di Paolo Repetto, 2011
Beati i popoli che non hanno bisogno di giorni della memoria. Suona familiare: e infatti, pur non essendo un fanatico di Brecht finisco sempre per parafrasarlo. Se c’è bisogno di parchi, scrivevo anni fa, è perché non siamo più in grado di rapportarci alla natura: ogni istituzionalizzazione del sentire riflette infatti e denuncia la perdita di una sensibilità. Così, se c’è bisogno di una festa della mamma, del papà, del nonno è proprio perché queste figure hanno perso identità e peso nella nostra vita, e diventa necessario ricordare per decreto che esistono. Se si celebra il giorno degli innamorati è perché abbiamo dimenticato, sempre che l’abbiamo mai saputo, cos’è il vero amore. Insomma, la liturgia e la polluzione delle ricorrenze sono un segno, anche al netto di tutto il carrozzone commerciale che c’è alle spalle e che costituisce il vero motivo della ridicola corsa ad incorniciare e infiocchettare tutto. Oggi lo sono per quanto concerne lo stato e l’uso della memoria storica, e arrivano dalle nostre parti ad assumere caratteri grotteschi, dal momento che la famigerata par condicio impone di inserire a calendario giornate del ricordo, del rimpianto, della rimembranza o di che altro, col risultato, tutt’altro che involontario, di fare mucchio e rimandare tutto nell’oblio.
È evidente che il giorno della memoria non mi piace. Non mi piaceva dieci anni fa, quando è stato istituito, per le ragioni che ho detto, mi piace ancora meno oggi perché ha innescato un sacco di derive. Intanto ha dato luogo ad uno sfruttamento mediatico vergognoso. Pur non essendo un videodipendente, tutti gli anni, all’approssimarsi del ventisette gennaio, cado in depressione all’idea che per una settimana almeno non potrò scegliere che tra Schindler’s List e La vita è bella (essendo pieno inverno non ho nemmeno l’alternativa di uscire a farmi un giro). La depressione non è frutto di astinenza da video, ma dell’effetto di saturazione, o almeno di sazietà, che questo pompaggio esasperato ha indotto, e del conseguente ipocrita rilassamento delle coscienze. Quasi a dire: abbiamo già fatto tutto quel che si doveva, abbiamo sentito tutte le messe. Non mi piace poi perché induce a focalizzare l’attenzione su un solo frammento di memoria, per naturale evidenza, senz’altro, ma anche per negligenza o per ignoranza, quando non per calcolo o per cinismo.
Questo fastidio naturalmente non ha nulla a che fare col negazionismo (mi sembra quasi ridicolo sottolinearlo, ma l’interpretazione maligna è sempre in agguato – e ci rimane comunque, a dispetto delle precisazioni). Nasce, al contrario, dal rifiuto di ridurre tutto ad una liturgia, a lavarsi la coscienza con la cerimonia, i discorsetti, le testimonianze dei reduci, fino a quando ne rimarrà qualcuno. L’alternativa è l’oblio, mi si obietterà; può darsi, ma l’oblio almeno suscita e giustifica l’indignazione, la volontà di combatterlo; mentre la celebrazione rituale, con l’ostensione delle reliquie dell’orrore conservate sotto vetro, non fa che accrescere la distanza nei confronti di qualcosa che invece ci concerne profondamente, sia come vittime che come carnefici potenziali. Qualche minuto di cerimoniale compunzione per i ricordi strazianti e i vani appelli dei sopravvissuti, un attimo di commozione davanti alla sequenza particolarmente struggente di un film (ma anche qui, dopo la seconda volta la sequenza diventa banale, diventa solo film) bastano a pacificare la nostra coscienza. Soprattutto perché ci consentono di restarcene all’esterno, e di pensare che la colpa, alla fin fine, riguardi sempre e solo gli altri.
Per questo voglio celebrare la giornata a modo mio. Non sciorinando cifre, non elencando i campi di concentramento e quelli di sterminio, non recitando i nomi delle vittime, ma ponendomi alcune semplici domande e proponendo possibili risposte. Non vuole essere una provocazione, non mi illudo che si possa più provocare chicchessia su qualsivoglia tema: sono solo spunti per una corretta manutenzione della memoria.
a) Non solo ebrei. Il giorno della memoria cade nell’anniversario della liberazione degli ultimi sopravvissuti nel campo di Auschwitz. È stato istituito quindi in relazione ad un evento ben preciso, anche se da subito, malgrado qualche resistenza degli ambienti ebraici (in qualche modo giustificata, visto che sono stati proprio gli ebrei, a partire dal processo Eichman, a ridare parola e dignità alle vittime) è stato interpretato come l’occasione per far tornare alla luce, o per far emergere per la prima volta, altri episodi altrettanto vergognosi. L’occasione è stata almeno in parte sfruttata, soprattutto per la concomitanza con i saldi storici di fine millennio, che hanno portato alla proliferazione di studi, ricerche, raccolte documentarie relative agli orrori del ventesimo secolo. Molto di ciò che era rimasto ben chiuso negli armadi della vergogna sparsi in tutto il mondo è venuto fuori.
Molto, ma non tutto, e non sempre in maniera definitiva. Mentre per i crimini nazisti infatti il campo è in qualche modo sgombro, in quanto da parte tedesca c’era stata almeno ufficialmente un’assunzione di responsabilità, e dal canto loro le vittime (o meglio, i loro eredi più o meno prossimi) dispongono di un notevole potenziale di pressione culturale, per altre situazioni la cosa si presenta più delicata. Si prenda ad esempio il caso dello sterminio degli Armeni (ma varrebbe allo stesso modo per un sacco di altre popolazioni, da quelle caucasiche a quelle dell’Asia centrale o del sudest, dall’Africa centro-meridionale all’America Latina). Dopo che è stato accertato, documentato, conclamato il massacro di almeno un milione e mezzo di persone si continua a dibattere sulla definizione da utilizzarsi: si può parlare di genocidio o no? Non è un problema meramente lessicale: a seconda di come si risolva l’assurda diatriba terminologica cambia il peso specifico delle vittime al cospetto della giustizia sovranazionale: e quindi anche la quota di ricordo spettante. Non sto dicendo che alla memoria della Shoah sia riservato un canale preferenziale, e che sull’appropriazione indebita di questa memoria sia stata costruita una sorta di impunità dello stato israeliano, come affermano, oltre che i revisionisti, anche alcuni storici ebrei: il canale c’è perché gli ebrei se lo sono scavato con le unghie, e va salvaguardato da ogni tentativo di insabbiamento. Piuttosto sarebbe necessario scavarne altri, per tutti coloro di cui non sono rimaste nemmeno le unghie, e la cui memoria è rimossa con fastidio, perché disturba la domesticazione dei carnefici e il loro ingresso nel consesso politico e soprattutto nel mercato globale.
Certo, qui si rischia di infilarci in un pozzo senza fondo: perché a voler scavare ce n’è per tutti, e andando un po’ in profondità la storia si rivela una tabella di massacri, con rovesciamenti continui di parte. Il problema non è dunque quello di mandare tutti alla sbarra, perché la gabbia degli imputati sarebbe sempre troppo stretta, quanto di pretendere almeno che tutti assumano le proprie responsabilità. E dal momento che questo non avviene, perché la Cina non ci pensa nemmeno ad ammettere di aver sterminato due milioni di tibetani, e la Turchia nega l’eccidio armeno, e Francia e Belgio fingono di non sapere nulla della campagna d’odio che ha portato al massacro dei Tutsi, e così fanno tutti gli altri, questo ha da essere il compito della memoria: non lasciare che la voce di alcuna vittima sia soffocata da palate di terra, e fare sì che ogni carnefice debba guardare negli occhi il suo prossimo e i suoi figli sapendo che sanno.
b) Siamo “brava gente”? Partiamo proprio da noi. Il concorde apprezzamento per l’istituzione del giorno della memoria nel nostro paese e l’eccesso di zelo col quale viene celebrato non sono sintomi di una sensibilità particolarmente acuta. Sono al contrario l’ennesima dimostrazione della nostra ipocrisia. Ci va bene ricordare gli orrori, perché ci siamo persuasi che si tratti sempre degli orrori degli altri. In fondo parliamo di crimini del nazismo, del comunismo, dell’integralismo, del nazionalismo, dell’antisemitismo, del razzismo interetnico, come di cose che non ci sfiorano. Noi siamo quelli che durante la campagna di Russia invece di bruciare le isbe con tutti i disgraziati che le abitavano dividevamo il pane e i cappotti con i poveri invasi. Solidarizziamo con le vittime perché ci sentiamo noi stessi vittime per vocazione, tanto da avere istituito una giornata per ricordare gli orrori delle foibe. Che ci sono stati, per carità, e non debbono essere dimenticati: ma nemmeno debbono servire ad alimentare la nostra falsa coscienza di innocenti perseguitati. La realtà è un po’ diversa, e forse meriterebbe l’istituzione di un particolare giorno della vergogna, a ricordo dei crimini commessi dal nostro popolo, o comunque dai nostri politici e dalle nostre truppe. Sarebbe sufficiente in proposito ricordare che nei primi anni trenta nel parlamento inglese il comportamento delle autorità italiane veniva citato come esempio di una perfetta conduzione della politica coloniale. Avevamo appena impiccato l’ultimo rappresentante della resistenza libica, l’ultrasettantenne Umar al-Muktar, e nessuno ne aveva saputo niente e tantomeno aveva denunciato o deprecato il fatto; mentre gli inglesi avevano a che fare con un Gandhi che veniva ricevuto in tutto il mondo, dal papa, dai capi di governo, ecc, ed ogni episodio di massacri, di torture o che altro veniva evidenziato e stigmatizzato dalla stampa britannica. Oppure rimarcare come nessun libro di storia per le scuole superiori ancora oggi riporti che dopo l’attentato al maresciallo Graziani ad Addis Abeba, nel 1936, vennero fucilati per rappresaglia e fatti sparire nel deserto quattromila giovani etiopi tra i sedici e i venticinque anni. O ancora, che all’inizio della seconda guerra mondiale una intera etnia che abitava l’area nord orientale della Libia venne spostata, per motivi di sicurezza strategica, nella zona sudoccidentale, vale a dire in pieno deserto del Sahara, col risultato che dopo tre anni una popolazione di oltre duecentomila persone era ridotta a poco più di cinquantamila. Per non parlare poi di quanto avvenuto nel corso dell’occupazione congiunta con i nazisti della Jugoslavia, per il dettaglio della quale si può fare riferimento ad esempio allo studio di Gianni Oliva Si uccide troppo poco. Altro che giorno del ricordo.

c) Siamo razzisti? Lo stesso vale per il razzismo in generale e per l’antisemitismo in particolare. Per quanto concerne il razzismo la posizione italiana doveva essere per forza di cose diversa, ad esempio, da quella tedesca. Hitler poteva pensare nel suo delirio di “ridare purezza” alla “razza ariana”, Mussolini era ben consapevole che non esisteva nessuna razza italiana, anche ammettendo i criteri razzistici dell’epoca, e che al più avrebbe potuto aspirare a creare un “popolo” italiano. E tuttavia non dobbiamo dimenticare che riviste come La difesa della razza ed altre simili circolavano ed erano finanziate dal regime molto prima dell’alleanza con Hitler, e che il manifesto della razza era stato preparato da una campagna incessante mossa da personaggi come Telesio Interlenghi o Giovanni Preziosi dall’inizio degli anni venti. È vero che del primo governo Mussolini facevano parte anche sottosegretari ebrei, ma in quello stesso periodo in Germania un ebreo era addirittura capo del governo. Dietro le spinte espansionistiche verso l’Africa c’era poi tutta una propaganda intrisa di un raffazzonato sentire razzistico, che trovava una tanto più facile esca nell’animo di gente, coloni e militari, abituata da sempre a subire soprusi e disprezzo, e che non vedeva l’ora di rivalersi prevaricando a sua volta, al riparo del viatico della superiorità razziale. Quanto questo razzismo fosse meschino lo testimoniano da un lato le farneticazioni dei teorici, comprese quelle dei “raffinati” (tipo Julius Evola) che non nascondevano un po’ di puzza al naso nei confronti degli aspetti più beceri del fascismo, e che dovevano arrampicarsi sugli specchi per negare il crogiolo etnico italiano, dall’altro gli strumenti più diffusi di creazione (ma anche di espressione) del consenso popolare, dalle canzoni alle vignette “satiriche”, dal “Corriere dei Piccoli” alle riviste per bottega del barbiere. Ma c’è qualcosa di più profondo, che non può essere liquidato con l’infatuazione passiva e gregaria (questa sì tipica del nostro popolo) dell’epoca fascista. Questo modo di sentire ci appartiene già nell’Ottocento, da prima che diventassimo almeno formalmente una nazione e almeno a parole nazionalisti. Lo troviamo in Manzoni e nel suo concetto di “stirpe”, in Carducci difensore della purezza ariana greco-latina, nei positivisti come Lombroso, persino nei più illuminati teorici della sinistra “darwiniana” (Labriola contro la torbidezza semita di Marx, per la trasparenza aria di Engels), o in intellettuali “contro” come Giovanni Papini; per non parlare poi dell’area cattolica (l’antisemitismo feroce della “Civiltà Cattolica” e della “Rivista Internazionale” di Toniolo, quello di Agostino Gemelli, ecc.). Non siamo mai stati immuni dal virus, neppure quando, al contrario di nazioni come la Francia e l’Inghilterra, non avevamo “razze” diverse con le quali confrontarci.
Quanto al “ceppo” cui il virus appartiene (razzismo vero e proprio, xenofobia, intolleranza, ecc) il discorso si complica, e non è questa la sede per un’analisi più approfondita: sta di fatto che i batteri allignano, si trasformano e si rafforzano, pronti a diffondersi al minimo spiffero. Dobbiamo fare molta attenzione alle finestre.
d) Le radici profonde dell’antisemitismo. George Steiner, uno studioso ebreo, molto più “studioso” che ebreo, ma comunque molto “ebreo” nella schiettezza e nella lucidità di approccio ai problemi, propone una interpretazione delle radici profonde dell’antisemitismo che mi sembra assolutamente esaustiva, ancorché scioccante. Partendo da un’affermazione di Hitler, che scriveva che “la coscienza è una invenzione ebraica”, Steiner ne dimostra la sostanziale veridicità. L’origine della “coscienza”, intesa come senso di responsabilità rispetto al proprio operato, e in particolare di una responsabilità individuale, è connessa all’introduzione del monoteismo, il vero essenziale portato della cultura ebraica.
Perché però il nemico è l’ebreo, e non anche il cristiano? Perché il primo ha mantenuto integrale il suo monoteismo, mentre gli altri, i cristiani soprattutto, lo hanno addolcito (e infatti la reazione protestante, che è insieme un passo in avanti, verso l’individualizzazione della responsabilità, e uno indietro, verso l’integralismo originario, cerca di eliminare tutte le incrostazioni del neo-politeismo rappresentate da santi e madonne, ovvero proprio da ciò che il cattolicesimo ha introdotto per diminuire il peso della solitudine del monoteismo).
In sostanza, secondo Steiner tutto il Vecchio Testamento è la storia di ritorni indietro (al politeismo primordiale) e di tentativi di rompere il soffocamento monoteistico. L’epoca cristiana ha inizio quando san Paolo risolve la situazione lasciando spazio ad altre figure (la trinità, lo Spirito Santo, ecc…). Il distacco definitivo avviene appunto con la proliferazione delle figure di contorno (madonne e santi, appunto), ma anche con la possibilità di raffigurare Dio, di concretizzarlo e in qualche modo di limitarlo.
Nell’ebraismo non c’è nulla di tutto ciò. Non è solo questione del divieto di riprodurre Dio in immagine. Qui si parla di non poter nemmeno immaginare Dio, nemmeno pronunciarne il nome. Per l’ebraismo Dio è Assenza. E questo, secondo Steiner, ci priva della libertà: quella libertà di spirito, quella pluralità creatrice che è invece insita nel politeismo (come affermava Nietzche e ribadisce oggi Marc Augé). Ma non dovrebbe essere l’opposto, visto che la libertà è fondata su una reale possibilità di scelta, e sull’assunzione di responsabilità personale nel compiere questa scelta? No, dice Steiner, perché il Dio unico continua ad essere l’ideale modello di riferimento, ma costituisce un ideale inaccessibile. Questo è lo scandalo. Non rappresentare Dio significa non porgli limiti, significa tenere la meta fuori portata. Dio è dunque un ideale inarrivabile, per avvicinarsi al quale occorre rinunciare a tutto, soffocare tutti gli istinti, fare “pelle nuova”. E questo è un imperativo terribile: richiede amore disinteressato, carità, oblio di sé, ecc…“Se chiedi all’uomo più di quanto egli sia, gli metti davanti agli occhi stremati un’immagine di altruismo, compassione, abnegazione che solo un pazzo o un santo possono toccare, l’hai bell’e legato alla ruota della tortura. Fin quando non gli scoppia l’anima. Con il decalogo di Mosè, il discorso della montagna di Gesù e le istanze di giustizia sociale di Marx … tre volte l’ebreo ci ha imposto il ricatto della trascendenza” (George Steiner, Dans le chateau de Barbe-Bleue, Editions du Seuil, Paris 1973). In realtà il bacillo della perfezione è insostenibile per l’uomo (e questo spiega perché chi mira alla santità sia così disumano, così intollerante. Ha distolto gli occhi da ciò che è l’uomo, e vede tutto attraverso il filtro del modello divino. È quanto succede ai grandi riformatori: non vedono più l’uomo, ma il modello perfetto e inaccessibile di umanità, e quindi sono disumani).
Quindi, secondo Steiner, monoteismo del Sinai, cristianità primitiva (pre-paolina), messianismo apocalittico e socialista (il che conferma vera l’equazione ebraismo uguale socialismo applicata dai reazionari dell’ultimo secolo) sono le tre tappe solidali attraverso le quali la coscienza occidentale ha dovuto passare per il capriccio della trascendenza. Questo spiega perché il rancore contro il Dio unico si sia concretizzato nel tempo in rancore contro gli Ebrei, coloro che lo hanno inventato.
Ne “la coscienza è un’invenzione ebraica” c’è tutto questo. In effetti, Hitler dice chiaro quello che gli altri cercano di nascondere o di celare sotto giri di parole. Quello che si vuole soffocare, quello che fa paura, è la coscienza (forse per questo Freud, in Mosé e il monoteismo, attribuisce l’“invenzione” di quest’ultimo ad un egiziano? Per stornare l’odio?).
Steiner arriva anche ad aggiungere che un popolo che da sempre si è proclamato l’eletto da Dio non ha fatto molto per rendersi simpatico. È indubbio, ma non mi sembra così determinante. In realtà quasi tutti i popoli hanno la tendenza a sentirsi in qualche modo eletti e superiori. Magari gli ebrei hanno avuto il merito o la colpa di mantenere salda questa convinzione a dispetto di tutte le batoste subite: il che è semmai segno di un’incredibile testardaggine, ma anche di una non comune coerenza. Credo piuttosto che il problema sia un altro, più strettamente connesso a quanto dicevo sopra: l’autocoscienza ebraica derivante dal monoteismo è decisamente alienante e lacerante, e fa dell’ebreo un eterno estraneo, errante non solo a causa della diaspora, ma in quanto straniero ad ogni terra. L’ebreo è costantemente in asincrono con la storia, un passo più avanti o più in là: invece che viverla, sembra commentarla a margine: e questo lo rende estremamente visibile, e sospetto di non esserne coinvolto, ma di dirigerla segretamente: anche perché alla fine sopravvive ad ogni ondata, mantenendo intatta la sua differenza.
Ciò significa che le motivazioni di carattere sociale, economico o religioso dalle quali si è sempre fatto discendere l’antisemitismo non sono affatto sufficienti a spiegarne la persistenza laddove, ad esempio nella Polonia odierna, non c’è più traccia non solo di una qualche rilevanza economica ebraica, ma nemmeno di una presenza minima, e presso generazioni che con gli ebrei non hanno mai avuto a che fare. Non solo: questo tipo di spiegazioni finisce per essere persino “giustificatorio”, proprio perché legge il fenomeno solo a partire dai suoi esiti, adottando di volta in volta le categorie interpretative che più si attagliano alle diverse e specifiche manifestazioni (se si parla di antisemitismo nell’età imperiale, la categoria sarà quella religiosa; per il medioevo sarà religiosa ed economica; per l’ottocento sarà solo economica; per la sinistra sarà politica, per la destra economica, e così via). In sostanza, il problema dell’antisemitismo è affrontato cogliendone gli sviluppi e le manifestazioni diversificate, anziché cercandone la radice: e la radice è quella di un rifiuto intrinseco all’esistenza degli ebrei per quel che rappresentano, piuttosto che per quello che si teme o si crede facciano: in tal senso, il comportamento nazista, e la motivazione che i nazisti stessi ne danno, è quello più conseguente.
Mi rendo conto di fare un discorso delicato e pericoloso, che si presta ad interpretazioni e derive equivoche (lo stesso Steiner è stato accusato di essere affetto dall’odio di sé ebraico). Ma credo che quando si vuole equivocare si riesca a farlo anche con la fiaba dei tre porcellini, e che la responsabilità dell’equivoco non sia di chi parla, ma di chi interpreta male. Per me, io viaggio tranquillo; non solo non c’è alla base del mio ragionamento (e naturalmente di quello di Steiner) alcuna pregiudiziale antisemita, ma c’è semmai un pregiudiziale riconoscimento (e nel mio caso anche una sorta di invidia) dell’eccezionalità dell’esperienza ebraica.

Il singhiozzo dell’uomo bianco. Una falsa coscienza particolarmente ipocrita, che maschera una presunzione di superiorità, ci porta ad addossare direttamente o indirettamente all’occidente ogni sorta di nefandezza della quale l’umanità si è macchiata negli ultimi sei secoli, dimenticando o fingendo di non sapere che i massacri, le pulizie etniche, i genocidi, la schiavitù hanno fatto parte da sempre del corredo storico. È un atteggiamento diffusosi a livello di sentire allargato (che non significa comune: la stragrande maggioranza degli occidentali continua a pensare in termini di differenza tra barbarie e civiltà) solo negli ultimi sessant’anni, come corollario della decolonizzazione e del terzomondismo.
Le denunce dei soprusi e dei massacri perpetrati dagli occidentali in realtà c’erano sempre state, anche all’epoca delle conquiste e delle dominazioni coloniali: da Las Casas a Multatuli, passando per gli abolizionisti e fino a Mark Twain ed Orwell, l’elenco di coloro che hanno cercato di scuotere le coscienze europee o anglo-americane è lunghissimo: ma si trattava sempre di voci minoritarie o addirittura isolate. Nella versione del tardo Novecento però, la denuncia ha preso quasi la piega di un vezzo e suona come rivendicazione di una facile penitenza assolutoria, un po’ come il giorno della memoria. Siamo stati cattivi, ma ora abbiamo capito, e lo dimostra il fatto che ci battiamo il petto e assumiamo su di noi tutti i peccati: salvo poi provare qualche disagio nei confronti delle ex vittime sia quando vengono a bussare alle nostre porte, sia quando assumono comportamenti simili a quelli che venivano imputati all’Occidente.
In realtà, attribuendo il male ad un difetto intrinseco ai modelli politici ed economici occidentali si rifiuta l’esistenza di una componente negativa, aggressiva e crudele nella natura umana. In fondo, si pensa, sanate certe storture della storia si potrebbe arrivare alla società perfetta, che è sempre stato, questo si, un pallino dell’Occidente (ciò che ci rimanda allo “scandalo” di Steiner). Si rifiuta quindi la coscienza della nostra animalità perché questa sembrerebbe mandare a carte quaranta ogni nostro progetto di palingenesi, e indurrebbe un atteggiamento di resa.
La coscienza della naturalità dei nostri comportamenti è invece tutt’altro che una resa; è piuttosto il modo corretto per cercare di capire quanto ci sia di biologico e quanto di storico nella nostra competitività, nella crudeltà, nella violenza, nel male; per rimuovere ciò che in tal senso è storicamente indotto e arginare ciò che è dettato dalla natura, mirando molto modestamente ad una società più consapevole e meno violenta. È un traguardo concreto, ma per raggiungerlo non bastano e non servono le giornate della memoria. Ci vuole ben altro.
In primo luogo occorre rimuovere tutta una serie di atteggiamenti come quello appena descritto. Date e dati, tuonava un mio insegnante: e capacità di disporli correttamente in riga, lungo gli assi del tempo e dello spazio. Il risultato, se non sei stupido, arriva da solo. Pensiamo invece agli usi strumentali che della memoria, di una memoria settoriale e partigiana, vengono fatti ad ogni nuova “rilettura” storica: ci sono esempi clamorosi, come quelli relativi ai numeri della tratta occidentale degli schiavi (la stima dei deportati dall’Africa varia da nove a novanta milioni, a seconda delle scuole di pensiero), o a quelli delle vittime della conquista (anche qui, da dieci a ottanta milioni) o dello stalinismo (da venti a ottanta milioni). È chiaramente difficile determinare queste cifre, ma non possono nemmeno essere accettate come “espressione di diverse posizioni all’interno del dibattito”. Certo, quando vengono utilizzati nella storia i numeri non stanno ad indicare quantità astratte o inerti, ma insiemi di individui, combinazioni di vicende, potenzialità attuate o negate: e tuttavia, per la correttezza della lettura, è necessario che mantengano le loro proprietà. Vanno usati con cautela, perché a seconda della posizione nella quale li si colloca danno risultati diversi. Se si mette nel conto proprio tutto, compresi i non nati per prematura dipartita dei potenziali genitori, la guerra dei Cento Anni ha fatto più morti della seconda guerra mondiale, su una popolazione europea pari ad un decimo, perché nel frattempo sono ci sono state anche tre successive tornate di peste nera!

In secondo luogo è necessario promuovere già a livello scolastico una ben diversa cultura naturalistica. Abbiamo presente come viene proposto l’evoluzionismo nelle nostre scuole? Quando va bene, a comparti stagni: cellula e DNA in biologia, ramaphitecus ed erectus in storia, e solo nell’anno iniziale di ciascun ciclo, darwinismo sociale in filosofia. Col risultato che sembriamo tutti ragionare come la moglie del vescovo Wilbeforce: “Anche ammettendo, per ipotesi, che si discenda dalle scimmie, non è certo il caso di andarlo a raccontare in giro!”
In terzo luogo, e mi ripeto, vanno riequilibrate e intersecate le nozioni di storia naturale e storia culturale. Proprio in conseguenza dell’atteggiamento cui accennavo sopra siamo portati a tracciare delle cesure nette tra il nostro essere animale e il nostro “divenire” culturale. Marx riassume perfettamente le risultanze di duemila e passa anni di speculazione filosofica quando afferma che a un certo punto finisce la storia naturale e inizia quella umana: come se la seconda non fosse parte della prima – e una parte infinitesimale. Qualcuno ci ha anche provato, Kropotkin ad esempio, a leggere nell’una solo la prosecuzione velocizzata dell’altra: ma ha finito comunque per considerare gli esiti della storia come uno stravolgimento, una degenerazione rispetto al corso e alle potenzialità naturali, quasi alla maniera di Rousseau. In questo modo si sfugge alla padella hegeliana e marxiana della necessità storica (le “magnifiche sorti e progressive” irrise da Leopardi), ma si rischia di cascare sulle braci di un determinismo positivo e positivista (la naturale socialità e il congenito altruismo dell’uomo): e, in definitiva, per sacrificare alla speranza in una futura società perfetta la coscienza dell’imprescindibilità dall’appartenenza e dalla eredità biologica. Negli ultimi trent’anni si è rigettato quasi tutto del pensiero marxiano e il mito del progresso, individuale o collettivo, scientifico, etico o sociale che fosse, si è squagliato come neve al sole: ma su questo punto, malgrado Darwin, continuiamo a ragionare come venti secoli fa.
Ciò cui volevo arrivare è che solo una memoria filtrata e depurata delle interpretazioni pregiudiziali e contingenti può entrare sottopelle, girare in circuito col sangue durante trecentosessantacinque giorni l’anno. Essa diventa allora coscienza quotidianamente vissuta del fatto che quanto è accaduto può ancora accadere e sta anzi già accadendo, che non siamo affatto immunizzati, vaccinati dal mare di sangue e dalle tempeste di orrore che hanno segnato la nostra storia. Che questo non significa accettare come ineluttabile il male, ma anzi, ci impegna a batterci con le armi di cui siamo naturalmente e culturalmente dotati per combatterlo. E che non è questione di occidentali, anche se naturalmente gli occidentali devono iniziare facendo i conti con se stessi, ma di uomini.






Alla fine del 1849 torna clandestinamente a Milano, il tempo di raccogliere poche cose, qualche libro e qualche attrezzo scientifico, e s’imbarca con alcuni amici su un brigantino in partenza da Genova per l’America. Vede per la prima volta le coste del Perù dopo sette lunghi mesi di navigazione. Non varcherà mai più l’oceano.
Pianifica allora un progetto a lunga scadenza, suddividendo il territorio in regioni da esplorare palmo a palmo, con un triplice obiettivo: in primo luogo, una ricognizione geografica che consenta di correggere tutti gli errori e le approssimazioni dei cartografi precedenti; poi un censimento delle ricchezze minerarie, vegetali e animali, delle potenzialità di coltura, delle forme di sfruttamento più congeniali e meno distruttive; infine la ricerca e l’esame critico delle fonti storiche di ogni tipo, per dare ordine e interpretare anche la geografia umana del paese. Il suo piano è accettato: le autorità accademiche gli concedono un’aspettativa a tempo indeterminato dall’insegnamento e da un certo momento in poi, quando cominciano a convincersi dell’importante ricaduta che l’impresa può avere per lo sviluppo economico del Perù, sovvenzionano, sia pure con scarsa regolarità e in misura ristrettissima, le sue esplorazioni. 


Torniamo ora a La Salle, e soprattutto a Tonti. Una volta arrivati sul Niagara, il piano prevede di impiantare un forte e di costruire un vascello per esplorare le rive dei Laghi e cercare la via fluviale di sbocco verso l’ovest. A Tonti spetta il primo compito, ma i guai cominciano subito. Enrico si becca, infatti, la peste, una delle esportazioni europee di maggior successo nell’interscambio con le colonie del nuovo mondo. Arriva sino in punto di morte, ma ha una fibra eccezionale e ne esce in tre mesi, sempre più magro e pieno tuttavia di anticorpi che gli garantiranno per anni una sorta di immunità. Si affretta quindi a completare la costruzione dell’avamposto (che prende il nome beneaugurante di fort Crèvecoeur, forte Crepacuore), mentre La Salle torna in Canada per organizzare la seconda fase, e il vascello, battezzato Le Griffon, dopo un primo viaggio sino alla Green Bay, sul lago Michigan, scompare col suo equipaggio (probabilmente affondato, ma secondo un’altra versione venduto con tutto il carico ai mercanti di pellicce). Il forte viene terminato appena in tempo, perché deve poi essere difeso per un anno intero dalle incursioni degli Irochesi, con i pochi uomini che sono rimasti di guarnigione. Tonti è in pratica in balìa degli avversari, ma allorché questi si presentano con dei doni per ammorbidirlo li butta fuori a calci, chiarendo subito di che stoffa è fatto. Alla fine, quando La Salle non arriva e tutto ormai sembra perduto, dà fuoco alle fortificazioni e con una sortita disperata rompe l’assedio indiano e porta in salvo i suoi compagni.
Ma Tonti non è fatto per la vita sedentaria: nel 1687 è già al fianco del marchese di Denonville per una spedizione contro i Seneca, una delle cinque nazioni Irochesi. Fa la sua parte nella carneficina e rientra a Fort St. Louis, dove l’anno successivo viene a conoscenza tramite gli indiani della morte di La Salle: quello che non sa è che il marchese è stato ucciso dai suoi stessi uomini. 
Questo breve omaggio non si ripropone di riscattarne la memoria: ci vorrebbe ben altro. È solo un ingenuo tentativo di evocazione, visto che volentieri avrei fatto un pezzo di strada in sua compagnia. Sarà come trascorrere insieme una mezz’ora, invitando a conoscerlo anche qualche amico.

I precursori: la fotografia (2)
… un capitano di quindici anni….
la Biblioteca Comunale di Ovada dal 12 al 26 novembre 1995;
Miki è entrato di soppiatto in una cantina polverosa, dove Salasso e Doppio Rhum stanno seduti a terra, schiena contro schiena, legati come salami. Intima loro di tacere e si avvicina per scioglierli: ma alle sue spalle spunta un braccio, e la mano impugna una pistola. “Su le mani, moccioso. Questa volta sei mio!” (continua)
Abolito il (continua), le storie sono diventate autoconclusive e lo spazio del sogno è stato invaso da surrogati insulsi ed effimeri. Il fumetto è invecchiato assieme a noi; forse per questo ne sentiamo così forte l’appartenenza generazionale e la nostalgia. E quest’ultima non riguarda solo la nostra adolescenza: in realtà rimpiangiamo la speranza in un mondo che vedesse trionfare sempre la verità e la giustizia, e nel quale persino i cattivi conservassero una loro pur malvagia dignità.
Come accade per ogni altra storia, anche quella del fumetto non può essere che parziale. Anzi, in questo caso la parzialità è quanto mai accentuata, diventa quasi un criterio, tanto pesano le affezioni, le simpatie, le memorie e i sogni legati a strisce e personaggi particolari.
Il fumetto non nasce dal nulla. È l’erede della tradizione antichissima del racconto per immagini, che dai geroglifici è discesa attraverso le metope del Partenone, la Colonna Traiana, gli affreschi seriali di Giotto, sino alle illustrazioni dei libri ottocenteschi. Vi risparmiamo i primi tremila anni e ci limitiamo a proporre alcune delle fonti alle quali hanno attinto suggestioni, ambientazioni, fisionomie, costumi e tecniche espressive i primi (ma non solo essi) autori di bande disegnate a soggetto western. Si va dalle cartoline di Frederic Remington alle litografie dell’ “Harper’s Weekly”, dalle illustrazioni dei libri salgariani ai manifesti degli spettacoli di Buffalo Bill, dalle locandine dei film western degli anni trenta alle foto d’epoca. Tutto questo materiale viene rifuso nel fumetto in una miriade di combinazioni, viene messo in movimento, acquista una voce: parla al nostro immaginario in un linguaggio proprio, diverso da quello del cinema, della letteratura o della musica.
Tra le fonti di ispirazione del fumetto western un ruolo di primo piano occupa indubbiamente l’opera dei pittori americani “della frontiera”. Poco conosciuti in Italia sino a qualche decennio fa, questi artisti non sono affatto dei “minori”.
Al contrario, le loro scelte hanno segnato l’uscita della pittura nord-americana dalla sudditanza nei confronti di quella europea.
Le figure scolpite dal nitrato d’argento, le pose innaturalmente immobili, imposte dai tempi di impressione della lastra, gli occhi spiritati che paiono guardare oltre il tempo: le testimonianze fotografiche del mondo della frontiera ci rimandano un’immagine ben più prosaica di quella elaborata dalla nostra fantasia.
È come se il mito fosse fotografato ai raggi X, e rivelasse sotto l’epidermide leggendaria solo ossa e visceri. Eppure anche alla fotografia il fumetto western è debitore. Il nuovo corso, la rilettura decisamente realistica proposta dall’ultima generazione di sceneggiatori e disegnatori, partono proprio dalla maggiore consuetudine con la documentazione fotografica, con il bianco / e / nero implacabile che relega nel passato uomini e cose, e mette le briglie al nostro colorito immaginario.
I primi fumetti di ambientazione western realizzati da autori italiani sono trascrizioni dai romanzi di Salgari: ULCEDA di Guido Moroni Celsi (1935 su I tre porcellini), ma soprattutto ALLE FRONTIERE DEL FAR-WEST (L’Audace, 1936) e LA SCOTENNATRICE (Topolino, 1937), ridotti da Rino Albertarelli, conservano intatti il fascino esotico e il ritmo incalzante del serialista veronese.
Il primo personaggio originale creato per il fumetto è invece il KIT CARSON di Albertarelli (Topolino, dal 1937), ripreso successivamente dal Walter Molino su testi di Federico Pedrocchi
. Nelle splendide tavole di Albertarelli, Carson appare come un eroe crepuscolare, piuttosto attempato, anche se ancora vitalissimo, caratterizzato da una perfetta pelata e da baffoni spioventi. Sembra vivere le sue avventure controvoglia trascinato dalla ribalderia degli avversari più che dai ruggiti dello spirito guerriero: un moderno e disilluso Don Chisciotte della prateria, con a fianco Sancio – Zio Pam.
Dopo la parentesi bellica, sulla scia dell’entusiasmo per tutto ciò che concerne l’America e la sua recente mitologia, si assiste ad una vera e propria fioritura di storie e personaggi legati al western. Uno dei primissimo giornalini a fumetti a comparire nelle edicole è proprio Il Cowboy (1945) che contiene storie di Gian Luigi Bonelli e di Albertarelli, ma regge la concorrenza per un solo anno.
L’anno di grazia è il 1948. Compaiono su autonomi albi settimanali eroi destinati a notevole (anche se di diversa durata) fortuna. KANSAS KID, di A. Saccarello e Carlo Cossio, è un mezzo indiano, figlio di una principessa pellerossa: e ciò comporta che i Nativi Americani vengano rappresentati in questa storia in un’ottica scevra di pregiudizi, anzi, ad essi decisamente favorevole.
Come Kansas Kid, anche IL PICCOLO SCERIFFO (testi di T. Torelli e disegni di Dino Zuffi) persegue la cattura degli assassini del padre. Kit è il primo di una lunga serie di eroi perennemente adolescenti, nel quale si identificheranno per quasi due decenni i più giovani lettori. Le sue vicende risultano, malgrado le ingenuità e l’essenzialità del disegno, stranamente credibili e coinvolgenti.
Di stampo ben diverso appare Tex Willer, protagonista della COLLANA DEL TEX (dal settembre 1948 con testi di G. Bonelli e disegni di Aurelio Galeppini). Rude nei modi e nel linguaggio, veloce con le mani e con la pistola, Tex è un giustiziere che combatte da un lato ogni sorta di farabutti, dall’altro le pastoie dei formalismi burocratici e legalitari.
Entra in scena come fuorilegge (sia pure ingiustamente accusato) e prosegue come ranger la sua interminabile carriera, senza mai lasciarsi inquadrare, imponendo un suo codice, tanto rigoroso eticamente quanto spiccio nell’applicazione.
Se Tex rappresenta la svolta “neorealista” del fumetto italiano, PECOS BILL (testi di Guido Martina, disegni di Raffaele Paparella, Gino D’Antonio, Dino Battaglia, Roy D’Ami ed altri, in edicola dal 1949) è invece l’erede di Tom Mix e dei cavalieri senza macchia del western americano degli anni trenta. Non usa armi da fuoco (che sostituisce egregiamente col lazo), non uccide i nemici (che provvedono da soli a precipitare nei burroni, a farsi travolgere dalle rapide, a cercarsi comunque la rovina) e agisce in un’atmosfera quasi incantata, surreale, sdrammatizzata anche dalle figure comiche dei comprimari (tra i quali un esilarante Davy Crockett).
Sempre nel 1949 Roy D’Ami inaugura con I TRE BILL una lunga serie di personaggi destinati a discreta fortuna. Tra i disegnatori troviamo D’Antonio e un giovanissimo Renzo Calegari. I Tre Bill anticipano le triadi familiari di diversi telefilm americani (vedi Bonanza): il forzuto bonaccione, il tiratore freddo ed infallibile, il ragazzone simpatico e cercaguai.
Ai Tre Bill faranno seguito IL SERGENTE YORK (1954), che vede l’omonimo protagonista guidare una scombinata “legione straniera del west”, e soprattutto LA PATTUGLIA DEI BUFALI (1956), una sorta di polizia ecologica antelitteram, impegnata a salvaguardare l’unica risorsa degli indiani delle pianure dallo sterminio dissennato e a denunciare l’uso strategico che di tale sterminio fanno le alte sfere.
Nel 1950 esordisce un’altra delle firme classiche del fumetto western nostrano, EsseGiEsse (Sinchetto, Guzzon, Sartoris). Il primo personaggio proposto è KINOWA, su testi di Andrea Lavezzolo. La vicenda risulta decisamente cruda rispetto agli standard dell’epoca. Sam Boyle, sopravvissuto al massacro della sua famiglia e allo scotennamento, si dedica a tempo pieno alla vendetta, celandosi sotto un’orribile maschera a metà tra il satanico e l’alieno (verde, con protuberanze cornee). Terrorizza gli indiani e li liquida in serie, sino a quando (forse anche con l’aiuto della censura) scopre che proprio un suo figlio (Silver Jack) è stato allevato dai Pellerossa e ne condivide senza rimpianti la vita e le usanze.
Il successo arride all’ElleGiEsse con CAPITAN MIKI (1951). Opportunamente orfano, capitano dei rangers a 16 anni, Miki incarna il sogno di tutti gli adolescenti. Ha due incredibili amici (Salasso e Doppio Rhum), la fidanzata un po’ petulante, scorazza per il west raddrizzando i torti, senza fare distinzione tra pellerossa e banditi di ogni risma. Ferisce invariabilmente gli avversari al braccio o alla gamba, così da non avere morti sulla coscienza (salvo infezioni!). È la risposta soft a Tex, e come tale incontra anche una tollerante approvazione dei genitori (non ancora, come tutti i fumetti, quella degli educatori: risulta il maggiormente sequestrato nelle aule scolastiche).
Il personaggio successivo creato dalle matite del terzetto è IL GRANDE BLEK, dal 1954. L’ambientazione particolare (le foreste orientali americane di metà settecento), i muscoli alla Swarzenegger, il giubbotto smanicato quattro-stagioni, una palese misoginia (Blek non ha la fidanzata e le poche figure femminili sono marginali, quando non d’intralcio all’azione), fanno del formidabile trapper l’eroe puro, l’amico che si vorrebbe al proprio fianco nelle scazzottate e nei vagabondaggi.
egato alla stessa rivista compare, sempre dal 1951, ROCKY RIDER, creato dallo stesso Grecchi per i disegni di Mario Uggeri. Il personaggio entrerà successivamente a far parte del cast de Il Monello. Bello, buono, bravo con la pistola, Rocky riesce a non risultare stucchevole per la varietà delle situazioni che affronta e per un certo taglio cinematografico delle storie.
Il gradimento manifestato dai giovani lettori per i primi eroi western produce nel corso degli anni cinquanta una vera e propria clonazione. Sull’onda del successo di Pecos Bill, Guido Martina scrive a partire del 1952 le storie di OKLAHOMA (disegnate da uno staff comprendente Papparella, Battaglia e Leone Cimpellin). Protagonisti sono un piccolo trombettiere pellerossa (erede di Gunga Din), una bella ragazza e un biscazziere dal cilindro a tubo di stufa, decisamente schierati per il sud confederato e per i valori tradizionali dell’onore e della bandiera, neanche troppo larvatamente ispirati alle eroine dei romanzi di Josè Mallorqui.
Una fucina di ottimi soggettisti e sceneggiatori, anche di storie western, si rivela nei primi anni cinquanta la rivista cattolica Il Vittorioso, edita già dal 1937, ma completamente rinnovata nel dopoguerra sia nella grafica che nell’impostazione. Non impone personaggi cult, ma propone storie pregevoli realizzate con una tecnica accurata da disegnatori del calibro di Franco Caprioli e Renato Polese.
Lavezzolo e Francesco Gamba creano nel 1958 IL PICCOLO RANGER, emulo di Capitan Miki in tutte le fasi della carriera, nonché nell’impostazione scanzonata e umoristica delle storie. Questo aspetto viene anzi accentuato, con la moltiplicazione delle figure comiche di contorno e con il rilievo ad esse accordato nell’economia della vicenda.
Una miniera inesauribile si rivela G.L. Bonelli, che si sbizzarisce a proporre nuovi personaggi sul vecchio scenario, avvalendosi dei migliori disegnatori della piazza.
Esordisce anche il delfino, Sergio Bonelli, che firma come Nolitta le storie di UN RAGAZZO NEL FAR-WEST. Molti di questi eroi hanno un’origine cinematografica, ma nello sviluppo delle storie finiscono per somigliare sempre e soprattutto all’archetipo Tex. La loro realizzazione è stata comunque un’ottima palestra per autori destinati a trovare successivamente un segno grafico originale ed una spiccata identità.
Il nome nuovo però è Kirk .
Nel 1953 è intanto nato, dalla collaborazione di Hugo Pratt e di Hector Oestherheld, IL SERGENTE KIRK. Ancora un personaggio fortemente anticipatore rispetto agli stereotipi cinematografici dell’epoca. Il Sergente Kirk salta lo steccato cinquant’anni prima di Kevin Costner, e combatte fianco a fianco con gli indiani contro la civiltà colonizzatrice dei bianchi. La storia, dagli intrecci avvincenti, esce dapprima in Argentina e viene ripresa negli anni sessanta sul Corriere dei Piccoli.
Sempre in collaborazione con Oestherheld, Pratt realizza nel 1957 lo splendido TICONDEROGA, ambientato nelle foreste dell’America Settentrionale all’epoca delle guerre franco-inglesi, e decisamente estraneo agli schemi convenzionali che avevano governato il fumetto sino a quel momento. Il giovane protagonista ed i suoi compagni imparano sulla propria pelle quanto crudele ed assurdo sia ogni conflitto, e come sia stupido pensare che la ragione stia dalla parte di uno dei contendenti.
Tra la metà degli anni cinquanta e i primi sessanta il fumetto va incontro ad una crisi d’identità e, conseguentemente, d’idee. La televisione si appresta a diventare il principale veicolo dell’immaginario; sottrae tempo e attenzione alla lettura e modifica i ritmi e i modi della percezione, soprattutto di quella adolescenziale. Sul piccolo schermo l’avventura è concentrata nei tempi brevi dei telefilm (da Rintintin a Bonanza) e rende obsolete le interminabili saghe degli eroi di carta, insostenibile l’appuntamento settimanale con poche tavole non autoconclusive.
A partire dalla metà del decennio il successo dello “spaghetti-western” promuove valori e tempi d’azione ben lontani da quelli rintracciabili in Miki e nel Piccolo Sceriffo. Non mancano le serie destinate ad un duraturo successo, ma l’esigenza di stimoli nuovi non trova ancora un’ adeguata risposta.
Paradossalmente, proprio nel periodo in cui al fumetto comincia ad essere riconosciuta una dignità culturale (la lettura semiotica di Umberto Eco), esso in realtà va perdendo il ruolo di referente educativo primario per la gioventù: diventa adulto assieme a quella generazione che ne ha decretato il successo nel dopoguerra, e come essa perde l’ingenuità e la capacità di sognare.
Miglior fortuna arride invece a IL COMANDANTE MARK del 1966, ideale prosecuzione delle avventure di Blek Macigno, trasferite sui Grandi Laghi. La serie accentua la connotazione umoristica, evidenziata già dai tratti fisici attribuiti ai comprimari.
Il personaggio più decisamente nuovo è però centrato ancora dalla banda Bonelli, che pubblica a partire dal 1961 ZAGOR. A fianco di S. Bonelli lavorano Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, futuri autori rispettivamente di Martin Mystère e Dylan Dog, e la loro presenza è percepibile nell’ironia dissacratoria di cui sono condite le vicende, che spesso sconfinano nelle dimensioni della fantascienza e del mistero. Lo “spirito con la scure” è già figlio della televisione e combatte, prima che con i muscoli, con l’abilità illusionistica.
L’inflazione di rangers e di sceriffi che scorrono le praterie e i deserti del sudovest spinge gli autori a cercare spazio nel grande Nord. Le foreste del Canada o le Montagne Rocciose offrono a trappers e giubbe rosse la possibilità di avventure inedite in un ambiente suggestivo e di rapporti con tribù indiane tanto pittoresche quanto poco conosciute. Dopo Salgari e Zane Grey vengono saccheggiati London e J. O. Curwood, e i vari Davy Crockett e JimBridger preparano la strada al successo cinematografico di Jeremy Johnson e del suo clone a fumetti, Ken Parker.
La stessa ambientazione spazio-temporale, le foreste del nord-est americano nel settecento, ma una qualità e una finalità di superiore livello, caratterizzano le vicende di FORT WEELING (1962) ancora di Pratt e Oestherheld. La precisa e documentata ricostruzione storica dei personaggi, degli eventi, dei costumi, che nulla toglie al ritmo e al fascino delle avventure, risponde alle esigenze di un pubblico di lettori non più adolescenti. Chi ha imparato ad amare certi luoghi e certi periodi storici attraverso Blek e i rangers di Rogers vede ora giustificata la continuità della sua affezione a quell’immaginario in una riproposta più matura, più raffinata culturalmente e non per questo meno coinvolgente.
Sempre a Bonelli va però il merito di aver pubblicato, a partire dal 1967, una delle serie western più interessanti della seconda età del fumetto, la STORIA DEL WEST. Ideata da D’Antonio e Calegari, e disegnata, oltre che dai due autori, da Polese e Sergio Tarquinio, la saga racconta lungo 75 episodi quasi un secolo di storia della frontiera. Il filo conduttore è rappresentato dalle vicende della famiglia Mc Donald, i cui componenti, nelle successive generazioni, si trovano ad essere protagonisti o spettatori di tutti i principali eventi alla base del mito del west. Alla qualità dell’immagine e alla vivacità degli intrecci fa riscontro l’assoluta fedeltà della ricostruzione storica, talmente accurata da rendere la Storia del west il miglior saggio pubblicato in Italia sull’argomento.
Nel 1961 esordisce nel genere western un autore destinato a dare migliori prove in altri ambiti, Luciano Secchi (alias Magnus). Con MASCHERA NERA (disegni di Paolo Piffarerio) propone un mixage fra il classico Zorro, il più recente El Coyote, serial romanzesco di José Mallorqui, che ha conosciuto un certo successo negli anni cinquanta, e le suggestioni dei vari supereroi dalla doppia identità. Ringo Rowandt è un avvocato di frontiera che combatte l’ingiustizia col codice, sin che può, ma che ricorre alle armi e ad un piuttosto improbabile travestimento non appena constata l’impotenza della legge.
La situazione di stallo nella quale viene a trovarsi la produzione fumettistica di questo periodo è testimoniata da due fenomeni: la crisi delle grandi testate tradizionali, dall’Intrepido al Monello, dal Corrierino dei Piccoli al Vittorioso, e il declino degli eroi protagonisti a cavallo di metà novecento. Si esauriscono le serie di Pecos Bill, Miki, Il Piccolo Sceriffo, Blek, Il Piccolo Ranger, che conoscono periodiche ristampe ma perdono l’affezione dei lettori. Le case editrici più importanti raccolgono materiale vecchio in albi autoconclusivi, riciclando talvolta anche storie di qualità che non avevano incontrato il meritato successo. È il caso della Dardo, che pubblica AVVENTURA GIGANTE, con storie di personaggi diversi disegnate dalle migliori matite italiane.
La svolta già inaugurata dalle opere di Pratt e di D’Antonio, oltre che dalla politica editoriale della Bonelli, si completa negli anni settanta. C’è intanto una maggiore attenzione per le scuole straniere, soprattutto per quella argentina e per quella franco-belga, i prodotti migliori delle quali compaiono sia sulle testate tradizionali (Corrier Boy, ex Corriere dei Ragazzi), sia su quelle nuove, innumerevoli, che fioriscono sull’onda del successo di Linus ed Eureka.
C’è la maturazione dei grandi talenti formatisi alla scuola bonelliana, da Calegari a Berardi e Milazzo, e il ritorno di maestri come Albertarelli. Ma c’è soprattutto una definizione di campo più precisa, uno status nuovo per il fumetto, che si propone ora esplicitamente a tutte le fasce d’età, e può operare le scelte conseguenti di linguaggio e di ambizione artistica e culturale.
Proprio il decano degli illustratori italiani, Rino Albertarelli, mette mano a partire dal 1974 a quello che è stato il progetto di una vita, la serie de I PROTAGONISTI, edita dalla Bonelli. In dieci albi l’autore, che cura sia i testi che i disegni, ricostruisce con minuziosa precisione storica vita e avventure dei più leggendari personaggi del west, da Toro Seduto a WyattEarp, corredando la storia di una presentazione e di una rigorosa bibliografia. È il testamento spirituale del padre del fumetto western italiano, ma è anche un legato di professionalità e di stile trasmesso ai suoi eredi.
La lezione di Albertarelli non va perduta. A raccogliere il testimone sono soprattutto Giancarlo Berardi ed Ivo Milazzo, che propongono a partire del 1977 la saga di KEN PARKER, per le edizioni Bonelli. Ispirato nella fisionomia al Robert Redford di “Jeremiah Johnson”, Ken ne mutua anche i tratti psicologici e, nelle prime storie, l’ambientazione. Ben presto però si libera di ogni sudditanza e percorre, nel corso delle 59 tappe della prima serie, tutti gli itinerari topici del west, e qualcuno anche totalmente nuovo, rivitalizzando il genere con un’attenzione inedita alla psicologia, con un dialogo di livello hemingweiano, con un taglio delle immagini ed uno sviluppo delle sequenze decisamente cinematografico, con un gioco accattivante di citazioni sia filmiche che letterarie.
Gli autori si rivolgono ad un pubblico colto, bibliofilo e cinefilo, progressista nella militanza sociale, ma intimamente conservatore per quanto concerne i valori più profondi. Il realismo delle immagini e delle situazioni è solo apparente, perché è il realismo dello schermo: ciò che viene rappresentato è il sogno ad occhi aperti, la fantasia di liberazione in spazi e tempi altri, che aiuta a sopravvivere in questi. Una seconda serie delle avventure di Ken ha cominciato ad apparire sul Ken Parker Magazine, vera e propria rivista che presenta anche altre storie, ma che fonda il suo successo sull’eroe dal Lungo Fucile.
Firmata dagli stessi Berardi e Milazzo e dal rientrante Calegari appare nel 1978 una serie di brevi episodi, WELCOME TO SPRINGVILLE, che ha come protagonista non un personaggio fisso, ma una piccola città della frontiera. Il risultato grafico è di altissimo livello, e le storie dimostrano come anche attraverso il fumetto si possano scrivere pagine di autentica dignità letteraria. Il risultato qualitativo di queste tavole è senz’altro di eccezione, ma testimonia di un generale innalzamento delle ambizioni artistiche di chi opera nel settore.
La riprova è data da una serie di piccoli capolavori prodotti dalle più recenti leve del fumetto western. Il BOONE di Calegari, ad esempio, comparso negli anni ottanta sul Giornalino, propone tavole degne di entrare nella tradizione dei grandi maestri della pittura di frontiera, da Remington a Russell.
I trenta volumi usciti a partire dal 1976 per la collana UN UOMO UN’AVVENTURA rivisitano tutti i generi dell’avventura, da quelli più classici a quelli meno frequentati, sempre inseriti in un contesto storico estremamente realistico. Cinque di queste vicende, che raccontano di eroi, di antieroi e di poveri cristi coinvolti loro malgrado dalla Storia, e sono scritte e disegnate da maestri come Pratt, Battaglia, Albertarelli, Manara e Toppi, rientrano nell’epopea della frontiera americana e rimangono tra i classici del genere.

Un discorso analogo si può fare per Paolo EleuteriSerpieri, che esordisce sulla rivista Skorpio nel 1976 e realizza successivamente, per le edizioni de L’isola trovata e di Orient Express, degli autentici gioielli come L’INDIANA BIANCA o le STORIE DEL WEST.
Anche Milo Manara compie le sue incursioni nel genere western con L’UOMO DI CARTA (apparso prima in Francia, su Pilot, dal 1978), ma soprattutto con TUTTO RICOMINCIO’ CON UNA ESTATE INDIANA (apparso su Corto Maltese dal 1983) con testi di Pratt. L’ambientazione di questa storia è in realtà marginale al western classico (siamo nella Nuova Inghilterra della metà del seicento), ma la rendono tale lo spirito, la presenza degli indiani, la concitazione degli eventi.
La presenza nel western di veri e propri artisti dell’illustrazione non deve far dimenticare che alle loro spalle lavora una folta schiera di ottimi artigiani, in grado di produrre materiale di buona fattura e in qualche misura originale. Gli ultimi personaggi di rilievo comparsi sul glorioso Intrepido prima della crisi definitiva sono LONE WOLF e I DUE DELL’APOCALISSE, sceneggiati dall’inossidabile Grecchi per i disegni di Ferdinando Fusco (al secondo collabora anche Gino Pallotti). Lone Wolf è l’ennesimo “cavaliere della valle solitaria”, in missione perpetua contro la prepotenza e il sopruso. Più caratterizzati sono i protagonisti della seconda serie, il messicano Calvario e lo yankee Sonora, schierati contro la prepotenza per antonomasia, quella del potere e del malgoverno.
Su Corrier Boy appare invece dal 1972 BOB CROCKETT, di EnriqueVentura, Pietro Selva e JorgeMoliterni, una serie di notevole qualità sia per quanto concerne la grafica che per i soggetti. Protagonista è il figlio di Davy Crockett, che attraverso vicende svariate percorre le tappe di una dura iniziazione alla vita di frontiera.
A partire della metà degli anni settanta un ruolo importante nella presentazione di alcuni dei migliori autori stranieri, ma soprattutto per la promozione di nuovi prodotti italiani, è ricoperto dalle riviste Lancio Story e Skorpio, segnatamente, per quanto concerne il fumetto italiano, dalla prima. Sulle sue pagine compaiono le storie di TIMBER LEE, di Mino Milani e Juan Arancio. Il protagonista è un ex cavalleggero sudista bollato di viltà per essere sopravvissuto ai suoi compagni e costretto a vagabondare per la prateria senza poter sfuggire al passato.
E siamo agli anni novanta. Rispetto al decennio precedente la produzione fumettistica italiana, soprattutto quella ad ambientazione western, conosce un grave momento di crisi, malgrado si cimentino nel genere con nuovi personaggi autori geniali come Tiziano Sclavi (KERRY IIL TRAPPER) e Gianfranco Manfredi (MAGICO VENTO) o veterani come Gino d’Antonio (BELLA E BRONCO). Assistiamo al proliferare delle riedizioni, quando non di riproposte mascherate con titoli diversi (accade per la “ Storia del west”) e con operazioni di maquillage non sempre riuscite. Il western è invecchiato? Forse. Certo invecchiati sono coloro che ne hanno vissuto il mito sulla pessima carta degli albi e delle strisce. Quelli che, come Kafka, sentivano la “voglia di essere un indiano.
Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva appena la terra innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza collo e la testa del cavallo! (Franz Kafka)
Il western è per antonomasia racconto degli spazi liberi, delle grandi distese pianeggianti della prateria o del deserto, oppure delle gole, dei canyons propizi all’agguato, delle foreste sterminate del nord, o dei picchi delle Montagne Rocciose.
Può apparire paradossale, ma in un genere narrativo ambientato nei grandi spazi per eccellenza la connotazione paesaggistica è rimasta a lungo piuttosto vaga. I protagonisti agivano sì tra le erbe della prateria, saltavano col cavallo orride gole, venivano risucchiati dalle rapide: ma l’azione era costretta nei limiti di vignette dalle dimensioni fisse ed estremamente contenute, che imponevano l’adozione quasi costante del primo piano e non consentivano la messa a fuoco degli scenari. Questa tecnica obbediva ai canoni dell’impostazione tradizinale, dettati da motivazioni alquanto prosaiche: prima tra tutte la necessità di produrre molte tavole, che fatalmente dovevano essere sbozzate con una certa approssimazione. Al lettore-fanciullo in realtà la cosa pesava poco: gli importava che fosse ben definito l’eroe, e che l’avventura procedesse a ritmo incalzante. All’ambientazione provvedeva con la sua fantasia: gli bastavano poche e sommarie indicazioni.
L’attenzione agli scenari naturali è cresciuta con l’entrata del fumetto, e dei suoi lettori, nell’età adulta, con l’evolversi della sensibilità nei confronti della natura (?), con la maggiore autonomia rispetto alle scelte espressive consentita agli autori, che si è tradotta in consapevolezza “artistica” degli stessi. Il risultato è l’adozione del “campo lungo” anche per il fumetto, quindi l’ambientazione delle storie in spazi molto più ampi e più precisamente connotati: ma ciò induce anche un deciso rallentamento dei tempi dell’azione. Al cuore di un adulto non si addicono i ritmi incalzanti dell’avventura: gli convengono quelli più posati della quotidianità.
Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione, Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella dell’agricoltore di possedere un pezzo di terra e quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.
L’eroe del fumetto western contemporaneo è sempre più spesso un solitario. Le battaglie più ardue le combatte non con i fuorilegge o con gli indiani, ma con se stesso, con l’incapacità di stare con gli altri, con l’impulso a preferire la compagnia di un cavallo a quella dei propri simili e di accordare fiducia solo al proprio fucile. Le cose stavano diversamente per gli eroi tradizionali, quelli dell’età aurea dell’avventura. Per essi l’amicizia costituiva il valore primario e risultava, stante la caratura dei loro compagni, senza dubbio disinteressata. La lista dei “pards”, dei “compari di cavallo”, è infatti infinita, e incredibilmente variegata: ma in genere comprende personaggi propensi a cacciarsi nei guai o a fare zavorra, piuttosto che validi aiutanti. Può trattarsi di vecchi saggi e brontoloni (come il Toby di Bufalo Bill, o lo zio Pam di Kit Carson, o lo stesso coriaceo Carson di Tex), di macchiette irresistibili, amanti più dell’alcool che dello scontro (Salasso e Doppio Rhum, il professor Occultis, Frankie Bellevan, Cico, il Mosè di Rocky Rider, il soldato Dusty del “Ragazzo nel Far-west” e Gufo Triste di Mark) o di ragazzini tanto coraggiosi quanto sventati e testardi (Roddy, Golia). Solo in qualche caso (il silenzioso Tiger Jack, i Penobscoot di Falco Bianco) sono del tutto autosufficienti. E ciò, in fondo, riflette una visione della vita ancora permeata di idealità, la speranza in un mondo nel quale i deboli hanno sempre qualcuno che li aiuta e li protegge, e i forti si sentono chiamati a questa missione. Venute meno le quali, non rimane che credere nel cavallo.
Il west è il luogo per eccellenza dello scontro. Non tollera le mediazioni e i compromessi. Sullo sfondo della prateria i contorni del Bene e del Male si stagliano nitidi. Da un lato il sopruso, l’inganno, la viltà, la sete di potere, la crudeltà: dall’altro la lealtà, il coraggio, l’amicizia disinteressata. Tutto questo in genere risulta chiaro, è immediatamente suggerito dalle fisionomie dei personaggi, dai modi, dal ghigno, dai visi irsuti e butterati, deturpati da cicatrici, dagli occhi torvi e maligni. Ma non è sempre così. A volte l’insidia si cela dietro un volto dolcissimo di fanciulla, dietro la paciosa figura di un banchiere, o dietro lo sguardo leale di un presunto amico. E altre volte ancora l’antagonista riesce a brillare di luce propria, assurge egli stesso alla condizione di star, sia pure negativa, tanto da essere richiamato in vita a furor di popolo dopo che gli autori gli avevano inflitto la più atroce delle morti.
Le donne del fumetto western possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle che sono in pericolo, e quelle che sono un pericolo. In entrambi i casi rappresentano un intoppo, e non è detto che le prime intralcino l’azione dell’eroe meno delle seconde. Il maggiore o minore rilievo dato alle figure femminili sembra dettato principalmente dalle fasce d’utenza alle quali gli editori si rivolgono: tutti gli eroi della Universo (Bufalo Bill, Rocky Rider, Liberty Kid) hanno la fidanzatina: quelli della Dardo
sono in genere propensi alla vita di coppia, mentre alla Bonelli prevale un atteggiamente piuttosto misogino (Tex rimane sposato giusto il tempo per avere un erede, gli altri hanno al massimo brevi avventure). Maschilismo? Forse. Senz’altro la preoccupazione nei confronti dei primi di un attestato di “normalità”, particolarmente importante per un popolo e per un’epoca per i quali la norma è la coppia, la famiglia. Ma se il fumetto è sogno, evasione nella libertà, tanto vale sognare la libertà più grande, quella assoluta!
Nell’iconografia ufficiale del west l’indiano è l’antagonista, lo sconfitto, quello che la storia non la scrive, ma la subisce. Nel fumetto, e segnatamente in quello italiano, le cose non stanno proprio così. Mentre nel contesto della storia della “civilizzazione” l’indiano era il superfluo, il passato da eliminare (“l’unico indiano buono è quello morto”, T.H. Jefferson), per il western è elemento necessario, caratterizzante, indipendentemente dalla connotazione positiva o negativa che ne viene data. E a dire il vero, se negli anni trenta prevale ancora l’immagine selvaggia e infida (legata alla tradizione salgariana, e non ignara delle teorie della razza caldeggiate dal regime), una buona dose di simpatia per i pellerossa si ritrova già negli albi del primo dopoguerra (solidarietà di sconfitti?), quando l’immagine cinematografica era ancora quella feroce di “Ombre Rosse” o di “Tamburi Lontani”, e remota la riscoperta dei diritti e della dignità del popolo rosso. Da Tex e dal Sergente Kirk, fino a Ken Parker e Boone, il fumetto italiano vanta una tradizione di apostati che scelgono di combattere nel nome della libertà invece che in quello della civiltà. Ma va soprattutto a suo merito, nel periodo più recente, di non aver ceduto ad eccessive idealizzazioni, agli effimeri ed acritici innamoramenti che altri media, quelli considerati più seri, cavalcano e bruciano con un’ipocrisia da veri “visi pallidi”.
L’epopea western percorre spazi aperti e sconfinati, immense distanze, e lo fa in groppa al cavallo. Il cavallo è stato determinante non solo nella conquista del west, ma anche nella scelta di molti autori di dedicarsi (o meno) al genere western, perché è il soggetto più difficile da disegnare. Grandi talenti hanno rinunciato a cimentarsi nella saga della frontiera per incompatibilità col suo protagonista più rappresentativo: oppure, come Pratt, hanno aggirato l’ostacolo ambientando le loro storie in un intrico di laghi e foreste percorribile solo a piedi. Ma il vero west è quello delle criniere al vento, della polvere sollevata dagli zoccoli, dei balzi prodigiosi che lasciano l’ostacolo tra l’eroe e i suoi inseguitori, delle redini lente e dell’abbeveratoio, del pietoso colpo di pistola col quale si da l’addio al compagno di tante avventure, ferito a morte. Silenziosi, fidati, pronti ad ogni sacrificio, i vari Turbine e Lampo e Dinamite sono i protagonisti-testimoni che portano letteralmente il peso dei sogni e delle fantasie dei loro padroni, che viaggiano con “i piedi” per terra; e non a caso quando la liberazione parodistica consente di tradurre il significato dei loro nitriti, risultano gli unici provvisti di buon senso pratico.
Per gli animali vige nel western una tassonomia non dissimile da quella adottata per gli uomini: non si distinguono per generi o per speci, ma in infidi, pericolosi, aggressivi, malvagi, velenosi, oppure in utili e mansueti, intelligenti e fidati. L’onnipresenza del cavallo, in realtà, ha lasciato poco spazio ad altri comprimari non umani. Bufali e longhorns compaiono quasi sempre come massa, fanno parte dello scenario, salvo ogni tanto rovesciarsi addosso ai protagonisti in una “stampede”. Puma, giaguari, lupi, serpenti stanno a sottolineare che la natura non è meno pericolosa dell’uomo. Ma è sufficiente che spunti ogni tanto un cagnolino, o che occhieggi il musetto di un castoro, per riconciliarci con il creato.
Poche epoche (o epopee) sono così fortemente caratterizzate da singoli oggetti come quella del west. È sufficiente una Colt, oppure una carabina Winchester, o un lazo, o uno Stetson, a catapultarci nel mondo della frontiera americana. Sono al tempo stesso la griffe di una produzione e i simboli di uno stile di vita. Il fumetto western gronda letteralmente di questi oggetti: l’essenzialità del suo segno necessita di elementi di identificazione forti e, per l’appunto, essenziali. La funzione narrativa di questi segni si evolve col tempo, e mutano di conseguenza anche le modalità della loro rappresentazione. Si parte da pistole malamente abbozzate, informi, non identificabili in alcun modello, e si arriva ad una loro raffigurazione minuziosa sino al dettaglio, ivi compresa la plausibilità della collocazione temporale. Lo stesso vale per fucili, cappelli, acconciature e costumi indiani, selle, veicoli, ecc… Persino i rumori cambiano espressione grafica. Lo sbrigativo e universale “bang” (che alla vignetta successiva si traduceva in “zip”) è stato sostituito da onomatopee specifiche, diverse da modello a modello, da calibro a calibro. Sono gli effetti della stereofonia e del rallentamento d’immagine, trasferiti sulla pagina disegnata.
L’ultima parola è alla pistola (o al fucile, ai coltelli, ai pugni). Dove non arriva la giustizia degli uomini vige il “giudizio di Dio”. È un confronto dall’esito già scontato, perché del dio giudice e lettore gli eroi del western sono la mano armata: eppure ogni scontro è ugualmente drammatico e ogni vittoria ci riconforta nella speranza di un mondo più pulito.
Anche perché ogni duello che si rispetti, nel racconto a fumetti come nel film, ha un antefatto, una “prova generale” il cui sviluppo ci ha fatto dubitare dell’invincibilità dell’eroe. Quando non si chiude con un pareggio, o con una sconfitta ai punti per il nostro (dovuta ad inganno, a impreparazione, a sproporzione delle forze), la prima fase della sfida lascia comunque in piedi il malvagio, più che mai incattivito e determinato alla rivincita.
Solo lo scontro ultimo ricompone quell’equilibrio che l’entrata in scena del male aveva turbato, e ci trasmette un piacevole effetto adrenalinico, un brivido finale di sollievo e di soddisfazione.
… E per tetto un cielo di stelle (se non é nuvolo). Ma anche l’ombrello di una quercia secolare, un colonnato di sequoie giganti, l’ombra della mesa che incide un paesaggio lunare, il circolo dei carri addormentati, l’inquieto tramestio della mandria nel vallone: o, se piove, una sporgenza rocciosa o un telo gettato tra alti arbusti
È possibile ironizzare su di un mito? Sì, ma solo a patto di un’adesione totale al mito stesso. Altrimenti si scade nella dissacrazione, la favola finisce, si parla un altro linguaggio.
Una rilettura parodistica del genere western molto più aderente ai canoni e alle ambientazioni tradizionali è quella di Giorgio Cavazzano, che ha proposto due ottime serie con CAPITAN ROGERS, comparso sul Giornalino nel corso degli anni ottanta, e con l’esuberante SILAS FINN, realizzato in collaborazione con Tiziano Sclavi.
La rassegna dei prestiti e dei debiti tra cinema e fumetto meriterebbe una mostra a parte. Tutto in fondo li accomuna, dalla struttura narrativa sequenziale al gioco delle inquadrature, dall’affermazione di “generi” specifici alle modalità della fruizione. Se non è possibile parlare di paternità, senz’altro si deve attribuire al cinema il ruolo di fratello maggiore: sono pochi (e in genere mal riusciti) i casi di fumetti adattati per lo schermo, mentre sono innumerevoli le fisionomie, le storie, persino i tagli espressivi trasferiti più o meno dichiaratamente dalla celluloide alla carta. In genere la citazione è nascosta, a volte probabilmente persino inconscia. In alcuni casi è invece esplicita (cfr. James Dean e Ken Parker) e aggiunge il fascino di una doppia lettura alla vicenda. Non mancano infine i casi di trasposizione diretta, che rischiano però, quando va bene, di ridursi a puro esercizio di abilità formale.
Il libro non gode di particolare stima nel mondo disegnato della frontiera. Qualche Bibbia ogni tanto, magari nella capanna di un trapper, qualche codice tra le mani di giudici da saloon, e tomi decorativi nelle lussuose abitazioni dei potenti (quindi dei cattivi). Il cavallo non regge il peso di una grossa cultura. Unica eccezione Ken Parker, onnivoro divoratore di letteratura e poesia, da ultimo anche scrittore in proprio.




La teoria espressa ne “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale” provocò a suo tempo (nel 1872) un enorme scandalo, superiore anche a quello creato da “L’origine della specie”. Lo stesso Darwin ebbe molte titubanze ad enunciarla, ma poi, in nome di quel rigore intellettuale che ne ha contraddistinto tutta la vita e l’opera, decise di uscire allo scoperto. In pratica, ponendosi il problema del persistere di caratteri che non paiono affatto adattivi, nel senso che risultano addirittura un ostacolo nella lotta per la sopravvivenza (la famosa coda del pavone, che era diventata quasi un’ossessione. Diceva: “La vista di una piuma della coda di un pavone, ogni volta che la guardo, mi fa star male”), Darwin spostò l’attenzione da quest’ultima alla competizione riproduttiva. Pur senza avere alcuna idea della trasmissione genetica, intuì che la selezione non va interpretata in termini di successo individuale, ma di continuità della specie. Gli individui non competono semplicemente per sopravvivere, per esercitare il potere, per affermarsi economicamente. Fanno tutto questo per assicurare spazio alla propria discendenza. Un maggiore successo riproduttivo garantisce una maggiore diffusione dei propri caratteri: e se questi sono “evolutivi”, garantisce la continuità e il successo della intera specie. Fin qui a dire il vero c’ero arrivato; non fosse che, per come la pensavo io, il successo arride in realtà ai peggiori, e quindi l’evoluzione si ha a dispetto di questo tipo di selezione.