenza si ricollegava anche uno de I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer (1386-1398), il testo fondativo della lingua e della cultura inglesi, come lo fu per gli italiani la nostra Divina Commedia. Il racconto della Priora narrava di un bambino cristiano che amava cantare una canzone alla Madonna, Alma Redemptoris e attraversava il quartiere degli ebrei che subito «cospirarono per togliere da questo mondo quell’innocente» cosicché un «maledetto Ebreo […] gli segò la gola e lo buttò in una latrina dove quegli Ebrei vuotano i loro visceri» Ma avvenne il miracolo e anche da morto e con la gola squarciata il bambino cantò svelando l’orrendo delitto e «tutti gli ebrei che erano stati complici dell’assassinio del fanciullo furono subito mandati a morte». La cristallizzazione della credenza avvenne, quindi, con la nota vicenda del Beato Simonino da Trento, il bambino che il 24 marzo 1475, mercoledì santo, scomparve per essere ritrovato annegato in un fossato, di lì a poco, presso la casa di un ebreo[82]. Si sviluppò un movimento popolare violentissimo che portò ad un processo sommario ed alla condanna a morte degli ebrei trentini, mentre cresceva il culto popolare di Simonino, nonostante le riserve espresse dal papa di allora, Sisto IV, che riprendeva la bolla di Innocenzo IV Sicut Iudeis del 9 giungo 1247, con la quale si raccomandava di non ripetere uccisioni di ebrei sulla base di un sospetto, essendo l’omicidio rituale privo di fondamento nella ritualità dell’Antico testamento. Gli episodi di presunte uccisioni rituali di bambini cristiani si susseguirono finché Benedetto XIV, con la Bolla Beatus Andreas del 22 febbraio 1755, sancì la tesi della colpevolezza degli ebrei e della legittimità della beatificazione di Simonino, liquidando le esitazioni di Sisto IV, ma anche le riserve di Innocenzo IV.
Tuttavia la credenza, da allora, attraversò di fatto un periodo di declino e di latenza, fino all’insediamento sul soglio pontificio di Leone XIII, nel 1878. Se si tiene a mente quanto abbiamo sin qui ricostruito a proposito dell’impegno del nuovo pontificato per un coinvolgimento dei cristiani nell’agone politico in Austria ed in Francia all’insegna dell’antisemitismo, non stupirà la riscoperta apparentemente a freddo della credenza nel rito del sangue, cui seguì un ventennio infuocato di nuovi presunti «casi» di rito del sangue a partire dal 3 aprile 1882 nella cittadina ungherese di Tiszaeszlàr. In effetti, nel corso dell’anno precedente, 1881, padre Giuseppe Oreglia, in una serie di articoli pubblicati da «La Civiltà cattolica» sotto lo stretto controllo della Santa Sede, aveva rilanciato con virulenza la campagna sull’omicidio rituale, pubblicando integralmente gli atti del «processo» ai presunti uccisori di Simonino, celati fino ad allora nell’archivio segreto vaticano. Una bomba mediatica, diremmo oggi, accompagnata da articoli e commenti violentemente antisemiti. Tra i tanti, va segnalato quello, sempre di Oreglia, pubblicato nell’ottobre del 1884, in cui si cercava di spiegare l’origine storica del rito del sangue tra gli ebrei:
Udivano […] in quei primi secoli gli ebrei spioni e traditori parlarsi sempre tra i cristiani della Carne e del Sangue del Cristo come della loro forza e salute. Vedevano poi, di fatto, che cibati di quel sangue e di quella carne i cristiani prevalevano, profetavano, facevano miracoli ed andavano dominando sul mondo ebreo e pagano. Qual meraviglia se cominciarono, nella loro superstizione, a credere che quello era un effetto magico e cabalistico? Vollero dunque scimmiottare i cristiani. Né in tutto ciò vi ha nulla di moralmente improbabile, non che impossibile. Che anzi tutto è conforme al carattere della razza, agli indizi storici ed alle testimonianze degli autentici processi da noi altrove lungamente riferiti. Può dunque reputarsi, non solo, quanto al fatto, certo e dimostrato, anche quanto al diritto possibilissimo ed anzi probabilissimo questo rito sanguinario […] conformissimo alla inciviltà e all’empietà giudaica[83].
Dunque, per il Vaticano, il «rito sanguinario» sarebbe dovuto «all’inciviltà e all’empietà giudaica» espressione del «carattere della razza». E la razzializzazione del giudeo da parte della Chiesa cattolica in questo tornante cruciale della storia non era un incidente di percorso. Un’altra caratteristica dell’empietà ebraica era, per il Vaticano, l’attitudine al tradimento, come si era mostrata un tempo in Giuda ed ora in Dreyfus, anch’essa propria della «razza giudaica»:
La razza giudaica […], il popolo deicida, andando ramingo per l’universo mondo, porta da per tutto l’alito pestifero del tradimento, e perciò anche nel caso Dreyfus […] non può recare maraviglia se il giudeo si trova sempre in prima linea e se il tradimento della patria è giudaicamente tramato e giudaicamente consumato[84]
Ma fu «La Civiltà cattolica», per tutto lo scorcio finale dell’Ottocento e su impulso diretto di Leone XIII come attesta lo stesso Miccoli, a sviluppare una campagna antisemitica virulenta proprio a partire dall’accusa del «rito sanguinario»[85]. Si possono distinguere fondamentalmente tre fasi nella campagna antigiudaica ed antisemita della rivista dei gesuiti: la prima, dell’ultimo ventennio dell’Ottocento; la seconda dei primi decenni del Novecento, in relazione alla crescita del movimento socialista ed in particolare alla rivoluzione russa dell’ottobre 1917; la terza, negli anni Trenta, in concomitanza con le politiche antisemite dei regimi fascisti o autoritari europei[86].
La prima fase, significativamente iniziò nel 1880, due anni dopo la salita al soglio pontificio di Leone XIII e tratteggiò le linee teoriche fondamentali dell’antisemitismo moderno cattolico, che abbiamo visto all’opera in Austria e in Francia e che, soprattutto, sarà alla base dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle legislazioni razziali degli anni Trenta. Questo antisemitismo si collocava nel quadro di una Chiesa impegnata in uno scontro durissimo con lo Stato moderno, laico e liberale, uscito dall’illuminismo e dalla Rivoluzione francese. È una Chiesa che aveva subito l’indicibile umiliazione della conquista della Roma dei Papi da parte dell’esercito piemontese e che vedeva nella Massoneria il nemico mortale, «massoneria che contava a metà dell’Ottocento in Parlamento ben 300 deputati», come si leggeva fino a qualche anno fa sul sito della rivista[87].
E l’ispiratore «segreto» della massoneria non poteva che essere il giudaismo: «l’ebreo è sempre ebreo», una «razza» che vuole «la padronanza generale del mondo»[88]. Insomma i massoni sono ebrei e gli ebrei sono massoni. E, a questo proposito, è d’obbligo ricordare che una delle prime encicliche di Leone XIII fu l’Humanum genus, «condanna del relativismo filosofico e morale della massoneria», del 20 aprile 1884[89]. Negli articoli di padre Giuseppe Oreglia di Santo Stefano, uno dei fondatori della rivista, pubblicati tra il 1880 e il 1881, si ritrovavano già tutti i tratti fondamentali dell’ideologia antisemita rielaborati e sistematizzati nei decenni successivi da Drumont o da Maurras, di cui abbiamo già visto il contributo all’antisemitismo realizzato durante il regime di Vichy: visione cospirazionista della storia; concezione totalitaria e antidemocratica della società, corrotta appunto dalla tabe liberale di matrice giudaico-massonica. Inoltre, ed è il caso di sottolinearlo, lo stesso Oreglia in un articolo del 1880[90] ipotizzava esplicitamente misure restrittive nei confronti degli ebrei in Europa, come la negazione della cittadinanza, la confisca dei beni e delle proprietà terriere, l’allontanamento dall’insegnamento e dal giornalismo, in buona sostanza i provvedimenti che, come abbiamo visto, diventeranno a fine secolo programma politico dei partiti cattolici francese ed austriaco e che, mezzo secolo dopo, formeranno l’ossatura della legislazione antisemita nazista e fascista. Come si vede, vi fu un rimando continuo tra elaborazione teorica da un canto, da parte dei gesuiti de «La Civiltà cattolica», e pratica politica dall’altro, da parte dei partiti cristiani austriaco e francese.
Si completava così, con il timbro razziale apposto alla visione cospirazionista dell’empietà ebraica ed alla rivendicazione di una loro emarginazione dalla società cristiana, il mosaico dell’ideologia antisemita che ispirerà il pensiero reazionario novecentesco, il cosiddetto «antisemitismo maturo», o «moderno» destinato ad essere una componente fondamentale del nazismo e dei fascismi. A questo punto è impresa davvero improba sostenere la presunta distinzione tra antigiudaismo religioso e antisemitismo razziale, dopo la svolta impressa da Leone XIII nell’ultimo ventennio dell’Ottocento. O meglio, se vogliamo essere più precisi una differenza va evidenziata all’interno dell’antisemitismo «moderno» o «maturo» così come si era definito a fine Ottocento; essa appartiene alla versione cattolica dello stesso e va doverosamente esplicitata: non attiene alla sostanza dell’antisemitismo, ovvero ai suoi caratteri ideologici, culturali, politici e programmatici, bensì all’ispirazione religiosa che ne anima le motivazioni, nel senso che l’antisemitismo è virtuoso solo se collocato all’interno della grande secolare battaglia della Chiesa contro le nefaste ideologie delle modernità e per la restaurazione dell’ancien régime, ovvero della civiltà cristiana ordinata secondo i dettami della Chiesa. Ed in questo quadro, gli effetti auspicati dell’antisemitismo devono essere moderati dalla tradizionale misericordia dei cattolici nei confronti degli ebrei ghettizzati sì, ma in qualche modo «protetti»; quindi la versione cattolica non deve prevedere misure drastiche, come l’espulsione o l’eliminazione, bensì quella che verrà definita «segregazione amichevole», quella che abbiamo già considerato nel caso austriaco come una sorta di «via moderata» all’antisemitismo, risultata impraticabile, purtroppo, alla prova dei fatti. Questa «variazione» che dovrebbe distinguere l’antisemitismo cattolico venne tematizzata fin dall’inizio da «La Civiltà cattolica», nel 1880-81, commentando l’agitazione antisemitica «che è nata e si è propagata in seno al protestantesimo» in Germania:
I cattolici non domandano già l’espulsione degli ebrei, ma chiedono solamente che se ne restringa l’azione in quanto essa nuoce al bene pubblico. Vogliono conservare il carattere cristiano dello Stato, della legislazione, dell’insegnamento e de’ principi sociali. Vogliono l’estirpazione de’ principi giudaici, acclimatati e resi dominanti dal regime liberale, ma non l’espulsione di un popolo che, alla fine, è del sangue di Abramo, e in seno al quale nacque il Salvatore. Con un organamento cristiano dello Stato, gli ebrei non ispirano verun timore[91].
Ed ancora sulla stessa vicenda, tornava «La Civiltà cattolica», delineando, già nel 1881, quella che saranno le proposte della Chiesa cattolica per affrontare e risolvere la questione ebraica e che troveranno sviluppo attuativo con le legislazioni razziali degli anni Trenta del secolo successivo:
Se dunque l’ebreo di religione è per forza anche ebreo dì razza e di nazione, senza che possa né voglia mai mescolarsi cogli altri popoli tra i quali vive, ben quinci si vede quanto sia grande l’inganno e solenne l’equivoco sopra cui si fondarono i moderni legislatori. I quali falsamente supponendo che l’ebreo vivente in Italia è italiano ed il vivente in Francia è francese come il protestante, per esempio, od anche il pagano ed il maomettano, concessero agli ebrei la cittadinanza e l’uguaglianza dei diritti che ne consegue. Col che concessero agli ebrei più che non agli altri forastieri anche cristiani; i quali, finché si conservano forastieri e cittadini delle loro patrie rispettive, sempre sono da per tutto anche adesso, regolati con leggi più o meno speciali ed eccezionali. Né a nessuno verrà in capo, per esempio, di empiere in Francia le scuole, il parlamento, i ministeri ed i tribunali di Tedeschi od in Germania di Francesi, od in Italia di Turchi non naturalizzati. Laddove invece agli ebrei naturalizzati sì, per finzione di legge, ma non naturalizzabili per necessità di religione più che di razza, si aprono ora da per tutto le porte anche più gelose: sì che è ormai concessa agli ebrei nemici del nome e della società cristiana la padronanza e quasi il dispotismo tirannico sopra le razze da loro odiate a morte […]. Ma […] può ognuno congetturare quanta sia la sapienza dei moderni legislatori che, seguendo i principii liberali e massoni, tolsero ogni freno di leggi eccezionali ad una razza forastiera ad ogni paese dove abita; e quanto sia per essere vana e fuoco di paglia qualsiasi agitazione antisemitica, la quale non riconduca una legislazione speciale per gli ebrei; in forza di cui essi non siano già perseguitati o vessati, ma difesi e frenati contro sé medesimi e le loro vessazioni e persecutrici tendenze sempre riuscite fatali prima ai popoli che non seppero frenarli e poi agli stessi ebrei; contro i quali presto o tardi suole poi sempre prorompere l’odio e la vendetta popolare.[92]
E poco prima la stessa rivista vaticana si era preoccupata di chiarire che questa impostazione cattolica del trattamento da riservare negli stati moderni agli gli ebrei, definiti «razza», sarebbe stata più efficace dell’agitazione antiebraica tedesca:
Quanto al fatto che questa agitazione tedesca antiebraica, la quale in sostanza si riduce ad un’agitazione antimassonica, essa potrebbe chiamarsi più propriamente un vero e ben inteso Kulturkampf ossia una lotta in favore della civiltà, quando avesse presa la mossa e venisse guidata da quello spirito veramente cristiano che appunto non soffia nei paesi mal detti ora per antonomasia cristiani, perché non cattolici[93].
Insomma l’antisemitismo era «vero» e «ben inteso» se mosso da «spirito veramente cristiano» o meglio «cattolico» e teso a ricostruire «un organamento cristiano dello Stato». Questo è un punto cruciale che avremo modo di riprendere ed approfondire quando affronteremo il caso italiano. Si tratta di una delle argomentazioni della storiografia cattolica per rimarcare l’estraneità dell’antisemitismo cattolico rispetto all’antisemitismo nazista ispirato dal mito della superiorità della razza ariana, inteso come una sorta di religiosità «neopagana» e anticristiana. Il limite di questa lettura è che ci si immedesima esclusivamente nei «persecutori», gli antisemiti, e nelle loro diverse motivazioni, ma mai nei «perseguitati», gli ebrei, e nelle sofferenze da loro patite. Per questi ultimi è del tutto evidente quanto fosse irrilevante che le discriminazioni annunciate e poi realizzate fossero ispirate dalla religione cattolica o da una credenza «neopagana». Ma è questo un aspetto che avremo modo di riprendere ed approfondire più avanti.
Tornando allo stereotipo del rito del sangue, anche in questo caso è necessario annotare come esso sarebbe riemerso a supporto dell’attuazione dei primi provvedimenti discriminatori verso gli ebrei e della «soluzione finale». Nella Germania nazista fu ripreso con veemenza dalla rivista «Der Stürmer» di Julius Streicher a partire dal marzo 1934 a sostegno della legislazione antiebraica di lì a poco emanata a Norimberga. L’omicidio rituale venne poi riproposto con rinnovata intensità dal 1943 su suggerimento dello stesso Himmler per motivare le Ss e i funzionari direttamente o indirettamente coinvolti nella liquidazione degli ebrei, ma anche per neutralizzare le irritanti resistenze del reggente Horthy a consegnare gli ebrei ungheresi, nonché per superare analoghi ostacoli emersi in Romania e Bulgaria[94]. Anche l’Italia fascista della Rsi, quando decise di partecipare attivamente alla distruzione degli ebrei italiani, riesumò l’antica credenza in un grande manifesto graficamente molto efficace: nel contorno stilizzato dell’Italia, su fondo nero, veniva raffigurato il volto di un bambino sconvolto da un pianto disperato sul quale si protendono le mani rapaci degli ebrei, rappresentati dalla stella di David, in alto a sinistra, e quindi dei loro collaboratori nella grande cospirazione, i massoni e i comunisti; infine, in basso, un’unica grande scritta: «Difendilo!»[95]. Dunque uno degli stereotipi più dirompenti nella raffigurazione della malvagità ebraica razzialmente connotata, ribadito purtroppo dal Papa Leone XIII, tornò utile per motivare l’esito catastrofico dell’antisemitismo novecentesco, la distruzione degli ebrei europei.
Si dovranno attendere Papa Giovanni XXIII ed il Concilio Vaticano II perché questa credenza venisse definitivamente sconfessata dalla Chiesa cattolica[96].
L’antisemitismo, tratto caratterizzante del papato «politico» di Leone XIII
Dunque, per il pontificato di Leone XIII, possiamo concludere, usando il titolo e sottotitolo dell’opera di Germinario, che questo papa in quel tornante della storia europea ebbe un ruolo fondamentale nel «costruire la razza nemica», ovvero nella «formazione dell’immaginario antisemita tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento», di quello che Germinario definisce «antisemitismo maturo» e Miccoli «antisemitismo moderno».
Sarebbe interessante approfondire il ruolo di questo antisemitismo nel nuovo rapporto con la modernità che quel papato aveva inaugurato. Perché, come giustamente rileva Germinario, l’«antisemitismo maturo» sarebbe un’ideologia reazionaria che si caratterizza per il «suo giudizio storico sulla modernità liberale» considerata opera dell’ebraismo, per cui di necessità la critica radicale alla società liberale non poteva non alimentarsi con l’antisemitismo. Una riflessione, a questo punto, andrebbe svolta sulla figura di papa Leone XIII[97] e soprattutto su come la stessa è stata rappresentata dalla storiografia, annotando che sia nelle storie della Chiesa[98] che negli studi su Leone XIII, questo lato antisemita della sua opera viene di norma del tutto ignorato[99] e, quando viene menzionato[100], non è accompagnato da alcun rilievo critico.
Ciò dipende probabilmente dall’imbarazzo della storiografia cattolica nel conciliare in un quadro coerente questo aspetto del pontificato leonino con la vulgata del papa innovatore sul versante sociale, passato alla storia, non solo della Chiesa, per la celebrata enciclica Rerum Novarum. Nello stesso Giovanni Miccoli, a volte, trapelano rammarico e sorpresa, quando, nello scandagliare gli archivi vaticani, scopre, non solo l’avallo, ma l’impegno diretto di Leone XIII nelle vicende che sopra abbiamo ricostruito. Ma vi è davvero contraddizione tra il lato antisemita e quello sociale della politica dispiegata da Leone XIII in quel tornante della storia?
Quello leonino fu un pontificato straordinariamente forte, come poteva lasciar presagire il nome che scelse il cardinal Pecci al suo insediamento e come riconoscono tutti gli studiosi di storia della Chiesa. Un pontificato molto politico, convintamente interventista nelle vicende terrene contemporanee. Fu questo il vero tratto innovatore rispetto al predecessore Pio IX, il quale di fronte alla modernità, da un canto ne ribadì l’assoluta e totale condanna con il Sillabo, dall’altro condusse la Chiesa a ritrarsi nelle proprie casematte, in una posizione difensiva che poteva risultare alla lunga sterile. Questo indebolimento della Chiesa venne percepito fin da subito da Leone XIII che quindi si impegnò per ricollocarla al centro della scena internazionale: dunque la guerra contro la modernità, perché fosse efficace e vincente per la Chiesa, doveva essere ingaggiata in campo aperto, sul terreno dei grandi cambiamenti economici e sociali in corso, in una contesa aspra, militante, con le società liberali. Leone XIII comprese che, dentro la modernità, la civiltà industriale e tecnologica, che si stava convulsamente sviluppando con la scoperta dei combustibili fossili, irrompeva come un fiume in piena che era impossibile sbarrare. La Chiesa rischiava l’irrilevanza se avesse mantenuto un atteggiamento di totale rifiuto del nuovo, espresso icasticamente da Gregorio XVI, quando bollò come un «satana su rotaia» il primo treno in Italia che il 13 ottobre 1839 ansimò sbuffando sui sette chilometri da Napoli a Portici.
Leone XIII, invece, comprese che quei processi tecnologici, economici e sociali, a dispetto della «scomunica» pontificia, si stavano affermando, e che andavano coinvolgendo sempre più estese masse di popolazione, le quali rischiavano di essere scristianizzate dalle ideologie che quel processo assecondavano, liberalismo e socialismo innanzitutto. Ebbene, in quell’agone la Chiesa doveva scendere in campo, accettando la sfida della modernità proprio sul terreno economico e sociale, con l’obiettivo di cristianizzare la modernità stessa, sconfiggendo le ideologie razionaliste e laiciste che si erano affermate con l’Ottantanove. L’obiettivo, apparentemente paradossale, era quello di affermare una sorta di «teocrazia della modernità», ovvero ripristinare il primato assoluto della Chiesa, di impronta medievale, nel mondo nuovo delle innovazioni tecnologiche, della produzione industriale e delle conseguenti trasformazioni sociali: la Cristianità che tornava a governare anche il mondo moderno, reinserendolo in quella civiltà cristiana e in quella visione del mondo che il Medioevo aveva cristallizzato come ordine naturale delle cose modellato dal disegno soprannaturale divino. Cosicché, l’anno dopo della sua elezione, Leone XIII si preoccupò di stabilire, in una delle prime encicliche del suo lungo papato, Aeterni Patris, una salda base teologica, unica per tutta la Chiesa e, in qualche modo, indiscutibile e immodificabile, fondata sulla Somma teologica e l’opera di San Tommaso d’Aquino. Ciò che importa qui annotare, è che l’opera di San Tommaso non era solo teologica, ma anche filosofica e politica, come ricordava lo stesso Leone XIII, per motivarne la sua imperiosa restaurazione, che peraltro durerà a lungo, praticamente fino al Concilio Vaticano II:
Molte poi sono le ragioni che Ci muovono […], molti di quelli che, inimicatisi con la fede, hanno in odio gl’insegnamenti cattolici, dichiarano di avere a maestro e duce la sola ragione. A sanare costoro ed a riportarli in grazia con la fede cattolica, riteniamo che, dopo il soprannaturale aiuto di Dio, non vi sia mezzo più opportuno della solida dottrina dei Padri e degli Scolastici, i quali dimostrano i saldissimi fondamenti della fede, la sua divina origine, l’inconcussa verità, gli argomenti che la sorreggono, i benefici arrecati al genere umano e la sua perfetta armonia con la ragione, apportando tanta evidenza e tanta forza, quanta è sovrabbondantemente sufficiente a piegare gli animi anche più ritrosi ed ostinati. Anche la società familiare e quella civile, le quali a causa di perverse ed esiziali dottrine si trovano esposte, come tutti vediamo, al più grave pericolo, se ne starebbero certamente più tranquille e più sicure se nelle Accademie e nelle scuole s’insegnasse una dottrina più sana e più conforme al magistero della Chiesa, quale appunto è contenuta nei volumi di Tommaso d’Aquino. Infatti, quello che Tommaso insegna circa la vera natura della libertà, che va oggidì tramutandosi in licenza, circa la divina origine di ogni autorità, circa le leggi e la loro forza, circa la paterna e giusta sovranità dei Principi, circa l’obbedienza dovuta ai più alti poteri, circa la mutua carità fra gli uomini, queste ed altre simili dottrine hanno una forza grandissima e invincibile per rovesciare quei principi del nuovo diritto, che si conoscono perniciosi alla tranquillità dell’ordine sociale ed alla pubblica salute[101].
Non è qui la sede per ricostruire neppure per sommi capi la vastissima produzione speculativa di San Tommaso. Interessa, semmai, valutare il significato delle svolta impressa da Leone XIII. L’Aquinate, appunto, cristallizzò in un’opera complessa e vastissima i risultati dell’elaborazione teologica, filosofica, «prescientifica» e politica del Duecento medievale, risolvendo la presunta contraddizione tra fede e ragione subordinando quest’ultima alla prima che sarebbe la fonte del suo inveramento: quindi, quello allora conosciuto e definito come ordine naturale delle cose, e che comprendeva la struttura della società del tempo, rispecchiava l’ordine soprannaturale divino. Naturali, e dunque ispirati dal disegno divino, erano anche la società gerarchicamente ordinata in caste, l’obbedienza dovuta dai popoli al potere dei principi, che a sua volta aveva un’origine divina e precisamente nel rappresentante di Dio sulla terra, il sommo pontefice. Si trattava di restaurare non solo una concezione teologica, ma anche una compiuta visione del mondo e una concezione politica neoteocratica. Il ritorno al «tomismo» e al «medievalismo», peraltro, vedremo che sarà una costante nel pensiero cattolico antisemita, perché gli ebrei sarebbero stati la fonte primaria dei movimenti che concorsero a destabilizzare quell’ordine cristiano che si intendeva restaurare nella modernità, rispetto al quale i medesimi ebrei rappresentavano tuttora un potente ostacolo.
Di «una visione teocratica dei rapporti tra la Chiesa e la società civile» in Leone XIII, parla esplicitamente Daniel Rops che aggiunge, citandolo: «Siccome il fine al quale tende la Chiesa, è nobilissimo sopra ogni altro, così la potestà di essa va sopra tutte le altre, e non deve essere, né riputata inferiore ai poteri dello Stato, né a lui in qualche modo sottoposta»[102]. In qualche modo papa Pecci anticipava, così, un’evoluzione del pensiero reazionario che, in particolare nei primi decenni del Novecento, permetterà ai partiti fascisti di conquistare il potere in alcuni Paesi europei e di ambire all’egemonia ed al dominio sul mondo. Come è stato acutamente analizzato, i fascismi si affermarono proprio perché seppero realizzare un connubio in apparenza innaturale tra pensiero reazionario e tecnica moderna, definito «modernismo reazionario»[103] o «modernità totalitaria»[104].
Dunque, se da un canto Leone XIII gettò la Chiesa e i cattolici nell’agone politico e sociale, dall’altro si preoccupò con grande energia di restaurare una rigida ortodossia teologica, il tomismo, e di ribadire la più ferma condanna delle ideologie che avevano ispirato la modernità: «Non si trattava di una resa davanti alla modernità. Né si trattava di contrapporsi semplicemente alla modernità. Cominciava un confronto, non certo ancora un dialogo, per di più talvolta ancora molto aspro»[105]. Dobbiamo citare uno studioso cattolico conservatore per trovare una sintesi essenziale, e priva di autocensure postume, del rapporto con le ideologie della modernità (e del suo «necessario» corollario antisemita) del papato leonino:
Leone XIII sa benissimo che la modernità è nemica della Chiesa («la malizia del tempo in cui viviamo», Enciclica Aeterni Patris, 1879) e non vuole cedere ad essa, ma la vuol combattere non solo condannandola, bensì anche confutandola alla luce dei principi della filosofia perenne. Nella sua prima Enciclica (Inscrutabili Dei consilio, 1878) egli stabilisce il suo programma che è quello di ricostruire e restaurare una nuova Civiltà dandole come tessuto principale e come anima i valori e la filosofia del Vangelo poiché la Società moderna «è caratterizzata da un universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale». Come si vede, papa Leone non aveva assolutamente in mente la riconciliazione con la modernità, ma la sua sconfitta tramite la confutazione dei falsi principi sui quali essa si fondava per potere restaurare la Cristianità avversata dalla modernità e dalle sette dirette dal giudaismo talmudico[106].
Dunque, paradossalmente, l’antisemitismo ridiventava un cardine della politica e del magistero della Chiesa, proprio quando la stessa in qualche modo «si apriva» alla modernità, superava il puro e semplice atteggiamento di rifiuto, scendeva sul terreno della nuova società per combattere una battaglia campale per la riaffermazione del primato della cristianità sulla modernità stessa, contro le ideologie scristianizzanti, dal razionalismo al liberalismo, al socialismo. Ed era su questo terreno che la Chiesa riscopriva negli ebrei uno degli ostacoli maggiori al compimento delle sua missione. Del resto l’antisemitismo era un pilastro fondamentale del pensiero reazionario di fine Ottocento: il rifiuto del liberalismo, della laicità dello Stato, dei principi dell’Ottantanove, del socialismo si associava all’individuazione degli ebrei come principali ispiratori di questi movimenti ed ideologie, ebrei per di più emancipati dal ghetto proprio grazie alla Rivoluzione francese, in grado così di dispiegare finalmente tutta la loro «nefasta» volontà di rivalsa nei confronti della civiltà cristiana.
Fino a qui la coerenza del pensiero e dell’azione di Leone XIII può apparire persino scontata. Ciò che può sorprendere è il lato sociale, presente nella Rerum Novarum[107]. Ma anche questo è un dato in verità ricorrente nel pensiero politico reazionario tra Ottocento e Novecento. Lo si è visto per i cristiano sociali austriaci; lo si vedrà con il fascismo italiano, nel programma del 1919 ripreso poi con la Carta di Verona della Repubblica sociale; lo si vedrà nel movimento politico costruito da Hitler, non incidentalmente chiamato Partito nazionalsocialista dei lavoratori, con la bandiera su fondo rosso, colore intenzionalmente mutuato dai vessilli del movimento operaio e socialista. Almeno nei programmi, il pensiero reazionario e antimoderno spesso adottò accenti anticapitalisti, essendo anche il capitalismo in certo modo filiazione del liberalismo, e si cimentò sul piano sociale proprio con l’obiettivo di sottrarre le masse operaie all’influenza del socialismo, divenuto ormai più pericoloso e temibile dello stesso liberalismo. Dunque antisemitismo e Rerum Novarum non solo non confliggevano, ma facevano parte di una visione coerente che Leone XIII aveva sistematizzato in una strategia di lungo periodo di scardinamento delle ideologie della modernità e che la Chiesa cattolica supererà solo nella seconda parte del Novecento.
È dunque con questo apparato dottrinario ed ideologico che la Chiesa attraverserà la tremenda temperie del fascismo, del nazismo e del conseguente antisemitismo realizzato.
E l’eredità del pontificato «sociale» di Leone XIII, sul terreno politico, mostrerà la sua sostanziale debolezza nei confronti di possibili torsioni autoritarie come si manifesteranno in Europa tra le due guerre con l’insorgenza dei fascismi, proprio per la sua indifferenza, se non ostilità rispetto ad un regime democratico fondato sulla sovranità popolare, come abbiamo visto analizzando la Graves de communi re. Lo fa notare, pur con le debite prudenze, lo storico della Chiesa tedesco Klaus Schatz, commentando appunto l’enciclica del 1901, che, pur rivolgendosi formalmente ai francesi, interveniva direttamente nel dibattito politico aperto in Italia nell’Opera dei Congressi «negando alla formula “democrazia cristiana” un vero significato politico; la “democrazia cristiana” doveva essere soltanto una “azione benefica per il popolo” (benefica actio in populum), non una opzione per la democrazia politica. La Graves de communi fu certamente gravida di conseguenze, anche al di là dell’Italia, per la corrente dell’impegno politico dei cattolici. Essa sollecitava decisioni per un cattolicesimo sociale, ma era contraria a un cattolicesimo politico indipendente, che al di là della politica ecclesiastica e sociale rappresentasse un’opzione politica autonoma. Primo e peculiare intento dei cattolici, per lo meno in quanto essi agivano compatti come tali, doveva essere, oltre alla difesa dei diritti e delle libertà della Chiesa, l’impegno nel sociale. L’ambito politico invece, innanzi tutto quello costituzionale, appariva a confronto subordinato e secondario, tanto più che nelle sue encicliche Leone XIII sottolineava la neutralità della Chiesa rispetto alle varie forme di stato […], d’altra parte svigoriva l’impegno di partiti cristiano-democratici per una maggiore democratizzazione; e costituiva inoltre la debolezza della Chiesa nei confronti dei regimi fascisti, in quanto in essi l’ambito del politico veniva prematuramente abbandonato e sacrificato. In definitiva si ha qui l’ipoteca di un cattolicesimo sociale, che non aveva elaborato interiormente il liberalismo»[108].
Considerazioni analoghe, si possono estendere al corollario «necessario» dell’antiliberalismo della politica di Leone XIII, ovvero l’antisemitismo di cui sopra abbiamo ampiamente trattato: quando questo finalmente da programma politico potrà tradursi in atti concreti ad opera del nazismo e del fascismo, la Chiesa cattolica non solo non saprà opporsi, ma inevitabilmente valuterà le restrizioni e discriminazioni antiebraiche introdotte dalle nuove legislazioni come la realizzazione di un proprio progetto a lungo caldeggiato. Del resto, occorre ricordarlo, i pontefici che seguirono nel corso della prima metà del secolo scorso, Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, si mossero sostanzialmente all’interno del solco teologico, ideologico e politico tracciato in profondità dal papato leonino. Si dovranno attendere papa Giovanni XXIII ed il concilio Vaticano II, agli inizi degli anni Sessanta, perché la Chiesa cattolica uscisse da quel solco profondo ed angusto, riconoscesse «i segni dei tempi» e aprisse un dialogo vero con le culture laiche della modernità, con le confessioni non cattoliche e con le religioni non cristiane, quindi anche con l’ebraismo[109].
Antisemitismo e visione cospirazionista della storia
Citando Drumont abbiamo segnalato nella sua relazione al congresso della democrazia cristiana francese gli echi della visione cospirazionista della storia propria dell’antisemitismo di fine Ottocento e novecentesco. Com’è noto il testo classico che supportava questa concezione fu I Protocolli dei Savi di Sion[110]. Era un falso rendiconto di presunte riunioni segrete dei caporioni dell’ebraismo internazionale per organizzare una cospirazione con l’obbiettivo di impadronirsi del mondo. Confezionato dalla polizia segreta zarista, fu pubblicato per la prima volta nel 1903 e, nonostante fosse stato ben presto sbugiardato dalla critica storica più avveduta, ebbe una vasta diffusione in tutta Europa nei primi decenni del Novecento. Del resto questo testo non faceva altro che riprendere una secolare tradizione di falsi confezionati da esponenti cattolici per accreditare l’irriducibile malvagità giudaica da sempre operante in gran segreto per ordire un complotto teso alla conquista della cristianità[111].
Fu nella Spagna cattolica che vennero elaborati i primi falsi, strutturati in testi letterari, per propagandare la presunta cospirazione ebraica, testi che, secondo alcuni storici[112], funsero da modello per I Protocolli. Il primo, del lontano 1550, fu la Carta de los judíos de Constantinopla, utilizzata da Juan Martìnez Silìceo, vescovo di Toledo, per perseguitare gli ebrei convertiti e discriminarli con gli Estatutos de limpieza de sangre, di cui avremo modo di parlare a lungo. Fu il primo falso antisemita dove si «documentava» come i caporioni ebrei di Costantinopoli suggerivano ai conversos spagnoli di fingere la conversione per colpire subdolamente i cristiani. Era la risposta ad una richiesta di consigli indirizzata dagli ebrei di Spagna ai correligionari di Costantinopoli, ovviamente falsa. In essa lamentavano che il re di Spagna li voleva convertire al cristianesimo, voleva togliergli i commerci e le vite, distruggere le sinagoghe, sottoporli a vessazioni di ogni tipo e, quindi, chiedevano come avrebbero potuto difendersi. La risposta, falsa, nel momento in cui venne resa pubblica in un contesto di grande tensione nei confronti degli ebrei spagnoli convertiti «cercava di attrarre l’attenzione sulla malvagità di questa minoranza»[113], conseguendo indubbiamente l’effetto voluto, che si sarebbe riverberato fino al Novecento.
Amati fratelli in Mosè, abbiamo ricevuto la vostra lettera, nella quale ci significate i travagli e gli infortuni che patite, dei quali ce ne sono toccati anche a noi in tanta parte come a voi. Il parere dei grandi capi e rabbini è il seguente: Per quanto dite che il re di Spagna vi fa convertire cristiani che lo facciate perché non potere fare altro: Per quanto dite che ordina di togliervi le vostre aziende fate sì che i vostri figli divengano mercanti affinché gli tolgano le loro; e per quanto dite che distruggono le vostre sinagoghe, fate i vostri figli chierici affinché profanino e distruggano le loro religione e il loro tempio: Per quanto dite che vi fanno altre vessazioni, procurate che i vostri figli entrino negli uffici pubblici (medici, avvocati, contabili) affinché assoggettandoli possano vendicarsi di loro; e non desistete da questo ordine che vi diamo, perché per esperienza vedrete che da afflitti verrete tenuti in considerazione[114].
Non può non impressionare, a posteriori, come le leggi antiebraiche degli anni Trenta del Novecento riproponessero esattamente le stesse professioni da cui gli ebrei dovevano essere interdetti: attività economiche, medici, avvocati e insegnanti, corrispondendo questi ultimi ai «chierici» del Cinquecento. Un altro esempio della sedimentazione dell’antisemitismo nel lungo periodo, destinata a raggrumarsi nella tragedia degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.
Ma il testo più esplicitamente anticipatore ed ispiratore dei Protocolli fu composto, sempre in Spagna, dal letterato cattolico del secolo d’oro, Francisco de Quevedo, uno degli autori eminenti della letteratura spagnola, conosciuto per la sua opera poetica, ma che si cimentò anche nella narrativa e nella drammaturgia. Si trattava de La Isla de los Monopantos, del 1650, per la quale de Quevedo aveva tratto ispirazione dalla presunta cospirazione giudaica rivelata da La Carta de los judìosde Costantinopla. Nel testo si descriveva una supposta riunione segreta tenutasi a Salonicco per ordire un complotto giudeo per il dominio del mondo. A questa riunione partecipavano i caporioni giudei giunti da ogni parte d’Europa insieme ai Monopantos, ovvero i marranos, ebrei fintamente convertiti al cristianesimo, e dunque disposti a collaborare con loro per farla finita con il mondo cristiano. I giudei vantavano di aver già conseguito importanti risultati, manovrando segretamente le loro leve finanziarie, mettendo la Francia contro la Spagna e viceversa, ed inoltre erano loro ad aver provocato la guerra dei Trent’anni che stava minacciando il potere austriaco nel Sacro romano impero, seminando zizzania tra i popoli[115].
Che dire? Con tutta evidenza I Protocolli novecenteschi non furono altro che un rifacimento, con i necessari adattamenti alla contemporaneità, dell’opera di de Quevedo e la visione cospirazionista della storia propria dell’antisemitismo «maturo» ha le sue radici profonde nell’antisemitismo cattolico. Dunque sembrerebbe che la Spagna cattolica fosse stata un grande laboratorio dell’antisemitismo europeo, per cui potrebbe meritare un approfondimento. Per nostra fortuna recentemente è stato pubblicato un importante e innovativo lavoro che apre uno squarcio inedito sull’antisemitismo della Spagna cattolica.
Il «caso» della Spagna cattolica: gli Estatutos de limpieza de sangre e l’inquisizione
Ebbene, dopo aver esaminato i «casi» dell’Austria e della Francia cattoliche, ora vediamo la nazione cattolica per eccellenza, la Spagna, prima di rientrare in Italia.
La vicenda spagnola è di straordinario interesse per chiarire definitivamente il punto controverso relativo alla razzializzazione dell’antisemitismo novecentesco. L’argomento dirimente impiegato sia da Stefani che da Miccoli, per distinguere e separare il cosiddetto antigiudaismo cattolico dall’antisemitismo del nazismo e dei fascismi, sarebbe appunto il fattore razziale-ereditario, fondante per questi ultimi, indifferente per i cattolici, nonostante, come abbiamo già visto il termine «razza» fosse impiegato sovente dallo stesso Vaticano. Dunque, per Miccoli, «la condizione di “razza maledetta”, […], intimamente segnata nella sua caratura e consistenza morale, è una condizione storica, storicamente data e storicamente superabile, frutto del rifiuto che gli ebrei avevano formulato del Cristo, non è il prodotto della natura, che imprigiona irrimediabilmente senza vie d’uscita»[116]. È palese, qui, la contraddizione logica insuperabile, perché il termine razza non lascia spazio ad ambiguità: non si riferisce ad un dato culturale e storico, bensì ad un «prodotto della natura», immodificabile. Ma appunto l’idea che per la Chiesa cattolica un ebreo fosse «razza maledetta», a meno che imboccasse la «via d’uscita» della conversione al cristianesimo mondandosi da quello stigma, sembra anche a Miccoli sufficiente per ribadire che «l’antisemitismo moderno è radicalmente diverso dalla tradizione antiebraica cristiana»[117]. Effettivamente qui si tocca il nucleo essenziale su cui poggia lo stesso documento vaticano, Noi ricordiamo, dal quale siamo partiti.
Ebbene, proprio rispetto a questo snodo cruciale il «caso spagnolo» chiarisce definitivamente che l’ebreo rimaneva «razza maledetta» anche dopo la conversione, facendo cadere così l’ultima paratia che avrebbe separato e distinto l’antisemitismo cattolico dall’antisemitismo «moderno» o «maturo». A questo riguardo va riconosciuto che Miccoli, con tutta onestà, avanza esplicitamente qualche interrogativo proprio in rifermento al caso spagnolo, che però poi non viene approfondito: «Yosef Hayim Yerushalmi ha sollevato recentemente il problema – in riferimento al destino degli ebrei spagnoli e alle leggi sulla limpieza de sangre – degli esiti razzistici cui la stessa tradizione antiebraica cristiana poteva dar luogo in contesti e condizioni particolari»[118]. Ora ci permettiamo di far notare che ci sembra piuttosto riduttivo qualificare come «contesti e condizioni particolari» la Spagna dei tre secoli d’oro iniziati con la Reconquista, in cui la stessa svolse nel mondo contemporaneo un ruolo di superpotenza imperiale e coloniale, sempre connotata come nazione cattolicissima per eccellenza. Dunque il «caso spagnolo» non può essere considerato di dettaglio per inquadrare il tema di cui stiamo trattando, anzi.
La ricerca che ora consideriamo è pubblicata in un testo ponderoso[119] dell’antropologa spagnola Christiane Stallaert, testo che meriterebbe una traduzione italiana, perché il «caso spagnolo» ha una rilevanza che travalica i confini nazionali, è paradigmatico esattamente come quello nazista, qui confrontato cara a cara, faccia a faccia. Si tratta di un’analisi molto approfondita ed accurata del caso della Spagna cattolica inquisitoriale (1478-1834) e dello stigma che venne impresso indelebilmente sugli ebrei e sugli islamici, ancorché convertiti, conversos marranos e moriscos, discriminati attraverso gli Estatutos de limpieza de sangre, gli Statuti di purezza di sangue.
Per inquadrare il tema è opportuno un breve riassunto del «caso spagnolo»: gli ebrei, come gli islamici, furono formalmente espulsi dopo la riconquista cattolica del 1492, a meno che si «convertissero». Ma la Spagna cattolica, appena ricostituita e proiettata verso l’impero, aveva bisogno di costruirsi una propria forte identità etnicista basata sulla purezza del sangue dei «vecchi» cristiani, discriminando e perseguitando i «nuovi», instaurando dunque una rigida ed immodificabile stratificazione in caste, che la Stallaert definisce «casticismo». Gli strumenti furono diversi: quello più noto fu il Tribunale dell’Inquisizione creato nel 1478 e gli Estatutos de limpieza de sangre, ufficializzati con bolla pontificia nel 1495, tre anni dopo la Reconquista, ma che ebbero una lunga e contrastata gestazione. È solo il caso di ricordare che questi organismi furono aboliti solo nel XIX secolo, il Tribunale dell’inquisizione nel 1834 e gli Estatutos nel 1865[120].
Il primo Estatuto fu emanato a Toledo da Pedro Sarmiento, governatore della città, e prevedeva il sequestro di tutti i beni dei conversos e la loro esclusione da ogni carica pubblica[121]. Un ruolo importante nel costruire un’opinione pubblica ostile ai conversos l’ebbe la già citata Carta de los judíos de Constantinopla, il primo falso storico del presunto complotto anticristiano del giudaismo mondiale, confezionato da Juan Martìnez Silìceo, vescovo di Toledo. È noto che il Tribunale dell’inquisizione[122] si accanì in particolare nei confronti dei marranos, ovvero gli ebrei convertiti, sospettati di eresia (e non solo in Spagna). Meno noto è che gli Estatutos riguardavano proprio i conversos o cristianos nuevos, prevedendo per questi e per i loro discendenti una condizione di permanente inferiorità civile e sociale, una sorta di stigma che li relegava «eternamente» in una sottocasta rispetto ai cristianos viejos, secondo formulazioni che possono essere esemplificate dallo Estatuto de la Catedral de Toledo del 1547:
Che da lì in avanti tutti i chierici, i cappellani, coloro che godono di benefici o rendite ecclesiastiche, i canonici e le dignità della Chiesa metropolitana dovranno essere cristiani vecchi o persone nobili, o figli di tali persone, o letterati laureati in una famosa Università, e esclusi da ogni ufficio nella stessa Chiesa i discendenti di giudei o mori. 2. Che tutto ciò che fosse successivamente ricevuto come prebende, uffici e dignità, senza adempiere a quel requisito, e fosse poi stabilito che venisse da giudei o mori, sarebbe espulso dalla Chiesa, perdendo le rendite del beneficio, anche se si potesse permutarlo con altro, al di fuori della diocesi. 3. Che tutti coloro che acquisissero in futuro per termini legittimi prebende, rendite canoniche o dignità, non potranno prendere possesso delle stesse, senza il previo giuramento di osservare lo Statuto e di non sollecitare né ammettere in alcun tempo di alleggerire detto giuramento. 4. Che senza spergiurare i canonici e le dignità di origine ebrea, che avessero alla data della sua promulgazione diritto di recesso o coadiutoria, sarà certamente vincolante lo Statuto per coloro che godono di benefici o rendite ecclesiastiche e per gli altri ecclesiastici che, mancando di questa circostanza, non fossero cristiani vecchi, qualificati come tali[123].
Come si vede non si trattava ancora di una moderna legislazione universale, ma di regolamenti assunti dalle diverse istituzioni religiose e civili (istituti ecclesiastici, università, corpi militari, …) che, nella cattolicissima Spagna, nel loro insieme comportavano per i cristiani convertiti di origine ebraica e i loro discendenti la privazione permanente di alcuni diritti, come l’accesso ad incarichi di carattere religioso, universitario, militare e civile, qualcosa, dunque, di analogo alla legislazione antiebraica che sarebbe sbocciata a fine Ottocento in Francia e Austria, ad opera dei partiti cattolici, per dispensare i suoi frutti venefici negli anni Trenta del Novecento in Europa.
Ovviamente, per non incorrere nelle discriminazioni degli Statutos era necessario provare la propria purezza di sangue, certificando una ricostruzione del proprio albero genealogico, non macchiato da sangue giudaico, con una procedura complessa:
Nello stabilire il proprio statuto di purezza di sangue, la Chiesa di Cordova sembra essere stata la prima ad esporre il procedimento da seguire per giudicare sulla purezza di sangue di un candidato. Inginocchiato, con la mano destra posta sulla immagine di un crocefisso contenuto in un messale, il candidato doveva giurare che non discendeva né da un giudeo né da un moro. Poi doveva segnalare i cognomi dei suoi genitori e dei suoi nonni, così come il luogo della sua nascita. L’indagine doveva quindi essere intrapresa dal magistrato civile, accompagnato dai delegati del consiglio ecclesiastico, nella Chiesa o in altro luogo pubblico. […] Avendo raccolto tutte le informazioni il segretario o il notaio dovevano leggerle al consiglio ecclesiastico e un voto avrebbe deciso se il candidato poteva entrare in possesso del suo beneficio. Una semplice maggioranza affermativa bastava ad ammetterlo, dopo di che doveva promettere di osservare tutti gli statuti e i costumi della Chiesa, soprattutto ciò che concerneva l’onore del consiglio ecclesiastico, e ancor più particolarmente il suo statuto di purezza di sangue[124].
Il processo, nei casi controversi, poteva durare anni e non era infrequente da parte di candidati facoltosi ricorrere alla corruzione e alle false testimonianze per dimostrare di essere cristianos viejos[125]. E se la genealogia fosse stata intesa alla stregua del maggior ideologo a posteriori degli Statutos, il frate Francisco de Torrejoncillo, sarebbe bastato anche un ventesimo di sangue giudeo per incorrere nelle strettoie degli Statutos:
I giudei […] infine, negando la venuta del Messia, perseguitano con rivolte e agguati i cristiani; e perché avvengano queste cose quasi di generazione in generazione, come se fosse un peccato originale essere nemici dei Cristiani […], non è necessario che vi siano il padre e la madre giudei, uno solo basta: non importa che non lo sia il padre, basta la madre, e questa anche se non intera, basta la metà, e neppure tanto, basta un quarto, e un ottavo, e la Santa Inquisizione ha scoperto ai nostri tempi che fino alla distanza di ventun gradi di parentela si son conosciute persone che giudaizzavano[126].
A rafforzare il carattere biologico del razzismo antisemita che ispirava gli Statuti, non solo si affermava che l’«ebraicità» definita infamia judìa si trasmetteva come patrimonio ereditario da genitrice a figlio attraverso il sangue che alimentava il feto, ma addirittura anche il latte di una nutrice ebrea conversa poteva contaminare la purezza di sangue di un cristiano viejo.
In molti palazzi di re e di principi le nutrici che allattano i figli devono essere cristiane vecchie, poiché non sarebbe raccomandabile che i figli della nobiltà fossero alimentati da donne portatrici della infamia giudaica, giacché il loro latte, avendo un’origine impura, può solo provocare inclinazioni perverse […][127].
Quindi la conversione non fu una «via d’uscita» per gli ebrei spagnoli, neppure per i loro discendenti, bensì comportò l’essere relegati per sempre in un ghetto civile ed essere esposti agli strali, a volte letali, del Tribunale dell’inquisizione, sempre sospettoso che i conversos in segreto praticassero l’eresia giudaica e quindi fossero colpevoli di apostasia. Va inoltre aggiunto che le molteplici iniziative della Spagna cattolica contro i conversos, anche se non vennero pacificamente accettate da tutti i cattolici, furono infine ufficialmente approvate e quindi condivise dal Papa. In verità, agli esordi, di fronte al primo Estatuto di Toledo, si manifestò una netta presa di distanza da parte del papa Nicola V, il quale, il 24 settembre del 1449, ordinava, con la bolla Humani generis inimicus, che «tutti i convertiti, presenti e futuri, Gentili o Giudei, che conducono una vita di buoni cristiani, siano ammessi a tutti i ministeri e dignità, a portare testimonianza e esercitare tutte le cariche con lo stesso titolo dei vecchi cristiani»[128]. Questa posizione venne ben presto capovolta dal papa Alessandro VI che promulgò il 22 dicembre 1495 una bolla che confermava l’interdizione per i giudei convertiti ad accedere all’ordine di San Geronimo, che rivestiva all’epoca un ruolo fondamentale alla corte reale ed in generale nel paese[129]. A questa si aggiunse, il 20 gennaio 1537, sotto la pressione del re Carlo V e della sua sposa, un’ulteriore bolla del papa Paolo III che giustificava, dopo molte reticenze, la necessità di produrre un certificato di purezza del sangue per entrare in una confraternita d’Alcaraz[130]. Così, anche l’ordine religioso destinato ad assumere un ruolo centrale nella Chiesa, quello dei Gesuiti, nonostante l’iniziale opposizione del fondatore Ignazio di Loyola, a partire dal 1593 introdusse gli statuti di purezza del sangue, non senza controversie sulla effettiva utilizzazione degli stessi, sia nella madre patria che nel Sudamerica[131].
Sta di fatto che la vicenda spagnola della limpieza de sangre storicamente fu condivisa dal pontificato romano e dalla Chiesa Cattolica. Del resto la stessa Chiesa, fin dal 1215, aveva dedicato agli ebrei gli ultimi quattro dei 70 canoni che raccolsero le decisioni conclusive del Concilio Lateranense IV[132]. Questo concilio ecumenico, convocato dal Papa Innocenzo III, è da considerarsi uno dei più importanti della storia della Chiesa, sia per la rilevanza delle decisioni che vennero assunte, sia per il numero eccezionale di prelati, patriarchi, vescovi, abati e badesse sia per la partecipazione, fino ad allora inusitata, dei rappresentanti laici nelle persone di Enrico, imperatore Latino d’Oriente, di Federico II, sovrano del Sacro romano impero, e dei re di Francia, Aragona, Inghilterra, Ungheria, Gerusalemme e Cipro e dei Comuni lombardi. Qui vennero introdotte per la prima volta dalle massime autorità del potere di quei tempi alcune limitazioni e discriminazioni antiebraiche, che da allora diventeranno canoniche fino alle moderne leggi razziali degli anni Trenta del secolo scorso:
Circa l’usura dei Giudei. Più la religione cristiana frena l’esercizio dell’usura, tanto più gravemente prende piede in ciò la malvagità dei Giudei, così che in breve le ricchezze dei cristiani saranno esaurite. Volendo, pertanto aiutare i cristiani a sfuggire ai Giudei, stabiliamo con questo decreto sinodale che se in seguito i Giudei, sotto qualsiasi pretesto, estorcessero ai cristiani interessi gravi e smodati, sia proibito ogni loro commercio con i cristiani, fino a che non abbiano convenientemente riparato […][133].
I Giudei non devono rivestire pubblici uffici. Poiché è cosa assurda che chi bestemmia Cristo debba esercitare un potere sui cristiani, […] noi, per rintuzzare l’audacia dei trasgressori, […] proibiamo, quindi, che i Giudei rivestano pubblici uffici, poiché proprio per questo riescono assai molesti ai cristiani […][134].
Ma ancor più significativi furono gli altri due canoni, che anticipavano temi ricorrente nella vicenda degli Estatutos: l’ossessione del sangue puro da non contaminare e la diffidenza nella genuinità della conversione degli ebrei battezzati:
I Giudei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire. In alcune province i Giudei o Saraceni si distinguono dai cristiani per il diverso modo di vestire; ma in alcune altre ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. Perciò succede talvolta che per errore dei cristiani si uniscano a donne giudee o saracene, o questi a donne cristiane. Perché unioni tanto riprovevoli non possano invocare la scusa dell’errore, a causa del vestito stabiliamo che questa gente dell’uno e dell’altro sesso in tutte le province cristiane e per sempre debbano distinguersi in pubblico per il loro modo di vestire dal resto della popolazione, come fu disposto d’altronde anche da Mosè […][135].
I Giudei convertiti non devono tornare ai riti antichi. Abbiamo saputo che alcuni, ricevuta spontaneamente l’acqua del santo battesimo, non depongono del tutto l’uomo vecchio, per rivestire perfettamente l’uomo nuovo, ma, conservando vestigia del giudaismo offuscano, con tale confusione, la bellezza della religione cristiana. Ma poiché sta scritto: «maledetto l’uomo che s’inoltra nel cammino per due vie e non deve indossarsi una veste fatta di lino e di lana», stabiliamo che i superiori delle chiese li allontanino in ogni modo dall’osservanza delle loro vecchie pratiche, affinché quelli che la scelta della loro libera volontà ha portato alla religione cristiana, siano poi indotti ad osservarla. È infatti minor male non conoscere la via del Signore, che abbandonarla dopo averla conosciuta[136].
È interessante considerare come si fosse costruita la struttura di potere che si assunse il compito di regolare gli Estatutos e di punire i conversos che li trasgredivano, anche con provvedimenti che in certi casi giungevano alla condanna al rogo. Il processo che portò nel corso della seconda metà del Quattrocento alla nascita dell’Inquisizione spagnola, quella diretta da Tomàs de Torquemada, fu tutt’altro che lineare. Una parte dei teologi e delle gerarchie cattoliche teorizzarono e si batterono perché l’inquisizione avesse un carattere meramente religioso e che quindi fosse gestita dai vescovi. Questa «otra inquisicion», che ebbe in frate Alonso de Oropesa, generale del potente ordine dei geronimiani, uno dei maggiori sostenitori, intendeva distanziarsi dalle posizioni radicali degli ordini mendicanti, francescani e domenicani, mossi da un odio pregiudiziale nei confronti dei conversos e interpreti di un’ostilità popolare che aveva spesso motivazioni economiche, sociali e politiche. Per Oropesa questa «diligente inquisiciòn» doveva fondarsi su di un tribunale imparziale ed appoggiarsi a vescovi ed arcivescovi, unici giudici legittimi in cause di fede[137]. Invece la «vera» inquisizione spagnola, che si costituì ufficialmente nel 1483 con l’implacabile domenicano Torquemada, non era solo caratterizzata da metodi brutali, come la tortura e l’uso di testimoni «segreti», ma soprattutto era uno strumento direttamente politico nelle mani della Corona, ancorché alla fine benedetta dal papa di Roma. Prima di giungere a questo esito la controversia durò per decenni coinvolgendo anche i rapporti, non sempre lineari, tra la corona di Spagna e il papato. Sta di fatto che il partito «filo – conversos» attorno al 1480 era ormai destinato a soccombere, anche all’interno dello stesso ordine geronimiano. Infatti, nel 1484 venne istituito un apposito Tribunale dell’Inquisizione nel monastero geronimiano di Guadalupe, il cuore dell’ordine, per processare i conversos ivi presenti. «Di fronte al monastero di Guadalupe in sette autos de fe celebrati nel giro di un anno furono bruciati cinquantadue giudaizzanti, tra i quali Diego di Marchena, un frate geronimiano che, poco prima di morire sul rogo, ricevette il battesimo cristiano, cui secondo gli inquisitori, non sarebbe mai stato sottoposto. I resti di quarantasette defunti furono dissotterrati, pubblicamente condannati e bruciati assieme alle statue di altri venticinque giudaizzanti che, invece, riuscirono a fuggire».[138]
I roghi di Guadalupe e la serie di processi che ne seguirono segnarono il trionfo delle idee dei francescani e domenicani e del partito filo-inquisitoriale ma anche il brusco tentativo geronimiano di adeguarsi alle nuove idee adottando per primi un rigoroso estatuto de limpieza, cercando una credibilità perduta di fronte ai nuovi sviluppi inquisitoriali[139].
Ma ciò che interessa sottolineare è il progetto politico dei Re cattolici che stava alla base della «vera» Inquisizione, finalizzato a consolidare innanzitutto il proprio potere in Patria, e, successivamente, a conquistare l’impero.
C’è innanzitutto l’evidenza di un progetto politico complessivo, con la necessità di scavalcare i riottosi poteri delle grandi famiglie castigliane attraverso la creazione di nuovi sistemi di potere, controllati direttamente dalla Corona, in cui istituzioni come la Santa Hermandad e l’Inquisizione stessa si inseriscono in una politica di accentramento giurisdizionale. […] L’ondata di ‘antisemitismo’ che travolse la società castigliana a partire dagli anni Settanta del Quattrocento, con le sempre più frequenti accuse di omicidio rituale e il ritmo impressionante di pogrom anti-converso, furono il momento più violento ed evidente di un processo politico che si stava preparando da tempo e in cui il problema converso si era trasformato in terreno di lotta politica primaria: l’Inquisizione dei Re Cattolici può essere a ragione considerata anche come l’ultimo vincente tentativo di una serie di progetti falliti di accumulo di potere, sfruttando il sentimento anti-converso che serpeggiava sempre più forte nella Castiglia della seconda metà del Quattrocento[140].
Dunque l’Inquisizione spagnola anti-conversos fu soprattutto un’operazione politica, ancorché assecondata dalla Chiesa cattolica, che, comunque, in quell’epoca era anche autorità politica. In tema di inquisizione, è utile aggiungere che anche i tribunali che operarono in Italia si accanirono spesso proprio nei confronti degli ebrei convertiti istruendo processi sulla loro presunta impostura, perché sospettati di conversioni poco genuine e di praticare segretamente i «riti antichi»[141].
Casticismo inquisitoriale spagnolo e antisemitismo nazista a confronto
Ora, vediamo come la Stallaert argomenta la sua tesi secondo la quale i due casi, Spagna inquisitoriale e Germania nazista, sono paragonabili[142]. Per prima cosa si preoccupa di motivare la possibilità di paragonare i due casi, operazione di per sé controversa, perché metterebbe in questione la cosiddetta unicità assoluta della Shoah, assunta da molti come antidoto alle derive revisioniste e negazioniste. Ma, come ha acutamente osservato Pier Paolo Poggio, dare del nazismo «una rappresentazione unicamente negativa, come evento in cui collassa ogni significato, abisso che inghiotte qualsiasi fiducia nell’umanità o fede nella divinità […], trauma insuperabile», esprime una posizione solo apparentemente radicale, ma «in realtà fragile e insostenibile; negando la possibilità di indagare e di spiegare storicamente il nazismo e i suoi esiti lascia campo libero al revisionismo relativizzante»[143]. Così pure appare pericoloso «ridurre esplicitamente il nazismo all’hitlerismo, in tal modo si evidenzia il ruolo preponderante del Führer e si fa del nazismo qualcosa di assolutamente unico ed irripetibile, dandogli un posto a parte nella geografia dei fascismi storici e dei totalitarismi del Novecento; il nazismo si identifica con Hitler, nasce e muore con lui. Una tale impostazione rischia di sfociare nel riduzionismo e nell’irrazionalismo, ovvero nella banalizzazione e dissoluzione di un fenomeno storico di enorme portata»[144]. Ebbene la Stallaert colloca la propria ricerca sul casticismo inquisitoriale e sul nazismo nel solco stretto, ma fertile, della possibilità di spiegare storicamente questi fenomeni eccezionali, senza banalizzarli:
È chiaro che aspiriamo a cercare una via intermedia tra la normalizzazione e l’esclusività nel trattare ambedue i fenomeni, nella misura in cui il riconoscimento degli aspetti eccezionali non ci deve far perdere di vista le possibilità comparative, come neppure la relativa normalizzazione – necessaria per il paragone – deve condurre alla banalizzazione [145].
Nell’introduzione viene riassunto il senso della comparazione nel dettaglio argomentata nelle successive quattrocento pagine:
[…] ciò che hanno in comune la Germania nazista e la Spagna inquisitoriale consiste nell’apparato burocratico posto al servizio della esecuzione di un progetto di purificazione etnica su iniziativa dello Stato e sostenuto dalla legge. Tanto in Germania come in Spagna la messa in marcia di tale macchina burocratica presuppose la rottura con i precedenti germogli sporadici di antisemitismo/antigiudaismo popolare in forma di pogrom. Così, è la sostituzione dell’Antisemitismus Gefühls (antisemitismo emozionale) da parte dell’Antisemitismus Vernunft (antisemitismo razionale) ciò che in ambedue i casi segna la differenza. D’altro canto, se la crudeltà nel caso tedesco si distingue per la sua fulminante intensità, il caso spagnolo si caratterizza per la sua tenacità e longevità[146].
Inoltre la Stallaert precisa il particolare punto di vista con cui affronta la comparazione tra i due antisemitismi, assumendo come asse della sua analisi la prospettiva del persecutore:
Mettendoci nella pelle del persecutore scopriamo il suo autentico complesso di Narciso. Non tanto l’«odio dell’Altro», ma piuttosto un morboso «amore di se stesso» costituì il movente, lo stimolo, il catalizzatore primario dell’azione genocida (e/o etnocida) contro l’Altro. Un’antropologia del nazismo, come del casticismo, deve partire da una formulazione positiva: non si tratta tanto di sapere contro chi agivano ambedue gli etnicismi, bensì a favore di che cosa, ispirata a quale obiettivo o ideale. Il nazismo ed il casticismo condividono la caratteristica di essere due idealismi, utopismi, che perseguivano in primo luogo un ideale presunto positivo, il Bene, il Puro, identificato in termini esclusivisti nella essenza del proprio essere. La lotta contro il polo negativo, la eliminazione del Male, dell’Impuro, ubicato nell’Altro, era conseguenza e non causa di questo ideale[147].
Questa impostazione è particolarmente feconda perché è in grado di spiegare come il «polo negativo», rappresentato dall’Impuro, fosse identificato innanzitutto nell’ebreo, ma non esclusivamente: per il casticismo la minaccia veniva anche dal morisco, il musulmano convertito, come per il nazismo dagli zingari, testimoni di Geova, omosessuali. È quindi di grande interesse l’analisi che compie della particolare forma di «razzismo» che accomuna ambedue i casi, il «casticismo» spagnolo e il «völkisch» nazista. Non si trattava di «razzismo biologico» nel senso moderno del termine, così come si è affermato a partire dal Settecento con gli studi antropologici finalizzati a classificare le diverse razze umane sulla base del colore della pelle, delle differenti caratteristiche somatiche, fisiognomiche (lettura del volto umano nei dettagli fronte, naso e mento) e frenologiche (struttura del cranio), trasmissibili per via ereditaria insieme ai corrispondenti caratteri psichici e «spirituali»[148]. Questa concezione – è sempre utile ricordarlo – fu sostanzialmente condivisa dalla scienza e dalla cultura dominanti nel mondo occidentale (autocrate, totalitario, democratico che fosse) per tutto l’Ottocento, superando, ancora rigogliosa, la prima metà del Novecento, ai cui albori avrebbe trovato un potente impulso «scientifico» dall’eugenetica di matrice anglosassone[149]. Per il casticismo, ovviamente, sarebbe antistorico ipotizzarne una qualche relazione con il «razzismo scientifico». Ma anche nel caso dell’antisemitismo nazista, a ben vedere, ci troviamo in un orizzonte che oltrepassa quello schema classificatorio pseudo scientifico. In quello schema, ancorato alle caratteristiche somatiche esteriori, era davvero improbo definire la «razza ebraica»: in verità non mancarono grotteschi tentativi (naso adunco, labbra carnose, occhi incavati…)[150], ma alla fine, in concreto, anche la macchina burocratica nazista dovette ripiegare su criteri di appartenenza religiosa (associato alla sinagoga versus battezzato, …)[151], a testimoniare di una dimensione essenzialmente culturale, religiosa, linguistica dell’«ebraicità» e, per opposizione, dello stesso antisemitismo. Infatti, anche per il polo opposto, la «razza ariana», valgono le stesse considerazioni: il termine «ariano», d’altro canto, era mutuato dalla linguistica e risultava inevitabilmente controversa la sua traduzione in termini «razziali classificatori», a tal punto che con il Manifesto dei nostrani scienziati razzisti del 1938, anche gli italiani, compresi i meridionali di bassa statura, bruni e con gli occhi scuri, vennero assunti ad «ariani»[152], alla stregua dei nordici tedeschi, alti, biondi e dagli occhi azzurri. A questo proposito, la Stallaert, acutamente fa notare come Hitler nel Mein Kampf usasse il termine Rasse in senso descrittivo come allora era comunemente impiegato nel linguaggio comune, e come ancora oggi è utilizzato, purtroppo, negli Usa dal linguaggio scientifico (demografia, etnologia, medicina…). Mentre, per esprimere ed enfatizzare la propria visione del mondo e la missione della razza ariana, Hitler ricorreva ai termini Volk, sostantivo, e völkisch, aggettivo, che in molte traduzioni sono stati ridotti a razza-razziale. «Una traduzione addomesticata», sostiene la Stallaert, riduzionista, che evita di confrontarsi con la più corretta focalizzazione etnicista, ben più complessa e inquietante[153]. Questa rinvia appunto all’etnicismo, ovvero alla convinzione quasi religiosa di una presunta unicità del popolo tedesco o ariano, immodificabile ed ereditaria, costituita di tradizioni, visione del mondo, spiritualità, caratteri morali superiori, una sorta di «anima», di «missione» di un popolo «eletto» che deve combattere «per il bene dell’umanità» affinché, da un canto, si scongiuri «il tramonto e la scomparsa dell’Ario [che] ricondurrebbe sul globo terrestre tempi di barbarie» ed affinché, dall’altro, «grazie al conquistato possesso di questa terra, venga spianata la via ad una migliore umanità, la quale possa operare in campi situati in parte al di sopra e in parte al di fuori di essa»[154]. Ridurre questo concetto all’interno della casistica classificatoria e tassonomica del coevo «razzismo scientifico» risulta del tutto fuorviante. A riprova, è utile citare l’indagine compiuta dall’antropologo tedesco Rudolf Virchow, verso la fine dell’Ottocento, in Germania che coinvolse 6.760.000 scolari, distinguendo al loro interno 75.377 ebrei, classificandoli per colore dei capelli e degli occhi (biondi, bruni e misti). I risultati furono inequivocabili, dimostrando, sul piano dei caratteri fisici e biologici, l’inesistenza di una razza pura tedesca (men che meno ariana) o di una razza pura ebraica:
In tutto l’impero tedesco, secondo le statistiche di Virchow, i biondi costituivano il 31,85% della popolazione, i bruni il 14,05% e i tipi misti il 54,15%. Tra i 73.377 scolari ebrei esaminati, l’11% risultarono completamente biondi, il 42% con i capelli neri e il 47% di tipo misto[155].
Esemplare, a questo proposito, la vicenda delle due sorelle Fink, ebree polacche, l’una bionda e l’altra bruna, che, grazie a documenti falsi procurati dal padre, si salvarono dalla Shoah, attraverso innumerevoli peripezie, proprio andando al lavorare nel Terzo Reich[156]. Infine, occorre citare il fondamentale lavoro[157] dell’antropologo inglese di Ashley Montagu che già nei primi anni Cinquanta del secolo scorso si era posto questo problema, nel quadro di una riflessione più ampia sui rischi connessi all’utilizzo scientifico di categorie analitiche come quella di «razza»:
Gli ebrei posseggono un complesso di caratteri fisici comuni che li contraddistinguono come gruppo etnico distinto tra gli altri popoli del genere umano? A questa domanda la scienza risponde con un inequivocabile «no». Ciò non significa che gli ebrei non siano riconoscibili come gruppo distinto, ma significa che non sono distinguibili come tali in base a caratteri fisici. Se non sono distinguibili come gruppo distinto in base a criteri fisici, allora su quale base sono distinguibili come gruppo? La risposta a questa domanda è: sono distinguibili innanzi tutto, e quasi esclusivamente, in base a motivi culturali e a questi soltanto[158].
L’affermazione perentoria è il risultato di un’accurata analisi dei dati scientifici tesa a dimostrare, secondo Montagu, che, anche qualora fosse esistita all’origine una «razza» ebraica (comunque non dimostrabile scientificamente), dopo la diaspora ebraica questa identità «genetica» originaria si sarebbe inesorabilmente perduta, per ovvie ragioni:
Se dovessimo citare tutte le popolazioni con cui gli ebrei si mescolarono, in un momento o nell’altro della loro storia, si elencherebbe una buona parte delle popolazioni di tutto il mondo. Ciò non significa che tutti gli ebrei abbiano subito questa mescolanza, ma che – e questo è il punto importante – le diverse popolazioni di ebrei subirono ciascuna in modo indipendente tipi e gradi diversi di mescolanze con svariate popolazioni[159].
Questa è la conclusione, del resto, alla quale era giunto, pochi anni prima, anche l’antropologo Siemens, citato dallo stesso Montagu, studiando i sotto-gruppi di popolazioni del Caucaso:
Lo studio delle caratteristiche principali dei ceppi indigeni di diverse regioni e delle corrispondenti caratteristiche degli ebrei che vissero in mezzo a loro in quelle regioni, rivela che gli ebrei sono di tipi eterogenei, ciascuno dei quali si conforma in maggiore o minore misura ai tipi fisici indigeni[160].
E proprio sugli ebrei orientali che vissero nelle regioni caucasiche arriva una recente ricerca condotta da Eran Elhaik della Johns Hopkins University Bloomberg School of Public Health, pubblicata nel 2013 sulla rivista «Genome Biology and Evolution» e ripresa da «Le scienze»:
Il confronto con i genotipi delle popolazioni caucasiche ha permesso di stabilire una complessa ascendenza multietnica degli ebrei dell’Est Europa, mostrando un significativo apporto genetico da parte dei fondatori dell’antico impero dei Cazari, una confederazione di tribù di origine turca, iraniana e mongola convertitesi all’ebraismo, dissoltosi nel XIV secolo. Un mosaico genetico con decisivi apporti da antiche popolazioni originarie del Caucaso, europee e mediorientali: è quanto risulta da uno studio che ha ricostruito le origini degli ebrei dell’Europa orientale, le cui ascendenze sono ancora oggetto di dibattito[161].
Insomma, com’è ovvio, una omogeneità genetica degli ebrei, distintiva e distinta da altre popolazioni, è scientificamente del tutto infondata e il razzismo antiebraico ha necessariamente altre motivazioni. Infatti, come fa notare la Stallaert, riguardo all’antisemitismo di Hitler, questo era una derivazione consequenziale della sua concezione ultranazionalista ed etnicista:
Risulta importante insistere nell’anteriorità del progetto etnicista o etnonazionalista rispetto all’antigiudaismo o antisemitismo di Stato. Anche Hitler ripudiava l’antisemitismo medievale, anche se poi gli interessò sfruttarlo per il suo progetto politico etnonazionalista. In Mein Kampf Hitler riconosce che il nazionalsocialismo strumentalizzò l’antisemitismo popolare, più o meno latente, con il fine di dare coesione ad un progetto nazionale. […] In particolare in Germania, l’antisemitismo poteva servire di fattore unificante di una popolazione religiosamente divisa tra protestanti e cattolici[162].
In altra parte del suo lavoro, la Stallaert analizza, citando lo stesso Mein Kampf, il processo di trasformazione nel giovane Hitler, da «tollerante cosmopolita» a fanatico antisemita, sottolineando il ruolo centrale svolto in questo processo dalla frequentazione del partito cristiano sociale austriaco, di cui abbiamo ampiamente trattato sopra[163]. E fu nel cruciale soggiorno a Vienna che «nell’animo di Hitler giudaismo e socialismo marxista divennero una cosa sola e si fondò la certezza che occorresse eliminarli entrambi per salvare dalla decadenza e dalla rovina il popolo tedesco»[164]. Diventava, dunque, centrale per la visione del mondo che si formava nel giovane Hitler a Vienna il binomio per lui indissolubile di «nazione e razza», appunto l’etnicismo. Per questo Hitler nel 1912 lasciava la propria patria, per spostarsi in Baviera dove dopo due anni chiederà di combattere volontario nella prima guerra mondiale con l’uniforme di soldato del Reich tedesco.
Appunto perché si trattava d’una lotta per il germanesimo, Hitler, sebbene cittadino austriaco, non volle combattere nel variopinto esercito di quello Stato-mosaico, dove i Tedeschi erano solo una piccola minoranza, ma nell’Esercito del Reich, portante in sé l’avvenire della nazione germanica[165].
Come si vede, una conversione all’antisemitismo, quella di Hitler, che aveva ben poco a che vedere col razzismo scientifico e classificatorio su basi puramente biologiche. Anche se la biologia rientrava in campo su un aspetto decisivo dei due razzismi, o per meglio dire etnicismi, in esame, ovvero, nella convinzione, comune all’etnicismo casticista e a quello nazista, che l’ereditarietà biologica trasmessa con il «sangue» comportasse anche un’immutabile riproposizione dei caratteri spirituali delle rispettive «razze» di appartenenza. Caratteri a tal punto immutabili che anche la conversione al cristianesimo non eliminava, per generazioni e generazioni, l’infamia judìa, come pure non la eliminava il secolare processo di assimilazione degli ebrei nelle nazioni europee novecentesche, compresa la partecipazione degli stessi al primo conflitto mondiale sotto le diverse bandiere, con la conseguente ossessione per la genealogia alla ricerca di ascendenze ebraiche.
I concetti di «casticismo» e di «Volk – völkisch», secondo la Stallaert, avevano in comune un «etnocentrismo narcisista», un etnicismo ideologico e politico, ultranazionalista, escludente l’«altro», il «diverso», la cui presenza minacciava di per sé la necessità di affermarsi e «mantenersi come popolo identico a se stesso»[166], sia lo spagnolo cattolico che il tedesco nazista. In ambedue i casi non c’era un «problema ebraico», ma un problema «cattolico etnicista» e «ariano etnicista» per cui l’antisemitismo fu una costruzione artificiale, ideologica e unificante per ridefinire il «corpo nazionale» depurandolo dal «corpo estraneo», l’ebreo antipode del cattolico e dell’ariano, l’«antirazza» per eccellenza, secondo l’efficace definizione di Pier Paolo Poggio[167]. Questa purificazione rappresentava la base ritenuta indispensabile per la costruzione o ricostruzione di uno stato nazionale forte e del futuro impero, dunque per la missione affidata al proprio popolo di predominio e di conquista, addirittura di civilizzazione dell’intera umanità[168]. Per questo si trattava di definire in maniera rigidamente circoscritta, da un lato l’homo germanicus, e dall’altro l’homohispanus, depurandoli il più possibile dalla contaminazione dell’«altro», irrimediabilmente estraneo[169]. Nel caso spagnolo questo processo venne condotto con il supporto della «teologia inquisitoriale», mentre nel caso nazista anche con il supporto della «scienza medica» e dell’eugenetica. In ambedue i casi, come già si è accennato, centrale è la «genealogia», di fatto riferita all’ascendenza religiosa, per stabilire i veri spagnoli «cristianos viejos» e i veri tedeschi «ariani originari», separandoli dagli ebrei irriducibilmente estranei e ostili all’identità etnicista del casticismo e del völkisch[170].
Insomma la Spagna agli autentici Spagnoli da sempre cattolici e la Germania ai tedeschi da sempre «ariani». Per questo ambedue le nazioni, nel momento in cui rinsaldavano la propria identità etnicista per preparasi alla conquista dell’impero, dovevano essere liberate dalla minaccia dell’ebreo, ancorché convertito o partecipe da tempo alle sorti del proprio Paese. E per affermare una forte identità, definitivamente fissata, inattaccabile, era necessario fissare ugualmente in una «razza» altrettanto immutabile l’elemento che rappresentava un potenziale dirompente di quell’identità, l’ebreo: quindi, la discriminazione (gli Estatutos e le leggi antiebraiche) si presentò come la condizione indispensabile per separare nettamente gli ebrei, anche «convertiti» o «germanizzati», dalla casta cattolica e dal völkisch, e per annichilirli, se necessario. Ed è questo tragico risultato per i perseguitati, pressoché analogo pur nella diversa intensità persecutoria, che, secondo la Stallaert, legittima il paragone tra casticismo inquisitoriale e nazismo[171].
Ma tornando a Miccoli da cui eravamo partiti, il «caso spagnolo» dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che anche per l’antisemitismo cattolico non regge l’ultima distinzione che lo renderebbe estraneo all’antisemitismo razziale o moderno: «la condizione insomma di “razza maledetta”, […], intimamente segnata nella sua caratura e consistenza morale, è una condizione storica, storicamente data e storicamente superabile, frutto del rifiuto che gli ebrei avevano formulato del Cristo, non è il prodotto della natura, che imprigiona irrimediabilmente senza vie d’uscita». Come abbiamo visto, gli ebrei spagnoli, ancorché tutti convertiti, rimasero «imprigionati irrimediabilmente senza vie d’uscita» nell’infamia judia dagli Estatutos de limpieza de sangre, anticipazione della moderna legislazione antisemita.
Va infine annotato che questa storia di lungo periodo riemerse in Spagna nella crisi della Seconda Repubblica, agli inizi degli anni Trenta del Novecento, immediatamente prima della vittoria del Fronte popolare e dell’alzamiento del generale Franco che diede il via alla guerra civile spagnola. Le varie correnti della destra, che poi costituiranno la Falange, usarono a piene mani l’antisemitismo per contrastare l’iniziativa della Repubblica democratica di riconoscere la cittadinanza agli abitanti dei domini spagnoli del nord del Marocco. Qui, secondo gli agitatori cattolici reazionari, si nascondevano ancora gli ebrei o i marrani cacciati dalla regina Isabella e, inevitabilmente, la purezza del sangue spagnolo sarebbe stata compromessa dall’impossibilità, dopo tanto tempo, di ricostruire le genealogie e discriminare chi non era un autentico spagnolo[172].
Il «caso italiano» e la limpieza de sangre in versione nostrana
A questo punto, dopo aver chiarito i caratteri dell’antisemitismo moderno, messi a fuoco in particolare da Leone XIII, e aver considerato l’esempio di tre nazioni cattoliche per eccellenza, Austria, Francia e Spagna, affrontiamo il caso italiano, di particolare rilevanza perché sede del Vaticano e perché, con i Patti lateranensi del 1929, si instaurò uno stretto sodalizio tra Chiesa cattolica e regime fascista, rimasto solido almeno fino al 25 luglio del 1943, nonostante periodici dissapori determinati dal sovrapporsi di prerogative ecclesiastiche e iniziative del regime
La vicenda spagnola degli Estatutos de limpieza de sangre ci ha insegnato come la storia di lungo periodo sia rilevante per la comprensione anche dell’antisemitismo novecentesco.
È forse interessante, quindi, ripartire da quella vicenda, della persecuzione dei marranos da parte dell’inquisizione, per affrontare il caso degli ebrei italiani, una comunità relativamente piccola, ma con radici lontanissime, anteriori all’era cristiana[173], che proprio sul finire del Medioevo, nel 1475, era stata sconvolta dai contraccolpi rovinosi dell’episodio, già citato, di Simonino da Trento.
È noto che il furore dei re cattolici di Spagna contro gli ebrei, dopo la reconquista, ebbe un effetto devastante sulla fiorente comunità ebraica siciliana che in pochi giorni, in seguito all’editto reale del 31 maggio 1492, venne interamente cacciata dall’isola ed in gran parte depredata dei propri beni[174]. Abbiamo già accennato al fatto che anche in Italia l’inquisizione spesso si accanì sugli ebrei convertiti. Infatti, «dall’intervento inquisitoriale esulavano sia la pratica delle religione ebraica in quanto tale (consentita), sia una serie di altri comportamenti tenuti dagli ebrei e non concernenti il loro atteggiamento nei confronti della religione cristiana. […] Due erano in linea di massima i casi che prevedevano l’intervento del tribunale: il primo concernente l’ipotesi di ritorno di convertiti ebrei alla loro religione d’origine e tutte le vicende connesse (incitamento ad abbandonare la religione cristiana, ecc.), il secondo relativo a comportamenti che comunque suonassero offesa ai cristiani e alla loro religione»[175].
Del resto avevamo visto come, il 20 gennaio 1537, la bolla del papa Paolo III avesse definitivamente impresso l’avallo pontificio sugli Estatutos spagnoli. E così, il suo quasi immediato successore sul soglio di Pietro (dopo cinque anni di papato di Giulio III e pochi mesi di Marcello II), Paolo IV, fu il più intransigente interprete all’interno dei confini del proprio Stato di quel furore contro gli ebrei e contro i conversos o marrani che abbiamo visto all’opera nella Spagna inquisitoriale. Siamo all’apice della Controriforma e dell’ossessione nei confronti delle eresie, e l’odio dell’intransigente Paolo IV nei confronti degli eretici non poteva non rovesciarsi in particolare sugli ebrei «falsamente» convertiti, i cosiddetti marrani. Il suo massimo sfogo lo poté esternare ad Ancona, dove da poco alla numerosa comunità ebraica locale si era aggiunto un gruppo di marrani portoghesi, attratti dai floridi traffici del porto franco con la Turchia. Alcuni di questi, rincuorati dall’ambiente tollerante della città, abituata a convivere con numerosi ebrei, sembra fossero tornati a praticare la loro antica credenza religiosa. Con l’avvento di Paolo IV, la notizia scatenò la furia del nuovo Papa che, subito, nel luglio del 1555, mandò un commissario ad Ancona con l’ordine di imprigionarvi tutta la comunità marrana. Successivamente alcuni riuscirono a fuggire, mentre dei cinquanta marrani rimasti sotto gli artigli dell’inquisizione e sottoposti a tortura, una metà cedette «riconvertendosi» alla religione cattolica, anche se ciò non fu sufficiente a risparmiargli la condanna a vita sui remi delle galee. Gli altri venticinque, tra cui una donna, dichiarati dall’Inquisizione rei di apostasia, furono consegnati al braccio secolare, strangolati e gettati alle fiamme in una serie di «atti di fede» celebrati pubblicamente ad Ancona[176].
Lo stesso Paolo IV, proprio mentre interveniva contro i marrani di Ancona, aveva emanato, il 14 luglio 1555, la bolla Cum nimis absurdum, che ufficializzava nello Stato pontificio, e dunque per tutta l’Europa cattolica, la pratica del ghetto, inaugurata nel 1516 a Venezia e mantenutasi fino alla rivoluzione francese. Essa introduceva una serie di restrizioni nei confronti degli ebrei i cui contenuti si sarebbero riverberati nella legislazione discriminatoria novecentesca:
È estremamente assurdo e sconveniente che i Giudei, ridotti in completa servitù per propria colpa, col pretesto che la pietà Cristiana li accoglie e tollera la loro convivenza siano tanto ingrati verso i Cristiani da rispondere con l’offesa al loro favore e, al posto della servitù dovuta, cerchino invece di dominare. […]. La Chiesa Romana li tollera in testimonianza della vera fede Cristiana e al solo scopo che, mossi dalla pietà e dalla benevolenza della sede Apostolica, riconoscano finalmente i loro errori e pervengano al vero lume della Fede Cattolica. Fino a quando persistano nei loro errori riconoscano che per effetto del loro operato loro sono servi, mentre i Cristiani sono stati resi liberi da Gesù Cristo Nostro Signore ed è perciò iniquo che i figli di donna libera siano sottomessi ai figli della terra.
1 – Per questi motivi, vogliamo, con l’aiuto di Dio, prendere provvedimenti salutari riguardo a quanto detto e decretiamo con questa costituzione valida in perpetuo che d’ora innanzi e per tutti i tempi futuri sia nell’Urbe che in tutte le altre città, terre e località di Santa Romana Chiesa, i Giudei abitino in una sola e stessa strada e, se ciò non fosse possibile, in due o tre o in quante necessarie tra loro contigue e separate dalle abitazioni dei Cristiani. Questi luoghi devono essere designati da Noi nell’Urbe e dai nostri Magistrati nelle città, terre e località dette sopra e potranno avere una sola entrata ed una sola uscita. […] 3 – E affinché vengano riconosciuti ovunque come Giudei, siano tenuti e obbligati a portare i maschi un berretto, le femmine un altro segno evidente che non si possa nascondere o in alcun modo celare di colore glauco. […] 4 – Non possano avere nutrici o serve o altra servitù Cristiana di ambo i sessi, ne far allattare o nutrire i loro infanti da donne Cristiane. 5 – Non possono lavorare pubblicamente o far lavorare alla Domenica o nelle altre feste di precetto della Chiesa. 6 – Non possono in alcun modo opprimere i Cristiani ne stipulare contratti fittizi o simulati. 7 – Non possono divertirsi o banchettare o intrattenersi in familiarità e in conversazione con i Cristiani. 8 – Non possono redigere i libri contabili relativi a negozi con Cristiani se non in caratteri o in lingua italiana. In caso contrario tali libri non avranno alcun valore legale contro i Cristiani. 9 – I suddetti Giudei si accontentino della sola arte «stracciaria o cenciaria», come si dice popolarmente, e si limitino al piccolo commercio di frumento, orzo o altri beni commestibili necessari all’uso umano. 10 – Chi di loro fosse medico, quand’anche chiamato, è pregato di curare un Cristiano o di assisterlo, rifiuti. […][177].
È solo il caso di sottolineare come il ghetto e i segni di riconoscimento nel vestiario rappresentassero la recinzione fisica ritenuta necessaria per separare gli ebrei dai cattolici, per tutelare questi ultimi dalla contaminazione dell’«infamia giudea», obiettivo che nel Novecento verrà conseguito con la legislazione antiebraica tesa a costruire un ghetto giuridico in cui rinchiudere gli ebrei separandoli dagli «ariani», al fine di tutelare la purezza di quest’ultimi. In questo senso vanno segnalate altre analogie, come il divieto ad esercitare la professione medica nei confronti dei cristiani, sottintendendo un pericolo per l’incolumità di quest’ultimi a causa della malvagità d’animo dei giudei e del loro incoercibile desiderio di vendetta. Riecheggiavano qui le accuse agli ebrei, ancorché convertiti, costruite con il primo falso sul presunto complotto ebraico, di cui abbiamo già trattato, la Carta de los judíos de Constantinopla, non a caso del 1550, antecedente di soli cinque anni alla bolla Cum nimis absurdum. Lo stesso divieto lo ritroveremo nelle legislazioni antiebraiche novecentesche, integrato con la proibizione di altre professioni, si direbbe oggi, «eticamente sensibili» che potevano minacciare gli «ariani» nella loro sicurezza personale (il caso dei giudici e avvocati) o nell’integrità spirituale (il caso degli insegnanti). Altrettante analogie le ritroviamo nelle pesanti restrizioni alle attività economiche degli ebrei, potenzialmente dannose per le comunità cristiane a causa della loro connaturata cupidigia, in qualche modo ritenuti responsabili degli eccessi speculativi del protocapitalismo nascente, tema che ricorrerà, come vedremo di seguito anche per il caso italiano, nell’antisemitismo moderno.
Giuseppe Toniolo e l’antisemitismo moderno
Allo studio critico dei caratteri delle prime forme di capitalismo che nell’Europa tra il Medioevo e la Modernità avrebbero incrinato i rapporti sociali per secoli cristianamente ordinati, si dedicò, a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’illustre economista e sociologo italiano Giuseppe Toniolo, che di sfuggita abbiamo avuto modo di incrociare nella vicenda del partito cristiano sociale austriaco.
Giuseppe Toniolo è una figura chiave e vero padre nobile del movimento cattolico italiano novecentesco, proclamato beato il 29 aprile 2012 da papa Benedetto XVI.
Riprendiamo le linee essenziali della sua biografia dal sito ufficiale dell’Istituto a lui intitolato nel 1919 da Agostino Gemelli, con lo scopo di fondare l’università cattolica:
Toniolo nasce a Treviso il 7 marzo 1845.[…]. A Padova comincia la sua carriera universitaria, come assistente dal 1868 e come libero docente di economia politica dal 1873. Diviene infine ordinario a Pisa. […] Negli anni ‘80 comincia ad interessarsi attivamente all’Opera dei Congressi. […] Molto stimato da Leone XIII, Toniolo diventa apostolo della Rerum Novarum, «leader» dei cattolici sociali italiani e certamente uno dei più grandi testimoni sociali del suo tempo. Muore il 7 ottobre 1918. […]
Numerose le iniziative legate al nome di Toniolo: dall’Unione Cattolica per gli studi Sociali (1889), alla Rivista internazionale di scienze sociali (1893), alla Società cattolica italiana per gli studi scientifici (1889). Inoltre l’economista è stato nel 1907 il grande artefice e promotore della I Settimana sociale dei cattolici italiani. Toniolo si adopera per costituire un movimento cattolico disposto al dialogo, tale da farlo uscire dall’isolamento e da collocarlo in una posizione utile alla società e al Paese. La sua figura rimane, perciò, significativa della stagione culturale dominata dal pontificato di Leone XIII, proteso a reinserire la Chiesa nella società e nella cultura del tempo. […] Il suo contributo punta ad orientare e organizzare gli studi e gli studiosi di ispirazione religiosa, sostenendo la necessità per i cattolici di non trascurare lo studio delle scienze sociali economiche e di individuare alcuni criteri direttivi per la trattazione di queste discipline. Una pagina interessante […] riguarda la sua concezione politica in relazione al tema dell’unità dei cattolici: egli percepisce l’importanza di individuare un punto di incontro e di sintesi per contribuire a ridare voce e ruolo ad un cattolicesimo sociale che rischiava di essere superato, sul terreno pratico, dal movimento socialista e osteggiato ed emarginato, sul piano delle istituzioni, da un liberalismo conservatore. […] La sua concezione del sapere è profondamente cristiana e allo stesso tempo capace di comprendere i tempi nuovi. Non a caso, dunque, tra il 1905 e il 1906, Agostino Gemelli si rivolge a lui perché lo aiuti a promuovere un Istituto scientifico che raccolga e incanali le ricerche degli studiosi cattolici: è, in nuce, l’idea di costituire anche in Italia una Università Cattolica, su cui un ampio dibattito si era sviluppato nel movimento cattolico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.[…] La sua idea di università cattolica è di grande modernità e spiega il motivo per cui il gruppo di padre Gemelli, quando riuscirà a dare corpo a questa grande intuizione, intitolerà l’Istituto fondatore e finanziatore proprio a Giuseppe Toniolo.[…][178].
Insomma Toniolo fu il precursore di due istituzioni fondamentali che assicurarono l’egemonia dei cattolici italiani nel corso del Novecento, l’Università cattolica e il partito della Democrazia cristiana, già partito popolare. È dunque di straordinario interesse ripercorrere il suo itinerario di ricerca che sarebbe sfociato in una concezione dell’economia moderna e dell’organizzazione sociale, distante sia dal liberalismo che dal socialismo, concezione che pretendeva di porsi come una critica al capitalismo contemporaneo a partire da una visione cristiana della società.
Dunque, come sostiene Paolo Pecorari, in un suo saggio di qualche anno fa, Toniolo sarebbe appunto «alle origini dell’anticapitalismo cattolico»[179]. Viene considerato, innanzitutto, il Programma di un ordine di studi e di azione sociale in Italia, redatto dal Toniolo nel 1888 su richiesta dell’Opera dei congressi e dei comitati cattolici, l’istituzione, sorta nel 1874 per aggregare i cattolici italiani e definirne le strategie di azione nella società, che da alcuni anni aveva ricevuto un forte impulso dal nuovo papa, Leone XIII. Uno dei «criteri direttivi e principi metodici» del pensiero del Toniolo era che l’economia politica, ovvero «l’ordine sociale delle ricchezze», «deve essere subordinata all’etica e ai canoni della filosofia speculativa che la supporta». Da qui discendeva la critica alla scuola classica, «colpevole di aver considerato l’uomo come “mezzo della ricchezza e non viceversa”, e inoltre di aver cercato la “produzione indefinita” della ricchezza, con pregiudizio “dell’equa ripartizione” di essa». La proposta alternativa di politica economica prevedeva alcuni obiettivi essenziali: «reimpostazione del rapporto capitale e lavoro, difesa delle classi intermedie e approfondimento del concetto di sussidiarietà, per non dire del ruolo fondamentale della famiglia (“cellula prima dell’economia sociale”) e dell’avallo alle unioni professionali, non solo miste, ma anche semplici, al cooperativismo, ai contratti collettivi di lavoro, alla partecipazione degli operai agli utili d’impresa»[180]. Fu in quel contesto, al fine di rendere concretamente operativo quel progetto, che si decise di costituire un’apposita associazione con lo scopo di produrre una rivista culturale. Compito cui si dedicò il Toniolo, con il sostegno di Leone XIII, fondando a Padova, l’anno successivo, l’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia che dal 1893 editò la «Rivista internazionale di scienze sociali». L’orizzonte entro cui si muoveva il suo «anticapitalismo» può essere chiarito da una sintetica espressione programmatica: «noi non abbiamo alcuna intenzione, né sentiamo alcun bisogno di puntellare un ordine sociale che, appunto per essere anticristiano, crolla da ogni parte, bensì solamente di restaurare l’ordine sociale cristiano cattolico tutto intero che ha con sé il passato e l’avvenire»[181]. Il termine chiave «restaurare» riecheggiava esplicitamente quella «neoteocrazia della modernità», cara a Leone XIII, ovvero il progetto di ricondurre il progresso tecnologico, industriale ed economico (le rerum novarum, appunto), all’interno di una società cristianamente ordinata secondo i principi eterni della Chiesa e della potestà divina rappresentata sulla terra dal pontefice, come vigeva nell’aurea età media.
Per questo il Toniolo ripercorreva nei suoi studi quel periodo cruciale in cui lo spirito capitalistico cominciò a manifestarsi nell’Occidente e, nelle sue degenerazioni, ad incrinare l’ordine sociale cristiano. Anche per il Pecorari, il saggio fondamentale del pensiero del Toniolo fu La genesi storica dell’odierna crisi sociale-economica, pubblicato in due parti nel 1893 sui primi due numeri della sua rivista[182]. La degenerazione della società cristiana, secondo il Toniolo, iniziò con il Rinascimento, nel quale erano presenti due anime una «cristiana» ed una «pagana»: quest’ultima, rappresentata dal Valla, da Erasmo, dal Ficino e dal Machiavelli, prevalse sul «sano indirizzo» cristiano, con un «razionalismo terreno», che segnava «la transizione dall’Evo medio al moderno, dall’ordine sociale cristiano maturato dalla Chiesa, all’ordine sociale umano generato dalla pura ragione»[183], che avrebbe poi dato luogo alla riforma protestante, mettendo in crisi quell’«organizzazione mirabile»[184] dell’Età media.
Gl’influssi sinistri delle dottrine razionalistiche del Rinascimento e della Riforma protestante avevano penetrato l’intima essenza della civiltà, pervertendo gli ordini politici e quelli etico-giuridici della società cristiana attraverso successivi stadi di degenerazione, segnati dalla rivoluzione Inglese e da quella Francese, figlie ambedue della rivoluzione Germanica del secolo XVI, atteggiando il tipo dello stato e della società a quello dell’antichità greco-romana[185].
A questa deriva «pagana» il Toniolo addebitava l’origine dello stato patologico del nascente capitalismo[186]. Infatti, proprio il «razionalismo terreno» affermatosi con il Rinascimento ed il Protestantesimo avrebbero dato vita ad uno stato patologico del capitalismo, come si presentava nell’età contemporanea, che «denota un sistema di rapporti economico-sociali, in cui il capitale ha una funzione indebita, siccome quello che apparisce iniquo per la sua origine, sproporzionato per le sue concrete applicazioni, nocivo per i suoi effetti, sicché le classi superiori corrispondenti divengono piuttosto un fattore di disordine sociale, che un argomento di civile conservazione e di progresso»[187]. Quindi, secondo il Toniolo, se nel corso del Medioevo questa tendenza patologica non prevalse, lo si dovrebbe alla Chiesa cattolica che pose «tre barriere allo espandersi scorretto e precipitato della novella vita economica»: la condanna del mutuo feneratizio, ovvero oberato dagli interessi, l’esclusione di ogni monopolio e la limitazione del «commercio di speculazione». Con la Riforma, «l’impero della morale e del giure cattolico sopra i rapporti economici» fu sconvolto, cosicché l’«economia umana» che legittimava i profitti, se frutto di lavoro produttivo, e che era signoreggiata dall’uomo, dalla sua «energia spirituale», dalle finalità ultime della persona, venne via via scalzata da un’«economia capitalista» speculativa, tesa a lucrare sul semplice controllo dei mezzi di produzione affidati ad altri, o sulle accidentali oscillazioni dei mercati finanziari, o su prestiti ad interessi usurai, insomma dominata dalla «materia della ricchezza»[188]. «Il programma di restauro dell’ordine sociale rimane così designato, come la terapeutica della diagnosi», ovvero «disdire completamente […] l’autorità assoluta e l’efficacia della ragione emancipata dalla fede, per ricollocare, al posto dell’uomo coi suoi interessi, Dio e la legge morale»[189]. «E a tal’uopo conviene riprodurre quell’ordine cristiano […] in tutta la sua armonica integrità […], riannodarsi alle tradizioni del Medio Evo […] e perciò riporre alla somma direzione della civiltà il Pontificato, custode e vindice di quelle supreme ragioni»[190].
Tornando al saggio di Pecorari, sorprende come in esso venga del tutto ignorato il ruolo che, secondo Toniolo, avrebbero svolto gli ebrei in questo processo degenerativo del capitalismo, questione, a nostro avviso, di particolare rilevanza. Vi era in Toniolo una sorta di ossessione del ruolo determinante che avrebbe svolto la finanza speculativa e il cosiddetto «prestito feneratizio» nella «perversione» dell’ordine sociale cristiano, ovvero della «democrazia cristiana» medievale, con ricorrenti riferimenti alla responsabilità degli ebrei. Così «il capitalismo degli Ebrei olandesi, trasferiti in Inghilterra sotto Cromwell, […] trae nell’orbita dell’aggiotaggio il governo stesso con la Compagnia del Mare del Sud. Allora lo spirito furioso di speculazione invade la Francia […]»[191].
Diversi e ricorrenti sono i riferimenti diretti e indiretti nell’opera di Toniolo alla finanza ebraica come artefice della torsione speculativa subita dall’economia verso la fine dell’età media e che poi si sarebbe imposta devastante nei secoli successivi.
«Il turbinio di negozi cosmopolitici si accentra in breve intorno alla Borsa di Amsterdam, che riscuote l’attonita ammirazione dei contemporanei». Qui «la colonia israelitica di Amsterdam acquistò nel 1600 straordinaria importanza. Vi erano accorsi commercianti israeliti di Portogallo, di Spagna, d’Italia; organizzarono fra loro un servizio commerciale mirabile che collegava l’Olanda per Venezia e Salonicco a tutto il Levante […]. Ma ivi pure la speculazione frenetica sopra i prezzi artificiosi delle spezierie coloniali fa la sua scandalosa comparsa per opera della Compagnia olandese delle Indie Orientali (1634) e si sbizzarrisce sotto nuove e ruinose foggie di aggiotaggio. Il capitalismo speculatore trapassa la Manica, e assimilò per qualche tempo la giovane Unione americana per formidabili aggravi finanziari alla decrepita Europa»[192].
Con l’Ottocento, il capitale finanziario speculativo si sarebbe imposto senza alcun freno. Così il «governo della speculazione trapassa in breve ora in mano dei più forti dispositori della ricchezza monetaria. Fu precisamente fra il 1852 ed il 1890 che al di sopra dell’aristocrazia della Borsa, diffusa nei principali paesi d’Europa e d’America, vennero a torreggiare alcuni oltrepotenti, stretti in consorteria, che il pubblico designò col titolo di baroni della finanza per le più consuete loro operazioni, ovvero di “Alta Banca”. Le ditte Hope, Baring, Gould, Rothschild, vennero grado grado nel secolo nostro a comporre il fastigio di questa piramide di finanzieri, e a personificare la plutocrazia del mondo moderno». E a questo punto non poteva mancare la reprimenda nei confronti del classico simbolo della «plutocrazia ebraica», Nathan Rothschild.
Fra essi tipo insuperato del finanziere, nato col genio dei fondatori di dinastie, fu Nathan Rothschild, che le prime ricchezze adunò all’occasione del grandioso dramma di Waterloo, fra il panico generale delle prime novelle della sconfitta di Wellington ed il definitivo trionfo dei collegati per opera di Blucher, lucrando in quelle subite e profonde convulsioni dei corsi di Borsa a Londra parecchie decine di milioni sui titoli dello Scacchiere. Egli dappoi divenne il fattore massimo dell’incentramento dell’«Alta Banca» (la Haute Banque). Dietro il motto che resse già le sorti gloriose del popolo romano «parcere subiectis et debellare superbos», fu suo programma costante atterrare i più ardimentosi e riluttanti fra i suoi concorrenti ed emuli, allearsi coi più potenti, disposti ad accettare la sua supremazia. […] Il predominio economico trova legittimazione e rinfranco in altrettanta preminenza d’influenze sociali e politiche. Rothschild, israelita ed oriundo tedesco, con stridente eccezione alle tradizioni dell’aristocrazia inglese, ottenne di sedere alla Camera dei Lords; e la Ditta sua, divisa in cinque rami famigliari in diverse nazioni, può vantare ormai una cittadinanza universale. I banchieri austriaci strappano titoli baronali e dignità di Corte; in America, l’Alta Banca […] riesce ad atterrare nelle elezioni presidenziali del 1888 la candidatura di Cleveland nemico dell’affarismo, ed i suoi adepti nel Congresso votano poco dippoi l’Atto Mac-Kinley, che spinge fino all’assurdo la guerra di tariffe contro l’Europa; mentre il rifiuto dei Rothschild di negoziare il prestito russo rischia di compromettere un momento le relazioni di quell’impero con la Germania e l’Inghilterra; e i banchieri ebrei che già ipotecarono i patrimoni dell’oberata aristocrazia magiara, e che ora vogliono impalmarne le figlie, agitano Camera, Clero e Corte per la sanzione dei matrimoni misti. Dall’altezza vertiginosa di questa oltrepotenza materiale, munita e decorata da invidiate e irresistibili influenze sociali e politiche, questi re della finanza, abbracciando d’un guardo i più vasti orizzonti, riescono qualche momento, come i conquistatori leggendari del passato, ad imporre il proprio dominio[193].
È difficile non scorgere qui uno dei motivi ricorrenti dell’antisemitismo moderno, che, riecheggiando gli stereotipi del complotto ebraico, individuava nella grande finanza israelita l’aspirazione al dominio sul mondo contro i valori della cristianità. Va anche annotato il riferimento non proprio lusinghiero ai «matrimoni misti», ossessione ricorrente dell’antisemitismo.
Altrettanto significativa è la segnalazione da parte del Toniolo di San Bernardino da Siena e Sant’Antonino da Firenze, come saggi maestri dei provvedimenti economici in grado di assecondare il tentativo della Chiesa di contenere la degenerazione del capitalismo, verso la fine dell’età media[194]. Si tratta degli stessi ordini mendicanti che abbiamo visto all’opera nella Spagna cattolica nello stesso periodo e che determinarono con le loro predicazioni violente contro i conversos l’affermarsi dell’Inquisizione spagnola del Torquemada. È bene rammentare che San Bernardino da Siena e numerosi altri predicatori francescani che lo accompagnarono in questa missione, nel corso del Quattrocento furono protagonisti di una sorta di «crociata» per l’affermazione dei principi cristiani che avrebbero dovuto regolare l’economia, combattendo con virulenza la pratica «usuraia» dei prestatori ebrei che proprio quei principi tendevano a sovvertire. «I predicatori francescani, a cominciare da Bernardino da Siena, tuonavano dal pulpito contro gli ebrei raccontando storie di furti sacrileghi di ostie consacrate o di profanazioni di crocifissi da essi commessi, di conversioni forzate o di roghi programmati, suscitando violenti atteggiamenti contro le comunità ebraiche tra la popolazione cittadina, nonché accuse di omicidi rituali. [..] Anche i nomi di Marco da Montegallo e di Bernardino da Feltre, fra i più instancabili propagatori dei Monti di pietà, vanno legati alla diffusione di un clima violentemente ostile verso gli ebrei»[195]. Infatti, la strenua lotta contro i banchi di prestito degli ebrei si accompagnava ad una campagna per la costituzione dei Monti di pietà che avrebbero restaurato i principi cristiani nella gestione del denaro e dell’economia. «I monopoli son sempre stigmatizzati (e ve ne avea ben donde), ma a prevenire e stemperare lo sfruttamento del debole per mezzo del pessimo fra i monopoli, quello del capitale monetario, si diffondono e regolano i Monti di pietà»[196]. La travolgente oratoria di San Bernardino da Siena e dei suoi confratelli portò alla fondazione nell’Italia centro-settentrionale di ben 78 Monti di pietà dal 1462 al 1496[197]. Insomma gli ebrei, grazie alla loro intraprendenza nel nascente settore della finanza protocapitalitsa, rappresentavano una minaccia per il tradizionale controllo dell’economia e della società esercitato dalla Chiesa cattolica nel corso del Medioevo. Questo ritenevano San Bernardino da Siena e i suoi confratelli, su questo conveniva lo stesso Toniolo, che, come vedremo successivamente, proiettava quel ruolo negativo svolto dagli ebrei anche nell’attualità politica.
E il tema dell’usura tornava in altri saggi ospitati sulla rivista del Toniolo. Un ponderoso lavoro di ricostruzione de La storia dell’usura nel mondo pagano e nel cristianesimo[198], se da un canto esaltava l’opera benefica dei monti di Pietà, dall’altro indicava negli ebrei i cattivi usurai:
Quasi ovunque quello [il prestito] era esercitato dagli ebrei, ai quali era riservata l’ars usurarum, come la chiama lo statuto di Pistoia, godendo di non poche esenzioni; ma i municipi si rifacevano vendendo la concessione, o come a Lucca e altrove, assicurandosi una sensibile riduzione sugli interessi dei prestiti comunali, e a ciò fare si sentivano stretti, più che dalla mancanza del danaro, dalla necessità di eludere le prescrizioni canoniche, ma finivano per mettersi alla dipendenza degli ebrei, ricambiandoli per un certo numero d’anni d’eccezionali favori, come del pagamento delle imposte (favore concesso alle persone che davano lustro e utilità reale alla città), e concedendo loro di prestare su pegno piccolo al 37 per cento; al 22 e sino al 40 su pegni maggiori[199].
Inoltre, anche la trattazione di come la Chiesa avesse governato il problema ne Le usure nelle fonti del diritto canonico[200] non tralasciava la tradizionale denuncia dell’esosa tendenza alla speculazione usuraia degli ebrei con l’obiettivo di soggiogare i cristiani:
Che se poi vediamo agli ebrei diniegarsi l’usureggiare come a’ cristiani, ciò avviene perché nuove circostanze ve la condussero; e principalmente il vedere come per siffatta via gli ebrei crescessero a grande ricchezza e potenza, e come, tenendo in pugno e ricchi e poveri, e fino le corti e i principi ed i vescovi, abusassero delle sventure cui pativano i cristiani per denudarli vie più, e con la povertà di tutti creare a sé tale uno stato, che gli rendesse presso a poco i soli padroni in una società di cristiani[201].
Ma la rivista del Toniolo non si limitava a coltivare l’antisemitismo nel contesto della crisi dell’età media: infatti, nella sezione finale della rivista intitolata Cronaca sociale, in cui si dava conto dei principali avvenimenti accaduti nel mondo e delle iniziative dei cattolici, trovarono spazio in particolare la vicenda del partito cristiano sociale austriaco, che abbiamo avuto modo di trattare nella prima parte, per il suo carattere marcatamente antisemita, nonché l’affaire Dreyfus.
A fine 1894 relazionava sul congresso del partito cattolico di Vienna, «riuscito importantissimo» e «chiuso splendidamente; giacché l’ordine del giorno fu compiuto e le discussioni furono esaurite in modo degno di tanti autorevoli personaggi che vi presero parte, non escluso il Nunzio apostolico Mons. Agliardi», riportando quindi il testo delle principali deliberazioni[202]. Del resto Il Toniolo era perfettamente al corrente di quel programma, che inizialmente, in alcuni ambienti cattolici austriaci, come abbiamo visto, aveva suscitato critiche anche aspre, per certe attitudini radicali, come l’indisciplina verso i vescovi, per l’istigazione delle masse povere all’odio e all’invidia verso la proprietà e per l’antisemitismo. Per questo il programma era stato preventivamente sottoposto al giudizio del Segretario di Stato, cardinal Rampolla, e, appunto, dell’Unione cattolica per gli studi sociali, nella persona del Toniolo. È significativo notare che le osservazioni di quest’ultimo all’interno di un parere sostanzialmente favorevole, formalizzato il 28 maggio 1894, si concentrarono sugli aspetti relativi all’ordinamento sociale, ai rapporti tra le classi e le professioni, senza esprimere alcunché sul tema controverso dell’antisemitismo[203]. Un aspetto che sembrerebbe pacificamente accettato se, come vedremo di seguito, lo stesso Toniolo denominerà il partito cristiano sociale, semplicemente antisemita. Alle gesta dell’antisemitismo cattolico, francese e austriaco, è dedicata buona parte della Cronaca sociale della rivista del Toniolo del giugno 1895:
E poiché le quistioni religiose-politiche tengono tuttora il primo posto nella cronaca sociale di questi ultimi anni, dobbiamo far cenno di due notevoli episodi della quistione antisemitica, che ogni giorno ingigantisce maggiormente in Europa. Il giorno 28 alla Camera francese il deputato Denis, allievo del famoso Drumont, svolse un’interpellanza per lamentare l’intromissione degli ebrei nei delicati uffici dello Stato. […] il Denis citò tutta una serie di appartenenti a quella stirpe, mescolati negli scandali e nei disastri della Francia, da Cornelius Herz a Cremieux che ha rovinato l’Algeria, da Giuseppe Reinach a Dreyfus, e parlò della strapotenza del Rothschild, della presenza di nove israeliti nel consiglio di Stato, di otto fra gl’ispettori di ponti e strade, di trentacinque nel ministero dell’istruzione pubblica, di 18 o 20 prefetti. Essi costituiscono un continuo e serio pericolo per la Francia. […] 10. La discussione alla Camera francese è sembrata non altro che un’eco delle grandi vittorie dell’antisemitismo a Vienna, la cittadella fortissima di questa fazione. È noto come le ultime elezioni comunali a Vienna riuscirono in grande maggioranza favorevoli al partito del dottor Carlo Lüger (sic!)[204]. […] 11. Quali sieno le idee e le aspirazioni, almeno le più moderate del dott. Lüger, si può intendere leggendo i resoconti dell’importante riunione della Christlich-soziale Partei, tenuta a Vienna il dì 14 maggio, col concorso di oltre 4 mila membri. […] Il Lüger mostrò di credere che l’imperatore avrebbe confermato la sua nomina a borgomastro, difendendosi abilmente dai nemici. «[…] Non abbiamo paura né dei framassoni, né dei giudei; noi combatteremo per la libertà del nostro popolo cristiano, combatteremo per la libertà della nostra Chiesa, combatteremo per i modi ed i costumi tedeschi, fintantoché rimanga una goccia di sangue nelle nostre vene, fintantoché un filo di voce risuoni dalla nostra gola»[205].
Il resoconto è oltremodo chiarificatore del perché Toniolo non espresse alcuna riserva nei confronti dell’antisemitismo del programma dei cristiano sociali austriaci. Da segnalare i toni entusiastici con cui successivamente la rivista del Toniolo accompagnava l’ascesa al potere a Vienna del Lueger, come abbiamo visto, nume ispiratore del giovane Hitler:
Una specialissima menzione occorre fare delle ultime elezioni amministrative a Vienna, piene di un grandissimo significato sociale. […] Le novelle elezioni completatesi con la votazione del 26 settembre del primo Corpo (maggiori censiti) hanno dato il seguente risultato complessivo: antisemiti 91; liberali 46 ed i ballottaggio. Non mai alcuna vittoria fu più strepitosa e meno sperata di questa. Il terzo corpo elettorale schiacciò addirittura il partito liberale. Sopra 54.680 elettori iscritti presentaronsi alle urne 43.000, vale a dire il 78%; di questi votarono per i liberali 13.850; per gli antisemiti 28.400, ossia più del doppio; e la conseguenza fu che non un liberale risultò eletto. Il dottor Lueger e il principe di Liechtenstein sono stati eletti con votazioni plebiscitarie. Tutto il vecchio elemento liberale del Consiglio é stato spazzato. Gli antisemiti, forti dei due terzi di maggioranza, si accingono a creare un’amministrazione eccezionale, con Lueger a capo. Queste elezioni costituiscono uno dei fatti più notevoli di questi ultimi tempi, dal punto di vista religioso e sociale[206].
L’importanza delle notizie sociali-religiose si raccoglie ancora nelle elezioni ultime viennesi, e nel rinnovato Consiglio, dopo la memorabile vittoria dei cristiani-sociali e degli antisemiti. Questi, che formano maggioranza dell’Assemblea, hanno eletto a borgomastro della città il dottor Lueger. L’elezione di costui parve un’apoteosi. Segna, di certo, la fine del liberalismo nella capitale austriaca[207].
La rivista del Toniolo si preoccupava di segnalare la valenza per l’intera Europa della vittoria dei cristiano sociali viennesi nella lotta contro «la dominazione del semitismo finanziario e morale»:
[…] la pacifica ribellione di Vienna ha un’importanza eccezionale, la quale deriva non solo dalla speciale condizione della capitale austriaca, in cui segna la riscossa contro la dominazione del semitismo finanziario e morale, ma dal fatto che quando a Vienna, nel feudo del liberalismo classico, si vede che nel nome del principio cristiano si può vincere una così grande battaglia, in tutta Europa le forze sane prenderanno sempre maggior vigore nella lotta contro i principi generatori della dissoluzione sociale[208]. Il nuovo statuto civico per la città di Vienna, quale era voluto, salvo lievi modificazioni, dai cristiani sociali, dopo lungo contrasto e variare di vicende, ha conseguito la sovrana sanzione. Esso importa nell’elettorato comunale una notevole riforma, la quale, per gli ebrei, liberali e massoni, despoti, or son pochi anni della capitale austriaca: «Tanto è amara che poco è più morte». La Neue Freie Presse ne parla in tono funereo e piange per il suo partito la perduta speranza di riafferrare per ora il potere. Le dimostrazioni di piazza, gli schiamazzi della plebe aizzata dai padroni capitalisti israeliti, contro quella che costoro chiamano rapina di voto, le proteste dei circoli politici avverso alla cosi detta reazione clericale, non sono valsi a intimidire il governo, ed a porlo in contraddizione con la maggioranza dei cittadini, del consiglio municipale e della dieta[209].
Mentre la Cronaca sociale, informando del secondo congresso del Sionismo, tenutosi dal 28 al 31 agosto 1898, lo liquidava con un’eloquente notazione, «principio religioso, inquinato da politica e da affarismo»[210], qui e là, accennava anche all’affaire Dreyfus. Nella fase più acuta della controversia, nel 1899, si lamentava come i dreyfusardi prendessero a pretesto il caso dell’ufficiale ebreo, per scatenare movimenti sovversivi contro lo Stato e la Chiesa, mortificati, però, dalla nuova condanna di Dreyfus, come concludeva la Cronaca sociale, con evidente compiacimento:
Le passioni politiche e le smodate aspirazioni che da molto tempo, come enorme fungaia, vanno allignando sul suolo francese, in quest’ultimo periodo, tolto a pretesto l’eterno affaire Dreyfus, son venute paurosamente agitandosi. Colà si è porto il destro agli anarchici di trascendere a violenti tumulti, dei quali fu teatro Parigi, massime nel giorno 20 u. s. agosto. Si dové agli energici provvedimenti repressivi adoperati dal governo se più tristi e sanguinose conseguenze non ebbero a recare. I proseliti del tribuno Sebastiano Paure, eccitati dal ribollimento generale d’intenti malsani […] e sorretti dall’aura di popolarità dreyfusistica, credettero potersi audacemente affermare. […] Essi, all’uopo, in una recente loro riunione nella sala Chaymes, hanno affermato doversi risolutamente ed energicamente difendere da voluti complotti gesuitici e militari. A sentire anzi uno dei loro oratori, s’impromettono non solo di non capitolare davanti la sciabola, ma di costituire una repubblica popolare. Fortuna che non sempre volere è potere! E, difatti, la sentenza di Rennes ha di nuovo condannato il capitano Dreyfus; e nessun disordine si è avuto a deplorare[211].
E anche quando, ormai, per gli antidreyfusardi le sorti della controversia sulla colpevolezza di alto tradimento dell’ufficiale ebreo si stavano rovesciando a loro sfavore, non veniva meno il sostegno ai cattolici francesi nel proseguire comunque la battaglia contro il pericolo giudaico:
I nazionalisti, per moltissimi, rappresentano l’affermazione della grande patria francese e la riprovazione della condotta del governo nell’eterno affare Dreyfus [di recente graziato. N.d.A.], che quanto più si cerca dì seppellire tanto più minaccia di risorgere. In favor loro, inoltre, sta quella naturale aura di simpatia che si è creata intorno ai condannati dall’alta corte [gli agenti dei servizi che avevano falsificato le accuse all’ufficiale ebreo N.d.A.], sublimati nella fantasia popolare a martiri di un’idea.
Al cammino in avanti del nazionalismo, che agita una bandiera che fa battere i cuori francesi, i partigiani del governo cercano di contrapporre il consueto spauracchio del clericalismo. Sennonché, si è tanto gridato su tutti i toni al pericolo clericale, che si è finito per non prestarvi più tanta fede. Ma v’ha altro ancora: nelle moltitudini è sorto il concetto di un nemico anche più pauroso del clerical e del curé, e questo è le juif. […] Dato cotesto ambiente, ai cattolici non rimaneva a tentennare nella scelta, e hanno dato il loro valido e leale appoggio ai nazionalisti[212].
La rivista del Toniolo dava notizia, con evidente soddisfazione, anche di un nuovo partito cristiano sociale nato in Germania sul modello di quello austriaco, costituito da un certo Stoecker e di cui venivano riportate le linee programmatiche salienti, anche di stampo antisemita:
Dopo di queste vi sono moltissime altre richieste di carattere economico, e di esclusione per gli ebrei. Fra queste noteremo, come più importanti, il rispetto delle 36 ore di riposo festivo, la proibizione dell’immigrazione degli ebrei, la limitazione di questi ad essere nominati ai pubblici uffici, i rimedi contro l’usura, e la limitazione delle ore di lavoro pei fanciulli e per le donne[213].
In realtà, si trattava, in questo caso, di un movimento cresciuto in ambiente cristiano riformato, su iniziativa di un teologo evangelico, Adolf Stoecker, ritenuto da molti in Germania un precursore del nazionalsocialismo. Stoecker si considerava fondatore e padre del movimento antisemita germanico, ed effettivamente fu determinante nella diffusione dell’antisemitismo nella politica e nella società tedesche, ma soprattutto nel protestantesimo e nei partiti conservatori. Si vantava, di aver divulgato la questione ebraica trasponendola dal campo letterario nelle assemblee popolari e, quindi, nella pratica politica, introducendo per la prima volta in Germania l’antisemitismo nel credo centrale di un partito politico moderno. In qualche modo un percorso effettivamente molto simile a quello del Lueger, ma non coronato da un analogo successo elettorale, anche se, «quando fustigava gli ebrei, aveva un pubblico di parecchie migliaia di persone»[214]. Ritenendo gli ebrei un pericolo per il carattere nazionale tedesco, aveva chiesto, tra l’altro, il censimento della parte ebraica della popolazione, l’esclusione degli ebrei tedeschi da tutte le funzioni ministeriali e dall’insegnamento nelle scuole elementari, il loro impiego limitato nelle scuole secondarie e nella magistratura, nonché il divieto di immigrazione ebraica, richieste che il cristiano sociale Stoecker aveva presentato nel 1882 all’interno del primo Congresso internazionale antisemita di Dresda, da lui stesso presieduto[215]: A questo congresso internazionale antisemita partecipò anche un emissario de «La Civiltà cattolica» di Leone XIII, che riportò per esteso le conclusioni del Congresso, ovvero «le seguenti risoluzioni, relativamente moderate (sic!), proposte dal signor Stoecker» di cui citiamo alcuni punti più significativi, che ripropongono i temi cari all’antisemitismo cattolico:
La presente situazione degli ebrei è per essi medesimi e per tutti i popoli civili un pericolo, e, per qualche nazione ormai, una sorgente di corruzione così materiale come intellettuale. Una federazione internazionale, rivolta al fine di infrangere così fatta superiorità, è un dovere incontestabile di civilizzazione per il mondo cristiano. II. La questione giudaica, per quanto fondata sulle differenze di razza e di fede, non si presenta pur tuttavia come una questione esclusivamente etnica o religiosa, ma come una questione universale, avente un carattere storico e politico, e nella quale sono essenzialmente impegnate la politica sociale e la morale religiosa. III. L’influenza degli ebrei, non proporzionata punto al loro numero, né giustificata in conto alcuno da facoltà più elevate, è dovuta alla loro mancanza, di scrupoli e di coscienza nell’acquisto del denaro e nel modo di trar profitto dalla sua potenza; alla loro ostilità contro lo Stato cristiano e la società cristiana; al potere, che per siffatti mezzi conseguono sugli elementi deboli e guasti delle nazionalità; essa è finalmente la conseguenza delle imperfezioni della presente nostra situazione politica e sociale. IV. […] gli ebrei, come tali, sono incapaci di fornire a qualsivoglia popolo cristiano un elemento organico, che ne faccia parte integrante. Ad onta di poche particolarità, gli ebrei riformati (quelli cioè, che non osservano più con tanto rigore le antiche usanze della loro razza) non formano una seria eccezione alla regola generale, ma co’ loro sforzi per dominare e snaturare le popolazioni cristiane, costituiscono un pericolo non meno grave. V. L’emancipazione degli ebrei, ammessa non solo nel senso d’una perfetta eguaglianza dinanzi alla legge, ma nel senso eziandio, d’una perfetta eguaglianza civile, è in contraddizione con l’essenza del giudaismo, del pari che con l’essenza, con l’idea stessa dello Stato cristiano; è uno sbaglio fatate nel suo principio e nelle sue conseguenze. Sono da rifiutarsi agli ebrei gl’impieghi superiori dell’autorità, non meno che i posti di professore nelle scuole cristiane. VI. […] il giudaismo moderno è un pericolo sociale di prim’ordine in un’epoca che vede la lotta fra il capitale e il lavoro spingersi fino al punto di formare un partito, che sogna uno sconvolgimento generate, il rovesciamento di tutte le istituzioni, la liquidazione sociale; e questo pericolo è tanto più grave, quanto per la forza del suo stesso principio, rappresentante la negazione delle basi fondamentali dello Stato cristiano, il giudaismo moderno prende una parte considerevole alla propagazione delle idee rivoluzionarie. […] VII. I danni, che lo spirito giudaico fa subire al commercio, all’industria e all’agricoltura, debbono esser combattuti con una legislazione restrittiva della potenza del capitale. […] VIII. I popoli cristiani non sono caduti sotto la dipendenza del giudaismo che per aver repudiato l’idea dello Stato cristiano e il pensiero nazionale nella vita pubblica e nella legislazione. Essi non potranno riconquistare la loro indipendenza naturale che mantenendo con fermezza e vigore i principii cristiani, e facendo ragione dei bisogni nazionali nella vita economica, nella legislazione e nell’amministrazione[216].
Tornando al Toniolo, la sua condivisione dell’antisemitismo cattolico a lui coevo derivava, come abbiamo visto, dai suoi studi sulla degenerazione del protocapitalismo, avviata verso la fine dell’età media ed esplosa nella modernità, in cui gli ebrei avrebbero avuto, per l’appunto, un ruolo fondamentale. Si potrebbe, dunque, sostenere che si trattasse del tradizionale antigiudaismo cattolico, animato da motivazioni religiose, avvalorando la presunta netta distinzione tra antigiudaismo cattolico con motivazioni esclusivamente religiose e antisemitismo politico e razziale, tanto cara agli storici cattolici, a posteriori, dopo la Shoah. Ebbene, sulla questione interveniva proprio la rivista di Toniolo pubblicando un lungo saggio[217] del medievalista Augusto Lizier, che motivava come l’ostilità nei confronti degli ebrei, anche nel Medioevo, non avesse in realtà una motivazione religiosa. L’incipit non poteva essere più eloquente quanto all’atteggiamento dell’autore nei confronti della «questione giudaica»:
La questione giudaica, questo enigma che da secoli si affaccia tormentoso e insolubile alle generazioni che passano con la minaccia affannosa di una insidia sottile e continua, è entrata in questi ultimi tempi in una fase di nuova recrudescenza la cui ripercussione nella produzione letteraria ha dato largo contributo di studi e di ricerche alla ricca letteratura intorno agli ebrei[218].
L’autore constatava quindi che nel Medioevo la condizione degli ebrei era notevolmente peggiorata, elencava le note limitazioni cui erano soggetti e si chiedeva il perché di quell’accanimento contro gli ebrei. Chi si fermasse alla sola apparenza – argomentava – potrebbe «pensare che l’antisemitismo del medio evo abbia una origine religiosa, sia stato il prodotto dell’intolleranza della Chiesa, del fanatismo religioso delle popolazioni». Ma questa convinzione, secondo l’autore, sarebbe dovuta ad «un esame leggero e superficiale dei fatti». Innanzitutto perché anche gli antichi romani avrebbero coltivato isolamento ed odio verso gli ebrei, e i pagani ne avrebbero condiviso con i cristiani provvedimenti contro di loro che la Chiesa si sarebbe limitata poi a rinnovare, senza aggiungervi nulla di suo. Insomma la Chiesa, secondo l’autore, si sarebbe limitata a tenerli opportunamente separati per proteggere sia i cristiani che gli ebrei, mostrandosi verso questi ultimi «sempre più mite, più indulgente, più tollerante che verso altra forma di setta o di eresia religiosa»[219]. Infine, d’altro canto, «se l’antisemitismo fosse stato nel medio evo un prodotto religioso, come si spiegherebbe la condizione relativamente più tranquilla e migliore degli ebrei nei primi secoli di maggior fervore religioso, e l’aggravarsi della loro condizione col crescere e progredire della cultura, e l’inasprirsi della questione quanto più gli spiriti si andavano emancipando dall’idea religiosa cristiana?». Dunque il «fattore religioso» non solo «non basta» a spiegare l’antisemitismo dell’età media, ma non sarebbe «nemmeno necessario», perché le vicende della questione giudaica trovano «la loro origine e la loro ragione costante in un ordine diverso di fatti»[220]. Pur non escludendo «che possano avervi concorso come fattori secondari la diversità di razza (sic!) e di religione», l’autore era perentorio nel ritenere che «il principale è stato il fattore economico; è stata principalmente la funzione economica esercitata dai giudei dal tempo della loro dispersione in poi, che ha procurato loro tanta serie di odi e di persecuzioni»[221].
Quindi venivano enumerati i comportamenti degli ebrei in campo economico, dediti a «monopolizzare sempre più i traffici, il commercio del danaro», per cui l’ebreo, nell’alto medioevo, «appariva il rapace ed insaziabile sfruttatore delle miserie altrui, ed egli, che già era universalmente odiato o disprezzato, si attirava così ognor crescenti rigori di legislazione e persecuzioni di popolo». Questa attitudine alla speculazione finanziaria degli ebrei si sarebbe ulteriormente esasperata con la rinascita dopo l’anno Mille, quando «il commercio del danaro acquistò una maggiore importanza […] e gli ebrei che esercitavano questo commercio, parte per avidità di guadagno, ma molto spesso anche per le difficoltà e le incertezze del mercato monetario, elevavano molto l’usura del danaro cambiato o prestato. Succedeva perciò che si desse colpa ai giudei anche di ciò che dipendeva dalle condizioni economiche del momento, ed allora si negava loro l’interesse o magari la restituzione dei loro capitali. Allora i giudei, costretti ad abbandonare ai grandi i loro danari, si davano a sfruttare i piccoli, a succhiare il sangue dei poveri, a riprendere ai miserabili, per via di astuzia, ciò che i potenti avevano loro preso a forza»[222]. Cosicché l’autore concludeva:
La questione giudaica quindi non fu creata nel medio evo e tanto meno fu un prodotto dell’intolleranza della Chiesa cristiana, del fanatismo religioso delle popolazioni. Essa è principalmente e quasi esclusivamente il prodotto di un complesso di circostanze economiche, in parte indipendenti dagli stessi giudei, le quali nel medio evo, all’infuori di qualunque pressione religiosa, condussero ad un progressivo aggravarsi della loro condizione. […]. È vero tuttavia che l’antisemitismo nel medio evo ha assunto un’apparenza di fenomeno religioso. Ma bisogna considerare che nel medio evo l’idea religiosa informava tutta la vita sociale nelle sue varie manifestazioni. […] L’antisemitismo del medioevo ha preso il suo pretesto, la sua legittimazione, la sua sanzione dalla religione. […] Non diversamente nel tempo in cui era salus reipublicae suprema lex Cicerone inveiva contro gli ebrei a nome della salvezza dello Stato, e ora nella lotta ancor cruenta contro i giudei si sventola il vessillo dell’ idea nazionale[223].
Come si vede l’autore, nel tentativo di assolvere la Chiesa cattolica, è costretto a ricorrere ad un motivo classico dell’antisemitismo di tutti i tempi: sarebbero stati in gran parte i comportamenti degli stessi ebrei a provocare le persecuzioni di cui hanno sofferto, nel caso specifico la loro cupidigia e connaturata predisposizione alla speculazione finanziaria sovvertitrice dell’ordine sociale voluto dalla Chiesa, cui, in altri casi e altre epoche, si aggiunsero la tendenza al complotto alla cospirazione per soggiogare la cristianità e l’ideazione dei moti rivoluzionari (l’Ottantanove francese e l’Ottobre russo) per scardinare l’ordinamento sociale costituito ed il nazionalismo emergente. Ma quando si riconosceva che la Chiesa cattolica nel medioevo «informava tutta la vita sociale», ovvero era in gran parte la fonte dello stesso potere politico, la tesi non poteva reggere. Del resto, come abbiamo visto, era lo stesso Toniolo, in tutta la sua opera di ricerca sulle origini del capitalismo, a rilevare come la Chiesa fosse direttamente ordinatrice dell’economia condannando il mutuo feneratizio, ovvero oberato dagli interessi, nonché ogni monopolio e limitando il «commercio di speculazione» e come, proprio per questo, cercasse di contenere le iniziative degli ebrei che quell’ordine avrebbero minacciato. Insomma, la tesi del Lizier potrebbe valere se ci si riferisse alla religione cristiana nella sua dimensione spirituale, intesa come messaggio evangelico, ma non reggeva nei confronti della Chiesa istituzione, che nel medioevo non era solo autorità religiosa, ma anche politica a tutto tondo, con un ruolo centrale di regolazione dell’economia: quindi su di essa ricadeva la responsabilità primaria anche dell’antisemitismo medioevale e delle normative antiebraiche in quell’epoca dalla stessa Chiesa introdotte, normative che avrebbero avuto prevalentemente ragioni economiche e politiche in senso lato, come sarebbe avvenuto con l’antisemitismo moderno di Leone XIII. Del resto, abbiamo ampiamente argomentato, in relazione al caso della Spagna inquisitoriale in età moderna, come la segregazione persecutoria dei conversos, ancorché sostenuta dalla Chiesa, avesse un preminente carattere politico ed ideologico. Dunque anche questa riflessione di Lizier suggerisce una considerazione interessante e, in questo senso, condivisibile, a sostegno della continuità tra antisemitismo medievale e antisemitismo moderno, togliendo ulteriori argomentazioni alla presunta distinzione tra antigiudaismo cattolico e antisemitismo politico. Insomma la costante fu che gli ebrei vennero perseguitati nei secoli essenzialmente perché ritenuti fonte di minaccia e di sovversione dell’ordine costituito.
Colpisce la chiosa del saggio del Lizier che con lucidità rilevava: «ora nella lotta ancor cruenta contro i giudei si sventola il vessillo dell’idea nazionale».
La nazione e gli ebrei
L’Ottocento è, come sappiamo, il secolo in cui l’ideale nazionale irruppe sulla scena europea e non solo, mettendo in crisi ciò che rimaneva dei vecchi agglomerati multinazionali, come l’impero austro-ungarico, l’impero ottomano e l’impero spagnolo, tutti avviati ad una rapida disgregazione. Una transizione particolarmente problematica per le comunità ebraiche, spesso contestuale al processo di emancipazione e di superamento dei ghetti, avviato dalla rivoluzione francese. Se nello spirito della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo gli ebrei venivano finalmente riconosciuti come cittadini, più contrastata divenne ben presto la loro appartenenza alle rispettive comunità nazionali, soprattutto da parte delle forze della restaurazione e dei settori dell’irredentismo patriottico inclini allo slittamento nazionalistico.
È in questo contesto che intervenne, nel 1829, un testo particolarmente significativo perché in qualche modo anticipava il cosiddetto antisemitismo moderno o maturo, che, come abbiamo visto nei casi austriaco e francese, si dispiegherà pienamente a fine secolo. Le Considerazioni cristiane sopra il popolo ebreo[224], corredate da imprimatur ecclesiastico, vennero scritte dall’abate Vincenzo Mocchetti, membro della congregazione di San Paolo e professore di istituzioni religiose nel liceo di sant’Alessandro di Milano, con l’intenzione di confutare un testo poco prima pubblicato in Francia del sansimoniano ebreo sefardita francese Joseph Salvador, Storia delle Istituzioni di Mosè e del popolo Ebreo, «libro […] empio ed infame, dove si esalta fino alle stelle la nazione ebrea, si condanna il Cristianesimo di averla perseguitata in tutti i tempi; si vorrebbe che noi versassimo lagrime su quel popolo, che si dipinge come sventurato e infelice, e che portassimo compassione alla nazione più antica e valorosa, strascinata al deicidio, più per inevitabile fatalità che per consumata e avvertita malizia»[225].
Già da questa premessa si può comprendere quali fossero le argomentazioni dell’abate Mocchetti, che attingevano a piene mani ad alcuni stereotipi chiave dell’antisemitismo. Un primo leitmotiv, da sempre ricorrente, era quello che imputava agli stessi ebrei la responsabilità di «pene severe» o proscrizioni subite: «la nazione ebrea deve imputare il tutto alla sua malvagità, alle trufferie, alle usure, alle rivoluzioni da lei tentate più e più volte negli andati tempi e contro ogni diritto»[226]. Paradossalmente, come prova di questa «malvagità», connaturata agli ebrei, venivano citate le varie bolle discriminatorie dei Papi, che di per sé avrebbero certificato che «sono fulminati e proscritti gli ebrei in forza dei lor delitti, ivi accennati, e come tendenti a turbar l’ordine pubblico a favorire i ladri, a promuovere le truffe, le usurpazioni, le usure, ed ogni maniera di scelleratezza»[227]; insomma, poiché erano accusati e venivano previste punizioni, necessariamente erano anche colpevoli. E non mancavano, tra queste infamie, le «frequenti uccisioni di fanciulli cristiani, di cui si resero colpevoli negli andati tempi»[228], mentre veniva ribadito come gli ebrei «amino le tenebre e la schiavitù del demonio, o perseverino nell’errore e nell’ignoranza della verità»[229]. Per questo l’atteggiamento dei cristiani non poteva essere considerato persecutorio verso gli ebrei, anzi. «Se vi ha forse un errore, sta probabilmente nello averli troppo compatiti, e nell’esserci troppo fidati delle loro promesse, e della loro dispersione, per cui più e più volte si dovettero impugnare le armi dai Principi, e gli anatemi dalla Chiesa, onde frenare la loro audacia e resistenza alle leggi»[230]. Infine veniva riproposto il mito della cospirazione ebraica per dominare il mondo, un’aspirazione a loro connaturata che avrebbe impedito agli ebrei di riconoscere Gesù Cristo, ed il suo messaggio esclusivamente spirituale, spingendoli addirittura al deicidio: «Gli ebrei, naturalmente ambiziosi e carnali, aventi per meta la terra di promissione, […], e desiderosi di spezzare le catene e signoreggiare, s’immaginavano un re, un Messia, che trionfa di tutti i suoi nemici, che stende il suo potere da un mare all’altro, […] onde s’avvisavano essi di poter dominare la terra e di padroneggiare con questo re così forte e potente»[231].
Dunque, in questo testo ritroviamo ricorrenti motivi dell’antisemitismo cattolico, con una novità terminologica, laddove si parla di «nazione ebrea», formula ricorrente nel volume in questione.
Nella concezione della nazione ottocentesca, fondata sull’identità di «sangue» (un popolo con indole, cultura, tradizioni comuni) e di suolo (il territorio occupato storicamente da quel popolo), agli ebrei mancava esattamente quest’ultima condizione per essere considerati «nazione». Tuttavia questo uso improprio del termine poteva essere – ed effettivamente fu – gravido di conseguenze nefaste per gli stessi ebrei. Se appartenevano alla «nazione ebrea», cosmopolita ed universale, come potevano far parte della nazione italiana, francese, tedesca? Ed in un mondo che si andava evolvendo verso nazionalismi etnicisti sempre più aggressivi, la presenza di questa impropria «nazione ebrea» non poteva non diventare un problema. Per di più quella «nazione ebrea» veniva rappresentata con caratteri di «malvagità» e «scelleratezza», «naturalmente» determinati, dunque immodificabili, perché non fondati sulla cultura, che può evolversi, ma sulla costituzione biologica di quel popolo, ovvero, come si dirà poi, sullo stigma della «razza» ebrea, costituzionalmente refrattaria ad ogni integrazione nella comunità nazionale. Un tema cruciale, come vedremo.
Giuseppe Toniolo, il partito popolare e Agostino Gemelli
Tornando a Giuseppe Toniolo, ci si potrebbe chiedere perché il Partito popolare, che alle sue teorie ed elaborazioni esplicitamente si ispirava, non avesse ripreso quella vena antisemita che, come abbiamo visto, era l’anima dei partiti cattolici austriaco e francese. Come è noto, nell’agone politico i cattolici italiani scesero con ritardo rispetto ai partiti fratelli d’oltralpe, a causa del non expedit papale, attenuato solo dall’enciclica Fermo Proposito di papa Pio X dell’11 giugno 1905 che aprì qualche spiraglio alla partecipazione dei cattolici alla vita politica, concretizzatosi con il Patto Gentiloni del 1913. Bisogna, innanzitutto, tener presente che, come abbiamo visto, se l’esperienza austriaca registrò un clamoroso successo, non altrettanto accadde in Francia, dove il contraccolpo fu disastroso per la Chiesa cattolica, con l’affermazione dello Stato laico nel 1905. Inoltre la presenza degli ebrei in Italia era numericamente irrilevante se confrontata a quella viennese (circa lo 0,1 per cento rispetto al 10 per cento, ovvero una presenza relativa cento volte inferiore): a Vienna, infatti, tra il 1860 ed il 1880 la concentrazione di ebrei residenti era accresciuta enormemente, passando dal 2,2% al 10,1%[232]. Inoltre, verso la fine del secolo, vi si registrò un ulteriore afflusso di ebrei tradizionalisti dalla Galizia, poco propensi all’integrazione, concentrati in un settore della città, che vestivano quei vistosi caffettani che tanto avrebbero colpito negativamente il giovane Hitler. Insomma il recente e consistente afflusso di ebrei orientali a Vienna poteva essere percepito come una sorta di invasione, mentre in Italia la piccola comunità ebraica, forse la più antica d’Europa, era presente da secoli. D’altro canto, dopo l’emancipazione del 1867, gli ebrei viennesi avevano dimostrato in generale una straordinaria capacità di ascesa sociale: avvocati e medici erano in maggioranza ebrei, mentre dispiegarono una sorprendente intraprendenza nell’industria e nella finanza (spettacolare il successo dei Rothschild)[233]. Inoltre manifestarono una crescente egemonia culturale: il 30% degli alunni del ginnasio erano ebrei e l’ambiente culturale viennese era animato da un gran numero di artisti, intellettuali e ricercatori di origine o ascendenza ebraica, come Freud, Kraus, Mahler, Roth, von Hofmannsthal, Schnitzler, Schönberg, Wittgenstein[234]. Questa situazione si prestava all’argomentazione degli antisemiti, sulla presunta volontà di potenza e di dominio degli ebrei, rinvigorita dalla vicenda del grave crack della borsa verificatosi nel 1873, ovviamente addebitato alle macchinazioni speculative degli ebrei.
La situazione dell’Italia era del tutto diversa. Con l’emancipazione della prima metà dell’Ottocento (ad eccezione del regno pontificio, dove avvenne nel 1870 con la presa di Porta Pia) l’assimilazione degli ebrei italiani fu un processo vincente sia per la loro integrazione all’interno del nuovo stato unitario sia per il consolidamento della nazione alla cui costruzione avevano partecipato attivamente[235]. Anzi, all’interno della nuova classe dirigente liberale, ma anche del nascente movimento socialista, molti ebrei ebbero un ruolo di primo piano. Emblematico, in questo senso, il caso dell’ebreo Ernesto Nathan apprezzato sindaco di Roma dal 1907 al 1913. In questo contesto, agitare il tema dell’antisemitismo, sul modello austriaco, nel programma del nascente partito popolare italiano che si costituì formalmente nel 1919 sarebbe stato azzardato.
Eppure uno dei leader e dei fondatori, insieme a don Luigi Sturzo, era proprio padre Agostino Gemelli, amico strettissimo del Toniolo ed erede del suo lascito ideologico, quindi, come vedremo, anch’egli antisemita. Con padre Agostino Gemelli entriamo nel vivo del «caso italiano», quando con il consolidarsi del regime fascista, in particolare dopo i Patti lateranensi del 1929, la Chiesa poté contare per la prima volta, dopo la drammatica rottura della Rivoluzione francese, su una «provvidenziale» forma di governo cristianamente ispirata: ora potevano verificarsi le condizioni, dopo la forzata soppressione dei ghetti, per mettere in pratica quelle misure discriminatorie nei confronti degli ebrei, da decenni auspicate al fine di contenerne i potenziali pericoli per la comunità cristiana. Insomma dalla teoria si poteva finalmente passare alla pratica e sanare il trauma dell’emancipazione degli ebrei «malauguratamente» sancito dalla rivoluzione francese.
Padre Gemelli raccolse l’eredità del pensiero del Toniolo e per tutta la prima metà del Novecento fu una delle figure più rilevanti sul piano culturale e politico del movimento cattolico italiano, fondatore del Partito popolare e padre-padrone dell’Università cattolica, ascoltato frequentatore di papa Pio XI cui fu sempre particolarmente legato[236]. Riportiamo il sintetico ritratto che ne fa l’Istituto Toniolo dallo stesso Gemelli fondato come ente promotore dell’Università cattolica.
Padre Agostino Gemelli raccoglie l’eredità del dibattito dell’800 di cui Giuseppe Toniolo è certamente, per statura morale e intellettuale, il simbolo. Gemelli, laureato in medicina a Pavia e avviato alla ricerca scientifica nel campo della psicologia, era stato militante socialista in gioventù, ma ritornato alla fede, sceglie nel 1903 la vita religiosa nell’ordine francescano. Nel 1914 con Francesco Olgiati e Vico Necchi fonda a Milano la rivista «Vita e Pensiero». Il 2 aprile 1919 Gemelli riesce a convocare, presso la Società Editrice Vita e Pensiero, il Comitato promotore dell’Università Cattolica. […] Padre Gemelli sceglie i professori dell’Università Cattolica con criterio rigoroso e liberale ad un tempo, puntando soprattutto sul loro prestigio scientifico. Conscio dell’importanza dell’agricoltura nello sviluppo del Paese, padre Gemelli vuole fortemente e riesce a realizzare la Facoltà di Agraria in Piacenza. Avvia poi la realizzazione del suo grande sogno: la Facoltà di Medicina che nascerà ufficialmente solo un paio d’anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1959[237].
Ci si potrebbe chiedere come un fondatore del Partito popolare potesse essere un fervente fascista e antisemita. Sul piano politico, Gemelli, insieme a monsignor Francesco Olgiati, suo stretto collaboratore, rappresentava la componente minoritaria più vicina al Vaticano all’interno del movimento cattolico. La Chiesa, peraltro, al di là del pieno superamento del non expedit per i cattolici italiani, non aveva in nulla mutato le linee di fondo tracciate dal papato politico di Leone XIII, nello specifico dalla sopra citata enciclica Graves de communi, quella che metteva in guardia i cattolici dal non fraintendere «democrazia» per «governo del popolo». Quindi, in perfetta sintonia con la posizione del nuovo papa Pio XI, salito al soglio pontificio quasi contemporaneamente all’ascesa al potere di Mussolini (e di cui parleremo in seguito), Gemelli non ebbe alcuna difficoltà ad aderire al nuovo regime ed anzi a sostenerlo con particolare fervore. Anche se, a questo proposito, occorre esplicitare un’avvertenza che vale ancor più per Pio XI: sostegno al regime non significò necessariamente perfetta consonanza, perché Chiesa cattolica da un canto e regime fascista dall’altro rappresentavano in modo diverso istituzioni «totalitarie», con finalità proprie e distinte, in quanto tali tendenti ad un primato esclusivo, che mal si conciliava con una pacifica cooperazione (ma di questo torneremo a trattare più avanti).
La figura del Gemelli, da questo punto di vista, è esemplare del rapporto tra cattolicesimo e fascismo. Il ponderoso lavoro sulle carte di archivio compiuto da Maria Bocci[238] ci fa capire come questo rapporto non fosse assolutamente riconducibile ad una identificazione in particolare tra università cattolica e regime: nonostante le reiterate e plateali prese di posizione pubbliche filofasciste di Gemelli, da un canto, costui perseguiva obiettivi propri, che trascendevano il contingente e traguardavano al futuro di una società governata da una classe dirigente a tutto tondo cattolica, dall’altro, il regime non tralasciava di spiarne ogni atto, non fidandosi del tutto della sua ostentata adesione. Insomma, risultava evidente un rapporto collaborativo strumentale che consentiva ad ambedue le istituzioni (regime ed università cattolica) un potente reciproco rafforzamento, ma che sottintendeva anche un sotterraneo conflitto per l’egemonia futura. Ciò non può, però, a parere dello scrivente, attenuare le responsabilità del Gemelli nel sostegno che sempre offrì al fascismo. La presunta autonomia che egli sarebbe riuscito a preservare per la propria isituzione nel corso del ventennio non concorse in alcun modo ad indebolire la solidità del regime, anzi; semmai fu un intelligente motore di accumulazione di risorse intellettuali per una futura nuova classe dirigente cattolica, capace di gestire il potere dentro il fascismo o, se necessario, nel post fascismo. Del resto, furono tanti gli intellettuali e i funzionari pubblici, che in quella temperie, con l’illusione o l’alibi di perseguire un proprio progetto autonomo, non solo hanno convissuto con il fascismo, ma ne hanno nei fatti alimentato i meccanismi di potere per oltre un ventennio.
Per quanto concerne,poi, l’altro aspetto, l’antisemitismo, dopo quanto abbiamo visto a proposito del Toniolo, non può sorprendere che anche Padre Gemelli condividesse con il suo maestro la stessa animosità antigiudaica, che, come abbiamo visto, si fondava su una rilettura della crisi del medio evo, «età d’oro» del cristianesimo, innescata appunto dal ruolo «eversivo» svolto dagli ebrei nella nuova economia protocapitalista dominata dalla finanza speculativa.
In perfetta coerenza con il suo maestro e con il magistero tomista di Leone XIII, Gemelli, sul primo numero di «Vita e Pensiero», nell’editoriale programmatico[239] si rifaceva al Medioevo come modello di società cristianamente ordinata e citava esplicitamente, come guida ispiratrice, la Aeterni Patris di Leone XIII[240]:
Noi siamo medioevalisti; e lo siamo perché riconosciamo che la così detta coltura moderna è il nemico più fiero del Cristianesimo e perché riconosciamo che è vano parlare di adattamenti, di penetrazione. Tutto questo si riduce in ultima analisi a rinunciare a ciò che è l’elemento fondamentale e caratteristico del Cattolicismo. Nel promuovere un movimento di coltura, noi crediamo che sarebbe esiziale tentare con un nostro nemico un accordo a base di rinuncie. Non ne vale la pena! Il nostro nemico porta in sé i segni della morte. Ad esso non possiamo dare né tregua, né quartiere, né l’onore delle armi[241].
Quindi non sorprende la posizione del Gemelli nei confronti della guerra d’Etiopia imperialista e «razzista», ispirata da Dio, una sorta di moderna crociata. Mentre i soldati s’imbarcavano per la guerra etiope, furono consegnate loro copie di una nuova raccolta di preghiere: Prega soldato! Nella sua introduzione all’opuscolo, Agostino Gemelli sollecitava i giovani italiani alla battaglia:
Va’ ove la Patria ti manda e Dio ti chiama, pronto a tutto… Confida. Anche se Dio ti chiedesse il sacrificio della vita… Soldato d’Italia, il tuo sacrificio unito al sacrificio di Nostro Signor Gesù Cristo, Dio fra gli uomini, otterrà la salvezza e la grandezza della Patria[242].
Bisogna dunque tener conto di questo sottofondo culturale per apprezzare appieno la portata delle diverse prese di posizioni ed iniziative del Gemelli sul nuovo fronte dell’antisemitismo aperto dal fascismo negli anni Trenta. Non si trattò, a nostro parere, di uscite estemporanee, dettate solo per compiacere la tendenza del momento, bensì del manifestarsi di profondi e radicati convincimenti attinti alla elaborazione del Toniolo e al magistero del papato leonino, di cui si è ampiamente trattato. Con i suoi maestri Gemelli condivideva, come una sorta di ossessione, l’idea di restaurare al centro della convivenza umana la cristianità, tramite la riaffermazione della «civiltà cristiana, radice e pietra di paragone di ogni singola civiltà nazionale»[243], ordine sociale che proprio gli ebrei storicamente avevano messo in crisi e che ancora stavano minacciando.
Gli storici sono soliti citare alcune di queste prese di posizione, che isolate dal contesto cui si accennava, potrebbero essere ricondotte a incresciose esternazioni, incidenti di percorso.
Una di queste fu l’assai pubblicizzato discorso di apertura per l’anno accademico 1938-1939 all’Università cattolica di Milano, in cui, per caricare ancor più il suo panegirico a Mussolini, aveva attaccato le «consorterie giudaico-massoniche»:
Dobbiamo formare l’italiano di questa Italia che, avendo dieci anni or sono stipulato i trattati del Laterano, ha insegnato al mondo che non è vero ciò che avevano proclamato i profeti del positivismo materialista durante mezzo secolo, e che era stato tradotto in leggi negatrici di libertà religiosa da certi liberali teneri delle consorterie giudaico-massoniche, che cioè la religione è un fatto privato. Dobbiamo invece mostrare che il Cattolicesimo è elemento fondamentale e sostanziale della civiltà italiana: dobbiamo formare l’italiano nuovo, l’italiano del tempo di Mussolini, quei «ragazzi di Mussolini» come sono stati chiamati, capaci di deporre il libro per impugnare il moschetto e servire la Patria da soldati e che, tornati dall’Africa o dalla Spagna, riprendono gli studi per mostrare che lo stesso ideale si serve con eguale sacrificio tanto nelle biblioteche e nei laboratori quanto nelle trincee[244].
Poco dopo seguì la famosa conferenza su Guglielmo da Saliceto tenuta da Gemelli il 9 gennaio 1939 all’Università di Bologna, nella quale traspariva evidente l’influenza della lezione di Giuseppe Toniolo e del magistero di Leone XIII, riaffermato con estremo vigore da Pio XI, di cui Gemelli era ascoltato confidente. La figura di Saliceto fu il pretesto per ribadire quell’ideale di civiltà cristiana da restaurare sulla modernità, che il Concordato e dunque il fascismo avevano propiziato all’Italia, contro le «consorterie giudaico-massoniche», per cui gli ebrei pagavano inevitabilmente l’esclusione dalla rinnovata Patria cristiana:
Illustrando l’opera di Guglielmo da Saliceto abbiamo rievocato uno degli uomini che la religione cattolica hanno professato in quel Medioevo in cui il cattolicesimo ispirava profondamente tutta l’attività dell’uomo sì da realizzare quella sintesi unitaria di individuo e società, di Chiesa e Stato, di religione e politica, di scienza e di fede, di Chiesa e di scuola, che nei secoli successivi venne rotta dandosi origine ai dissidi caratteristici soprattutto dell’Ottocento. Noi Italiani soffrimmo soprattutto per quel dissidio tra Chiesa e Stato che, per opera delle consorterie giudaico-massoniche, voleva ridurre la religione ad affare privato. Fortunatamente per noi, dieci anni or sono, l’immortale Pio XI e il Duce d’Italia – che un’alta ed augusta voce ha chiamato impareggiabile – risolsero quel conflitto […]. Vinto il dissidio tra Chiesa e Stato e messi da un canto gli idoli che rappresentavano la impostazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana, ecco che il popolo italiano è diventato di nuovo uno: uno di schiatta, di religione, di lingua, di costume, di speranze, di ideali […] Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria: tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come altre volte nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo[245].
Il discorso di Bologna avrebbe meritato il plauso il giorno dopo del giornale del fanatico antisemita Farinacci, «Il regime fascista» e l’intervento due mesi dopo dello stesso «fascistissimo» Farinacci presso Mussolini, perché Gemelli venisse nominato Accademico d’Italia.
La nomina di P. Gemelli [all’Accademia] farebbe un’ottima impressione non solo, ma premierebbe un uomo di valore e di cui io conosco troppo intimamente il pensiero politico. Sarebbe opportuno che avvenisse prestissimo anche perché è quasi certo che nel prossimo Conclave sarà nominato Cardinale. E con i tempi che corrono, avere un uomo veramente nostro attorno al successore di S. Pietro, sarebbe cosa utile. Bisogna che tu faccia un atto di autorità presso Federzoni, il quale, più filo-giudaico che fascista, non ha eccessiva simpatia per Gemelli. Dobbiamo, caro Presidente, valorizzare quegli uomini che in ogni momento ci possono servire. Ti aggiungo inoltre che in Germania mi hanno parlato del Gemelli con molta simpatia[246].
«In calce alla lettera di Farinacci, di pugno di Mussolini è vigorosamente segnato: “No – non è ancora maturo”»[247], a conferma di quella diffidenza che il regime comunque nutrì nel confronti del «fascistissimo» Gemelli.
Quanto fin qui ricordato a proposito dell’atteggiamento di padre Gemelli verso gli ebrei è abbastanza noto e si riferisce ad un periodo in cui si potrebbe anche convenire che sfoggiare un po’ di antisemitismo in qualche modo fosse d’obbligo. Ma come abbiamo già ricordato l’antisemitismo di Gemelli discende, come corollario, da quello schema interpretativo della storia del medioevo e della modernità e dalla necessaria restaurazione di una civiltà cristianamente ordinata cui si è più volte accennato. Una conferma di questo continuum era già venuta, in epoca in cui l’antisemitismo non era ancora all’ordine del giorno, da un trafiletto «anonimo», poi rivendicato da Gemelli, pubblicato con grande evidenza nel 1924 su «Vita e pensiero», dai toni violentemente antisemiti:
Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornali senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l’acqua del Battesimo[248].
Certo i toni intemperanti potevano dipendere dal noto carattere impulsivo di Gemelli, ma la sostanza rimaneva inequivocabile e «sincera», confermata dalla stessa parziale rettifica cui qualche tempo dopo fu probabilmente indotto da chi, anche in considerazione della nota amara lezione francese di inizio secolo, gli consigliò maggiore cautela. Anzi, prima di ribadire che il trafiletto «non era ispirato da odio antisemita», a propria discolpa spiegava che lo sfogo era «provocato come reazione alle brutture che ogni giorno si vedono: sono ebrei che ci hanno regalato e diffuso il socialismo, il comunismo, la massoneria, il dominio delle banche e mille altre stregonerie di questo genere»[249]. Insomma, una fulminante sintesi dei luoghi comuni dell’antisemitismo maturo.
Gemelli e Bendiscioli precursori della campagna antisemita in Italia
Ciò che invece sorprende è come in generale la storiografia non si sia sufficientemente soffermata su un’opera, pubblicata nel 1934 dal Gemelli stesso con la sua casa editrice Vita e Pensiero, che riveste invece un rilevante significato nel nostro percorso di ricerca, Gli ebrei, di Hilaire Belloc[250].
In verità ne accennano sia Renzo De Felice[251] che Giovanni Miccoli[252], ma solo di sfuggita e, come vedremo, con alcune imprecisioni.
La proposta a Gemelli di pubblicare questo testo, era venuta da Mario Bendiscioli, un importante intellettuale cattolico di cui parleremo in seguito: costui aveva individuato da tempo un testo «classico», The Jews, di un autore da lui particolarmente amato, francese d’origine poi naturalizzato inglese, Hilaire Belloc di cui, verso la fine degli anni Venti, era diventato il traduttore ed il divulgatore in Italia[253]. Belloc fu nel Novecento uno dei maggiori intellettuali cattolici europei, prolifico saggista (oltre 150 titoli), le cui opere vennero tradotte in diversi Paesi. Condivise innumerevoli battaglie culturali con Gilbert Keith Chesterton, famoso come autore di Padre Brown, al punto che George Bernard Shaw coniò il nome «Chesterbelloc» per indicare i due scrittori[254]. Ancora in tempi recenti Belloc era considerato in alcuni ambienti cattolici un punto di riferimento culturale: il presidente Francesco Cossiga, ad esempio, lo aveva evocato, sempre insieme a Chesterton, come uno dei suoi padri spirituali[255]. Di lui, in edizione italiana nel catalogo della Morcelliana di cui Bendiscioli era un importante collaboratore, troviamo L’anima cattolica dell’Europa, 1927 e 1931, Oliviero Cromwell, 1947 e La crisi della civiltà, 1948[256].
L’anima cattolica dell’Europa, in particolare, era un testo che riecheggiava quel sottofondo ideologico di cui abbiamo ampiamente detto a proposito di Leone XIII e di Toniolo, riassunto nel «siamo medioevalisti» del Gemelli: dopo un attacco frontale alla «razionalità illuministica e scientifica» che avrebbe prodotto la «solitudine dell’anima» (il capitalismo e il sistema ancor più inumano del socialismo), concludeva: «in questo momento cruciale rimane salda la verità storica, che questo organismo europeo, eretto sulle nobili fondamenta dell’antichità classica, fu plasmato dalla Chiesa cattolica, per essa esiste, ad essa consuona, soltanto nella forma di essa persisterà. L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Poiché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede»[257]. L’identificazione dell’Europa con il cattolicesimo e la denuncia della decadenza europea prodotta dall’illuminismo e dal liberalismo, insomma dalla modernità, portava Belloc a criticare l’ordine economico moderno e il sistema parlamentare, preconizzando il cosiddetto distributismo, una sorta di «terza via»[258] in opposizione sia al capitalismo che al socialismo. Non si trattava di una prospettiva di innovazione dell’esistente, ma piuttosto di un ritorno al passato, alle forme economiche che per un millennio dominarono in Europa quando la stessa era cattolica, durante il medioevo. In questo quadro Belloc reclamava la dissoluzione del parlamento e la sua sostituzione con comitati di rappresentanti dei diversi settori della società, le gilde o corporazioni[259], un modello che, secondo alcuni osservatori, avrebbe trovato riscontri nel corporativismo fascista.
Tornando al nostro testo sugli ebrei, in realtà Bendiscioli l’aveva inizialmente proposto all’editrice Morcelliana di Brescia, che però non sarebbe stata disponibile[260], anche se non sono note le motivazioni. Quindi, Bendiscioli si rivolse alla casa editrice di Gemelli, Vita e Pensiero, sorta a latere dell’omonima rivista, dove il testo apparve nel 1934 a cura del traduttore, celato, però, sotto lo pseudonimo di A. Marioli[261]. Anche in questo caso non è dato sapere la motivazione di questa strana scelta di non apparire con il proprio nome, che avrebbe compiuta «prudenzialmente»[262].
Il carteggio intercorso con padre Gemelli ci permette di conoscere le ragioni per cui questi accolse la proposta di Bendiscioli avanzata, peraltro, con insistenza; nel contempo apre uno squarcio su quanto il «problema ebraico» angustiasse e preoccupasse esponenti di punta dell’intellettualità cattolica nazionale come Gemelli e Bendiscioli, già nei primi anni Trenta, quando il tema non era per nulla nell’agenda di Mussolini. Scriveva, dunque, Bendiscioli a Gemelli il 17 agosto del 1933:
Il problema ebraico contemporaneo, che gli avvenimenti di Germania e le profonde riforme legislative[263] che qui si stanno attuando hanno riportato nel modo più vivace alla ribalta, mi ha deciso a riprendere ed a condurre innanzi la traduzione del libro «The Jews» di Hilaire Belloc [evidentemente iniziata ben prima! N.d.A.]. Forse Ella conosce già la tesi dello scrittore cattolico inglese: questi ritiene che non è più lecito ignorare l’esistenza del problema ebraico come problema dei rapporti tra gli Ebrei e le popolazioni non ebraiche tra le quali essi vivono. Per lui voler ignorare ogni differenza di nazionalità tra gli uni e le altre è una forma di ipocrisia, a cui l’antisemitismo ha reagito in una forma rude e brutale; meglio sarebbe riconoscere queste differenze di nazionalità, di tendenze, di atteggiamento mentale e spirituale, assicurando, nella determinazione dei limiti, una convivenza di buon vicinato. Più che questa tesi però, che entra nel delicato campo politico e per noi in Italia ha minore attualità [ma ne avrà cinque anni dopo! N.d.A.], riesce suggestiva nel libro la descrizione dei motivi generali e particolari di attrito tra Ebrei e non ebrei, la delimitazione delle caratteristiche dell[a] psiche ebraica [sic!], la rievocazione storica delle vicende degli Ebrei viventi in mezzo alle popolazioni cristiane. Qui sta per me il valore attuale del libro, in quanto illumina psicologicamente e storicamente un fatto che s’impone all’attenzione mondiale[264].
La risposta di Gemelli non si fece attendere: quattro giorni dopo annunciava a Bendiscioli che «il lavoro Suo di traduzione del volume di Belloc, in linea di massima, mi piace, perché ritengo che il volume possa giovare» e proponeva di introdurlo con una prefazione (poi divenuta postfazione), perché «il popolo italiano a questo genere di volumi» non gli pareva «troppo bene preparato».
La tesi di fondo del Belloc ruotava attorno all’assunto dell’impossibilità di assimilare gli ebrei alla civiltà europea: da qui il dovere di ogni Paese di intervenire con provvedimenti legislativi tesi a delineare una netta distinzione di status, cioè una precisa discriminazione che, parificando gli ebrei a stranieri ospiti, togliesse loro i diritti di cittadinanza. Ma per giungere a questa conclusione, «desiderando onestamente una pacifica soluzione»[265], il Belloc ricorreva ad argomentazioni che colpiscono, sia per lo stereotipo dell’ebreo, sia per gli scenari futuri che vi venivano delineati, argomentazioni che, secondo Bendiscioli, sostanziavano il «valore attuale del libro».
Si iniziava con la constatazione che gli ebrei «sono ormai divenuti una minaccia»[266], poiché «hanno già quasi ottenuto il dominio nella finanza, nell’industria e nel commercio», una «potenza oscura» che «esplica la sua attività […] indifferente od in viva opposizione ai nostri sentimenti nazionali, alle nostre tradizioni religiose, alla cultura e alla morale comune del Cristianesimo che noi abbiamo ereditato e desideriamo preservare: e questa potenza è Israele»[267]; a ciò si aggiunga «la nuova forza d’importanza incalcolabile che ora domina tutto il resto, […] il Bolscevismo. Il movimento o piuttosto esplosione bolscevica fu infatti ebraica»[268]. Queste caratteristiche degli ebrei venivano quindi fissate in uno stereotipo «immutabile»: «nella lunga storia delle relazioni tra le due razze […] la ragione dell’attrito […] sta […] precisamente nella differenza di natura tra gli Ebrei e noi»[269]. Natura che si manifestava innanzitutto nella tendenza al complotto[270], ovvero «abito ebraico alla segretezza […] qualcosa come un istinto, o comunque un abito ereditario così forte da sembrare innato»[271]; inoltre «l’ebreo si sente, come individuo, superiore al suo contemporaneo o vicino non ebreo di qualunque razza»[272]. Quindi, deduceva Belloc, citando Disraeli: «L’Ebreo non può essere assorbito: non è possibile che una razza superiore venga assorbita da una inferiore»[273]. Si noti l’uso costante del termine «razza» per indicare il popolo ebraico, termine quanto mai problematico e contraddittorio in particolare per chi pretendeva di distinguersi dall’antisemitismo «razzista»[274].
Alla constatata impossibilità dell’integrazione conseguiva la giustificazione del dilagante antisemitismo, provocato dagli stessi ebrei: «Il movimento antisemita è infatti nella sua essenza una reazione contro l’anormale affermarsi della potenza ebraica, e della nuova forza dell’antisemitismo sono in larga proporzione responsabili gli Ebrei stessi»[275]. Queste argomentazioni, attinte dai luoghi comuni antisemiti e razzisti che ormai ci sono familiari, permettevano al Belloc di avvalorare la tesi su cui era costruito l’intero saggio:
Questo libro è stato scritto col presupposto che tutte le soluzioni del problema ebraico, diverse dall’ultima [segregazione nel «bene» dello stesso segregato, N.d.A.], sono o inattuabili, o moralmente condannevoli; ovvero immorali, e impraticabili assieme. Esso sostiene un accomodamento per cui gli Ebrei dal canto proprio debbono riconoscere la loro individualità nazionale, noi dobbiamo riconoscerla a nostra volta e trattar gli Ebrei senza riserve come elementi stranieri rispettandoli quale una parte della società che non rientra nella nostra[276].
In concreto, l’unica soluzione possibile ed auspicabile sarebbe stata privare gli ebrei dei diritti di cittadinanza, una soluzione analoga a quella delineata dalle leggi razziali che, l’anno seguente in Germania, quattro anni dopo in Italia e in tanti altri Paesi europei, avrebbero avviato il tragico percorso verso la catastrofe degli ebrei. Non ci si può far ingannare dai toni apparentemente concilianti nei confronti degli ebrei («rispettandoli»), che riecheggiano l’antica tradizione della Chiesa cattolica quando si accaniva contro eretici e streghe per il loro bene e la loro salvezza, in sintonia con l’ossimoro «segregazione amichevole», in seguito coniato da «La Civiltà cattolica» per definire la propria «via all’antisemitismo realizzato». È necessario approfondire, a questo punto, che cosa poteva significare nell’Europa del tempo estromettere gli ebrei dalle diverse compagini nazionali e ridurli alle condizioni di stranieri e chiarire con nettezza la portata e le conseguenze per gli ebrei di una simile proposta: considerare gli ebrei stranieri, ma senza patria, significava togliere loro qualsiasi cittadinanza, cacciarli nel limbo degli apolidi, privi in concreto di nazionalità e quindi di qualsiasi tutela, per di più in un mondo di esasperati nazionalismi ormai tracimati nell’imperialismo, che si apprestavano ad un nuovo conflitto; significava che la condizione degli ebrei, a quel punto, sarebbe stata in realtà molto peggiore di quella di un normale straniero, comunque tutelato e protetto dalla propria nazione di appartenenza; significava trasformare il popolo ebraico in un «vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», usando l’efficace similitudine manzoniana; significava che, quando il conflitto fosse scoppiato volgendo rapidamente in «guerra totale», quella condizione di «straniero senza patria» sarebbe slittata inevitabilmente in quella di «nemico», come sancirà il 14 novembre 1943, a Verona, il primo (e ultimo) congresso del rinato partito fascista convocato in assemblea costituente della Repubblica sociale italiana, al punto 7 della Carta: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica»[277].
È necessario insistere su questo aspetto, ricorrendo ad un’acuta analisi della Arendt sulla portata devastante della snazionalizzazione degli ebrei, auspicata da Belloc-Gemelli-Bendisciloli, recepita dalla Chiesa cattolica e nei fatti introdotta dalle leggi razziali del ‘38, perché ci aiuta a sbarazzarci definitivamente delle formule consolatorie, come «persecuzione all’”acqua di rose”» di De Felice:
La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione (formule intese a risolvere problemi nell’ambito di determinate comunità), ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta […] Solo nei regimi totalitari, nell’ultima fase di un lungo processo, il loro diritto alla vita è minacciato; solo se rimangono perfettamente «superflui», se non si trova chi li «reclami», la loro vita è in pericolo. Anche i nazisti, nella loro opera di sterminio, hanno per prima cosa privato gli ebrei di ogni status giuridico, della cittadinanza di seconda classe, e li hanno isolati dal mondo dei vivi ammassandoli nei ghetti e nei Lager; e, prima di azionare le camere a gas, li hanno offerti al mondo constatando con soddisfazione che nessuno li voleva. In altre parole, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita[278].
Ma ciò che impressiona, nel testo di Belloc, è che venissero considerate, sia pur in linea teorica e per condannarle, anche alternative che avrebbero comportato l’eliminazione degli ebrei:
Due sono le vie che conducono a questo esito desiderabile [del problema ebraico, N.d.A.]: l’una mediante l’eliminazione di quanto è estraneo; la seconda mediante la sua segregazione. Altre vie non ci sono. L’eliminazione poi d’un corpo estraneo può avvenire in tre modi. Può assumere una forma nettamente ostile e allora abbiamo l’eliminazione per distruzione. Può assumere una forma pure ostile, ma meno crudele colla eliminazione per espulsione. Può darsi una terza maniera, amichevole questa (ch’è di gran lunga la più comune ne’ processi del mondo naturale e della società): l’eliminazione per assorbimento [però impraticabile nel caso degli ebrei, secondo il Belloc. N.d.A.]; […] La soluzione che si vale della distruzione non è solo abominevole rispetto alla morale ma s’è mostrata insufficiente all’atto pratico. […] questa soluzione è stata sperimentata tante volte, e tante volte è fallita, lasciando dietro a sé una paurosa eredità di odio da una parte e di vergogna dall’altra. Fu condannata da ogni persona di giudizio, specialmente dai grandi moralisti del Cristianesimo. Rappresenta invero una politica crudele, perché è cieca: un divampare di mera esasperazione, nient’affatto concludente. La seconda forma d’eliminazione – l’espulsione – quantunque sia teoricamente sostenibile (una comunità possiede infatti il diritto di organizzare la propria vita senza che alcun elemento estraneo avanzi la pretesa di modificarla o possa apportarvi disturbo), è tuttavia in pratica, qualora si consideri il problema in particolare, solo di qualche grado meno odiosa della prima. […] È impossibile immunizzarla da violenze e malversazioni d’ogni specie. […] Ciò che da ultimo la condanna è il fatto che non è, né può essere, completa[279].
Insomma il testo di Belloc, scritto e pubblicato originariamente nel 1922, tradotto nei primi anni Trenta da Bendiscioli per l’edizione italiana del 1934, pubblicata da Padre Agostino Gemelli, rettore dell’Università cattolica e apprezzato consigliere di papa Pio XI, anticipava la sostanza delle leggi razziali del 1938. Va annotato che questo «non certo spassionato studio sugli ebrei», secondo l’eloquente eufemismo usato da Renzo De Felice per definire il saggio di Belloc[280], fin dalla sua prima uscita in Inghilterra nel 1922 non aveva riscosso particolari entusiasmi, anzi. Persino i grandi organi di informazione come il «Times», lo «Spectator», il «Morning Post», che pure avevano ospitato diversi interventi non proprio benevoli nei confronti degli ebrei, erano perplessi sulle drastiche conclusioni del Belloc e ritenevano che la prospettiva dovesse essere comunque una completa assimilazione degli ebrei. In particolare l’opera di Belloc attirò su di sé i fulmini della Chiesa anglicana che ritenne opportuno intervenire tramite il suo più illustre teologo, il decano Ralph William Inge: «Noi altri, non conosciamo in Inghilterra una questione ebraica. Crediamo che ogni paese abbia gli Ebrei che merita e che noi, che trattiamo decentemente i nostri concittadini ebrei, abbiamo meritato ed ottenuto gli Ebrei migliori. Noi altri Inglesi accettiamo un uomo per quello che vale, e non perché è un immigrato […]»[281].
Che il testo di Belloc fosse pienamente ascrivibile a quell’antisemitismo «maturo» o «moderno», di cui abbiamo ampiamente trattato a proposito dei casi austriaco e francese non vi è alcun dubbio. Anzi, più precisamente, riecheggiava i motivi e le proposte dell’antisemitismo cattolico francese, di Drumont e del Partito democratico cristiano, durante la convulsa campagna antidreyfusarda che aveva tanto impegnato la Chiesa francese, nel cui ambito Belloc si era formato. Inoltre, va aggiunto che Belloc era un intellettuale cattolico di livello europeo, che trovava ascolto ben al di là della patria d’origine, la Francia, o della nuova d’adozione, l’Inghilterra: infatti il suo saggio parlava esplicitamente all’Europa tutta, perché l’Europa nel suo insieme sarebbe stata minacciata dal complotto ebraico teso a soggiogarla, con la rivoluzione liberale prima, il controllo della finanza e la rivoluzione sovietica, poi. La difesa dalla preponderanza ebraica era dunque un’azione preventiva che doveva essere messa in atto da tutte le nazioni europee. Da rimarcare, infine, che l’obiettivo di assumere provvedimenti tesi a limitare i diritti di cittadinanza degli ebrei veniva avanzato nel 1922, anno della prima edizione del libro di Belloc, quando Mussolini doveva ancora consolidarsi al potere, due anni prima che Hitler scrivesse il Mein Kampf[282]. Dunque, l’operazione editoriale compiuta da Gemelli e Bendiscioli nel 1934 potrebbe sembrare poco comprensibile se ci si limitasse al contesto politico italiano, che fino ad allora non manifestava un’emergenza significativa della questione ebraica e del connesso antisemitismo. Ne erano consapevoli loro stessi, quando si preoccupavano dell’impreparazione dell’opinione pubblica. Come si può, dunque, spiegare? Innanzitutto con quello sfondo ideologico e culturale in cui si erano formati, quello della cultura cattolica di fine Ottocento e primi Novecento, degli insegnamenti di Leone XIII e di Giuseppe Toniolo, in cui l’antisemitismo era un corollario necessario. Inoltre, bisogna con amarezza riconoscerlo, avevano compreso con largo anticipo i processi che in Europa stavano avanzando, in particolare con l’ascesa al potere di Hitler e con la svolta totalitaria in atto nel fascismo. E rispetto al rapporto della Chiesa cattolica con il nazismo è necessaria una precisazione. Solo nella seconda metà degli anni Trenta si sarebbero verificati motivi di frizione (restrizioni nei confronti delle associazioni cattoliche e dei privilegi ecclesiastici, ruolo sempre più rilevante del pensiero, ritenuto neopagano, di Rosenberg) che portarono lo stesso Bendiscioli a pubblicare un testo critico nei confronti del nazismo e Pio XI ad emanare un’enciclica di tono analogo, senza peraltro mai giungere alla rottura, come vedremo di seguito. Molti storici cattolici tendono a proiettare all’indietro nel tempo questa evoluzione «critica» e ad assolutizzarla, rimuovendo il fatto che nel 1933 l’ascesa al potere di Hitler era avvenuta grazie al sostegno determinante del Centro cattolico e che al suo consolidamento, nel 1933-34, concorsero attivamente e con genuina convinzione i più importanti teologi ed intellettuali cattolici tedeschi[283]. Ci riferiamo alla collana di cinque fascicoli, Reich und Kirche, pubblicata tra l’inverno del 1933 e la tarda primavera del 1934 a Münster. Questa collana fu ideata di concerto dal Partito nazista e dagli autori dei rispettivi interventi, tra i più autorevoli intellettuali cattolici tedeschi dell’epoca (Joseph Lortz, Michael Schmaus, Franz Gustav Taeschner, Josef Pieper e Franz von Papen ) e, tranne il barone von Papen già leader del Centro cattolico, tutti docenti universitari. Come annota il curatore nella presentazione, essa «tratteggia nella sua struttura d’insieme una possente sintesi concentrata, quasi un vero e proprio manifesto programmatico della cultura cattolico-tedesca». E aggiunge che in essa vengono precisate «le linee fondative della collaborazione con il nuovo Stato solennemente sigillata dal Concordato» e vengono discusse «in maniera sistematica le istanze strategicamente più rilevanti ai fini di una strutturazione in senso cristiano della politica interna a venire e quindi a sollecitare l’adesione dei cattolici tedeschi al Terzo Reich»[284]. Fa una certa impressione leggere, ad esempio, il primo di questi saggi, Punti d’intesa tra cristianesimo cattolico e Weltanschauung nazionalsocialista: nella sostanza la visione del mondo e la struttura della società ideata dal nazismo veniva assimilata al modello cristiano medievale cristallizzato dalla scolastica di San Tommaso e riproposto, come abbiamo visto, dalla Aeterni Patris di Leone XIII, in cui la gerarchia tra gli uomini e tra i popoli veniva naturalizzata, e quindi sancita dal disegno soprannaturale divino, al vertice della quale, sulla terra, era collocato appunto il Papa, indicato come Führer spirituale[285]. Come colpisce un altro saggio di cui basta riportare il titolo per coglierne la sostanza dirompente: L’aspirazione alla Totalità del nazionalsocialismo e il cattolicesimo tedesco – istanza totalitaria politica e istanza totalitaria ecclesiale[286]. In esso vengono accostati per evidenziarne la sostanziale convergenza i due totalitarismi: quello nazista e quello cattolico fondato, appunto, sulla restaurazione della scolastica tomistica e del «medievalismo» identificato nel Sacro romano impero, ambedue antitetici alle ideologie della modernità.
Bendiscioli era un attento studioso in particolare della cultura cattolica germanica e non poteva non conoscere quanto stava maturando nel cattolicesimo tedesco con l’avvento al potere di Hitler. Probabilmente proprio da questa conoscenza aveva tratto la convinzione dell’urgenza di editare in Italia il saggio di Belloc per mettere il nostro Paese al passo degli «avvenimenti di Germania», richiamati nell’esordio della sua lettera a Gemelli del 17 agosto 1933. Sta di fatto che l’investimento su questa pubblicazione fu ritenuto importante dal Gemelli, se nella primavera del 1937, quando il dibattito politico in Italia sulla questione ebraica si era particolarmente acceso, «“Vita e Pensiero” aveva intensificato la propaganda del volume di Belloc»[287]. Ma la portata dell’operazione di Gemelli e Bendiscioli si rivelò quando la Chiesa dovette mettere a punto la propria posizione e attinse, come vedremo, a piene mani all’elaborazione di Belloc, certamente anche grazie all’influenza di Gemelli in Vaticano. Inoltre la pubblicazione del testo di Belloc da parte di Vita e Pensiero è di straordinario interesse anche per chiarire un aspetto molto controverso della posizione dei cattolici, ovvero la presunta loro estraneità all’antisemitismo razziale in nome delle riserve espresse ai vari livelli nei confronti del nazismo. Infatti con grande enfasi gli storici, in particolare cattolici, ma non solo, evidenziano alcune prese di posizione critiche nei confronti del nazismo, pubblicate proprio dall’editrice Morcelliana, che culminarono con la famosa enciclica di Pio XI, Mit brennender Sorge del 1937 per accreditare una sostanziale contrarietà della Chiesa alle legislazioni antiebraiche. Curiosamente De Felice incespicava su questo problema, ipotizzando due posizioni contrapposte esistenti nel mondo cattolico: quelle «contrarie» della Morcelliana e quelle «favorevoli» di Vita e Pensiero editore del Belloc, non sapendo che dietro A. Marioli, traduttore e curatore del Belloc si celasse lo stesso Mario Bendiscioli, principale collaboratore e importante autore della Morcelliana. Dunque, in realtà, si trattava di un’unica impostazione, anche se ambivalente e complessa, impersonata in quel caso per l’appunto da Bendiscioli, ma che rappresentava, come vedremo, la stessa posizione della Chiesa cattolica nel suo insieme:
Da qui [ovvero dalla condanna da parte del Sant’Offizio delle opere di Rosenberg, il 9 febbraio 1934, N.d.A.] l’incertezza da parte della stampa cattolica, che più che sull’antisemitismo fu portata a porre l’accento sul razzismo nazista che accomunava in un’unica condanna ebraismo e cristianesimo ed era sostanzialmente contrario alla Chiesa. Incertezza che non investiva solo la stampa a più larga diffusione e che indusse alcuni cattolici – per fortuna pochi – a credere che fosse possibile una azione su due fronti: contro i persecutori e contro i perseguitati, contro il razzismo nazista e contro l’ebraismo cioè. Non a caso, nel 1934, avvenne che un editore cattolico, la Morcelliana di Brescia, pubblicasse, con una bella e netta prefazione di Giuseppe Ricciotti, la traduzione delle prediche antirazziste dell’arcivescovo di Monaco, cardinale Faulhaber, e contemporaneamente un altro editore cattolico, Vita e Pensiero di Milano, pubblicasse la traduzione del non certo spassionato studio sugli ebrei di Hilaire Belloc[288].
Ma noi sappiamo che Bendiscioli riuniva in sé i due atteggiamenti apparentemente contrapposti (antisemitismo e antirazzismo nazista) e che l’azione sui due fronti, come vedremo, fu esattamente la posizione del Cattolicesimo e del Vaticano di quegli anni, non smentita, anzi confermata dal «caso» citato da De Felice, finalizzata ad affermare una «via cattolica moderata» all’antisemitismo.
A questo punto è necessario dire due parole su Mario Bendiscioli, intellettuale cattolico di primo piano dagli anni Trenta per buona parte del secolo scorso, espressione di un contesto culturale, quello del cattolicesimo bresciano, in cui all’epoca operavano alcune delle più influenti editrici cattoliche nazionali, La Scuola e la Morcelliana, e che esprimeva quel Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, in quegli anni cruciali, 1937-1945, e precisamente dal 13 dicembre 1937 vicesegretario di Stato in Vaticano e stretto collaboratore di Eugenio Pacelli, sia quando era segretario di Stato di Pio XI, sia quando il 2 marzo 1939 divenne Pio XII. Bendiscioli, nato nel 1903 nel Bresciano, negli anni Trenta era già un intellettuale di spicco nel mondo culturale e religioso cattolico nazionale. Animatore, fin dalla fondazione, dell’editrice Morcelliana, sviluppò ricerche e studi sul cattolicesimo e i movimenti religiosi in Europa e nella Germania. Amico di monsignor Giovanni Battista Montini, parteciperà alla Resistenza negli ambienti cattolici milanesi e nel dopoguerra dedicherà i suoi studi come docente universitario, prima a Salerno poi a Milano, in particolare al Cinquecento religioso, alla Riforma e alla Controriforma[289]. Dunque un intellettuale autorevole e con vasti collegamenti, come vedremo, con gli ambienti ufficiali della cattolicità del tempo, dal Vaticano all’università cattolica, ma anche con il regime.
Ebbene, come già si è accennato, Mario Bendiscioli, celato sotto lo pseudonimo di A. Marioli, aggiungeva una nota alla fine del libro di Belloc[290], nota che a posteriori fu dagli storici cattolici molto enfatizzata, appunto perché prendeva le distanze dagli estremisti della «razza pura» di matrice nazista e sottolineava invece la dimensione religiosa che assumeva per i cattolici la «questione ebraica» per cui l’antisemitismo non avrebbe mai potuto negare elementi essenziali della dottrina e della storia cristiana». Va notato che questa nota ebbe scarsa rilevanza fra i lettori del testo proprio perché A. Marioli era un perfetto sconosciuto, un oscuro traduttore di Vita e Pensiero, non paragonabile all’autorità dell’intellettuale di caratura internazionale come era considerato Belloc. Certamente non può essere ascritta al merito di Bendiscioli come fa disinvoltamente Daniele Menozzi che gli riconoscerebbe, per quella nota, una «cauta presa di distanza» dal Belloc[291], visto che anche uno storico di primissimo livello come Miccoli non riconosce Bendiscioli dietro la firma di A. Marioli[292]. Comunque la presunta «cauta presa di distanza», invocata da Menozzi, era smentita dallo stesso A. Marioli, alias Bendiscioli, nella conclusione in cui si esplicitava la ragione della nota stessa e l’apprezzamento senza riserve del volume di Belloc «tanto suggestivo nel suo realismo»:
Perciò s’è voluto aggiungere questo rilievo integrativo al volume, tanto suggestivo nel suo realismo, del Belloc. Non già per inficiarlo d’eresia, giacché nulla di quanto esso dice contrasta colla dottrina e la prassi della Chiesa, quanto per rendere esplicito ciò che il Belloc, pur sapendolo e accettandolo, non ha detto perché meno comprensibile nel suo mondo inglese e di poca utilità per la soluzione attuale del problema a cui egli, in spirito di carità e sincerità, mira[293].
Insomma Bendiscioli dimostrava di aver ben presente che la battaglia intorno alla «questione ebraica» si giocava appunto su «due fronti», quello dell’antisemitismo cattolicamente ispirato e dei necessari provvedimenti discriminatori da assumere per risolverla «pacificamente» e quello dell’opposizione al razzismo nazista, connotato dal neopaganesimo che comportava «la condanna intrinseca del mondo religioso ebraico, vale a dire del Vecchio Testamento» finendo «per intaccare la sostanza religiosa della stessa tradizione cristiana». Val la pena, a questo punto, approfondire il fronte della polemica contro il razzismo nazista, sviluppato da Bendiscioli, perché all’epoca egli era forse il maggior studioso cattolico della Germania e il suo lavoro probabilmente sarebbe stato una delle fonti per le successive prese di posizione di papa Pio XI, di cui diremo più avanti.
Bendiscioli versus il razzismo nazista «neopagano»
Il suo testo più importante, per quanto concerne il tema di cui ci stiamo occupando, fu indubbiamente Germania religiosa nel Terzo Reich[294], che in certo modo anticipava i contenuti della famosa enciclica del marzo 1937 di Papa Pio XI, Mit brennender Sorge (Con profonda ansia), che rappresentò il punto di più acuta frizione tra Santa Sede e Germania nazista, dopo il Concordato del 1933. La vicinanza del pensiero di Bendiscioli con quelli che saranno i contenuti dell’enciclica papale è testimoniata anche dall’opera successiva del nostro dedicata allo stesso argomento, Neopaganesimo razzista[295]: questa non fu altro che una sintesi divulgativa del proprio Germania religiosa e della Mit brennender Sorge di Pio XI[296].
In Germania religiosa il Bendiscioli sviluppava una critica puntuale nei confronti dell’ideologia nazista che assumeva come asse fondante l’etnicismo razzista, il völkisch, assurto quasi a religione, e, per questo, portata ad entrare inevitabilmente in rotta di collisione con una Chiesa cattolica strenuamente impegnata a ricostruire dentro la modernità l’ordinamento cristiano della società. E proprio nell’ambito dell’antisemitismo si manifestava questa invadenza del nazionalsocialismo dal terreno politico a quello religioso, laddove le leggi razziali di Norimberga del 1935 avevano vietato i matrimoni misti anche tra ariani ed ebrei convertiti e allorquando il maggiore teorico nazista su questi temi, il già citato Alfred Rosenberg, sosteneva che, per costituire la Volkskirche tedesca, fosse necessario «eliminare tutto il Vecchio Testamento che ci ha resi spiritualmente degli ebrei, e quella parte del Nuovo [del rabbino Paolo di Tarso. N.d.A.] che è apertamente ebraica e superstiziosa»[297]. Ma se, con queste motivazioni religiose, la critica al nazismo in quanto «neopaganesimo razzista» era stringente, bisogna notare che il testo ometteva qualsiasi critica anche blanda al sistema istituzionale nazista illiberale ed autoritario, nonché al merito dei provvedimenti antiebraici. Ma soprattutto si allineava sostanzialmente con l’antisemitismo politico, assumendone acriticamente i luoghi comuni allora dominanti, aprendo immediatamente il «secondo fronte», quello contro l’ebraismo. Dopo aver elencato le ragioni dell’antisemitismo che nel corso del Novecento aveva percorso l’intera Europa, aggiungeva:
Codesti elementi e motivi si sono presentati con uno speciale rilievo nella Germania postbellica. Gli Ebrei che già prima vi tenevano dei centri notevoli e occupavano un posto non trascurabile nella vita economica del paese, hanno tratto il massimo vantaggio dalle disposizioni liberali della costituzione di Weimar e dalla prevalenza dei partiti di sinistra, affermandosi soprattutto nel campo professionale e politico. […] nella politica tedesca infatti del dopoguerra sono molte le personalità ebraiche che si portano in primo piano. […] né è da dimenticare che l’affrancamento degli Ebrei è venuto col liberalismo e la democrazia: è quindi naturale che essi abbiano militato nei partiti di sinistra. Questo spiega pure come gli elementi di destra […] vedessero codesta loro infiltrazione con occhio sdegnato, la considerassero come uno sfruttamento politico, da parte degli Ebrei, della Germania sconfitta ed umiliata, giungessero ad identificare sbrigativamente ebraismo e comunismo e a rivolgere fin che potevano le loro forze contro il primo nella fiducia di sconfiggere il secondo. Tanto più che del predominio della sinistra in Prussica molti Ebrei si valevano per assicurarsi posti ambiti nella burocrazia[298].
Seguiva poi una delle argomentazioni classiche dell’antisemitismo Novecentesco che ebbe grande fortuna in tutti i Paesi europei, ovvero una dettagliata elencazione delle sproporzionate percentuali di cariche istituzionali ricoperte da ebrei, riprendendo acriticamente «un opuscolo di propaganda antisemita diffuso dalle organizzazioni naziste all’estero, ma con tutti i caratteri della fondatezza»[299]. Infine dopo aver ricordato che «Ebrei troviamo pure in prima linea in certi esperimenti di educazione laica fatti dai socialdemocratici e dai comunisti, […] tra i fautori del libero amore, ma soprattutto nelle imprese pseudoscientifiche di studi sessuali»[300], concludeva:
È naturale che contro questo elemento ebraico il vecchio conservatorismo fosse concorde e si valesse dell’antisemitismo per combattere il «sistema di Weimar»[301]. […] Dalla teoria si è passati presto alla pratica investendo non tanto lo spirito ebraico quanto gli uomini e le cose ebraiche [con i provvedimenti antiebraici di Hitler del 1933 e poi con le leggi di Norimberga del 1935. N.d.A.]. […] Questa politica, prima del partito e poi del governo, non ha tardato ad aver ripercussioni nell’ambito religioso ed ecclesiastico. Dapprima essa non attirò molto l’attenzione delle sfere ecclesiastiche, perché esse pure vedevano male questo affermarsi di ebrei nella vita pubblica ed ancor più avvertivano i danni morali che certi avventurieri ebrei della pornografia facevano nelle masse e i danni religiosi dell’indirizzo razionalista della grande stampa ebraica[302].
Cosicché la reazione dei cattolici si fece sentire solo allorquando l’antisemitismo nazista invase, sia per l’ispirazione «neopagana», sia per l’oggettiva competizione nel campo dell’organizzazione delle masse e della società, il terreno religioso e le prerogative della Chiesa. Insomma, anche questo testo, solitamente considerato di critica all’antisemitismo nazista (e sul terreno religioso, in parte, indubbiamente lo era), sul piano politico assumeva i luoghi comuni e gli stereotipi dell’antisemitismo diffuso in Europa nella prima parte del secolo e dall’autore condiviso insieme al Belloc, da lui tradotto due anni prima. Per aiutare a dipanare questa apparente contraddizione, occorre esplicitare che in Germania non era oggettivamente possibile la sostanziale clericalizzazione del regime fascista e dello Stato realizzata in Italia con il Concordato del ‘29, obiettivo centrale della Chiesa cattolica del tempo, come si è visto, a partire dalla «svolta» di Leone XIII. In Germania i cattolici erano minoranza ed Hitler aveva piena consapevolezza che per offrire a ogni tedesco un’unica fede che ne potesse mobilitare tutte le energie doveva attingere anche ad altro che non fossero le diverse e frammentate chiese e confessioni cristiane, appunto ad un’idea di etnicità superiore, l’ariana, vissuta come una sorta di «religione» laica capace di riunire tutti i germanici. Su questo piano, dunque, l’attrito con una Chiesa cattolica «neoteocratica» era inevitabile. Ma attenzione: ciò non ha mai significato una presa di distanza da parte della Chiesa cattolica sia dal sistema politico hitleriano, autoritario e illiberale, che dal merito della legislazione antisemita (fatta salva la questione dei matrimoni misti, di cui si dirà). La critica, semmai, si appuntava sul fatto che quel sistema politico e quei provvedimenti antiebraici non sempre si ispiravano ai sani principi della Chiesa cattolica, ma anche ad un’ideologia appunto neopagana, che prescindeva dalla religione cattolica. Ovviamente, sorge la domanda: ma per la condizione degli ebrei europei poteva essere questa una questione dirimente e soprattutto di una qualche rilevanza per le loro sorti future? Al termine di questa fatica cercheremo di discutere il dilemma, proprio riflettendo sulla «via italiana, cattolica e fascista» all’antisemitismo.
Una successiva riedizione del lavoro di Bendiscioli, contemplava un saggio Nel Kulturkampf 1937-1938[303], come appendice aggiornata di Germani religiosa, che significativamente evocava esplicitamente il doloroso Kulturkampf bismarckiano[304] e che, nel mutato clima dei rapporti tra Mussolini ed Hitler, subì un intervento censorio da parte del regime. L’esordio esprimeva già le preoccupazioni per la situazione che si stava creando nella Germania nazista: «Le speranze ottimistiche che si potevano ancora coltivare al principio del 1936, […] furono presto dissipate dal corso degli avvenimenti, ubbidienti alle direttive ideologiche rivelatesi fin dai primordii del movimento nazionalsocialista»[305]. La formula dell’aconfessionalità dello Stato, necessaria all’unificazione del popolo tedesco, superando le storiche divisioni religiose, si sarebbe tradotta, secondo Bendiscioli, in un laicismo statale attivo, ispirato da una sorta di religione neopagana:
Tanto più che la formula dell’aconfessionalità non ha nel nazismo un contenuto meramente negativo, come nel vecchio laicismo – che contrastando le chiese, voleva tuttavia rispettata la libertà di opinione anche religiosa – bensì un contenuto positivo: è un domma vero e proprio, il principio che la Nazione-razza ha in sé tutti i valori necessari alla vita, e che perciò non ha bisogno di nessuna istituzione che si fondi su principi diversi dalla razza e dal sangue[306].
Quindi veniva lamentata la campagna contro la scuola confessionale da parte dello Stato, nonché l’irreggimentazione della popolazione nelle associazioni naziste, la Hitler-Jugend, il Fronte del lavoro, il Kraft durch Freude (ovvero il Dopolavoro) ecc., mentre la Winterhilfe (assistenza invernale) statale faceva concorrenza alla beneficenza confessionale. Con questi strumenti si sarebbe realizzata la «scristianizzazione degli individui» che «ha mirato a sostituire negli individui stessi alla credenza in Cristo salvatore – ch’è la peculiarità essenziale del Cristianesimo – le credenze nel valore assoluto della razza-Nazione (Volk) […]. L’ideologia razzista si è pertanto in linea teorica affermata come inconciliabile tanto colla professione del tradizionale cristianesimo biblico dei protestanti per via del suo accentuato semitismo veterotestamentario, oppure del cattolicesimo romano-latino e supernazionale, quanto colla stessa appartenenza alle chiese cristiane»[307]. L’operazione, che si traduceva anche in un ritualismo neopagano che tendeva a sostituire quello delle Chiese, sarebbe sostenuta in particolare da importanti esponenti e teorici del nazismo: Rosenberg, Himmler, Darrè, capo dei contadini, Streicher con la sua rivista «Der Stürmer», infine Bürckel del Gau [ex nazione indipendente. N.d.A.] austriaco.
Il saggio analizzava anche come avevano reagito le Chiese: da un canto settori apertamente collaborazionisti, dall’altro forme di resistenza adattiva tese a preservare il più possibile i propri spazi e le proprie prerogative. Dopo un’ampia analisi della Mit brennender Sorge di Pio XI del 14 marzo 1937[308], la conclusione non poteva essere più esplicita per chiarire il punto di vista dell’autore sul nazismo, che, come vedremo, rispecchiava quello della Chiesa di Pio XI:
Possiamo dunque concludere che le vicende religiose della Germania nell’ultimo triennio si sono sempre più nettamente svolte sotto l’insegna del Kulturkampf, della lotta radicale tra due concezioni della vita che non possono conciliarsi e per cui l’affermazione dell’una non può aver luogo che colla negazione dell’altra. Da una parte la Weltanschauung nazionalsocialista fondata sulla legge del sangue ed intesa a ricavare dall’anima della razza ariana (arische Rassenseele) tutte le verità e le istituzioni di cui vive la società; dall’altra il cristianesimo colle sue chiese, colla sua dottrina, coi suoi sacramenti, colle sue istituzioni sociali, insomma colla sua tradizione radicata in diciannove secoli di storia[309].
Questo tipo di critica al nazismo, che assumeva come punto di vista essenziale il primato della Chiesa cattolica come depositaria della salvezza dell’umanità e ordinatrice della società umana, non sapeva percepire come inaccettabili anche quegli aspetti del nazismo che con tutto ciò non configgessero. In questo senso, la discriminazione degli ebrei non minava certo gli spazi e le prerogative della Chiesa cattolica (eccezion fatta per i matrimoni misti), anzi ne assecondava gli auspici, come ebbe a dire esplicitamente Hitler, il 26 aprile 1933, ricevendo i rappresentanti della conferenza episcopale tedesca, che da poche settimane aveva revocato la condanna del nazismo:
Mi è stato rimproverato il modo in cui tratto la questione ebraica. Per 1.500 anni la Chiesa cattolica ha considerato gli ebrei come esseri nocivi (Schädlinge), li ha confinati nel Ghetto ecc., perché si sa cosa sono gli ebrei. Nell’età del liberalismo non si è più visto questo pericolo. Io non metto la razza al di sopra della religione, ma vedo come elementi nocivi per lo Stato e per la Chiesa gli esponenti di questa razza, e forse sto rendendo alla cristianità il più grande servizio[310].
Ed è particolarmente significativo che Bendiscioli, nella sua appendice del 1938 alla Germania religiosa, tre anni dopo le leggi antiebraiche di Norimberga del 1935, mentre si dilungava nell’enumerare tutte le limitazioni subite dai cattolici in Germania, non spendesse neppure una parola per denunciare le pesantissime discriminazioni che si erano abbattute sugli ebrei tedeschi.
Ma, fatto questo chiarimento, è necessario aggiungere qualche informazione sui rapporti, invece, del Bendiscioli con il regime fascista. Bisogna a questo riguardo ricordare una precedente opera collettanea curata da Bendiscioli, pubblicata sempre dalla Morcelliana nel 1933, Romanesimo e Germanesimo[311], che, come ricorderà lo stesso autore, aveva suscitato grande interesse «negli ambienti culturali del fascismo» meritando al nostro «l’invito a collaborare rivoltogli dall’Istituto di studi di politica internazionale (Ispi) di Milano»[312]. Effettivamente «Romanesimo e Germanesimo va suscitando molto interesse specie nel campo politico», scriveva compiaciuto il 25 marzo 1934 il direttore della Morcelliana Fausto Minelli ad un proprio collaboratore[313]. E non poteva essere altrimenti. L’opera, infatti, illustrava «la corrente romanizzante della cultura tedesca, che si riallacciava alla forza disciplinatrice ed educatrice della paideia greco-latina-cristiana, vista come antidoto alla barbarie e all’anarchia che si celava nell’individualismo dell’anima tedesca»[314]. Ed era lo stesso Bendiscioli nel suo saggio[315] ad esplicitarne e attualizzarne il significato, partendo dal commento del testo di Oswald Splenger, Il tramonto dell’Occidente, pubblicato nel 1922, e dall’analisi del «caso tedesco», rilevando come gli intellettuali tedeschi raccolti nel volume esaltavano le radici romaniche e cristiane del fascismo italiano e del pensiero cattolico reazionario e filo-fascista di Maurras dell’«Action Française», in contrapposizione al «germanesimo»:
Miglior sintesi del suo pensiero non poteva trovare il Moenius del motto petrarchesco che ha posto in testa alla sua Italianische Reise: «virtù contra furore». Perciò lo scrittore bavarese saluta con entusiasmo tutti i movimenti che si riannodano consapevolmente a Roma ed alla sua eredità. Perciò esalta la Francia «latina» di un Maurras e trae buoni auspici per l’Occidente dall’opera di Mussolini ch’egli interpreta quale ritorno alla tradizione e lotta per la riconquista dell’antica eredità mediante una rigenerazione interiore. E […] spera però la rinascita dell’ordine europeo dagli sforzi combinati di codesta Francia latina e romana con quelli di un’Italia «che ha ripreso coscienza della sua Italianità e che si spera riuscirà ad eliminare dal suo organismo ogni elemento di infiltrazione hegeliana»[316].
Parole che, ovviamente, non potevano non trovare una favorevole accoglienza negli ambienti culturali fascisti in quegli anni in cui Mussolini assisteva, con ostentato atteggiamento di orgogliosa superiorità e primogenitura, al nascente regime hitleriano, rivendicando il primato del fascismo italiano sul nazismo, perlomeno fino all’umiliazione della repubblica sociale sotto tutela hitleriana. Famoso, a questo riguardo, il discorso di Mussolini che tenne a Bari il 6 settembre 1934, non proprio encomiastico nei confronti del nascente nazionalsocialismo:
Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto[317].
Così, nel 1938, Bendiscioli fu contattato dall’on. Franco Ciarlantini, pubblicista ed editore di spicco nel Ventennio, direttore della rivista «Augustea», per un numero speciale sulla Germania in occasione dell’imminente visita di Hitler in Italia, cui Bendiuscioli contribuì con un articolo sul Servizio del lavoro[318]. Ma ancor più significativa era stata la precedente collaborazione, sollecitata dallo stesso Bendiscioli, con «Gerachia», la rivista più mussoliniana del regime[319]. Un suo articolo, La politica vaticana nell’Europa centro-orientale, venne pubblicato nel gennaio 1937. Bendiscioli vi svolgeva una rassegna dei diversi casi nazionali in cui si era sviluppata la politica vaticana concordataria e, a proposito dell’Austria, il concordato veniva valutato il «risultato più brillante della diplomazia pontificia», conseguito nel quadro della «riforma della costituzione in senso autoritario», con l’instaurazione in Austria di una dittatura molto vicina al fascismo italiano. Invece in Ungheria la situazione permaneva più difficile per i cattolici, e «i risultati non sono ancora immediatamente visibili»; fra i principali ostacoli, il nostro indicava uno dei luoghi comuni dell’antisemitismo classico: «Grande stampa e alta banca sono in mani ebraiche»[320].
Il solo fatto che Bendiscioli di sua iniziativa decidesse di chiedere la pubblicazione di un proprio saggio su «Gerarchia» è di per sé significativo, ma ancor più lo sono, ai fini della nostra trattazione, le espressioni sopra citate, che fanno trapelare un animus antidemocratico oltre ai ricorrenti temi antisemiti. Ma tutto ciò era perfettamente coerente con le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica, che sulla base della Graves de communi re di Leone XIII aveva chiarito la propria distanza di principio dalla democrazia liberale e che, in coerenza con la restaurazione della tomistica e del medievalismo, scopriva molte consonanze con i nuovi regime totalitari, vedendo in Mussolini l’uomo della Provvidenza e impegnando a tutti i livelli le proprie gerarchie, dai cardinali ai preti di campagna, a presenziare a tutte le manifestazioni del regime ed a benedirne i labari[321]. L’apice di queste manifestazioni di sostegno al fascismo si raggiunse con il raduno di 72 vescovi ed oltre 2000 sacerdoti in piazza Venezia il 9 gennaio 1938, ricevuti da Mussolini al grido di «Saluto al Duce! A Noi!»[322].
E fu sempre in quell’anno cruciale che di nuovo Bendiscioli si sentì in dovere di intervenire sulla questione ebraica, proponendosi come il più autorevole esperto laico dell’antisemitismo cattolico. L’articolo uscì su «L’Italia», edito dalla diocesi di Milano, uno dei più influenti quotidiani cattolici dell’epoca con circa 40.000 copie, il 3 giungo 1938[323], quando ufficialmente Mussolini non aveva posto ancora all’ordine del giorno la questione ebraica. Evidentemente, però, Bendiscioli sapeva che le leggi razziali erano in gestazione (il 27 maggio era stato predisposto lo schema del decreto che trasformava l’Ufficio centrale demografico in Direzione centrale per la demografia e la razza, ufficializzato il 17 luglio; il 13 luglio venne ultimato il documento teorico Il fascismo e i problemi della razza, noto come Manifesto degli scienziati razzisti). Così interveniva, rivolgendosi al popolo cattolico, per prepararlo all’imminente svolta. Ed in effetti l’articolo si concludeva con una raccomandazione coerente con la critica al neopaganesimo nazista, condivisa con Pio XI. Dopo aver rammentato che per i cattolici la questione ebraica aveva una rilevanza anche religiosa, essendo l’Antico Testamento un testo sacro di cui gli ebrei erano testimoni, annotava:
Ed è senza dubbio il riflesso di questo mistero religioso che rende tutti i cattolici assai titubanti nell’ammettere un problema ebraico meramente politico, nell’accettare l’Ebraismo fatto nazionale e non religioso. Tanto più che dove s’è voluto combattere l’ebraismo come fatto di razza lo si è investito anche nella sua sostanza religiosa universalmente sacra. L’esempio dell’antisemitismo tedesco insegna al riguardo troppe cose[324].
Tuttavia, prima di questa chiosa coerente con la critica al neopaganesimo nazista, l’articolo condensava tutti i luoghi comuni dell’antisemitismo moderno in modo tale che al lettore apparisse come ineluttabile un intervento per discriminare gli ebrei dal resto della nazione, in quanto, secondo Bendiscioli, «l’ebreo non si lascia assimilare che nell’apparenza»:
l’elemento ebraico […] dalla crisi dei più ha saputo trarre occasione per consolidare il proprio dominio. È il risentimento del professionista e dell’impiegato che vede il collega ebreo far fortuna e scavalcarlo in carriera. È il timore dello studente di vedersi il posto precluso da un ebreo più pronto e disinvolto […] il fatto indubbio della presenza di ebrei nei partiti estremisti di mezza Europa, anzi il loro trovarsi a capo di grandi moti rivoluzionari, come la rivolta russa dell’ottobre 1917, di quella spartachista tedesca del novembre 1918, della repubblica sovietica ungherese di Bela Kun, la larga percentuale di Ebrei nella letteratura pornografica mondiale, negli istituti pseudoscientifici di scienza sessuale, nella letteratura sottilmente corrosiva delle nostre credenze e delle nostre istituzioni[325].
Quindi a Bendiscioli appariva «logico» che «si vada rivedendo la loro posizione nel senso di avvicinarla più a quella dello straniero», riecheggiando il «suo» Belloc, peraltro citato nell’articolo accanto alle opere di altri autori (Orano, Preziosi, Wast[326]) che avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica italiana il problema[327].
Insomma Bendiscioli, in questo suo articolo, dopo aver gettato fango sulla comunità ebraica, metteva in guardia i cattolici italiani dal pericolo che i necessari provvedimenti antisemiti potessero riproporre in Italia quella soluzione, secondo lui riprovevole, con la quale, buttando via l’acqua sporca, si rischiasse di buttare anche il bambino, ovvero l’Antico Testamento e le radici ebraiche del Cristianesimo, come Alfred Rosenberg propugnava per il razzismo nazista.
La «via cattolica» all’antisemitismo
A questo punto possiamo entrare nel vivo della fase cruciale in cui la Chiesa cattolica definì la propria posizione rispetto alla ormai imminente traduzione dell’antisemitismo in corpo legislativo discriminatorio nei confronti degli ebrei italiani da parte del regime fascista.
Con quanto sin qui detto, ci è più facile sgombrare il campo da quella che certa storiografia cattolica ha tradizionalmente utilizzato come una sorta di arma di distrazione, ovvero la critica più volte reiterata da Pio XI nei confronti del razzismo nazista in certe occasioni sintetizzato nel termine «antisemitismo», culminata nella già citata Mit brenneder Sorge del marzo 1937, promossa indebitamente a posizione tout court contraria ad ogni discriminazione antiebraica.
Districarsi nella figura controversa ed imponente di Pio XI (12 febbraio 1922 – 10 febbraio 1939)[328], occorre confessarlo, non è facile. Le ricerche di riferimento, compiute dopo l’apertura per il periodo del suo papato degli archivi segreti vaticani, sono l’opera pubblicata nel 2007 della storica cattolica italiana Emma Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini[329], quella di poco successiva dello storico tedesco Hubert Wolf, Il papa e il diavolo[330], ed il più recente e ponderoso lavoro, già citato, dello storico nordamericano David Kertzer, Il patto con il diavolo. Mussolini e papa Pio XI. Le relazioni segrete fra il Vaticano e l’Italia fascista[331].
Tutti gli studiosi concordano sulla figura di un papa dalla personalità molto forte, con un carattere impulsivo se non collerico, di indole spiccatamente autoritaria anche nella gestione quotidiana dei rapporti con i collaboratori in Vaticano. Altrettanto netta era la sua visione del ruolo della Chiesa nella società, sempre nel solco tracciato da Leone XIII: la missione era quella di cristianizzare la modernità, restaurando il primato della Chiesa in una concezione neoteocratica adattata ai tempi.
Sono altresì note le fasi oscillanti, e apparentemente contraddittorie, del rapporto con il regime. La prima fase, per tutti gli anni Venti, fu contrassegnata dal sostegno convinto ed attivo a Mussolini[332], che da subito comprese l’importanza di una nuova alleanza con la Chiesa al fine di consolidare il suo potere, con la concessione ai cattolici di spazi pubblici sempre più ampi[333], culminati con il Concordato dell’11 febbraio 1929. La seconda fase, gli anni Trenta, registrò intermittenti motivi di conflitto con il regime, dalla controversia sul ruolo dell’azione cattolica nel 1931, alle tensioni indirettamente provocate dall’affermarsi del nazismo e dal timore papale di un’influenza perniciosa dello stesso sul fascismo, fino al riesplodere dello scontro finale per la pretesa del regime di controllare con metodi anche spionistici le attività dei cattolici, sfociato nella famosa relazione-denuncia scritta in articulo mortis dal papa e a lungo tempo tenuta segreta.
La storiografia cattolica ha comprensibilmente enfatizzato questi attriti con il regime degli anni Trenta, con l’intento di riscattare così «il patto con il diavolo» stretto da Pio XI con convinzione e senza alcuna riserva nel decennio precedente. In realtà, a parere dello scrivente, non sembra esservi alcuna reale rottura tra le due fasi apparentemente contraddittorie, per lo meno se la vicenda la si considera dal lato di una possibile presa di distanza della Chiesa dalla natura dittatoriale e antidemocratica del regime e dalle sue politiche antisemite. Finché si trattò, da un canto, di consolidare un regime ancora in contrastata formazione e, dall’altro, di riconquistare il primato cattolico sulla società italiana, tutto filò liscio, perché prevaleva un evidente interesse comune. Ma, quando i due poteri si furono pienamente affermati, emerse l’inevitabile tensione che si scatena tra due assolutismi, tra il totalitarismo fascista, che non poteva sopportare tutele alcune, e la visione neoteocratica di una Chiesa che nell’ordinamento cristiano della società, rilegittimato dal Concordato, non poteva ammettere intemperanze da parte del potere temporale. E fu appunto sul piano squisitamente del potere e delle prerogative dei due assolutismi che si dispiegò il conflitto, anche per quanto riguarda un dettaglio del tema che qui stiamo trattando, ovvero la questione dei matrimoni misti nella legislazione antiebraica.
Dunque, vediamo ora come la Chiesa si predispose concretamente all’appuntamento con l’imminente antisemitismo realizzato, quando il regime decise di porre in agenda il tema. Gli anni cruciali furono il 1937 e il 1938, ma dobbiamo tener conto anche di alcune vicende precedenti che ci aiutano a mettere meglio a fuoco, rispetto a questo tema, la figura di Pio XI.
Un antecedente merita di essere ricostruito perché illuminante per il nostro discorso. Nel 1928 vi era stato uno «scontro in Vaticano sull’antisemitismo», provocato dallo scritto Pax super Israel pubblicato dall’associazione clericale «Amici di Israel». In quello scritto si chiedeva alla Chiesa cattolica di non parlare più di «popolo deicida», di astenersi da accuse sommarie nei confronti degli ebrei, in primo luogo dall’accusa del sangue, infine di cancellare la parte della preghiera del venerdì santo sui «perfidi giudei» rinunciando totalmente al concetto di «conversione». La controversia meritò le attenzioni del Sant’Uffizio che respinse tutte le istanze degli «Amici di Israel». Ma di particolare interesse sono le motivazioni con cui Pio XI volle personalmente intervenire nella questione, partecipando al terzo ed ultimo gradino del procedimento. Di norma nei resoconti si trova semplicemente trascritta l’approvazione del pontefice, ma in questo caso il verbale è dettagliato, perché la questione era particolarmente grave e meritevole di precisazioni volute dallo stesso Papa. Il Papa pretese che non ci si limitasse alla conferma della liturgia del venerdì santo ed al semplice ritiro della proposta del Comitato degli Amici di Israel, ma che la stessa proposta venisse «condannata in maniera esplicita dalla Chiesa», convenendo anche «nella decisione di sciogliere il Comitato stesso»[334]. La ricostruzione è particolarmente interessante, perché proprio il decreto di scioglimento del 25 marzo 1928 viene spesso citato[335], insieme ad altri atti di Pio XI, per avvalorare la sua presunta netta condanna dell’antisemitismo e vicinanza al popolo ebraico:
La Chiesa cattolica, infatti, ha sempre continuato a pregare per il popolo giudaico, che fu depositario delle promesse divine fino a Gesù Cristo, nonostante il suo successivo accecamento e fosse esso stesso causa del proprio accecamento. Mossa da questa carità, la Sede Apostolica ha protetto il medesimo popolo contro ingiuste vessazioni e, come riprova tutte le invidie e i conflitti tra i popoli, così massimamente condanna l’odio verso un popolo un tempo eletto da Dio, quell’odio che oggi si suole definire con termine popolare «antisemitismo»[336].
La formulazione, peraltro, non era casuale, perché si evitò volutamente di condannare «qualsiasi forma di antisemitismo», espressione quest’ultima che, oltre all’antisemitismo «pagano», avrebbe compreso anche l’antisemitismo cattolico considerato, invece, ecclesialmente legittimo e necessario[337]. Perché non vi fossero equivoci interpretativi Padre Enrico Rosa direttore de «La Civiltà cattolica» venne incaricato dal Papa di scrivere un lungo saggio sulla vicenda, da intendere come un commento non ufficiale del pontefice alla questione. Da un canto si condanna l’antisemitismo anticristiano, intrinsecamente esecrabile:
Con ciò è condannato nominatamente l’antisemitismo, come il Decreto soggiunge; ma è condannato, come ben s’intende, nella sua forma e nello spirito anticristiano, onde fu interpretato e applicato da alcuni suoi promotori antichi e moderni, alieni del resto dal genuino cattolicismo ed alcuni persino da ogni pratica della vita cristiana: avversari degli ebrei per impeto o passione di partito o di nazionalità, per interessi materiali, gelosie e gare di commerci e di lucri, e simili ragioni, per nulla giustificate moralmente e religiosamente. Con il costoro «antisemitismo» è chiaro che non può intendersi punto la vera Chiesa di Cristo e deve aborrirne del pari chi di essa fedelmente segue lo spirito e i dettami, mentre pure rifugge, con eguale diligenza, dall’altro estremo non meno pericoloso e anche più seducente sotto l’aspetto di bene [ovvero il semitismo. Nda.][338].
Ma subito dopo si mettono in guardia i cattolici dal «pericolo giudaico» descritto con la classica rassegna degli stereotipi dell’antisemitismo moderno, accettabile in quanto cristianamente ispirato:
Ma tornando al punto, a cui ci richiama il documento, al pericolo giudaico, esso minaccia il mondo intero per le sue perniciose infiltrazioni o ingerenze nefaste, particolarmente nei popoli cristiani, e più specialmente ancora nei cattolici e nei latini, dove la cecità del vecchio liberalismo ha maggiormente favorito gli ebrei, mentre perseguitava i cattolici ed i religiosi sopra tutto. Resta il pericolo incalzante ogni giorno più; ed è merito riconosciuto del nostro periodico […] di averlo costantemente denunciato fino dalle origini e a mano a mano documentatane, con buone prove di ragione e di fatti, la frequente e innegabile alleanza con la massoneria, la carboneria o altre sette e congreghe, camuffate in apparenza di patriottiche, ma in verità fluttuanti, o intese di proposito al sovvertimento, quantunque non mai confessato, della società contemporanea, religiosa e civile. Così, ad esempio, […] noi abbiamo cercato di mettere in chiaro su queste pagine quanta colpa e quanta prevalenza avesse la traviata generazione degli ebrei nella rivoluzione russa, come già in quella francese e nella più recente dell’Ungheria, con tutte le sue stragi, crudeltà ed orrori selvaggi: onde il conseguente sfacelo del grande impero moscovita e la tirannide spadroneggiante del latrocinio bolscevico, che minaccia l’Europa. […] Ora a tale estremo ci sospinge la propaganda giudaica, in quanto va alleata con la massonica e la bolscevica. […] Essa ha portato già in meno di un secolo, dalla piena licenza o condizione di favore, più che di semplice libertà o eguaglianza, concessa agli Ebrei, alla costoro egemonia in molte parti della vita pubblica, particolarmente nella economia e nella industria, nonché nell’alta Banca dove loro è attribuito addirittura un prepotere dittatoriale, che può dar leggi a Stati e Governi, anche in ciò che tocca la politica, nonché la finanza, senza tema di rivali, come avvenne durante la guerra[339].
Cosicché appare davvero arduo distinguere le argomentazioni di questo antisemitismo che si autodefinirebbe buono, proprio della Chiesa cattolica, da quelle utilizzate dall’antisemitismo «anticristiano». La sovrapposizione, al di là delle intenzioni proclamate, è pressoché totale; soprattutto, questa presunta distinzione si annullava se si fossero considerati i potenziali effetti sulla condizione degli ebrei, come, peraltro, puntualmente si verificarono un decennio dopo.
Va aggiunto che l’antisemitismo di Pio XI emerse chiaro anche da un episodio di alcuni anni dopo. L’11 febbraio 1932, in occasione della visita di Mussolini in Vaticano per il terzo anniversario del concordato, Pio XI lamentava che dietro la persecuzione anticristiana in Russia vi fosse «anche l’avversione anticristiana del giudaismo» e aggiungeva: «Quando io ero a Varsavia vidi che in tutti i reggimenti bolscevichi il commissario o la commissaria erano ebrei»[340]. In effetti l’esperienza di nunzio apostolico di Achille Ratti, il futuro Pio XI, tra il 1918 e il 1921 nella Polonia appena risorta a nazione indipendente dopo la prima guerra mondiale, ebbe probabilmente una grande influenza nel sedimentare il suo antisemitismo. La Polonia, in quel periodo, antemurale Christianitatis nei confronti del bolscevismo sovietico, come vedremo meglio in seguito, visse tensioni antiebraiche che sfociarono anche in veri e propri pogrom: preoccupata di definire la propria identità nazionale in un tutt’uno con la Chiesa cattolica, secondo l’equazione popolare Polak = Katolik, tendeva necessariamente ad escludere la forte e numerosa comunità ebraica, percepita come un pericolo. Sentimenti condivisi da Achille Ratti che appena giunto a Varsavia, in una delle prime lettere inviate al segretario di Stato Gasparri, il 2 novembre 1918 riferiva: «Nei villaggi non sono che i lavoratori della terra e gli ebrei che, decisamente, non hanno questa vocazione, non vi compaiono che per il piccolo commercio, fatto di contrabbandi e di inganni e per l’usura»[341]. Sentimenti ostili nei confronti degli ebrei, che venivano ribaditi nella successiva relazione dell’8 gennaio 1919, dove gli stessi venivano additati come «l’elemento più nefasto e più demoralizzante che si possa immaginare, provocatore e sfruttatore immanchevole di disordini» e nella quale non mancavano addirittura accenti razziali, laddove si evocava la «stirpe» per connotare la comunità ebraica: «Una delle più nefaste e delle più forti influenze che qui si facciano sentire, forse la più forte e la più nefasta, è quella che viene esercitata da Giudei. Ma perché si tratta di una vera e vasta organizzazione di stirpe se non di classe, ne dirò qualche cosa nel futuro ed ultimo mio rapporto sul viaggio»[342]. Infatti, lo stesso giudizio, francamente impregnato da pregiudizi antisemiti, emergeva dalla relazione conclusiva della sua attività, compilata dal suo segretario Pellegrinetti e necessariamente da lui condivisa: «Si ha un gran contrasto fra i capitalisti ebrei, che purtroppo hanno in mano gran parte della ricchezza polacca, e il proletariato ebraico, nel quale trovano largo seguito i partiti più avanzati, e il bolscevismo, del quale formano la forza principale in Polonia. […] L’ostilità ebraica contro il nuovo Stato si è manifestata dappertutto, specialmente all’estero, dove si è parlato di pogrom, di boicottaggio, di persecuzione etc. con evidente esagerazione, perché in realtà gli ebrei vivono tranquilli e qualche uccisione che si è avuta è accaduta esclusivamente durante operazioni di guerra, mentre non si vede esempio di pogrom premeditati ed eseguiti in tempi normali. […] Certo è che gli ebrei costituiscono una gran causa di debolezza dello Stato polacco. Avendo in mano la banca, la stampa e molti uffici importanti e sostenuti dalla loro organizzazione internazionale, mirano alla costituzione d’una Giudeo-Polonia»[343]. Come si vede, un classico dell’antisemitismo moderno che vedeva negli ebrei una minaccia al potere costituito ed alla società cristianamente ordinata, a causa del dominio dall’alto della grande finanza e dell’azione disgregatrice dal basso della sovversione comunista, ambedue sotto il controllo degli ebrei.
Pur confermando quell’antisemitismo inaugurato da Leone XIII, con l’affermarsi di Hitler, la Chiesa fu costretta in diverse occasioni ad intervenire per tentare di tener distinte le proprie posizioni dall’ondata aggressiva di razzismo e di antisemitismo che stava dilagando in Europa, soprattutto quando, come nel nazismo, questi fenomeni non fossero cristianamente ispirati[344].
Come è stato recentemente ricostruito sulle carte in particolare del cardinale Eugenio Pacelli, futuro Papa, allora Segretario di Stato in Vaticano, in una prima fase si cercò un accordo con Hitler, in nome del comune anticomunismo: «Hitler è il primo e unico uomo di Stato che parla pubblicamente contro i bolsceviki. Finora era stato unicamente il Papa», annotava Eugenio Pacelli dopo l’Udienza con Pio XI, il 4 marzo 1933[345], pochi giorni prima che in Germania si compisse la presa del potere da parte dei nazisti. Probabilmente non vi fu una strategia organicamente e centralmente elaborata da parte del Vaticano, tuttavia la successione cronologica e logica degli eventi di quella fatale primavera del 1933 ha un suo significato oggettivo difficilmente contestabile, proprio perché quegli eventi furono condivisi dalla Segreteria di Stato, anche se la stessa avrebbe direttamente e formalmente gestito solo l’ultimo, il Concordato con la Germania di Hitler: il 23 marzo 1933, il partito del Centro cattolico, presieduto da monsignor Kaas, concedeva il proprio voto, determinante per raggiungere i necessari due terzi, alla Legge sui pieni poteri che permise a Hitler di trasformare il sistema democratico in una dittatura; il 28 marzo 1933, l’episcopato cattolico tedesco revocava la condanna del nazionalsocialismo hitleriano e permetteva l’adesione dei cattolici allo stesso; il 29 marzo il partito nazista pubblicava il famoso proclama contro gli ebrei e il 7 aprile veniva varata la prima legislazione per limitare la presenza degli ebrei negli uffici pubblici; l’8 aprile si avviarono le trattative tra Santa Sede e Germania per giungere al Concordato siglato il successivo 8 luglio e firmato ufficialmente il 20 luglio 1933[346]; seguì, quindi, l’impegno attivo dei maggiori intellettuali cattolici tedeschi, protrattosi fino a metà 1934, a sostegno del nuovo regime, di cui abbiamo trattato a proposito della collana Reich und Kirche.
Già a partire dal 1934, però, fu abbastanza chiaro che i rapporti con il nazismo al potere non erano gestibili con la stessa maneggevolezza sperimentata positivamente con l’Italia fascista e con la Conciliazione del 1929. Come già accennato, ben diverso era il quadro che si presentava in Germania: qui il cattolicesimo era minoranza, da secoli in competizione con le chiese riformate, e l’unità e la riscossa del popolo germanico non potevano dunque avvenire nel nome delle religioni storiche, ma in nome di una nuova «religiosità» che trascendesse le religioni positive e che desse identità al Volk, cioè la fede nella terra e nel sangue comuni della razza «ariana», attingendo ad una sedimentata e potente tradizione culturale laica nazionalista, etnicista ed antisemita, poco presente invece in Italia. Ecco perché di fronte all’affermarsi di un potere nazista totalitario, la Chiesa cattolica fu costretta in qualche modo a demarcare e salvaguardare i propri spazi di autonomia soprattutto per la scuola confessionale e per le proprie organizzazioni.
Così, il 14 febbraio del 1934 venne inserito nell’indice dei libri proibiti il testo di Alfred Rosenberg, Il Mito del XX secolo, condannato, comunque, non perché nazista, ma perché disconosceva il valore dell’antico testamento. Infatti, ben diversa fu la posizione nei confronti del Mein Kampf di Hitler pure attentamente valutato dallo stesso Sant’Uffizio, ma mai esplicitamente condannato[347]. Del resto lo stesso Hitler si premurò di comunicare al nunzio in Germania, Cesare Orsenigo, che gli scritti di Rosenberg erano espressioni di opinioni private e personali[348]. D’altro canto Eugenio Pacelli, il 14 maggio dello stesso anno, cercò di delimitare i confini e le prerogative della Chiesa dall’invadenza hitleriana, in un Promemoria inviato al Governo tedesco, annotando che una «totalità del regime e dello Stato, che intendesse comprendere anche l’ambito della vita soprannaturale» sarebbe stata assurda e avrebbe rappresentato una «vera mostruosità», come pure erronea «l’assolutizzazione del pensiero razziale, e soprattutto la sua proclamazione come surrogato della religione»[349].
In conclusione per la Chiesa cattolica si trattava di mantenersi in equilibrio su un insidiosissimo crinale: da un canto, confermare il proprio tradizionale antisemitismo, possibilmente cogliendo l’opportunità di provvedimenti emanati dai nuovi regimi autoritari in grado di riparare i guasti prodotti dall’emancipazione degli ebrei; dall’altro evitare che si realizzasse, in particolare con la Germania nazista, un abbraccio soffocante delle prerogative e dell’autonomia della stessa Chiesa cattolica. Tuttavia, ciò non comportò mai la messa in discussione del concordato del 1933, in vigore ancora oggi, e men che meno una qualche minaccia di rottura con il nazismo.
Siamo giunti così ad un passaggio decisivo. Nel contesto dei fascismi consolidatisi al potere, la questione ebraica dopo decenni di violenta agitazione propagandistica, era inevitabilmente destinata ad entrare nel vivo coinvolgendo la stessa Chiesa cattolica, anche grazie alla politica «concordataria» portata avanti con i nuovi regimi in Italia e in Europa. Il passaggio dalla teoria alla pratica era possibile: finalmente, dopo la «sciagura» dell’emancipazione degli ebrei, si profilava all’orizzonte europeo un’iniziativa concretamente antisemita, capace di arginare il pericolo ebraico.
Ne era consapevole il segretario di stato Eugenio Pacelli, uomo di fiducia di Pio XI, e suo successore al soglio pontificio, alle prime notizie giunte in Vaticano sui provvedimenti antiebraici nazisti, quando il 1° aprile 1933, dopo l’incontro tenuto con il papa per discutere di questi eventi, annotava sul suo taccuino tra parentesi quadre: «Può venire così il giorno in cui si potrà dire che è stata fatta qualche cosa»[350].
La Chiesa si trovava dunque in una posizione non semplice: da un canto non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità storica di una soluzione «riparatrice» della questione ebraica, come da decenni auspicata, dall’altro doveva smarcarsi nettamente, come abbiamo visto nel dettaglio a proposito di Bendiscioli, da alcune correnti dell’antisemitismo più radicali presenti sia nel fascismo italiano che, ancor più, nel nazismo, ovvero da quelle posizioni che potevano pericolosamente slittare verso una sorta di neopaganesimo razziale con venature anticristiane. In Italia vi erano i «razzisti biologici» alla Telesio Interlandi, poi direttore de «La difesa della razza» o gli «spiritualisti esoterici» alla Julius Evola, o «i fanatici antisemiti» alla Giovanni Preziosi o alla Roberto Farinacci, che riflettevano posizioni presenti in alcuni esponenti del nazismo.
Insomma «la Chiesa si trova ad affrontare due avversari: l’ebraismo che, a suo dire, aspirava necessariamente al dominio del mondo, con la doppia preponderanza finanziaria e rivoluzionaria, e l’antisemitismo anticristiano di alcune correnti naziste neopagane»[351].
Sul fronte del «neopaganesimo razzista», di cui si è trattato già a proposito del Bendiscioli, il 1937 fu un anno importante perché il 14 marzo fu pubblicata l’enciclica «antinazista» di Pio XI, Mit brennender Sorge, documento ampiamente citato per avvalorare la presunta distanza papale dall’antisemitismo. Nella gestazione dell’enciclica, troviamo ancora la casa editrice Morcelliana, la stessa che nel 1936 aveva pubblicato Germania religiosa nel Terzo Reich, di Bendiscioli, una delle fonti cui Pio XI attinse. Un testo che ispirò ancor più direttamente l’enciclica papale fu quello pubblicato, sempre dalla Morcelliana, nel 1934 e che raccoglieva le prediche del cardinal Michael Faulhaber nella cattedrale di Monaco[352]. All’indomani dell’ascesa al potere di Hitler e delle prime manifestazioni antisemite, l’arcivescovo di Monaco cercava di prendere le distanze da una possibile involuzione «neopagana» del nuovo regime, conciliando un ben inteso concetto di «razza» con il cristianesimo:
Dal punto di vista ecclesiastico non c’è nulla da obiettare contro le oneste ricerche di razza e gli onesti doveri di razza; non c’è neanche nulla da obiettare contro la premura di conservare nella massima purità possibile le proprie caratteristiche di un popolo e di approfondire il sentimento di comunanza nazionale mettendo in rilievo la comunanza di sangue[353]. […] Razza e cristianesimo non sono in sé due cose opposte, bensì di ordine diverso. La razza è di ordine naturale, il cristianesimo è rivelazione e quindi di ordine soprannaturale. […] In che relazione sta il cristianesimo rispetto alla razza germanica? Al cristiano non è proibito, sotto le condizioni suaccennate, di scendere in campo per la propria razza e per i diritti di essa: quindi uno potrà essere, senza alcun dissenso interno, un sincero tedesco e un cristiano che altrettanto sinceramente professa la sua religione. Non abbiamo perciò alcun motivo di voltare le spalle al cristianesimo e fondare una religione nordico-germanica per poter rendere testimonianza al nostro popolo[354].
Cosicché, «dal punto di vista ecclesiastico […] l’amore per la propria razza non deve giammai diventare, per contraccolpo, odio per altri popoli […]; i doveri di razza non devono prender posizione contro il cristianesimo»[355]. Insomma l’antisemitismo era inaccettabile quando le motivazioni razziali ne facessero una sorta di religione pagana, con venature anticristiane.
Ebbene, questa tesi, accanto ad alcune argomentazioni del Bendiscioli che ci sono ormai familiari, ed insieme all’affermazione che «la razza è di ordine naturale» saranno riprese quasi testualmente dall’enciclica di Pio XI, Mit brennender Sorge, dedicata alla questione: «la razza o il popolo […] hanno nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto», che viene pervertito, «elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi, e divinizzandoli con culto idolatrico»[356]. Insomma non si rimproveravano al nazismo le politiche violente, autoritarie, antisemite, ma di pretendere in qualche modo di fare a meno della religione rivelata e di ispirarsi ad una sorta di «neopaganesimo» naturalista, fondato sul mito della razza:
Il ripudio di questa elevazione soprannaturale alla grazia, a causa di una pretesa peculiarità del carattere tedesco, è un errore, un’aperta dichiarazione di guerra ad una verità fondamentale del Cristianesimo. L’equiparare la grazia soprannaturale coi doni della natura significa violentare il linguaggio, creato e santificato dalla religione. I pastori e i custodi del popolo di Dio faranno bene a opporsi a questo furto sacrilego e a questo lavoro di traviamento degli spiriti. […] Tutti i tentativi di staccare la dottrina dell’ordine morale dalla base granitica della fede, per ricostruirla sulla sabbia mobile di norme umane, portano, tosto o tardi, individui e nazioni al decadimento morale. Lo stolto, che dice nel suo cuore: «non c’è Dio», si avvierà alla corruzione morale. E questi stolti, che presumono di separare la morale dalla religione, sono oggi divenuti legione. Non si accorgono, o non vogliono accorgersi, che col bandire l’insegnamento confessionale, ossia chiaro e determinato, dalle scuole e dall’educazione, coll’impedirgli di contribuire alla formazione della società e della vita pubblica, si percorrono sentieri di impoverimento e di decadenza morale. Nessun potere coercitivo dello Stato, nessun ideale puramente terreno, per quanto grande e nobile, potrà sostituire a lungo andare i più profondi e decisivi stimoli, che provengono dalla fede in Dio e in Gesù Cristo. […] Nessuno pensa di porre alla gioventù tedesca pietre di inciampo sul cammino, che dovrebbe condurre all’attuazione di una vera unità nazionale e fomentare un nobile amore per la libertà e una incrollabile devozione alla patria. Quello contro cui Noi Ci opponiamo, e Ci dobbiamo opporre, è il contrasto voluto e sistematicamente inasprito, mediante il quale si separano queste finalità educative da quelle religiose[357].
Ben più dura nei toni e nelle motivazioni di merito della condanna sarà l’enciclica «anticomunista» Divini Redemptoris licenziata cinque giorni dopo dallo stesso Pio XI. L’esordio assumeva i toni foschi della tragedia nel denunciare l’incombere della minaccia comunista, «rivoluzione dei nostri giorni, la quale o già imperversa o seriamente minaccia, si può dire, dappertutto e supera in ampiezza e violenza quanto si ebbe a sperimentare nelle precedenti persecuzioni contro la Chiesa. Popoli interi si trovano nel pericolo di ricadere in una barbarie peggiore di quella in cui ancora giaceva la maggior parte del mondo all’apparire del Redentore. Questo pericolo tanto minaccioso, Voi l’avete già compreso, Venerabili Fratelli, è il “comunismo bolscevico” ed ateo che mira a capovolgere l’ordinamento sociale e a scalzare gli stessi fondamenti della civiltà cristiana. […] Un sistema, pieno di errori e sofismi, contrastante sia con la ragione sia con la rivelazione divina; sovvertitore dell’ordine sociale, perché equivale alla distruzione delle sue basi fondamentali, misconoscitore della vera origine della natura e del fine dello Stato, negatore dei diritti della personalità umana, della sua dignità e libertà»[358]. Insomma una condanna totale e senza appello, nella quale non mancava un riferimento, seppur velato, al ruolo della tabe ebraica nella diffusione del comunismo, le cui nefandezze sarebbero state coperte volutamente dal silenzio della stampa, «favorito da varie forze occulte le quali da tempo cercano di distruggere l’ordine sociale cristiano», evocando la nota visione «cospirazionista» della storia del «complotto» distruttivo dell’ordine costituito[359]. E il riferimento, in questo contesto, a «forze occulte» nel lettore del tempo suonava inequivocabilmente come «consorterie giudaico-massoniche», secondo la coeva espressione cara al Gemelli. Del resto, come abbiamo già rammentato, l’11 febbraio 1932 in occasione della visita di Mussolini in Vaticano Pio XI lamentava che dietro la persecuzione anticristiana in Russia vi fosse «anche l’avversione anticristiana del giudaismo» che occupava posizioni prominenti «in tutti i reggimenti bolscevichi»[360].
Del tutto diverso l’atteggiamento verso il nazismo, nei confronti del quale, fin da subito a vocazione totalitaria, le riserve della Chiesa cattolica si ridussero nei fatti alla rivendicazione di spazi di autonomia per la scuola confessionale e per le proprie organizzazioni, nell’intento di contenere l’invasione di campo da parte di un regime che tendeva a irreggimentare l’intera società.
Ma il 1937 è anche l’anno in cui, nel clima dell’imminente svolta razziale, si misero a punto le posizioni ufficiali della Chiesa, che poterono attingere sia alla tradizione di lungo periodo che a recenti contributi, come il famoso testo di Belloc. Era la formulazione di quella che abbiamo definita «via cattolica all’antisemitismo». Il compito se lo assunse in prima persona padre Barbera in un saggio impegnativo, La questione giudaica e il Sionismo, pubblicato da «La Civiltà cattolica», di cui era direttore, nell’aprile del 1937, quasi in contemporanea con le encicliche «antinazista» e «anticomunista», un mese dopo l’uscita del libro di Paolo Orano, Gli ebrei in Italia[361], che aveva dato il via ufficiale alla campagna antisemita da parte del fascismo. Nell’incipit dell’articolo Barbera utilizzava esplicitamente il testo di Belloc come fonte delle proprie argomentazioni, riportando, nell’inquadrare il problema, quasi le stesse parole del Belloc, che ormai ci suonano familiari:
La questione giudaica viene esposta chiaramente e nettamente dall’illustre scrittore inglese, Ilario Belloc, nei seguenti termini. […] La soluzione non può darsi che per due vie: o l’eliminazione o la segregazione. L’eliminazione può darsi in tre modi: o nettamente ostile, cioè per distruzione; o pure ostile ma meno crudele, per espulsione; o in modo amichevole e soave, per assorbimento. Di questi tre modi i primi due sono contrari alla carità cristiana ed allo stesso diritto naturale; il terzo si è dimostrato storicamente inattuabile. La segregazione può essere attuata in modo ostile o in modo amichevole. In modo ostile, non tenendo conto delle condizioni dell’elemento estraneo, ma unicamente di quelle dell’organismo invaso e dei suoi vantaggi […] il modo amichevole tiene pieno conto dell’elemento segregato come dell’organismo segregante, mirando al bene di ambedue le parti […] a significare un accomodamento civile e caritatevole[362].
A commento, questa volta, citiamo la Zuccotti:
Sia Belloc sia il suo recensore si erano espressi chiaramente, ma, alla luce degli eventi successivi, il solo parlare di distruzione è raggelante. […] Il caldeggiare la segregazione amichevole e il mutuo riconoscimento di una cittadinanza separata per gli ebrei può sembrare relativamente innocuo, ovviamente, ma l’inevitabile conseguenza di tali azioni è la negazione agli ebrei dei pieni diritti civili nei paesi in cui vivono, compreso il diritto di partecipare con i non ebrei alla vita della società. E furono esattamente questi i divieti che Mussolini impose con le leggi antiebraiche del 1938[363].
In quel primo saggio, Barbera, per definire la posizione della Chiesa cattolica, utilizzò un altro testo di un autore cattolico che avremo modo di incontrare più avanti[364], De Vries, già professore all’Università di Nimega e Presidente del Consiglio del Centro internazionale di documentazione sulle organizzazioni politiche, con un’analisi attinta al classico antisemitismo moderno:
De Vries tratta largamente della doppia preponderanza giudaica nel capitalismo e nello spirito rivoluzionario comunista, onde i giudei sono un continuo fermento di dissoluzione per la civiltà occidentale in massima parte cristiana.[…] Per conquistare il dominio del mondo, il giudaismo si serve delle due potenze più efficaci di dominazione del mondo: l’una materiale, l’oro, che è al presente il padrone supremo del mondo, e l’altra ideale, l’internazionalismo. Quanto all’oro, già lo ha in massima parte in mano. Gli resta ad accaparrarsi del tutto l’internazionalismo. Il giudeo è per essenza internazionalista e cosmopolita. Internazionalista, perché il suo sogno messianico di dominazione mondiale non può conciliarsi con i nazionalismi; cosmopolita, perché, in ragione della sua adattabilità, si stabilisce da per tutto, e da per tutto è a casa sua[365].
Ma la soluzione avanzata dal De Vries, ovvero di favorire il movimento sionista facendo sì che la stragrande maggioranza degli ebrei liberasse dalla loro perniciosa presenza l’Europa ed emigrasse in Palestina, sembrava a padre Barbera inattuabile, a differenza della proposta più realistica di Belloc. Infine Barbera completò il suo sforzo di elaborazione con due altri lunghi saggi, sempre del 1937, La questione giudaica e le conversioni[366] e La questione giudaica e l’apostolato cattolico[367], in cui trattava con dovizia di riferimenti storici e di dettagli il tema della conversione degli ebrei, come noto, contemplata nell’escatologia cristiana come condizione indispensabile per la salvezza di tutte le genti alla fine della storia[368] e reiterata nella preghiera pro Iudeis del venerdì santo. In questo percorso utilizzava l’opera di un gesuita francese, della rivista «Etudes», Joseph Bonsirven[369], teologo cattolico, ebreo convertito, che aveva studiato in particolare il tema del rapporto tra ebrei e cristianesimo, perorando un clima che stemperasse una conflittualità esasperata tra cattolici ed ebrei, oggettivamente di ostacolo per auspicabili e possibili nuove conversioni. Ma Barbera era consapevole che la conversione, pure desiderabile, non avrebbe mai potuto coinvolgere tutti gli ebrei. Anzi. Ed è significativo che anche «La Civiltà cattolica», accogliesse il pregiudizio razziale che, come vedremo, sarà alla base della legislazioni nazista e fascista: per perdere del tutto l’«ebraicità», dopo l’abbandono dell’ebraismo, bisognava attendere la seconda o terza generazione.
L’eterno e tragico aspetto della questione giudaica è in ciò che Israele, indefinitamente, si adopera ad assimilarsi, e non vi riesce mai, alle nazioni che lo accolgono; per colpa di queste ed allo stesso tempo per sua colpa esso vuole diventare altro e non può diventarlo; egli è insieme Francese e Giudeo, Tedesco e Giudeo, ecc. È il solo che può rivendicare una patria diversa dalla sua nazionalità. Stando così le cose, l’antisemitismo resterà sempre da per tutto. Pertanto, se la questione è eterna, è insolubile; ed è perciò che vanno cercate delle soluzioni. Tuttavia i Cristiani nutrono una speranza: la conversione d’Israele. Essa sarebbe la soluzione definitiva, ma a condizione che i giudei, divenuti cristiani, perdano la loro nazionalità giudaica, come avviene nelle conversioni individuali, almeno alla seconda o terza generazione. Sarebbe lo stesso nel caso di una conversione collettiva in gran numero? Vi è da dubitare; e, del resto, una conversione «in massa», come dicesi, appare improbabile. Le conversioni individuali non modificano il resto del giudaismo; perciò lasciano intatta la questione giudaica[370].
È interessante notare come un’ipotetica conversione collettiva degli ebrei sia ritenuta improbabile e che la stessa non faccia perdere loro la «nazionalità giudaica», riecheggiando la storia di lungo periodo dei «marrani» di cui abbiamo ampiamente trattato a proposito dei conversos spagnoli. E, a proposito di razzismo, anche in caso di conversione, la perdita dell’«ebraicità» poteva avvenire solo «alla seconda o terza generazione». Insomma, come concludeva un suo saggio del 1938 Pasquale Pennisi, giovane ed emergente intellettuale cattolico, appartenente al gruppo dirigente degli universitari cattolici della Fuci, «se è possibile la conversione dell’ebreo, è per ora, stando ai fatti, da escludere la conversione degli ebrei»[371]. Nelle conclusioni, infine, Barbera tentava di conciliare ciò che a prima vista sembrava inconciliabile, ovvero la proposta «risolutiva» di Belloc con le preoccupazioni di Bonsirven, la necessaria discriminazione di tutti gli ebrei con l’auspicabile conversione di alcuni di loro, il tutto sintetizzato nell’ossimoro della «segregazione amichevole»:
L’illustre scrittore cattolico inglese, Ilario Belloc, trattando la questione giudaica sotto l’aspetto politico, propugna una soluzione, che coincide, in sostanza, con quella del P. Bonsirven, il quale la tratta principalmente sotto l’aspetto religioso. Come rilevammo a principio, il Belloc, esclusa la soluzione violenta dell’antisemitismo, perché immorale e contraria alla carità cristiana, non potendo tener conto dell’assimilazione, perché dimostrata impossibile, né del sionismo, perché complesso e grave di difficoltà politiche e religiose, propone la soluzione della segregazione o distinzione, (anticamente il ghetto), ma adatta ai nostri tempi, cioè un amichevole componimento che miri al bene di ambedue le parti, e potrebbe chiamarsi riconoscimento. «Riconoscimento e rispetto: ecco la formula d’una soluzione», egli dice nella conclusione. E questa dovrebbe attuarsi non con una legislazione aprioristica, la quale nella pratica si potrebbe rivelare errata, ma con una consuetudine di convivenza (quella, in sostanza, propugnata dal P. Bonsirven), che porterebbe poi ad una savia legislazione risultante dall’esperienza. La conclusione che ci sembra di poter cavare dalla storia antica e moderna della questione giudaica, dopo quanto abbiamo esposto, è la seguente: Non si può dare una soluzione puramente politica, cioè fondata sugli interessi temporali di questa o quella nazione in particolare, giacché essa dà luogo, inevitabilmente, o all’antisemitismo, più o meno violento, secondo i varii interessi delle singole nazioni, o alla preponderanza perturbatrice del giudaismo. Non resta dunque che la soluzione cristiana, fondata sulle due virtù capitali: la carità e la prudenza. La carità, mentre attende alle conversioni con la preghiera e con l’apostolato nelle forme moderne più adatte, procura un ravvicinamento ed una intesa, che spiana la via ad una pacifica convivenza civile tra cristiani e giudei ed insieme a più largo numero di conversioni. Allo stesso tempo la prudenza modera queste relazioni, in modo da rimuovere ogni pericolo per i cristiani, ed arginare le due preponderanze giudaiche perturbatrici, la preponderanza materialistico-finanziaria e la preponderanza rivoluzionaria, senza ricorrere all’antisemitismo. Ogni forma di antisemitismo è condannato dalla Chiesa, e bisogna riconoscere che non è ammesso dalla massima parte delle nazioni civili, le quali, anche se non li professano esplicitamente, conservano ancora non pochi principii della civiltà cristiana ereditati dalle precedenti generazioni. La politica potrà conseguire la soluzione, se non definitiva, almeno provvisoria, della questione giudaica, tanto più presto e tanto più largamente e stabilmente, quanto più si ispirerà alla carità e prudenza cristiana[372].
L’ambiguità delle formulazioni usate da Barbera va subito chiarita. L’«antisemitismo condannato dalla Chiesa» era quello non cristianamente ispirato, mentre veniva accolto quello del Belloc, e quindi il «ghetto moderno» delle leggi antiebraiche. Da notare, infine, l’insistita preoccupazione di mantenere la porta aperta a possibili conversioni individuali, tema che sarà, come vedremo, al centro delle uniche obiezioni che la Chiesa avanzerà alle leggi del 1938. Potrebbe apparire una stridente contraddizione, se non si tenesse presente la tradizione secolare della Chiesa, in cui gli ebrei ristretti nei ghetti venivano ogni giorno invitati a riconoscere finalmente in Cristo il Messia, con il corto circuito inevitabile di diffidare dell’autenticità delle conversioni, discriminando i conversos o perseguitando fino al rogo quelli ritenuti apostati. È superfluo segnalare come da parte degli ebrei questo combinato disposto di ostile segregazione e di amichevole invito alla conversione potesse venire vissuto. La posizione della Chiesa veniva successivamente riproposta rimarcando una perfetta sintonia, anche nei toni e nel linguaggio, con quanto andava maturando all’interno del regime, in particolare con il testo che diede il via alla campagna antisemita di Orano, incentrato sull’irriducibilità del sionismo alla lealtà nazionale, e con lo slogan mussoliniano, «discriminare, non perseguitare»:
Ma intanto la questione giudaica rimarrà insoluta, perché, come tutti consentono, anche i più benevoli ai Giudei, il messianismo corrotto, e cioè la fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo, è la vera e profonda causa che rende il Giudaismo un fomite di disordini ed un pericolo permanente per il mondo. Non si può dare perciò se non una soluzione relativa e provvisoria, e questa non altra da quella tradizionale, adoperata dai Papi: la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o distinzione conveniente ai nostri tempi: insomma, una ospitalità e convivenza civile, in maniera simile a quella che si usa con gli stranieri
Né può dirsi che ciò sia un trattamento ingiusto verso cittadini di religione diversa, perché è purtroppo un fatto incontrastabile che il Giudaismo non è solo una religione, ma è indissolubilmente anche una nazione, fondate sul messianismo materiale e temporalistico, consapevolmente o inconsapevolmente, ma in ogni modo, inevitabilmente professato e vagheggiato.[373]
E così, nel 1938, finalmente si giungeva al dunque, annunciato ufficialmente dalla pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti, il 14 luglio 1938. Un testo per certi versi improvvisato e contraddittorio, ma che concedeva alla «via cattolica all’antisemitismo» un’apertura «politica» esplicita laddove si affermava che «la concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono». Un messaggio lanciato Oltretevere che «La Civiltà cattolica», dopo aver pubblicato il Manifesto alla fine di luglio, colse immediatamente sottolineando compiaciuta che il razzismo inaugurato dal fascismo avrebbe dovuto essere «essenzialmente italiano». E mentre il periodico non commentava l’affermazione del Manifesto secondo cui «gli ebrei non appartengono alla razza italiana», si preoccupava ancora una volta di ribadire la propria distanza dalle teorie invece fondate sull’idolatria del sangue di stampo nazista[374]. Nessuna critica al cuore del Manifesto, ovvero all’esclusione degli ebrei dalla «razza» italiana, venne neppure da parte de «L’Osservatore romano»[375]. Nel frattempo, su molti giornali apparve per intero o in parte un articolo del 17 luglio di un membro del collettivo della «Civiltà Cattolica», padre Angelo Brucculeri, che commentava favorevolmente il Manifesto,18 «L’Avvenire d’Italia» era tra questi; quattro giorni dopo il direttore, Raimondo Manzini, poi direttore per diciott’anni de «L’Osservatore romano»[376] esprimeva il proprio appoggio a un «razzismo italiano»[377].
Intanto la diplomazia vaticana si mise subito al lavoro per sondare Mussolini sulle linee operative che la svolta antisemita avrebbe assunto in termini di provvedimenti antiebraici. Ai primi di agosto, dopo un primo incarico al nuovo sottosegretario di stato, Giovanni Battista Montini, di stendere una nota, come di consueto il compito venne affidato al gesuita Pietro Tacchi Venturi, per l’intero ventennio uomo di fiducia sia di Pio XI, poi di Pio XII, che di Mussolini, negoziatore riservato e sagace tra le due sponde del Tevere, più influente delle rispettive rappresentanze istituzionali ufficiali. Questa trattativa sulle leggi razziali può apparire a prima vista sorprendente, soprattutto sul versante della Chiesa. In realtà occorre aver presente che un anno prima un analogo confronto tra Vaticano e regime si era svolto sulla legislazione razziale in Africa Orientale ed in particolare sulla condanna delle unioni sessuali tra bianchi e negri, con il reato di concubinato, che si era concluso con un sostanziale plauso ai provvedimenti da parte della Segreteria di Stato[378]. Ora, con le nuove trattative sulle leggi antiebraiche, il Papa colse anche l’opportunità di rimettere a punto l’annosa questione dell’Azione cattolica ed ottenere da Mussolini nuove garanzie per la tutela dei suoi dirigenti[379]. Le trattative condotte riservatamente da Tacchi Venturi durarono alcuni giorni finché si giunse il 16 agosto 1938 al cosiddetto «accordo segreto» che riportiamo integralmente, nella parte relativa agli ebrei, per la rilevanza che lo stesso assume nella nostra trattazione. A questo proposito va segnalata una storia singolare di questo documento. Kertzer lo pubblica con la giusta rilevanza come un’importante rivelazione emersa con l’apertura nel 2006 degli archivi segreti vaticani relativi al papato di Pio XI. In realtà il documento era già stato pubblicato integralmente nel 1963[380], probabilmente su impulso di Giovanni XXIII, ma pressoché ignorato per decenni dalla storiografia cattolica e non, ad eccezione di Giovanni Miccoli[381]. Il documento di tre paginette, Tre punti dell’accordo felicemente conchiuso la sera del 16 agosto 1938-XVI tra S. E. l’On. Mussolini e il P. Tacchi Venturi S. I. al fine di ristabilire la buona armonia tra la Santa Sede ed il governo italiano perturbata nelle ultime settimane, era dedicato: 1) al problema del razzismo ed ebraismo; 2) alla questione generale dell’Azione Cattolica; 3) ad una situazione particolare della città e provincia di Bergamo. Per quanto riguarda l’Azione cattolica, al punto secondo venivano riconfermati gli accordi del 2 settembre 1931 con l’impegno alla restituzione delle tessere con la reintegrazione nell’ufficio o nell’impiego eventualmente perduti, mentre per il punto terzo si acconsentiva all’allontanamento del capo del partito di Bergamo. Ecco il testo del primo punto:
Problema del razzismo ed ebraismo. È intenzione del Governo che questo problema sia tranquillamente definito in sede scientifica e politica, senza aggravio dei gruppi allogeni, ma solo con la doverosa applicazione di onesti criteri discriminatori che lo Stato ritiene essere in diritto di stabilire e seguire. Quanto agli ebrei, non saranno ripristinati i berretti distintivi, di qualsiasi colore, né i ghetti, e molto meno non vi saranno confische di beni. Gli ebrei, in una parola, possono essere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi che li ospitarono nella Città eterna e nelle terre del loro temporale dominio.
Ciò premesso, è vivo desiderio dell’on. Capo del Governo che la stampa cattolica, i predicatori, i conferenzieri e via dicendo, si astengano dal trattare in pubblico questo argomento; alla S. Sede, allo stesso Sommo Pontefice non manca il modo d’intendersela direttamente in via privata con Mussolini e di proporgli quelle osservazioni che si credesse opportune per la migliore soluzione del delicato problema[382].
Il curatore della pubblicazione del 1963 aggiungeva un suo commento, che appare in un passaggio di non chiara interpretazione, ma che tendeva nella sostanza ad avvalorare la tesi che il primo punto sia stato subito dalla Chiesa e imposto dal regime: «il primo era, purtroppo, tanto generico da non ispirare fiducia. Mentre di fatto tendeva a chiudere la bocca ai cattolici e sotto un certo aspetto, anche ai pubblici discorsi del papa, non offriva la contropartita sulla futura azione del governo anche in relazione agli ebrei»[383].
Questo primo punto, come si vede, è costituito da due paragrafi: l’uno sulla tipologia delle disposizioni concordemente previste nei confronti degli ebrei, tutt’altro che generico, come vedremo e perfettamente in linea con l’elaborazione de «La Civiltà cattolica» tra il 1937 ed il 1938, di cui abbiamo appena dato ampiamente conto; l’altro sulla richiesta governativa di discrezione pubblica da parte della Chiesa. Si può ritenere ragionevolmente che questo secondo paragrafo sia stato subito dalla Chiesa, ma non certo il primo: sia perché nella formulazione sembrerebbe proprio dettato da Tacchi Venturi[384] in coerenza con la posizione, precedentemente definita in sede de «La Civiltà cattolica», della cosiddetta «segregazione amichevole», sia perché sarebbe semplicemente aberrante ipotizzare che vi fosse stato uno scambio tra la salvaguardia di qualche ruolo professionale di alcuni dirigenti dell’Azione cattolica e l’emanazione delle leggi antisemite. Più incerte da interpretare, nel commento del Martini, la lamentata genericità e la mancanza di una «contropartita»: anche se, alla luce dell’insistito tema bonsiveriano delle conversioni presente nei saggi preparatori di padre Barbera e tenendo conto dall’ampio spazio che nella pubblicazione del 1963 veniva subito dopo dedicato alla documentazione sul conflitto di competenze tra Chiesa e Sato relativo ai matrimoni misti, di cui si dirà successivamente, è plausibile che le lamentele si riferissero appunto a questo dettaglio, rimasto in sospeso.
Ora, venendo al merito del primo paragrafo, non ci si può far ingannare dagli eufemismi e ossimori, quali «senza aggravio dei gruppi allogeni», «onesti criteri discriminatori» e «ospitarono», tipici della proclamata misericordia caritatevole della Chiesa anche quando infliggeva i più tremendi castighi, ma occorre decifrare con precisione il senso di questo primo punto. Intanto, a posteriori, impressiona il solo fatto di far riferimento, seppur negandoli, a provvedimenti (berretti distintivi, ghetti, confische di beni) che in realtà verranno adottati, durante la seconda guerra mondiale, nella fase di passaggio dalla persecuzione legislativa alla distruzione di massa degli ebrei. Ma soprattutto occorre esplicitare quale fosse il «trattamento usato loro per secoli e secoli dai Papi» rispetto al quale le nuove leggi dovevano conformarsi evitandone un peggioramento. Nella prima parte di questo lavoro, abbiamo avuto modo già di incrociare alcune informazioni al riguardo, ma ora ci serviamo di una rassegna ricostruita da Giorgio Israel e Pietro Nastasi[385], peraltro a loro dire incompleta:
Misure antiebraiche ecclesiastiche e fasciste
DIRITTO CANONICO
MISURE FASCISTE
Divieto di matrimonio e di rapporti sessuali fra cristiani ed ebrei (Sinodo di Elvira del 306) Agli ebrei è proibito ricoprire cariche pubbliche (Sinodo di Clermont del 535 e Concilio di Orléans del 538) Agli ebrei è fatto divieto di tenere presso di sé servi o serve e schiavi cristiani (Terzo Sinodo di Orléans del 538 e Concilio di Avignone del 1209) Rogo del Talmud e di altri libri ebraici (Dodicesimo Sinodo di Toledo del 681) Ai cristiani è fatto divieto di consultare medici ebrei (Sinodo Trullano del 682 e Concilio di Béziers del 1246). Divieto per le levatrici e infermiere cristiane di prestare servizio a ebrei (Concilio Lateranense del 1179) Gli ebrei non possono fare da mediatori nella conclusione di contratti fra cristiani (Concilio di Basilea del 1434) È fatto divieto di concedere agli ebrei titoli accademici (Concilio di Basilea, 1434) Divieto della nomina di ebrei a cariche giuridiche (Concili di Clermont del 535 e di Toledo del 538) È fatto obbligo agli ebrei di versare una decima (Sinodo di Gerona del 1078) Divieto ai cristiani di vendere o affittare beni immobili agli ebrei (Sinodo di Ofen del 1279). Divieto di costruire sinagoghe (Concilio di Oxford del 1222) Agli ebrei è fatto divieto di diseredare i loro fratelli di fede passati al cristianesimo (Concilio Lateranense del 1179) Gli ebrei non possono discutere con i cristiani semplici di fede cattolica (Sinodo di Vienna del 1267) Va considerata come un’eresia la conversione di un cristiano all’ebraismo o il ritorno di un ebreo battezzato alla sua religione di origine (Sinodo di Magonza del 1310) Agli ebrei non è consentito farsi vedere per strada durante la settimana santa (Terzo Sinodo di Orléans del 538) Divieto per i cristiani di prendere cibo assieme agli ebrei (Sinodo di Elvira del 306). Ai cristiani non è consentito abitare presso gli ebrei (Sinodo di Narbonne del 1050)
Articoli 1-7 del r.d.l. 17.11.1938 Artt. 10 e 13 del r.d.l. 17.11.1938: Artt. 1,3, 4 del r.d.l. 5.9.1938 Art. 12 del r.d.l. 17.11.1938 e Circ. 8.12.1938 n. 442 della Div. Affari Gen. e Riservati Art.4del r.d.l. 15.11.1938.Divieto di pubblicare libri e di collaborare alla stampa anche sotto pseudonimo (r.d.l 29.6.1939) Disposizioni del r.d.l. 29.6.1939 Divieto dell’esercizio della professione di notaio (r.d.l. 29.6.1939) Art. 4 del r.d.l. 5.9.1938 Disposizioni della 1. 29.6.1939 Disposizioni del r.d.l. 27.3.1939 Disposizioni limitative concernenti le proprietà ebraiche del r.d.l. 17.11.1938, del r.d.l. 9.2.1939 e del r.d. 27.3.1939 (provvedimenti di esproprio delle «eccedenze»). Soppressione del diritto di far testamento per gli ebrei (legge 13.7.1939) Gli ebrei non possono tenere conferenze (Varie Circolari del min. Interni) oltre che esercitare l’insegnamento ed essere alunni di scuole statali (r.d.l. 5.9.1938) Chi ritorna alla religione ebraica o si converte ad essa ricade nella legislazione razziale (Art. 8 del r.d.l. 17.11.1938) Divieto di accedere negli uffici pubblici e nelle biblioteche di stato (Circolari del min. dell’Interno). Divieto del rilascio di licenza per circolazione di autoveicoli (Circ. 22025 7.9.1040 min. Corporaz.) Gli ebrei non possono recarsi in località marine e montane di villeggiatura (Circ. Direzione P.S. estate 1941). Non è consentito a un ebreo esercitare il mestiere di portiere o di amministratore se non in uno stabile interamente abitato da ebrei (Circ. del min. Interni).
Come si vede il Regime non ebbe alcuna difficoltà nel dar seguito fedelmente all’accordo segreto del 16 agosto e per definire e percorrere una «via italiana cattolica e fascista» all’antisemitismo.
Occorre notare che in perfetta e, forse, non casuale sincronia con l’accordo segreto, Gemelli rilanciava il testo di Belloc, sulla propria rivista «Vita e Pensiero» nel settembre 1938, con una manchette pubblicitaria a tutta pagina in coda ad un saggio di Luigi Gedda, A proposito di razza:
Hilaire Belloc, il grande inglese contemporaneo, che è a capo – con G. K. Chesterton – della nuova cultura cattolica inglese, si è occupato per lunghi anni del problema ebraico, agitandolo alla Camera dei comuni, di cui egli è stato membro. Questo libro è il risultato dei suoi profondi studi e delle sue meditazioni in materia; ma la fatica dello studio e il travaglio della meditazione non appaiono affatto a chi legge questo volume agile, avvincente, che non ha – o sembra non avere – alcun apparato erudito. I termini e la possibile soluzione del problema ebraico sono toccati – con l’originalità che è propria di tutte le opere del Belloc delle quali qualcuna è famosissima (basti ricordare: L’anima cattolica dell’Europa) – in questo volume, che ci auguriamo debba essere letto da tutti coloro che sentono qualche interesse ai grandi problemi della vita contemporanea[386].
Inevitabilmente, a questo punto, quando finalmente le leggi razziali vennero promulgate, la Chiesa non poteva che riconoscersi in esse, salvo il dettaglio, di cui diremo più avanti, sul conflitto di competenze relativo ai matrimoni misti. Su questa linea si schierò subito «La Civiltà cattolica» che, dopo una schermaglia polemica con le posizioni più radicali alla Interlandi o con quelle biologiche di Landra, sempre nell’intento di rimarcare la distanza dal razzismo neopagano, pervenne ad accogliere sostanzialmente le disposizioni previste delle leggi razziali (sempre con la riserva sui matrimoni misti). In questa polemica nel 1938 fu impegnato soprattutto Messineo, che trovò sponda in particolare nelle posizioni «moderate», nazional-razziste, di Sabato Visco e di Giacomo Acerbo, di cui si parlerà più vanti, che alla fine prevarranno all’interno del regime, dando l’impronta alla politica antisemita del fascismo italiano almeno fino al luglio 1943[387]. Così tutti i provvedimenti vennero pubblicati, da «La Civiltà cattolica» senza alcuna notazione critica, a partire da quelli sugli ebrei stranieri e sulla cacciata degli ebrei dalla scuola[388] e dalle deliberazioni del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938 sul «problema della razza»[389], che varò il corpo fondamentale della legislazione antiebraica in Italia, fino ai provvedimenti approvati dal Consiglio dei Ministri il 16 dicembre 1938, relativi ai patrimoni ed alle aziende appartenenti agli ebrei[390].
Questa sostanziale adesione della Chiesa alle leggi antiebraiche del 1938 non contrastava per nulla con quanto Pio XI disse il 6 settembre 1938 nella famosa e citatissima udienza con lo staff della radio cattolica belga: «Non è lecito che i cristiani prendano parte all’antisemitismo. Noi riconosciamo che ognuno ha il diritto all’autodifesa e che può intraprendere le azioni necessarie per salvaguardare gli interessi legittimi. Spiritualmente siamo tutti semiti»[391].
L’antisemitismo, qui evocato e condannato, era quello «neopagano» e anticristiano, come abbiamo visto nella vicenda degli Amici di Israel, mentre legittimo era quello cattolico, concordato con il regime il 16 agosto, in nome del «diritto all’autodifesa» e delle «azioni necessarie a salvaguardare gli interessi legittimi»[392]. Su queste posizioni apparentemente contraddittorie (adesione all’antisemitismo italiano di marca fascista, e ostilità nei confronti dell’antisemitismo non cristianamente ispirato), che in qualche modo abbiamo già abbondantemente scandagliato, può contribuire ad un ulteriore chiarimento la voce Antisemitismo dell’Enciclopedia ecclesiastica, pubblicata nel 1942, non a caso curata dall’ormai ben noto Mario Bendiscioli[393]. Qui la «questione ebraica» ed il conseguente «antisemitismo» (A.) venivano sistematizzati in quattro sezioni: l’A. cristiano-sociale; l’A. economico; l’A. politico-nazionale; l’A. etnico-filosofico. In particolare su quest’ultimo, rappresentato esemplarmente da Rosenberg, si appuntavano le critiche del curatore, in quanto questo antisemitismo «ha portato spesso all’anticristianismo e particolarmente all’anticattolicismo». Al contrario, invece, l’antisemitismo politico-nazionale, veniva sostanzialmente accolto dall’estensore, in coerenza con le posizioni della Chiesa cattolica:
L’A. politico-nazionale è in connessione coll’affermarsi del nazionalismo negli Stati moderni ed è cresciuto in progressione diretta col definirsi del contenuto specifico della coscienza nazionale.
Questa corrente, che va facendosi generale e affiora anche in paesi dove gli Ebrei sono tradizionalmente considerati solo dal punto di vista religioso (in Inghilterra, H. Belloc, Gli Ebrei, trad. it., Milano 1934; in Italia, P. Orano, Gli Ebrei in Italia, Roma 1937; in Francia, gruppo dell’Action française; nell’America del Nord e ancor più in quella del Sud) ha attinto gran forza dal movimento ebraico sionista, dalla rivendicazione avanzata dagli Ebrei del loro carattere «nazionale», dalla parte direttiva avuta dagli Ebrei nelle rivoluzioni, russa, ungherese e tedesca. Essa in sostanza denuncia il carattere straniero degli Ebrei, la loro fondamentale incapacità a partecipare alla vita nazionale, in quanto hanno per ragioni religiose e storiche una loro patria ed una loro solidarietà specifica; denuncia il loro internazionalismo nella cultura, nella finanza, nella politica; rileva com’essi siano sempre pronti ad ingrossare i partiti estremisti antinazionali ed antistatali capeggiandoli spesso con successo e con ideologie esiziali per lo spirito nazionale. Insomma, anche quando non sono traditori aperti o latenti della Nazione di cui figurano membri, gli Ebrei vi rappresentano sempre degli elementi estranei in posizioni, per di più, direttive: cosa che non si concilia colla schiettezza dello spirito nazionale e ne rappresenta una permanente umiliazione e mortificazione (cf. H. Von Treitschke, Ein Wort über unser Judenthum, Berlin 1898; W. Marr, Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum, Bern 1879). Donde il programma minimo di questo A. politico-nazionale (Belloc): riduzione dei diritti politici degli Ebrei e riconoscimento della loro qualità di «stranieri». Questo programma ha avuto realizzazione legislativa in Germania a cominciare dal 1934, in Austria subito dopo l’annessione (marzo 1938), in Rumenia dal 1937, in Italia dal sett. 1938[394].
Il timbro cattolico sulla legislazione antisemita del 1938 venne, infine, apposto nel 1940 anche da un altro illustre esperto della questione ebraica, Hermann De Vries de Heekelingen, il cui saggio, Israele. Il suo passato, il suo avvenire, come abbiamo visto, era stato utilizzato da padre Barbera nell’aprile del 1937 per elaborare la posizione ufficiale de «La Civiltà cattolica» sulla questione ebraica. Dnque De Vries era un’autorità in materia del mondo cattolico europeo, ampiamente ripreso ancora aggi da studiosi cattolici contemporanei[395], ed è di particolare significato che nel 1940 avesse pubblicato un breve saggio dedicato espressamente alla politica antisemita dell’Italia fascista, in cui, forse anch’egli a conoscenza dei contenuti dell’accordo segreto del 16 agosto 1938, esplicitamente metteva a confronto le disposizioni delle recenti leggi razziali con le «prescrizioni ecclesiastiche dopo il V secolo»:
La legislazione italiana, nel suo assieme, si è ispirata alle prescrizioni della Chiesa nei riguardi degli ebrei. È vero che il Vaticano ha protestato contro uno solo degli articoli della legge per la difesa della razza italiana, ossia quello che si riferisce ai matrimoni misti. Ma la Chiesa e lo Stato si sono trovati d’accordo per accettare un modus vivendi che concilia i dogmi della Chiesa e le necessità dello Stato. Le linee direttrici delle prescrizioni ecclesiastiche dopo il V secolo si ritrovano nelle leggi fasciste.
La Chiesa ha sempre vietato il matrimonio tra ebrei e cattolici. La legge italiana proibisce il matrimonio tra ebrei e Italiani. La Chiesa è sempre intervenuta presso i sovrani cattolici che ammettevano gli ebrei nella magistratura del loro paese. La legislazione italiana ha allontanato gli ebrei dalla magistratura. La Chiesa ha consigliato di vigilare perché, nella vita pubblica, gli ebrei non riescano ad occupare funzioni che possano dar loro una certa autorità sui cristiani. La legge italiana ha escluso gli ebrei dalle funzioni pubbliche. La Chiesa non ha mai permesso agli ebrei di far parte del corpo insegnante. L’Italia ha privato dell’insegnamento i professori ed i maestri israeliti. La Chiesa ha spesso protestato contro l’arricchimento abusivo degli ebrei e il conseguente impoverimento dei cristiani. Anche l’Italia ha presto delle misure adeguate non espropriando gli ebrei, ma imponendo loro delle limitazioni. La Chiesa ha imposto agli ebrei il marchio della «rotella», ma spesso ha loro permesso di liberarsene quando si sono recati all’estero. L’Italia fa menzione della condizione di ebreo nei documenti ufficiali solo per l’interno, ma non per l’estero. La Chiesa ha proibito ai cattolici di servire come domestici presso gli ebrei. Anche l’Italia lo ha vietato. La Chiesa non ha permesso alle donne cristiane di servire come nutrici presso famiglie israeliane ed ha vietato di far allevare i bambini cattolici da nutrici israelite. L’Italia ha adottato le stesse disposizioni. La Chiesa ha sempre riprovato l’odio verso gli ebrei e le conseguenti persecuzioni. In questo campo anche l’Italia si è comportata da Stato cristiano. L’odio e la persecuzione non si riscontrano per nulla nella legislazione e nei sentimenti del popolo italiano[396].
Lo stesso de Vries era intervenuto nel novembre del 1939 su «La difesa della razza» per una sistemazione della questione ebraica. Sia la discriminazione che l’espulsione non potevano essere risolutive, perché comunque «l’ebreo è inassimilabile» e i popoli che con esso dovevano convivere, esasperati, alla fine sarebbero ricorsi ancora una volta ai pogrom. Non si trattava «di una questione di simpatia o antipatia, ma d’una questione di razza, d’etnia, di popolo. Che ciascuno comandi a casa sua». Quindi ipotizzava che si individuasse un luogo dove potessero rifugiarsi gli ebrei, in Abissinia o altrove. Ma, nonostante il governo fascista si fosse mosso in tal senso, i dirigenti ebrei sarebbero stati contrari. Quindi concludeva con una fosca previsione che al solito addossava alle vittime la colpa della catastrofe che su di loro si stava abbattendo: «Ma allora saranno essi i responsabili delle conseguenze cui porterà l’odierna situazione»[397].
La «via fascista» all’antisemitismo
Sulla genesi delle leggi antiebraiche e della «svolta antisemita» del regime il dibattito storiografico è particolarmente ricco e ha visto anche recentemente contributi importanti. Ha ormai perso di credibilità la tesi autoassolutoria che fossero il frutto di un’imposizione di Hitler che Mussolini avrebbe subito obtorto collo per poter stringere l’alleanza con la Germania. Secondo questa tesi, sostenuta da Dino Grandi, allora ambasciatore italiano in Gran Bretagna, il Führer durante la sua permanenza in Italia nel maggio 1938 avrebbe preteso da Mussolini che per rinsaldare la loro alleanza avrebbe dovuto eliminare le differenze più evidenti tra i due regimi ed affrontare la questione ebraica, richiesta cui il Duce si sarebbe allineato[398]. Ma Grandi questa versione la rendeva pubblica molti anni dopo ed era troppo trasparente la volontà di scaricare sul nazismo la responsabilità di una delle più esecrabili nefandezze del regime. All’opposto, è stato sostenuto che Mussolini avesse sempre manifestato un razzismo di fondo e ben radicato, riecheggiando anche alcuni luoghi comuni antisemiti[399]. Si tratta di una lettura fondata su una ricerca e uno scavo approfonditi sulla biografia politica del Duce che rivela correttamente ciò che in verità si poteva facilmente presumere, ossia che Mussolini, come pressoché tutti i suoi contemporanei[400], a maggior ragione se nazionalisti e reazionari, era intriso di pregiudizi razziali, come peraltro lo era la scienza dell’epoca (in particolare antropologia, etnografia, demografia e eugenetica). Rimane però il problema di spiegare la discontinuità che indubbiamente si registrò in Mussolini e nel regime nella seconda metà degli anni Trenta e che determinò la svolta antisemita sfociata nelle leggi razziali. Com’è noto, fino a quella data l’ebrea Margherita Sarfatti era stata amante di Mussolini, sua biografa ufficiale e figura di primo piano dell’intellettualità fascista, e l’ebreo Guido Jung aveva ricoperto ruoli governativi di rilievo, Ministro delle Finanze, ideatore, con Beneduce, del progetto dell’Iri, di cui fu convinto sostenitore. Inoltre valenti scienziati ebrei rappresentavano l’ossatura portante della ricerca italiana del tempo, come ha ben documentato Giorgio Israel[401].
A parere dello scrivente, in accordo con diversi studi recenti[402], la svolta antisemita fu un processo che si sviluppò per linee interne al regime, spinto da diverse motivazioni che infine convinsero Mussolini a rompere gli indugi nel 1938 ed a passare all’azione. Quindi un’origine fondamentalmente endogena che, come vedremo, si tradusse sempre in una quasi ossessiva e ostentata volontà di differenziarsi, almeno formalmente, dal percorso parallelo e, su questo piano, anticipatore del nazismo. Le premesse vanno rintracciate in due vicende che si verificarono verso la fine degli anni Venti. Il concordato del ‘29, che riconosceva un primato alla religione cattolica, come confessione di Stato, produsse come effetto collaterale lo slittamento in una posizione gerarchicamente inferiore dei culti non cattolici, in particolare dell’ebraismo, e legittimò lo Stato ad intervenire con una regolamentazione centralizzata e controllata dal Ministero dell’interno delle comunità ebraiche, con il regio Decreto del 30 ottobre 1930 e successivo regolamento attuativo. Le comunità ebraiche, così, perdevano la loro autonomia e, in quanto enti di diritto pubblico, erano sottoposte ad un controllo anche di tipo amministrativo da parte dello Stato: dunque si legittimò, per la prima volta, la percezione degli ebrei da parte dell’opinione pubblica come un corpo in qualche modo separato rispetto alla compagine nazionale, cattolica e fascista, interrompendo la tradizione dell’Italia unitaria, liberale e laica, in cui i pochi ebrei italiani era sostanzialmente integrati. L’altro elemento che avrà importanti sviluppi nella gestazione delle leggi antiebraiche fu l’emergere della «questione demografica» come asse portante della politica interna ed estera del regime, con il famoso «discorso dell’Ascensione» di Mussolini alla Camera dei deputati, il 26 maggio 1927. Da quel momento l’obiettivo di promuovere la crescita quantitativa e qualitativa della «stirpe italica» diventò una sorta di ossessione, mobilitò settori importanti del mondo scientifico (antropologi, igienisti sociali, eugenisti, demografi, statistici…), e, per contrastare l’emigrazione dei singoli cittadini che depauperava la Patria, aprì la nuova prospettiva espansionistica dell’Italia fascista: la ricerca di «un posto al sole» per un popolo giovane e in crescita, depositario di una civiltà superiore e affamato di terra, il quale, se non voleva ridursi a colonia, doveva conquistare l’Impero[403].
La guerra d’Etiopia rappresentò, da un canto, l’approdo necessario di quella politica, dall’altro, una spinta fortissima ed irresistibile verso mete espansionistiche ancor più ambiziose. Fu dunque in questo contesto che maturò la svolta antisemita. La conquista dell’Etiopia, intanto, produsse un’accentuazione del razzismo implicito nella politica demografica. Perché la civilizzazione delle nuove terre d’Africa potesse dare frutti, era necessario mantenere netta la separazione della stirpe italica dalla razza autoctona barbara, impedire che si realizzasse qualsiasi forma di commistione che avrebbe degradato, appunto, la missione civilizzatrice dell’Italia. A partire dal RDL del 19 aprile 1937, che puniva il concubinato «con persona suddita dell’Aoi», salutato con favore dalla Chiesa, furono dispiegate una serie di norme nel 1939 e nel 1940 che introdussero un regime di dura apartheid tra gli italiani, razzialmente puri, e gli appartenenti a razze inferiori che comprendevano non solo gli africani, ma anche i meticci, negati in quanto tali e ricacciati nella sottorazza nativa. Era oltremodo significativo che questa impennata estremistica del razzismo fascista in Africa orientale fosse perfettamente coeva alla svolta antisemitica nella madre Patria, ambedue in qualche modo figlie dello stesso spirito del tempo.
In questo senso la guerra d’Etiopia produsse anche altri effetti che determinarono una nuova fase del regime fascista. Mussolini ne uscì in uno stato di grande esaltazione, sia per le difficoltà superate in un’impresa non scontata negli esiti, sia per il picco di consenso che guadagnò presso il popolo italiano e presso la stessa Chiesa[404]. La vicenda, però, lo convinse che non era possibile incrementare il ruolo e l’influenza dell’Italia in Africa e nel Mediterraneo per via diplomatica, come si era illuso di poter fare con l’Inghilterra concordando una sorta di protettorato dell’Italia sull’Etiopia, senza dover ricorrere all’opzione militare. Inoltre, le sanzioni decise dalla Società delle nazioni erano considerate «inique», perché comminate da nazioni che, pur detenendo vastissimi imperi coloniali, non riconoscevano all’Italia un uguale sacrosanto diritto a ricercare nuove terre per il proprio popolo. La prima conseguenza non poteva che essere un avvicinamento strategico dell’Italia alla Germania nazista, l’unica potenza che poteva assecondare le mire espansionistiche dell’Italia, perché essa stessa interessata e impegnata a rimettere in discussione gli equilibri usciti dalla prima guerra mondiale. Inoltre in questo quadro diventava ineluttabile la prospettiva di un nuovo conflitto, se il regime avesse voluto dar seguito alle proclamate ambizioni espansionistiche dell’Italia nel Mediterraneo. Nel contempo le sanzioni e la svolta autarchica nella politica economica del Paese sottoponevano il regime ad una sfida alquanto difficoltosa, aprendo una sorta di fronte interno reso complicato dalla necessità di una repentina riconversione delle produzioni e dei consumi, con l’obiettivo di conquistare una relativa autosufficienza energetica, alimentare ed industriale, in un paese povero di fossili e di materie prime[405].
Ma com’è del tutto evidente, e com’era chiaro in particolare a Mussolini, obiettivi così ambiziosi e straordinariamente impegnativi richiedevano un’altrettanta straordinaria mobilitazione degli italiani, una nuova fase più avanzata della «rivoluzione fascista» che facesse perno sulla costruzione, come si diceva allora, dell’«uomo nuovo», fiero di essere erede di una grande civiltà e determinato a combattere per far tornare l’Italia grande nel consesso delle nazioni, come si meritava, dunque pienamente consapevole della sua identità di razza superiore. Occorreva, quindi, sferzare gli italiani, in particolare quell’anima borghese che tendeva ad adagiarsi nel quieto vivere, per infondere in essi quello scatto di orgoglio che ne esaltasse lo spirito di sacrificio e di totale dedizione alla Patria e ne rinverdisse le virtù guerriere. Insomma uno stato di allerta permanente, di tensione ideologica di una nazione in armi, sempre pronta alla massima mobilitazione. E va ricordato che la «nazione in armi» non era solo un’immagine metaforica: dopo due mesi dalla fine della guerra d’Etiopia iniziava la partecipazione del regime alla guerra civile spagnola, conclusasi un anno prima dell’entrata nel secondo conflitto mondiale, con il plauso della Chiesa cattolica.
È in questo contesto che maturò la svolta antisemita, per ragioni essenzialmente interne al regime e non per imposizione del nuovo alleato nazista. Certo, ciò non significa negare che anche un’influenza tedesca nei fatti abbia avuto un peso. Ma semmai si era trattato di un processo più o meno consapevolmente imitativo, indotto dal constatare come la bandiera antisemita agitata dal nazismo fin dalle origini avesse funzionato come elemento catalizzatore della totalitaria mobilitazione del popolo tedesco contro tutti i nemici ideologici e pratici del Terzo Reich, con una determinazione ed una convinzione che i fascisti italiani potevano ritenere invidiabile[406].
Dunque, per rilanciare la prospettiva totalitaria, la tensione permanente del popolo per la guerra considerata al centro dell’etica e della cultura fascista, la sola capace di mobilitare tutte le energie umane, occorreva, da un canto, esaltare la superiorità razziale degli italiani e dall’altro individuare un nemico, la razza ebraica per sua natura non assimilabile, straordinariamente rappresentativa di tutte le forze ostili alla realizzazione delle mete di grandezza dell’Italia: il comunismo, il liberalismo, la democrazia, l’internazionalismo, la Società delle nazioni e, quindi, quelle che saranno definite le demoplutocrazie. Da qui maturò il convincimento di Mussolini di avviare la campagna antisemita, tra il 1937 e il 1938, come sostiene Matar-Bonucci [407], e anche Giorgio Israel, che su questo punto citiamo:
E il contesto è decisivo. Perché Mussolini era convinto di due cose: in primo luogo che la politica razziale contro gli ebrei fosse più comprensibile e accettabile da parte della popolazione se era inserita nel quadro dell’esaltazione della superiorità razziale degli italiani; in secondo luogo, che gli italiani si sarebbero trovati faccia a faccia con il problema di «sentirsi» una razza superiore e diversa (mentre non ne erano stati capaci in Africa) e sarebbero usciti temprati come l’acciaio da questa prova[408].
Il percorso non fu sempre lineare, come peraltro in tutte le vicende del Ventennio. Va anche considerato che, per quanto riguarda l’antisemitismo, ad eccezione della storica tradizione di cui era depositaria la Chiesa cattolica e di cui abbiamo ampiamente trattato, mancava in Italia un consolidato retroterra di elaborazione culturale ed ideologica in campo laico, anche solo lontanamente paragonabile a quello francese, austriaco o tedesco. È dunque comprensibile che vi fosse stata anche una dose di improvvisazione e di pressapochismo, soprattutto all’inizio, in particolare nel cosiddetto Manifesto degli scienziati razzisti, probabilmente partorito direttamente da Mussolini con l’assistenza tecnica di Guido Landra. E fu anche inevitabile che da parte di alcuni, particolarmente servili o ammiratori del nazismo, si manifestasse in certi casi una ripresa pedissequa di temi e argomenti provenienti dai tanti teorici tedeschi. Tuttavia, come abbiamo già accennato, il regime nel suo complesso cercò di tracciare un proprio percorso autoctono all’antisemitismo, con un’elaborazione in qualche modo originale, che nel caso italiano non poteva non raccordarsi all’unica tradizione antisemita nazionale, quella cattolica. Il che non comportò necessariamente per gli ebrei italiani un trattamento significativamente diverso da quello riservato loro in Germania, come vedremo più avanti. Ciò che importa sottolineare è che la responsabilità di aver adottato in Italia una legislazione antisemita è da addossare interamente al fascismo e alla Chiesa cattolica che, come abbiamo visto, condivise quella scelta. Del resto Mussolini non poteva riproporre in Italia il modello nazista, sia per l’ostentata e orgogliosa pretesa di primogenitura nei confronti di Hitler, sia perché era ben consapevole di aver a che fare con «un paese in cui praticamente l’unica tradizione antisemita consistente e di lungo periodo è quella cattolica», come riconosce lo storico cattolico Renato Moro[409]. A questo riguardo è opportuno ricordare che quella tradizione andava ben oltre la saggistica colta e relativamente elitaria che abbiamo fin qui evocata, a partire dal papato di Leone XIII, attraverso l’elaborazione teorica de «La Civiltà cattolica», di Giuseppe Toniolo, di Agostino Gemelli, di Mario Bendiscioli e altri. Molto più rilevante, per l’impatto che aveva sul senso comune e sull’opinione del popolo cattolico e quindi degli italiani, fu la coeva letteratura popolare, segnatamente il romanzo d’appendice, d’impronta antisemita. Si trattò di una vasta produzione a larghissima diffusione praticamente di esclusiva matrice cattolica, ad eccezione del laico ed anticlericale Francesco Domenico Guerrazzi. Per dar conto dell’influenza che ebbe nel costruire a livello popolare lo stereotipo antisemita basti citare alcuni autori, a quei tempi con un vasto pubblico di lettori, come Carolina Invernizio, Matilde Serao, Giovanni Papini, Salvator Gotta. Anche «La Civiltà cattolica» ricorse alla formula del romanzo d’appendice in cui si cimentò padre Antonio Bresciani, ancora oggi annoverato tra i fondatori illustri della rivista, con L’ebreo di Verona, riproposto poi in volume con enorme successo e tradotto in inglese, spagnolo, francese e tedesco. Sulla rivista seguirono innumerevoli feuilletons come strumento di divulgazione popolare dei contenuti dei saggi antisemiti che impegnarono «La Civiltà cattolica» nella seconda metà dell’Ottocento. Va anche rilevato che questa letteratura popolare cattolica ed antisemita registrò una particolare fioritura nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e negli anni Trenta del Novecento in singolare sincronia con i periodi caldi della questione ebraica, il pontificato di Leone XIII e la svolta antisemita del regime[410]. Era su questo retroterra che necessariamente doveva appoggiarsi Mussolini per dare corpo ed efficacia alla decisone di perseguitare gli ebrei, ricercando ed ottenendo, come abbiamo visto, l’accordo con la Chiesa cattolica.
In questo senso non è convincente la tesi di Germinario di una sostanziale subalternità dell’antisemitismo fascista a quello nazista. Da un canto si sostiene che «il processo di nazificazione del fascismo» si sarebbe avviato con l’iniziale «antisemitismo biologico», ovvero con «la secca biologizzazione del nemico», introdotta dalle leggi razziali, per cui «l’ebreo, in quanto “nemico razziale” la cui definizione razziale era immodificabile, non risultava emancipabile dalla sua condizione razziale iniziale»[411]. Dall’altro, dopo aver dedicato ampio spazio all’elaborazione ideologica «spiritualista» di Evola, si conclude che «col “razzismo spirituale” perveniva a realizzarsi pienamente anche quel processo di nazificazione che abbiamo inteso registrare nel razzismo fascista a partire dalla seconda metà degli anni Trenta»[412].
Insomma, sembrerebbe che per il fascismo non vi fosse alternativa a pervenire ad una sostanziale subalternità al nazismo, sia che percorresse il crinale «biologico», sia quello opposto «spirituale».
Ora, non intendiamo qui riprendere i termini di un dibattito che potrebbe essere infinito sui presupposti teorici ed ideologici delle diverse correnti dell’antisemitismo fascista, a volte peraltro alquanto elitarie se non solitarie: ci preme, però, ribadire che necessariamente l’antisemitismo comportava e comporta sempre una componente razziale, anche biologica, nel senso della presunta ereditarietà per via genetica dell’«ebraicità» ritenuta immodificabile, ma anche una componente spirituale, perché lo stigma che si addossava loro non era tanto riferibile a precise caratteristiche somatiche, ma a caratteri ritenuti indelebili della loro indole, della loro mentalità, del loro animo (perfidia e tendenza alla cospirazione eversiva nei confronti del potere costituito). Ciò che interessa rilevare, invece, ai fini della nostra trattazione, è che Germinario, accentuando la presunta «nazificazione» del fascismo avvenuta con la svolta antisemita ritiene che si fosse determinata in quegli anni anche un’oggettiva divergenza tra regime e Chiesa cattolica, anche in ragione delle note riserve espresse dalla stessa nei confronti del nazismo.
D’altro lato, un utilizzo fascista della tradizione antigiudaica cattolica era ormai storicamente non più praticabile, dopo che, da almeno un cinquantennio, l’antisemitismo aveva provveduto a emanciparsi definitivamente dall’antigiudaismo cattolico, ripensando l’ebreo come razza, e non più quale rappresentante del popolo deicida: proprio perché il fascismo e il suo Stato totalitario potevano discriminare in riferimento alle razze, e non potevano pensare se non in termini di razze e di rivoluzione antropologica, non certo in termini di appartenenze religiose, la tradizione antigiudaica vedeva restringersi necessariamente il suo mercato d’udienza[413].
Chiaramente il presupposto del ragionamento di Germinario è che vi fosse una netta distinzione tra antigiudaismo cattolico e antisemitismo moderno. Questo presupposto, privo di fondamento storico e fattuale, come abbiamo ampiamente sin qui argomentato, porta Germinario ad una affermazione sconcertante, ovvero che «a contribuire a questa crisi [del ruolo dell’antigiudaismo cattolico. N. d. A.] era certamente l’opposizione della Chiesa cattolica alle leggi razziali (sic!)».[414] Ma questo infortunio, di uno storico che ha impegnato una vita nello studio del pensiero reazionario ed antisemita, non fa altro che dimostrare come sia diffusa e radicata la vulgata di una Chiesa cattolica estranea o persino ostile alla svolta antisemita del regime ed all’emanazione delle leggi razziali.
Ma tornando al tema, conveniamo con Israel sulla valutazione di un percorso fondamentalmente autonomo all’antisemitismo sviluppato dal fascismo italiano, anche ai fini di tener agganciata la Chiesa cattolica.
Come già si è accennato, il segnale dell’apertura della campagna venne dall’uscita del libro di Orano, saggista cattolico, Gli ebrei in Italia, il 30 marzo del 1937, ampiamente pubblicizzato e ripreso dalla stampa, non solo nazionale. Un testo, in verità, non banale, scritto con un tono quasi scientifico e garbato, scevro dai luoghi comuni dell’antisemitismo di maniera. Orano affrontava nella prima parte le possibili conseguenze dell’emergenza del sionismo, ovvero dell’idea di una patria ebraica sostenuta dalla «perfida Albione», nella collocazione degli ebrei italiani rispetto al fatto che per il fascismo la «patria è unica e non ammette adulterii» in particolare con la svolta ultranazionalista ed imperialista seguita alla guerra d’Etiopia. E proseguiva: «Il fascismo purifica, redime l’idea di italianità, la rende gelosa di sé, nemica di ogni contaminazione, la restituisce sull’asse romano e italico»[415]. E si chiedeva come si sarebbero atteggiati gli ebrei che si trovavamo nei nostri confini, di fronte all’ipotetica nascita di uno Stato ebraico in Palestina, «cittadini di Erez Israel stranieri ma ospiti in Italia, ebrei cittadini d’inevitabile intesa con i fratelli di razza. Perché in tal caso non si tratterebbe più soltanto di religione, ma di razza vera e propria e proclamata»[416]. Insomma la «razzializzazione »degli ebrei sarebbe da imputare agli ebrei stessi nel momento in cui si riconoscevano come comunità internazionale e deriverebbe non da caratteri somatici, ma dalla mentalità irriducibile e dai comportamenti «eversivi» degli ebrei stessi. Posizione perfettamente in sintonia con l’antisemitismo cattolico. In conclusione, l’intesa degli ebrei italiani con gli ebrei europei che propugnavano con l’Inghilterra la prospettiva sionista, era inammissibile: «L’ebraismo europeo è antifascista e sovversivo. Nazismo e Fascismo sono i suoi bersagli. Esso lavora febbrilmente, e con quali conseguenze, a falciare il terreno attorno alla Germania e all’Italia. Massoneria, socialismo e bolscevismo sono i suoi mezzi»[417]. Quindi si pretendeva che gli ebrei italiani, ufficialmente e a livello europeo, si schierassero contro i propri correligionari europei e si dissociassero dal sionismo, altrimenti anche in Italia sarebbe sorto un «problema ebraico». Ma nel contempo, si stigmatizzava il fatto che gli ebrei italiani si erano dati delle loro forme associative ed organizzative che li distinguevano dal resto della comunità nazionale fascista e cattolica. Dovevano quindi rinunciare anche a questa pretesa loro individualità, in qualche modo annullarsi in quanto ebrei. Dunque, non vi era via di scampo, neppure per gli ebrei fascisti: «Gli ebrei militanti in Italia sono un partito che anche proclamandosi patriota o fascista – per forza naturalmente – e pur affermando – al che si può credere – di non aver rapporti con la concentrazione ebraica internazionale e anche gridando alto di non consentire al sionismo, prepara all’ombra della transigenza romana del Regime un annucleamento di principi e d’orientamenti prettamente sociali e politici, che all’occasione si incolonnerebbe con la vasta cospirazione d’Israele»[418]. Come si può capire, per gli ebrei non vi era via d’uscita e dovevano solo sperare che la «transigenza romana del regime» non si trasformasse in intransigenza. Ma la conclusione nelle ultime due righe di una postfazione aggiunta da Orano alla seconda edizione non lasciava molte illusioni: «Siamo usciti d’ingenuità e di transigenza. La Sinagoga e la Comunità sono informate. Di missione in Italia ce n’è e deve esserne una sola. E bisogna cedere totalitariamente»[419]. La recensione de «Il popolo d’Italia», il successivo 15 maggio, fugava ogni dubbio, anche se formulata in modo apparentemente neutro. Infatti dopo aver constatato che si era di fronte ad un «problema nuovo» e che la posizione spirituale degli ebrei verso gli italiani sembrava negli ultimi tempi mutata, poneva alcune domande retoriche che nel contesto contenevano già una risposta negativa, presaga di un futuro fosco: «si considerano, essi, ebrei in Italia oppure ebrei d’Italia? Si sentono ospiti nel nostro paese, oppure parte integrante della popolazione?»[420]. Ancora una volta va notato che Orano si preoccupava esplicitamente di coinvolgere i cattolici nella svolta annunciata, sia nel tono formalmente dialogante nei confronti degli ebrei, sia con alcuni richiami significativi e ben calibrati:
E non v’è nulla di esagerato nel riconoscere che l’idea della vecchia Europa è l’idea antifascista, perché pulsa e splende come una fede religiosa, perché l’Italia fascista e la Chiesa cattolica si sono intimamente fuse e la loro intesa agisce progressiva non solo sull’Austria e sulla Ungheria cattolicissime, ma sulla medesima Germania. Gli italiani di religione ebraica debbono dunque fare intendere di schierarsi contro tutti i correligionari d’Europa. […] il buon fascista auspica la piena gloriosa vittoria delle armi cattoliche nazionaliste di Franco in Spagna; il buon fascista augura all’Europa che la forza tedesca unita a quella italiana non soltanto tengano indietro ma abbattano e distruggano la coalizione massonico-ebraica-bolscevica […]. Finalmente il buon fascista giura di servire esclusivamente la causa imperiale della nazione eletta che è l’italiana, del popolo privilegiato che è quello di Scipione, di Cesare, di Augusto, di Traiano, di Costantino, di Innocenzo III, di Giulio II, di Machiavelli, di Cavour, di Gioberti, di Mussolini[421]. […]
Rabbini e conferenzieri insistono sulla «missione» antica e nuova dell’ebraismo, proprio mentre la rivoluzione fascista realizza nella società e nelle coscienze la solenne e travagliata idealità dei popoli che oggi si compaginano nel popolo nazionale concordatario e corporativo [ovvero, cattolico e fascista, N.d.A.][422].
Come abbiamo già visto la risposta della Chiesa fu più che tempestiva. Il mese successivo, quando il libro era ancora fresco di stampa «La Civiltà cattolica» metteva a punto la propria proposta di «segregazione amichevole» per gli ebrei italiani, in sostanziale sincronia e sintonia con il regime. Infatti anche Orano si era premunito di aggiungere che «l’Italia non vuol fare dell’antisemitismo politico ufficiale»[423], alludendo implicitamente all’antisemitismo non cristianamente ispirato, con un’evidente concessione a quell’ambiguità della Chiesa di cui si è ampiamente trattato. Un’analoga posizione verrà ribadita il 5 agosto successivo dallo stesso Mussolini, per il quale «discriminare, non significa perseguitare»[424] gli ebrei italiani, per addolcire l’impatto del Manifesto degli scienziati razzisti e come miglior viatico per una conclusione positiva delle trattative con il Vaticano, siglate dall’accordo segreto del 16 agosto. Del resto, nell’informazione diplomatica n.14 del 16 febbraio 1938, lo stesso Mussolini si era preoccupato addirittura di smentire che il regime intendesse «inaugurare una politica antisemita», evidentemente alludendo al significato che la Chiesa dava a quel termine, anche se si riprometteva d’ora in poi «di vegliare sull’attività degli ebrei» e che «la parte degli ebrei nella vita d’insieme della Nazione non sia sproporzionata»[425].
Il Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato il 14 luglio, in effetti ad una lettura spassionata lasciava piuttosto sconcertati. Dopo aver dichiarato al primo punto perentoriamente «che le razze umane esistono» e sarebbero contraddistinte «per caratteri fisici e psicologici», al terzo punto, in palese contraddizione, si afferma che «il concetto di razza è un concetto puramente biologico». Questa categoria, così rigidamente definita, mal si conciliava anche con i punti successivi, dove si affermava, al punto quattro, che «la maggioranza della popolazione italiana è di origine ariana e la sua civiltà è ariana» e, al punto sei, che «esiste ormai una pura “razza italiana”». Come abbiamo già avuto modo di far notare, definire una presunta razza «ariana» o «ebraica» solo su base biologico-somatica anche per i razzisti più cocciuti si rivelò sempre un’impresa impossibile. Da queste premesse discendeva necessariamente al punto otto, che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana». Non si potevano non cogliere echi e influenze delle teorie razziste tedesche, probabilmente veicolate da Guido Landra[426], aspetto che probabilmente non sfuggiva allo stesso Mussolini che partecipò direttamente alla redazione del manifesto e che si preoccupò, al punto sette, di rivendicare esplicitamente l’italianità dell’operazione che il regime si accingeva a compiere: «La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono». Un paragrafo che guardava con occhio attento ad Oltretevere, laddove escludeva implicazioni «filosofiche o religiose», con evidente allusione all’ispirazione «neopagana» e «idolatrica» del razzismo nazista tanto esecrata dal Pio XI, e ribadiva esplicitamente una netta distanza dal «razzismo tedesco». E il messaggio, come abbiamo già visto, fu prontamente colto dal Vaticano, attraverso un editoriale de «La Civiltà cattolica» dell’8 agosto, che sottolineava con enfasi proprio quell’aspetto:
Chi ha presenti le tesi del razzismo tedesco, rileverà subito la notevole divergenza di quelle proposte da queste del gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuole confondersi con il nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano[427].
Concetto ribadito di nuovo in un lungo saggio, La questione giudaica e «La Civiltà cattolica»:
In Italia, udiamo ripeterci da molte parti, ed è confermato anche dalla più autorevole voce della politica italiana, non si vuole imitare la Germania in genere, né l’acerbità nazistica in particolare contro gli oppositori, venuti dal giudaismo[428].
La stessa presa di posizione era stata anticipata dalla prima reazione a caldo, il 17 luglio, di un redattore de «La Civiltà cattolica», il padre gesuita Angelo Brucculeri, cui già si è accennato:
Intorno al razzismo gli studiosi italiani hanno assunto una posizione netta e precisa cui sotto il rispetto filosofico non c’è nulla da eccepire. Mentre sulla nozione di razza si sono ammucchiate nebulosità d’ogni sorta, equivoci grossolani, madornalità cervellotiche, i docenti fascisti delle nostre Università hanno enunciato in poche e limpide tesi tutto un contenuto del razzismo, in cui si fa giustizia sommaria di tutti quei detriti irrazionali, con cui si è costruita una teoria della razza, che documenta il disorientamento e la decadenza del pensiero contemporaneo. «Il concetto di razza – proclamano i nostri scienziati – è un concetto puramente biologico». In questa affermazione, che non può non essere condivisa dagli studiosi d’ogni scuola e d’ogni credo, si respinge una delle principali cause del confusionismo odierno sulle teorie razziste[429].
Acquisito, dunque, un primo avallo dal Vaticano, nei giorni successivi si concretizzò, come abbiamo già visto, l’accordo del 16 agosto relativo ai contenuti che dovevano sostanziare i previsti provvedimenti antiebraici. Nel frattempo la macchina burocratica e poliziesca del regime si metteva in moto per predisporre nel migliore dei modi il terreno alle leggi razziali e per garantirne la massima efficacia. Il primo problema era rappresentato dalla difficoltà di individuare con precisione l’oggetto delle discriminazioni, sia per il piccolo numero degli ebrei italiani, sia per la loro secolare integrazione. Si pensò di fare obbligo per legge di autodenuncia da parte degli interessati, attraverso lo strumento del censimento, effettuato a partire dal 22 agosto. Ma gli ebrei – si pensava – essendo per loro natura infidi avrebbero cercato di mimetizzarsi. Ecco allora che fin dall’11 agosto 1938 tutti i prefetti del Regno vennero allertati da un telegramma cifrato «riservatissimo» del sottosegretario agli Interni, Buffarini Guidi (lo stesso che durante la Rsi darà il via alla Shoah italiana), che illustrava:
Come vi è noto è stato superiormente disposto che entro questo mese venga compiuta esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del Regno. Non ho bisogno di illustrarvi l’importanza eccezionale di tale rilevazione che deve essere compiuta con fedeltà, precisione et massimo riserbo sotto vostra personale direzione […] et devono essere comunicati non solo gli ebrei iscritti ai registri delle comunità israelitiche riconosciute ma tutti coloro che risiedono codesta provincia anche temporaneamente et che comunque risultino di razza ebraica anche se professanti altra aut nessuna religione aut che abbiano abiurato in qualsiasi epoca et anche se per matrimonio son passati a far parte di famiglie cristiane[430].
L’operazione era tesa a rilevare l’esatta consistenza degli ebrei, al fine di poter riconoscere il «nemico» per poi poterlo colpire con precisione chirurgica. A tal fine andava evitato di allarmare gli interessati che potevano essere tentati di sottrarvisi, per cui Buffarini raccomandava segretezza sul reale obiettivo: «Lascio vostra discrezione opportunità convocare Podestà per dare personali verbali istruzioni dato speciale delicato carattere della rilevazione che non deve dare appiglio alcuno allarme trattandosi di rilevazione a soli fini di studio»[431].
Il secondo problema si presentava con un’oggettiva complessità: perché un conto era agitare il tema della razza ebraica nei saggi teorici o nei pezzi di propaganda, un altro conto era tradurre in definizione giuridica concreta la figura dell’ebreo. La questione merita di essere approfondita perché ci aiuta a valutare nel concreto le ricadute di dibattici teorici spesso confusi e di presunte e proclamate diversità tra antisemitismo realizzato fascista e nazista. Subito si comprese che il principio solennemente proclamato, «il concetto di razza è un concetto puramente biologico», non era per nulla utilizzabile: distinguere gli ebrei dagli italiani «ariani», sulla base di criteri biologici, dunque somatici e fisiognomici, era semplicemente impossibile. In più vi era un’ulteriore difficoltà: per una comunità da tempo integrata come quella italiana erano moltissimi i casi di ebrei da tempo non praticanti o di matrimoni misti[432] e di persone che non erano più depositari di una dote di «ebraicità» al cento per cento. Colpire indiscriminatamente questi casi come fossero ebrei, significava penalizzare allo stesso modo la loro componente «ariana». Inoltre molti ebrei o «mezzi» ebrei avevano acquisito grandi meriti sia nella grande guerra, sia nell’ascesa al potere del fascismo.
Con analoghe difficoltà si erano già imbattuti i nazisti, anche se essi potevano contare su una precedente tradizione di lungo periodo che mancava del tutto in Italia, se non nella Chiesa cattolica. Abbiamo ricostruito nella prima parte lo spazio che ebbe tra fine Ottocento e inizi Novecento l’antisemitismo nel dibattito politico in Austria, ma anche in Germania con Stoecker, anticipando molti dei temi che si imporranno negli anni Trenta. Quanto vivo fosse il problema ebraico in Germania, già a fine Ottocento, lo attesta l’indagine compiuta dall’antropologo tedesco Rudolf Virchow, per tentare, peraltro inutilmente, di dimostrare che era impossibile distinguere per via somatica ebrei da tedeschi non ebrei, indagine di cui abbiamo trattato nella prima parte. Nel 1905 e 1907, in seguito all’espansionismo coloniale in Africa, la Germania aveva promulgato delle leggi antimeticciato con l’obiettivo di contrastare il «tradimento razziale», ovvero le relazioni sessuali tra coloni tedeschi e soggetti autoctoni[433], anticipando l’Italia di trenta anni. Nell’ottobre del 1916 il Ministero della guerra del Reich promosse il «censimento degli ebrei» all’interno dell’esercito tedesco con l’obiettivo di documentarne lo scarso patriottismo: nonostante la realtà testimoniasse che a quella data erano già morti oltre un quarto dei 12.000 militari ebrei caduti nel conflitto, la campagna ebbe un effetto devastante nell’insinuare nell’opinione pubblica del dopoguerra l’idea che una della cause della sconfitta fosse proprio lo scarso impegno degli ebrei al fronte[434]. Già nel 1927 un teologo cattolico tedesco, Joseph Mayer, in un volume con imprimatur ecclesiastico, Sterilizzazione legale dei malati di mente, giustificava l’eutanasia: «Se per questo una persona è pericolosa per l’intera comunità e ne può rappresentare per essa una minaccia, allora è onorevole e sano ucciderla affinché venga salvato il bene comune».[435] Come si vede Hitler trovava già un terreno ben dissodato. È sempre utile rimarcarlo per chi ama raffigurare il dittatore nazista, come una sorta di alieno o folle[436], inspiegabilmente apparso sulla terra, rinunciando quindi al faticoso e inquietante lavoro di comprendere un fenomeno storico che invece, purtroppo, ci appartiene, come popoli dell’Europa.
Tuttavia, nonostante il retroterra già dissodato, anche per i nazisti non fu semplice definire l’ebreo. All’inizio, con il primo decreto del 7 aprile 1933 veniva stabilito il licenziamento da certi ruoli dei funzionari pubblici di «ascendenza non ariana», ovvero di coloro che contavano da quattro fino a un solo nonno ebreo, cioè «macchiati» anche da un solo quarto di «ebraicità». Ovviamente per attestare di non trovarsi in questa situazione, era necessario attestare la propria genealogia, esattamente come nel caso dei cristianos nuevos del casticismo inquisitoriale spagnolo, presentando i certificati di battesimo cristiano dei rispettivi nonni, non certo il gruppo sanguigno, la curvatura del naso, le labbra prominenti, o altre caratteristiche bio-fisiche[437]. Ma, poi, si fece notare che, da un canto, la formulazione «non ariana» era troppo generica perché in realtà avrebbe potuto comprendere molte altre «razze», non solo quella ebraica, e che colpire un cittadino con un solo quarto di «ebraicità» significava penalizzarne anche i tre quarti di «arianità». Quindi finalmente al congresso di Norimberga, che perfezionò e completò la legislazione antiebraica, attraverso un regolamento del ministero dell’Interno applicativo del decreto del 14 novembre 1935, si decise di definire nei fatti tre categorie: Ariano, Ebreo, e Mischlinge «incrociato con l’Ebreo».
Era definito come non Ebreo ma «incrociato con l’Ebreo» ogni individuo che: 1) aveva due nonni ebrei (caso dei mezzi-Ebrei), ma a) al 15 settembre del 1935 non apparteneva più alla fede giudaica, oppure aveva cessato di appartenervi anteriormente, e non vi aderiva più, e inoltre, b) alla stessa data, non era sposato con un Ebreo o un’Ebrea (o aveva cessato di esserlo), e non avrebbe contratto una simile unione (i mezzi-Ebrei di questa classe furono denominati Mischlinge di primo grado); e, 2) ogni persona che aveva un solo Ebreo tra i suoi nonni (Mischlinge di secondo grado)[438].
Quindi Ebrei erano le «persone che avevano due nonni ebrei e che erano di religione giudaica, o che avevano un congiunto ebreo alla data del 15 settembre 1935; e persone aventi tre o quattro nonni ebrei»[439]. Ariani erano, ovviamente, tutti coloro che non erano né Ebrei, né Mischlinge.
Una sorta di ginepraio, come si vede, che sviluppò in Germania una specifica professione, il «genealogista», che assisteva i cittadini nel ricostruire e certificare la propria genealogia. In realtà, nel partito si sviluppò una discussione per semplificare le categorie e ridurle a due, abolendo i Mischlinge, comprendendo tra gli ariani quelli di secondo grado, con un solo nonno ebreo, e considerando ebrei quelli di primo grado, senza giungere però ad una conclusione. Va ricordato che nella fase della distruzione, di norma, i Mischlinge furono risparmiati dai nazisti e sottoposti solo ad una speciale sorveglianza[440].
Il fascismo si trovò di fronte alle stesse difficoltà e adottò criteri analoghi, anche se un po’ meno complicati, ovvero escludendo la condizione intermedia dei meticci.
a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;
e) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;
d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, alla data del 1 ottobre XVI (1938)[441].
Come si può notare anche per il fascismo il criterio non poteva che essere quello dell’appartenenza religiosa, criterio che assegnava direttamente alle Chiese cristiane un potere enorme e delicatissimo, perché erano esse a rilasciare i certificati di battesimo. E questo mandava in soffitta, sia per i fascisti che per i nazisti, lo sbandierato «razzismo biologico», almeno nell’accezione classificatoria basata su tratti fisiognomici e somatici, che in concreto non differivano tra«ariani» ed ebrei. Inoltre, in ambedue i casi, si ammetteva una parziale possibilità di liberarsi dalla «tara» dell’«ebraicità», se ci si fosse convertiti al cristianesimo prima della data di emanazione degli stessi provvedimenti persecutori, il 15 settembre 1935 per i nazisti, il 1° ottobre 1938 per i fascisti.
Chiaramente quei termini erano posti, non tanto per negare in linea di principio la possibilità che mezzi ebrei potessero redimersi dalla loro «ebraicità», possibilità infatti riconosciuta fino a quelle date, ma per prevenire successive conversioni fittizie compiute con il solo scopo di sottrarsi ai provvedimenti punitivi. Come era stato previsto anche dai nazisti, inoltre, si cercava di esonerare dai provvedimenti persecutori una serie di categorie di ebrei di cittadinanza italiana che si fossero resi benemeriti per cause patriottiche e per particolare devozione fascista, che vennero definiti «ebrei discriminati»:
famiglie di caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;
famiglie dei volontari di guerra nelle guerre predette;
famiglie di combattenti nelle guerre citate insigniti della Croce al merito di guerra;
famiglie dei Caduti per la Causa Fascista;
famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa Fascista;
famiglie di fascisti iscritti al Partito negli anni 1919-1922 e nel secondo semestre del 1924 e famiglie di legionari fiumani;
famiglie aventi eccezionali benemerenze da accertare da una apposita commissione[442].
Inoltre, con la legge del 13 luglio 1939, il fascismo ammise la possibilità di uscire del tutto dalla condizione di ebrei e di essere «arianizzati», «anche in difformità dalle risultanze degli atti di stato civile». Questa disposizione, che non definiva nel dettaglio la casistica che eccezionalmente avrebbe concesso ad un ebreo la qualifica di «ariano», assegnava un potere discrezionale enorme al Ministero dell’Interno, con ampio spazio a fenomeni di corruzione[443]. Anche questa procedura attesta come non si possa sostenere che per il fascismo la condizione di ebreo fosse in assoluto immodificabile, a differenza di quella della Chiesa che ne avrebbe ammesso la «redenzione» con il battesimo cattolico.
A questo punto, individuati con precisione gli ebrei, si procedette con provvedimenti draconiani che ne sconvolsero le esistenze. Qui il compito era facilitato perché il materiale cui attingere, come abbiamo visto, era già vastissimo, dalle tradizionali e secolari pratiche antisemite della Chiesa cattolica, alle elaborazioni più recenti dei partiti cattolici austriaco e francese, di cui si è detto. Come abbiamo già ricordato, lo stesso Hitler il 26 aprile 1933, all’indomani delle prime misure persecutorie verso gli ebrei, in un incontro con alcuni rappresentanti della Conferenza episcopale di Fulda, aveva rivendicato esplicitamente la continuità dell’iniziativa nazista con la tradizione cattolica:
«Circa la questione giudaica, asserì che egli considera i Giudei come nocivi; ricordò l’atteggiamento della Chiesa cattolica fino al 1500, deplorò che il liberalismo non abbia visto questo pericolo». Hitler aveva concluso dicendo di considerare i rappresenti di questa razza un «pericolo per lo Stato e per la Chiesa» e che perciò pensava di rendere «un grandissimo servizio al Cristianesimo» con la sua politica[444].
Insomma dopo aver predicato per decenni la necessità di provvedimenti riparatori della «funesta» emancipazione degli ebrei proclamata dalla rivoluzione francese, dopo averli dettagliatamente indicati attraverso i programmi dei partiti cattolici, austriaco e francese, a cavallo tra Ottocento e Novecento, finalmente la Chiesa ne registrava la concreta attuazione da parte dell’antisemitismo «realizzato» dei regimi totalitari. Anche per il fascismo, quindi, le linee guida dei provvedimenti da assumere erano da tempo tracciate. La difesa della razza nella scuola fascista, con l’allontanamento sia degli insegnanti che degli studenti non ariani, fu anticipata, rispetto agli altri provvedimenti, con decreto legge del 5 settembre 1938, attuato con particolare solerzia dal ministro cattolico della pubblica istruzione Giuseppe Bottai. Quindi seguirono gli altri interventi su diversi aspetti: l’interdizione degli ebrei dai pubblici uffici e la regolamentazione dell’accesso a determinate professioni; l’espulsione degli ebrei dal Partito nazionale fascista; il divieto di prestare servizio militare; la limitazione delle attività economiche con il divieto di proprietà e gestione di aziende di una certa rilevanza; la proibizione di matrimoni misti tra cattolici ed ebrei; infine la revoca della cittadinanza agli ebrei stranieri e l’espulsione degli stessi allo scadere di sei mesi[445]. Occorre forse sottolineare che cosa significò per costoro l’allontanamento dalla professione e dalle loro attività: innanzitutto una personale umiliazione, ancor più odiosa per coloro che avevano espresso una qualità professionale nelle loro prestazioni particolarmente elevata ed apprezzata; inoltre, la perdita improvvisa del reddito per il sostentamento di sé e della propria famiglia, parzialmente recuperata al maturare della pensione, la cui erogazione, però, verrà successivamente sospesa; ma soprattutto l’ingresso in un tunnel buio, popolato da incertezze e paure per il futuro, l’inizio di una travagliata fase della propria vita, fatta di ristrettezze economiche, di insidie non chiaramente definite, di un progressivo oscuramento dell’orizzonte. Acutamente una storica straniera, Matard-Bonucci, commentando uno dei tanti provvedimenti, apparentemente marginali, come la cancellazione dei nomi ebraici dagli elenchi telefonici e dagli annuari, sottolinea l’inusitata radicalità delle leggi antisemite italiane:
Un regime che sognava di trasformare i comportamenti e i caratteri era ovvio che affrontasse la questione ebraica rifiutando agli ebrei qualunque forma di iscrizione nella memoria e nella storia dei contemporanei; compiendo in altre parole una sorta di eliminazione simbolica[446].
Gli ebrei, di fatto, venivano spogliati dello status di cittadini italiani e sospinti in un limbo foriero di oscuri pericoli in un’Europa che si preparava ad una nuova drammatica resa dei conti all’insegna dei nazionalismi totalitari. L’esclusione formale non venne introdotta nella legislazione del 1938, a differenza delle leggi naziste di Norimberga del 1935, che la prevedeva esplicitamente. Ma nella sostanza gli ebrei si trovarono espulsi dalla comunità nazionale, come abbiamo già fatto notare, per la portata devastante dell’esclusione dal servizio militare in un contesto civile in cui il cittadino si identificava con il soldato, come ripeteva la martellante propaganda del regime in vista di sempre nuovi cimenti: «Credere, obbedire, combattere», «Libro e moschetto, fascista perfetto». Dunque, non erano solo i provvedimenti in sé a preoccupare gli ebrei italiani, ma soprattutto il futuro di persone che, escluse dal servizio militare perché sospettate di essere potenzialmente una quinta colonna, venivano di fatto private della civitas e dell’appartenenza ad una nazione. L’antisemitismo di stato, in conclusione mirava ad individuare un nemico interno ed a mobilitare l’opinione pubblica contro di esso. Era, forse, anche un’azione strumentale per preparare gli italiani alle nuove grandi sfide belliche, tuttavia l’effetto sulle vittime sacrificali, gli ebrei, in quel contesto non poteva che essere disastroso, come purtroppo fu. Quindi, gli eufemismi che si usarono allora, «segregazione amichevole», da parte dei cattolici, oppure «discriminare, non perseguitare» da parte dei fascisti appaiono maldestri tentativi di minimizzare la tragedia. Come è davvero difficile accogliere quella sintetica formula usata per le leggi razziali del 1938 da De Felice: «persecuzione all’”acqua di rose”»[447].
Se nei fatti il fascismo si dimostrava tutt’altro che moderato rispetto al nazismo[448], l’antisemitismo di stato cercò sempre di affermare sul piano teorico, seppur confusamente, un proprio carattere nazionale originale e «moderato». Non è qui la sede per ripercorrere l’infinito dibattito che al riguardo si sviluppò tra gli antisemiti storici, come Benigni o Preziosi o Interlandi o Evola, e i nuovi adepti, tutti spesso in poco onorevole competizione tra di loro per rimarcare l’autenticità e la primogenitura della propria fede antisemita. Sul tema rinviamo ai lavori di Giorgio Israel[449] e di Matard-Bonucci[450] che hanno ampiamente dato conto di questo dibattito e di cui condividiamo le valutazioni. Schematicamente, si può qui convenire che le posizioni più estremiste, sia di tipo biologico (Guido Landra e Telesio Interlandi), sia di tipo spiritualista (Julius Evola), sia di antisemitismo fondamentalista (Umberto Benigni, Giovanni Preziosi, Roberto Farinacci) trovavano spazio e vetrina su alcuni organi di stampa ed in particolare su «La difesa della razza»[451], dove spesso cercavano di contendersi il primato teorico, ma riscuotevano un relativo riscontro di pubblico: «La difesa della razza», ad esempio, dopo un iniziale successo editoriale con una tiratura di 140-150 mila copie, vide precipitare le copie vendute nel luglio-novembre 1940 a 19-20 mila di cui circa 9 mila distribuite in omaggio, perdendo notevolmente di peso a livello di opinione pubblica[452]. Sul piano istituzionale, invece, almeno per tutto il periodo del fascismo regime, negli organismi che contavano e che determinavano la politica del regime e la propaganda di massa (Ministero della Cultura popolare, Ministero della Pubblica istruzione, Consiglio Superiore della Demografia e della Razza del Ministero dell’Interno, Istituto nazionale di cultura fascista) la gestione fu saldamente in mano all’ala «moderata», che potremmo definire «nazionale-spiritualistico-romana», che si raccordava esplicitamente con l’impostazione cattolica di cui si è detto e che era rappresentata da alcune figure preminenti nell’establishment del regime.
Nicola Pende, ideatore di una via italiana all’eugenetica, fondatore dell’Istituto di Biotipologia individuale e ortogenesi, criticò a posteriori la visione biologista del Manifesto, di cui peraltro nella presentazione pubblica appariva firmatario, ma nondimeno fu convinto sostenitore della legislazione antisemita[453]. Lo stesso Pende, in un pamphlet [454] del 1940 in cui rilanciava il suo progetto di eugenetica positiva e di miglioramento fisico e spirituale della razza italica, si rivolgeva direttamente ai sacerdoti come naturali alleati della sua impresa.
Sabato Visco, fisiologo ed esperto dei problemi dell’alimentazione delle popolazioni, vicino alle concezioni di Pende, firmatario del Manifesto degli scienziati razzisti, fu capo dell’Ufficio per gli Studi e la Propaganda sulla Razza del Minculpop (dal febbraio 1939 al maggio 1941), membro del Consiglio Superiore della Demografia e della Razza, vicepresidente della Commissione ordinatrice e del Museo della Razza nell’ambito dell’Esposizione universale del 1942.
Giacomo Acerbo[455], economista e storico, già estensore della cosiddetta «legge Acerbo», la riforma elettorale maggioritaria del 1923 che facilitò l’ascesa al potere di Mussolini, fu impegnato a rivendicare la «romanità» dell’antisemitismo fascista nel suo I fondamenti della dottrina fascista della razza del 1940 e direttore della rivista «Razza e civiltà» promossa dal Consiglio superiore per la demografia e la razza e sostenuta dalla Demorazza del Ministero dell’Interno, tutti luoghi istituzionali che erano punti di forza del razzismo «spiritualistico-romano»[456]. Va annotato che il suo testo I fondamenti della dottrina fascista della razza fu molto apprezzato dagli ambienti vaticani, a conferma della convergenza della Chiesa cattolica con l’impostazione istituzionale e «moderata» da parte del regime della svolta razzista, distinta dalla «dannosa concezione razzistica tedesca». Non solo apparve su «La Civiltà cattolica» una recensione elogiativa da parte di Padre Messineo[457] ma lo stesso Vaticano volle intervenire per tacitare alcune riserve sollevate dal professor Giorgio Del Vecchio, già Rettore dell’Università di Roma, constatando compiaciuto che «secondo l’Acerbo, infatti, lo scopo della politica razziale del Governo Italiano consisterebbe nella preservazione della “sostanza ideale e spirituale della nostra stirpe”: è chiaro quindi che il cardine del “razzismo italiano” non sarebbe più il dato bio-antropologico»[458].
Giuseppe Bottai, cattolico, sostenitore del corporativismo e del lato sociale del regime confluito nella Carta del lavoro, ministro della Pubblica istruzione dal 1936 al 1943, ideatore della Carta della scuola, molto apprezzata dalla Chiesa[459], da cui scaturì la riforma scolastica del 1940 che prese il suo nome, nonché promotore di importanti provvedimenti per la salvaguardia del patrimonio storico-artistico e delle bellezze naturali, considerato «fascista critico» per la sua apertura ad intellettuali non perfettamente allineati con il regime, fu, tuttavia, impegnato con estremo rigore e con previdente solerzia nell’applicazione delle leggi antiebraiche nella scuola e nell’università. Si trattava di un caso esemplare di quella «doppiezza» della via italiana all’antisemitismo, moderata, cattolica e fascista, di cui abbiamo detto: da un lato «dolce» nei toni e nelle motivazioni teoriche, dall’altro estremamente «dura» nell’applicazione inflessibile dei provvedimenti discriminatori e persecutori nei confronti degli ebrei. Così, il fascismo «dal volto umano» di Bottai si tradusse, il 20 luglio 1938 ancor prima dell’emanazione delle leggi, in una sua comunicazione alla Demorazza, informando che «già da qualche mese» aveva vietato di nominare studiosi ebrei a posti di comando e nelle commissioni d’esame; inoltre, in agosto, promuoveva un censimento interno riservato, indirizzato a rettori e presidi, per individuare i docenti di «razza ebraica». Nel contempo, Bottai disponeva che incarichi e supplenze di insegnamento non fossero conferiti a docenti di «razza ebraica» e che non venissero adottati testi di autori di origine ebraica e, addirittura, che i premi per merito distinto non venissero assegnati ai maestri ebrei[460]. Il 6 agosto 1938 si premurò di inviare una circolare in tutte le scuole per sollecitare l’acquisto e la lettura della rivista «La difesa della razza»[461]. Si distinse per essere uno dei più intransigenti alla riunione del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938, convocata per valutare e promulgare la Dichiarazione sulla razza che darà il via al corpo legislativo antisemita, al punto da stupire perfino Galeazzo Ciano che annotava nel suo Diario:
Gran Consiglio. Problema degli ebrei. Parlano in favore Balbo, De Bono e Federzoni. Gli altri, contro.
Soprattutto Bottai che mi sorprende per la sua intransigenza. Si oppone a qualsiasi attenuazione dei
provvedimenti. «Ci odieranno perché li abbiamo cacciati. Ci disprezzeranno perché li riammetteremo»[462].
Del resto Bottai aveva già proceduto all’espulsione dalla scuola e dall’università di tutti gli ebrei, anche di quelli misti coniugati con «ariani», e a bonificare razzialmente la cultura e l’educazione, vietando l’uso di manuali di autori ebrei, senza alcuna eccezione, con inflessibilità totalitaria[463]. Va ricordato che, in sintonia con Bottai, un fondamentale contributo alla bonifica razziale della scuola venne dalla più diffusa rivista professionale per i maestri, «Scuola italiana moderna» pubblicata dalla cattolicissima editrice La Scuola, che in quegli anni fu impegnata, anche con supplementi straordinari, a diffondere la svolta antisemita nella scuola di base[464].
Infine vanno menzionati come ulteriori punti di forza della «via moderata all’antisemitismo», Pietro De Francisci e soprattutto Camillo Pellizzi, presidenti dell’Istituto nazionale di cultura fascista, rispettivamente, il primo, dal 1937 all’aprile 1940 ed il secondo da quella data in poi, impegnati nella diffusione a livello popolare della concezione fascista della razza e dell’antisemitismo, «nazionale-spiritualistico-romano».
Teresio Olivelli, ponte tra «via cattolica» e «via fascista», per una «via italiana» all’antisemitismo.
L’istituto nazionale di cultura fascista, che in quel periodo contava su una rete di 104 sezioni provinciali e 700 sottosezioni, con l’approvazione delle leggi antiebraiche, fu mobilitato con tutte le sedi periferiche nella campagna antisemita, con la particolare preoccupazione di formare una coscienza razziale «nazionale», in coerenza con il suo ruolo istituzionale. In questo progetto rientrò il coinvolgimento nelle attività dell’Istituto di un intellettuale cattolico di primo piano, Teresio Olivelli, con l’obiettivo evidente di rinsaldare quella «via nazionale, cattolica e fascista» all’antisemitismo di cui già si è ampiamente detto.
Teresio Olivelli era nato il 7 gennaio 1916 a Bellagio (Como), ma presto con la famiglia ritornava nei luoghi di origine, in Lomellina, diocesi di Vigevano (Pavia). Attivista dell’azione cattolica, dopo il liceo a Vigevano, si iscrisse a Giurisprudenza, all’Università di Pavia, dove si laureava nel 1938 per passare subito all’Università di Torino come assistente alla cattedra di diritto amministrativo. Olivelli è noto per essere stato dirigente di primo piano del movimento resistenziale cattolico in Lombardia, ispiratore delle brigate Fiamme Verdi, deceduto nel campo di concentramento nazista di Hersbruck il 17 gennaio 1945, medaglia d’oro della Resistenza: per questi suoi meriti, oggi, è in corso il processo di beatificazione[465]. Meno noto è il fatto che Olivelli, verso la fine degli anni Trenta, fu protagonista di primo piano dell’interpretazione cattolica del razzismo e dell’antisemitismo fascista e, per questo, assurto dal regime ai massimi livelli di responsabilità (Ministero della Demografia e della Razza, Istituto nazionale di cultura fascista, rappresentante dell’Italia nei convegni internazionali con i nazisti sul tema della razza), dopo aver vinto i Littoriali sulla razza a Trieste nell’aprile 1939, per il Guf di Torino. In realtà Olivelli, fervente cattolico, fu un fascista militante a partire dalla metà degli anni Trenta, proprio in consonanza con la svolta totalitaria e «antiborghese» del regime, di cui si è detto, nella quale furono mobilitati e particolarmente attivi proprio i gruppi universitari fascisti, ai quali Olivelli aderì, abbandonando l’Azione cattolica. Olivelli intendeva «cristianizzare» il fascismo, come spiega il suo patrocinatore nella causa di beatificazione:
L’identificazione tra fascismo e cattolicesimo si compie nell’accettazione comune che lo spirito è il valore supremo, la vita personale un’occasione di crescita morale, e Roma imperiale e cristiana è maestra di vita, dunque di civiltà[466].
Ricorda il suo primo biografo ufficiale: «nel 1936, scoppia la guerra politica di Spagna contro le plutocrazie (sic!), egli vorrebbe accorrere, spinto da motivazioni religiose»[467]. È solo il caso di ricordare che la guerra civile spagnola fu scatenata, il 17 luglio 1936, dall’alzamiento del generale Francisco Franco con un colpo di stato militare contro il legittimo governo democratico repubblicano, si protrasse per quasi tre anni con il sostegno decisivo sia della Germania nazista che dell’Italia fascista che sperimentò, con la propria aviazione e per la prima volta nella storia, i bombardamenti distruttivi su grandi città come Barcellona, dunque su civili inermi[468]. La guerra si concluse con l’affermazione della dittatura franchista durata per quasi quarant’anni. Era a questa impresa che Olivelli intendeva partecipare, anche se con «motivazioni religiose», confortate – occorre ricordare – dalla posizioni della stampa cattolica, preoccupata per gli eccessi anticlericali del governo spagnolo, che sollecitava l’invio di truppe per aiutare ribelli[469].
Nel marzo 1939 vennero indetti i Littoriali a Trieste, sul tema del razzismo. I littoriali, che vedevano protagonisti i gruppi universitari fascisti, i Guf, erano promossi direttamente da Giuseppe Bottai, insieme a Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare. Olivelli aveva tenuto una relazione preparatoria nella Casa dello Studente a Torino, presso il Guf locale. Ne conseguì una nomina a oratore presso i fasci e i gruppi rionali della provincia. Sollecitato a partecipare ai Littoriali a Trieste, accettò e li vinse. Si moltiplicarono, quindi, inviti a congressi e a convegni in varie città d’Italia. Dal 17 al 31 agosto ‘39 fu a Berlino, per un corso estivo di politica nazionalsocialista dove rimase sino al 13 settembre, con un breve soggiorno anche a Vienna, un’opportunità importante per conoscere direttamente il grande alleato del fascismo che proprio in quei giorni invadeva la Polonia, scatenando la seconda guerra mondiale. Nell’aprile 1940 era membro della Commissione giudicatrice dei littoriali di Bologna, un incarico di grande rilievo che riscosse evidentemente l’apprezzamento di chi, all’interno del regime, era impegnato nell’affermare quella via nazionale all’antisemitismo di cui si è detto. Infatti, rientrato a Torino, ricevete l’invito ad accettare un posto nell’Istituto Nazionale di Cultura fascista dal neo presidente Camillo Pellizzi, con cui cominciò a collaborare a Roma dalla fine maggio 1940. Ormai l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania nazista, quando Olivelli partecipò a Bologna come relatore al primo Convegno universitario italo-tedesco di studi politici, dal 19 al 21 ottobre 1940. Inoltre, per completare l’excursus della brillante carriera di Olivelli nelle istituzioni culturali e politiche fasciste va ricordato che, allorché venne costituita a Palazzo littorio la Commissione studi e legislazione, Olivelli ne fu uno dei membri, poi primo Segretario allorché la Commissione si trasformò in Ufficio, mentre già da prima era stato designato, quale rappresentante del partito, al Consiglio superiore delle Demorazza, istituito il 1° settembre 1939 presso il Ministero degli Interni. «Diventa così funzionario di partito in quanto opera in una struttura annessa al Pnf»[470]. Un altro episodio della brillante carriera di Olivelli è indicativo del ruolo preminente che la sua figura andava assumendo all’interno del regime, ai massimi livelli. Nel 1942 si liberava il posto di prestigioso di Rettore del Collegio Ghisleri di Pavia. Agostino Gemelli, da qualche tempo grande sostenitore di Olivelli, e Giuseppe Bottai, subito pensarono a lui come naturale successore, nonostante la giovane età e la condizione prevista dallo statuto, per cui il Rettore doveva essere coniugato. Bottai, cui competeva la proposta di nomina, intervenne direttamente su Mussolini per ottenere la deroga a questa disposizione che avrebbe tagliato fuori Olivelli, in quanto celibe: così Olivelli, a 27 anni, grazie all’appoggio di Bottai, divenne il Rettore più giovane d’Italia, ruolo che in verità ricoprì per poco tempo, tra una licenza e un’altra del servizio militare[471]. Nel febbraio del 1941 frequentò nuovamente a Berlino un corso di politica nazista, per 10 giorni, dal quale tornò evidentemente più che mai convinto del proprio impegno di cristiano e di fascista, se pochi giorni dopo, il 21 febbraio decise di arruolarsi come volontario in una guerra che, in quella prima fase apparentemente vittoriosa, per lui come per tanti giovani sembrava realizzare il «sogno di grandezza per la Patria, per la civiltà cristiana»[472]. «Già carezzata l’idea di offrirsi volontario in occasione della guerra di Spagna […], fu risoluto nel voler partecipare al conflitto mondiale […]. Nel marzo 1942 fece spontaneamente domanda per il fronte russo»[473], evidentemente con la medesima convinzione di combattervi il comunismo ateo per il trionfo della «civiltà cristiana». Poi sappiamo come quell’azzardata avventura si impantanò nelle steppe russe, per concludersi, tragicamente, sia per l’Italia che per Olivelli. Ma di questo non è qui la sede per una trattazione. Va solo aggiunto che quell’ultimo capitolo della storia nazionale (e di quella individuale e paradigmatica di Olivelli) relativo agli anni finali della seconda guerra mondiale, non può cancellare i capitoli precedenti del ventennio fascista ed alleviarne le responsabilità collettive ed individuali. Purtroppo spesso gli italiani, dopo quei tragici eventi, hanno preferito identificarsi con gli alleati liberatori e con la Resistenza, convinti di aver vinto la guerra e di non aver nulla a che spartire con il passato regime, con le devastanti aggressioni ad altri popoli e con la distruzione degli ebrei. Rielaborare queste nostre pesanti responsabilità risulta ancora difficile.
Dunque, in questa sede, affrontiamo il ruolo di Olivelli fervente cattolico e allo stesso tempo convinto militante fascista, impegnato in prima fila proprio in quella fase di insorgenza totalitaria, «rivoluzionaria» e «antiborghese», ultra nazionalista e imperialista, quindi antisemita, della politica del regime. Una fase in cui l’avvicinamento del fascismo al nazismo (non a caso assiduamente frequentato dall’Olivelli) rendeva oggettivamente più problematica quella tradizionale rivendicazione di originalità che il precursore Mussolini, ideatore e fondatore del fascismo, aveva sempre orgogliosamente sostenuto nei confronti dell’illustre «discepolo» tedesco. In questo contesto va collocata quella che possiamo valutare come un’intelligente operazione politica del regime cui Olivelli aderì anche nella convinzione di rinsaldare così l’ispirazione cristiana del fascismo e delle sue politiche. La fulminante carriera di Olivelli, che passò in poco più di un anno da aspirante relatore sui temi della razza nel Guf di Torino ad un incarico a Roma nell’Istituto nazionale di cultura fascista e a ruoli di primo piano all’interno del regime, non poteva essere ascritta solo alle doti individuali dello stesso, indubbiamente rilevanti. È difficile, ovviamente, valutarne con esattezza il peso, ma un ruolo importante ebbe sicuramente il sostegno di quelle componenti «nazionali-spiritualistiche-romane» del razzismo fascista che, appunto, pretendevano di percorrere una «via nazionale» all’antisemitismo, autonoma da quella nazista. Nel caso specifico si trattava del nuovo presidente dell’Istituto nazionale di cultura fascista Camillo Pellizzi, voluto a quell’incarico, non a caso, da Giuseppe Bottai, il grande patrocinatore dei Littoriali e il fautore del «rinnovamento» culturale del fascismo, ambedue cattolici.
Con Pellizzi l’Istituto visse un periodo di grande espansione del proprio ruolo e anche della struttura organizzativa. Innanzitutto, nei fatti, passò alla dipendenza diretta di Mussolini, con cui Pelizzi intratteneva assidui rapporti, e venne caricato del compito di formare l’«uomo nuovo» attraverso l’educazione politica delle masse condotta, come espressamente chiedeva il duce, con un «lavoro in profondità» per creare una «nuova civiltà»[474]. Era, infatti, lo stesso Mussolini ad impartire nel maggio 1940 assai dettagliate direttive, una sorta di preciso mandato per Pellizzi:
Il Duce ha voluto esaminare minutamente tutti i problemi inerenti alle funzioni e organizzazione dell’Istituto di Cultura fascista, fissando le seguenti direttive:
1 – L’I.N.C.F. deve diventare, al centro e alla periferia, l’organo specifico interno nel quale si accentrano e coordinano tutte quelle istituzioni e attività di studio, cultura e divulgazione che non facciano capo ai vari Ministeri.
2 – Le sezioni provinciali dell’I.N.C.F. con le dipendenti sottosezioni e nuclei, dovranno diventare definitivamente gli organi periferici del Partito per la formazione della coscienza fascista e la divulgazione dei principi della Rivoluzione così nei centri di cultura come fra le masse popolari; di qui la necessità che la scelta dei dirigenti cada su fascisti dotati di necessari requisiti politico-culturali e che possano dedicare massime energie al loro compito.
3 – La Presidenza centrale dell’I.N.C.F. sotto l’alta vigilanza del duce e alle dirette dipendenze del segretario del PNF, sarà il centro tecnico di studio di tutti i problemi che interessano la coscienza fascista e l’azione politica dei Regime e l’organo direttivo e propulsore dell’azione di propaganda alla periferia, con particolare riguardo alla diffusione capillare delle idealità fasciste[475].
E ancora nel 1942, Mussolini, incontrando alcuni collaboratori dell’Istituto sottolineava che «l’attività di propaganda e di educazione deve avere come suo centro e massimo fine l’educazione morale e la fondazione del carattere, affinché il fronte interno sia in tutto degno della vittoria»[476].
Pellizzi si dedicò immediatamente anche ad un profondo rinnovamento della rivista dell’istituto, «Civiltà fascista» che risultò evidente sin dai primi numeri usciti sotto la sua direzione, acquisendo nuovi e validi collaboratori che svilupparono un dibattito per certo versi anche originale ed «innovativo». Importanti saggi di approfondimento critico affrontavano temi, quali quelli inerenti alla fondazione di una «nuova economia», alla riforma degli istituti educativi per preparare l’avvento dell’«ordine nuovo» che sarebbe seguito alla guerra, intesa come spartiacque tra un vecchio mondo ed una nuova società. In questo quadro i temi economici miravano a mettere a fuoco due importanti obiettivi: il primo propugnava una pianificazione in grado di attuare una vera e propria «rivoluzione» dell’assetto economico italiano ed europeo, a partire dall’analisi delle cause che avevano impedito che tale «rivoluzione» si attuasse fino ad allora; il secondo affrontava la problematica complessa e controversa di come creare, in una società di massa, una nuova etica del lavoro, soprattutto del lavoro operaio, in una dimensione non alienante e che riqualificasse il lavoratore attraverso un nuovo rapporto con la tecnologia[477]. Per quanto riguardava, infine, i temi della razza e dell’antisemitismo che pure impegnarono assiduamente l’Istituto in quel periodo, venne prodotto ed utilizzato, in particolare, un testo che raccoglieva diversi contributi, edito nel 1940, Politica fascista della razza[478], e che rappresentava una sorta di manuale per il dispiegamento della propaganda dell’Istituto su tutto il territorio nazionale a livello popolare. Nel saggio d’apertura, firmato de Francisci, direttore uscente dell’Istituto, l’impostazione che abbiamo definito «nazionale-spiritualistica-romana» era chiara fin dal titolo, Civiltà romana:
Se, infatti, la lotta per la difesa della razza si presenta a tutta prima sotto l’aspetto negativo di resistenza e di opposizione alle infiltrazioni di elementi estranei, meglio considerata, essa si impone anche sotto l’aspetto positivo di azione diretta a migliorare, ad integrare, ad esaltare le energie della razza italiana. Ma ciascuno di questi due aspetti suscita, a sua volta, due ordini di problemi, strettamente collegati. Problemi biologici da un lato, problemi spirituali dall’altro: giacché, se è indispensabile difendere e rafforzare le nostre caratteristiche fisiche, non meno importante è tutelare ed arricchire il nostro tipo spirituale. Non solo perché il problema dell’uomo non può essere assimilato ad una cruda questione zootecnica; ma perché per noi fascisti — son parole del Duce — la fonte di tutte le cose è la forza eterna dello spirito. Che anzi, anche la lotta condotta sul terreno biologico non avrebbe ragione né valore, se non trovasse la sua giustificazione nei riflessi che gli elementi razziali possono esercitare sull’intelligenza, sulla volontà, sul carattere, sull’animo degli Italiani[479].
In sintonia con il saggio d’apertura il contributo di Arrigo Solmi[480], Da Roma a noi: unità di storia, unità di popolo, per il quale la «razza italica […], ariana di tipo mediterraneo»[481] poteva ritrovare ed esaltare la «forza eterna dello spirito», attingendo all’altrettanto eterna civiltà romana ed ai suoi valori tradizionali. Il saggio di Giovanni Petragnani[482], Come si difende la razza, riveste un certo interesse laddove ripercorreva la genesi della svolta antisemita del regime, confermando la lettura che abbiamo sopra ricostruita. La molla iniziale fu il «potenziamento demografico della nazione» con «l’aumento numerico ed il miglioramento della popolazione», cui seguì, con la conquista dell’impero, la necessità di adottare leggi a protezione della razza per evitare «il pericolo del meticciato» che poteva «minacciare il patrimonio ereditario cui si devono le gloriose tradizioni e l’innovatrice era fascista». Infine «l’iniqua politica sanzionista […] con la palese o subdola azione antifascista degli ebrei dispersi per il mondo» impose la creazione della Direzione generale per la demografia e la razza e le leggi antisemite[483], per concludere: «A mio parere una popolazione forma una unità etnica, quando i suoi componenti, nati sul suolo della Patria, ne sentono gli stimoli del clima e della tradizione storica, politica e culturale, diventando parte della sua forza e dei suoi valori etici e spirituali» [484]. Seguivano poi due contributi: uno su Il problema demografico: purezza,quantità, qualità[485], di Franco Savorgnan, diretto dell’Istituto centrale di statistica; l’altro su Il problema degli incroci nelle razze umane[486], una dettagliata e «scientifica» rassegna delle degradazioni fisiche e mentali proprie dei meticci e dei negri, confezionata da Giuseppe Tallarico, medico, docente universitario di Fisiologia chimica, membro del Cnr, deputato per diverse legislature. Il testo si chiudeva con un saggio molto interessante per la palese intenzione di giustificare e «normalizzare» la svolta razzista del regime, su Il razzismo negli Stati Uniti[487] di Luigi Villari, storico e diplomatico in diverse città degli Usa, esperto di relazioni internazionali con i Paesi anglosassoni. Ma, prima, ovviamente, veniva direttamente trattato il tema dell’antisemitismo, il cuore della pubblicazione, con il titolo significativo Gli ebrei e la nazione, di Ugo D’Andrea. Ugo D’Andrea, nazionalista, fascista della prima ora, fu da sempre uno stretto collaboratore di Giuseppe Bottai, impegnato nei Littoriali, giornalista apprezzato e influente, che Ruggero Zangrandi nel suo Il lungo viaggio attraverso il fascismo annoverava tra quanti, per la loro attività giornalistica, «diedero al regime, sul piano della propaganda spicciola ma di massa» un apporto «enorme, impagabile» e grazie ai quali «milioni di piccolo borghesi continuarono a rimanervi legati, anche quando qualche principio di ragionevolezza li avrebbe indotti a diffidare» e «migliaia di giovani e giovanissimi […] si immolarono con così sconcertante entusiasmo»[488]. Ugo D’Andrea esordiva richiamando la rivoluzione francese, sia per sancire che «l’avvento delle rivoluzioni nazionali e popolari di tipo autoritario fa scomparire nel gorgo degli eventi trapassati il trinomio degli immortali, ma ormai morti, principi della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza»[489], sia per «il momento capitale della vita mondiale» segnato dalla decisone dell’Assemblea costituente del 27 settembre 1791 che «votava l’ammissione dei giudei nei ranghi dei cittadini attivi»[490]. «Iniziava da quel momento la grande lotta tra il principio nazionale ed il principio internazionale», fomentato, quest’ultimo, dalla massoneria, dal socialismo, dal comunismo, ovviamente tutti ispirati dagli ebrei; una lotta che si era conclusa con il prevalere delle forze nazionaliste nella guerra civile spagnola che, significativamente proprio nel 150° della Rivoluzione francese, poneva «la parola fine ai principi dell’89 e al loro corso e ai loro sviluppi attivi». Quindi veniva esplicitata la chiave con cui si doveva interpretare la svolta razzista ed antisemita del fascismo:
Italia e Germania hanno costruito i nuovi Stati nazionali a base totalitaria e autoritaria. Tutto ciò che è estraneo alla Nazione, principi, partiti, gruppi, è bandito. Tutti i fini non nazionali sono esclusi: tutto ciò che può spezzare la solidarietà nazionale è impedito. L’unità è totale: nella politica, nell’economia, nel pensiero, nelle aspirazioni, nel sangue. Ecco il principio nuovo: l’unita nazionale anche nel sangue.
Siamo arrivati al fondo del nostro tema: al razzismo[491].
La Germania nazista aveva necessariamente anticipato il tema dell’antisemitismo perché in quel contesto la lotta tra nazione ed antinazione fu fin dall’inizio molto più aspra e oggettivamente più inconciliabile la convivenza con gli ebrei.
Così, per il caso nostro, per l’Italia fascista, quando il compito diviene più arduo, e il cammino più duro e la mèta più faticosa, maggiore diviene l’intransigenza ideale. Sempre più, infatti, occorre che gli Italiani siano se stessi: gente, territorio, lingua, sangue, un blocco solo, uno spirito solo, una volontà sola. In Italia il razzismo si pone a un dato momento del processo rivoluzionario come problema politico del risorgente impero. Occorre avere una chiara politica razziale verso le popolazioni di colore soggette e bisogna prendere posizione in Europa verso gli ebrei. Il Duce constata lo schieramento giudaico avverso al Fascismo in tutti i paesi, […] e decide di isolare gli ebrei dal corpo vivo e operante della nazione. Più gli scopi prossimi e lontani della Nazione sono esclusivi e gravi, più lo Stato deve eliminare tutte le forze estranee, tutte le frazioni impure. Siamo ad una grande svolta[492].
E fu quella «grande svolta» che evidentemente eccitò lo «sconcertante entusiasmo» del giovane Olivelli e che lo portò alla determinazione di operare con ruoli rilevanti in quella rete che abbiamo ricostruito. Fu attirato probabilmente dall’enfasi che l’accoppiata cattolica, formata da Bottai e Pellizzi, poneva sulla rigenerazione spirituale necessaria per costruire l’«uomo nuovo» in un «ordine nuovo» europeo, nonché dalla convinzione di infondere in questo processo «rivoluzionario» i valori eterni della civiltà cristiana. La consonanza di Olivelli con i temi cari all’Istituto nazionale di cultura fascista la si ritrovava fin dalla sua tesi premiata ai Littoriali del 1939. L’assunto di fondo era che la razza non era solo un fatto biologico, ma anche e soprattutto «espressione spirituale», cosicché «nell’antisemitismo, che è uno dei singoli aspetti del razzismo italiano, si accentua il valore della tradizione come individuatrice della razza. La tradizione ebraica è continuata espressione di antiromanità». Concludeva quindi l’Olivelli, dopo aver ribadito che «la razza italiana si differenzia da tutte le altre razze per la comunità di vincoli di sangue» e per la «continuità di valori e di Istituti che lega la romanità, il cattolicesimo»: «Dalle premesse risulta che la concezione cattolica non viene lesa dal razzismo fascista in quanto l’universalità e la libertà dello spirito vi è riaffermata e l’universalità non può che essere rivissuta in una particolare personalità»[493]. È evidente la sintonia con le posizioni dell’ala «moderata» e istituzionale del razzismo fascista, con l’aggiunta di un esplicito e apprezzato riconoscimento che questo razzismo era perfettamente conciliabile con il cattolicesimo. Olivelli, nella sua visione spiritualistica-nazionale cercava di porre a fondamento della «razza italiana» sia la tradizione romana che quella della Chiesa cattolica, in una sintesi unitaria realizzata dalla rivoluzione fascista, secondo un concetto di razza «sintetico-evolutivo». Ne aveva trattato in un lungo saggio pubblicato il 15 aprile 1939 su «II Lambello», quindicinale degli universitari fascisti di Torino, che così concludeva:
Di qui l’importanza della razza. Questa si comporta rispetto alle espressioni spirituali o come matrice […] o come predisposizione e impulso o come inerzia. Si potrebbe […] dire che l’estraneità razziale agisce come «resistenza» alla partecipazione ad uno stile di vita e soprattutto alla realizzazione delle particolari espressioni spirituali caratteristiche ad un’altra razza portatrice di una sua civiltà […]; storia fissata nella materia umana, passato che si fa presente. Onde l’efficacia […] della tradizione […] che si consolida sempre più con la sua ripetizione di generazione in generazione. Si può ben dire […] di tutta una civiltà, che confluisce e si riassume in un nuovo essere […], che la filogenesi è ricapitolata nell’ontogenesi la quale […] rinnova la filogenesi. In questo senso possiamo affermare che ad ogni nazionalità corrisponde una razza. Esempio tipico la razza italiana. La Tradizione intesa come forma di civiltà è operatrice: giacché lo Spirito che accetta il dato razziale, lo elabora, lo ricrea, lo celebra in perenne arricchimento e lo sviluppa in forme novelle di civiltà […]. Sarebbe nefasto concepire la razza come un fatale ripullulare di dati preesistenti, immutabili […]. Ne consegue […] il concetto dinamico di razza, che […] potrebbe […] dirsi sintetico-evolutivo. Evolutivo sotto il profilo di uno sviluppo delle caratteristiche proprie e dell’accoglimento di altri valori. L’Italia di oggi non è l’Italia pre-romana e […] romana in quanto essa ha accolto [..,] il Cattolicesimo che rivive in un modo suo peculiare […]. Sintetico sotto il profilo che non esclude l’assimilabilità […]. Le nostre leggi lasciano alla discrezionalità dello Stato la liceità del matrimonio con razze giudicate suscettibili di esser plasmate secondo le caratteristiche dell’italicità; nei nostri […] confini [„.] esistono nazionalità, quindi razze diverse giudicate assimilabili. Altre invece sono attualmente giudicate inassimilabili […]. Naturalmente i popoli che con il nostro percorsero dalle origini un cammino parallelo (i cosiddetti ariani) sono affini e con relativa facilità assimilabili […]. Le differenze razziali non significano esclusivismo ma implicano l’integrarsi e l’organizzarsi dei singoli gruppi nella pienezza dei propri mezzi e nella consapevolezza dei propri fini specifici[494].
Va solo annotato che Olivelli, in questo saggio, rinunciava anche a riproporre quell’unica obiezione alle leggi razziali sollevata dalla Chiesa relativa alla competenza sui matrimoni misti, riconoscendo allo Stato la «discrezionalità» di decidere anche su questa materia. In quel periodo è significativo l’apprezzamento espresso da padre Agostino Gemelli dopo aver sentito per la prima volta parlare Olivelli a un convegno a Genova: ne sottolineava, in particolare, la salda affermazione dei «valori eterni del cattolicesimo»[495], come tratto essenziale della comune adesione al fascismo ed alla svolta antisemita. Questa perfetta sintonia, politica ed ideale, si tradusse, da quel momento, in un intenso sodalizio tra Olivelli e Gemelli. Il tema del razzismo veniva ripreso e ulteriormente sviluppato in un altro articolo apparso, il 27 gennaio 1940, su «Libro e moschetto», il settimanale dei Guf pubblicato a Milano, Razza e costume, di cui riportiamo alcuni passi:
Il razzismo fascista è la valorizzazione spirituale di un dato biologico. […]Il razzismo si presenta come svolgimento e intensificazione nella concretezza fisica del principio nazionalistico, eminentemente spirituale. Tutti i valori e gli atteggiamenti inerenti al nazionalismo sono perciò accolti nel razzismo e, attraverso l’affermazione della ininterrotta continuità e esclusività dei caratteri, maggiormente accentuati. Il razzismo è approfondita coscienza della propria essenza nazionale, della propria personalità civile, è espressione di un’urgenza vitale, decisa volontà di conservazione ed affermazione contro tutti i pessimismi, le crisi, gli appiattimenti cosmopolitici, l’ineluttabilità del tramonto di quella civiltà occidentale che noi creammo romana e cattolica, desolatamente e apocalitticamente annunciata da troppa letteratura contemporanea. Perciò riaffermiamo la fede nel «capolavoro umano» tracciato dalla tradizione che è tradizione di vita: perciò vogliamo essere sempre più appassionatamente «noi stessi» (sensus sui), vogliamo chiarirci a noi e agli altri, vogliamo che tutto il popolo italiano riacquisti il senso della «sua» missione. È necessario ritornare ai valori tipicamente italici, individuando ed espugnando tutti quegli elementi non congeniali, soprastrutture che un allentato senso della propria dignità nazionale specifica permise si insinuassero nella nostra cultura e incidessero sul «costume» ingenerandovi aberrazioni intellettuali, sfrenatezza di egoismi capitalistici, sfaldamento morale, esaltazione morbosa della sessualità, in una parola, il dominio della materia sullo spirito. […] E soprattutto ritorno ai valori primordiali dello spirito, al gusto di una vita semplice, sana, feconda, profondamente morale, intimamente religiosa: quale la vita della più pura romanità. […] La privilegiata posizione biopsicologica e culturale non è un materasso su cui riposare; impegna profondamente l’orgoglio primaziale, deve giustificarsi nella grandezza delle opere: compito sublime e arduo a cui è posto il risorgente umanesimo italico. Occorre a questo scopo una dura volontà di essere se stessi, di svolgere se stessi, di superare, costruire se stessi. Occorre incidere sul costume. La società deve progressivamente moralizzarsi: contro il modo di vivere «borghese» intrinsecamente decrepito e vuoto del «senso divino della vita». L’Impero è negli spiriti prima che nella espansione territoriale. Il razzismo fascista vuole che il popolo italico cosciente e altero di essere il portatore di valori che costituiscono l’unica civiltà, continui la missione imperiale che l’eredità custodisce e lo spirito celebra, per sé, per l’umanità tutta cui donò la Fede, il Diritto, l’Arte[496].
Con tutta evidenza, erano parole accolte come musica dal regime impegnato a costruire una propria «via nazionale, fascista e cattolica all’antisemitismo», tanto «moderata» nei toni quanto dura, come abbiamo visto, nei provvedimenti concreti assunti e nelle conseguenze prodotte sulla condizione sociale e civile della comunità ebraica italiana. Pare difficile negare che l’Olivelli abbia offerto un significativo contributo a questa operazione, con genuina convinzione. E, a nostro parere, non giova tentare di occultare una simile evidenza, perché apparirebbe in contrasto con il «secondo» Olivelli, quello antifascista, dall’8 settembre 1943 al 17 gennaio 1945: paradossalmente ne sminuirebbe il valore di una «conversione» pagata con la propria vita. Ma torneremo su questo tema. Ciò che però va rimarcato è che quella «via nazionale, fascista e cattolica all’antisemitismo», presunta «moderata», contrariamente a quanto sostenuto dalle interpretazioni revisioniste del fascismo e del ruolo dei cattolici, si prestava ad essere particolarmente efficace: nei confronti degli ebrei italiani, probabilmente, fu molto più gravida di conseguenze rispetto alle campagne dei fanatici ed estremisti antisemiti che pure allignavano in Italia, ma che difficilmente potevano far presa sul comune sentire. Anche per l’antisemitismo, come per qualsiasi politica del regime, decisivo era il consenso delle masse cui Mussolini era particolarmente sensibile. A questo proposito, come ricordava Ugo D’Andrea, l’Italia non era la Germania (e l’Austria), dove vi erano una tradizione ed un movimento antisemita radicati a partire da fine Ottocento: qui la piccola comunità ebraica era una realtà molto esigua, perfettamente integrata, che la popolazione faticava non poco a percepire come una minaccia, per cui l’unica tradizione antisemita era quella cattolica. Per questo i toni fanatici e le argomentazioni estremistiche degli antisemiti alla Farinacci, o alla Preziosi o alla Evola non erano adeguati al contesto italiano: più efficace la mobilitazione di figure di primo piano dell’Accademia e della scienza, moderati e «oggettivi» nell’argomentare, e di figure di primo piano del mondo cattolico, che, con l’avallo del Vaticano, potevano far breccia nel corpo profondo del popolo italiano, all’epoca strettamente legato alla Chiesa. Insomma, se un certo consenso popolare alla svolta antisemita del regime si realizzò in Italia, lo si deve, probabilmente, soprattutto al ruolo svolto dai fautori della «via nazionale, fascista e cattolica all’antisemitismo». E il consenso popolare, ricordiamolo, ebbe un ruolo indiretto essenziale nella caccia all’ebreo durante la fase della distruzione, in particolare in un Paese in cui individuare l’ebreo era molto difficile senza che si attivassero solerti spioni e delatori.
Le leggi razziali, la Chiesa e la questione dei matrimoni misti
Della reazione della Chiesa cattolica all’emanazione delle leggi razziali si è già detto. Forse la posizione ufficiale più dettagliatamente argomentata fu quella del vescovo di Cremona monsignor Giovanni Cazzani, pubblicata con molta evidenza da «L’Osservatore romano», il 15, 16 e 17 gennaio 1939 e ripresa da diversi organi di stampa cattolici. Del resto il direttore del giornale vaticano spiegava, nel suo preambolo, che tutti i vescovi italiani concordavano sul trattamento degli ebrei, e le loro vedute erano in perfetta armonia con quelle del papa. Cazzani, in linea con le posizioni di Pio XI e con la sua enciclica Mit Brennender Sorge nella parte centrale del suo saggio non mancava di ribadire il diritto-dovere della Chiesa di condannare il razzismo di marca nazista, con l’implicito riconoscimento di una diversità sostanziale alla versione fascista:
La Chiesa ha condannato quel razzismo esagerato germanico, che pretende erigersi dottrinalmente sulla base di un sistema filosofico religioso, negatore della fede cattolica e della civiltà cristiana. È il sistema materialistico del sangue come principio generatore determinante anche della vita intellettuale e spirituale, individuale e sociale. È il sistema che nega l’ordine soprannaturale, la divina rivelazione e la divina ispirazione della Bibbia; nega la creazione e l’unità originaria del genere umano; nega il peccato originale, l’universalità della redenzione, anzi la redenzione stessa, quindi la divinità di Cristo e del suo Vangelo e della sua Chiesa. Nega l’esistenza di un Dio personale, distinto dal mondo. Riduce l’immortalità dell’anima alla continuità razziale del sangue nelle successive generazioni; e sostituisce a Dio la divinità della razza e del sangue, che genera il diritto e determina la morale, e praticamente arriva fino a inumane mutilazioni sterilizzatrici, per spegnere la generazione di una stirpe umana[497].
Dunque, in maniera chiara e netta, non si condannava l’antisemitismo realizzato attraverso le leggi razziali, ma soltanto quelle motivazioni, presenti in alcuni teorici nazisti, ispirate ad una «dottrina contraria alla verità rivelata», condanna estesa anche ai «poteri politici» che avessero condiviso quelle errate concezioni, nonostante potessero essere – secondo il monsignore – «per altri rispetti anche benemeriti della Chiesa medesima»[498]. Ma tale condanna veniva dopo l’esternazione delle «colpe» degli ebrei e delle giuste misure restrittive adottate nei loro confronti dalla Chiesa:
Non voglio aggiungere afflizioni all’afflitto ma […] è evidente la mano di Dio nella storia umana, in modo luminoso nelle tragiche vicende del popolo ebreo. La Chiesa ha sempre giudicato pericolosa la convivenza degli ebrei, fin che rimangono ebrei, alla fede e alla tranquillità dei popoli cristiani. E per questo voi trovate un’antica e lunga tradizione di legislazione e disciplina ecclesiastica, indirizzata a frenare e limitare l’azione e l’influenza degli ebrei in mezzo ai cristiani e i contatti dei cristiani con essi, isolando gli ebrei e non permettendo ad essi l’esercizio di quegli uffici e di quelle professioni per cui potessero dominare o influire su lo spirito, su l’educazione, sul costume dei cristiani[499].
Riecheggiavano qui i contenuti dell’accordo segreto di cui abbiamo trattato, ovvero la consonanza della via fascista all’antisemitismo con la tradizionale posizione della Chiesa mantenuta in essere nell’Europa cristiana fino alla rivoluzione francese. Nel contempo Cazzani si preoccupava di ribadire che «la Chiesa ha sempre levato la sua voce a difesa degli ebrei, quando la reazione dei cristiani passava contro di essi i limiti della umanità e della carità», in linea con la «segregazione amichevole» de «La Civiltà cattolica», ispirata a una «moderata» limitazione dei diritti civili così come si era espressa nella legislazione degli Stati pontifici. La Chiesa, insisteva, era stata ingiustamente accusata di opporsi alle leggi indirizzate contro gli ebrei: «Avete sentito dire che la Chiesa protegge e difende gli ebrei col loro giudaismo. Non è vero»[500]. E ancora: «Non è vero che la Chiesa abbia modificato ora la sua legislazione canonica per favorire gli ebrei che rimangono tali»[501]. Essa «non ha condannato e non condanna qualunque difesa politica dell’integrità e della prosperità della razza, o qualunque precauzione legale contro un’eccessiva e dannosa influenza giudaica nella vita della Nazione»[502], in altre parole le leggi razziali emanate dal regime fascista.
Sorprende, quindi, che molti storici, contrappongano alla posizione «conciliante» di Cazzani una presunta forte critica pronunciata dal cardinale di Milano Ildefonso Schuster, monaco benedettino, nell’omelia del 13 novembre 1938, che, com’è evidente, condanna sì il razzismo, ma quello «eretico» e «idolatrico» nazista, perfettamente in linea con Cazzani e Pio XI:
È nata all’estero e serpeggia un po’ dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della cattolica Chiesa, ma materializza nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all’umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo[503].
Posizione del tutto coerente con il suo antisemitismo e con la convinta adesione al fascismo espressi reiteratamente dallo stesso cardinale Schuster. In una pubblicazione del 1924, il monaco benedettino annotava che la tradizionale minaccia per i cristiani costituita dagli islamici nella modernità era stata sostituita da quella portata dagli ebrei «un popolo che non ha patria e che odia quindi quella degli altri» e imputava agli ebrei la responsabilità di aver acceso nell’Europa cristiana il primo conflitto mondiale e per questo dovevano essere combattuti coloro che «hanno scatenato l’immane flagello della guerra e che ne hanno ritratto vantaggio – gli ebrei bolscevichi, sionisti, massoni, ecc. »[504]. Così, in occasione della guerra d’Etiopia, ricordando che il fascismo aveva portato alla restaurazione dell’Italia cattolica, Schuster proclamava che la Chiesa e lo Stato fascista avevano una «santa missione nazionale e cattolica» da svolgere in un periodo in cui «sui campi d’Etiopia il vessillo dell’Italia reca in trionfo la croce di Cristo, spezza le catene degli schiavi, spiana le strade ai missionari del Vangelo»[505]. E ancora, dopo l’accordo di Monaco, lo stesso cardinale «in un’adulatoria lettera aperta, proclamò che “l’Italia è fiera perché il suo Duce ha portato un contributo così prezioso alla pace”. Suggerì la costruzione di una nuova Chiesa dedicata alla pace per segnare il trionfo di Mussolini»[506].
È solo il caso di ribadire che per quanto riguarda le conseguenze sulla condizione degli ebrei le leggi razziali fasciste del 1938 non erano meno dure di quelle naziste del 1933 e 1935 (diremmo oggi che si trattò in gran parte di un copia-incolla). La presunta diversità si sarebbe dovuta individuare nel fatto che queste ultime avevano un’ispirazione neopagana ed idolatrica a differenza di quelle fasciste che si collocavano nel solco della tradizione cristiana, come era stato sancito nel famoso accordo segreto del 16 agosto 1938 tra il Vaticano ed il regime, e come interpretavano dal versante cattolico in modo esemplare, sul piano teorico, il sodalizio di Gemelli e Bendiscioli e, sul piano della militanza e propaganda, Teresio Olivelli. Ma per gli ebrei italiani questa differenza di motivazioni era del tutto irrilevante: per loro ciò che contava era che anche la Chiesa cattolica, aderendo alle leggi antiebraiche fasciste, li aveva abbandonati in un limbo di «non cittadinanza» che sconvolgeva le loro esistenze e che soprattutto li esponeva ad un rischio gravissimo, che sarebbe risultato per molti di loro letale. Un abbandono, questo, che in un Paese cattolicissimo, a quei tempi, come l’Italia aveva un peso oggettivo enorme, in particolare in assenza di una tradizione antisemita laica. Abbiamo già abbondantemente dimostrato come la critica della Chiesa al «razzismo germanico» non avesse mai significato rigetto del razzismo fascista e men che meno dei provvedimenti antiebraici del 1938, ma anzi si conciliasse molto bene con essi, in sintonia con la volontà del regime di percorrere una via autonoma, nazionale, quindi fascista e cattolica, all’antisemitismo, secondo le rispettive formule «moderate» e convergenti del «discriminare, non perseguitare» e della «segregazione amichevole».
La storiografia cattolica[507], molto spesso, per sottrarsi a questa evidente ed imbarazzante convergenza, ha enfatizzato lo scontro, che si protrasse per un certo periodo, tra Santa Sede e regime, sulla questione dei matrimoni misti, questione che merita di essere approfondita. Proprio l’art. 1 del Regio Decreto-legge del 17 novembre 1938, n. 1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana, interveniva sulla materia in modo perentorio: «Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo»[508]. Veniva così sottratta alla Chiesa cattolica una facoltà che le era stata riconosciuta dal Concordato del 1929 che all’art. 34 recitava: «Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, che è base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili»[509]. Ebbene se il diritto canonico prevedeva degli impedimenti per coppie di religione mista (dirimente se tra battezzati e non battezzati, impediente se tra cattolici ed eretici o scismatici), per le quali la dispensa a volte era concessa sotto precise condizioni, la Chiesa per legge divina non poteva impedire in assoluto il matrimonio tra due cattolici di qualsiasi «razza» e nazionalità, per cui se un soggetto ebreo si fosse convertito al cattolicesimo la Chiesa poteva unirlo in matrimonio con un «ariano»[510]. Fu questo l’unico provvedimento del complesso delle leggi razziali che «La Civiltà cattolica» immediatamente criticò, riportando integralmente una nota del 14-15 novembre 1938, pubblicata da «L’Osservatore romano»[511]:
[…] qualora si tratti di due cattolici di diversa razza. È vero che la Chiesa, sempre madre amorosa, suole sconsigliare i suoi figli di contrarre nozze che presentino il pericolo di prole minorata (sic!), ed in questo senso è disposta ad appoggiare, nei limiti del diritto divino, gli sforzi dell’autorità civile tendenti al raggiungimento di tale onestissimo scopo. Sono evidenti le ragioni morali e sociali di tale atteggiamento. Ma la Chiesa suggerisce, ammonisce, persuade, non impone o proibisce. Quando due fedeli di razza diversa, decisi a contrarre matrimonio, si presentano a Lei, liberi da ogni impedimento, la Chiesa non può, per il solo fatto di diversità di razza, negare la sua assistenza[512].
Annotando come venga usato il termine «razza» per indicare gli ebrei, pare opportuno sottolineare che analoghe obiezioni non vennero accampate nei confronti della legislazione razzista dell’Africa orientale e della cosiddetta norma sul concubinato, che come abbiamo visto sopra venne sostanzialmente accolta dalla Chiesa. Sembra, dunque, che in questo caso, oltre alla questione di principio del vulnus al Concordato, abbia influito nell’atteggiamento della Chiesa il fatto che nel caso africano non era in questione il valore simbolico nell’escatologia cristiana della conversione degli ebrei. Comunque, il dissidio, sviluppatosi in particolare nell’ottobre-novembre del 1938, si concluse con un nulla di fatto per la Chiesa. Tuttavia questa controversia sui matrimoni misti è stata utilizzata sia per accreditare un’opposizione della Chiesa cattolica all’insieme dei provvedimenti razziali, in realtà mai esistita, sia per argomentare una presunta estraneità della stessa Chiesa ad un antisemitismo di tipo «razzista».
Infatti per la Chiesa, si sostiene, a differenza del fascismo, la conversione avrebbe potuto comportare la fuoriuscita dall’appartenenza alla «razza ebraica». In realtà, questa possibilità era prevista anche dal fascismo, a patto che il battesimo cattolico fosse avvenuto prima del 1° ottobre 1938, senza contare i «discriminati» per particolari meriti e la possibilità, a discrezione del regime, di «arianizzare» comunque degli ebrei. Dunque, sostenere che la posizione della Chiesa non era razzista comporterebbe l’estensione dello stesso giudizio assolutorio anche al regime, tenendo conto, tra l’altro, che in ogni caso l’attestazione di «ebraicità» od «arianità», come abbiamo più volte detto, era nei fatti delegata alla Chiesa che deteneva il monopolio dei certificati di battesimo. Sul tema, poi, degli ebrei convertiti, la tradizione della Chiesa non era particolarmente cristallina, come abbiamo ricostruito nella vicenda degli Estatutos de limpieza de sangre della Spagna inquisitoriale. In ogni caso si sarebbe trattato di un numero minimo di soggetti, nell’ordine delle decine all’anno, rispetto ai circa 40.000 ebrei colpiti dalle leggi razziali, per la sorte dei quali questa diatriba sui matrimoni misti era del tutto ininfluente.
Inoltre, bisogna notare che gli eventuali ebrei uniti dalla Chiesa in matrimoni con ariani, in deroga del citato art. 1 del Rdl 1728, in seguito a conversione dopo il 1° ottobre 1938, non avrebbero goduto di alcun vantaggio: per le leggi razziali e relative conseguenze persecutorie, sarebbero rimasti a tutti gli effetti «appartenenti alla razza ebraica». Un dettaglio questo, che significativamente sfugge a pressoché tutti gli storici cattolici. L’unico «vantaggio», nel senso di non essere più ebreo, sarebbe potuto ricadere sugli eventuali figli di questi matrimoni misti, se battezzati e se la Chiesa avesse ottenuto anche una deroga, per questi ultimi, alla data del 1° ottobre 1938. Ma la conseguenza logica di quella deroga sarebbe stato il venir meno di quel paletto temporale per tutti gli ebrei «misti», che in Italia erano un gran numero. Ipotesi impraticabile per il regime, perché avrebbe aperto una via d’uscita nella quale tanti «perfidi giudei» si sarebbero gettati, fingendosi convertiti, pur di sottrarsi alla persecuzione. Dunque, per gli ebrei, questa impuntatura della Chiesa cattolica sulle competenze relative ai matrimoni misti fu pressoché irrilevante e stupisce come questo «dettaglio» sia del tutto trascurato dalla storiografia cattolica, che evidentemente deve compiere ancora un lungo tragitto per rielaborare criticamente questa vicenda. Infatti, anche questa diatriba va letta come uno dei tanti episodi, di cui abbiamo già discusso, di quel conflitto di potere che inevitabilmente si dispiegò tra un papa assolutista e neoteocratico, come Pio XI, e un Mussolini, altrettanto assolutista e totalitario, in particolare dopo la svolta del 1935. Il punto era, ancora una volta come nella questione dell’azione cattolica, la demarcazione delle rispettive prerogative della Chiesa e dello Stato fascista, questione interessante per i cattolici e per i fascisti, ma del tutto ininfluente per le sorti degli ebrei.
Peraltro, il terreno delle conversioni, per di più in quella situazione tanto minacciosa per gli ebrei, era molto insidioso per la Chiesa cattolica, in oggettiva difficoltà a riconoscerne l’autenticità; inoltre per gli ebrei, che dalla notte dei tempi avevano sofferto le pressioni della Chiesa perché uscissero dall’«accecamento» riconoscendo il Messia, questa insistenza della Chiesa sulle conversioni poteva essere percepita come un voler trarre profitto dalla sciagura che si era abbattuta su di loro. Questioni che sembrano in generale non essere colte dalla storiografia cattolica, che rivela ancora oggi un’incapacità empatica a mettersi nei panni del perseguitato. In verità sempre Giovanni Miccoli, lo storico cattolico più coraggioso nell’affrontare anche questa vicenda, riconosce come quel tema delle «conversioni», dopo l’emanazione delle leggi razziali, fosse oggettivamente denso di problemi per la stessa Chiesa, oltre a riproporre agli ebrei un incubo antico, particolarmente odioso in quelle circostanze. Com’è noto, alcuni sacerdoti, anche su direttive informali delle gerarchie, per aggirare la data fatidica del 1° ottobre 1938, predatarono alcuni certificati di battesimo di ebrei che si erano rivolti a loro in cerca di salvezza. Un’operazione che solo un atteggiamento superficiale o cinico può salutare come grande merito della Chiesa cattolica. Esso, come nota appunto il Miccoli[513], evocava quelle pratiche inquietanti della Chiesa inquisitoriale che ammetteva, anzi caldeggiava, diverse forme di pressione e coercizione per indurre ebrei ed eretici alla conversione. D’altro canto, anche per questo passato certamente ancora vivo e sofferto tra gli ebrei, è immaginabile con quale umiliazione e sconforto potevano compiere un simile passo coloro che, per disperazione, si piegavano a chiedere quel certificato falso di battesimo. Riconosce Miccoli che «era troppo evidente che quei battesimi non nascevano generalmente da una scelta spontanea degli interessati»[514]. Si trattò spesso di una doppia tragedia: per alcuni ministri della Chiesa che si trovarono in tremenda solitudine ed a loro totale discrezionalità ad essere arbitri della sorte di vittime inermi; e per gli ebrei, posti di fronte a dilemmi drammatici e umilianti per non essere schiacciati da pesantissimi e odiosi provvedimenti, nel silenzio della Chiesa, se fossero rimasti ebrei «autentici», non convertiti o non disposti a convertirsi. Dunque, con umano rispetto e pietà, andrebbe trattata quella vicenda, evitando toni, davvero inopportuni, come quelli che furono usati nel caso di un sacerdote, don Stefano Pebeiani che a Brescia ebbe l’incarico di curare queste pratiche di predatazione dei battesimi. Così ne parlava lo storico ufficiale del movimento resistenziale delle Fiamme verdi, don Antonio Fappani: «I pochi ebrei che furono perseguitati [sic!] trovarono solidarietà ed aiuto nei sacerdoti (ed è dovere qui fare il nome di don Stefano Pebeiani) »[515]. Costui, inoltre, «di questi battesimi farà dei piccoli capolavori. Ma battezzare non gli basta; pretende la conversione sincera prima del sacramento, e numerose ne ottiene»[516]. Insomma, l’enfasi che ancora qualcuno intende porre sulla vexata questio del vulnus inferto alle prerogative concordatarie riconosciute alla Chiesa in tema di matrimoni misti, oppure sui battesimi predatati che avrebbero salvato alcuni ebrei, rende ancor più grave il sostanziale consenso della stessa Chiesa alle leggi razziali fasciste e assordanti i troppi silenzi sulle tante vittime di quella tragedia, la cui unica colpa fu di essere ebrei.
L’enciclica «inesistente» di condanna dell’antisemitismo
Per la storiografia cattolica rimane un ultimo appiglio per cercare di sfuggire alla verità storica di una sostanziale condivisione da parte della Chiesa dell’antisemitismo «realizzato» del regime fascista: una bozza di enciclica Unitas humani generis, fatta predisporre da Pio XI nel 1938, ma mai resa ufficiale e pubblicata dallo stesso né dal suo successore Pio XII. Addirittura la biografia ufficiale di Pio XI sul sito del Vaticano, a questo proposito, così si esprime: «La voce che prima di morire egli stesse redigendo un documento contro la discriminazione razziale ed il regime fascista non ha trovato conferma»[517]. Dovrebbe bastare questo dato di fatto incontrovertibile per non sprecare parole a commentare un’enciclica mai esistita. Tuttavia molto si è scritto sulla ipotetica bozza, anche qui enfatizzando una presunta intenzione, perlomeno di Pio XI, di condannare l’antisemitismo fascista. Per quello che se ne sa della bozza predisposta da tre esperti e probabilmente mai vista dal papa, vi si confermerebbero le linee di fondo che già abbiamo visto più volte: presa di distanza da un razzismo ed antisemitismo «esagerato», idolatrico, come quello nazista; riconferma dell’antisemitismo praticato dalla tradizione cattolica; riproposizione, infine, del decreto del Sant’Uffizio, del 25 marzo 1928, in occasione dello scioglimento degli Amici di Israel, di cui abbiamo trattato più sopra[518]. Occorre ricordare che quel decreto scioglieva un’associazione nata tra alcuni cattolici per abolire la preghiera dei «perfidi giudei» del venerdì santo ed aprire un dialogo con gli ebrei, e che, come chiarì esplicitamente «La Civiltà cattolica» su impulso dello stesso Pio XI, condannava solo l’antisemitismo «nella sua forma e nello spirito anticristiano», ma nello stesso tempo condannava appunto l’amicizia con gli ebrei e metteva in guardia dal gravissimo pericolo che essi rappresentavano per la cristianità[519].
In ogni caso, l’enciclica non solo non vide la luce, ma forse neppure fu esaminata da Pio XI. Addirittura sembrerebbe che il papa l’avesse definitivamente accantonata, come aveva accantonato anche il contenzioso sui matrimoni misti[520]. Non si comprende altrimenti perché non ve ne fosse alcun cenno nella relazione stesa dal Papa negli ultimi giorni di vita, una sorta di testamento spirituale, esattamente tra il 31 gennaio ed il 1° febbraio 1939, e che doveva essere da lui stesso letta e resa pubblica, se non fosse deceduto poche ore prima, l’11 febbraio in occasione della solenne celebrazione del decennale dei Patti lateranensi. Si trattava di una lunga relazione dedicata nella prima parte alla Chiesa a dieci anni dal Concordato e che nella seconda parte affrontava i motivi di attrito e di insoddisfazione che erano intervenuti nei rapporti con il regime.
Il documento fu mantenuto segreto fino ad una parziale pubblicazione voluta da papa Giovanni XXIII nel 1963 ed alla più recente messa a disposizione degli storici nella versione integrale, pubblicata in appendice da Emma Fattorini. Siamo agli inizi del 1939, in piena campagna persecutoria nei confronti degli ebrei italiani e, a dire di alcuni storici cattolici, Pio XI sarebbe stato in ansia per i tempi troppo lunghi della stesura della famosa enciclica di condanna dell’antisemitismo. L’aspettativa per lo storico, dunque, è enorme, dopo che si è a lungo cercato di costruire la figura di un papa che si sarebbe opposto all’antisemitismo fascista: quale migliore opportunità per dire parole chiare da consegnare alla storia ed al proprio successore. La prima parte della relazione si occupava della vita interna alla Chiesa e si soffermava in particolare sul ruolo dei seminari. Nella seconda parte Pio XI, invece, affrontava il tema dei rapporti con il regime, diventato motivo di tensioni, come abbiamo visto, in particolare dopo la svolta totalitaria di metà anni Trenta. Innanzitutto denunciava le scorrettezze della stampa nell’interpretare la sua parola:
Ci si occupa, e non soltanto in Italia, delle Nostre allocuzioni, delle Nostre udienze, il più spesso per alterarle in falso senso; ed anche, inventando di sana pianta, farci dire delle vere ed incredibili sciocchezze ed assurdità. C’è una stampa che può tutto dire contro di noi e contro le cose nostre, anche ricordando e interpretando in falso e perverso senso la storia vicina e lontana della Chiesa, fino alla pertinace negazione di ogni persecuzione in Germania, negazione accompagnata alla falsa e calunniosa accusa di politica, […]; fino a vere e proprie irriverenze; e si lascia dire, mentre la nostra stampa non può neanche contraddire e correggere[521].
Quindi metteva in guardia dall’occhiuto apparato spionistico del regime al quale anche la Chiesa era sottoposta – e, occorre dire, lo era davvero –[522]:
Se non che, carissimi Fratelli, non è soltanto dell’interpretazione e dell’abuso della vostra parola pubblica che dovete essere solleciti, ma anche della vostra parola privata, quella in ispecie che forse voi, con bontà e fiducia paterna, rivolgete o scambiate con persone portanti qualche carica politica o di partito, dei cosi detti gerarchi. Bisogna avere per costoro, sia pure con la dovuta vigilanza, una certa indulgente comprensione. Per loro si tratta di carriera, in linguaggio povero si tratta di pane, di vita. […] E c’è ancora una parola che reclama la vostra attenzione e vigilanza, una parola che qualcuno può credere protetta da un certo segreto naturale, e non è; anzi è quant’altra mai soggetta a controllo: è la parola telefonata […]. Per essere brevissimi e completissimi, vi diciamo e raccomandiamo instantemente: non affidate mai al telefono ciò che vi preme che non si sappia. Voi credete che la vostra parola vada senz’altro al lontano corrispondente, ed invece essa, ad un certo punto, viene avvertita e intercettata[523].
Infine l’appello ai vescovi e ai cardinali in sintonia con la sua visione della Chiesa e del mondo:
profetate, ossa sante, la pace, la prosperità, l’onore, sopratutto l’onore di un popolo cosciente della sua dignità e responsabilità umana e cristiana; profetate, ossa venerate e care, profetate l’avvento od il ritorno alla vera Fede a tutti i popoli, a tutte le nazioni, a tutte le stirpi, congiunte tutte e tutte consanguinee nel comune vincolo della grande famiglia umana; profetate, ossa apostoliche, l’ordine, la tranquillità, la pace, la pace la pace a tutto questo mondo, che, pur sembrando preso da una follia omicida e suicida di armamenti, la pace vuole e con noi dal Dio della pace la implora e spera d’averla[524].
Occorre dunque registrare che il tema della persecuzione antiebraica in pieno svolgimento non veniva neppure sfiorato. Ossessiva, invece, era la ripresa della denuncia dell’invadenza di un regime, sempre più totalitario, nei confronti di una Chiesa che, a sua volta, pretendeva il rispetto di un potere assoluto e intangibile che le derivava dall’investitura divina e che non poteva sopportare alcuna limitazione o interferenza. Non vi è dubbio che queste denunce, se rese pubbliche com’era previsto nel caso il papa non fosse deceduto, avrebbero riaperto una nuova crisi nei rapporti con il regime, analoga a quella sull’azione cattolica. Per questo il segretario di Stato, Eugenio Pacelli, appena divenuto pontefice col nome di Pio XII, fece distruggere tutte le copie della relazione, il cui testo originale fu coperto dal segreto. Tuttavia, come già si è detto, non si trattava di un conflitto che metteva in discussione la natura autoritaria, antidemocratica del fascismo e tanto meno la sua politica persecutoria nei confronti degli ebrei, ma di un atto che, denunciando alcune intemperanze del regime, esprimeva la preoccupazione di Pio XI per la svolta totalitaria ed estremista impressa dal duce nella metà degli anni Trenta e per il suo avvicinamento ad Hitler, iniziative che potevano incrinare quel sigillo di cristianità posto dal Concordato sulla società e sullo stato italiano. Un conflitto che, al di là dei possibili sviluppi peraltro arenatisi con la morte di Pio XI, sarebbe stato comunque del tutto indifferente per le sorti degli ebrei italiani, dimenticati dal papa anche nel suo testamento di denuncia steso poco prima della morte.
La «via moderata» cattolico-fascista all’antisemitismo e la Shoah
Il nostro lavoro potrebbe concludersi qui. Tuttavia forse qualche considerazione va svolta sul rapporto tra questa pretesa via all’antisemitismo, moderata e nazionale, cattolica e fascista, e l’antisemitismo nazista che in quella temperie fece la storia e conseguì la distruzione di buona parte degli ebrei europei. La rivendicata ispirazione cristiana dell’antisemitismo italiano che lo avrebbe distinto dall’antisemitismo nazista, ancorato ad una visone idolatrica e neopagana della razza ariana, alla prova dei fatti produsse lo stesso meccanismo persecutorio e discriminatorio nei confronti degli ebrei. Dal loro punto di vista che la legislazione razziale fascista non avesse la medesima ispirazione ideologica di quella nazista fu del tutto ininfluente per gli effetti che produsse sulle loro esistenze. In questo senso, l’insistenza di molta storiografia cattolica nell’enfatizzare i distinguo espressi più volte dal papa e da tanti esponenti cattolici verso il razzismo neopagano nazista rischia di attenuare il giudizio nei confronti della svolta antisemita del fascismo italiano, riabilitandolo nei fatti per una sua presunta moderazione («la segregazione amichevole», «discriminare non perseguitare»). Come si è fatto notare più volte gli ebrei italiani questa moderazione non la percepirono. Anzi le leggi razziali si abbatterono su di loro con inattesa violenza e radicalità, un pugno diretto allo stomaco, del tutto imprevedibile per le ragioni note: piccola comunità molto integrata nella società italiana e perfino nel regime. Quindi, dal loro punto di vista apparivano provvedimenti ancora più odiosi di quelli nazisti che erano giunti come lo sbocco di un processo maturato in decenni di agitazioni e movimenti antisemiti.
L’altro rischio di questa insistita distinzione è di negare qualsiasi rapporto tra i provvedimenti antisemiti del 1938 e la distruzione degli ebrei italiani, assolvendo inevitabilmente, insieme alla responsabilità della Chiesa cattolica, le responsabilità del fascismo italiano. Abbiamo già notato, come l’antisemitismo «moderato», cattolico e fascista, sia stato particolarmente efficace per dissodare un terreno refrattario ad esprimere un’ostilità popolare nei confronti degli ebrei ed abbia predisposto un humus favorevole a rendere più efficace la fase successiva della distruzione degli ebrei italiani. Per quanto riguarda poi il tema della consequenzialità tra leggi razziali e distruzione degli ebrei, si entra su un terreno molto controverso e delicato. Tuttavia alcune considerazioni vanno svolte. Ammettiamo che la Chiesa fosse mossa dall’obiettivo di ripristinare il modello pre-moderno della «segregazione amichevole» degli ebrei, quello, opportunamente rivisto, dei ghetti scardinato dalla rivoluzione francese. Ma il contesto in cui questa restaurazione avveniva era profondamente diverso dalla civiltà cristiana medievale, unificata sotto l’autorità di un Papato universalmente riconosciuta. La segregazione nei ghetti ebbe in certi casi anche una funzione «protettiva» nei confronti delle insorgenze popolari di violenze e massacri contro gli ebrei. Ma negli anni Trenta del Novecento l’Europa aveva da tempo lasciato alle spalle l’età media: i grandi imperi, compreso il Sacro romano impero formalmente in capo a Francesco Giuseppe d’Austria e ultimo retaggio di quel passato, erano stati travolti dall’emergenza dei nazionalismi che si contendevano l’egemonia in Europa e nel mondo. L’antisemitismo assumeva, come abbiamo visto, una valenza nuova, come componente essenziale delle ideologie nazionaliste, reazionarie e antimoderne. Già nel 1899, sulla rivista del Toniolo, come abbiamo visto, la chiosa del saggio del Lizier con lucidità e preveggenza rilevava: «ora nella lotta ancor cruenta contro i giudei si sventola il vessillo dell’idea nazionale».
E un papato che, a partire da Leone XIII, si fece politico a tutto tondo, promuovendo nelle singole nazioni la partecipazione attiva dei cattolici alla battaglia contro le ideologie della modernità e quindi contro la presunta preponderanza che in esse occupavano gli ebrei, non poteva non cogliere questo contesto del tutto mutato rispetto alla civiltà cristiana medievale. La restaurata «segregazione» degli ebrei, definita innanzitutto dalla loro «non appartenenza ad alcuna comunità nazionale europea», l’abbiamo più volte sottolineato, non poteva in alcun modo essere «amichevole» perché li rendeva del tutto inermi ed indifesi, non appartenenti a nessuno, come diceva la Arendt, apolidi in mezzo a nazionalismi violentemente contrapposti, greggi di agnelli abbandonati tra branchi di lupi famelici. E a metà degli anni Trenta che quei lupi si sarebbero scatenati non era difficile prevederlo, con un nuovo conflitto mondiale ancor più devastante della grande guerra, in cui gli ebrei si sarebbero trovati nella condizione delle vittime sacrificali.
Se la storiografia negli ultimi anni ha riconosciuto che il fascismo con le leggi razziali ha dato il via ad un processo che ha portato alla successiva distruzione di oltre 6000 ebrei italiani e quindi imputa al fascismo italiano questa terribile responsabilità[525], per la Chiesa cattolica rimane una reticenza che è difficile giustificare. Va ricordato che, dopo la caduta di Mussolini, poco prima dell’8 settembre del 1943, mentre incombeva sull’Italia la prevedibile occupazione tedesca ed il Vaticano non poteva non sapere che cosa stava accadendo agli ebrei europei catturati dai nazisti, il solito emissario del papa nei rapporti riservati con il potere politico romano, monsignor Tacchi Venturi, era ancora preoccupato di mantenere saldo l’impianto delle leggi antisemite. Nella relazione che lo stesso prelato inviò il 29 agosto 1943 al segretario di Stato, cardinale Luigi Maglione, spiegava di aver proposto al nuovo ministro dell’Interno tre emendamenti ben precisi e a esclusivo vantaggio degli ebrei convertiti, sottolineando di non aver accennato «alla totale abrogazione di una legge, la quale, secondo i principi e la tradizione della Chiesa cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate [in particolare quelle sui matrimoni misti. N.d.A.], ma ne contiene pure altre meritevoli di conferme»[526]. Una colpa imperdonabile, perché non solo quelle vergognose leggi andavano subito cassate in toto, ma andavano distrutti anche tutti gli atti che ne erano conseguiti, comprese le schedature custodite all’interno dell’amministrazione pubblica: queste erano le richieste da avanzare da parte di una Chiesa che avesse avuto davvero a cuore la salvezza degli ebrei italiani!
Sull’atteggiamento della Chiesa di fronte allo sterminio in corso in Europa dall’estate del 1941 gli storici sono purtroppo di fronte ancora ad un ostacolo insuperabile: il mancato accesso a tutti i documenti del papato di Pio XII custoditi negli archivi vaticani. Dunque rimangono controversi e non definibili con esattezza elementi di importanza cruciale, come il livello di conoscenza di quanto stava avvenendo in particolare in Europa orientale, gli interventi o le omissioni e i silenzi delle diplomazia vaticana e del papa.
Numerosi sono, comunque, già oggi le fonti che certificano come il Vaticano fosse a conoscenza della catastrofe che si stava abbattendo sugli ebrei, attraverso le proprie nunziature e la ramificata struttura delle chiese locali in Europa. Giovanni Miccoli, ad esempio, riporta la testimonianza di un cappellano militare al seguito dell’Armir in Russia, Ottorino Marcolini, della congregazione dei Padri della Pace di Brescia, in visita alla segreteria di Stato in Vaticano, dove operava il suo concittadino Giovanni Battista Montini, riferiva «episodi raccapriccianti» «del trattamento dei tedeschi verso gli ebrei»: «Nella sola Transnistria […] 45.000 ebrei sono stati condotti in una località e uccisi. A Vorosciloff 1.500 ebrei – uomini, donne, bambini, lattanti, donne incinte – sono stati condotti in una grande fossa anticarro, spogliati ed uccisi»[527]. Il 12 maggio del 1942 don Pirro Scavizzi, cappellano di un treno militare e tramite fidato tra la Santa Sede e l’episcopato polacco, riferiva: «La lotta antiebraica è implacabile e va sempre più aggravandosi, con deportazioni ed esecuzioni anche di massa. La strage degli ebrei in Ucraina è ormai al completo. In Polonia e in Germania la si vuole portare ugualmente al completo, col sistema delle uccisioni di massa»[528].
Altrettanto rilevante, per chiarire il livello di informazione del Vaticano su quanto stava accadendo agli ebrei europei, è il saggio pubblicato, sempre nel 1961 da «La Civiltà cattolica», sulla Shoah degli ebrei slovacchi[529]. Fin dal 9 marzo 1942, il rappresentante della Santa Sede trasmetteva in Vaticano un’allarmata informativa sul progetto di trasferimento degli ebrei slovacchi nella Polonia occupata dai nazisti, aggiungendo testualmente che «la deportazione di 80.000 persone in Polonia alla mercé dei nazisti equivale a condannarne gran parte a morte sicura»[530], evento che purtroppo si sarebbe tragicamente verificato. Ma in Slovacchia rimanevano ancora circa 20.000 ebrei, in gran parte «discriminati» o esentati dallo sterminio per particolari meriti patriottici, o perché «misti» o battezzati prima del 14 marzo 1939. Sennonché nel 1944, in relazione al precipitare della situazione sul fronte di guerra, il governo collaborazionista decise di inviare nei campi di sterminio anche quest’ultimo gruppo di ebrei. A questo punto intervenne direttamente la Segreteria di Stato del Vaticano con una nota consegnata all’ambasciatore presso la santa sede il 5 maggio 1944, che si rifaceva alla dolorosa vicenda della prima deportazione di massa:
Tale dolore si accresce ora perché, secondo notizie giunte da varie parti, sembrerebbe che il Governo slovacco intende procedere al totale trasferimento degli ebrei residenti in Slovacchia, non risparmiando donne e bambini e non esclusi quelli che professano la religione cattolica. Una conferma di ciò si potrebbe ravvisare nel discorso che il signor Ministro dell’Interno ha tenuto il 7 febbraio u.s. in Ruzomberok, nel quale egli avrebbe dichiarato che «essendosi proceduto all’eliminazione degli ebrei nella misura dell’80%, occorrerà ora trasferire gli altri 20.000 ebrei rimasti in Slovacchia». […] La Santa Sede […] verrebbe meno al suo divino mandato se non deplorasse quelle disposizioni e quelle misure che colpiscono gravemente degli uomini nei loro naturali diritti umani, per il semplice fatto di appartenere ad una determinata stirpe. Soprattutto non può la Chiesa cattolica rimanere indifferente alla penosa situazione di tanti suoi figli, che allontanati, spesso violentemente, dal proprio focolare sono posti in condizioni particolarmente pietose e talvolta perfino senza la necessaria assistenza religiosa, venendo così ad essere messa in grave pericolo la medesima loro fede[531].
La nota del Vaticano è di straordinario interesse, sia perché attesta in modo inequivocabile la perfetta conoscenza della «soluzione finale» in corso, sia perché conferma come anche in quel tragico frangente le preoccupazioni della Chiesa fossero rivolte «soprattutto» ai «suoi figli», ovvero agli ebrei convertiti al cattolicesimo. Sulla questione, infatti, il rappresentante della Santa Sede a Bratislava ottenne un colloquio dai toni drammatici con il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, i cui esiti venivano così riferiti nel 1961 dal saggista de «La Civiltà cattolica»: «Il tempestoso colloquio non fu senza risultati. Lo stesso ministro, pur smaniando per una deportazione forzata e in massa, aveva aggiunto che gli ebrei battezzati prima del termine fissato dalla legge ne sarebbero andati esenti, alla pari degli elementi utili allo Stato e di quanti godevano della discriminazione»[532].
Un analogo atteggiamento ebbe il Vaticano nei confronti degli ebrei romeni[533]. Mentre erano in corso le prime stragi di massa di ebrei ad opera delle Guardie di ferro, con il pogrom di Bucarest del 21-23 gennaio 1941, il nunzio si preoccupava di ottenere, attraverso un decreto legge la deroga a quanto previsto dalla leggi antisemite del luglio 1940 sull’espulsione dalle scuole, ovvero che fosse «permesso agli allievi battezzati di origine etnica ebrea di frequentare le scuole professionali cattoliche»[534]. Ma il 21 marzo 1941 veniva emanato un nuovo decreto che metteva in allarme il Vaticano, perché proibiva, da quella data in poi, la conversione al cattolicesimo degli ebrei, con punizioni severe anche nei confronti dei ministri di culto che li avessero assecondati. Si riproponeva insomma il conflitto di cui si è ampiamente trattato a proposito dell’Italia. Si aprì una trattativa con il governo che si concluse con soddisfazione del Vaticano: agli ebrei era permessa la conversione al cattolicesimo, con il conseguente diritto all’istruzione ed all’assistenza religiosa, nonché a frequentare le scuole cattoliche; tuttavia per il governo romeno, ai fini civili, anche questi convertiti rimanevano a tutti gli effetti ebrei, e quindi soggetti alle restrizioni previste dalle leggi del 1940[535]. Successivamente, con l’entrata in guerra della Romania a fianco della Germania contro l’Unione sovietica, la situazione degli ebrei romeni, nonostante nel frattempo le Guardie di ferro fossero state ridimensionate dall’azione repressiva del governo, rischiava di precipitare. Il nunzio allora intervenne sul Governo per ottenere che in particolare gli ebrei convertiti non venissero deportati. «L’efficacia dell’intervento del nunzio e l’effettiva clemenza usata dal governo verso i convertiti […] creò un grande problema», ovvero l’esplodere del fenomeno delle «conversioni di massa». Problema, che, da un canto, imbarazzava la Chiesa nel doverne riconoscere l’autenticità e, dall’altro, spinse il governo il 18 aprile 1942 a chiedere la «sospensione» delle conversioni almeno fino alla fine della guerra. Si aprì di nuovo un lungo contenzioso, ma il governo fu irremovibile, «poiché sentiva minacciata la propria azione razziale, proprio mentre veniva perfezionando l’apparato per “romenizzare” la nazione, eliminando ogni influsso ebraico e comunque non ariano»[536]. Nel frattempo 30.000 ebrei, in particolare di etnia ucraina, erano stati rinchiusi nei campi di concentramento della Transnistria, e si compiva la distruzione di circa la metà della comunità ebraica che viveva in Romania[537]. In quel tragico contesto, come ci informava «La Civiltà cattolica» nel 1961, si arrivò persino a ipotizzare che si concedesse una sorta di «“passaporto papale” almeno agli ebrei di “religione cristiana”»[538].
Dunque il Vaticano sapeva della distruzione degli ebrei europei; inoltre ciò che a tutt’oggi risulterebbe è che si sarebbe mosso soprattutto per salvaguardare gli ebrei convertiti.
Il tema dei silenzi o dei mancati interventi per opporsi alla distruzione degli ebrei europei da parte del Vaticano e del papa Pio XII esula dall’ambito della presente ricerca e comunque presuppone la piena disponibilità degli archivi vaticani. In ogni caso non si possono scaricare tutte le responsabilità dello sterminio sul nazismo idolatro e anticristiano, per cui «la Shoah fu l’opera di un tipico regime moderno neopagano», come conclude il documento vaticano del 1998 da cui siamo partiti. Basta considerare come si sono comportate molte nazioni cattoliche coinvolte nel secondo conflitto mondiale e nella Shoah. Dell’Austria e della Francia si è già detto, ma anche della cattolica Slovacchia, che ha quasi interamente cancellato la propria comunità ebraica. Consideriamo ora i casi di due nazioni cattolicissime, la Croazia e la Polonia.
Il «caso croato»
Com’è noto, l’aggressione delle nazioni nazifasciste alleate (Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria) al regno di Jugoslavia, nell’aprile 1941, diede origine ad uno stato croato, comprendente anche la Bosnia, dominato dal partito fascista ustascia e cattolico di Ante Pavelić. Pavelić, come prima mossa, il 18 maggio «circondato dai suoi banditi» – come annotava Ciano nel suo Diario – si fece ricevere solennemente in udienza privata da Pio XII, che, congedandolo, gli fece i migliori auguri per la sua opera futura[539]. Gli ustascia di Pavelić, da quel momento, furono strenuamente impegnati, da un canto, nel contrastare i partigiani dell’esercito popolare di liberazione di Tito, e, dall’altro, nel cattolicizzare la Croazia, catturando e sterminando tutti gli ebrei, mentre i serbi ortodossi erano costretti alla conversione, pena la loro eliminazione fisica. Circa 300 mila sarebbero state le vittime dell’ossessione etnicista degli ustascia, ebrei e serbi riottosi alla conversione ed ostili al nuovo regime. Nel «Campo della morte» di Jasenovac, sulle rive della Sava, vennero trucidate almeno 80 mila vittime, tra cui circa 50 mila serbi, 13 mila ebrei e 10 mila zingari[540], sotto il comando dell’ex francescano Miroslav Filipović-Majstorović, il quale si sarebbe conquistata la fama di abilissimo strangolatore[541]. Venivano impiegati metodi tra i più efferati, non avendo i cattolici ustascia elaborato un sistema di eliminazione industriale come quello nazista. Impressionante la testimonianza di un partigiano imprigionato in quel campo della morte[542]:
Uomini scheletrici e apatici vengono condotti davanti a una fossa appena scavata. Intorno gli ustascia con le mazze in mano. Si avvicina un uomo per volta. La mazza si alza rapida per poi abbattersi con forza sulla sua testa: l’uomo sparisce nella buca. Dall’interno della baracca in cui mi trovo non sento alcun rumore.[…]. È come se le mazze colpissero sacchi di cotone, tutto è avvolto in un silenzio che ovatta le figure all’esterno. Uno dopo l’altro, uomini con le teste rasate, scheletrici, precipitano nella voragine, e l’assoluta assenza di voci è peggiore di qualsiasi urlo o lamento. Gli uomini vanno incontro alla morte come le bestie vanno al macello. E sono ed erano uomini: alti e bassi, forti e deboli, ognuno con il proprio passato, bello o brutto, felice o drammatico, luminoso o grigio. Avranno amato e odiato, sofferto e gioito, riso e pianto come tutti gli uomini sulla terra. Sono, erano uomini. La loro unica colpa è di essere ebrei, o serbi, o zingari[543].
Ovviamente rimane controverso il ruolo che ebbe direttamente la Chiesa cattolica in questa mattanza degli ustascia cattolici di Ante Pavelić, ed in particolare il capo della Chiesa croata dell’epoca, Alojzije Viktor Stepinac, arcivescovo di Zagabria. Secondo alcuni studiosi non vi sarebbero dubbi nel coinvolgimento della Chiesa cattolica. Ciò verrebbe documentato da un ponderoso lavoro di ricerca pubblicato nel 1999: l’arcivescovo di Zagabria, monsignor Stepinac, collaborò attivamente con la dittatura ustascia; settori del clero cattolico croato parteciparono in prima persona allo sterminio e alle conversioni forzate di massa; e di fatto il Vaticano avrebbe avallato il genocidio etnico-religioso attuato da Ante Pavelić[544]. Di opinione analoga un altro storico già citato:
Tutto ciò accadde sotto gli occhi di Stepinac […]. Il regime di Pavelic lo trova sempre dalla propria parte, unitamente a tutti i vescovi cattolici le cui critiche, quando ci sono, appaiono oggi estremamente riguardose. Il giorno stesso della proclamazione dell’indipendenza della Croazia, Stepinac si reca dal generale Kvaternik, rappresentante di Pavelić, per esternargli i suoi rispetti; ed il 16 Aprile 1941 egli offre a Pavelić, appena rientrato in Croazia, un lauto pranzo nel palazzo arcivescovile; a Pasqua si felicita con lui per la rinascita dello Stato Ustascia. Il 28 Aprile pubblica una lettera pastorale, nella quale dice, fra l’altro: «Quantunque gli attuali avvenimenti siano assai complessi, quantunque i fattori che li influenzano siano molto differenti, è tuttavia agevole riconoscere in quest’opera la mano di Dio». Stepinac si adopera a favore di un rapido riconoscimento formale della nuova Croazia da parte del Vaticano […] pretende dall’episcopato una stretta collaborazione con gli ustascia: ordina di celebrare solennemente gli anniversari della fondazione del nuovo Stato e, per il compleanno di Ante Pavelić, in tutte le chiese si deve celebrare il Te Deum. Nel gennaio del 1942 Stepinac è nominato dal Vaticano Vicario militare degli ustascia: subito quasi 150 preti divengono cappellani dell’esercito croato. […] Il 23 Febbraio 1942 il presidente della conferenza episcopale croata, circondato dai suoi dignitari, accoglie solennemente sul portale della Chiesa di S. Marco a Zagabria Ante Pavelić […]. In un memorandum del maggio del 1943 inviato alla curia romana Stepinac sottolinea i meriti degli ustascia nella conversione degli ortodossi, ringrazia soprattutto i francescani e prega il Papa di ricordarsi dei croati. […] Nel 1944 Stepinac viene decorato da Pavelić con la «Gran Croce con Stella» ed il 7 luglio dello stesso anno sollecita affinché tutti si pongano a difesa dello Stato, per edificarlo e sostenerlo con sempre maggiore energia[545].
A difesa di Stepinac Guido Villa, collaboratore di un sito di informazione cattolica di ispirazione fondamentalista e critico verso il papato di Francesco, interveniva recentemente per sollecitare l’avanzamento del processo di canonizzazione di Stepinac, già proclamato beato da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre del 1998, processo a suo dire rallentato dal nuovo clima dialogante del papato di Francesco, attento al confronto con la Chiesa serba ortodossa. Guido Villa, utilizzando la corposa biografia redatta dal teologo e prelato croato Aleksa Benigar[546], sostiene che Stepinac avrebbe svolto un’opera di moderazione nei confronti del regime ustascia: «Pur accogliendo favorevolmente l’indipendenza della Croazia proclamata nel 1941, egli conservò una lucida capacità di giudizio sul regime ustascia, avvertendo che la benedizione di Dio poteva scendere sul Paese e sul popolo croato solamente se si fosse osservata la Legge di Dio quale espressa nei Dieci Comandamenti. In diverse omelie egli condannò coraggiosamente le stragi di serbi, ebrei e rom attuate dalle milizie ustascia, denunciando la politica razziale del governo croato attuata su imitazione di quella della Germania nazista»[547]. Analoga, anche se molto più ampiamente documentata è la posizione dello studioso gesuita Giovanni Sale compendiata in un lungo saggio pubblicato da «La Civiltà cattolica» in occasione della beatificazione di Stepinac:
Ora, sia le recenti ricerche storiche sulle complicate vicende balcaniche di quegli anni (particolarmente interessanti quelle condotte dagli storici di lingua inglese), sia anche le preziose testimonianze di alcuni ambasciatori europei allora accreditati presso quegli Stati e, non ultimo, l’abbondantissimo materiale documentario, tutto di prima mano, prodotto e utilizzato nel lungo processo di beatificazione del Cardinale croato, mettono in grado di esprimere un giudizio attendibile e storicamente fondato sull’«affare» Stepinac. La verità dei fatti mostra che l’azione intrapresa dall’Arcivescovo di Zagabria a favore dei perseguitati da parte del nuovo regime nazionalista fu tutt’altro che passiva: egli infatti si oppose energicamente sia con gli scritti sia intervenendo di persona presso lo stesso presidente Pavelić e i suoi ministri, e infine anche attraverso «pubbliche» omelie, contro la legislazione antiserba e antiebraica emanata dai nuovi governanti, spesso per compiacere i loro potenti protettori stranieri. […]
Quale posizione assunse l’arcivescovo di Zagabria nei confronti del nuovo Governo indipendente della Croazia? All’inizio fu favorevole e del resto non poteva essere diversamente, considerando il fatto che Stepinac era un fervente sostenitore della causa autonomista del popolo croato e che con frequenza Pavelić pubblicamente dichiarava fedeltà alla Chiesa di Roma. […] Poco tempo dopo la proclamazione di indipendenza, Ante Pavelić iniziò a dare esecuzione al suo famigerato programma di «pulizia etnica» (imitando in questo Hitler) per realizzare il suo antico sogno di uno Stato croato forte e compatto dal punto di vista sia etnico sia religioso. […] L’atteggiamento che l’arcivescovo di Zagabria assunse di fronte a questi orrori fu di condanna e di ferma denuncia[548].
Sembrerebbero riecheggiare in queste prese di distanza moderatrici di Stepinac quelle posizioni che erano care a Pio XI ed ai cattolici del tempo, e che abbiamo più sopra ampiamente considerato, preoccupate che prevalesse quel razzismo ispirato da una concezione idolatrica, neopagana, ed infine anticristiana, presente nel nazismo, che, però, purtroppo non furono sufficienti a contrastare efficacemente la catastrofe in corso. Inoltre va constatato che le organizzazioni ebraiche in Croazia non hanno mai inviato nessuna richiesta affinché Stepinac fosse inserito tra i giusti di Yad Vashem. All’istanza avanzata da privati cittadini croati, Amiel Shomrony e Igor Primorac, ora entrambi cittadini di Israele, per la prima volta nel 1970 e poi nel 1994, Yad Vashem rispose: «Persone che assistevano gli ebrei ma contemporaneamente collaboravano o erano legate al regime fascista che prese parte alla persecuzione orchestrata dai nazisti non possono avvalersi del titolo di Giusto»[549].
Sta di fatto che lo sterminio degli ebrei croati, di zingari e di serbi riottosi alla conversione, avvenne ad opera degli ustascia, in nome della purezza etnica croata e cattolica, ancorché quest’ultima fosse ritenuta da Stepinac malintesa. Sta di fatto che non avvenne ad «opera di un tipico regime moderno neopagano», ovvero del regime nazista, ma ad opera di cattolici.
Infine, va aggiunto che, terminato il conflitto, il Vaticano si sarebbe preoccupato di trarre in salvo Ante Pavelić, e altri dirigenti ustascia, evitandogli di essere processati per i loro crimini efferati. Si trattava della cosiddetta «operazione Odessa» di cui la Chiesa cattolica non fu solo complice, ma protagonista indiscussa, secondo quanto lo storico e giornalista argentino Uki Goñi è riuscito a ricostruire nel 2003 consultando diversi archivi. Accanto a monsignor Montini, i suoi vertici sarebbero stati i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano, mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della Chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganović, il vescovo argentino Augustín Barrère. Ante Pavelić, come gran parte dei criminali ustascia e non pochi nazisti, si salvò passando da Roma verso l’Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132, dove operava padre Draganović. Ante Pavelić veniva così descritto in un rapporto dei servizi segreti americani: «Oggi, agli occhi del Vaticano, Pavelić è un cattolico militante, un uomo che ha sbagliato, ma che ha sbagliato lottando per il cattolicesimo. È per questo motivo che il Soggetto gode ora della protezione del Vaticano»[550]. Andrea Casazza, giornalista de «Il Secolo XIX» riprese nello stesso 2003 il lavoro di Goñi cercando e trovando riscontri a Genova, porto di transito verso l’Argentina, e suscitando un’irritata smentita del cardinal Bertone. Casazza ritornava nel 2013 sulla questione, auspicando un intervento del nuovo Papa Francesco teso ad aprire finalmente gli archivi del Vaticano: «Il cardinal Bertone garantiva allora che la Chiesa “era pulita”, che non aveva favorito quelle fughe e, per spazzare via ogni sospetto, annunciava l’apertura di una controinchiesta affidata a un pool di esperti. Da allora, però, sono passati dieci anni e dei risultati raggiunti da quella commissione non si è avuta notizia»[551]. Nel frattempo, dopo il lavoro pionieristico di Goñi, nel 2008 uno storico dell’Università di Innsbruck, Gerald Steinacher, ha pubblicato un’altra ricerca che ha ulteriormente arricchito le conoscenze su quella che venne chiamata la ratline italiana e sul ruolo che vi svolse il Vaticano[552]. Nella sostanza il quadro delineato dal ricercatore argentino, viene confermato, anche se i giudizi sono improntati alla cautela, in relazione al fatto che il Vaticano ufficialmente continua a negare proprie dirette responsabilità nel vergognoso affare, nonché qualsivoglia complicità con criminali nazisti e fascisti. Tuttavia, anche in questo caso, Steinacher ancora una volta e con forza solleva il tema dell’inaccessibilità degli archivi vaticani, che impedisce di stabilire la verità definitiva[553]. Comunque attraverso la documentazione consultata in diversi archivi italiani, austriaci e tedeschi, americani, britannici e svizzeri, il ricercatore austriaco ha appurato che Ante Pavelić, dopo essere fuggito in Austria con la fine della guerra, venne fatto entrare in Italia, con molti altri ustascia e diversi criminali nazisti, grazie alla struttura creata dal sacerdote croato Krunoslav Draganović e dal vescovo austriaco Alois Hudal, che operavano entrambi a Roma sotto la protezione del Vaticano, essendo rispettivamente a capo della sezione croata ed austriaca della Pontificia commissione di assistenza ai profughi. Hudal, in particolare, si occupava di procurare documenti d’identità falsi e i titoli di viaggio della Croce rossa dal suo centro operativo, la Chiesa dell’Anima a Roma[554]; Draganović, dal canto suo, nascondeva i criminali, tra cui lo stesso Pavelić, nel convento croato di San Girolamo a Roma. Da qui poi venivano indirizzati a Genova, per essere imbarcati verso l’Argentina[555]. Nell’operazione, oltre al Vaticano, era direttamente coinvolto il servizio segreto americano, Cic, che seguì con interesse, ma anche con la massima discrezione l’intera operazione, evidentemente giustificata dall’incipiente clima di «guerra fredda», per cui i nemici di ieri diventavano alleati potenziali di domani[556]. La Pontificia commissione di assistenza ai profughi, fin dalla sua costituzione, era stata affidata da Pio XII a monsignor Giovanni Battista Montini, sottosegretario di Stato e futuro papa Paolo VI[557], al quale si rapportavano direttamente nelle loro attività Hudal, Draganović e gli altri responsabili nazionali. E conclude Steinacher: «È quindi davvero poco credibile che egli [monsignor Giovanni Battista Montini. N.d.A.] non sapesse quello che succedeva con i fuggiaschi»[558].
Il «caso polacco»
La vicenda polacca meriterebbe una trattazione approfondita che, qui, per ragioni di spazio, saremo costretti a riassumere. La Polonia, com’è noto, è stata l’epicentro della distruzione degli ebrei europei e nel contempo era ed è una nazione in cui la Chiesa cattolica ha sempre avuto una presenza profondamente ed estesamente radicata, considerata antemurale Christianitatis, prima verso gli ortodossi, poi anche verso il comunismo, e che, non a caso, ha espresso il primo papa straniero nella storia della Chiesa degli ultimi quattrocento anni, contribuendo in maniera decisiva al crollo del sistema sovietico. La Polonia, in particolare nel periodo della dinastia degli Jagelloni, tra il XIV e il XVI, che unificava il regno di Polonia e il regno di Lituania in un vastissimo territorio che dal Mar Baltico si estendeva fino al Mar Nero, era uno dei paesi più tolleranti di Europa, che per questo attrasse importanti comunità ebraiche, in particolare askenazite, che ne arricchirono la cultura e la civiltà, cosicché diventò il territorio con la più grande comunità ebraica d’Europa e una vera oasi di pace religiosa. Per gli ebrei polacchi la situazione mutò tra il 1772 e il 1795, quando la Polonia fu disgregata dalle grandi potenze confinanti e divisa tra Russia, Prussia ed Austria: i privilegi di cui godevano le comunità giudaiche vennero annullati e la loro condizione venne assimilata a quella prevista dai tre occupanti. Da questo momento in poi, come vedremo, la situazione degli ebrei in Polonia cominciò a complicarsi, anche se il loro numero continuava ad aumentare alimentato dalle ondate migratorie provenienti dalla Russia zarista, teatro di ricorrenti pogrom, cosicché allo scoppio della seconda guerra mondiale vi risiedevano circa tre milioni e 500 mila ebrei, un decimo della popolazione[559].
Nella seconda metà dell’Ottocento, anche in Polonia, si affermò un movimento nazionalista che rivendicava l’indipendenza del Paese. In particolare nella più vasta porzione controllata dalla Russia zarista, questo movimento assunse un carattere fortemente antisemita, impersonato da un certo Roman Dmowski, che considerava gli ebrei una componente estranea e dannosa per la Polonia cattolica. Come abbiamo già ricordato, per il movimento nazionalista polacco, Polak si identificava con Katolik, e dunque nell’idea di una nazione polacca, libera ed indipendente, non solo non vi era più posto per gli ebrei, ma questi, per gli stereotipi di cui erano bollati, rappresentavano un ostacolo, se non una minaccia per la realizzazione del sogno «risorgimentale». Nel corso della prima guerra mondiale, inevitabilmente, gli ebrei divennero un capro espiatorio della frustrazione seguita alla sconfitta delle forze zariste del 1915 che, invece di tradursi nella rinascita della Polonia, comportò la completa occupazione da parte degli imperi centrali: agli ebrei si incolpava di aver favorito l’invasione degli imperi centrali, che, a differenza della Russia zarista, ormai da mezzo secolo avevano sancito l’emancipazione degli ebrei. Terminata la guerra e riconosciuto alla Polonia il diritto all’indipendenza e all’unità, nel 1920 gli ebrei furono di nuovo accusati di essere la quinta colonna delle truppe bolsceviche, che nel 1919, dopo aver subito una sconfitta da parte dell’esercito polacco, passarono al contrattacco vittorioso, giungendo in prossimità di Varsavia. Nel corso di questa guerra particolarmente sanguinosa che si protrasse fino al 13 marzo 1921 con la pace di Riga in cui la Polonia riuscì ad ottener alcuni territori della Lituania e della Galizia ucraina, si scatenarono violenze antiebraiche, uccisioni e case distrutte, veri e propri pogrom come quello di Leopoli il 22 novembre 1918 con 72 ebrei uccisi e centinaia di feriti, ad opera di cattolici polacchi, episodi che ebbero risonanza sulla stampa internazionale[560].
Di conseguenza, divenne molto difficile definire lo statuto civile degli ebrei nella nuova nazione polacca indipendente. Le potenze democratiche vincitrici, nel corso della Conferenza di pace iniziata nel gennaio 1919 a Parigi, nel momento in cui riconoscevano il nuovo Stato polacco, non poterono ignorare le tensioni che erano emerse tra la maggioranza cattolica e la consistente minoranza ebraica, anche perché alla stessa conferenza, uno dei due rappresentanti della Polonia era proprio il fanatico antisemita Dmowski. Cosicché si attivarono perché la Polonia di dotasse di una Costituzione che accogliesse i principi dell’Ottantanove e quindi riconoscesse pienamente la libertà religiosa e i diritti delle minoranze. E in effetti l’art. 39 del trattato di Versailles imponeva alla Polonia di firmare un secondo trattato per proteggere coloro che non appartenevano alla maggioranza della popolazione per «razza», lingua o religione. Questo secondo trattato, fu vissuto dai polacchi come un’umiliazione perché autorizzava gli Alleati ad intervenire per «proteggere» le minoranze[561]. Sta di fatto che la costituzione materiale che si affermò tra le due guerre nella nuova Polonia fu ben diversa dai principi astratti previsti da quel Trattato e inseriti nella Carta[562]. In particolare, ebbe grande influenza nell’osteggiare l’attuazione della clausola sulle minoranze, l’opera di Teofil Merunowicz, saggista economico di Leopoli, particolarmente impegnato ad approfondire la questione ebraica, più accesamente antisemita dello stesso Dmowski. Inizialmente, nel suo Gli ebrei, uno studio sociale del 1879, sosteneva che andassero limitati i diritti degli ebrei, in quanto ritenuti non assimilabili nella Polonia cattolica, come invece pensavano i liberali. Successivamente, nel corso della prima guerra mondiale, di fronte alla rivendicazioni della comunità ebraica e agli orientamenti delle potenze democratiche, in particolare degli Usa, sugli assetti istituzionali della rinata Polonia post bellica, cambiò radicalmente posizione: nel suo La politica nazionale giudaica, del 1917, metteva in guardia dal pericolo di una nazionalismo ebraico all’interno del nazionalismo polacco che lo avrebbe potuto egemonizzare ed inficiare, creando una sorta di Stato nello Stato; per questo andava in ogni modo scongiurato il riconoscimento di particolari diritti e prerogative alla minoranza ebraica, che si sarebbero tradotti in diritti aggiuntivi rispetto ai polacchi non ebrei; quindi, non si doveva prevedere alcun statuto di minoranza nazionale per gli ebrei, punitivo nei confronti dei polacchi cattolici, la nuova Polonia avrebbe dovuto costituirsi come stato monolitico ed egualitario, senza distinzioni di convinzioni religiose e di nazionalità[563]. Accantonato, dunque, il Trattato sulle minoranze, rimaneva il problema di come rendere omogeneo lo stato giuridico degli ebrei che si trovavano nelle tre diverse ripartizioni del periodo prebellico. Se in quella tedesca e in quella austriaca l’emancipazione degli ebrei era stata sancita rispettivamente nel 1869 e nel 1867, in quella russa la situazione era diversa: finché lo zar mantenne il potere erano in vigore tutte le tradizionali restrizioni nei confronti degli ebrei, ereditate dalla secolare prassi precedente alla Rivoluzione francese, che vennero abrogate con decreto 20 marzo 2017 dal governo Kerenski, insediatosi dopo la rivoluzione di primavera. Ma il nuovo governo polacco, non riconobbe quel decreto, con il pretesto che formalmente, a quella data, il territorio polacco orientale era occupato dagli eserciti austro-germanici, su quel fronte momentaneamente vittoriosi, e dunque «nella Polonia indipendente continuarono a essere in vigore le restrizioni all’uguaglianza dei diritti contenute nella legislazione che risaliva all’era della spartizione» nella zona dominata dalla Russia[564]. Tra queste restrizioni va segnalato il divieto per gli ebrei di ricoprire la carica di sindaco nei centri urbani, di diventare membri delle corporazioni artigiane, la proibizione di acquisire o affittare terreni, di insegnare a bimbi cristiani, l’uso dell’ebraico o yiddish nei tribunali e l’attività di imprese minerarie. Inoltre la più vessatoria era l’imposizione alle comunità ebraiche, i kahal, di coprire interamente i costi delle cure ospedaliere, mentre quella più odiosa era una particolare formula di giuramento imposta agli ebrei nei tribunali che sottintendeva una loro connaturata perfidia e doppiezza «more giudaico». Nel corso dei successivi 12 anni, sulla spinta dei rappresentanti della comunità ebraica, si cercò di eliminare gradualmente le norme che esplicitamente discriminavano gli ebrei. Ciò «non significava tuttavia una completa ed effettiva uguaglianza dei diritti»[565], processo che, anzi, subì una repentina inversione di rotta. «La diffusione di orientamenti antisemiti in Polonia nella seconda metà degli anni Trenta si accompagnò a tentativi di introdurre delle norme giuridiche che discriminassero tutti gli ebrei»[566]. La Polonia, risentì degli effetti della grande crisi del ‘29 che colpì duramente un’economia strutturalmente fragile ed arretrata, che con fatica si stava riprendendo dalla prostrazione subita con la lunga guerra protrattasi fino al 1921. Vennero così prese di mira le attività economiche degli ebrei, con lo scoppio di nuovi pogrom[567]. La Chiesa cattolica, in particolare, in sintonia con la coeva ripresa delle tematiche antisemite de «la Civiltà cattolica», accentuò il proprio tradizionale antisemitismo. Significativa al riguardo la lettera pastorale pubblicata il 29 febbraio1936 del primate, il cardinale Augusto Hlond. La lettera è interessante perché si muove anch’essa su quel crinale precario di antisemitismo «moderato» che caratterizzò i cattolici in quella drammatica congiuntura, da un canto enfatizzando con toni particolarmente duri il pericolo ebraico, irriducibile se non con la loro conversione, e dall’altro condannando le violenze contro gli ebrei e prendendo le distanze dall’antisemitismo «assoluto» d’importazione:
Il problema ebraico esiste e esisterà finché gli ebrei sono ebrei. […] Il fatto è che gli ebrei stanno combattendo contro la Chiesa cattolica, persistendo nel libero pensiero, rappresentano l’avanguardia dell’ateismo, del movimento bolscevico e dell’azione sovversiva. Il fatto è che l’influenza ebraica è indecente, perniciosa e le loro case editrici promuovere la pornografia. È vero che gli ebrei commettono frode, usura e promuovono la prostituzione. È vero che nelle scuole l’influenza ebraica sui giovani cattolici è del tutto negativa in termini religiosi ed etici. Ma, si deve essere giusti. Non tutti gli ebrei sono così. […] Conosciamo nel mondo ebraico anche persone etiche, nobili e venerabili. Metto in guardia contro la posizione antisemita importata dall’estero sostanzialmente assoluta. È incompatibile con l’etica cattolica. Puoi amare di più la tua gente; nessuno può essere odiato. Neppure gli ebrei. Nelle relazioni commerciali, è bene prendere in considerazione la propria gente, evitare i negozi ebraici e le bancarelle ebraiche in fiera, ma non devastare il negozio ebraico, distruggere le merci ebraiche, spaccare finestre, lanciando ordigni contro le loro case. Si deve essere refrattari all’influenza morale nociva degli ebrei, separarsi dalla cultura anticristiana, in particolare boicottare la stampa ebraica e le pubblicazioni ebraiche demoralizzanti, ma non attaccare gli ebrei, batterli, mutilarli, vilipenderli. […]. Ma quando la grazia di Dio illumini l’Ebreo e lui andrà sincero al suo e nostro Messia, salutiamolo con gioia nelle file cristiane. Stiano attenti coloro che si danno alla violenza antiebraica. Servono una cattiva causa […][568].
In effetti, nel cattolicesimo polacco di quegli anni i provvedimenti antiebraici ed i boicottaggi erano visti positivamente come una forma di pressione sugli ebrei, in modo da indurli ad andarsene il più in fretta possibile[569]. Ad esempio, a partire dal 1937, prima all’università di Leopoli, poi in quella di Varsavia e in tutto il Paese, venne introdotto per gli studenti nelle aule il «ghetto dei banchi», per cui gli studenti ebrei sedevano nella parte sinistra separati dai cattolici che occupavano la parte destra[570]. Alla vigilia della seconda guerra mondiale il quadro dello stato giuridico e delle condizioni reali in cui si trovavano gli ebrei nella Polonia cattolica, prima dell’invasione dei nazisti, era molto precario e preoccupante.
Le leggi che furono allora approvate non si rivolgevano dichiaratamente e dal punto di vista giuridico contro gli ebrei come gruppo nazionale o religioso ma, in pratica, miravano a limitare i diritti degli ebrei in diversi settori e a discriminarli rispetto alla società polacca. […] Gli ebrei incontravano grandi difficoltà nel trovare occupazione negli impieghi statali, nell’amministrazione della giustizia, nelle forze armate, nelle scuole, negli ospedali e nelle ferrovie. Spesso agli artigiani e ai commercianti ebrei venivano negati i finanziamenti da parte degli istituti statali di credito. Le autorità dello Stato respingevano le proposte ebraiche di commesse pubbliche o di licenze di monopoli. Persino le sentenze dei tribunali riguardanti cause tra ebrei e polacchi erano di solito a sfavore delle parti ebraiche[571].
Con queste premesse, di cui non si possono incolpare i nazisti, poiché furono opera dei gruppi dirigenti cattolici dell’epoca, la Polonia affrontò e visse la grande distruzione dei propri ebrei realizzata nel corso di poco più di tre anni, nei campi di sterminio di Chelmno, Belzec, Birkenau (Auschwitz II), Sobibor, Treblinka, dove vennero eliminati circa due milioni e 900 mila ebrei polacchi, l’88%, con il risultato di aver di fatto cancellato la presenza ebraica in quel Paese, ridotta oggi a poco più di diecimila unità. Affrontare quale fu l’atteggiamento della Chiesa nel corso della catastrofe significa entrare su un terreno molto controverso e che rappresenta ancora una sorta di tabù per i polacchi contemporanei, anche se alcune ricerche storiche, negli ultimi anni, tentano di far luce sulle zone d’ombra della storia nazionale. Una di queste ricerche ha permesso di scoprire come la componente cattolica della cittadina di Jebwabne anticipò i nazisti, da poco arrivati, procedendo di loro iniziativa all’eliminazione dell’altra metà ebraica dei loro concittadini. La scoperta è relativamente recente, anno 2000, perché fino a quel tempo una lapide addossava ai nazisti la responsabilità dello sterminio degli ebrei avvenuto il 10 luglio del 1941. Effettivamente i nazisti erano giunti a Jebwabne già dal 22 giugno, in seguito all’aggressione all’Unione sovietica decisa da Hitler, poiché quel villaggio si trovava nella zona di occupazione russa, ma a ridosso del confine con la parte polacca di occupazione germanica. Ma come ha ricostruito un meticoloso lavoro di indagine di Jan Gross, di origine polacca, storico dell’università di Princeton[572], i nazisti, durante l’eccidio, si limitarono a scattare alcune fotografie, anche se non fecero nulla per impedirlo, divenendone complici. Al massacro avrebbero preso parte attiva molti dei non ebrei. Fu un omicidio di massa in un duplice senso, per il numero delle vittime e per quello degli esecutori. Novantadue di questi ultimi furono identificati per nome, che corrispondevano a circa il 50 per cento dei polacchi adulti cattolici di Jedwabne[573]. Quel 10 luglio le vittime intercettate dalla furia popolare all’inizio furono condotte a gruppi nel cimitero, per essere uccise in vario modo, uno con un ferro, un altro con un coltello, un altro con una mazza. Ben presto, però, si capì che eliminare centinaia di persone in un giorno con quei metodi improvvisati era impossibile. Così i carnefici decisero di sterminare tutti gli ebrei in un’unica soluzione: vennero concentrati e rinchiusi in un granaio, poi cosparso di cherosene, cui fu appiccato il fuoco bruciandoli vivi[574].
Altri pogrom simili sarebbero accaduti nel villaggio di Radzilów e in quello di Wasosz. E «gli assassinati non furono qualche decina, ma molte centinaia»[575].Gross, giustamente, si preoccupa di sottolineare che di norma i nazisti non obbligavano i civili a partecipare alla distruzione degli ebrei, per cui «la popolazione polacca uccise gli ebrei volontariamente e non perché costretta» [576].
E sul collaborazionismo polacco, Gross è tutt’altro che reticente, anche se lo colloca nel quadro di una situazione drammatica per il popolo polacco, di inaudita violenza che colpì gli stessi non ebrei, con circa 3 milioni di vittime, il 12% della popolazione polacca. Inoltre, in particolare nel territorio di occupazione sovietica, fino al giungo del ‘41, i cattolici polacchi subirono vessazioni e deportazioni di massa, mentre percepivano gli ebrei come traditori al servizio dei comunisti, secondo gli stereotipi allora diffusi per cui la rivoluzione sovietica era stata ideata dalla «consorteria giudaica». Dunque, con l’aggressione nazista alla Russia la situazione in certo modo si invertì scatenando rancori e rivalse tra le due comunità[577]. Ma l’antisemitismo in Polonia non terminò con la fine della seconda guerra mondiale e con la sconfitta del nazismo. L’episodio più tragico avvenne a Kielce, dove, tra l’altro, vi era stato già un pogrom anche dopo la prima guerra mondiale, l’11 e 12 novembre 1918, con 10 ebrei morti e 600 feriti[578]. Il 4 luglio 1946, sempre a Kielce, dove la popolazione ebraica era composta da 200 sopravvissuti alla Shoah, 42 di questi furono massacrati e circa 100 furono feriti. La causa scatenante fu la credenza cattolica nell’omicidio rituale, per cui si era sparsa la voce che alcuni ebrei avessero rapito un bambino per usarne il sangue. Mentre le forze dell’ordine assistevano indifferenti, la popolazione della cittadina si ammassò attorno agli edifici abitati da ebrei e si diede al linciaggio dei residenti. Alla stazione ferroviaria i passeggeri ebrei di un convoglio in transito furono aggrediti, scaraventati fuori e linciati. Questo avvenimento provocò l’emigrazione in massa di centinaia di migliaia di Ebrei sia dalla Polonia sia dagli altri paesi dell’Europa centrale e orientale, con il definitivo quasi totale svuotamento della presenza ebraica in Polonia: «Alla fine del 1946, ben 120.000 ebrei sui 192.000 presenti all’inizio dell’anno risultavano già fuggiti dal Paese»[579]. E le reazioni della Chiesa polacca furono estremamente fredde, se non tese a giustificare la rabbia popolare contro gli ebrei:
Molti membri del clero reagirono con ostilità all’idea di prendere le difese degli ebrei. […] Il vescovo di Lublino Stefan Wiszinsky disse che «gli eccessi antiebraici […] erano basati sulla rabbia della popolazione contro gli ebrei che avevano un ruolo molto attivo nell’attuale sistema politico [… e che] i tedeschi avevano ucciso gli ebrei perché gli ebrei erano i propagatori del comunismo». Il Cardinale Hlond, rivolgendosi a dei giornalisti stranieri l’11 luglio disse poi che il fatto che la situazione si stesse «deteriorando» era in gran parte dovuta agli ebrei, «che occupavano le posizioni chiave del governo in Polonia e che cercavano di introdurre una struttura di governo che il popolo non voleva»[580].
La vicenda viene ripresa da Gross per il seguito che ebbe a livello di opinione pubblica polacca. Accadde un fatto insolito per quel periodo, ovvero lo scoppio di uno sciopero «spontaneo» degli operai in molte fabbriche per motivi diversi da quelli legati alle mere questioni salariali, ovvero per protestare contro la pubblicizzazione, da parte di vari giornali del Paese, delle loro stesse presunte dichiarazioni contro il pogrom di Kielce:
Il 10 luglio [1946] in molte fabbriche di Łódź furono convocate assemblee per condannare i responsabili del pogrom di Kielce. La gente era restia a firmare dichiarazioni di condanna. Ma il giorno seguente quelle dichiarazioni finirono sui giornali. Si scatenò allora uno sciopero di protesta. I primi a interrompere il lavoro furono gli operai della Filatura di Łódź, e degli impianti Scheibler e Grohman, cui si unirono quelli della Buhle, Zimmerman, Warta, Tempo Rasik, Hofrichter, Gampe e Albrecht, Gutman, Dietzel, Radziejewski, Wejrach, Kinderman, Wólczanka, e i lavoratori di due segherie. All’inizio gli scioperanti chiedevano che la falsa notizia [secondo cui gli operai avevano firmato quelle dichiarazioni] fosse rettificata, ma poi pretesero anche il rilascio delle persone condannate [il processo sommario si era chiuso con quattordici condanne a morte]. La protesta fu molto dura. Ci furono atti di violenza contro le persone che esortavano a riprendere il lavoro […] Questo tipo di reazione da parte degli operai non fu insolito anche nel resto del Paese. In molte fabbriche la gente si rifiutò di votare risoluzioni di condanna contro gli esecutori del pogrom. A Lublino, nel corso di un’assemblea di 1500 ferrovieri dedicata all’argomento, la folla gridò: «Abbasso gli ebrei», «Vergogna! Sono venuti a difendere gli ebrei», «Bierut [allora presidente della Polonia] non doveva condannarli a morte»[581].
Il commento di Gross mette in rilievo come l’antisemitismo di lungo periodo, di matrice cattolica, operasse ancora in profondità nel senso comune dei polacchi.
In quegli anni le occasioni per protestare contro il progressivo insinuarsi del comunismo in Polonia non mancavano. Ma evidentemente non fu questo il motivo che scatenò l’ondata di scioperi seguita al pogrom di Kielce. E se questi scioperi non si possono spiegare come proteste contro qualche immaginaria «consorteria giudaica», essi sono perfettamente spiegabili come un segno di frustrazione per l’impossibilità di difendere adeguatamente gli innocenti bambini cristiani minacciati dai malvagi propositi degli ebrei. […] Nella Polonia del dopoguerra, insomma, l’antisemitismo era assai diffuso, ben prima di qualsiasi tentativo dei comunisti di prendere il potere[582].
Analoghe considerazioni vengono svolte in un recente e documentato saggio pubblicato in Italia:
Nell’immediato dopoguerra, il tradizionale antisemitismo polacco aumentò ulteriormente, trovando nuove fonti di odio antiebraico. Molti Polacchi osteggiavano apertamente il ritorno degli Ebrei dalla Russia, non avendo nessuna intenzione di permettere che i sopravvissuti si riappropriassero del lavoro e delle proprietà possedute prima della guerra. Inoltre, era molto diffuso fra la popolazione il pensiero che gli Ebrei fossero la colonna portante del nuovo regime comunista, occupando posizioni elevate sia nel Partito sia nel Governo. Questa idea, che gli Ebrei fossero agli ordini della Russia comunista e governassero la Polonia sotto le direttive sovietiche, era molto diffusa fra il clero, fra i membri dei partiti di Destra e fra i veterani politici del periodo fra le due guerre[583].
Una considerazione, a questo punto, si può avanzare: la tragedia della distruzione degli ebrei polacchi non può essere ascritta esclusivamente a «un tipico regime moderno neopagano», ovvero ai nazisti. Anche la Polonia cattolica vi ebbe un proprio ruolo che in gran parte deve essere ancora messo in piena luce. Alberto Burgio, recentemente, ha lavorato in profondità su come tra i tedeschi europei, accanto ai «carnefici», avessero concorso alla distruzione degli ebrei, pur con diversi livelli di responsabilità, la «zona grigia» dei collaboratori e gli «spettatori»[584]. Ebbene un lavoro analogo sarebbe indispensabile anche per la Polonia cattolica, pur tenendo presente la durezza dell’occupazione tedesca, le deportazioni di massa, la riduzione in schiavitù col lavoro coatto, sia nella parte occidentale annessa al Reich, sia nel Governatorato generale, che costò circa tre milioni di caduti non ebrei, quasi tutti civili di cui due milioni di etnia polacca, pari ad un decimo della popolazione. Tuttavia è impensabile che la restrizione nei ghetti, prima, e poi l’eliminazione di quasi tre milioni di connazionali ebrei fossero avvenute senza interferire con l’insieme delle struttura amministrativa, con le attività economiche, con la vita concreta di gran parte dei polacchi: interi quartieri di città vennero svuotati dai loro abitanti, che lasciarono le loro dimore, i mobili, gli arredi, quadri e oggetti di valore a disposizione del resto della popolazione; attività economiche, commerciali, finanziarie, subendo la decapitazione dei loro protagonisti ebrei, rappresentarono per i concorrenti un’insperata manna; innumerevoli posti di lavoro, anche a livelli importanti, professionisti, medici, docenti, amministrativi si liberarono offrendo nuove opportunità ai polacchi cattolici; senza contare il collaborazionismo indispensabile perché gli occupanti potessero individuare capillarmente gli ebrei ed organizzarne il trasferimento e la vita nei ghetti, prima, e, successivamente, costruire e far funzionare la complessa macchina della distruzione. Se a Cracovia vi fu il caso positivo, ed eccezionale, della fabbrica di Schindler, l’atteggiamento prevalente dei polacchi non ebrei quale fu? È un tema indubbiamente controverso e che con grande difficoltà si riesce ad affrontare perché tocca ancora nervi alquanto scoperti, come testimoniano le forti reazioni scatenate in Polonia dal nuovo lavoro di ricerca di Gross, Fear. Antisemitism in Poland after Auschwitz, pubblicato da Random House e Princeton University Press nel 2006[585].
Del resto occorre ricordare che nella Polonia odierna non vi è la festa civile della Liberazione dal nazismo, nonostante la seconda guerra mondiale sia costata circa sei milioni di morti, almeno il 20% della popolazione. Le uniche feste civili, oltre al 1° maggio, sono il 3 maggio, l’anniversario della prima costituzione proclamata in Polonia il 3 maggio 1791 e l’11 novembre, festa dell’Indipendenza, riconquistata dopo 123 anni dalle spartizioni, l’11 novembre 1918. Vi sono tante ragioni ingombranti che possono spiegare questa mancanza, apparentemente incomprensibile: innanzitutto il fatto che la Liberazione avvenne grazie all’Armata rossa sovietica; ma forse pesa anche la difficoltà a ricordare che metà di quei caduti furono ebrei e che ciò comportò la loro quasi totale eliminazione. Quanto questo tema sia tabù nella Polonia di oggi lo testimonia anche la sorprendente proposta di legge avanzata nell’agosto 2016 dall’esecutivo di destra cattolica e nazionalista guidato dalla premier Beata Szydlo, che prevede, «nel migliore dei casi, una pesante multa, e nel peggiore fino a tre anni di carcere, per chi definirà come “polacchi” Auschwitz e gli altri campi di sterminio o lager nazisti che si trovano in Polonia. “Non sono state le nostre madri, né i nostri padri, i responsabili dei crimini dell’Olocausto, commessi da criminali tedeschi e nazisti sul territorio polacco occupato – ha spiegato il ministro della Giustizia Zbignew Ziobro – È nostro compito difendere la verità e la dignità dello stato polacco e della nazione polacca, così come i nostri padri, le nostre madri e i nostri nonni”»[586]. Sembrerebbe che la proposta di legge vada incontro all’approvazione della maggioranza dell’opinione pubblica, convinta che si tratti di una normativa analoga a quelle che bollano come reato la negazione della Shoah. Ma, in alcuni settori intellettuali, vi sarebbe il timore che il provvedimento rappresenti un segnale negativo per chi volesse sviluppare «la ricerca storica sull’atteggiamento di una parte della popolazione polacca nei confronti degli ebrei durante l’occupazione nazista»[587]. Dalla Polonia, peraltro, accanto alla persistenza di un’intellettualità democratica vivace e alla comparsa di una nuova resistenza con manifestazioni di massa antigovernative nelle città, continuano a giungere segnali inquietanti. Nota è la controversa propensione ai toni antisemiti e xenofobi della potente Radio Maria, costola importante dell’attuale governo di destra[588]. Inoltre la Polonia, che non ospita pressoché nessun migrante extracomunitario, è oggi capofila dei Paesi dell’Est europeo che si oppongono a farsi carico anche solo di una quota di rifugiati: la premier cattolica Beata Szydlo sarebbe giunta a considerare il pericolo dei migranti nefasto per la Polonia alla stregua del nazismo[589]. Icastico il commento al paradosso polacco di una giovane impegnata a contrastare la deriva del governo di destra: «Già avevamo l’antisemitismo, anche se dopo la Shoah non sono rimasti praticamente più ebrei.[…] Ora arriva la xenofobia senza immigrati»[590].
Un altro segnale che fa riflettere è quello che colse lo studioso di diritto internazionale Philippe Sands, impegnato in due conferenze nelle università di Cracovia e di Varsavia per illustrare i risultati della sua ricerca sui due grandi innovatori del diritto internazionale Hresch Lauterpack e Raphael Lemkim che avevano contribuito a rendere possibili la costituzione del Tribunale di Norimberga e la condanna dei criminali nazisti, individuando rispettivamente i reati di crimini di guerra contro l’umanità e di genocidio. La cosa curiosa era che, sebbene nel dopoguerra l’uno vivesse in Gran Bretagna e l’altro negli Usa, erano ambedue ebrei originari di Leopoli, nella Galizia all’epoca polacca, formati nella stessa facoltà di giurisprudenza, fuggiti in tempo per sottrarsi alla Shoah. Racconta Sands degli esiti di quelle conferenze, lasciando al lettore ogni commento: «Entrambi gli eventi videro una buona affluenza di pubblico e i partecipanti mi fecero numerose domande su Lauterpack e Lemkim. A dominare furono le questioni di identità. Secondo me erano polacchi, ebrei o entrambe le cose? Era importante? Risposi»[591].
Le difficoltà dei cattolici a riconoscere le proprie responsabilità
Il percorso sin qui compiuto ci permette di constatare come la Chiesa cattolica ebbe un ruolo tutt’altro che marginale nell’affermazione dell’antisemitismo «moderno» europeo tra fine Ottocento e inizi Novecento e nel dispiegarsi negli anni Trenta di una legislazione discriminatoria e persecutoria nei confronti degli ebrei. Questo processo ebbe come esito la distruzione degli ebrei europei tra il 1941 ed il 1945 da parte dei nazisti e di una vasta schiera di collaborazionisti, anche cattolici, di diverse nazioni europee. In quest’ultimo esito il ruolo della Chiesa cattolica rimane controverso, per il diniego della stessa a rendere consultabile tutta la documentazione custodita negli archivi vaticani. Vi sono, però, molti elementi, in particolare relativi ai comportamenti di nazioni cattoliche, che inducono a ritenere che non solo non vi fu opposizione attiva, ma a volte addirittura partecipazione diretta alla Shoah, non riducibile al modo di agire di singoli individui. Se rileggiamo il documento ufficiale della Chiesa cattolica licenziato nel 1998 dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, da cui siamo partiti, balza agli occhi la distanza dello stesso dalla realtà storica che qui abbiamo cercato di ricostruire:
Non si può ignorare la differenza che esiste tra l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano e l’uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli. L’ideologia nazionalsocialista andò anche oltre, nel senso che rifiutò di riconoscere qualsiasi realtà trascendente quale fonte della vita e criterio del bene morale. Di conseguenza, un gruppo umano, e lo Stato con il quale esso si era identificato, si arrogò un valore assoluto e decise di cancellare l’esistenza stessa del popolo ebraico, popolo chiamato a rendere testimonianza all’unico Dio e alla Legge dell’Alleanza. A livello teologico non possiamo ignorare il fatto che non pochi aderenti al partito nazista non solo mostrarono avversione all’idea di una divina Provvidenza all’opera nelle vicende umane, ma diedero pure prova di un preciso odio nei confronti di Dio stesso. Logicamente, un simile atteggiamento condusse pure al rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista. Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah fu l’opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri[592].
Dunque per la Chiesa l’assoluzione è piena e, se «la resistenza spirituale e l’azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo», si sarebbe trattato comunque di casi individuali che meritano di essere profondamente deplorati. C’è da chiedersi, a questo punto, come sia stato possibile che questa lettura storica si sia affermata come la vulgata da tutti condivisa, una sorta di dogma indiscutibile. Ebbene, da questo lavoro possiamo individuare le «astuzie» argomentative che hanno alimentato la credenza assolutoria delle responsabilità della Chiesa cattolica nei confronti della Shoah e che in estrema sintesi vogliamo richiamare.
Innanzitutto l’invenzione «a posteriori» di un antigiudaismo cristiano che sarebbe del tutto diverso dall’antisemitismo e che comunque andrebbe, semmai, circoscritto, nella modernità, ai settori dell’intransigentismo cattolico, ignorando una mole di documentazione che attesta l’opposto.
In secondo luogo la rivendicazione del carattere «non razzista» dell’antisemitismo cattolico, a dispetto del caso spagnolo, ma anche nonostante innumerevoli prese di posizione della Chiesa parlino esplicitamente di «razza» giudaica e rivelino come gli stereotipi antisemiti cattolici avessero comunque una base genetica ed ereditaria, fossero uno stigma indelebile dell’intero popolo ebraico, non smentito dalle eccezioni delle conversioni (eccezioni che anche fascisti e nazisti, peraltro, contemplavano). Del resto si tratta di un’ovvietà: l’antisemitismo è necessariamente e sempre razzista, anche se di tipo diverso da quello «scientifico» e classificatorio.
In terzo luogo, si è enfatizzato il conflitto di potere sulle competenze relative ai matrimoni misti per accreditare una presunta iniziale opposizione della Chiesa alle leggi razziali, ignorando che l’esito di quel conflitto sarebbe stato del tutto irrilevante per la condizione devastata in cui si ritrovarono gli ebrei italiani in seguito a quei provvedimenti. Si può comprendere che all’epoca per la Chiesa la «conversione dei perfidi giudei» avesse un significato particolare, per le ragioni che abbiamo ampiamente esaminato, ciò che sorprende è che troppi storici cattolici ancora oggi la avvalorino e non si rendano conto come questa insistenza risulti offensiva nei confronti degli ebrei.
In quarto luogo, accentuando la circoscritta critica all’ispirazione «neopagana» e idolatrica di alcuni teorici del razzismo nazista (che peraltro non si tradusse mai in rottura con il regime hitleriano), si è preteso di avvalorare un presunto atteggiamento negativo e di condanna dell’antisemitismo nel suo complesso e dei provvedimenti razziali che vennero assunti nelle diverse nazioni negli anni Trenta. Cosicché si è oscurato il dato storico, ampiamente documentato, che una relativa presa di distanza da alcune posizioni estremiste del nazismo si fosse accompagnata alla sostanziale condivisione da parte della Chiesa delle leggi antisemite fasciste del 1938.
Su questo tema del rapporto tra Chiesa cattolica e nazismo, è forse opportuno sviluppare alcune riflessioni ulteriori. Già si è visto l’apporto decisivo dei cattolici tedeschi all’ascesa al potere di Hitler ed al consolidamento del suo regime con la pubblicazione Reich und Kirche. Ciononostante, la storiografia cattolica ha cercato di enfatizzare la condanna del neopaganesimo di Alfred Rosenberg, assolutizzandolo a valore paradigmatico della condanna tout court del nazismo. Ma questa è un forzatura che non regge alla prova dei fatti. Intanto la stessa messa all’indice da parte della Chiesa cattolica, nel 1934, del libro di Rosenberg, Il mito del XX secolo, era carica di ambiguità: a perorare la causa di condanna, presso il Sant’Uffizio, era stato il vescovo austriaco Alois Hudal[593], fervente ed instancabile sostenitore del regime nazista, dall’inizio alla fine, lo stesso che nel dopoguerra a Roma era a capo dell’organizzazione cattolica che protesse e organizzò la fuga dei criminali nazisti. Sembra, dunque, che quella condanna fosse in realtà finalizzata soprattutto a depurare il nazismo dalle scorie non confessionali per rafforzare quella convergenza tra totalitarismi, quello nazista e quello cattolico, sostenuta con foga, come abbiamo visto proprio in quel periodo, dall’intellettualità cattolica tedesca. Inoltre, per un Rosenberg ostracizzato, vi fu, ad esempio, un altrettanto influente intellettuale che svolse un ruolo importante nel regime nazista, Carl Schmitt, tanto cattolico quanto ignorato dalla quella stessa storiografia che punta gli strali su Rosenberg. Non è qui la sede per affrontare, neppure tangenzialmente, il pensiero complesso e controverso di questo teorico della politica e del diritto, in cui «coesistono grandezza e miseria, forza conoscitiva e tentazione autoritaria»[594]. Ma come ha messo in luce un recente studio sui fondamenti originari del pensiero di Schmitt[595], questi era alla Chiesa cattolica che si riferiva come fonte metafisica di legittimazione dell’autorità, base ineludibile dell’idea stessa di politico e di ogni ordinamento giuridico, concezione che in qualche modo rinvia ad una visione che ci è familiare a partire dalla Aetrni Patris di Leone XIII. Dunque Carl Schmitt fu un pensatore cattolico impegnato in ruoli di primo piano nel regime: iscritto al partito nazista dal maggio del 1933, per un triennio presiedette l’Associazione dei giuristi nazionalsocialisti.[596] Ma soprattutto Schmitt, proprio in forza della sua autorevolezza, ebbe un ruolo importantissimo nello spianare la strada al «diritto» nazista e per consolidarne l’ampia adesione della popolazione[597]. Va annotato, incidentalmente, che Teresio Olivelli, nei suoi numerosi viaggi di studio nella Germania nazista, nel 1939, aveva potuto intrattenersi con Carl Schmitt, di cui ammirava il pensiero[598]. Ma questa sottovalutazione del ruolo del cattolico Carl Schmitt nella costruzione giuridica del regime nazista è semplicemente uno dei segnali di una storiografia cattolica che deve ancora compiere un lungo percorso per affrontare criticamente il tema del rapporto tra Chiesa e Terzo Reich. Lo studioso di storia della Chiesa Massimo Faggioli[599], in un saggio di qualche anno fa, in cui tirava le somme delle reticenze e difficoltà della Chiesa tedesca a fare i conti con quel passato, così concludeva, con un certo pessimismo, in riferimento alla stagione del papa tedesco Benedetto XVI, rispetto ai passi, ancorché incerti, compiuti con Giovanni Paolo II:
Ma sembra ormai appartenere al passato la scelta della confessione dei peccati, della Schuldbekenntnis [dichiarazione di colpevolezza. N.d.A.] da parte del cattolicesimo contemporaneo: gran parte della Chiesa di oggi sembra essersi pentita dei pentimenti. Tutto questo parte dal tentativo, a livello più di politica ecclesiastica che di teologia accademica, di recuperare un’immagine istituzionale di Chiesa la quale impedisce ai suoi rappresentanti e ai suoi membri di mettere mano alle pigrizie storiografiche nei confronti dei frutti dell’«insegnamento del disprezzo» verso gli ebrei da parte della cultura cattolica. Questa archiviazione ha un indubbio effetto sulle giovani generazioni quanto alla loro coscienza storica della Shoah e alla loro conoscenza dell’atteggiamento della Chiesa cattolica verso la Shoah[600].
Questa inadeguatezza della riflessione storiografica cattolica tedesca venne nitidamente a rispecchiarsi nell’espressione decisamente riduzionista usata da papa Benedetto XVI, il 28 maggio 2006, in visita ad Auschwitz, «come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio»[601]. Siamo davvero lontani dalla verità storica[602] se quella tragedia viene addossata solo ad un «gruppo di criminali» che ha «usato ed abusato» il popolo tedesco. Dunque, è evidente quanto sia forzato e fuorviante ridurre il rapporto della Chiesa cattolica con il nazismo alla condanna del neopaganesimo di Rosenberg, condanna a maggior ragione ininfluente rispetto a quanto avvenne in Italia e alla sostanziale condivisione dell’avventura fascista, compresa la svolta antisemita del ‘38.
Infine, mi sembra doveroso riprendere alcune controversie meritevoli di risposta.
«L’Osservatore romano» dell’8 giungo 2011, sotto il titolo Bendiscioli e l’antisemitismo, sulla base della recensione del mio, Shoah. Le colpe degli italiani, da parte di Ilario Bertoletti[603], all’epoca intellettuale cattolico di spicco e direttore dell’editrice Morcelliana, così sentenziava la stroncatura del mio lavoro:
Giocando sull’ignoranza e sulla mancanza di memoria storica Ruzzenenti sostiene una tesi che alla luce dei fatti suona addirittura ridicola, se non fosse per il suo effetto falsificante. Bendiscioli è dipinto come antisemita e ispiratore delle leggi razziali del 1938. L’asserzione — osserva Bertoletti — si basa sul ruolo avuto da Bendiscioli nella traduzione de libro di Hilaire Belloc Gli ebrei (1924). Come ha ricordato Roberto Pertici in un lungo articolo su «L’Osservatore romano» del 3-4 giugno scorso, la visione di Belloc sulla questione ebraica rientra nel dibattito del tempo, non certo assimilabile all’antisemitismo razzista che degli ebrei voleva la distruzione. Ruzzenenti – sottolinea Bertoletti – cerca di «smontare questa differenza» senza la quale «i cristiani che in quegli anni hanno affrontato la questione ebraica (…) sono ridotti a esponenti dell’antisemitismo razzista». Smentita dai fatti infine è l’accusa di razzismo mossa a Bendiscioli il quale fu per anni direttore, a Milano, degli Archivi dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e che durante la guerra venne arrestato e messo in carcere per due volte dalla polizia della Repubblica sociale[604].
I fatti invocati per smentire l’accusa di razzismo, si riferiscono alla «seconda vita» del Bendiscioli, quella dopo l’8 settembre 1943, che non possono provare nulla rispetto alle posizioni ed ai comportamenti dello stesso negli anni Trenta, ovviamente, perché la logica non lo consente. Nel merito non posso che riproporre la replica allora inviata a «L’Osservatore romano» e dallo stesso non pubblicata e che riporto di seguito. La denigrazione gratuita non può nascondere la verità: non è Ruzzenenti a «sostenere», ma è lo stesso Bendiscioli ad attestare alla «voce antisemitismo» del 1942, da lui curata, che il testo Gli ebrei di Belloc, che parla di «razza ebraica» (pp. 61, 68, 78, Ed. Cavinato, Brescia 2005), all’epoca pienamente condiviso da Bendiscioli, non è riconducibile all’«antisemitismo cristiano-sociale», pure in quella sede annoverato, bensì all’«antisemitismo politico-nazionale» e che lo stesso testo ha ispirato la legislazione razziale ed antisemita dell’Italia del 1938, come dalla citazione dello stesso Bendiscioli che segue, e che allego per esteso, in Monsignor A. Bernareggi, Enciclopedia ecclesiastica, Vallardi – Pontificia Marietti, Milano – Torino 1942, pp. 199-201: «L’Antisemitismo politico-nazionale è in connessione coll’affermarsi del nazionalismo negli Stati moderni […] Donde il programma minimo di questo Antisemitismo politico-nazionale (Belloc): riduzione dei diritti politici degli Ebrei e riconoscimento della loro qualità di «stranieri». Questo programma ha avuto realizzazione legislativa in Germania a cominciare dal 1934, in Austria subito dopo l’annessione (marzo 1938), in Rumenia dal 1937, in Italia dal sett. 1938».
Ma ciò che qui interessa rilevare è come, sia «L’Osservatore romano», sia Ilario Bertoletti, dimostrino una sorprendente difficoltà a comprendere come l’antisemitismo cattolico di Bendiscoli e della Chiesa negli anni Trenta fosse in perfetta sintonia con il coevo antisemitismo fascista, che anch’esso dichiarava, appunto, di non prefiggersi né la persecuzione e men che meno la distruzione degli ebrei, ma soltanto la loro discriminazione, per cui nel tentativo di riabilitare quell’antisemitismo, a loro dire non razzista, si finisce inevitabilmente col giustificare l’antisemitismo fascista e le leggi razziali del 1938. Con l’aggiunta da parte del Bertoletti di un’argomentazione datata e che sembra ignorare il Concilio vaticano II, ovvero che l’antisemitismo cattolico «mirava alla conversione dell’ebreo», come se quest’ultima finalità potesse essere invocata come un’attenuante delle responsabilità dei cattolici. A differenza di Miccoli, che, come abbiamo visto, sulla questione delle conversioni coglieva imbarazzanti criticità, Bertoletti dimostra, da un canto, assenza di empatia con la condizione degli ebrei dell’epoca e, dall’altro, di non essere ancora del tutto riuscito a liberarsi da incrostazioni che la svolta conciliare aveva rimosso.
Analoghe considerazioni si possono svolgere per la storica Maria Bocci che nel suo lavoro su Gemelli, teso a confutare le accuse di fascismo e di antisemitismo mosse da più parti al fondatore dell’Università cattolica, a un certo punto tratta dell’operazione compiuta di comune intesa da Bendiscioli e Gemelli con la pubblicazione del testo antisemita di Belloc, nel 1934, testo anche in questo caso riabilitato, perché sarebbe stato finalizzato a quella «segregazione amichevole» degli ebrei che avrebbe mirato a tutelare dalla «ferocia nazista»: «Per Belloc la sola via possibile non era dunque né quella percorsa dai sistemi liberali, né quella seguita con ferocia dal nazismo, bensì mettere in valore una “diversità” che gli sembrava oggettiva, riservando agli ebrei un regime giuridico particolare»[605]. Ma nel 1922, quando Belloc scrisse il suo testo, il partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi era una piccola realtà del tutto ignota in Europa ed il Mein Kampf non aveva ancora visto la luce, mentre, nel 1934 quando avvenne la pubblicazione in Italia, il nazismo si presentava ancora con un volto tutt’altro che feroce, se pochi mesi prima la Chiesa cattolica aveva firmato con lo stesso Hitler il concordato, dopo che ne era stata sancita l’ascesa al potere con il voto determinante del partito di Centro cattolico, mentre i principali intellettuali cattolici tedeschi erano impegnati a celebrare il nuovo regime. È tale la preoccupazione di separare nettamente l’antisemitismo cattolico dalla Shoah, che si ricorre ad un evidente anacronismo che rivela la difficoltà ancora presente in molti storici cattolici a fare i conti con quella vicenda e, nella Bocci, una preoccupante incapacità a riconoscere ancora oggi il contenuto francamente antisemita del testo di Belloc e l’attitudine indiscutibilmente antisemita di chi lo volle tradurre e pubblicare nel 1934: fa una certa impressione l’uso dell’eufemismo «mettere in valore una “diversità”», per nobilitare una proposta che si condensava nel togliere la «nazionalità», ovvero i principali diritti di cittadinanza, agli ebrei, a maggior ragione in un contesto come l’attuale in cui ancora, a proposito di nazionalità e di stranieri migranti, ci si dibatte tra il prevalere dello ius soli o dello ius sanguinis e non si contano gli episodi che rivelano in Europa una preoccupante reviviscenza di xenofobia, razzismo ed antisemitismo[606].
Nel caso di Olivelli l’imbarazzo dei cattolici è ancor più manifesto. Olivelli è un’icona della Resistenza cattolica italiana ed è in atto il processo di beatificazione. Dunque, se non si può del tutto negare la sua vita, prima dell’8 settembre, di entusiasta aderente al fascismo e di sostenitore in prima fila della svolta antisemita del regime, si cerca di riscattarla con l’argomentazione che lo stesso era mosso da un profondo afflato religioso: «non esita ad inserirsi dentro le realtà umane, anche nel fascismo […] per essere testimone di un agire evangelicamente fecondo e portare il suo contributo di credente nella costruzione della società»[607]. Sorprende che non si avverta come con simili argomentazioni si attivi un corto circuito insidioso, facendo intendere che la motivazione religiosa può di per sé giustificare tutto, ignorando che quando tale convinzione si è radicata nelle diverse religioni monoteiste ha originato ed ancora produce conseguenze nefaste per la pacifica convivenza tra i popoli.
In altri casi, invece, si giunge a negare letteralmente la verità storica, omettendo del tutto gran parte della biografia dell’Olivelli, riducendola all’ultimo anno e mezzo resistenziale per poterlo inserire in un nostrano «Giardino dei giusti», promosso dalle associazioni Gariwo e Filosofi lungo l’Oglio a Brescia[608]. Pur ispirandosi al «Giardino dei giusti» dello Yad Vashem dedicato a chi ha salvato e soccorso gli ebrei europei dalla distruzione, evidentemente, non vi sono remore nell’annoverarvi un antisemita, volontario fascista nel 1942 nella guerra di aggressione alla Russia. Va riconosciuto, certamente, che proprio la profonda fede cattolica spinse Olivelli al distacco netto dal fascismo: la sua visione del mondo e della condizione umana, ispirata al messaggio evangelico e alla missione eterna della Chiesa, non poteva non traguardare le sorti del regime e proiettarsi immediatamente oltre il crollo dello stesso, delineando una società futura democratica e pacificata. Una scelta, che in quel tragico 1943, fu condivisa da molti cattolici italiani e dalla stessa Chiesa e che diversi cattolici, tra i quali Olivelli, pagarono con la vita. Tuttavia questi straordinari meriti, sanciti dal sacrificio estremo, non sollevano i patrocinatori del nostrano «Giardino dei giusti» dal dovere etico di presentare un profilo biografico dell’Olivelli completo e non censurato della parte prevalente che risulterebbe all’uopo imbarazzante.
Non solo. Giustamente viene celebrato il contributo rilevantissimo offerto dall’Olivelli alla Resistenza cattolica italiana e al movimento delle Fiamme verdi, in particolare sul terreno ideale e morale. Il suo antifascismo, dopo l’8 settembre, fu radicale e fondato su una nuova visione della società che elaborò attingendo alla tradizione culturale cattolica, in particolare alla teologia tomistica e a quelle concezioni «anticapitaliste» del Toniolo che abbiamo sopra considerato. Ma non possiamo dare per scontato che essere antifascisti, all’epoca, significasse necessariamente abbandonare ogni suggestione razzista ed antisemita, che richiedeva per un cattolico come Olivelli, non solo l’abbandono del fascismo, ma anche una profonda revisione dei fondamenti della propria cultura cattolica, della concezione neoscolastica e «medievalista» del suo maestro Agostino Gemelli e ancor prima di Leone XIII, il cui corollario, come si è ampiamente visto, era l’antisemitismo. E questa riflessione non vale solo per i cattolici, che al graduale distacco dal tradizionale antisemitismo, in generale, giunsero solo con la svolta giovannea dei primi anni Sessanta: è un terreno storiografico ancora in larga parte da dissodare quello dell’enorme ritardo con cui l’Italia resistenziale, vittoriosa sul fascismo, si fosse resa consapevole dell’immane disastro che aveva colpito la comunità ebraica nazionale. Comunque, bisogna constatare che nella puntigliosa e circostanziata ricostruzione dell’itinerario esistenziale dell’Olivelli, compiuta dal patrocinatore della beatificazione, non sembra esservi traccia nel «secondo» Olivelli, quello antifascista, di un qualche riferimento al tema del razzismo e dell’antisemitismo e ad una sua possibile revisione. Il documento più rilevante lasciatoci da Olivelli è lo Schema di discussione di un programma ricostruttivo ad ispirazione cristiana[609], a ragione considerato un importante contributo all’impianto costituzionale che nel dopoguerra le forze resistenziali elaboreranno per la rinata Repubblica. Se si scorrono tutti i punti dello Schema, sia quelli tesi a ricostruire un nuovo modello di società, introdotti da Che cosa vogliamo, sia quelli introdotti da Che cosa ripudiamo, tesi a stigmatizzare i mali sociali e politici da cui rifuggire, si nota come non vi fosse alcun cenno alle tematiche che in questo lavoro abbiamo trattato. Insomma sono carenti i contenuti che troveranno sistemazione nella prima parte dell’articolo 3 del dettato costituzionale: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Certo, si può considerare che all’epoca anche nelle democrazie più avanzate il pregiudizio razziale era diffuso e che gli stessi liberatori nordamericani erano ben lontani dall’aver superato il proprio sistema segregazionista. Tuttavia, Olivelli sul fronte orientale non può non aver avvertito quanto stava accadendo agli ebrei europei: prima di giungere alle zone operative di guerra tra l’Ucraina e la Russia meridionale, quindi sul Don, aveva attraversato, tra il 27 e il 30 luglio 1942, la Polonia del Governatorato generale del criminale tedesco Hans Frank[610] nel periodo in cui i tre milioni di ebrei polacchi dai ghetti venivano inviati allo sterminio, ed era passato per Varsavia[611] quando era in corso l’evacuazione del ghetto verso Treblinka, iniziata proprio il 23 luglio. Colpisce il fatto che, al ritorno, non avesse svolto alcuna riflessione pubblica al riguardo, tenendo presente il suo impegno profuso in prima fila sulla questione razziale, poco tempo addietro. Si trattò di una comprensibile rimozione di un lato troppo doloroso del proprio recente vissuto, oppure di altro? È un interrogativo che, sia i promotori del nostrano «Giardino dei Giusti», sia il patrocinatore del processo di beatificazione non possono eludere.
Inoltre, francamente, non sembrano convincenti le motivazioni usate da quest’ultimo per nobilitare l’adesione di Olivelli al fascismo e alla svolta antisemita. A suo dire in Olivelli prevaleva «la convinzione – e anche la speranza – che il razzismo italiano sarebbe stato un razzismo all’italiana cioè di poco conto [sic!]», per cui decise di combattere «nel fascismo stesso, allo scopo di minarne dall’interno e alla radice le pericolose posizioni, specialmente quelle razziste»[612]. Insomma, si vorrebbe far credere che il regime nelle sue massime istituzioni avrebbe promosso Olivelli a ruoli di primo piano, con una fulminea carriera, perché minasse alla radice le posizioni razziste del regime stesso. Ma poi monsignor Rizzi spiega che cosa in realtà intendesse con questa azione «entrista»: non tanto contrastare il fascismo, ma caratterizzarlo con una ancor più forte impronta cattolica, come fecero altri esponenti di primo piano, citati come figure esemplari, e che abbiamo incontrato in questo lavoro: «Purtroppo egli non riuscirà nel suo intento, poiché in pochi intellettuali scelgono di seguire questa strada (tra questi, G. Bottai, C. Pellizzi, p. Gemelli). Quella di Olivelli è una intuizione, una scelta “profetica” in quanto è considerata non realista o addirittura utopistica nel momento in cui la si persegue, ma in seguito, se bene analizzata in tutto il suo intrinseco spessore, non si può non riconoscerne la validità e l’efficacia [sic!]»[613]. In verità allo storico mediamente avveduto risultano oscure «la validità e l’efficacia» di quell’operazione entrista, che certo non minò la solidità del regime, semmai il contrario. Perfino uno storico cattolico prudente come Renato Moro annota, a proposito di Teresio Olivelli: «Tuttavia appare impossibile leggere la sua vicenda come una semplice presenza di un cattolico in partibus infidelium»[614]. Ben gravi sono dunque le responsabilità che gravano sull’Olivelli fascista. Ad esempio, come abbiamo già più volte rilevato, è difficile negare nel contesto dell’Italia la funzione perniciosa che svolse proprio la «via moderata, cattolica e fascista, all’antisemitismo», interpretata da soggetti come l’Olivelli, nel mobilitare una relativa adesione dell’opinione pubblica: questa era, per ragioni storiche, piuttosto refrattaria, se non fosse stata orientata nei decenni precedenti dalla propaganda cattolica antisemita ed ora ravvivata dagli esponenti cattolici del regime. E, a questo proposito, è doveroso annotare con amarezza come pur di salvare il fascista Olivelli, si riabiliti perfino Giuseppe Bottai, fascista in qualche modo anomalo, ma dirigente di primo piano del regime e, soprattutto, come abbiamo visto, acceso antisemita e implacabile protagonista della persecuzione antiebraica nella scuola italiana: di questo lato oscuro del Bottai Rizzi non dice nulla nel suo voluminoso lavoro, mentre assume acriticamente il punto di vista di Bottai espresso nel Diario autocelebrativo pubblicato nel 1949, in cui cerca di accreditarsi come un fascista «liberale» e «antidittatoriale»[615].
Infine, in questa storia abbiamo incontrato troppi esponenti dell’antisemitismo cattolico investiti da processi di canonizzazione (Toniolo, Dehon, Stepinac, Olivelli). Costoro avranno pure avuto grandi meriti, ma sufficienti per dileguare la pesante ombra dell’antisemitismo? Anche questo sembra allo scrivente un segno del lungo percorso che deve ancora compiere la Chiesa cattolica per riconoscere le proprie responsabilità nell’antisemitismo realizzato in Europa tra gli anni Trenta e Quaranta, e quindi nella Shoah, «la più cruenta battaglia della seconda guerra mondiale», secondo la fulminante definizione di Tadeusz Borowsky[616].
Papa Francesco ha dimostrato in diverse occasioni grande coraggio: avrà la forza per aprire ai ricercatori, finalmente, gli archivi vaticani almeno fino al 1945 e quindi per affrontare questo grande buco nero della storia della Chiesa? La predisposizione d’animo non gli manca, se è stato forse il primo e unico ecclesiastico che per curare le proprie sofferenze spirituali si rivolse alla psicanalisi dell’ebreo Freud, interpretata da una donna, per di più ebrea non convertita[617].
Viandanti delle Nebbie
[1] F. Germinario, Costruire la razza nemica, Utet, Torino 2010, p. XXVII.
[2] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Einaudi, Torino 1999, p. 13.
[3]Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1998.
[4] P. Stefani, L’antigiudaismo. Storia di un’idea, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 10.
[10] Giorgio Israel affronta anch’esso questa tradizionale controversia terminologica, ritenendola inutile, quando non fonte di confusione, e opta, a nostro avviso correttamente, per il solo «termine antisemitismo per denotare genericamente l’ostilità e l’odio nei confronti degli ebrei». Cfr. G. Israel, Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime. Il Mulino, Bologna 2010, pp. 57-58. Non possiamo quindi convenire con la casistica, a nostro parere superflua e ridondante, che vorrebbe introdurre Maurizio Ghiretti, distinguendo tra «antiebraismo, antigiudaismo, ebreofobia, giudeofobia, antisemitismo, razzismo antisemita, antisionismo antisemita». Cfr. M. Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 1.
[12] L’antisemitismo dei settori «intransigenti» del cattolicesimo è pacificamente riconosciuto dalla storiografia e non è considerato in questo lavoro che focalizza, invece, le posizioni ufficiali della Chiesa e delle personalità anche laiche più eminenti del cattolicesimo italiano. Per un approfondimento sull’antisemitismo «intransigente» si vedano: M. T. Pichetto, Alle radici dell’odio. Preziosi e Benigni antisemiti, Angeli, Milano 1983; L. Parente, F. Gentile, R. M. Grillo (a cura di), Giovanni Preziosi e la questione della razza in Italia, Rubettino, Saverio Mannelli (Cs) 2005; M. Sarfatti (a cura di), La Repubblica sociale italiana a Desenzano: Giovanni Preziosi e l’Ispettorato generale per la razza, Giuntina, Firenze 2008; N. Valbousquet, Antisemitismo italiano e cattolici integralisti nel primo dopoguerra, «Passato e presente», f. 102, Franco Angeli, Milano 2017, pp. 68-91.
[13] G. Miccoli, Antisemitismo e cattolicesimo, Morcelliana, Brescia 2013.
[14] Si veda, in particolare, l’analisi puntuale di R. Taradel, B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà cattolica» e la questione ebraica. 1850-1945, Editori Riuniti, Roma 2000.
[16] E. Collotti, Antisemitismo e legislazione antiebraica in Austria, in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa.Atti del convegno del cinquantenario delle leggi razziali, Roma 17-18 ottobre 1988, Camera dei deputati, Roma 1989, p. 295.
[17] Sulla figura di questo straordinario politico e sul ruolo che svolse nella Vienna dell’epoca si veda C. Leone, Antisemitismo nella Vienna fin de siècle. La figura del sindaco Karl Lueger, Giuntina, Firenze 2010.
[19] W. K., Vogelsang, Karl Freiherr von, in Allgemeine Deutsche Biographie(ADB). Band 40, Duncker & Humblot, Leipzig 1896, p. 156.
[20] A. Wandruszka, Il movimento cristianosociale in Austria, in G. Rossini, «a cura di», Aspetti della cultura cattolica nell’età di Leone XIII, Cinque lune, Roma 1961, p. 774-775.
[32] D. I. Kertzer, Il patto col diavolo. Mussolini e papa Pio XI. Le relazioni segrete tra il Vaticano e l’Italia fascista, Rizzoli, Milano 2014, p. 270.
[33] Il cardinal Innitzer, in verità, per questo suo sostegno entusiastico alla nazificazione dell’Austria cattolica, subì successivamente la reprimenda del papa Pio XI e fu costretto ad una parziale rettifica della dichiarazione di Vienna. Ivi, p. 272.
[51] Numerosissime sono le pagine che gli vengono dedicate. Cfr. F. Germinario, op. cit., Indice dei nomi, p. 374.
[52]Ivi, p. 6. Ovviamente, apparteneva anche a Drumont il luogo comune ricorrente della polemica contro il potere finanziario espressione della cupidigia giudaica. Ma, per questo, definire «socialisteggiante» l’antisemitismo di Drumont appare francamente del tutto fuorviante, a maggior ragione se si sottace il suo impegno diretto nel partito democratico-cristiano francese.
[53] D. I. Kertzer, I papi contro gli ebrei, Bur storia, Milano 2004, p. 191.
[54] M. Winock, Louis Veuillot e l’antijudaïsme français lors de l’affaire Mortara, in C. Brice – G. Miccoli, «a cura di», Les racines chrétiennes de l’antisémitisme politique, fin 19.-20. siècle, École française de Rome, Roma 2003, pp. 79-88.
[57] Citiamo solo alcune opere pubblicate in Italia: H. Arendt, L’affare Dreyfus, cap. 4, in Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2004; G. Rizzoni, Il caso Dreyfus, Mondadori, Milano 1973; M. Dreyfus, Dreyfus, mio fratello, Editori Riuniti, Roma 1980; N. L. Kleeblatt, «a cura di», L’Affare Dreyfus. La storia, l’opinione, l’immagine, Bollati Boringhieri, Torino 1990; F. Coen, Dreyfus, Mondadori, Milano 1994-1995.
[58] E. Daniel-Rops, La Chiesa delle rivoluzioni. Una battaglia per Dio. 1870-1939, in Storia della Chiesa del Cristo, Marietti, Torino 1969, p. 155.
[66]Ivi, pp. 113-114. Va anche detto che la benedizione papale ebbe una gestione diplomatica complessa, perché il Papa non poteva legittimare la persona di Drumont, date le sue intemperanti critiche alla politica vaticana di apertura nei confronti della repubblica «giudaica»: perciò si decise che questi non firmasse la richiesta della benedizione papale e che in essa non si facesse cenno alla sessione antisemita. Cfr. D. I. Kertzer, I papi…, cit., pp. 195-196.
[67] Leone Dehon (1843 – 1925) fondò la Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, detti dehoniani, impegnata ad agire soprattutto nell’ambito sociale e missionario, diffondendo il pensiero sociale della Chiesa
http://www.dehon.it/it/index.php?option=com_k2&view=item&layout=item&id=113&Itemid=79. Nel 1997 Giovanni Paolo II lo proclamò Venerabile, ma il successivo processo di beatificazione non fu seguito dalla cerimonia solenne, prevista per il 24 aprile 2005, prima, per la morte del pontefice (2 aprile 2005), poi, a causa di alcuni suoi scritti accusati di antisemitismo. Cfr. Polemiche: Dehon antisemita?, «Il Regno», n.12, dicembre 2005, p. 370.
[68] Bibliothèque nationale de France, op. cit., p. 122.
[69] D. Menozzi, «Giudaica perfidia». Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia, Il Mulino, Bologna 2014, p. 77.
[73] D. Fisichella, La democrazia contro la realtà. Il pensiero politico di Charles Maurras, Carocci Editore, Roma 2006.
[74] R. Poznanski, Dall’antisemitismo popolare all’antisemitismo di Stato: la legislazione antiebraica di Vichy, in A. Capelli – R. Broggini, «a cura di», Antisemitismo in Europa negli anni Trenta. Legislazioni a confronto, Franco Angeli, Milano 2001, p. 26.
[80] R. Taradel, L’accusa del sangue. Storia politica di un mito antisemita, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma 2008. Al fine della nostra trattazione non sembra rilevante, invece, la controversa opera di A. Toaff, Pasque di sangue, Il Mulino, Bologna 2007, nuova edizione rivista 2008: infatti, anche lo stesso autore, pur ipotizzando l’esistenza di minoranze fanatiche e superstiziose tra gli ebrei askenaziti dediti a simili pratiche nonostante il divieto biblico assoluto di cibarsi di sangue, ribadisce che comunque l’omicidio rituale è una creazione ideologica tutta cristiana.
[84]Il pericolo giudaico in Francia, «L’Osservatore romano», 18 gennaio 1998, p. 2.
[85] F. Crepaldi, L’ omicidio rituale nella moderna polemica antigiudaica di «Civiltà Cattolica» nella seconda metà del 19. secolo, in C. Brice – G. Miccoli, «a cura di», op. cit., pp. 61-78.
[86] R. Taradel – B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà cattolica» e la questione ebraica. 1850-1945, Editori Riuniti, Roma 2000.
[87]Ora l’accenno alla massoneria è così attenuato: «L’idea che spinse alla fondazione della rivista fu quella di difendere “la civiltà cattolica”, […] minacciata dai nemici della Chiesa, in particolare dai liberali e dai massoni, che andavano ispirando molte linee portanti dell’Italia risorgimentale». http://www.laciviltacattolica.it/la-civilta-cattolica/
[90]Della presente così detta agitazione tedesca antisemitica ossia antiebraica , «La Civiltà cattolica», IV, 1880, pp. 108-109.
[91]Corrispondenza [dalla Germania], «La Civiltà cattolica», IV, 1880, p.576.
[92]Della presente così detta agitazione tedesca antisemitica ossia antiebraica. Come l’ebreo sia sempre forastiero al paese dove abita. Come perciò la razza forastiera ebrea debba essere non naturalizzata, ma regolata da leggi speciali ed eccezionali per sua non meno che per nostra tutela , «La Civiltà cattolica», I, 1881, pp. 111-113.
[95] Fondazione Luigi Micheletti, 1943.45. L’immagine della RSI nella propaganda, Mazzotta, Milano 1985, p. 45.
[96] La dichiarazione del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, del 28 ottobre 1965, stesa su di una traccia predisposta nel 1963 dal Cardinal Bea su indicazione di Giovanni XXIII, finalmente chiuse con il secolare antisemitismo cattolico, aprendo una nuova stagione di dialogo con l’Ebraismo. Cfr. F. Capretti, La Chiesa italiana e gli ebrei. La ricezione di Nostra Aetate dal Vaticano ad oggi, Emi, Bologna 2010. Nello stesso anno, 1965, il culto nei confronti di Simonino venne soppresso dagli ordinari locali con il consenso di Roma e la nuova edizione del Martirologio Romano del 2001 non reca più traccia di Simone di Trento. Cfr.: Cei, Martirologio Romano, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2007.
[97] Tra i contemporanei, in verità, va segnalata l’imponente opera letteraria di Emile Zola, Roma: in essa si racconta di un giovane sacerdote francese, Pierre, che, mosso da entusiasmo riformatore dopo la lettura della Rerum Novarum, scrive un testo, Roma nuova, in cui immagina il nuovo papato, profondamente rinnovato, che promuove una rivoluzione spirituale e sociale, recuperando l’autentico messaggio evangelico del primo cristianesimo comunitario. Ma, con sua sorpresa, il libro subisce la censura del Santo Uffizio, per cui corre a Roma per incontrare Leone XIII, nella convinzione di essere in perfetta sintonia con il papa. Sennonché qui, con grande costernazione, scopre il vero Leone XIII, imprigionato in una visione neoteocratica di riconquista del potere temporale e di dominio sul mondo da parte della Chiesa. Il romanzo di Zola, edito a Parigi nel 1896, ha incontrato grandi difficoltà a farsi conoscere in Italia, con un’unica edizione introvabile nel lontano 1923. Recentemente è stato pubblicato da una nuova casa editrice romana: E. Zola, Roma, Bordeaux, Roma 2012.
[98] A. Saba, Dai pontefici di Avignone a Pio XII, in Storia della Chiesa, voll. 3-4, Utet, Torino 1943, pp. 783-798; D. Rops, op. cit. pp. 107 – 224; F. Molinari, I tabù della storia della Chiesa moderna, Marietti, Torino 1973, pp. 176 – 190; AA. VV. La Chiesa nella società liberale, in AA. VV., Nuova storia della Chiesa, Marietti, Torino 1977, pp. 27 – 33; G. Penco, Dal Concilio di Trento ai nostri giorni, in Storia della Chiesa in Italia, vol. 2, Jaca Book, Milano 1977, pp. 347 – 376; AA. VV., La Chiesa negli stati moderni e i movimenti sociali. 1878 – 1941, in H. Jedin, «a cura di», Storia della Chiesa, Jaca Book, Milano 1979; K. Bihlmeyer – H. Tuechle, L’epoca moderna, in Storia della Chiesa, Morcelliana, Brescia 1979, pp. 246 – 251; S. Tramontin, Un secolo di storia della Chiesa. Da Leone XIII al Concilio Vaticano II, vol. 1, Studium, Roma 1980; AA. VV., Problemi di storia della Chiesa. Dal Vaticano I al Vaticano II, Edizioni Dehoniane, Bologna 1988; E. Guerriero – A. Zambarbieri, La Chiesa e la società industriale, in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri, vol. 22, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1992; K. Schatz, Epoca moderna II, in Storia della Chiesa, Queriniana, Brescia 1995, pp. 79 – 98; J. M. Laboa, La Chiesa e la modernità. Ottocento, vol. 1, Jaca Book, Milano 2003, pp. 156-298; R. Kottje – B. Moeller, «a cura di», Dalla rivoluzione francese al 1989, in Storia ecumenica della Chiesa, vol. 3, Queriniana, Brescia 2010.
[99] E. Soderini, Il pontificato di Leone XIII, 3. voll., Mondadori, Milano 1932- 1933; G. Monetti, Leone XIII, Alba, Torino 1941; C. Marcora, Da Leone XIII a Paolo VI, in Storia dei papi da San Pietro a Paolo VI, Edizioni librarie italiane, Milano 1974; E. Bartocci, Chiesa e società industriale. Da Benedetto XIV a Leone XIII, Angeli, Milano 1985; G. De Rosa, «a cura di», I tempi della Rerum Novarum, Rubettino, Soveria Mannelli 2003.
[112] L. Poliakov, Storia dell’antisemitsmo. Vol. 2, Da Maometto ai Marrani, La Nuova Italia, Firenze 1974, p. 312; G. Á. Chillida, El Antisemitismo en España. La imagen del judío (1812-2002), Marcial Ponts, Madrid 2002, pp. 48-51.
[113] R. Amran, Calumnias y falsificación histórica: dos casos de correspondencia apócrifa relacionadas con judíos hispanos durante el medievo, «Cahiers d’études hispaniques medievales», n. 29, Ens Editions, Lyon 2006, pp. 317-326.
[115] J. A. van Praag, Los protocolos de los Savios de Sion y la Isla de los Monopantos de Quevedo, «Bulletin hispanique», n. 51, Presses universitaires de Bordeaux, Bordeaux 1949, pp. 169-173.
[121] A. A. Sicroff, Los estatutos de limpieza de sangre: controversia entre los siglos XV y XVIII, Taurus Ediciones, Madrid 1985, pp. 52 e sgg.
[122] H. Kamen, La Inquisición Española. Una revisión histórica, Critica, Barcelona 2011.
[123] Mia traduzione da: J. Amador de los Ríos, Historia social, política y religiosa de los judíos de España y Portugal, Imprenta de T. Fortanet, Madrid 1875, vol. III, p. 499.
[124] A. A. Sicroff, Lescontroverses des statuts de pureté de sang en Espagne du XV au XVII siècle, Didier, Paris 1960, p. 121.
[131] H. Kamen, op. cit., pp. 237-239. Per le colonie spagnole si veda. A. Coello de la Rosa, El estatuto de limpieza de sangre (1593) de la Compañía de Jesús y su influencia en el Perú colonial, «Archivum Historicum Societatis Iesu», vol. 80, n. 159, Barcelona 2011, pp. 45-95 http://www.upf.edu/huma/_pdf/ATT00248.pdf
[141] R. Canosa, Storia dell’inquisizione in Italia dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento, Sapere edizioni multimediali, Roma 2000, vol. 1 Modena, pp. 34-57; vol. 2 Venezia, pp. 71-98; vol. 3 Torino e Genova, pp. 45-60 e pp. 157-172; vol. 4 Milano e Firenze, pp. 51-60; vol. 5, Napoli e Bologna, pp. 41-52. http://www.romanocanosa.it.
[142] La tematica, in verità, è da tempo discussa tra gli storici ispanisti. Per una rassegna di questi studi, precedenti a quello in esame, si veda: M. S. Hering – Torres, «Limpieza de sangre». ¿Racismo en la Edad Moderna?, in «Tempos modernos. Revista electrònica de historia moderna», vol. 4, n. 9, 2003, pp. 1-16. http://www.tiemposmodernos.org/viewarticle.php?id=34&layout=html. La posizione conclusiva di Hering, che nega una possibile equiparazione tra limpieza de sangre e razzismo nazista perché basati su «concetti differenti di razza», assume come discrimine la diversa strumentazione formale che supporta i due razzismi attinta a due contesti storici lontanissimi: quello spagnolo, dalla religione cattolica, quello tedesco, dalle concezioni «scientifiche» coeve. La Stallaert, invece, intende porsi dal punto di vista del persecutore e della sue profonde motivazioni ideologiche, riconoscendo qui la chiave della possibile comparazione tra i due antisemitismi, nonostante i diversi contesti storici.
[143] P. P. Poggio, Nazismo e revisionismo storico, Manifesto libri, Roma 1997, p. 26.
[148] G. L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 5-70.
[149] L’eugenetica, termine inventato dall’inglese Francis Galton, cugino di Darwin, negli anni Sessanta dell’Ottocento, aveva la presunzione di poter migliorare qualitativamente la specie umana attraverso selezioni intenzionali tese a promuovere i caratteri fisici e mentali ritenuti positivi e a rimuovere quelli negativi, applicando anche agli umani le tecniche che si andavano sperimentando secondo le leggi genetiche mendeliane. Cfr. M. Bulmer, Francis Galton. Pioneer of Heredity and Biometry, Johns Hopkins University Press, Baltimora 2003. Nei primi anni del Novecento l’eugenetica riscosse anche in Italia un’ampia attenzione del mondo scientifico: F. Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 2006; M. Ciceri, Origini controllate. La prima eugenetica italiana. 1900-1924, Prospettiva editrice, Civitavecchia-Roma 2009.
[150] G. Montadon, Da che cosa si riconoscono gli ebrei?, «La difesa della razza», a. III, n. 21-22, 5-10 settembre 1940, pp. 6-7.
[151] «Sono da considerare ebrei: 1. colui che appartiene alla comunità israelitica o che vi ha prima appartenuto; 2. colui che discende da almeno 3 nonni ebrei; 3. colui che discende da 2 nonni ebrei e che è coniugato con un’israelita», in Comando militare germanico di Brescia, Ia, colonnello Wuthenau al prefetto di Brescia, al prefetto di Cremona e p. c. al Comando di piazza di Cremona, 15 ottobre 1943, in Archivio di Stato di Brescia, Prefettura, b. 158 c.
[152] «4. La popolazione dell’Italia attuale e di origine ariana e la sua civiltà è ariana», dal Manifesto degli scienziati razzisti, Roma 25 luglio 1938. Il termine venne poi corretto in «ariana-mediterranea», anche per far fronte alle accuse di imitazione del nazismo, cui era alquanto insofferente Mussolini.
[153] C. Stallaert, op. cit., pp. 57-66. Giustamente la Stallaert fa notare come proprio la focalizzazione etnicista dia fondamento al confronto con il casticismo inquisitoriale,
[154] A. Hitler, Mein Kampf, Bompiani, Milano 1934, pp. 52-53.
[156] I. Fink, Il viaggio, Giuntina, Firenze 2001.
[157] A. Montagu, Man’s Most Dangerous Myth. The Fallacy of Race, Harper & Bros, New York 1952, trad. it. La razza. Analisi di un mito, Einaudi, Torino 1966.
[160] Siemens, Antropometric Effects of Recorded Cases of Miscegenation among Certain Caucasian Sub-Groups, in «Ohio Journal of Science», I, 1950, pp. 45-52, cit. in A. Montagu, op. cit., p. 327.
[172] A. Botti, L’antisemitismo in Spagna durante la Seconda Repubblica. 1931-1936, in C. Brice – G. Miccoli, «a cura di», op. cit., pp. 183-213.
[173] A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino1992. Si veda anche R. Calimani, Storia degli ebrei italiani, 3 vol., Mondadori, Milano 2013-2015.
[179] P. Pecorari, Alle origini dell’ anticapitalismo cattolico. Due saggi e un bilancio storiografico su Giuseppe Toniolo, Vita e Pensiero, Milano 2011.
[182] G. Toniolo, La genesi storica dell’odierna crisi sociale-economica, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», a. I, vol. I, Roma 1893, 1° parte, fasc. I gennaio, pp. 39-68 e 2° parte, fasc. II febbraio, pp. 223-253..
[192] G. Toniolo, L’economia capitalistica moderna, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», a. I, vol. I, fasc. IV, Roma aprile 1893, p. 409.
[194] G. Toniolo, L’economia capitalistica moderna, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», a. I, vol. II, fasc. VII, Roma luglio 1893, p. 604.
[197] I. Checcoli – R. M. Dessì, op. cit., p. 476.
[198] A. Main, La storia dell’usura nel mondo pagano e nel cristianesimo, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», 1° parte, a. V, vol. XIII, fasc. XLIX, Roma febbraio 1897, pp. 215-234, 2° parte, a. V, vol. XIV, fasc. LIII, Roma maggio 1897, pp. 27-48 e 3° parte, a. V, vol. XV, fasc. LVII, Roma settembre 1897, pp. 24-67.
[200] P. G. Gaggia, Le usure nelle fonti del diritto canonico, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», a. V, vol. XV, fasc. LX, Roma dicembre 1897, pp. 523-537.
[204] Si tratta di un’errata trascrizione del cognome Lueger, nella convinzione infondata che anche in questo caso il dittongo ue, equivalesse a ü. Invece va letto come scritto, Lueger. Successivamente l’errore verrà corretto.
[205] «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», a. III, vol. VIII, fasc. XXX, Roma giugno 1895, pp. 352-355.
[206]Ivi, a. III, vol. IX, fasc. XXXIV, Roma ottobre 1895, pp. 305-306.
[207] Ivi, a. III, vol. IX, fasc. XXXV, Roma novembre 1895, pp. 484-485.
[208] Ivi, a. IV, vol. X, fasc. XXXIX, Roma marzo 1896, p. 521.
[209] Ivi, a. VIII, vol. XXVIII, fasc. LXXXVIII, Roma aprile 1900, pp. 659-660.
[210]Ivi, a. VI, vol. XVIII, fasc. LXIX, Roma settembre 1898, p. 154.
[211] Ivi, a. VII, vol. XXI, fasc. LXXXI, Roma settembre 1899, pp. 148-149.
[212] Ivi, a. VIII, vol. XXIII, fasc. LXXXIX, Roma maggio 1900, p. 160.
[213] Ivi, a. IV, vol. XI, fasc. XVI, Roma maggio 1896, p. 165.
[215] H. Busch, Die Stoeckerbewegung im Siegerland. Ein Beitrag zur Siegerländer Geschichte in der zweiten Hälfte des 19 Jahrhunderts. Siegen 1968; G. Koch, Adolf Stoecker 1835–1909. Ein Leben zwischen Politik und Kirche, Palm Enke, Erlangen und Jena 1993.
[216] «La Civiltà cattolica», III, 1882, pp. 282-284.
[217] A. Lizier, Attorno alla questione giudaica nel Medioevo, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie», a. VII, vol. XIX, fasc. LXXV, Roma marzo 1899, pp. 381-401.
[236] «Nei pochi mesi trascorsi nella capitale lombarda, l’8 dicembre 1921 il Cardinale arcivescovo Achille Ratti [poi Pio XI. N.d.A.] ha la soddisfazione di inaugurare — anche quale Legato pontificio — l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per la fondazione della quale si era ripetutamente adoperato in passato associandosi a padre Agostino Gemelli sulla necessità d’istituire in Italia un ateneo nel quale si realizzasse “l’armonia della fede e della ragione […]. Soltanto un istituto di alta cultura scientifica, dove il Dio delle scienze e la scienza di Dio tengano il posto che loro serbarono Dante e Manzoni, soltanto una tale istituzione può procurare alla restaurazione e rinascita cristiana della società i più utili elementi di azione e di reazione, di direzione soprattutto”».
[242] M. Franzinelli, Stellette, croce e fascio littorio. L’assistenza religiosa a militari, balilla e camicie nere. 1919-1939, Franco Angeli, Milano 1995, pp. 311-312.
[243] A. Gemelli, L’evento della Conciliazione e la sua portata nazionale e universale, «Vita e pensiero» a. XXV, n. 2, febbraio1939, p. 54.
[244] A. Gemelli, L’unità nell’educazione, «Vita e pensiero», a. XXV, n. 1, gennaio 1939, p. 7.
[245] La dottrina della Chiesa e i problemi della razza. Un commento di «Regime fascista» al discorso di Padre Gemelli, «Il Corriere della sera», 11 gennaio 1939, p. 2.
[246] R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, nuova edizione ampliata, Einaudi, Torino 1993 (prima edizione 1961), pp. 325-326.
[248]Trafiletto anonimo, «Vita e Pensiero», a. X, n. 8, agosto 1924, p. 506.
[249] A. Gemelli, In tema di ebrei e di errori, «Vita e pensiero», a. X, n. 12, dicembre 1924, p. 753.
[250] H. Belloc, Gli ebrei, Vita e pensiero, Milano 1934. Il testo uscì nella traduzione del 1934 di A. Marioli (alias Mario Bendiscioli che vi aggiunse una postfazione) e con la prefazione all’edizione italiana dello stesso Belloc. Nelle citazioni useremo una ristampa di un editore cattolico integralista, H. Belloc, Gli ebrei, Cavinato, Brescia 2005.
[253] Traduttore, con una sua prefazione, del testo: H. Belloc, L’anima cattolica dell’Europa, Morcelliana, Brescia 1927.
[254] F. Perfetti, Hilaire Belloc, G. Volpe, Roma 1968; P. Gulisano, Chesterton e Belloc. Apologia e profezia. Ancora, Milano 2002. Va annotato, a proposito di quest’ultimo volume edito da una delle più importanti editrici cattoliche, che, mentre si esalta il «chesterbelloc pensiero» come attualissimo anzi profetico, non si spende una parola sul suo lato antisemita.
[255] F. Cossiga, Lettera sul PD. Ma la religione è pubblica?, «L’Unità», 14 gennaio 2008.
[258] Sul dibattito all’interno del fascismo italiano intorno alla cosiddetta «terza soluzione» o «terza strada», evocata da Bottai su «Critica fascista» del 1° febbraio 1932, si veda: G. Santomassimo, La terza via fascista. Il mito del corporatIvismo, Carocci, Roma 2006.
[259] Queste tesi il Belloc le sviluppò in particolare nel saggio Lo stato servile, del 1912.
[260] Questa è la versione che riporta E. Signori, Mario Bendiscioli e la storia del nazismo, in AA. VV., Mario Bendiscioli storico, Cedoc, Brescia 2003, pp. 94-96.
[263] Si trattava dei primi provvedimenti assunti da Hitler, il 7 aprile 1933, appena giunto al potere, per limitare il peso degli ebrei in alcune professioni (medici, avvocati) e in alcuni ruoli istituzionali.
[274] Su questa problematica la stessa Morcelliana intervenne in quel periodo con la pubblicazione del volume di uno dei maggiori esperti cattolici, professore di lingua e cultura tedesca, direttore del Pontificio museo Missionario Etnologico Lateranense, W. Schmidt, Razza e nazione, Morcelliana, Brescia 1938. Ma anche in «La Civiltà cattolica» si sviluppò un acceso dibattito. Cfr. il capitolo Razza, stirpe, nazione, in R. Taradel – B. Raggi, op. cit., pp. 98-123.
[281] L. Poliakov, Storia dell’antisemitsmo. Vol.4,L’Europa sucida, La Nuova Italia, Firenze 1974, p. 247.
[282] La fortuna del testo di Belloc è testimoniata dal fatto che, oltre alle traduzioni, ebbe altre due edizioni, nel 1928 e nel 1937, cioè negli anni in cui in Europa i nuovi regimi fascisti potevano attuare i provvedimenti invocati dal Belloc.
[283] M. Patti, Chiesa cattolica tedesca e Terzo Reich (1933-1934), Morcelliana, Brescia 2008.
[289] AA. VV. Mario Bendiscioli storico, Cedoc, Brescia 2003; M. Marcocchi – P. Prodi – M. Taccolini, Mario Bendiscioli intellettuale cristiano, Morcelliana, Brescia 2004. La bibliografia di Bendiscioli è sterminata, contando centinaia di titoli, e spazia dai primi studi sulla religiosità germanica contemporanea a quelli sui vari movimenti riformatori del Cinquecento.
[290]Nota del traduttore, in H. Belloc, Gli ebrei, Vita e pensiero, cit., pp. 223-224.
[291] D. Menozzi, op. cit., p. 127. Lo stesso Menozzi, in genere molto scrupoloso nella completezza dell’apparato bibliografico, rimprovera allo scrivente di aver ignorato la nota del Bendiscioli, quando invece era stata integralmente pubblicata, e opportunamente commentata, in M. Ruzzenenti, Shoah. Le colpe degli italiani, Manifestolibri, Roma 2011, pp. 43-44.
[293]Nota del traduttore, in H. Belloc, Gli ebrei, Vita e pensiero, cit., p. 224.
[294] M. Bendiscioli, Germania religiosa nel III Reich. Conflitti religiosi e culturali nella Germania nazista, Morcelliana, Brescia 1936.
[295] M. Bendiscioli, Neopaganesimo razzista, Morcelliana, Brescia 1938.
[296] A conferma dell’autorità riconosciuta in materia a Bendiscioli, un’anticipazione del suo commento alla Mit brennender Sorge venne pubblicato, poco dopo l’uscita della stessa, su una Rivista nazionale rivolta al clero: M. Bendiscioli, Dopo l’enciclica all’episcopato tedesco. Il razzismo, «L’assistente ecclesiastico», a. VII, n. 7, Roma luglio 1937.
[297] M. Bendiscioli, Germania religiosa, …, cit., p. 92.
[303] M. Bendiscioli, Nel Kulturkampf 1937-1938, Zanichelli, Bologna 1953, [capitolo scritto nel 1938 per l’edizione inglese di Germania religiosa, fu solo parzialmente pubblicato in detta edizione e il testo italiano fu distrutto per intervento superiore fino all’ultima copia nella tipografia a cui era stato affidato dall’autore per una edizione limitata pro manoscritto], in Fondazione Civiltà Bresciana, Archivio Mario Bendiscioli, fasc. 1-4, sez. 04, cartella 8.
[304] Com’è noto il cancelliere di ferro della prima fase del Secondo Reich tedesco (1871-1918), Otto von Bismark (1871-1890), per consolidare la raggiunta unificazione delle Germania cercò di colpire le tendenze particolaristiche e antiprussiane radicate negli stati tedeschi meridionali, aprendo un conflitto con il Centro cattolico e con la Chiesa cattolica, il Kulturkampf appunto(1871-78), che tendeva a sottoporre la Chiesa nazionale al controllo dello stato, limitandone l’autonomia e le prerogative.
[305] M. Bendiscioli, Nel Kulturkampf …, cit, p. 3.
[315] M. Bendiscioli, Il Romanesimo nella coscienza germanica contemporanea, In M. Bendiscioli – G. Moenius – I. Herwegen – P. Wust, op. cit., pp. 11-58.
[316] M. Bendiscioli, Il Romanesimo …, cit., pp. 24-28.
[317] R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso. 1929-1936, Einaudi, Torino 1974, p. 505.
[320] M. Bendiscioli, La politica vaticana nell’Europa centro-orientale, «Gerachia, Rassegna mensile della rivoluzione fascista», fondatore Benito Mussolini, anno XVII, n. 6, gennaio 1937, p. 398.
[322] P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Laterza, Roma-Bari 1976, pp.312-314; A. Takashi, Cattolicesimo, razzismo e fascismo. L’attività propagandistica di Giulio de’ Rossi dell’Arno (1938-1943), «Società e storia», n. 143, 2014, p. 69.
[323] M. Bendiscioli, Il problema ebraico, «L’Italia», 3 giungo 1938.
[326] Hugo Wast, segnalato con enfasi da Bendiscioli, era lo pseudonimo artistico di Gustavo Adolfo Martínez Zuviría, antisemita argentino, scrittore cattolico di grande successo internazionale, autore di numerosi romanzi antiebraici: il suo Oro, tradotto in Italia nel 1936 dall’Istituto di propaganda libraria, una casa editrice cattolica di Milano, ebbe un vasto riscontro di pubblico, contribuendo a diffondere a livello popolare gli stereotipi antisemiti, anche perché gli vennero accreditati, da un canto, un valore documentario e, dall’altro, una forte connotazione cattolica; fu riproposto con successive riedizioni nel 1938, nel 1941 e rimase in catalogo fino alla cessazione della collana nel 1975. R. Bonavita, op. cit. pp. 116-117.
[332] Secondo Kertzer l’appoggio di Pio XI, anche morale e personale, a Mussolini, durante la grave crisi del delitto Matteotti, sarebbe forse stato decisivo per il superamento della stessa e la successiva svolta autoritaria del fascismo. Ivi, pp. 83-86.
[333] Già nel 1923-24, Mussolini concesse il riconoscimento statale all’Università Cattolica di Gemelli, fece tornare i crocefissi nelle aule scolastiche, aggiunse al calendario civile festività religiose, finanziò la ricostruzione delle chiese danneggiate dalla guerra. Ivi, p. 73.
[335] «[…] questa condanna dell’antisemitismo fu decisamente la dichiarazione pubblica più forte e più inequivocabile rilasciata dal Vaticano nel periodo tra le due guerre», cfr. S. Zuccotti, Il Vaticano e la Shoah in Italia, Bruno Mondadori, Milano 2001, p. 11. Si veda anche R. Moro, op. cit., p. 66.
[341] F. De Caprio, Polonia e Russia bolscevica nelle carte di Achille Ratti, Visitatore Apostolico e in altri inediti o poco editi documenti d’archivio, in G. Platania, «a cura di», L’ombra della Russia sull’Europa centro-orientale, Viterbo, Sette Città 2007, pp. 282-283.
[344] Sul tormentato rapporto tra la Chiesa cattolica e il nazismo al potere si veda anche la ricostruzione da parte di uno storico gesuita sulla base dei documenti dell’Archivio segreto del Vaticano: G. Sale, Hitler, la Santa Sede e gli ebrei, Jaca Book, Milano 2004.
[347] Questa vicenda, molto significativa peraltro dell’ambivalenza dell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti del fenomeno hitleriano, è dettagliatamente ricostruita sempre da H. Wolf, op. cit., pp. 167-178.
[352] M. Faulhaber, Giudaismo, cristianesimo, germanesimo. Prediche tenute in S. Michele di Monaco nell’Avvento del 1933, dal cardinal Faulhaber, arcivescovo di Monaco, Morcelliana, Brescia 1934.
[364] H. De Vries de Heekelingen, Israel, son passé, sonavenir, Libr. Acad. Perrin, Paris 1937.
[365] M. Barbera, La questione giudaica e il Sionismo, cit., pp. 420-422.
[366] M. Barbera, La questione giudaica e le conversioni, «La Civiltà cattolica», II, 1937, pp. 497-525.
[367] M. Barbera, La questione giudaica e l’apostolato cattolico, «La Civiltà cattolica», III, 1937, pp. 27-39.
[368] San Paolo, Lettera ai Romani, 11, 12-20-25-31.
[369] J. Bonsirven, Juifs et Chrétiem, Ernest Flammarion, Paris 1936; Les Juifs et Jesus. Attitudes nouvelles, Gabriel Beauchesne, Paris 1937.
[370] M. Barbera, La questione giudaica e le conversioni, cit., p. 500.
[371] P. Pennisi, Presa di posizione francamente razzista. Note di un cattolico italiano, Officine grafiche Principato, Messina 1938, p. 64.
[372] M. Barbera, La questione giudaica e l’apostolato cattolico, cit. pp. 38-39.
[373]Intorno alla questione del sionismo, «La Civiltà cattolica», II, 1938, p. 77.
[374] «La Civiltà cattolica», III, 1938, pp. 275-278
[375]Il fascismo e i problemi della razza, «L’Osservatore romano», 16 luglio 1938, p. 2.
[376] Manzini divenne direttore de «L’Osservatore romano» dal 1960 al 1978. Cfr. V. De Cesaris, Vaticano, razzismo e questione nazionale, Guerini studio, Milano 2010, p. 139.
[378] «In occasione del Decreto Legge 19 aprile 1937, n. 880 – (“Il cittadino italiano che nel territorio del Regno e delle Colonie tiene relazioni d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Italiana o straniera, appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”) – la Santa Sede si compiaceva col Governo Italiano per avere colpito il concubinato fra gli italiani e gli indigeni di colore. […] Riguardo poi al matrimonio tra bianchi e neri, […] la Santa Sede faceva rilevare che, essendo i neri nella loro stragrande maggioranza di religione diversa dalla cattolica, tali matrimoni, di fatto, rimanevano interdetti; […]». Cfr. Relazione della Segreteria di Stato sulla materia razziale, in G. Sale, Le leggi razziali in Italia e il Vaticano, Jaca Book, Milano 2009, p. 195.
[379] A Bergamo vi era stato un attacco ad una sede cittadina ed inoltre ad alcuni dirigenti, spiati dal regime ed in odore di poco convinta adesione al regime, si minacciava di ritirare la tessera del partito fascista con effetti negativi sulla loro condizione sociale e professionale. Cfr. D. I. Kertzer, Il patto…, cit., p. 295.
[380] A. Martini, Studi sulla questione romana e la conciliazione, Cinque lune, Roma 1963.
[381] In verità Miccoli vi accenna, ma senza evidenziarne adeguatamente la portata e soffermandosi sul contesto, critico per la Chiesa, della rinnovata pressione fascista sull’azione cattolica, che avrebbe condizionato il Vaticano nella formulazione relativa agli ebrei. Dopo averlo connotato come «un testo ambiguo e non facilmente definibile», tuttavia riconosce che «gli accordi del 16 agosto comportavano chiaramente l’accettazione in linea di principio da parte della Chiesa di una legislazione discriminatoria nei confronti degli ebrei». Cfr. G. Miccoli, op. cit., pp. 298-299 e p. 343.
[392] Analoghe considerazioni si potrebbero svolgere per alcune uscite del pontefice critiche nei confronti di un certo «nazionalismo esagerato» (il 18 luglio in un discorso ad un gruppo di suore) o del fatto che «l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania» (il 2 agosto in un discorso a duecento studenti del collegio romano di Propaganda Fide). Cfr. D.I. Kertzer, Il patto…, cit. , pp. 289-290. Si trattava ancora una volta di porre in guardia il regime da un possibile e paventato slittamento verso il nazismo.
[393] A. Bernareggi, Enciclopedia ecclesiastica, Vallardi – Pontificia Marietti, Milano – Torino 1942, pp. 199-201. (Che Bendiscioli ne fosse l’autore è testimoniato dall’allora direttore della Morcelliana, Ilario Bertoletti, Brescia e l’antisemitismo, una tragedia tutta da studiare, «Giornale di Brescia» 1 giugno 2006).
[395] V. Mattioli, Gli ebrei e la Chiesa, 1943-1945, Mursia, Milano 1997, pp. 17-20, 35-37.
[396] H. De Vries de Heekelingen, L’antisemitismo italiano, Felice Le Monnier, Firenze 1940, pp. 17-18.
[397] H. De Vries de Heekelingen, L’eterna questione ebraica e la sua soluzione, «La difesa della razza», 5 novembre 1939, pp. 29-31, in V. Pisanty, La difesa della razza. Antologia 1938-1943, Bompiani, Milano 2006, pp. 348-350.
[398] D. Grandi, Il mio paese. Ricordi autobiografici, Il Mulino, Bologna 1985, pp. 443-444.
[399] G. Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita, Milano, Garzanti 2005.
[400] Sul razzismo degli italiani tra Ottocento e Novecento si veda A. Burgio, «a cura di», Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Il Mulino, Bologna 1999.
[401] G. Israel, Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime, Il Mulino, Bologna 2010.
[402] In particolare si fa riferimento a E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2003, M.-A. Matard-Bonucci, L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Il Mulino, Bologna 2008 e G. Israel, op. cit.
[403] Queste tematiche vengono magistralmente approfondite nel testo di G. Israel, op. cit., pp. 102-115.
[404] Su questo si veda Renzo De Felice, Mussolini…, cit., pp. 597-808.
[405] M. Ruzzenenti, L’autarchia verde. Un involontario laboratorio della green economy, Jaca Book, Milano 2011.
[406] Mussolini al ritorno dal viaggio in Germania nel settembre del 1937 ammetteva che «un po’ di Prussia non avrebbe fatto male agli italiani». Cfr. M.-A. Matard-Bonucci, op. cit., p. 121.
[409] R. Moro, Propagandisti cattolici del razzismo antisemita in Italia, (1937- 1941), in C. Brice – G. Miccoli, «a cura di», op. cit., p. 345.
[410] R. Bonavita, Grammatica e storia di un’alterità: stereotipi antiebraici cristiani nella narrativa italiana. 1827-1938, in C. Brice – G. Miccoli, «a cura di», op. cit., pp. 89-119.
[411] F. Germinario, Fascismo e antisemitismo. Progetto razziale ed ideologia totalitaria, Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 60-61.
[424] «Discriminare non significa perseguitare […]. Il governo fascista non ha alcun speciale piano di persecuzione contro gli ebrei in quanto tali. Si tratta d’altro […]. Gli Ebrei in Italia, nel territorio metropolitano sono 44.000 […]; la proporzione sarebbe quindi di un ebreo su mille abitanti. È chiaro che, d’ora innanzi, la partecipazione degli ebrei alla vita globale dello Stato dovrà essere, e sarà, adeguata a tale rapporto». Informazione diplomatica n. 18, del 5 agosto 1938. Cfr. R. De Felice, Storia…, cit., p. 281.
[426] Guido Landra, giovane assistente di Antropologia, su posizioni radicalmente biologiste, sarebbe stato l’unico dei firmatari ufficiali che effettivamente si occupò della stesura materiale del Manifesto, ovviamente sempre sotto la guida di Mussolini in persona. Cfr. G. Israel, op. cit., p. 180.
[427]Editoriale, «La Civiltà cattolica», n. 2115, 6 agosto 1938.
[428] E. Rosa, La questione giudaica e «La Civiltà cattolica», «La Civiltà cattolica», IV, 1938, p. 3.
[429] A. Brucculeri, Razzismo italiano, «Avvenire d’Italia», 17 luglio 1938.
[430] Sottosegretario di Stato Buffarini, telegramma di Stato decifrato, n. 30034/2400074/Dem. Razz. riservatissimo – 11 agosto 1938, in Archivio di Stato di Brescia, Fondo ebrei, b. 87.
[432] Addirittura sarebbero stati la maggioranza nel caso dell’Italia. Infatti, secondo il censimento del 1938, «su 10 mila famiglie ebree censite, più di 6.280 erano composte da coppie miste». Cfr. M.-A. Matard-Bonucci, op. cit., p. 29.
[433] A. Burgio – M. Lalatta Costerbosa, Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, DeriveApprodi, Roma 2016, p.177.
[436] Recentissima, a questo proposito, l’iniziativa di Vittorio Sgarbi e Giordano Bruno Guerri, che hanno allestito a Salò, dal 15 marzo al 16 novembre 2017, una mostra itinerante, Museo della follia. Ebbene, Sgarbi accosta con la massima disinvoltura un quadro di Hitler ad opere di Ligabue, ma soprattutto propone appunto Hitler come traino pubblicitario dell’intera mostra sulla «follia», definendolo un «disperato». Hitler pittore in mostra nel Museo della Follia di Salò, Sgarbi: «È il quadro di un disperato», «Repubblica.it», 10 marzo 2017.
[440] Sempre sull’oggettiva difficoltà dei nazisti a definire l’ebreo si veda: J. Noakes, Il problema di determinare il nemico: le definizioni naziste del termine «ebreo». 1933-1935, in A. Capelli – R. Broggini, op. cit., pp. 11-24.
[443] Collotti fa notare che la Commissione preposta a valutare queste pratiche fu presieduta da un alto magistrato, Gaetano Azzariti, che in seguito sarebbe divenuto Presidente della Corte costituzionale della Repubblica. Cfr. E. Collotti, Il fascismo…, cit., p. 75.
[445] Sulle leggi razziali si veda in particolare il capitolo 4, La campagna contro gli ebrei. Seconda fase: dal censimento alle leggi razziste, in E. Collotti, Il fascismo…, cit., pp. 58-79.
[447] «Dire che sino al 25 luglio 1943 essa fu una persecuzione all’”acqua di rose”, almeno in confronto a ciò che avveniva in altri paesi, dire che lo stesso governo della Rsi cercò di impedire che essa degenerasse, dire che le violenze e gli stermini furono fatti o almeno ordinati dai tedeschi, dire che la stragrande maggioranza degli italiani deprecò sempre queste violenze e questi stermini è vero». R. De Felice, Storia…, cit., p. 462.
[448] Nel caso del nazismo, a differenza del fascismo, vi era un vasto retroterra antisemita sia nell’ideologia del partito, fin dalle origini, sia nella società tedesca e vi fu comunque una gradualità nell’emanazione delle leggi razziali dal 1933 al 1938. In Italia, invece, la svolta antisemita fu costruita dal regime pressoché a freddo e si abbatté sulla comunità ebraica, quasi come un fulmine a ciel sereno, inattesa e dirompente nella sua radicalità.
[450] M.-A. Matard-Bonucci, op. cit., pp. 236-292.
[451] Si veda un ampio resoconto di questo dibattito in F. Cassata, «La Difesa della razza». Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Einaudi, Torino 2008.
[453] Nicola Pende, enfatizzando le proprie prese di distanza da un razzismo rozzamente biologista, cercò nel dopoguerra di rifarsi un’immagine di oppositore delle leggi razziali, che pure vennero presentate ufficialmente con la sua firma. Ma, a smentirlo, venne riesumato un suo intervento, Noi e gli altri nella difesa della razza, pubblicato su «Vita universitaria», del 5 ottobre 1938, dove l’adesione alle leggi razziali assumeva i toni entusiastici. Cfr. G. Israel – P. Nastasi, op. cit., pp. 190-192. Ciononostante Nicola Pende, dopo essere stato indagato insieme agli altri coautori del Manifesto, venne, come tutti, prosciolto, il 15 maggio 1946, dalla Sezione istruttoria penale della Corte d’Appello di Roma, con la motivazione che «non vi è certo in questo Manifesto la premessa dei gravissimi provvedimenti che il governo fascista adottò contro gli ebrei». Cfr. M. Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano 2006, pp. 208-209.
[454] N. Pende, Medicina e sacerdozio alleate per la bonifica morale della società, Tipografia Flamini, Ancona 1940.
[457] A. Messineo, I fondamenti della dottrina fascista della razza, «La Civiltà cattolica», IV, 1940, pp. 216-219.
[458]Nota vaticana su un articolo del p. Antonio Messineo su un libro di Giacomo Acerbo sui fondamenti della dottrina razzista, G. Sale, Le leggi…, cit., p. 263.
[459] M. Barbera, La «Carta della scuola», «La Civiltà cattolica», I, 1939, pp. 496-507.
[474] G. Longo, L’Istituto nazionale fascista di cultura. Da Giovanni Gentile a Camillo Pellizzi (1925-1943). Gli intellettuali tra partito e regime, Pellicani, Roma 2000, p. 196.
[493]Dottrina del fascismo – Testo finale dei Littoriali, Trieste 1° Aprile 1939, pubblicato nella parte conclusiva dell’articolo Dottrina fascista, in: «Il Lambello», quindicinale del Guf di Torino, 15 aprile 1939.
[495] R. Agasso – D. Agasso jr, Il difensore dei deboli. La straordinaria storia d’amore del Venerabile Teresio Olivelli. 1916-1945, San Paolo, Alba (CN) 2012, p. 57.
[496] T. Olivelli, Razza e costume, «Libro e moschetto», n. 14, 27 gennaio 1940.
[497]Omelia del vescovo di Cremona sulla Chiesa e gli Ebrei, «L’Osservatore romano», 15-16-17 gennaio 1939, pubblicata da A. Cavaglion – G.P. Romagnani, Le interdizioni del Duce. Le leggi razziali in Italia, Claudiana, Torino 2002, p. 207.
[507] Citiamo la prima pubblicazione del 1963 di A. Martini, op. cit. pp. 195-201 e, forse, l’ultima che ricostruisce con un esame dettagliato e certosino di innumerevoli documenti la lunga diatriba, G. Sale, Le leggi..., cit.
[515] A. Fappani, La Resistenza bresciana. Appunti per una storia. 1919-1943, vol. I, Realtà giovanile, Brescia 1962 vol. I, p. 158.
[516] G. Coccoli Rossetti, Don Stefano Pebeiani (1889-1945): il prete che odiava il fascismo, in AA. VV., Brescia cattolica contro il fascismo, S. Marco, Esine-Brescia 1978, p. 132.
[518] G. Passelecq – B. Suchecky, L’enciclica nascosta di Pio XI, Corbaccio, Milano 1997; G. Miccoli, L’enciclica mancata di Pio XI sul razzismo e l’antisemitismo, «Passato e Presente», XV, n. 40, 1997, pp. 35-54.
[519] E. Rosa, Il pericolo giudaico e gli «Amici di Israele», cit.
[522] David Kertzer, che ha visto la documentazione al riguardo presso l’Archivio centrale di stato, cita i non pochi informatori di polizia che operavano all’interno del Vaticano. D. I. Kertzer, Il patto…, cit.
[525] Anche se con enorme ritardo, rispetto, ad esempio, alla sterminata produzione di ricerche sulla Resistenza, negli ultimi anni le responsabilità del fascismo della Rsi nella distruzione degli ebrei italiani sono state documentate in diversi studi: A. Walzl, Gli ebrei sotto la dominazione nazista. Carinzia, Slovenia, Friuli-Venezia Giulia, Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione, Udine 1990; C. Villani, Ebrei fra leggi razziste e deportazione nelle province di Bolzano, Trento e Belluno, Società di studi trentini di scienze storiche, Trento 1996; S. Bon, Gli ebrei a Trieste, 1930-1945. Identità, persecuzione, risposte, Libreria editrice goriziana, Gorizia 2000; A. Villa, Ebrei in fuga. Chiesa e leggi razziali nel basso Piemonte, 1938-1945, Morcelliana, Brescia 2004; F. Scomazzon, «Maledetti figli di Giuda, vi prenderemo». La caccia nazifascista agli ebrei in una terra di confine. Varese 1943-1945, Arterigere – Essezeta, Varese 2005; E. Collotti, «a cura di», Gli ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI. Persecuzione, depredazione, deportazione (1943-1945). 1. Saggi, 2. Documenti, Carocci, Roma 2007; M. Ruzzenenti, Shoah…, cit; S. L. Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Feltrinelli, Milano 2015. Sulle difficoltà incontrate in Italia nell’immediato dopoguerra a far emergere dalla rimozione la tragedia degli ebrei italiani si veda: C. Di Sante, Auschwitz prima di «Auschwitz». Massimo Adolfo Vitale e le prime ricerche sugli ebrei deportati dall’Italia, Ombre corte, Verona 2014. Questi ritardi spiegano perché solo in tempi relativamente recenti sia stato possibile una ricostruzione dettagliata della Shoah italiana: L. Picciotto, Il libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945). Ricerca del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Mursia, Milano 2002 (prima edizione 1991).
[527] G. Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Rizzoli, Milano 2000, p. 11. Cfr. anche G. Miccoli, L’atteggiamento delle Chiese durante la Shoah, in AA. VV., Storia della Shoah. La crisi dell’Europa e lo sterminio degli ebrei, vol. I, Utet, Torino 2005, p. 1102.
[528] G. Miccoli, L’atteggiamento…, cit., p. 1102.
[529] F. Cavalli, La Santa Sede contro la deportazione degli ebrei della Slovacchia durante la seconda guerra mondiale, «La Civiltà cattolica», III, quad. 2665, 24 giugno 1961, pp. 3-16.
[533] A. Martini, La Santa Sede e gli ebrei della Romania durante la seconda guerra mondiale, «La Civiltà cattolica», III, quad. 2669, 26 agosto 1961, pp. 449 – 463.
[537] Tra i 280.000 e 380.000 ebrei romeni e ucraini della Romania e dei territori sotto l’amministrazione romena sono state vittime del regime filo-nazista romeno, mentre «quasi 340.000 ebrei romeni sono sopravvissuti perché il Governo aveva deciso di sospendere le deportazioni nel 1943». Cfr. M. Iordache, La Romania e la rimozione dell’olocausto, Osservatorio Balcani e Caucaso. Transeuropa, Rovereto 18 febbraio 2005. https://www.balcanicaucaso.org/aree/Romania/La-Romania-e-la-rimozione-dell-Olocausto-28144
[538] A. Martini, La Santa Sede…, cit., pp. 460-461.
[539] M. Ferrara, Ante Pavelić. Il duce croato, Edizioni Kappa Vu, Udine 2008, p. 189.
[542] Si trattava di Ešref Badnjević, ufficiale dell’esercito popolare di liberazione, nel dopoguerra ambasciatore della Jugoslavia comunista in Turchia, caduto poi in disgrazia per essersi opposto alla svolta antistaliniana di Tito e imprigionato nel terribile campo di punizione dell’Isola nuda, presso Rab. La sua storia è stata mirabilmente ricostruita dalla figli, Dunja, in D. Badnjević, L’isola nuda, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
[559] H. Minczeles, Une histoire des juifs de Pologne, La Découverte, Paris 2006. A Varsavia, dal 2013, è stato aperto il Polin, uno straordinario e vastissimo museo sulla storia degli ebrei polacchi. http://www.polin.pl/en.
[560] P. Korzec, Juifs en Pologne. La question juive pendant l’entre-deux-guerres, Presses de la Fondation des Sciences Politiques, Paris 1980. Si veda anche D. Tollet, La questuion jiuive e la renaissance de la Pologne à la fin de la Première Guerre mondiale, in C. Brice – G. Miccoli, «a cura di», op. cit., pp. 215-229.
[561] P. Sands, La strada verso Est, Guanda, Milano 2017.
[562] J. Zindul, Lo stato giuridico degli ebrei in Polonia tra le due guerre, in A. Capelli – R. Broggini, «a cura di», op. cit., pp. 41-57.
[597] A. Burgio – M. Lalatta Costerbosa, op. cit., pp. 121-127.
[598] «Durante il suo soggiorno a Berlino, ha l’opportunità di incontrare uno dei più importanti filosofi tedeschi del momento, il prof. Carl Schmitt, che lo accoglie cordialmente in casa propria. Il pensatore tedesco lo intrattiene sull’interrogativo se esista, e come possa giuridicamente qualificarsi, una situazione intermedia fra pace e guerra». P. Rizzi, op. cit., pp. 290-291.
[606] Su questo tema illuminante e di grande utilità il saggio di A. Burgio, Nonostante Auschwitz. Il «ritorno» del razzismo in Europa, DeriveApprodi, Roma 2010.
[607] G. Cardinale, Diventa venerabile Teresio Olivelli, difensore dei deboli, «Avvenire.it», 16 dicembre 2015.
Bentornati. Per l’ennesima volta, a costo di abusare della vostra pazienza, vorrei cambiare un po’ il programma e trattare un argomento diverso da quello annunciato. Di positivo c’è che ci muoveremo comunque sul terreno consueto: anzi, cercheremo di consolidarlo.
Spiego il perché. È nato tutto, come già altre volte, da una considerazione espressa qualche giorno fa da un amico. Stava ficcanasando tra libri e raccoglitori sparsi un po’ ovunque nel mio studio, e a un certo punto ha trovato una vecchia plaquette del Centro Universitario del Ponente nella quale risulto condurre un corso di Storia della Filosofia. “Mah!” ha commentato, “se ti conosco bene tu non fai Storia della Filosofia, ma Filosofia della Storia”.
Ero distratto, perché quando rovistano sulla scrivania divento nervoso e allora cerco di fare altro, ma la cosa mi ha colpito. Il pensatore che identifichiamo con la Filosofia della Storia è infatti Hegel, e dopo Sartre Hegel è in assoluto il filosofo che mi sta meno simpatico (anche se, a differenza che per Sartre, gli riconosco la genialità, e considero la Fenomenologia dello spirito un capolavoro). Ora, come criterio di valutazione della rilevanza filosofica di un autore la simpatia lascia senz’altro a desiderare, ma credo che sotto sotto condizioni tutti i docenti e gli studiosi della disciplina: e comunque, senz’altro condiziona me. Inoltre, ho sempre pensato che la mia attitudine fosse quella di uno storico conscio dei limiti del suo dilettantismo, e non quella di un aspirante filosofo. Ho quindi patito come una critica quella che invece era per lui solo una banalissima constatazione. Ne abbiamo un po’ discusso, naturalmente ciascuno è rimasto della propria idea, ma qualche dubbio si è insinuato. Non sto qui ora a ripercorrere la discussione: vi basti sapere che mi ha suggerito l’opportunità di chiarire meglio, a me per primo, la natura degli argomenti di questi incontri.
Il titolo scelto per la conversazione odierna non è infatti un semplice gioco di parole. L’amico ha tirato in ballo due termini molto pesanti, densi di significati: significati che però cambiano, come lui intendeva appunto rimarcare, a seconda della posizione che assegniamo loro nel chiasmo. Se cioè stanno per complementi oggetto o per complementi di specificazione. Insomma, non è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: qui cambia tutto.
I termini sono Storia e Filosofia, scritti in questo caso con la maiuscola. In genere quando li adoperiamo diamo per scontato di aver chiaro di cosa si sta parlando: e magari per noi, in quel particolare contesto, è così. Ma se li impieghiamo nella versione “nobile”, quella appunto con l’iniziale maiuscola, facciamo riferimento a significati che non dovrebbero valere solo per noi, andrebbero universalmente condivisi: e allora non è male verificare che davvero lo siano. Anche se la nostra è una trattazione alla buona, nella quale non si devono mettere in conto tutte le possibili declinazioni e sfumature, dovremmo supporre un accordo di massima almeno sull’accezione letterale, quella desumibile dall’etimologia. Di qui innanzi sarà più che sufficiente per intenderci.
Cominciamo con Storia. Deriva dal greco istorein, che significa raccontare. La Storia fa proprio questo: racconta dei fatti. Veramente, ad essere pignoli, a raccontare i fatti è la storiografia, la scrittura della storia, mentre la Storia sarebbe l’insieme dei fatti in sé: ma non complichiamoci la vita con distinzioni che ci porterebbero troppo lontano, fino a chiederci se i fatti esistono indipendentemente dall’essere raccontati (che sembra una domanda idiota, ma non lo è), e se la Storia riguardi il mondo nel suo complesso o solo quel breve attimo della sua età che vede la presenza dell’uomo. Accontentiamoci dell’accezione più elementare, scolastica. Nel nostro discorso assumeremo dunque la Storia come narrazione (orale o scritta) di eventi che sono considerati universalmente rilevanti dal narratore e accolti come tali dal lettore o dall’ascoltatore. Ciò significa ad esempio che se una vicina di casa mi fa il resoconto dettagliato dei suoi malanni o delle intemperanze sentimentali di una comune conoscente, per quanto le due cose siano al centro dei suoi interessi, non sta costruendo Storia, mentre lo fa se racconta della fame e della paura e della confusione vissute in Genova, e in tutto il nord-Italia, durante l’ultima guerra, sotto l’occupazione tedesca. In questo caso dà un piccolo ma significativo contributo alla trasmissione e conservazione della corretta memoria di un periodo cruciale per l’umanità intera.
La Storia è dunque la somma, e anche qualcosa di più, di tante narrazioni storiche, piccole o grandi che siano. E non solo ci sono tante storie, ma ci sono altrettanti modi per raccontarle, perché il racconto storico può essere organizzato secondo criteri diversi. In genere quello più seguito è il criterio cronologico, che ordina gli accadimenti in successione; ma può essere adottato anche un criterio analogico, che mette i fatti a confronto, cogliendo similitudini e differenze (per fare un esempio alto, le Vite parallele di Plutarco), oppure altri ancora. Con questo però mi sto già allargando troppo: magari ne faremo argomento di un’altra conversazione.
Piuttosto, è importante tenere a mente che anche sul merito dei fatti ci sono versioni diverse. Che cioè alle spalle del racconto c’è sempre un punto di vista, una chiave interpretativa applicata dal narratore più o meno consciamente, a volte addirittura in malafede: quindi il racconto può peccare non solo di omissioni, ma anche di volute falsificazioni. E già la scelta in sé degli eventi da considerare significativi, o del peso da attribuire loro, visto che non possono essere raccontati in un rapporto di scala di uno a uno, dipende dagli intenti dello storico e dalla sua collocazione, oltre che dalla sua onestà. L’obiettività assoluta nella ricostruzione storica non esiste e nemmeno può essere pretesa. Pensiamo ad esempio a come le vicende di un conflitto vengono raccontate dai vincitori o dai vinti (sapendo anche che in genere sono solo i primi a scriverne la storia). Questo non impedisce comunque che, con un po’ di accortezza nel consultare fonti diverse e di strumenti critici per vagliarle, si possa disporre di un quadro di massima passabilmente veritiero.
Ora, quel che vale per i fatti vale naturalmente anche per le idee. Anche le idee sono oggetto di narrazione, soprattutto quando si traducono in qualche modo in azione (ma non solo), e anche nel loro ambito ci sono vincitori e vinti (con una differenza: gli uomini, tutti, periscono definitivamente, le idee, anche quelle sconfitte, spesso sopravvivono, e magari tornano poi in circolo). Sarebbe però opportuno distinguere tra la Storia della Filosofia, di cui parleremo, e la Storia delle Idee, che indaga nello specifico come alcuni concetti (quello di giustizia, ad esempio, o di libertà) siano stati interpretati, e applicati, nel corso dei millenni.
Con la “narrazione” delle idee, comunque, siamo già ai margini del fare Storia, ci addentriamo in quella terra di nessuno (e di tutti) che confina con la Filosofia. Quindi ci tornerò, ma solo dopo aver trovato un denominatore comune anche per l’uso di questo secondo termine.
Philosophia significa letteralmente “amore (inteso come desiderio) del sapere”: un desiderio di sapere che si manifesta attraverso le domande che ci poniamo sul senso dell’esistenza, della nostra e di quella del cosmo: domande relative non a una situazione specifica e contingente, ma alla condizione generale dell’uomo. La filosofia esprime quindi degli interrogativi universali, aspira a quella conoscenza unificante che motiva e dà senso a tutte le conoscenze particolari. È evidente che riesce difficile tracciare i confini del suo ambito “disciplinare”, per il semplice motivo che la filosofia non è una “disciplina” nel senso che diamo comunemente al termine, ma un atteggiamento di fondo che sta a monte delle varie discipline e ne informa e orienta lo sviluppo e le applicazioni. Se le domande che mi pongo concernono il rapporto dell’uomo con la natura, cercherò la risposta nella scienza, se riguardano quello con gli altri uomini la cercherò nella politica, ecc. Ma saranno il modo in cui mi sono posto le domande e, aggiungerei, il motivo per cui l’ho fatto, a determinare la direzione in cui andrò a muovermi. In sostanza, non esiste un’applicazione pratica della filosofia, con essa non si costruiscono strumenti o stati o apparati conoscitivi di alcun genere, ma attraverso essa se ne identifica e se ne promuove la necessità e se ne giustifica o se ne contesta la creazione.
Per inciso, va detto che in origine il termine non aveva un valore intrinsecamente positivo. In Platone, ad esempio, denunciava una privazione: a fronte della sophia, la conoscenza perfetta, detenuta da pochissimi e attinta per vie mistiche o iniziatiche, la philo-sophia era un desiderio di conoscere che nasceva dalla coscienza di non sapere. Platone non lo dice chiaramente, ma pare che ritenesse questo desiderio destinato a rimanere inappagato. Tra l’altro associava il primo dei due livelli alla cultura orale e il secondo a quella scritta, sottolineando come quest’ultima trasmetta solo l’ombra della verità delle cose, una verità potremmo dire liofilizzata e omogeneizzata. È evidente che le cose non stanno così, che la trasmissione orale comporta gli stessi problemi di obiettività di quella scritta: ma se interpretiamo le parole di Platone come l’avvertenza che la verità è molto più ricca di sfumature di quante una trascrizione per forza di cose sintetica possa farcene cogliere, allora un qualche senso questa distinzione lo ha.
Torniamo però a noi. Da cosa origina il “desiderio di sapere”? Prescindendo dalle motivazioni pratiche, immediate, che comunque a loro volta sono conseguenti quella originaria, la disposizione che sta alle spalle della filosofia è la stessa avvertita come fondante da ogni cultura: è la sensazione di non essere in sintonia con la vita del cosmo, con la natura e con i suoi cicli, che l’uomo avverte non appena acquista coscienza della propria transitorietà. A questa sensazione l’umanità non risponde solo con la Filosofia, ma anche (e prima) con la religione. La differenza sta nel fatto che in quest’ultimo caso le risposte scaturiscono da un atto di fede, in pratica dalla rinuncia alla ricerca e dall’abbandono più o meno fiducioso ad una volontà esterna, mentre nel primo arrivano (quando arrivano) dal confronto insistito con se stessi e con il mondo. Fermo restando che le domande sono le stesse.
Tutti gli uomini si portano dentro la philo-sophia, lo stimolo a interrogarsi. Ma non tutti lo ascoltano, e quelli che lo fanno non lo fanno allo stesso modo. Il coglierlo o meno dipende, senza dubbio, anche da circostanze ambientali, storiche e culturali, l’educazione, ad esempio, o le frequentazioni; ma io credo sia soprattutto questione di attitudine mentale. C’è chi, come dice Montale, “l’ombra sua non cura” (sono un po’ meno convinto che costui sia anche “ad altri ed a se stesso amico”), viaggia cioè corazzato nelle sue certezze e restringe al minimo i propri orizzonti, e chi invece si guarda attorno alla ricerca di senso, o addirittura alza lo sguardo al cielo. Tra questi ultimi si guadagnano di norma la patente di philo-sophoi coloro che tentano anche di darsi delle risposte, e lo fanno in genere raffrontando le proprie esperienze conoscitive e le soluzioni individuate con quelle di altri pensatori che li hanno preceduti, in un colloquio che prosegue attraverso il tempo ormai da più di due millenni. Avrete già capito, però, dalle conversazioni precedenti, che non è la patente a fare il filosofo, e neppure il tipo di risposta, la sua complessità, la sua esaustività, la sua organizzazione in sistema. Leopardi e Montale, per citare due dei nomi che hanno continuato a ricorrere nei nostri incontri, non sono mai stati iscritti al club ufficiale, ma hanno testimoniato la philo-sophia, nella sua forma originaria interrogativa, meglio della gran parte dei pensatori in toga.
Ma quali sono in sostanza gli interrogativi “filosofici”? Come ho già accennato, sono le domande concernenti tutto ciò che è essenziale, che ha costituito motivo di curiosità e di indagine da quando l’uomo ha avuto consapevolezza di una sua condizione diversa rispetto a quella degli altri animali. Interrogativi profondi, dunque, del tipo: che senso ha il mio essere al mondo? Oppure: ci sarà un’altra vita dopo questa? O: da dove nasce il male? E ancora: su cosa si fonda la mia conoscenza? Per arrivare a: come mi devo comportare? Insomma: i fondamentali. Ebbene, ogni volta che ci poniamo domande di questo tenore, magari di fronte ad una esperienza particolarmente dolorosa, o alla percezione di una malvagità insensata, oppure stimolati dalla struggente presenza di una splendida luna, entriamo nella dimensione filosofica. Purché, ripeto, lo facciamo in termini universali. Per capirci meglio, e semplificando al massimo, se di fronte ad una disgrazia o ad una esperienza atroce ci chiediamo: perché proprio a me?, non siamo nella filosofia, mentre ci approssimiamo ad essa se ci chiediamo: come possono accadere cose di questo genere? e ci rientriamo se la nostra non rimane una domanda retorica, ma diventa lo stimolo a cercare una spiegazione di ordine universale. Abbassando ancora di più il livello, accede alla dimensione filosofica anche quella la moglie che di fronte al marito (o viceversa) si chiede: “perché mai l’ho sposato?”: sempre che si tratti di una vera domanda, e non solo di un’amara constatazione. È in fondo un interrogativo che concerne la natura più profonda dei nostri sentimenti, e risale anch’esso alla notte dei tempi, addirittura ad Adamo.
Non vorrei però dare l’impressione di banalizzare tutto, mettendo qualsiasi sciocchezza sullo stesso piano della riflessione di Kant. Semmai, l’intento è esattamente quello opposto: quando dico che la filosofia non abita solo al terzo piano non nego che i piani esistano, e che occorra tenerli distinti: sottolineo soltanto che il caseggiato è lo stesso, e che tra un piano e l’altro non ci sono delle porte blindate ma delle scale, che con un po’ di buona volontà possono essere salite.
In buona sostanza, dovremmo concordare per il momento almeno su questi punti:
quello filosofico non è un sapere, ma un atteggiamento. Hanno un’importanza relativa le risposte, mentre sono fondamentali le domande;
la Filosofia non ci dice nulla di come è fatto il mondo (questo è semmai compito della scienza). Può dirci qualcosa su che fare di quel che sappiamo del mondo, di come applicarlo alla nostra vita. Non ci propone quindi una verità, ma aiuta al più a porre le domande, e magari a porle nella maniera giusta.
Bene. Ammesso che i due termini ci siano ora un po’ più chiari, combiniamoli assieme e vediamo cosa succede. Cominciamo con la prima combinazione, quella che vede la Storia come complemento diretto e la Filosofia come oggetto della specificazione. Cosa significa fare Storia della Filosofia? Visto che la Filosofia è faccenda di domande, la Storia della Filosofia dovrà raccontare in quali modi diversi nel corso di quasi tre millenni queste domande sono state poste (e magari spiegare anche il perché), come si è svolto il dibattito a distanza e quali risposte significative ne sono scaturite. In linea di massima, come si diceva, le domande sono rimaste le stesse, ma in qualche caso ne sono sorte di nuove (sul nostro rapporto con la scienza, ad esempio), mentre altre sono state lasciare cadere (non si disputa più sul sesso degli angeli, al massimo su quello dei cantanti e dei calciatori). Ciò influisce sulle quotazioni dei vari pensatori: alcuni che sono rimasti in auge per secoli (è il caso ad esempio di Tommaso d’Aquino) rispetto agli interrogativi che ci poniamo oggi hanno ben poco da dirci, mentre se ne riscoprono altri che per millenni erano stati in pratica dimenticati. Il sapere come sono stati diversamente formulati nel tempo gli stessi interrogativi, e quali hanno retto, indipendentemente o a dispetto delle risposte, ci aiuta a capire cosa è fondamentale e cosa è invece solo ‘storicamente’ contingente.
Anche nel fare Storia della Filosofia si possono seguire criteri diversi: si possono mettere in sequenza cronologica i pensatori più significativi o più influenti (non necessariamente le due cose coincidono), per cogliere gli sviluppi delle loro teorie e identificare prestiti, ricorrenze o differenze tra una teoria all’altra, oppure si può scegliere un tema particolare e vedere come è stato affrontato da pensatori diversi. Ognuna delle opzioni ha i suoi pro e i suoi contro. Nel primo caso c’è il rischio di leggere la Storia della Filosofia come un crescendo verso risposte sempre più intelligenti ed esaustive (cosa che non è affatto) e magari di identificarla con la Filosofia stessa: nel secondo è facile perdere di vista le condizioni oggettive, materiali e spirituali, che nelle diverse epoche hanno condizionato l’approccio a un particolare tema. Naturalmente nel nostro particolare caso i rischi non riguardano l’elaborazione di una Storia della Filosofia, ma i modi della sua divulgazione. Per questo vorrei almeno in parte attenuarli esplicitando preventivamente gli intenti e i limiti dell’opzione che ho scelto.
Per me insegnare (o divulgare) la Storia della Filosofia non significa fare un elenco più o meno cronologico di pensatori e di sistemi di pensiero, o di risposte date ai grandi interrogativi di cui sopra, ma sottolineare come al piano nobile ci si sia in fondo sempre posti le stesse domande che ciascuno di noi si pone, se è sufficientemente umano. Perché ritengo così importante ribadirlo? Perché sapere che anche le speculazioni più profonde sono nate dalle stesse incertezze, dalle stesse paure, dallo stesso sconcerto che ciascuno di noi conosce, e spesso ritiene siano un problema suo particolare, una disfunzione del suo vivere, aiuta ad affrontare questo problema in maniera radicalmente diversa. Penso induca a condividere anche la ricerca di spiegazioni, se non di soluzioni, e a portarla avanti non in guerra con gli altri, ma assieme agli altri. A capire insomma che se la risposta non arriva, o se quella che arriva non è soddisfacente, non si tratta di un fallimento nostro, ma di una condizione universale.
Per questo ritengo sia importante la storia della filosofia: perché induce la consapevolezza di un comune destino di tutti gli uomini in tutte le epoche; ci aiuta a capire che stiamo tutti sulla stessa barca e che sgomitare non ha senso. Questa semplicissima verità i pensatori che considero davvero grandi l’hanno sempre predicata, sia pure in maniera e con strumenti diversi: è il presupposto e al tempo stesso lo sbocco della critica kantiana, sta nella poesia di Leopardi o dentro i romanzi di Camus. Può sembrare banale, ma proprio la storia della filosofia, che è soprattutto la storia dei tentativi di falsificare questa verità, è lì a dimostrare che tanto banale non è.
E questo ci porta finalmente all’altra possibile combinazione, quella che è all’origine della nostra riflessione odierna: la Filosofia della Storia. La Filosofia della Storia è l’applicazione delle idee ai fatti. Se fare Storia significa raccontare gli eventi, fare Filosofia della Storia significa interpretarli. Ufficialmente questa operazione dovrebbe essere compiuta a posteriori, le idee dovrebbero scaturire dai fatti stessi, ma abbiamo visto sopra come il modo stesso in cui essi vengono scelti prima e messi in riga poi sia già frutto di una interpretazione. Accade così anche nella quotidianità, ogni nostro più insignificante giudizio è almeno in parte preconcetto: qui però andiamo a parlare di veri e propri sistemi, di chiavi interpretative usate per ricondurre tutto a leggi che governano il divenire e a finalità ben precise che lo indirizzano.
Fare Filosofia della Storia significa infatti innanzitutto supporre che la Storia, quella catena o quell’ammasso di eventi che definiamo tale, abbia un senso, inteso propriamente come una direzione: che porti insomma da qualche parte, che persegua un fine che non è riconducibile solo alla continuità naturale, biologica, della specie. È ciò che si definisce una concezione teleologica. Non si dà semplicemente per scontato che la Storia esista, indipendentemente dal fatto di essere o meno narrata, ma si afferma che esiste per uno scopo, e che ad esso tutto è finalizzato. Non solo: interpretando la Storia questo fine noi possiamo riconoscerlo, e in qualche misura assecondarlo. La differenza nei confronti di una lettura teologica (quella che comporta la redenzione, il giudizio finale) è che in quella gli uomini hanno il ruolo di comparse, mentre della prima sono in qualche misura sempre protagonisti.
In realtà, ciò che sto dicendo non è del tutto corretto. Vale solo all’interno della semplificazione che ho dichiarata sin dall’inizio. Perché si fa Filosofia della Storia anche affermando che la Storia un senso non lo ha, che è governata totalmente dal caso. È una interpretazione come un’altra. Ciò sembrerebbe esaurire lo spettro delle attitudini possibili nei confronti della Storia, e dare in fondo ragione al mio amico: comunque ci si ponga, si esercita una lettura “filosoficamente” orientata. Vedremo come le cose non stiano proprio così. Ma per il momento concentriamoci sulla lettura teleologica.
Se si assume per buona l’ipotesi che ogni attività umana, volontaria ma anche involontaria o inconsapevole, contribuisca alla realizzazione di un fine, la prima domanda da porsi sarà: è proprio l’uomo a “fare” la storia, a dominare il proprio divenire storico? Sembrerebbe ovvio, ma non lo è affatto. Si può infatti pensare tanto che la storia sia fatta dagli uomini, quanto che sia subita, ovvero che gli uomini ne abbiano un controllo, e quindi una responsabilità, solo parziale, e non possano sottrarsi ad una determinazione, esterna (gli eventi naturali) o interna (la natura umana) che sia. Nel secondo caso la direzione, il fine, verrebbero impressi da un principio superiore: se questo principio lo si intende come immanente la natura, gli uomini ne sarebbero solo uno strumento, uno dei tanti; se lo si concepisce come trascendente, ne sarebbero l’oggetto. Come vedete, in tutti i casi non si scappa: ci sono una direzione e una finalità, e c’è una possibilità di riconoscere l’una e l’altra. Ora, nell’economia del mio discorso queste differenze sono in realtà poco rilevanti: ciò che importa è che comunque si postula un filo conduttore, un principio che produce gli eventi e ne dà una spiegazione.
La domanda successiva, a questo punto, potrebbe essere: siano o meno gli uomini interamente liberi di fare la Storia, lo svolgimento di quest’ultima dimostra un progresso dell’umanità? Qui dalla lettura si passa alla valutazione, e da letture anche completamente diverse può scaturire una valutazione simile. Negli ultimi tre secoli abbiamo avuto ad esempio l’interpretazione storicistica (Vico e i corsi e ricorsi), fatta propria poi da quella illuministica (“è in atto una razionalizzazione del mondo”) e da quella idealistica (la Storia narra il dispiegarsi dello Spirito assoluto), e quindi sviluppata in quella positivistica (la scienza è il motore del progresso) e in quella marxista (il materialismo storico), ecc…; e tutte concordavano sulla fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Attualmente queste concezioni mostrano un po’ la corda, e proprio i progressi della conoscenza, segnatamente di quella scientifica, mettono sempre più in forse la possibilità di una lettura teleologica della storia, e la rilevanza del ruolo della nostra specie. Ma anche le filosofie che si sono presentate come nichilistiche e negatrici del progresso, quel “pensiero debole” che si rifà a Nietzsche a Heidegger, continuano in realtà a “interpretare” la Storia.
A queste interpretazioni si è fatto spesso riferimento nelle conversazioni precedenti, e ovviamente si continuerà a farlo. Ognuna di esse è a suo modo rivelatrice delle angosce che hanno caratterizzato le diverse epoche, delle speranze, della considerazione dell’uomo e del suo posto nella natura. Ognuna propone nuove risposte: ma proprio questo ci dice che una risposta definitiva non c’è, che al più possono essere soluzioni momentanee e parziali.
Vorrei invece provare a leggere tutta la faccenda da un altro punto di vista. Quando parliamo di Filosofia della Storia l’oggetto d’interesse è la vicenda globale dell’umanità, ovvero la somma dei fatti come risulta dalle loro narrazioni. Si guarda ad essa come ad un fiume nel quale vanno a confluire infiniti rivoli, e in cui ogni goccia si confonde e si perde tra le altre: e si suppone che proprio come un fiume la Storia abbia una direzione e uno sbocco. La ricerca dell’uno e dell’altra non è un atto di presunzione da parte dell’uomo: sta nella sua natura. Il problema è però che la direzione e lo sbocco, veri o presunti che siano, “forzano” l’interpretazione, la condizionano e la sviano, e che quello da interpretare rimane pur sempre, e necessariamente, un riassunto: si guarda alla somma, trascurando i singoli addendi.
Gli addendi sono nel nostro caso gli individui che quella storia l’hanno fatta o la fanno, che di quegli eventi sono stati o sono protagonisti: i quali, nell’ottica di una finalità della Storia, diventano al più numeri, e nemmeno tanto precisi. Il computo viene fatto sommando per centinaia di migliaia i combattenti, i prigionieri, i caduti, per milioni le vittime di carestie, di genocidi, ecc… Badate: è inevitabile che sia così: non si possono certo ricostruire e “interpretare” le singole storie individuali, a partire dal primo sapiens: possono essere al più trattate come insiemi, e spesso neppure di questi insiemi, per quanto enormi, e per quanto sopravvissuti per secoli o per millenni, c’è memoria. Pensate alle civiltà dell’Africa precoloniale. Ma in una lettura della storia “finalizzata” l’agire di miliardi di individui scompare, dietro un risultato finale che tiene conto in buona sostanza solo dell’aspetto quantitativo. Alla fine prevalgono i grandi numeri, sono rilevanti solo le grandi trasformazioni, e l’apporto dei singoli diventa, paragonato agli spazi e alle durate, talmente infinitesimale da riuscire totalmente insignificante. Che è proprio ciò che ciascuno di noi in fondo pensa o teme di essere, sia che venga convinto di rappresentare solo una inconsapevole pedina dell’astuzia dello spirito assoluto, sia che si persuada di dover lottare per una futura “emancipazione” dell’umanità, o attenda che la redenzione giunga dall’alto, o si compiaccia per il manifesto progresso della specie umana.
Ora, io credo si possa anche convivere con la Storia senza forzarla ad avere un senso. Non sto parlando di nichilismo. Il nichilismo, come abbiamo visto, è comunque un’interpretazione. Parlo invece di un atteggiamento che definirei “agnostico”: quello per cui non so se ci sia un fine, direi piuttosto di no, ma non chiudo ad ogni altra possibilità, e comunque non mi interessa. Mi interessa piuttosto capire che ogni singola esistenza, svincolata dalla necessità o dalla casualità storica, è importante per sé, e che ogni singola azione lascia comunque un segno, incide sulla vita dell’universo, di chi ci sta attorno e di chi verrà nel futuro. Le tracce del nostro passaggio non si esauriscono e non si perdono in ciò che viene narrato e ufficialmente documentato: esiste una sorta di memoria dell’acqua, per cui il piccolo cerchio creato dalla nostra immersione nell’esistere si espande, sia pure impercettibilmente. Dopo, la superfice non è più la stessa. La nostra esistenza imprime comunque un suo segno nelle cose e nelle persone. Un segno che ci può sembrare impercettibile, o irrilevante: ma non è così.
Mi accade di pensarlo ogni volta che, girovagando per i boschi dell’Appennino dietro casa, mi imbatto in una vecchia cascina diroccata, che magari ancora non conoscevo. Il pensiero corre a tutti coloro che nei secoli l’hanno abitata, in molti casi sino a soli cinquant’anni fa, alla loro vita isolata, appartata dal mondo e dalla storia. Mi dico che per quegli uomini, quelle donne, quei bambini i grandi eventi, persino le guerre, per non parlare del succedersi dei governi e delle battaglie ideologiche, arrivavano come echi lontani, quando arrivavano, in una vita scandita dal semplice trascorrere delle stagioni e dei lavori, dai rari contatti con i vicini delle cascine più prossime, dalle sporadiche discese al paese per vendere legna e castagne e far macinare un po’ di grano, dalle serate trascorse ad ascoltare le lingere di passaggio, unici tramiti con il mondo la fuori. Ebbene, anche le loro tracce rimangono: sono impresse nei resti del sentiero che mi ha portato sin lì, nei ruderi delle case che resistono all’abbraccio dei rampicanti, nella sistemazione ancora ben visibile dei terreni attorno a ripiani e terrazze, nelle piante da frutta ancora verdeggianti.
Rimangono soprattutto nell’idea che una vita così è stata possibile, che potrebbe esserlo ancora, e che quella solitudine che ci spaventa non era affatto più spaventosa e drammatica di quella che intuisco dal terrazzo di casa osservando di sotto, nelle panchine dei giardini, gruppi di ragazzi e ragazze che trascorrono ore e ore ciascuno incollato al suo smartphone, senza scambiarsi una parola o uno sguardo. Alla fine, i primi hanno lasciato un segno della loro presenza ben più tangibile.
Non so, ripeto, se questo conduca a qualcosa, ma so per certo che nessuno di noi è irrilevante. Ogni vita vale. Alcuni producono cerchi più grandi, qualcuno delle vere e proprie onde, ma nessuno comunque passa su questa terra inavvertito. E credo che almeno questo ce lo dobbiamo concedere, se vogliamo sottrarci al disagio esistenziale che nell’età dell’abbondanza ha preso il posto della fatica di sopravvivere: un disagio che si manifesta nella paura dell’invisibilità, dell’insignificanza, e dal quale nasce l’ossessione di apparire, di ritagliarsi a qualsiasi prezzo un pur brevissimo momento di visibilità. Su questo è necessario insistere: sul fatto che non abbiamo bisogno di comparire per certificare, a noi stessi e agli altri, la nostra esistenza.
Non vorrei che la banalità di quanto sto dicendo fosse fraintesa, fosse letta come un modo ingenuo di cercare consolazione. Non lo è. Anzi, è esattamente l’opposto. È una assunzione di responsabilità. Se ogni nostro atto influisce, per la sua parte, sulla vita altrui, sul futuro, allora dobbiamo far si che sia un atto positivo per tutti gli altri. Dobbiamo semplicemente cercare di fare bene quello che facciamo, vivere “come se” ci fosse davvero un senso che tiene assieme il tutto: perché quel senso c’è, e non è nascosto. Solo, non sta fuori: non dobbiamo cercarlo in giro, lo creiamo noi, con ogni nostra scelta, anche minima.
Ecco, ad esempio: ci ritroviamo qui ormai da qualche anno ogni due settimane, e dietro la presenza di nessuno di noi c’è il minimo sospetto di un obbligo, di un qualche interesse economico, di una ricaduta di immagine, di un qualsivoglia motivo che non sia il semplice amore per la conoscenza, la genuina volontà di capire. Lasciamo perdere se poi il reale portato conoscitivo di questi nostri incontri sia davvero tale da giustificarli: in fondo, non è importante. Lo è invece lo spirito col quale gli incontri si svolgono, l’intenzionalità che ci muove, tutti quanti, voi ed io, così che siamo stimolati a confrontarci ad un livello che è il più alto e il più auspicabile nei rapporti umani. Voi mi state concedendo la vostra stima, io cerco di meritarla perché a mia volta ho stima di voi. Cosa rimarrà di queste conversazioni? Non lo so, spero almeno un piacevole ricordo in chi ha partecipato. Per ciò che mi concerne ho imparato molto, ho dovuto disciplinare le mie idee non solo per poterle esprimere, ma per dare loro una coerenza, ho esportato da questa sala scoperte, intuizioni, ripensamenti che hanno avuto una ricaduta su tutto ciò che ho continuato fuori di qui a pensare e a comunicare. Per me senz’altro questi incontri sono stati più che utili, oltre che piacevoli, perché sono stati alla fin fine anche esercizi “etici”.
E qui entra in gioco un altro convincimento, e necessita un’ulteriore precisazione. La mia idea di responsabilità non corrisponde esattamente all’etica della responsabilità di cui parla Hans Jonas, che abbiamo più volte citato. Jonas parla della responsabilità da assumere nei confronti degli altri, nella fattispecie di coloro che verranno dopo di noi, che erediteranno la terra nello stato in cui noi la lasceremo. Tutto questo ci sta, è fondamentale e si attaglia perfettamente con quanto detto sino ad ora. Se la specie umana adottasse tale principio, la gran parte dei suoi problemi sarebbero già risolti.
Ma c’è qualcosa di più. La prima responsabilità l’abbiamo nei confronti di noi stessi. Voglio dire che nel bilancio di come lasceremo la terra, e quindi di come la troveranno i nostri nipoti, deve entrare anche una soddisfazione che non prescinde da tutto questo, ma sta a monte, e riguarda cosa abbiamo fatto della nostra vita. Non mi riferisco naturalmente alla profondità dell’impronta, alle grandi realizzazioni, al successo, alla fama, tutte cose che in realtà ricadono semmai nella Filosofia della Storia, e che valgono zero se appena usciamo dal cortile di casa e ci rapportiamo ai tempi della natura. No, sto parlando di qualcosa che somiglia all’imperativo categorico kantiano, al “tu devi”, ma in realtà può essere meglio espressa col “tu puoi”.
Non c’entra nemmeno la volontà di potenza. Il “tu puoi” significa semplicemente che ciascuno di noi può scegliere tra il fare bene le cose, come dicevo sopra, e il farle male. Quale sia il modo di farle bene lo sappiamo istintivamente, perché le nostre scelte etiche sono guidate da un criterio estetico innato: è bello, ed è bene, ciò che è o che produce armonia ed equilibrio. Torno così su un tema che abbiamo già affrontato più volte, e lo faccio richiamando in causa proprio Kant e l’atmosfera filosofica che si respirava ai suoi tempi.
Aveva iniziato Edmund Burke, distinguendo tra una estetica del bello e una del sublime. La definizione che dava di quest’ultimo era:
“(Il sublime è) tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore”. Qualcosa di inequivocabilmente negativo: salvo poi aggiungere che quell’orrore è affascinante, ed è causa dell’emozione più forte che la mente sia in grado di provare. Kant aveva ripreso la cosa a modo suo: va bene, di fronte a spettacoli grandiosi come quelli offerti dagli oceani o dalle montagne, o a fenomeni spaventosi come gli uragani, è naturale che l’uomo si smarrisca e riconosca i limiti della propria ragione: ma poi interviene la coscienza della sua superiorità rispetto al mondo naturale, superiorità che consiste nell’agire morale, ed eccolo riconciliato col mondo e rinfrancato. Il buon Kant trovava sempre il modo di non consentire alibi alla resa: sei un uomo, perdio, e sforzati di pensare come tale. I suoi successori, invece, da Schiller a Schopenhauer, tiravano a virare l’esperienza del sublime nella direzione di un annichilimento della razionalità. Il sublime starebbe a testimoniare che non solo la ragione ha dei limiti, ma è essa stessa limitante rispetto alla pienezza della vita. Diamo piena cittadinanza allora anche alle passioni e alle emozioni.
Ora, nelle concezioni estetiche di cui ho parlato la valenza etica è implicita. Esistono cioè anche un’etica del bello e un’etica del sublime. Non me le sto inventando. Sono già lì, evidenti.
Noi consideriamo bello ciò che ci trasmette un senso di ordine, di armonia e di equilibrio appunto, e quindi di serenità. Lo consideriamo tale perché siamo in grado di comprenderlo, di spiegarlo, o perché almeno non ci inquieta. La preferenza per l’ordine rappresenta l’opzione razionale: essere razionali non significa infatti necessariamente presumere di capire tutto, ma prendere posizione di fronte al fatto che l’esistenza degli umani è soggetta all’azione di forze positive e di forze negative, esterne o interne. Esistono un bene e un male, non importa se assoluti, ma senz’altro riconoscibili per come incidono sulla vita dei singoli e della collettività, e tra essi bisogna scegliere.
A scanso di equivoci, questa preferenza non ha niente a che vedere col “razionalismo” hegeliano, che viaggia invece in una direzione totalmente diversa e pretende di includere tutto. La razionalità ha pretese più modeste. Per rimanere nel piccolo dell’esempio precedente, come si traduce l’opzione razionale nei nostri incontri? Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza, nelle idee espresse e prima ancora nel lessico attraverso il quale queste idee vengono formulate e trasmesse. Non sarà gran cosa, ma già mettere ordine nel linguaggio significa cercare una piattaforma comune di incontro, una definizione comune, per quanto parziale ed elementare, di verità. Che non vuol dire affatto omologare e appiattire le idee su un modello unico ma, al contrario, consentirne il confronto secondo regole di correttezza. In sostanza è una pratica di armoniosa convivenza. Una scelta estetica che assume un significato etico.
L’etica del sublime nasce invece da una frustrazione, da un mancato appagamento: perché l’ordine non riesce a spiegare tutto, e perché malgrado i nostri sforzi esso non riesce a trionfare. Ma soprattutto perché non soddisfa l’ambizione all’immortalità, la sete di un senso che vada oltre i ristretti confini di una singola esistenza.
Non lasciatevi ingannare dal termine. L’etica del sublime in luogo dell’armonia cerca lo scontro, in luogo dell’equilibrio la contrapposizione, e assume a principio la trasgressione: dimenticando spesso che l’unica vera trasgressione, in un mondo naturalmente soggetto alla violenza, è proprio quella praticata da una specie che per sopravvivere ha dovuto opporre al “disordine” naturale un ordine suo, culturale.
È inoltre un’etica individualistica, ed egoista. Non ci si confronta con gli altri sul piano delle passioni e delle emozioni, meno che mai su quello del risentimento. Quando va bene ci si mette in competizione, ma di norma gli altri si escludono o si rifiutano.
Forse rischio di semplificare eccessivamente: ma credo che la metafora alpinistica possa riuscire la più appropriata. L’etica del sublime corre su una cresta esile, affilatissima e pericolosa. Una cresta che conduce in alto, verso la vetta, e spesso è l’unica via per accedervi. Se si vuole salire, bisogna osare. Ma, ammettendo che sia proprio necessario farlo (non è detto che tutte le montagne siano fatte per essere scalate: stanno lì da centinaia di milioni di anni, e ci saranno anche quando non resterà più alcun uomo per salirle), lo si può fare in sia pur relativa sicurezza, procedendo in cordata, o buttandosi avanti in totale incoscienza. Ai lati c’è il rischio costante della caduta. Da una parte la ricerca delle emozioni forti fine a se stessa, dall’altra la giustificazione dei comportamenti insensati.
Le vette della cultura umana sono state raggiunte certamente da uomini che hanno saputo osare. Ma solo da quelli che hanno osato razionalmente, coniugando il coraggio col buon senso. L’etica del sublime non contempla però sempre una salita in sicurezza. Sovente si risolve in un atto di hybris, di superba tracotanza: e soprattutto, quando dall’empireo delle idee scende sulla terra, difficilmente conserva la sua valenza innovativa. Più spesso, anzi, quasi sempre, si traduce in apologia della “vita spericolata”, o in una tollerante indulgenza, quando non è addirittura connivenza, nei confronti dell’abbrutimento. L’elogio dell’ubriachezza, o del fare a cazzotti, così, tanto per sfogarsi un po’ e portare alla luce la parte peggiore di noi, è sotto sotto un modo per esorcizzare la presenza del male nel mondo assumendolo a propria componente, assimilandolo. Apparentemente ci si abbrutisce per smascherare la presunzione culturale dell’uomo, per ricordargli che anch’egli è natura, e che non può rinnegare questa sua appartenenza: in realtà questo significa farsi divini, non accettare la nostra limitatezza, che ci porterebbe invece a cercare di combatterlo il male, e proprio con la ragione. È, in sostanza, un farsi divini per viltà. Perché lasciar irrompere l’irrazionalismo è un alibi: se noi siamo tutto, se non c’è un antagonista, siamo sollevati da ogni impegno.
Ecco, io penso che la grande opposizione stia qui: tra chi ha un rapporto sereno con se stesso e razionale con il mondo, e quindi si assume con gioia la responsabilità di rendere o conservare quest’ultimo un po’ più bello, un po’ più vivibile, e chi invece vive costantemente risentito, e ritiene che il suo “credito” nei confronti dell’esistenza gli dia il diritto, il potere, di governare o di lasciarsi governare dal brutto.
Il poeta Novalis scriveva: “Noi vogliamo l’infinito, e troviamo sempre cose”. È vero, la condizione umana è proprio questa: ma una volta che l’abbiamo capito dobbiamo decidere se accettarle, e affrontarle, le “cose”, oppure rifiutarle sprezzanti, per alimentarci della nostalgia dell’infinito. Anche questa possibilità di scelta fa parte della condizione umana: direi anzi che è quella che meglio la caratterizza.
Allora, sto facendo Filosofia della Storia? Il mio amico forse direbbe di sì: io non lo credo. In realtà non credo nemmeno di fare della Filosofia. Per certo so che non ne avevo alcuna intenzione. Ciò che mi premeva, e che almeno in parte spero di aver ottenuto, era fare un po’ di chiarezza, ribaltando un’immagine che ha purtroppo preso piede, discendendo dalla speculazione filosofica, nella mentalità corrente. Ritenere che ciascuno di noi è significativo, e proprio per questo responsabile, non è affatto un atto di superbia: è al contrario un atteggiamento di profonda umiltà, che si manifesta nella coscienza della limitatezza del proprio tempo e delle proprie forze, e di grande dignità, che si esprime nel non voler buttare questo tempo e non sprecare queste forze.
Se orgoglio c’è, è quello di appartenere al genere umano. Il resto, il rifiutare questa appartenenza, il volersi dunque sentire Dio, quella è superbia.
di Paolo Repetto, 21 giugno 2017 (edito nell’autunno 2005, aggiornato nel 2017)
Carissima Elisa,
trovo finalmente il tempo per scrivere queste pagine e dedicartele. L’idea c’era da un pezzo, ma continuavo a rimandare. Ora mi rendo conto di doverlo fare subito, prima che sia troppo tardi.
Non ti allarmare: non devo fare penose confessioni e non sono preoccupato per la mia salute. Sto bene e sono trasparente come l’acqua. È invece di te che mi preoccupo; stai crescendo troppo in fretta, e tra un paio d’anni non potrò più illudermi che tu abbia voglia di ascoltarmi. Perché voglio parlarti di libri, dei miei libri, e soprattutto di quella parte della mia vita che ho vissuto con e attraverso i libri. E allora capisci perché devo farlo ora, mentre ancora coltivo qualche speranza.
Quindi, tranquilla. I libri sono un pretesto. Ma lo sono fino ad un certo punto. La verità è che vorrei continuare a parlarti, non solo “dopo”, anzi, possibilmente “prima”, e credo di poterlo fare anche tramite loro. Avrei magari preferito parlarti attraverso libri scritti da me, ma non ne sono capace, sono pigro e al tempo stesso troppo esigente (con me come con gli altri), e nemmeno credo che tutti debbano scrivere libri. Così mi accontento di parlarti attraverso quelli che ho letto, e che spero tu leggerai. Qualcosa di me lo troverai senz’altro. Qualche sottolineatura, qualche punto esclamativo, a volte persino qualche commento. So per esperienza quanto sono rivelatori certi segni rispetto a chi ti ha preceduto nella lettura, dei suoi gusti, delle sue idiosincrasie, delle sue manie.
Il lascito è pesante. Forse non è nemmeno giusto caricare qualcun altro delle nostre passioni, soprattutto di quelle librarie. Forse, o senz’altro, sarebbe meglio consentire a ciascuno di farsi (o non farsi) la propria biblioteca, così come è accaduto a me. Ma i libri ci sono, ed egoisticamente vorrei che rimanessero e continuassero ad avere un senso. Quale, sta a te darglielo. Io posso solo raccontarti quale e quanto ne hanno avuto per me.
In questo momento la mia biblioteca dovrebbe ospitare circa settemila volumi. Non lo so con esattezza, ho smesso di contarli anni fa. Non li ho mai catalogati (anche se ho intrapreso più di un tentativo) e riesco ad avere un’idea della quantità solo calcolando una media per scaffale. Credo comunque che oltre una certa cifra i numeri non abbiano più importanza. Sono già significativi del passaggio dall’amore per i libri alla bibliomania. Amare i libri comporta possederne tanti quanti se ne sono letti o si ha realisticamente l’intenzione di leggere, mentre la bibliomania è uno stato patologico, che sfocia in un accaparramento fine a se stesso, in una accumulazione molto “capitalistica”. Io sono un bibliomane, e te ne darò le prove.
Seimila volumi accumulati negli ultimi trent’anni (tra i quindici e i venticinque ero arrivato a circa un migliaio) significano una media di duecento libri l’anno. Calcolando che sono un lettore velocissimo, ma tenendo conto che nel frattempo ho anche lavorato – nella scuola e più ancora in campagna –, ho praticamente costruito un paio di case, ho scritto sui temi più disparati, ho scalato montagne e fatto cene con gli amici, e non ultimo ho avuto tre figli e due famiglie, posso aver letto tra i sessanta e gli ottanta libri l’anno. Almeno due terzi dei libri che possiedo, quindi, non li ho letti.
In compenso li conosco. Non ho mai riposto un libro negli scaffali senza averne assaggiato qualche pagina, oltre ad aver letto i risvolti di copertina, l’indice e qualche volta l’introduzione. Posso affermare di sapere, almeno per sommi capi, di cosa parla ciascun libro della mia biblioteca. E quindi posso fare ad esso riferimento in qualsiasi momento, quando se ne presenti l’opportunità.
Un caso a parte è costituito dai libri di saggistica (che sono la maggioranza). Spesso ne ho letto solo alcune parti, o passi specifici che potevano tornarmi utili per qualche ricerca. Quindi in fondo non è vero che non li abbia letti: ho letto quello che mi serviva.
Quanto alla sindrome dell’accumulo, che comunque esiste, ha anch’essa una parziale giustificazione, anzi, ne ha diverse. Ci sono libri che prendi in un momento nel quale non hai assolutamente tempo o disposizione per leggerli, ma che ti riprometti di leggere al più presto – e magari il tempo e la voglia non arrivano mai più. Altri ancora, specie quelli particolarmente ponderosi, li metti da parte “per l’inverno”, in vista di non augurabili ma possibili lunghe degenze o convalescenze, o addirittura detenzioni (non sto scherzando. Non del tutto, via. Secondo le statistiche nessuno legge quanto i ricoverati o i carcerati – per ovvi motivi. E personalmente ho il ricordo di un isolamento di trentadue giorni per epatite, negli anni sessanta, senza il quale non avrei mai letto “Guerra e pace”).
Ci sono infine quelli che “devi” avere per completezza. I nomi che ti si sono stampati nella mente studiando le storie delle diverse letterature hanno un’aura particolare: sai benissimo che non leggerai mai “La desinenza in A”, che pure ti aveva intrigato da studente, ma ritieni che la tua sezione di letteratura italiana non sarebbe sufficientemente completa senza quel volume. Questo vale naturalmente per le opere letterarie. Per la saggistica è più facile che il libro che acquisti ti intrighi davvero, anche se a breve non avrai il tempo di affrontarlo, perché ritieni possa rivelarsi utile in vista di possibili o probabili ricerche. In qualche modo cerchi di riempire la dispensa di saperi che siano a portata di mano per ogni evenienza.
A non avere spiegazioni di alcun tipo, se non connesse alla sindrome maniacale, sono invece quei titoli che possiedi in due o più edizioni, perché li avevi acquistati ed utilizzati magari in economica e li hai poi trovati in una veste più lussuosa, rilegata o comunque accattivante. Quando il numero delle edizioni possedute supera il tre conviene cominciare a preoccuparsi e pensare a qualche terapia (che non esiste).
Settemila volumi sono davvero tanti. Anche se si trattasse di sole edizioni economiche, con un peso medio (verificato) attorno ai tre etti, si arriverebbe ad un paio di tonnellate di carta. Dal momento che oltre la metà sono edizioni rilegate, con peso medio attorno agli otto etti, posso stimare un ordine di quattro-cinque tonnellate. Un bel carico, pure se distribuito perimetralmente. Non sarebbe male fare ogni tanto delle verifiche strutturali sui muri maestri e sulle solette.
Nella cifra – e nel peso – ho incluso quasi tutto il mio patrimonio librario, compresi i libri per la gioventù, l’antiquariato, i vari dizionari (una quindicina, per undici lingue – di cui tre morte e sette che non conosco) e le enciclopedie; ho escluso invece le raccolte di riviste storiche, antropologiche e scientifiche, e tutto il settore scolastico, che stante la mia professione è piuttosto consistente.
Questa mole di roba occupa anche un notevole spazio. Qui posso essere più preciso. Le scaffalature per i libri occupano circa cinquanta metri quadri di pareti, distribuiti su quattro locali. Altri otto metri sono occupati in un rustico che ho riattato in aperta campagna.
C’è infine un altro aspetto da considerare, quello patrimoniale. Ho provato a calcolare quanto ho speso in più di quarant’anni per i libri, e quale potrebbe essere il loro attuale valore, facendo le debite rivalutazioni dei prezzi. Ho tenuto conto di tutta una serie di variabili (acquisti scontati, metà prezzo, regalie, ecc…) e credo di poter arrivare a una valutazione credibile, senz’altro approssimata per difetto, tra i sessanta e gli ottanta milioni di vecchie lire (il prezzo medio di un economico, oggi, è attorno ai dieci euro, ventimila vecchie lire). Se dovessi buttare il tutto sul mercato dell’usato riuscirei a spuntare (data la qualità e lo stato di conservazione) venti milioni. A conti fatti, anche come investimento prettamente economico si è mostrato senz’altro superiore a quelli nei Bond argentini o nei titoli tecnologici.
Una spesa di due milioni l’anno in libri (non una tantum, ma per quarant’anni) può sembrare un tantino esagerata. In realtà, se ci si riflette, è nulla rispetto ai sette e passa milioni annui che mi è venuto a costare nello stesso periodo l’uso dell’auto, tra svalutazione, benzina, assicurazioni e accidenti vari, ed è pari a quanto ho buttato letteralmente in fumo per la disperazione dei miei polmoni. Senza contare i vantaggi collaterali, seme di ordine puramente economico, che ha comportato, come ad esempio il non dover investire in quadri o in mobili per riempire le pareti. Quel problema è stato infatti risolto con semplici scaffalature.
Bada che è un aspetto tutt’altro che secondario. Chi entra in una casa zeppa di libri, fosse anche la più pettegola delle amiche, deve sospendere i normali criteri di giudizio relativi all’arredo di interni. L’arredo dominante sono i libri stessi, quindi o li ama, e allora si immerge e gode, e non gli frega nulla se i mobili sono antichi e se c’è l’idromassaggio, oppure non li ama ma li teme, e capisce di essere in una dimensione altra, nella quale non ha alcun senso esibire megaschermi o divani in pelle di lucertola, e si arrende. Ma vallo a spiegare alle mogli che si lamentano per l’invadenza dei libri dei mariti (non conosco mariti che si lamentino per l’invadenza dei libri delle mogli).
Sulle infrastrutture (leggi: scaffali)
La storia della mia biblioteca può essere raccontata anche partendo dagli scaffali. Ne possiedo di diverse tipologie. Quella passata nel rustico è la prima scaffalatura seria che ho potuto permettermi, pressappoco attorno ai venticinque anni. In precedenza mi arrangiavo con trespoli del Postal Market, che si ordinavano via catalogo, erano in truciolato sottile rivestito di formica e assumevano ben presto le curvature più incredibili. Ricordo che dovevo rivoltare sottosopra i ripiani almeno una volta al mese. Ma il mio primo scaffale in assoluto era stato un pensile, realizzato da un falegname del paese che aveva in mente come unico modello una piattaia, e nessuna cognizione del suo uso. Avevo dodici o tredici anni. Lo riempii subito con tutto ciò che di cartaceo avevo a disposizione, giornalini compresi. Dopo pochi mesi cominciò ad essere abitato da un tarlo, anzi, da generazioni successive di tarli, che la notte mi facevano impazzire (era appeso in camera). Mi alzavo e pestavo sul legno con scarpe, libri, con tutto ciò che avevo a portata di mano. Taceva per dieci secondi e poi riprendeva. Tutto questo è andato avanti per anni, nella più assoluta inconsapevolezza di mio fratello, che continuava beatamente a russare, a volte in sintonia col tarlo. Oggi quello scaffale lo trovi appeso in magazzino. I tarli sono stati uccisi dal freddo.
I primi scaffali seri erano comunque assolutamente poco funzionali e ingombranti, alti solo due metri, profondi quasi mezzo, adatti per disporre i libri su tre file, con pianali fissati rigidi: ciò che di peggio può essere immaginato per un bibliofilo. Ma erano anche i più economici.
Il salto di qualità l’ho realizzato quasi quindici anni dopo, quando ho fornito lo studio di una scaffalatura dignitosa, con ripiani mobili e robusti. Ho risolto il problema della profondità con una complicata operazione di taglio e riassemblaggio di montanti e ripiani, che mi ha consentito di aumentare di un terzo la metratura quadrata.
Negli ultimi anni, a seguito anche delle disavventure familiari, ho potuto realizzare un doppio sogno: quello di invadere con i libri anche il “tinello”, partendo dalla copertura della parete di fondo, e quella di costruirmi personalmente anche gli scaffali, in legno massiccio. Ne vado particolarmente fiero. Ad uno sguardo attento non possono sfuggire le imperfezioni, ma il colpo d’occhio immediato è notevole, i pianali sono robustissimi, la profondità è quella giusta per risultare pienamente funzionale e non ingombrante.
Esiste infine una quarta scaffalatura, ereditata, che assomma ai difetti di dimensione dell’arredo da ufficio una fastidiosa lamella metallica a vista, e che quindi è stata relegata in una camera decentrata. Ed altri pezzi sparsi, tra i quali due pregevoli (per me, almeno) vetrinette, perfette per i libri d’antiquariato.
Non prevedo, al momento ulteriori acquisizioni strutturali. Non saprei dove metterle. Il corridoio è stretto, il bagno è microscopico, in camera tua non c’è più spazio. Se vorrai continuare nell’opera dovremo inventarci qualcosa.
Sui criteri di collocazione
I miei libri sono disposti secondo un ordine ben preciso. Per discipline la saggistica, per aree linguistiche la letteratura. Sono poi ordinati secondo diversi criteri di suddivisione. Per la letteratura ho adottato il criterio cronologico: per ogni area parto dalle origini e procedo per autori, in successione biografica (quindi non in base alle date di pubblicazione dei testi, ma a quelle di nascita degli autori). Per la saggistica mantengo il criterio cronologico per alcune discipline, mentre procedo per aree, per assonanze o per temi in altre, oppure combino assieme i vari criteri. Ad esempio: i testi storici e le biografie sono disposti in base al periodo storico di riferimento, ma in alcuni casi questo criterio si associa alla suddivisione per aree geografiche (popoli extraeuropei) o tematiche (biografie di rivoluzionari, di scienziati, ecc…). Lo stesso accade per Filosofia e per la Storia delle idee.
I criteri di collocazione dei libri possono essere svariati. Non tutti sono sensati, anche se danno l’impressione di riuscire funzionali. Trovo ad esempio irritante la collocazione per ordine alfabetico. Può andare bene in una biblioteca pubblica, o in una libreria, dove l’utenza va in cerca di un’opera ben precisa e deve poterla facilmente reperire. Ma è assurda in una biblioteca privata. La biblioteca privata non è una raccolta di libri. È un archivio della memoria che riveste funzioni ben diverse da quella pura e semplice del contenitore. Deve offrire un quadro ragionato delle possibilità, suggerire percorsi, raccontare storie. Se ho in mente un tema, e voglio approfondirlo cercando di sapere come lo hanno trattato autori diversi in diverse aree linguistiche, devo poter fare scorrere lo sguardo su titoli che seguono un certo ordine temporale, magari partendo da un preciso periodo o limitandomi ad un’area specifica. Una volta rintracciato in un autore il tema in questione, saranno le parole stesse di quest’ultimo a evocarmi il ricordo di altre pagine, a rimandarmi ad altri autori. Più che mai questo criterio è importante per la saggistica, storica, letteraria o scientifica che sia.
Naturalmente, una collocazione di questo tipo presuppone che si abbia un’idea piuttosto precisa, ad esempio, della biografia o almeno dei dati anagrafici degli autori. Ma questo, per chi possiede settemila volumi, è implicito.
Al di là comunque dei criteri generali di collocazione ne esistono altri, più particolari e più soggettivi, nei quali non ha molta importanza la funzionalità, ma entra in scena la rappresentazione. I libri che possiedi non solo sono una parte di ciò che sei, ma lo dicono anche. Parlano a te, ma parlano anche di te a chi è capace di ascoltarli. E allora è naturale che scattino anche malizie di depistaggio, che si cerchi cioè di farli parlare non solo di ciò che si è, ma anche di come si vorrebbe apparire. Esistono quindi criteri di collocazione che sono motivati in parte da ragioni estetiche, in parte da intenzioni comunicative.
La motivazioni estetiche possono riguardare ad esempio le dimensioni o il colore. Tomi piuttosto voluminosi ed alti stonano se collocati al centro del ripiano, magari stretti da ambo i lati da volumetti di formato più ridotto. Anche quando non lo suggeriscono ragioni di opportunità e di equilibrio nella distribuzione dei pesi, come non caricare al centro per evitare la deformazione del legno, dovrebbe intervenire il buon gusto. Lo stesso vale, quando è possibile, per gli accostamenti di colore. Non disturbano tre o quattro volumi della stessa collana, ma è piatto e orribile un intero ripiano riempito con volumi dalla stessa veste editoriale.
Le intenzioni comunicative creano equilibri e determinano scelte molto più complesse. Già nel loro assieme i libri esibiscono un nostro vero o presunto sapere, dispiegano la varietà e la molteplicità delle nostre conoscenze, o concentrano invece sulla loro specificità e profondità. Duemila volumi di psicologia ci qualificano in maniera ben diversa da quattromila sparsi su venti discipline: i primi parlano di uno specialista, i secondi di un enciclopedico dilettante. Nel primo caso il problema delle sub-collocazioni preferenziali evidentemente non si pone. Nel secondo è invece fondamentale. Su scaffalature di quasi tre metri di altezza, mediamente divise in sette-otto spazi orizzontali, bisogna considerare pienamente utili in termini comunicativi tre o quattro spazi, escludendo i due più alti e i due più bassi. È difficile che qualcuno si inginocchi per andare a sbirciare i titoli posti rasoterra, o salga su una sedia per decifrare quelli al soffitto. Si concentrerà su quelli ad altezza d’occhi, nelle due posizioni in piedi o seduto. Occorre quindi fare una prima scelta delle discipline o delle sezioni che si ritiene ci rappresentino poco o non ci rappresentino più, ed esiliarle negli spazi più decentrati (d’altro canto, è lo stesso criterio col quale vengono valutati i prezzi per i loculi cimiteriali: quelli delle file centrali sono più cari). In genere questo criterio ha anche delle motivazioni funzionali: se si ritiene che un determinato settore ci rappresenti poco è perché in quel momento lo frequentiamo poco, quindi abbiamo minore necessità di ricorrere alle “schermate” o di cercarvi titoli particolari.
Esempio pratico: nella mia libreria il settore dottrine politiche, dottrine economiche, marxismo ha goduto per lungo tempo di una collocazione centrale. Poi ha cominciato gradualmente a perdere posizioni, sospinto verso l’alto dall’ingresso di nuovi interessi e priorità. Ben prima della caduta del muro di Berlino o dell’abiura al comunismo della sinistra italiana era arrivato ad occupare l’ultimo ripiano in alto, nella posizione d’angolo. Credo di non avere più pescato un libro di lassù negli ultimi quindici anni. Li sposto solo per togliere la polvere (ma so di biblioteche dove è andata ancor peggio, e certe sezioni sono proprio scomparse). La stessa sorte è toccata alle sezioni di storia delle religioni, scivolata nei ripiani a terra, e di antropologia, esiliata in alto. In compenso hanno conquistato posizioni centrali le biografie (quelle degli “irregolari”, da Saint-Just a Camus), l’ebraismo, la letteratura di viaggio, la storia delle idee. Si potrebbe ricostruire la vicenda culturale di una generazione, seguendo questi spostamenti.
Esistono poi ulteriori e sottili malizie. Si possono riservare un paio di ripiani, quelli assolutamente centrali, più accessibili, maggiormente in luce, all’attualità (degli interessi). Agli ultimi libri che hanno suscitato entusiasmi o riflessioni, che si vogliono partecipare agli altri e condividere. Una sorta di vetrinetta delle novità, con i volumi non troppo pressati per essere facilmente estraibili dal visitatore curioso, che ti domanda di che si tratta e com’è. In questi spazi c’è posto naturalmente anche per le stravaganze, quelle chicche che è difficile trovare in circolazione e che tanto suggeriscono del tuo fiuto speciale e della tua appartenenza al gruppo iniziatico dei “veri conoscitori”. Questa vetrina deve essere un autentico fiore all’occhiello, va rinnovata con discrezione, con piccoli spostamenti, sporadiche rimozioni e oculati innesti. È fondamentale.
Sulla manutenzione
La vita fisica media dei libri editi dopo la seconda guerra mondiale non supererà, secondo gli esperti, il mezzo secolo. Responsabili di questo rapido degrado sono la pessima qualità della carta, che per lo più è riciclata o ricavata dagli stracci, gli inquinanti atmosferici, che agiscono sui libri come su tutto il resto, ma soprattutto l’idea stessa di merce di consumo che ha investito anche la cultura, e che porta a risparmiare al massimo sul materiale e sulla cura nella confezione. Si prospettano quindi visioni apocalittiche, intere biblioteche che andranno in polvere e patrimoni di sapienza che saranno dispersi al vento. Non so se le cose stiano veramente così, ho l’impressione che le previsioni siano un tantino allarmistiche e influenzate anche dalla voglia di informatizzare tutto, ma è certo che la durata di un libro non può essere indefinita, e che a differenza di quelli antichi, fatti con carta particolarmente resistente e curati nell’edizione, quelli attuali, compresi i miei, dureranno decisamente poco. Sono già costretto a constatare che gli economici tendono a scollarsi, a disfarsi e a perdere pagine, e temo che la malattia non tarderà ad aggravarsi.
Questo sta nel naturale destino delle cose, e noi non possiamo farci nulla, o quasi. Possiamo però evitare di accelerare lo sfascio con un’attenzione ed una manutenzione che non richiedono un grosso sforzo, adottando pochi ma essenziali accorgimenti. Cerca dunque di aprire bene le orecchie, se intendi continuare a frequentare il mio studio.
Il primo accorgimento riguarda le modalità fisiche della fruizione, per intenderci il modo in cui vanno maneggiati i libri. Un libro non lo si spalanca, le pagine non sono persiane: lo si apre. Ogni volta che sento un crack da apertura di libro provo un lancinante dolore fisico, come se mi schiacciassero una vertebra. Lo stesso vale per il lancio dei libri, sul tavolo, per terra o sul divano. I libri non si lanciano, si posano, e non spalancati, ma chiusi. Un libro va poi tenuto possibilmente con entrambe le mani, anche perché così si è impossibilitati a fare qualsiasi altra cosa, come mangiare o bere, col rischio di sporcarlo, e questa è la condizione unica e ideale per leggere.
Un altro accorgimento è quello di evitare assolutamente orecchie o piegoni vari per segnare le pagine. Esistono segnalibri di tutte le misure e per tutti i gusti, sulla scrivania ne trovi un’intera collezione, con pezzi anche pregiati; ogni volta che preleverai un libro da questi scaffali premurati di procurarti anche un segnalibro, e di riporlo poi a lettura ultimata. Un libro unto e spiegazzato ferisce la mia sensibilità come una bella ragazza trasandata, e contrasta con la mia idea di ordine cosmico.
Un malvezzo altrettanto abominevole, da scoraggiare e da stroncare sul nascere, è quella della sottolineatura, soprattutto quella di sottolineare i libri altrui. Mi obietterai che a me capita di sottolineare qualche parte, soprattutto nei libri di saggistica: ma accade raramente, per testi che uso per lavoro o che prevedo torneranno utili, e soprattutto lo faccio con i libri miei. La sottolineatura è come un tatuaggio, se la pelle è tua puoi decorarla come vuoi, quella degli altri no, e comunque sai che oltre un certo limite finisci per deturparla.
Più scellerata ancora è l’abitudine recentemente invalsa, soprattutto tra gli studenti, di evidenziare con colori fluorescenti. Purtroppo hai già perso l’innocenza e hai cominciato a farlo anche tu. Ora, a parte il controsenso di una pratica che porta in genere ad evidenziare tutto, il che equivale a non mettere nulla in evidenza e soprattutto a non aver capito affatto cosa meritava davvero di essere colto, quelle pagine sconciate da strisce o da interi quadrilateri gialli e verdi risultano illeggibili e ti respingono.
L’ultimo accorgimento è infine quello di dare in prestito i propri libri solo a persone fidate, o meglio ancora non darli in prestito affatto. In più di un’occasione per recuperarli ho dovuto sudare sette camicie, ricorrere alle minacce e rompere delle amicizie, e ciò nonostante molti non mi sono tornati, o troppe volte sono tornati disfatti, macchiati e sottolineati. In questo caso non si tratta di insana gelosia, ma di sacrosanto e conseguente senso del rispetto. Sono dell’idea che i libri esistano per essere letti, e quindi vadano fatti circolare: ma proprio per poter circolare debbono essere conservati integri.
Ancora una cosa. I libri tendono a raccogliere polvere, che date le modalità e gli spazi ristretti dello stoccaggio non è facile rimuovere. Si possono ripassare con una certa frequenza con il braccio snodato dell’aspirapolvere, o con gli appositi piumini, e già questo quando ne hai settemila è un lavoro, ma è necessario anche ogni tanto smuoverli uno per uno, magari con la scusa di un avvicendamento o di una revisione dei criteri di collocazione. È una prassi utilissima, intanto perché ravviva la confidenza fisica con i volumi e ti aiuta a ricordare cos’hai, o a scoprire magari che un libro tanto desiderato lo possedevi già, poi perché ti aggiorna sullo stato dei tuoi interessi e delle tue preferenze. Potresti magari iniziare ad allenarti sin da ora, sotto la mia supervisione, anche solo per acquisire la corretta manualità nel trattarli: hanno giusto bisogno di prendere un po’ d’aria.
Una riflessione
Cara Elisa, nel caso abbia avuto la costanza di leggere quello che precede ti starai chiedendo se vale la pena continuare e, soprattutto, se tuo padre è davvero quella persona seria che vorrebbe apparire. Diciamo che almeno in parte il dubbio è motivato. C’è in effetti una componente di gioco, o se vuoi una motivazione narcisistica, nel disporre una biblioteca.
E meno male, aggiungo. Sai che noia se tutti quei libri fossero lì solo per fasciarti in un involucro ovattato, per insonorizzare le stanze e permetterti di scegliere le aree e le ere nelle quali vivere. I libri sono lì anche per gli altri. Sono un tramite di comunicazione non solo tra chi scrive e chi legge, ma anche nella comunità di questi ultimi. I titoli, la loro disposizione, l’evidenziazione, gli accostamenti, sono altrettanti messaggi in cifra. Se qualcuno li raccoglie sai di avere trovato un interlocutore, forse un amico.
Tu questi libri li hai già visti, li hai visti talmente tante volte che forse ormai non li vedi nemmeno più. Forse per te fanno già parte delle pareti, tendono a diventare tappezzeria. È proprio questo che voglio evitare. Voglio richiamarli in vita ai tuoi occhi, presentarteli, almeno qualcuno, perché tu sappia che non sono ormai carta imbalsamata, ma sono vivi e sanno e possono parlare. E allora dammi la mano e accompagnami in questo viaggio attorno alla mia libreria. Forse sarà meno noioso di quanto tu tema.
2) LETTERATURE
La cameretta
Prima di penetrare nel sacrario, di immergerci nel mare di carta stampata dello studio, potremmo procedere a una graduale acclimatazione, magari partendo da un luogo che ben conosci: la tua cameretta. Non so quale ricordo potrai avere da adulta di questa camera, ma probabilmente sarà molto buono, perché legato all’estate o comunque a periodi di vacanza.
A me evoca invece l’idea del mistero, del proibito. Era la camera della zia Lina, sorella di mia madre, un personaggio piuttosto strano già di suo e reso ancora più misterioso dalla perpetua assenza (era “dama di compagnia” di una bisbetica baronessa tedesca, che viveva tra Nervi e Gressoney, e le aveva trasmesso molto del suo carattere sospettoso e misantropo – o forse s’erano semplicemente trovate). La camera era sempre chiusa, e anche le rare volte che mia zia si tratteneva per qualche giorno ci era severamente proibito accedervi. Sarebbe bastato molto meno per accendere la mia curiosità e la mia inventiva, e per farmi trovare una chiave che con un po’ di manovre riusciva a violare la porta. Anche se ufficialmente non ero molto sveglio (questa era almeno la versione che circolava per casa; intelligente ma imbranato), se qualcosa mi intrigava davvero non c’erano serrature capaci di fermarmi. Sono tornato quindi più volte in quella camera, affascinato dai bauli chiusi da marchingegni o da lucchetti che riuscivo miracolosamente ad addomesticare. C’era davvero di tutto, dagli orologi da taschino ai binocoli da teatro, e poi banconote da cinque marchi del periodo della grande crisi, con la stampigliatura “un miliardo”, e vecchie riviste e calendari tedeschi. Non ho mai sottratto niente, e me ne pento ancora oggi, perché dopo la morte della zia è sparito tutto. Mi è rimasto solo il ricordo della magia, (saranno stati gli abiti anni venti e le cappelliere, o le foto dei paesaggi innevati nei calendari) e dell’odore penetrante della naftalina.
Quella è rimasta comunque sempre, anche dopo, la camera delle ragazze, di mia sorella Francesca prima, poi di Chiara e Sara, ora la tua. Oggi in essa c’è un solo scaffale (lo avevo dimenticato! altro acquisto remoto) ormai zeppo, che contiene i libri di tre generazioni (anzi, di quattro). Ci sono i miei, quelli dei tuoi fratelli e i tuoi. Più quelli che io stesso ho ereditato da altri, con le più disparate provenienze. E forse è proprio la loro la storia più bella.
I tuoi nonni paterni, cara Elisa, non erano affatto benestanti. Anzi. Si erano sposati nell’immediato dopoguerra e prima dell’arrivo del boom avevano messo al mondo tre figli. Tiravano avanti in una dignitosa ristrettezza, e solo il fatto che all’epoca questa condizione fosse comune a tutti quelli che si conoscevano li manteneva un gradino al di sopra della povertà. Non ci è mai mancato nulla di indispensabile, ma nel bilancio non erano previste, né erano possibili, spese per i libri (anche se la nonna era stata una forte lettrice, nel periodo in cui era a servizio presso famiglie della borghesia genovese, e ancora leggeva tutto ciò che le capitava sottomano). Non ho ereditato quindi alcuna biblioteca, mentre in compenso mi è stata geneticamente tramandata una precocissima passione per i libri, e probabilmente anche lo struggimento per il fatto di non potermeli permettere. A pensarci bene l’amore per i libri ha preceduto in me persino quello per la lettura (e questo spiega forse molte cose).
Ho imparato a leggere all’età canonica, in prima elementare, ma avevo cominciato molto prima ad andare in trance di fronte a qualsiasi pezzo di carta che contenesse illustrazioni o parole stampate (i calendari tedeschi di trent’anni prima della zia Lina, le vecchie Domeniche del Corriere che ci passava un’altra zia, o la Famiglia Cristiana, unico investimento culturale della famiglia). Per questo quando mi sono trovato in mano i libri scolastici li ho subito amati. Li attendevo con ansia dal momento in cui li ordinavamo, e in genere prima che iniziasse l’anno scolastico avevo già ripassato al completo i testi di storia e di geografia e le antologie letterarie. La cosa si è ripetuta sino alla fine delle superiori.
Per fortuna il tam tam parentale, imbeccato da mia madre, aveva diffuso questa mia fama di lettore vorace ed onnivoro, e ho cominciato presto a ricevere libri di fiabe per Natale e per i compleanni. Andersen, i Grimm e Perrault sono stati i mentori della mia prima infanzia, con una preferenza spiccata per i secondi, probabilmente perché erano più suggestive le illustrazioni, ma anche perché le storie erano ambientate in foreste o manieri misteriosi. Le esigenze però non hanno tardato a farsi più serie. Alla fine della seconda elementare avevo divorato ormai fiabe di ogni tipo ed ero pronto al salto nei racconti lunghi. Sono passato in un anno da “L’acciarino magico” a “La capanna dello zio Tom”, attraverso “Pinocchio”, “Ciondolino”, “Fridolino tasso birichino” e “Cuore”.
Cara bambina mia, alla faccia di Umberto Eco e di tutta la dissacrazione di questi ultimi decenni, sono ancora convinto che questo fosse il migliore dei percorsi possibili. Non è assolutamente vero che si tratti di letture ipocrite, reazionarie e strappalacrime. Potranno apparire tali a chi non le ha fatte al momento giusto, o con lo spirito giusto, o a chi era già troppo smaliziato per lasciarsi prendere e trascinare. Non lo erano senz’altro per me, che smaliziato non lo sono nemmeno oggi, che non parteggiavo per Franti ma per i bravi ragazzi, che ho letto lo zio Tom col cuore che palpitava contro l’ingiustizia, la prepotenza e il razzismo, e che mi sono costruito lì sopra i primi rudimenti, quelli pure confusi ma solidi e destinati a segnare tutto il mio futuro, di coscienza civile. Non sono diventato un nazionalista per aver letto la piccola vedetta lombarda, né un moralista per colpa di Pinocchio. Mi hanno trasmesso un minimo di coscienza, un senso dell’onore e della dignità che sarà magari fuori moda, ma al quale tengo moltissimo. E sono rimasto innamorato dei tassi, anche senza averne mai visto uno vivo.
Poi è arrivato “Lo zio di Svezia”, di Nadal. Non lo troverai citato in nessuna storia della letteratura per ragazzi. Forse sono il solo a ricordarlo. Era edito in una collana della Salani, quella che oggi pubblica “Pippi Calzelunghe”, ne “La biblioteca dei miei ragazzi”. Arrivò per Natale. Ora, tu immagina un bambino sognatore com’ero io, che legge un libro nel quale si parla di tre orfanelli che lasciano l’Italia per raggiungere in Scandinavia uno zio mai visto né conosciuto. Si trovano immersi nella neve, tra foreste incantate, sono persino inseguiti dai lupi la notte di Natale, mentre con slitta e lanterne si recano alla chiesa del villaggio vicino per la messa di mezzanotte. Io leggevo e fuori nevicava, quell’anno cadde a metri, e immaginavo quella notte freddissima e bellissima, in un paese di sogno, con tutta la gente che arrivava con slitte e fiaccole e lanterne dalle lontane fattorie, e tutto attorno il silenzio della neve, rotto solo dall’ululato dei lupi. Ce n’era a sufficienza per restarne marchiati a vita, e così è stato: credo che di lì discendano il mio esotismo, la predilezione per gli ambienti freddi e nordici, per la neve e le foreste di pini, per i dipinti di Friedrich, e anche il fatto di non aver mai voluto visitare i paesi scandinavi. Voglio conservarne quella immagine, è uno dei ricordi più belli che ho (tra parentesi, temo che questo della costruzione di immagini, ambientali ma anche umane, desunte da fantasie librarie sia uno dei motivi del mio disagio costante a vivere la realtà – o viceversa).
Lo zio di Svezia mi ha introdotto ad un tipo nuovo di fruizione del libro: certo, anche Cuore e lo zio Tom mi avevano preso, mi ero sentito coinvolto, ma in fondo lì non potevo fare altro che seguire le vicende dei personaggi da spettatore (anche perché prevaleva l’ambientazione storica, e le descrizioni paesaggistiche vi avevano pochissimo spazio). Nella foresta scandinava ero invece diventato protagonista, fremevo per non poter essere accanto ai ragazzi (alla ragazzina, la maggiore dei fratelli, soprattutto) per difenderli. Avevo scoperto la lettura-immersione.
Ormai la diga era aperta, e la lettura era diventata una fiumana. Sarebbe stato difficile soddisfare la domanda, anzi, la fame, con i soli regali natalizi. Per fortuna mi è venuto in soccorso un cugino di città, di una decina d’anni più anziano, che in quanto figlio di una portinaia riusciva a raccattare dagli inquilini del palazzo un sacco di roba. E sono state rivelazioni, una dietro l’altra. Il Salgari di “Alla conquista di un Impero” ma soprattutto di “Alle frontiere del Far-West”, il Verne de “Al polo australe in velocipede” e di “Michele Strogoff”, e poi Stevenson, London, Kipling, “Saturnino Farandola” di Robida, la prima fantascienza con “Olimpiadi tra le stelle” e i primi resoconti di viaggi ed esplorazioni in ”Con Magellano attorno al mondo” .
Oggi confondo evidentemente la successione delle letture, ma tra gli otto e i quindici anni ho senz’altro dato una buona ripassata a tutta la letteratura giovanile in circolazione, comprese un sacco di riduzioni per ragazzi di classici come il “Robinson Crusoe” o “David Copperfield” (ciò che poi mi ha impedito di rileggerli nelle versioni integrali). Mi è comunque abbastanza facile ricostruire i percorsi e le trasformazioni nelle preferenze. È sufficiente andare a scorrere gli elenchi che sempre si trovavano in ultima o in penultima di copertina (“Sono già apparsi in questa collana:…”), pieni di segni e di rimandi, con le indicazioni dei libri che già possedevo e di quelli desiderati, con tanto di ordine di priorità (uno, due, tre puntini). Ci sono libri come “I misteri della Jungla nera” che ho potuto leggere solo dopo l’adolescenza, o addirittura dopo la laurea, e che ho continuato a sognare e ad “appuntare” per anni.
Spero che questo cumulo di ricordi non ti abbia già annoiato, Elisa. In fondo sto rispondendo a una tua probabile domanda. Già ora mi chiedi spesso com’ero da bambino, com’era la mia vita. Bene, te ne sto raccontando una metà, quella passata sui libri e con i libri. L’altra, quella trascorsa sui fumetti, la lasciamo per un’altra occasione. Ero così, un giorno Yanez e un giorno Josè il peruviano (in genere non mi identificavo con il protagonista, ma con il miglior amico del protagonista – e anche questo, a ben guardare, era già significativo –, e preferivo giocare in solitudine perché gli altri ragazzini non conoscevano niente dei miei eroi, e se anche li avessero conosciuti non avrebbero corrisposto all’idea, avrebbero rotto l’incantesimo dei mondi che mi costruivo. Era una dimensione sacra, e sacri erano i testi sui quali si fondava: non a caso li trovi lì, ancora oggi, sottratti all’incuria e allo scempio dei miei e dei tuoi fratelli.
Troverai anche, ma da un’altra parte, nella sezione viaggi ed esplorazioni, dei vecchissimi volumetti rossi, ancora eleganti nella loro semplice rilegatura, a dispetto della consunzione. Sono i libri della Romantica Mondiale Sonzogno, editi negli anni Venti e Trenta (e qualcuno forse anche dopo la guerra). Di alcuni non ricordo la provenienza, ma quattro o cinque erano scampati allo svuotamento di una casa gentilizia del paese, acquistata dal macellaio dopo la morte dell’ultimo discendente. Ho ancora davanti agli occhi il carro dello straccivendolo stracolmo di libri, finiti poi probabilmente al macero o in qualche discarica, io che corro a casa piangente e mia madre che si mette all’inseguimento e torna con una bracciata di volumi, tutti quelli che era riuscita a ramazzare. C’erano saggi storici dei primi dell’ottocento, un paio di classici e, soprattutto, gioielli come “Martin Eden” di London o “La foresta in fiamme” e “Il paese di là” di James Oliver Curwood.
London già lo conoscevo per “Il richiamo della foresta”, e di lì a poco mi avrebbe aperto ad un rudimentale socialismo con “Il tallone di ferro”: ma Curwood era una novità, e che novità. Il suo Canada ha costituito l’anello di congiunzione perfetto tra la Svezia di Nadal e le Langhe innevate di Fenoglio, le sue intrepide giubbe rosse erano già l’incarnazione di quell’ideale eroe solitario e nomade che avrei riamato di volta in volta nel partigiano Johnny, in Holden, in Kerouac e poi negli esploratori e negli alpinisti dell’ottocento. Prova a leggerli, ti prego: ci troverai un’immagine di forza e di dolcezza assieme che niente ha a che vedere con la vita che ci circonda e tanto invece con quella che vorremmo, e proprio per questo crea struggimento, insofferenza e ribellione per ciò che è stupido e volgare. Non ti sogno laureata o famosa o felicemente sposata: ti sogno schietta, curiosa e insofferente.
Ma adesso usciamo, lasciamo in questa camera i primi ricordi, facciamo un po’ di pausa e poi ripartiamo dal cuore pulsante della mia biblioteca.
Lo studio
Questo che oggi è lo studio è stato per venticinque anni la camera mia e di mio fratello. Nel corso del tempo l’avevamo tappezzata di manifesti cinematografici (da “Là dove scende il fiume” sino ad “Arancia meccanica”), di foto dei Beatles, di tavole fluorescenti tratte da “L’astronave corsara”, che di notte ci facevano navigare in mezzo a mondi e galassie lontani. Nel buio, quando taceva il tarlo, arrivavano le voci lontane dei cani dalle cascine della Colma, ad evocare distanze minori ma mondi non meno misteriosi: mentre durante il giorno il silenzio era rotto solo dai cori dei merli o dai colpi lenti dei contadini che martellavano i ferri. Le litigate che ti divertono tanto, il raglio dell’asino che ci fa sobbalzare il mattino, il cantiere edilizio perennemente aperto sono arrivati più tardi, con i nuovi vicini. Ogni epoca ha i suoi suoni, a te toccano questi.
Entrando nello studio abbiamo di fronte, nella parete opposta, perfettamente centrata, la finestra che dà sul giardino, sulle colline e poi sui monti. Guardando verso il Tobbio e la Colma non c’è traccia di case: solo boschi e prati, e poi altri boschi sulle colline, e infine l’Appennino. Da quella finestra rivolta a mezzogiorno entra per trecento giorni l’anno una luce intensa, gioia per gli occhi ma sottile pericolo per i libri che coprono tutte e quattro le pareti.
Gli scaffali si dipartono a destra della porta d’ingresso (la chiameremo da ora per comodità parete A), fanno angolo, corrono lungo l’intero muro laterale (parete B), girano ancora sino ad incontrare la finestra e ripartono poi oltre quest’ultima (parete C). Altro angolo, e infine la parete D, occupata per metà, al centro, da un caminetto, e ai lati di questo da altri scaffali. All’interno di questo spazio ci sono una scrivania grande, che dà le spalle alla parete B, e disposto ad angolo rispetto a questa un tavolinetto per il computer. Il tutto, scaffali compresi, in legno chiaro, solido e spesso, leggermente arrotondato agli angoli. Di fronte alla scrivania c’è una vecchia sedia a dondolo, molto apprezzata dagli amici in visita e per l’uso della quale io e te abbiamo ingaggiato sin da quando eri piccolissima epiche battaglie. La parete sopra il caminetto è coperta di foto e di quadri, e da una grande carta geografica dell’Europa vecchia di centocinquanta anni, che rappresenta forse il mondo in cui avrei voluto nascere.
E finalmente, i libri. Perché gli scaffali, la scrivania, persino il legno sopra il caminetto sono naturalmente zeppi di libri. Godiamoci un primo colpo d’occhio, poi passeremo ad un esame più sistematico. Tutto sommato non mi pare che l’assieme sia opprimente. Malgrado le pareti siano quasi interamente coperte, i libri non sembrano grondare, incombere sul malcapitato visitatore. Credo che la distribuzione sia abbastanza leggera, un po’ per l’uso degli spazi liberi, un po’ per la collocazione ordinata e riservata. Per come li vedo io, stanno tutti al proprio posto.
Letterature: gli Italiani
Consiglierei di partire dalla letteratura. È la naturale prosecuzione dell’itinerario intrapreso nella tua cameretta, cioè delle tappe di svolgimento del mio rapporto con i libri. Dobbiamo quindi guardare a sinistra. Lo scaffale che vedi, seminascosto dalla porta quando è aperta, è occupato per più della metà dalla letteratura italiana. Si parte dagli stilnovisti e si procede in ordine cronologico. Coi primi due ripiani dall’alto si arriva all’Alfieri, altri due sono riservati all’ottocento, due al ‘900. Gli ultimi tre verso il basso ospitano rispettivamente la letteratura ispanica, quella ebraica e orientale in genere e infine testi di critica letteraria. La gran parte della letteratura italiana del secolo scorso, e tutta quella più recente, si trova in un’altra sala.
L’ambizione che sta sotto a questa come a tutte le altre sezioni letterarie è quella della completezza: si traduce poi, più semplicemente, nell’avere rappresentati almeno tutti gli autori che hanno meritato di entrare in una storia della letteratura per licei (si parla naturalmente di autori non contemporanei). Un’altra ambizione, non necessariamente in subordine, è quella di aver rappresentati anche quelli che non ci sono entrati. Il peso specifico dei singoli autori, in termini di rappresentatività e quindi di presenza, lo decido io.
I maggiori qui ci sono tutti, almeno con le opere più importanti, e il primato per lo spazio occupato spetta naturalmente a Leopardi. Del conte non manca proprio nulla. Ma sono i minori il mio orgoglio. Ti assicuro che puoi trovare qui cose che difficilmente troveresti in una media biblioteca pubblica. Arcadi semisconosciuti, romanzi storici e libri di memorie dell’ottocento che nessuno legge più da un secolo, per la gran parte in edizioni ottocentesche.
Nella sezione novecentesca le preferenze saltano subito agli occhi. Ci sono autori presenti sin con i conti della spesa ed altri citati al più con un’opera, tanto per ricordare che esistono. Tra i primi senz’altro Fenoglio, Meneghello, Calvino, Levi, Rigoni Stern, Bianciardi. Poche le donne: ma checché se ne dica in giro, non è questione di misoginia. Il contributo femminile alla letteratura italiana è modesto.
Sono molti i libri di questa sezione che hanno una storia particolare, e che hanno segnato la mia storia. “Il partigiano Johnny”, ad esempio. L’ho acquistato subito dopo aver superato l’esame di latino, al primo anno di università. Avevo studiato per mesi, giorno e notte, rompendomi le palle sui “Remedia amoris” e volgendo in noia quel piacere che otto anni di studio del latino erano finalmente riusciti a risvegliare in me. Sentivo la necessità di togliermi di dosso il sentore di vecchiume e di inutilità che lo studio “filologico” in voga alla facoltà di Lettere mi aveva fatto percepire. Fenoglio fu una autentica rivelazione: mi sembrava finalmente di rientrare nel mondo, nella vita vera, nel tipo di esperienze che la letteratura deve trasmettere. Non avevo affatto capito che si trattava di una moderna versione dell’epica. O forse, l’avevo intuito senza capirlo, ed era proprio questo che mi piaceva tanto. Fu una di quelle letture appassionate, dodici, quindici ore filate, che ho riservato a pochi altri libri, in genere quando sentivo il bisogno di mostrarmi che avevo ripreso possesso del mio tempo – e il superamento di un esame è la situazione tipica.
Singolare è anche la storia del mio rapporto con Primo Levi e con ”Se questo è un uomo”. Possedevo il libro da tempo, sapevo tutto sulle sue origini e le sue traversie, e su quelle dell’autore, ma in realtà non lo avevo mai letto, anche se ero convinto di averlo fatto. Era finito ormai tra i libri che bisogna avere e conoscere, e che si danno per scontati. Poi, un anno, nei giorni precedenti le vacanze natalizie mi venne restituita da un allievo la copia in dotazione alla biblioteca scolastica. La misi in borsa e la dimenticai lì. Venne fuori la sera della vigilia, mentre mettevo un po’ d’ordine. Iniziai a leggerlo in tarda serata, mentre il resto della famiglia era alla messa notturna. Non riuscivo più a staccarmene. Quando gli altri rientrarono andai a dormire, ma non ci fu verso a prendere sonno. Dovetti tornare in cucina, riattizzare il fuoco e continuare a leggere sino alla fine. La rivelazione fu letteraria, più ancora che umana. Sapevo cosa raccontava, ma non immaginavo lo si potesse raccontare così. “Se questo è un uomo” è rimasto nella mia hit, e si è trascinato appresso tutte le altre opere di Levi. La scoperta mi ha anche spronato a leggere “Il sergente nella neve”, altro libro che avevo classificato nel reducismo senza degnarmi di scorrerlo, e che ho voluto invece andare a verificare. Un effetto valanga. Rigoni si è portato dietro Revelli e tutti gli altri, io ho imparato ad essere più umile e rispettoso, almeno nei confronti dei libri.
La svolta revisionista nei criteri di lettura mi ha consentito di superare tutta una serie di pregiudizi che mi avevano accompagnato per anni. Ad essere sincero non ricordo cosa mi aspettassi dalla letteratura, ma senz’altro facevo una netta distinzione tra memorialistica e letteratura vera e propria, e la prima sembrava non interessarmi affatto. Forse per questo leggevo soprattutto autori stranieri e romanzi ottocenteschi: tutto ciò che riconoscevo come troppo vicino alla quotidianità, e all’esperienza negativa che ne avevo, non mi sembrava degno dell’Olimpo letterario. Chiedevo cose che mi portassero lontano nel tempo e nello spazio. Devo dire che l’incontro con Levi è stato davvero sconvolgente. Oggi non sono più in grado di leggere con piacere qualsiasi cosa che non abbia un fondo di realtà vissuta, e spesso il fondo non mi è nemmeno sufficiente. Mi si sono invece spalancati nuovi sentieri, ho scoperto dall’oggi al domani Meneghello, un outsider che mai avevo sentito nominare e che con “Libera nos a Malo” è balzato immediatamente in testa alle classifiche, ripetendosi subito dopo con “I piccoli maestri”. E più tardi la cosa si è ripetuta con Bianciardi. Conoscevo vagamente “La vita agra”, per via del film con Tognazzi che ne era stato tratto, e l’avevo derubricato tra i romanzi della generazione post-neorealista, quella che aveva dimenticato l’epica per fare assurgere il quotidiano più squallido agli onori letterari. Era una letteratura che non mi interessava, avevo bisogno di eroi. E poi c’era appunto il fatto del cinema. Storie interpretate da Tognazzi o da Sordi diventavano immediatamente commedie all’italiana, e io ne avevo fin sopra i capelli degli italiani, li pativo già tutti i giorni. E così niente Bianciardi, niente Mastronardi. Salvo poi leggerli, magari solo per effetto di trascinamento, e scoprire impensabili sintonie.
Lo scaffale degli italiani racchiude però anche altre storie. Sono quelle legate ai libri scovati in un preistorico Remainder’s, nel vicolo che scendeva da De Ferrari alla Kasbah di San Matteo, a Genova. Era un buco polveroso che riservava scoperte da favola, una sorta di caverna di Alì Babà guardata da un genio sdegnoso e tutt’altro che simpatico, stipata all’inverosimile, il che ti costringeva a contorsioni da circo equestre per leggere i titoli. Le novità, da una volta all’altra, erano poche, anche perché in certi periodi ci tornavo praticamente tutti i giorni: ma ad ogni passaggio usciva fuori la cosina strana, per due o trecento lire, quella che non leggerai mai, ma che hai voglia di possedere. Soprattutto certe edizioni semirilegate dei minori ottocenteschi, Rovani, Guerrazzi, ecc…
Quel Remainder’s è stato il primo di infiniti altri, scovati e battuti in tutte le città d’Italia (ma anche in Austria, in Francia, in Germania, persino a Praga) Appartiene ad una fase in cui la bibliomania era ancora funzionale alla lettura, anche se era già scattata la sindrome del possesso. Dalla frequentazione dei Remainder’s ho imparato molte cose. Il colpo d’occhio immediato, ad esempio. Riconoscere i dorsi delle varie case editrici, sapere al volo quali non presenteranno mai nulla che possa interessarti e quelle che invece riservano sorprese. Attivare il sensore che ti fa leggere un titolo che interessa in mezzo ad altri mille, sui quali lo sguardo scorre senza trasmetterti nulla. E poi la necessità di prendere subito quello che ti colpisce, perché se rimandi e non lo ritrovi ti rimane un vuoto che continua a tormentarti, e ritrovare quel titolo diventa quasi un’ossessione.
Tra le scoperte tardive divenute amori totali rimane ancora Augusto Monti. Attorno ai suoi “Sanssòssi” ho girato per qualche anno. Esisteva soltanto in un’edizione molto costosa e difficilmente reperibile – e ancora oggi è così – e la mancanza assoluta di citazioni in qualsiasi storia letteraria faceva nascere qualche dubbio sull’opportunità della spesa, malgrado l’autore fosse intrigante. L’ho poi reperito fortunosamente a metà prezzo, ed è partita immediatamente una caccia al tutto-Monti (Monti era l’insegnate di Lettere di Pavese e di un sacco di altri ragazzotti che sarebbero diventati di lì a poco il nerbo dell’antifascismo torinese). Da allora ne ho comprate e regalate almeno un altro paio di copie, e continuo a sognare studenti in grado di leggerlo e di apprezzarlo (anche se so che non sarà mai più possibile).
Un intero ripiano è occupato da raccolte di poesia del novecento. Forse non è giusto dire “un intero”: quaranta volumi di poesia, rispetto alla produzione italiana di questo secolo, non sono molti. Anzi, sono decisamente pochi. La verità è che io non sono un patito della poesia. O meglio, lo sono quando si tratta di Saba, di Gozzano, di Trilussa, di molto Montale, di Caproni o magari di Ernesto Ragazzoni: ma la sopporto bene solo quando sento l’ironia, il gioco. Non riesco a prendere sul serio i poeti che si prendono troppo sul serio (con qualche eccezione, naturalmente): almeno per quanto concerne l’ultimo secolo, e segnatamente per gli italiani. Provo una elementare reazione di fastidio di fronte a cose che vengono inutilmente complicate, quando potrebbero essere dette più semplicemente in prosa: una sindrome da ermetismo, direi. Ho il sentore di qualcosa di trombonesco, di falso: un po’ come di fronte al cinema italiano odierno, o agli sceneggiati televisivi: senti sempre lo sforzo della recitazione, la drammaturgia invece della drammaticità. È difficile a spiegarsi così, ma è sufficiente confrontare una poesia di Auden o di Robert Frost (che troverai in questa biblioteca) con una di Quasimodo (che non troverai, alla faccia del Nobel) per capire.
Nella speranza che un giorno tu legga Gozzano, Saba, Montale e Caproni (Trilussa lo amavi già quando avevi tre anni: ricordi “C’è un’ape che se posa/ su un bottone de rosa:/ lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità/ è una piccola cosa” – è sua), devo però dirti qualcosa di Ernesto Ragazzoni, che non troverai in nessuna antologia. Non è un “grande” poeta, anzi. Ma è quello che scrive cose come “Ben tappati dentro i poveri/ ma fidati lor ricoveri/ mentre, lento, sui tizzoni/ cuoce il lor desinaruzzo/ i pacifici Lapponi/ bevon l’olio di merluzzo”. Anche questa, la ricordi? È eccezionale. Non sto scherzando. È l’uso elementare del verso, anzi, della poesia, quello che facevamo anche noi nel costruire le nostre strampalate filastrocche, che ci ha stampato nella memoria “il rinoceronte/ passa sopra il ponte/ salta e balla/e gioca alla palla”, primo componimento in rima in assoluto cui riesco a riandare, e che ti ho immancabilmente trasmesso.
La letteratura è anche questo, Elisa. C’è un bel dire che ha il compito di testimoniare, di anticipare, di chiudere, di dire l’indicibile, ecc… Certo, sono tutte cose buone e giuste, ma la letteratura è favola. Leggi “Lo zio di Svezia” e vorresti essere lì con gli orfanelli, ti prende uno struggimento terribile. Leggi degli orsi bianchi che fuori “sono pallidi/ per il gran freddo”, e ti vien voglia di stare tra i Lapponi a mangiare e bere (olio di merluzzo) e dormire “in catasta attorno al fuoco”. Leggi “Il sabato del villaggio” e senz’altro c’è la metafora della vita umana, e della felicità che non esiste ma è solo speranza: ma c’è anche la piazzetta dove i ragazzini fanno un lieto rumore, c’è tuo padre che torna dalla vigna, c’è la tua infanzia lì dentro.
Questo vale più che mai per la poesia. Un tempo essa aveva anche una funzione comunicativa: costituiva lo strumento ideale, il più adatto alla memorizzazione, quando la cultura era trasmessa soprattutto oralmente, cioè in pratica fino all’introduzione della stampa. Ha poi mantenuto una valenza estesa, nel senso che si rivolgeva ad un uditorio ampio e aveva un vasto repertorio di utilizzo, almeno fino ai tempi di Leopardi e di Foscolo, quando esisteva ancora un pubblico educato a quel linguaggio per forza di cose allusivo, evocativo e zeppo di riferimenti. La poesia poteva raccontare, denunciare attraverso lo sdegno o l’ironia, infiammare di idealità, suscitare emozioni. Lo faceva evocando con immediatezza delle immagini, metaforiche o meno, da sostituire al lento processo del ragionamento. Oggi quel racconto, quella denuncia possono essere fatti direttamente attraverso le immagini, miste ai suoni, manipolate in tutti i modi: la cultura odierna ce le serve già pronte.
Che ruolo rimane allora alla poesia? Non sono in grado di darti una risposta precisa. Ma credo di poterti dire almeno ciò che per me non è (“…ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”: questo è poesia) con un esempio. Edoardo Sanguineti assembla in una sua composizione in versi tutte le scritte pubblicitarie e le insegne che si possono leggere percorrendo una particolare (ma potrebbe essere una qualsiasi) via cittadina. Una dietro l’altra, senza commento: farmacia, la bottega del pane, il sapone delle dive, ecc… Sono due strofe lunghe: la via è percorsa coscienziosamente avanti e indietro, su entrambi i marciapiedi. Ecco cosa intendo: con una telecamera si può fare la stessa cosa, e meglio. Si, certo, c’è l’effetto straniante del riportare queste scritte all’uniformità dei caratteri, fuori dal loro naturale contesto. C’è la possibilità mentale di paragonare questo elenco arido a quello vivace e animato che si otterrebbe da una passeggiata in campagna. Ma anche così, non sarebbero più efficaci e significative le immagini? E poi, soprattutto, questo ha davvero a che vedere con la poesia?
Io ritengo che oggi abbia senso ricorrere alla forma poetica solo per ciò che non può essere espresso del tutto, o meglio, in altra forma. La gioia spontanea e spensierata di una filastrocca, ad esempio. Il dolore e lo schianto di una perdita irreparabile (“…sei nella terra fredda, sei nella terra negra/ né il sol più ti rallegra/ né ti risveglia amor”). Il resto, lo straniamento, l’uso del verso a significare la frantumazione e la dissoluzione delle possibilità comunicative, mi sembrano pure operazioni cerebrali, l’equivalente delle sculture realizzate assemblando rottami. Esprimeranno anche con immediatezza il concetto, ma poi muoiono lì, non ti danno qualcosa da portarti dietro, o dentro, per sempre.
Nel dire queste cose, naturalmente, so di essere semplicistico, e ho anche paura di fare qualche danno. Non certo nei confronti della letteratura, queste sono opinioni mie e valgono come il due di briscola, ma nei tuoi confronti. Oggi la poesia e la letteratura tutta hanno già vita stentata, vista la concorrenza, e se a scuola le affronterai partendo da questi presupposti siamo fritti. E tuttavia sono convinto, anche se ti parrà paradossale col mestiere che faccio, che con il nostro discorso la scuola abbia poco a che vedere. Noi stiamo parlando di amore per la lettura e per i suoi supporti materiali, i libri. Ora, io non credo che la scuola possa fare più di tanto nel promuovere questo amore: può educarlo, fornirgli degli strumenti più raffinati, allargarne gli orizzonti (raramente). Ma l’amore, la passione, la disposizione sono fattori genetici, o ci nasci o puoi al più diventare un lettore diligente.
È sintomatico che in questo pellegrinaggio alle sorgenti delle mie passioni letterarie il ruolo della scuola non sia ancora venuto fuori. Eppure ho frequentato un Liceo classico di quelli ante-riforma, quando ti portavi alla maturità il programma di tre anni per tutte le materie, e l’Italiano prevedeva anche tutta la Divina Commedia, con i canti da riconoscere e commentare ad apertura di testo. Forse il motivo è proprio questo. La letteratura italiana, a scuola, rimaneva una materia di studio, non diventava un’occasione di piacere, di innamoramento. Non attribuisco colpe all’insegnante, una donna intelligente e di eccezionale umanità, che mi ha indubbiamente aiutato, non fosse altro per la rara capacità di farmi a volte sentire un imbecille senza offendermi e senza demoralizzarmi. Credo anche che quella disciplina nello studio, quell’addestramento a interminabili manovre di commento dantesco e di analisi semantica, fossero indispensabili per non buttarsi poi allo sbaraglio sui testi: lo erano soprattutto per me, che avevo bisogno di essere costantemente tenuto coi piedi per terra e guidato alla cavezza. Lei sapeva farlo con garbo, e le sono grato ancora oggi, ovunque sia, per certe benevole lezioni di ironia e chiarezza.
Penso però di doverle ben poco per quanto concerne le scoperte e gli amori letterari. Le ragioni sono in parte oggettive, perché all’epoca il programma di studi non arrivava nemmeno a Pirandello, quindi dei contemporanei non c’era occasione di parlare, e in parte soggettive, perché per i classici avevo già scovata un’altra fonte cui abbeverarmi, e giocavo sempre d’anticipo sulle presentazioni scolastiche.
Dal momento che soffro della sindrome di Woody Allen, secondo il quale se a qualcuno bisogna ispirarsi conviene scegliere direttamente Dio, io traevo ispirazione per le mie scelte e le mie interpretazioni niente che meno che dalla “Storia della Letteratura Italiana” di Francesco De Sanctis. Qualcosa di paragonabile al Vangelo, nel campo della critica letteraria, fino a cinquant’anni fa. Era stato il mio primo acquisto librario “adulto” dopo l’uscita dalle medie, giustificato dal conseguimento di una borsa di studio e soprattutto dal fatto che era edita in due volumi nell’Universale Feltrinelli per sole milleseicento lire. Come un vangelo l’ho letta, e credo di portarne ancora le conseguenze. Era quanto di più “romantico” si potesse desiderare, nell’ispirazione e nei criteri di lettura, e io desideravo proprio quello, e naturalmente cercavo poi di riversare nei temi e nelle interrogazioni tutto quel fervore. In seguito ho impiegato anni a liberarmi di certi stereotipi, soprattutto di quelli negativi, ma nella sostanza credo di aver sempre insegnato secondo il modello desanctisiano, con tutto ciò che nel bene e nel male la cosa comporta. I due volumi sono ancora lì, stranamente non li ho sostituiti con un’edizione rilegata: forse ci sono particolarmente affezionato, o forse non lo ristampano nemmeno più.
Devo dare atto comunque che il primo e il miglior antidoto alla mia intossicazione da De Sanctis me lo ha fornito proprio uno degli strumenti di supporto scolastici: non la storia letteraria del Sapegno, piuttosto barbosa, ma l’antologia di Gianni e Ballestrieri, che premetteva alle diverse epoche dei quadri introduttivi di incredibile lucidità, e ti faceva finalmente capire che la letteratura aveva anche a che vedere con la storia, con la politica, con l’economia. Non possiedo più l’originale, deturpato e ridotto in brandelli dall’uso sciagurato che ne ha fatto mio fratello, ma sono riuscito a procurarmene un’altra copia. Sono sei magnifici volumi rilegati: se starai buona, ogni tanto te li lascerò sfogliare.
Letterature: iberici, latinoamericani, ebrei ed altri
La sto tirando un po’ per le lunghe, quindi spostiamoci verso il basso, dove troviamo la letteratura in lingua spagnola. Ci sono cose interessanti, soprattutto tra gli ispano-americani. Dalle opere complete di Borges – un doppio Meridiano Mondadori: edizioni lussuosissime, care come il sangue, che si finisce per non utilizzare, un po’ per la paura di sciuparle, un po’ perché è proprio difficile leggere quelle pagine finissime e fittissime, in carta di riso, semi-trasparenti – a quelle di Garcia Marquez, uno dei molti casi in cui l’entusiasmo per la prima opera mi ha poi impedito di leggere le altre, per il timore e la quasi certezza di andare incontro a delusioni. Ma trovi soprattutto Osvaldo Soriano, altro grande amore, di quelli cui tengo particolarmente perché scoperto ben prima che diventasse un autore di culto. Avevo trovato “Triste, solitario y final” in una scassatissima edizione della Vallecchi, e mi aveva letteralmente conquistato. C’erano dentro Ollio e Stanlio e Philiph Marlowe, l’investigatore di Chandler di cui torneremo a parlare. C’era ironia, distacco, citazione, c’era quella meta-realtà che costituisce l’essenza stessa e la giustificazione ad esistere della letteratura. A Soriano è accaduto poi quello che accade invariabilmente ai miei grandi amori (letterari). Prima o poi li scoprono tutti, ci si buttano i media, ne fanno pappetta. Stanno riscoprendo persino il mio buon Humboldt (ma per fortuna c’è la fama del fratello linguista che crea un po’ di confusione e depista gli intrusi). Non ne sono così geloso da volerli tenere solo per me, anche se la tentazione è forte, ma vorrei poter scegliere io, trasmetterli solo a quelli fidati, quelli che ne faranno buon uso.
Nel ripiano della letteratura in lingua ebraica stranamente non troverai alcun libro che “debba” essere assolutamente letto. Stranamente, dico, stante la mia passione per tutto ciò che concerne l’ebraismo. Ma in realtà, almeno per quanto riguarda la letteratura, gli ebrei in quanto tali non riescono a trasmettermi molto. Sono eccezionali quando raccontano l’essere ebreo di fronte a qualcos’altro: allora vengono fuori Kafka, Roth, Heine, Levi ecc… La lucidità unica del loro sguardo si esercita soprattutto rispetto alle culture che hanno abbracciato, ma sempre conservando un certo distacco, e che li respingono: quando si raccontano come popolo, somigliano a tutti gli altri popoli.
Lo stesso vale per le letterature orientali o africane. Ho difficoltà a sentirmi partecipe di un certo modo di pensare, anche se magari mi interessa capire. Sono appunto interessanti, non entusiasmanti. Spero che ti renda conto che non c’entra per nulla il pregiudizio o, peggio, il razzismo. Il mio razzismo concerne solo gli italiani – dato che sono i più vicini. Quelle che entrano in ballo sono invece un’idea di letteratura e un’onesta accettazione della diversità. Nella letteratura cerco dei modelli, degli esempi di resistenza e di partecipazione a questa nostra società: e non voglio esempi che mi prospettino possibilità di fuga in una cultura che non è la mia, che come tutto ciò che è esotico ti affascina perché non ne conosci i retroscena.
L’unica “perla” esotica di questo ripiano è un’edizione rilegata de “Le mille e una notte”, in due volumi. Nulla di speciale, per carità, è un’edizione del Club degli Editori, il cui valore per il vero bibliomane è pari a zero, ma ha almeno due pregi: le splendide illustrazioni di Dulac, che sono l’equivalente di quelle di Doré per la Divina Commedia, e il fatto di essere uno dei tantissimi libri-regalo che sono riuscito a far sganciare al Club. Le modalità di iscrizione al Club degli editori, come quelle di tutti gli altri club consimili, del libro, dei lettori, ecc…, sono da sempre le stesse: al momento in cui ti iscrivi ricevi in regalo tre volumi a scelta in una rosa del catalogo, e ti impegni ad acquistarne almeno tre o quattro tra quelli proposti entro il primo anno. Ci sono tutta una serie di trucchi, ad esempio ti inviano automaticamente i libri in uscita ogni mese se non rifiuti entro un certo periodo, ma in realtà non c’è nulla di tassativo: penso che contino soprattutto sull’inerzia degli iscritti, sul fastidio di dover riportare in posta i pacchi ricevuti e cose del genere.
Una volta che hai capito l’antifona, può diventare un Eldorado. Io sono arrivato a iscrivere una ventina di persone, tutta la mia famiglia e poi, quando l’indirizzo cominciava a scottare, parenti vari fino al terzo grado, saccheggiando il catalogo delle opere più costose e prestigiose e riuscendo a non acquistare mai un solo libro. C’era gente come mia zia Rosetta che non aveva mai letto un libro in vita sua e che ha continuato per anni a ricevere inviti a presentazioni librarie, convegni, mostre e fiere del libro, e ne era lusingata. Credo che ad un certo punto abbiano ricostruito il mio albero genealogico con tutti i rami collaterali, perché agli ultimi tentativi di adesione non hanno nemmeno risposto. Tutti quei libri che vorrebbero sembrare elegantemente rilegati ma risultano un po’ pacchiani, e non portano l’indicazione dell’editore sul dorso, come quel doppio Pirandello che sta un paio di ripiani sopra, vengono di lì.
Nello scaffale di fondo invece, quello che ospita la saggistica letteraria, potrai pescare un sacco di cose interessanti, sempre che il tuo interesse per la letteratura scenda un pochino più in profondità. Ti confesso che a dispetto della mia professione e della devozione al De Sanctis io non amo molto la critica letteraria: non troverai alcun testo di esegesi testuale e filologica. Mi piacciono invece i grandi affreschi in cui la letteratura (ma anche la pittura, la musica) viene utilizzata per tratteggiare un’epoca, per ricostruire le modalità del sentire. Oppure per sottolineare le curiosità, le stranezze. Ti consiglio ad esempio un bellissimo libretto di Calvino, “Collezioni di sabbia”, una serie di brevi reportage sulle mostre più strane e meno conclamate, ma rivelatrici della incredibile capacità umana di costruirsi i sogni con qualsiasi materiale. Quando ti sarai fatta una bella scorpacciata di letteratura americana potrai poi leggere i saggi di Leslie Fielder, “Il ritorno del pellerossa” o “Amore e morte nel romanzo americano”, a volte più godibili delle opere stesse di cui trattano. Oppure, per capire qualcosa di come siamo noi occidentali, e perché, potrai farti aiutare da “L’amore e l’occidente” di Denis de Rougemont; e se maturerai la mia stessa insofferenza non per l’America ma per le americanate sarai confortata da “Nessuna passione spenta”, di George Steiner. Quello della critica letteraria è un mondo indubbiamente pieno di cialtroni, ma ci trovi anche delle menti sublimi, e qualcuna è ospitata in questo scaffale.
Letterature: russi, scandinavi e tedeschi
Conviene però tornare alla materia prima, alla letteratura, e per farlo dobbiamo scavalcare il caminetto e passare agli scaffali ad angolo tra le pareti C e D, a sinistra della finestra. Qui trovi da un lato tutta l’anglistica e dall’altro le letterature russa, tedesca, scandinava e francese. Questo settore potrei considerarlo “storicamente” (nel senso cioè della mia storia libraria) il più antico, e in esso puoi ancora trovare dei veri reperti archeologici. Sono quei libretti di piccolo formato, disposti orizzontalmente in antefila qua e là sui ripiani, collocati dove rimane una profondità sufficiente per non farli debordare. Qualcuno è ancora nudo nella sua copertina anonima e grigiastra, altri sono rivestiti di una sovracoperta cartonata che io stesso ho creato, per cercare di difenderli ma più ancora per dare loro maggiore dignità. Sono i libri della vecchia BUR, progenitrice dell’editoria economica del secondo dopoguerra, che ha consentito ad un sacco di gente come me di aprirsi alla lettura e al possesso dei classici. Li vedi, sono quanto di più spartano si possa immaginare, non concedono davvero nulla al piacere qualitativo del possesso: ma avevano prezzi favolosi, sessanta lire il volume unico, centoventi il doppio, e via così. Il costo di un gelato, all’epoca, o poco più. C’erano dentro le sette meraviglie, il meglio di ogni letteratura, e si avvalevano anche di introduzioni ben fatte, essenziali ed esaurienti. Sono arrivato a possederne qualche centinaio, poi spariti mano a mano che ero in grado di permettermi edizioni un po’ più ricche: ma ne ho un ricordo bellissimo. La soddisfazione materiale, ripeto, era poca, ma supplivi con la quantità. Uscire dalla libreria con dieci o quindici volumetti significava riempire un sacco di spazi vuoti nel tuo mosaico letterario.
E qui, giacché l’ho aperta, approfitto per allargare un po’ la parentesi sulle edizioni economiche, che sono poi uno degli argomenti che conosco meglio. La BUR esisteva dalla fine degli anni ’40, ma offriva un prodotto in qualche misura ancora di nicchia, nel senso che era reperibile solo in libreria e soprattutto si fermava alla letteratura di fine ‘800. Lo stesso valeva anche per gli economici di Feltrinelli, che pure spaziavano dalla letteratura alle scienze umane e a quelle naturali. Entrare in libreria semplicemente per “dare un’occhiata”, senza cercare qualcosa di preciso, non era consuetudine (almeno nelle librerie di provincia che conoscevo io).
La rivoluzione è arrivata col ’65, con la prima serie economica concepita per la vendita anche in edicola, gli Oscar Mondadori. Il formato, la veste erano più dignitosi, e l’ambito era più recente: in genere si trattava di “classici” del Novecento. Ma la novità più importante stava nel fatto che erano visibili, sapevi che erano usciti, potevi covarli con gli occhi, valutare, fare i tuoi calcoli. Tuttavia non furono gli Oscar a dare una svolta al mio percorso: quasi contemporaneamente cominciarono ad essere pubblicate altre collane, e il mio riferimento divenne quella dei “Grandi Capolavori” della Sansoni, che riproponeva in fondo quello che già si trovava nella Bur, ma in una veste decisamente più accattivante. Stendhal, Dostoevskij, Poe, Hoffman, li ho conosciuti tutti in quella collana, e come puoi vedere ancora li possiedo. La cadenza bisettimanale mi consentiva di mettere da parte quelle trecentocinquanta o quattrocento lire con le quali conquistare un nuovo territorio, e dal momento che nel frattempo uscivano altre cose, Hemingway negli Oscar, Conrad nella Mursia, ecc…, arrivavo anche a permettermi degli acquisti settimanali, qualche volta addirittura doppi.
La cosa funzionava così. A quei tempi frequentavo il liceo ad Acqui. Dovevo fermarmi due volte la settimana per i rientri pomeridiani di educazione fisica, con la necessità di pranzare fuori. La scuola aveva una sorta di convenzione con una trattoria, dove per trecentocinquanta lire ti servivano un primo ed un secondo. La sera precedente io aspettavo che tutti fossero a dormire, mi preparavo un bel panino con burro e zucchero e lo nascondevo nella sacca da ginnastica. Nell’intervallo di pranzo me ne andavo poi ai giardini oppure, se pioveva o nevicava o c’era un freddo boia, nella sala d’aspetto della stazione, dove sgranocchiavo il mio panino e mi coccolavo il libro acquistato all’edicola con i soldi destinati al pasto. Ho tirato avanti così per quasi un anno, poi mia madre ha scoperto i libri, che tenevo nascosti, mi ha fatto raccontare tutto e ha deciso, per l’anno successivo, di finanziare almeno un investimento librario settimanale. Il risultato fu che continuai a mangiarmi il panino e acquistai un libro in più per settimana.
Spero che questo ti aiuti a capire perché sono tanto attaccato ai miei libri, perché non sopporto che vengano maltrattati o che addirittura, dati in prestito, non tornino più. Non si tratta di fissazioni maniacali: i libri sono veri pezzi della mia pelle, e scriverci sopra, spiegazzarli, distruggerne i dorsi è come incidere nella mia carne.
Torniamo agli scaffali. Devi guardare in su, o salire sullo sgabello, perché i russi partono dall’alto. In questo caso non è un declassamento: da qualcuno bisognava cominciare (anche se è vero che li ho letti prima dei tedeschi e degli scandinavi, i quali occupano ora giustamente lo spazio centrale degli interessi più recenti). I titoli importanti ci sono tutti, con un monumentale “Guerra e pace” che troneggia in cofanetto (anche questo avrebbe una storia interessante, legata ad una brevissima e grottesca esperienza come venditore di enciclopedie della Mondadori: ma te la risparmio). Se trovi il tempo, e in questo caso te ne occorre tanto, dai loro un’occhiata. Ma un paio te li voglio segnalare, per ragioni diverse. Il primo, “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, semplicemente perché è bellissimo, è totalmente russo nelle atmosfere e magicamente surreale nell’impianto. Il secondo, “L’abisso” di Leonid Andreev, perché è incredibilmente inquietante e rivelatore, o almeno lo è stato per me (ma credo anche per altri. Io l’ho letto in una edizione della BUR che prendeva il titolo, “I sette impiccati e altri racconti”, dal racconto più lungo. L’edizione che vedi adesso, che è della nuova BUR e riporta gli stessi racconti e la stessa traduzione, titola invece “L’abisso e altri racconti”, segno che qualcosa nella valutazione dell’importanza o dell’impatto dei testi è cambiato). Rivelatore di cosa? Del lato oscuro che c’è dentro ognuno di noi, del quale non vorremmo ammettere l’esistenza ma che ci attrae morbosamente. Io confesso di esserne stato turbato, e di essere tornato più di una volta a rileggere quelle pagine, ufficialmente per verificare se la mia reazione cambiava, in realtà per riviverla: e si ripeteva infatti sempre identica.
Mentre ne parliamo e faccio scorrere lo sguardo sui dorsi, casomai mi fosse sfuggito qualche titolo tosto, mi rendo conto che i russi non stanno lì in alto per caso: li sento proprio lontani. O forse è solo lontano il tempo in cui ne ho fatto scorpacciate, riuscendo a digerire veramente di tutto, compreso “Oblomov”, e il ricordo si è un po’ annebbiato. Eppure sono certo di aver letto con passione “Delitto e castigo” e i romanzi di Tolstoj, con gusto le novelle di Cechov e le “Memorie di un cacciatore”, e poi più avanti con partecipazione i racconti di Gorkij, “Il dottor Zivago” e “Una giornata di Ivan Denisovic”. Mi incuriosiva quell’universo di personaggi strampalati e fuori misura, nel bene e nel male, pope, monaci ortodossi, pellegrini, ambulanti ebrei, ribelli e briganti che popolava le storie di Leskov e di Lermontov: e tuttavia se dovessi darti oggi delle ragioni speciali per leggerli, sarei in difficoltà. Evidentemente c’è una stagione per tutti gli amori, anche per quelli letterari.
Di un sentimento molto più fresco andiamo a parlare adesso. Scendendo di un paio di ripiani (e dallo sgabello) troviamo infatti gli scandinavi. Sono tutte acquisizioni piuttosto recenti, a dispetto dello zio di Svezia, anche perché recente è il risveglio di interesse per quella letteratura, pilotato egregiamente dall’editrice Iperborea, e quindi la possibilità di accedervi. Qui i pezzi pregiati sono Stig Dagermann e Lars Gustafsson. C’è ben poco nei loro libri della favolosa Scandinavia dei miei sogni. Si va in una direzione totalmente opposta. C’è tutto il peso di un luterano senso di colpa, l’angoscia di una vita inautentica (che Dagermann non ha retto, finendo per suicidarsi a trentun anni), ma nel contempo c’è quel sussulto privato di dignità oscura, antieroica e antispettacolare che già costituisce un riscatto (l’unico possibile?). Il mio recente entusiasmo per questi due autori è un’ulteriore riprova che nella letteratura, come in tutte le altre cose, trovi solo quello ci porti. Venti e passa anni prima avevo letto Strindberg e Ibsen e Hamsun, e avevo anche visto i film di Dreyer e di Bergman (all’epoca, quasi un obbligo), che dicevano né più né meno le stesse cose, rappresentavano le stesse atmosfere: e non avevo colto altro che i drammi sociali o familiari o di coppia, che c’erano anche, per carità, ma nascevano proprio da questa lacerazione interiore. A Dagerman e Gustafsson sono arrivato dopo una rilettura seria di Camus, e tutto mi è parso evidente e condiviso. Non vorrei che questa presentazione si rivelasse dissuasiva: guarda che i racconti de “Il viaggiatore” e le storie de “Il pomeriggio di un piastrellista” e “Morte di un apicultore” sono tra le cose più godibili che tu possa trovare qui dentro, nell’accezione di godimento che ho io della letteratura. Ti lasciano proprio secco, come direbbe Holden.
I tedeschi (ma c’è un po’ di tutto, austriaci, svizzeri, cechi, ungheresi, croati: tutta la mitteleuropa e dintorni, non sufficientemente rappresentata da poter ambire ad uno spazio proprio). Molto Ottocento, molta poesia, più contenuto il Novecento. Le preferenze anche qui sono visibili e marcate: tutto Boll, tutto o quasi Heine, tutto e doppio Enzensberger, molto Roth. Poi le chicche. Una te la consiglio da subito, anzi, per essere sicuro te la leggerò direttamente quanto prima, magari a puntate: è “Cristalli di rocca” di Adalbert Stifter, storia di due bambini sperduti tra i ghiacci di una montagna in una tempesta di neve, la vigilia di Natale (ma guarda un po’!). L’ho letto quando avevo quasi cinquant’anni e mi ha preso come se ne avessi cinque. Poi ci sono i “Racconti umoristici e satirici” di Boll e “La promessa” di Durrenmatt, entrambi piuttosto famosi, anche se non risaputi, e il meno conosciuto “L’italiano”, di Thomas Bernhard, tutti da leggere con un’avvertenza: piuttosto in là negli anni, quando sarai (o dovresti essere) abbastanza smagata.
Infine la chicca delle chicche, “La parete” di Marlen Haushofer, un’austriaca. Una donna rimane tagliata fuori dal mondo ed è costretta a confrontarsi con la natura. Sopravvive a una batosta dietro l’altra, ogni volta più svuotata ma ogni volta più dura, facendosi natura e applicandone le leggi essa stessa. Mi sembra una delle figure femminili più vere e forti della letteratura di ogni tempo, di quelle donne che non potrei mai amare perché potrebbero benissimo fare a meno di me, ma alla cui amicizia terrei immensamente. Anche questo, aspetta a leggerlo un po’ più tardi.
Quel libricino elegante dalla copertina verde ci porta invece in tutt’altra atmosfera. Racconta di “Mozart in viaggio verso Praga”, è stato scritto da Eduard Morike ed è una cosina graziosa ed elegante, non molto di più. Te lo segnalo perché possiedo anche l’edizione tedesca, e la possiedo perché è l’ennesimo libro sul quale mi sono proposto di imparare il tedesco. Quella del tedesco sembra la storia dell’ultima sigaretta di Zeno. Ogni tanto, a intervalli ormai regolari, mi assale la convinzione che per i miei interessi (tutti, in generale) la conoscenza del tedesco sia praticamente indispensabile, e decido di dedicarmici sul serio. Ho stabilito che il miglior modo per impararlo – visto che non ci sono problemi di pronuncia – è quello di passare direttamente alla lettura, con l’ausilio di un buon dizionario e un minimo di infarinatura grammaticale. E ogni volta scelgo un libro nuovo da cui partire. Una volta erano i “Reisebild” di Heine, quella successiva il “Cosmos” di Von Humboldt, un’altra ancora il “Viaggio in Italia” di Goethe. A questo punto ho già una discreta bibliotechina in lingua, e il giorno in cui mi deciderò sul serio potrò almeno svariare da un testo all’altro.
Quasi dimenticavo: Nadolny. Il libro è “La scoperta della lentezza”, una biografia romanzata dell’esploratore John Franklin. Non so quanto ti possa fregare di esplorazioni, ma qui si parla in realtà di qualcos’altro, di un modo particolare di prendere e di interpretare la vita, e questo, oltre ad una splendida scrittura, potrebbe intrigarti.
Letterature: i francesi
Ti intrigherà senz’altro la letteratura francese (senti che fiducia!). Oltre a “Madame Bovary”, che ti farò leggere, dovessi tenerti una pistola puntata alla tempia, i francesi si sono dati un gran daffare, soprattutto nell’ottocento, per garantire i piaceri della letteratura. Hai solo da scegliere, Stendhal, Balzac, Merimée, Rimbaud, Maupassant e mi fermo qui perché non finirei più. Più che da scegliere hai da metterti di buzzo buono e farli passare un po’ tutti, compreso quel simpatico libricino che reca il titolo “Viaggio attorno alla mia camera”. Se guardi poco oltre lo troverai nell’edizione francese, e questo illeggibile è invece il titolo dell’edizione svedese (Xavier De Maistre – Nattling rasa i min kammare). Cosa me ne faccio? Il “Viaggio” mi aveva conquistato, quando l’avevo scoperto nella BUR. È un pezzo di bravura delicato e straordinariamente schietto, per essere opera un romantico, e tra l’altro parla del godimento di libri e biblioteche. Avevo poi dato la caccia a lungo all’edizione francese, anche a Parigi, ma sembrava che i suoi compatrioti avessero dimenticato il più giovane dei De Maistre (e anche il più vecchio, a dire il vero). L’ho trovata finalmente pochi anni fa, e quasi contemporaneamente è arrivata l’edizione svedese, sottratta da uno scaffale all’IKEA, dove era ignominiosamente finita a fare la comparsa. Mi ero quasi convinto a imparare lì sopra lo svedese, e ho anche comprato il dizionario.
Un paio di edizioni le possiedo anche de “Il grande amico Meaulnes”, di Alain-Fournier, e almeno tre o quattro copie le ho regalate. Alain-Fournier è morto a soli ventotto anni, all’inizio della prima guerra mondiale: “Il grande amico” era il suo primo e rimane il suo unico romanzo. Come quasi tutti i primi romanzi è un racconto di iniziazione, del passaggio fanciullezza-adolescenza, e di rimpianto per una stagione perduta e irripetibile. Se si esclude Manzoni (e la cosa non è casuale), ogni autore dal pre-romanticismo in avanti ha prima o poi rievocato gli anni splendidi o terribili della propria giovinezza. Ma alcuni ci sono riusciti in modo particolarmente efficace, quelli soprattutto che dalla giovinezza non hanno voluto o potuto uscire, o che ne conservavano più fresca la nostalgia. Se dovessi compilare una classifica personale metterei al primo posto “Il giovane Holden”, ma Meaulnes sarebbe sul podio, a pari merito con i libri su Malo di Meneghello e subito prima di “Altre voci, altre stanze” di Truman Capote, del “Ritratto dell’autore da cucciolo” di Dylan Thomas e de “L’isola di Arturo” della Morante (a pensarci bene, però, il podio potrebbe essere anche più affollato).
Non mi vengono in mente libri di passaggio “al femminile”: o meglio, senz’altro ne ho in mente un sacco, da Jane Eyre in poi, fino allo splendido “Il cuore è un cacciatore solitario” della Carson Mc Cullers e a “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy, ma mi sembrano tutti virati al triste. Voglio dire che per quanto malinconici i libri che trattano di infanzie e adolescenze maschili finiscono per mitizzarle in positivo: un’amicizia, un’esperienza, qualcosa insomma di cui avere nostalgia rimane (persino in Pavese, l’Anguilla rimpiange e cerca di rivivere gli anni di miseria più nera – solo il Fenoglio de “La malora” non pare d’accordo). In quelli al femminile mi sembra invece di avvertire quando va bene un sospiro di sollievo per essere uscite da quell’inferno, familiare o scolastico o che altro, quando va male l’astio per un periodo al quale si fa risalire la responsabilità per l’attuale infelice condizione. Probabilmente le donne sono più realiste nella memoria, o vivono davvero peggio la loro infanzia e adolescenza, oppure scrivono più facilmente sull’onda di una frustrazione. O forse è solo un’impressione mia, generata dai miei soliti pregiudizi o da esperienze con donne che sembrava avessero sempre e solo riserve da fare sul nostro rapporto. Spero che tu non sia tra queste, e se hai qualcosa da recriminare fallo subito, invece di scrivere poi libri pieni di amarezza.
Comunque ho qui pronto un esempio clamoroso di questa differenza di atteggiamento. Casca a fagiolo. Vedi che ci sono almeno una dozzina di volumi dei romanzi di Camus (i saggi sono in un’altra sezione). In realtà di romanzi Camus ne ha scritti solo tre: questo significa che qui trovi gli stessi in italiano e in francese, rilegati e in economica, accoppiati e spaiati. Una vera monomania. Bene, Camus non ha una visione particolarmente ottimistica della vita. È il più grande filosofo francese del Novecento, così come Leopardi è stato il più grande filosofo italiano degli ultimi due secoli (o forse l’unico). Ma a lui come a Leopardi l’essere anche un grandissimo scrittore ha precluso l’accesso alla storia della filosofia. Comunque, sta di fatto che, sempre come Leopardi, guarda dritto in faccia all’assurdità dell’esistenza, e la descrive. Il risultato sono “La peste”, “Lo straniero” e “La caduta”.
Nel primo si racconta una epidemia di peste vissuta attraverso le reazioni di coloro che la combattono, atei o laici, divisi dall’interpretazione dell’evento ma uniti in una solidale resistenza contro la condizione umana. Il secondo presenta un uomo talmente “autentico”, talmente consapevole dell’assurdo da apparire del tutto insensibile agli occhi degli altri, degli “ignari” (ma invece è capace di disobbedire a quelle ipocrite “regole del gioco” alle quali soggiace l’etica dei più). Ne “La caduta” è rappresentato l’uomo “inautentico”, cinico e nichilista, che volge al proprio fine persino la coscienza della propria inautenticità. Non c’è da stare allegri, mi diresti, se fossi già in grado di capire di cosa sto parlando. Per niente, ti risponderei: e tuttavia, bada che Camus non è banalmente “un pessimista”. I personaggi dei suoi libri ti affascinano, l’eroico medico Rieux come l’apparentemente stordito Meursault o il logorroico Clamence ti fanno complice perché non accettano supinamente la loro, e la generale, condizione. Reagiscono, in un modo o nell’altro. Altro che nichilismo. Questo lo si può dire dei personaggi di un Moravia, e più ancora di Moravia stesso. Ma Camus è ben altra cosa. Di lui e della sua immagine dell’uomo si potrebbe ripetere quel che diceva De Sanctis a proposito di Leopardi e della natura: “chiama la natura matrigna, e te la fa amare…” Capisci cosa intendo dire? Prova a cercare altrettanta passione, altrettanta voglia di ribellione, malgrado tutto, nella scrittura della Yourcenar e della Woolf (entrambe presenti qui in blocco).
Apparentabile a Camus, per qualità letteraria e per tematiche, è l’altro grande “resistente” della letteratura francese di questo secolo: Andrè Malraux. A differenza di quelli di Camus i suoi personaggi son sin troppo agitati, si muovono sempre nel cuore dell’avventura e della battaglia, e tuttavia vivono la stessa irriducibile umiliazione dell’uomo braccato dal suo destino. Forse ti sarà più difficile identificarti con loro, perché Malraux è scrittore piuttosto “macho”, alla Hemingway: ma come per Hemingway, se superi questa corazza trovi dietro esseri perennemente in lotta con le proprie debolezze, esseri umani, piuttosto che maschi.
Come ogni regola, tuttavia, anche quella del coraggio, dell’eroismo e della dignità ha le sue eccezioni. Esiste un nichilista assoluto nella letteratura francese, ed è Louis Ferdinand Céline. Assolutamente e disperatamente nichilista e assolutamente grande scrittore. Non so se sia giusto consigliarti il “Viaggio al termine della notte”, ho sempre avuto qualche dubbio con gli amici e più ancora con i miei studenti. Se lo leggi rendendoti conto che è tutto un urlo di disperazione, che quella di Céline è la cattiveria di chi non trova il coraggio di rialzarsi, e lo sa, e la rivolge quindi prima di tutto contro se stesso, allora è trascinante: ma se lo prendi troppo sul serio, e credi a quel che dice, allora è nauseante. Te lo lascio lì, non scappa.
Chiudiamo lo scaffale francese con qualcosa di più leggero, proprio quello da cui potresti partire. È un libretto forse nemmeno tanto estraneo alla nascita di questo scritto. Si intitola “Come un romanzo”, è dello scrittore Daniel Pennac. Pennac è diventato famoso per la saga interetnica di Belleville e della tribù Malaussène, portata avanti in una serie di romanzi divertentissimi, da “Il paradiso degli orchi” a “La fata carabina” (tutti presenti nella sezione umoristica), che potrai leggere con diletto già tra cinque o sei anni. In “Come un romanzo” spiega nella maniera più semplice e divertente perché leggere, come convincere gli altri a leggere e perché e come esercitare i propri diritti di lettore. Ha scritto il libro che avrei voluto scrivere da sempre, e gliene sono grato, perché non l’avrei mai scritto. Almeno lo leggo. E almeno puoi leggerlo anche tu.
Letterature: gli americani
Riprendi lo sgabello, perché lasciamo i francesi e passiamo agli americani, e occorre risalire. Più sopra ho parlato di insofferenza per l’”americanismo” o per le americanate. Adesso mi spiego. Io sono impastato di cultura di provenienza americana. Libri americani, cinema americano, musica americana, carte geografiche degli States, storia della colonie, della guerra civile, della frontiera. Non mi sogno nemmeno di rinnegare i John Ford e i John Wayne di “Sentieri selvaggi” e de “I cavalieri del Nord-Ovest”, o Paul Newman o Clint Eastwood, e meno che mai Walter Matthau o i fratelli Marx. La mia canzone di sempre, quella che vorrei accompagnasse il mio funerale è “Wanderi’n star” cantata da Lee Marvin, la musica che ascolto più volentieri viaggiando è quella di Jim Croce o di Johnny Cash, i film che ho rivisto più volte sono probabilmente Jeremy Johnson di Pollack e tutti quelli di Al Ashby. Voglio dire, è dura sospettare che abbia delle pregiudiziali anti-americane, come si dice dei no-global e di tutti quelli che non amano il presidente Bush. Anzi, non amo il presidente Bush proprio perché amo l’America, o una mia idea dell’America, e lui, insieme a circa duecentottanta milioni di suoi connazionali, me la rovina (come diceva Nicholson in “Easy Ryder”: “questo è un grande paese. Peccato che ci siano gli americani”). No, sul serio: amo l’America perché la mia America è quella che viene fuori da questo scaffale, da questi libri, da centinaia di film e da migliaia di canzoni, e quindi esiste e non me la sono inventata io, e anche se mi stupisce ogni giorno il miracolo di un popolo tanto idiota che produce cose tanto belle (anche quello italiano è idiota, ma si comporta più coerentemente), devo ammettere che è così.
Prendiamo i libri, appunto. Si parte da Washington Irving e da Cooper (ci sono le versioni integrali dei ridotti che abbiamo visto nella tua cameretta, “L’ultimo dei Mohicani” e “La prateria”, altre letture di sogno) per passare poi a Hawthorne e a Poe. Come dire, prendi a caso che va comunque bene, di qui sino in fondo. Mi limito quindi a qualche segnalazione speciale. Ti risparmio quei tomi enormi con su scritto Melville, ma in compenso richiamo la tua attenzione su questo piccolino, dello stesso autore, che ha per titolo “Bartleby lo scrivano”. È una storia assurda e spiazzante, quella di un uomo che ad un certo punto comincia a dire: no. A tutto. Non è un prepotente né una vittima, non è un ribelle né un eroe, ma è incredibilmente saldo nei suoi propositi: è anche molto educato, non urla, non piange, si barrica semplicemente dietro un cortese “preferirei di no”, fino alla morte. Ti sembra un po’ suonato? Tanto suonato? E allora cosa dobbiamo pensare di quelli che avrebbero preferito di no un sacco di volte, ma non l’hanno mai detto, per viltà, per malinteso senso del dovere, per cercare dei compromessi incruenti o per attendere la decorrenza dei termini? Prova a leggerlo, e poi mi saprai dire se continuerà a sembrarti così suonato.
Melville scrive questa storia a metà dell’ottocento. Per trovare un personaggio della letteratura italiana che faccia una cosa simile occorre arrivare sino al Bellodi di Pirandello, ne “Il treno ha fischiato”, che finisce in manicomio e torna praticamente lobotomizzato. Come faccio a non amare quel paese? Tanto più che in quel paese è nato Jack London, che a dire il vero se ne andava appena poteva, e che non ha scritto solo “Zanna bianca” ma anche quei quattro volumi di racconti del grande Nord e di mare, nonché tutti gli altri che vedi lì. E poi c’erano gli umoristi, da quelli caciaroni come Mark Twain a quelli “neri” come Amboise Bierce, che andavano in giro per il mondo e magari denunciavano anche lo sfruttamento bestiale degli abitanti del Congo, oppure sparivano nel nulla durante la rivoluzione messicana. Ti ho citato un solo umorista nella letteratura italiana dell’ottocento? Neanche l’ombra, e di andare un po’ in giro, poi, non se ne parlava. Cerca di capire. I ragazzi americani di cento e passa anni fa leggevano “Huckleberry Finn” e “Tom Sayer”, quelli inglesi “L’isola del tesoro” o “Un capitano di quindici anni”, mentre da noi il massimo della trasgressione era Pinocchio, debitamente castigato dalla vita ogni volta che si allontanava di casa. È andata avanti così da sempre, e questo spiega perché gli altri facevano il Gran Tour prima dei vent’anni e i nostri non vogliono andarsene di casa fino ai quaranta.
Ma torniamo agli umoristi, anzi, ad un particolare umorista che è legato nel mio ricordo ad uno straordinario film natalizio, “Racconti da O’Henry”. Nel film c’era la trascrizione cinematografica di tre o quattro racconti, lo avevo visto proprio una sera di vigilia da mia zia, tra le prime a possedere un televisore in paese. Avrò avuto dodici anni. Vent’anni dopo, quando uscì “Le memorie di un cane giallo”, corsi a cercare quei racconti, e non ne rimasi deluso. Uno di questi, “Il rapimento di Capo Rosso”, ho cercato anche di leggerlo in classe ai miei allievi, rimediando delle figuracce, perché ogni volta nei momenti clou scoppiavo a ridere e dovevo interrompermi. Anche questo te lo prometto per le serate di lettura invernali.
La “generazione perduta” te lascio scoprire da sola. Piuttosto mi piace raccomandarti Ring Lardner, che avevo incontrato casualmente da ragazzino sulle pagine di “Annabella” e ho ritrovato qualche anno fa con una antologia di racconti (“Il meglio di…”). Non è un autore da urlo, è leggero come la Vitasnella ma senz’altro più fresco, e in alcune pagine riesce delizioso. Ma soprattutto è uno degli scrittori di culto di Holden Caufield, e questo basterebbe a giustificarne la lettura.
Holden Caufield è il protagonista de “Il giovane Holden”, di J.D. Salinger. Qui ne trovi una copia, prima edizione italiana, di Einaudi, scovata nell’usato, ma di là ce ne sono altre due, e tre o quattro sono in giro (e probabilmente ci rimarranno). È il libro del quale ho posseduto più copie in assoluto, a parte le “Divine Commedie” rifilatemi dai rappresentanti, e probabilmente anche quello che ho letto più volte. Non so se sia un capolavoro, e francamente non mi importa: so che è stato e continua ad essere una rivelazione per milioni di ragazzi, sia per quelli che già amavano la lettura che per quelli che credevano di non amarla. L’ho usato come specchietto per le allodole con un sacco di studenti, e la percentuale di successi è stata altissima. Senz’altro lo userò anche con te, quindi non sto a raccontarti di più.
Invece voglio parlarti di quegli altri libri di Salinger che vedi in sua compagnia. Il mito di Salinger lo vuole autore di un solo libro, uscito esattamente a metà del secolo scorso con immediato ed enorme successo, e rimasto sino ad oggi figlio unico. Dico sino ad oggi perché Salinger è ancora vivo, anche se è letteralmente sparito dalla circolazione da più di cinquant’anni, e pare che per tutto questo tempo abbia continuato a scrivere senza pubblicare mai nulla. Il paradosso è dunque che oggi ci sono milioni di suoi fanatici ammiratori, me compreso, che non vedono l’ora che tiri le cuoia nella speranza di poter leggere qualcosa di suo. In verità, però, Salinger non ha scritto solo l’Holden: aveva pubblicato ancor prima i “Nove racconti”, che sono, questi si, un capolavoro. Vanno letti a mio giudizio dopo Holden, dopo aver fatto un po’ il palato alla scrittura del nostro, ma garantiscono un tasso di piacere spropositato. Ricordo una studentessa che mi è capitata in casa un paio d’anni dopo la maturità, in crisi di astinenza, scongiurandomi di trovarle qualcosa che le ripetesse una simile emozione. Gli altri due libri che vedi lì, “Franny e Zooey” e “Alzate l’architrave, carpentieri”, sono solo per salingeriani malati, stanno all’Holden come lo Zibaldone sta ai Canti.
Per arrivare a Salinger abbiamo però saltato un intero ripiano, quello che ospita la letteratura della prima metà del secolo. Qualche nome, da Fitzgerald a Hemingway, lo conosci o lo conoscerai senz’altro: ma la maggior parte ti rimarranno probabilmente ignoti. Vorrei che questo non capitasse per John Steinbeck, per più di un motivo. Uno dei motivi è di carattere oggettivo: Steinbeck scrive bene, è facile ed accattivante, ti aiuta a leggere. L’altro è decisamente soggettivo: è probabilmente il primo vero scrittore “adulto” che ho incontrato, o meglio il primo che ho letto con attitudine da “adulto”. London e Curwood, e persino Alain-Fournier, li ho letti in fondo come fossero i naturali proseguimenti di Verne e di De Amicis; ma Steinbeck, anche a quattordici o quindici anni, non lo puoi leggere così. Ti mette di fronte al mondo della realtà, anche se te lo racconta con magia. E magicamente ti fa passare dal divertimento picaresco di “Pian della Tortilla” alla denuncia sociale di “Furore” e de “La battaglia”, senza apparente soluzione di continuità.
Subito dopo Salinger, invece, trovi la sezione Kerouac, biografie comprese. Il rapporto che mi lega a Kerouac è complesso, ambiguo. L’ho scoperto l’ultimo anno di liceo, prestato da un compagno e arrivato sottobanco, come fosse un giornalino pornografico. Ho letto “Sulla strada” e ho realizzato che la mia vita era uno schifo, che uno non poteva trascorrere sui libri di scuola il novanta per cento del suo tempo, che ci si doveva muovere, viaggiare. L’estate successiva ero già in giro a fare l’autostop, e intanto mi ero letto “I sotterranei” e “Big Sur”, avevo conosciuto anche Allen Ginsberg e Ferlinghetti e avevo diffuso il verbo di Kerouac in famiglia (guadagnando l’adesione sin troppo entusiasta di tuo zio).
Ho creduto per un sacco di tempo che “Sulla strada” mi avesse cambiata la vita, ma in verità non è stato così. Non sono tipo da on the road, e non lo ero nemmeno quarant’anni fa. Non che non mi piaccia viaggiare, e non che non abbia viaggiato – e persino navigato – alla Kerouac: ma ho sempre avuto un posto dove tornare, non mi sentivo cittadino del mondo ma abitante di un luogo ben preciso, e se poi quello di cui si andava in cerca era la libertà di ubriacarsi o di farsi come cammelli, beh, a me quel tipo di libertà non interessava affatto. Al massimo poteva intrigarmi una certa disinvoltura sessuale (rigorosamente etero, per carità!), ma sotto sotto nemmeno quella, perché il vero sogno è sempre rimasto quello del Grande Amore. Quindi non mi ha cambiato la vita (mentre credo che altri libri lo abbiano fatto), anche se mi ha certamente aiutato a cercare un mio modo più autentico di vivere.
Ho provato anche a rileggerlo, e ti confesso che non ce l’ho fatta. Paradossalmente mi ritrovo di più in “Big Sur” o in altri libri collaterali, che un tempo avevano senso solo in funzione del primo. Mi ha dato l’impressione di qualcosa di datato, come tutto il movimento beatnik, di quelle feste dove tutti sono apparentemente felici e vitali perché pieni d’alcool, ma che il giorno dopo lasciano solo cocci e mal di testa. Finito l’effetto della benzedrina, Jack e Dean e i loro amici continuano a girare a vuoto e finiscono per annegare (letteralmente) in un bicchiere. Con questo, credo che senz’altro lo leggerai, e ti piacerà anche, se lo farai prima dei vent’anni.
Se però vuoi il meglio dello spirito degli anni sessanta non è ai beatniks che devi rivolgerti, ma a Ken Kesey. Il suo è uno strano destino. Dalla sua opera migliore hanno tratto un film talmente bello che ha fatto passare in second’ordine il libro stesso. Ma il libro è veramente strepitoso, si tratta di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, membro del ristretto club di quelli presi in mano e posati solo dodici ore dopo, a lettura terminata (sono quasi quattrocento pagine). Anche questo è da leggere presto, non per rischio di scadenza, ma per cibarsene il prima possibile.
Non darti scadenze nemmeno per gli ultimi libri di questo ripiano, quelli che chiudono la sezione di americanistica (in realtà parleremo ancora di altri romanzi americani, ma più in là, in sezioni speciali). Potrai goderli in qualsiasi momento. Questo piuttosto esile è “Canto della neve silenziosa”, di Hubert Selby jr, e raccoglie quindici racconti. Varrebbe la pena comunque, anche se i livelli sono piuttosto diseguali. Ma almeno tre, e soprattutto quello che dà il titolo al libro, sono degni del miglior Boll o del miglior Salinger. Subito accanto trovi “L’invenzione della solitudine”, di Paul Auster. Due racconti lunghi, il primo, “Ritratto di un uomo invisibile”, di perfezione assoluta, quasi imbarazzante (per me almeno, che non ho saputo scrivere nulla su mio padre). Infine c’è “In mezzo scorre il fiume”, di Norman MacLean. L’ho messo accanto a quello di Auster perché mi aiuta a mitigare un po’ l’imbarazzo, dal momento che l’autore l’ha pubblicato a settantaquattro anni, come opera d’esordio (e rimasta anche unica, perché è scomparso poco dopo). Mi aiuta a credere che in fondo ci sia sempre tempo, se uno ha voglia di raccontare qualcosa – il problema è: ce l’ho questa voglia?
Riflessione: mentre ti stavo presentando questi libri mi rendevo conto sempre più nitidamente che le americanate che non sopporto sono solo una degenerazione dell’americanismo che amo, non una cosa diversa. È che gli americani hanno bisogno di fare sempre le cose in grande, il loro è il regno della quantità, e quindi se fanno un viaggio coast to coast viaggiano per tremila chilometri, mentre se lo facciamo noi, Tirreno-Adriatico, nel punto più largo, non sono neanche trecento. Kerouac qui da noi sarebbe finito a Rimini, altro che Kansas city o San Francisco. Ora, fino a che tutto questo rimane nei confini già ampi delle dimensioni reali, è americanismo, prevalenza del senso dello spazio (e quindi della superficie e della quantità) su quello del tempo (che non hanno alle spalle, e che è profondità e qualità): quando viene invece ancora dilatato dagli effetti speciali, di tutti i tipi, compresa la mano sul cuore al canto dell’inno, allora è americanata. Non hai capito? Hai tempo, tu sei italiana; capirai, spero.
Letterature: gli inglesi
Lasciati gli americani rimangono, last, but not least, i loro cugini inglesi. Mi accorgo solo adesso che la letteratura inglese è quella che occupa il maggior numero di ripiani. Così su due piedi non saprei dartene una spiegazione. È evidente che gli inglesi hanno scritto molto di più rispetto ai rumeni o agli estoni, proporzionalmente e in assoluto: ma qui sono rappresentati in misura doppia anche rispetto ai francesi, ai russi, ai tedeschi e agli americani. E questo non è più un rapporto proporzionalmente oggettivo, dice di preferenze e di interessi soggettivi.
La mia consuetudine con la letteratura inglese è indubbiamente remotissima, dura ormai da cinquant’anni. Come già ti dicevo i classici per la gioventù me li sono fatti tutti (tranne Peter Pan, ora che ci penso: chissà perché nessuno ha mai pensato a regalarmelo. O forse ci hanno pensato, e poi han ripensato bene?) e probabilmente la spiegazione sta proprio lì. Nessun’altra letteratura offre tanti spunti e occasioni diverse per fantasticare (e per innamorarsi quindi dei libri) ai fanciulli e agli adolescenti. Ma c’è dell’altro. Con gli inglesi sei da subito in bilico tra la letteratura giovanile e quella adulta, anzi, entri immediatamente in quest’ultima perché leggi cose scritte per adulti ma facilmente riconducibili alla misura di un ragazzo. Uno dei primi libri che ho letto si intitolava “Racconti da Shakespeare”, erano riduzioni a novella delle sue tragedie. I contemporanei italiani di Shakespeare si chiamano Tasso e Marino: al di là del fatto che sfido chiunque a ridurre l’”Adone” per i ragazzi, se mai lo si fosse fatto per la “Gerusalemme liberata” (e comunque sarebbe risultato altrettanto difficile) si sarebbe gridato allo scandalo. Non parliamo poi de “I promessi sposi”!
Gli inglesi invece scrivono Kim e Alice nel paese delle meraviglie, che puoi leggere con eguale soddisfazione a dieci o a sessant’anni, o le storie dei cavalieri della Tavola Rotonda, o le avventure di Robinson Crusoe e di Oliver Twist. Sono libri che non ti senti in dovere di nascondere, appena accedi alla letteratura adulta, come accade invece con Salgari, perché non sono bollati come appartenenti a generi “minori” o marginali. Fanno parte integrante della letteratura di quel paese, ti accompagnano nella tua maturazione lungo un percorso ininterrotto sui sentieri della fantasia. Nelle scuole inglesi degli anni cinquanta e sessanta i miei coetanei leggevano Kipling, Conan Doyle, Stevenson: a me, se mi trovavano sotto il banco un romanzo di Scerbanenco, mi cacciavano dalla scuola.
Vedi Elisa, torna in ballo la questione che abbiamo già affrontato a proposito della poesia: ci sono popoli che hanno saputo coltivare il piacere della cultura, del farla come del consumarla, ed altri che ne hanno invece sempre riverito e sofferto il “peso”. C’entrerà la religione, o il clima e gli inverni lunghi, non lo so: sta di fatto che l’ultimo libro di poesie di Tom Hugues ha venduto in sei mesi seicentomila copie, mentre “Ossi di seppia” non le ha vendute in ottant’anni.
Nei confronti della letteratura inglese non c’è stata quindi una vera e propria “scoperta”, ma un passaggio graduale e conseguente. Forse potrei far coincidere l’ingresso nella fase totalmente “adulta” del rapporto con la lettura de “Il ritratto di Dorian Grey”, che mi ha preso a dispetto dell’inconsistenza della storia, per puro innamoramento dello stile e dell’arte del paradosso. Non so quanto abbia retto il romanzo a questi ultimi quarant’anni: ogni tanto c’è qualche studente che me lo chiede, forse perché intrigato dalla fama di libro un po’ “scandaloso”, ma quando lo riportano non vedo brillare nei loro occhi nessuna scintilla di entusiasmo. Io ormai non lo ricordo nemmeno più, ma ricordo che lo snobismo di Wilde, il suo culto dello stile, una qualche impressione deve avermela fatta, se mi ha spinto a leggere poi con gusto anche tutto il suo teatro, nonché i saggi (tra i quali è godibilissimo, e quanto mai attuale, “La decadenza della menzogna”).
Questa dello stile, di vita intendo, oltre che letterario, è una fissazione comune un po’ a tutti gli autori inglesi, non solo a Wilde. E forse questa è l’altra spiegazione del primato della presenza inglese nei miei scaffali. Vedi, io ho vissuta nella fanciullezza un’intensa militanza da chierichetto, precettata da tua nonna ma anche in parte sentita. Per cinque o sei anni ho sbaragliato la concorrenza nelle classifiche a punti del servizio, per poi, quando la superiorità era ormai manifesta e schiacciante, perdere inesorabilmente la fede. Non è stato facile, non tanto resistere alle pressioni materne, quanto imparare a convivere con principi che ormai si erano radicati, ma che non avevano più nessuna giustificazione in un quadro morale ben definito. Dovevo costruirmi un’etica, non mi bastava più De Amicis e non potevo certo chiedere soccorso a Pellico o Manzoni. Quelli giusti erano Conrad e Kipling, insieme magari a London. L’etica del dovere e della solidarietà, e l’orgoglio della solitudine. Guarda che non so scherzando: probabilmente sono state più che altro delle conferme, trovavo lì la perfetta corrispondenza con ciò che sentivo, ma è indubbio che hanno contribuito a rafforzare le mie inclinazioni (e diciamo anche le mie manie: dopo aver letto Lawrence d’Arabia spegnevo i cerini e le candele con i polpastrelli delle dita, per temprarmi a resistere alla tortura).
Sono molti, in effetti, gli autori inglesi che vale la pena conoscere: praticamente tutti quelli che trovi qui, più gli altri distribuiti nelle sezioni “speciali”. Messi assieme occuperebbero un intero scaffale, da cima a fondo (ma è anche da dire che quattro o cinque come Dickens o Conrad, o come Kipling e Stevenson, per non parlare di Shakespeare, portano via da soli tre quarti dello spazio, soprattutto se si ha la pretesa di raccogliere praticamente tutto quel che è stato tradotto). Non è certo il caso che te li presenti uno ad uno: quando arriverà il momento incontrerai quelli giusti, si faranno avanti da soli. Al più posso segnalarti qualche lettura particolare, di quelle meno scontate. Ad esempio questo libretto di Kipling, “Qualcosa di me”, dove viene rievocata un’infanzia prima favolosa (è nato in India) e poi tristissima (è stato spedito a sei anni a studiare in Inghilterra), ma dove si capisce soprattutto perché un poeta inglese che canta l’imperialismo rimane un poeta, mentre un italiano che fa altrettanto (pensa a D’Annunzio) diventa un trombone. Anche Stevenson ha scritto cose “minori” simpaticissime: il suo “Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino” mi aveva quasi convinto a recuperare un mulo dell’esercito per farne un compagno di escursioni. E poi c’è Jerome, “Tre uomini in barca”. Una volta era considerato un classico dell’umorismo, oggi, per palati educati alla comicità demenziale, potrebbe avere un sapore di stantio. Ma non è così: prova a godertelo nelle condizioni giuste, sotto un albero in aperta campagna, lontano da televisione e walkmen, e riassaporerai il gusto perduto della finezza (anche qui, è questione di stile).
Naturalmente, le donne. Ci stavo arrivando. Nella letteratura inglese non si può prescindere dalla scrittura al femminile, nemmeno io ho il coraggio di farlo. Sono passato per la Mary Shelley, per le Bronte, per Jane Austen, per la Barrett, su su fino ad arrivare alla Mansfield e a Virginia Woolf (e poi basta, però. Le voci femminili importanti sembrano fermarsi agli anni venti. Deve essere accaduto qualcosa alle donne inglesi). Beh, queste devi leggertele tutte, non si scappa. Magari scegliendo, “Senso e sensibilità” ad esempio, o “Jane Eire”, se vuoi farti un’idea. E per entrare in argomento puoi iniziare con “Flush”, della Woolf, e proseguire subito dopo con “Una stanza tutta per me”, che della scrittura al femminile è un po’ il manifesto.
Io non credo di essere il lettore più adatto a cogliere tutte le sfumature di una sensibilità femminile (te n’eri già accorta? Meglio così), per cui se mi chiedi cosa mi attiri veramente in queste autrici temo di darti delle spiegazioni deludenti. Ho l’impressione che tutte queste storie, anche quelle apparentemente più pacifiche della Austen, siano in realtà tese come corde di violino, giocate su un minimalismo dei fatti e un massimalismo della loro interpretazione che nella scrittura maschile sono assenti. Le storie al maschile sono più piane, più distese, anche quando sono infarcite di massacri e violenze e peregrinazioni: in quelle femminili il massacro è continuo, sottile, apparentemente incruento, la tensione non cade mai. E questo mi piace, lo capisco fino ad un certo punto, cioè capisco fino ad un certo punto come si possa vivere e pensare così, ma letterariamente mi piace.
Per questo mi piace molto anche un autore come E.M. Forster, perché ha una sensibilità molto prossima a quella femminile, ed è uno dei pochi (assieme a Flaubert e ad Henry James) in grado di rappresentare uno sguardo femminile sul mondo (se poi ci riesca davvero, ripeto, non lo so. A me pare di si). Prova a leggere “Camera con vista”, tra qualche anno, e magari ne discuteremo. Ma mi rendo conto che sono le chicche quelle che aspetti. Allora, salta quei venti volumi di Conrad (nel senso non di scartali, ma di acquistali in blocco), mettendo magari da parte per un primo assaggio “I duellanti” (di là c’è anche la videocassetta del film che ne hanno tratto, può essere interessante, dopo) ed estrai quel libricino azzurro. Si, sono poesie, il titolo è “Grazie nebbia”, il poeta è W.H. Auden. Scegline una a caso, e prendi a metà: “Ma il Tempo, il dominio dei Fatti / richiede una Grammatica complessa / con molti Modi e Tempi / e in primo luogo l’Imperativo. / Noi siamo liberi di sceglierci la strada / ma scegliere dobbiamo, non ha importanza / dove conduca, e le storie che raccontiamo / del passato hanno da essere vere.” Hai capito? Via, non pretendiamo troppo, intendevo dire se hai capito perché mi piace: perché dice le cose più vere con le parole più semplici. Lì accanto ci sono gli altri volumi delle sue poesie “La verità, vi prego, sull’amore” e una raccolta antologica. Quando dovessi chiederti se esiste e cos’è la poesia, aprine uno.
Auden ha combattuto in Spagna, al tempo della guerra civile, nelle Brigate Internazionali. C’era anche Orwell in quelle brigate, come militante anarchico, mentre Auden era comunista. Orwell è famoso per “La fattoria degli animali”, che puoi leggere anche subito, e per “1984”, che ti consiglio di affrontare più in là. Ma qui ci sono anche i suoi saggi, “Sul leggere”, “Sullo scrivere”, “Sul chiedere e sul non chiedere”, “Sul vivere e sul morire”, raccolti sotto il titolo “Nel ventre della balena”. In realtà non sono veri e propri saggi, sono raccontini autobiografici di fattura squisita e di eccezionale sostanza etica, come l’autore, del resto.
Io in genere non riesco a fare distinzione tra l’autore e l’opera. Dicono che non è giusto, che occorre leggere senza condizionamenti biografici, che se la mettiamo così anche Leopardi era un golosone e Foscolo uno sciagurato e Salgari si perdeva se usciva da Verona: ma non è a queste stupidaggini che mi riferisco, anzi, le trovo gustose. Voglio coerenza nelle cose importanti. Se uno scrive l’”Emilio” e manda cinque figli a morire al brefotrofio, ho delle difficoltà a dargli credito. Se uno (come Sartre) che non ha mosso un dito per gli ebrei durante l’occupazione nazista si riscatta, dopo la guerra, con un saggio sull’antisemitismo, e dopo aver attaccato nella maniera più feroce Koestler e Camus perché antistalinisti si scopre libertario nel ’68, quale obiettività è possibile? Si salta a piè pari. Bene, Orwell è tra quelli che dimostrano che la coerenza è possibile, e che è quindi giusto pretenderla.
Un’eccezione però riesco a farla. Per Chatwin. Come uomo Chatwin doveva essere di un’antipatia unica, l’ultima persona che vorresti avere come compagno di viaggio. Ho dovuto interrompere la lettura di una sua biografia (tra l’altro, scritta da un certo Nicholas Shakespeare) per eccesso di avvilimento. Ma come scrittore, di viaggio e non, è superbo. “Utz” e “Sulle colline nere” sono due gioiellini, il secondo non sfigura accanto ai libri di Thomas Hardy. È possibile che io non sia granché obiettivo nel giudizio, ma in senso favorevole all’autore, perché c’è di mezzo anche un mio diritto di prelazione: credo di essere stato uno tra i primissimi a leggere in Italia il libro che lo ha reso famoso, “In Patagonia”, subito dopo l’editore e i correttori di bozze, e per qualche mese ne ho tenuto l’esclusiva. E sai quanto godo di queste cose!
Sono arrivato piuttosto tardi invece a “Il signore degli anelli”. Tardi, ma sempre con largo anticipo sulla cultura di sinistra, che per anni lo ha ostracizzato o ignorato e poi ne ha conteso il culto alla destra. Tardi, ma d’un fiato. Neppure tu, con le tue innate doti di pervicace rompiballe, saresti riuscita a distrarmi quando ho cominciato il viaggio con Gandalf e Frodo Baggin. Spero che l’aver visto il film non ti dissuada, come mi sembra stia accadendo ad un sacco di ragazzi. Sono millecinquecento pagine, ma quando arrivi in fondo avresti solo voglia che fossero il doppio.
Tra l’altro, sempre a proposito di coerenza, nello scaffale opposto, dove arriveremo più tardi, c’è un librone di Humprey Carpenter, “Gli Inklings”. È una sorta di biografia collettiva di un gruppo di amici, tra i quali lo stesso Tolkien, C. S. Lewis, Charles Williams, tutti docenti ad Oxford negli anni Venti e Trenta, raccolti in circolo informale sotto il nome appunto di Inklings, che invece di cacciarsi le dita negli occhi a vicenda come in genere avviene nell’ambiente universitario si trovavano tutti i giovedì sera per discutere, leggere ciò che avevano scritto in settimana, farsi qualche bicchiere di Porto o di scotch. Quando uno di loro doveva tenere qualche conferenza nelle città vicine era una festa collettiva: partivano a piedi nel week-end, arrivavano a farsi anche cento chilometri, con frequentissime soste nelle osterie sul cammino, tornavano alla stessa maniera e riprendevano il loro lavoro accademico. Dove sta la coerenza? Nell’amicizia Elisa, nella capacità di non sacrificare l’amicizia alla loro professione o alla loro vocazione di scrittori. Non sapevo nulla di tutto questo quando ho letto “Il signore degli anelli”, ma non potevo fare a meno di accorgermi che chi scriveva conosceva davvero il valore dell’amicizia.
Gli Inklings sono diventati anche il modello per un’esperienza personale di questo tipo. Per qualche anno, poco prima che tu nascessi, è esistito un gruppo di amici che si ritrovava a cenare ritualmente, quasi ogni settimana, al nostro capanno, e tirava tardi discutendo di cinema e di politica, facendo pettegolezzi e progettando escursioni, mettendo in cantiere mostre e redigendo riviste. L’unica cosa in comune con gli Inklings era probabilmente il tasso alcolico, ma i “Viandanti delle Nebbie” hanno corrisposto ad uno dei periodi più autentici della mia vita. Il gruppo, come motore di iniziative, non esiste più, ma gli amici sono rimasti: e a tenerli legati è, ancora e sempre, il comune amore per la letteratura.
E adesso chiudiamo, perché bisogna pur arrivarne ad una e perché ho bisogno di una pausa per il caffè. Non prima però di averti fatto notare questo libretto di racconti di Alan Sillitoe, “La solitudine del maratoneta”. Negli ultimi vent’anni credo lo abbiano letto solo i miei studenti, non lo trovo citato in alcuna antologia o bibliografia sulla condizione adolescenziale. Ma è perfetto, nella sua secchezza, nella capacità di evocare il peso di una condizione carceraria senza ricorrere a trucchi granguignoleschi, nel gesto finale autolesionistico di dignità e di coerenza. Malgrado il traino di un film altrettanto bello che ne è stato tratto, qui da noi non ha avuto una grossa fortuna nemmeno negli anni della contestazione. Troppo inglese, troppo elegante, troppo aristocratica come etica, evidentemente.
3) ALTRE LETTERATURE
Moderni e postmoderni
Per proseguire la ricognizione sulle letterature dobbiamo ora spostarci nel tinello. È il territorio più recentemente aperto all’inarrestabile invasione dei libri, fresco di conquista e di scaffali assemblati su misura. L’occupazione del tinello ha risolto un enorme problema logistico, perché nello studio era ormai diventato impossibile muoversi e raccapezzarsi, ma ne ha creato in compenso uno psicologico. Se è infatti piacevole ritrovarsi comunque in compagnia dei libri, passando da un locale all’altro, mi crea tuttavia un po’ di angoscia, quando sono qui, l’idea che la gran parte dei miei libri è di là, non averla sott’occhio e sotto diretto controllo. Non fare commenti, mi rendo conto benissimo che è una sindrome maniacale avanzata, e intravedo il rischio di trascorrere la mia vecchiaia deambulando da una stanza all’altra: ma sappi che c’è di peggio, perché coltivo da anni il progetto di abbattere un paio di muri e di unificare il tutto.
Per il momento mi limito ad applicare anche in questo ambiente le norme d’arredo spartane del bibliomane. Un paio di riproduzioni da Friedrich, un divano che arriva direttamente dall’arca di Noè, il grande tavolo centrale che usi per disegnare e quello più piccolo, contro il muro, che ingombri con le tue carabattole. Il resto dello spazio è occupato da due scaffalature a soffitto, una distesa lungo l’intera parete di fondo, l’altra sacrificata tra la porta d’ingresso e quella che immette nella cucina. Nella rimanente metà della parete, verso la finestra, ci sono due vetrinette contenenti libri antichi. L’unica concessione al superfluo è costituita da sei soldatini di gesso, come quelli che possedevo un tempo, indiani Abenaki o Penobscot, con l’acconciatura all’irochese, per intenderci, distribuiti qua e là a guardia degli scaffali. Li ho desiderati da quando avevo sei anni, pensavo in realtà che nemmeno esistessero, li ho trovati quasi a sessanta in un incredibile bazar del tipo “tutto a un euro”. Come dire, anche i sogni più assurdi a volte si avverano. O forse, solo quelli.
Il tutto risulta accogliente e funzionale, almeno per me; ma vedo che anche gli amici, quando vengono a cena, si trovano perfettamente a proprio agio e nell’attesa, invece di intralciare il mio lavoro ai fornelli, si dilettano a curiosare tra i titoli (e giocherellano con i soldatini).
I primi scaffali nei quali ci imbattiamo, vicino alla porta d’ingresso, ospitano gli autori italiani che non hanno trovato posto nello studio. È tutta letteratura del ‘900, in parte canonica (c’è persino Moravia), ma per lo più corrispondente a scelte e gusti molto personali. Non è una sezione particolarmente ricca, e non è certo una di quelle che caratterizzano la mia biblioteca. Negli ultimi tempi mi sono alquanto disamorato della letteratura in genere e di quella italiana in particolare, probabilmente per una saturazione indotta da trent’anni di insegnamento, ma anche perché trovo che offra poco di nuovo. Solo il tam tam degli amici mi consente di leggere ogni tanto le cose giuste: in mezzo alla straripante produzione letteraria attuale non è facile districarsi, e a differenza di quanto accade per la saggistica qui i percorsi non si impongono da soli.
Ciò non toglie che anche questo scaffale possa riservarti delle sorprese piacevoli: ci sono ad esempio dei piccoli classici “sempreverdi” come “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg, “Le redini bianche” di Quarantotti Gambini, “L’isola di Arturo” della Morante, insieme ad altre cose che potrai leggere ed apprezzare già tra qualche anno. Oppure ci sono opere di Cassola, di Bigiaretti e di Bilenchi, anch’esse adatte ad una lettura precoce ma che vanno gustate al tempo giusto, possibilmente durante le vacanze estive, perché non meritano la reazione di rigetto che di solito la scuola induce. Sarei tentato di segnalarti anche i libri di Tondelli (non tutti, ma senz’altro “Un Week end postmoderno”) e poi narrazioni legate all’ambiente scolastico, come “Registro di classe” di Sandro Onofri e “Il supplente” di Fabrizio Piccinelli, o altre ancora accomunate dal ricordo nostalgico di luoghi, epoche e atmosfere di un passato più o meno prossimo, come le “Memorie lontane” di Guido Nobili, le “Cronache epafaniche” di Francesco Guccini o “La vita in campagna” di Bino Samminiatelli: ma nel mio gradimento gioca molto in questo caso la consonanza con esperienze personali, e ritengo quindi improbabile che queste letture possano trasmettere a te le stesse emozioni.
Lascia dunque che sia io a crogiolarmi nella nostalgia e goditi invece il divertimento allo stato puro garantito da Stefano Benni. Ci sono i suoi primi racconti, quelli di “Bar sport” e de “Il bar il mare”, che lo hanno consacrato tra gli autori di culto della generazione di mezzo tra la mia e la tua, assieme al romanzo “Terra” e alle poesie di “Prima o poi l’amore arriva” (cose tipo: “La giraffa ha il cuore/ lontano dai pensieri/ si è innamorata ieri/ e ancora non lo sa”). Ho cercato di diffonderlo tra gli studenti leggendo in classe i brani più spassosi, nella vana speranza che per qualcuno fosse fonte di ispirazione nonché di stile, perché ero stufo di correggere compiti banali e scorretti. Oggi non ci provo nemmeno più, un po’ per scoraggiamento, un po’ perché credo che anche lui abbia fatto il suo tempo. La verità è che non ho neppure letto i suoi ultimi libri, e forse sono io a non aver più testa a prendere il mondo troppo in ridere.
Questo dell’umorismo è un tema che merita un minimo di riflessione. Tu sei nata in un’epoca in cui non si sa più nemmeno ridere, giustamente, da un lato, perché con questi chiari di luna c’è poco da stare allegri, ma anche, all’opposto, perché c’è troppa voglia di divertirsi e di divertire a tutti i costi. Bada che non ho nulla contro l’umorismo, e che anzi considero la capacità di prendere le cose con ironia e distacco il primo e fondamentale segno di intelligenza. Ma è proprio per questo, perché associo la risata e il sorriso all’intelligenza, che non sopporto di vederli usurpati dall’imbecillità. L’umorismo nasce dallo stare al di sopra delle cose, il resto, lo sganasciamento compulsivo e forzato, scaturisce dall’esserne irrimediabilmente schiacciati. Vorrei che imparassi a distinguerli, e ho buone speranze, perché già dai l’impressione di preferire la comicità sottile delle parole, delle battute pungenti, magari più sarcastiche che ironiche, a quella sguaiata dei gesti o del linguaggio demenziale.
I titoli che possono soddisfare una voglia di umorismo intelligente li trovi sparsi qua e là, non li ho raccolti in una specifica sezione. Oltre i già citati Jerome, O’Henry e Pennac ci sono ad esempio Mark Twain e Amboise Bierce per l’ottocento, Wodehouse, Richard Powell e “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” per il novecento, tutte cose che puoi cominciare a leggere in pratica da domani. In una delle storie di Wodehouse c’è persino un gangster che si chiama Joe Repetto, incredibilmente imbranato e pasticcione. In “Vacanze matte” di Powell ci sono invece due terribili gemelli che sconfiggono sia il governo degli Stati Uniti che una banda di malviventi, sullo stile di “Mamma, ho perso l’aereo”. Più avanti, ma non molto, potresti dilettarti con “La zia Julia e lo scribacchino” di Vargas-Llosa, con l’esilarante “Comma 22” di Heller e con le storie strampalate di Woody Allen. Ci sono anche altri italiani, ad esempio Domenico Starnone, che in “Fuori registro” e “Ex cathedra” parla di scuola, ma in termini che senz’altro non ti annoieranno. Per dimostrarti che non sono prevenuto cito persino un’autrice, Carmen Covito, con “La bruttina stagionata”: magari da leggere un po’ più in là, quando sarai abbastanza matura da gustare anche i “Racconti umoristici e satirici” di Boll o “Il lavoro culturale” di Bianciardi, dei quali ti ho già parlato.
Infine, se imparerai il latino potrai assaporare la quinta satira di Orazio, quella del seccatore. Solo in latino, perché nella traduzione si perde il novanta per cento del gusto comico. L’estate dopo la maturità portavo Orazio anche al fiume, lo rileggevo e scoppiavo a ridere, alla faccia della lingua morta. Gli amici davano un’occhiata al libro, bagnavano un asciugamano e me lo avvolgevano attorno alla testa. Non sapevano cosa si stavano perdendo. Ma temo che non lo saprai nemmeno tu: quindici anni di riforme scolastiche hanno fatto più danni di venti secoli di storia.
Se invece non sei dell’umore e preferisci una via di mezzo tra il disimpegno e la serietà ci sono alcuni autori il cui successo è molto televisivo, non soltanto nel senso che compaiono più o meno frequentemente in televisione ma perché si sono conquistati un fascia di pubblico che ha un’educazione multimediale, l’abitudine ad un particolare linguaggio, magari anche colto, ma tagliato sui ritmi e sui modi della recitazione in telecamera. Ci metto dentro personaggi come Aldo Busi, o come Alessandro Baricco, la cui scrittura ricorda un po’ la cucina cinese, molto scoppiettante e accattivante, ma che quando esci ti lascia insaziato, e ti ritrovi a desiderare un panino. È un po’ la sensazione che patisco in tutta la letteratura contemporanea.
Baricco costituisce un caso a parte, perché comunque lo stimo una persona più intelligente dei libri che scrive. Dopo un’effimera fiammata nei primi anni ’90, con “Oceano mare” e “Castelli di rabbia”, è poi scaduto a parodia di se stesso, tanto da riverberare all’indietro, sulle sue prime opere, l’inconsistenza delle ultime. Ma di suo devi leggere almeno “Barnum”, una raccolta di scritti per una rubrica che compariva il mercoledì su “La stampa”, nei quali ha dato forse il meglio.
Visto che difficilmente ti porterai le “Satire” di Orazio al fiume, puoi portare questi. Sono letture balneari, consentono di leggere ogni tanto qualche battuta anche alle amiche e di essere sicura che la capiscano. In caso di depressione non grave, infine, da lettura un po’ più solitaria, c’è Andrea De Carlo. Non può fare danni, è omeopatico.
Spostandoci di un solo ripiano verso il basso cambiamo del tutto atmosfera e livello di consistenza, perché finiamo nella la memorialistica di guerra e concentrazionaria. L’accostamento non è granché appropriato, ma non penso ti disturbi più di tanto. Per questa sezione il problema potrebbe essere piuttosto quello dell’appartenenza o meno alla letteratura, se si tratti cioè di opere letterarie o di documenti storici, o di qualcosa che sta a metà. Io credo ci siano dei casi nei quali la pregnanza stessa delle cose raccontate liquidi ogni dubbio, sempre che abbia un senso porsi la questione. Se un libro mi trasmette delle emozioni, oltre che fornirmi delle conoscenze, sta di diritto nella letteratura. Si da poi il caso che quelli che trovi qui, anche se non arrivano tutti ai livelli letterari di Primo Levi, di Solzenicyn o di Jean Amery, sono scritti in maniera particolarmente efficace, perché quando hai da dire cose davvero importanti la forma è dettata direttamente dalla verità, perlomeno da quella delle tue emozioni. Tra i tanti mi limito a segnalarti Livio Bianco e Nuto Revelli. Bianco l’ho scoperto per via del rifugio a lui dedicato in val di Gesso, nelle Alpi Marittime, un luogo di sogno dove prima o poi ti porterò. Era un partigiano e un alpinista: ha salvato la pelle durante la Resistenza, l’ha poi lasciata in un incidente sulle sue montagne. Il suo “Guerra partigiana” è la riprova di quanto ti dicevo prima. Non c’è bisogno di molte parole per raccontare la guerra: bastano quelle giuste. Leggi un paio di poesie di Ungaretti, “Veglia” ad esempio, e ti ci trovi immersa dentro.
Il che non significa che, letto uno di questi libri, si possano dare gli altri per scontati. Al contrario, la guerra la combattono gli uomini e ognuno ci porta la sua umanità, la sua storia, i suoi affetti, le sue paure. Se riesce anche a riportarli a casa assieme alla pelle, dopo, la sua guerra l’ha vinta. È importante leggere e rileggere queste cose, viste e raccontate da angolazioni e da esperienze diverse, proprio per ricordare che sono uomini quelli che combattono e che soffrono, e non abituarsi all’arida contabilità delle cifre.
Durante uno degli ennesimi pellegrinaggi al rifugio intitolato a Livio Bianco ho avuto modo di incontrare personalmente Revelli, che già conoscevo come autore, e da allora credo di poter dire di essere stato onorato della sua amicizia. Era davvero un uomo formidabile, sdegnoso e intollerante nella misura giusta, ostinato nella verità e sincero negli affetti. È sufficiente che tu legga “La guerra dei poveri” per sincerartene, ma ho anche un paio di videocassette che ne trasmettono egregiamente il carattere e la determinazione.
So bene, Elisa, che non lo farai; so che non avrai mai il tempo, quand’anche ci fosse la voglia, per andare a ripescare tutti questi personaggi e le loro opere. Ed è proprio per questo che te ne parlo, che insisto a soffermarmi su di loro. Voglio che tu sappia, almeno, che ci sono stati, ci sono e si spera ci saranno ancora degli uomini capaci di giocarsi la pelle in nome della dignità, capaci di affermare senza grandi strombazzamenti, solo con la coerenza e la fermezza del loro comportamento, il valore prioritario della libertà. Tu sai che non mi piace la retorica e che tendo a ironizzare su tutto, sin troppo; ma su questi uomini, così come su Gobetti, sui Rosselli, su Leone Ginzburg, su tutti gli antifascisti e i resistenti di ogni tempo e paese le cui opere e biografie incontreremo tra poco nello studio, non tollero alcun tono leggero, alcun dubbio o, peggio ancora, la cortina di silenzio dietro la quale si tenta di farli sparire. Sono figure scomode, perché sono la dimostrazione concreta che ad ogni forma di oppressione, di violenza e di ingiustizia ci si può ribellare, e che non nessun alibi vale a giustificare la resa. La loro scelta si chiama eroismo, senza mezzi termini, e se pure non è necessario né pensabile che tutti debbano essere eroi, è almeno giusto che quelli che lo sono vengano riconosciuti come tali. E bada che il loro eroismo non è legato alla prigionia, alle torture, in molti casi al martirio, queste cose attengono ad una contingenza storica, ma alle motivazioni della scelta e alla determinazione nel portarla avanti. Di tutto questo tra un po’ riparleremo più diffusamente, ma voglio sperare ti sia accorta che in realtà ne stiamo parlando sin dall’inizio.
Adesso cambiamo invece addirittura scaffale e passiamo a quest’altro accanto, più largo e colmo di libri dai dorsi vivaci. Qui si trova quella che un tempo era classificata come letteratura d’appendice, che più recentemente è stata ribattezzata “di genere” e che infine è stata accolta ufficialmente nel giro che conta: ovvero la giallistica, l’horror e la fantascienza. Paradossalmente, a dimostrazione che non sono le patenti a fare la qualità, le cose migliori in tutti e tre i generi sono state scritte quando questi non avevano cittadinanza negli scaffali delle biblioteche serie, e chi leggeva i Gialli Mondadori o quelli Garzanti con la copertina rigida nera li teneva negli scatoloni o nel ripostiglio. I miei li trovi in un’altra camera, ma per motivi di spazio, sono centinaia, e perché le cose migliori sono state ristampate in altre collane.
Non ho mai nutrito una passione specifica per il gotico o per la fantascienza, né in letteratura né al cinema. Mi considero un minimalista della fantasia, non nel senso che ne ho poca, anzi, ma perché preferisco esercitarla sul concreto, sul piccolo. Questo non mi ha impedito naturalmente di raccogliere un buon numero di “classici” dei due settori e di apprezzare quelle opere che per le tematiche o per la qualità della scrittura uscivano dalla nicchia specialistica. Credo ad esempio che antologie come “Il breviario del brivido” e “Universo a sette incognite” raccolgano alcuni tra i più bei racconti mai scritti, da “Il giorno dei trifidi” a “Il terrore della sesta luna”.
La fantascienza mi ha intrigato comunque molto più per la sua parentela con la letteratura utopistica e per la capacità di leggere in profondo ciò che fermenta nel presente che per gli stilemi suoi propri. È la ragione per cui agli scrittori alla Asimov, che narrano cicli di fondazione e imperi galattici, preferisco quelli più inquietanti, come Ballard e Philiph Dick, che possono essere classificati tra i distopisti, i profeti di sventura. (Ballard ha anche scritto un romanzo bellissimo e amaro sulla sua detenzione in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, “L’impero del sole”). Prova a leggere tra qualche anno, ad esempio, “Il vento dal nulla” o “Condominium” di Ballard, o ancora, un po’ più in là, “La svastica sul sole” di Dick e “I reietti dell’altro pianeta” di Ursula Le Guinn. Ti renderai conto che la fantascienza non ha a che vedere solo con i marziani, ma anche con i lunatici, i quali sono già qui e hanno invaso la terra, e non hanno la pelle verde ma bianca o rossa o nera o gialla, proprio come quella dei terrestri. Che gli alieni, in sostanza, e i peggiori nemici di noi stessi, siamo noi.
Per quanto riguarda invece l’horror o “romanzo nero”, potresti iniziare classicamente l’apprendistato con i racconti di Poe, oppure risalire ancora a ritroso, fino a “Il monaco” di Mattew Lewis e ai grandi romanzi gotici, e passare poi per “Frankenstein” di Mary Shelley. Qui sono raccolti anche tutta una serie di notevoli autori dell’ottocento, come Bram Stocker, quello di “Dracula”, o Artur Machen: ma c’è soprattutto Lovecraft.
Il mondo di Lovecraft non è certamente consigliabile per una fanciulla dal palato delicato, pieno com’è di creature viscide e puzzolenti, verdastre e impiastrate di mucillagini varie: ma conoscendoti una certa propensione per le schifezze e una notevole solidità di stomaco penso potresti esserne conquistata. Se devo confessarti la verità non ho mai trovato una lettura di questo tipo che mi procurasse qualche brivido, neppure quando giovanissimo leggevo i racconti dell’orrore di Poe: ripeto, mi fa molto più inorridire la quotidianità della cattiveria e dell’ignoranza, l’idea del male visibile e tollerato che circola alla luce del giorno.
Credo di essere stato vaccinato contro le paure del buio, dell’invisibile e del misterioso da un’efficace terapia d’urto infantile. Dall’età di sette anni ogni sera, dopo cena, mi sono trasferito dal retro-cucina della bottega di ciabattino del nonno Menego, al centro del paese, in questa casa vecchia, enorme, isolata e, tranne che da noi, totalmente disabitata. Salutavo i miei che si fermavano a lavorare sino a tardi, davo la mano a mio fratello, che aveva tre anni, percorrevo i cento metri che separavano le due abitazioni, passavo per il cortile deserto e salivo le quattro rampe di scale al buio, perché l’impianto elettrico risaliva all’ottocento e non ha mai funzionato, trattenendo letteralmente il fiato e aspettandomi ad ogni svolta qualche terribile apparizione. Una volta in camera ci infilavamo veloci sotto le coperte ed attendevamo che arrivasse mia madre, al buio, con gli occhi spalancati e le orecchie tese agli incredibili rumori che provenivano da quei muri secolari e dagli infissi fatiscenti, scivolando poi pian piano nel sonno a dispetto della paura. Ti assicuro che dopo un paio d’anni di questa cura ero in grado di dormire tranquillo anche in un cimitero. Questo spiega la mia scarsa sensibilità al sottile piacere del brivido: e tuttavia qualche inquietudine Lovecraft me l’ha creata, se non altro al pensiero che per immaginare esseri simili doveva vivere in una sorta di incubo costante, di effetto da delirium tremens.
Se dovessi assegnare nell’ambito del noir un premio per la qualità della scrittura, intesa come capacità di evocare perfidia e di far percepire sulla pelle la tensione, lo assegnerei comunque a Patricia Higsmith. Penso che solo una donna possa conoscere così perfettamente i meccanismi di questo gioco al veleno, e tu mi sembri in grado di apprezzarla. Se vuoi provarci ti consiglio soprattutto “Sconosciuti in treno” e “Il grido della civetta”.
Tra gli autori più recenti l’unico che conosco e qui rappresentato è Stephen King. Quello di King è un caso controverso. Viene accusato di fare della letteratura di puro consumo, prodotta con miscele in dosi industriali di pochi ingredienti di base e finalizzata a procurare artificiali scariche di adrenalina. Il che in parte è vero, perché è improbabile che un narratore riesca a sfornare un libro tra le seicento e le milleduecento pagine ogni anno se non dispone di una catena di montaggio, e quindi si tratta di una scrittura industrializzata: ma questo non toglie che la qualità rimanga quasi sempre piuttosto alta, e che almeno un paio di libri di King non possano essere ignorati. Uno è senza dubbio “Stagioni diverse”, una raccolta di racconti lunghi tutti ugualmente belli, che comprende tra gli altri il favoloso “Ricordo di un’estate”, quello da cui è stato tratto il film, altrettanto indimenticabile, “Stand by me” . Personalmente ho trovato coinvolgente anche un polpettone come “IT”, un caso clamoroso, l’unico libro di oltre mille pagine, insieme al “Signore degli anelli“, che ho visto leggere da un sacco di allievi, e anche da tuo fratello.
Resta comunque il fatto che il mio rapporto con la letteratura dell’orrore è piuttosto tiepido, e le motivazioni per le quali apprezzo alcuni degli autori di questo genere non hanno mai a che fare con il brivido, ma con aspetti collaterali, come l’ambientazione o la rievocazione di una particolare età della vita.
Di vera passione posso invece parlare per la letteratura poliziesca. Non è sempre stato così. Ho iniziato infatti con la giallistica classica, Edgard Wallace, Agatha Christie e Rex Stout, trovati in edizioni vecchissime, di prima della guerra (e sono ancora lì), e successivamente sono passato a Maigret e a Early Stanley Gardner, quello di Perry Mason, per via degli sceneggiati e delle serie televisive: ma era un interesse solo di testa, volevo misurarmi con l’autore e mettere alla prova le mie capacità di intuizione e di logica.
Poi è arrivato Chandler. Non riesco a ricordare come mi sia capitato di leggere il primo libro suo, forse per suggerimento di un amico. Era “Il lungo addio”. Un colpo di fulmine. L’investigatore di Chandler, Philiph Marlowe, sembrava pensato su misura dei miei sogni – ma evidentemente era della stessa taglia e dello stesso modello dei sogni di altra gente, perché è conosciutissimo e amatissimo. Marlowe è disincantato, scettico, sarcastico e solitario, gioca persino a scacchi da solo, ma ha dei valori e dei principi nei quali si ostina a credere e ai quali non vuol venire meno, primi tra tutti l’amicizia e la lealtà, e subito dopo la giustizia. Viene deluso negli uni e negli altri, sa di combattere una battaglia disperata, di essere un anacronistico donchisciotte, ma la sua etica non gli consente di mollare. È tutt’altro che un moralista, bada bene, perché la morale è quella dettata dalla società, o dal branco, e Marlowe è un lupo solitario, che agisce eticamente, cioè in base a ciò che gli detta il suo animo. Non è diverso dagli eroi di Camus, come loro si batte contro le pesti dell’ingiustizia e dell’ipocrisia, senza la presunzione di vincerle ma per affermare con la sua lotta che ingiustizia e ipocrisia non sono ancora i parametri unici dei rapporti umani.
È un eroe al tempo stesso pre e post-moderno; è anacronistico nel senso che sarebbe fuori sintonia in qualsiasi epoca, e questo gli consente di non rimpiangere un mondo che non c’è mai stato e di non sognarne uno che non ci sarà mai. Anch’io sono sempre un po’ fuori tempo, in tanti sensi. Lo dimostra il fatto stesso di scrivere queste cose, o la pretesa di far entrare Vico nelle zucche dei miei studenti. Ma vedi, sto appunto cercando di dirti che una camera come questa è magica, ti permette di sintonizzarti con tutti coloro che in ogni epoca si sono sentiti stranieri in terra straniera, e di sfondare la misera bolla temporale nella quale sei confinato. Se così non fosse, se davvero dovessi pensare che ha senso solo quello che vedo e sento quotidianamente, sarei già finito nei titoli del telegiornale per strage.
Chandler mi ha suggerito un primo punto d’arrivo per il mio concetto, letterario e non, di eroismo. Ero già passato per tutta una serie di eroi, storici, cinematografici, letterari e sportivi, da Sandokan a “Hurricane” Carter, immancabilmente accomunati dal segno della sconfitta, ma anche dalla speranza del riscatto. Con il malinconico Marlowe ho realizzato invece che il riscatto è già insito nella lotta, e che non è quindi necessaria, e nemmeno possibile, la vittoria: ho capito quello che prima avevo solo intuito, che essere sconfitti non significa essere dei perdenti, e l’ho applicato alla mia interpretazione della storia e dei comportamenti umani.
Proprio in fondo a questo scaffale ci sono due ripiani consacrati ai fumetti, che tra l’altro hai già iniziato a saccheggiare, dove trovi la testimonianza di quanto questo personaggio abbia influito sull’immaginario di almeno due generazioni, o lo abbia comunque impersonato. La gran parte dei protagonisti sono delle trasposizioni dell’investigatore di Chandler, a partire da Corto Maltese. L’eroe di Pratt è un Marlowe con tanto esotismo in più, gettato nella storia invece che nella quotidianità, sbalzato dai Caraibi alla Siberia, dal Sahara all’Irlanda, che attraversa guerre mondiali, rivoluzioni russe, belle époque e si infila negli interstizi tra i grandi eventi, incrociando tutti i relitti che il naufragio dei sogni lascia alla deriva. Assomma veramente tutte le caratteristiche che ho sempre attribuito all’alter-ego dei miei sogni, prima tra tutte la possibilità di vivere in un’epoca nella quale sono ancora possibili l’avventura e lo stupore della scoperta.
I discendenti di Marlowe nella narrativa a fumetti sono moltissimi, così come nel cinema. Cercherò di farti leggere appena possibile le storie di Ken Parker, sperando di incontrare lo stesso entusiasmo mostrato a suo tempo da tuo fratello. E, a seguire, un sacco di altri. Ma ho qualche dubbio. Credo che la grande stagione del fumetto sia ormai finita da un pezzo, uccisa dalla televisione e dai cartoni animati, e che sia onesto prenderne atto, senza pretendere che le generazioni odierne debbano e possano riviverla. Ma è una storia che conto di raccontare un’altra volta.
Torniamo invece alla letteratura poliziesca. Vale quello che ti ho detto poco fa, e cioè che le cose migliori sono state scritte da un pezzo. Tutto documentato: questi ripiani ti offrono un vero florilegio, dalle storie di Dashiel Hammett a “La fine è nota” di Holiday Hall, fino agli intrighi spionistici di John Le Carré. Negli scrittori polizieschi di qualità, e ti assicuro che sono moltissimi, a dispetto delle puzze sotto il naso con le quali sono stati a lungo liquidati, si ritrovano atmosfere che dicono di un’epoca molto più degli studi sociologici. Non è solo il caso di Simenon, o più ancora del Durrenmatt de “La promessa”: persino in Italia abbiamo avuto negli anni sessanta e settanta autori come Scerbanenco o piccoli gioielli come “La mazzetta” di Veraldi e “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, che insaporivano il dramma e l’indagine con degli ironici e puntuali scorci d’ambiente. E prima ancora, negli anni quaranta, ci sono stati casi come quello del misconosciuto Augusto de Angelis. Sono tutti a tua disposizione.
Negli ultimi decenni l’uscita del triller dal ghetto ha invece un po’ complicato la faccenda. L’indagine è ormai diventata un luogo comune letterario, una sorta di scorciatoia per arrivare a parlare di qualsiasi cosa: e se a qualcuno, come ad esempio ad Umberto Eco ne “Il nome della rosa”, l’operazione è perfettamente riuscita, in molti casi si è invece rivelata solo pretestuosa. L’esplosione quantitativa del genere non ha comunque prodotto solo degli incroci sterili: su questi ripiani trovi tutta la saga di Pepe Carvalho, un Marlowe catalano, quindi più politicizzato e più buongustaio, che mi ha riacceso vecchi entusiasmi, e autori italiani come Camilleri e Lucarelli, che al di là del successo di pubblico si sono già ritagliati un posto nelle storie letterarie.
C’è rimasto, di questo scaffale, solo un ultimo ripiano: quello di centro. Secondo le regole di collocazione enunciate in apertura dovrebbe ospitare le scoperte e gli entusiasmi più recenti, e anche qualcuno di lunga durata. Infatti è così. Si tratta di autori molto dissimili, e non solo per le diverse provenienze, ma per temi e atmosfere. Il primo da sinistra è Hornby, inglese, ormai famosissimo dopo un poker di romanzi sempre in crescendo, da “Febbre a 90°” a “Come diventare buoni”, il meno conosciuto ma probabilmente il più bello. Solito discorso. In Italia la generazione dei trenta-quarantenni viene descritta nei film di Muccino o in romanzi che gli somigliano: viene fuori un gregge di psicopatici più o meno pericolosi, caciaroni e patetici, occupati in professioni e in storie sentimentali del tutto improbabili. Hornby li racconta invece con leggerezza ed ironia, e alla fine risultano più credibili, oltre che più divertenti, dei nostri yuppies sgangherati.
Altrettanto divertente, e molto più caustico, è Alan Bennett, l’autore di questi libricini dell’Adelphi, “La cerimonia del massaggio” e “Nudi e crudi”. Sono esempi magistrali di umorismo distillato, controllato e sotterraneo, e sono irresistibili. È sufficiente metterne a confronto la mole con quella dei romanzi di Paco Ignacio Taibo, che stanno poco più in là, per capire che arrivano da mondi diversi. Taibo racconta alla maniera sudamericana, straripante e grottesca, e le sue storie di rivoluzioni e complotti non riescono (perché non vogliono) ad essere tragiche nemmeno quando si concludono in un massacro. I protagonisti sembrano volersi prendere, almeno sulla pagina, la rivincita su una realtà che li ha sempre visti sconfitti.
Saltiamo questi altri, Mutis, Franzen, Tibor Fischer, Martin Amis, e andiamo agli ultimi in fondo, gli americani. Sono tutti e tre in qualche modo epigoni della letteratura western – ma in fondo lo è tutta la letteratura americana, compresi Hemingway e la beat generation. Il discendente più diretto e dichiarato è Cormac Mc Carty, l’autore di “Oltre il confine” e di “Cavalli selvaggi”. Siamo in piena storia del West, cavalli, fucili, lupi, Messico oltre il Rio Grande, solo ritardata agli anni trenta di questo secolo. Ogni libro è un incessante vagabondaggio, motivato da niente e che si risolve in niente: ma in mezzo ci sono pagine bellissime. Nelle prime centosessanta di “Oltre il confine” compaiono solo due personaggi, un ragazzo e una lupa, e succede poco o nulla, eppure si leggono al volo.
La stessa cosa capita con le storie di Jim Harrison, almeno con quelle che a me piacciono di più, altrettanto solitarie e lente ma ambientate sul confine opposto degli States, verso il Canada: “Un buon giorno per morire”, “Luci del nord” e “Lupo”. Harrison vive in una fattoria nel Michigan e se ho capito il personaggio immagino si stia rodendo il fegato ad essere rappresentato nel mondo da George Bush, padre e figlio. È stato più fortunato (ma mica tanto: è morto alla fine degli anni ottanta e si è beccato tutto Reagan) Edward Abbey, l’autore de “I sabotatori” e di un altro libro del quale parleremo. Mi piace chiudere questa scorribanda nelle letterature con Abbey. Nel corso del romanzo i suoi eroi fanno saltare in successione macchinari, strade, ponti, tutto quello che incide il marchio deturpante del profitto sulla natura. Sono arrabbiati e determinati, come Revelli, come il partigiano Johnny, come Sandokan. Penso che piaceranno anche a te.
Altre letterature: i classici
I contemporanei ci hanno fatto correre parecchio. Dobbiamo prendere un po’ di respiro. No, non pensavo ai cartoni animati: intendevo passare a cose più tranquille, o almeno, più classiche. In effetti, sinora non abbiamo quasi fatto cenno alle letterature che stanno all’origine di tutte le altre, quelle del mondo classico: ma è evidente che l’assenza di una sezione apposita sarebbe impensabile, soprattutto nella biblioteca di uno che ha studiato il latino per dieci anni e il greco per cinque, e alla maniera di una volta. Infatti la sezione c’è, e se ti volti la trovi proprio di fronte, nel primo scaffale a sinistra. Riempie tre ripiani, uno con edizioni moderne, gli altri con vecchi volumi che fanno parte del tesoro librario rinvenuto tra queste mura.
Già, perché è accaduto anche questo.
Vivo in questa casa da sempre. I miei avevano in affitto questo piano; il pianterreno e quello nobile erano riservati ai padroni, l’Ingegnere, l’Avvocato e la Signorina, tre fratelli torinesi usciti direttamente dagli anni e dai versi di Gozzano, che rispuntavano all’inizio di ogni estate su una microscopica Bianchina, caricata all’inverosimile. Impiegavano quasi una giornata per il trasferimento, perché evitavano l’autostrada per via del pedaggio e non superavano mai i cinquanta all’ora, e ripartivano poi ai primi di settembre, dopo giorni di discussioni per risistemare il carico.
In realtà non eravamo i soli affittuari: un paio di camere di questo piano sono state abitate durante la mia infanzia da una vecchietta quasi centenaria, che cucinava degli indimenticabili gnocchi, e da un personaggio un po’ losco, che trafficava nel porto di Genova e ci regalava ogni tanto intere balle di stoccafisso, e successivamente dai miei nonni paterni con la zia Rosetta, quella dei club letterari. Alcuni contadini avevano poi in uso la cantina, mentre altri utilizzavano la stalla e la cascina, ora scomparse. Questo andirivieni mi lasciava sconcertato, e non ho mai capito bene quali fossero i rapporti e i confini esistenti nell’edificio. Una cosa soltanto era certa e tassativa: durante l’estate sui due piani inferiori gravava un’aura quasi sacrale, al punto che davanti ai portoncini d’ingresso istintivamente ci zittivamo e rallentavamo la corsa per le scale. Anche il giardino e il cortile, che nelle altre stagioni erano il terreno di scontro di tutta la marmaglia del paese, diventavano tabù.
Col tempo, e col crescere della famiglia, abbiamo finito per occupare tutto il piano, una camera alla volta, e poi anche la cantina e le dipendenze. I miei erano diventati i fiduciari dei Filippa, che ormai prolungavano il più possibile il loro soggiorno, conquistati dalla devozione e dalle cure di mia madre, e che a metà degli anni settanta ci hanno venduto l’intero caseggiato per una cifra quasi simbolica (in rapporto al valore reale, non certo alle nostre possibilità finanziarie), conservandone l’usufrutto. I tabù a quel punto erano almeno in parte caduti: ma ho dovuto tenermi ancora per un pezzo, sino alla scomparsa dell’ultima superstite, una curiosità che si rinnovava ad ogni primavera, quando si ripeteva il rito della riapertura e del riassetto del piano nobile, e che riguardava un misterioso armadio a muro, perennemente ed ermeticamente chiuso. La lealtà di mia madre verso la sua Signorina non ammetteva deroghe, per accostarmi all’armadio avrei dovuto passare sul suo cadavere. L’attesa è stata comunque ripagata, e più di quanto avessi mai osato sperare. Dentro, assieme ad un paio di sciabole, c’erano centinaia di volumi, quasi tutti in ottimo stato di conservazione, i più recenti risalenti alla fine dell’Ottocento, i più antichi addirittura al Cinquecento. L’armadio non era stato più aperto da almeno un secolo. I pezzi migliori sono ora al sicuro, dietro vetri oscurati, in quella parte dello scaffale dello studio che tu chiami “la cabina telefonica”. Gli altri sono sparsi qui, nei ripiani più alti e nelle due vetrinette che occupano metà della parete opposta, sul lato della finestra.
Perché questa digressione? Perché la gran parte di quei volumi erano naturalmente edizioni o traduzioni di classici latini e greci, e oggi arricchiscono e impreziosiscono questo settore. Non ho intenzione di farti qui l’elogio dei classici. Per queste cose lascio la parola a gente molto più brava di me, e ti rimando direttamente a “Perché leggere i classici?” di Calvino o agli scritti di George Steiner e di Harold Bloom (ma se vorrai delle motivazioni potrai trovarne ovunque, partendo da Dante, in Petrarca, in Machiavelli, in Leopardi, ecc…). Per quanto mi concerne, non tengo autori greci e latini sul comodino. Ho perso quasi totalmente la consuetudine con entrambe le lingue, dopo essere arrivato a tradurle a vista, e soprattutto a capire perché quegli autori, a differenza dei contemporanei, abbiano un senso solo se letti nell’idioma originale. Tuttavia sono egualmente convinto di aver digerito e assimilato appieno quello studio. Il greco e il latino mi sono entrati sottopelle, hanno strutturato la mia ossatura linguistica e definito la mia muscolatura argomentativa. Sono strumenti che una volta acquisiti diventano d’uso, anche quando non li coltivi e non li lubrifichi costantemente.
Se ti raccontassi però che in gioventù ho letto i classici con quel piacere di cui parlano Machiavelli e Montaigne, e che mi aspetto sempre dalla lettura, sarei un ipocrita. Forse malgrado l’impegno il livello di padronanza linguistica non era ancora sufficiente, o forse più semplicemente non mi è mai stato consentito, neppure all’Università, di dissociarli da un uso scolastico e punitivo (traduzione letterale, analisi logica, declinazioni, coniugazioni, periodo ipotetico e così via). È un discorso già fatto.
Qualcuno da amare, però, oltre che da tradurre e da analizzare linguisticamente, l’ho trovato lo stesso. Ti ho già raccontato di Orazio. Se non fosse un latino Orazio sarebbe un inglese, lo zio di Swift e di un sacco di altri scrittori che guardano con disincanto ed ironia al proprio tempo e alla condizione dell’uomo in generale. C’è un filo che corre lungo la letteratura, attraverso le epoche e le lingue, anche quella italiana, e che unisce ad esempio idealmente Orazio con Ariosto, con Leopardi, con Porta, con Calvino. È il filo del buon senso e di una razionalità un po’ scettica ma non fredda, umana e in fondo benevola, e Orazio ne tiene senz’altro un capo. Potrei dire che riassume il mio rapporto maturo con la classicità.
Senofonte ha rappresentato invece a suo tempo il tramite per un appassionato rapporto adolescenziale. Più di Omero, che mescolava uomini e divinità e mi rendeva piuttosto problematica l’identificazione, e meglio di Cesare, che raccontava l’eterno trionfo dell’organizzazione e della forza, l’“Anabasi” era sinonimo di avventura. Dopo i primi timidi assaggi scolastici in lingua originale sono corso a cercare la traduzione della BUR, e l’ho letta d’un fiato. Non aveva nulla da invidiare a “La pattuglia sperduta” e a “L’assedio delle sette frecce”, e addirittura forniva quello schema narrativo ben preciso – avanzata, scontro, ripiegamento tra agguati e diserzioni, arrivo in salvo dei superstiti – che trovavo ripetuto puntualmente nei miei film di culto, da “Passaggio a Nord-Ovest” a “Tamburi lontani”, a “Obiettivo Burma”. Del fatto che Senofonte avesse creato l’archetipo più diffuso nella narrazione letteraria o cinematografica d’avventura mi sono reso conto in verità solo più tardi, dopo la visione de ”I guerrieri della notte”: ma evidentemente a livello inconscio l’avevo già percepito al momento della scoperta ginnasiale.
Quella di Plutarco è stata al contrario una scoperta tardiva, nel senso che le poche letture scolastiche non mi avevano lasciato un gran segno. L’ho riaccostato di recente arrivandoci di sponda, alla ricerca di un modello narrativo per delle mini-biografie comparate, e sia pure con grande fatica, usando a fronte due vecchie traduzioni, ho finalmente assaporato l’essenzialità e la forza dello stile. Mi intriga, al di là delle singole vicende, il concetto di esemplarità, l’idea di fondo che una vita, almeno nella interpretazione che ne dà il biografo greco, si giustifichi di per sé, non abbia bisogno di riscatti storici o religiosi. Credo che finirò per tenere Plutarco, debitamente tradotto, sul comodino.
Ultimo, e poi chiudo, viene Apuleio. Ho scoperto “L’Asino d’oro” attorno ai sedici anni, anche questo in una vecchia traduzione della BUR. Nelle antologie scolastiche era a malapena citato, ma quel poco, la fama di mago del suo autore, la definizione di “romanzo picaresco”, non potevano non incuriosirmi. Abituato alle tirate retoriche o moralistiche di Quintiliano o di Seneca, quando ho letto l’esordio non credevo ai miei occhi: “Me ne andavo dunque in Tessaglia in sella ad un cavallo dal mantello candido…”. Era piena atmosfera peplum, quella dei film storici italiani degli anni cinquanta, con Steve Reeves che faceva di volta in volta il gladiatore, il console romano o lo schiavo fuggiasco. Anzi, era meglio, perché evitava anche quel linguaggio paludato che nei peplum si metteva in bocca persino ai plebei. Era divertimento allo stato puro, con avventurieri, bricconi, maghi, vagabondi, un’autentica storia on the road catapultata duemila anni addietro, con intermezzi di sesso esplicito impensabili nel cinema e nelle letture di quegli anni. Che Apuleio fosse, o si piccasse di essere, anche un filosofo l’ho scoperto solo diverso tempo dopo, così come il fatto che le trasformazioni del giovane Lucio erano la metafora di un percorso mistico neo-platonico. A me interessavano i percorsi reali, le strade della Tessaglia, i vicoli malfamati delle città e la loro fauna, nonché naturalmente le grazie della calda Fotide. Scoprivo che il mondo classico raccontatomi dalla scuola, tanto remoto da sembrarmi appartenere ad un altro pianeta, era solo la versione patinata: come se si volesse capire la realtà quotidiana di una classe dalla foto ufficiale di fine anno.
Non ho letto una sola riga di Apuleio in latino e credo che non lo farò mai. Ci sono cose che hanno un linguaggio universale, che mentre leggi traduci comunque in immagini mentali tue, quali che siano i termini usati e l’ordine in cui vengono disposti. Se vuoi capire “un” mondo particolare devi conoscerne e usarne la lingua: ma se vuoi reinterpretare a tuo modo “il” mondo, qualsiasi idioma va bene.
4) VIAGGI, SCALATE, ESPLORAZIONI
Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.
Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.
Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.
Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.
Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.
Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.
Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.
Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.
Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.
Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).
L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).
Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!”
Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.
Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.
Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.
Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.
Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.
L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.
Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.
Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc..), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.
Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.
Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.
Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Thesiger (“Sabbie arabe”), Dougty (“Arabia deserta”), Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.
Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.
Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.
E adesso chiudiamo davvero, almeno per oggi. Come dici? Che a te non piace viaggiare, che stai benissimo qui, che non vuoi andartene più?
È quello che temevo.
Seconda giornata
SAGGISTICA 1) La storia
Coraggio, Elisa. Hai dormito come un ghiro e stamattina ti sei scatenata in giardino. Sei pronta per la seconda tappa. Ora torniamo nello studio, volgendo però le spalle alla letteratura e al caminetto. In questo modo inquadreremo tutto il settore della saggistica, che occupa per intero con quattro scaffali la parete B e si allarga con altri tre sulle due ali. Volendo puoi metterti comoda sulla dondolo, preferibilmente senza dimenarti troppo, ma soprattutto senza quella faccia da funerale. Non staremo qui una settimana.
Vediamo intanto come muoverci. I libri che hai di fronte sono collocati secondo un ordine, che tuttavia esiste più nella mia testa che sugli scaffali: per evidenziarlo non posso seguire la semplice continuità spaziale, come ho fatto con la letteratura. Proverò invece a rievocare i passaggi che hanno dato corpo nel tempo ai diversi settori, e in questo modo alla fine dovrebbe saltare fuori un percorso logico, o quanto meno una direzione. Ci tufferemo pertanto ancora una volta all’indietro, ripescando nella memoria.
La memoria ci ha raccontato ieri di un ragazzino che nei libri cercava una via di fuga, la possibilità di vivere un’esistenza parallela. Questo l’hai capito anche tu. Ma non chiedermene il motivo, perché non lo so. Penso di aver trascorso un’infanzia normale: abitavo in un paesino tranquillo, la famiglia era unita e numerosa, non ero vessato da fratelli maggiori e ho goduto per un po’ di qualche privilegio. I problemi sono semmai venuti dopo, nell’adolescenza, quando già ero un lettore accanito. Quindi l’ambiente c’entrava poco, la spiegazione è riconducibile più probabilmente a una patologia caratteriale. Diciamo che sono un sognatore nato ma, tanto per complicare un po’ le cose, anche un sognatore atipico.
Non ho mai proiettato infatti i miei sogni in mondi totalmente fantastici: viaggiavo con la testa nelle nuvole, ma i piedi li tenevo poggiati su “questo” mondo. Devo essere stato sin da bambino un bel rompipalle (a qualcuno dovevi pur somigliare), perché a dispetto della natura visionaria inclinavo decisamente allo scetticismo e allo spirito critico. Ero più affascinato dai ricordi di guerra o di caccia degli zii che non dalle favole della nonna, e facevo il palato a quei racconti, con la conseguenza che pretendevo poi “realismo” e una certa plausibilità anche dalle prime letture: amavo le storie con cavalieri, segrete di castelli, foreste notturne e battaglie, mentre tutto ciò che implicava fate e incantesimi e animali parlanti disturbava la mia immagine del mondo, perché introduceva delle presenze e delle pratiche improbabili. Qualche anno dopo, ad esempio, ero l’unico tra i miei coetanei a non entusiasmarsi per le prodezze televisive di Lassie, Campione e Rintintin, così come non mi piacevano i fumetti dei supereroi americani. Volevo situazioni verosimili ed eroi umani, capaci di risolvere tutto con armi e abilità accessibili anche a me.
Da allora non sono cambiato granché (confermi?), salvo il progressivo e naturale slittamento indotto dall’età, che mi ha reso sempre meno sognatore e sempre più critico. Il fatto poi che oggi mi diverta più di te con i cartoons del Vilcoyote e che mi sia appassionato dopo i trent’anni alla saga degli hobbit non mi sembra in contraddizione. In questi casi si tratta infatti di mondi fondati su una struttura logica diversa ma perfettamente conseguente, come le geometrie non euclidee. Voglio dire che mentre gli incantesimi delle tue fiabe preferite stravolgono la realtà naturale, e poi è sempre necessario scioglierli per ripristinarla, Bip Bip da questa realtà prescinde totalmente, non viola nessuna legge della natura, semplicemente se ne fa un baffo. Quanto a “Il signore degli anelli”, suppone un universo così perfettamente congegnato e definito in ogni particolare, con spazi, storie e tempi perfettamente autonomi, che non puoi fare altro che svestirti dei tuoi abiti, dei tuoi ruoli, della tua storia personale, per calarti completamente in quell’altra dimensione: ma senza per questo rinunciare ad un ordine e a una logica. Soltanto, si tratta di un ordine e di una logica diversi. Si, è un po’ complicato, ma non è di questo che adesso dobbiamo occuparci.
Ciò che mi preme invece farti capire è che non sempre l’atteggiamento di cui ti parlavo è positivo. Lo spirito critico unito alla disposizione a sognare può dar luogo ad una miscela micidiale: non rinunci a sognare, ma non consenti mai ai tuoi sogni di decollare. E c’è di peggio: infatti chi si immerge totalmente nel fantastico, se non è un idiota (ed è pur vero che ce ne sono tanti), rimane in genere cosciente di viaggiare in un’altra dimensione, e dà per scontato che il mondo reale sia diverso e destinato a rimanere tale; mentre chi sogna sforzandosi di tenere gli occhi aperti rischia di confondere un po’ le cose, e talvolta ha la pretesa di far coincidere la realtà con la sua fantasia. Esatto, come faccio io: ma anche tu, credimi, stai venendo su bene.
In un primo momento comunque la mia pretesa era un’altra: volevo conoscere il più possibile delle epoche e dei mondi nei quali i racconti e le letture mi trasportavano. Negli ultimi anni delle elementari ho cominciato a ricevere qualche risposta dai “sussidiari” scolastici, e poi alle medie dai manuali di storia: ma non mi bastavano. Trascuravano particolari che per me erano invece determinanti (com’era morto Giovanni delle Bande Nere? che fucili avevano i garibaldini?) e per i quali dovevo rivolgermi ad altre fonti, alle raccolte di figurine, ai fumetti de “Il Vittorioso” o alle rievocazioni della “Domenica del Corriere”. Ho continuato così, sempre giocando d’anticipo sulla scuola e sempre facendo viaggiare i miei interessi storici a rimorchio delle suggestioni letterarie. Per storia intendevo in pratica ciò che intendi tu quando mi chiedi di raccontartene una: la pura e semplice narrazione degli avvenimenti, il racconto di quel che era successo, piuttosto che la spiegazione del perché. Volevo fatti, date e nomi, e nulla mi sembrava ad esempio più concreto di una battaglia o di una guerra. Credo sia una curiosità naturale per un quasi-adolescente: traduceva in una forma più “adulta” lo spirito dei giochi collettivi che inscenavamo nei boschi attorno al paese, e più ancora di quelli individuali, nei quali mi divertivo a ricostruire le manovre e gli scontri con stati maggiori di soldatini (ne avevo pochi) e truppe di grette a buon mercato. Privilegiavo quindi la storia militare, che si tirava poi appresso quella politica: in definitiva il tipo di impostazione che ha caratterizzato il racconto storico da Erodoto sino alla metà del ‘900.
Il risultato lo vedi nei due scaffali di centro. Storie generali, storie di particolari periodi, storie di nazioni, di popoli, di dinastie, di ordini monastici e cavallereschi, di repubbliche e dittature, di rivoluzioni e restaurazioni, e poi storie di conflitti, dalle guerre del Peloponneso a quella del Vietnam; e anche un sacco di atlanti storici. Occupano quindici ripiani, ed hanno appendici negli scaffali laterali con le biografie dei maggiori protagonisti, da Pericle a Hitler. Se il gusto per la storia è un carattere ereditario avrai di che sbizzarrirti. Sono acquisti distribuiti nell’arco di quarant’anni; alcune storie nazionali specifiche le ho aggiunte solo pochi mesi fa. Il nucleo, il grosso, è stato però assemblato nel primissimo periodo, e il criterio è rimasto sempre lo stesso: riempire tutti i vuoti possibili.
Se dovessi suggerirti un percorso qui in mezzo mi troverei in difficoltà. Trattandosi di storia l’ordine delle letture parrebbe imporsi automaticamente, ma so che non è quasi mai così. Si procede per simpatie, per interessi del momento, che possono essere dettati da un romanzo, da un film, qualche volta persino dalla scuola. Agli inizi, poi, si attinge molto più semplicemente da ciò che si ha a disposizione.
Il mio rito di passaggio, ad esempio, il salto di qualità che mi ha trasformato da simpatizzante in adepto delle discipline storiche, è avvenuto tramite la “Storia Universale” di Cesare Cantù. È una delle perle di questa biblioteca, dodici volumi rilegati con dorso in pelle e titoli in oro, editi a Napoli nel 1859, che si trovano nella vetrinetta laterale, quella dei libri d’antiquariato. L’ho avuta in regalo attorno ai tredici anni da uno dei tanti viceparroci che hanno attraversato la mia fanciullezza e la mia adolescenza, come compenso per l’attività di proiezionista che svolgevo nel cinema parrocchiale. Non ho idea da dove arrivasse, forse dalla biblioteca della canonica, o da quella del santuario della Rocchetta, e penso comunque che nel suo spirito di redistribuzione evangelica don Nanni sapesse bene quel che stava facendo, perché mai dono è stato più gradito ed azzeccato.
Nel mio percorso Cantù ha rappresentato per la storia l’equivalente di De Sanctis per la letteratura. Ho lasciato gli occhi su quelle migliaia di pagine: passavano in rassegna tutte le civiltà del presente e del passato, quelle almeno conosciute all’epoca, e anche se infarcite di lacune e forzature davano l’idea di un’erudizione mostruosa. Il linguaggio, poi, era talmente arcaico da evocare tutta la profondità dei tempi. In quell’oceano di fatti avevo finalmente la sensazione di poter pescare nel profondo, di aggirare le reticenze dei miei manuali scolastici.
Da questa lettura ho sicuramente contratto il gusto per i recessi, per quelle vicende e quei personaggi che la storiografia più rigorosa nemmeno cita. Cantù in queste cose ci sguazzava. Trattava con eguale disinvoltura dinastie egizie e ribelli caucasici, procedendo inarrestabile dall’antichità biblica ai giorni suoi, anche se oggi sospetto che in qualche caso inventasse di sana pianta. Immagino avesse letteralmente conquistato i suoi lettori tardoromantici: dava loro quello che volevano, esotismo, storie bizzarre, oscuri protagonisti, che era poi esattamente ciò che cercavo anch’io.
Quel gusto mi è rimasto, e mi ha probabilmente impedito di diventare uno storico “serio”. Ancora oggi mi elettrizzano vicende semisconosciute come quella di padre Boetti, un frate domenicano che arrivò verso la fine del ‘700, nelle vesti del profeta Al Mansur, a costituire un effimero impero nel Caucaso, fondando una nuova religione e trascinandosi dietro folle entusiaste: o quella dei Kazari, la tredicesima tribù di Israele, che nemmeno si sa bene se sia esistita o meno. Allo stesso modo ho sempre preferito i comprimari ai grandi protagonisti: parteggiavo per Aiace Telamonio invece che per Achille ai tempi della lettura scolastica dell’Iliade, molto prima di conoscere i Sepolcri, e non ho mai letto una biografia di Napoleone, mentre so tutto su Gordon Pascià.
Non devi dunque pensare che la curiosità per i fatti d’arme fosse dettata da una natura prepotente e rissosa, o da un latente spirito di rivalsa: non sarò un pacifista ad oltranza, non offro volentieri l’altra guancia, ma non sono nemmeno mai stato un fanatico delle uniformi e delle carneficine. Certi conflitti, come ad esempio la guerra dei Trent’anni, avevano cominciato a intrigarmi soltanto perché era difficile saperne qualcosa; su quella vicenda ho raccolto un numero di studi che sarebbe sufficiente per una ricerca professionale, semplicemente perché nel mio testo di storia del liceo era liquidata in quattro righe. A me trent’anni di guerra sembravano un’eternità, era il doppio del tempo che avevo vissuto prima di sentirne parlare, e mi chiedevo quali eventi terribili ed esaltanti potessero starci dentro.
L’interesse per la guerra dei Sette anni data invece dalla lettura de “L’ultimo dei Mohicani” e dalla visione di “Passaggio a Nord-Ovest”, il film con Spencer Tracy. Era naturale che ne rimanessi affascinato. In questi scaffali la trovi raccontata per dritto e per traverso, soprattutto la fase americana, ma se davvero volessi un giorno saperne di più ti consiglio di partire dagli inquadramenti storici che Hugo Pratt premette ai suoi fumetti e, naturalmente, dalle sue storie e dai suoi disegni. Per me è entrata nell’epos, come l’Iliade o la guerra dei Sette contro Tebe.
C’erano infine le guerre “servili”, dalla rivolta di Spartaco alla guerra tedesca dei contadini, tutte accomunate da un esito disastroso per i rivoltosi. Non era tanto la componente di rivendicazione sociale a motivarmi, anche se indubbiamente l’idea degli oppressi che si sollevano mi entusiasmava, quanto l’ammirazione per una sfida disperata, portata contro avversari che avevano tutti i vantaggi e le probabilità di vittoria. L’interpretazione politica è arrivata dopo, come avremo modo di vedere, ma non ha mai scalzato la priorità dei fattori umani, del coraggio, dell’altruismo e della lealtà verso i compagni.
A dispetto della tua natura bellicosa dubito che le guerre o le vicende diplomatiche ti interesseranno molto. Il gradimento degli studenti per la storia è decisamente in calo. Volendo avresti tuttavia l’opportunità di scoprire come si possono raccontare la guerra dei Cento anni, il primo conflitto mondiale o la diplomazia della Restaurazione rendendoli più appassionanti di un romanzo, senza per questo sacrificare nulla dell’esattezza. Quando avrai terminato di leggere tutto il ciclo di Harry Potter, e a questi ritmi ci vorranno anni, quindi sarai nell’età giusta, tenterò di farti immergere in “Uno specchio lontano” o ne “I cannoni d’agosto”, di Barbara Tuchman. Esatto, una donna, che sa raccontare l’orrore della guerra proprio perché la detesta.
Le civiltà extraeuropee
L’interesse per le civiltà extraeuropee è nato allo stesso modo, da una insoddisfazione scolastica. Fino a qualche anno fa l’attenzione dei manuali per questo argomento era praticamente pari a zero. Raccontavano qualcosa sull’India, sulla Cina o sull’Africa solo in funzione del loro rapporto con l’Occidente. Che queste aree avessero visto prosperare civiltà sotto molti aspetti più avanzate della nostra sembrava un dato di scarsa importanza.
Ogni nuova scoperta in questo senso, proveniente dalla letteratura, dal cinema o dai fumetti (ma anche dalla televisione, dai telefilm mai più rivisti di “Jim della Jungla” o dei “Lancieri del Bengala”) apriva quindi spazi sconosciuti, che esigevano immediate esplorazioni. Per intanto mi costruivo delle mappe mentali accurate e minuziose, che spesso diventavano mappe cartacee vere e proprie, come quelle che ancora oggi disegno con te, con tanto di rosa dei venti e di bordi sfrangiati: poi, appena possibile, andavo a verificarle nel confronto con altre letture e con i testi storici, fino a che col tempo, passando attraverso motivazioni diverse, questo interesse è diventato dominante. Sono stato un cacciatore di suggestioni esotiche, poi un terzomondista piuttosto tiepido, e oggi coltivo il rimpianto coscientemente reazionario per un mondo nel quale le culture erano ancora tante e ben distinte. Una buona metà dei testi che trovi nel settore Storia riguarda infatti i popoli extraeuropei e le vicende del colonialismo, e possiamo aggiungere tutti quelli del settore Antropologia ed Etnologia, e la maggioranza di quelli del settore Viaggi ed Esplorazioni.
Scegliere tra questi titoli è anche più difficile che per la storia generale; a me sembrano tutti egualmente importanti, dipende da quel che si sta cercando. Se un giorno ad esempio vorrai godere di una prospettiva inedita sulla storia dell’Africa devi cercarla in opere come “Regni africani” di Lucy Mair o “L’antico regno del Congo” di W.G. Randles. Scoprirai che fino a quando non sono arrivati gli occidentali a mandare tutto all’aria in quel continente prosperavano forme originali di organizzazione economica, istituzioni, consuetudini sociali, che non sempre erano il massimo, ma almeno funzionavano. I documentari che passano in tivù ti hanno invece abituata a considerare l’Africa come una specie di paradiso degli animali e di inferno degli umani, con zebre ed elefanti e bambini scheletrici mangiati dalle mosche, e l’unica idea che puoi esserti fatta è quella di popoli che hanno perso il treno della storia e si trascinano mendicando gli aiuti umanitari. Non c’è dubbio che oggi la situazione sia questa, ma lo è per ragioni ben precise, la più importante delle quali è che quelle popolazioni sono state tirate a forza dentro un modello di sviluppo che non apparteneva loro e non era compatibile né con il loro ambiente né con il loro modo di concepire la vita e il mondo.
So di entrare in argomenti troppo complessi per la tua età, ma non importa; avrai tempo a tornarci su e a capire un’altra volta. Io li butto lì, e spero che un giorno ne germoglierà qualcosa. Anzi, ti segnalo anche un paradosso che ci consentirà di fare qualche riflessione su come si racconta la storia. Il paradosso sta nel fatto che, pur essendo opera di studiosi europei, i testi che ti ho segnalato colgono l’aspetto di fondo del problema molto meglio di quelli degli storici africani (ad esempio Hosea Jaffe per l’Africa meridionale ed Endre Sik per quella centrale). Vedo che la cosa non ti turba particolarmente: se le cose stanno in questo modo, ti stai dicendo, basta leggere i primi anziché i secondi. Invece non è così semplice. Secondo la logica, per sapere come è andata veramente in quel continente non dovrebbe esserci nulla di meglio che ricorrere ad uno sguardo “africano”, assumere cioè il punto di vista di chi è stato vittima degli eventi. Sono rimasto a lungo convinto della necessità di questo tipo di approccio, e la presenza di tanti prodotti della giovane storiografia africana sta a dimostrarlo. Col tempo ho dovuto però cambiare idea: ho realizzato che spesso questo punto di vista finisce per essere ancor più distorcente di quello occidentale.
Mi spiego: gli storici africani tendono a dimostrare che uno sviluppo “moderno” dell’Africa era già in atto ed è stato bloccato dal colonialismo, vale a dire che l’Africa era in corsa verso il modello sociale ed economico che poi è risultato vincente, ed è stata proditoriamente fermata. Questo atteggiamento nasce, a mio giudizio, non da un sentimento di fierezza, ma una sorta di complesso di inferiorità che gli intellettuali africani formatisi nelle scuole europee non potevano non maturare, ed è viziato alla base dalla volontà di cercare il riscatto nel confronto potenziale con l’Occidente, piuttosto che nel recupero di valori e percorsi autonomi.
Riflessione: non sempre il giusto risentimento degli oppressi e degli sconfitti è garanzia di una valutazione obiettiva, sul piano storico. Anzi, a dire il vero non lo è quasi mai. Quindi, un conto è comprendere le ragioni di una particolare interpretazione, altra cosa è assumere quest’ultima a verità legittimandola emotivamente.
Questi libri ti aiuteranno a capirlo, se vorrai: stanno nello scaffale centrale, in alto, assieme a testi classici come “Madre nera” di Davidson, sul commercio degli schiavi, o alla “Storia delle civiltà africane” di Frobenius, e alle opere della giovane storiografia africana.
Sotto c’è invece un intero ripiano consacrato all’Asia. Se ti avvicini e scorri i titoli ti renderai conto che la parte del leone la fanno l’India e la Cina, soprattutto la seconda. La cosa è giustificata dal peso demografico, oltre che culturale, di questi due paesi, ma torna anche il discorso di quanto valgano le simpatie, magari assolutamente irrazionali, nel determinare gli interessi. La storia giapponese è ad esempio scarsamente rappresentata, perché quella cultura non mi ha mai attratto in modo particolare, se non per la pittura di Hiroshige e Hokusai e per il culto religioso delle montagne. Quando ho provato a leggere Mishima l’ho sentito lontanissimo, non reggo il teatro Kabuki e quello No e arrivo all’intolleranza violenta nei confronti dei cartoni animati e dei manga. Provo in generale la sensazione di un formalismo vuoto, ma talmente radicato da essere divenuto sostanza. Per capirci, ho l’impressione che per un giapponese non sia importante il perché fare una cosa, quanto piuttosto farla bene. Questo non c’entra nulla con la storia, ma vale probabilmente a spiegare la mia scarsa disponibilità di testi sulla storia giapponese.
Ho problemi di sintonia anche nei confronti della mentalità cinese, ma il rapporto è diverso; l’ interesse è stimolato in questo caso dall’incredibile sequela di movimenti di rivolta che caratterizzano la storia della Cina, o dal contrasto tra il livello delle conoscenze e delle abilità scientifiche e tecnologiche raggiunto e la scarsa propensione alle innovazioni. Probabilmente però quello che soprattutto mi intriga è l’immensità e varietà territoriale, l’idea di un paese nel quale puoi trovare la cima più alta e la depressione più profonda della terra, e il fatto che pur essendo abitata da un miliardo e mezzo di persone, un quarto dell’umanità, risulta ancora in qualche modo una terra sconosciuta, una macchia bianca nel nostro atlante.
Non è dunque un caso se trovi qui tutta una serie di libri sulle società segrete e sulle rivolte (“Le società segrete in Cina”, “La rivolta dei Tai-Ping”, “La rivolta dei Boxer”, “La tragedia della rivoluzione cinese 1925-27”, ecc), e accanto ad essi quelli di Needham sulla scienza e sulla medicina cinese. Anche su queste curiosità hanno indubbiamente influito la letteratura e i film: la lettura adolescenziale dello straordinario “Tribolazioni di un cinese in Cina”, di Verne, e più tardi quella de “La condizione umana” e de “I conquistatori” di Malraux, nonché la visione, sempre nella prima adolescenza, di “Cinquantacinque giorni a Pechino”.
Non troverai invece studi specifici sulle misteriose sette dell’India, sui Tughs, per intenderci: preferisco conservarli nella memoria come me li ha raccontati Salgari, con i templi sotterranei ai quali si accede dagli alberi cavi. In compenso ci sono diversi testi sulle tappe della conquista e sull’organizzazione del dominio inglese, e naturalmente sulla lunga e tormentata marcia verso l’indipendenza. Mi fa però uno strano effetto leggere resoconti attuali sulla situazione indiana. Non riconosco più quel mondo. L’ho conosciuto attraverso Salgari, che non l’aveva mai visto, e soprattutto attraverso Kipling, che lo vedeva con gli occhi del sahib, e non c’è verso: la mia India è rimasta quella.
A differenza che per l’Africa, non possiedo studi di autori asiatici sulla storia del loro continente (tranne un classico, forse un po’ datato, di Kavalam Panikkar sulla “Storia della dominazione europea in Asia”). È senz’altro una lacuna mia, ma ho l’impressione che sia anche la situazione a presentarsi diversa. Nel caso dell’Africa infatti abbiamo un paio di generazioni di studiosi che si sono formati nelle università europee, inglesi e francesi soprattutto, ed hanno adottato un modello occidentale di interpretazione storica. La stessa cosa non è avvenuta per gli asiatici, che disponendo di scuole proprie e di una originale tradizione di scrittura della storia hanno conservato almeno in parte i loro modelli e criteri particolari. Quindi è probabile ci siano un sacco di storici asiatici, ma difficilmente vengono tradotti e diffusi in occidente, perché la loro impostazione, i loro metodi, il concetto stesso che hanno di storia non sempre sono compatibili con i nostri schemi. In altre parole, la storia che io ho studiato, e che tu studierai, è molto diversa da quella che conoscono o conosceranno i nostri rispettivi coetanei cinesi o giapponesi.
Il che ci conduce ad una ulteriore riflessione: quando si parla di storia occorre tenere presente che si tratta in realtà di una categoria eminentemente occidentale. E ancora: il concetto di storia, nell’accezione che comunemente oggi ne diamo, è entrato solo di recente anche nella cultura dell’occidente. Parlare di storia significa quindi parlare di una particolare concezione del tempo e degli eventi che lo abitano, che non è affatto uguale per tutti i popoli e per tutte le civiltà, e varia nelle diverse epoche.
Sono riflessioni, beninteso, che nascono da una consuetudine con l’argomento poco più che dilettantesca, e quindi valgono come un discorso da bar. Ma te le ho comunicate, anche se so che ti è ancora impossibile seguirmi, per farti capire che la lettura storica non va affrontata solo con buona volontà e curiosità, non è così asettica come potrebbe sembrare: necessita di strumenti appropriati e non facili da acquisire, di capacità di discernimento, di interpretazione e di collocazione. Quando si legge un testo storico occorre aver sempre la consapevolezza che quello che leggiamo non è la storia, ma il racconto della storia, fatto da uomini che sono motivati dalle ragioni e dalle finalità più diverse: e ancora, che quel racconto non è mai definitivo, ma costantemente aperto a nuove interpretazioni, e che nuove significa qualche volta più veritiere, ma altre volte no. Insomma, ciò che leggiamo va filtrato con una giusta dose di buon senso, di umiltà e di conoscenza. E bada che è meno ovvio di quanto sembri: io ho impiegato un sacco di tempo a capirlo davvero, a difendermi dalla riverenza e dalla suggestione di autorità che un testo storico induce, e ti garantisco che le sorprese ancora oggi non mi mancano.
Il problema di una incompatibilità delle letture non esiste in compenso per la storia americana. In questo caso abbiamo infatti solo le versioni dei vincitori, che magari negli ultimi tempi hanno recuperato anche le voci degli sconfitti, ma integrandole in un modello interpretativo collaudato. Lo spazio riservato in questi scaffali al continente americano è decisamente ampio. Ci sono soprattutto testi sulle civiltà precolombiane, sulle vicende della conquista spagnola e portoghese e sulla colonizzazione del Nord, perché la storia coloniale americana è un argomento attorno al quale ho lavorato parecchio. Rispetto a quanto è accaduto in Africa qui le vicende sono più conosciute, ma si tratta in genere di una conoscenza superficiale. È diffusa ad esempio l’idea di uno sterminio totale, di un continente desertificato dai conquistadores, il che, una volta espressa la dovuta esecrazione per costoro e tanta pietà per i vinti, in qualche modo autorizza considerare chiuso il capitolo delle popolazioni amerindiane. La realtà è ben diversa, e se vorrai capire perché l’America latina sia così instabile dovrai tenere presente che ha continuato ad esistere uno strato di popolazione, quello più consistente, assoggettata, sfruttata e tenuta fuori dalla storia da quell’altro, quello che la storia la faceva e la scriveva.
La storia sociale
Siamo passati dunque dalla storia delle guerre a quella delle conquiste, e poi a quella dei popoli conquistati. A questo punto abbiamo in mano il bandolo dal quale prendere le mosse: è chiaro che la storia è all’origine ed è rimasta al centro di tutti i miei interessi, ma anche che nel corso degli anni questi interessi hanno assunto direzioni e significati decisamente diversi.
Per forza, mi dirai: per quanto uno ami giocare coi soldatini e inscenare battaglie e parate, se proprio non è un idiota prima o poi dovrebbe cominciare a rendersi conto di quale sia la realtà della guerra. Dovrebbe capire che i buoni non schivano le pallottole e non vengono colpiti solo di striscio, e che dietro ad ogni eroe che torna vittorioso ci sono un sacco di poveri cristi che non tornano affatto, e che avrebbero anche fatto a meno di partire. In effetti è stato così. Ad un certo punto, essendo portato per natura e per educazione letteraria alla simpatia per gli sconfitti, e aiutato magari dalla visione di “Orizzonti di gloria” o dalla lettura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’ho capito anch’io. Mentre andavo accumulando testi su testi di racconto dei “fatti” ho cominciato a percepire il quadro storico come una tabella dei massacri, a passarlo ai raggi X e a scoprire le infinite metastasi dell’ingiustizia e della sopraffazione.
Stai sorridendo. Vedo che il mio accaloramento nel parlare di queste cose ti diverte. È vero, non è molto “scientifico”. Ma è difficile mantenere un atteggiamento neutrale sapendo quali e quanti orrori sono descritti in quei libri. Il distacco interpretativo è un conto, ma la non partecipazione mi sembrerebbe addirittura inumana. Forse è davvero ora di staccarci per un momento da questi scaffali, e di abbozzare un primissimo bilancio.
È piuttosto difficile da spiegare. Hai presente quel gioco che facevamo qualche anno fa, quando costruivamo un’immagine riempiendo uno spazio regolare, un quadrato, un rettangolo o un cerchio, con tante lineette verticali, tutte uguali e tutte perfettamente allineate in righe successive? Se l’allineamento era totale si otteneva un’immagine statica, mentre era sufficiente spostare una lineetta, al centro o di lato, mettendola in obliquo, perché l’insieme paresse muoversi, ruotare su se stesso, e risultasse comunque completamente squilibrato.
L’impressione è quella. La storia dell’umanità appare come un repertorio di massacri, carneficine, ingiustizie, che vengono ricordati perché si notano, costituiscono l’anomalia, e sono perpetrati da una parte infinitesimale degli uomini, ma ricadono su tutti, creando una squilibrio generale. La stragrande maggioranza degli umani vivrebbe in pace, ma è trascinata dagli egoismi, dalle ambizioni, dalla cattiveria vera e propria o dalla semplice stupidità di una minoranza in un inferno di sopraffazione e di orrori. Come in un castello di carte, è sufficiente che se ne muova una per fare crollare tutto.
Questo a mio giudizio non ha nulla a che vedere con le leggi della sopravvivenza, con le leggi naturali. E nemmeno può essere letto, come fa qualcuno, come il motore primario dello sviluppo della civiltà (quello per capirci che mette in moto tutto il quadro, che altrimenti rimarrebbe statico). L’umanità avrebbe già di per sé un sacco di problemi da affrontare e da risolvere nel suo rapporto con la natura, non avrebbe bisogno dei conflitti per essere stimolata a “migliorarsi”. Il conflitto, nella misura in cui va oltre quella che può essere considerata lotta per la sopravvivenza (che esiste in tutto il regno animale e vegetale), è un “disvalore aggiunto”, uno specifico umano che fa pensare talvolta che l’uomo sia davvero solo un tragico errore della selezione naturale. Su queste cose torneremo. Per ora mettiamo fine della parentesi e torniamo alla lettura ai raggi X.
La “radiografia” della storia è quel procedimento d’indagine che ce ne mostra gli aspetti meno superficiali e appariscenti. Quando è prevalentemente descrittivo, e si occupa ad esempio degli aspetti della produzione, dell’alimentazione e della cultura materiale, si chiama “storia della quotidianità”, mentre quando interpreta le persistenze e le trasformazioni prende il nome di “storia sociale”. Tutti i testi di autori francesi che trovi nei ripiani della storia medioevale e moderna, Bloch, Duby, Le Goff e compagnia, applicano questa modalità di lettura. L’hanno inventata loro. Gli inglesi e gli americani sono invece più portati ai grandi affreschi e agli eventi epocali, crociate e invasioni, i tedeschi alle biografie e agli studi sulle classi dominanti.
Poco alla volta, leggendo questi testi e adottando questo “sguardo”, ho spostato il mio interesse dai cavalieri ai contadini e agli artigiani, e poi agli operai; a quelle insomma che vengono definite classi subalterne, che lavorano per gli altri dietro le quinte della storia, che subiscono sempre, siano dalla parte dei perdenti o dei vincitori, e non hanno nemmeno il riscatto della memoria. Ho letto libri sulla schiavitù nel mondo antico, sui servi della gleba nel medioevo e sui proletari nell’età industriale, trovando conferma che tutti, in un modo o nell’altro, avevano cercato di scrivere una propria storia, di ribellarsi alle diseguaglianze e all’ingiustizia sociale. Era chiaramente questa parte, quella che rompeva la quotidianità dello sfruttamento, ad interessarmi.
Queste letture sono arrivate con l’inizio della frequentazione universitaria, quindi ad un certo livello di maturazione, ma si depositavano su un sostrato confuso, nel quale gli eroi di Plutarco convivevano con gli avventurieri di Salgari, gli orfanelli di Dickens con i giustizieri del West. Per molti aspetti non ero che un adolescente un po’ in ritardo, che si indignava perché nella storia reale i torti quasi mai vengono raddrizzati: e ognuno di questi torti lo vivevo come fosse stato fatto a me. Non credo le cose stiano ancora così – non mi riferisco all’ingiustizia, quella è sempre tale – che cioè gli adolescenti di oggi la mettano giù allo stesso modo: mi sembrano invece piuttosto rassegnati a convivere con le brutture del mondo, e soprattutto molto annoiati. Io almeno non mi annoiavo: avevo il mio daffare ad aggiornare l’elenco dei ribelli e andavo scoprendo gli utopisti. Era una storia iniziata con lo zio Tom, se ricordi, ed era poi passata attraverso Sandokan e London, per approdare infine a Spartaco e a Thomas Münzer. Ora però la passione per i ribelli stava diventando adulta: era arrivato il tempo dei rivoluzionari.
Come gli altri della mia generazione (loro però sembrava avessero già letto tutti il Capitale) a vent’anni avevo idee molto approssimative sulla dinamica dello scontro di classe e dello sfruttamento. In realtà non mi ponevo nemmeno seriamente la domanda (come ovviare all’ingiustizia?), convinto com’ero di conoscere già la risposta. Non c’erano santi: il nemico era il sistema capitalistico, il mezzo la rivoluzione, il fine una società egualitaria, o quantomeno più equa.
Per trarre queste conclusioni non avevo avuto bisogno di leggere né il Capitale né altro, mi bastava vedere in che stato tornava mio padre da una giornata di lavoro e sapere quanto gli costava permettermi di studiare; ma anche confrontare la mia situazione con quella dei miei compagni del Liceo, che invidiavo e disprezzavo ad un tempo. La coscienza di classe nasce in questo modo, si alimenta dell’esclusione più che del senso di appartenenza. Il resto, i testi che ti spiegano che è stato così sempre, ma da domani non lo sarà più, possono solo offrirti conforto e darti delle conferme. Quando scopri che non sei il solo a sentirti così pensi di poter unire la tua rabbia a quella degli altri e tradurla in azione. Almeno fino a quando non ti accorgi che tutti quelli che hanno teorizzato queste cose non provenivano dalla tua classe sociale, ma da quella dei tuoi compagni di liceo.
Comunque, questo spiega l’allargamento di interesse verso la storia sociale, e ci porta un altro po’ avanti col nostro filo. Ci sono, a lato degli scaffali riservati alla storia, almeno quattro ripiani interamente dedicati alla letteratura politica “rivoluzionaria”, da Marx a Kropotkin, da Gramsci ai Situazionisti: una parte di questa letteratura la trovi là in alto, confinata in una posizione di margine, mentre un’altra è invece qui in basso, ben visibile. Il perché di questa consistente presenza già lo sai, quello delle differenti collocazioni vedo ora di spiegartelo.
Per farlo devo aprire un’ennesima parentesi: ma ormai ti è chiaro che la biblioteca rappresenta solo un pretesto per raccontare altro. La mia maturazione politica ha coinciso con l’esplodere di un periodo piuttosto caotico, quegli anni della contestazione che sono poi passati direttamente nella leggenda, volutamente coltivata dai protagonisti. In sostanza la mia generazione, quella nata nell’immediato dopoguerra, ha avuto la percezione che tutto ciò per cui sembravano lottare i suoi padri, una sicurezza economica e un po’ di benessere, casa, macchina, lavatrice, non fosse sufficiente a giustificare l’esistenza, e soprattutto non fosse compatibile con il persistere di differenze sociali ed economiche che anziché ridursi andavano aumentando.
La contestazione dei valori della generazione precedente non era in sé una novità; ad ogni ricambio generazionale i figli ripudiano i padri, ed io e te stiamo già adesso costantemente a litigare su come ti comporti e come ti dovresti comportare. La novità era invece nel carattere “globale”, nel fatto cioè che fossero coinvolte nello stesso tipo di rifiuto tutte le classi sociali, i figli dei proletari accanto a quelli dei borghesi o dei padroni – e già questo avrebbe dovuto suscitare qualche diffidenza, sia sulla reale coesione dello schieramento contestatore che sulla reale consistenza degli obiettivi. Questa apparente unità di intenti era resa possibile dal fatto che per la prima volta in teoria tutti quanti potevano accedere agli stessi livelli di istruzione, e sembravano avere garantita almeno un’accettabile sopravvivenza.
Ora non sto qui a farti la storia di quegli anni, ne esistono già troppe, e se ti interessa puoi leggertela nei due libri di Ginsborg (“Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi” e “L’Italia del tempo presente”) o in altri testi sull’Italia contemporanea e sul Sessantotto che trovi lì in basso: ti basti sapere come li ho vissuti io, in bilico continuo tra la voglia di partecipare a manifestazioni, occupazioni, assemblee e tutto il folklore dell’epoca, e una sensazione di marcata estraneità nei confronti degli slogan, delle parole d’ordine, delle citazioni di Lenin e dei libretti rossi che vedevo sventolare. Ce la mettevo tutta per credere che con la rivoluzione mondiale e l’avvento del socialismo le cose sarebbero andate meglio, ma quando mi guardavo attorno e consideravo che il socialismo avrei dovuto farlo con “quelli”, beh, ti confesso che mi cadevano le braccia. Può sembrare presunzione, ma io preferisco considerarlo buon senso pratico: a dispetto della mia natura di sognatore credo di aver ereditato da tuo nonno almeno la capacità di valutare la credibilità e l’affidabilità della gente, con una certa tendenza al negativo.
Ecco allora come si spiegano le diverse collocazioni. Da un lato, anzi, lassù, ci sono i testi sacri, i libri canonici della dottrina rivoluzionaria: si va da Marx – tutto, da solo o in coppia con Engels, compreso naturalmente “Il Capitale”, nell’edizione più economica che mai sia apparsa, stampata in anastatica con doppia facciata: in pratica ad apertura di pagina ti trovi davanti quattro facciate, il che scoraggerebbe alla lettura anche il miglior intenzionato (e infatti…) – dall’opera omnia di Marx, dicevo, alle opere scelte di Lenin nell’edizione moscovita, quelle che vendevano sottocosto nei festival dell’Unità, ben rilegate ma tradotte in un italiano pittoresco, fino agli scritti di Trotzki e addirittura di Labriola, di Kautsky e di Lu Hsun. E poi i “Quaderni del Carcere” di Gramsci. Non ci sono invece, e soprattutto non ci sono mai stati, gli scritti di Stalin o quelli di Mao. Questi libri stanno a testimoniare che la volontà di credere c’era, così come una certa serietà nell’andare direttamente alle fonti, e lo dico senza vergognarmene e senza liquidare il tutto come ingenuità giovanile.
La sociologia
Che lo sforzo fosse serio lo confermano i volumi di Storia delle dottrine e dei movimenti politici che riempiono un intero spazio a fianco dei precedenti, ma più ancora quelli di Sociologia che stanno immediatamente sotto. Ci sono tutti i maestri di questa disciplina, appartenenti alle più diverse scuole di pensiero, da Durkheim a Weber, da Tonnies a Wright Mills e a Parson, nonché alcuni veri e propri capisaldi del mio personalissimo itinerario di coscienza socio-politica. Primo tra tutti, e direi anche insuperato, rimane “La teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, una lettura che ha profondamente inciso sulla mia formazione, offrendomi una spiegazione del perché si porti la cravatta e del come la cultura possa essere un consumo vistoso. Credo davvero che Veblen sia tra gli autori che mi hanno cambiato la vita: ha fatto nascere in me la passione per la sociologia, che in quanto disciplina di studio è rimasta poi confinata agli anni universitari, ma ha modellato il mio modo di percepire e di inquadrare ogni tipo di evento e di fenomeno, fornendomi degli schemi che applico automaticamente ancora oggi. E inoltre, non ho mai più portato la cravatta.
Devo dire che all’epoca chiedevo alla sociologia qualcosa di più degli schemi: chiedevo delle risposte, nella convinzione che i problemi dell’umanità fossero frutto semplicemente di una cattiva organizzazione sociale, e che sarebbe stato possibile risolverli individuando i modelli e i comportamenti sociali più giusti. Non ero il solo: gli anni sessanta-settanta hanno fatto registrare un boom degli studi sociologici e una polluzione delle facoltà universitarie di sociologia, dalle quali tra l’altro era partita la contestazione del Maggio francese e doveva uscire la maggior parte degli ideologi delle Brigate Rosse. L’equivoco mio, di confondere degli strumenti di studio per i fondamenti di una dottrina, era dunque comune un po’ a tutti.
Vedi quella serie di volumi, quasi tutti dell’Einaudi, che occupa un intero ripiano alle spalle della scrivania? Sono tutti autori collegati in qualche modo alla Scuola di Francoforte, o studi sulla scuola stessa. Si va da Adorno a Horkeimer, a Benjamin, a Marcuse, a Lowenthal, tutti nomi in auge fino ad una ventina di anni fa, che hanno prodotto analisi fondamentali della società contemporanea e della modernità in genere, ma hanno goduto di grande fama solo fino a quando sono stati travisati. Adorno, ad esempio, nella “Dialettica dell’illuminismo” critica a fondo i presupposti della società borghese, ma non certo in nome di un suo superamento rivoluzionario. Nel sessantotto prendeva ad ombrellate i contestatori che andavano a chiedergli lumi. Ciò che i francofortesi evidenziavano era il progressivo slittamento verso l’uniformazione delle idee, dei gusti, delle aspettative, dei comportamenti (“L’uomo a una dimensione”, di Marcuse), ciò che denunciavano erano i rischi di una democrazia nella quale l’omologazione si andava sostituendo al consenso, capitalistica o socialista che fosse. Forse dovrei rileggerli tutti con calma, invece di darli per scontati.
Utopisti ed eterodossi
Il fatto che le testimonianze di questo impegno ci guardino impolverate di lassù è comunque sintomatico: dalle aspettative di redenzione allargate a tutta l’umanità ho ben presto ripiegato su speranze di riscatto più modeste e più compatibili con la mia natura, quelle ristrette ai singoli individui.
Mi riferisco a questi ripiani più bassi, dove trovi la storia e la letteratura dell’anarchismo, inteso in senso molto lato, a comprendere tutti coloro che hanno pensato “contro” tenendosi al di fuori dell’ortodossia social-comunista. Qui ci sono quelli “storici”, da Goodwin a Bakunin, a Kropotkin soprattutto, su su fino a Malatesta, a Camillo Berneri e a Bookchin. Qui sotto invece stanno tutti gli altri irregolari del pensiero di sinistra, da Pisacane fino a Castoriadis e a Krippendorf. La simpatia per gli anarchici non implica che condividessi in pieno la loro analisi politica e il loro progetto (sempre che di un progetto si possa parlare). C’entra piuttosto, ancora e sempre, la simpatia per i perdenti, non fosse altro perché non avendo mai vinto non hanno mai potuto tradurre in “anarchismo reale” il loro sogno, e quindi farne un incubo: e c’entra soprattutto quel margine ampio concesso all’individualità al quale non ho mai saputo rinunciare. Solidale si, ma solitario, come dice Camus.
Della vicenda dell’anarchismo mi hanno in sostanza intrigato sempre più la personalità e le disavventure dei singoli che non gli esiti del pensiero (tranne nel caso di Kropotkin). Forse non ho sufficiente fiducia negli uomini per pensare che possano convivere senza una qualche autorità a tenerli buoni, anche se ritengo che debba comunque essere questo l’obiettivo di una educazione e di una crescita politica. Ma, ripeto, ad affascinarmi sono personalità come quella di Amilcare Cipriani, che esce dal carcere dopo otto anni di segregazione, inscena una manifestazione politica e torna in galera nella giornata stessa. Oppure episodi come quello del congresso di Vallombrosa, con i delegati che scappano da Firenze, dove sono braccati, provano a riunirsi a Scandicci, dove vengono immediatamente rintracciati, si spostano a Vallombrosa, dove la polizia fa irruzione nella locanda che li ospita, e tengono infine la loro assemblea, i pochi rimasti, nei boschi, a Novembre, per due giorni sotto un diluvio continuo. Lo capisci anche tu che non posso non sentirmi anarchico.
Nei quattro ripiani centrali, dal lato opposto, trovi infine le propaggini laterali di questo percorso, quelle che si sono sviluppate a destra e a sinistra. Uno è occupato per intero dai classici della letteratura utopistica, da Moro (Tommaso!) a Cyrano, a Etienne Cabet, a Butler (e ci sono anche le distopie, come “1984”, “Farheneit 451” e “Il mondo nuovo” di Huxley), e un altro da decine di saggi che trattano l’argomento per dritto e per traverso (almeno quattro “Storia dell’Utopia”, tre “L’Utopia”, e poi “I luoghi dell’utopia”, “Spirito dell’Utopia”, “Utopia e socialismo”, “Utopia e illuminismo”, “Utopia e Civilizzazione” e via di questo passo). Raccontano di un interesse quasi maniacale, protrattosi per tutta una vita.
Quella con i creatori di visioni utopiche era evidentemente un’affinità elettiva, per un ragazzo dalle caratteristiche di sensibilità (o suscettibilità?) sociale e, diciamolo, di immaturità qual ero io. Ho cominciato ad appassionarmi ai mondi utopici, alle società “possibili” sin da bambino. Credo ci fosse anche lo zampino di “Orizzonti perduti”, che avevo visto al cinema parrocchiale prima ancora dell’età scolare. Col tempo mi si è sviluppata un’antenna speciale, un sensore che si attivava immediatamente nei confronti di tutto ciò che avesse un vago sembiante di utopia, compresi i mondi arcadici di Virgilio o le repubbliche dei filosofi greci. Ho continuato a raccogliere materiale per quasi quarant’anni, coltivando il sogno di scrivere un giorno pagine definitive sull’argomento. Adesso vado avanti per inerzia, come penso accada prima o poi ad ogni collezionista. Ho partorito un paio di striminziti articoletti sul tema, e mi sembra di non aver altro da dire.
L’interesse nei confronti della letteratura utopistica ha assunto infatti poco alla volta un significato diverso: ho cominciato intanto a realizzare che di utopie, appunto, si trattava, quindi di ipotesi campate letteralmente per aria, e poi che forse quei mondi possibili non erano così auspicabili come inizialmente avevo creduto. Ho finito per leggere la letteratura utopistica come la spia di un certo sviluppo della modernità, quello che si risolve in massificazione e annullamento dell’individualità. Il che non significa che oggi non ci sia, e forse più che mai, bisogno di utopie. Soltanto, occorre riconsiderarne il significato: la meta degli utopisti “classici” era una società perfetta capace di rendere migliori gli uomini, la nostra dovrebbe essere quella di uomini migliori capaci di rendere più vivibile la società. E per ottenere questo risultato non si devono rincorrere modelli di società ideali, ma riscoprire e riproporre le figure e il pensiero di uomini esemplari.
Per esempio, quelle che vedi nel ripiano a fianco sono le opere e le biografie degli esponenti del pensiero liberal-democratico o liberal-sociale, da Benjamin Constant ai fratelli Rosselli e agli altri esponenti dell’antifascismo democratico, principalmente quelli di “Giustizia e Libertà”. Quanto ad esemplarità, non hanno nulla da invidiare alle figure più limpide dell’anarchismo, rispetto alle quali possono vantare senz’altro un maggiore realismo nell’analisi e nella progettualità politica. Non godono di una grossa popolarità nel dibattito (si fa per dire) politico odierno, né a destra né a sinistra. Vengono tirati in ballo raramente, e quelle poche volte a sproposito, oppure per prendere le distanze dal loro “integralismo” etico. In altre parole la loro onestà, intellettuale e personale, viene considerata obsoleta, pallosa, improponibile in un’età disinvolta e volgare come quella attuale.
Quanto a numero di testi ed evidenza dell’impatto in questo settore la fanno da padroni Alexis de Tocqueville e Piero Gobetti: accostamento singolare, ma che ha le sue ragioni. Tocqueville, al di là del suo pensiero, che mi ha affascinato per lucidità e concretezza, mi ha letteralmente conquistato attraverso una raccolta delle sue lettere, che già nel titolo aveva tutti i requisiti per diventare un breviario: ”L’amicizia e la democrazia”. Io non so se credo molto nella democrazia, devo crederci per forza perché è la migliore delle forme politiche possibili, ma non sono affatto entusiasta – come non lo era Tocqueville – di molte delle sue implicazioni, e ne temo le derive populiste e demagogiche.
Credo invece assolutamente nell’amicizia, forse perché ho avuto la fortuna di conoscerla, quella vera, e probabilmente anche la capacità di non caricarla di aspettative eccessive. Ho trovato in questo libro una sintonia totale, la meraviglia di scoprire un uomo che in mezzo ad incarichi altissimi di governo, a rivolgimenti politici fondamentali, allo sforzo di un’analisi lucidissima e insuperata delle trasformazioni in atto alla sua epoca nel vecchio e nel nuovo continente, ha saputo coltivare come valore fondamentale e irrinunciabile della sua esistenza quello dell’amicizia.
Nei confronti di Gobetti vale invece l’ammirazione per la genialità e la vitalità. Uno che a diciott’anni ha già fondato una rivista militante alla quale collaborano le teste più fini della cultura italiana, che a venticinque oltre a dirigere e in pratica a redigere da solo le uniche due riviste libere del tempo ha anche messo in piedi una casa editrice, e che nemmeno la brutalità riesce a far tacere, fino a quando non arriva all’assassinio, non può che meritarsi una nicchia speciale nel mio cuore e nella mia biblioteca.
Extravaganti, maschi e femmine
In quest’altro ripiano infine ci sono gli scritti di personaggi della cultura e della politica che definirei “extravaganti”, da Herzen a Orwell, a Camus, a Boll, a Isaiah Berlin, a George Steiner, ad Enzensberger (si, proprio quell’Enzensberger che già conosci, quello de “Il Mago dei numeri” e di “Ma dove sono finito?”): tutta gente accomunata dal coraggio delle proprie opinioni e dal rifiuto di conformarsi alle idee e alle ideologie dominanti. Dei saggi di Orwell, e della sua figura, ti ho già parlato, così come di Camus. Tutti gli altri qui ospitati meritano di essere conosciuti, sia per la statura etica che per il valore culturale, ma due in particolare te li raccomando.
Uno è Eric Muhsam, un anarchico ebreo tedesco morto tra i primissimi nei campi di concentramento nazisti, dopo essere stato sottoposto per mesi alle sevizie più atroci, e morto due volte perché bellamente dimenticato, in patria e fuori, dopo la caduta del nazismo. Muhsam era un non violento, ma di quelli che fanno paura davvero al potere, per la fermezza con cui praticano i loro principi e per l’implacabilità nella denuncia di ogni sopraffazione. Non a caso è stato preso a bersaglio immediatamente, e ha fatto incattivire in maniera bestiale i suoi aguzzini. Non ho mai sentito pronunciare né letto il suo nome nel revival pacifista e non violento di questi ultimi anni. Almeno tu, che tanto pacifista non sei, ora lo conosci.
L’altro è Furio Jesi. Una storia completamente diversa, una precocità intellettuale straordinaria, tanto che non ha nemmeno frequentato le scuole regolari e l’università, per non perdere tempo. C’è stato un periodo nel quale non potevo accostarmi ad un libro o ad un argomento che mi interessasse senza scoprire che l’aveva scritto o tradotto o curato lui. Mi rimane il rammarico di averlo mancato per un pelo. Era finito ad insegnare nell’università di Genova, all’inizio degli anni ottanta, ed morto per un banalissimo incidente nel momento in cui mi ero deciso a contattarlo. Mi sarei nuovamente iscritto e avrei frequentato i suoi corsi, imparando forse finalmente il tedesco.
Rimane Enzensberger. È un po’ una fissa della mia vita, assieme a quella di Humboldt. È la perfetta incarnazione di ciò che dovrebbe essere un intellettuale, secondo l’accezione che do io del termine. Ha un equivalente in Italia solo in Calvino. Non ha scritto romanzi, ma saggi e poesie, e alcune di queste ultime, come quelle di “Mausoleum” o de “La fine del Titanic”, sono dei saggi in poesia. Infatti li trovi qui, e non nella sezione letteraria. È di una puntualità impressionante nell’anticipare gli sviluppi ancora non visibili delle situazioni, nel vedere la faccia nascosta di tutte le mode culturali imperanti e nel metterle allo scoperto, sempre voce fuori dal coro, ma senza lo snobismo della controtendenza, per pura onestà intellettuale. A differenza di Salinger, spero viva almeno altri vent’anni, per continuare a leggere i suoi interventi.
Accidenti, stavo quasi per dimenticare Galois. Questo Elisa non te lo devi perdere, assolutamente. Stavo dimenticandomene perché non è classificabile sotto alcuna etichetta: non era anarchico, non era comunista, era un ribelle e basta. Evariste Galois è morto a vent’anni, in un finto duello da lui voluto e combinato con un amico per far esplodere una insurrezione. L’insurrezione non c’è stata e lui è morto inutilmente dopo due giorni di agonia. Era una mente matematica fuori dell’ordinario, un vero genio, e non è mai riuscito a far pubblicare i risultati delle sue ricerche: o glieli rifiutavano, perché non li capivano, o li perdevano per distrazione o per disgrazia. È comprensibile che a vent’anni fosse talmente esasperato contro tutto e tutti da cercare almeno un riscatto nella morte. Sta di fatto che gli unici scritti suoi rimasti sono stati buttati giù in tutta fretta la notte precedente il duello, e daranno lavoro ai matematici per altri duecento anni. Ci sono un paio di sue biografie nello scaffale specifico, ma c’è anche un romanzo, “Il matematico francese”, che è attendibile nei fatti quanto avvincente nella ricostruzione. È evidente che Galois non c’entra per nulla con la mia formazione, avevo quattro di matematica e comunque l’ho scoperto piuttosto tardi. No, te l’ho ricordato solo perché potrebbe darti un’idea dello stato mentale in cui mi trovavo a vent’anni, matematica esclusa.
Come dici? Se è un caso che non abbia citato nemmeno una donna? No, non è un caso, è una dimenticanza, e grave. Hai ragione. Sarei quasi tentato di risponderti che in fondo non ci sono state figure femminili di particolare rilievo nella mia formazione politica e culturale, ma non è affatto vero. Ne ho invece incontrate diverse, a varie riprese, e alcune di esse mi hanno letteralmente folgorato.
La prima è stata senza dubbio Simone Weil. Non poteva, del resto, essere che lei. Aveva tutti i requisiti giusti. Ebrea, ma vicina alla lettera del vangelo al punto da considerarsi cristiana, e al tempo stesso da non farsi battezzare per solidarietà con i propri correligionari perseguitati. Borghese colta e raffinata, ma capace di lasciare il lavoro di insegnante e di rompere con la sua famiglia e la sua classe sociale per immergersi nella condizione proletaria, andando a lavorare nelle officine della Renault. Volontaria in Spagna durante la guerra civile e militante sempre nella sinistra, senza mai legarsi ad alcun partito o movimento particolare. Emigrata in America, subito dopo la sconfitta francese, per sfuggire alle persecuzioni, ma capace di tornare quasi immediatamente in Europa per essere vicina ai connazionali e rendersi utile in qualche modo. Morta infine di stenti e di fatica a trentaquattro anni, per essersi prodigata fino allo sfinimento malgrado i gravi problemi di salute.
Come puoi immaginare, è stato amore a prima vista, tanto che ho scelto la sua figura e il suo pensiero per la mia prima ed unica esperienza di “docente” universitario, moltissimi anni or sono. I testi che commentavo per i miei quattro uditori erano “La prima radice” e “La condizione operaia”. Ma sai anche che non sono molto stabile con i miei amori. Proprio quel commento, quell’analisi approfondita mi hanno fatto percepire una distanza, l’impossibilità mia di credere tanto visceralmente in una causa, e quella sua di essere sufficientemente realista da non trasformarla in una fede. Credo sia nata proprio in quell’occasione la mia “sindrome di san Francesco”, quella che mi fa sempre irrigidire un po’ quando mi trovo di fronte a figure che hanno scelto volontariamente la povertà, e che riescono così esemplari, così eccezionali, perché hanno potuto scegliere, e perché scegliere in una certa direzione fa notizia. So di essere ingiusto, so che scegliere gli stenti quando si ha possibilità di vivere negli agi è semmai un doppio merito: ma mi rimane sempre l’impressione di una reversibilità che è negata agli altri, a quelli che non hanno la possibilità di scegliere e non avrebbero dove tornare. Mi spiego: in fondo la Weil, non avendo retto la sua salute all’esperienza operaia, è tornata a fare l’insegnante, ed è rientrata in Europa dopo aver sfruttato la possibilità di fuggire in America. Milioni di altri ebrei questa possibilità non l’hanno avuta. Non mi da fastidio che sia tornata, anzi: ma mi da fastidio il fatto che la radicalità di certe esperienze finisca poi per costituire un parametro esemplare ed inarrivabile, rispetto al quale non puoi non sentirti un po’ in colpa e in difetto. Con tutto questo, è evidente che ti spingerò appena possibile a leggere la Weil, e continuerò a leggerla io stesso.
Non ho provato le stesse emozioni contrastanti quando ho approfondito il pensiero e la personalità di Rosa Luxemburg. Non mi sono innamorato della Luxemburg come mi era accaduto con la Weil, ma proprio per questo, probabilmente, la mia devozione è rimasta immutata nel tempo. Sono convinto che l’analisi della società moderna che sviluppa ne ”L’accumulazione del capitale” sia in assoluto la più lucida tra quelle prodotte all’interno dell’ortodossia marxista (“all’interno” si fa per dire, anche se è poi vero che la sua posizione era molto più genuinamente marxista di quelle di Lenin e di tutti gli altri teorici della rivoluzione).
Ma non mi pare il caso di discutere con te di teorie del comunismo. Sappi soltanto che Rosa Luxemburg era un’intellettuale ebrea polacca, decisa sostenitrice di un coinvolgimento totale e continuo delle masse nel movimento rivoluzionario, anche a livello decisionale, e contraria a delegare a delle élites politicizzate la guida della rivoluzione e ad una burocrazia di partito la sua gestione. Era una insomma che voleva “fare” la rivoluzione, non “guidarla”. Quando la rivoluzione la lanciarono gli altri, il partito comunista tedesco filobolscevico, la Luxemburg oppose tutta una serie di argomentazioni di buon senso e di opportunità, ma quando il movimento fu sconfitto rimase al suo fianco, a differenza di coloro che lo avevano scatenato, e venne massacrata e giustiziata.
Vedo che la faccenda ti interessa. In effetti, con quella faccia e con quel carattere, mi sembri più in linea con la Luxemburg che con la Weil. E poi, a te la povertà decisamente non piace. Devo invece farti presente che la figura della Luxemburg non ha suscitato molti entusiasmi nel movimento femminile degli ultimi decenni (nemmeno quella della Weil, a dire il vero). Ho quasi l’impressione che sotto sotto le si rimproveri la stessa cosa che le rimproveravano molti maschi, quella di fare una parte da uomo. La Luxemburg non era un uomo con sembianze femminili: era una donna in tutto e per tutto (per quel che può voler dire) che affrontava i problemi e le scelte non con atteggiamento maschile o femminile, ma con intelligenza. E aveva anche ben chiaro il ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione, senza fare troppe confusioni. Ognuno porta nella rivoluzione quello che sa fare, non è necessario travestirsi da proletari per avere l’abito di scena adatto. Il tempo ha dimostrato che le sue speranze rivoluzionarie erano infondate, ma questo non toglie nulla né alla sua statura etica, che non è mai stata in discussione, né ai suoi contributi teorici.
E arriviamo ad Hannah Arendt. Guarda la combinazione, è un’intellettuale ebrea tedesca, profuga prima in Francia e poi in America. Ha scritto opere fondamentali, come quei tre volumi in bella vista su “Le origini del totalitarismo” e quello verde, vicino, ”Vita Activa”. Altre sue cose sono sparse qua e là nelle diverse sezioni. Un’intelligenza superiore, di quelle di fronte alle quali uno non può nemmeno provare sentimenti, tanto le sente inarrivabili. Fin troppo, forse. È strano il mio rapporto con la Arendt. In questo periodo è senza dubbio tra i tre o quattro autori ai quali faccio maggior riferimento, ma sotto il calore intellettuale continuo a sentire del gelo. Ho provato a scaldarmi leggendo la storia del rapporto con Heidegger, che è stato suo insegnante universitario e poi amante, prima di schierarsi apertamente col nazismo e tenerla lontana in quanto ebrea. Peggio che andar di notte. La Arendt non lo ha mai ripudiato, lo ha difeso dopo la guerra, ha mantenuto i rapporti con lui e con la di lui arianissima moglie: cosa che sembrerebbe parlare di una passione al di là di ogni logica, e che la renderebbe umanissima, e amabile. Ma non l’ho sentita così. Mi è parsa una passione di testa, quasi una sfida intellettuale.
È inutile che mi guardi di sbieco. So già dove vuoi arrivare. Quando parlo di intelligenze o di esperienze di vita al femminile inserisco sempre qualche “ma”. È vero, e sarei un’ipocrita se non lo facessi. Non credo di essere un grande conoscitore della psicologia femminile, dubito che possa esserlo qualsiasi maschio e sono anche fermamente convinto che vada bene così, almeno in linea generale. Certo, non mi spiacerebbe ogni tanto capire cosa ti frulla nella testa, ma credo che potremo andare avanti abbastanza bene se impareremo almeno, tra un conflitto e l’altro, a rispettare le nostre diversità.
Quanto alle tre nostre amiche, vale un po’ per tutte il discorso fatto per la Weil: per un verso o per l’altro dal loro modo di pensare traspare una “volontà di credere” che ha caratteristiche quasi religiose. Forse dipende dal fatto che sono di origine ebraica, o ancora di più, che con questa origine tutte sono in conflitto, una per ragioni religiose, l’altra per motivi politici e la terza per una sorta di superamento intellettuale, ma alla fine nessuna la ripudia. O forse, più semplicemente, dal fatto che sono donne. Hanno una gran fiducia nell’umanità, beate loro, nelle potenzialità inespresse dell’uomo, nella sua capacità di essere sociale mantenendo la sua dignità individuale. Hanno quello che ai maschi in genere manca, o che viene comunque bilanciato da una componente di egoismo individualistico, anche quando si esprime negli ideali più altruistici. In sostanza, si danno ad una causa sino in fondo, il che sarebbe l’ottimo, ma credono (e pretendono) che anche gli altri, i loro corrispettivi maschili, siano pronti a fare altrettanto, il che invece non è del tutto vero. Tu sei già fatta così, lo si capisce benissimo, e non dire di no perché non sai nemmeno di cosa stiamo parlando.
Emarginati ed esclusi
In effetti sembri un po’ disorientata, oltre che stanca. È più che comprensibile, ci stiamo muovendo in mezzo ad argomenti tutt’altro che leggeri, e non deve essere facile tenermi dietro in questo andirivieni nella memoria. Sono confuso anch’io. Comunque, abbiamo già fatto un bel pezzo di strada; un altro piccolo sforzo e ci prenderemo nuovamente una pausa.
Per aiutarti a rientrare in sintonia ricapitolo brevemente le tappe che ci hanno portati sin qui. Siamo partiti dal mio interesse generalizzato per la storia e abbiamo constatato come ne siano discese delle ramificazioni specifiche, vuoi per inclinazione, vuoi per passaggi naturali e conseguenti. Da queste a sua volta ha preso l’avvio un percorso piuttosto accidentato, ma sostanzialmente lineare, attraverso le idealità politiche e sociali. Potremmo chiudere questo capitolo intitolandolo un po’ pomposamente “Come la conoscenza storica si traduce in consapevolezza politica”. Per tua sfortuna solo di un capitolo si tratta, e appena voltata pagina ne troviamo un altro: “Come l’autentica consapevolezza politica ti faccia disperare della politica”.
Ci sono infatti aspetti della storia che inducono una attitudine più sentimentale che politica, nel senso che spingono ad una partecipazione emotiva, ma non possono essere ricondotti ad un progetto politico di riscatto. Potremmo definirli le “cause perse”, e farvi rientrare tutte quelle opzioni che la storia ha scartato. L’Ariosto, quando spedisce Astolfo sulla luna a recuperare il senno di Orlando, dice che lassù si trova tutto quello che sulla terra è andato perduto: sogni, illusioni, speranze, oltre naturalmente alla Fama, alle mode e ad altri valori effimeri. A me è sempre piaciuto camminare un po’ sulla luna, e andare a rovistare tra le scorie depositate lì dalla storia. Ci trovi appunto tutte quelle suppellettili dimenticate come il regno dei Kazari o l’impero di Al Mansur, oppure la vita disperata di Galois, insomma, le mie bizzarrie personali, ma ci trovi anche cose che in qualche modo possono essere riciclate, se non politicamente, almeno eticamente.
Una buona fetta del suolo lunare è stata ad esempio esplorata da uno storico inglese tra i miei preferiti, Eric J. Hobsbawm. È uno studioso “di sinistra”, ma tutt’altro che allineato, ed è quello che ha coniato il concetto di “secolo breve” relativamente al ‘900 (è il titolo della sua opera forse più famosa, che vedi in bella vista nello scaffale di centro). Bene, H. ha esordito come storico con una serie di studi dedicati a “I ribelli”, “I banditi” e “I rivoluzionari”, che stanno lì vicino. Li ho letti tutti, partendo dall’ultimo, e naturalmente le mie preferenze sono andate invece al primo, che raccontava personaggi e movimenti dimenticati o addirittura mai studiati (tra questi anche David Lazzaretti, il profeta dell’Amiata, un Al Mansur in sedicesimo che non ha fondato un impero ma una chiesa, e che è stato freddato dai carabinieri durante una processione). Ultimamente Hobsbawm ha raccolto sotto il titolo significativo e provocatorio di “Gente non comune” una serie di brevi saggi, che si occupano appunto di uomini ai margini della storia, pescando dovunque, dal mondo contadino al jazz.
Ecco, penso che questo tipo di storiografia si presti benissimo a esemplificare ciò che intendevo parlando di interesse per le “cause perse”. In uno dei saggi, “Calzolai radicali”, Hobsbawm indaga il ruolo che questa categoria ha svolto nella storia delle sinistre, e constata come i calzolai abbiano avuto nel mondo preindustriale una parte di primo piano nell’elaborazione e nella diffusione di idealità radicali. Spiega il fenomeno chiamando in causa diversi fattori: dalle caratteristiche della professione, che era itinerante e consentiva quindi di stabilire contatti e di acquisire conoscenza di situazioni diverse, oltre che di conversare e discutere durante il lavoro, a quelle fisiche dei calzolai stessi, che spesso erano zoppi o comunque menomati agli arti inferiori, e quindi impossibilitati a svolgere un’attività salariata, a quelle psicologiche, perché i calzolai, a differenza dei contadini e dei lavoranti artigianali erano assolutamente liberi, non dipendevano da nessuno. Di fatto sino alla metà dell’ottocento questa categoria risulta incredibilmente rappresentata, e in posizioni di guida, in ogni movimento insurrezionale o gruppo dissidente.
Di questo loro ruolo non è rimasto nulla, sono praticamente scomparsi dalla scena quando hanno cominciato a nascere le prime organizzazioni operaie, i partiti e i movimenti della sinistra, e l’avvento dell’industria li ha spazzati via. Sono il tipico esempio dei dimenticati dalla storia, ma sono proprio quelli che a me interessano maggiormente. In questo caso c’entra senz’altro il fatto che mio padre facesse il calzolaio, e assommasse proprio tutte quelle caratteristiche fisiche e psicologiche che Hobsbawm individua: ma in fondo attraverso il riscatto della sua memoria penso di voler riscattare tutti gli altri dimenticati.
È chiaro che la dimensione di questo riscatto può essere al più etica, e che il suo valore si definisce inversamente al venire meno delle speranze politiche. In altre parole: fino a quando continui a pensare che sia possibile cambiare il mondo presti attenzione a vicende, a personaggi e a forme di pensiero che supportino questa fiducia, quando invece hai abbandonato ogni speranza di un cambiamento rivoluzionario guardi con interesse ad esperienze di vita e di azione che non hanno sortito risultati politici, ma rimangono esemplari a livello di scelta etica. È il caso dei miei calzolai come di molti anarchici o degli eterodossi in genere, che se non altro, proprio in quanto non devono piegare l’interpretazione dell’uomo e dei meccanismi sociali ai loro progetti di riorganizzazione, risultano più lucidi e tolleranti, e mostrano una grande caratura etica perché si comportano in un certo modo indipendentemente dalla prospettiva o dalla possibilità di conseguire dei risultati.
“Cause perse” sono però per me anche quelle che vedono altri protagonisti, questi del tutto involontari, ai quali in genere non è concesso alcun riscatto. Vengono dopo gli ultimi, quando la parata sociale è ormai ufficialmente chiusa: sono gli esclusi, gli irregolari, quelli che la storia non solo ha lasciato in ombra, ma ha addirittura cacciato dal teatro. Sono i mendicanti, i vagabondi, gli eretici, gli ebrei, ma anche i malati, i pazzi, i devianti, tutti quelli cioè che non rientrano in alcun ordine sociale costituito, ma nemmeno sono contemplati in quello prefigurato dalla rivoluzione o dall’utopia.
Questi sono gli sconfitti per eccellenza, e naturalmente, vedo che l’hai già capito, non potevo lasciarmeli scappare. Anche in questo caso l’input è venuto dalla storia sociale francese, e ha trovato subito terreno fertile in una mia precoce predilezione per i pittori tedeschi e fiamminghi del primo cinquecento (complici ancora una volta i calendari della zia Lina, ma soprattutto i soggetti stravaganti e non molto lontani dalle movimentate illustrazioni delle mie letture giovanili). Gli affreschi della società medioevale di Le Goff e di Geremek sembravano le trascrizioni della pittura di Brueghel e di Bosch, e raccontavano la storia dei poveri, dei vagabondi, dei malati e dei criminali: questa a sua volta apriva altri campi di indagine (la storia del cibo e dell’alimentazione, quella delle malattie e della medicina, quella della violenza e delle istituzioni repressive, quelle della follia, dei costumi sessuali, ecc…) e si intrecciava infine con quella dei devianti per eccellenza, gli eretici.
Era una catena infinita, che ha disperso il mio interesse in una miriade di rivoli, ma che ad un certo punto ha cominciato a configurarsi come una rete, con agganci che tenevano e che permettevano di intravedere una trama complessiva. Le forme dell’esclusione, mano a mano che si definivano, tracciavano anche il profilo di una società che si trasformava in maniera sempre più evidente, e si addentrava a ritmi accelerati nella modernità.
Abbi pazienza, mi sono fatto prendere la mano. Ciò che intendevo dire è che cinquecento anni fa non esistevano ospizi, manicomi, ospedali e prigioni, almeno come li intendiamo noi. No, nemmeno le scuole e neanche le mense. Tutto quello che oggi chiamiamo servizio pubblico non c’era. Come facevano? Si aggiustavano. In qualche modo facevano: ad esempio, i vecchi non li mandavano al ricovero ma li tenevano in casa. E così i malati, a meno che fossero lebbrosi, e anche i matti. I delinquenti li mettevano alla gogna, oppure li giustiziavano. I poveretti? Beh, loro mendicavano e morivano di fame, come oggi. Solo che allora erano di più, qui in occidente, e forse un po’ meno dalle altre parti. Insomma, era una vita dura, non posso stare qui adesso a spiegartela, e comunque per noi è difficile da concepire.
Una cosa però la devi sapere: in quel tipo di società si accettava e si giustificava, almeno in teoria e fatta salva qualche eccezione, ogni diversità. I pazzi erano considerati la voce di Dio, i poveri l’immagine di Gesù, i vecchi i depositari della saggezza, persino i lebbrosi, i malati, gli storpi erano anime che purgavano già sulla terra i loro peccati, e quindi destinate immediatamente al paradiso. In teoria, ripeto, perché poi nella realtà non funzionava proprio così: ma almeno tutti costoro erano considerati parte della società.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare, e tutti quelli che non erano in grado di lavorare, o creavano disordini, oppure necessitavano di cure, in definitiva quelli che intralciavano il lavoro degli altri o avevano comportamenti diversi sono stati poco alla volta isolati e concentrati in luoghi di degenza o di detenzione, dove potevano essere tenuti sotto controllo. Sono nate le istituzioni sanitarie, quelle repressive e i ghetti. All’uscita dal medioevo (che in pratica è sancita solo dalla rivoluzione francese) il nuovo ordine che si andava costituendo aveva già prese le misure a tutte le categorie di diversi e di irregolari, ed era pronto a contenerle o a riassorbirle.
C’è un settore specifico della mia biblioteca che racconta la storia di questo cambiamento, e raccoglie studi che svariano dalla repressione sessuale a quella della follia e del vagabondaggio, dagli sviluppi paralleli di tolleranza e intolleranza alle diverse forme di discriminazione e di razzismo rivolte all’interno, ad esempio verso le donne o gli omosessuali, alla criminalizzazione della povertà, ecc… È l’altra faccia di uno scavo storico che è diventato negli ultimi anni ossessivo, quello inteso a rintracciare le origini della modernità, e del quale troverai tracce sparse un po’ dovunque.
Eretici ed esoterici
Questo scavo era iniziato diversi anni fa, ma in direzione di un’altra devianza, che persino nel Medioevo era considerata inaccettabile: quella ereticale. Per uno che andava in caccia di sconfitti gli eretici erano l’equivalente di un safari. In questo senso devo davvero molto al Cantù, che sparava malignamente a zero su quei poveracci ma intanto ne parlava, e mi dava modo di conoscere Fra Dolcino e i Catari e tutti gli altri minori della fauna ereticale. Al contrario era piuttosto difficile, almeno sino alla fine degli anni settanta, reperire qualcosa di soddisfacente nella storiografia moderna; non perché non esistessero degli studi, ma perché in genere circolavano solo tra gli specialisti del settore, che tendevano a formare essi stessi una conventicola. Il boom dell’interesse per i movimenti ereticali è venuto dopo, sull’onda del successo de “Il nome della rosa” ma anche di una più generale tendenza all’attenzione per fenomeni di questo tipo, non sempre motivata soltanto da finalità storiche.
La storia degli eretici medioevali è raccontata oggi in tutte le salse e con tagli radicalmente diversi, a seconda della posizione e delle intenzioni degli autori. La trovi in almeno una ventina di quei volumi che vedi in basso a destra. Si va da studi classici come “I fanatici dell’Apocalisse” di Norman Cohn alla “Storia notturna” di Carlo Gisburg, passando per la “Nascita dell’eresia” di Manteuffel e per “Medioevo ereticale” di Capitani. Ci sono interpretazioni apologetiche ed altre sociologiche, e c’è anche il tentativo di ricondurre all’eresia e al millenarismo l’origine del pensiero radicale moderno, e addirittura di quello totalitario. Una trattazione riassuntiva, ma penso nel complesso accettabilmente onesta, è sviluppata in uno dei pochi lavori miei di cui sono soddisfatto. Spero che troverai la voglia un giorno di dargli un’occhiata, e magari di usarlo, almeno per la scuola.
Quella degli altri, degli eretici di ogni tempo e rispetto ad ogni forma di pensiero, dottrina o ideologia codificata, come hai già visto è contenuta un po’ in tutti gli scaffali, in questi come in quelli dedicati alla letteratura e negli altri che vedremo: è il filo conduttore di tutta la mia biblioteca, la sua ragion d’essere.
Non vorrei comunque che equivocassi. Fare una scelta “ereticale” non significa votarsi ad essere un bastian contrario, ad essere “contro” per partito preso – per intenderci, ad assumere quella irritante posizione disfattista che troppo spesso tendi a prendere tu e che mi fa simpatizzare per il padre di Pollicino. L’eretico è contro in nome di qualcosa che ha da proporre in positivo, in nome di una alternativa, non in nome del nichilismo. Per questo considero ad esempio Camus un vero, grande eretico, perché guarda in faccia senza tante storie l’angoscia dell’esistenza, ma poi dice diamoci da fare, mentre non ho stima del pensiero di coloro (ne cito uno per tutti, quel Cioran del quale trovi là in basso diverse opere, accumulate in un periodo in cui avevo le idee piuttosto confuse), che godono di grande considerazione perché magari hanno scoperto che gli uomini sono cattivi e che la vita è una grande fregatura, e per dimostrarlo continuano a scrivere volumi su volumi.
Gli eretici medioevali si raccoglievano solitamente in sette iniziatiche, molto chiuse e il più possibile clandestine. Questa forma di organizzazione era imposta dalla necessità di sfuggire alla caccia spietata dell’Inquisizione, ma si rifaceva anche ad una tradizione ermetica molto antica: ogni minoranza dissidente si mantiene infatti più facilmente compatta se i suoi adepti sono convinti di essere gli unici depositari della verità, di appartenere ad un gruppo ristretto di illuminati, destinati alla salvezza. Guarda ad esempio il caso degli ebrei.
Il settarismo è senza dubbio uno dei fattori che hanno indirizzato la mia curiosità verso i fenomeni ereticali, perché l’interesse per le società segrete era già radicato in me molto tempo prima di incontrare questi ultimi. Datava dalla lettura dei fumetti di Gim Toro, eternamente in lotta contro la Hong del Drago, e de “La storia dei Tredici” di Balzac, oltre che dal tifo patriottico per i Carbonari: ma era stato poi riaggiornato dall’amicizia con un ragazzo straordinario, pluriripetente alle superiori ma incredibilmente più colto di me e di tutti i miei compagni, conosciuto e perso poi per sempre in una sola estate. Era effettivamente un po’ fuori della norma, nel senso ad esempio che stava riscrivendo la Bibbia, anche se era fermo da diverso tempo al primo capitolo della Genesi: ma tutt’altro che un pazzo esaltato. L’estate era quella della maturità, uscivo da un incubo durato cinque anni, ero infarcito di nozioni insipide digerite alla meno peggio: lui mi apriva gli occhi su una dimensione completamente diversa della cultura, della storia, del senso da dare alla propria esistenza. Mi ha fatto conoscere cose strampalate come “Il mattino dei maghi”, che potevo comunque leggere senza pericoli e persino con diletto, perché ero immunizzato dal mio scetticismo, ma anche la storia dei Rosacroce (naturalmente, nella sua versione) o quella della filosofia occulta, e soprattutto “Il ramo d’oro” di James Frazer. Sono quei tre volumetti in cofanetto, lassù in alto. Rappresentava per l’epoca il mio record di spesa, ma li valeva tutti.
Frazer mi ha fatto guardare alla storia delle religioni con un taglio antropologico, riconciliandomi con una materia che avevo cancellato dai miei interessi. Ho scoperto così di lì a poco Mircea Eliade, forse il più grande studioso novecentesco dei fenomeni religiosi, le cui opere non erano all’epoca rintracciabili in Italia perché nel clima degli anni sessanta era considerato praticamente un fascista. È stato e rimane ancora oggi uno dei miei numi tutelari. Raccoglievo in Eliade, e poi in Guenon, in Dumezil e in tutti gli altri studiosi del sacro che si è tirato dietro, gli indizi di una controstoria, di qualcosa che si era svolto al di sopra e al di sotto della storia ufficiale. Un libro come “Il regno della quantità e il segno dei tempi” di René Guenon, ad esempio, totalmente ispirato al recupero della Tradizione, quindi in poche parole decisamente reazionario, coglie molto più in profondità lo spirito del moderno di tante analisi sociologiche “progressiste”.
La storia delle religioni ha avuto una parte tutt’altro che secondaria nella mia formazione, naturalmente nell’ottica laica che avevo abbracciato. C’è ad esempio lì in basso un’intera sezione dedicata alle diverse concezioni della morte e dell’al di là, alla demonologia e alle credenze apocalittiche. Alcuni sostengono che quando si instaura una certa consuetudine con un argomento, fosse anche la figura di Hitler o di Jack lo Squartatore, si finisce in qualche modo per cambiare prospettiva, per simpatizzare. A me, nei confronti della religione, non è capitato nulla di simile.
La curiosità per le sette si è invece estesa poco alla volta a tutti i movimenti sotterranei della storia moderna, passando dai Rosacroce agli Illuminati di Baviera, fino alla massoneria e ad infaticabili tessitori di trame nascoste e di organizzazioni segrete come Filippo Buonarroti. I libri che ne parlano stanno infatti sullo stesso ripiano di quelli sull’eresia, e confinano con quelli sulla filosofia occulta e sul pensiero di destra. Non so quanto sia corretto questo accostamento, – senz’altro non lo è per Buonarroti – ma gli agganci tra un argomento e l’altro sono forti, anche se quelli con l’eresia sono di norma solo pretestuosi. Credo in effetti che il confine tra un interesse puramente storico per il mondo delle sette e una sua deriva ideologica, in direzione di un pensiero reazionario, sia molto incerto; e penso anche che la tentazione dell’appartenenza ad una cerchia ristretta di iniziati sia stata scongiurata, da parte mia, più che dal rigore dello studioso, dal fatto che la cerchia per me non è mai abbastanza ristretta.
Marx (Groucho) diceva che non si sarebbe mai iscritto ad un club che lo avesse accettato come socio: io non mi sono mai iscritto ad alcun club, tranne quello alpino, perché leggo subito anche l’altra faccia dell’appartenenza. Ho cercato di trincerarmi dietro un motto che credo sia di Bobbio (o almeno, l’ho trovato in un suo scritto), “aristocratico nel pensare, democratico nell’agire”, ma ogni tanto ti confesso che mi assale il dubbio: sono di Destra? O meglio, visto che quelli che si fregiano di questa etichetta sono in genere solo una mandria di imbecilli, che non pensano del tutto o si aggrappano ad una Tradizione che non esiste, o più semplicemente ci marciano, e considerato che non sopporto Bertinotti, sono io la vera Destra?
Guarda che sto scherzando, Elisa; mi piace questa tua indignazione, perché credo che nella tua innocenza abbia ancora chiaro il vero concetto distintivo. Stai a sinistra quando sei dalla parte degli oppressi, stai a destra quando stai dalla parte degli oppressori. Solo che le cose oggi non sono più così semplici, e forse non lo sono mai state. Gli oppressi sono tali solo quando si rendono conto di esserlo, e quindi vogliono non esserlo più: ma spesso questa coscienza non c’è, e l’egoismo degli ultimi non è diverso, se non quantitativamente, da quello dei primi. Camus diceva di non voler essere né vittima né carnefice, ma non volere essere vittima significa ribellarsi a questa condizione, e non accontentarsi del fatto che ci sono altri prima di noi destinati al sacrificio. Io credo che gli ultimi, nella società di oggi, siano quei mentecatti che affollano gli ingressi delle emittenti televisive per partecipare ai grandi fratelli o fare lo spettatore alle buone domeniche, e che il loro riscatto lo cercano lì. Gli altri, gli esclusi, sono quei tre o quattro miliardi di esseri umani che stentano a sopravvivere da un giorno all’altro, e dei quali agli ultimi non potrebbe fregare di meno.
Gli oppressi, infine, sono coloro che hanno coscienza di questa situazione, e la rifiutano, anche quando rientrano in qualche modo, se pur precariamente, come noi, tra i garantiti. Costoro hanno scelte diverse di resistenza: possono andare a fare i missionari nel terzo mondo, possono fare i rivoluzionari o i contestatori nel primo, possono cercare di fare il loro dovere, difendere la loro libertà e la loro dignità nel loro piccolo e nel loro privato, magari trasmettendo con l’esempio qualcosa anche ad altri. Ognuna delle opzioni è valida, ognuna ha le sue controindicazioni: la terza, la mia, è piuttosto elitaria, anche se pare la più facile, perché parte dal principio di salvaguardare la propria dignità senza arrecare danno agli altri, di non rompere le scatole a nessuno, per intenderci, e di non permettere a nessuno di rompertele. Il che mal si accorda con l’idea di appartenenza ad un gruppo, ad un club, mentre è più compatibile con una condivisione molto allargata e poco vincolante di idealità.
Cosa c’entra questo con gli eretici, con le sette e con tutto il resto? C’entra, soprattutto con il resto. Tutta questa parte della mia biblioteca, ma anche l’altra, quella letteraria, e quella che ancora dobbiamo esplorare, raccontano, pur nella dispersione e nella confusione dei temi, un percorso. So di ripetermi, ma sto cercando di tirare un po’ di fila, di riprendere fiato prima di affrontare le ultime tappe. Grosso modo possiamo dire che sono partito dal concetto para-marxista per cui il progresso materiale si sarebbe tradotto col tempo in progresso sociale, in una società più giusta, ed all’interno di questa in progresso culturale, e sono approdato alla constatazione che il progresso materiale lascia un sacco di vittime sul suo cammino, e non si traduce in una società migliore, e meno che mai porta necessariamente con sé un progresso culturale. Sono passato dalla fiducia in un movimento di massa, in un riscatto comune, alla difesa della possibilità di un riscatto singolo, della individualità. Dalla gestione rivoluzionaria del progresso all’opposizione all’idea della crescita.
In questo cammino sono stato spinto dapprima in avanti dalla fiducia rivoluzionaria e dai sogni degli utopisti, ma ho cominciato a scorgere ogni tanto, e poi sempre più frequentemente, dei segnali triangolari, che avvertivano della pericolosità della direzione intrapresa: e questi segnali venivano tanto da Tocqueville, dalla scuola di Francoforte, da Berlin e dai situazionisti quanto, molto spesso, dalla cosiddetta cultura di destra. Bada che è normale: chi non ha sogni da realizzare, ma solo privilegi da difendere, è molto lucido nello scorgere e nel denunciare i rischi del cambiamento. Per questo vedi lì “Il tramonto dell’Occidente” o “Le serate di Pietroburgo” o addirittura il “Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane”, oltre alle opere di Guenon e di Eliade. Perché i libri, come gli esseri umani, non possono essere classificati di destra o di sinistra: o sono intelligenti, o sono stupidi.
Ebrei
Ho volutamente lasciata per ultima, nel parco degli esclusi, una speciale categoria che abbiamo già incontrato più volte lungo questo percorso: gli ebrei. Gli ebrei sono stati infilati a forza molto presto nel mio immaginario dalla frequentazione del catechismo, in quella forma ambigua e confusa che è sempre stata propria dell’insegnamento della Chiesa. Erano i protagonisti del Vecchio Testamento, i profeti e i connazionali di Gesù, e al tempo stesso erano i suoi carnefici e gli emblemi della incomprensione e del tradimento. Devi ammettere che per un bambino diventava piuttosto difficile orizzontarsi in queste contraddizioni. A quel punto bastava davvero poco per spingerti sul versante dell’ammirazione o su quello del disprezzo: io sono stato gettato letteralmente nel primo.
Un tempo si svolgeva a Lerma, il giovedì santo, una processione notturna molto suggestiva, che richiamava gente anche dai dintorni. Si usciva dalla chiesa e si percorrevano salmodiando le vie del paese, illuminate soltanto da ceri esposti a tutte le finestre, comprese quelle dei comunisti e dei mangiapreti. I ceri ardevano dentro lanterne di carta colorata semitrasparente dalle fogge più strane, e creavano straordinari giochi di luce nelle strade semibuie. Ogni tanto le lanterne andavano a fuoco, suscitando ilarità tra i fedeli e scompiglio nelle case: ma al di là di questi diversivi, ti lascio immaginare l’effetto delle luminarie e delle voci. La processione era aperta dai bambini, più o meno inquadrati, anch’essi pericolosamente muniti di ceri portatili. Seguivano poi su due file parallele le donne, che cantavano le laudi rispondendo al sacerdote. Infine venivano gli uomini, che non mantenevano alcun ordine di schieramento, e urlavano ogni tanto “Crucifige! Crucifige!”, magari traducendo lo scherno in dialetto e amplificandolo con espressioni colorite. Era una sorta di Via Crucis, reminiscenza di qualche antica sacra rappresentazione, e gli uomini interpretavano la parte dei cattivi giudei.
Bene, la massima aspirazione di ogni bambino era quella di retrocedere il più presto possibile nelle fila dei giudei, un po’ per vedere sancito il proprio passaggio all’età adulta, un po’ perché era più facile al termine della processione sgaiattolare nella piazzetta ed evitarsi le due ore buone di funzione religiosa che seguivano. Lo è stata a lungo soprattutto per me, che a differenza dei miei compagni non ho potuto anticipare il passaggio per via dell’implacabile controllo materno, e ho quindi dovuto attendere fino a dodici anni per diventare un vero giudeo e gridare “Crucifige!”. Giusto in tempo, perché di lì a poco, non ricordo se per il nuovo rituale o per il nuovo parroco, che inorridiva di fronte a una manifestazione così blasfema, la processione è stata soppressa.
Mi era stata data comunque l’opportunità di aspirare ardentemente ad una giudaizzazione, molto prima di essere in grado di identificare i giudei con gli ebrei. Una cosa analoga, quella di tifare per gli ebrei senza saperlo, era avvenuta forse prima ancora, ai tempi della guerra di Suez, quando i giornali e i notiziari radiofonici parlavano di Israele come del nuovo Davide che sconfiggeva Golia: ma l’interesse vero per la storia e la cultura ebraica è nato dopo, quando sono stato in grado di percepire l’orrore e le dimensioni della shoah, ed è poi divenuto centrale quando ho cominciato ad approfondire gli studi sull’esclusione medioevale. Su tre ripiani dell’ultimo scaffale, quello più vicino alla porta nella parete D, trovi la conferma di una continuità di ricerca che si è protratta per decenni (ho anche redatto una bibliografia sull’argomento che conta diverse centinaia di titoli). Ci sono storie generali del popolo ebraico, storie dei diversi approdi della diaspora, in Italia, in Europa, in America, in Russia, nei paesi dell’est, in Germania, storie degli ebrei sotto il fascismo, il nazismo, il comunismo, storie delle persecuzioni, delle cacciate e del ritorno alla terra promessa.
Dapprima si trattava della solita simpatia per le vittime, moltiplicata per la durata della persecuzione e per i numeri dello sterminio; non potevo non simpatizzare con un popolo che aveva subito nel corso di duemila anni uno stillicidio continuo di discriminazioni, espulsioni, accuse inverosimili, pogrom, ghettizzazioni, da parte dei potenti come delle masse, dalle istituzioni religiose come da quelle politiche, dai reazionari e dai rivoluzionari. Che aveva funzionato da capro espiatorio in ogni occasione, sino ad arrivare ad un passo dallo sterminio totale. Ero indignato per ogni manifestazione di antisemitismo, passata e presente, e non mi capacitavo che argomenti così rozzi e palesemente falsi potessero trovare un uditorio. Al di là dell’offesa agli ebrei, era l’offesa all’intelligenza quella che mi irritava, la constatazione che nell’antisemitismo si coniugavano i più squallidi strumenti per la gestione del potere e i più bassi istinti di cattiveria e di stupidità degli umani.
Ben presto però questo sentimento si è trasformato in una stupefatta ammirazione, quando ho cominciato a capire che gli ebrei non erano degli sconfitti, ma dei vincitori. Sarebbe bastato a dimostrarlo il fatto che dopo duemila e passa anni di persecuzioni, alcune delle quali particolarmente accanite – e non mi riferisco soltanto allo sterminio nazista – fossero ancora lì, ben presenti sulla scena e soprattutto protagonisti, nel bene e nel male. Ma c’era in più la constatazione che almeno negli ultimi due secoli li si trovava costantemente in prima fila in tutti i campi della cultura, dalle arti alla fisica, alla politica. La metà degli autori che ti ho citato sin qui sono ebrei, e non abbiamo parlato di cinema, di pittura, di musica.
Questa eccellenza poteva essere spiegata con la necessità per una minoranza soggetta a una simile pressione di dotarsi di strumenti culturali superiori, per sopravvivere e per poter essere competitiva, e col vantaggio che ciò aveva comportato al momento dell’emancipazione. Non è mai stato facile vivere da ebreo, meno che mai come ebreo della diaspora: la selezione doveva essere fortissima, e se non eri più che sveglio e disposto a faticare il triplo degli altri le possibilità si riducevano a zero. Questa era la prima spiegazione che mi davo. Ma alla fine sono approdato ad un’altra convinzione. Gli ebrei sono stati i protagonisti della cultura moderna perché la cultura moderna è essenzialmente di matrice ebraica.
È un argomento troppo complesso da trattare qui, ho in mente da tempo di scrivere qualcosa in proposito, e quindi ti rimando a quello. Non c’è nulla di originale in questa scoperta: nei tre ripiani dedicati alla storia e alla cultura ebraica ci sono libri come “Ebraismo e modernità” della Arendt o “Le radici ebraiche del moderno” di Sergio Quinzio che forniscono tutte le indicazioni del caso. Ma c’è soprattutto un saggio vivacissimo e sorprendente di Thomas Cahill, “Come gli Ebrei cambiarono il mondo”, che se fosse stato scritto quarant’anni fa mi avrebbe risparmiato un sacco di fatica (ma mi avrebbe anche privato dei tanti piccoli piaceri di una progressione verso la luce: perché alla conclusione che le radici del moderno fossero ebraiche c’ero arrivato per conto mio molto prima di incontrare questi libri). Il saggio di Cahill offre l’ennesima conferma del fatto che nulla è mai troppo difficile da spiegare, se davvero lo si vuole: è il lavoro di un erudito che ha digerito benissimo la sua erudizione, e ne ha tratto la capacità di essere chiaro, semplice e sostanziale. Lo si dovrebbe adottare come lettura obbligatoria nelle scuole, già a partire dalla prima superiore.
Adesso però ti ho incuriosita, e capisco che non posso cavarmela così. Qualcosa su queste benedette radici ebraiche devo provare a spiegartela. Spero di non fare danni. Dunque, io credo che i fattori fondamentali della diversità ebraica, intesa nel significato positivo, vincente, siano il senso del tempo, l’idea di creazione e l’attesa della redenzione. Quello ebraico è sempre stato un popolo nomade, dapprima magari per scelta (anche se avevano poco da scegliere: vivendo nei deserti della Palestina, potevano giusto pascolare capre e cammelli), poi per costrizione: se dai un’occhiata alla Bibbia li vedi andare avanti e indietro come palline da flipper, sempre deportati da qualche parte, sempre reduci da qualche deportazione, e sempre in guerra coi loro vicini. Già il fatto che si reputassero gli eletti da Dio ti dice che non doveva essere facile conviverci: erano un popolo incredibilmente orgoglioso e solitario, tant’è che anche quando li deportavano li rispedivano a casa prima possibile.
Se a questo stato perenne di precarietà aggiungiamo il fatto che distinguevano tra un dio creatore e un mondo creato, non consideravano cioè divina la natura, come facevano invece i popoli sedentari, e vivevano il mondo come un luogo di espiazione, una specie di penitenziario, arriviamo a capire perché invece di diventare un popolo dello spazio, legato cioè ad una terra particolare e alle sue divinità naturalistiche, gli Ebrei siano diventati il popolo del tempo. Il loro sguardo non era ad alzo terra, fisso sul presente e sul passato, ma sempre rivolto in alto, verso il futuro, nell’attesa che Dio mantenesse la sua promessa di redenzione. In “Profeti senza onore” Frederic Grunfeld racconta di un suo nonno che ogni mattina, all’alba, saliva sulla collina dietro casa per vedere se per caso non fosse in vista il Messia. Capisci, a loro in fondo non importava dove attendere la redenzione (il nonno di Grunfeld viveva in Polonia) ma quando questa sarebbe arrivata. Inoltre erano anche il popolo della parola (e della musica). Gli altri dipingevano, tiravano su piramidi, scolpivano statue, loro invece, per paura dell’idolatria ma anche perché, sempre in viaggio com’erano, non potevano portarsi dietro niente di ingombrante, scrivevano. Si portavano dietro solo il libro, la Bibbia, e i rotoli della Torah. Sono il popolo del libro. Ecco che cominci a capire dove sta l’inghippo.
No, questo serve solo a spiegare il mio interesse. Ciò che invece veramente importa è per esempio che gli Ebrei non erano legati alla terra, sia intesa come patria, perché non ne avevano una, sia intesa come agricoltura, perché nei paesi della diaspora non era loro consentito possederne: e quindi erano più pronti degli altri a buttarsi nelle attività del settore secondario, finanza, commercio e industria, e meno legati degli altri ad una appartenenza territoriale e statale, cioè più cosmopoliti. L’idea di un mondo creato, staccato da Dio, li portava inoltre ad una visione molto laica della natura, cioè a non venerarla come divina e intangibile, ma a considerarla come materia imperfetta e manipolabile, e il mondo tutto come perfettibile: il che significa avere la mente aperta al concetto di progresso. E questi sono requisiti fondamentali di un’attitudine “moderna”.
Ma ci sono altri requisiti meno scontati, di carattere psicologico, che discendono dal modo di concepire il tempo. A differenza dei cristiani gli Ebrei non pensano che la redenzione sia già avvenuta, e che ora sia un problema dei singoli guadagnarsi il paradiso: attendono più o meno dai tempi di Adamo un cambiamento che deve avvenire su questa terra, un riscatto di tutto il loro popolo, in altre parole una rivoluzione. Inoltre hanno un rapporto diverso con l’autorità, a cominciare da quella divina. Dal momento che sono il popolo eletto, mantengono una speciale confidenza con Dio, che in effetti parla solo a loro, e anche una notevole coscienza dei propri diritti: ciò che li porta a vivere il loro rapporto con il creatore in maniera sempre piuttosto conflittuale e recriminatoria. Nessun altro popolo si azzarderebbe a rivolgersi a Dio dicendogli, in mezzo alle disgrazie: e allora, quando la finiamo? Figurati quindi che rispetto possono avere delle autorità terrene. E visto che si sono comprensibilmente stancati di aspettare che Dio si decida, e che non si sentono vincolati alle tradizioni e alle istituzioni di paesi e popoli che li hanno comunque sempre trattati da stranieri, hanno cominciato a pensare di smuovere un po’ le acque, aderendo con entusiasmo ad ogni cambiamento, o promuovendolo essi stessi. Sono diventati i rivoluzionari per eccellenza. Basta scorrere un qualsiasi elenco di nomi dei critici più radicali della società tradizionale, dei teorici e dei capi delle rivoluzioni più importanti dalla metà dell’ottocento in poi, da Heine a Marx, a Trotzkj, a Liebknek e alla Luxemburg, giù giù fino ad Adorno e Benjamin e a tutta la scuola di Francoforte, o degli innovatori nei campi dell’arte, della musica e della letteratura, per rendersene conto.
Questo dovrebbe essere sufficiente a spiegare i tre ripiani di letteratura sull’ebraismo: ma non basta ancora a dare ragione di una vita intera a invidiare quella speciale appartenenza. Tieni presente che questa invidia si è per lo più tradotta, lungo tre millenni, in antisemitismo, mentre in me è diventata ammirazione e partecipazione incondizionata. Eppure gli Ebrei sono dei rivoluzionari, potresti obiettarmi, e io invece sono riapprodato, dopo un giro molto largo, ai ribelli. La verità, cara Elisa, è che gli ebrei sono molto di più che dei rivoluzionari o dei ribelli. Sono davvero “l’altro”, il pastore errante dell’Asia, che non ha casa in nessun luogo di questo mondo ma nemmeno in nessuna idealità, che è all’avanguardia di ogni causa e di ogni movimento ma ne viene poi immediatamente escluso, o si esclude lui stesso perché anche la migliore delle cause, quando trionfa e comincia ad istituzionalizzarsi, diventa uno strumento di oppressione. Guarda a quel che è accaduto nelle più importanti rivoluzioni della storia, quella cristiana e quella bolscevica: si sono, e li hanno, chiamati fuori non appena hanno cominciato a dire “ma, veramente, non pensavamo dovesse finire così”. L’ebreo si ribella perché è stufo di essere vittima, ma poi si ribella anche al suo nuovo status di carnefice, perché è stufo che ci siano delle vittime. Ogni volta si ritrova a guardare da spettatore disingannato, e ogni volta riprende il suo esodo verso nuovi ideali. L’ebreo incarna l’unica utopia possibile, quella di un uomo vero, di un uomo libero, di un “profeta senza onore”, come lo definisce Grunfeld, perché non ha radici nei luoghi e nelle tradizioni che lo legittimino agli occhi degli altri, ma vuole legittimare da sé la sua esistenza. Non è moderno, non almeno nel significato che si dà oggi al termine, legato ad un’epoca particolare. Lo è in senso molto più lato, quello di una posizione sempre sbilanciata in avanti, rispetto a qualsiasi epoca. Non è quindi moderno, ma eterno: e infatti, mentre gli antisemiti devono rinnovare di volta in volta le sembianze, prima faraoni o imperatori babilonesi o filosofi latini, poi crociati, sovrani spagnoli o gesuiti, e poi ancora plebi russe, reazionari francesi, proletari sovietici, sterminatori tedeschi, razzisti americani, europei, islamici e idioti di ogni genìa, l’ebreo rimane fedele a se stesso, al suo essere “contro”.
Capisci, adesso? Quella ebraica non è una razza, è una metafora. Almeno lo spero, perché nella razza non potrei rientrarci, nella metafora magari si.
SAGGISTICA 2) Storia delle idee
E adesso lasciamo gli ebrei, ma solo per modo di dire, perché passiamo alla terza ed ultima sezione di questa camera, quella che raccoglie la storia della scienza, la storia della filosofia e la storia delle idee, e ce li ritroveremo costantemente tra i piedi. Il fatto che tu abbia cominciato ad alzarti e a stiracchiarti mi dice che devo darci un taglio e procedere più speditamente. Vedrò di provarci, ma non ti prometto nulla.
Nella storia della scienza faccio rientrare discipline o ambiti che potrebbero essere considerati a buona ragione “umanistici”, come l’antropologia e l’etnologia, e nella “storia delle idee” tutto quello che non appartiene alla storia della filosofia in senso stretto, ma che non saprei come definire diversamente. La verità è che riesce difficile stabilire ad esempio se il darwinismo sia piuttosto una teoria scientifica che una concezione filosofica, o appartenga invece più in generale alla storia delle idee; e comunque ha poco senso. È evidente che tutto si tiene, e che per quanto mi riguarda uso questi schemi in maniera molto elastica, solo per sapere dove diavolo devo cacciare “La civilizzazione dei costumi” di Norbert Elias o la “Storia delle buone maniere a tavola”, e soprattutto dove cercarli quando ne ho bisogno. Per facilitarci un po’ le cose (a me, soprattutto) faremo una sorta di rapida videata delle sottosezioni.
Semiotica e storia dei linguaggi
Dunque, quella che ho chiamato “storia delle idee” occupa tutto lo scaffale a fianco della finestra (parete C). Sotto la sezione dedicata alle dottrine politiche, della quale abbiamo già parlato, c’è un ripiano occupato dalla semiotica e dalla storia dei linguaggi in generale, con cose tipo “I linguaggi dell’umanità” di Michel Malherbe, quello dal quale abbiamo tratto gli alfabeti per il nostro codice segreto, compresi lo khmer, il gujrati e l’etiopico, oppure la “Storia e potere della scrittura” di Henry-Jean Martin, o “La ricerca della lingua perfetta” di Eco. In questo settore ci sono alcuni testi davvero fondamentali, come “Gli strumenti del comunicare” o “La galassia Gutemberg” di Marshall McLuhan, e il “Trattato di semiotica Generale”, sempre di Eco, ma anche “Le rivoluzioni del libro”, di Elizabeth Eisentein, sui mutamenti indotti nella cultura occidentale dall’introduzione della stampa, o “La terza fase” di Raffaele Simone, sugli ulteriori sviluppi provocati dall’informatizzazione. Altre opere, come “Una storia della lettura” di Alberto Manguel o “L’arte della memoria” di Frances Yates, o anche la “Decadenza dell’analfabetismo” di Josè Bergamin, affrontano da angolazioni originali, a volte decisamente controcorrente, il cambiamento nei modi di trasmissione della cultura.
Non ti vedo particolarmente entusiasta, e in effetti queste possono sembrarti tematiche specialistiche, per addetti ai lavori: ti garantisco invece che si intrecciano con la realtà quotidiana molto più di quanto tu immagini. Per esempio, ciò che sto facendo in questo momento, lo scrivere un’interminabile lettera sulla mia biblioteca, non lo avrei probabilmente fatto quando non possedevo un computer. O meglio, magari lo avrei fatto, riempiendo della mia scrittura fitta fitta un quadernone dalla copertina nera, e forse lo avresti anche apprezzato di più, lo avresti conservato come una reliquia, come faccio io con le vecchie lettere degli amici. Ma sarebbe stata un’altra cosa: senz’altro più spontanea e intima, per cominciare. Ed era partita così, in effetti: ho davvero iniziato a scrivere sul quadernone nero, e sono andato avanti per una ventina di pagine. Poi ho pensato che questa sorta di testamento avrebbe potuto interessare non solo te, ma anche i tuoi fratelli, o qualche amico, e che per consentirgli un minimo di circolazione dovevo trasferirlo sul computer. Dal momento in cui ho cominciato a battere sulla tastiera la cosa mi si è trasformata tra le mani, perché è scattata la possibilità di darle un respiro e una diffusione più ampi, e di conseguenza la necessità di curarne sia pur minimamente la forma e la struttura.
Trent’anni fa non mi sarebbe neppure passato per la mente di battere a macchina tutti questi fogli in triplice copia, usando la carta carbone, per raccontarti cose simili. Un lavoro del genere lo avrei fatto, e l’ho fatto effettivamente, solo per argomenti decisamente più “seri” ed importanti. Conservo ancora decine di bloc notes con le successive versioni di ogni singolo capitolo, zeppe di correzioni e cancellature e asterischi di rimando: una fatica di Sisifo. Oggi invece sono stimolato ad andare avanti dalla possibilità di dare immediatamente a ciò che scrivo una forma diciamo editoriale, di tornare più volte sul testo, modificarlo a mio piacimento, tagliare, incollare e leggerlo in tempo reale in una possibile stesura definitiva: posso in pratica produrre un libretto che ha la dignità, almeno per quanto concerne la confezione, di una qualsiasi opera a stampa, e controllarne completamente ogni fase, dall’ideazione alla diffusione. Questo mi rende più libero e mi induce a scrivere, indipendentemente dalla destinazione. Se poi aiuti o meno a scrivere cose sensate, è un altro problema. Ho ancora l’impressione che il computer, proprio perché conferisce immediatamente alla scrittura l’autorevolezza della stampa, non consentirà mai di distillare capolavori come “Il rosso e il nero” o “Guerra e pace”, e sia piuttosto adatto a produrre piatti da fast food, per un consumo superficiale e frettoloso; ma forse è solo un mio pregiudizio, o forse la scrittura non può davvero che riflettere lo spirito del tempo.
Il fatto è che l’introduzione del computer ha cambiato il rapporto con ciò che si scrive. Era già accaduto nel medioevo con quella della carta, che facendo crollare i costi del materiale di supporto aveva consentito un enorme sviluppo della scrittura lirica e intimistica, e nel Rinascimento con il passaggio alla stampa, che aveva creato il mercato editoriale, rivolgendosi ad un nuovo pubblico e rivoluzionando l’attitudine sia degli autori che dei lettori. Anche l’argomento di cui ti parlo, una biblioteca, rientra in questo settore, quello della conservazione, della memoria del sapere. Vedi quindi che ci siamo dentro fino agli occhi.
Ma c’è di più, e riguarda strettamente te. Ti ho seguito con curiosità nei tuoi primi approcci alla scrittura e alla lettura, e nella evoluzione rapida che ti ha portato in questi due anni ad essere cittadina di un altro mondo, quello degli alfabetizzati. A dispetto della tua testardaggine e di una certa pigrizia, che ti porta a preferire che sia io a leggerti qualcosa, ho notato quanto sia avida di parole, tanto che credo conosca già buona parte dei titoli di questo studio, perlomeno quelli che ti suonano un po’ strani: ma soprattutto mi accorgo che è cambiato anche il tuo rapporto con le cose, dopo che le parole che le indicano hanno preso una consistenza scritta. Sei passata da una cultura uditiva ad una visiva.
Più in basso, nello stesso scaffale, un’intera fila di volumi è dedicata ad uno dei temi chiave per lo studio della modernità, quello della percezione del tempo. Cose come la “Storia del tempo” di Landes, “L’ordine del tempo” di Pomian, “Tempo privato” della Nowotny, “La freccia del tempo” di Coveney, “Computus” di Borst, “Le macchine del tempo” di Cipolla, e almeno un’altra ventina. Ho coltivato per anni una vera ossessione per la storia delle concezioni del tempo, ossessione che correva parallela a quella per l’ebraismo e che oggi finalmente si è risolta nella constatazione che si trattava in sostanza dello stesso tema. Ma qui entriamo davvero in un argomento tutt’altro che abbordabile. Facciamo come sopra, lasciamo perdere gli ebrei e la modernità e vediamo come influisce la percezione del tempo sulla nostra vita quotidiana.
Dopo aver letto decine di volumi al riguardo, oggi, rispetto a cosa sia il tempo, ne so meno di prima: ma so almeno come è stato interpretato il concetto nelle varie epoche e nelle varie civiltà, e che per un Tupi-Guarani o un nordafricano non ha senso la puntualità come noi la concepiamo, perché non ha senso l’idea dell’ora e del minuto. Può sembrar banale, ma è uno dei fattori principali di incomprensione tra le diverse culture, e quando non se ne ha consapevolezza non esistono nemmeno i presupposti per accettare gli altri. Questo vale soprattutto per persone come me e te, maniache della puntualità e sempre un po’ in anticipo, a scalpitare perché gli altri la prendono comoda.
Voglio dire che fin che rimaniamo all’interno della nostra cultura e del nostro schema di vita l’impegno alla puntualità e la pretesa che siano puntuali anche gli altri sono doverosi, perché se si conviene di giocare ad un certo gioco, nel quale valgono determinate regole, chi non le rispetta viola un tuo diritto, non rispetta nemmeno te. E su questo ritengo si debba essere intransigenti. Ma è importante ricordare che non si tratta dell’unico gioco possibile, e che in presenza di altre culture e altre tradizioni occorre essere elastici, e magari accettare di cambiare o di allentare un po’ le regole. I libri che vedi non parlano esattamente di questo, ma lo fanno capire nel momento in cui ti raccontano come sono state create le regole del gioco al quale stiamo giocando. E ora, per rispetto delle regole e del tuo tempo, procediamo.
Subito sotto il ripiano degli studi sul tempo viene il settore che raggruppa campi di indagine vari e peregrini, quelli cui ho già accennato parlando di emarginati e devianti, cose tipo la “Storia dei costumi sessuali” o la “Storia del cibo” di Tannahill, con tutti gli altri titoli che ruotano lì attorno. Non hai che da scegliere: sotto il nome di Piero Camporesi trovi ad esempio “Il pane selvaggio”, “Il paese della fame”, “Il sugo della vita”, “La carne impassibile” e “Le officine dei sensi”, ma poi ti puoi sbizzarrire con “La fame e l’abbondanza” di Montanari o “Le pentole del Diavolo” di Meldini, o addirittura con la storia della patata, del caffè, del tabacco, dei generi voluttuari, delle droghe e così via. Lo stesso per la sessualità, magari tra qualche anno: puoi partire da “Il sesso e l’Occidente” o da “Sesso e società alle origini dell’età cristiana” e andare avanti, attraverso la “Storia della sessualità”, “Secondo natura” e tutto il resto, fino all’immancabile “La volontà di sapere” di Michel Foucault. E poi, per tirarti su il morale, ci sono storie delle malattie, delle epidemie, dell’anoressia, dell’igiene, “La peste nella storia” e “Sport e civilizzazione” di Elias (ecco dov’era finito!).
Se invece vuoi davvero saperne di più rispetto a quello che ti ho detto io sulla “Storia del fantasticare” puoi cominciare proprio da quel titolo di Elémire Zolla, o meglio ancora, da “Il regno segreto” di Robert Kirk, un bizzarro ecclesiastico del seicento che sa tutto su fate, elfi, gnomi e compagnia, e poi spostarti a “L’immaginario medioevale” di Le Goff e a tutto un ripiano su “Demoni, mostri e meraviglie”, che spazia dalla demonologia alla stregoneria, al ritorno dell’anticristo e agli apocalittici, alle concezioni della morte nelle varie epoche e presso i diversi popoli, fino alle svariate rappresentazioni dell’aldilà. Insomma, avrai capito che c’è di tutto un po’ e che raccontarlo nel dettaglio significa solo saltare cose tutte altrettanto importanti e godibili. Non voglio guastarti il piacere di scoprirle, a suo tempo, poco alla volta.
Psicologia e psicoanalisi
Proprio in fondo, seminascosto dalla scrivania allo sguardo del visitatore, trovi infine il settore dedicato a Psicologia e Psicoanalisi, che comprende oltre ai testi di carattere generale le opere di Freud, di Jung e di Adler, nonché quelle di Lacan, di Ferenczi, di Laing e anche due o tre “Psicologie del sesso”. Sarà perché da queste ultime, malgrado tutte le migliori intenzioni, non ho ricavato niente, nel senso che ho rinunciato a darmi una spiegazione dei meccanismi psicologici e delle differenti impostazioni nel rapporto tra i sessi, o forse semplicemente perché conosco diversi psicologi e psicanalisti: sta di fatto che non ho in gran simpatia queste discipline. Lo so che questi non sono argomenti corretti per giustificare un rifiuto, e che gli psicanalisti televisivi stanno a Freud come Badget-Bozzo sta a Cristo: ma, proprio come per il cristianesimo o il comunismo, credo che tutto ciò che può essere così banalizzato, e stravolto da promessa di liberazione a strumento di potere, nasconda un vizio d’origine.
Non voglio complicarti la vita, e se da grande oltre che la ballerina vorrai fare anche la psicologa o la psicoanalista non metterò becco. Sappi però che mentre ritengo illuminante la lettura di Freud, soprattutto di quello maturo de “Il disagio della civiltà” e di “Mosé e il monoteismo”, sono decisamente scettico sulle applicazioni terapeutiche delle sue teorie, e anche molto infastidito dalla tendenza, per fortuna in calando, a interpretare in termini edipici qualsiasi sospiro. Per capirci, mi irritano quelle persone che leggono in ogni tuo gesto o parola, fosse anche il piacere di lavorare in campagna, significati reconditi e pulsioni sessuali represse, e più ancora quegli studiosi che applicano lo stesso decoder alla letteratura o alla storia.
Ma questi sono fattori che discendono da una scorretta applicazione della teoria, o dalla trasformazione di quest’ultima in una dottrina. Il difetto d’origine che imputo invece più in generale alle discipline dell’ambito psicologico consiste nella tipizzazione, cioè nella necessità di ricondurre i comportamenti individuali entro schemi di lettura generalizzanti, che per quanto elastici sono comunque delle gabbie. Non che questi strumenti e questi schemi interpretativi siano privi di fondamento, ma è bene aver sempre chiaro che dal momento che ingabbiano la realtà sono applicabili giusto ad uno zoo, e non alla libera savana. Voglio dire che quando accampano la pretesa di spiegare tutto sono attendibili come la fisiognomica o l’astrologia, e che questa pretesa l’hanno accampata troppo spesso. Non mi riferisco agli psicologi da baraccone che vengono interpellati dai telegiornali ogni volta che cambia il tempo, ma alla presunzione di certe interpretazioni storiche, ad esempio, o letterarie, che spiegano le campagne di Napoleone o le favole di Andersen con l’omosessualità latente o manifesta.
Ho anche l’impressione che le quotazioni di queste discipline nella borsa della cultura siano in rapida discesa, e questo naturalmente comporta il solito rischio di buttare via l’acqua col bambino dentro. Ma è un problema che tocca un po’ tutti gli ambiti culturali, anche quelli in apparente salita, e nasce dalla stessa confusione tra il divulgare e il banalizzare di cui ti parlavo a proposito della storia.
In definitiva, confesso che non sarei in grado di darti indicazioni per un percorso di avvicinamento. Posso al più sconsigliarti Lacan, o Deleuze e Guattari, ma solo perché non ci ho capito letteralmente nulla, e magari consigliarti Freud, perché scrive decentemente, e Morin o Piaget, perché dicono cose chiare e più che sensate. Ti prego soltanto di una cosa, prendimi come sono, non ti sforzare di analizzarmi troppo, magari a partire da queste pagine.
Filosofia
Di una posizione di ben altro rispetto, almeno per quanto concerne materialmente la collocazione, gode la Filosofia, che occupa la gran parte del primo scaffale da sinistra della parete B. Ho parlato poco di Filosofia sino ad ora, per la più semplice delle ragioni: non ho molto da dire. Non ho avuto la fortuna di incontrare al Liceo uno di quegli insegnanti che ti appassionano, che ti fanno scalare lezione dopo lezione le vette dell’ingegno e godere le meraviglie della speculazione umana: uno alla Augusto Monti, per intenderci. Il mio era senz’altro preparato, per carità, dava l’idea di conoscere tutto di prima mano, da Talete a Croce, ma non aveva alcun senso dell’ironia, nei confronti nostri e soprattutto nei propri. Pretendeva uno studio mnemonico, la ripetizione pedissequa di appunti presi praticamente sotto dettatura, e non tollerava il minimo accenno di riflessione personale. Magari aveva anche ragione, sarebbe stata solo presunzione discutere di cose delle quali si aveva una conoscenza del tutto superficiale, e così facendo ci insegnava un po’ di utilissima umiltà: ma gli fosse una volta capitato di farsi sfuggire che dietro quelle idee c’erano delle teste, e dei corpi, e delle storie, che Schopenhauer aveva buttato dalle scale la padrona di casa e Spinoza era morto praticamente di fame. Niente. Mai un pettegolezzo, mai un dubbio.
Era anche il mio insegnante di Storia, ma per Storia avevo l’antidoto del Cantù (e infatti, non c’era nulla che lo facesse andare fuori dei gangheri come i miei tentativi di insaporire un po’ le cose), mentre il manuale che avevo in uso per filosofia somigliava a chi lo aveva adottato, grigio, pesante, con biografie in nota di quattro righe, da leggersi con la lente. Ho dovuto attendere l’uscita in economica della “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell, per riconciliarmi con il pensiero filosofico. Ma è stato un riavvicinamento freddo: forse non ho acquisito gli strumenti adatti, o forse, più probabilmente, ho dei limiti congeniti di disposizione, sta di fatto che dopo aver provato a leggere Hegel ho sofferto di cefalee per quattro anni, e Kant e Heidegger li ho mollati al primo sintomo, cioè grosso modo dopo dieci pagine. C’entra senza dubbio anche in questo caso la mia soggezione alle simpatie personali, che prescindono dal valore intrinseco del pensiero e sono motivate dalle ragioni più stravaganti: tant’è vero che sono invece riuscito a leggere Spinoza, Bruno e Vico, che quanto a chiarezza e semplicità te li raccomando. Per altri autori, come Platone, Montaigne e Nietzche, è stato decisamente più facile, ma in quei casi se non altro la scrittura era nitida e affascinante.
Insomma, pur partendo da una preparazione di base squadrata da ogni lato e da quaderni di appunti in bella copia che parevano lo Zibaldone, devo confessare che non sono stato in grado, dopo, di compiere un percorso sistematico o minimamente logico nel pensiero filosofico. Sono tornato ad interrogare la Filosofia solo occasionalmente, di sponda, sulla scorta di rimandi provenienti da altre discipline, e allora mi è magari capitato di scoprire con rammarico che in quei testi c’erano già tutte le risposte che stavo cercando da un pezzo. Così ad esempio è stato per la filosofia dell’umanesimo, quando ho dovuto scendere un po’ più in profondità in funzione di un lavoro storico, o per il pensiero illuministico, al quale mi hanno ricondotto gli interessi per il razzismo e l’utopismo.
Ho notato comunque che le risposte significative venivano piuttosto dagli autori marginali, spesso da pensatori in prestito alla filosofia, piuttosto che dai grandi edifici concettuali. La perfezione delle linee del pensiero di persone degnissime come Kant ed Hegel mi ricorda un po’ i dipinti sulle città ideali del Rinascimento: bellissime, perfette, ma disabitate. Si sente che quello che disturberebbe il quadro sono gli esseri umani con la loro vita, le loro attività, il loro vociare.
Non voglio però farla troppo lunga, soprattutto dopo aver affermato all’inizio che non ho niente da dire. I testi ci sono, di pilastri come Platone o Kant trovi senz’altro le opere più significative, solo Nietzche è rappresentato pressoché al completo, e in più ci sono alcune ottime storie del pensiero filosofico, che mano a mano hanno integrato quella di Russell: Cassirer, Chatelet, De Ruggiero, Reale, ecc. Per quanto concerne me torno a dire che le risposte di fondo le ho trovate in autori non citati in queste storie, come Leopardi o Camus, e ultimamente in un pensatore che rifiuta esplicitamente la qualifica di filosofo, Isaiah Berlin. Rispetto al pensiero di Leopardi sono stato anche un precursore, perché la sua rivalutazione come filosofo è di quest’ultimo decennio, mentre io lo leggevo come tale quaranta anni fa. Cercherò di impedire che la scuola ti guasti il piacere della sua frequentazione, come in genere purtroppo accade, quindi avremo modo presto di riparlarne. Per adesso sappi che ciò che allora, a sedici o diciassette anni, me lo faceva sentire vicino, non solo come poeta ma come pensatore, era la constatazione di una identità di sentimenti in situazioni di vita tanto diverse. A vent’anni scoppiavo di salute, la campagna mi aveva irrobustito ed ero tutt’altro che timido e impacciato con l’altro sesso, eppure sapevo, o meglio sentivo, che quella era la mia visione del mondo, che non c’entrava per nulla il pessimismo, che Leopardi non era uno sfigato ma un uomo coraggioso, capace come nessun altro di guardare in faccia la verità e di non distogliere lo sguardo. E la conferma che questa affinità non ha nulla a che vedere con una condizione di vita ma discende da una consapevolezza esistenziale l’ho trovata successivamente in Camus.
Quanto a Berlin, si tratta invece di un acquisto tardivo. Ho scoperto Berlin attraverso le sue letture del pensiero di Vico e di quello di De Maistre. Al contrario di quanto accaduto con Leopardi, a Berlin potevo arrivare solo alla fine di un lungo percorso, perché non propone una visione della vita, ma una interpretazione dei fenomeni culturali, del pensiero, e quindi parla a chi con questi temi abbia un minimo di dimestichezza. Ne “Il legno storto dell’umanità” e “Il riccio e la volpe”, che ti consiglio di leggere tra circa trent’anni, a meno che non abbiamo la ventura di farlo prima assieme, trovi delle verità semplicissime, evidenti, ma forse proprio per questo non considerate degne della speculazione filosofica. Il che mi porta a pensare che poi tutto sia molto più semplice di come appare, e che ogni tentativo fatto dall’uomo di complicarlo sia un modo di sfuggire, tramite la cultura, proprio alla consapevolezza.
SAGGISTICA 3) Storia della Scienza
Se fai un ultimo sforzo (giuro!) e sposti lo sguardo verso la parete D trovi finalmente la storia della scienza. Come puoi constatare è suddivisa in due sezioni. La prima, sulla sinistra, comprende la storia della scienza vera e propria: ci sono trattazioni generali sulle origini e sugli sviluppi del pensiero scientifico, storie delle diverse discipline (affascinante quella della matematica: se me l’avessero raccontata al liceo non sarei diventato un Galois, ma probabilmente mi sarei evitato il quattro) o monografie su protagonisti e momenti particolari delle stesse. Tra qualche anno potresti essere intrigata soprattutto da queste ultime. Ad esempio da uno studio di Giorgio di Santillana, “Il mulino di Amleto”, che cerca di dimostrare come già in tempi remotissimi nel vicino Oriente fosse conosciuta la precessione degli equinozi. Non so quanto possa fregartene, e nemmeno quanto siano attendibili le conclusioni, ma senza dubbio è trascinante la cavalcata attraverso i miti cosmologici arcaici e la loro interpretazione. Molto bello è anche “I sonnambuli” di Koestler, sui protagonisti della rivoluzione astronomica del ‘500: un conto è conoscere le leggi di Keplero, un altro è immergersi nella vita disperata e avventurosa del loro scopritore, e constatare come le intuizioni più geniali possano discendere da stravaganti fantasie. O ancora, per farti un’idea di quale verminaio sia talvolta l’ambiente scientifico, di quali giochi di invidie e di potere si celino dietro il confronto tra le diverse teorie, e ne determinino spesso il rifiuto o l’accettazione, potrai leggere “Costantinopoli 1786”; è il resoconto di una controversia settecentesca, ricostruita con divertita malizia da uno studioso che tu stessa già conosci, Paolo Mazzarello. Il fatto è che quando vengono raccontate con passione e intelligenza (vale a dire rispettando le motivazioni e le curiosità elementari del profano) diventano coinvolgenti persino la storia dello “Zero” di Robert Kaplan o la “Breve storia dell’infinito” di Zellini: per non parlare poi di cose come “L’ultimo teorema di Fermat” e di “Codici e segreti” di Simon Singh, o dei libri di Guejdi, “Il teorema del pappagallo” e “Il meridiano”, scritti con l’occhio al grosso pubblico. C’è una grande fioritura in questi ultimi anni, un vero e proprio boom della divulgazione scientifica, soprattutto relativa alla matematica. L’unico problema è che in genere questi libri vengono letti da chi di divulgazione non avrebbe bisogno. Si ha addirittura l’impressione di un spreco, perché coloro cui sarebbero davvero utili non sanno che farsene.
A destra c’è invece la sezione più ricca, sulla quale ci soffermeremo un po’ più a lungo. È dedicata alla storia naturale, ma in senso molto lato, perché come ti ho anticipato comprende testi di antropologia e di etnologia, che di norma sono collocati tra le scienze umane. Si tratta anche del settore più giovane: mi sono adattato tardi all’idea che per capire qualcosa dell’uomo lo si deve accettare innanzitutto come animale. Probabilmente sono un po’ lento di mio, ma credo che abbiano avuto il loro peso anche l’ambiente e l’educazione.
In gioventù non ero attratto dalle scienze naturali. La natura la davo per scontata, mi piaceva e ci vivevo immerso tutti i giorni, ma non mi incuriosiva più di tanto. Non ero di quelli che raccolgono e classificano le pietre o le farfalle. Le pietre preferivo lanciarle, ero anche piuttosto bravo, e le farfalle le lasciavo volare. Ancora oggi riconosco un film da un paio di fotogrammi e molti libri da un solo paragrafo, ma non ho imparato a distinguere le varietà di pesci che popolano il Piota o quelle delle erbacce che infestano la vigna.
Nemmeno dai tuoi nonni arrivavano incoraggiamenti in questo senso. Vivevamo di agricoltura, ma solo col tempo mi sono reso conto di quanto mio padre amasse e conoscesse la sua terra. All’epoca mi sembrava che considerasse la natura piuttosto una forza da combattere, domare e talvolta subire: grandinate, malattie delle viti, raccolti sempre in pericolo. Mia madre poi pativa particolarmente questa situazione: aveva per me altre ambizioni, mi voleva colto e affermato, e anche molto salesiano, alla san Domenico Savio, tutto spirito e niente carne.
Meno che mai, naturalmente, ero stimolato dalla scuola. Ho mandato a memoria elenchi interminabili di ordini, generi, specie e sottospecie, dicotiledone e monocotiledone, vertebrati e invertebrati, giusto per il tempo di superare una interrogazione, e senza trovare una sola volta un motivo valido per non dimenticarli. Avrei avuto bisogno di un approccio un po’ più “storico”, ma i testi di scienze delle medie e del liceo non menzionavano affatto Darwin o l’evoluzionismo, e i miei insegnanti si sono guardati bene dal farlo. Anche se non esisteva alcun divieto specifico persisteva l’impostazione data quarant’anni prima da Gentile, e veniva applicata la più efficace delle censure, quella del silenzio. O forse era pura e semplice ignoranza. Allo stesso modo i manuali di storia non prevedevano, con perfetta coerenza, un minimo di riferimento alla preistoria: non rientrava nell’ambito disciplinare. Ho creduto per anni che i dinosauri fossero un parto della fantasia di Giulio Verne. Sul serio.
Quale ne fosse la causa, resta comunque il fatto che questo disinteresse naturalistico ha profondamente segnato la mia formazione. Anche dopo la grande apostasia dei dodici anni, quando ho cominciato a professarmi non credente, non avevo rinunciato alla speranza che il genere umano fosse qualcosa di speciale, che esistesse se non un’anima almeno una dimensione spirituale discesa da chissà dove, e che il mondo e la nostra esistenza fossero comunque iscritti in un disegno. Per me la vicenda dell’uomo era una crescita lineare più o meno continua dalla barbarie alla razionalità, una versione laica dell’ascesa dalla materia allo spirito, dal peccato alla salvezza. C’entravano senz’altro l’educazione cattolica e l’istruzione di stampo ottocentesco, ma c’era anche molta attitudine congenita.
Capirai che, messa la questione in questi termini, tutto ciò che riguardava il non-umano, il pre-umano o il pre-storico non mi interessava. Le conferme di un cammino necessario dell’umanità verso la perfezione le trovavo nella storia, nelle arti, nella letteratura. Ogni nuova lettura mi portava sulla tracce di questo disegno, anzi, costituiva essa stessa una traccia: e anche i primi dubbi non sono nati da una improvvisa conversione scientifica, ma dalle suggestioni letterarie e poetiche leopardiane. Il percorso successivo, quello che mi ha portato a riconsiderare l’uomo sotto la sua specie animale, è stato compiuto tutto a ritroso (ma forse è proprio così che si compiono tutti i percorsi veri: si parte dalle certezze per approdare infine ai dubbi).
Quel sospiro mi dice che boccheggi, rassegnata a sorbirti un altro spiegone. Non hai più nemmeno la forza per protestare, e ne approfitto. Capisco che ne abbia le scatole piene, ma se mi interrompo adesso non ti becco più. Per cui mettiti buona e seguimi ancora per poco. Tra l’altro andiamo su argomenti con i quali hai già una certa confidenza: abbiamo chiacchierato più volte dell’evoluzione e nella bibliotechina della tua cameretta ci sono almeno sei o sette libri che ne parlano. So di comportarmi un po’ come mia madre, ma in compenso non ti nego anche un’educazione religiosa. Spero non abbia difficoltà, tra qualche anno, a scegliere.
Non quante ne ho avute io, perlomeno. Ho cominciato a dubitare della strada a corsia unica che avevo imboccato, quella dell’interesse storico-politico, appena si è trattato di fare concretamente politica e di approfondire seriamente la storia. Altro che perfezionamento: una vera schifezza. Ma non è stata un’illuminazione folgorante: ero piuttosto ostinato (si, è l’equivalente di zuccone: anche questo l’hai preso da me), per cui il ripensamento è stato lento, ha fatto un giro largo e ha disegnato i contorni di quello che a scuola voi chiamate un insieme, includendovi conoscenze e discipline (la genetica, la biologia evolutiva, la paleontologia e la paleo-antropologia, l’etologia, la neurofisiologia, ecc…) che al momento della partenza mi erano assolutamente estranee.
Va bene, la pianto con le metafore. Stavo solo cercando il modo per renderti comprensibile un percorso tutt’altro che lineare, e ora mi accorgo che quello più semplice è seguire la collocazione dei volumi: non ci avevo mai fatto caso, ma raccontano anche visivamente l’evolversi di un interesse. Come vedi vanno da “Tristi Tropici”, primo a sinistra del ripiano in alto, ad “Armi, metalli e malattie”, ultimo a destra, tre ripiani sotto. Da un classico dell’antropologia alla genetica delle popolazioni. Quindi seguiamo quest’ordine.
Avevo inserito Antropologia ed Etnologia nel piano di studi universitario essenzialmente perché gli esami erano abbordabili (l’unico tipo di antropologia che mi aveva attratto fino a quel momento era quella della “Comédie humaine”), ma forse anche per bilanciare un po’ le astrattezze delle varie Filosofie Teoretiche e Filologie Romanze. Gli antropologi studiano infatti l’uomo nella sua dimensione culturale “totale”, gli etnologi mettono a confronto le diverse culture; ciò che li differenzia da altri studiosi dell’uomo, ad esempio gli storici o i sociologi, è il fatto che il loro lavoro non si svolge a tavolino, ma sul campo, cioè in mezzo alle popolazioni studiate. Quindi si tratta di una concretezza di metodo, prima ancora che di contenuti. Quanto a questi ultimi, in genere l’antropologia e l’etnologia si occupano di culture primitive o elementari (non sempre, ma prevalentemente), e studiano l’uomo nel suo stato primordiale.
Ho trovato queste discipline sorprendentemente interessanti, anche se i corsi erano noiosi e i docenti si facevano vedere di rado: gli studi di Malinowski, di Levi-Strauss, di Evans Pritchard o di Marcel Mauss davano risposte nuove alla mia curiosità per il diverso e riempivano molti degli spazi lasciati vuoti dal lavoro storico, perché parlavano in fondo proprio dei “perdenti”, di quei popoli che il treno lo avevano perso. Il fatto è che leggevo ancora ogni diversità semplicemente come un ritardo. Simpatizzavo per i primitivi e per i “selvaggi” con il cuore, non con la testa: non mi sfiorava il dubbio che avessero il sacrosanto diritto di rimanere tali e di essere fieri della loro cultura. Ero persuaso che se aiutati e trattati in un certo modo avrebbero potuto civilizzarsi e apprezzare i vantaggi del modello occidentale (il che in qualche modo giustificava la missione dell’occidente). In fondo arrivavo dalle letture di Verne e di Kipling. Mi credevo un romantico, ma senza saperlo ero un illuminista e un positivista: confidavo nella forza della ragione e in quella dell’elettricità.
In questo non ero poi così lontano dagli altri della mia generazione; per un verso o per l’altro il fenomeno del terzomondismo, che ha caratterizzato il periodo tra la metà degli anni sessanta e la fine dei settanta, era un modo per trasferire altrove speranze e utopie che in occidente non avevano più storia. Si guardava ai popoli del terzo mondo non per quello che erano, ma per ciò che sembravano ancora in grado di fare e di diventare, naturalmente a patto di sposare ideologie e comportamenti politici appresi dall’occidente.
In sostanza le diverse culture, il loro sviluppo, le ricorrenze e le similitudini mi interessavano non in sé, ma perché ero alla ricerca di un comune denominatore tra le forme di organizzazione sociale: quello che avrebbe dovuto costituire la base di una struttura organizzativa buona per tutti gli uomini e tutti i popoli. Paradossalmente invece questa ricerca, che mi metteva di fronte a modelli alternativi di civiltà proprio mentre andavo scoprendo le nefandezze dei “civilizzatori” occidentali, mi ha portato a guardare alla diversità in maniera nuova, a capacitarmi del fatto che non è possibile ricondurre a un’unica soluzione tutte le situazioni, e a considerare determinante non tanto la permanenza delle strutture, quanto quella dei comportamenti.
Mi spiego: le strutture, le forme di organizzazione dei rapporti sociali, politici, familiari, possono dipendere dai tempi e dai luoghi, dalle situazioni di isolamento o di prossimità con altre culture, dal livello tecnologico, ecc…, insomma da fattori variabili, mentre i comportamenti di base dipendono da qualcosa di più costante e radicato, da una natura umana che è plasmabile dall’ambiente fino ad un certo punto, ma mantiene inalterati sul lungo periodo determinati caratteri fondamentali: il che comporta la possibilità nelle scienze dell’uomo, a differenza di quanto accade nelle scienze esatte, di trovare prodotti, risultati, livelli e direzioni di sviluppo diversi quando gli stessi fattori sono disposti in un ordine differente, ma anche di individuare all’interno delle differenze una continuità.
L’aver capito questo ha determinato lo spostamento dei miei interessi dalla storia prettamente “culturale” a quella naturale. Di lì sarebbe poi venuta la comprensione che i due cammini non sono affatto così distinti come si vorrebbe, anche se i binari sui quali viaggiano ad un certo punto si sono separati e soprattutto è cambiata la velocità di marcia sull’uno e sull’altro.
È stato un percorso lungo, tutt’altro che lineare, “puntinato” direbbero i neo-darwinisti, caratterizzato cioè da lunghe stasi e da improvvise mutazioni, corrispondenti ad incontri illuminanti. Niente di sistematico. Un po’ come quando si compone un puzzle: ci sono anche quelli che hanno metodo, partono dai bordi o che so io, ma di norma almeno all’inizio si va alla rinfusa, si combinano tessere in settori diversi, fino a quando non si intuisce grosso modo l’immagine e si può procedere sapendo quel che serve. Così viaggiavo io: una tessera tirava l’altra, e questa mi rimandava ad altre immagini e direzioni. Da Marvin Harris (“Cannibali e re”, “La nostra specie”, “Buono da mangiare”) ho appreso ad esempio che la sacralità delle vacche indiane non è il retaggio di una religiosità delirante, ma uno strumento per garantire la sopravvivenza. Molto interessante, mi dirai: ma poi? Poi c’è che ho dovuto riconsiderare il ruolo della religione, convincermi che non è solo oppio dei popoli, alla maniera di Marx, ma ha un suo preciso ruolo economico e sociale, attraverso la sacralizzazione di certi comportamenti, la creazione di tabù, ecc. Era un esempio di come la cultura pieghi e addomestichi la natura. Le indicazioni in questo senso che avevo trovato nei libri di Eliade e René Guénon non mi avevano convinto, perché la loro interpretazione del fenomeno era totalmente spiritualistica. Ora mi davo spiegazioni accettabili.
Ma Harris, che è un antropologo con una preparazione ed uno sguardo a trecentosessanta gradi, mi ha anche insegnato che il sistema di raffreddamento del corpo umano è diverso da quello degli altri mammiferi, che perché il sudore evaporando dissipi tutto il calore prodotto in eccesso è importante che la nostra pelle sia per la gran parte glabra, o che i peli siano cortissimi, e che tutto questo è legato alla stazione eretta e al fatto che l’homo erectus per sopravvivere doveva correre sulle lunghe distanze, per cacciare o per fuggire. Di qui tutta una serie di altre conseguenze, sulle scelte sessuali, sulla nascita di canoni estetici, ecc…, che ci dicono quanto la natura condizioni la cultura. Insomma, mi ha fatto capire che ogni presunzione di interpretare la storia dell’uomo doveva almeno fondarsi sulla conoscenza delle sue origini e della sua preistoria.
Allo stesso modo, “I draghi dell’Eden” di Carl Sagan mi ha fatto intravedere per la prima volta il funzionamento del cervello, la determinazione naturalistica dei nostri comportamenti. Ho cominciato così a pormi anche in termini biologici il problema di come interagiscano e si combinino nell’uomo cultura e natura. Tutte le letture successive sono state mirate a sciogliere questo nodo, cercando indizi sia nella direzione biologica che in quella evoluzionistica (biologia e paleontologia), alla ricerca del quid che ad un certo punto ha staccato la specie umana da tutte le altre e ne ha fatto un caso eccezionale, nel senso di eccezione, non in quello di superiorità.
Le risposte più immediate non potevano venire che dalla paleontologia. La lettura de “L’evoluzione dell’uomo e della società” di C. S. Darlington mi ha convinto della necessità di risalire ancora un po’, per cercare una spiegazione al mistero: ma l’incontro che ha definitivamente orientato il mio “nuovo corso” è stato senza dubbio quello con “Il gesto e la parola”, di André Leroi-Gourhan. Lì ho trovato per la prima volta una descrizione esauriente del processo di “ominazione”, dalla liberazione della mano a quella della memoria. È un testo che risale a oltre quarant’anni fa, scritto da un etno-linguista, ed oggi la ricostruzione che offre dell’evoluzione culturale è almeno in parte superata: ma conserva intatto il fascino di un tentativo di sintesi insieme scientificamente corretto e coraggioso. Leroi-Gourahn ha inaugurato una sorta di “periodo francese” dei miei interessi, quello che mi spinto ancora più all’indietro, verso le teorie generali degli esseri viventi. Ho letto in successione una serie di studi comparsi in Francia nei primi anni settanta e riguardanti l’ereditarietà, le trasformazioni e le mutazioni a livello genetico, a partire dal fondamentale “Il caso e la necessità” di Jacques Monod e passando poi per Pierre-P. Grassé (“L’evoluzione del vivente”) e Francois Jacob (“La logica del vivente”). All’epoca queste nuove interpretazioni del darwinismo basate sui più recenti apporti della genetica avevano dato uno scossone al mondo scientifico, riaccendendo un dibattito che si era un po’ assopito. Lo stesso effetto lo hanno avuto su di me una decina d’anni dopo. Non so dirti quanto abbia veramente capito di tutti quei passaggi, digiuno com’ero di qualsiasi conoscenza di base in biologia: ma l’effetto generale senz’altro è rimasto, un’idea di come funzionava la faccenda me la sono fatta.
Queste letture hanno provocato poi due effetti indotti. Il primo è stato la spinta a risalire alle fonti, a leggere finalmente Darwin (e devo dire che le cose che ho trovato più interessanti sono l’autobiografia e la relazione del viaggio con la Beagle, com’era prevedibile). Il secondo è stato l’interesse per il dibattito sul darvinismo, sulle sue interpretazioni nel corso di un secolo e mezzo. Quest’ultimo mi ha portato, oltre che ad avere più chiari gli sviluppi della teoria, a incontrare personaggi stravaganti ed affascinanti, ma soprattutto capaci di rendere comprensibili persino a me i punti fondamentali delle loro tesi.
La palma in questo campo spetta senz’altro a J. B. S. Haldane. Haldane è un genetista inglese della prima metà del ‘900, che incarna in pieno la capacità della cultura anglosassone di tenere i piedi per terra e di combinare il rigore scientifico col piacere umanistico. Esattamente come accade per il suo contemporaneo Auden nella poesia, o per Hobsbawm negli studi storici. Tra qualche anno, quando dovrai affrontare gli scogli delle scienze naturali alle medie o nelle superiori ti farò leggere “Della misura giusta”. In mezzo ad una serie di interventi che toccano tutti i temi più svariati e apparentemente peregrini, dalla religione alla produzione del lievito, dalla non violenza alle fiabe e alla sterilizzazione, accomunati però da una visione disincantata del ruolo dell’uomo e della scienza, e soprattutto da uno stile paradossale e sarcastico, ti spiega ad esempio la funzione dell’emoglobina nel sangue in venti righe, concludendo così: ”Se infilate la testa in un forno a gas, dopo che siete morti le vostre labbra assumeranno un bel colore rosato. Ma il sangue che rimane rosso non serve a nulla, e voi sarete morti proprio perché il vostro sangue è rimasto rosso”. Leggendolo capisci cosa significa essere cresciuto nel paese di Swift e di Hornby, invece che in quello di Manzoni e di Moravia.
Non si tratta di snobismo o di esterofilia ipercritica: è solo la sconsolata constatazione della realtà della nostra cultura e della nostra scuola. Probabilmente c’è anche un po’ la rabbia per non aver goduto al momento opportuno di maestri di questo genere. Dove lo trovi uno scienziato e un docente universitario italiano che scriva così? Da noi il divorzio tra le due culture, probabilmente per influsso della controriforma, perché fino alla fine del cinquecento anche i nostri artisti erano al tempo stesso scienziati e umanisti, ha pesato moltissimo. La scienza si è ritirata nel suo gabinetto privato, ha elaborato un suo linguaggio iniziatico, è rimasta asservita al potere o ai poteri, quali che fossero. Negli anni in cui Haldane scrive queste cose in Italia gli scienziati firmano il manifesto sulla razza.
Faccio una digressione per esemplificarti la specificità negativa italiana. Quasi contemporaneamente ai saggi di Haldane avevo letto “Il tabù dell’incesto” di Fabio Ceccarelli, uno dei pochissimi studiosi nel nostro paese ad aver tentato una lettura originale del processo di ominazione, e lo avevo trovato ricchissimo di spunti, di intuizioni, di interpretazioni forse discutibili, ma senz’altro stimolanti. Per quanto ne so il libro non ha avuto nessun riscontro nella cultura ufficiale e nel dibattito scientifico nostrano, il che ti dà un’idea del muro di indifferenza nel quale cozzano da sempre in Italia coloro che hanno davvero qualcosa da dire. È altrettanto vero però che lo stile argomentativo di Ceccarelli è tutt’altro che piano e scorrevole, richiede una concentrazione continua e totale e un’aspirina alla fine di ogni capitolo, proprio per la radicata consuetudine italiana in base alla quale certi argomenti possono essere affrontati solo col taglio “alto”. Dubito che riuscirai a leggere “Il tabù dell’incesto”, e mi spiace, perché il libro vale e l’autore, che ho poi conosciuto, era una di quelle persone schive e genuine che si incontrano sempre più raramente.
Ma torniamo al nostro percorso. L’ultima parte è legata soprattutto alla scuola anglo-americana, rappresentata da paleontologi come Gould ed Eldridge e da biologi come Wilson e Dawkins. Prima ancora di Haldane potresti leggere “Il pollice del panda”, di Stephen Jay Gould, altro straordinario esempio di come si possa raccontare la scienza con stile, chiarezza ed humor. Anche qui si spazia tra gli argomenti più disparati, e viene raccontata ad esempio l’evoluzione dell’uomo servendosi di quella della figura di Topolino. Ti sfido a non capire e a non divertirti. Ma sotto il divertimento c’è una precisa visione dei meccanismi che portano all’emergere di nuove specie, di come operi la selezione e di come le bizzarrie della natura siano tali solo per i limiti della nostra capacità di comprendere.
Gould rimane indubbiamente lo studioso dell’evoluzione più famoso e letto degli ultimi decenni, ed oltre ad essere un ottimo divulgatore è anche esponente di una corrente della biologia evoluzionistica, quella “naturalistica”, che ha formulato la teoria più innovativa rispetto al darwinismo tradizionale, quella degli “equilibri punteggiati”. La sua posizione nell’ambito degli studi evoluzionistici è considerata “di sinistra”, perché concede largo spazio alla determinazione ambientale, oltre che a quella genetica, e perché non manca di denunciare l’uso della scienza a scopi discriminatori o razzisti. Al contrario viene considerata “di destra” la posizione dei “sociobiologi” o ultradarwinisti, un’altra corrente che riconduce ogni comportamento animale (e quindi anche umano) ad una competizione riproduttiva, all’egoismo genetico.
Proprio il dibattito seguito alla pubblicazione del saggio “Sociobiologia. La nuova sintesi”, di E.O. Wilson, all’inizio degli anni ottanta, mi ha fatto capire quanto pesino anche in campo scientifico i preconcetti. Avevo seguito la querelle sulle pagine de “Il Manifesto”, l’unico giornale libero al quale ci si potesse aggrappare negli anni del riflusso. La cultura di sinistra, scientifica e non, accusava Wilson, che è un entomologo, studioso delle società degli insetti, di voler applicare alle società umane gli stessi criteri interpretativi adottati per quelle delle formiche, considerando le une e le altre esclusivamente come cooperative per la riproduzione, finalizzate al gioco del “gene egoista”. È un po’ complicato da spiegare, ma la sostanza del contendere alla fine era questa: se si spinge alle estreme conseguenze il riduzionismo biologico, cioè la determinazione genetica dei nostri comportamenti, e si ritiene che questi siano esclusivamente controllati dalla competizione riproduttiva, ogni ipotesi di progresso sociale, di educazione all’altruismo, alla convivenza pacifica tra individui o gruppi o etnie va a farsi benedire, diventa una bella favola. Si giustifica la lotta, l’ineguaglianza, l’esistenza di gerarchie. E questo, evidentemente, è duro da accettare.
Qualcosa però non quadrava. Si capiva sin troppo bene che il rifiuto della sinistra era pregiudiziale, e nasceva il sospetto che troppi parlassero della questione senza conoscere di prima mano le argomentazioni e le teorie. Non sono arrivato a leggere il libro di Wilson che aveva scatenato il putiferio, per la ragione molto semplice che era introvabile e carissimo, ma ho apprezzato altre sue opere, quelle che trovi qui, come “L’armonia meravigliosa”, “Biodiversità” e “Il fuoco di Prometeo”: e ho scoperto che Wilson non diceva affatto quello che gli era attribuito, anche se diceva cose che potevano essere interpretate in quel senso. Ma non si può fare la guerra alle possibili interpretazioni sbagliate o forzate screditando un lavoro di per sé innovativo e rigoroso: si deve semmai cercare di darne una che ci sembri corretta. Non sto parlando di neutralità della scienza, non ci credo e non esiste: la scelta di una ipotesi, e prima ancora di un argomento o addirittura di un campo di indagine è una dichiarazione di parte. Semplicemente, penso che l’onestà intellettuale imponga di ascoltare almeno, e se possibile anche capire, le argomentazioni degli interlocutori.
Le ultimissime acquisizioni, quelle in fondo al ripiano più basso, vanno in una direzione che sembrerebbe mettere d’accordo naturalisti e sociobiologi. “Il pavone e la formica”, di Helena Cronin e “Uomini, donne e code di pavone” di Geoffrey Miller prendono le mosse da un aspetto a lungo trascurato della teoria darwiniana, quello relativo alla selezione sessuale, e ne documentano l’importanza ai fini della sopravvivenza della specie. Lo studio di Miller spinge un po’ oltre la cosa, in maniera volutamente provocatoria, fino a leggere ogni manifestazione culturale come una forma di “corteggiamento”, uno strumento per garantirsi il successo riproduttivo. Per quanto concerne le finalità sembrerebbe quindi sposare appieno le tesi degli ultradarwinisti, ma essendo l’autore uno psicologo e non un biologo finisce per riconoscere le modalità di azione della cultura proposte dai naturalisti.
Come vedi, alla fine tutto torna. La cultura umana nasce in risposta ad imperativi biologici, ma la componente biologica viene a sua volta modificata dall’evoluzione genetica, e questa evoluzione avviene anche in risposta alle innovazioni culturali. Due ottime sintesi dell’intero dibattito, che arrivano per l’appunto a questa conclusione, le puoi trovare ne “La lepre e la tartaruga”, di David Barash, un altro psicologo, e ne “Il cammino dell’uomo” di Jan Tattersall, un paleoantropologo. Il primo segue i percorsi paralleli e insieme incrociati dell’evoluzione biologica e di quella culturale, cogliendone implicazioni che toccano la demografia, l’ecologia, la tecnologia, ecc.: il secondo ricostruisce tutto l’albero evolutivo della specie umana. Sono testi talmente chiari e scorrevoli da entrare di diritto tra le mie ideali letture per scuole: forse otterrebbero un gradimento maggiore rispetto a “I promessi sposi”.
Andiamo a chiudere: ma ho il dovere di segnalarti ancora due studiosi, questa volta italiani, e non soltanto per salvare un po’ la faccia. Luca Cavalli-Sforza è un genetista di fama mondiale, e naturalmente lavora e insegna in America. Il suo “Storia e geografia dei geni umani”, quel volumone verde che sta a metà del ripiano, è ormai un classico della genetica delle popolazioni. A meno che non scelga di diventare una specialista del settore non lo leggerai mai, ma potrai trovarne un’ottima sintesi in “Geni, popoli e lingue”. Gli studi di Cavalli Sforza hanno fatto piazza pulita di tutti i falsi presupposti genetici sui quali si fondava il razzismo moderno. Oggi chi si appella ancora al presunto rapporto tra diversità naturali e inferiorità nei comportamenti o è in assoluta malafede o è un perfetto imbecille. Comunque, se vuoi saperne di più, a sinistra del volume verde trovi tutta una sezione di studi sul razzismo e sulla biodiversità.
Edoardo Boncinelli è invece un biologo, e rappresenta l’eccezione che conferma la regola italiana di cui sopra: è infatti un formidabile divulgatore e riesce a rendere chiare le cose più astruse, come il funzionamento del cervello e i meccanismi biologici. Leggendo il suo “Le forme della vita” ho avuto l’impressione che a dispetto di un cammino ancora lungo e probabilmente pieno di sorprese la scienza sia già molto avanti nella spiegazione del mistero umano, e che le conoscenze di cui dispone siano già sufficienti a delineare almeno il quadro generale.
Per intanto, quello che ho capito io di tutta la faccenda è che senza arrivare a considerarci delle macchine da riproduzione dovremo d’ora innanzi mettere in conto, in tutti i nostri progetti sociali per il futuro e nelle analisi storiche del passato, il peso enorme del fattore “natura”: questo naturalmente non per giustificare l’esistente, e quindi la rinuncia a ogni tentativo di miglioramento, ma per tenere i piedi per terra e affrontare realisticamente i problemi. Ormai sappiamo che l’evoluzione non è finalizzata ad uno scopo e che il suo strumento, la selezione naturale, non segue semplicisticamente la legge del più adatto: se così fosse, come diceva Haldane, i più adatti risulterebbero essere i poveri, che si moltiplicano decisamente più dei ricchi. Esistono anche delle retroazioni ambientali, dei fattori indotti che orientano in maniera diversa il cammino evolutivo. Nel caso dell’uomo il principale di questi fattori è la cultura, che modifica e imbriglia in molti modi quelle che sarebbero le spinte naturali. La forte determinazione genetica dei comportamenti umani è ormai comprovata dalla decifrazione della mappa del genoma: ma questo non cambia di una virgola il fatto che la cultura ci consente e ci impone un’assunzione di responsabilità. A noi i casi dell’evoluzione hanno dato la possibilità di scegliere, di sottrarci alla tirannia dell’istinto. Non so se sia un privilegio o una condanna: la Bibbia propende per la seconda ipotesi, ma io credo che visto che l’abbiamo dovremmo tenercela ben stretta, e usarla per il meglio.
Ora anche tu vorrai poter fare la tua scelta, e immagino già che sarà in direzione del giardino. Seguirai la tua spinta naturale, l’istinto geneticamente trasmesso a far capriole, ad arrampicarti sugli alberi e a dare la caccia ai gatti. Se però domani, o tra dieci anni, ti verrà voglia di entrare in questo studio non solo per giocare col computer, ma per sottrarre un libro agli scaffali e leggerlo, questa sarà una scelta culturale: vorrà dire che l’ambiente, pareti tappezzate di volumi, nomi e titoli che occhieggiano dai dorsi, un padre che non si muove senza avere con sé almeno due libri, per pararsi contro ogni emergenza, può addomesticare anche la natura più riottosa e selvaggia. Darai ragione a sia a Wilson che a Gould, e a me tanta felicità e un po’ di speranza.
E adesso, fila.
Appendice 2017
RITORNO ALLA STANZA DELLE MERAVIGLIE
Carissima Elisa,
sono trascorsi quindici anni da quando ti ho coinvolta nella prima scorribanda attorno alla mia biblioteca. All’epoca ne eravamo usciti entrambi abbastanza bene: io senz’altro, perché ero stato costretto a ripensare tutto il percorso che c’era dietro e sopra gli scaffali, ed era stato un po’ come ripercorrere la vita intera: tu abbastanza provata, ma con l’embrionale coscienza che quei volumi non erano un complemento d’arredo, avevano una storia e un senso propri, tutti da scoprire.
Da allora, dopo che ti avevo rispedita a giocare in giardino, nello studio sei tornata sempre più spesso, prima per necessità scolastiche o per semplice curiosità, poi, poco alla volta, per pescare autori e titoli che ti avevano intrigato (tra i primi Calvino e Pavese: ma primo fra tutti, ricordo, L’amante dell’Orsa maggiore). Naturalmente hai disatteso le mie raccomandazioni, non dando notizia delle sottrazioni e non lasciando alcuna indicazione del trasferimento di quei volumi ad altro luogo (la tua cameretta, i tuoi scaffali), creandomi in questo modo ansie e costringendomi ad affannose ricerche: ma alla fine va bene anche così. A un certo punto hai poi iniziato a manifestare la sindrome del possesso, a quanto pare ereditaria, per cui ricompri i libri che ti piacciono o che ti sono piaciuti e stai creando una biblioteca parallela: in questo modo i doppioni si sono moltiplicati, e tuttavia non posso dire che la cosa mi spiaccia.
La biblioteca-madre è ancora lì, ma sia lei che tu siete nel frattempo molto cresciute (per parte mia, temo di aver smesso di crescere da un pezzo). Ti invito allora ad una nuova ricognizione, sia pure meno minuziosa: diciamo un semplice aggiornamento. Questa rimpatriata ha un senso perché i tuoi interessi, alla maniera tua, molto riservata e a volte persino indecifrabile, sembra stiano prendendo quella piega che nell’intimo avrei auspicato, ma che sinceramente non speravo; e perché in questi interessi i libri hanno una parte fondamentale. È bene dunque rinverdire la conoscenza di alcuni settori della biblioteca che avevo trattato più superficialmente, anche in considerazione della tua età, di approfondire quella di altri e di rendere giustizia, per completezza, a quelli che dal nostro primo viaggio erano rimasti proprio esclusi.
Prima però ti devo qualche chiarimento sulla direzione che hanno preso da allora gli interessi miei, per spiegare la filosofia che sta dietro i nuovi apporti alla biblioteca. Nel viaggio precedente avevamo parlato soprattutto di letteratura, per la ragione che ho già citato: il primo approccio ai libri passa invariabilmente di lì. In quegli anni poi la letteratura rientrava ancora nelle mie discipline di insegnamento. Da allora però il suo peso nei miei equilibri culturali è andato gradatamente scemando, e oggi arriverei a dire che non ne ha quasi più alcuno. O meglio, mi spiego: non mi interessa granché ciò che di nuovo sta uscendo, perché al di là del diletto ho sempre cercato nella narrativa anche indizi per penetrare lo spirito, il clima di una società o di un’epoca: e la letteratura ne era necessariamente, assieme alle arti figurative, la spia più autorevole (della musica, sinceramente, so troppo poco per azzardarmi a parlarne). Oggi però la produzione letteraria si è totalmente adeguata alle logiche di mercato, al consumo rapido e alla ripetizione seriale, nel tentativo persino un po’ patetico di non essere spazzata via dai nuovi media: e non rispecchia quindi, se non in maniera molto distorta e preconfezionata, le tendenze di una società, ma solo le scelte furbesche di una industria. Ma c’è dell’altro: forse nemmeno più mi interessa capire dove stiamo andando, perché quel che capisco non mi piace. A dirla tutta, insomma, non sono più di quattro o cinque i libri di narrativa che ho letto sino in fondo, con gusto e con interesse, in questi quindici anni: e quasi tutti sono stati scritti più di mezzo secolo fa. Comunque, al di là delle mie preferenze e delle mie idiosincrasie, credo che ultimamente ben poco di nuovo e di significativo sia stato prodotto. In questo settore non potrò segnalarti molte novità.
Vedo peraltro che anche tu sei molto più orientata alla lettura dei classici, anche se ancora non ho capito se lo fai per genuino piacere o mossa da una sorta di senso del dovere. Quelli naturalmente ci sono tutti, già c’erano all’epoca della nostra prima visita, ma ora sono presenti in edizioni più accurate, più riccamente annotate e senz’altro più eleganti. Del Don Chisciotte, ad esempio, trovi ben tre diverse edizioni che hanno sostituito quella economica precedente, scassata e quasi illeggibile per la piccolezza dei caratteri. Ora, quando lo vorrai (so che ancora non lo hai fatto), potrai goderlo senza rovinarti gli occhi. Non hai più alibi.
Le entrate davvero nuove riguardano solo quei testi che un tempo consideravo marginali, e che oggi invece mi intrigano più delle opere di narrativa, cose come Il diario di uno scrittore di Dostoevskij, gli scritti polemici di Turgenev e di Chesterton, i Diari di Kafka e di Musil. Allo stesso modo i classici antichi sono presenti ormai tutti nell’edizione con testo a fronte, e questo, alla luce di quel poco che il liceo classico ti ha fornito, lo potrai apprezzare.
Hanno conosciuto invece un grande sviluppo i settori dedicati alla storia e alla filosofia, e nell’ambito del primo un sottogenere che in precedenza mi lasciava piuttosto freddo, le biografie. A esplodere letteralmente sono state però la storia della scienza e quella delle idee. Qui dovremo soffermarci un po’ più a lungo.
Mi rendo conto che in queste pagine non troverai le sorprese e le meraviglie che speravo di suscitarti nel corso del primo viaggio: ma sai benissimo che le sto scrivendo per me, prima ancora per che per te. Dovrebbero servire a fissare sommariamente le tappe più recenti del mio percorso di lettore, augurandomi che non siano le ultime, e a contrastare gli incipienti sintomi di Alzheimer che percepisco. C’è anche un’altra motivazione: spero che conoscendo la storia di questi libri avrai qualche difficoltà in più, nella remota ed esecrabile ipotesi che pensassi di farlo, a liberartene. So che sembra paradossale e anche un po’ paranoide, ma mentre non mi pongo il problema di cosa sarà di me “dopo”, mi assilla invece l’incertezza per la loro sorte. È il rovello del bibliomane. Non c’è cura, se non trasmettere a qualcuno il ruolo di vestale del tempio. Questo nuovo viaggio potrebbe rappresentare la cerimonia ufficiale di investitura.
Possiamo quindi cominciare.
Stipare
Vorrei procedere con ordine, riprendendo il criterio topografico seguito nel viaggio precedente. Questa volta però partiamo dal soggiorno. La definizione più appropriata per questo locale sarebbe “tinello”, perché comunica con la cucina e viene usato anche come sala da pranzo: ma è un termine ormai desueto, credo di impiegarlo solo io. Con la sistemazione attuale dell’arredo – ci sono solo libri e quadri – ed essendo l’unico nel quale è presente un apparecchio televisivo, potremmo cavarcela all’inglese, con living room.
Le scaffalature che lo caratterizzano (in senso stretto: danno un carattere diverso da quello originario) le ho costruite con le mie mani, come sai benissimo perché lo ripeto a tutti i visitatori. Ne vado particolarmente orgoglioso. Credo che uno scaffale ti rappresenti quasi quanto i libri che ci stanno sopra. Mi creano ansia i ripiani che si incurvano sotto il peso, cosa tipica ad esempio delle scaffalature Billy dell’Ikea: la trovo una mancanza di rispetto per i libri, per la loro importanza e per il loro diritto ad essere degnamente alloggiati. Allo stesso modo non posso soffrire gli scaffali metallici, o di qualsiasi altro materiale che non sia il legno (peggio che mai i ripiani di vetro). Sono materiali freddi, incompatibili con la carta. E ancora, assolutamente da escludere sono le scaffalature colorate o troppo lavorate, o quelle il cui valore antiquario soffoca quello culturale dei volumi ospitati. I libri, come gli umani, per vivere a loro agio hanno bisogno di dimore solide, calde, eleganti e funzionali nella loro semplicità, ma non ingombranti. Dimore come queste, appunto.
Ti sarai accorta (davvero te ne eri accorta?) che rispetto alla volta scorsa le collocazioni sono un po’ cambiate: ho sistemato un nuovo scaffale contro la parete che divide il locale dalla cucina, sfruttando al millimetro uno spazio che sarebbe rimasto inutilizzato per l’ingombro d’apertura della porta d’accesso. Questo mi ha consentito di trasferire qui in blocco tutta la letteratura italiana, e di riservare finalmente un intero ripiano (quello centrale, ovviamente) a Leopardi. Le edizioni dello Zibaldone, dell’Epistolario e delle Operette morali si sono nel frattempo moltiplicate. Non è stata una decisione semplice, ero abituato da decine d’anni ad avere quei volumi a portata immediata di sguardo: mi soccorrevano nei momenti di incertezza, senza nemmeno il bisogno di sfogliarli. Ora di Leopardi nello studio sono rimasti solo il piccolo busto in gesso che sta sulla mensola del caminetto e un ritratto giovanile appeso lì di fianco. Non è la stessa cosa: ma il trasferimento si imponeva, per conservare una parvenza di logica al percorso. Di positivo c’è che in questo modo Giacomo è entrato definitivamente in famiglia: partecipa alle nostre cene con gli amici, assiste alle nostre discussioni (immagino si diverta anche, e qualche volta si arrabbi) e soprattutto compensa come polo positivo quello negativo rappresentato dal microscopico teleschermo.
Ciò che ci interessa ora sta però nella parete di fronte, che in parte ti avevo già descritta all’epoca. Qui, come pure nello studio, sono intervenuto con operazioni di “ottimizzazione” (una bruttissima parola, ma in questo caso efficace) degli spazi, recuperando in pratica un ripiano per ogni colonna. Non si direbbe, perché rimane comunque la congestione dei libri in doppia fila, anche se quelli davanti sono disposti orizzontalmente e consentono di leggere i titoli di quelli dietro, o almeno di indovinarli. Ma figurati quale sarebbe la situazione se non avessi creato spazi nuovi. Gli sbarchi in questo settore sono stati davvero tanti.
Dal nostro precedente viaggio non ho più tentato di contare i libri (e meno che mai di catalogarli, cosa che invece allora mi ripromettevo). Mi limito a marchiare con il mio ex-libris col Viandante tutto ciò che entra, rimandando la creazione di un catalogo a tempi di carestia o eventualmente alla tua buona volontà. Stimo comunque che la dotazione complessiva sia aumentata di almeno un terzo, il che ci porterebbe tra i dodici e i tredicimila volumi. Mi avvicino alle cifre della biblioteca di Monaldo.
Ciò non significa però che in questo periodo abbia letto a ritmi industriali. Ho semplicemente accumulato testi, per lo più, come ti dicevo, di saggistica, che o erano funzionali a ciò di cui ho scritto nel frattempo (e gli argomenti affrontati sono parecchi, dalla storia del viaggio e delle esplorazioni a quelle dell’alpinismo, del cinema western, della democrazia greca, ecc…) o potevano diventare tali in vista dei progetti in cantiere. In molti casi hanno fornito essi stessi lo spunto per nuove investigazioni.
C’è poi da aggiungere che la frequentazione ormai assidua dei mercatini ha moltiplicato le occasioni di acquisto. Su un bancone di libri a un euro trovi sempre qualcosa che vale la pena di essere portato a casa. Ultimamente le scoperte più interessanti sono arrivate proprio di lì, da opere fuori commercio da decenni, che magari nemmeno conoscevo e che ho scovate per caso, attratto a volte solo dalla suggestione del titolo. Quei libri hanno fornito risposte a domande che stavo formulando da tanti anni. O meglio, penso che il segreto sia questo: mi hanno dato le risposte che avrei voluto trovare tanti anni fa, e mi hanno confermato che già allora avrei potuto trovarle. Il che crea un po’ di rimpianto, ma anche se in molti casi le risposte sono superate, l’averle finalmente ricevute ha colmato retroattivamente dei vuoti che mi portavo dietro da troppo tempo.
Viaggiare (a piedi e non)
Per una fertile combinazione di motivi (le cose che ho trovato per caso, quelle che ho ostinatamente cercato e quelle che ho scritto) la letteratura di viaggio ospitata nella parte destra della scaffalatura a tutta parete ha continuato in questi anni a debordare verso sinistra, a conquistare prima nuovi ripiani e poi interi scaffali e a costringermi a periodiche risistemazioni.
Dovessi scriverlo oggi, quindi, il capitoletto sul viaggio occuperebbe almeno il doppio di pagine. Le nuove scoperte, sia per quanto concerne le opere che per i personaggi, riguardano soprattutto la storia delle esplorazioni e dei viaggi scientifici. Provo a dartene sommariamente conto.
Scienziati-viaggiatori – Innanzitutto, i protagonisti. Ad Alexander von Humboldt ho dedicato un piccolo saggio biografico (glielo dovevo) e nel frattempo ho acquisito tutto ciò che di suo era reperibile, comprese le edizioni in italiano, in tedesco e in francese del Cosmos (e anche una parziale in inglese). Le lacune ora riguardano solo la corrispondenza: non esiste una raccolta completa in francese, e quella tedesca, in fase di edizione e tutt’altro che prossima al completamento, occupa già dieci volumi: in compenso ho trovato in Francia una scelta abbastanza ampia delle lettere scambiate con Bonpland, (A. von Humboldt, A. Bonpland – Correspondance1805-1858, a cura di Nicolas Hossard), nonché una biografia di Bonpland (Aimè Bonpland, mèdecin, naturaliste, explorateur en Amerique du Sud, dello stesso Hossard), l’unica che conosco e che possiedo. A differenza di quarant’anni fa, quando è partita la mia Humboldt-mania, e quando era praticamente sconosciuto in Italia e dimenticato in patria, oggi lo scienziato-viaggiatore tedesco conosce un piccolo ritorno di popolarità grazie anche a due recenti biografie: Federico Focher ha scritto A. von Humboldt. Abbozzo di una biografia, mentre Andrea Wulf, già autrice de La confraternita dei giardinieri, gli ha dedicato quel volumone dal titolo L’invenzione della natura, sul quale, ti confesso, ho molte riserve. Insomma, anche il mio personalissimo eroe comincia ad essere macinato dall’industria culturale.
Sull’onda delle ricerche dedicate a Humboldt è cresciuta la curiosità per le biografie di altri scienziati-esploratori. Darwin, naturalmente (del Viaggio di un naturalista attorno al mondo possiedo quattro diverse edizioni, e due dell’Autobiografia, oltre alla biografia classica di Desmond e Moore, a quella leggermente più romanzata di Irwing Shaw, L’origine, e ai Taccuini); ma anche, e soprattutto, il suo corrispondente-amico-antagonista Alfred Douglas Wallace, un po’ meno ignoto anche agli italiani da quando il buon Federico Focher ne ha scritto una avvincente storia (L’uomo che gettò nel panico Darwin). Wallace è un personaggio che riserva un sacco di sorprese: oltre che esploratore, cercatore di specie, scienziato autodidatta, era un socialista umanitario, pronto a battersi per ogni causa, soprattutto per quelle perse, e un convinto spiritista, tanto solare e disposto a mettersi in gioco quanto Darwin era riservato e pieno di dubbi. Dei suoi scritti è stato finalmente tradotto L’arcipelago malese, divertente e commovente resoconto di quattro anni di avventure (e soprattutto disavventure) a caccia di nuove specie vegetali nel sud-est asiatico. Lo trovi accanto ai libri di e su Darwin (e a quello sullo spiritismo, che ho scaricato dalla rete).
La passione per la montagna mi ha aiutato a scoprirne il miglior interprete e precursore in Déodat de Dolomieu, l’“inventore” delle Dolomiti. Dolomieu ebbe un’esistenza che definire avventurosa è riduttivo. Fece le esperienze più disparate, da un duello mortale (per l’avversario) a sedici anni fino a venti mesi di assoluto isolamento in una fetida e piccolissima cella di un carcere borbonico, poco prima di morire: ma compì soprattutto una ricognizione minuziosa e completa di ogni vallata alpina. Era un camminatore formidabile, capace di sfiancare non solo i compagni di percorso ma anche i muli e i cavalli da soma, e uno spericolato arrampicatore, che tuttavia nei Viaggi sulle Alpi non rivendica alcuna delle innumerevoli vette da lui per primo conquistate. Per conoscerlo mi sono avvalso di una monumentale (ma piuttosto confusa) biografia scritta da Luigi Zanzi (Dolomieu, un avventuriero nella storia della natura) e ho poi ricostruito il resto attraverso la lettura diretta dei suoi resoconti di viaggio (Viaggi nelle Alpi).
Del tutto fortuita è stata invece la conoscenza dell’opera e della vita di Guido Boggiani. Attraverso un volume dedicato principalmente alla sua pittura (Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, di Maurizio Leigheb) ne ho scoperto una seconda esistenza, quella di etnologo e viaggiatore (raccontata da Boggiani stesso nei Viaggi di un artista nell’America meridionale), che lo ha portato a vivere per anni ai margini del Gran Chaco paraguagio e a morirvi, ucciso da un indigeno, prima dei quarant’anni.
Altre storie come la sua, o come quelle di Wallace e di Dolomieu, ho trovato in un paio volumi piuttosto stagionati, I cacciatori di piante di Thaylor Whittle e Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica di Victor von Hagen, e in uno recentissimo, Cercatori di specie, di Richard Conniff. Quella del viaggio a scopo scientifico è una vera e propria epopea, naturalmente poco conosciuta e per niente celebrata nelle nostre scuole, che ha cambiato non solo lo sguardo ma anche la quotidianità della vita dell’Occidente. I libri che ho appena citati offrirebbero ai nostri demotivati studenti, e non solo a loro, ben altri stimoli rispetto alle ricostruzioni politiche e militari, o a quelle della “cultura materiale”, cui si riduce in genere l’insegnamento della storia, e li aiuterebbero a coltivare un minimo di passione per le scienze e ad acquisire qualche fondamento etico.
Lo dico contro ogni apparente evidenza. Sai benissimo, ne sei anzi un esempio concreto, che anche nella tua generazione ci sarebbero potenziali lettori “veri”, da non confondere con i consumatori di thriller o di romanzetti da spiaggia, se solo qualcuno avesse il coraggio di proporre loro dei percorsi più impegnativi, ma proprio per questo più gratificanti. In realtà non è solo questione di coraggio: ci vorrebbero anche una conoscenza e una professionalità che alla stragrande maggioranza degli insegnanti non appartiene affatto: col che il discorso appare chiuso in partenza. Ma a monte di tutto questo c’è di peggio: c’è lo stupido convincimento, prodotto dalle cantonate sull’egualitarismo prese dalla mia generazione, che la cultura debba essere “facilitata”, distribuita a pioggia, anziché resa possibile e promossa come conquista individuale e come premio a se stessa.
Avventurieri ed esploratori – Torniamo però ai nostri viaggiatori. Attraverso un gioco di rimandi sono arrivato ad alcuni personaggi davvero singolari, avventurieri nel senso più letterale del termine. L’ultimo in ordine di comparsa, ma primo per collocazione storica, è Lodovico de Varthema. Ne ho trovato traccia nei testi di Herrmann e di Brilli di cui parlerò tra breve, ho poi acquisito una sua biografia (Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda) e ho scovato infine le recentissime edizioni del suo Itinerario e del Viaggio alla Mecca. De Varthema si trovava già a Calicut quando, nei primissimi anni del ‘500, ci arrivarono i Portoghesi. Dalle mie parti si usa dire che quando Colombo approdò in America ci trovò i mandrogni che già gestivano un ben avviato giro d’affari. Bene, i lusitani trovarono senz’altro un bolognese che già aveva girato tutto il Medio Oriente e visitato le Isole della Sonda, pronto a far fruttare le informazioni accumulate e ad acquisirsi meriti (al ritorno in Europa fu insignito dal re del Portogallo della dignità nobiliare, oltre che di una pensione). Anche se probabilmente molte delle sue avventure sono enfatizzate, soprattutto per il gusto di inserire situazioni boccaccesche delle quali è immancabile protagonista, resta il fatto che quelle terre le aveva realmente visitate e che per esserne tornato vivo e vegeto doveva avere senz’altro la scorza dura.
Non quanto Enrico Tonti, o Henry de Tonti, però. Tonti è stato una vera folgorazione. Non lo avevo mai sentito nominare sino a dieci anni fa, e vengo poi a scoprire che è stato uno dei protagonisti dell’esplorazione nordamericana, al fianco di Chevalier De La Salle. Non esiste una sua biografia in italiano (che mi risulti, nemmeno in francese), ma le notizie essenziali sulle sue incredibili avventure si possono ricavare da L’Europa alla conquista dell’America, un bellissimo libro di Raymond Cartier che racconta nel dettaglio le guerre indiane sui Grandi Laghi tra Sei e Settecento – quelle de L’Ultimo dei Mohicani, per intenderci, o di Ticonderoga -, o da Mississippi di Mario Maffi. “Mano di ferro”, come lo chiamavano gli indiani, fu uno dei pochi che mise in soggezione persino gli Irochesi, che quanto a ferocia e coraggio non la cedevano a nessuno, e fu determinante per l’esplorazione del bacino del Mississippi, consegnato poi nelle mani della corona francese. Su questo tema e sulla storia di De La Salle è appassionante La Louisiana per il mio re, di Hans Otto Meissner, così come interessanti sono altri libri di memorie legati alla fase americana della guerra dei Sette Anni: ad esempio il diario anonimo di un soldato francese che ha partecipato a tutte le fasi della campagna e alla caduta di Montreal (Oltre le cascate del Niagara).
Altrettanto singolare, e secondo nemmeno agli Irochesi per determinazione, è il personaggio di Augusto Franzoj. Militare, disertore, giornalista radicale sempre in cerca di rogne e capace di sopravvivere ad oltre cinquanta duelli, Franzoj attraversò nella seconda metà dell’Ottocento mezza Africa centro-orientale per andare a recuperare le spoglie di un esploratore italiano morto nel paese dei Galla. L’Africa fu per lui inizialmente un rifugio, ma divenne poi una vocazione. Sebbene non avesse alcuna necessità di spostarsi per vivere pericolosamente, l’Etiopia gli offrì il teatro ideale per una avventura che più pazza e disperata è difficile immaginare. Ne uscì, e la raccontò, naturalmente con tutti gli aggiustamenti del caso, in Continente nero, che nella sua ostentata “obiettività” è davvero un resoconto spassosissimo: ma per conoscere anche gli altri particolari della sua vita sempre sopra le righe occorre leggere Un viaggiatore in brache di tela, di Felice Pozzo.
Queste ed altre figure altrettanto avvincenti sono balzate fuori dalle pagine di diverse opere sulla storia generale delle esplorazioni da tempo fuori commercio, alle quali solo recentemente ho potuto arrivare attraverso il mercato on line. Pur restando fermo sulla mia linea di principio, secondo la quale l’eccessiva facilità nel reperire testi ritenuti a lungo introvabili sottrae una buona fetta di piacere al gioco, quella dell’attesa, della ricerca febbrile sulle bancarelle e magari dell’incredula sorpresa di un ritrovamento, devo ammettere che la diffusione di siti dedicati alla compravendita dei libri ha reso accessibili cose che mai mi sarei sognato di poter un giorno possedere. È il caso della fondamentale trilogia di Paul Herrmann (Sulle vie dell’ignoto, Sette sono passate e l’ottava sta passando e Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu) o di La conquista della terra di Giotto Dainelli, opere edite più di mezzo secolo fa. Mentre il libro di Dainelli lo conoscevo (e lo desideravo) da tempo, quelli di Herrmann sono stati un’autentica rivelazione. Soprattutto mi ha stupito il non averne mai sentito parlare in precedenza, il non avere mai colto alcun rimando. Forniscono una messe incredibile di informazioni, ma sono anche di lettura piacevolissima: avrei voluto averli tra le mani a quindici anni, e forse mi avrebbero cambiata la vita.
Ma sarebbe stato probabilmente sufficiente poter disporre per tempo di opere divulgative illustratissime come Il grande libro delle esplorazioni o Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo, che a dispetto dell’apparente destinazione a fare tappezzeria nei salotti forniscono un racconto dettagliato ed esauriente delle grandi imprese di esplorazione. Ne ho fatto incetta, e adesso mi ritrovo a confrontare le diverse narrazioni, a scovare le imprecisioni e a sommare i piccoli tasselli forniti da ciascuna per costruirmi un quadro il più vasto e completo possibile.
In che senso la precoce conoscenza di opere del genere può dare una svolta diversa ai tuoi percorsi? Beh, intanto perché consente di affinare lo sguardo sulle vicende storiche, di sottrarlo ai condizionamenti che le letture ideologiche legate al clima di un particolare momento immancabilmente ne danno.
Faccio un esempio. Come ben sai, ho cominciato molto presto, attraverso i fumetti del grande Blek e di Hugo Pratt e i libri di Fenimore Cooper, ad appassionarmi alle vicende settecentesche delle tribù indiane della zona dei grandi laghi. Ho quindi approfondito appena possibile la storia e la civiltà del popolo irochese, o meglio, della Società delle Cinque Nazioni, e l’ho fatto anche attraverso la lettura di “Dovuto agli irochesi”, di Edmund Wilson, un classico di quello che Pascal Bruckner chiama “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Wilson racconta di una cultura avanzatissima sotto il profilo politico e sociale, che non ha nulla da invidiare alle coeve istituzioni occidentali, ed esprime un accorato rimpianto per la sua distruzione da parte degli invasori bianchi.
Bene, leggendo i diari di Tonti, di De La Salle e di padre Hennepin, che con gli Irochesi ebbero a trattare direttamente, nonché le testimonianze di quei pochi gesuiti e francescani che riuscirono a sopravvivere ad una caccia spietata, e pur facendo la debita tara alla consueta demonizzazione del nemico (ma quanto riferito dagli inglesi, che con gli Irochesi erano alleati, non differisce molto), viene fuori un quadro ben diverso: quello di una popolazione dai costumi ferocissimi, che provava un sadico gusto nella lenta tortura dei prigionieri, delle cui carni spesso e volentieri si cibava, e che per un secolo e mezzo costituì un vero e proprio incubo per tutte le altre nazioni indiane dell’area dei grandi laghi. L’accusa di cannibalismo non è affatto pretestuosa, come si è affannata invece a dimostrare nella seconda metà del Novecento l’antropologia terzomondista, e lo dimostra il fatto che i nostri testimoni non hanno esitazione a raccontare come questa pratica fosse fatta propria comunemente, nelle situazioni di necessità, anche dagli occidentali. Quanto al diritto sul suolo, gli Irochesi erano degli invasori al pari degli occidentali: arrivavano da un’altra area, non combattevano per difendere le proprie terre, ma per conquistare nuovi territori sterminandone sistematicamente gli abitanti.
Lo stesso vale per la complessa vicenda dello schiavismo. I diari degli esploratori africani ci mettono di fronte alla realtà di una pratica istituzionalizzata da millenni, tanto comune all’interno delle singole popolazioni quanto normale nei confronti di quelle esterne, e a quella di una tratta araba che ebbe sulla demografia del continente un impatto ben più devastante di quella europea, e che per motivi ideologici viene sempre sottaciuta o minimizzata. Certo, i portoghesi prima e poi via via tutti gli altri hanno intensificato questa pratica, hanno incanalato il flusso addirittura verso un altro continente: ma non hanno inventato nulla. Al più hanno fornito armi e incentivi per intensificare una tragedia presente da sempre, in ogni epoca e presso ogni civiltà: e a partire da un certo periodo, almeno dalla prima metà dell’Ottocento, hanno almeno teoricamente combattuto la tratta. Questo non assolve certamente l’occidente dalle sue colpe: spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi, tedeschi, e non ultimi gli italiani, si sono resi responsabili di veri e propri genocidi: ma quando Franzoj ci testimonia dal vivo (è arruolato più o meno a forza come osservatore) che nel corso di una delle periodiche campagne di guerra Menelik fa almeno cinquantamila morti e conduce via quasi il doppio di prigionieri, ovvero di schiavi, la storia lascia spazio a sfumature interpretative un po’ diverse.
Queste sfumature sono state volutamente ignorate nell’ultimo settantennio, a causa di un preconcetto ideologico, purtroppo radicato in quella che continua ad autodefinirsi “cultura di sinistra”, che ha condizionato costantemente la narrazione storica. Ti faccio un altro esempio. Nel 2008 è uscito in Francia il saggio Le génocide voilé (Il genocidio nascosto), di uno studioso di origine senegalese, Tidiane N’Diaye. In esso, con un calcolo certamente approssimato per difetto, N’Diaye dimostra che nel corso di tredici secoli, arrivando praticamente sino ad oggi, sono stati ridotti in schiavitù e deportati verso il Medio Oriente o verso la fascia mediterranea del continente almeno diciassette milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana. Di costoro, ed è questa la cosa che dovrebbe far maggiormente riflettere, non è rimasta praticamente traccia, mentre ad esempio negli Stati Uniti o nell’America del Sud i discendenti dei nove milioni di schiavi deportati tra il cinquecento e l’ottocento sono oggi più di settanta milioni. Ciò si spiega col fatto che gli schiavi deportati dagli arabi venivano castrati o uccisi, e non potevano lasciare alcuna discendenza. Ora, tutto questo non significa affatto che gli schiavi in America fossero trattati umanamente, non diminuisce lo scandalo della tratta: ma mi pare lecito chiedersi come mai si parli solo di quest’ultimo, e non dello schiavismo arabo, e come mai mentre questo scandalo la cultura occidentale lo ha bene o male denunciato ed esecrato, nessuno storico arabo lo abbia mai ammesso a carico del suo popolo. E anche perché questo dato venga costantemente ignorato in qualsiasi dibattito sulle colpe dell’Occidente.
L’altro aspetto, più personale, riguarda un qualche esito professionale che avrebbe potuto scaturire dai miei interessi. C’è stato un momento, al termine degli studi universitari, in cui ho dovuto scegliere tra strade diverse per il mio futuro. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, ma forse una conoscenza di questi argomenti non legata più soltanto alle letture di Salgari e Verne o del vecchissimo Cantù mi avrebbe reso più determinato ad inseguire quella che era già allora una passione profonda (col rischio magari, come accade per ogni passione che diviene professione, di vedere poi spento ogni entusiasmo).
Ma torniamo all’oggi. I percorsi di questi ultimi anni mi hanno indotto a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio che avevo espresso a suo tempo in “Perché non esiste una letteratura di viaggio in Italia”. L’assenza di interesse riguarda a quanto pare soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione). Gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi, e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali. Ma nella prima metà del novecento, per le ragioni opposte, questo interesse c’era, e lo testimonia ad esempio una iniziativa editoriale della Paravia dedicata a “I grandi viaggi di esplorazione”, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni trenta, dello sciovinismo di regime: ma avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, e anche degli adulti, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle storie di Colombo, Magellano e Cook, quelle di Humboldt, Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Lodovico de Varthema. Le sto raccogliendo con cura, e una buona parte le trovi qui.
Sempre nella prima metà del secolo (ma anche nell’immediato dopoguerra) hanno goduto di una certa popolarità i libri di Vittorio G. Rossi (quella G puntata mi ha sempre fatto impazzire: essendo il mio secondo nome Giuseppe, ho continuato per anni a firmarmi Paolo G. Repetto, fino a quando esigenze di “razionalizzazione” dell’anagrafe non mi hanno costretto a tenermi un solo nome). Alcuni titoli sono curiosi, altri suggestivi (Pelle d’uomo, L’orso sogna le pere, Il cane abbaia alla luna). Rossi era uno scrittore atipico, almeno per l’epoca: di mestiere faceva altro, era un navigante, e in questa veste ha visitato praticamente tutto il mondo. Poi riversava nei libri (tra il il 1930 e il 1980 ne ha scritti più di due dozzine) quello che aveva visto e quello che aveva provato, dando spesso spazio, soprattutto nell’ultimo periodo, a considerazioni a ruota libera di filosofia spicciola. Per un sacco di tempo è stato lo scrittore di viaggio più venduto e più conosciuto in Italia, poi, complici da un lato una certa ripetitività e dall’altro l’ostracismo decretatogli dopo gli anni sessanta per i suoi trascorsi politici, è stato totalmente rimosso. Anche nel suo caso sto recuperando tutto il possibile. Prova a leggerlo. Non credo ti appassionerà, non è un grande scrittore, ed è chiaro che per me vale l’aura particolare della quale lo rivestivo da ragazzino, una sorta di precursore di Corto Maltese: ma è un ottimo testimone di come l’occidente guardasse al resto del mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, e del fatto che tutto sommato questo sguardo era meno velato dall’ipocrisia di quello dei futuri crociati dell’antioccidentalismo.
La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, alla quale già accennavo nell’articolo citato poco sopra ma che attribuivo soprattutto ad una moda di importazione, ha invece dato in questi ultimi anni dei frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va soprattutto ad autori come Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura di viaggio raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico. (In questo è stato preceduto però da Wilhelm Buescher, che in Germania, un viaggio percorre uno stralunato itinerario invernale seguendo l’ormai scomparsa linea di demarcazione tra est ed ovest).
Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata anche da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Brizzi viaggia rigorosamente a piedi, e percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli per intenderci della via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Non so se ne abbia tratto ispirazione, ma ha dei precedenti illustri: nel 1802 lo scrittore tedesco J. G. Seume (altro bel personaggio: arruolato a forza nelle truppe vendute dal sovrano dell’Hannover agli inglesi per combattere in America, poi disertore, quindi ufficiale nelle truppe russe impegnate in Polonia, curatore di edizioni di classici, libero pensatore), si è fatto a piedi tutta la penisola, diretto a Siracusa, e lo ha poi raccontato in un gustosissimo L’Italia a piedi, ormai quasi introvabile ma che ho fortunosamente rimediato in un’asta mediatica.
Rimanendo nel campo dei camminatori, una scoperta sensazionale è stata quella di Patrick Leight Fermor, scomparso recentemente in tardissima età e protagonista di vicende degne di un Tonti. Nel corso del secondo conflitto mondiale Fermor venne impiegato dagli inglesi, per le sue conoscenze linguistiche e culturali della Grecia, come agente di collegamento con i partigiani ellenici che operavano a Creta. Bene, in quella veste organizzò e condusse a termine personalmente il rapimento del comandante delle truppe tedesche che occupavano l’isola, portandoselo a spasso per settimane in barba a tutti i rastrellamenti. Ma di possedere la stoffa Fermor lo aveva dimostrato già diverso tempo prima, a diciotto anni, quando intraprese da solo un lunghissimo viaggio a piedi che lo portò dall’Inghilterra a Costantinopoli, lungo la linea del Reno prima e del Danubio poi, attraverso un’ Europa che stava appena entrando negli anni oscuri del nazismo. Di questo passaggio e del clima nel quale si stava svolgendo Fermor è un testimone anomalo e interessantissimo in Tempo di regali, dove raccoglie le ultime vestigia di un mondo, soprattutto quello asburgico, che stava ormai rapidamente scomparendo, e avverte tutte le inquietudini e le ombre di ciò che stava arrivando.
Altro formidabile camminatore, questo, come Rumiz, più o meno mio coetaneo, è Bernard Ollivier, un giornalista francese che al momento di andare in pensione si imbarca in un’impresa titanica, la traversata dal Mediterraneo alle porte della Cina attraverso l’Anatolia e il Medio Oriente, in pratica una variante dell’antica via della seta, resa ancor più ardua di quanto non fosse secoli fa dalla situazione politica interna ai diversi paesi. Il percorso è raccontato in una trilogia che comprende La lunga marcia, Il vento delle steppe e Verso Samarcanda.
Stavo però parlando della diffusione della letteratura di viaggio anche in Italia. È indubbia, i viaggiatori-narratori pullulano e le collane nelle quali possono trovare spazio si moltiplicano. Sin troppo, per i miei gusti. Allo stesso tempo è in atto anche una riscoperta e ripubblicazione delle opere del passato che consente di avvicinare cose ormai scomparse addirittura dalla memoria (un caso emblematico è proprio quello di Lodovico di Varthema). A questa rinascita di interesse, a livello storico oltre che di pura evasione, ha dato un fortissimo contributo l’insieme dell’opera di Attilio Brilli, che per certi aspetti può essere considerato l’equivalente italiano di J. Leed, e per altri lo ha sicuramente sopravanzato. Brilli sta sfornando uno dietro l’altro studi avvincenti e documentatissimi sulla storia del viaggio, partendo da quello in Italia, dal Gran Tour sette-ottocentesco (Il viaggio in Italia, Quando viaggiare era un’arte, Un paese di romantici briganti, Il viaggiatore raffinato), per spaziare poi su tutto il globo con Il viaggio in Oriente, Mercanti e avventurieri, Dove finiscono le mappe.
È il segno di un passaggio di interesse, di una raggiunta maturità anche nei confronti di una pratica, quella del viaggio, che dagli italiani è stata sempre considerata piuttosto una costrizione che una scelta. Ma è anche, come tutte le forme di bilancio che si possono fare sulle varie attività umane, il segno di un suggello finale, la manifestazione della coscienza che un’epoca, e un modo di interpretarla, è ormai finita. E che può essere rivissuta, e rimpianta, solo attraverso le tracce lasciate sulla carta.
Salire
Sembra andare in questa direzione anche la letteratura alpinistica. Proprio nel momento in cui le è riconosciuto uno status diverso da quello di “genere” (con Otto montagne Paolo Cognetti ha vinto lo Strega in Italia e il Médicis in Francia) non pare più in grado di produrre quel coinvolgimento genuino che caratterizzava le relazioni scarne degli inglesi dell’800, quelle semplici di Kugy all’inizio del secolo successivo o quelle di Pete Boardman che mi avevano entusiasmato alla fine degli anni settanta. La “qualità” della scrittura si è senz’altro innalzata, ma a non convincere è la corrispondente crescita delle ambizioni. Ora, una certa tendenza a filosofeggiare è implicita da sempre nella letteratura alpinistica. In fondo uno che rischiava la pelle o quantomeno si sottoponeva a prove fisiche estenuanti, spesso in totale solitudine, senza neppure lo scopo di dare spettacolo per una platea plaudente, nel momento in cui queste cose le raccontava doveva in qualche modo cercare di spiegare, e prima di tutto a se stesso, perché lo facesse. Quindi la retorica era un ingrediente fisso delle narrazioni di ascensione: andava messa in conto, e quando non era esasperata (come nel caso di alcuni alpinisti tedeschi, tipo Guido Lammer, o anche italiani, come Guido Rey) e non alterava troppo il gusto la assumevi come una spruzzata di spezie. Ma oggi, quando ogni passaggio, ogni appiglio, persino ogni volo sono documentabili con una videocamera grande come un pacchetto di sigarette, e ogni gesto è compiuto proprio in funzione di quella telecamera, quindi di potenziali spettatori, ricorrere a spiegazioni filosofiche mi sembra decisamente pretestuoso, oltre che superfluo.
Avrai insomma capito che sono piuttosto riluttante a parlare di filosofia dell’alpinismo. Per più motivi.
Il primo, forse banale, ma neanche troppo, è il costume tutto contemporaneo di voler distillare filosofia da ogni attività umana, nella fattispecie da pratiche sportive come il camminare, il nuotare, l’andare in bicicletta, ecc … L’alpinismo già di per sé, per ragioni che puoi facilmente intuire, l’ambiente suggestivo ed ostile, la disposizione ascetica dei praticanti, lo spirito di cordata, è l’attività che meglio si è sempre prestata ad essere letta come metafora dell’indagine sul senso del mondo e della vita: e in effetti fin da subito, fin dagli esordi con Petrarca, ha vantato un approccio “filosofico”. Per carità, certamente dietro ogni pratica che comporta uno sforzo in teoria totalmente gratuito e fine a se stesso una qualche motivazione psicologica deve esserci: ma questo con la filosofia ha poco a che vedere. Mentre quest’ultima è letteralmente l’arte di porre domande, l’alpinismo sembra più interessato a dare risposte (so che sembra uguale, ma non lo è). Io credo che in montagna uno trovi solo quello che ci porta (così come dalle altre parti), ma abbia poi l’impressione di averlo trovato, o di poterlo trovare, solo lì. Si rischia cioè di confondere il mezzo (la scalata) con lo scopo.
In compenso, dovessi consigliarti qualcosa per invogliarti ad una pratica che hai troppo presto abbandonato, ti indirizzerei senz’altro ad opere che danno una lettura storica dell’alpinismo, senza addentrarsi in troppi tentativi di interpretazione: come ad esempio Cime misteriose, di Fergus Fleming. Anche il giovane autore che già ti avevo segnalato per Come le montagne conquistarono gli uomini, Robert Mac Farlane, ha scritto due nuovi libri molto belli (Luoghi selvaggi e Le antiche vie) dedicati però più in generale al viaggio a piedi.
Tra gli italiani un buon lavoro “divulgativo” lo stanno facendo Enrico Camanni (Alpi ribelli, Il desiderio di infinito) e Marco Albino Ferrari (Alpi segrete, Le prime albe del mondo), che riescono a raccontare mantenendo un profilo basso, poca retorica e molti fatti concreti. Penso che il loro tipo di approccio potrebbe piacerti. Ma penso soprattutto che dovresti riprendere a dialogare direttamente con le montagne.
Raffigurare
Se la letteratura di viaggio e i libri di montagna occupano ormai più di metà della scaffalatura a tutta parete, i ripiani restanti sono dedicati interamente alla sezione artistica, che comprende i libri d’arte e quelli sul cinema e sui fumetti. Nella prima edizione di Elisa nella stanza delle meraviglie questo settore l’avevo saltato a piè pari, perché già c’era troppa carne al fuoco, ma anche perché l’avevi scoperto ormai per conto tuo, andando a sfogliare, sotto il mio nervoso controllo, quei volumoni carichi di immagini affascinanti. Visto che il tuo interesse non solo è rimasto vivo, ma è diventato in qualche modo prevalente negli ultimi anni, penso sia arrivato il momento di raccontarti come è nata questa raccolta e di chiarire i criteri che ne determinano la composizione.
Il fascino delle immagini l’ho subito da sempre, fin dalla primissima infanzia. E ho cominciato molto presto a produrle io stesso. Da qualche parte (probabilmente nel baule di ferro, in magazzino) debbono esserci album e quaderni di sessanta e passa anni fa pieni di disegni. Mia madre conservava tutto: aveva in mente per me un grande avvenire, e in quella prospettiva ogni testimonianza della mia precoce genialità diventava preziosa. Si tratta per lo più di raffigurazioni di battaglie, con un segno che ricorda decisamente quelli delle grotte di Altamira e di Lascais. Con l’esercizio mi sono affinato, e prima dei quindici anni producevo già degli album a fumetti, nel formato striscia: ma credo di non averne portato a temine nemmeno uno. Non ero un talento, ma un discreto imitatore. Una banconota da diecimila lire riprodotta a biro (e intercettata) durante la lezione di greco mi costò al ginnasio una furibonda lavata di capo da parte del preside, che alla fine mi fece però i complimenti e se la tenne. Più tardi sono passato alla paesaggistica, adottando un tratto veloce, quasi alla action painting, un po’ per carattere, perché non riesco a dedicarmi ad alcuna cosa con calma, un po’ perché oggettivamente di tempo ne ho sempre avuto poco. Così questa mia arte si è espressa essenzialmente nei tempi morti di collegi dei docenti, consigli di classe, convegni o conferenze, in bozzetti stilografici di panorami montani o di marine al tramonto. Insomma, una passione inconcludente ma antica, e vera.
Che non sarebbe però bastata a farmi intraprendere questa collezione, perché i libri d’arte costano in genere piuttosto cari, ed esulavano dalle mie potenzialità di spesa. Ho dovuto attendere una spinta, che è arrivata dalla signorina Emiliana, l’anziana che abita qui di fronte e che tu ben conosci. Come in una favola. Un giorno, saranno ormai quarant’anni, mi ha chiesto timidamente se potevano interessarmi alcuni libri doppi che si trovava per casa e che non poteva portarsi appresso in un trasloco. Avrei voluto poter fotografare la mia faccia quando li ho visti: l’intera collezione dei classici dell’arte Rizzoli, una sessantina di volumi rilegati, i capolavori di tutti i tempi. Ci misi un attimo a procurarmi uno scatolone e a riempirlo, temendo che ci ripensasse. Pesavano più di mezzo quintale, ma credo di averli sollevati e trasportati con braccio solo, con l’Emiliana che seguiva tutta l’operazione a bocca aperta.
Quando parti così è naturale che scatti la frenesia di riempire i vuoti, di coprire tutti i buchi. In me è diventata una vera e propria sindrome: i miei progetti di conoscenza ambiscono sempre alla completezza, voglio avere un quadro il più possibile esauriente, per non dire completo, di ogni forma di sapere e di ogni espressione di cultura. La cosa ha tanto più senso (se ne ha uno) in un ambito come quello dell’iconografia, per muoversi nel quale è fondamentale poter accedere direttamente e velocemente a una molteplicità di immagini. Tieni presente che all’epoca Internet era ancora fantascienza, e comunque a me non basta la possibilità di accesso virtuale, concepisco solo il possesso cartaceo, concreto. Questo non spiega la presenza di altre collane che raccolgono in fondo le stesse immagini (quella della Sansoni, ad esempio, che consta anch’essa di sessanta volumi, di formato più ridotto): ma qui scivoliamo in un altro terreno, quello della compulsione maniacale. Oltre alle monografie trovi naturalmente diverse storie dell’arte (di quella più prestigiosa, dell’Einaudi, sono a quota sette tomi), che raccontano non solo il percorso artistico occidentale ma anche quelli dell’estremo oriente, dell’Asia minore e delle civiltà andine. Queste opere si prestano senza dubbio anche al puro godimento estetico, ma almeno inizialmente in me ha prevalso l’interesse storico-antropologico. Voglio dire che la motivazione principale per la quale le ho raccolte è senz’altro documentaria.
Nulla meglio dell’iconografia può raccontare e rappresentarti con immediatezza empatica le paure, i sogni, le speranze di un’epoca o di un popolo, le continuità e le rotture che caratterizzano spazi e tempi diversi. Basta darsi gli strumenti per leggere queste cose tanto nella singola opera come nel confronto trasversale. Io, ad esempio, mi sono sbizzarrito, anche per motivi professionali, a seguire l’evoluzione e le trasformazioni dell’immagine del drago e di quella del demonio, così come della percezione del paesaggio: e poco alla volta sono entrato in una relazione “emozionale”, quasi sensibile, con argomenti che rischiavano di essere impoveriti in una fredda trattazione razionale.
L’uso documentario non impedisce quindi che entrino in gioco poi anche i criteri “estetici”, intesi molto semplicemente come assecondamento del gusto personale. Ci sono opere, talvolta l’intera produzione di un particolare artista, rispetto alle quali scatta qualcosa di diverso dal semplice interesse: ci trovi un valore aggiunto che si chiama consonanza, una affinità elettiva. Quanto questo valore abbia a che fare con l’educazione, ovvero con come si è stati educati a vedere e a cogliere il bello, e quanto invece dipenda da una disposizione personale, questo non lo so. C’entrano senz’altro entrambe le cose: e comunque credo sia importante che ciascuno coltivi un suo personalissimo criterio estetico, per evitare di farsi imporre quelli dettati dalle mode o dai mercati. Mi raccomando: nel campo dell’arte impera una voluta confusione, una nebbia nella quale tutti i gatti sono grigi, per dirla alla Hegel, ed è diventato facilissimo spacciare per prodotti artistici dei vuoti giochetti concettuali. Spero che di questo ti sia già resa conto. Quando si comincia a parlare della funzione provocatoria dell’arte, del ruolo di rottura dell’artista, spesso e volentieri si stanno gabellando delle gran ciofeche. La rottura l’artista la produce contrapponendo il bello alla bruttura del mondo, e il bello non necessita di didascalie che lo spieghino.
Come avrai già capito, nella mia biblioteca d’arte troverai pochissima “avanguardia”, o sedicente tale: l’arte vera non sta mai davanti o dietro, sta fuori del tempo. È proprio questo che la distingue dalla normale documentazione iconografica.
E fuori del tempo stanno molte delle cose che vorrei segnalarti: alcune forse abbastanza ovvie, altre decisamente meno. Come puoi capire dalle tante e piuttosto corpose monografie ad essa dedicate, le mie “passioni” estetiche riguardano prevalentemente la pittura nordica, a partire da quella del periodo umanistico-rinascimentale (Dürer, Bosch e Bruegel, per fare qualche nome). Sarà perché questi artisti non trattano sempre santi e madonne, e valorizzano il fattore ambientale piuttosto che quello individuale, o perché rappresentano un universo onirico, sta di fatto che le loro opere mi affascinano: non mi stancherei mai di studiarle, e ogni volta scopro qualche dettaglio, qualche particolare che mi stupisce. Gran parte di questi dipinti ho potuto vederli dal vivo, li ho inseguiti per i musei di mezza Europa, e ho sempre ritrovato attorno ad essi un’aura magica particolare. A Vienna sono rimasto tre ore nella sala dedicata a Bruegel, davanti a cose come la Lotta tra Carnevale e la Quaresima, i Giochi di bambini, la Torre di Babele e i Cacciatori nella neve, creando un certo allarme tra il personale (a un certo punto sono venuti a chiedermi se stavo bene e se avevo bisogno di qualcosa).
In questo caso non è certamente il valore documentario (che pure è pure altissimo) a intrigarmi: mi piacciono proprio i colori, il calligrafismo delle immagini, gli equilibri sottilissimi interni alle composizioni. Ciò che più mi affascina è proprio la capacità di tenere assieme mondi formicolanti di vita e di colori in una orchestrazione compositiva perfetta, che consente il totale controllo su un apparente disordine.
Con un salto di tre secoli arrivo ad altri nordici, agli esponenti del romanticismo più puro e originario. Su tutti, naturalmente, Caspar David Friedrich, l’autore di quel Viandante su un mare di nebbia che campeggia nella parete di fianco (e dal quale ha preso spunto, nella reinterpretazione datane da Renzo Calegari, il simbolo del mio sodalizio). Per Friedrich mi è capitata la stessa cosa che per Bruegel, questa volta ad Amburgo. Sono entrato nel museo quasi per caso, senza alcuna meta fissa, e mi sono ritrovato in una sala ottagonale dove ogni parete offriva cose dalle quali non potevi staccare gli occhi. Ho capito lì cosa si intende quando si parla di sindrome di Stendhal. Come puoi constatare le monografie su Friedrich si sprecano, ce ne sono di tutte le taglie. E penso che ormai le conosca quasi a memoria.
Una fantastica sintesi tra Friedrich e Humboldt la trovi invece in quel volume gigante che in omaggio al secondo reca il titolo Cosmos. L’arte alla scoperta dell’infinito. L’ho corteggiato per un anno, perché il prezzo era proibitivo, e l’ho ottenuto poi pagandolo la metà per sfinimento del libraio. Era l’edizione inglese. Com’era da attendersi, pochi mesi dopo ho trovato quella italiana, già scontata, in un mercatino, e ora le possiedo entrambe.
Ma non c’è solo Friedrich. In una mostra che mi ha indotto finalmente a visitare Ferrara ho scoperto tutto un mondo di artisti norvegesi che, al contrario degli scrittori, continuano ad essere da noi dei perfetti sconosciuti. Pittori come Christian Dahl, Thomas Fearnley e Peder Balke ti immergono nel paesaggio e più ancora nell’animo del mondo scandinavo, un mondo che per me ha sempre ha conservato, come ti ho raccontato a proposito de Lo zio di Svezia, una connotazione fantastica e misteriosa. Quegli artisti puoi incontrarli nel volume Da Dahl a Munch, Romanticismo, realismo e simbolismo nella pittura di paesaggio norvegese. Ma è più che probabile che già ti siano familiari.
C’è poi il romanticismo “nero”, quello raccontato in un altro catalogo, L’ange du bizarre. È una pittura che ha il suo pendant letterario nei romanzi gotici di Matthew Lewis (Il monaco), di Ann Radcliffe (L’italiano) o di Horace Walpole (Il castello di Otranto), ambientati guarda caso in Italia o in Spagna, paesi cattolici che gli autori non avevano mai visitato, ma che i protestanti consideravano dominati dalla più nera superstizione e dall’implacabile controllo della chiesa. Pittura animata da mostri, incubi e figure paurose, che trovano poi una traduzione nei vampiri di John Polidori e di Bram Stocker, nel Frankenstein di Mary Shelley, nelle angosce e nelle ambiguità raccontate da Poe e da Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hide). Anche queste cose le conosci, perché la mostra l’abbiamo visita assieme al Louvre e i racconti di Poe e H.P. Lovecraft li hai letti praticamente tutti.
Non poteva mancare, naturalmente, Turner. Anche di lui sai già molto, per via di un film che ne ricostruiva abbastanza fedelmente la vita. Se vorrai approfondire la conoscenza della sua opera hai solo l’imbarazzo della scelta tra tre volumi tutti altrettanto esaurienti. Per quanto riguarda me, mi ha conquistato con gli acquerelli realizzati a mo’ di diario di viaggio durante un paio di traversate delle Alpi. Ho gusti molto infantili, che definirei pre-critici.
Un settore meno conosciuto e valorizzato, almeno dalle nostre parti, è quello della pittura paesaggistica americana dell’800. In genere questa viene snobbata come un’appendice del tardo romanticismo europeo, o peggio ancora come anticipazione di quel gusto spettacolare e “colossal” che si esprimerà nel secolo successivo soprattutto nel cinema. In realtà, pur essendo innegabili i rapporti, e probabilmente anche le dipendenze, nei confronti della pittura europea, la tendenza che si esprime a partire dalla Hudson River School, nella prima metà dell’800, presenta dei caratteri originali. Decisamente originale rispetto a quello europeo è d’altra parte il panorama che si offre agli occhi di coloni, artisti e viaggiatori che percorrono il continente americano, i quali non mancano mai di rimarcare questo aspetto. Come scrive in una sua lettera uno dei rappresentanti della scuola dell’Hudson, Asher Brown Durand, “I laghi solitari e tranquilli cinti da antiche foreste, i monti inviolati che li circondano con le loro coperture dalla ricca trama, le praterie oceaniche dell’ovest e altre forme della natura ancora risparmiate dalle manipolazioni della civilizzazione, sono una garanzia per una reputazione di originalità che potreste cercare a lungo altrove senza trovarla”. C’è un po’ di voluta confusione tra l’originalità del paesaggio e quella della pittura che lo rappresenta, ma il concetto sotteso sostanzialmente è questo: una natura inedita esige per essere rappresentata anche una diversa angolazione dello sguardo e soluzioni tecniche innovative.
Ho scoperto questa pittura molti anni fa in un piccolo volume di una collana della Fabbri, e da allora è stata una caccia ininterrotta. Ho cominciato raccogliendo i due cataloghi che vedi là in basso a sinistra, The American West. L’arte della frontiera americana (1830-1920) e Maestri americani della Collezione Thyssen-Bornemisza, ma la risposta esaustiva è arrivata solo con America! Storie di pittura dal Nuovo Mondo, una mostra eccezionalmente ricca, che ho visitato due volte, nel 2007, a Brescia. Il catalogo è quel tomo di quasi 600 pagine che campeggia tra Bruegel e Hokusai.
Al momento non possiedo le monografie di tutti gli autori più significativi, perché gli editori europei tendono a ignorarli, ma grazie al commercio on line ne ho reperito già un buon numero, e soprattutto quelle dei due artisti che mi avevano maggiormente colpito, Thomas Cole e Albert Bierstadt.
Bierstadt lo conosci da un pezzo: uno dei paesaggi più suggestivi da lui dipinti fa da sempre da sfondo sul monitor del mio computer. In effetti è un pittore che concede molto alla spettacolarità, ritrae albe e tramonti nei luoghi più belli di quelli che diverranno, anche grazie alle suggestioni trasmesse dai suoi quadri, i parchi naturali più famosi del mondo. Organizzava lui stesso mostre itineranti, strutturate come diorami e animate dalla presenza di animali imbalsamati, che riscuotevano un enorme successo di pubblico. Assieme ad Albert Smith, che faceva la stessa cosa per le Alpi, è in fondo l’inventore delle mostre multimediali. Ma il fascino di quei luoghi esiste davvero, ed è stato colto attraverso i suoi occhi da molti registi, primo tra tutti John Ford.
Cole è più legato alla scuola paesaggistica europea, è più internazionale quindi (ha dipinto anche in Italia) e per questo apparentemente meno originale. Appartiene alla generazione precedente, ed è lui a dare una prima visibilità alla pittura americana. Non è meno bravo di Bierstadt, ma non crea gli stessi effetti speciali.
I prossimi acquisti riguarderanno Frederic Edwin Church, Thomas Moran, e George Catlin. Li conosco attraverso le moltissime riproduzioni delle loro opere sparse qui e là, ma non possiedo le monografie specifiche. Di Catlin ho invece l’autobiografia. Ha dipinto dal vero la maggior parte dei ritratti di pellerossa che trovi sulle copertine dei volumi sulla cultura dei nativi americani, durante un lunghissimo vagabondaggio nelle terre dell’Ovest che lo portò a contatto con le tribù più importanti. In molti casi quei ritratti sono le uniche testimonianze rimaste dell’esistenza di interi popoli.
Altri però avevano già fatto un percorso analogo a quello di Catlin. Nei primi anni trenta dell’800, contemporaneamente ai viaggi di Tocqueville e di Beltrami, un principe della casa d’Asburgo aveva girovagato per alcuni mesi nel West con una vera e propria spedizione scientifico-culturale. Il resoconto iconografico di quella esperienza è affidato ad un magnifico volume che ha titolo “Travels in the interiors of north america”, ed è opera del pittore tedesco Karl Bodmer. Sono centinaia di tavole bellissime, che documentano gli usi e l’abbigliamento di numerose tribù, ma sono soprattutto vere opere d’arte, un trionfo del disegno e del colore. Un amico in visita, appassionato d’arte e collezionista in proprio, ci fece una mezza malattia, soprattutto quando conobbe il prezzo al quale l’avevo acquistato. Me lo invidia ancora oggi.
Altri pezzi pregiati sono i due volumi dedicati a Remington e quello sulla pittura di Charles Russell. Li ho trovati in Francia: al solito, da noi queste cose non vanno, o meglio, non si pubblicano, tanto che mi chiedo che gente lavori nelle case editrici. Con Remington e Russell si esce dal paesaggismo e si entra in pieno mito del West: cow boys, indiani, cavalleria, rodei, bivacchi notturni. I due ne hanno creata l’immagine ufficiale, quella che ha ispirato nel secolo successivo tutti gli illustratori, i fumettisti (anche il tuo amato Pratt ha pescato abbondantemente dalle loro opere) e i registi cinematografici, e che purtroppo è spesso scaduta a stereotipo.
Sull’altra sponda dell’oceano, ma stavolta di quello Pacifico, l’Ottocento ha espresso autori e prodotto capolavori che non la cedono agli americani, pur esprimendosi in maniera del tutto differente. Il più famoso pittore giapponese è Hokusai, che conosci benissimo per aver visitato almeno due delle mostre che gli sono state dedicate negli ultimi anni, delle quali trovi qui i cataloghi. Nei suoi confronti vanto un diritto di prelazione, perché il titolo di una sua serie di serigrafie Le trentun vedute del monte Fuji, mi aveva colpito già moltissimi anni fa, al punto che l’ho ripreso poi a metà anni ’90 per una mostra fotografica storico-naturalistica dedicata al Tobbio. In effetti il Fuji è per Hokusai un po’ quello che il monte saint Victoire è per Cezanne (e il Tobbio per me), una sorta di ossessione visiva, di sfondo obbligato per la sua pittura. Ma nel caso di Hokusai non si tratta di un’ossessione privata: il Fuji è il simbolo dell’intero Giappone. Per quanto poi mi riguarda possiede un ulteriore valore aggiunto, perché è la montagna sacra degli Yamabushi, che lungo le sue pendici celebravano i loro stravaganti rituali. E agli yamabushi si sono idealmente ispirati sin da subito i Viandanti.
Meno conosciuto ma non meno interessante di Hokusai è Hiroshige, che ha redatto come Turner un bellissimo “taccuino di viaggio”, realizzando una sorta di mappa per immagini del percorso da Tokio ad Edo, la vecchia capitale imperiale, e suddividendola in trenta stazioni. Ho sempre sognato di fare un viaggio a piedi, in compagnia di un mulo, lungo la cresta appenninica portandomi appresso un album e le matite, e di fare una cosa simile. Ma il mulo non l’ho poi comprato, il viaggio non l’ho fatto (in realtà ne ho fatto un tratto, dalla Liguria all’Umbria, ma al posto del mulo c’era lo zio Gianni) e le matite ho smesso del tutto di usarle.
Un altro straordinario artista, Utagawa Kuniyoshi, ha creato un mondo fantastico e visionario, pieno di samurai, di briganti e di eroi mitici, ma anche di pesci giganteschi e di mostri e di gatti, oltre che di bellissime cortigiane. Si è guadagnato così il titolo di “maestro del mondo fluttuante”.
Certamente per noi occidentali il confronto con l’arte pittorica giapponese è spiazzante: sono completamente diversi le tecniche, i supporti e i soggetti. Si è costretti a rivedere molte convinzioni che si davano per scontate. A capire, per esempio, che in un paese dove le abitazioni, persino i palazzi imperiali, sono per lo più di legno, e in genere sono minuscole rispetto ai nostri standard, non può fiorire una tradizione di pittura murale come quella del nostro affresco medioevale, e neppure una pittura ad olio di grandi dimensioni, con cornici pesanti e di grande ingombro. L’arte pittorica si esprime piuttosto in forma quasi miniaturistica, un po’ come accade, nella letteratura, con gli haiku.
Questo è uno degli elementi formali (quelli spirituali li indagherai per conto tuo) che spiegano come mai la tentazione realistica sottesa a tutta la storia dell’arte occidentale, attraverso la conquista di volta in volta della prospettiva, dei volumi, delle trasparenze, del gioco della luce, fino alla cattura dell’impressione precedente la messa a fuoco, nell’estremo oriente non abbia mai avuto corso: gli orientali hanno mantenuta volutamente netta la distinzione tra realtà e immagine, sottolineando il calligrafismo dei contorni e usando colori piatti e omogenei, e lo hanno fatto anche perché le dimensioni delle loro opere non consentivano giochi di volumi o di chiaroscuri.
Per quanto mi concerne, dopo aver conosciuto queste opere ho completamente rimosso l’idea di un Giappone chiuso ed arretrato, rimasto medioevale fino alla “restaurazione” operata nella seconda metà dell’Ottocento dalla dinastia Meij. Si tratta per lo più di xilografie pensate per alte tirature, fruibili da un pubblico molto allargato: prodotti artistici replicabili, privi di quel requisito dell’unicità che per noi è rimasto a lungo una caratteristica irrinunciabile dell’opera d’arte. Ma questa produzione seriale testimonia dell’esistenza in Giappone (e in Cina) di una industria culturale estremamente avanzata, per certi versi più moderna di quella occidentale. E forse aiuta a comprendere anche altri aspetti del successo giapponese in un mondo totalmente industrializzato.
Anche la pittura cinese ha un suo fascino particolare. Se sfogli quel grande volume dal titolo Mille anni di pittura cinese capirai il perché. Sono immagini essenzialmente naturalistiche, e allo stesso tempo quei paesaggi, quelle piante, quei fiori sembrano uscire dalla naturalità e trasferirsi in una dimensione quasi aerea. Va sottolineata anche un’altra caratteristica: la presenza umana nei paesaggi è assolutamente marginale, spesso manca proprio. Mentre in Europa il paesaggio ha fatto almeno sino all’800 solo da cornice alle vicende umane (e a quelle soprannaturali), nella mentalità orientale il rapporto si inverte: l’uomo diventa insignificante di fronte alla grandezza della natura (certo, se si pensa all’odierno atteggiamento cinese nei confronti dell’ambiente c’è da mettersi le mani dei capelli).
Non è tuttavia lo stesso spirito che anima i paesaggisti americani, che pure riservano anch’essi alla presenza umana spazi microscopici e decentrati. Ad essere diversa è proprio l’attitudine: Bierstadt e Cole propongono lo spettacolo della natura, mentre i pittori cinesi sembrano volerne cogliere l’anima.
Un certo accostamento potrebbe essere fatto piuttosto con i divisionisti italiani, con pittori come Segantini e Maggi. Nei dipinti di questi ultimi però la figura umana rimane centrale, sia pure in condizione totalmente sottomessa, e la natura è solo metafora di una forza che sta oltre.
Quella che più si accosta allo spirito “cinese” del dominio della natura è naturalmente la pittura di montagna. E qui c’è veramente di che sbizzarrirsi. La montagna è materia pittorica per eccellenza, e in questo campo ho i miei criteri di valutazione. Il primo è legato alla capacità dell’opera di evocare lo “spirito” della montagna. Non ha niente a che vedere con la resa realistica, per quella c’è la fotografia. Sto parlando della capacità di restituire l’effetto che la montagna ha su chi la guarda, o meglio ancora su chi la sta salendo. In questo senso i dettagli realistici non hanno alcuna importanza, anzi, in genere, se non sono governati da un quid che li supera generano solo freddezza. Voglio dire che l’immagine finale deve essere ben più della somma dei dettagli. I diversi volumi che trovi nel ripiano più basso dello scaffale di mezzo consentono di verificare questo esito. In Cattedrali di pietra, ne La seduzione delle montagne ecc trovi approcci completamente diversi, che sono frutto di diverse epoche e di differenti esperienze, ma in genere il risultato è quello. Segno che esiste un “canone” indipendente da ogni appartenenza di età, di cultura e di stile, che è condiviso da tutti coloro che con la montagna hanno un rapporto non superficiale.
Dicevo che la montagna è materia pittorica per eccellenza, e infatti è stata usata già a partire dal Rinascimento per animare gli sfondi di qualsiasi paesaggio, persino di quelli fiamminghi, che nella realtà sono piatti come biliardi. Fornisce una cortina naturale per chiudere gli spazi dell’opera e mettere al centro di questi spazi il soggetto. Ma quando si va al di là dell’uso puramente scenografico, l’apparente facilità d’effetto creata da rocce e cime e boschi diventa quasi sempre un boomerang. Tutto si ferma lì. E tuttavia, proprio perché è un soggetto tanto praticato, è anche facile trovare a livello dilettantistico chi riesce di tanto in tanto a catturare lo spirito di cui parlavo prima. Uno dei miei sogni legati all’ipotetica vincita di cento milioni al superenalotto è la costituzione di una galleria dei dipinti di montagna che ho visto girovagando per i mercatini, alcuni davvero bellissimi.
L’ultimo scaffale a sinistra ci fa compiere un altro salto temporale e spaziale. Siamo al Novecento, e qui riesce più difficile trovare una coerenza nelle suggestioni che mi fanno preferire alcuni artisti ad altri. I due volumi su Picasso, ad esempio, credo di non averli mai sfogliati, o di averlo fatto solo per ragioni “di servizio”. Quelli su Schiele, su Max Ernst e su Kandinski sono invece consumati dalle visualizzazioni, così che ne ho dovuti prendere di nuovi.
Nei confronti dell’arte contemporanea non riesco a bilanciare la mancanza di entusiasmo “estetico” con l’interesse storico. Questo perché ritengo che la storia dell’arte, come percorso dotato di un suo senso e di una sua direzione, si sia conclusa con l’ impressionismo (che infatti qui è rappresentato solo nei termini essenziali, ci sono tutti quelli che “devono” esserci e nulla più). Faccio un’eccezione per la pittura italiana, che con i macchiaioli e i divisionisti sposta un po’ più avanti il tramonto e lascia ai Futuristi scrivere la parola fine. Dopo, il percorso è esploso in una galassia di contaminazioni che non consentono più di usare il termine arte, la categoria dell’artistico, come in precedenza. Il perché di questa mia convinzione l’ho spiegato già altrove e non è il caso che lo ripeta adesso. Sta di fatto che mi pongo di fronte all’arte del Novecento in una condizione di spiazzamento totale, privo di qualsiasi strumento o criterio critico: il che torna alla fine anche comodo, perché mi evita di sospendere il giudizio nei confronti di ciò che non mi piace e che non capisco, di dover contestualizzare, di raccontarmi troppe storie. Ritengo che l’arte contemporanea abbia come referente principale, quando non unico, il mercato. Ne accetta quindi tutte le leggi, e questo accade anche quando sembra mettersi di traverso (le famigerate “avanguardie).
Comunque, puoi vedere tu stessa quali sono gli artisti che “a pelle” mi intrigano. Kandinski e Schiele appunto, e poi Max Ernst e Gustav Klimt, ma anche Magritte e Yves Tanguy. Magritte mi piace un po’ meno da quando ho visitato il museo a lui dedicato a Bruxelles: il ripetersi dei soggetti e la necessità di stupire a tutti i costi alla lunga scoprono il gioco. Per gli altri, al contrario, le mostre hanno confermato i motivi di interesse e hanno naturalmente stimolato l’acquisizione di nuove monografie. Tra i miei preferiti non c’è nemmeno un italiano? No, uno c’è, ed è naturalmente Savinio, un autore che mi incuriosisce tanto quanto suo fratello, Giorgio De Chirico, mi annoia.
C’è qualcosa in comune tra tutti costoro? Immagino di si, al di là del fatto di essere più o meno tutti dello stesso periodo, e per la gran parte di area nordica. Credo tuttavia che quello che li accomuna ai miei occhi sia il carattere “illustrativo” della loro pittura. Questo è magari immediato per Max Ernst, per Schiele e per Tanguy, mentre è un po’ più difficile da capire per Kandinski. Eppure, dovessi scegliere delle “illustrazioni” a corredo di un articolo o di un saggio, sceglierei proprio lui. Questo la dice lunga sul valore “di denuncia” o di “anticipazione” che attribuisco all’arte contemporanea.
La funzione “illustrativa”, che non va confusa con quella decorativa, mi pare invece fondamentale. E questo spiega la presenza di tante monografie dedicate ai migliori illustratori, soprattutto a quelli ottocenteschi, a partire da Doré per arrivare a Dulac, a Rackam, ad Aubrey Beardsley e a Karel Thole. Sono i libri che sfogliavi avidamente già quindici anni fa, e temo che una certa attitudine eccessivamente sognatrice sia stata alimentata proprio da quelle immagini. Conosco bene quella sindrome, ne ero affetto anch’io (e a dispetto dell’età lo sono ancora). Non è curabile, ma va tenuta sotto controllo: se i valori superano un certo livello può creare sconquassi. Come dice Corto Maltese, chi sogna ad occhi aperti rischia troppo spesso di confondere il sogno con la realtà In sostanza, un uomo (o una donna) è libero di sognare, deve anzi farlo, ma è poi responsabile dei propri sogni. Al di sotto però del livello di guardia il disturbo origina soltanto una leggera e costante asincronia nei confronti dei ritmi del mondo, che si manifesta di volta in volta in atteggiamenti ironici o malinconici. Bada che ci si convive, è una patologia alla quale ci si affeziona e che viene ogni volta rinnovata, come succede per i raffreddori, dagli spifferi creati nell’aprire un libro o nel voltarne le pagine.
Ricordo anche che a cinque anni eri affascinata da un tipo particolare di illustrazione, quella naturalistica, che trovavi ad esempio nel grande libro sugli uccelli di Audobon o, in una singolare versione quasi fantascientifica, in Animali dopo l’uomo di Dixon.
Oggi questa fascinazione può essere rinnovata da alcune chicche che ho rinvenuto nei mercatini. Ad esempio da un manuale tedesco di etologia degli anni trenta, dal titolo impossibile (Schmeil Grundisz der Tierkunde, 1930), che contiene delle splendide tavole a colori fuori testo e delle altrettanto stupende raffigurazioni di animali disegnati in bianco e nero. È inutile: per quanto bella possa essere una fotografia, nulla può alimentare l’immaginazione come un disegno. E il compito vero di queste pubblicazioni, a dispetto della destinazione didattico-scientifica, era evidentemente quello di smuovere la fantasia, di incuriosire. Dopo aver visto una foto hai l’impressione di conoscere ormai il soggetto: davanti a disegni come questi ti viene la voglia di conoscerli. Probabilmente Konrad Lorenz ha sfogliato durante la sua adolescenza opere di questo genere.
Oppure come Sketches in Stable and Kennel, di Lionel Edward. Questo splendido album, datato 1933, è concepito con un intento ben diverso: immagino che stante la passione degli inglesi per i cavalli abbia conosciuto un grande successo di mercato. È un’opera che racchiude tutta una serie di caratteristiche anglosassoni, che sono poi proprie anche del tipo di illustrazioni: una eleganza molto semplice, ma proprio per questo tanto più efficace, una dichiarata concessione alla assoluta inutilità, e quindi al puro piacere estetico, una iconizzazione del soggetto attraverso i suoi tratti più semplici. Così come un racconto efficace non ha bisogno di troppe parole (e infatti quelle del testo sono misuratissime), allo stesso modo la raffigurazione non ha necessità di troppi dettagli.
Quanto a me, ho potuto invece ritrovare immagini della mia infanzia in quegli splendidi due volumi sugli “Eroi del romanzo popolare prima del fumetto”. Raccolgono copertine e tavole degli albi periodici di “dime novel” usciti negli anni venti e trenta. Alcuni non mi erano nuovi: ogni tanto arrivavano misteriosamente nella bottega di mio padre storie di Buffalo Bill o di Joe Petrosino stampate venti anni prima, con fantastiche copertine disegnate da Tancredi Scarpelli e da altri illustratori che avevo già imparato a riconoscere nelle tavole fuori testo dei libri d’avventura. Davvero non ho mai capito da dove sbucassero: e questo ne ha probabilmente enfatizzato l’alone di mistero.
Quanto dicevo sopra a proposito delle immagini di animali non significa che disdegni la fotografia. A fare pendant con i libri sulla pittura alpestre, ad esempio, ci sono un sacco di volumi sulla fotografia di montagna. Siamo nell’ordine di diverse decine. Non vale naturalmente lo stesso discorso che per i primi: qui il pregio maggiore è la conoscibilità, o la riconoscibilità, della montagna, e la funzione è prima di tutto documentaria. Ma anche in questo caso accade ci siano scatti, e non casuali, che riescono a trascendere quello che nell’immagine è raffigurato. Tutti quei volumi del Museo-montagna di Torino, ad esempio, che raccolgono per la maggior parte documentazione d’epoca, danno modo di cogliere l’aura sprigionata dalle foto di maestri come Vittorio Sella o Filippo de Filippi. Non so se sia questione di tempi di esposizione o di lastre all’argento, se si tratti cioè di un effetto meramente tecnico, oppure del fatto che le montagne, i ghiacciai, le cime stesse ritratte non sono più le stesse, e che quindi noi vediamo quello che non c’è e ne siamo consapevoli, ma insomma, quelle foto esprimono una bellezza che le fa essere ben altro che semplici documenti.
La parte alta dell’ultimo scaffale di sinistra è dedicata alla storia del cinema e a quella del fumetto. In realtà parlare di storia del cinema non è del tutto esatto: quasi tutti i libri che la occupano riguardano la storia del cinema western. È una fissazione, ne ho diffusamente parlato ne “La più grande avventura” e quindi troverai là le motivazioni e la storia. Qui ti segnalo soltanto, per un primo approccio, nel caso avessi ereditato anche qualche spicciolo di questo interesse, Il mito del West, di Tullio Kezich.
Giacché siamo in tema di western, però, devo fare una digressione sulla narrativa. Tra le pochissime sorprese di lettura degli ultimi anni c’è senz’altro Il grande sentiero, di A. B. Guthrie. È un romanzo scritto nel 1930, uscito in Italia alla fine degli anni quaranta e immediatamente dimenticato, malgrado fosse stato trasposto in un film di un certo successo, interpretato tra gli altri da Kirk Douglas. Ha subito la stessa sorte dei paesaggisti americani: classificato western, quindi serie B. Si tratta invece di uno dei più bei romanzi che io abbia mai letto. C’è dentro tutto quello che ho sempre cercato nella letteratura. Mentre lo leggevo avevo l’impressione di riconoscere ciò che mi aveva affascinato in Salinger, in Kerouac, in Kasey, in Abbey, fino a Cormac Mc Carty, e stavolta nella versione originale. La parte migliore della letteratura americana del secondo novecento sembra discendere di lì. E aumentava il rammarico di non averlo scoperto prima, tanto più che gli indizi per la ricerca li avevo avuti in mano tutti, a partire dal film. Ma si consolidava anche l’idea che la mia educazione letteraria (e non solo la mia), a dispetto della disposizione a uscire dagli schemi e dai canoni, sia stata pesantemente condizionata dall’impasto tra idealismo crociano e realismo gramsciano che ha pesato e continua a pesare sulla nostra cultura. Per noi ragazzi italiani Mark Twain era rappresentato da Tom Sawyer, e Huckleberry Finn dovevi andartelo a cercare quasi clandestinamente.
Per i giovani americani invece il filone western ha rappresentato sin dall’epoca di Fenimore Cooper una lettura di prima importanza. Oggi, dopo un periodo di leggero calo, dovuto alla identificazione da parte della cultura “progressista” di tutto ciò che attiene al West e alla sua vicenda come fascista, c’è una netta rinascita, trainata soprattutto dal successo dei libri di Cormac Mc Carty e dalla riscoperta di autori rimasti in ombra nel periodo dell’ostracismo.
L’impressione è però che prevalga ormai la maniera, come accade anche nei film. Le ultime cose che ho tentato di leggere odoravano sin dalla prima pagina di scrittura cinematografica, erano sceneggiature già pronte, non era necessaria alcuna fantasia per proiettarli idealmente su uno schermo. C’è un tempo per tutto, e forse è venuto anche quello di mettere la sordina al mito del west, se non lo si vuole degradare a videogioco.
Prima di lasciare questa sezione voglio comunque ricordarti un altro scrittore, un classico, che avevo trascurato e che in effetti ho riscoperto solo recentemente. Si tratta di Washington Irving. Trovi qui accanto, nella sezione della letteratura di viaggio, un libricino fantastico, Viaggio nelle praterie del West, resoconto di una spedizione nei territori di frontiera cui l’autore ha partecipato nel 1830. Nella sua semplicità è un piccolo capolavoro. Ma Irving è grande soprattutto ne Il libro degli schizzi, del quale forse qualcuno in Italia ha sentito parlare, ma che pochissimi in realtà hanno letto. Cerca di essere tra questi ultimi.
Sul fumetto credo di avere poco da aggiungere a quanto già sai. Nella tua cameretta e nell’altra, di Chiara, che da qualche anno stai occupando abusivamente, è distribuita tutta la mia dotazione, o almeno quel che ne rimane dopo i prelievi effettuati da tuo fratello. Hai quindi già presa molta confidenza con queste cose e hai maturato le tue preferenze. Ciò che trovi su questi ripiani sono invece enciclopedie e studi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi protagonisti. Almeno un paio di questi ultimi voglio segnalarteli: si tratta di Guardare le figure e soprattutto de La storia dei miei fumetti, di Antonio Faeti. Se si vuole capire cosa ha significato il fumetto nella creazione dell’immaginario adolescenziale (ma non solo) prima della televisione, e rendersi magari anche conto di quanto si è perso in creatività onirica dopo il suo declassamento e la sua trasformazione in sottoprodotto letterario o cinematografico, questi testi sono indispensabili. E probabilmente lo saranno anche se un giorno vorrai capire qualcosa di più di me.
Direi che a questo punto le matrici del mio gusto estetico sono più che evidenti. Mi sono educato sul fumetto e sull’illustrazione, oltre che sugli schermi cinematografici, e questo spiega la preferenza per immagini calligrafiche e per colori nitidi, mentre mi lasciano piuttosto indifferente gli impressionisti, tranne Monet, e la pittura astratta.
A testimoniarlo è ciò che coabita con i libri nei due principali santuari della mia biblioteca. Proprio un paio di giorni fa, seduto oziosamente sulla dondolo, consideravo le immagini che riempiono ogni porzione di parete sgombra dai libri (soffro dell’horror vacui). Nello studio gli spazi liberi da scaffalature sono davvero pochi, in pratica solo quelli sopra il caminetto e sopra la porta. Questi spazi sono coperti in prevalenza da immagini fotografiche, che a loro modo documentano sia il percorso culturale che quello esistenziale. A lato e sopra la porta si allineano le fotografie di voi ragazzi. Tu a un anno, Chiara forse a due, e poi io con Emiliano di cinque-sei anni, e ancora con Leonardo molto piccolo sulle spalle. Tra queste ultime due foto sono trascorsi quasi trent’anni. Completa la parete un disegno a carboncino riportato moltissimi anni fa da un viaggio, non ricordo dove. Raffigura un Don Chisciotte piuttosto stilizzato che si lancia contro i mulini a vento. Il disegno a dire il vero non è granché, ma col tempo mi ci sono affezionato: e comunque, come simbolo e riassunto di una vita, mi sembra azzeccato.
Sopra il caminetto si concentra invece la sezione iconografica “culturalmente” più significativa. A scendere da sinistra, in senso antiorario, la copia di un ritratto di Diderot eseguita da un’allieva del liceo artistico di Valenza, una foto di Emi ragazzino seduto accanto a mio padre su una pila di pali scortecciati e un’opera di Pietro Jannon. A destra, a risalire, un dipinto di Sergio Fava, un disegno ottocentesco di una vecchia dimora, trovato insieme a molti altri in quella che un tempo era la soffitta delle meraviglie, un Tobbio di Anselmo Carrea e una foto di mio padre che scende verso il vecchio capanno in mezzo alla neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per i maiali. Questa foto l’ho scattata proprio dalla finestra dello studio, e nel suo piccolo è diventata celebre: è conosciuta ed è stata apprezzata anche da professionisti.
In mezzo a queste due file verticali troneggia una grande carta geografica dell’Europa risalente al 1851 (è un cento per settanta, ma rappresenta solo la metà della dimensione originale – la carta era divisa in quattro parti, ne possiedo tre). In basso sono riportate una scala delle distanze tra le principali città europee e la prima parte di un riquadro contenente tutte le bandiere di quel periodo. Devo confessare che è un’Europa che mi affascina, con la Germania ancora divisa in più di trenta principati, l’Italia preunitaria con i suoi stati regionali, l’impero asburgico appena uscito da una grave crisi ma ancora estremamente solido, forse al massimo della sua estensione. È un’Europa, fatta eccezione per l’Inghilterra, ancora preindustriale. Quella di cui ho intravvista da bambino l’ultima sfocata immagine.
Dalla mensola del caminetto ci guardano infine una foto di Camus, una di Camillo Berneri ed una di Darwin. In mezzo il piccolo busto di Leopardi. Appesi al montante dello scaffale di sinistra ancora un ritratto di Leopardi e quello di Gobetti disegnato da Casorati. Direi che la galleria dei miei affetti è al completo.
Nel soggiorno le pareti completamente libere, almeno nella parte alta, sono due. E qui si concentra ciò che non ha a che vedere con gli affetti o le passioni intellettuali, ma col gusto. Da una parte tutta serie di dipinti di montagna, olii, acquarelli, tempere, tenuti assieme dai soggetti (ma c’è anche un bel pastello che ritrae il mio capanno). Dall’altra quadri di piccole dimensioni di Sergio Fava e di Pietro Jannon, oltre a due paesaggi di formato maggiore, un notturno marino e un interno di bosco in stile “illustrazione”, entrambi recuperati nei mercatini.
La storia del primo val la pena di essere raccontata. L’ho adocchiato al mercatino di Nizza, in una mattinata che prometteva pioggia. Mi ha preso subito, perché ricordava certe tele di Friedrich. La richiesta di riscatto era alta per i miei parametri, per cui ho sono tornato a trattare più volte, facendola scendere sin quasi alla metà: ma ancora non c’eravamo. Ad un certo punto è scoppiato un acquazzone violentissimo che ha provocato un fuggi fuggi generale, con gli espositori che si affrettavano a cercare di mettere in salvo la loro merce. Sono rimasto praticamente solo in mezzo alla piazza, e bagnato fradicio mi sono ripresentato al venditore per vedere se c’erano stati ripensamenti. Me lo ha quasi tirato dietro, l’ho portato via sborsando un quarto rispetto alla richiesta iniziale, avvolto nel kway per salvarlo dall’acqua. Quando sono salito in macchina l’ho allagata, ma ero felice come una pasqua. Ne avevo qualche ragione. A casa ho scoperto che si tratta di un’opera dipinta a metà ottocento da un artista inglese. Non è famoso, non ne ho trovato notizia su internet, ma non mi importa. Il quadro è bello, ed è il gioiello della mia collezione.
Indagare
Torniamo adesso allo studio, dove le cose sono molto cambiate dalla nostra prima visita guidata. Anche qui ho ricavato degli spazi nuovi, inserendo altri ripiani e alzando la scaffalatura sino al soffitto. Gli interventi sembrano discretamente riusciti, il nuovo si è integrato bene col vecchio. Il cambiamento strutturale ha imposto l’adozione di una scaletta per arrivare ai ripiani più alti, anche questa opera di bricolage, dopo che per mesi avevo cercato invano qualcosa che rispondesse sia alle esigenze pratiche che a quelle estetiche. Il risultato mi soddisfa: la scala è leggera, solida, sicura e poco ingombrante, dello stesso legno degli scaffali. Dovrei brevettare il modello, perché ho l’impressione che i designers non abbiano in casa una biblioteca e sappiano nulla dei problemi di un bibliomane.
È stato necessario naturalmente anche ricollocare tutti i volumi secondo i criteri di visibilità, di frequenza d’accesso e di significatività che ti avevo già esposto a suo tempo. Tutto sommato anche i libri che sono stati sospinti lassù, oltre i due metri e settanta, rimangono discretamente visibili. Riesco ancora a leggerne i titoli senza gli occhiali, e quelli che non leggo li riconosco comunque dal dorso e dalla veste editoriale.
La migrazione ha riguardato soprattutto il comparto letterario: come abbiamo visto la letteratura italiana è transitata in blocco nel soggiorno, quelle straniere sono stipate in due scaffali d’angolo, sia pure forti di dieci ripiani ciascuno. La gran parte della narrativa però, segnatamente quella contemporanea, è ormai confinata nella camera di disimpegno o in quella di Chiara, e in più ci sono i libri direttamente trasferiti in camera tua, dove hanno gradualmente sostituito la letteratura per l’infanzia e per l’adolescenza.
I ripiani liberati da queste migrazioni sono stati spartiti come la Polonia tra i settori in forte espansione: la storia della scienza, la storia delle idee e la storia tout court, con una ricca appendice di biografie. Anche la Filosofia si è però ritagliata spazi nuovi o ha trovato qualche enclave in quelli altrui. Rispetto a quindici anni fa ne ho di molto rivalutato il peso, anche per motivi professionali, e di conseguenza ho provveduto ad assicurarmi la disponibilità delle opere fondamentali. Puoi constatarlo tu stessa: chiedi e ti sarà dato (in prestito). Ho comunque l’impressione che per la filosofia accada un po’ quello che è avviene ormai da un pezzo per la musica operistica. Si rigirano sempre gli stessi autori, tutti antecedenti la metà del Novecento, perché tra i contemporanei le idee e le riflessioni più significative arrivano o direttamente da altre “discipline” o dalle contaminazioni tra queste ultime. La Filosofia, quella con l’iniziale maiuscola, come “merce” culturale è in auge (le edicole sono invase da collane che raccontano i maggiori filosofi o ne ripropongono le opere), e rimane un alimento di base fondamentale, ma un po’ alla maniera della dieta mediterranea: irrinunciabile, ma non particolarmente fertile nel fornire stimoli nuovi al gusto e alla ricerca.
Quegli stimoli provengono piuttosto, come ti dicevo, dal versante scientifico. Sulla storia della scienza avevamo viaggiato nella puntata precedente un po’ di corsa. Eri stanca, e oggettivamente non me la sentivo di proporti percorsi che richiedevano un notevole impegno e una buona preparazione di base. Speravo li avresti scoperti strada facendo. Adesso però le basi bene o male le hai, e si aggiunge il fatto che nel frattempo i percorsi sono stati di molto facilitati, con la diffusione anche da noi di una letteratura scientifica divulgativa degna di questo nome.
Partiamo da un paio di indicazioni per un approccio “storico” alle discipline scientifiche. Negli ultimi anni ho regalato decine di copie della Storia di (quasi) tutto scritta da Bill Bryson (si, proprio lui, quello dei più divertenti libri di viaggio attualmente in circolazione). Alla Guanda si chiedono ancora oggi da dove arrivassero quegli ordinativi massicci: erano il premio speciale della direzione per gli studenti del mio liceo che avessero ben meritato, in qualsiasi campo o occasione. Ne sono rimasti tutti entusiasti. È una storia della scienza moderna scritta alla Bryson, quindi facile a capirsi, esilarante a leggersi, zeppa di aneddoti e di personaggi bizzarri, ma anche del tutto affidabile nei contenuti. E visto che siamo tornati a parlare di lui, ti segnalo che Bryson ha scritto una Storia della vita privata altrettanto divertente e altrettanto ricca nei contenuti e precisa nell’ informazione.
Molto scorrevole è anche L’avventura della scienza moderna di John Gribbin, più canonica nell’impostazione ma accattivante comunque alla lettura. Un classico da affrontare il prima possibile, ma già con un piccolo bagaglio di conoscenze specifiche alle spalle, è invece La nascita della scienza moderna in Europa, di Paolo Rossi. Tienilo presente: le generalità stesse dell’autore offrono un paradigma perfetto dello stato delle conoscenze e dei criteri di visibilità in questo disgraziato paese. L’abbinata Paolo e Rossi è quella che ricorre più frequentemente nell’anagrafe italiana –tanto da essere diventata quasi un esempio di mediocre normalità: ma per la stragrande maggioranza dei nostri connazionali, compresi quelli con una laurea alle spalle, identifica un calciatore o un comico, mentre uno tra i maggiori storici novecenteschi della scienza non lo conosce nessuno. Eppure Rossi era, prima ancora che un “sapiente”, una persona di buon senso spicciolo, che ha combattuto per tutta la sua carriera contro la prevalenza postmoderna delle interpretazioni sui fatti e ha scritto cose che oggi più che mai trovano una completa conferma.
Per fortuna non è stato l’unico. Nella prima puntata avevo accennato a J. S. Gouldcome al padre della divulgazione scientifica contemporanea. Bene, a lui e alla sua lezione si ispirano tutta una serie di discepoli, nostrani ed esteri, che stanno rendendo entusiasmante l’approccio ad argomenti un tempo riservati solo agli specialisti. Ne cito qualcuno, ma bada che tutti i ripiani ad altezza di sguardo alla tua destra sono pieni di libri che potresti leggere con profitto e con diletto senza alcuna necessità di conoscere la formula dell’ozono o la mappa del DNA.
Alcuni la prendono larga e partono dalla formazione dell’universo. Lo fanno ad esempio il celeberrimo Stephen Hawking in Dal Big Bang ai buchi neri e John Barrows con Le origini dell’universo. Addirittura Igor e Grichka Bogdanov azzardano ipotesi su cosa c’era Prima del Big bang. Anche se in una certa misura risultano superati dalle ultimissime ricerche sulle onde gravitazionali, sono ormai testi classici, e nelle grandi linee sono ancora le fonti migliori per capire cosa è accaduto quasi quindici miliardi di anni fa.
Altri raccontano invece le diverse concezioni cosmologiche, ovvero le idee che nel tempo l’uomo si è fatto della nascita dell’universo: è il caso de Le maschere dell’universo, di Edward Harrison, che ti consiglio caldamente per fart un’idea del rapporto che intercorre tra mitologia e scienza. Queste concezioni nascono dalla precocissima attenzione che gli uomini hanno rivolta al cosmo, quella raccontata ne I primi osservatori, di James Cornell. La trasformazione di questa attenzione in una scienza, col passaggio dall’astrologia all’astronomia, la trovi poi raccontata ne I re del sole, di Stuart Clark, ma anche ne I sonnambuli, di Arthur Koestler. In questo ambito c’è molto spazio per le tentazioni esoteriche, o quantomeno per interpretazioni piuttosto azzardate. Quando va bene ne escono libri come Il mulino di Amleto, di Giorgio di Santillana, che suggerisce ipotesi sulle conoscenze dei popoli mesopotamici di cinquemila anni fa difficilmente credibili, ma rimane comunque un’opera affascinante e suggestiva. Quando va male trovi invece messe in discussione tutte le conoscenze scientifiche attuali, “smascherate” come funzionali ad una sorta di complotto che va avanti da millenni. L’esempio più eclatante di quest’ultimo caso è Archeologia proibita, di Cremo e Thompson.
Puoi immaginare come io abbia in orrore i roghi dei libri, ma per questo farei un’eccezione, perché gli autori sparano panzane pseudoscientifiche in maniera così spudorata da non meritare nemmeno l’ironia. Credo si debba rispettare un limite, se non altro dettato dal buon gusto, anche nel dire o nello scrivere scemenze. Ho letto anch’io nell’adolescenza testi che ventilavano origini extraterrestri della nostra civiltà, o addirittura della nostra specie, e mi sono pure divertito: se non altro mi stimolavano ad approfondire in maniera corretta sempre nuove conoscenze, e non millantavano un credito scientifico farlocco con continui rimandi in nota ad una bibliografia sterminata. Erano i libri di Peter Kolosimo, autore piuttosto in voga negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, cose tipo Terra senza tempo o Non è terrestre; oppure Il mattino dei maghi, di Pawels e Bergier. Qui ancora li trovi, anche se in una biblioteca seria dovrebbero essere accolti solo previa indicazione ben stampata in copertina del tasso di nocività o di inattendibilità: credo però che anche le panzane debbano essere conosciute, se le si vuole efficacemente combattere. E credo che in certi casi possano essere addirittura utili ad avvicinare alle letture scientifiche le giovani menti assetate di mistero, di una conoscenza e di una appartenenza iniziatica che le apra a segreti millenari: sempre che, naturalmente, imparino poi subito a riconoscere le sorgenti non inquinate.
Lo spazio più consistente in assoluto di questa sezione è comunque quello dedicato alla paleontologia (e in questa faccio rientrare un po’ tutto ciò che ha a che fare con lo studio degli sviluppi più recenti della storia della vita, quelli relativi ai primati e alle vicende dell’ominazione).
Lo specifico della condizione animale, e segnatamente il punto di rottura per il passaggio a quella umana, lo trovi trattato da Robert Foley in Gli umani prima dell’umanità. Frans De Waalne La scimmia che siamo e Robin Dunbarne La scimmia pensante sottolineano in modo diverso la nostra appartenenza a pieno titolo alla specie dei primati. È ciò che fa anche Jared Diamond con Il terzo scimpanzé, in una impostazione di più ampio respiro, che attinge un po’ a tutto, dalla biologia alla sociologia e alla linguistica, per arrivare ad una conclusione tutt’altro che ottimistica. Per Diamond siamo scimmie in fondo “sbagliate”, che si portano dietro, come scoria ineliminabile dell’intelligenza e dei progressi materiali, il seme di una distruzione suicida. Difficile dargli torto.
Il nodo della “ominazione”, del salto di qualità che si verifica ad un certo punto (non all’improvviso, naturalmente: stiamo parlando di un processo lungo milioni di anni) e che con una differenziazione di poco più dell’un per cento nel corredo genetico ci rende così diversi dai nostri cugini scimpanzé, rimane l’enigma più affascinante della storia umana: e credo rimarrà tale. Probabilmente si è trattato di una successione di piccoli mutamenti, l’uno conseguente l’altro, indotti dalla necessità di adeguarsi a condizioni ambientali sempre mutevoli (glaciazioni, desertificazioni, ecc …): non di un processo lineare, quindi, ma di una serie di tentativi – anche se la parola non è esatta, perché sembrerebbe sottintendere una volontarietà, mentre qui si parla sempre di casualità o di risposte adattive.
Si può leggere questa storia come un romanzo giallo, nel quale gli indizi sono moltissimi, ma indirizzano in direzioni diverse, le prove certe sono ben poche e gli investigatori sembrano orientati a seguire le piste più svariate a seconda della loro appartenenza a corpi di polizia ben distinti. A differenza dei romanzi gialli classici, questo pare non avere una soluzione: e paradossalmente sta proprio qui il suo fascino.
Tra gli autori che ti ho segnalato (come tra tutti gli altri che non sto ad elencare, hai a disposizione sette ripiani zeppi per sbizzarrirti) c’è chi sottolinea soprattutto i passaggi biologici, e chi invece, come appunto Diamond, attribuisce grande peso alle acquisizioni culturali. Non è una differenza da poco. Significa nel primo caso ritenere che continui a prevalere anche negli umani una sorta di determinismo, che può essere inteso come prettamente biologico (il famoso Gene egoista di Dawkins) o più genericamente come ambientale. Oppure, nel secondo caso, considerare lo sviluppo culturale come un capitolo a parte della storia naturale, addirittura un’appendice che ne riscrive totalmente i modi e ne inverte la direzione.
Alcune cose sono comunque chiare. È un passaggio biologico l’adozione della postura eretta, e lo è anche la nascita della funzione fonetica che sembra conseguirne: ma ciò che viene dopo, il linguaggio e il pensiero simbolico, vanno già annoverati tra i portati culturali. In linea di massima funziona tutto così. Naturalmente in mezzo ci stanno poi tutti gli accidenti e le occasioni prodotti dall’ambiente: oltre alle glaciazioni e alle desertificazioni, le malattie, i terremoti e altre manifestazioni dell’attività della natura che possono avere inciso sull’evoluzione: nonché la concorrenza con gli animali o con le altre forme, quelle ormai estinte, della nostra specie (parlo di specie homo in generale perché ormai sembrano comprovate le ibridazioni: e questo aggiunge pepe alla vicenda). Insomma, è una gran bella storia, incredibilmente avventurosa.
Bella almeno per noi, perché nella sua ultimissima fase ha preso una piega poco piacevole per tutte le altre specie e per l’ambiente in generale. Ma se si vuole contribuire a indirizzarla verso un lieto fine è necessario conoscerla. Cominciando dai dati che abbiamo a disposizione: nel recentissimo Ultime notizie sull’evoluzione, di Giorgio Manzi, trovi ad esempio un riassunto estremamente semplice e aggiornato di quanto di nuovo è stato scoperto negli ultimi vent’anni: e si tratta di novità che ci hanno costretti a modificare tutte le precedenti chiavi di lettura, e a ripensare anche le derive e le possibili conseguenze dei nostri attuali comportamenti.
Un tentativo di riassunto storico-naturalistico globale lo ha azzardato Yuval Noah Harari in Da animali a dei (seguito poi da Homo deus, molto meno convincente). Non è il primo, perché già Jan Tatterstal (con Il cammino dell’uomo e Il mondo prima della storia) e altri lo avevano fatto: ma è quello forse più coraggioso (e come tale, magari, non sempre attendibile), sufficiente comunque a mettere in riga quanto già accertato e a farne un racconto coerente. Se vuoi invece scendere nel dettaglio, soffermandoti sugli “inizi”, devi vederti sia La specie imprevista di Henry Gee, un paleontologo che fa le pulci alla sua stessa disciplina, e La vita inaspettata di Telmo Pievani, attualmente il più battagliero evoluzionista italiano, una sorta di “mastino di Darwin”. Sapere che la nostra specie non era affatto “necessaria”, che non costituiamo la fase più alta di un disegno intelligente, ma il frutto di una casualità, di una pura contingenza (o quasi), è una bella lezione di umiltà. È la premessa necessaria a tutto quanto puoi poi leggere su cosa è successo dopo che quella condizione affatto improbabile si è verificata.
E qui hai da sbizzarrirti. Ann Gibson racconta ad esempio, ne Il primo uomo, come si sono affermati in brevissimo tempo alcuni tratti peculiari dell’uomo attuale, come la corporatura, la dieta alimentare, il colore della pelle. La stessa cosa fa, in maniera ancor più approfondita, Daniel Lieberman ne La storia del corpo umano. Altri si concentrano invece sulle caratteristiche psicologiche: di come funziona il nostro cervello parlano Ken Richardson in Che cos’è l’intelligenza e Gary Marcusne La nascita della mente, mentre Boncinelli con Il cervello, la mente e l’anima mette i puntini sulle i sulle diverse funzioni emozionali e cognitive. Particolarmente intrigante, e dibattuta, è l’origine dei comportamenti morali: trovi tre diverse spiegazioni, ad esempio, fornite da Emanuele Coco in Egoisti, malvagi e generosi, da Frans De Waalin Naturalmente buoni e da Marc Hauser in Menti morali. O ancora, interessantissima è la ricerca sulle origini e soprattutto sul peso del linguaggio nella svolta evoluzionistica verso il primato della “cultura”: vedi ad esempio Dalla nascita del linguaggio alla babele delle lingue, di Robin Dunbar o Origini del linguaggio.
Possono poi risultare intriganti alcuni studi sulla specificità di genere: L’animale donna, di Desmond Morris è “politicamente” molto corretto, ma fa un ritratto esauriente delle caratteristiche “zoologiche” femminili, mentre L’origine della donna, di Elaine Morgan, risente di una smaccata impostazione femminista (è stato scritto agli inizi degli anni settanta dello scorso secolo), ma offre anche intuizioni illuminanti e una scrittura molto divertente.
Se poi vuoi andare oltre, o meglio, risalire più indietro ancora, leggiti per iniziare La mente animale, di Enrico Alleva.
Quanto ai testi classici dell’evoluzionismo, quelli ci sono proprio tutti. Al solo Darwin è consacrato un intero ripiano, tra le cose sue (cinque diverse edizioni de L’origine della specie)e l’infinita serie di titoli che lo chiamano in ballo, che va da Darwin e le Galapagos fino a Colpa di Darwin, passando per La sacra causa di Darwin, Gli errori di Darwin e Ripensare Darwin).
La storia dell’evoluzionismo è invece raccontata in Una lunga pazienza cieca di Giulio Barsanti, e ne La sacra causa di Darwin, di Desmond e Morris, i due maggiori biografi dello scienziato inglese. Una narrazione riassuntiva puoi trovarla anche in uno dei tanti libri di Giorgio Odifreddi, In principio era Darwin.
È una storia tutt’altro che noiosa. Intanto l’evoluzionismo è stato combattuto da ogni sponda, da destra e da sinistra, dalle religioni e dalle ideologie. In alcuni stati degli USA ancora oggi non viene insegnato nelle scuole. Ma soprattutto ha dato origine a molte interpretazioni forzate, lontanissime da quella originaria di Darwin, alcune delle quali avvallano il razzismo. Come questo abbia potuto accadere lo spiega il solito Gouldin Intelligenza e pregiudizio, ma trovi poi qui molti altri testi sull’argomento, da L’invenzione della razza di Guido Barbujani a Il razzismo di Pierre-André Taguieff e Lo spazio del razzismo di Michel Wierviorka. E con essi cambiamo scaffale e ci addentriamo nella storia delle idee.
Pensare
Alla storia delle idee avevo riservato quindici anni fa uno spazio ancora più ristretto. Non che considerassi questo settore meno importante di altri, ma mi sembrava un po’ prematuro per un tuo possibile interesse. E anche, lo confesso, perché tutto sommato riesce difficile circoscriverne l’ambito. Ci provo ora, sperando di non fare troppa confusione.
La storia delle idee si situa ad una specie di crocevia dove confluiscono diverse discipline: indaga praticamente tutti i campi del sapere, dalla storia della filosofia a quelle della letteratura e della scienza, dalla storia delle religioni o delle arti a quella politica e sociale, cercando di mettere in luce gli schemi, i codici, i paradigmi che le orientano e analizzando le dottrine e le ideologie che ne conseguono. Coglie di quegli schemi e di quei codici le evoluzioni, le persistenze, le discontinuità, e mostra come le rotture “concettuali” trovino poi riscontro sul piano materiale, nell’economia, nelle istituzioni politiche, nei rapporti sociali. Insomma, per dirla in parole povere, si occupa di identificare i fili che tengono assieme un po’ tutto l’agire umano, e che gli trasmettono un senso. Non è una quindi una disciplina, ma una sovra-disciplina, che si nutre di tutte le altre.
Di conseguenza qui puoi trovare autori che assommano competenze disparate e rappresentano il meglio del pensiero della seconda metà del secolo scorso. La gran parte di essi sono, naturalmente, ebrei.
Di Isaiah Berlin ti ho già ampiamente parlato, ma vale la pena tornarci. Ha svolto la sua riflessione a cavallo tra politica e filosofia, ponendo essenzialmente il problema della convivenza di valori fondamentali come libertà e giustizia, che sono compatibili, ma solo quando si trova la giusta ricetta e il giusto dosaggio degli ingredienti. Essendo un realista e un “moderato”, che prendeva le distanze da ogni ideologia e cercava di far lavorare il buon senso, non gode in Italia di una grande popolarità. Il che di per sé non sarebbe un male, perché un pensatore non deve essere popolare (essere popolare significa di solito o pensare in maniera poco originale o cercare volutamente il consenso attraverso la stravaganza). Ma Berlin non è popolare nel senso che non lo leggono nemmeno coloro che trattano gli stessi suoi temi e dovrebbero comunque confrontarsi con lui, avendo senz’altro molto da imparare. Se proverai a seguire il dibattito politico, cosa che mi pare improbabile (e ti capisco), dubito che lo sentirai nominare. Eppure i suoi scritti, quelli che trovi raccolti in Quattro saggi sulla libertà, ne Il legno storto dell’umanità e ne Il riccio e la volpe rimarranno fondamentali. Bada però di non attenderti analisi entusiasmanti: anzi, a dirla tutta l’entusiasmo, quello che facilmente scivola nel fanatismo, nella pretesa di perfezione, è proprio ciò contro cui ci mettono in guardia. Berlin è un fautore del compromesso, non di quello basso e meschino, bensì di quello intelligente, che nasce dall’uso della razionalità e dal senso di responsabilità. Per questo dalle nostre parti non incontra.
Un’altra mente coi fiocchi è quella di George Steiner. Tecnicamente Steiner sarebbe un critico letterario: in realtà nei suoi saggi, sotto le specie di radiografie dei più importanti temi letterari, passano diagnosi impietose sullo stato generale della nostra società. Come puoi constatare, a breve avrà diritto anche lui come Leopardi e Darwin ad un ripiano tutto suo, perché gran parte delle sue opere le avevo già reperite in francese prima che fossero pubblicate anche in Italia, e naturalmente le ho poi prese anche nella nostra lingua. Non sto ad elencarti tutti i titoli, sono lì: posso però dirti che potresti trovare già oggi interessanti almeno alcuni dei saggi contenuti in Dopo Babele, dove parla del linguaggio, in Nostalgia dell’assoluto, conversazioni sull’utopia, e in Nessuna passione spenta, che a dispetto del titolo analizza la tristezza del pensiero contemporaneo.
Steiner ha anche scritto uno dei libri che avevo in mente di scrivere io e che non ho mai scritto. Si intitola, guarda un po’, “I libri che non ho scritto”. Tuttavia l’impostazione non è esattamente quella che io avrei dato, per cui l’alibi cui mi aggrappo sempre (lo hanno già fatto altri, e meglio) non regge. In sostanza sviluppa la traccia di quelli che avrebbero potuto essere saggi fondamentali, ma lo fa in maniera tale che le tracce diventano esse stesse fondamentali. Prendi ad esempio uno degli argomenti che più mi hanno da sempre intrigato, la natura dell’ebraismo e le cause remote dell’antisemitismo. Per Steiner queste ultime sono da ricondurre all’introduzione del monoteismo, che responsabilizza in maniera pesante gli uomini nei confronti di Dio, mentre il politeismo concede maggiori margini di libertà, lascia delle scappatoie. Ovvio che sotto sotto gli umani rimpiangano quest’ultimo. E così quando, come alla fine del Settecento e poi nuovamente dell’Ottocento, le trasformazioni economiche e sociali si fanno pesanti e le illusioni illuministiche e positivistiche relative al progresso crollano, si crea lo sconcerto, la paura di una perdita di senso (quello che Leopardi chiama “il tedio”), e scatta la caccia al capro espiatorio. “Meglio le tenebre della noia” è il grido di battaglia che informa tutto il Romanticismo e le sue appendici novecentesche, innescando un impulso suicida che sfocerà nelle due guerre mondiali: e in questo quadro di autodistruzione si inserisce anche il genocidio ebraico.
Mi sono attardato a riassumere questa interpretazione perché credo possa essere tranquillamente (insomma!) applicata ai tempi nostri: per dimostrarti cioè come queste letture possano fornirti gli strumenti per una interpretazione del presente che nessuna analisi politica o sociologica sarà mai in grado di fornirti. Pensatori come Steiner o Berlin non partono mai dalla declinazione attuale di idee, idealità o ideologie. Vanno direttamente alla matrice, alla sostanza: identificano degli archetipi.
Lo stesso vale per le opere di Sebastiano Timpanaro. Quelle che trovi qui sono frutto di una ricerca appassionante e frenetica. La figura di questo filologo è infatti diventata per me addirittura un’ossessione, quasi come per Humboldt. Un’ossessione perché i suoi libri erano, e sono tuttora in gran parte, praticamente introvabili, e perché avendolo scoperto con colpevole ritardo – Timpanaro lo conoscevo, ma solo superficialmente, come uno dei tanti nomi della critica leopardiana, e non lo avevo mai letto con attenzione – ero impaziente di rifarmi, e di rendergli giustizia. Anche lui è molto più considerato all’estero che in Italia, probabilmente perché pur essendo “di sinistra”, addirittura un militante, risulta scomodo per una cultura di sinistra che si nutre ormai solo di slogan e di ignoranza.
Perché questa infatuazione per Timpanaro? Per vari motivi. Uno è di carattere etico. Era una persona incredibilmente schiva, onesta e coerente, tratti assolutamente non comuni negli intellettuali italiani (ma anche più genericamente negli intellettuali tout court). Poi c’è il suo rapporto con Leopardi. È il critico che lo ha capito meglio, e che ha saputo sottrarlo anche alle interpretazioni “progressiste” di una sinistra che lo ha scoperto solo dopo centocinquant’anni, e restituirlo alla sua assoluta laicità. C’è anche il rapporto col marxismo. Magari in questo sono un po’ meno consonante, ma devo ammettere che ne dà una interpretazione innovativa e onesta. C’è ancora l’importanza attribuita alle scienze naturali per la comprensione della storia. E infine c’è lo smascheramento di quel grande bluff che è stata nel secolo scorso la psicanalisi. Avrai capito adesso perché è diventato un mio imprescindibile referente.
Questi sono i fondamentali: ma gli autori che possono dare un contributo particolare alla tua comprensione del mondo non riempiono solo i due ripiani d’angolo, sono poi sparsi un po’ dovunque, in tutte le altre sezioni. Non è il caso di citarli tutti. Spero che a breve tu scopra Christopher Lasch (Il paradiso in terra, La rivolta delle élites) o Elias Canetti, del quale in realtà ti avevo già parlato (cominciando dall’autobiografia, La lingua salvata, Il frutto del fuoco), o Harold Bloom (Il canone occidentale). E a quelli che mi sembrano i tuoi interessi preminenti può dare risposte immediate Norbert Elias (La civiltà delle buone maniere, Humana conditio). Insomma, non ti basterà una vita per goderti tutti questi tesori, come non è bastata a me. Ma tu almeno potrai scegliere per tempo.
La storia delle idee percorre strade diverse. A volte l’analisi parte dalla storia del costume ma va poi oltre, perché non si limita a testimoniare le trasformazioni ma cerca di interpretarle e di coglierne le ricadute a livello dei modi di pensare, oppure di indagare le continuità che caratterizzano determinati popoli e culture. Direi che rimane attualissimo ed esemplare in questo senso il Discorso sullo stato presente degli italiani del Leopardi, e che in Italia la fustigazione dei costumi è stata sempre uno sport molto diffuso. Ma per capire il mutamento antropologico e quello paesaggistico ambientale negli anni ottanta dello scorso secolo ti conviene leggere La prevalenza del cretino, di Fruttero e Lucentini e magari il Viaggio in Italia di Ceronetti. Garantisco che ti divertirai.
Ricordare
E arriviamo finalmente all’ultima sezione, la più consistente di tutta la biblioteca, quella che le che le dà l’impronta e che dovrebbe interessarti in maniera particolare, visto che hai deciso recentemente di passare alla facoltà di Storia. Confesso di non aver ben capito quali considerazioni ti abbiano indotto a questa scelta, ma certamente non erano di carattere opportunistico. Sotto il profilo degli sbocchi lavorativi è un autentico salto nel buio. È vero anche che il non puntare a uno sbocco preciso consente di tenersene aperti molti: ma in questo caso occorrerà, al momento giusto, che tu abbia idee su ciò che intendi fare della tua vita molto più chiare di quanto non sembrino oggi. Detto ciò, e sperando che la maturazione arrivi il prima possibile, ti confesso che la cosa in fondo mi ha molto gratificato. Se non altro il patrimonio librario specifico che ho accumulato in sessant’anni continuerà ad avere un senso. Se poi lo vorrai, potrai approfittare anche di quel po’ di conoscenze che ne ho tratto.
Per il momento, non volendola tirare troppo in lungo, mi limito a segnalarti alcune cose che mi sembrano interessanti, oltre che per il valore intrinseco, per le lezioni di metodo che potrebbero fornirti.
Le ultime acquisizioni nella sezione di Storia spaziano dalle origini al mondo contemporaneo, ma sono state significativamente condizionate da una lunga ricerca sulle origini della pòlis (La vera storia della guerra di Troia). Ho raccolto quindi soprattutto opere relative alla storia greca, ma anche a quella delle donne, oltre che alla filosofia e al teatro greco comico e tragico. E ho vista confermata per l’ennesima volta una verità che viene ripetuta almeno a partire dal Rinascimento: ad ogni rilettura i classici ti offrono l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo. Questa verità la diamo talmente per scontata che poi non la traduciamo in una prassi: in spiccioli, non li rileggiamo quanto dovremmo, a volte non li rileggiamo affatto e ci fermiamo ad una conoscenza puramente scolastica (che significa svogliata e imbalsamata). Ora, di per sé i classici, se ti rivolgi a loro come a busti di marmo, ovviamente non parlano: sta a noi cercare di rianimarli con una frequentazione calda e non reverenziale, e guadagnarci quella confidenza che consente di porre le domande in una maniera nuova: le risposte in questo caso arriveranno sempre, spesso molto diverse da quelle che ci si attendeva.
Su questi argomenti hai adesso a disposizione, oltre a edizioni filologicamente accurate di tutti i testi fondamentali, una piccola biblioteca tematica, nella quale spiccano una volta tanto gli studiosi italiani: ci sono i saggi di Luciano Canfora (ad esempio La crisi dell’utopia, Aristofane contro Platone, o ancora Il mondo di Atene e Il viaggio di Artemidoro), che non mi trova sempre in sintonia per quanto concerne le interpretazioni ma è senz’altro uno dei migliori studiosi in assoluto del periodo; nonché quelli di Eva Cantarella, a partire da L’ambiguo malanno a Secondo natura, e poi Itaca e Ippopotami e sirene. Sono autori che possiedono il dono di una scrittura semplice e di una trattazione coinvolgente, soprattutto la Cantarella, che è la meno ideologicamente orientata. Altri in realtà mi convincono solo in parte: Piero Boitani, ad esempio, e tutta la serie di opere sue molto “patinate” su Ulisse o sulla mitologia greca, che comunque rimangono un’utile miniera di spunti.
Le vere illuminazioni arrivano però da E. Dodds. Ne I greci e l’irrazionale ti porta a rileggere in una chiave completamente nuova cose che già credevi di conoscere. Ne vengono fuori interpretazioni di atteggiamenti, credenze e paure del mondo ellenico antico che appaiono immediatamente come le più logiche, addirittura ovvie, ma alle quali non avevi affatto pensato. E soprattutto lo fa senza eccessivi squilli di tromba: non vuole spiazzare e stupire il lettore, ma semplicemente aiutarlo a capire. È un ottimo esempio di quanto ti dicevo poco sopra.
Più controverso è invece Atena nera, dove Martin Bernal sostiene la tesi di una figliazione diretta della cultura occidentale, attraverso quella greca, dalla tradizione sapienziale afroasiatica (quella degli Egizi e dei Fenici in particolare). Il legame è stato negato o minimizzato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento da quello che Bernal chiama “modello storiografico ariano”, che come puoi ben immaginare rimanda invece la paternità alle migrazioni indoeuropee e sposa l’idea di una civiltà europea originaria. Ora, in effetti i Greci stessi attribuivano a tutti i loro sapienti, da Solone a Pitagora, esperienze di tipo quasi iniziatico in Oriente, ciò che confermerebbe in linea di massima la bontà della tesi di Bernal: ma quest’ultimo si affida a una serie di azzardi filologici ed etimologici talmente forzati da perdere ogni credibilità scientifica. Ciò che sembra importargli non è tanto ricostruire la realtà di quegli influssi quanto affermare una sorta di primogenitura africana della civiltà. Lo fa in qualche modo gridando la sua verità, come se il tono di voce potesse da solo compensare la carenza di rigore e di conoscenze, un po’ come accade ormai in tutti i confronti, specialmente in quelli televisivi: e così anche quel che c’è di vero e di stimolante nella sua ricostruzione viene banalizzato dalla forzatura ideologica.
Il dibattito suscitato da questa opera è emblematico. Da un lato stanno gli specialisti accademici europei, che esigono che ogni tesi, per poter essere presa in considerazione, debba essere sorretta da argomentazioni filologicamente corrette, dall’altro gli intellettuali di colore, soprattutto quelli statunitensi, che accusano la scienza storica “tradizionale” di fondarsi su criteri che esaltano di per sé l’eccezionalità “bianca” e i suoi esiti, materiali e morali. Per colmo di paradosso qualcuno è arrivato anche a tacciare Bernal di sudditanza nei confronti della cultura occidentale, perché avrebbe posto la cultura africana su una linea di continuità con la prima, come a cercare di nobilitarla, invece di concederle una dignità autonoma.
Capisco che la diatriba ti parrà noiosa e per qualche aspetto anche patetica, ma se ti occuperai di storia certe cose devi fissartele subito in testa: la storia non è una scienza esatta, non può esserlo per la natura stessa dell’oggetto di cui tratta, ma nemmeno può essere ridotta a pura opinione. C’è una via di mezzo, che va garantita non solo dall’onestà intellettuale ma anche dalla professionalità dello storico. In questo caso specifico, ad esempio, la figliazione non la si può ignorare, ma è anche innegabile che la cultura dell’occidente ha preso ad un certo punto una strada tutta sua, buona o cattiva che la si voglia considerare. In senso più generale, occorre diffidare di ogni interpretazione che piega i fatti al servizio di una causa: quando anche quella interpretazione potesse apparirti intuitivamente vera, non sarebbe comunque corretta. I fatti non devono essere “piegati”, ma “spiegati”. L’unica causa giusta per lo storico è quella dell’approssimazione alla verità, e l’unica verità per lo storico è quella della ricostruzione il più possibile accurata e fondata di quanto è accaduto. Spero che tu abbia sempre delle opinioni, che le coltivi autonomamente anziché lasciartele imporre e che abbia la forza di esprimerle e di difenderle: ma spero anche che se abbraccerai questo lavoro saprai tenerle al loro posto.
Non vorrei con questo aver guastato il tuo entusiasmo per la storia. Intendevo solo ribadire che fare le cose con passione è bello, ma il vero piacere sta nel farle bene. Per tornare a noi, io ho cercato ad esempio in quest’ultimo periodo di coprire con un po’ più di metodo tutte le aree bianche, le terre che erano rimaste inesplorate nel mio atlante storico. E così la sottosezione di Storia romana, che era già piuttosto ampia e coperta, si è arricchita soprattutto di biografie, da quelle di Cesare e di Augusto a quelle dei grandi nemici di Roma, Annibale e Spartaco in testa, fino a Cicerone, a Plinio e a Lucrezio.
Le biografie, quando non sono raffazzonate o puramente pettegole, ti consentono di guardare ai fatti da un’altra angolatura. La nostra immaginazione storica ci porta a visualizzare ciò che è accaduto duemila e passa anni fa come un grande scenario animato sullo sfondo da conflitti, congiure, trattati, o da attività che percepiamo solo come cifre e dati economici. Ma quando questo scenario è attraversato in lungo e in largo da un personaggio vengono in primo piano i particolari, ci si avvicinano, si definiscono. Dopo aver letto l’Augusto di Luciano Canfora mi sembrava di aver vissuto per cinquant’anni nella Roma del massimo splendore.
Lo stesso vale per ogni periodo, e quindi anche per la storia medioevale. In questa sezione però, anche se le biografie hanno dato un apporto consistente, le novità più interessanti riguardano le storie delle varie popolazioni e delle diverse culture che con quella europea sono venute a contatto nel corso di un millennio: Unni, Goti, Avari, Arabi, Normanni, Saraceni, Mongoli, Turchi, ecc … Bernal non potrebbe dire che mi manchi l’interesse per le culture non europee. In verità c’è di mezzo senz’altro anche un esotismo ancora eurocentrico, la curiosità per mondi, personaggi, vicende e tradizioni che ho conosciuto quasi sempre solo di sponda, quando facevano irruzione nella storia del nostro continente. Leggendo Gli arabi e l’Europa, di Norman Daniel, o I mussulmani alla scoperta dell’ Europa, di Bernard Lewis, o ancora Girotondo cinese, di Jonathan Spence, e ultimamente Il divano di Istanbul di Alessandro Barbero, ho sentito diminuire notevolmente la distanza, sia temporale che spaziale, e ho anche capito la consonanza che entrambi abbiamo avvertito nel corso del recente viaggio in Turchia (temo però che oggi l’avvertiremmo molto meno).
Al momento comunque mi sembra che al centro dei tuoi interessi ci sia la nascita della modernità. Bene, l’argomento ha trovato trattazioni eccellenti soprattutto nella storiografia inglese e in quella francese. In un volume che ho preso, lo confesso, solo per il richiamo del titolo (Tour de France), Richard Cobb studia il periodo immediatamente precedente o immediatamente successivo la rivoluzione in un’ottica che si discosta molto da quella dei suoi colleghi di qua della Manica. Ma in generale è interessante vedere come le stesse vicende assumano una diversa coloritura a seconda delle scuole storiografiche. I punti di vista adottati la dicono lunga sul carattere e sulle tradizioni di studio delle varie culture nazionali.
Prendi L’ancien régime, di Pierre Goubert, e Il mondo che abbiamo perduto, di Peter Laslett. Parlano dello stesso periodo, la società preindustriale tra XVII e XVIII secolo: ma mentre il francese analizza il clima istituzionale, i poteri, la demografia, i regimi di proprietà, ovvero gli aspetti più marcatamente quantitativi, il secondo racconta la quotidianità della vita, la fame, la condizione dei figli illegittimi, i livelli di istruzione, ecc … E soprattutto, pone l’accento sulla trasformazione. Questo è senz’altro spiegabile col fatto che in quei due secoli l’Inghilterra, sotto la spinta della rivoluzione industriale, ha letteralmente cambiato pelle, al contrario della Francia dove la situazione è rimasta cristallizzata e a scuoterla è dovuta arrivare, in ritardo di duecento anni, una rivoluzione politica: ma c’è dietro anche una attenzione tutta anglosassone per i fattori di mutamento, laddove i francesi guardano più alla continuità. Il tema magari non ti appassionerà molto, ma se guardi ad esempio alla storiografia militare trovi opere come La rivoluzione militare di Geoffrey Parker o Caccia al potere di William Mc Neill che ti fanno perfettamente comprendere quali ricadute sociali, economiche e culturali possano avere le innovazioni negli armamenti e la conseguente adozione di tattiche e di strategie completamente diverse. In genere non ci riflettiamo molto, ma c’è una sinistra correlazione tra la crescita dell’aspettativa di vita, che sottintende miglioramenti economici, politici e culturali, e lo sviluppo quantitativo e qualitativo della capacità di dare la morte.
Gli inglesi sono inoltre, a dispetto del loro sciovinismo, molto curiosi di ciò che accade a casa d’altri, per cui troverai grandi affreschi sulla storia italiana, francese, tedesca o russa, cose come L’impero degli Asburgo di C. A. Macartney o la Storia della Germania di Alan Taylor. E prendono anche posizione, nel senso che una vicenda, un personaggio, un pezzo di storia li squadrano da ogni lato e poi danno un giudizio, tirano una conclusione, spesso molto anticonformista (qualcuno direbbe che esprimono in questo modo la loro radicata presunzione di superiorità). Taylor, ad esempio, ha suscitato un sacco di polemiche arrivando alla conclusione poco “politicamente corretta” che i tedeschi, stante la loro storia, erano praticamente destinati a scivolare nel nazismo.
I continentali invece, e i francesi in particolare, sulla scorta della tradizione delle Annales guardano maggiormente alla “cultura materiale” e tendono a scorgere nei mutamenti economici, di grande o di piccolo impatto, gli indicatori più significativi: ma lasciano poi che le conclusioni uno se le tragga da solo. A loro volta i tedeschi prestano attenzione soprattutto ai cambiamenti istituzionali e religiosi: se vuoi degli studi accurati sulle trasformazioni della nobiltà, o sulla nascita delle istituzioni statali, puoi rivolgerti a Otto Brunner, Vita nobiliare e cultura europea, mentre per il luteranesimo dovrai leggere almeno la Storia della riforma di Joseph Lortz e Erwin Iserloh. E visto che ho accennato all’importanza delle biografie, tieni presente senz’altro Franz Herre, che ha raccontato con precisione davvero tedesca le vite di Francesco Giuseppe, di Bismarck e di Metternich.
Ora, è chiaro che sto schematizzando molto all’ingrosso, e che poi ciascuno ha i suoi interessi particolari, un suo metodo per svilupparli e un suo modo per raccontarli: ma credo che un po’ di verità in queste categorie ci sia, e che in fondo sia anche utile andarle di volta in volta a verificare. Credo però soprattutto che il carattere nazionale, frutto di una tradizione culturale che per gli inglesi è ormai millenaria, si manifesti nel loro caso in una naturale ironia, intesa come capacità di distacco (loro lo chiamano understatement), che non è superficialità, al contrario, è rigore applicato al lavoro senza che il lavoro stesso diventi una “causa”.
Il risultato è una scrittura storica leggibile e coinvolgente, ma che non sacrifica nulla alla completezza. Non potrai fare il confronto con i goffi tentativi di imitazione nostrana rappresentati ad esempio dalla Storia d’Italia di Montanelli e Gervaso, volutamente esclusa da questi scaffali, perché sto parlando di studi e di studiosi seri, che non vanno a rovistare nei comodini da notte. La differenza però la avverti anche rispetto a storici la cui competenza è garantita. Prendiamo ad esempio quell’Alessandro Barbero che già conosci per aver letto libri suoi ed averlo ascoltato, anche dal vivo. Barbero cerca di raccontare la storia senza appesantirla di apparati di note o di un linguaggio troppo tecnico o paludato: è un tentativo lodevole, lui è bravo, conosce bene le cose di cui parla (anche se si occupa in effetti di un arco di tremila anni), tende giustamente a “sdrammatizzare”. Il risultato sono buoni libri, che possono indurre a leggere storia anche persone che non coltivino un interesse specifico per la disciplina: un’ottima divulgazione, insomma. Eppure, in questo tipo di scrittura “all’inglese” io colgo qualcosa di forzato. Si sente che Barbero “vuole” essere divertente. Non è un difetto suo, è un tratto del carattere italiano. Don Abbondio direbbe che chiaramente se uno l’understatement non ce l’ha non se lo può dare. Noi non lo abbiamo, loro per il momento ancora si. Per questo la grande storia è quella inglese, e se vorrai entrare nel suo tempio prima o poi dovrai migrare a Cambridge.
Devo poi tornare su un tasto che avevo già toccato quindici anni fa e sfiorato un paio di pagine sopra, ma solo per segnalarti che non è cambiato nulla; troverai qui pochissime opere di autori asiatici, arabi o africani. Non sono io a discriminare: il ritardo in questo campo rimane enorme, studi di autori extraeuropei proprio non se ne pubblicano, e quelli pubblicati spesso non reggono affatto ad un esame critico, sono solo lavori propagandistici o atti di accusa.
Questo ripropone il problema: perché i non europei, con la parziale esclusione degli americani, sembrano non amare la storia? Davvero la storia come è stata scritta sino ad oggi in occidente è un falso clamoroso, oppure proprio non è compatibile col loro modo di pensare e di valutare i fatti? Cercare la risposta in una sorta di millenaria “esclusione” è davvero un atteggiamento molto eurocentrico: prima che l’occidente tra pause e scatti in avanti arrivasse a dominare (per meno di un secolo) tutto il globo la storia ha continuato a svolgersi anche in ogni altra parte del mondo. Solo, non è stata registrata e raccontata, o lo si è fatto in maniera molto parziale.
Non è un problema da poco: soggettivamente, perché mette in discussione l’oggetto di una passione che ha informato per tutti questi anni la direzione dei miei interessi, che ha dato senso oserei dire a tutta la mia vita culturale, e che a quanto pare potrebbe darla anche alla tua; e oggettivamente perché rimette in discussione il senso di tutta una civiltà. Io credo che non vedrò ormai grandi cambiamenti nell’approccio alla narrazione storica, ma colgo nitidamente quello già in atto, che considero decisamente negativo, di una abdicazione alla storia in favore della memoria: e temo che se questa deriva non verrà arginata l’oggetto dei tuoi studi, domani, sarà molto diverso da quello che ti ha spinto ad essi oggi.
Mi spiego. Sopra ho parlato di “esclusione dalla storia”. Bene, se c’è qualcuno che è stato escluso, non dalla storia ma senz’altro dal suo racconto, sono le donne. Oggi mi risulta che tra gli iscritti alla tua facoltà le femmine siano in maggioranza, ma certamente le cose non stavano così almeno fino a una quarantina d’anni fa. Il motivo era banale: le ragazze erano molto più interessate alla letteratura, che era anzi diventata un tramite attivo o passivo di emancipazione, che non ad una storia nella quale le donne sembravano non aver avuto alcuna parte. L’emergere negli ultimi tempi di storiche di livello come Eva Cantarella o Chiara Frugoni è legato alla apertura nell’alveo storico di nuovi ambiti, primo tra tutti appunto la storia delle donne. Ora, la Cantarella ad esempio, dopo aver esordito con studi sulla condizione femminile nel mondo greco o romano, da Un ambiguo malanno a I bassifondi dell’antichità, è poi passata a trattare temi di ordine molto più generale, nei quali la connotazione “di genere” ha un rilevo molto minore.
Ho però l’impressione che per il momento siano ancora poche le studiose in grado di fare come lei il salto di prospettiva. Forse è ancora troppo urgente l’esigenza di portare alla ribalta un ruolo femminile sino ad oggi misconosciuto, ma forse si tratta proprio di una diversa disposizione, apparentabile in un certo qual modo a quella delle culture non europee.
Rischio a questo punto davvero di annoiarti. Procedo quindi, non senza averti però fatto notare che il settore è stato ultimamente arricchito anche da acquisizioni “di pregio”: volumi di fattura elegante, editi da Franco Angeli, che non avrei mai potuto permettermi se non mi si fosse presentata un’autentica occasione. Una serie raccoglie le testimonianze di esploratori, mercanti, diplomatici o semplici viaggiatori in paesi esotici, o che tali apparivano comunque tre o quattro secoli fa, corredate da raffinatissime illustrazioni fuori testo. Sono opere che nella sostanza appagano molto più l’occhio che la sete di conoscenza, ma aprono comunque degli spiragli su aspetti curiosi o meno conosciuti della storia. Un’altra serie racconta invece gli antichi stati italiani, dalla repubblica di Venezia ai granducati vari, e anche in questo caso il valore dell’iconografia è molto superiore a quello storiografico. Il vero “pregio” a mio giudizio sta nel fatto che stimolano a sfogliarli anche per pura curiosità, o alla ricerca di un godimento estetico, senza che debba esserci dietro una precisa motivazione di ricerca: e fatalmente inducono poi a una lettura che non era nelle intenzioni originarie, quella dalla quale arrivano in genere le sorprese e le scoperte più gradite.
Andiamo comunque finalmente a concludere. Rimane solo la storia contemporanea. Qui la grande scoperta, purtroppo anche questa molto tardiva, è costituita da Tony Judt. Judt è (era: purtroppo è già scomparso) un mio coetaneo, del quale dovrai leggere prima o poi, possibilmente prima, Postwar, quel volumone di mille pagine che in questo momento è ancora accampato sulla mia scrivania. È uno splendido esempio di come si dovrebbe scrivere la storia. Ma leggiti anche Il tempo dell’oblio, che ti farà conoscere molti di quei protagonisti “poco ortodossi” delle vicende e del pensiero più recenti che nei manuali non compaiono mai, così come Novecento ti condurrà per mano alla conoscenza della storia culturale di un intero secolo.
Judt scrive: “Non solo non siamo riusciti a imparare granché dal passato … ma ci siamo convinti che il passato non ha nulla di interessante da insegnarci”. È la fotografia dell’atteggiamento diffuso oggi nei confronti della storia. Ma non si limita alla triste constatazione: si impegna poi in prima persona a dimostrare che è ancora possibile fare storia senza cedere alle tentazioni della polemica di parte e alle scappatoie della narrazione per compartimenti.
Il passato, che comprende anche quello prossimo, avrebbe moltissimo da insegnarci, se solo provassimo a distogliere lo sguardo dai nostri piedi per vedere come le tracce che lasciamo incrocino quelle di tanti cammini diversi. Se lo sguardo lo alzerai su questi scaffali, se lo farai scorrere su questi volumi, potrai riconoscere molti di quei cammini: dorsi di ogni colore, titoli in caratteri diversi, edizioni rilegate o cartonate, tutti contenuti però in uno spazio in fondo angusto, e orientati nella stessa direzione. E capirai allora che questi scaffali sono la visibile, concreta metafora del faticoso e travagliato cammino dell’umanità.
Con questo approdo si conclude il nostro secondo viaggio. Mi ero ripromesso di portarlo a termine in una ventina pagine, e infatti ne ho scritte il triplo. Come sempre. Ti prometto comunque che non ce ne saranno altri. I prossimi aggiornamenti li farai da sola.
In assenza di beni materiali e immobili significativi, questa è l’eredità che ti lascio. Senza altri vincoli se non quello che ho posto all’inizio, di non disperderla. Ne farai un po’ l’uso che vorrai: non deve esserti d’ingombro. Io te la affido perché qualcosa di simile avrei voluto fosse stato fatto con me. Intendiamoci: dai miei ho avuto moltissimo, non mi hanno lasciato libri ma mi hanno trasmesso dei valori, e nei libri ho in fondo cercato solo un riscontro a quei valori. Ma più di una volta, in tutti questi anni, leggendo le biografie degli autori e dei pensatori che più mi hanno interessato, ho provato a pensare come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto a disposizione questo patrimonio nell’età della formazione. Non sarebbe cambiato molto, sul piano pratico: chi aveva i numeri, gente come Gorkij, Hamsun o Camus, li ha tirati fuori a dispetto di una infanzia povera e di famiglie tutt’altro che acculturate. Io quei numeri non li ho mai posseduti, e quindi non ho nulla da recriminare: ma la curiosità, quella l’ho avuta da sempre, e il poter precocemente rispondere ad alcune domande mi avrebbe senz’altro aiutato.
A fare che? Ma a “sapere”. È questo tutto ciò che conta, che non viene inficiato dalla nostra insignificanza nel tempo. Per quanto limitata, per quanto risibile possa sembrare la mia ricerca, un senso l’ho comunque trovato: e sta proprio nella ricerca stessa, che mi ha portato a capire quante cose non so. Sono un uomo socratico. Almeno so di non sapere. E questa è una conoscenza certa, incontestabile.
Un paese ci vuole. Non fosse altro per l’emozione di tornarci. Anche solo con la memoria, anzi, meglio solo con la memoria, se lo si vuole ritrovare.
Io non potrei scrivere poesie sul mio paese. Ho continuato a viverci dopo aver smesso da un pezzo di viverlo. L’ho visto dapprima lentamente trasformarsi, esplodere nell’ultimo quarto del secolo scorso e infine riaddormentarsi, ma di un sonno che somiglia molto al coma. Vivere dentro il cambiamento ha reso impraticabile la memoria: ha fatto sì che il passato si smarrisse nel presente. La poesia se n’è andata. Se voglio ritrovare qualche immagine devo scendere a valle: a San Giovanni riconosco ancora tutti, nelle foto sulle lapidi.
Per Tonino è diverso. Lerma è stata per lui ciò che Santo Stefano era per Pavese. L’ha vissuta nell’incanto infantile, l’ha sognata per lunghi inverni e l’ha ogni volta ritrovata nelle altrettanto lunghe estati dell’adolescenza. Ha gustato i profumi e i colori dei prati e delle vigne, cercato le penombre meridiane dei vicoli e dei boschi, goduto il refrigerio delle acque del Piota. L’ha colta in freddolosi flash invernali, in bianco e nero, sommersa dalla neve, comignoli fumanti e novena natalizia. L’ha disertata giusto in tempo per non vederla sparire.
I ricordi non sono diventati cartoline: anche quando si confondono con le illustrazioni del primo libro di lettura, o con le locandine dei film, rimangono impressioni. Nessuna edulcorazione, nessun ritocco. Niente pulcini pasquali, e nemmeno panorami in grandangolo dal belvedere. Sono dissolvenze appese alla memoria per un rumore di ruote sul selciato (o per un silenzio), per una luce che il vento fa filtrare tra le tende (o per un’ombra), per una panchina o per i pioli di una scala. Appena richiamate evocano Lerma, ma, e questo è il miracolo della poesia, non è già più la Lerma di Tonino: è anche la mia, la riconosco, finalmente.
E mi sorprendo. Mi sorprende soprattutto tornarci in corriera. Sulla corriera sono salito per otto anni, per nove mesi l’anno, alle sette meno un quarto del mattino. Mi risputava sulla piazza alle tre del pomeriggio, stanco, stravolto, nero dalla fame. L’avevo completamente rimossa. Per me viaggiare in corriera coincideva col tempo della scuola, con la necessità di lasciarlo, il paese, per entrare ogni giorno in un mondo estraneo, opprimente e incolore.
Per Tonino la corriera era invece il ritorno: già da Ovada, le vallate aperte dopo gli orridi e le gallerie dell’Appennino, e poi, passato Piota, la salita, le ultime tre curve già in piedi, a raccattar bagagli, il clacson prima della svolta finale, le mura del castello, la chiesa, la piazzetta, il ciapùn. Era il mezzo per viaggiare a ritroso nel tempo. Non solo: era il veicolo delle novità, ed egli stesso ad ogni ritorno era la novità.
Mi ero scordato il suono di quel clacson. Oggi i pullman non suonano più: non c’è più nulla da annunciare. Invece lo risento, e sono io quel viaggiatore in piedi che vede le galline e la scritta W BARTALI sul muro, e dice: “Che bello!” Caspita, avevo dimenticato anche la scritta, e persino le galline.
Perché per affinare i sensi e preservare la memoria ci vuole anche una città. Un luogo dal quale tornare. Meglio se esclusa allo sguardo da una corona di monti, ma rivelata di notte dal bagliore che riverbera sulle nubi, da una linea di luce soffusa che disegna a sud le creste. Chi rimane al paese può così immaginarla, trasferirci i suoi sogni: chi vi abita sa invece che il sogno lo ha lasciato alle spalle, e che Genova è il mondo. Aver chiara questa distinzione, affrontare, e magari periodicamente ripetere, il rito di passaggio, consente di staccarsi dall’infanzia senza perderla, riporla nel cassetto giusto, dal quale può essere ripescata intatta a distanza di tempo, come accade a Tonino. Significa prendere consapevolezza del mito, anziché continuare a viverci dentro, e rimanergli fedeli pur nella coscienza di vivere altrove. Nel mondo.
Quel mondo, la Genova di Tonino, è ancor meno cartolina della sua Lerma. La città è vista attraverso i vetri di finestre, finestrini di tram, lucernari, rigati da gocce di pioggia, nei crepuscoli o alla luce gialla dei lampioni: non ci sono né il Righi né la Lanterna, e neppure il porto. Non arriva mai il rumore del mare a stringerci il cuore. È soprattutto una città di interni: mura discrete di appartamenti, androni, scale, cinema “Cristallo”…. O quelle umide dei vicoli.
La claustrofilia di queste immagini non mi ha sorpreso, ma non l’ho letta come un contrappunto in negativo alle solarità lermesi. Certo, i viottoli che riescono alla cima dei poggi, a cieli azzurri o al fiume, lasciano il posto alle ombre crepuscolari dei vicoli, i vecchi seduti immobili contro il sole ai passanti frettolosi sotto la pioggia, il bianco della polvere o della neve alle brume e alle luci fioche delle auto e delle lampadine domestiche. Ma immagino che per un ragazzino di recente immigrazione Genova non potesse essere che così, non potesse che esercitare un fascino misterioso e diverso: attrarre e respingere al tempo stesso, indurre a cercare rifugio in casa e a coltivare sogni sui manifesti dei film, ma con l’orecchio curioso al fuori, ai passi sul marciapiede, all’ascensore che sale, al brusìo incessante del traffico. È Genova prima della sua scoperta.
Questa la città che Tonino ha riposto nel cassetto adiacente a quello lermese, prima ancora di uscire per strada e di incontrare il mondo, e di sapere che anche di lì si sarebbe allontanato. Una città autunnale, grigia e piovosa, vissuta in malinconia e solitudine; eppure squarci di sole rivelano dalla terrazza le torri, i campanili e i reticoli che attizzano la fantasia. Una promessa per la prossima primavera.
Nel buio di quei cassetti le sensazioni si sono conservate nitide, e Tonino può rievocarle senza il pericolo che virino in seppia. È il miracolo della poesia, dicevo. In realtà la poesia non è un miracolo: non scende dal cielo come la Pentecoste. È frutto di sensibilità, certamente, ma anche e soprattutto di educazione della parola e nei confronti della parola. Nasce dal non detto, più che da ciò che si dice: dall’umiltà di lasciare che siano le cose a parlare, nel loro linguaggio semplice, senza cacciare loro in bocca significati che le soffocano. Il miracolo semmai lo compie (ed è poesia, appunto, solo quando lo compie) se quelle cose, quelle immagini, quei suoni ti riescono immediatamente famigliari, che tu abbia vissuto o meno a Lerma, o a Genova, perché in qualche modo le hai comunque desiderate e sognate, e continui a rimpiangerle. Lo compie se ti porta a salire, come fanno i versi di Tonino, sulla corriera del tempo.
“Reazionario”, controvoglia o no, è un epiteto spregiativo. Da almeno due secoli marchia la posizione concettuale di chi oppone un totale rifiuto alla storia. Quello del reazionario infatti nemmeno rientra nella scala dei possibili atteggiamenti “interni” alla storia stessa, che si dispiegano per coppie di opposti, conservatore-rivoluzionario agli estremi, moderato-progressista al centro, spaziando dalla semiimmobilità all’accelerazione veloce, ma sono tutti pur sempre accomunati dalla “necessità” di una progressione verso il futuro. Il reazionario si pone invece fuori. Non solo vuole fermare la storia, ma addirittura vuole tornare indietro.
Che il termine venga utilizzato solo in una valenza negativa lo dimostra il fatto che neppure i movimenti storicamente ascritti alla reazione, quello fascista e quello nazista in particolare, si sono mai proposti e hanno mai accettato di essere interpretati come reazionari. Al contrario, si sono sempre qualificati come rivoluzionari (e a ragione, direi).
Io non voglio tornare indietro nella storia. Non ne avrei motivo. Della storia ho vissuto uno dei periodi più tranquilli, almeno per quanto concerne l’Europa, e il mio paese in particolare. Sulla mia pelle non sono rimaste cicatrici. Ad essere onesto avrei nulla da recriminare nei confronti del passato, ma anche poco da rimpiangere, se non una giovinezza non sempre spesa bene, come tutte le giovinezze. Ciò non significa che non conosca il repertorio infinito di tragedie che ha caratterizzato questi sessantacinque anni; ma sono cosciente del fatto che solo poco prima della mia nascita se ne compiva una quale mai il genere umano aveva vissuta, e che io me la sono scansata.
Ho scelto la titolazione del libretto proprio per questo motivo. Non riesco a rallegrarmi del fatto che se dura così per almeno altri vent’anni (o anche meno) mi sarò risparmiato l’orrore. Lascio dei figli, dei nipoti, e vorrei che l’orrore fosse evitato anche a loro: ma i segnali che scorgo all’orizzonte mi confortano poco. Non è facile spiegare la sensazione che provo; inoltre, so che va sottratta la tara della posizione dell’osservatore, che naturalmente vede sempre più buio il futuro mano a mano che quel futuro lo esclude. Non credo però si tratti solo di un effetto ottico.
Ho in primo luogo l’impressione di una smemoratezza collettiva, percepibile soprattutto nei più giovani, che hanno una vaghissima idea, quando ce l’hanno, di ciò che è accaduto prima della loro nascita. Il moltiplicarsi delle ricorrenze anniversarie, la creazione di una liturgia della memoria, anziché alimentare un interesse ed un raccordo vivo col passato si risolve in una ritualizzazione arida, spesso manipolata, che i giovani mostrano di subire con fastidio e passivamente. Questo perché la smemoratezza è anche, e prima ancora, delle generazioni più mature, per le quali sempre più imperiosa sembra la voglia di fermare il tempo, annullarne il trascorrere in un eterno presente. E non mi riferisco a fenomeni frivoli, anche se significativi, come quello del “giovanilismo”, che se non altro alimenta nuovi settori economici, dalla chirurgia estetica alle palestre, ma all’incosciente miopia di classi dirigenti, a livello mondiale, che non riescono ad alzare lo sguardo oltre i propri piedi. L’eterno presente è il regno dell’oblio, e l’oblio significa rilassarsi, abbassare la guardia, sottovalutare i segnali di un’accelerazione dello scivolamento nella barbarie che ormai si moltiplicano.
In genere, a chi manifesta questo tipo di preoccupazioni si fa notare che i profeti di sventura ci sono sempre stati, la Bibbia e i poemi omerici ne sono già pieni. Infatti. Quel che di norma non si dice, però, è che nella gran parte dei casi le sventure si sono poi avverate. Magari non è finito il mondo, ma milioni di esseri umani ne sono stati travolti, cancellati, umiliati. Io non so se agisca un’astuzia della ragione, qualche dubbio lo avrei, e comunque mi interessa anche poco: mi interessa che a loro, per le loro sofferenze, vada almeno il risarcimento della memoria; che questa memoria costituisca per noi, oggi, un monito e un impegno, e non si riduca a una distratta celebrazione; e che questo impegno consenta domani, a coloro che verranno, di vivere con dignità.
Tutto ciò non farebbe evidentemente di me un reazionario. Ma c’è qualcosa che mi spinge a leggere in un’ottica diversa il ruolo dei reazionari. Per un motivo comprensibilissimo, per il fatto di voler difendere il passato da un futuro che ai loro occhi si presentava fosco, i pensatori reazionari sono stati in genere gli analisti più lucidi della modernità e quelli più spietatamente preveggenti rispetto alle derive politiche, economiche e sociali che avrebbe comportato. A partire da De Maistre il pensiero reazionario ha sottoposto la società uscita dall’ancien regime ad una critica preventiva che andava ad evidenziare i problemi prima ancora che questi cominciassero a porsi o ad essere visibili.
Io non sono certamente mosso dallo stesso spirito di un Burke o di un Lamennais: semmai vale il contrario. Ma neppure mi riconosco in quello che sembra oggi animare i miei contemporanei, che paiono essersi arresi ad una sorta di ineluttabilità storica. Sono ancora convinto che la storia la facciamo noi, quotidianamente, con le nostre scelte, e che la nostra “insignificanza” a fronte di un mondo tanto vasto e complesso non ci solleva dalle nostre responsabilità.
E allora si, allora vorrei che potessimo scendere da quel treno blindato dello “sviluppo” sul quale nessuno ci ha caricato a forza, ma che ci ha attratti con i suoi specchietti e le sue offerte speciali e ci ha portati in un tunnel del quale non intravvediamo la fine. Vorrei che tutte le opportunità che in questi anni ci sono state concesse per migliorare la condizione umana, e che non abbiamo saputo sfruttare, fossero rimesse in gioco. Ciò che non è possibile per una singola vita, è almeno pensabile per un insieme relativamente sottratto al tempo quale l’umanità.
Al di là della professioni di intenti, però, si può fare concretamente qualcosa? Credo di si, penso sia ancora possibile opporre una resistenza alla deriva e all’accelerazione verso il buio. Non è il caso di immaginare grandi rivoluzioni o palingenesi, anzi, visti i risultati delle precedenti direi di lasciar proprio perdere. No, qui si tratta di difendere con i denti quel minimo di buono che, a dispetto proprio dei reazionari classici, la modernità ha anche apportato, e quello che le epoche precedenti ci avevano trasmesso. Se già Socrate, duemilacinquecento anni fa, poteva convenire con i suoi discepoli sui valori fondamentali che rendono la vita degna di essere vissuta, voglio poter continuare a farlo anch’io con mio nipote. I valori sono rimasti quelli, alla faccia del postmoderno, del mercato, della crescita e della globalizzazione. E allora, molto semplicemente, si tratta di rispettarli nel quotidiano rapporto con gli altri e con noi stessi; di chiederne, anzi, di pretenderne il rispetto dai nostri interlocutori, anche a costo di apparire fuori tempo; di affermarli attraverso un’esemplarità non conclamata, vissuta nella consapevolezza dei limiti propri e della propria funzione, ma senza fare di questi limiti un alibi per assolversi dalle responsabilità. Di vedere, in altre parole, se tornando indietro di qualche passo possiamo ritrovare la strada e lo slancio per uscire da questa palude.
In questo senso sono un reazionario, e rivendico questo titolo. Soltanto, sono uno che cerca di reagire non alla storia, ma a una possibile, e non improbabile, fine della storia.
Micotto arrivava puntuale le sere d’inverno, nell’immediato dopocena, intabarrato nel suo mantello nero e col cappello a larghe tese in testa. Si sedeva accanto alla stufa, sorbiva lentamente il caffè che mia madre gli preparava e, dal momento che nella bottega adiacente la cucina la conversazione era sempre animata, se ne rimaneva per un’oretta in silenzio ad ascoltare e a fare strani versi con la bocca. Solo qualche volta, su diretta richiesta mia, chiudevamo la porta e mi raccontava una delle sue strane storie, piene di eroi contadini, invariabilmente orfani e forti come Sansone, che si ribellavano ai tiranni e vivevano mirabolanti avventure. Poi si alzava all’improvviso, recitava una filastrocca mezza in dialetto e mezza in italiano (buona sera/ vacca nera/ pecciu russu/ tucci a cucciu) e se ne tornava a casa.
Non ricordo cosa facesse in estate, forse sedeva come tutti fuori dell’uscio di casa, e nemmeno ricordo di averlo visto qualche volta in maniche di camicia. Solo più tardi ho capito quale fosse il rapporto di parentela che ci legava. Era lo zio che aveva accolto e cresciuto mia madre, rimasta orfana a soli due anni. E solo più tardi ho anche saputo che nei primi anni venti ogni domenica mattina, all’ora dell’uscita dalla messa, Micotto si faceva trovare seduto sul Ciapun, la grande pietra che funge da sedile nella piazza del castello e della chiesa. Aveva una sorta di appuntamento con una banda di vigliacchi in camicia nera che arrivavano da Silvano o da Castelletto e gli offrivano un bicchierone di olio di ricino da ingurgitare. Micotto prendeva il bicchiere, beveva l’olio di ricino e sempre in silenzio si avviava verso casa, sperando che non facesse effetto troppo presto. I suoi persecutori erano dapprima irritati della sua tranquilla mitezza, poi si stufarono e poco a poco lo lasciarono perdere. Rimase per vent’anni segnalato alla questura e interdetto ad ogni occupazione che non fosse quella del suo fazzoletto di terra, ma non subì altre vessazioni.
Micotto abitava quasi di fronte alla bottega da ciabattino di mio padre, dall’altra parte della via. Trenta metri più in su, nella casa più fatiscente del paese, la “casa della Chiesa”, abitava Modesto. Anche Modesto negli anni venti aveva il suo appuntamento domenicale. Non andava in piazza. Rimaneva seduto sul pianerottolo della scaletta esterna di pietra che portava alla casa, le gambe penzoloni nel vuoto, allo stesso modo in cui l’ho visto sedere io trenta e passa anni dopo. Si arrotolava una sigaretta dopo l’altra, oppure masticava tabacco, sputandolo poi senza alcuno sforzo a distanze da record, e teneva posata accanto, a portata di mano, la pugarina, una roncola lunga e pesante che serviva per gli arbusti del sottobosco. Non bevve mai un bicchiere di ricino: gli arditi fermavano l’auto o il camion nella piazzetta, lo dileggiavano, lo insultavano, lo provocavano un po’, tenendosi a debita distanza: poi se ne andavano. Non era tanto la roncola a metterli in rispetto, quanto il sapere che non avrebbe avuto la minima esitazione ad usarla (mio padre sosteneva che Modesto sarebbe stato pericoloso anche con una ciabatta in mano, e che comunque, tra l’aglio che mangiava e il tabacco che masticava, avrebbe potuto ribaltarli con il solo alito). Era alto e magro, somigliava vagamente a Lee Van Cliff ed era una miniera di sorprese: a differenza degli altri bambini, che ne avevano paura, io ne ero affascinato, e a quanto pare anche lui mi aveva in simpatia. Una volta, quando ormai ero un adolescente, mi lasciò secco recitando a memoria tutto il sesto canto dell’Inferno.
Lo zio Micotto era un socialista; Modesto era un anarchico. Per mio padre erano due idealisti un po’ sprovveduti e testardi; per mia madre l’uno era un uomo buono e mite, traviato in gioventù dalle cattive compagnie, l’altro era la cattiva compagnia.
Ho scoperto gli anarchici a dodici anni, in un opuscoletto finito chissà come in bottega, tra i giornali vecchi che servivano per incartare qualunque cosa vendessimo, dalle scarpe riparate alle pesche della vigna. All’epoca non leggevo, letteralmente divoravo ogni pezzo di carta stampata, ed ero già affetto dal morbo del bibliomane. Per cui conservai a lungo quell’opuscolo, nascondendolo all’occhio censorio di mia madre nella cassa da birra dove tenevo i fumetti, e riprendendolo in mano di tanto in tanto, affascinato dalla storia che raccontava e dai ritratti di uomini barbuti e fieri che la illustravano. I ritratti erano una decina, ma le storie che mi si impressero nella memoria erano tre: erano quelle di Cipriani, di Cafiero e di Berneri. E sono quelle che ora, a modo mio, vorrei cercare di raccontare.
Chi dice chiaramente il proprio pensiero, senza cercare applausi e senza temere le collere, è l’uomo della rivoluzione
Su un’altra “tragica fine”, quella di Camillo Berneri, il piccolo almanacco rosso tagliava secco e pesante: “Vigliaccamente trucidato dagli stalinisti”. Ero un ragazzino, avevo letto I Ragazzi della via Paal e coltivavo come un cavaliere medioevale la repulsione per tutto ciò che puzza di viltà, fisica o psicologica che sia. Quell’avverbio mi indignava: immaginavo Berneri colpito alle spalle, perché se gli si fossero presentati di fronte non avrebbero avuto scampo, come con Modesto o con Cipriani. Ma non c’era verso di trovare altri riscontri: il nome di Berneri pareva cancellato dal libro della storia. Ho dovuto attendere la metà degli anni sessanta e l’ingresso all’università per avere qualche notizia più precisa.
Si è trattato anche allora di una conoscenza di seconda mano, perché Berneri sembrava aver lasciato solo pamphlets polemici occasionali, praticamente irreperibili: ma è stata comunque sufficiente, assieme alla lettura delle opere di Kropotkin, a traghettarmi da una concezione salgariana dell’anarchismo ad una curiosità politica e umana più profonda. Solo di recente però, da quando ho potuto finalmente rintracciare i suoi scritti più significativi, quell’interesse è diventato una vera e propria empatia. Ho scoperto un anticonformismo genuino e ho trovato una incredibile consonanza con mia la visione del mondo e degli uomini. Se non porto Berneri nel cuore, come accade per i maestri della mia gioventù, da Leopardi a Camus, è solo perché sono ormai troppo anziano per i colpi di fulmine: ma lo reputo un “amico”, e di là del rimpianto per non averlo frequentato prima mi viene da lui il conforto di non avere sprecato tutto questo tempo. Temo solo, a questo punto, che le pagine che seguono finiscano per confondere troppo spesso la mia voce con la sua. Non sarebbe una novità.
Camillo Berneri appartiene alla quarta (ed ultima) generazione anarchica. Potremmo definirla la generazione degli antifascisti, dopo quella degli ex-mazziniani o ex-garibaldini, che va in pratica da Pisacane a Cipriani, quella degli insurrezionalisti, Cafiero e Malatesta, e quella dei terroristi, Passanante e Bresci. Con essa, e nella resistenza ai totalitarismi di destra e di sinistra della prima metà del Novecento, l’anarchismo vive le ultime luci del crepuscolo: poi calerà il buio totale.
L’appartenenza di Berneri a questa generazione è in realtà più anagrafica che sostanziale: il nostro è riuscito infatti a farsi considerare un eretico anche da coloro che da sempre sono gli eretici per antonomasia. Questo spiega, perché ancora oggi sia tanto difficile accostare direttamente il suo pensiero: e, di converso, perché mi sembri quanto mai doveroso contribuire a strapparlo a questo oblio1.
Un’adolescenza socialista – Quando Berneri viene al mondo a Lodi, nel 1897, Cipriani sta combattendo (e perdendo) la sua ultima battaglia, mentre Cafiero è già morto da un pezzo e l’anarchismo ha chiuso la sua stagione più significativa. Anche a lui la vocazione libertaria è trasmessa geneticamente, ma nel suo caso il cromosoma più irrequieto è quello materno: Adalgisa Fochi è una scrittrice e insegnante socialista che vanta un padre garibaldino e un nonno carbonaro, e che prima di fermarsi in Emilia si porta appresso il figlio nei suoi continui trasferimenti su e giù per l’Italia. Camillo non scoppia di salute: ha rischiato di morire appena nato e ad ogni spostamento si busca una nuova malattia. Di conseguenza rimarrà cagionevole anche da adulto: ma questo non gli impedirà di essere comunque coriaceo e combattivo.
L’esordio politico è naturalmente precoce. Entra nel partito socialista a quindici anni, a Reggio Emilia, in un ambiente improntato al socialismo “educazionista” di Camillo Prampolini, al quale Berneri continuerà ad ispirarsi anche dopo il passaggio all’anarchismo. A diciassette è redattore della rivista del movimento giovanile e appena scoppia la guerra mondiale riesce a sbatterne fuori il direttore, che si è schierato con Mussolini a favore dell’intervento (in questo frangente ha l’aiuto di Bordiga). È un ragazzo determinato, convinto che ai giovani debba essere riconosciuto uno spazio reale di partecipazione (e capace di conquistarselo: a diciott’anni è già nel Comitato Centrale della federazione emiliana), e radicalmente antimilitarista. La sua posizione è ispirata ai principi del collaborazionismo operaio europeo: non crede affatto che la guerra spalanchi le porte alla rivoluzione, e meno che mai che si possano fare dei distinguo tra i vari imperialismi: il compito delle classi operaie europee è semmai quello di sabotare un conflitto anacronistico e suicida. Su questi temi, come vedremo, non accetta tentennamenti.
Quanto al ruolo del partito, ne ha una concezione più culturale che politica: la sua funzione deve essere in primo luogo educativa. L’innalzamento del livello culturale delle masse è la precondizione necessaria, e forse anche sufficiente, per ogni rivoluzione futura. Su questa posizione influisce senz’altro la lezione di Prampolini, e più ancora la vocazione pedagogica della madre: ma per un diciottenne cresciuto nel clima massimalista dell’anteguerra, quando nella sinistra è più che mai viva l’attesa di un risveglio “dall’interno” delle masse e si confida nel detonatore rivoluzionario della “coscienza proletaria”, è comunque indice di una maturità non comune.
Partendo da queste posizioni è quasi scontato che Berneri intraprenda un percorso diametralmente opposto a quello compiuto da Andrea Costa. Al secondo anno di guerra, in aperto contrasto con l’atteggiamento del partito socialista, che è in pratica quello di un acquiescente “né aderire né sabotare”, e disgustato dalla facilità con la quale un sacco di ex adepti sono passati all’interventismo (oltre a quello di Mussolini c’è ad esempio il caso di Cesare Battisti), esce dal Comitato Centrale. Negli ultimi suoi interventi sulla rivista denuncia il fatto che la cultura italiana, e non solo quella borghese, dopo essersi avvitata su “inutili astruserie metafisiche” ha finito per soggiacere ai miti del superomismo e alle tentazioni imperialistiche. Di lì a poco chiude anche con il partito2.
Berneri ha a questo punto solo diciannove anni. Sulla sua decisione e sul suo futuro orientamento hanno un peso determinante l’amicizia stretta con un coetaneo anarchico, Torquato Gobbi, rilegatore di libri, che gli sembra rappresentare molto meglio che non i compagni di sezione la purezza dell’ideale rivoluzionario, e il rapporto con Giovanna Caleffi, anch’essa anarchica, che sposa quando entrambi sono ancora minorenni e che sarà la compagna non solo della sua vita ma anche delle sue lotte3. Nel 1918 Giovanna gli dà una figlia, ma né questo né il fatto di essere stato riformato ad una prima visita gli risparmiano la chiamata alle armi. Non dà un grande contributo alla vittoria: dopo pochi mesi all’Accademia di Modena viene sbattuto al fronte, dove ha il tempo di farsi notare e denunciare per due volte al tribunale militare, per insubordinazione e per aver fatto propaganda anarchica tra i soldati. Appena congedato, nel 1919, dopo aver soggiornato per qualche mese al confino di Pianosa per la partecipazione ad una manifestazione di piazza, comincia a collaborare con Errico Malatesta e con la stampa anarchica, ed è uno dei fondatori dell’Unione Anarchica Italiana.
La sua posizione, però, risulta “non allineata” persino nel mare magnum dell’anarchismo, dove pure non esiste un canone ufficiale e dove il dibattito è molto più acceso e vivace che non all’interno dei partiti di matrice marxista. La linea che Berneri sposa non è in realtà nuova: è già stata intrapresa da Malatesta, che ne “L’anarchia” teorizzava un “gradualismo” rivoluzionario: la rivoluzione per l’anziano maestro è un percorso a tappe, che conosce sviluppi diversi a seconda delle differenti situazioni socio-economiche di partenza. Dove esistono le condizioni per farlo gli anarchici devono naturalmente attuare il loro programma, ma in altri casi non possono che opporre la massima resistenza alle ricomposizioni post-rivoluzionarie in direzione statalista o capitalistica, fornendo esempi di vita e d’azione che mantengano viva la speranza, e rimandando a tempi migliori la costruzione dalla società totalmente libera. Ciò suppone una distinzione tra “giudizi di fatto”, che concernono la realtà storica e naturale, e “giudizi di valore”, che concernono le idealità; ai secondi si impronta la dimensione politica, ai primi quella economica. Berneri procede nella stessa direzione, ma sposta di molto in avanti i margini del possibilismo “tattico”, senz’altro nella dimensione economica, ma in una certa misura anche in quella politica, mentre per quanto concerne l’imperativo etico rimarrà assolutamente intransigente.
Sin dall’inizio della sua militanza anarchica Berneri si trova dunque ad essere classificato come un “revisionista”, stimato per le capacità operative e per l’incredibile mole di lavoro polemico che riesce a svolgere, ma sempre sospetto di devianza rispetto ai dogmi irrinunciabili del credo anarchico. Il che, peraltro, è vero, se quella anarchica viene vissuta come un’ideologia o come una religione, anziché come una disposizione: e Berneri, anziché respingere sdegnato l’accusa, quasi la rivendica4: “Non temiamo quella parola ‘revisionismo’, che ci viene gettata contro dalla scandalizzata ortodossia, ché il verbo dei maestri è da conoscersi e da intendersi. Ma troppo rispettiamo i nostri maggiori, per porre costoro a Cerberi ringhiosi delle proprie teorie, quasi come ad arche sante, quasi come a dogmi”.
I conti con il leninismo – Motivi di scandalo all’ortodossia anarchica Berneri ne dà parecchi. Le occasioni non gli mancano. Nel momento stesso in cui sta transitando dal socialismo all’anarchismo scoppia la Rivoluzione d’ottobre. Avviene ciò che per decenni era parso irraggiungibile, o si era intravisto solo per un attimo durante la Comune, ed è reso possibile da un progetto politico e da una tattica che non coincidono affatto con quelli dell’anarchismo. Per certi versi, pensa Berneri, è normale che gli anarchici ne diffidino, ma per altri occorre che accettino almeno inizialmente l’accaduto come un risultato positivo.
Il successo ottenuto dai bolscevichi mette infatti in qualche modo fuorigioco l’anarchismo classico, che non appare più adeguato ai nuovi assetti sociali ed economici; ma offre anche l’opportunità per un ripensamento profondo, se non sui fini, almeno sui modi dell’azione rivoluzionaria. Fino a quando quello della rivoluzione è stato un sogno proiettato nel futuro lo si poteva trattare appunto come un sogno, rivestendolo di tutte le intransigenze teoriche e tattiche rispetto all’esistente politico proprie dell’anarchismo; ma adesso che si è tradotto almeno in parte in realtà occorre rivedere le proprie posizioni, per non restarne fuori.
Lo scenario nuovo fa scaturire intanto alcune domande fondamentali. La prima è addirittura: ha ancora senso essere anarchici? Ovvero: si è attesa invano per anni una rivoluzione che rendesse inutile la dialettica politica; ora la rivoluzione c’è stata, ma la dialettica si ripropone anche all’interno di essa. Si può continuare a rifiutarla categoricamente? E poi: se l’anarchismo viene a compromesso con l’esistente, è ancora anarchismo? Vedremo dopo quali risposte Berneri si dà: per intanto le domande se le pone mentre agisce, mentre combatte. I dubbi non gli impediscono di mettersi in gioco comunque. E le realtà che vive di volta in volta, dal momento che con la realtà ha scelto di confrontarsi, lo indurranno in seguito a sfumare le sue posizioni e magari a porsi altre domande.
Insomma, Berneri è esattamente l’opposto di Cipriani, che attraversa sessant’anni di battaglie senza essere scalfito da altro se non dalla stanchezza. Ciò non significa che non sia egualmente sorretto da una fede incrollabile: solo che la sua riguarda più la necessità individuale di un’esistenza eticamente giustificata (il senso del dovere, per capirci) che non la bontà assoluta della causa per cui combatte. E questo spiega la sua disponibilità a rimettere in questione i modi e in qualche misura anche i fini di questa causa.
Per quanto concerne la rivoluzione russa Berneri parte dalla semplice oggettività del fatto che è avvenuta. L’evento assume già di per sé un grande valore, perché se non altro dimostra che una rivoluzione ci può essere. La rivoluzione ha poi portato alcune novità che gli sembrano importantissime, prima tra tutte la nascita dei soviet: una qualche forma spontanea di autorganizzazione risulta dunque possibile. Pur essendo evidente anche a lui che quella russa è una vittoria del socialismo autoritario rispetto a quello libertario, ciò non gli impedisce di pensare che la Russia sia un immenso terreno di sperimentazione, ancora tutto da esplorare5. Di qui la necessità di darsi una mossa, “di adeguare velocemente il programma politico ed economico dell’anarchismo alle necessità strategiche della rivoluzione”: in altre parole, se gli anarchici vogliono che qualcosa accada devono scendere dal regno celeste dei sogni e posare i piedi sul terreno della realtà (anche a rischio di infangarli un po’). “Non si può rimanere abbracciati ai cadaveri dei maestri – dice Berneri – anche se di giganti come Bakunin; bisogna maturare una visione più ampia ed acuta delle nuove situazioni”.
Questa impostazione, della quale è ancora quasi per intero debitore a Malatesta, prende il nome di “attualismo”, e viene appunto sofferta da molti anarchici come “revisionista”. Berneri ne è perfettamente cosciente: “Sono un anarchico sui generis, tollerato dai compagni per la mia attività, ma capito e seguito da pochissimi”. Così come è cosciente che capirlo e seguirlo risulta, per i compagni, piuttosto problematico, soprattutto inizialmente, quando sembra convenire che la “dittatura del proletariato”, sia pure intesa in modi e con funzioni ben diverse da quelle bolsceviche, sia un passaggio legittimo e necessario della rivoluzione. “Io credo che la concezione integrale e ortodossa del comunismo libertario porti, nel campo della realtà, alla dittatura del proletariato, non quale è nel significato che danno a questa formula i comunisti autoritari, ma come formazione storica scaturente dal fatto di una rivoluzione spinta ai limiti estremi” scrive ancora nel 19206. Ma ha già ben chiaro quale piega stiano prendendo le cose: ragion per cui due anni dopo dichiara che “criticare i criteri e i metodi del partito comunista russo, illustrare gli errori e gli orrori del governo bolscevico, è per noi un dovere e un diritto, perché nel fallimento del bolscevismo statolatra vediamo la migliore conferma delle nostre teorie libertarie”7. A sgombrare il campo da eventuali dubbi hanno provveduto le rivelazioni di quei compagni che hanno vissuto in prima persona sia la rivoluzione che la sua rapida deriva autoritaria, e sono stati abbastanza svegli o fortunati da sfuggire alla feroce repressione delle comuni e dei soviet anarchici operata da Trotsky.
È anche convinto che occorra relativizzare, saper leggere i fenomeni nel loro specifico contesto: in fondo, “ogni rivoluzione ha lo sviluppo di cui è capace il popolo che la compie”. Quel modello rivoluzionario, poi, gli appare tanto particolare da fargli scrivere che “non si può giudicare con criteri occidentali una rivoluzione che appartiene più all’Asia che all’Europa”. Questo significa anche che è assurdo guardare ad esso come ad un archetipo; al più, può essere l’esempio di una generica “possibilità” concreta. Per contro, vede il grave pericolo insito in questa speranza di “esportazione”, quando dice che l’idea comunista educa gli italiani (e gli occidentali tutti) ad attendersi quasi una venuta provvidenziale (“verrà Lenin”, diventato poi “verrà Stalin”) invece che ad elaborare una loro via alla rivoluzione e una loro risposta alla crescente reazione.
Molto più tardi, tornando sul tema della dittatura del proletariato nel bel mezzo della contrapposizione politica della guerra di Spagna, si esprimerà in questi termini: “Dittatura del proletariato è una formula equivoca quanto il popolo sovrano: concetto e formula di imperialismo classista, equivoca e assurda. Il proletariato deve sparire, non governare. Il proletariato è proletariato perché dalla culla alla tomba è sotto il peso dell’appartenenza alla classe più povera, meno istruita, meno passibile di individuale emancipazione, meno influente nella vita politica, più esposto alla vecchiaia e alla morte precoce, ecc. redento da queste ingiustizie sociali, il proletariato cessa di essere una classe in sé, poiché tutte le altre classi sono spogliate dei loro privilegi. Cosa permane allo sparire delle classi? Rimangono le categorie umane: intelligenti e stupidi, colti e semi-incolti, sani e malati, onesti e disonesti, belli e brutti, ecc. Il problema sociale, da classista, si farà problema umano. La rivoluzione sociale, classista nella sua genesi, è umanista nei suoi processi evolutivi. Chi non capisce questa verità è un idiota. Chi la nega è un aspirante dittatore”8.Difficile essere più chiari.
Sarebbe dunque ingeneroso, anche dal punto di vista della stretta osservanza anarchica, imputargli un eccessivo entusiasmo iniziale nei confronti della rivoluzione russa. Quando questa scoppia Berneri ha vent’anni, da tre è in corso una carneficina destinata a cambiare le sorti del mondo e ancora le organizzazioni politiche e sindacali tradizionali della sinistra non riescono a uscire dall’impasse del lealismo nazionalista. È più che naturale che saluti ciò che sta accadendo in Russia come un evento epocale, ed è in buona compagnia, perché dello stesso avviso è mezza Europa. Avrà modo sin troppo presto, sulla propria pelle, di rendersi conto di quanto la vittoria del bolscevismo sia stata letale per il futuro delle speranze rivoluzionarie e dell’idea libertaria. Non dimentichiamo che ad altri, ai più, è occorso mezzo secolo per arrivarci, e che qualcuno deve ancora capirlo adesso.
Fenomenologie dell’autoritarismo: il culto del capo – All’inizio degli anni venti Berneri ha ormai due figlie e porta a termine gli studi: si laurea in Filosofia a Firenze con Salvemini ed entra a far parte della cerchia del primissimo antifascismo, conoscendo personaggi come Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Pietro Calamandrei, collaborando a Non Mollare e a numerose altre riviste, tra le quali la Rivoluzione liberale di Gobetti. Di lì a poco deve però lasciare Firenze, perché ormai è nel libro nero dei fascisti: dopo aver subito un paio di aggressioni si ritira perciò ad insegnare a Camerino, senza naturalmente cessare l’opera di propaganda politica e di “revisione” dell’anarchismo.
I modi e i tempi di questa revisione sono imposti dal convulso precipitare di eventi e mutare di situazioni che caratterizza la prima metà degli anni venti, quando sembra possibile tutto e il contrario di tutto: è ancora viva la speranza rivoluzionaria, ma appare già chiara la deriva statalista e totalitaria dell’URSS; si afferma il fascismo, ma ancora sembra destinato ad autoliquidarsi per la sua rozzezza politica; nascono a sinistra del partito socialista nuove forze, ma questo anziché rafforzare il movimento libertario ne esaspera le contrapposizioni interne. Berneri vive quelli che Hobsbawm definisce “tempi interessanti”, nei quali non è facile tenere il passo degli avvenimenti; e la scelta di non perdere di vista quanto realmente accade, e di non sacrificare “i fatti” forzandoli ad ogni costo a rientrare in una costruzione teorica cristallizzata, lo porta ad allargare su più fronti la sua attenzione, a cogliere gli elementi di novità in ogni piega e in ogni risvolto dell’attualità. Per questo lo troviamo instancabilmente impegnato ad analizzare con tutte le armi critiche possibili, compresa la psicanalisi, i fenomeni nuovi che caratterizzano la scena politica, primo tra tutti naturalmente quello dell’irresistibile ascesa di Mussolini.
In un articolo apparso su “L’Ordine Nuovo” nel 1924 Gramsci aveva scritto che Mussolini era in fondo soltanto un buffone, estraneo alla vita nazionale, e che al massimo sarebbe passato alla storia delle maschere italiane. Berneri, che Mussolini lo conosce bene, avendone già ammirato nel 1912 una performance nel congresso socialista di Reggio Emilia, non ne è altrettanto sicuro, e lo ribadisce più volte. Dieci anni dopo, nel 1934, torna in maniera definitiva sul tema con un breve e saporitissimo saggio, Mussolini grande attore, nel quale,usando gli strumenti dell’analisi psicoanalitica oltre a quelli della critica storica, dimostra quanto invece la figura del dittatore sia costruita attraverso l’uso sapiente dei nuovi strumenti di propaganda (la radio e il cinema) e l’assunzione di atteggiamenti plateali ma di grande effetto. Mussolini ha la capacità di “recitare”, più ancora che di interpretare, un ruolo nella storia. È vero, si serve spesso di un apparato e di modi da avanspettacolo, che riflettono l’evidente povertà dei contenuti politici; ma ci sono aspetti, in questa rappresentazione, che non vanno sottovalutati, primo tra tutti quello dell’”educazione delle masse” o, se vogliamo, del loro plagio. È naturale per Berneri, che ha sempre attribuito un valore prioritario all’educazione dei giovani, apprezzare, sia pure in negativo, la capacità di Mussolini di operare direttamente su questi ultimi attraverso la scuola e le altre forme di omologazione e di inquadramento parascolastiche. Non è un caso, dice Berneri, che la prima riforma del fascismo sia stata quella di Gentile.
La promozione dell’immagine e del culto di Mussolini è chiaramente funzionale per Berneri ad un progetto di “normalizzazione” del potere, che passa attraverso l’azzeramento della coscienza critica della massa, e quindi di ogni opposizione. Il ricorso alla rappresaglia fisica, che è stato fondamentale per il fascismo al momento della conquista del potere e nella fase di consolidamento, consentendo di tagliare le teste pensanti più pericolose, ha lasciato il campo da un lato ad una “rappresaglia” istituzionale, legalizzata, dall’altro al condizionamento psicologico: e questo sembra aver funzionato perfettamente.
In realtà infatti non è tanto la figura di Mussolini ad interessare Berneri, anche se ci legge un possibile esito di certe esasperazioni individualistiche riconducibili persino all’anarchismo, quanto invece la reazione (verrebbe da dire: la mancanza di reazione) della massa, pronta a farsi circuire da un imbonitore, per quanto scaltro. “Per essere un grande attore non bastano virtù soggettive, occorre anche comprendere e interpretare le esigenze del pubblico, in un dato luogo, in un momento dato”. Altro che estraneo alla vita nazionale! Berneri consente perfettamente con Rosselli quando questi scrive che il fascismo “esprime i vizi profondi, le debolezze latenti del nostro popolo, del nostro intero popolo. In un certo modo, il fascismo è stato l’autobiografia di una nazione”. E una parte di responsabilità, nella creazione del “mostro”, Berneri l’attribuisce anche alla sinistra, tutt’altro che immune dal culto della personalità. La sua analisi può quindi essere estesa, al di là dello specifico mussoliniano, anche ad altre situazioni, prima tra tutte quella sovietica; e per taluni aspetti, fatte salve le ovvie differenze, calzerebbe perfettamente a quanto accaduto in Italia negli ultimi due decenni.
L’anarchico più espulso della storia – Dopo il delitto Matteotti il regime, anziché indebolirsi, si consolida e i guai per Berneri e per la sua famiglia si moltiplicano. Intanto Camillo rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà alla monarchia (e a questo punto, implicitamente, al fascismo) imposto a tutti i docenti, e viene quindi privato della cattedra: poi, dopo le aggressioni che costeranno la vita a Gobetti e ad altri antifascisti di punta, e dopo essere sfuggito ad un paio di agguati delle squadracce, capisce che il cerchio si sta stringendo e nell’aprile del 1926 si rifugia in Francia. Di lì a poco viene raggiunto da Giovanna e dalle figlie. Ma la vita del fuoruscito non è facile: è costretto ad arrangiarsi con lavoretti saltuari, mentre cerca di mettere assieme i pezzi di una organizzazione che di fatto è allo sfascio, sotto i colpi delle delazioni e degli agenti provocatori. Fa un po’ di tutto, anche lavori che sono assolutamente incompatibili con la gracilità del suo fisico: racconta ad esempio che “fu a Le Pecq, mentre in costume e in fatica da muratore mi aveva sorpreso uno dei “responsabili” comunisti. “Ora la puoi conoscere, Berneri, l’anima proletaria!” Così mi aveva apostrofato. Tra una stacciatura di sabbia e due secchi di “grossa” riflettei sull’anima proletaria”. 9 Non pretenderà mai, però, a differenza di altri, che il suo temporaneo rapporto con il lavoro manuale ne abbia fatto un “autentico proletario” e lo abbia abilitato a parlare a nome di tutti i lavoratori.
Nel 1928 viene arrestato ed espulso una prima volta dalla Francia come “pericoloso anarchico”. Nel suo ardore polemico ha finito per cadere in una trappola della polizia segreta fascista. Il gioco di quest’ultima consiste nell’alimentare attraverso i suoi agenti infiltrati i dissapori tra fuorusciti di tendenze ideologiche diverse, e anche Berneri è indotto ad attaccare un altro antifascista, il cattolico Giuseppe Donati. Questi è a sua volta manovrato da un secondo provocatore, e ad entrambi vengono fatti arrivare finanziamenti per pubblicare i loro opuscoletti. Il risultato è che i due si scambiano pesanti accuse, offrendo alla polizia il pretesto per stare loro addosso e alla magistratura quello per sbatterli fuori.
L’episodio conferma una debolezza che caratterizza tutti i movimenti di opposizione clandestina in ogni tempo e paese: la costante permeabilità all’infiltrazione di agenti provocatori. È indubbiamente un rischio ineliminabile, che deve essere corso e che è difficile limitare, specie in una situazione aggrovigliata come quella del fuoruscitismo, nella quale i riscontri sulla reale identità, attività e militanza sono molto più difficili: ma in questo caso l’impressione è che l’ambiente anarchico ecceda nell’accordare fiducia a chiunque si professi libertario (cosa che si verifica molto meno nelle formazioni comuniste, dove i filtri hanno maglie più strette), pur restando vero che un’idea come quella anarchica è perseguibile solo se si esclude il sospetto sistematico come procedura di sicurezza. In questo caso poi il fatto paradossale è che Berneri il fenomeno degli infiltrati lo ha studiato e denunciato in un opuscolo documentatissimo, Lo spionaggio fascista all’estero, pubblicato nel 1928, e ciononostante ne cadrà ripetutamente vittima.
Alla prima espulsione fa seguito una serie di peregrinazioni per mezza Europa, dall’Olanda al Lussemburgo, dalla Spagna alla Germania Ovunque arrivi Berneri trova ad attenderlo un paio di agenti che lo trattengono un giorno o due, lo identificano e lo rispediscono al mittente. Racconta lui stesso questi episodi in tono divertito, addirittura ricordando con affetto quei poliziotti che lo hanno trattato umanamente, e rievocando i contradditori improvvisati durante lunghe notti in guardina con quelli meno sensibili. Il vagabondaggio ha improvvisamente termine nel dicembre dell’anno successivo, quando viene arrestato in Belgio con l’accusa pesantissima di avere ordito un complotto per uccidere il ministro italiano Alfredo Rocco (l’autore del nuovo codice penale) durante una visita diplomatica. Nell’ambito della stessa operazione sono arrestati in Francia altri fuoriusciti italiani (tra cui Carlo Rosselli). Berneri è trovato in possesso di una pistola; si assume ogni responsabilità e scagiona gli altri, rimediando per sé una condanna a soli sei mesi di carcere, anche perché durante il processo emergono il ruolo e la reale appartenenza del “mandante”, l’infiltrato trentino Ermanno Menapace (che è a sua volta è condannato in contumacia a due anni). Scontata la pena Berneri è rimandato in Francia, dove subisce un altro processo e si becca un’altra condanna. Viene amnistiato dopo qualche mese e scarcerato nel maggio del 1930.
Ormai non può più essere espulso, perché nessuno degli stati confinanti è disposto ad accoglierlo. Nel giro di tre anni viene ancora arrestato quattro volte, ma tutto sommato la sua vita riprende più tranquilla, limitandosi al proselitismo e alla scrittura. In questo periodo la famiglia tira avanti con i proventi di una piccola drogheria gestita da Giovanna, che non manca di diventare una centrale di accoglienza e riferimento per i fuorusciti italiani.
La ricostruzione di ciò che è avvenuto nel 1929 riesce piuttosto confusa, e nemmeno lo stesso Berneri nelle lettere e nella bozza autobiografica che ha lasciato sembra avere le idee chiare. Nell’agosto del 1929 sono giunti a Parigi Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, fuggiti in motoscafo dal confino di Lipari. Berneri, che con i Rosselli aveva già stretto amicizia ai tempi di Firenze e della frequentazione del Circolo di Studi Sociali gravitante attorno a Salvemini, vede in questo arrivo una grande occasione. Pochi mesi dopo viene costituito a Parigi il movimento Giustizia e Libertà, i cui orientamenti sono in sintonia con quelli di Berneri e degli anarchici. È soprattutto Lussu a spingere perché si passi immediatamente all’azione, adottando la tecnica terroristica degli attentati individuali, restituendo colpo su colpo ai fascisti e mirando soprattutto a eliminare Mussolini. Per alcuni mesi la collaborazione è aperta, e sull’onda di un entusiasmo un po’ precipitoso vengono progettati diversi attentati. Una nota informativa del dicembre del 1929, basata proprio sull’attività spionistica di Menapace, dettaglia minuziosamente a Mussolini le intenzioni e i movimenti di Berneri: in particolare il progetto di un attentato alla Società delle Nazioni di Ginevra, in collaborazione con altri anarchici e con esponenti di Giustizia e Libertà.
Pur facendo la dovuta tara alle informative dell’OVRA, di norma gonfiate e in qualche caso addirittura inventate di sana pianta dall’ufficio centrale per dimostrare l’efficienza del servizio, o dai singoli agenti per giustificare il proprio stipendio, esiste veramente a cavallo degli anni trenta, nelle fila dell’antifascismo e soprattutto tra i fuorusciti, la fissazione dell’attentato, del passaggio all’azione diretta.
Lo dimostrano i casi degli anarchici Schirru e Sbardellotto10, e l’urgenza di gesti dimostrativi è anche facilmente spiegabile con il sentimento di frustrazione che si va diffondendo tra gli oppositori, una volta constatato che non soltanto il regime non crolla per intrinseca debolezza, come si era sperato in un primo tempo, ma si rafforza e si radica sempre più, e che addirittura, dopo che la crisi del ’29 ha messo in ginocchio le maggiori potenze democratiche, sta guadagnando consensi tra la popolazione. A questo punto l’impressione di molti, e non solo degli anarchici, è che senza un gesto isolato che decapiti il potere non si arriverà a nulla. Mal che vada, l’azione diretta dimostrerà agli italiani e al mondo che il consenso al fascismo non è unanime, e che la resistenza è ancora ben viva.
Questo atteggiamento si intiepidisce poi verso la metà degli anni trenta, anche se i tentativi non cesseranno del tutto: ma essi saranno sempre più frutto di scelte isolate. La sorveglianza poliziesca e la repressione hanno resa impossibile in Italia qualsiasi congiura e, peggio ancora, il regime dimostra di saper utilizzare a proprio vantaggio, attraverso un organizzatissimo ed efficiente lavoro di enfatizzazione e disinformazione, ogni tentativo fallito, fino al punto di arrivare a costruirne di falsi.
Per intanto, con Berneri fuori gioco, non solo perché carcerato, ma anche perché gli arresti e il processo hanno drammaticamente portato alla luce le debolezze della rete anarchica, il sodalizio con Giustizia e Libertà si scioglie. Di lì a poco, nell’autunno del 1931, G.L. aderisce infatti alla Concentrazione Antifascista, un fronte di resistenza che riunisce i fuorusciti politici italiani di ogni colore, ma dal quale gli anarchici si sono autoesclusi.
Berneri come si è detto “gode” di un forzato periodo di riflessione, e come da suo carattere si interessa a varie discipline, dalla psicologia alla storia, dalla filosofia all’arte. Ma è tutt’altro che tranquillo. Scottato dal fallimento dei suoi progetti d’azione, e più ancora dalla caduta di credibilità conseguente l’affare Menapace, scrive nel 1930 dal carcere alla figlia Maria Luisa: “Sono contemporaneamente sereno e disperato: come se fossi rassegnato ad una fatalità e come se io disponessi di una volontà in grado di creare un mondo. La situazione è cambiata tanto da essere per noi tema doloroso; ciò che è grave ed esige una soluzione è che il peso frantuma l’energia dell’animo. Sono alla ricerca precisa di me stesso e devo vincermi. Non è il carcere che mi preoccupa, ma è lo sforzo che devo fare per uscire dalla mia vita di ieri che è una volta di più spezzata e che non spero di poter riprendere a meno che io non riesca a raggiungere un po’ di tranquillità”11 . È questo però il periodo in cui le sue idee sull’anarchismo prendono una forma più compiuta.
Fenomenologie dell’autoritarismo: il culto della massa – Le contraddizioni che a posteriori si vorrebbero – o almeno, che alcuni hanno voluto – cogliere nel percorso teorico di Berneri sono solo apparenti. In realtà esso è sorretto da una tenace coerenza, che non si cristallizza in rigidità dogmatica ma si confronta di volta in volta con una eccezionale capacità di lettura del presente: oltretutto, in questo caso, di un presente caotico, confuso e mutevole, pregno di tutto e del contrario di tutto.
L’assenza dalla sua opera di una “formulazione teorica” strutturata è legata senz’altro alla continua precarietà in cui si trova a vivere, oltre che alla precoce scomparsa, e di questo Berneri si lamenterà spesso: ma è anche dovuta alla sua stessa concezione della militanza intellettuale, che lo mette in sospetto di fronte a tutto ciò che è astrazione ideologica, perché questa impedisce di avere chiara la situazione ed anche la condizione dei soggetti trattati. Fermarsi a teorizzare significa per Berneri perdere di vista quanto sta accadendo. D’altro canto, la sua concezione dell’anarchismo si va sempre più definendo come la definizione di una linea ideale, questa sì fissata una volta per tutte, di comportamento individuale, di responsabilizzazione personale, che non ha bisogno di revisioni: la revisione riguarda semmai il confronto con il mondo, che in questo modo viene liberato dalle pastoie di una teoria prefissata alla luce della quale di debbano leggere gli accadimenti.
Ciò non significa che Berneri non affronti i nodi cruciali della teoria. Lo fa eccome, e senza lasciarsi condizionare da particolari riverenze per le idee e per le formule del canone anarco-socialista. Il suo percorso di svecchiamento, mirato a “spazzar via le foglie morte dell’ideologia” parte dalla considerazione che “la crisi dell’anarchismo è evidente”, e che questa crisi è legata ad una interpretazione sbagliata dell’utopismo. I suoi compagni anarchici, per la stragrande maggioranza, non distinguono tra quello che può essere un modello sociale “ideale” di riferimento e quello che dovrebbe essere un modello “possibile”, da contrapporsi ai fenomeni emergenti o dominanti nella realtà “attuale”, le dittature fasciste e i totalitarismi. “Arriva il momento –scrive Berneri– in cui tutti domandano: cosa facciamo? Bisogna avere una risposta. Non per fare da capi, ma perché la folla non se li crei…”. Occorre redigere pertanto un programma di previsione per la futura società libera. Per diventare credibile l’anarchismo deve definire e dichiarare apertamente ciò che intende costruire. Si deve parlare di regole, di strutture economiche e di meccanismi decisionali. La lotta contro lo stato deve essere animata da una prospettiva di organizzazione futura.
Ma c’è dell’altro: il modello ideale non solo non è realizzabile, ma quand’anche lo fosse si tradurrebbe a sua volta in totalitarismo, come l’esperienza russa insegna. Non ci si deve illudere che l’anarchismo non corra certi pericoli: è a rischio come qualunque altra ideologia o credenza che ad un certo punto si fossilizzi attorno a dei dogmi. Per questo è necessario che la “revisione” sia sempre aperta, e che abbia il coraggio di arrivare alle radici dei problemi. Partendo proprio da quello, eterno, del rapporto tra libertà individuale e giustizia.
Nell’immediato dopoguerra in seno all’anarchismo si confrontano due diverse tensioni, che sono tanto lo specchio di quanto accade “fuori” quanto il risultato di un’ambiguità originaria del pensiero anarchico. Da un lato c’è il nuovo protagonismo delle masse operaie e contadine, messe in movimento dalla guerra, risvegliate dagli accadimenti russi e tuttavia sempre potenziali prede dell’estremismo demagogico di alcuni capi: dall’altro c’è una tentazione individualistica, giustificata dal mito della libertà assoluta individuale (la linea “nietzschiana”). Nell’anarchismo le due anime, populista e individualistica, hanno fino ad ora convissuto più o meno pacificamente: ma la nuova situazione creata dalla guerra, con la rivoluzione russa e con il fascismo, impone con urgenza e con drammatica necessità di compiere delle scelte. Occorre quindi arrivare ad una definizione chiara delle mete politiche da perseguire e dei percorsi da intraprendere, e va dissolta in primo luogo l’aporia che da sempre caratterizza il pensiero libertario: come conciliare la libertà individuale con la giustizia “egualitaristica” invocata dalle masse?
Berneri parte dal buon senso: la libertà individuale non è mai assoluta, ma sempre condizionata dalla necessità delle contingenze storiche, dal “contesto”. Quindi non si può continuare a parlare di “abolizione” dell’autorità, come recita la dottrina anarchica: l’obiettivo realistico è semmai la riduzione dell’autorità ai termini minimi consentiti dalla necessità. “L’ideologia kropotkiniana ci ha riportati all’ottimismo e all’ evoluzionismo solidarista. Sul terreno dell’ottimismo antropologico, l’individualismo ha perpetuato il processo negativo dell’ideologia anarchica, conciliando arbitrariamente la libertà del singolo con le necessità sociali, confondendo l’associazione con la società, romanticizzando il dualismo libertà e autorità in uno statico e assoluto antagonismo”. Con buona pace di Kropotkin, è inutile illudersi di poter realizzare la società dell’armonia: bisogna invece concentrare gli sforzi sulla società della massima tolleranza. “Il solidarismo kropotkiniano, sviluppatosi sul terreno naturalistico ed etnografico, confuse l’armonia di necessità biologica delle api con quella discordia discors e quella concordia concors propria dell’aggregato sociale, e forme primitive di società associazioni ebbe troppo presenti per capire l’ubi societas, ibi jus insito alle forme politiche che non siano preistoriche”12.
In pratica Berneri muove dallo stesso assunto di Hobbes, anche se ne ricava poi un esito diverso. Gli uomini non sono angeli, la loro natura e i loro impulsi non sono omogenei, e non convivono in una assoluta assenza di urti, di spigoli e di contrapposizioni. È necessaria una mediazione, e questa mediazione è appunto la politica. “La politica è calcolo e creazione di forze realizzanti un’approssimazione della realtà al sistema reale … non la ripetizione di dottrinari luoghi comuni”.
Come può darsi allora quella valorizzazione e quell’affermazione dell’individualità che l’anarchismo ha sempre perseguito e predicato? Attraverso il ruolo di guida che gli individui possono assolvere nei confronti delle masse, dice Berneri: “Il genio della rivoluzione non è genio di maggioranza, ma di minoranze fattive”. Questa concezione è indubbiamente molto influenzata da quanto è accaduto nella rivoluzione bolscevica, ma non va interpretata nella versione leninista: le “avanguardie” per Berneri non devono trascinarsi dietro il proletariato, ma stimolarlo, smuoverlo, aiutarlo a prendere coscienza: e questo possono farlo attraverso l’esempio personale (come diceva Cipriani), con l’attivazione della prassi insurrezionalista (come la predicavano e la praticavano Cafiero e Malatesta) e con la diffusione della conoscenza (come sostiene Berneri stesso). “La funzione delle élites mi parve chiara: dare l’esempio dell’audacia, del sacrificio, della tenacia; richiamare la massa su se stessa, sull’oppressione politica, sullo sfruttamento economico, ma anche sull’inferiorità morale e intellettuale delle maggioranze”. Il giacobinismo leninista è invece solo populismo demagogico: “Il nemico del popolo è il politicante, il parolaio che esalta il proletariato per esserne la mosca cocchiera, che esalta i calli per dispensarsi dal farseli o dal rifarseli, che denuncia come contro-rivoluzionario chiunque non sia disposto a seguire la corrente popolare nei suoi errori”.
Tutto questo ci conduce al rospo che probabilmente è risultato più indigesto per la sinistra, socialista, anarchica o comunista che fosse, e che rende ragione dell’ostracismo perdurante nei confronti di Berneri: la demitizzazione del proletariato.
Ne L’operaiolatria, un piccolo opuscolo edito nel 1934, come recensione a Socialismo liberale di Rosselli, Berneri afferma:“Non ho mai lucidato le scarpe al proletariato “evoluto e cosciente”, neppure in comizio”. Non c’è da dubitarne. E aggiunge, coerentemente con quanto abbiamo visto sopra, che “il giochetto di chiamare “proletariato” i nuclei di avanguardia e le élites operaie è un giochetto da mettere in soffitta”. Le parole hanno un senso, e quando l’abuso o l’uso improprio le caricano di valenze eccessive o contradditorie è necessario rimettere ordine. È quanto Berneri intende fare, per cuipassa a modo suo, senza mezzi termini, a sgomberare il terreno dalle favole e dalla retorica del romanticismo operaista.
Primo ad essere liquidato è l’assunto socialista che dà per scontata l’esistenza di un’“anima proletaria” delle masse, quasi che la coscienza di una appartenenza di classe fosse un portato biologico. Non c’è alcun automatismo, dice, per il quale l’appartenere di fatto ad una particolare classe sociale, in questo caso al proletariato, implichi una “coscienza” in positivo di tale condizione (su quella in negativo non c’è problema: se faccio la fame, me ne rendo senz’altro conto), vale a dire implichi anche la percezione della possibilità e della necessità di una azione collettiva di cambiamento (leggi: rivoluzione).“I primi contatti con il proletariato: era lì che cercavo la materia della mia definizione: l’anima proletaria non la trovai. Poi, entrato nella propaganda e nell’organizzazione, vidi il proletariato, che mi parve nel suo complesso quello che ancor oggi mi pare, un’enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per motivi ideali o per scopi non immediati, che è pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, di infantili illusioni”.
In realtà le “masse oppresse” sono un’entità molto disomogenea, frammentata e vulnerabile, oltre che facilmente manipolabile, che può trovare un comune denominatore di resistenza e di attacco solo nella conoscenza sociale, economica e storica, ovvero nell’istruzione. Questo denominatore al momento è ancora ben lontano, a dispetto di “una retorica socialista che è terribilmente ineducativa, e i comunisti contribuiscono, più di qualsiasi altro partito d’avanguardia, a perpetuarla. Non contenti dell’”anima proletaria”, hanno tirato fuori la “cultura proletaria”. La “cultura proletaria” esiste, dice Berneri, ma “è ristretta alle conoscenze professionali e all’infarinatura enciclopedica raffazzonata in disordinate letture …. Una persona colta che si occupi ad esempio di scienze naturali e che non abbia conoscenze di matematica superiore si guarderà bene dal giudicare Einstein. Un autodidatta, in generale, ha in materia di giudizi un fegataccio grosso così. Dirà di Tizio che è un filosofucolo, di Caio che è un “grande scienziato”, …” Il che, al di là della generalizzazione polemica, può non piacere, ma è assolutamente vero.
Ma Berneri non si ferma qui. Arriva al dunque, quello di fronte al quale arretrano tutti gli intellettuali “progressisti”: “La dottrina socialista è una creazione di intellettuali borghesi. Essa non è una dottrina del proletariato, ma una dottrina per il proletariato. I principali teorici e agitatori dell’anarchismo, da Godwin a Bakunin, da Kropotkin a Cafiero, da Mella a Faure, da Covelli a Malatesta, da Fabbri a Galleani, da Gori a Voltarine de Cleyre, uscirono da un ambiente aristocratico o borghese, per andare al popolo. Proudhon, di origine proletaria, è di tutti gli scrittori anarchici il più influenzato dall’ideologia e dai sentimenti della piccola borghesia. Grave, calzolaio, è caduto nello sciovinismo democratico il più borghese”. Questo si chiama chiamare le cose col loro nome: anche perché nella connotazione “borghese” della cultura anarchica che Berneri evidenzia non c’è alcuna valenza negativa. “In tutti i campi il passato ci ha fatto eredi di beni inestimabili che non potrebbero venire attribuiti a questa o a quella classe…. Dei sapienti, degli scrittori e degli artisti borghesi ci hanno dato opere di una importanza emancipatrice; invece, degli intellettuali sedicenti proletari ci cucinano dei piatti spesse volte indigesti”.13 Berneri è insomma una sorta di Gobetti “emiliano”, forse meno brillante nella scrittura, ma non meno lucido nell’analisi e nello sguardo sulla realtà.
Mi permetto a questo punto un inciso. Passi per me, che ero un ragazzotto rozzo e sprovveduto, e Berneri lo conoscevo solo di nome: ma è possibile che in tutta la sinistra, nel sessantotto e dintorni, nessuno abbia avuto la ventura di leggere questo opuscolo, e di trovarci già diagnosticata e dissezionata l’ipocrita idolatria del proletariato che ha riempito per quasi due decenni riviste, salotti, cortei? O ancora: è possibile che quando, nel mezzo di una delle famose assemblee congiunte studenti-operai, un lavoratore dell’Ansaldo tagliava corto dicendo: “ragazzi, qui voi state parlando di rivoluzione, noi di un aumento di cinquanta lire l’ora”, fossi l’unico a pensare che quella era la genuina “coscienza proletaria”?
Amici e compagni di viaggio – Messi in soffitta il populismo e il bolscevismo, Berneri non ha esitazioni a denunciare il pericolo “totalitario” latente nello stesso pensiero anarchico, quello cui si accennava sopra. Totalitario può essere infatti anche il rifiuto radicale di ogni forma politica e di ogni istituzionalizzazione, perché suppone un’umanità composta di individui tutti perfettamente consapevoli e concordi sul significato da attribuire al termine libertà, e sull’etica che ne consegue: e dal momento che le cose non stanno così, finisce per trasformarsi in un’attesa indefinita della palingenesi sociale, che esclude ogni possibilità di agire davvero, con qualche risultato, qui ed ora.
Compito di una politica libertaria concreta e coerente è quindi quello di individuare delle soluzioni immediatamente attuabili, che da un lato salvaguardino il più possibile le libertà individuali e dall’altro consentano di sperimentare modelli inediti di aggregazione sociale. Questa ricerca va condotta nell’ambito dell’esistente, e deve sfociare nella continua costruzione dal basso di nuove forme politiche ed istituzionali. Dove non è possibile farlo al di fuori del sistema, si debbono cercare gli interstizi per operare dall’interno, senza esserne fagocitati.
Se vuoi costruire una società libera e giusta, dice Berneri, devi prevedere anche norme, diritti, istituzioni che difendano tale libertà. Questo significa, ad esempio, che va mantenuto un minimo di legislazione penale, e che per far rispettare quest’ultima sono indispensabili anche le carceri e i tribunali. “Un minimo di diritto penale è necessario, così come un minimo i autorità … Credo che l’idea di giustizia sia nel popolo, ma non credo alla giustizia popolare, intesa come giustizia di folle”14 . Semmai “gli anarchici mostrerebbero più intelligenza politica spingendo il popolo a conservare indipendenti dagli organi centrali governativi la polizia e la magistratura comunali”. Allo stesso modo, è certo fondamentale educare ad una concezione “ludica” del lavoro, conferendo a quest’ultimo una “dignità” che non sia puramente ed hegelianamente nominale, ma venga sostanziata da condizioni ambientali, corrispondenza alle attitudini, democraticità di rapporti, gratificazioni economiche e spirituali adeguate: ma va anche contemplata la necessità di una disciplina che integri, dove necessario, il senso individuale di responsabilità.
Ora, nell’esistente ciò che più si avvicina a questo modello è costituito da tutta la tradizione del liberalismo classico, che per un verso, certo, è responsabile di una falsa declinazione della libertà, quella che addirittura ha portato alle degenerazioni nazionalistiche, capitalistiche, colonialistiche, imperialistiche, e da ultimo totalitarie, ma per un altro almeno offre contro lo stesso totalitarismo qualche garanzia, con la difesa radicale della libertà individuale, ad esempio, o con il liberismo in economia. Non si può negare che alcune conquiste, sia pure soltanto sul piano teorico del diritto, sono state rese possibili dal liberalismo. E allora con il liberalismo, quantomeno con la sua versione “rivoluzionaria” (quella propugnata da Gobetti) o con quella “socialista” di Rosselli, è necessario confrontarsi (d’altro canto, “nell’Internazionale gli anarchici furono i liberali del socialismo”).
Per Berneri è pertanto assurdo accomunare nello stesso rifiuto la democrazia, per debole e fittizia che essa sia, con i fascismi e con il totalitarismo, come fanno molti suoi compagni e gli stalinisti ortodossi: prova ne sia il fatto che le batoste maggiori l’anarchismo le sta ricevendo, là dove era più radicato e contava maggiori forze numeriche e culturali, proprio per il crollo dei regimi liberal-democratici.
Partendo dal gradualismo di Malatesta Berneri distingue quindi in fasi il processo rivoluzionario. Questo può realizzarsi passando per un governo autoritario (è il caso bolscevico), e abbiamo già visto come va a finire, oppure attraverso un patto di convivenza tra quelle forze che, ciascuna a suo modo, sostengono la democrazia diretta.
La democrazia diretta non è ancora il compimento dell’anarchismo, ma gli prepara la strada. In questa fase il ruolo degli anarchici è quello di garanti della conservazione del “[…] carattere spontaneo, autonomo, extrastatale…” del regime consiliare, per evitarne le derive autoritarie: ma per farlo devono partecipare. E questo è in fondo è il compito che Berneri immagina per loro anche a rivoluzione compiuta, sia pure in posizione defilata: “Io non concepisco la vittoria degli anarchici nella rivoluzione come predominio politico, bensì come impossibilità di qualsiasi dittatura politica, non solo, ma anche dell’affermarsi di un ordine sociale in cui, pur non essendo soppresso l’antagonismo tra i partiti, prevalga un sistema di rappresentanze di carattere esecutivo prevalentemente tecnico […] In questa negazione della dittatura politica di qualsiasi partito, gli anarchici possono affermarsi non come forza di predominio egemonico, ma forza di equilibrio e di potenziamento. La vittoria sarà nostra a questa condizione, e sarà tanto più nostra quanto meno sarà appariscente la nostra partecipazione agli organi direttivi del nuovo ordine sociale”.
In sostanza, Berneri ipotizza come formula politica cui tendere una democrazia diretta che contempli anche un minimo di rappresentanza, sotto forma di una delega alla gestione di problemi e aspetti “tecnici”, revocabile in qualsiasi momento. In seno a questa democrazia compiuta la partecipazione non andrebbe più a confliggere con la militanza anarchica, ma ne sarebbe anzi il corretto esito, dal momento che l’anarchismo non è il fine, ma lo strumento. E anche lungo il cammino che a questa democrazia deve condurre possono darsi situazioni nelle quali, proprio per evitare arresti o retromarce, partecipare è un dovere.
La democrazia diretta non è però di per sé sufficiente a creare le condizioni per una società realmente libertaria. Deve combinarsi con il federalismo integrale, e solo da esso, anche su un piano prettamente tecnico, è resa possibile. L’avversario ultimo e più pervicace della società libertaria è infatti per Berneri la burocrazia. Tanto nelle “democrazie” borghesi come nei regimi autoritari la burocrazia è lo strumento di oppressione usato dallo stato accentratore – e lo è tanto più in quegli stati che si autodefiniscono “senza classi”. La salvezza dalla burocrazia – e quindi dallo Stato – può venire solo dal federalismo; e non da quello amministrativo, imposto dall’alto, ma da quello frutto di una rivoluzione sociale che produca comuni indipendenti, liberamente federati. Per federalismo integrale Berneri intende quindi un vero e proprio “comunalismo”15, che pone alla base gruppi corporativi come i consigli operai, contadini, professionali, ecc… e al centro un consiglio comunale elettivo, con potere esecutivo: via via poi ci saranno organismi di raccordo, come i consigli provinciali e regionali, sino ad arrivare a quello nazionale, ma con una struttura a piramide rovesciata e con deleghe sempre più ristrette e specifiche16 . Ogni altro tentativo di delegare il potere ad una rappresentanza eletta degenera per Berneri nel dispotismo. L’Anarchia è dunque “un sistema politico in cui al governo degli uomini subentra l’amministrazione delle cose”17.
Le “cose” sono tutto ciò che attiene all’ambito economico. Come abbiamo già visto, per Berneri “sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti, mentre sul terreno politico sono intransigenti al cento per cento”. Se dunque la critica allo stato e la negazione del principio di autorità rimangono postulati irrinunciabili, la formula economica anarchica deve essere invece aperta e sperimentale. Guardando a ciò che è accaduto in Russia pensa si debba lasciar agire la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. La collettivizzazione può funzionare se nasce da una libera scelta, ma non ha alcuna chanche ed è anche profondamente anti-libertaria qualora venga imposta dall’alto. Berneri è un cooperativista, piuttosto che un collettivista: le aggregazioni devono essere spontanee, aperte alla risoluzione e vincolanti solo per quel che concerne alcuni patti e prestazioni fondamentali: per il resto agli individui deve essere lasciata la massima autonomia decisionale rispetto ai tempi, ai modi e alla destinazione delle proprie attività.18 È quindi per il mantenimento della piccola proprietà, per un’imprenditoria privata contenuta entro limiti di scala familiare, che può benissimo convivere e interagire, soprattutto in alcuni settori e non soltanto nel periodo della transizione rivoluzionaria, con un’economia comunitaria: in particolare, non deve essere attuata alcuna requisizione forzata delle produzioni agricole in funzione delle esigenze della città o dell’industria, né alcuna “nazionalizzazione” delle terre. Sarà sufficiente costringere entro regole antispeculative l’economia di mercato. Un regime di concorrenza pulita e di competizione escluderà magari che si possa parlare di una società perfettamente armonica, ma non impedirà di realizzare una società della tolleranza.
In questa opzione almeno parzialmente “ruralista” non bisogna però leggere una qualche nostalgia per la purezza dottrinale originaria dell’anarchismo, anche se è vero che la tradizione anarchica ha sempre avuto un forte radicamento nella cultura contadina e artigiana. Berneri avverte piuttosto la necessità di difendere con coerenza estrema tutti i diritti individuali, compreso quello alla proprietà, ma soprattutto quella di porre dei contrappesi ad una possibile deriva del sindacalismo operaio, che rischia di creare nuove élites e di sfociare in un autoritarismo tecnocratico, oltre che burocratico. Si sottrae insomma a quel mito dell’industrialismo che sta a fondamento di tutto il socialismo moderno, marxista e non, e che ha finito per contagiare anche i suoi stessi compagni anarchici. Il che ancora una volta, e paradossalmente proprio quando si attiene ad una qualche “ortodossia” anarchica, sia pure reinterpretata, ne fa un “eterodosso”.
Giustizia e/o Libertà? – All’atto pratico però, e a dispetto come vedremo anche di una posizione possibilista in contingenze storiche eccezionali, il rifiuto della democrazia rappresentativa rimane uno scoglio sul quale si infrange ogni politica delle alleanze. Esso è all’origine del rapporto conflittuale che oppone il movimento anarchico anche alle organizzazioni antifasciste di natura liberal-socialista, primo tra tutte il gruppo di Giustizia e Libertà creato da Carlo Rosselli. In un primo tempo Berneri ha davvero creduto che GL potesse costituire l’alleato perfetto, tanto contro il fascismo quanto contro il totalitarismo bolscevico. Ma poi, come abbiamo visto, il “realismo politico” che ha condotto i giellisti ad entrare nella Concentrazione Antifascista si è rivelato qualcosa di diverso dal suo “attualismo”, e ne ha portato allo scoperto il carattere essenzialmente moderato e legalitario.
Berneri dà per scontato che le forze rappresentate nell’Alleanza nazionale antifascista, un movimento di tipo allargato, costituzionalista, filo-monarchico e cattolico, o magari anche nella stessa Concentrazione antifascista, che raccoglie un po’ di tutto, con l’unico collante di un nemico comune e della pregiudiziale repubblicana, abbiano un carattere fortemente moderato e temano la rivoluzione quasi quanto, o forse più, del fascismo. Ma attribuisce questo atteggiamento anche a Giustizia e Libertà, ritenendo che in sostanza aspiri a costituire una repubblica conservatrice. Ne La tattica fumogena, del1932, scritto immediatamente dopo l’adesione di GL alla Concentrazione, dice: “La paura della rivoluzione sociale è, dunque, il principale fattore di successo dell’Alleanza nazionale. Ma tale paura è ugualmente evidente nel programma di Giustizia e Libertà”.
Il rapporto di amore-odio con Rosselli si riapre nel 1935, dopo il lungo periodo di gelo seguito alla vicenda Menapace. È Berneri a rompere il ghiaccio, con una lettera pubblicata su Giustizia e Libertà del 6 dicembre 1935 in risposta ad un ex anarchico passato nelle fila gielline. Il tono è naturalmente polemico, ma gli argomenti risultano un po’ forzati: “L’anarchismo contemporaneo ha nella propria breve storia San Martino e San Francesco in Cafiero e in Fromentin, milionari prodighi di tutta la loro fortuna; principi passati dalla reggia al tugurio e al carcere, come Kropotkin e Bakunin, scienziati insigni non disdegnanti le più umili attività propagandistiche, come i fratelli Réclus, […]”; il senso finale è: “Gli anarchici non sono disposti a fare, in seno a G.L., la parte che il rosmarino fa nell’arrosto. Essi hanno un programma proprio, un movimento proprio, e tra i giellisti non possono cercare e trovare che scambi d’idee, impostazioni di problemi, riesame di teorie”. In parole povere: non avete nulla da insegnarci, anzi, avete imparato tutto da noi.
Rosselli risponde a stretto giro di posta, sullo stesso numero della rivista: dà atto dei meriti dell’anarchismo, ma gli rinfaccia di faticare a prendere contatto con le nuove realtà, e la nuova realtà sono i problemi della lotta antifascista. Che intenzioni hanno gli anarchici? Mantenersi fedeli all’assoluto libertario, rimanendo una setta a parte, o concorrere prima alla lotta contro la dittatura e poi alla costruzione di un nuovo grande libero movimento italiano? Questo è il vostro problema, socialisti anarchici, scrive Rosselli: ma poi lancia ancora un appello: “La futura possibile linea di frattura delle forze rivoluzionarie … avverrà presumibilmente in relazione alle antitesi: autorità-libertà; dittatura-autonomie; socialismo o comunismo dispotico o centralizzatore-socialismo o comunismo democratico federalista liberale. L’esperienza russa è lì a dimostrarci che … può riuscire facile ad una minoranza armata impadronirsi dello Stato mettendo a tacere tutte le altre correnti. Guai se i fautori di un socialismo liberale e libertario saranno divisi in dieci gruppi e sottogruppi […] Mentre noi staremo a disputarci entro che limiti debba contenersi un potere centrale, altri faranno di questo potere centrale la macchina inesorabile che tutti ci schiaccerà”. In sostanza Rosselli sostiene che contro il nemico del presente è necessario un percorso unitario, che questo percorso deve creare le premesse antiautoritarie per il futuro della rivoluzione e che le discussioni sul dettaglio istituzionale debbono essere rimandate semmai a dopo la vittoria.
La controreplica di Berneri compare su Giustizia e Libertà il 27 dello stesso mese di dicembre, ed usa toni più concilianti. Inizia proprio sottolineando come si tratti di un “nostro” problema, ovvero rivendicando la libertà della scelta isolazionista e possibilistica dell’anarchismo: e giustifica questa scelta alla luce delle recenti disillusioni venute dalla rivoluzione russa, del superamento del determinismo storico di origine marxista, della rilettura “attualistica” dei maestri dell’anarchismo. Scrive: “L’ortodossia stessa non è, nel campo nostro, che la cristallizzazione del revisionismo. Malatesta, ad esempio, si è sempre differenziato da Kropotkin su moltissime questioni pratiche e moltissime impostazioni teoriche. E Fabbri mi diceva, un giorno: ‘É necessario che noi, vecchi, moriamo perché l’anarchismo possa rinnovarsi’. L’anarchismo è più che mai fermentato da impulsi novatori, e alla propaganda generica, tradizionalista, prevalentemente dottrinaria sta subentrando ovunque un problemismo salveminiano precursore e nuncio di programmi aderenti a questa e a quella soluzione rivoluzionaria”. Un modo per dire che il vecchio anarchismo delle grandi barbe e dei dogmi irrinunciabili è finito.
I nuovi anarchici non sono però “possibilisti” al punto di tapparsi il naso e fare causa comune con chiunque avversi il fascismo: sanno cosa vogliono, e sanno che per ottenerlo devono preservare la loro diversità. Quindi si riservano un percorso autonomo, che consenta loro di mantenere il ruolo di garanti contro le tentazioni totalitarie del giacobinismo, ma anche contro quelle stataliste dei liberal-democratici. La possibilità di un’azione unitaria con GL è pertanto subordinata all’adesione di quest’ultima ad un progetto autenticamente federalista. In caso contrario gli anarchici sarebbero chiamati ad un certo punto a svolgere un ruolo governativo assolutamente antitetico con gli interessi del movimento rivoluzionario, bruciandosi ogni possibilità e ogni credenziale di baluardo anti-stato.
Proprio perché questa è la discriminante per una possibile alleanza, Berneri ritiene di dover tornare una volta per tutte sull’idea anarchica di federalismo. Il federalismo libertario differisce da quello autonomista-legalitario di un Ferrari o di Cattaneo, al quale Rosselli fa riferimento nella sua risposta, perché il secondo propone una concezione democratica dello Stato. Il federalismo libertario, quello di Bakunin, di Cafiero, di Malatesta, l’esistenza di uno Stato, democratico o no, non la contempla: ne sono state date diverse interpretazioni, da quella “sindacalista” a quella sovietica, ma la più compiuta e anarchicamente coerente rimane quella comunalista di Kropotkin. Su questa base, e solo su questa, si può parlare di alleanze.
L’ultima parola spetta naturalmente a Rosselli: la rivista in fondo è sua.
Mi sono soffermato a lungo su questo dibattito perché mi sembra riassumere efficacemente le conclusioni cui Berneri perviene, in un momento cruciale del suo percorso, rispetto al problema della collocazione “tattica” dell’anarchismo. Tornerà a più riprese sul tema nel corso della guerra civile spagnola, ma allora sarà l’urgenza a dettare di volta in volta, convulsamente e in mezzo a mille contraddizioni, gli atteggiamenti da assumere. Qui invece ci dà l’occasione per tirare un po’ le somme di un percorso che in effetti può apparire tortuoso, pur nella sua coerenza.
Abbiamo visto che Berneri insiste sulla necessità per gli anarchici di passare alla concretezza e di tenersi pronti a cogliere ogni evenienza storica. Questo significa che nella fase rivoluzionaria, laddove non sia possibile gestirla in toto (e nella realtà questa evenienza non è mai data), occorre tener conto di potenziali alleati e della necessità di passaggi graduali. Il che può apparire logico e scontato per chiunque, ma per gli anarchici, a partire dalla rottura del 1872 con l’Internazionale, non lo era affatto. Le alleanze “naturali” indirizzano infatti verso movimenti che in parte perseguono gli stessi fini, ma nella sostanza viaggiano in direzioni ben diverse. La lezione russa ha insegnato che il totalitarismo può anche vestire panni rivoluzionari, e si annida in ogni richiamo demagogico ad un presunto “spontaneismo popolare”. Il campo di scelta delle alleanze si restringe quindi ai movimenti che garantiscano la salvaguardia di un certo livello di libertà individuale, in sostanza quelli eredi del liberalismo democratico.
A questo punto il problema diventa quello di come tradurre in pratica le alleanze: procedere ad una azione congiunta, partecipando in prima persona a tutte le fasi della dialettica politica, o agire come fiancheggiatori, tenendosi fuori dal gioco e riservandosi un ruolo di vigilanza contro possibili involuzioni? La prima possibilità si dà solo in presenza di una comunità di intenti in direzione di un federalismo autenticamente libertario, quindi non si dà, perché non si capisce dove starebbe la differenza degli altri movimenti dall’anarchismo; la seconda è quella che Berneri ritiene praticabile, a certe condizioni. C’è infatti un limite nella discesa al compromesso, al di sotto del quale l’idealità anarchica non ha più ragione d’esistere, e quel limite Berneri non lo vuole passare. Un programma anarchico, per quanto adattato alle circostanze e ridotto all’osso, non può contemplare la scelta tra diversi modelli di stato, ma deve necessariamente perseguire la riduzione della presenza dello stato al minimo indispensabile.
Berneri non è però, come abbiamo visto e come vedremo ancora, a proposito della vicenda spagnola, un amante degli steccati e dei confini tracciati a tavolino. Ogni situazione ha le sue peculiarità, impone velocità, ritmi, a volte anche percorsi diversi. Non esiste quindi “una” tattica, esiste un atteggiamento tattico, fondato sulla concretezza delle situazioni e mirante alla concretezza delle realizzazioni. Ciò che deve rimanere invariato è la direzione, e quella ha da essere ben chiara.
A Berneri è stato contestato dalla storiografia dell’anarchismo, e soprattutto da Giampietro Berti, un eccesso di disinvoltura nell’applicazione del suo “attualismo”. Non solo. La domanda implicita è se, arrivato alla fine del suo processo di revisione, Berneri possa ancora essere considerato a tutti gli effetti un anarchico. Berti sottolinea inoltre, e direi giustamente, come Berneri spesso non abbia colto le cause profonde dei fenomeni (ad esempio, quando fa discendere direttamente il regime fascista dal liberalismo giolittiano, definendo Giolitti come levatrice del fascismo, mentre per Berti la politica rinunciataria di Giolitti è dettata dalla debolezza del sistema, non da una congenita spinta all’autoritarismo). Sono rilievi leciti: è probabile che Berneri abbia azzardato o forzato alcune interpretazioni storiche, ferma restando la scusante di una situazione che non gli garantiva la lucidità e il distacco necessari per leggere correttamente situazioni tanto complesse: oppure che il suo “attualismo”, pur nella intrinseca coerenza, risultasse difficile da capire per compagni intellettualmente molto meno duttili: ed è infine anche vero che in qualche caso il difetto stava già a monte, nel punto di vista adottato.
Credo però che rispetto ad una figura e ad una vita come quelle di Berneri ci si debba porre in modo diverso. Non sono la capacità di cogliere il dato storico o la coerenza della teorizzazione politica il metro col quale lo si può giudicare (senza peraltro dimenticare che nella lettura dei fenomeni e degli accadimenti dell’epoca la gran parte dei suoi contemporanei andò incontro ad abbagli ben più gravi). Berneri va preso per quello che è, una figura moralmente diversa, eccezionale. Il suo lascito non è quello dell’analisi storica o politica (anche se, a mio giudizio, il suo contributo è tutt’altro che trascurabile): è quello dell’esemplarità etica. Ed è di questo che mi preme davvero parlare.
Un agnosticismo programmatico – Torniamo così alla questione di fondo che ha continuato ad emergere di volta in volta sotto l’attualismo e il pragmatismo tattico professato da Berneri: se ci si deve adeguare alle contingenze storiche, ciò significa che anche la morale deve essere relativizzata?
No, certamente, dice Berneri. Esiste un’istanza che si esprime sempre e comunque, al di là dei tempi e delle situazioni (in questo senso è molto kantiano): essa si declina e si accresce storicamente, nel senso che di volta in volta prenderà le forme relative ai problemi più urgenti, ma è presente comunque al di là della storia, è universale. L’istanza è quella del dovere, fondata su una coscienza che ci suggerisce cosa è giusto e cosa è sbagliato e ci impone di comportarci in modo tale da promuovere il bene massimo per l’umanità. Il bene massimo è quello della libertà, il dovere è quello di rivendicare la propria nel rispetto e nella salvaguardia di quella altrui. Ogni vera morale si fonda su questa innata e insopprimibile esigenza, anche quando non ne riconosca l’origine autonomamente umana. E questo ci porta al rapporto con la religione, che è uno degli aspetti più controversi del pensiero di Berneri.
La religione non è per Berneri né oppio dei popoli né puro strumento di dominio: è una delle forme in cui l’istanza morale si esprime: anzi, è la forma più universalmente diffusa. E questa forma non la si può ignorare, o liquidare sprezzantemente come superstizione. Con essa ci si deve confrontare. Egli sottolinea giustamente come l’ateismo assoluto non sia in sostanza che un teismo di segno rovesciato. Se secolarizzo tutto e traduco l’idea di Dio in una immanenza storica, non faccio che trasferire sulla terra il dogmatismo che prima rapportavo ad una presenza ultraterrena. In questo vede lontano: il materialismo consumistico in fondo genera altri rituali, altre liturgie, altre pressioni comportamentali. Non solo: la rivendicazione di laicità, nelle forme nelle quali è stata comunemente avanzata, rischia di ridursi ad un accanimento sulla necessità di dimostrare la non esistenza del presupposto fondamentale della religiosità. Questo significa in realtà automaticamente evocare il divino, facendolo esistere quanto meno come non-essere. Quindi, con grande scandalo degli anarchici “puri”, Berneri si professa non ateo, ma agnostico: e forza il paradosso, condannando anche l’anticlericalismo.
L’occasione per riflettere sul tema è offerta dalla firma dei Patti Lateranensi. Berneri naturalmente condanna l’accordo, ma vuole chiarire che lo fa da una posizione che non è quella genericamente e pregiudizialmente anticlericale. I patti non gli piacciono perché non riguardano il rapporto dello stato con la libera associazione dei cattolici, ma quello con una sorta di monarchia assoluta. La libertà di associazione non consiste, per lui, semplicemente nella possibilità di costituire un gruppo con una struttura propria: implica la libertà di seguire e professare determinati principi, che permettano di realizzare per quanto possibile e compatibile con le istanze di altri gli scopi del gruppo.
La Chiesa è appunto un’associazione e va rispettata come tale, anche nella libertà del suo culto e delle sue istituzioni culturali ed educative. Soprattutto in Italia la laicità di tutte le istituzioni nazionali appare illiberale, dal momento che i cattolici sono nel paese la maggioranza. Non solo: nel momento in cui si attua una netta separazione dello Stato dalla Chiesa e si riconosce a quest’ultima una struttura “statale”, la si disconosce in quanto associazione. La Chiesa finisce quindi per essere considerata come una istituzione autonoma: un vero e proprio Stato, con una sua autorità temporale (territoriale, giudiziaria, monetaria, ecc.), un governo, una monarchia elettiva: e in quanto Stato per Berneri è naturalmente intollerabile.
La Chiesa però non è soltanto il clero, è anche e soprattutto la “comunità” dei cattolici: e a questi, mentre sono da un lato soggetti a tutti gli obblighi e tributi imposti dallo Stato laico, viene poi in pratica negato il diritto associativo. Paradossalmente la laicità, che dovrebbe essere garante di libertà, si risolve nella negazione parziale dei diritti di una maggioranza del paese, ed è proprio lo Stato “democratico” a perpetrare questa negazione.
Senza arrogarsi alcun ruolo di riformatore religioso, semplicemente applicando alla Chiesa le proprie idee politiche e sociali, Berneri prova a leggerne e valorizzarne le valenze “libertarie”. Sulla base dei propri principi fondanti la chiesa potrebbe organizzarsi come una democrazia con delega rappresentativa: i fedeli nominano i vescovi, questi scelgono i cardinali, i cardinali eleggono il papa, riconoscendolo non come sovrano ma come capo dell’associazione.
Una repubblica davvero democratica non dovrebbe poi esercitare alcun controllo sui beni ecclesiastici e sulle nomine vescovili: ma non deve nemmeno cadere nell’errore opposto, quello di difendere la Chiesa come Stato e proprietà. Piuttosto, sarebbero semmai da liquidare, da parte dei cattolici stessi, tutte le proprietà ecclesiastiche per realizzare opere di benessere sociale, come la costruzione di scuole e ospedali. In definitiva, se i cattolici riconoscessero il Papa come loro capo e non come re la Chiesa potrebbe essere considerata una associazione rivoluzionaria: ma finché conserveranno la Chiesa-Stato dietro la facciata della Chiesa-associazione, saranno combattuti dai veri rivoluzionari.
Ben oltre l’”attualismo” – Accanto a quello sulla religione Berneri sforna un’incredibile serie di altri scritti, dedicati a tematiche che potrebbero sembrare marginali, per l’apparente occasionalità e per la distanza dall’ambito più propriamente “politico”. Si occupa delle cose più lontane tra loro, dal giovanile Le menzogne del vecchio testamento a Il peccato originale o Il Leonardo di Sigmund Freud, e c’è da chiedersi quando trovi il tempo, se non nei periodi di detenzione, per documentarsi. Non c’è fenomeno o argomento che non lo interessi e rispetto al quale, nei limiti della condizione sempre precaria nella quale si trova a lavorare, non senta la necessità di un approfondimento. Chi lo ha conosciuto parla di una curiosità onnivora unita ad un’impressionante capacità e sistematicità di ricerca19 . Ai compagni che gli si rivolgono per informazioni sui temi più disparati chiede un paio di giorni, poi fornisce loro dei dossier incredibilmente corposi, messi assieme con ritagli e documenti di ogni genere20. Una delle tante occupazioni con cui sbarca il lunario è in effetti per diversi anni quella di raccogliere e organizzare degli archivi documentali per Gaetano Salvemini.
Non si tratta comunque solo di curiosità: nell’interpretazione di Berneri tutto si tiene, in un quadro d’insieme che gli fornisce un terreno d’analisi ben più ampio e solido di quello della pura teoria politica. Non si possono tirare somme del presente o praticare ricognizioni storiche senza mettere in conto tutti i fenomeni culturali e sociali più significativi. L’uomo non è un animale puramente politico: prima che politico è un animale, oltre che politico è un uomo. E nemmeno è solo un soggetto economico: le sue azioni, le sue speranze e le sue paure non sono dettate unicamente dalla ricerca dell’utile o dall’urgenza del bisogno. Non rendersi conto di questo è miopia, non accettarlo a dispetto di ogni evidenza è criminoso.
La rapidità con la quale si succedono gli eventi (la crisi economica, l’ascesa di Hitler, l’esplosione del razzismo antisemita) offre un’infinità di spunti e materiali per questa ricognizione a tutto campo. La crisi è letta ad esempio da Berneri, a differenza di altri pensatori che ci vedono il crollo del capitalismo, come una forma di assestamento, una malattia di passaggio del capitalismo da una sua modalità ad un’altra. Le contraddizioni interne al sistema esplodono, ma solo per sgomberare il terreno e fare spazio ad un modello nuovo. Nel frattempo creano macerie, non solo economiche ma anche, e soprattutto, culturali.
Nel 1934 Berneri dà, ne La frenesia razzista, un’interpretazione dell’hitlerismo alla luce della sua esperienza con il fascismo. Non lo considera un momento di distrazione della razionalità (secondo la formula di Croce), isolato e localizzato in una nazione colpita dopo la sconfitta da una serie di tracolli economici: ci vede invece la reificazione di una insensatezza collettiva (Berneri parla di “pazzia”) che sta dilagando in tutto il vecchio continente. Aveva già denunciato il fenomeno nell’immediato dopoguerra, mettendo sotto accusa un mondo intellettuale, anche di sinistra, che giocava col fuoco dell’irrazionalismo: ora l’incendio appiccato è sfuggito al controllo e fa strage del libero pensiero, annunciando una tragedia immane21. Tutti quei principi morali che stavano a fondamento della libera convivenza tra i popoli sono tranquillamente ripudiati, e monta anche a livello delle masse una pulsione razzista, segregazionista, autoritaria, senza che si scorga alcun indizio di una qualsiasi capacità collettiva di reazione. Ciò che accade in Germania, dove esponenti del pensiero libertario come Musham e Lessing sono stati tra i primissimi a pagare con la vita la loro opposizione, è terrificante, ma anche le notizie dall’Italia sono sconfortanti. Più che mai, di fronte alla marea devastante del nazionalismo, Berneri sente la necessità di cancellare ogni appartenenza nazionale e di affermare il valore di una cittadinanza universale per ogni individuo.
Il precipitare degli eventi lo induce l’anno successivo ad affrontare un’altra fondamentale ed attualissima tematica, in genere sottaciuta dalla sinistra, che in proposito continua ancora oggi a vivere un ambiguo imbarazzo: quella dell’antisemitismo. Ne Le Juif antisemite, opera del 1935, Berneri distingue tra anti-ebraismo e anti-semitismo. L’anti-ebraismo è un atteggiamento teologico e filosofico, di matrice cristiana, diffuso dai primi secoli della nuova era sino a tutto il medioevo, e va distinto dall’antisemitismo, che è invece una teoria razziale, frutto della modernità. È vero che spesso, ad esempio nell’atteggiamento cristiano moderno, le due cose vengono confuse; ma la repulsione antisemita veicola qualcosa che va ben oltre l’odio verso una tradizione religiosa. Ad essere odiato è un simbolo, prima ancora che una razza, o meglio è una razza che simboleggia un modo di essere, una possibilità diversa di esistenza. Per dimostrare questo Berneri analizza innanzitutto il fenomeno dell’odio di sé che ha caratterizzato molti ebrei e parte della cultura ebraica dopo l’emancipazione22. Dopo aver passato in rassegna i convertiti e gli apostati che hanno servito in ogni tempo e in ogni luogo l’antisemitismo, dalla Spagna di Isabella alla Germania e alla Russia zarista, si sofferma sulle peculiarità di questo atteggiamento nel Novecento, in personaggi come Paul Ree, Arthur Trebitsch, Max Steiner, lo stesso Walter Rathenau (il quale ha pubblicato nel 1897 un Hore Israel (Ascolta Israele, che è un vero manifesto antisemita) e soprattutto Weininger.23 Attraverso quest’ultimo ha modo di mettere in relazione l’antisemitismo e la misoginia, come due espressioni analoghe e coincidenti di condanna e di discriminazione verso il debole. Attacca anche Marx, per la sua posizione liquidatoria sulla questione ebraica. Precorrendo i tempi della Shoà Berneri scrive che “se non si presterà attenzione l’antisemitismo sarà ancora per lungo tempo all’ordine del giorno della stupidità umana”. La cosa più triste è che il suo Le Juif antisémite viene attaccato nel 1937 dalla rivista fascista La Nostra Bandiera, degli ebrei di Torino, che solo un anno più tardi saranno bruscamente svegliati dall’introduzione delle leggi razziali anche in Italia.
Berneri chiude il suo saggio con un Hore Israel di tono ben diverso da quello di Rathenau. Il suo appoggio al mondo ebraico è dovuto al fascino che per prova per i senza patria: “sono i senza patria i più adatti a formare le basi della grande famiglia umana”. Il suo modello ideale è quello di un ebreo cosmopolita capace superare l’impasse tra assimilazione e ortodossia, tra l’assimilazione e nazionalismo. Esiste una terza possibilità, quella della missione. Il popolo ebraico, proprio perché privo di una terra e perseguitato dall’antisemitismo nazista, oltre che dagli altri regimi che stanno adottando il razzismo tra i propri principi, può diventare l’emblema della lotta di ogni popolo per la difesa della propria identità e al tempo stesso fare da tessuto connettivo per la realizzazione di un mondo senza confini.
Il percorso che dovrebbe condurre a tale obiettivo, passando anzitutto per il superamento da parte degli ebrei stessi della propria condizione d’inferiorità psicologica, è quello del riscatto individuale. È questo, alla fin fine, il punto di approdo di tutte le analisi di Berneri, e quello di partenza per le sue utopie.
Lo stesso discorso vale infatti anche per l’altra categoria discriminata e “razzialmente” vilipesa. Berneri analizza ne “La garçonne e la madre” quello che considerauna sorta di odio di sé femminile: e lo fa alla sua maniera schietta e sbrigativa (“la coscienza di aver compiuto una buona azione, mi ha permesso di vincere la riluttanza a pillolizzare una trattazione che sarei stato portato a condurre con larghezza” scrive nella prefazione). Certamente, il suo opuscolo non rischia di diventare un classico dell’emancipazione: prende lo spunto dai diversi modelli di “liberazione” e di “parificazione” femminile, sul piano sessuale, su quello lavorativo, ecc…, per concludere che il ruolo della donna è quello di custode del focolare e della serenità familiare, nonché di prima e fondamentale educatrice dei figli. Non risparmia gli stereotipi, compresi quelli pseudo-scientifici relativi alla maggiore o minore intensità del desiderio sessuale femminile, e porta a testimonianza persino Lombroso e Neera. Ma… è comunque Berneri: e non parla a vanvera. In primis, attacca l’idea che l’emancipazione possa passare per la “libertà” sessuale, anche perché, sottolinea, “nella donna l’istinto sessuale è vivo, ma fuso e confuso con l’istinto della maternità. Questa fusione ha una base anatomica e nessi fisiologici evidenti. Al carattere sperperatore della vita sessuale maschile corrisponde la funzione prettamente sociale dell’uomo, mentre al carattere economizzatore della vita sessuale femminile corrisponde la funzione prevalentemente biologica e familiare della donna”. Semmai, non di una conquista della “libertà”, termine che nell’ambito sessuale assume significati ambigui, occorre parlare, quanto piuttosto di quella del rispetto da parte maschile; e questo è possibile solo attraverso una crescita culturale che non può realizzarsi disgiuntamente. Liquida poi il concetto di una parità raggiungibile attraverso l’espletamento delle stesse funzioni lavorative dell’uomo: tutt’altro, dice Berneri. Farsi simile all’uomo è solo un modo per rinnegare la propria specificità: e comunque il lavoro, quando si svolga nelle attuali condizioni di dipendenza, costrizione e alienazione non libera nessuno.
Ciò che colpisce è che le sue posizioni nascono da un senso reale e sentitissimo di pietà e di rabbia per la condizione femminile (c’è un pezzo bellissimo sulle zitelle), ma hanno poi un fondamento proprio nell’idea di società anarchica, che deve avere come suo fulcro la famiglia. Berneri si rende conto che la disgregazione di quest’ultima è in realtà funzionale solo alla logica del lavoro “coatto” e alle esigenze di una società produttivistica e consumistica.
La dignità del lavoro – Proprio alla concezione del lavoro sono dedicati altri due scritti di questo periodo, Il cristianesimo e il lavoro, del 1931, e Il lavoro attraente, del 1934. Al solito, Berneri non ha né il tempo né la tranquillità necessaria per una trattazione approfondita, ma riversa nelle sue pagine una marea di spunti e di riferimenti. Nel primo ripercorre il rapporto tra la religione occidentale e il lavoro, e ne ricostruisce le trasformazioni a partire dalla Bibbia. Quello più interessante è però il secondo, che mette a fuoco una concezione del lavoro ispirata ad un senso “protestante” della dignità. Parte di lontano: “Le antiche mitologie presentano il coltivatore come un reprobo scontante un peccato di ribellione. Adamo, universale progenitore, è l’angelo caduto dal paradiso dell’ozio all’inferno del lavoro”, ma dieci righe dopo è già al dunque: “Per la morale cristiana il lavoro è imposto da Dio all’uomo come conseguente pena del peccato originale. Il Cattolicismo antico e quello medioevale nobilitano il lavoro specialmente come espiazione. Anche per la Riforma il lavoro fu «remedium peccati», benché Lutero e Calvino superassero San Tommaso, preannunciando la concezione moderna del lavoro come dignità, concezione abbozzata dai maggiori pensatori del Rinascimento”. Senonché “il moralismo borghese trasferì nel campo della morale civica il principio del dovere del lavoro, ed inventò una mistica nella quale lo sfruttato servile veniva monumentato come «cavaliere del lavoro», come «fedele servitore», come «operaio modello», ecc.” e questo a fronte del progressivo peggioramento delle condizioni dello sfruttamento nel passaggio dalla società artigiana e contadina a quella industriale, col prevalere del fordismo e della logica capitalistica. Evidentemente, non di una mistica si tratta, ma una mistificazione.
I principi del dovere del lavoro e della dignità ad esso connessa rimangono tuttavia per Berneri una conquista della civiltà, un esito della progressiva “umanizzazione” della storia. Tutto sta ad intendersi. Stiamo parlando infatti di qualcosa che ha nulla a che vedere con l’umiliazione e lo sfruttamento regnanti nell’attuale rapporto di lavoro: “Se l’officina aspira ad essere non soltanto il luogo del lavoro fisico, ma il luogo della dignità, dell’orgoglio e della felicità, si comprende che essa debba perdere qualsiasi somiglianza con quello che chiamiamo officina nei nostri paesi”. E fin qui siamo nel solco di una lunghissima tradizione che in misura e in modi diversi ha auspicato un riscatto della fatica da pena a fonte di soddisfazione.
La possibilità di un “lavoro attraente” è già espressa infatti nella cultura antica, a partire da Esiodo, e torna in epoca moderna, nella versione estremizzata di Rabelais, che pone ai Telemiti la regola “fai quello che vuoi”, ripresa poi in quasi tutte le utopie letterarie e sociali24. Fourier, ad esempio, sviluppa il principio del lavoro attraente indicandone le condizioni nella varietà e nella breve durata, mentre il lavoro gradevole e senza fatica è una delle realizzazioni socialiste preannunciate nel Voyage en Icarie (1840) di Etienne Cabet. Un po’ più abbottonato è Marx, che parla di lavoro non alienato, ma non arriva a pensare che possa diventare una ricreazione, una gioia, un vero piacere, come sosteneva invece Zola, e come affermeranno gli anarchici, Kropotkin in testa.
L’eterodossia di Berneri viene fuori a questo punto, quando ponendo il problema in termini apparentemente teorici, rapportandolo cioè ad una ipotetica futura società “liberata”, il lodigiano va poi a sollevare una questione attorno alla quale gli anarchici e gli utopisti in generale hanno sempre glissato: siamo così sicuri che in tale società “nessuno si crederà dispensato da un lavoro che l’unanime concorso degli sforzi renderà attraente e vario?” Che detto in termini molto più diretti, suona: siamo sicuri che non ci siano dei pelandroni tali per natura? E nel caso, come ci comportiamo con loro?
È una domanda che va posta, e non solo in vista di una società liberata, che pare piuttosto lontana a venire, ma da subito, mentre se ne gettano le fondamenta. Berneri si chiede: “Si può ancheessere convinti che verrà un tempo in cui nessuna coazione sia necessaria per far sì che tutti lavorino; ma il problema attuale è questo, per noi; caduto il regime borghese, la produzione deve essere del tutto libera, ossia affidata alla volontà di lavorare della popolazione?” Ovvero, nella fase di transizione, che non si sa quanto lunga (proprio per la sua concezione dell’anarchismo Berneri tende a considerarla a tempo indeterminato), in attesa che il nuovo ordine vada a regime, quanti saranno disposti ancora a lavorare? “Uno dei pericoli della rivoluzione sarà appunto l’odio per il lavoro che essa erediterà dalla società attuale. Noi ce ne siamo accorti nei brevi momenti in cui parve che la rivoluzione battesse alle porte. Troppa gente, fra la povera gente, troppi lavoratori credevano sul serio che stesse per venire il momento di non lavorare o di far lavorare unicamente i signori”.
Pensare di non dover più lavorare è ben diverso dal credere che ogni lavoro diverrà un’occupazione piacevole e varia. Il fatto è che quando Kropotkin parla di lavoro piacevole dice: “Nel lavoro collettivo compiuto con gaiezza di cuore per raggiungere lo scopo desiderato – libro, opera d’arte, od oggetto di lusso – ognuno troverà lo stimolante, il sollievo necessario per rendere la vita gradevole”, ma non cita come prodotti di questo lavoro pezzi meccanici, oggetti di stretta necessità, materie prime magari maleodoranti, zolfi o carboni di miniera, ecc. Berneri parla invece di qualcosa che ben conosce: “Mi alzo alle cinque, rientro alle sette di sera, ceno e vado a letto. Il lavoro (manovale muratore) mi fiacca talmente che persino tenere la penna in mano mi costa sforzo e pena”25.
È evidente che già oggi ci sono uomini che lavorano di continuo senza pena, anzi con un senso di soddisfazione, e sono gli scienziati, i pensatori, gli artisti: ma gli altri? “Nella società attuale basata sulla lotta e sulla concorrenza, il lavoro è nella maggior parte dei casi una servitù, per molti addirittura (specie pel lavoro manuale) un segno di inferiorità. La maggioranza lavora perché vi è costretta dal bisogno e dal ricatto della fame”.
È difficile credere che questa immagine negativa del lavoro possa essere immediatamente ribaltata. Si può auspicare che i lavoratori siano sempre più sollevati dalla fatica, dal disagio e dalla noia con lo sviluppo della tecnica, ma per il momento “[…] che cosa sostituirà la spinta del bisogno e il desiderio del guadagno, in una società che assicuri a tutti almeno la soddisfazione dei più elementari bisogni, in cui lo spettro della miseria e della fame non sia più un pungolo per alcuno, in cui la rimunerazione individuale sia sostituita dalla distribuzione dei prodotti a seconda dei bisogni, indipendentemente dal lavoro compiuto?” In verità, pensa Berneri, anche quando il lavoro diventerà meno pesante e meno pericoloso e cesserà di essere nocivo e penoso, tarderà comunque a diventare attraente, e non sarà mai tanto attraente da fare sparire gli oziosi. Quindi occorre accettare il fatto che i pigri esistono, e che “la regola del comunismo integrale – da ciascuno secondo le sue forze, a ciascuno secondo i suoi bisogni – non vale che per coloro che l’accettano, accettandone naturalmente le condizioni che la rendono praticabile”.
Ecco come conclude Berneri, citando quasi integralmente uno scritto di Malatesta: “Una rivoluzione di gente che non avesse voglia di lavorare, o anche solo che pretendesse di riposarsi per un po’ di tempo o di lavorar di meno, sarebbe una rivoluzione destinata alla sconfitta. Sotto l’aculeo della necessità si formerebbero al più presto degli organismi di coercizione che, in mancanza del lavoro libero, ci ricondurrebbero ad un regime di lavoro forzato e, per conseguenza, sfruttato.
Una società anarchica vi sarà non solo quando saranno stati vinti dalla rivoluzione i nemici della libertà ed abbattuti gli istituti che rendono impossibile ogni realizzazione libertaria, ma anche quando vi sarà un numero di individui (che vogliano vivere e organizzarsi anarchicamente) sufficiente a tenere in piedi una loro società, che possa bastare economicamente a se stessa ed abbia forza di reggersi e difendere la sua esistenza. L’esistenza di individui che «vogliono vivere anarchicamente» presuppone che essi «abbiano voglia di lavorare»; altrimenti non vi sarebbe alcuna anarchia possibile.
Il lavoro, anche in anarchia, dovrà quindi rispondere alle necessità della produzione, per soddisfare tutti i bisogni individuali e sociali della vita comune; dovrà essere organizzato cioè secondo le richieste di prodotti da parte di tutti, e non certo al semplice scopo di esercitare i muscoli ed il cervello dei produttori. Può darsi che in molti casi l’utile possa coincidere col dilettevole; ma ciò non è possibile sempre; e dove tale coincidenza non vi sarà, l’utile sociale dovrà avere il sopravvento.
Di qui la necessità di una disciplina del lavoro. Se questa disciplina sarà concordata e liberamente accettata, senza bisogno di coercizione, da un numero tale di individui, sopra un territorio abbastanza esteso, da costituire una società, questa sarà una società «anarchica»”.
Siamo ben lontani da quel “rifiuto del lavoro” che nelle formulazioni più disparate ha caratterizzato la contestazione degli anni sessanta, sposandosi peraltro in maniera contraddittoria con la rivendicazione del diritto all’occupazione, e che ancora rimane una bandiera di tutti gli pseudo-anarchismi odierni (il che spiega la scarsa considerazione odierna per Berneri in quegli ambienti). Soprattutto, non c’è traccia del giustificazionismo ad oltranza nei confronti di coloro che dietro la facciata della guerra al sistema mascherano un sostanziale e asociale egoismo, e che sono stati invece tollerati e incoraggiati, o almeno difesi, da una sinistra politica e sindacale sempre più attenta alle tessere e ai voti che non ai principi.
Queste cose Berneri le ha scritte a metà degli anni trenta. Per chi ha respirato per tutta la seconda metà del ‘900 la retorica del “santo lavoratore”, costruita in genere proprio da quelli e su quelli che a lavorare non ci pensavano proprio, e che in una società autenticamente anarchica sarebbero stati buttati fuori a calci, suonano politicamente molto scorrette. Probabilmente lo erano già allora, anche se, a dispetto delle condizioni in cui lo si svolgeva, in quegli anni il lavoro era forse affrontato con un senso di responsabilità e di identificazione diverso. Berneri soffriva con largo anticipo un disagio che molti oggi, a sinistra, conoscono. E aveva il coraggio di esprimerlo, di dargli voce, a costo di essere mal sopportato. Se lo poteva permettere, proprio perché incarnava l’esempio vivente di come si deve lavorare e ci si deve comportare per essere veramente “rivoluzionari”.
Spagna: l’ultimo sogno – E torniamo alla vicenda umana di Berneri, che sta viaggiando velocemente e tragicamente verso l’epilogo.
Il 17 Luglio 1936, a seguito di un alzamiento26, scoppia in Spagna la guerra civile. Il piano dei golpisti riesce solo in parte, soprattutto per la pronta reazione dei volontari anarco-sindacalisti (già il 23 luglio a Barcellona si costituisce il Comitato centrale delle Milizie antifasciste). Nelle mani degli insorti ci sono comunque quasi tutto il nord (con Pamplona, Saragozza, Burgos e Salamanca) e il Marocco: di lì a poco cadranno anche Siviglia e Cadice. Madrid e Barcellona rimangono invece sotto il controllo della repubblica.
La notizia del colpo di stato arriva in Francia due giorni dopo. Berneri è tra i primi a mobilitarsi: il 29 luglio è già in Catalogna con un carico di fucili e munizioni e organizza una colonna anarchica italiana inquadrata nella divisione di Francisco Ascaso. Quando arriva anche Rosselli i giellisti, insieme ai socialisti e ai repubblicani, si aggregano alla formazione, a dispetto di qualche resistenza della frangia anarchica più chiusa ad ogni ipotesi di alleanza.Il 19 agosto Berneri lascia Barcellona per andare a combattere sul fronte aragonese e quattro giorni dopo partecipa agli scontri durissimi sul “Monte Pelato”, dove l’attacco fascista viene respinto, ma cadono diversi suoi compagni anarchici. Il suo fisico però si ribella; non è in grado di sopportare le fatiche del fronte e subisce un forte calo della vista e dell’udito, in seguito al quale deve essere fatto rientrare a Barcellona.
Da questo momento la città catalana rimane il centro della sua attività. L’intera Spagna costituisce per Berneri un terreno di prova ideale per il dibattito teorico precedente, ma è in Catalogna, dove gli anarco-sindacalisti hanno quale naturale alleato l’autonomismo, e sono in pratica la prima forza politica, che si può davvero giocare la carta di una compiuta democrazia federalista. La guerra è diventata infatti un’occasione per la rivoluzione sociale: gli operai collettivizzano le fabbriche, i contadini occupano le terre, le milizie popolari si organizzano autonomamente. Accade tutto sin troppo in fretta, e Berneri si trova quasi schiacciato dal precipitare degli eventi: da un lato teme le accelerazioni eccessive dei compagni, e le paure conseguenti che possono diffondersi tra le masse, dall’altro sa che ogni cedimento alla burocratizzazione significherà, oltre che il fallimento della rivoluzione, la sconfitta nella guerra civile.
La sua guerra prosegue pertanto con le armi della polemica e della propaganda. Fonda un bollettino, “Guerra di classe”, che redige in pratica da solo e dalle cui pagine non cessa di spronare il governo di Madrid ad una conduzione più decisa della guerra, arrivando a invocare anche misure drastiche. Ma il suo fronte non è solo a destra. Assiste infatti con sempre maggiore preoccupazione al ripetersi dello schema già sperimentato in Russia. Nel governo centrale sta assumendo un peso determinante la componente comunista di stretta osservanza moscovita, che peraltro all’atto della ribellione di Franco contava poche migliaia di aderenti (contro il milione e mezzo di iscritti alla CNT, il sindacato anarchico). Madrid sembra più interessata a riportare sotto il proprio controllo tutte le forze dello schieramento repubblicano, disarmando progressivamente quelle più riottose, a fermare le collettivizzazioni e ad eliminare l’autonomia catalana, che ad arginare l’avanzata dei falangisti. Berneri sente che l’entusiasmo iniziale della popolazione si va smorzando, di fronte alle rivalità nella sinistra e al venir meno di una ragione concreta, ovvero di una rivoluzione sociale radicale, per la quale combattere. Ciò non gli impedisce però di sostenere, in nome del realismo e sia pure con molte riserve, l’ingresso della CNT nel governo della Generalitat Catalana.
Sulla partecipazione degli anarchici spagnoli prima alle elezioni e poi al governo Berneri era già intervenuto prima dello scoppio della guerra civile, in occasione delle elezioni del febbraio del ’36, che avevano appunto visto la vittoria delle sinistre e determinato la reazione delle forze conservatrici. L’astensionismo, scriveva Berneri in quell’occasione, è per gli anarchici una sorta di dogma: è corretto come questione di principio, perché gli anarchici devono educare le masse all’azione diretta, e non a delegare le responsabilità e i poteri: è ineccepibile come strategia di fondo, perché sarebbe assurdo partecipare alla consacrazione elettorale di istituzioni che si vogliono eliminare. Ma a livello tattico può anche rivelarsi un suicidio. Se la partecipazione in questo momento mi evita di ritrovarmi sul collo un regime che una volta instauratosi non riuscirei più a demolire, posso chiamarmi fuori? Berneri accusa di semplicismo chi sostiene questa posizione. Apprezza quindi il fatto che la CNT abbia lasciato liberi i lavoratori di partecipare alla competizione elettorale (mentre la FAI – la Federaciòn Arquista Iberica – ha continuato a propagandare l’astensionismo). Fino a quando non verrà instaurata una democrazia reale, che preveda le deleghe minime e la revocabilità immediata di cui sopra, la particolare situazione storica esige l’uso degli strumenti del potere legittimo.
Ma ora le cose stanno cambiando, e riesplodono ben presto anche le divergenze con GL e con Rosselli. C’è una causa contingente, legata a un rovescio militare, ma i dissensi hanno origini più profonde. Rosselli ha avuto il comando della colonna italiana, e per ragioni di opportunità politica ha scelto nel suo stato maggiore collaboratori vicini al partito comunista. Dopo una battaglia conclusasi disastrosamente, anche per la scarsa efficacia del settore comunista dello schieramento, gli anarchici si ribellano e in pratica lo cacciano, provocando tra l’altro una dura reazione del comandante della divisione Ascaso. È l’inizio di una faida fratricida che avrà conseguenze tragiche, ma che si preannunciava già dall’inizio inevitabile. Mentre Rosselli ribadisce infatti anche in questa occasione, e soprattutto in questa, la necessità primaria di far fronte comune al nemico, Berneri ritiene che la guerra abbia una probabilità di successo solo se mantiene la doppia valenza antifascista e rivoluzionaria, se riesce cioè a coinvolgere veramente i contadini e gli operai facendo loro intravvedere un’organizzazione sociale ed economica futura ben diversa. Per questo motivo ritiene compito suo e degli anarchici denunciare tutti quegli atti del governo che lasciano intuire una svolta statalista ed autoritaria dietro il paravento delle urgenze strategiche e militari.
Nel governo centrale guidato da Largo Caballero sono entrati nel frattempo, nel novembre del 1936, anche quattro ministri anarchici. I dubbi di Berneri questa volta diventano certezze, anche perché appare subito chiaro che il coinvolgimento della componente anarchica è strumentale ad una sua neutralizzazione. Con la formazione dell’Esercito popolare e delle Brigate Internazionali, che vengono inquadrate in una organizzazione rigida e gerarchica, è partita infatti la militarizzazione delle milizie: i comunisti mantengono il controllo delle armi provenienti dalla Russia, con le quali equipaggiano soltanto le formazioni da loro controllate, lasciando le altre allo sbaraglio, quasi disarmate, sul fronte. La conseguenza è che alla fine del ’36 le forze di Franco occupano ormai più della metà del territorio spagnolo. Madrid è praticamente sotto assedio, l’iniziale neutralità dei paesi Europei è sostituita da un sempre più incisivo interventismo dei regimi fascisti, mentre i governi “democratici” stanno a guardare. La dimensione del conflitto, dopo la fase dell’entusiasmo internazionalistico, che ha visto la partecipazione solidale di tutti i gruppi antifascisti europei, si internazionalizza in altro modo, entrando nel gioco degli opposti imperialismi continentali.L’atmosfera, anche nell’anarchica Catalogna, è quella magistralmente descritta da Orwell nel suo diario spagnolo27.
Berneri naturalmente non può tacere: critica la decisione della CNT e della FAI di continuare a far parte della compagine governativa quando il rapporto di fiducia è ormai venuto meno, si affanna a suggerire diversivi militari, come l’apertura di un nuovo fronte alle spalle dei rivoltosi, concedendo l’indipendenza al Marocco, invoca la rottura diplomatica col Portogallo, che fiancheggia i rivoltosi, chiede il sequestro dei beni dei cittadini di nazioni fasciste che dimorano in Spagna e l’azzeramento del vecchio corpo diplomatico spagnolo, tutto colluso con la cospirazione. Soprattutto si ribella ai tentativi di inquadramento delle milizie anarchiche (propone anzi la costituzione di corpi di sicurezza anarco-sindacalisti, sul modello di quelli stalinisti) e al rallentamento della rivoluzione in nome della guerra.
Le avvisaglie della tragedia incombente si hanno già con la morte in novembre di Buenaventura Durruti, che molti attribuiscono ad un killer stalinista. A Mosca si annuncia che “in Catalogna è già cominciata la pulizia dai trotzkisti e dagli anarco-sindacalisti. Essa verrà condotta con la stessa energia che nell’Unione Sovietica”28. E anche con gli stessi sistemi. Il Partito Comunista Spagnolo inizia, dietro pressione degli agenti moscoviti sul territorio iberico (tra i quali si distinguono gli italiani Togliatti, Longo, Vidali, ecc…), l’operazione di screditamento del POUM (Partido Obrero de Unification Marxista, che non ha nulla a che vedere con Trotzkij, ma viene accusato di “deviazionismo trotzkista” perché non si allinea alle direttive sovietiche), portata avanti con accuse assurde e infamanti, secondo il modello classico usato per le purghe staliniane. Berneri denuncia l’infamia di queste operazioni e rinnova in ogni numero di “Guerra di Classe” l’invito ai ministri anarchici a dimettersi e a non rendersi complici di tanta infamia. “Gli anarchici sono entrati nel governo per impedire che la rivoluzione deviasse e per continuarla al di là della guerra ed altresì per opporsi ad ogni eventuale tentativo dittatoriale che sia. Oggi […], siamo in una situazione nella quale avvengono gravi fatti e se ne profilano dei peggiori”. Non viene ascoltato, e la sua voce diventa anzi fastidiosa anche per alcuni leaders sindacali anarchici, che Berneri accusa di tradimento. La CNT gli taglia pertanto i finanziamenti per il bollettino, che continua ad essere pubblicato con mezzi di fortuna ma incontra grossi ostacoli nella distribuzione. L’anarchico italiano non cede, ma ormai è un isolato, e ha iscritto di suo pugno il proprio nome nella lista di proscrizione degli stalinisti. Dopo la pubblicazione di una Lettera aperta alla compagna Federica Montseny, una dei quattro ministri anarchici del governo Caballero, nella quale definisce i filosovietici “politicanti trescanti con il nemico o con le forze della restaurazione della ‘repubblica di tutte le classi’”, viene ammonito che sta rischiando grosso, e capisce di essere al capolinea (infatti avverte i suoi amici parigini).
Quando ai primi di maggio del 1937 scoppia a Barcellona lo scontro aperto tra anarchici e trotzkisti da un lato e filosovietici dall’altro, l’abitazione dove vive con altri compagni viene immediatamente presa di mira. Berneri è ormai qualificato come “controrivoluzionario”; viene disarmato, privato dei documenti e diffidato a mettere il naso fuori casa. Ma il mattino del 5 Maggio arriva dall’Italia la notizia della morte in carcere di Antonio Gramsci: Camillo esce e si dirige a Radio Barcellona per pronunciare un discorso commemorativo. Prima di muoversi ha scritto l’ultima lettera all’adorata figlia Maria Luisa. Sarà il suo testamento spirituale.
Quello stesso pomeriggio è prelevato dalla sua abitazione, insieme a Francesco Barbieri, da alcuni sicari comunisti che si qualificano come agenti di polizia. I cadaveri dei due anarchici vengono ritrovati il giorno successivo nella piazza vicina, freddati con diversi colpi di pistola alla schiena.
Come avevo immaginato. Solo così potevano fermare Berneri.
Tra eretici – In queste pagine ho ripetuto sino alla nausea che Berneri era un eretico. Non è una mia fissazione, abbiamo visto che lui per primo si fregiava di questa qualifica. In una lettera a Libero Battistelli scriveva: “I dissensi vertono su due punti: la generalità degli anarchici è atea, e io sono agnostico, è comunista e io sono liberalista (cioè sono per la libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali), è antiautoritaria in modo individualista e io sono semplicemente autonomista federalista (Cattaneo completato da Salvemini e dal sovietismo)”29. Intanto i punti sono almeno tre, e comunque a monte c’è ben altro. Ciò che intendo dire è che Berneri non era eretico nei confronti di una qualsivoglia ortodossia: era un eretico nei confronti della vita, e non perché non gli piacesse, quanto piuttosto perché, come tutti gli eretici veri, pretendeva di ricondurla alla sua purezza. In altre parole era uno di quelli che, come scriveva Novalis, “cercano l’infinito, e trovano solo cose”. Lui la declinava così: “Noi avremmo voluto un socialismo ardente e puro: ci saremmo accontentati di un socialismo combattivo: ed era la grande epoca del riformismo”. Viveva insomma il contrasto tra il sogno utopico e la costante disillusione realistica: ma anziché cercare in questa disillusione degli alibi, ne traeva invece lo stimolo a dare ancora di più. Era platonico nel pensare, aristotelico nell’agire. A differenza dei Romantici, infatti, era capace di riconoscere che le “cose” esistono, e che con esse occorre fare i conti.
Piuttosto, una volta resosi conto che dagli altri non poteva aspettarsi né pretendere granché, ha preteso da se stesso, fino in fondo. Berneri credeva nel valore dell’esemplarità (il popolo ha bisogno di vedere dei martiri, dopo che ha tanto udito parlare di martiri) e al di là dei toni alla Jacopo Ortis pensava davvero, e ne rimase sempre convinto, che il modello umano e sociale proposto dal socialismo della sua epoca fosse fuorviante, perché faceva leva sul diritto anziché sul dovere, così come aberrante gli sembrava quello sovietico, che sacrificava la libertà e la dignità individuale ad un indefinito e strumentale (al potere delle burocrazie rivoluzionarie) interesse collettivo. Il suo impegno politico era prima di tutto il modo per assolvere ad un obbligo morale (Cosa sarebbe l’uomo senza questo senso del dovere, senza questa commozione di sentirsi unito a quelli che furono, ai lontani ignoti, e ai venturi?)30. Ciò che gli importava, in definitiva, era il rinnovamento morale della società: sapeva che non può prescindere da quello politico, ma sapeva anche che quest’ultimo può essere una conseguenza del primo, e non la premessa. Per questo motivo non solo la presa del potere non rivestiva per lui alcuna priorità, ma addirittura la considerava, anziché “il fine”, “la fine” della rivoluzione. La rivoluzione non è una fase “storica” di passaggio: è una condizione di vita, individuale e sociale, permanente. “La funzione storica dell’anarchismo – scriveva – è inconciliabile per molti lati con la necessità di un attuale successo politico”; dove quel attuale è riferibile a qualsiasi tempo. Togliamo un paio di parole e arriveremo alla sostanza: l’anarchismo è inconciliabile con il successo politico. È una militanza a prescindere.
Berneri viveva dunque la sindrome dell’esemplarità. È una sindrome che nasce da una presunzione di tipo particolare: non quella, sin troppo diffusa, di essere costantemente in credito con la vita, ma piuttosto quella di essere in debito. Chi pensa di essere in debito nei confronti della vita ritiene che questa gli abbia dato molto, più che agli altri. E allora deve fare qualcosa di più rispetto agli altri, deve essere l’ultimo a cedere, perché di questa responsabilità è stato investito: “Mi sono offerto di stare alzato per lasciare andare gli altri a dormire, e tutti hanno riso dicendo che non udirei nemmeno il cannone; ma poi, ad uno ad uno sono andati a nanna, ed io veglio per tutti, lavorando per coloro che verranno. È l’unica cosa bella interamente”31. Questo, è vero, significa che sotto sotto degli altri si fida poco, o meglio, preferisce non avere bisogno: ma in questo atteggiamento non c’è malevolenza. Solo, considera normale che gli altri non siano tenuti a fare ciò che lui fa.Al limite può sperare che siano moralmente stimolati dal suo esempio a darsi da fare a loro volta, e che si possa quindi trasmettere un po’ di senso di responsabilità.
È il principio che governa tutti i sodalizi volontaristici: alcuni membri, e non sono necessariamente i leader, si sentono tenuti a dare comunque, e altri ritengono essere già molto quello che danno. Si badi bene: coi primi non c’entra nulla lo stakanovismo. Sto parlando di associazioni volontarie e spontanee, non di collettivizzazione: di senso del dovere, non di competitività. Infatti non è necessario che questo maggiore sforzo sia riconosciuto ufficialmente o produca delle investiture di potere: anzi, ogni riconoscimento sarebbe controproducente, perché le investiture sono in fondo delle deleghe, e deresponsabilizzano il delegante, invece di spronarlo.
Dietro l’atteggiamento di Berneri c’è una disposizione che ho già definita “protestante”. Culturalmente questa disposizione è testimoniata dall’interesse continuativo per un mondo e per una tradizione morale che datano dalla riforma, lo stesso che accomuna la parte più sana dell’ambiente intellettuale, soprattutto di quello torinese, nel primo trentennio del secolo. In pratica, c’è l’idea che se la grazia l’hai avuta te la devi poi meritare tutta, non attraverso l’autoaffermazione, ma attraverso l’esemplarità. È una forma di protestantesimo più luterana che calvinista. Fausto Nitti e altri fuorusciti chiamavano scherzosamente Berneri “il santo”, ma non scherzavano poi più di tanto: erano davvero stupiti dal suo ascetismo, e ci ricamavano sopra vere leggende. Berneri stesso, d’altro canto, scriveva dal carcere alle figlie: “In questo sforzo sta tutto l’amore per la vostra mamma e per voi, la compensazione di sacrifici morali enormi che mi sono imposto e che nessuno oltre a me conoscerà mai; c’è in me un bisogno smisurato di prendere coscienza del mio valore e della mia missione personale nella vita”32. E alla madre: “Se vengono meno le ragioni morali, in me più mistiche che razionali, della lotta, io non vedo altro che fini personali”33. Forse, a ripensarci, non è nemmeno una disposizione luterana. Da buon libertario Berneri non si sente un eletto: si elegge, autonomamente.
All’inizio di questo breve saggio ho detto di provare nei confronti di Berneri una profonda consonanza. Spero di non essere frainteso. Non presumo di partecipare del suo stato: io non sono stato toccato dalla grazia, al più ne sono stato sfiorato, e non essendo né protestante né cattolico non mi aspetto pentecosti né individuali né collettive. Sono quindi rimasto nella condizione di chi sa che la grazia esiste, ma non è cosa per lui, e oltretutto si becca il debito, perché in sostanza conosce la via, ma non ha le forze, la capacità, soprattutto la volontà per percorrerla. A questo punto, a quelli destinati al Limbo rimangono solo due strade: o si incattiviscono per l’occasione perduta, o diventano particolarmente ironici con se stessi. Spero solo di non essere diventato troppo cattivo. (D’altro canto, non so nemmeno se essere toccato dalla grazia sia una fortuna oppure no.)
Questa malinconica condizione mi ha comunque messo in grado di capire, e senz’altro di ammirare, Berneri e gli altri come lui (che non sono poi tantissimi): di sentirmi con loro solidale, se non compagno, e di compiacermi della condivisione di qualche particolare attitudine.
Ne condivido senza dubbio la concezione (che non è necessariamente padronanza) enciclopedica della conoscenza. Berneri non è, per necessità ma in fondo credo anche per scelta, uno specialista. È un onnivoro, curioso di tutto e informato di tutto. Sa benissimo di trattare gli argomenti ad un livello superficiale (anche se è vero, come abbiamo visto, che raccoglieva incredibili dossier su tutto quel che lo interessava), ma ha il coraggio di tentare delle sintesi, e questo gli dà l’opportunità di cogliere legami e collegamenti tra le sfere e tra i fenomeni più diversi. Gli specialisti sono necessari, sono fondamentali, ma gli input veri alla comprensione e alla lettura innovativa dei fenomeni vengono sempre dai non specialisti. E ciò vale anche in politica: anzi, nella concezione di politica propria di Berneri, che al di là delle contingenze e delle alleanze e delle opportunità è essenzialmente educazione, questa attitudine risulta imprescindibile. Berneri è quindi cosciente del suo “dilettantismo” e dei limiti che può comportare, ma ne ribalta la funzione. Altri avrebbero potuto o potrebbero fare meglio, ma non lo fanno: e allora, buttiamo là la provocazione, e vediamo se si svegliano34.
Non è solo questione di modalità d’approccio: sono anche i contenuti, gli esiti, ad accomunarci. Forse perché quella modalità porta a quegli esiti. Ad esempio, ad una considerazione realistica della natura umana. Berneri non si fa eccessive illusioni: sembra paradossale, per un anarchico, ma è così. Vuol considerare gli uomini per quello che sono, soprattutto se presi in gruppo: la sua insistenza sulla libertà individuale nasce da una diffidenza profonda nei confronti della massa, più che dalla fiducia nei singoli. Non è individualismo: Berneri applica delle evidenze che sono tali da sempre, e che gli studi socio-antropologici della seconda metà del ‘900 hanno confermato anche a livello statistico. L’appartenenza ad un gruppo è correttamente sentita e vissuta dal singolo, e ne esalta le potenzialità e il senso di responsabilità e di partecipazione, solo entro i limiti di una stretta interrelazione, quella consentita dal villaggio o dalla piccola comunità (il gruppo ideale va dalle cento alle duecento persone). Oltre queste dimensioni vengono meno il collante e il denominatore comune sul quale giocare attivamente i rapporti, quello della conoscenza diretta.
La consapevolezza delle differenze tra gli uomini, tra le loro speranze, le loro aspettative, le loro finalità, porta quindi Berneri ad un’altra consapevolezza, quella che senza regole ben precise il gioco non può andare avanti. Questo vale rispetto al lavoro e ai comportamenti politici, ma vale poi in generale in tutti gli ambiti. Quindi la libertà va intesa come responsabilità, i doveri come fondamento e garanzia dei diritti. E a proposito di doveri, il primo dovere è per Berneri quello di fare bene le cose che si fanno: il che significa portarle fino in fondo, crederci davvero, mantenendo vigile la capacità di correggersi di fronte al cambiare delle situazioni o all’evidente inadeguatezza delle soluzioni proposte.
Il terzo fattore di condivisione (ma in fondo si tratta di un corollario dei primi due) riguarda il tema della dignità, declinato in ogni sua variabile. La dignità per Berneri non è un valore eteronomo, conferito a persone, attività o cose da una qualsivoglia entità o autorità esterna. La dignità è quella che ci si costruisce dall’interno. Siamo noi responsabili della nostra dignità, di conferirla a ciò che siamo o che facciamo, e poi di difenderla. Berneri esplicita la cosa quando parla di lavoro, ma la sottende ad ogni altro suo discorso, da quello sulla religione a quello sulla emancipazione femminile. Non ci si può attendere una liberazione, ci si deve rendere liberi, e questo è possibile anche in un contesto non favorevole. Oserei dire che forse è ancora più possibile, perché l’esistenza di ostacoli e difficoltà costringe a concentrarsi su ciò che si vuole ottenere.
Infine, Berneri non rinnega affatto l’appartenenza ad una certa aristocrazia spirituale (ed è questo che soprattutto non viene capito e gli viene rimproverato dai suoi compagni). Gli ripugna l’ipocrisia di chi si traveste di una “cultura proletaria” che in realtà non gli è propria (e che secondo lui nemmeno esiste), e disprezza quelli che lo fanno in malafede, per opportunità politica; ma non manca di stigmatizzare anche coloro che lo fanno in buona fede, che abbracciano una filosofia penitenziale per la quale occorre mortificare la propria reale natura o le proprie radici e sdraiarsi sulla linea altrui. È consapevole di quanto il proprio sogno possa essere diverso da quello degli altri, del fatto che in fondo non si vogliono davvero le stesse cose e per gli stessi motivi. Sa di poter fare un pezzo di strada in comune, ma vuole poter lasciare la compagnia quando i discorsi che si fanno lungo il cammino indicano un’altra meta. È aristocratico nel sentire, democratico nell’agire, ma soprattutto libero nell’essere e nel pensare.
Berneri fa dunque parte di un circolo ideale di anime elette, da Gobetti a Camus, da Leopardi a Micotto e a Modesto, che in ogni epoca hanno saputo opporre resistenza a qualsiasi forma di omologazione. Indipendentemente dai livelli di cultura e dai risultati raggiunti, è gente che ha preteso di vivere e di pensare autonomamente. Ha pagata cara questa pretesa, con l’isolamento, con l’incomprensione, in molti casi, come in quello di Berneri, anche con la vita: ma, accidenti, non mi si venga a dire che non c’è riuscita.
1 Negli ultimi tempi il velo di rimozione che sembrava avvolgere Berneri è stato in realtà più volte strappato. Giampiero Berti ha tracciato ne Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento (Lacaita, 1998) un bilancio “politico” esauriente della singolare esperienza berneriana (che sotto questo profilo viene considerata, forse non a torto, “irrisolta”), mentre Stefano d’Errico ha redatto una sorta di biografia intellettuale di Berneri basata sulle sue stesse parole, attraverso una scelta copiosa dalle lettere e dagli scritti polemici o saggistici. Mi ha soprattutto colpito, però, il breve saggio dedicato all’anarchico lodigiano da Renzo Ronconi e compreso ne L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Jaka Book,2010). La vicenda di Berneri è qui colta con particolare finezza nella sua globalità, non solo quindi nelle sue valenze politiche, ma anche, e soprattutto, in quelle “umane” e più genericamente filosofiche. Come dirò più oltre, questo mio scritto in qualche maniera è condizionato dalla recentissima lettura delle pagine di Ronconi, e si propone pertanto di puntualizzare o sottolineare alcuni aspetti che in esse sono stati trattati solo marginalmente.
2 Così racconta il commiato da Prampolini: “Mi mandò a chiamare, lui che non mi aveva mai parlato, per dirmi: “Dunque ci lascia”. Ma soggiunse: “Ma resta sempre nel socialismo”. E questa parola mi fu di sollievo, ché mi pareva triste di veder allontanarsi quello che allora ero: l’unico studente militante della città socialistissima”. (Pensieri e Battaglie, Parigi 1938).
3 Di lei Camillo scrive all’amico e maestro Gaetano Salvemini: «Non è anarchica nel senso di essere una militante, però accetta le mie idee e le condivide in gran parte». In realtà, dopo la morte di Berneri Giovanna Caleffi comincia ad occuparsi attivamente di anarchismo, collaborando alla stampa libertaria. Viene arrestata nel 1940 e consegnata alle autorità italiane, che la inviano alo confino. Sfuggita alla sorveglianza, entra nella Resistenza. Dopo la guerra concretizza il suo impegno anarchico nella fondazione di una colonia intitolata alla memoria della figlia, Maria Luisa Berneri, che costituirà uno straordinario esempio di pedagogia innovativa.
5 “In Russia il bolscevismo ha rinnovato, in modo radicale e sistematico, i sistemi rappresentativi. Il valore di tali riforme sorpassa i confini della rivoluzione russa e per l’influenza che esse hanno sul pensiero politico delle altre nazioni e per le loro origini ideologiche. Il regime dei Soviet è una derivazione dell’autonomia federalista ed è in antitesi con la tendenza accentratrice del socialismo di Stato: non è che un sistema politico le cui linee generali e fondamentali si trovano nei disegni politico-filosofici dei principali pensatori della Francia rivoluzionaria e democratica” (L’autodemocrazia, 1919).
6 Da “L’autodemocrazia” su Volontà (Ancona) del 1/6/1919
7A proposito delle nostre critiche al bolscevismo (1922)
10L’anarchico sardo Michele Schirru, giunto dall’America nel 1931 per attentare alla vita di Mussolini, è arrestato e fucilato, con l’accusa di aver progettato l’uccisione del capo del governo. Un altro anarchico, Angelo Pellegrino Sbardellotto, proveniente dal Belgio, viene trovato in possesso di un passaporto falso, di una pistola e di un ordigno, e confessa l’intenzione di uccidere Mussolini. Anche lui è condannato a morte e fucilato nel 1932.
13 Koestler parlerà di ‘autocastrazione intellettuale. “Un intellettuale non poteva mai diventare un vero proletario, ma il suo dovere era di assomigliargli il più possibile… Il modo giusto era non scrivere, non dire e soprattutto non pensare niente che non fosse comprensibile anche per uno spazzino (Il Dio che è fallito)
14Il diritto penale nella rivoluzione, in “Umanità Nova”, agosto 1921
15 “I comuni non devono essere più degli organi dell’amministrazione centrale, del potere governativo, ma degli organi di sintesi amministrativa locale e di cooperazione, regionale e nazionale. Occorre […] coordinare tutte le amministrazioni locali in una Confederazione di amministrazioni autonome, collegate strettamente con le organizzazioni di produzione”.
16 Il federalismo comunalista di Berneri, e i presupposti civici sui quali si basa, saranno fatti propri anche da un liberale puro come Luigi Einaudi: ”L’uomo moralmente libero, la società composta di uomini i quali sentano profondamente la dignità della persona umana, crea simili a sé le istituzioni economiche”; e quanto alla politica “perché vi sia un governo libero occorre che gli uomini sentano di essere un qualcosa di diverso dagli altri uomini, che abbiano l’orgoglio di appartenere ad un ampio ventaglio di corpi intermedi, quali la famiglia, la vicinanza, il comune la comunità, la regione, l’associazione di mestiere, la fabbrica, l’ordine o il corpo professionale, la chiesa”; per concludere: “Occorre partire dal basso, dai corpi locali vivi di vita propria originaria, come il comune, per ricostruire un ordine politico ispirato al federalismo e generare una democrazia prossima al cittadino” (L’Italia e il secondo Risorgimento, 1944).
17Il primo atto con il quale lo Stato si manifesta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società, è in pari tempo l’ultimo atto proprio dello Stato. L’intervento dello Stato negli affari della società diventa superfluo in tutti i campi uno dopo l’altro e poi cessa da sé stesso. Al governo delle persone si sostituiscono l’amministrazione delle cose e la direzione del processo di produzione. Lo stato non è «abolito»; esso muore.
19Scrive di lui Salvemini: “Aveva il gusto per i fatti precisi. In lui l’immaginazione disciolta da ogni legame con il presente, in fatto di possibilità sociali, si associavano a una cura meticolosa per i particolari immediati nello studio e nella pratica di ogni giorno. S’interessava di tutto con avidità insaziabile. Mentre molti anarchici sono come le case le cui finestre sulla strada sono tutte murate, lui teneva aperte tutte le finestre” (Salvemini 1952a; 1952b)
20 “Il suo sistema di lavoro era una cosa curiosa. Cercatore d’istinto, era capace di chiudersi in biblioteca per giorni e giorni, a sfogliare, a leggere, a prendere note. Ritagliava pagine, sfaceva un libro per ricavarne alcune pagine: quando non poteva sfarlo, copiava. Si interessava a tutto, dalle malattie dei bambini ai problemi delle razze, dai giocattoli alle ultime teorie sull’universo. E ogni annotazione era classificata. La sua biblioteca si componeva così, in gran parte di un enorme schedario e di fasci, di casse, di carta stampata o manoscritta”.
21 È da sottolineare come il successo del nazismo si accompagni ad un enorme interesse per il paranormale e per i culti parascientifici più strampalati, tanto che si arriva a teorie della terra cava ed altre simili demenze, che avevano un grosso credito nelle alte sfere del nazionalsocialismo e che generano un’antropologia razzista criminale.
22 Lo stesso tema era stato affrontato pochi anni prima, nel 1930, da Theodor Lessing ne Der Judischer Selbsthass. Lessing, ucciso in una “spedizione punitiva” nel 1933, era anche stato una delle prime vittime dei nazisti.
23 Cfr. Otto Weininger, Das Judentum (L’odio di sé ebraico), da Sesso e carattere.
24Anche Fénélon, nel III libro del Télémaque (1699), applica quella formula al lavoro. Morelly, nella Basiliade, scriveva: “Ammettiamo che la libera attività dell’uomo versi nel fondo comune più di quanto in esso possano attingere i bisogni, è chiaro che le leggi, i regolamenti divengono quasi inutili, poiché ad ogni funzione necessaria risponde negli individui un gusto naturale, una ben spiccata vocazione”.
26 È l’insurrezione congiunta delle truppe d’oltremare (il Tercio, la legione straniera spagnola) sotto la guida di Francisco Franco, delle guarnigioni navarresi comandate da Emilio Mola e delle milizie carliste e falangiste.
27 “La situazione era abbastanza chiara: da una parte la CNT, dall’altra la polizia: Non ho alcun amore particolare per il “lavoratore” idealizzato quale si presenta alla fantasia del borghese comunista: ma quando vedo un vero e proprio operaio, in carne ed ossa,in lotta col suo nemico naturale, il poliziotto, allora non ho più da chiedermi da quale parte debbo schierarmi”. (Omaggio alla Catalogna)
34 “Lo studio che segue non è che una specie di introduzione al tema: il lavoro attraente; tema sul quale vorrei vedere attratta l’attenzione di quanti potrebbero apportare idee, esperienze personali, particolari conoscenze tecniche. Un competente avrebbe fatto di più e di meglio; ma dato che i competenti sono restii a utilizzare la propria preparazione, tocca ai più disinvolti il ruolo di sollevare i problemi e di imporli all’attenzione dei compagni”. (Il lavoro attraente)
La mia patria è il mondo e io andrò ovunque ci sia un despota da abbattere, un abuso da sopprimere, un oppresso da difendere
Io ci provo a raccontare la vita di Amilcare Cipriani. Ma premetto già che non è possibile riassumerla in quattro o cinque pagine, anche limitandosi solo all’essenziale: non è una vita, è un romanzo d’avventure.
Cipriani ha l’irrequietudine nel DNA: nasce nel 1843 ad Anzio da un padre romagnolo e dichiaratamente antipapista (in una biografia si dice che lo abbia battezzato con una manciata di polvere da sparo), che per motivi politici è rispedito, quando Amilcare ha solo quindici mesi, a Rimini. Studia con scarsa convinzione in un collegio religioso, dove la sua esuberanza non è molto apprezzata. È il tipico studente da dieci in educazione fisica e sei in condotta, che più che all’imitazione di Cristo aspira a quella di Pisacane. Quando scoppia la seconda guerra d’indipendenza ha sedici anni: scappa immediatamente di casa – sembra che nessuno abbia tentato di fermarlo, meno che mai i suoi insegnanti – per raggiungere a piedi il Piemonte ed arruolarsi. Si spaccia per diciottenne e gli credono subito, perché è grande e grosso e perché gli arruolatori non vanno troppo per il sottile. È già in prima linea a San Martino, dove si guadagna una promozione sul campo per l’ardore con cui combatte. La guerra finisce in tre mesi, e lui di tornare a casa non ne ha per l’anima, per cui conferma l’arruolamento; ma appena viene a sapere che Garibaldi sta preparando una spedizione molla tutto e cerca di raggiungerlo. Non ci riesce al primo colpo e parte quindi con il secondo scaglione, nel battaglione Medici. Si distingue subito negli scontri, tanto da essere nominato ufficiale. Quando la campagna termina ha diciassette anni, il grado di tenente e un’accusa di diserzione sulla testa.
Scansa la condanna (avrebbe potuto essere fucilato), viene riammesso nell’esercito e inviato a reprimere il brigantaggio in Abruzzo. È un compito che gli ripugna, e infatti dura poco. Nel ’62 Garibaldi è di nuovo in moto, al grido di o Roma, o morte, e Amilcare pianta tutto un’altra volta per unirsi a lui. Dopo lo scontro dell’Aspromonte però le cose si mettono male. Stavolta la condanna per diserzione non gliela toglie nessuno, e Cipriani è costretto a prendere il largo prima che lo becchino. Fa parte di un gruppetto di disertori che vagano per la montagna calabra, e assiste di lontano alla fucilazione dei suoi compagni catturati. Finalmente trova un imbarco clandestino sulla costa, su uno scafo in rotta per la Grecia. Naturalmente la nave fa naufragio davanti al Pireo. Sopravvivono solo lui e il comandante, che guadagnano la terra nuotando per diverse ore.
È difficile dire se sia Cipriani ad avere un fiuto speciale per i guai, o se sia la sua presenza a provocarli: sta di fatto che ad Atene finisce subito in mezzo ad una rivolta animata dagli studenti e ne diventa un capo. Da ex-ufficiale che non ha perso il suo tempo insegna ai rivoltosi come si adopera un cannone, e li esercita bombardando la banca Rothschild e guidandoli all’assalto del palazzo reale. Va da sé che una volta tornata la calma debba filarsela alla spicciolata, questa volta in direzione dell’Egitto. Qui conosce un periodo di pausa che deve parergli un’eternità, perché per tre mesi fa un lavoro normale. Ma da Alessandria parte una spedizione che vuol trovare le sorgenti del Nilo, ed è logico che non possa partire senza Amilcare. Quando la spedizione si sfascia lui torna a piedi attraverso il deserto, arrivando ad Alessandria in condizioni pietose1. Ricomincia a fare il magazziniere, e nel frattempo annoda contatti con Mazzini, esule anche lui a Londra, lavorando nel variopinto sottobosco dei fuorusciti per fare proseliti. Fonda non una, ma addirittura due associazioni patriottiche, la Società Democratica Italiana e la Sacra Falange. Nel 1865 in tutto il nordafrica scoppia il colera: Cipriani organizza un comitato di assistenza, ed è in prima fila nel prestare i soccorsi. Per non perdere l’allenamento costituisce nel frattempo un terzo sodalizio, la Legione Egiziana, pronta all’azione qualora l’Italia chiamasse; ma quando questo avviene, in occasione della terza guerra d’indipendenza, prende su da solo e si arruola come soldato semplice nei Cacciatori delle Alpi, partecipando agli unici scontri vinti dagli Italiani. Non può fare a meno di distinguersi, e questo è un guaio, perché viene fuori la storia della doppia diserzione, e gli lasciano giusto il tempo per sparire di nuovo.
Questa volta la destinazione è Creta, e qui fa un incontro decisivo, perché conosce Gustave Flourens, una singolare figura di internazionalista.2 I due si battono fianco a fianco per la libertà dell’isola, che nel frattempo, manco a dirlo, è insorta contro i Turchi. Flourens è strabiliato dal coraggio di questo giovane, ma si rende anche conto di quanto sia confuso, e lo induce per la prima volta a riflettere sul senso da dare a tanta energia. Cipriani comincia a dubitare che tutto possa esaurirsi nella causa italiana. Da Creta torna poi, e siamo nel 1867, in Alessandria. Ormai è famosissimo tra i connazionali, e a qualcuno fa anche ombra: soprattutto perché è lui a gestire i soldi raccolti per la causa mazziniana. Una sera, nel corso di un banchetto patriottico, un certo Santini e alcuni suoi compari prendono a insultarlo pesantemente, passando anche alle mani. Cipriani non è tipo da porgere l’altra guancia, possibilmente nemmeno la prima: sfodera un coltello e si fa strada, fuggendo in un vicolo buio. Lì viene nuovamente assalito, e nuovamente si difende. uesta è la sua versione: altre non ne esistono, perchè Questa, almeno, è la sua versione: altre non ne esistono, perché il mattino dopo Santini viene trovato ammazzato nel vicolo, e con lui due guardie egiziane. Non è il caso di sperimentare la giustizia del kedivè: Cipriani ne è consapevole, e parte direttamente per Londra.
Mi fermo un attimo, perché mi gira la testa e ho bisogno di riprendere fiato. Mi sta accadendo spesso, ogni volta che racconto una vita “interessante”. Pare che fino a un secolo fa la gente, consapevole che l’aspettativa di vita era bassa, si affannasse a fare precocemente tutte le esperienze possibili. Amilcare a questo punto ha ventiquattro anni. Ha combattuto in due guerre, nella spedizione dei Mille, nel primo tentativo di Garibaldi su Roma, nella rivoluzione greca e nell’insurrezione di Creta; nei tempi morti ha partecipato a una spedizione esplorativa e ha tessuto fila per la cospirazione mazziniana. È ora di ritagliarsi un po’ di tempo per sé.
A Londra Cipriani è preso sotto l’ala da Mazzini. Vittorio Emiliani scrive3 che quando Cipriani va a bussare alla porta del grande esule questi gli batte la mano ossuta sulla spalla dicendogli semplicemente: So tutto. Tramite Mazzini è assunto in uno studio fotografico italiano, e diventa anche bravo, al punto che sarà chiamato a fare il ritratto fotografico della regina Vittoria. Racconterà in seguito di averla strapazzata perché non riusciva a star ferma in posa. Capacissimo di averlo fatto davvero. Tra l’altro, è suo anche il ritratto più famoso di Mazzini, quello malinconico e pensoso che una volta compariva in tutti i manuali di storia (oggi un po’ meno). Ha persino una storia sentimentale con una ragazza francese, Adolphine Rouet, dalla quale nasce una bambina. Nello stesso tempo frequenta gli ambienti della Prima Internazionale, di cui conosce tutti gli esponenti di spicco. Scriverà in seguito: “Bakunin, Marx, Engels che io conobbi in Svizzera e a Londra, le letture di opere socialiste, fecero di me ciò che io sono da quarant’anni: socialista ateo, rivoluzionario, comunista ed internazionalista”. Sotto la loro influenza matura infatti gradualmente nuove convinzioni, più congeniali al suo carattere. La causa italiana non può essere l’unico obiettivo: quello ultimo deve diventare l’instaurazione della giustizia sociale, e questa può essere rivendicata solo attraverso un’azione rivoluzionaria. Il suo dissenso da Mazzini sulle finalità e sui modi della rivoluzione si fa sempre più marcato, anche se l’amicizia tra i due non si raffredda.
Per il momento, quando il maestro gli dà notizia di fermenti di rivolta nella zona della Garfagnana non ha esitazioni: molla lavoro, casa e famiglia e riparte per l’Italia. Ormai però è famoso anche negli uffici di polizia, temutissimo e sorvegliato, per cui appena messo piede in Francia viene arrestato con l’accusa di cospirazione contro Napoleone III, in attesa di essere espulso. Non lo conoscono però abbastanza: alla prima distrazione è già uccel di bosco, in viaggio per la Svizzera, dove prende contatto col mondo dei rifugiati anarchici. Di lì, con un giro largo torna in Inghilterra: giusto il tempo per raccontarla, perché dopo pochi mesi Napoleone III è umiliato a Sedan, e in Francia viene proclamata la repubblica. Il 5 settembre è già a Parigi dove ritrova il vecchio commilitone Flourens. Il nuovo regime non è granché diverso da quello precedente: a fine novembre Flourens è arrestato e a metà dicembre tocca a Cipriani. Rimane in carcere quindici giorni, poi viene liberato e parte subito con un commando all’assalto della prigione dove è rinchiuso Flourens, tirandolo fuori a forza. Nel frattempo la situazione è precipitata: i Prussiani sono quasi alle porte di Parigi, e uomini come Cipriani sono preziosi. Viene arruolato nella Guardia Nazionale e combatte come una belva, guadagnandosi addirittura la Legion d’Onore (che, coerentemente con le sue convinzioni, rifiuta: “Grazie dell’onore. Non accetto la croce: prima di tutto perché l’accettarla sarebbe contrario alle mie idee, e poi perché i garibaldini non accettano simili onori se non quando piantano le tende nel campo nemico”). Quando il governo ufficiale si arrende, Cipriani non molla: è ancora una volta ricercato dalla polizia, e raggiunge la legione garibaldina che continua a combattere nei Vosgi. Lì lo raggiunge però l’appello di Flourens: Parigi è insorta contro il governo, è nata, nel marzo del 1871, la Comune.
Cipriani è nominato colonnello dello stato maggiore rivoluzionario. Con quello che ha a disposizione fa mirabilie, ma ai primi di aprile l’esercito di Versailles, appoggiato dai Prussiani, riprende la città; Flourens viene immediatamente giustiziato, mentre Cipriani, arrestato con lui, viene imprigionato, sottoposto a torture, sommariamente giudicato e condannato a morte. Ma nemmeno questa volta è giunta la sua ora: mentre quasi tutti i suoi compagni vengono fucilati (alla fine del primo bagno di sangue i fucilati saranno trentacinquemila, ma il bilancio totale della repressione è di oltre centomila) lui è lasciato tra gli ultimi, non si sa se per prolungare la tortura psicologica o perché anche la reazione ha nei suoi confronti un certo timore reverenziale. Lo legano persino un paio di volte al palo dell’esecuzione, ma alla fine si vede commutare la pena nel bagno penale a vita. Finisce imbarcato sulla Danae, insieme a quattrocento altri disgraziati, per essere deportato in Nuova Caledonia (un’isola del Pacifico, ad est dell’Australia, tra Nuova Zelanda e Nuova Guinea). Nemmeno in questa situazione riesce a darsi una calmata: appena a bordo si mette in urto con il capitano, Rion de Kerprigeant, un reazionario della peggior lega, che intende gestire il trasporto come un carico negriero. Il risultato è che finisce ai ferri (nel senso proprio che viene incatenato mani e piedi in un cubicolo grande una cuccia per cani) nella stiva e vi rimane per quarantacinque giorni, arrivando praticamente in fin di vita. Il comandante è costretto a sottrarlo a quell’inferno dalla minaccia di rivolta dei suoi compagni, ma quando arriva all’isola Cipriani è praticamente un morto che cammina.
E tuttavia, si tratta di Amilcare Cipriani: si riprende, e trascorre in Nuova Caledonia quasi nove anni, buona parte dei quali passati in isolamento, perché non sta zitto neppure ad ammazzarlo, e si ribella ad ogni sopruso: l’ultimo anno e mezzo lo passa a spaccar pietre come forzato. Sembra di leggere la vita di Papillon o di assistere ad uno di quei film sulle carceri americane, Nick mano fredda o Brubaker, con la differenza che Cipriani dalla Nuova Caledonia non può nemmeno tentare la fuga. Attorno ci sono solo migliaia di chilometri di oceano, pieni di pescecani.
Nel 1880 il governo repubblicano promulga un’amnistia, e Cipriani torna in Francia. Si mette immediatamente alla ricerca di Rion de Kerprigeant, il suo aguzzino. Quando viene a sapere che è già morto scoppia a piangere per la rabbia: aveva vissuto quei nove anni e sopportato tutto con un solo pensiero in testa, quello della soddisfazione che avrebbe provato nel torcergli il collo. Comunque, non perde tempo: i reduci dalla Caledonia vengono accolti da grandi manifestazioni degli anarchici francesi, e durante una di queste Cipriani interviene in difesa di una donna aggredita da un poliziotto, spedendo quest’ultimo all’ospedale: nuovo arresto, due mesi di reclusione ed espulsione dalla Francia.
Cipriani intende stavolta far ritorno in Italia; ma non vuole farlo clandestinamente. Per intanto ai primi del gennaio 1881 va in Svizzera ad incontrare Carlo Cafiero, anche lui esule. Contemporaneamente lancia insieme ad altri internazionalisti un manifesto, Agli oppressi d’Italia, in cui si annunciano prossime iniziative insurrezionali: “La nostra risoluzione è presa, e la venuta nostra sarà una protesta armata contro tutte le forme del dispotismo dinastico, aristocratico e capitalista… Tregua adunque alle parole dottrinarie quando è tempo d’agire, silenzio ai sobillatori di pace quando tutto annunzia la guerra: guerra di classe e di plebi scatenate. Fine una volta alle dissenzioni e ai personali rancori: anarchici, collettivisti e internazionalisti, tutti s’uniscano in un sol pensiero e formino il gran partito della rivoluzione”.
Con questo biglietto da visita è naturale che le associazioni operaie gli preparino un’accoglienza trionfale, ma anche che ad aspettarlo ci sia tutta la polizia italiana. A Rimini, dove si è diretto per rivedere il padre morente, non lo lasciano neppure scendere dal treno. Viene anzi arrestato e trasferito a Milano, con l’accusa di aver cospirato insieme a Cafiero, Malatesta e altri (tutti latitanti) contro l’ordine e la sicurezza del paese. Quando giornali e organizzazioni cominciano a gridare allo scandalo, l’accusa viene cambiata: si rispolvera la vicenda di Alessandria d’Egitto di quindici anni prima. Comunque rimane in carcere per un anno in attesa di giudizio.
Il processo si tiene ad Ancona agli inizi dell’82. Naturalmente è una farsa, che si chiude con una condanna a venticinque anni. All’uscita dal tribunale scoppia una mezza rivolta, e in pratica gli viene data dalla polizia l’opportunità di fuggire: è una patata bollente che nessuno vuole maneggiare. Ma Cipriani è stanco: rifiuta di scappare e si appella alla Cassazione. La pena è ridotta a vent’anni.
Ne sconta sei, in una cella larga un metro e lunga tre, con la catena ai piedi. Si sforza di sopravvivere alla forzata immobilità, all’umidità, alla sporcizia, alla mancanza di luce, al cibo spesso ributtante, alle angherie dei secondini. Scrive ad un amico: “Sono quindici anni, fra Caledonia e Italia che lotto contro lo spietato sistema dei pretesi domatori d’uomini. A quale prezzo lotto! Se ho salvato il carattere e l’onore, questo grazie agli amici, ho però perduto la salute, la gioventù, la forza, l’intelligenza”. La campagna in suo favore, per la quale scendono in campo in Italia personaggi del calibro di Carducci, Rapisardi, Saffi, e in Francia di Victor Hugo, Benoit Malon e Clemenceau, non ottiene alcun risultato. Anche perché il governo subordina l’indulto alla richiesta di grazia, e Cipriani naturalmente rifiuta. A Carducci che gli scrive supplicandolo di presentare questa cavolo di domanda, risponde: “Mi si mette fra il bagno e la libertá imbrigliata. Senza esitare, scelgo il bagno. Io mi sento più onorato, ora che sono perseguitato dal loro odio, che se fossi protetto dalla loro clemenza; voi curvate la testa, proponendomi una viltà”.
Viene persino candidato alla Camera dai gruppi radicali, ed eletto, ma la commissione della Camera invalida l’elezione. Esce dall’ergastolo di Portolongone solo per un calcolo propagandistico di Crispi4: ma giusto in tempo per essere trasferito a Milano e processato per la famosa doppia diserzione. I giudici questa volta non se la sentono di infierire, anche perché la cosa potrebbe diventare pericolosa per l’ordine pubblico: lo condannano, ma ritengono che abbia già espiato a sufficienza. È finalmente libero.
Torna in Francia, dove ormai si sente di casa. Fa il giornalista, e intanto è impegnatissimo ad organizzare congressi e sezioni socialrivoluzionarie. Il periodo di ferro parrebbe finito.
Non è così. Nel 1891 Cipriani si fa convincere a rientrare in Italia per celebrare il primo di maggio. Si porta dietro la sua maledizione. Durante il comizio (non autorizzato) a Roma scoppiano degli incidenti tra i dimostranti e l’esercito, schierato a contenimento. Ci sono cariche di cavalleria con la sciabola sguainata, e ad un certo punto un poliziotto, che sta per fare fuoco su Cipriani, viene ucciso da uno dei dimostranti. In galera ci va naturalmente Cipriani, che trascorre quindici mesi a Regina Coeli in attesa del processo e altri due anni nel carcere di Perugia.
Esce dalla prigione per l’ennesima volta nel 1894. A questo punto ha cinquant’anni, e il tempo trascorso dietro le sbarre, a partire dalla sua fuga da casa, è più di quello vissuto in libertà. Ha bisogno di tregua. A Parigi riprende la vita “borghese”, da giornalista, fotografo, animatore di sezioni politiche: ma con una certa cautela.
Nel 1897 scoppia l’ennesima (la sesta) rivolta di Creta contro i Turchi. La Grecia interviene e l’impero ottomano invade la Tessaglia, costringendo alla fine Atene alla resa. Tra i difensori della “libertà” greca c’è naturalmente Cipriani. Creta è una sua vecchia passione, dai tempi del sodalizio con Flourens: e poi, tre anni di riposo per uno come lui bastano e avanzano. Ad Atene raccoglie una brigata italiana di duecentocinquanta uomini, della quale è il comandante naturale. Le cose non si mettono bene: malgrado si battano come leoni, gli italiani sono travolti dalla disfatta greca e Cipriani stesso ha una gamba spezzata da un colpo di cannone. Prima che lo becchino i Turchi riesce a farsi trasbordare in Italia, per essere curato. Gli viene proposto di sostituire alla Camera un suo compagno caduto proprio in Grecia, per poter usufruire dell’immunità parlamentare, ma naturalmente non ne vuol sentir parlare (e comunque la commissione della Camera gliela negherebbe). Deve quindi riparare ancora in Francia, dove riprende, stavolta per un periodo più lungo, la vita normale. Non è solo l’età a calmarlo: le conseguenze della ferita di Creta sono gravi, e per diversi anni sarà costretto a camminare con le stampelle.
Da questo momento comunque le acque si chetano. Ha persino la gioia di ritrovare la figlia Fulvia, quella nata in Inghilterra dalla sua relazione con Adolphine Rouet. Per quasi quarant’anni Cipriani si era praticamente dimenticato di lei. Era occupato in altro. Ora ha tempo. Sembra ripetersi la storia di Foscolo, con la differenza che in questo caso sarà la figlia ad appoggiarsi a lui.
Nel frattempo in Italia continuano a candidarlo al Parlamento, e lui continua ad essere eletto. Ma non potrà mai sedere a Montecitorio: coerentemente, rifiuta di prestare il giuramento al re. Ciò non toglie che continui ad occuparsi delle cose italiane. Segue ad esempio l’ascesa di Mussolini all’interno del partito socialista e, confermando l’eccesso di fiducia negli uomini e la scarsa capacità di giudicarli, ne trae un’ottima impressione. Viene ripagato dall’altro romagnolo con un vero e proprio culto. In un discorso pronunciato nel gennaio del 1913, durante la campagna per l’elezione di Cipriani a deputato, Mussolini lo dipinge così: “Prima del ‘70 egli offre braccio e anima alla causa della Patria, dopo il ‘70 a quello dell’Umanità. Ci dicono che il nostro grande compagno è vecchio; ma c’è senilità e senilità. C’è quella dell’impotenza, della stanchezza, del rammollimento fisico e intellettuale. Per questa noi chiediamo il riposo e il silenzio. Ma per Cipriani la cosa è diversa. Se dopo tanti eroismi, tanti sacrifici, tante lotte, egli è ancora vivo di corpo, di cervello e di fede, ciò vuol dire che la sua vecchiaia è migliore della nostra giovinezza”.
Anche rispetto alla prima guerra mondiale finiscono per trovarsi sulle stesse posizioni, avendo Cipriani firmato verso la fine del 1914 un appello lanciato da alcuni anarchici, tra i quali Hervé, Kropotkin e Hyndmann, per la difesa della Francia contro l’aggressione degli imperi Centrali. La guerra ribalta molte posizioni e convinzioni, ma non le sue. Continua ad essere un comunista e un rivoluzionario5, ma anche un fervente patriota. Ormai è però sempre più solo: i vecchi compagni sono tutti andati, quelli nuovi a malapena lo conoscono. Muore in una casa di riposo prima che la guerra finisca, nel maggio del 1918, poverissimo come era sempre stato. Vorrebbe che ceneri fossero sparse al vento: viene invece sepolto al Père Lachaise. A seguire i suoi funerali sono solo pochi amici. L’uomo che era stato leggenda è entrato nel processo di rimozione. Non è più tempo di eroi del proletariato, ma di funzionari di partito.
Adesso, dopo aver preso un bel respiro, vorrei rubare il tempo per un paio di considerazioni: una di carattere umano, l’altra di ordine politico. Cominciamo dalla seconda. Cipriani è il perfetto esempio del passaggio dall’idea nazionale, garibaldina e mazziniana, a quella internazionalista, bakuniniana. Non è uno sbocco obbligato: altri garibaldini, primo tra tutti Crispi, vanno in direzione completamente opposta. Cipriani lo dice chiaro: Al vostro re e a voi non devo nulla, non ho mai nulla domandato. Mentre che quelli fra voi che hanno reso qualche servizio al paese si sono affrettati di presentare la nota da pagare: e quale nota!
Nel suo caso non c’è in realtà altro possibile esito. La ribellione ce l’ha nel sangue, gli arriva da suo padre, che non gli ha trasmesso solo i geni, ma anche un esempio di coerente irriverenza nei confronti del potere. Mezzo secolo prima sarebbe stato un giacobino: a metà ottocento non può essere che un garibaldino. Il primo riferimento teorico è Mazzini, col quale si creerà a Londra anche un forte legame affettivo; ma è proprio a Londra, con la frequentazione dell’ambiente internazionalista e dei fuorusciti, che Cipriani scopre il limite della causa nazionale alla quale Mazzini si ferma. Il rapporto che si crea tra i due è molto bello, perché non comporta nessuna sudditanza psicologica: “L’affezione di cui il Mazzini mi dava prova era addirittura paterna: ma egli non riuscì mai a fare di me un proselite. Spesso mi diceva: fra tanti giovanotti che conosco non ho mai trovata un’intelligenza più ribelle della vostra ad accettare certe idee. Ma mi amava perché sapeva che io soprattutto desideravo una cosa, lo splendore dell’Italia, la libertà ed il bene degli oppressi. E però quando mi udiva esaltar le dottrine del Cabet, egli diceva ridendo: tutti i giovani passano di là, ma quando sono uomini vengono a noi”. È amicizia, un sentimento che paradossalmente nel modo degli esuli e dei rivoluzionari viene in subordine rispetto alla professione ideologica, e quindi trova poco spazio. Si raffredderà notevolmente dopo il 1871, perché Mazzini valuta negativamente l’esperienza della Comune parigina, che per Cipriani rimarrà invece sempre centrale, l’unica occasione in cui le sue “poche, semplici ma ferme idee” hanno trovato per un attimo realizzazione.
Il suo avvicinamento al socialismo, nella versione anarchico-utopistica, non lo porta comunque a ripudiare gli entusiasmi per il garibaldinismo, inteso come azione insurrezionale subito, ovunque ci sia una causa di oppressi da difendere, lasciando a dopo i distinguo. Quando parla di giustizia sociale Cipriani pensa alla libertà prima che all’eguaglianza: è vero che l’una non può esistere senza l’altra, ma non pretendiamo troppo da uno che della mancanza assoluta di libertà ha fatto esperienza sulla propria pelle per almeno metà della sua vita. Nell’accezione elementare è un ideale più prossimo, meno ambiguo, realizzabile da subito attraverso l’azione.
Sotto il profilo intellettuale Cipriani è un uomo semplice: non ci sono molte sfumature di grigio nella sua visione dei problemi. Parla in nome del proletariato, ma pensa in termini di individui. Le classi sociali subalterne prenderanno coscienza, ma per risvegliare questa coscienza occorrono uomini decisi, pronti a qualsiasi sacrificio, che sappiano tirarsi da parte al momento giusto in caso di vittoria, e dare esempio di ferma resistenza nella sconfitta. Le “avanguardie rivoluzionarie” per Cipriani non hanno il compito di “guidare” il proletariato, ma quello di fornirgli degli esempi. Ed è sull’esemplarità rivoluzionaria che si fonda, e in sostanza anche si esaurisce, la sua prassi politica. Ne è consapevole, non vorrà mai assumere il ruolo di teorico, non sente il bisogno di raccogliere sulla carta le sue idee. Devono essere le sue azioni a parlare, e quindi occorre sfruttare ogni occasione per agire, costi quel che costi.
Il linguaggio dell’azione deve però raccontare di uomini e di un mondo eticamente superiori. La lealtà e il coraggio sono l’unica garanzia di una società giusta, e gli unici fondamenti su cui può nascere. Per questo Cipriani non ammette l’azione terroristica. Insieme a Malatesta condanna la campagna di attentati che scuote l’Europa di fine Ottocento, con il solo risultato di isolare il movimento anarchico in seno alla sinistra e di offrire alla reazione pretesti per colpire le organizzazioni dei lavoratori. Ma mentre in Malatesta la condanna nasce da considerazioni di opportunità politica, in Cipriani c’è il rifiuto di una pratica che considera vile e sleale. Anche la violenza ha le sue regole, non basta la bontà dello scopo a giustificarla: e detto da Cipriani, che in mezzo alla violenza ha trascorso un’intera vita, c’è da crederlo.
Questo spiega anche la posizione nei confronti della guerra, già assunta nel caso della rivolta di Creta e ribadita poi allo scoppio del conflitto mondiale. Vale per lui quello che valeva per Garibaldi: “Lo schiavo ha il diritto di fare la guerra al tiranno. Gli è il solo caso in cui credo che la guerra sia permessa”. Su questo tema si trova in contrasto con Malatesta, che critica aspramente la partecipazione della brigata di volontari italiani alla guerra greco-turca. Malatesta è contrario alle guerre di liberazione puramente nazionaliste: ritiene che siano solo uno strumento ulteriore di profitto per il capitalismo, e che sarà semmai la lotta rivoluzionaria dell’ internazionalismo operaio a risolvere anche il problema delle cause nazionali. Cipriani non ha molti argomenti teorici per rispondere: si limita a giustificarsi dicendo: “noi difendiamo i greci, non la monarchia: noi non siamo al soldo di questa ma al soldo del comitato rivoluzionario che ci ha armati e pagati. Siamo vestiti in borghese, con la camicia rossa”. Che non è una risposta accettabile sul piano del dibattito teorico, ma è perfettamente comprensibile su quello della passione umana.
L’altra considerazione è ormai la solita che mi trovo a fare quando racconto la vita dei personaggi che mi hanno affascinato: ma che razza di uomini erano? Parlo di uno che rifiuta un lascito di cinquantamila lire (all’epoca una piccola fortuna) destinatogli da una vecchia ammiratrice, e accetta solo una poltrona consunta a ricordo dell’amica; e penso ai guru odierni della disobbedienza, che quella cifra (opportunamente rivalutata) la percepiscono per ogni comparsa in pubblico. Di uno che piuttosto che abbassarsi a chiedere la grazia marcisce letteralmente nell’ergastolo di Portolongone, e mi corre la mente a quei miei coetanei che hanno abbracciato la lotta armata, e che una volta braccati facevano la corsa a chi denunciava per primo i compagni, per ottenere qualche sconto. Certo, anche l’ambiente anarchico e internazionalista nel quale si muoveva Cipriani era pieno di profittatori, di spie, di delatori, di venduti: c’è tutta una letteratura, da Dostoevskji a Conrad, a raccontarne le sfumature più ambigue, e soprattutto ci sono montagne di documenti delle prefetture e della magistratura a testimoniarlo. Ma in mezzo a costoro c’erano uomini capaci di sacrificare tutto ai loro ideali, alle loro convinzioni. E sia chiaro, non mi riferisco solo ai rivoluzionari “professionisti”, come Malatesta, Bakunin, Cafiero e Cipriani: parlo di scienziati, di esploratori, persino di artisti. E soprattutto parlo di artigiani come Modesto, di operai o contadini come lo zio Micotto, capaci di opporre comunque resistenza, con la loro determinazione fisica o con la loro ferma mitezza. Sono questi che oggi mancano alla conta.
Mi rendo conto che la mia sta diventando sempre più una laudatio temporis acti, e rischia di scadere nel patetico. Sarà un problema di età. Ma qui non è questione di mitizzare né un’epoca né gli uomini che l’hanno vissuta. È una presa d’atto che le pagine che precedono, nelle quali non si è raccontata che una minima parte delle peripezie di Cipriani, impongono.
Secondo i parametri odierni di normalità Cipriani era un uomo pieno di difetti: il suo rapporto con la figlia è emblematico. La dimentica per quarant’anni, e non è certo lui a cercarla: è lei che si fa timidamente avanti, mandando in avanscoperta il marito. Campolongo, un amico intimo di Cipriani, racconta che al primo incontro il vecchio anarchico abbia subito detto ai due: badate che non ho una lira. Venti anni di galera (e che galera!) non possono non indurire l’animo, rendere diffidenti persino nei confronti del proprio sangue. Ma non è solo questo. C’è un problema di scelte a monte, anche se nel caso di Cipriani verrebbe quasi spontaneo arrischiare la parola destino. La scelta di vivere per un ideale non comporta necessariamente sacrificare affetti e sentimenti, quando l’ideale è tenuto sotto controllo, rapportato alla realtà: questa è anzi la condizione vera all’interno della quale coltivare l’idealità. Ma il confine è sottile, e rispetto alla coltivazione di un ideale la scelta degli affetti può diventare a volte castrante. Per Cipriani il problema non si pone nemmeno: quando arriva all’età in cui si pensa all’amore o a una famiglia ha già un passato che non gli consente cedimenti, pena il trascinarsi appresso nelle sue sventure degli incolpevoli.
Cipriani è anche una persona dal carattere forte, che a parlare senza ipocrisia potremmo definire violento (lo ammetto per dovere di cronaca, perché l’eccesso in questo senso è negativo: ma nel tipo di violenza intrinseca al carattere di Cipriani, quella di cui si parlava sopra, non posso non riconoscermi). Ha individuato, sia pure un po’ confusamente, uno scopo, e non indietreggia di fronte a nulla per raggiungerlo. Si lascia alle spalle dei morti, e non mi riferisco solo all’episodio di Alessandria. Durante le settimane della Comune si ritrova a dare anche ordini spietati. Ma è uno che rischia e paga sempre in prima persona, e che a cinquant’anni combatte in prima linea e si fa maciullare una gamba perché è tornato indietro a raccogliere un suo uomo ferito. Certo, è in mezzo a una battaglia, e lo ha voluto lui: ma c’è perché la ritiene una lotta di oppressi contro oppressori, e lui combatte per gli oppressi. Sarà elementare quanto si vuole, ma è un’etica della responsabilità.
Ad un certo punto Cipriani è probabilmente anche un uomo innamorato della sua immagine, non tanto per la gratificazione personale che può dargli la costruzione del suo mito, ma per la forza di esemplarità che può trasmettere. Se resiste imperterrito al carcere è anche perché non può smentire il personaggio che si è cucito e che gli hanno modellato addosso. Se racconta le cose a suo modo (dell’episodio di Alessandria diceva: io volevo solo andarmene tranquillamente, ma quelli si sono messi in mezzo…) è perché così lui le ha vissute, ma anche per dare coerenza ad un comportamento che ha ormai una rilevanza pubblica.
Tutto questo non toglie che sia un uomo eccezionale. Lo avvertono anche i suoi tardi contemporanei, quelli che lo conoscono nella vecchiaia. Al termine della sua intervista ad un Cipriani ormai settantenne Prezzolini commenta: Si tratta di due generazioni a confronto: la nostra fu tutto pensiero, la loro tutta azione. Noi li comprendiamo: essi ci guardano da lontano, non possono pensare bene di noi. Lo so, Cipriani, lo so anche se non lo dite: siamo degenerati per voi, siamo effeminati, cresciuti nella pace, nutriti di tranquillità, senza le costole che fanno arco nella pelle dei fianchi, senza cicatrici ai ginocchi e sulla faccia e sulle mani; uomini che hanno usato gli occhi fino alla miopia sui libri, e non posero mai in mano il fucile; e non hanno mai veduto né una rivoluzione né una guerra”. Ora, lasciando perdere le mani sul fucile e la guerra, di cui possiamo fare tranquillamente a meno, c’è qualcosa di vero nelle costole che fanno arco nella pelle dei fianchi. La fame non ti fa vedere più chiare le cose, anzi, è più probabile che ti appanni la vista: ma il bisogno, quando non è assoluta miseria, ti obbliga almeno a capire cosa è essenziale e cosa no, e ti porta a desiderare ciò che potrebbe aiutarti a superarlo. La cultura, ad esempio. O i valori per i quali vale la pena spendere una vita, dall’amicizia alla libertà, all’equità sociale.
Cipriani fa ancora parte di un mondo nel quale erano i bisogni a generare il modello produttivo, e non viceversa. Quando parliamo di rivoluzione industriale le date e le statistiche ci portano a pensare che a metà dell’800 il modo di produzione capitalistico, con tutto il suo indotto di consumi, fosse ormai ovunque affermato: ma non è affatto così. Io stesso ho conosciuto una vita di paese nella quale intere famiglie riuscivano a sopravvivere con quello che producevano in un fazzoletto di terra o che ricavavano da una mucca, un maiale, quattro galline. Non era certo l’Eden, la vita la strappavano con i denti, non erano liberi perché il minimo soffio di vento, una malattia, un cattivo raccolto, poteva spazzarli via: e tuttavia ciò che è rimasto vivo nel mio ricordo è un senso altissimo della dignità, o almeno la capacità di riconoscerla e di apprezzarla, e di conseguenza di stigmatizzare ciò che dignitoso non era. I “furbetti” c’erano come ci sono oggi: solo, li si chiamava mascalzoni.
In quel mondo una vita come quella di Cipriani aveva senso, perché era consacrata a consentire a ciascuno di essere dignitoso. Alla luce del poi, il disegno suo e in generale quello degli anarchici era il più ingenuo ma anche il più pulito, perché non prevedeva l’instaurazione di un “ordine nuovo”, socialista, fascista o capitalistico che si voglia, ma di un “uomo nuovo”. Tutto può essere imputato agli anarchici, ma non certo di aver contribuito alla creazione dei modelli sociali, economici e politici, e conseguentemente mentali e comportamentali, odierni (meno che mai a quelli di coloro che oggi all’anarchismo si richiamano); mentre un loro ruolo nella demolizione di quanto c’era di stantio in quelli vecchi lo possono rivendicare.
Cipriani è una figura eccezionale perché ha potuto credere fino in fondo, senza dover ricorrere a compromessi e senza chiudere gli occhi, a ciò che stava facendo: non c’era pericolo che la società da lui vagheggiata si rivelasse poi ingannevole. È allora possibile capire come un uomo potesse, credendoci seriamente, lasciare nel suo testamento questo mandato agli amici e ai compagni: “Quando sarò morto verrete sulla bara […] a dirmi che tutti questi giovani non sono morti invano, e che non vi sono più popoli oppressi sulla terra. Verrete a dirmi che non vi sono più imperatori né re a Vienna né a Berlino: che il mondo è davvero in marcia, questa volta verso la Pace e la Giustizia Internazionale”.
Appendice uno – Carlo Prosperi, da storico vero qual è, al sentir nominare Cipriani ha subito drizzato le antenne e mi ha scovato questo curioso documento. Sia il personaggio che il clima che lo circonda risultano particolari, soprattutto per l’insistenza sull’antisemitismo. Varrebbe la pena tornare sull’argomento. E magari, varrebbe la pena lo facesse uno serio, come Carlo stesso.
Amilcare Cipriani ad Acqui –Nell’autunno 1897 capitò alle Vecchie Terme un noto e coraggiosissimo rivoluzionario, il romagnolo Amilcare Cipriani. Proprio qui voglio e godo confermare le mie impressioni anteriori. L’ho veduto nel volto puro e dal candido cuore: a me parve l’erede vero di Giuseppe Garibaldi. Altissimo di statura, non grosso ma non allampanato, veniva nella città termale per guarire della ferita avuta sul campo di Domokos, quand’era alla testa della sua legione, condotta contro i Turchi. Il nodo del ginocchio venne spezzato da palla nemica. Ma quel violento, quel bevitore di sangue … comandò il fuoco, inerme; e cioè con un frustino in mano! Epperciò le Vecchie Terme, coi loro fanghi, saldarono il ginocchio al vecchio rivoluzionario, combattente spontaneo, disinteressato, per la libertà della Grecia. In gruppo di giovani e vecchi acquesi andammo incontro alla figura grande e mite del Romagnolo. Cipriani volle convocarci in un pittoresco albergo chiamato: Isolabella. Per la verità cronistica devo affermare che dalla sua bocca, in quel tempo, non ho udito il nome di Carlo Marx, né proposizioni anticlericali. Nel lucido e conciso discorso disse belle parole auguranti ad un sano rinnovamento d’Italia. E, se ebbe qualche accesa parola la espresse per detestare gli «spavaldi chiacchieroni» ancorché fossero venuti a noi come rivoluzionarî! Nell’abside della celebre Abbazia [di San Pietro] quell’accolta nostra entrò dopo che era stata la «Società Filarmonica»; e là vi fu anche un magazzeno di carbone … In quel luogo, istituimmo per suo ricordo un Circolo, intitolato: Amilcare Cipriani. Il caso o altro volle che alle pareti non fosse appesa neanche un’icona … sovversiva. Una lunga adunanza dei compagni … ha bocciata la proposta di comprare un quadro di Marx, poco tedesco e moltissimo semita. L’antisemitismo, allora, era così naturale fra il popolo, tanto che alcuni ebrei chiedenti l’ammissione al Circolo, non furono ammessi nel gruppo rivoluzionario. Uno scrittore non ben informato sull’avvenimento della fine dell’altro secolo, ebbe a dire una cosa non vera: e cioè che il Circolo A. Cipriani aveva profanato quelle antiche e religiose mura. Le conferenze nostre giovanili erano rivolte, tutte, preferibilmente, all’educazione politica degli operai; educazione poi mirante ad alcune oneste rivendicazioni economiche. Quei buoni propositi si mantennero, nell’incipiente movimento rivoluzionario italiano, fino al momento che nel partito rivoluzionario non comparvero i massoni e gli ebrei. (G. Reggio, Nella strada, La Staziella, MI 1940).
1 Su questa vicenda ci sono molte nebbie. Dovunque, persino nel dizionario biografico Treccani, si parla di una partecipazione di Cipriani alla spedizione di Giovanni Miani (altro bel personaggio). In realtà, le spedizioni di Miani furono tre, una nel 1858, una nel 1862 e l’ultima nel 1871: nel periodo in cui Cipriani risiede in Egitto non ne risulta alcuna. Quindi: o si tratta di un’altra spedizione, della quale non sono riuscito a trovare traccia, o è un’invenzione dello stesso Cipriani – che una certa tendenza a esagerare, o almeno a raccontarla alla maniera sua, l’aveva – oppure fa parte di quella costruzione del mito che il movimento rivoluzionario avviò sulla figura di Cipriani molto precocemente.
2 Gustave Flourens insegna storia naturale al Collège de France, fino a quando non lo cacciano perché materialista e repubblicano. Combatte a Creta in rivolta, ed è ripagato dal governo greco con l’espulsione. Nel 1869 viene quasi ucciso in un duello di matrice politica e deve nuovamente lasciare la Francia. Rientrato dopo la caduta di Napoleone III, per otto giorni nel 1871 è comandante della piazza di Parigi “liberata”. Viene ucciso nel corso della prima offensiva dei versigliesi.
3Vittorio Emiliani, “Libertari di Romagna – Vite di Costa, Cipriani, Borghi”, Longo Ed., Ravenna
4Lui naturalmente rivendicherà di essere stato scarcerato per volontà popolare: “I miei nemici, dopo aver esaurito contro di me il loro dizionario di ingiurie vili e di lordure, per aver detto che la morte di re Umberto non mi aveva né sorpreso né afflitto, aggiungono che la mia uscita dal bagno la devo alla sua bontà. Menzogna. Al bagno vi fui inviato nel nome del re e ne uscii per volontà di popolo, soprattutto dei due collegi elettorali di Forlj e Ravenna, ove fui eletto deputato nove volte come protesta contro la mia condanna ingiusta ed infame. Fu l’opinione pubblica che forzò il re a firmare la mia grazia, grazia che disprezzai di domandare e che mi sarei creduto disonorato se l’avessi fatto”.
5 “È proprio lui, tutto nero vestito. Il viso è quello della sua età, segnato dalla pace dei vecchi, il pelo s’accresce sulla faccia e sulle falangi delle dita e sul dorso della mano, tradisce la forza di quel corpo; il pelo non s’è fatto ancor bianco, non è tutto bianco, nella testa covano ancora molte strisce nere. Come è magro, Dio mio quel corpo! Come regge il peso di sessantotto anni, di cui venti di guerre, quattordici di bagno e lavori forzati, cinquantatré di vagabondaggio, di povertà, di indipendenza”. Da un’intervista di Giuseppe Prezzolini ad Amilcare Cipriani a Parigi, pubblicata sull’“Avanti” il 3 gennaio 1914
La vicenda di Cafiero mi colpì immediatamente per una ragione ben precisa. L’opuscolo parlava di un giovane facoltoso che rinunciò ai suoi privilegi e devolvette tutto il suo patrimonio per la causa anarchica. Non essendo facoltoso stentavo a capire i motivi che possono spingere chi lo è a rinunciare a tutto, ma la cosa in sé mi piaceva. Ingenuamente reputavo più difficile e meritevole abbracciare una causa quando si ha molto da perdere, piuttosto che quando non si hanno alternative. E quindi immaginavo il giovane facoltoso che al contatto con la miseria, l’ingiustizia, l’oppressione si sentiva bollire il sangue nelle vene dallo sdegno e decideva di combattere queste piaghe (all’epoca il mio riferimento ideale era Tex, che non sarà socialista ma le ingiustizie le combatte eccome, e a suon di ceffoni e di pallottole). La mia fonte era più reticente sulla “tragica fine”, e il perché l’ho capito solo dopo. Ma andiamo con ordine.
La vita di Cafiero è altrettanto intensa di quella di Cipriani, anche se un po’ meno movimentata (difficile potesse essere altrimenti); ma per certi versi è ancor più drammatica. Offre soprattutto molte occasioni per riflettere su aspetti particolari della vicenda rivoluzionaria, e queste cercherò di cogliere, limitando ad una sintesi stringata il racconto biografico.
Cafiero nasce nel 1846 da una ricca famiglia della borghesia agraria pugliese. Studia in seminario (come tutti, all’epoca: o meglio, come quei pochi che possono permettersi di studiare) e si laurea poi in giurisprudenza a Napoli. Avendo ereditato dal padre un grosso patrimonio non si preoccupa eccessivamente di trovare un lavoro: i suoi lo vorrebbero in diplomazia, ma lui preferisce, come si suol dire, guardarsi un po’ in giro; per cui prima si trasferisce a Firenze, che è momentaneamente la capitale del regno, poi allarga lo sguardo all’Europa. Soggiorna per qualche mese nella Francia del dopo Sedan e degli impressionisti, ospite del conterraneo De Nittis, alla ricerca di contatti per i suoi interessi nei confronti dell’occultismo e delle civiltà orientali: ma i francesi hanno per il momento altro cui pensare, per cui, vista anche la brutta piega presa dalla situazione politica, si trasferisce in Inghilterra. Qui frequenta l’ambiente dei fuorusciti, rimane sconvolto dalle miserie dei lavoratori industriali, che gli sembrano messi peggio addirittura dei braccianti pugliesi, e stringe amicizia con Friedrick Engels. Dopo un rapido corso d’avviamento al pensiero marxista accetta con entusiasmo l’incarico di “agente speciale” della corrente marx-engelsiana, che chiameremo comunista, nelle sezioni italiane dell’Internazionale, con il compito di contrastare l’influenza di Mazzini e di Bakunin e di mantenere i rapporti con Londra.
Torna quindi a Firenze nel maggio 1871, proprio mentre in Francia si consuma la tragedia della Comune, ed entra in contatto con i vari circoli democratici della città toscana, che sono in fermento per la polemica interna sul valore positivo o negativo da attribuire all’esperienza comunarda. Si sposta poi nell’Italia meridionale, in Campania e in Puglia, dove trova una situazione caotica, con sezioni in balìa di avventurieri, profittatori o sprovveduti. Il suo primo arresto, a Napoli, è legato ai pasticci finanziari e alle accuse tra compagni piuttosto che all’attività cospirativa.
L’esperienza lo segna: continua a tenere aggiornato Engels sul dibattito accesissimo tra mazziniani, marxisti ed anarchici che è in corso in tutte le sezioni della penisola, ma comincia anche ad avvertire la grande distanza esistente tra la visione che il suo corrispondente e Marx hanno della questione sociale e le realtà esistenti in paesi meno sviluppati, come l’Italia appunto o la Spagna, o a sviluppo diverso, come la Svizzera. A Londra hanno in effetti altro per la mente: dopo il Consiglio Generale del settembre 1871 Marx ed Engels stanno cercando di serrare le fila e di prendere il controllo dell’intero movimento attraverso un’organizzazione burocratica e centralizzata, e lo fanno col sistema collaudato di liquidare un’opposizione alla volta. È toccato prima ai mazziniani, che in pratica si sono autoeliminati prendendo posizione contro la Comune, ora si arriva alla resa dei conti con Bakunin. Non è altrettanto facile: in Italia, come in Svizzera e in genere in tutta l’Europa meridionale1, la componente anarchica è maggioritaria. Il congresso operaio che si tiene nel tardo autunno a Roma lo conferma. Lo stesso Cafiero, che sino ad ora aveva cercato di mantenere un atteggiamento da osservatore neutrale nella disputa, agli inizi del 1872 comunica ad Engels di essere ormai apertamente schierato in favore dell’anarchismo.
A questo punto non gli resta che recarsi in Svizzera per incontrare personalmente Bakunin. Ha un’altra folgorazione, di carattere però ben diverso da quella nei confronti di Engels: questi aveva conquistato Cafiero per la scientificità delle basi teoriche e l’efficienza organizzativa, Bakunin lo affascina per l’esuberanza, l’irruenza, il cameratismo caldo. L’incontro ratifica la scelta di campo: l’obiettivo sarà d’ora innanzi il collettivismo anarchico. È una scelta che influisce fortemente sulla rottura definitiva della sezione italiana dell’Internazionale con la centrale londinese, perché Cafiero si è ormai conquistato un ruolo di leader. Nel Congresso di Rimini, nell’agosto 1872, gli italiani e le sezioni svizzere del Giura abbracciano il federalismo e l’autogestione: in quello dell’Aja, convocato un mese dopo dal Consiglio generale londinese, arriva la risposta: tutta la componente anarchica è sbattuta fuori dall’Internazionale.
Cafiero diventa uno dei puri e duri dell’anarchismo. I suoi assunti ideologici sono in pratica mutuati da quelli di Bakunin: niente stato, niente partito, nessuna partecipazione alle procedure “democratiche” parlamentari, movimento insurrezionale armato, redistribuzione sulla base dei bisogni: in più, un rigore morale che a Bakunin è assolutamente sconosciuto. Non è un capo carismatico, un trascinatore: è piuttosto un segretario politico. Cura i rapporti interni ed esterni, l’organizzazione, la definizione delle linee programmatiche. Fonda con gli anarchici svizzeri e spagnoli l’Internazionale Antiautoritaria (al convegno di Saint-Imier), crea un comitato politico per il coordinamento del nuovo movimento, cerca di fare pulizia degli infiltrati e dei profittatori. E intanto, comincia anche per lui la sequela degli arresti. Ogni volta che c’è un congresso o qualche manifestazione particolare viene preventivamente fermato, interrogato con comodo e poi prosciolto, giusto il tempo per impedirgli di partecipare.
Nella seconda metà del 1873 si reca nuovamente a Zurigo, da Bakunin. Hanno in progetto la realizzazione di un rifugio per i fuorusciti e i ricercati politici di tutta Europa. Trovano una villa circondata da un vasto appezzamento di terreno a Minusio, nel Canton Ticino (la “Baronata”), la ristrutturano e la ampliano. Ma l’idillio dura poco. La tenuta è intestata a Bakunin, ma i soldi naturalmente li mette Cafiero. Il rivoluzionario russo non lesina sulle spese, progettando l’impianto di frutteti, stalle e campi che dovrebbero assicurare l’autonomia alimentare e finanziaria della “colonia”, ma che si rivelano un vero disastro e richiedono continue trasfusioni di capitali. La realtà è che Bakunin ha come primo obiettivo quello di farsi raggiungere dalla moglie, nei confronti della quale mantiene un rapporto di ambigua dipendenza, e che dal canto suo disprezza tanto lui quanto tutti gli anarchici che si muovono attorno a lui (ed è da questi ultimi assolutamente ricambiata). A dispetto della devozione che nutre per il maestro, Cafiero non può non ribellarsi alla sciagurata gestione finanziaria che sta dilapidando tutto il suo patrimonio. Ne nasce una situazione assurda e quasi ridicola, che porterà in breve tempo alla rottura.
Qui si inserisce una prima considerazione. Il rapporto Bakunin-Cafiero è quello tipico che si crea tra l’ideologo-pensatore e l’ammiratore-mecenate. Temo di leggerlo alla luce di tanti sodalizi analoghi che ho conosciuto nei contesti più disparati, dal bar ai circoli politici alle sette religiose, e che mi hanno sempre infastidito; quindi la mia interpretazione potrebbe essere un po’ forzata. Ma sulla sostanza andrei tranquillo. A volte non è neppure necessario che l’ideologo sia un grande pensatore e il mecenate un ammiratore convinto. È sufficiente che il secondo viva con un qualche senso di colpa la propria agiatezza, e il primo con la sindrome del creditore la propria vera o presunta “superiorità” intellettuale. Parrebbe persino la ricetta ideale, buona tanto in economia quanto negli altri campi, il perfetto connubio tra chi ha le idee e chi ha i mezzi per portarle avanti. Ma ci sono ambiti, e quello dell’azione politica è senz’altro il principale, nei quali questo rapporto tende comunque a diventare ambiguo, se non addirittura velenoso: la dipendenza economica finisce per degradare tanto chi chiede quanto chi offre, anche quando all’origine ci sono le migliori intenzioni. La conclusione poi è quasi sempre la stessa: il mecenate ad un certo punto apre gli occhi, o semplicemente si stufa. Se lo fa in tempo salva ancora qualcosa, altrimenti va in rovina, mentre il suo parassita passa a succhiare da qualche altra parte.
Di questi rapporti la storia è piena. Alcuni sono famosi proprio per come sono andati a finire. Rousseau, esule volontario ed ospite di Hume in Inghilterra, si rivelò talmente invadente e maleducato da farsi cacciare praticamente a calci. Hume ammirava gli scritti di Rousseau; magari non ne condivideva appieno le conclusioni, ma era d’accordo sulle premesse e sullo spirito. Ma era anche una persona seria, riservata e coerente nei comportamenti etici. Si trovò ad ospitare e a mantenere un paranoico egoista, pieno di contraddizioni e di sospetti. Gli ci vollero pochi giorni per capire che razza di cialtrone si fosse messo in casa, e un anno e mezzo per toglierselo dai piedi. Ne venne fuori più scettico che mai nei confronti della natura umana e dei predicatori di palingenesi sociali.
Cafiero decisamente non ha l’acume critico di Hume, ma deve comunque riprendersi dal quasi totale dissesto finanziario e dal contemporaneo insuccesso dell’azione rivoluzionaria. La rottura con Bakunin coincide infatti con il fallimento di un tentativo insurrezionale organizzato a Bologna, per partecipare al quale (ma soprattutto per sfuggire alle grinfie della moglie) lo stesso anarchico russo è entrato clandestinamente in Italia, è rimasto chiuso tre giorni in una camera ed è poi riuscito a stento a riguadagnare il confine. Tutta la faccenda è talmente malcondotta da sfociare nel patetico, con l’aggravante di un sacco di arresti. Cafiero decide di cambiare aria per qualche tempo, e ne approfitta per raggiungere e sposare in Russia la rivoluzionaria Olimpia Kutusov, con la quale aveva intrecciato una relazione già dal primo soggiorno svizzero.
E questo ci offre un secondo spunto di riflessione. Sia Cafiero che l’altra anima dell’anarchismo degli anni settanta, Andrea Costa, hanno un debole per le giovani e combattive rivoluzionarie russe. Al di là del fascino dell’esotico, del mito da sempre coltivato dal maschio italiano della “straniera”, o dell’estensione dell’internazionalismo all’ambito sentimentale, il fenomeno ha una sua significativa rilevanza storica. Costa ha una prima relazione con la nihilista Vera Karpov, e dal 1877 la sua vita sarà legata a quella di Anna Kulisciov, che non è anarchica ma socialista, ed eserciterà un’influenza decisiva sulla conversione del compagno al socialismo parlamentare. Anche la Kutusov, che Cafiero sposa per consentirle di lasciare la Russia, fa valere il suo indubbio ascendente, ed è alla sua presenza in Svizzera che si deve il rinsavimento di Carlo nell’affare della Baronata. L’una e l’altra sono donne tanto belle e disinvolte quanto coraggiose e determinate, e quando conoscono i nostri, pur essendo entrambe giovanissime, hanno già alle spalle ricche esperienze sentimentali e politiche.
Non mi è del tutto chiaro il meccanismo che porta in Russia nella seconda metà dell’ottocento una simile fioritura di figure femminili straordinarie (con l’eccezione della moglie di Bakunin, che tuttavia dal suo punto di vista qualche ragione ce l’ha), da Marija Kovalevskaja a Vera Figner, a Marija Subbotina, a Sof’ia Perovskaja e ad una infinità d’altre: credo c’entri nell’immediato l’apertura alle donne di tutte le facoltà universitarie, anche di quelle scientifiche, ma che più in generale il fenomeno vada riferito ad una condizione femminile che almeno nelle classi agiate era paradossalmente più avanzata rispetto al resto dell’Europa. È sufficiente leggere uno qualsiasi dei romanzi di Tolstoi per rendersene conto, e Terra vergine di Turgenev per conoscere il coraggio delle giovani che rischiavano il carcere e la deportazione per fare propaganda in fabbrica. C’è poi senza dubbio il ruolo fondamentale che le donne possono rivestire in quella che viene chiamata “la causa del libro”, il vasto movimento di alfabetizzazione e di educazione politica promosso dai čajkovcy all’inizio degli anni settanta; o quello che vengono a svolgere nella seconda metà dello stesso decennio nelle colonie populiste di Zemlja i volja (terra e libertà). È sempre una donna, Vera Zasulič, a rompere gli indugi per il passaggio alla Narodnaja volja, la risposta armata alla repressione, sparando al governatore di Pietroburgo.
Comunque, il peso di questa presenza femminile è eccezionale nella prima fase rivoluzionaria, quella dell’andata al popolo, mentre va poi riducendosi progressivamente mano a mano che il movimento si organizza “politicamente” e che allo spontaneismo si sostituisce la disciplina di partito. Si ripete quello che accade in occasione di ogni grande passaggio rivoluzionario, primo tra tutti quello del cristianesimo: l’apporto femminile risulta inizialmente determinante, ma viene poi drasticamente ridimensionato o addirittura escluso quando si passa alla costruzione del nuovo ordine.
Resta il fatto che i nostri giovanotti non avrebbero potuto incontrare alcuna donna simile in Italia. A differenza della stagione populista russa il nostro Risorgimento, che di rivoluzionario ha ben poco, vede le donne solo nei ruoli di cucitrici di bandiere, infermiere dietro le barricate o paraventi per i salotti cospirativi. Le uniche eroine sono quelle che seguono il compagno nelle sue peregrinazioni, come Anita Garibaldi, peraltro nemmeno italiana e che non avrebbe potuto fare altrimenti, o che prestano alla causa le loro armi di seduzione, come la contessa di Castiglione. E le cose non cambiano quando, fatta l’Italia, si passa a cercare di darle un senso. Tutto viene messo in discussione da mazziniani, radicali, anarchici e socialisti, tranne il fatto che le donne debbano rimanersene a custodire il focolare. E tutto sommato si direbbe che queste ultime accettino di buon grado questo ruolo. La figura femminile più rivoluzionaria della nostra letteratura dell’Ottocento è in fondo quella della Lupa di Verga. In tanta assenza, meno male che arrivano le russe.
Le fallite insurrezioni del 1874 chiudono in pratica la fase embrionale dell’anarchismo italiano e aprono quella dell’azione dimostrativa. Lo schema dell’insurrezione bolognese è in fondo ancora quello mazziniano, con gruppi di insorti che si danno segretamente convegno in uno o più punti per accendere lì la miccia della rivoluzione: ed ha anche gli stessi esiti, perché nel luogo convenuto si ritrovano quattro gatti, che quando possono, dal momento che la polizia ha immancabilmente ricevuta la soffiata ed è lì ad aspettarli, tornano mestamente a casa. Il processo successivamente intentato ai quaranta arrestati di Bologna si conclude in una generale assoluzione, dopo però che tutti gli imputati (compreso anche qualcuno che non ha partecipato) hanno trascorso almeno un anno in carcere.
Rinfrancati dalla vittoria almeno morale ottenuta nel processo di Bologna gli anarchici organizzano un congresso nazionale a Firenze per l’autunno del 1876. I delegati arrivano da tutta l’Italia e alla stazione trovano naturalmente ad accoglierli la polizia. Quelli che sfuggono alla rete cercano di organizzarsi in qualche modo. Lasciano alla spicciolata Firenze, di notte e sotto un diluvio, e provano a ritrovarsi a Pontassieve, dove però nessun albergo vuole ospitarli e già si sente il fiato della polizia. Non si danno per vinti e trovano infine una soluzione in una locanda di Vallombrosa di Tosi. Hanno appena iniziato a discutere quando la polizia fa irruzione. Nuova fuga, questa volta per le finestre direttamente nel bosco vicino, e qui finalmente uno sparuto gruppo di superstiti porta avanti e conclude i lavori, sotto una pioggia battente che non li abbandona per due giorni. Tra le soluzioni adottate, quella di passare ad azioni dimostrative clamorose, secondo la linea proposta da Cafiero stesso di una «propaganda dei fatti» che scuota l’opinione pubblica, indipendentemente dal successo delle azioni. L’obiettivo è a limite quello di creare occasioni per processi clamorosi, che consentano di propagandare il messaggio rivoluzionario anarchico2.
Si comincia subito. Nel corso dell’inverno Cafiero e Malatesta vanno di persona ad esplorare la zona del Matese, nella quale quindici anni prima il brigantaggio aveva dato filo da torcere ai piemontesi, e si convincono che le ceneri di quel movimento siano ancora calde. A primavera, dopo aver procurato con gli ultimi fondi di Cafiero le armi e l’equipaggiamento, lanciano il segnale ai compagni. Un centinaio di questi converge da ogni parte d’Italia a San Lupo, un villaggio alle falde del massiccio, che è stato scelto come base insurrezionale. La polizia segue di lontano le loro mosse, aspettando solo l’occasione per prenderli tutti assieme. Una buona metà viene comunque già fermata durante il viaggio o all’arrivo nei centri circostanti. Gli altri riescono a sfuggire alla retata e si danno alla macchia. Sono una quarantina, hanno già perso gran parte delle armi, i viveri, le carte.
Il gruppo si riorganizza alla meglio e prende la strada della montagna. Si alternano al comando un giorno ciascuno, secondo la buona regola anarchica: faranno a tempo ad esercitarlo solo in tre, Cafiero, Malatesta e Ceccarelli. Malgrado il tempo volga decisamente al brutto sono tutti determinati a portare avanti l’iniziativa. La zona è però completamente circondata da reparti della polizia e dell’esercito: sono stati mobilitati dodicimila uomini per dare la caccia ad una trentina di sprovveduti che vagano nei boschi. Gli anarchici per intanto si danno da fare: raggiungono un paio di paesini sperduti, occupano i municipi, bruciano gli archivi, danneggiano i contatori dei mulini, il tutto al cospetto di paesani esterrefatti, che li seguono come fossero una compagnia di saltimbanchi. Nel frattempo il cerchio si stringe: da qualsiasi parte si volgano trovano truppe e forze di sicurezza. Tentano di superare un valico per riuscire nella valle adiacente, ma vengono fermati da una bufera di neve. Sono stremati, intirizziti, demoralizzati. Si arrendono quasi con sollievo, per sottrarsi alle intemperie e alla sensazione di insensatezza che ormai li pervade. Vengono avviati con i loro compagni già arrestati ai penitenziari più vicini, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e poi in quello di Benevento. Cafiero ha tempo di meditare: durante la lunga pausa forzata, mentre prepara la sua strategia difensiva, che sarà in realtà una strategia di attacco, può anche dedicarsi alla traduzione del primo libro de Il Capitale di Karl Marx.
Al processo, che si celebra a Benevento un anno dopo, Cafiero viene difeso tra gli altri da un giovane avvocato, Francesco Saverio Merlino, destinato a diventare un personaggio di punta del movimento anarchico. Insieme i due riescono a ribaltare la situazione, usando il banco degli imputati e l’eco giornalistica dell’evento come tribuna per illustrare i fondamenti del programma anarchico e chiarire le finalità e i modi dell’azione rivoluzionaria. Il risultato è che il governo, grazie anche ad un intervento della figlia di Pisacane presso il ministro della giustizia, preme per chiudere al più presto la faccenda e per spegnere i riflettori, mandando assolti tutti gli imputati. Quello che gli anarchici non capiscono è che l’assoluzione, apparentemente una sconfitta del sistema, vuol essere invece agli occhi dell’opinione pubblica una sorta di declassamento della pericolosità dell’anarchismo, diffondendone un’immagine poco seria e accreditando tra l’altro la giustizia italiana di una tolleranza e di una equità che delegittima ogni ulteriore protesta e recriminazione. Alla fine del processo Cafiero e tutti i suoi compagni sono immediatamente liberati: nel frattempo hanno però trascorso un altro anno in carcere.
Le vicende di Bologna, di Vallombrosa e del Matese, e anche tutte le altre iniziative insurrezionali che si concentrano nel decennio “eroico” degli anni settanta, fanno parte dell’epica del movimento anarchico; ma sotto certi aspetti risultano quasi parodistiche. So bene che è ingeneroso giudicare col senno di poi, e che al di là dei risultati andrebbero valutate le intenzioni, oltre che tenuto presente il contesto. So anche che ci troviamo di fronte a uomini generosissimi, che hanno abbracciato una causa dalla quale possono attendersi solo sacrifici, persecuzioni, galera, vite scombussolate: su questo, al contrario che sugli anarchici, non ci piove. Ma il velleitarismo di certe iniziative, il distacco da quella che è la realtà della “coscienza proletaria”, pari quasi a zero, non possono essere ignorati. Esiste senz’altro anche in Italia, negli ultimi decenni del secolo, una effervescenza “insurrezionale”. I motivi non mancano: tassa sul macinato, inasprimento fiscale generalizzato, revisione dei patti agrari a sfavore di fittavoli e mezzadri, estensione a tutta la penisola della legislazione piemontese, esordi di un modo di produzione industriale che introduce tempi e modalità e carichi di lavoro assolutamente inusitati: e poi calamità naturali e politiche doganali che falcidiano l’agricoltura, emigrazione in crescita esponenziale, ecc. Ma si tratta per l’appunto di un’effervescenza legata a una molteplicità di problemi diversi, a rivendicazioni di carattere sociale o economico che si intrecciano con forti connotazioni localistiche e particolaristiche, e che in una società arretrata come quella italiana necessariamente entrano in conflitto l’una con l’altra. Questo dagli anarchici non viene ben capito. Certo, non sono signorotti o borghesi annoiati, la gran parte di loro arriva dai ceti artigiani o operai; non vanno a predicare solo la libertà, come i giacobini partenopei stigmatizzati da Cuoco, parlano anche del pane e del lavoro; ma è proprio sul modo di procurarsi il primo e di dividersi il secondo che non riescono convincenti. Soprattutto perché parlano ad un e in nome di un popolo ideale. Ancora una volta, è Verga a riassumere perfettamente il problema in Libertà, quando racconta del sospetto e della sfiducia reciproca che subentrano nei rivoltosi dopo l’euforia iniziale. Questo è il “popolo”, quello di Bronte e del Matese ma anche di Bologna, al quale gli anarchici chiedono di organizzarsi spontaneamente.
Cafiero ancora non lo sa. Una volta libero lascia nuovamente l’Italia. Si ferma in Francia, dove cura la stampa e la pubblicazione del Compendio del primo volume de “Il Capitale”. Alla fine del 1879 però viene espulso anche di lì: durante una manifestazione, alla quale partecipa anche Malatesta, avvengono degli scontri con la polizia. Ripara in Svizzera, prima a Ginevra, poi a Berna e infine a Lugano, dove è raggiunto dalla moglie Olimpia, a sua volta fuggita rocambolescamente dalla Siberia. In questo periodo le sue frequentazioni si allargano: a Ginevra entra in rapporto con gli anarchici che ruotano intorno a Kropotkin, a Lugano ristabilisce i contatti con internazionalisti italiani di lungo corso, da tempo fuorusciti e maturatisi in un clima di dibattito intellettuale molto più vivace e avanzato rispetto a quello in corso nella penisola.
Riesce anche a liberarsi della “Baronata”, diventata un vero pozzo di spese, ridando un po’ di ossigeno alle proprie finanze, con le quali peraltro sostiene le attività propagandistiche ed editoriali. In questo periodo scrive il saggio Rivoluzione e il discorso su Anarchia e comunismo, incentrato sulla convinzione che la rivoluzione sia una legge che regola la storia dell’umanità e che rende possibile il progresso dei popoli nel corso del tempo: «La rivoluzione è causa ed effetto di ogni progresso umano, è la condizione di vita, la legge naturale dell’umanità: arrestarla è un crimine; ristabilire il suo corso è un dovere umano».
Non ha naturalmente reciso i contatti con l’Italia. Alla fine del 1880 presiede un congresso dei socialisti dell’Italia settentrionale che si svolge proprio sul confine svizzero, nel corso del quale da un lato ribadisce la sua opposizione alle elezioni e al sistema parlamentare, dall’altro sostiene che gli anarchici debbano comunque partecipare, anche solo al fine di fare agitazione sociale, alle iniziative in programma nel paese per la richiesta del suffragio universale. Lui stesso è delegato dal congresso, assieme a Cipriani, a partecipare ad una manifestazione prevista a Roma (che peraltro verrà rinviata, e alla quale non presenzierà).
A Lugano Cafiero incontra anche Anna Kuliscioff: per un breve periodo i due collaboreranno all’edizione dei saggi di Carlo Pisacane, ma la sintonia con la socialista russa è scarsa. Cafiero si rende conto che attraverso l’influenza da lei esercitata su Costa sta maturando in seno al movimento anarchico una frangia che auspica l’abbandono dell’insurrezionalismo e l’inserimento nella vita parlamentare ed elettorale del paese. L’abiura più clamorosa all’anarchismo è proprio quello di Andrea Costa, che si presenta candidato alle elezioni nel 1881. Lo stesso Cipriani viene candidato, sia pure soltanto al fine di fargli avere l’immunità parlamentare. A difendere l’insurrezionismo sono rimasti ora Cafiero, Malatesta e Merlino. Cafiero ribadisce che solo questa può essere la linea anarchica, purché l’insurrezionismo sia spontaneo, non organizzato strutturalmente.
Anche la Svizzera però comincia a diventare stretta. Nel settembre 1881 viene arrestato assieme ad un gruppo di anarchici piemontesi. Una volta rilasciato deve abbandonare la Svizzera per rifugiarsi a Londra, dove ritrova Kropotkin e rivede Malatesta.
Al rientro in Italia, nella primavera del 1882, è portatore di una posizione assolutamente inaspettata: si è convertito alla tattica elettorale. Di fronte alle scelte elettoralistiche dei socialisti egli non se la sente più di isolarsi dalle masse: “è meglio fare un solo passo con i compagni nella via reale della vita che rimanere isolati a percorrere centinaia di leghe in astratto” (aprile 1882). Ne ha discusso con Kropotkin e Malatesta, che naturalmente, con argomentazioni diverse, hanno cercato di dissuaderlo: e soffre tremendamente lo strappo, che giustifica proclamando di rinunciare “non all’ideale, ma alla pratica anarchica, non all’anarchia, ma all’anarchismo”. La scelta di Costa, che inizialmente aveva avversato, lo ha evidentemente portato a riflettere, anche perché sul piano umano conserva un’enorme stima dell’ex compagno d’avventura. Nell’ambiente anarchico questa conversione viene vissuta malamente: qualcuno ci vede già i segni di un disordine mentale che effettivamente è in agguato, e la cosa è anche amplificata per rendere il nuovo atteggiamento politicamente meno significativo. Ma in realtà è la conclusione di un percorso reso quasi obbligato da una collezione di sconfitte e di delusioni che impongono un ripensamento sui modi, se non sui fini, dell’azione anarchica.
Nuovamente arrestato, Cafiero stavolta ha un crollo psicologico e tenta il suicidio in carcere. L’uomo che una volta liberato viene accompagnato alla frontiera svizzera è ormai l’ombra di se stesso. Non è accettato dagli alberghi, perché nell’abbigliamento e nei comportamenti appare uno squilibrato. Tenta nuovamente il suicidio, fallendo anche stavolta. Viene accolto in casa da un ex compagno, gode di un breve periodo di tranquillità, riesce persino a intervenire ogni tanto nel dibattito politico interno all’anarchismo (anche se ormai è in realtà un emarginato). Nell’autunno dell’82 viene candidato, come Cipriani, in vari collegi alle elezioni politiche: ma a differenza di quello, non viene eletto. Esorta tuttavia Andrea Costa, che l’elezione l’ha trionfalmente ottenuta, ad entrare senza esitazioni in Parlamento.
Agli inizi dell’anno seguente riparte improvvisamente per l’Italia. Si ferma in Toscana, dove soggiorna per qualche tempo nel completo anonimato, fino a quando non viene trovato ad aggirarsi completamente nudo in mezzo a un bosco. È ormai in una situazione completa di follia.
Sopravviverà ancora nove anni, trascorsi per la gran parte in ospedali psichiatrici: nell’ultimo periodo viene affidato alla custodia della moglie, che ad un certo punto è però costretta rientrare in Russia. Una nuova ricaduta lo porta ad un altro ricovero nell’ospedale di Nocera Inferiore, dove muore nel 1892. Ha quarantasei anni, ma ne ha vissuti realmente solo trentasette, e di questi quattro li ha trascorsi in carcere.
La malattia mentale di Cafiero può essere fatta risalire alle cause più disparate, ma di fatto i presupposti per una crisi psicologica che avrebbe potuto devastare anche il cervello più sano ci sono tutti. Cafiero parte entusiasta agli inizi degli anni settanta. Ha davanti il mito, sia pure in declino, di Mazzini, le figure emergenti di Marx e di Engels, la personalità straordinaria e da tempo famosa di Bakunin. Ha addirittura l’imbarazzo della scelta. Il problema è che questi tre riferimenti sono in guerra tra loro, e la guerra viene portata avanti senza esclusione di colpi, a botte di reciproca delegittimazione rivoluzionaria. Quindi conosce ben presto quelle che sono le lacerazioni che hanno sempre e che continueranno sempre a dividere, e qualche volta a paralizzare, la sinistra. Si ritrova alle spalle una esperienza per qualche verso esaltante, ma per troppi altri tragica, come quella della Comune, che in qualche modo mette fuori gioco per anni una delle sinistre più avanzate e più combattive, quella francese. Deve prendere atto delle innumerevoli contraddizioni interne al movimento, la disorganizzazione delle sezioni, i personalismi, le guerre intestine, gli arrivismi: quando va bene si tratta solo di divergenze sul metodo o sui fini, ma alla lunga anche questa dialettica, a fronte della pochezza dei risultati pratici, è sfiancante. Cafiero può misurare infatti sulla fallita insurrezione di Bologna la realtà del rapporto tra organizzazione sulla carta e realizzazione pratica, quando le migliaia di uomini promesse dalle varie sezioni si riducono a poche decine. Verifica col congresso di Vallombrosa la precarietà di una organizzazione che è perfettamente nota alla polizia, malgrado tutte le misure di segretezza, anche perché il modello stesso dell’esemplarità anarchica impedisce di organizzare filtri di sicurezza più efficienti. Sperimenta con i fatti del Matese il velleitarismo della chiamata del popolo alla rivoluzione. Credo che ad un certo punto, mentre celebrava ufficialmente la caduta delle istituzioni, la decadenza del re, la nuova società, davanti ad una folla di contadini che guardava allibita lui e gli altri scalcagnati “liberatori”, non riuscendo a capire se si trattava dello scherzo di una banda di matti o se parlavano sul serio, si sia sentito anche un po’ ridicolo. Ha subito la delusione di una fiducia totale riposta in un uomo che era un mito, e che si rivela poi quanto meno un pasticcione, e mette la sua vita privata in mezzo e persino dinnanzi al problema collettivo. Conosce il carcere, che per una volta può essere un momento di rafforzamento delle convinzioni, ma ripetuto finisce per sgretolare qualsiasi animo, a meno di essere Cipriani.
Ecco, la grande differenza è proprio questa: o si è un Cipriani, che si è dato delle mete personali delle quali è responsabile solo in prima persona, e quindi si regge: oppure, come Cafiero, ci si danno delle mete sociali che comportano necessariamente il concorso e la condivisione di altri, e allora si è destinati come minimo alla delusione, come ipotesi peggiore, se ci si è creduto ed investito troppo, alla pazzia. Cafiero è uno che ha creduto troppo e, mi permetto di dire, in maniera sbagliata.
Provo ad essere più chiaro, con me stesso prima ancora che con improbabili lettori. A fronte di vicende che hanno comportato costi umani altissimi, in termini di vite perdute o completamente scombussolate, di una miriade di anni di detenzione, di violenze subite e di risposte altrettanto violente, è anche opportuno ad un certo punto, quando sia maturato un sufficiente distacco storico, azzardare un qualche bilancio. Non si tratta di una contabilità dare-avere, impossibile e comunque priva di senso, ma di una riflessione del tipo: “ne valeva la pena?” Certo, anche questa domanda è priva di senso, perché per coloro che vi hanno investito per intero l’esistenza evidentemente la pena valeva, e poi perché domande del genere nella storia non trovano posto. Ma qui non sto ragionando da storico: provo a chiedermi fino a che punto sono debitore, anche per il solo fatto di poter stare qui a scriverne, del sacrificio di tante anime nobili. E allora la devo mettere così: sotto il profilo pratico, per quanto mi spiaccia dirlo, le conquiste sociali che hanno caratterizzato gli ultimi centocinquant’anni (e che oggi rischiano seriamente di essere azzerate) non devono nulla allo spontaneismo movimentista. Sono invece il frutto di un’azione organizzata, disciplinata nelle formazioni partitiche di massa, irreggimentata dietro bandiere che non ammettevano dubbi e diserzioni, e nelle quali il concetto di eguaglianza passava attraverso quello dell’uniformità assoluta e incondizionata. Che poi queste conquiste possano essere solo un surrogato di una qualche equità sociale, che possano essere state le perline colorate con le quali il modo di produzione industriale e il sistema capitalistico che ne consegue hanno comprato tempo e lavoro e vite delle masse, è un altro discorso.
Rimane, certo, il piano ideale: il congresso sotto la pioggia battente, la marcia nella neve del Matese, sono senza dubbio immagini romantiche, che mi hanno fatto innamorare di questi uomini e anche delle loro idee. Ma come ci si innamora della storia di un film, sapendo che la vita è altro.
1 Per una ragione ben precisa, il ritardo nello sviluppo industriale. L’anarchismo guarda ancora molto al mondo contadino e a quello artigianale, che da Marx sono praticamente considerati dei residuati economici. Il mazzinianesimo, a sua volta, è più legato ad una certa piccola e media borghesia commerciale, unica forma di borghesia esistente nei paesi che si affacciano sul mediterraneo, in lotta con quella agraria conservatrice.
2 Dopo la morte di Bakunin (luglio 1876), all’interno del movimento anarchico si dibatte a lungo sulla sostituzione del programma collettivista (a ciascuno secondo il suo lavoro), adottato inizialmente anche dall’Internazionale antiautoritaria, con quello comunista anarchico (ad ognuno secondo i suoi bisogni). Cafiero sostiene questa tendenza.