A volte ritornano

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Riprende, dopo oltre due anni, la pubblicazione di SOTTOTIRO. Non è un evento del quale parleranno stampa e televisione, nemmeno quelle locali: e questo per gli intenditori è già un marchio D.O.C., la garanzia di una proposta culturale genuinamente alternativa. La rivista torna all’insegna di una continuità e di un rinnovamento: continuità nella direzione dell’impegno, rinnovamento nella veste grafica e nel parco dei collaboratori. Si potrebbe obiettare che questa è la formula utilizzata in genere per coprire i passaggi di mano o le sterzate a centottanta gradi di qualche testata o di qualche programma televisivo: ma nel nostro caso risponde a verità. La rivista è la stessa, il progetto di fondo che la anima rimane invariato, così come gli interlocutori ai quali si rivolge. Abbiamo soltanto cercato di renderla più leggibile “visivamente”, mettendoci al passo coi tempi e utilizzando quel minimo di dotazione e di tecnologia informatica che è concesso anche a noi meschini. Abbiamo inteso la ricerca di uno standard dignitoso nella qualità “tecnica” come una sfida a noi stessi e come un ulteriore messaggio per chi ci leggerà, quello della consapevolezza che mai come oggi è stato possibile costruire, con pochi mezzi, una rete di informazione e di circolazione “controculturale”, e che una cultura alternativa non deve necessariamente essere (ed anzi, non è mai) sgangherata nelle forme o penitenziale nei contenuti.

Quindi, senza la pretesa di porre una pietra miliare in quest’area, che oggi risulta peraltro desertificata, ci siamo assunti l’impegno di proporre idee, riflessioni, percorsi, sogni, magari anche recriminazioni, nella forma più semplice e schietta possibile e in una veste che non penalizzi il lettore di buona volontà. Quali idee, quali percorsi? Non è difficile scoprirlo. Basta passare alle pagine seguenti.

 

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L’occhio del lupo

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

<<… È da un’ora, ormai, che il lupo trotta. Un’ora che gli occhi del ragazzo lo seguono. Il pelo grigio del lupo sfiora la rete. I muscoli guizzano sotto il pelame invernale. Il lupo grigio trotta come se non dovesse fermarsi mai… “Lupo della steppa” sta scritto sulla targhetta di ferro, sulla rete… Un occhio giallo, rotondo, con una pupilla nera proprio al centro. Un occhio che non si chiude mai. È come se il ragazzo stesse fissando una candela accesa nella notte; non vede che quell’occhio: gli alberi, lo zoo, il recinto, tutto è scomparso. Non resta che un’unica cosa: l’occhio del lupo. E l’occhio si fa sempre più grande, sempre più rotondo, come una luna rossa in un cielo vuoto con, nel mezzo, una pupilla sempre più nera, con macchioline di colori diversi che appaiono nel bruno giallastro dell’iride…>>. Nel suo andirivieni il lupo guarda il ragazzo ora con un occhio, ora con l’altro. Il ragazzo non ha paura. Rimane immobile, non abbassa lo sguardo. E scopre quello che finora nessuno aveva mai scoperto nell’occhio del lupo: la pupilla è viva, si scuote, è in movimento. È… un uomo che alza il pugno chiuso gridando. Uno schiavo romano che brandisce il gladio strappato ad un centurione. Un contadino tedesco che colpisce con la forca il suo feudatario. Un cardatore fiorentino che scaccia il padrone dalla sua bottega. Una donna milanese che ruba il pane imboscato da un fornaio. Un sanculotto parigino che taglia la testa ad un nobile imparruccato. E questo? Che cos’è questo? “L’iride” pensa il ragazzo, “l’iride intorno alla pupilla…”. Scorrono veloci le immagini e tutte hanno contorni rossi e accesi. C’è Robespierre che si difende fino all’ultimo nel municipio di Parigi, e poi Babeuf che attacca la Convenzione al grido di “Tutti uguali!”, mentre Filippo Buonarroti sfugge ancora una volta alla polizia (francese? olandese? tedesca? austriaca? piemontese?) e s’incontra con Mazzini in una località segreta. C’è lo sguardo amareggiato di Pisacane davanti ai forconi dei contadini del Cilento, c’è la barba grigia e maleodorante di Bakunin appena fuggito dalla Siberia, che diventa rossa, ricciuta, come se ringiovanisse. C’è Carlo Marx, che con il suo “Manifesto” suscita un fantasma che fa ancora tremare le vene ai signori, e Robert Owen, con le sue città ideali, e poi Proudhon, per il quale la proprietà è un furto. C’è Amilcare Cipriani, con un cappellaccio tirato sugli occhi, che risponde sprezzante ai giudici del regno. C’è Malatesta sui monti del Matese ad organizzare un’impossibile rivolta. C’è un lupo che trotta avanti e indietro, chiuso in un vagone blindato che attraversa l’Europa: Vladimir Ilic piomba a Pietroburgo, la Russia s’infiamma, è la rivoluzione. Ci sono i corpi senza vita di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht, assassinati dai compagni socialisti. C’è il sorriso pulito di Giacomo Matteotti quando enuncia alla Camera i brogli elettorali. Ci sono i capelli arruffati di Gobetti prima delle bastonate dei fascisti. C’è la gobba travagliata di Gramsci che non riesce a trovar pace neanche dopo morta. C’è il cadavere di Durruti, fasciato nella bandiera rossa e nera, e il popolo anarchico che rimane muto, per una notte intera, sotto l’acqua a dirotto, a presidiare il cimitero. C’è una folla di partigiani antifascisti cadti con negli occhi il sol dell’avvenire. Ci sono i morti di Reggio Emilia, di Afragola e di Portella delle Ginestre, quelli di Piazza Fontana, di Bologna e di Ustica, che invocano ancora giustizia. Ci sono i ragazzi del Maggio francese, che volevano la fantasia al potere. C’è la faccia sorridente del Che, con il basco e la stella rossa sulla fronte, la folla ondeggia, “el pueblo unido jamà serà vencido… venciidoo… venciiidooo”. La pellicola stride, come se fosse rovinata. I fotogrammi sono sempre più sbiaditi. Irriconoscibili. Bianchi. Ciak, bianchi, ciak, bianchi. L’OCCHIO SINISTRO È ORMAI UN OCCHIO CIECO, L’OCCHIO CIECO DELLA SINISTRA INESISTENTE.

Il lupo svolta, cambia occhio. Il ragazzo è sempre fermo che lo guarda. Ma non sorride più, sembra che abbia paura. Fissa la pupilla del lupo che s’allarga, che pian piano si mette in movimento. Una luce strana sprigiona dal vortice, come un lampo sinistro nella notte. È… il luccichìo di un cranio pelato, di una faccia dalla mascella volitiva. Il simbolo del socialismo interventista. È il Giuda del proletariato, è Mussolini, il fascista. È Hitler con i baffetti da moscone, seduto su una svastica che si stende sul mondo. Che finisce ad Auschwitz, che finisce a Mathausen. “L’olocausto può succedere ancora” diceva Hannah Arendt solitaria. Nessuno le credette veramente. Ma ecco che avanzano due baffoni georgiani, è Josif Giugasvili, detto Stalin. Un gulag a trenta gradi sotto zero, la rivoluzione si suicida a testa in giù. L’occhio destro è Leon Blum che si sveglia nella notte e piange il sangue dei miliziani spagnoli. È Franco che avanza a Guadarrama mentre la repubblica arresta gli anarchici della CNT. È Petain che lascia ai nazisti mezza Francia per seviziare più “liberamente” l’altra. È Salazar che instaura il suo regime così come “sostiene Pereira”. Ma è anche Togliatti, ministro della giustizia, che vara l’amnistia per i fascisti. O Saragat, che a palazzo Barberini vende l’anima per una poltrona. O Nenni, che con il centro-sinistra puntella una DC moribonda. C’è invece solo il carcere per i camalli che fermano a Genova la svolta autoritaria. E il ‘69 delle lotte operaie svanisce dieci anni dopo con la marcia dei quarantamila. L’occhio destro è la polizia dei colonnelli che “ripulisce” il politecnico di Atene. È Pinochet che assalta la “Moneda” contro Salvador Allende, il “presidente”. Sono le mani dei generali argentini che grondano del sangue dei “desaparecidos”. Sono gli squadroni della morte in Guatemala e i killer di bambini del Brasile. Sono le raffiche dei mitra brigatisti che distruggono ogni possibilità di “Movimento”. Sono gli anni della “deregulation”, con Reagan e la Thatcher a farla da padroni. Sono i naziskin che nelle città tedesche danno la caccia ai turchi o ai nigeriani. L’occhio destro è Re Mida Craxi che trasforma la scala mobile in tangenti per il suo partito. “Mani pulite” rompe l’incantesimo, ma nulla può contro il mago delle televisioni. “Forza Italia” dice Berlusconi, prendendo sottobraccio il camerata Fini. La bandiera rossa ammainata sul Crem lino, la svolta del PCI alla Bolognina. La faccia di Fede incipriata, quella di Sgarbi apPannellata, quella di Ferrara maleducata, quella di Liguori malfidata, quella di Mike Bongiorno asservita, quella di Baudo democristianata, quella di Magalli rincoglionita, quella di Frizzi imbambolata, quella di Santoro arruffianata, quella di Prodi… di Prodi? Sì, di Prodi, appaccioccata, quella di Veltroni arcipretata, quella di D’Alema supercontrollata, quella di Buttiglione inCasinata, quella di Bianco addormentata, quella di Bertinotti assignorata, quella dell’Avvocato liftata… C’è una gran confusione dentro l’occhio destro, tutti spingono per stare in prima fila. E l’occhio gonfia, gonfia a dismisura, esce fuori dall’orbita, s’ingrossa finchè esplode e spande materia dappertutto. Il ragazzo stramazza, colpito in pieno, e per un attimo crede di essere morto. Non appena si riprende s’accorge di essere ricoperto da una sostanza molliccia. La tocca con cautela, forse teme si tratti del suo sangue; poi si porta le dita al naso e l’annusa: è merda, È PROPRIO MERDA SCHIETTA.

 

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Una storia bosniaca

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La calcina volava dalle carriole alla parete e, non s’era ancora spiaccicata sul muro che i fratassini la spargevano in un baleno. L’avevano preso a cottimo quel lavoro, e allora ci davano dentro per farci uscire una bella giornata. La betoniera muggiva in continuazione e Cosimo non faceva in tempo a prepararne una che già gliela chiedevano con insistenza. – Mizzica! Matti siete?! – aveva brontolato ripetutamente, ma non aveva perso una battuta, come se non volesse essere da meno. Franco e Gino ogni tanto gli tiravano dietro qualche accidente, ma così, senza cattiveria, come se fosse ormai più che altro un’abitudine. – Sbroite, terùn! –. – ‘nduma, tera da pippe! – Ma intanto il lavoro cresceva, sostenuto da tutta l’impresa.

Improvvisamente si udì il rumore di un camioncino. Franco si affacciò alla finestra. – È Piero, il lattoniere. Chissà cosa vuole.

– Che non venga a farci perdere del tempo – rispose Gino – Lo sai che se attacca…

Piero passò vicino a Cosimo senza salutarlo. Il ragazzo lo seguì con lo sguardo, poi scosse la testa come per compatirlo. Sapeva che quell’uomo ce l’aveva con i meridionali per cui non c’era da stupirsi del suo comportamento. Finì di scrollare un sacchetto di cemento nella betoniera.

– Ci sieteee? Qui vedo che i lavori vanno avanti.

– Vieni, vieni, che ce n’è anche per te.

Piero entrò nella stanza che stavano intonacando. Franco e Gino non si fermarono neppure un istante. Uno “slash” e via a fratassare. L’uomo stette un po’ a guardarli, poi, come se improvvisamente avesse cambiato voce, disse:

– Avrei da dirvi una cosa importante.

Gino si fermò: – E dilla! Cosa sarà bene?! – e riprese ad intonacare.

– Non avete saputo… niente?

Franco e Gino si guardarono stupiti. – E cosa avremmo dovuto sapere? – disse Gino, smettendo di lavorare.

Piero si guardò in giro sospettoso, come se temesse che qualcuno lo ascoltasse; poi, avvicinandosi, disse: – Non avete sentito il telegiornale? È tutta la mattina che lo fanno.

– Ma se è dalle sette che siamo qui, come potevamo! – rispose Franco, che già fremeva per quell’ interruzione.

– Ci siamo, – disse Piero tutto eccitato – ci siamo: La gente ha cominciato a ribellarsi. A Milano, a Torino e in tutto il Veneto hanno già preso in mano le prefetture.

– Ma cosa dici?! – replicò Gino incredulo.

– Ma sì, il Nord si è ribellato. E hanno già cominciato a far fuori qualche terrone.

– Vuoi dire che hanno anche sparato?!

– Oh, ragazzi, non stanno mica scherzando. Io l’avevo detto che prima o poi sarebbe successo. – Si zittì immediatamente, aveva sentito alle sue spalle il cigolìo della carriola.

Cosimo venne avanti a testa bassa. Posò la carriola con veemenza, poi fece l’atto di inforcare l’altra, ma quando si accorse che non era ancora vuota, esclamò: – Minchia, che facciamo qui, dormiamo?! – Alla vista di quelle facce scure il sorriso gli morì sulle labbra. Restò un istante lì, imbambolato, poi, come se stesse facendo uno sforzo, afferrò la carriola e se ne andò.

Piero attese che uscisse. – Non ho mai capito cosa vi è saltato in mente di prenderlo a lavorare. Io, piuttosto che prendere un terrone, farei il doppio di fatica – Indugiò un attimo a guardarli, come se volesse suscitare in loro un senso di colpa. – Io sto andando a Ovada. Mi ha telefonato Olivieri quello delle piastrelle, e ha detto che si stavano radunando tutti in piazza. Voi che fate, venite?

Quell’invito così a bruciapelo li lasciò interdetti. Franco guardava la calcina e il lavoro che c’era ancora da fare, e si sentiva montare il nervoso. Gino cercò di obiettare qualcosa: – Ma così, all’improvviso, sporchi come siamo…

– Meglio ancora, che lo vedano che stavolta è l’Italia che lavora a ribellarsi.

Quante volte avevano ragionato all’osteria di quella possibile rivolta, del fatto che il Nord non poteva più sopportare di averci sulle spalle il Meridione. E che, se fossero stati da soli, sarebbero stati come la Svizzera. Ma ora, trovarsi di fronte al fatto concreto, era tutta un’altra cosa, non bastava riempirsi la bocca di parole.

– E Cosimo? – accennò Franco di riflesso.

– Se date a mente a me, lo licenziate, prima che sia troppo tardi.

– Ma così, su due piedi…

– Ma allora non avete proprio capito! Qui sta succedendo davvero qualcosa di grosso, e allora conviene anche a lui andarsene a casa, ma a quella vera, stavolta – sibilò Piero tra i denti, con un’espressione di disprezzo. Dopodiché aggiunse: – Beh, io vado, era tanto che aspettavo di togliermi questa soddisfazione. Voi fate un po’ quello che volete. Ma sappiate che da domani le cose cambieranno per tutti.

Franco e Gino lo guardarono andar via frastornati. Lo conoscevano fin da bambini e sapevano che ce l’aveva sempre avuta a morte con i terroni. Ma non c’avevano mai dato troppo peso, come se si trattasse di un’esagerazione del suo carattere. Ora però che i fatti sembravano dargli ragione, provavano un senso d’angoscia all’idea che anche loro non potevano più tirarsi indietro e dovevano scegliere da che parte stare.

Ripresero a lavorare. Ma la calcina non volava più come prima, sembrava appesantita.

Cosimo tornò con la carriola. Vedendo che l’altra era ancora piena, si fermò e lasciò le stanghe di botto. – Ora si vede chi è che batte la fiacca! – gridò come per canzonarli. Nessuno gli rispose. – Ohè, muti siete?! – insistette quasi risentito. Franco gli diede un’occhiata torva e riprese ad attaccare calcina. – Miinchia! Sto parlando a voi. Che vi prese? – disse Cosimo tirando un calcio alla carriola.

Gino non resistette più: buttò lontano la cazzuola e il fratassino e s’incamminò verso la porta. Cosimo lo guardò sbalordito, non riusciva a capire la ragione di quel gesto. Poi, mettendosi le mani nei capelli, cominciò ad imprecare: – Botta de sangu! Che siete, tutti matti?! Ma se abbiamo scherzato fino ad un minuto fa… E ora, che vi succede? – Tutt’ad un tratto si fermò, come se si rinvenisse. Poi, con una smorfia di compiacimento, disse: – Ah, ora capisco. Che stupido sono! Potevo anche pensarci prima. È stato il lattoniere a dirvi qualcosa, sarei pronto a giurarci. Iddu è ‘nu fetusu!

– Sta zitto! – gli urlò Franco dall’impalcatura. E continuava ad attaccare calcina.

– E no eh, zitto non ci sto. C’avete da spiegarmi che succede. Che credete, non sono mica un minchione.

In quel momento rientrò Gino. Aveva la faccia livida, allucinata, come se si sentisse male. Si avvicinò a Cosimo e, senza alzare gli occhi da terra, gli disse con voce sommessa: – Da domani sei licenziato – Poi stette lì, immobile.

Cosimo stentava a crederci: deglutì alcune volte, guardò ripetutamente i due muratori, poi, con la voce asciutta, rotta solo dal magone, disse: – Tre anni sono che lavoro con voi, e credo di aver fatto sempre il mio dovere. Quando c’è stato da lavorare non mi sono mai tirato indietro, fosse sabato, domenica o anche nelle feste. Perché allora mi fate questo? Forse che non vi mantenevo la calcina? Oppure siete così poco uomini che sono bastate le quattro minchiate che vi ha detto quel fetente per farvi cambiare idea?!

Cosimo era fuori di sè e si piegava tutto in avanti a gridare in faccia a Gino quelle parole. – Sta zitto! – urlò nuovamente Franco dall’impalcatura. E, dopo aver gettato gli arnesi nel bogliolo, saltò giù con un balzo sul pavimento. – Sta zitto! – ripeté furente.

Cosimo tacque qualche istante, come se avesse ubbidito. Poi un ghigno beffardo gli si stampò sulla bocca. – Eh già, io sono un terrone. Io non ho il diritto di parlare. Io servo soltanto se c’è da lavorare. Tanto sono come le bestie, lo dite sempre voi. – Fece una pausa, come per riprendere fiato. – Ma ricordatevi – disse agitando il pugno minaccioso davanti agli occhi di Franco – che c’ho due coglioni anch’io, e se ci provate a scassarmeli qui finisce male per qualcuno.

Franco trasalì, come se quel gesto avesse evocato in lui qualcosa di ancestrale. Improvvisamente gli si annebbiò la vista e cominciò a tremare da capo a piedi: un istinto primordiale gli saliva su dal profondo e lo pervadeva con tanta forza che era impossibile controllarlo. Di fronte non aveva più il suo manovale, ma un invasore che stava minacciando la sua terra. Quasi senza rendersene, conto allungò un braccio, afferrò il badile appoggiato all’impalcatura e, lesto come un fulmine, colpì Cosimo sulla testa. Il giovane siciliano fu così sorpreso che non tentò nemmeno di schivare il colpo.

Il badile rimbalzò lontano e Cosimo, con la testa tutta insanguinata, rimase qualche istante ancora in piedi con un’espressione di terrore sul viso. Poi, di colpo, crollò su se stesso.

Gino, come se si svegliasse allora da un incantesimo, guardò Franco sbigottito, poi gridò: – Disgraziato, cos’hai fatto! – e si gettò su Cosimo che a terra stava spasimando. – Cosimo, Cosimo, Madonna santa, parla! – Ma Cosimo ormai rantolava e aveva continui sbocchi di sangue. Finchè il sangue gli uscì anche dalle orecchie, il corpo sussultò alcune volte e s’irrigidì.

– Cristo, è morto. Morto, capisci?! E ora che facciamo, siamo bell’e rovinati! – Gino piangeva disperato, inginocchiato sul corpo esanime di Cosimo.

Franco, che fino ad allora era rimasto come di sasso, cominciò a scrollarsi la calcina dai pantaloni. Gino lo guardava, aspettando che dicesse qualcosa.

Franco prese il giacchetto dall’impalcatura, se lo infilò e si tirò su la cerniera; poi, quando ebbe finito, disse. – Io vado giù ad Ovada – Gino lo guardò incredulo: – Ma… Cosimo? – Franco stette un attimo in silenzio. – Io vado giù ad Ovada – ripeté – ormai siamo in guerra.

 

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Scacco al potere

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Proviamo a figurarci, con divertita arbitrarietà, quello che fu l’incontro decisivo del primo torneo internazionale di scacchi che si svolse a Londra nel 1851. Non è difficile immaginare Howard Staunton, organizzatore del torneo, fino ad un attimo prima d’iniziare la partita decisiva, aggirarsi tra i tavoli, gustando lente boccate di tabacco e magari tenendo sotto il braccio sinistro un testo shakesperiano, con l’incedere sicuro di chi è, fino ad ora, considerato il più grande giocatore del mondo.

Di fronte s’appresta a cominciare Adolf Anderssen, uomo mite e accondiscendente che si divide tra gli scacchi e la sua attività di insegnante di tedesco e matematica.

Sulle pagine della rivista The British Miscellany and Chess Player’s Chronicle ancora non si è spenta l’eco delle polemiche e delle dispute letterarie sulla purezza della lingua in Shakespeare e sui nuovi trattati scacchistici, nelle quali il suo fondatore Staunton si scaglia lancia in resta. Dall’altra parte i familiari di Anderssen possono apprendere dalle sue lettere quanto egli si trovi a proprio agio a Londra: a parte i prezzi salati, gli organizzatori sono cordiali, i giocatori piacevoli, la sistemazione più che soddisfacente, e il clima non è così terribile come temeva.

Una volta seduti l’uno di fronte all’altro assistiamo ad una metamorfosi che potrebbe sorprendere, quasi ad un cambio delle parti. Anderssen attacca senza riserve, romantico e sregolato, crea combinazioni ardite ed eretiche, sacrifica anche a torto dei propri pezzi per disorientare l’avversario come un uccello impazzito. Staunton, pacato e grigio, tenta solo di sfruttare gli errori del rivale, evita ogni rischio, non cede alla tentazione di proporre gambetti, si sforza di conservare una posizione solida, cerca di non essere avvolto dal polverone sollevato da Anderssen.

Alla fine della tenzone l’uomo la cui vita è regolata minuziosamente tra scacchi ed alunni diviene campione del mondo. Ciò non lo esalta più di tanto, come una sconfitta non lo avrebbe abbattuto nello spirito e nel morale.

La carriera di Staunton termina virtualmente con questa sconfitta, il suo narcisismo ne esce mortalmente ferito.

Gli anglosassoni chiamano i dilettanti degli scacchi “woodpushers”, cioè gli “spingilegno”.

Gli scacchi non concedono a chi li frequenta di dedicarvisi come un hobby, un gioco, un divertimento, ma tendono progressivamente e tirannicamente ad assorbire sempre più energie fino a condizionare l’equilibrio interiore del giocatore. Senza spingersi a coniugare il gioco (in quanto attività disinteressata) con l’arte, tipico dei vecchi mistici manuali, e senza sopravvalutare l’elemento narcisisticio ed individualista, il fascino catturante e pericoloso degli scacchi deriva anche dalla totale assenza di casualità del gioco: la vittoria è conseguenza dei propri meriti, come la sconfitta è il risultato dei propri errori.

Non si conoscono giochi che abbiano alle spalle secoli di teoria, migliaia di testi, milioni di analisi, miliardi di varianti, magari sepolte per centinaia di anni e poi riscoperte in una notte. Gli scacchi sono l’unico gioco in cui una tradizione secolare si disegna come un patrimonio antico che ritorna a vivere, similmente nella forma e nel senso additati da Eliot per la letteratura. Non casualmente esistono giocatori definiti classici o romantici, stili di giuoco configurati come tradizionali o d’avanguardia, scuole di pensiero “capitalistiche” o “sovietiche”.

E ciclicamente si parla della “morte del romanzo”, cioè dell’apparenza d’aver ormai esaurito ogni possibilità, d’aver esplorato ogni combinazione e variante, d’essere approdati infine ad una paralisi del gioco degli scacchi, puntualmente smentita dal genio e dalla fantasia di chi stravolge le dimensioni psicologiche del gioco, differendo il respiro delle usanze mentali.

Tutto ciò si svela nitidamente a chi, dopo l’irruenza del neofita, per il quale il piacere più grande deriva dall’attaccare subitamente e direttamente il Re avversario, s’avvicina, dopo la Grammatica, alla Retorica e apprezza le sfumature più sottili come il gioco posizionale, la manovra dei Pedoni, la strategia aperta, il disegno compiuto e articolato.

Il Giuocatore ci muove sulla scacchiera della vita e infine ci getta, uno ad uno, nel cassetto del nulla.    OMAR KHAYYAM

 

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La poesia di Beppe Salvia

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Non è frequente, nella poesia degli ultimi vent’anni, imbattersi in versi lievi eppure compatti, leggeri eppure solenni come quelli di Beppe Salvia. Sottile e fluida la sua poesia è lo specchio di un vuoto da cui, senza un grido, si figura un sentimento d’esilio che intride il sangue e lo guasta irreparabilmente.
Le ferite del poeta sono immedicabili, come per un veleno sottile o per invisibile contagio, eppure la voce preserva un tono pacato, il verso si distende in un endecasillabo gentile, da cui traspare come in filigrana un disperato desiderio d’essere dentro le cose, dentro la vita e, contemporaneamente, la consapevolezza di non esserne capace.
La vita sognata, l’“aerea vita” appare continuamente a portata di mano, attraverso i piccoli oggetti quotidiani, i brevi “sentimenti paghi di letizia”, ma nessuno riuscirà ad esserne all’altezza, ad essere cosa tra le cose, vita nella vita, a contenere – proprio in senso etimologico – l’insostenibile leggerezza, l’insopportabile superficialità della vita. La profondità del senso dell’esistere richiede alla nostra grevità una levità, una vaghezza di cui siamo incapaci.
Il vivere lamenta ad ogni passo una mancanza, un’assenza: la voce s’imbriglia in un sentimento di nostalgia, “nostalgia delle cose impossibili”, del vuoto e del nulla, di una condizione quasi prenatale, di ciò che non è stato e non sarà, di ciò che non nasce e quindi non s’infetta e non perisce.
La nostalgia in Salvia è lo scacco, la tragedia senza catarsi, poiché la nostalgia dell’assenza è al di là delle passioni e della vita, pur se la sua poesia è così felice-mente, e perciò dolorosamente, abitata di cose e colori, di odori e giorni, capaci di fermarsi ed indugiare il tempo innamorato di un ascolto.

Beppe Salvia è nato a Potenza nel 1957. Tra i fondatori della rivista “Braci”, ha pubblicato alcuni testi su “Nuovi Argomenti”. È sempre vissuto poveramente, mantenendosi con lavori occasionali e con l’aiuto di alcuni amici. È morto suicida a Roma, durante la Pasqua del 1985.

(Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
sulla mia schiena, faticavo tanto,
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m’affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l’animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
È primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere e per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

fui prigione di cifre d’alfabeto
e delle loro forme allineate
e dello sciocco mistero che non mai
muti maestri insegnano a noi.
mai mi fu detto e constenti imparai
che non v’è ossa e sangue nelle cose
morte, di che si possa, meravigliose
dimenticarne, eterne. E non più mai
le perfezioni del pensiero a queste
cose inanimate san provvedere
che sian così mutevoli e leggere
da non imprigionare i vivi. Tanto
noi siamo, d’aerea vita soltanto
nuda dimora della vita e tanto
basta ad aver caro il grave, il centro
imperfettibile, d’ignoto peso.

 

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Ma allora esiste?

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

  1. La poesia esiste tuttora, vitale e numerosa, e continua a servirsi dei poeti, purché essi siano disposti all’incredibile sforzo che costa assottigliarsi tanto da ottenere la necessaria trasparenza.
  2. La ferita è al centro della poesia.
    Come una ferita le parole si aprono sempre più mentre la parola si chiude in un proprio arcaismo intimo. Accostate per ferirsi e scoprirsi, le parole non sono i guitti adatti all’avanspettacolo di un teatrino dell’io, ma compiono ritualmente i gesti crudeli che la sperimentazione liturgica richiede: urtandosi nei piccoli chiostri dei suoi metri, finiscono per scorticarsi, per perdere la superficie.
    Metafore nel senso più primordiale del termine, il cuore, il sangue, le ciglia, la bocca sono propriamente parti per il tutto: non devono ricongiungersi o accordarsi: compiono la fatica poetica, al tempo stesso non venendo meno all’inevitabile funzione di risarcimento della piaga esistenziale, della mancanza di un senso, cui accenna Blumenberg.
  1. Un verso è il luogo destinato alla missione delle assonanze, allitterazioni, reiterazioni: in quello spazio ristretto e sconfinato esse devono dire, pronunciare i loro couplets, le piccole ariette imbarazzate e legnose, cariche di furia, di garbo o di scontrosa ritrosia: marionette tinte nelle vernici futuriste o dada, ormai un poco essiccate o fanèes, o annerite nel sangue di un espressionismo poco caritatevole. La concentrazione del fuoco sulla bambolesca disperazione di questi espedienti retorici non fa che suscitare quanto vi è di viscerale nei taciuti, negli omessi corporei ed erotici di una poesia che non può che essere antilirica e rabbiosamente antiatmosferica: come un negromante il poeta circuisce ed allude, e tanto più mentre ostenta di stendere i tappeti della reticenza e della preterizione sul buio ed il terribile dell’assenza e della mancanza cui non si rimedia. Il poeta richiama le parole a formare le loro figure, le loro costellazioni, di danza e di rito, ed esse si scontrano, ognuna portatrice d’intrasmissibili malanni, senza contagiarsi mai, scambiandosi testimoni come in una gara di spietate coreografie.
  2. La serietà invernale delle narrazioni contenute nei versi denuncia quanto gravosa sia l’ipoteca mitica che il poeta ha acceso sul suo patrimonio lessicale ed iconografico.
    Dalla secca stenografia accostativa all’immagine di maternità surrealista, dalla rima infrequente sotto forma di titubante assonanza ai richiami camuffati all’interno del verso, la devozione notturna della poesia non lascia dubbi: non si tratta di mises indossate ad un defilè di tendenza, ma della sostanza profonda di un’originaria matrice magica ad essere rivissuta e messa in gioco.
  1. Sentinella di frontiera, trasferitasi interamente in quelle laboriose solitudini, il poeta ascolta il misterioso telegrafo del celato ticchettargli gesti, ritmi, cadenze con le quali comporre gli incendi subitanei delle sue miniature. Nel territorio della poesia parole, oggetti, fatti non gettano ombra: nonostante l’apparente éclat delle figure, nessun alone circonda e soffonde le minime mònadi che di volta in volta vengono a costituirla.
  2. Antiepica nelle forme, la poesia è epica nella sostanza più intima e, personalmente, prova ne sia il chiamare in causa la figura femminile, rigorosamente invocata in quanto assente. Invece di compiere incantesimi, essa raggruma le magie della poesia e contemporaneamente ci conferma quanto sia sostanziale l’esperienza dell’altrove assoluto nel quale si svolge l’atto dello scrivere. La poesia non può essere detta e risuonare senza il “tu” di questo femminile, che garantisce i pur brevi ristori di una narrazione. Soltanto dalla lontananza da costei si possono indirizzare i versi, soltanto nella lontananza i versi possono conservare la caratteristica, così effimera, di appunti del viandante, come in un lehrreise che ritorna sullo stesso, malinconico ossessivo percorso.
  3. La poesia esiste tuttora, e le ferite della memoria, che ci fanno vivere, sono tenute aperte soprattutto grazie ai poeti.

22.
Cuore che imprimi prèmiti

e impunito mi tieni
versi esilio nel torace e torci
il verso, il gesto breve.

Sbianca le labbra lo sguardo
così aspro da dire
dove cade il respiro e raggela
la parola, il pallore sottile.

9. (winterreise)
D’un inverno dimora d’ombra

sta come un cortile nel gelo
l’asciutto andare se corto
se incerto nel sogno sfigura
d’un tempo il malo modo
la premura il nodo al cuore.

XXVI.
Il primo polso si placa
ma incompiuto nella corta
quiete dell’osso e intende
a lungo tra la scheggia del cuore
e la pioggia volgersi e sostare.

10.
Divide il respiro e svoglia

tardiva memoria che veglia
sul disgelo la gola taciuta
saliva in filo che impiglia
e non vede e non veduta.

18.
È un’ombra questo andare
senza impronta tra crudi
congedi simile alla morte
questo andare immaginando
tra un corto sguardo che perde
il cuore ma nella saliva
cerca un filo per tornare.

 

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Barangain

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La rivista che stai leggendo è nata per concretizzare le tante discussioni su idee, esperienze, letture che accomunano gli autori. Spesso abbiamo parlato di libri, consigliandoceli a vicenda, affrontando pure la questione del rapporto che abbiamo con essi. Tenterò qui di delineare un percorso che attraversi le principali tappe (o tematiche) che chi ama il libro ha prima o poi affrontato.

Poiché il paradiso del mondo di là è incerto, ma vi è effettivamente un cielo su questa terra, un cielo nel quale abitiamo quando leggiamo un buon libro.   CHRISTOPHER MORLEY

Prima ancora di aver superato l’infanzia, il bambino è costretto ad incatenare i propri occhi a quelle strisce di caratteri apparentemente senza senso. Non comprende il motivo per cui, invece di andare a tirare calci ad un pallone, deve stare lì a balbettare parole semplici, ma che vanno ricavate da quegli scarabocchi sulla carta (“perché devo leggere ma-ti-ta quando posso più facilmente disegnare una matita?”).

L’amore per i libri non è immediato, anzi per nascere ha bisogno di un lungo periodo di incubazione. Nessuno, neppure colui che diverrà bibliofilo incallito, può affermare di aver trovato piacere a leggere durante i primi anni scolastici.

Presto però il neo-lettore si rende conto che dietro al semplice (fino ad un certo punto) esercizio vocale di scansione delle sillabe c’è ben altro. Pian piano prende coscienza che ha tra le mani un nuovo gioco, paragonabile ai Lego, con il quale ha l’opportunità di crearsi un mondo tutto suo. Qui i mattoni sono le parole, e per capire la “costruzione” queste vanno lette in un certo ordine, che la maestra chiama “periodi”.

Con quella di leggere cresce anche la capacità di scrivere e il paragone con i Lego si completa: ora anche il ragazzino è in grado di fare delle costruzioni con le parole. Ma questo appartiene ad un altro mondo, quello dello scrivere.

A questo punto della crescita del novello lettore possono intervenire due eventi: il primo è il rifiuto della parola scritta, il secondo una simpatia che con gli anni diverrà vero e proprio amore.

Il ragazzo che comincia a leggere è spinto a farlo essenzialmente dalla sua curiosità verso piccoli eventi, spesso insignificanti. Questa prerogativa è insita nel bambino, ma in genere va scemando col divenire adulti. Solo in chi legge assiduamente, e non solamente la Gazzetta dello Sport o consimili, questa curiosità ancestrale rimane, e viene soddisfatta dalla ricerca che il lettore fa all’interno e all’esterno del libro stesso.

Cominciando ad indagare il rapporto che il lettore abituale instaura con l’oggetto della lettura, ci rendiamo conto che quest’ultimo offre solamente lo sfondo delle vicende narrate (l’autore lo si potrebbe paragonare, nel mondo del cinema, al soggettista o al sceneggiatore); i primi piani, i particolari sono a completa discrezione del lettore. Al ragazzo che passa dai soldatini al libro viene aperta una finestrella in un mondo tutto da scoprire, in cui diviene comparsa, protagonista e regista, separatamente o contemporaneamente.

[…] abbandonandomi alla più cara delle mie abitudini: l’arbitrio della conversazione. Alle mie spalle sento il riposo della mia biblioteca.      XAVIER DE MAISTRE

Ciò segue la differenza con quanto invece offre la “scatola ipnotica”, la quale ci presenta un prodotto preconfezionato, che inibisce i nostri desideri e le nostre passioni, appiattendo ogni personale emozione, e propinandone altre omologate. La distinzione tra chi preferisce leggere e chi si bea dei programmi idioti che sforna la televisione sta nel fatto che il primo è ancora cosciente della propria esistenza, ha una propria autonomia intellettiva; il secondo non sa più sognare, lascia che altri siano i protagonisti della sua esistenza.

Il libro consente a chi lo scopre una fuga nella fantasia, la creazione di un universo totalmente a misura del lettore. C’è chi preferisce immedesimarsi nei personaggi di Dickens, respirando l’atmosfera ottocentesca di Londra; oppure percorrere in lungo e il largo con Holden la New York di J. D. Salinger; o, ancora, seguire la fuga vera e propria che Bruce Chatwin ha eletto a sistema di vita.

Marguerite Yourcenar scriveva: “La lettura è una specie di porta d’ingresso su altri secoli, altri Paesi, su moltitudini di esseri più numerosi di quanti ne incontreremo nella vita, talvolta su un’idea che trasformerà la nostra, su un concetto che ci renderà un po’ migliori o almeno un po’ meno ignoranti di ieri”.

Chi è assalito dalla mania (malattia?) di leggere è soggetto a richiudersi nel proprio mondo dove il libro è un facile compagno di gioco. La lettura comporta conseguentemente un isolamento dalla società. Presto il “malato” si scontra con l’impossibilità di conciliare l’intensità dei sentimenti che trova nei libri con la pochezza della quotidianità. Si rende conto che il mondo anarchico di Bakunin è del tutto, e soprattutto, utopico (per questo a noi piace tanto!), che l’amore assoluto di Dante per Beatrice è irraggiungibile, che non esiste l’amicizia perfetta descritta ne “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, nella realtà questa se ne va senza tragiche separazioni, semplicemente scivola via.

La troppa immedesimazione nei personaggi letterari può portare a ragionare e a comportarsi come loro (vedi Don Chisciotte). Nel libro ci si rifugia dalle brutture della società, perché lì gli omicidi, gli amori e le disgrazie hanno un senso, una logica, una continuità; cosa che la realtà non sembra possedere: qui regna il caos, tutto pare non avere autore.

Luciano Canfora ne “Libro e Libertà” scrive: “Don Chisciotte che, a furia di leggere, entra nel mondo dei suoi libri e ragiona come se fosse egli stesso un soggetto di quei libri e addirittura vive come quei personaggi, è una creazione inquietante, che incombe, per così dire, come esito possibile sul mondo dei lettori”.

Tutti i giorni affrontiamo il compito di essere lettori di un libro che non ha trama e di cui non capiamo i perché, ma è il nostro mondo e dobbiamo accettarlo come tale, magari cercare di modificarlo, ma partendo comunque dal presupposto che questo è quello reale. Difficilmente torneremo sui nostri passi, quindi compito di ogni lettore è quello di chiudere il libro rifugio, con una trama, un inizio ed una fine, per affrontare i fogli sparsi di tutti i giorni. Tutti i lettori corrono il rischio di combattere contro mulini a vento se non si adoperano a filtrare ciò che contiene il libro e trarne utili appigli per la loro “sopravvivenza quotidiana”, in modo da trovare un compromesso tra la vita reale e quella utopica. Chi legge spera di trovare nel libro una possibile soluzione ai problemi di tutti i giorni: questo però non deve impedirgli di prendere coscienza del fatto che nessun testo, nessun consiglio che questo può dare, sarà determinante nelle scelte della sua vita. Essi testimoniano solo che i nostri crucci, le nostre debolezze, i nostri mal d’animo sono comuni a moltissime persone, compreso l’autore. È un’amara consolazione, ma questo ci fa sentire meno soli.

Coloro che amano il libro, leggendo ne “Il Nome della Rosa” la descrizione del momento in cui Guglielmo da Baskerville entra nella biblioteca del monastero, hanno provato invidia per la realizzazione di un sogno comune a molti: entrare in un mondo nel quale non esistono altro che scaffali zeppi di codici antichi e pergamene, dove l’aria è satura di polvere, il silenzio è quello del culto e della reverenza per la parola scritta. Molti infatti potrebbero fare proprie le parole di Jorge Luis Borges, uno che di biblioteche se ne intendeva parecchio: “Mi sono sempre immaginato il Paradiso come una specie di biblioteca”. All’interno della labirintica torre, il protagonista mette finalmente le mani su un testo che si credeva non esistesse: il “secondo libro della Poetica di Aristotele”. In fondo tutti coloro che amano leggere cercano quel volume, dal quale trasse risposte alle loro domande.

La mia libreria era un ducato abbastanza vasto.    WILLIAM SHAKESPEARE

Il libro lo si deve considerare anche come un oggetto fine a se stesso. Il piacere di possederlo, sentirlo al tatto, ammirare l’iconografia, il tipo di carattere, la rilegatura e l’odore delle pagine vecchie di molti anni, vissuti in segreti scaffali, sono risvolti che chi ama il libro non sottovaluta. Naturalmente questo deve risultare di secondaria importanza rispetto al contenuto, ma ha una sua significativa valenza.

Edmondo De Amicis diceva: “L’amore dei libri è fonte, per se solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell’odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli”.

Oggi si discute tanto di Internet, di multimedia, di molti libri a cui poter accedere tramite un semplice CD-ROM; tutti dicono che presto il libro si estinguerà. Personalmente non lo credo affatto. Il libro per la sua funzionalità è molto più avanzato del computer. Molto più pratico, più economico e non ha bisogno della spina per essere letto.

L’importanza di possedere un libro sta proprio nel fatto che è lì nella libreria personale, a portata di mano quando lo si vuole leggere, rileggere, spulciare, scoprire; oppure lo si può lasciare lì per anni, magari non leggerlo mai, ma sapere che c’è. Un buon libro può rimanere a “decantare” per anni in una polverosa biblioteca prima che lo si affronti, ma quando questo accade ci compiacciamo del fatto di aver avuto l’accortezza di acquistarlo, e magari aver atteso tanto tempo prima di affrontarlo.

Capita pure che mentre cerchiamo un testo ci rendiamo conto che non si trova nello scaffale sul quale dovrebbe essere. Divenendo sempre più nervosi cerchiamo negli interstizi più oscuri della libreria, ad un certo punto lo sgomento ci assale: lo abbiamo prestato!

Il bibliofilo spesso è in conflitto con due sentimenti apparentemente inconciliabili: il primo la gelosia dei propri testi e la loro conservazione, l’altro il desiderio di condividere con qualcuno le sensazioni che questi hanno suscitato in lui. Il prestito oculato, quello limitato a compagni di lettura accuratamente selezionati, concilia i due opposti. Con questo gesto si trasmettono sentimenti ed emozioni che altrimenti sarebbero difficilmente comunicabili. È pure un modo per dare una continuità a noi stessi. Possedere libri, far partecipi altri della lettura di questi, da l’illusione di realizzare un sogno che da secoli l’uomo insegue: l’immortalità. Avere l’opportunità di scegliere i libri da includere nella propria collezione, arrivando quindi alla realizzazione di una biblioteca che ci caratterizza, diventa la concretizzazione di un risvolto fisico che per sua natura non ha nulla di concreto: l’anima.

Non esistono in un libro risposte a domande come: chi siamo, dove stiamo andando, ma le si possono trovare in una biblioteca costruita con accuratezza; i libri stessi diventano le risposte. In ciascuno di essi troviamo esperienze di vita, enigmi, pensieri che sono i nostri. La lettura crea dei punti di riferimento della nostra vita. Una sintesi della letteratura mondiale e temporale crea nella coscienza del lettore un modello originario, primordiale ed immutabile dei rapporti umani: l’Amicizia, la Morte, la Solitudine, l’Amore, il Patriottismo, l’Esilio, ecc. Questi modelli sono gli obiettivi da raggiungere che ogni lettore si prefigge per poter avere le risposte che desidera, per poter soddisfare la sua sete di sapere.

Esistono pure libri che hanno fornito modelli ideali di comportamento e di pensiero, o hanno indotto il tentativo di renderli concreti. Penso ad esempio al fenomeno della beat generation, diffusosi dopo la divulgazione di testi come “Sulla strada” di J. Kerouac. Oppure, andando indietro nel tempo, a ciò che avvenne nel ‘600, quando fu pubblicato il manifesto “Fama Fraternitatis”, che creò il mito dei Rosacroce. Nessuno può affermare con sicurezza che essi esistessero prima di allora, ma dopo sicuramente sì. Il libro trasmise ai lettori del tempo un messaggio di integrità morale, impregnato di esoterismo, a cui molti fecero riferimento come modello organizzativo e politico.

La letteratura in generale ha dei presupposti utopici. Essa è rivolta sempre e comunque al lettore del presente come a quello del futuro. Il fatto è che da millenni l’uomo continua a scrivere, e a divulgare ciò che ha scritto, sempre sugli stessi argomenti: l’amore, la morte, la vita, l’odio, l’amicizia. A differenza delle scienze nelle quali una nuova scoperta in un certo qual modo soppianta quella precedente, la letteratura rimane immutabile nel tempo. È un eterno interrogativo, alla ricerca di una risposta che non potrà mai essere definitiva.

Per concludere vorrei spiegare il significato del titolo. È tratto dal libro “L’uomo che portava felicità” di Jürg Federspiel. È la storia di un ussaro che instancabilmente cerca un paese di nome Barangain. Il luogo è quello dove vengono realizzate tutte le sue aspettative, come dice lui stesso nelle ultime righe del racconto: “Cerco un paese, un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo”.

Pure noi Viandanti delle Nebbie cerchiamo quel paese; non importa se alla fine non lo raggiungeremo, quel che conta è insistere nella sua ricerca. Il nostro Barangain è un luogo dove si concretizzano i nostri sogni, le nostre utopie, dove incontriamo personaggi fantastici e reali, che in una qualche maniera ci appartengono. Un posto dove si possa discutere di letteratura con Calvino, di poesia con Leopardi. Viaggiare nello spazio e nel tempo con Corto Maltese. Apprendere il coraggio, l’onore e la cavalleria da Don Chisciotte e Re Artù. Studiare il Medioevo, le eresie e l’Inquisizione con chi l’ha subita, come il Gran Maestro Templare De Molay. Ubriacarci con Bukowski. Sognare con Valentina (va bene anche se qualcuno è sconcio). Entrare nella biblioteca dell’Abbazia con Gugliemo da Baskerville e Jorge Luis Borges. Amare Madame Bovary.

Meglio questi sogni che quelli a 12 pollici. Quindi lasciateci cercare il nostro Barangain e non rompete con la pubblicità!

Collezione di licheni bottone

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Celebration

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Immaginiamo. Immaginiamo di camminare lungo viali alberati, lungo prati rasati di fresco, immersi nel verde e nel silenzio della natura.

Immaginiamo strade pulite, vicini di casa gentili e cani tenuti al guinzaglio. Ottime le abitazioni intorno: tutte ville monofamigliari, più o meno grandi. E poi il box per le automobili, i campi da tennis, la piscina. Dimenticavo la jacuzzi e la sauna per tutti.

Non è male vero, come passaggiata virtuale?

Immaginiamo ancora di camminare e camminare e camminare, senza pericolo alcuno di essere investiti, senza essere asfissiati dallo smog e assordati dal rumore di migliaia di feroci automobilisti in lotta tra loro. Lassù nell’azzurro del cielo, poi, c’è sempre il sole, non piove mai ed il vento serve solamente a riempire le vele delle barche ancorate nel porticciolo.

Immaginiamo insomma (a parte l’idromassaggio, la sauna e la piscina: un po’ troppo snob, lo ammetto) un luogo tranquillo dove vive gente felice ed operosa.

Ma ecco – come in un vecchio film – comparire all’improvviso un’automobile di grossa cilindrata, enorme, nera, guidata da un autista tutto pieno di se (Ambrogio con i cioccolatini?) e sul sedile posteriore un ricco uomo d’affari.

Ecco comparire da un lato la vicina di casa gentile e silenziosa: si stava preparando per andare all’Opera, trucco e gioielli di ordinanza compresi. Ecco il cane – rigorosamente – al guinzaglio: è un dobermann. Un cucciolo, ma pur sempre un dobermann!

Non potevano mancare le forze dell’ordine: carabinieri, vigili urbani, guardie forestali? No, muscolosi vigilantes con tanto di walkie-talkie e di pistola. “Chi sei, cosa ci fai qui?” Pochi suoni gutturali ed eccomi “accompagnato” all’uscita.

Addio prati verdi, addio silenzio, addio sole perenne …

L’enorme cancello in acciaio si chiude con violenza alle mie spalle. Non mi hanno portato in galera: ripeto, mi hanno accompagnato all’uscita. Eccomi infatti fuori da Fort Apache, in balia degli eventi e degli indigeni violenti.

Ho detto “immaginiamo”, ma questo non è un sogno e non è neppure una fantasiosa ricostruzione dell’isola che non c’è.

Questo luogo, o meglio, questi luoghi esistono davvero. A nord come a sud, nelle grandi e nelle piccole città, a Los Angeles e a Johannesburg, nel Montana e in Florida. Si chimano – i luoghi di felicità recintate – Waterford Crest, Laguna Nigel, e – in futuro – (grazie Disney!) Celebration … Sono piccole città “indipendenti”, quartieri residenziali privati, agglomerati urbani di soli bianchi-ricchi-conservatori.

Rappresentano il nuovo apartehid mondiale. Un nuovo apartheid invisibile e per questo più becero e più schiettamente egoista. Chi se lo può permettere fugge. Fugge da tutto, dai pericoli, dalla criminalità, dall’inquinamento, dal diverso. Chi se lo può permettere.

Questa sfacciata e irresponsabile balcanizzazione della società (soprattutto statunitense) rappresenta però – per loro – un’utopia realizzata. L’utopia dell’autogestione (tali comunità private eleggono piccoli parlamenti e propri governanti, istituiscono regole generali, e provvedono ad una autotassazione per realizzare poi vari progetti), l’utopia della sicurezza (vigilantes, cancelli elettronici, telecamere e cani da guardia), l’utopia di una vita più tranquilla, di una vita migliore, immersi nel verde e avvolti dal silenzio (operoso).

Chi non invidia le loro utopiche città del sole alzi la mano.

Chi non invidia almeno i capisaldi generali che le reggono (s’intende: piscine e guardaspalle esclusi)?

Peccato che loro piccole fortezze siano destinate a rimanere isolate. Non sono arcipelaghi che vogliono diventare continenti: sono piccoli scogli e insulse isolette decisissime a rimanere tali.

Le loro strade e i loro cancelli poggiano su un grande e spesso strato di dollari. Un’utopia costruita con moneta sonante, con conti in banca a sei e nove zeri. Esiste l’Utopia, poveri disillusi che non siamo altro, il “nostro” (o quasi) sogno è già realtà.

A proposito, che carta di credito avete in tasca? Nessuna! Mi dispiace allora, non sarete tra gli abitanti della futura Celebration, la più grande città – privata del mondo che sarà costruita dalla Disney in Florida. Non temete però, saremo in buona compagnia: né Paperino, né Pippo, ma neanche Minnie e Nonna Papera andranno a vivere in quella città-acquario. Zio Paperone invece pare proprio di sì.

Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute; ma se ti manca la prima, tutto è finito.     GUSTAVE FLAUBERT

 

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Moto perpetuo

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Credo sia possibile far scaturire l’essenza di ciò che definiamo utopia direttamente dalla morfologia del nostro cervello. Questa macchina sembra avere una intrinseca necessità che la spinge a costruire un modello teorico descrivente e capace di decifrare il mondo intero e, inserita in questo, se stessa. Nel fare questa operazione, accade che si trovino modelli ideali migliori della realtà ed auspicabili rispetto ad essa. Così il motore che realizza trasformazioni fisiche ideali è migliore ed ha rendimento più alto rispetto a quello realmente costruibile, la società umana teorizzabile meglio funzionante rispetto a tutti i modelli finora realizzabili, il “cavaliere inesistente” migliore di ogni uomo che abbia mai posato il suo piede su questa terra. Da questo fatto, dall’impossibilità di sottrarsi al secondo principio della termodinamica – sia nei modelli fisici che in quelli antropici o di altro tipo –, si genera il gradiente fra sistema ideale e sistema reale da cui nasce l’utopia. In questo senso definirei la spinta utopica che anima molti uomini come la forza che tende a ridurre e – in via teorica – ad annullare il gradiente sopra menzionato.

L’obiezione più usuale che viene mossa a chi vorrebbe ragionare e vivere in termini utopici sta proprio nel fatto – peraltro indiscutibile – che il sistema ideale risulta irraggiungibile: così gli oppositori dell’utopia derivano da questo, come conclusione ultima, l’inutilità del muovere verso un obiettivo destinato a sfuggire. Proprio l’esempio scientifico dovrebbe invece spingere a conclusioni di segno opposto: se, studiato il modello teorico, il ricercatore si fosse arrestato perché conscio di non poterlo eguagliare nella realtà, non avremmo avuto quasi nulla di ciò che oggi è la nostra scienza. Così, anche nelle scienze umane, l’ideale – l’utopia – deve segnare direzione e verso del moto, pur sapendo che alla meta ultima potremo solo tendere asintotticamente senza che questa e la nostra realtà riescano mai a coincidere.

Le direttive figliazioni della mancanza di una “rotta” da seguire, mancanza derivante dalla rinuncia alla spinta utopica, sono la stagnazione culturale e la passiva accettazione dell’esistente.

Solo la “direzione” è una realtà, la “meta” è sempre una finzione, anche quella raggiunta – e questa in modo particolare.    ARTHUR SCHNITZLER

 

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Il piacer vano

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Nella società contemporanea il mercato sembra essere rimasto l’unico sistema economico possibile. Al centro di esso – protagonista assoluta – la merce. Val la pena allora di tornare ad analizzare l’essenza della regina incontrastata del nostro tempo, rispolverando la teoria marxiana sul feticismo delle merci. Questa, a grandi linee, è nota a tutti, ma anche a rischio di essere pedanti è bene riprenderla brevemente per vedere se si siano verificati cambiamenti economici da quando è stata formulata ad oggi. Si parta dal fatto che la realizzazione di ciò che, in maniera molto generica, possiamo definire merce, è nata dalla necessità di soddisfare i bisogni che la specie umana, lungo la sua evoluzione fisica e culturale, si è trovata ad avere. Questi bisogni – i più svariati – possono essere sia di natura materiale che di natura intellettuale: non faremo da qui in poi differenze di merito dato che l’uomo, animale il cui intelletto è enormemente sviluppato, ha comportamenti appetitivi nei confronti di ambedue le categorie di “cose”.

Un oggetto dunque, qualunque sia la sua natura, ha un certo valore correlato alla sua possibile utilità per i membri della specie umana. Il suo valore è così legato alla capacità di soddisfare delle esigenze, ma si verifica – spesso – che oggetti capaci di uguali prestazioni abbiano un valore di mercato profondamente diverso. Possiamo lambiccarci più e più volte il cervello, senza riuscire a trovare nulla che li differenzi se non il valore di mercato e la complessità produttiva; nasce così il sospetto che queste ultime due grandezze siano strettamente correlate tra di loro e solo minimamente dipendenti dall’oggettivo valore della merce. Ma allora cosa dà alla merce il suo valore di mercato, se non direttamente la sua capacità di soddisfare bisogni come logica imporrebbe, e perché due oggetti con analoghe possibilità di utilizzo devono avere uno un dato valore di mercato e l’altro un valore magari superiore? L’arcano è facilmente risolto: per realizzare il primo occorrono meno ore di lavoro, si hanno minori scarti di lavorazione, necessitano un numero inferiore di Kwh di energia e simili. Il secondo oggetto, quindi, vale più del primo solo perché è stata necessaria alla sua foggia una maggiore quantità di “lavoro di produzione”. Così il feticcio del lavoro speso nella produzione diventa una delle qualità dell’oggetto e lo segue nel suo viaggio attraverso il mercato. Così la merce viene caricata di un significato sociale che nulla ha più a che vedere con il reale valore legato all’utilizzo e che esiste solo all’interno della società stessa. Senza le convenzioni sociali borghesi questo secondo valore sparirebbe di colpo, non essendo intrinseco agli oggetti. È già stato detto da voce ben più autorevole dei danni provocati dal verificarsi di questo, di come così l’uomo diventi funzionale ai bisogni della produzione e non viceversa – come sarebbe auspicabile e logico – la produzione funzionale al soddisfacimento dei bisogni umani. Si aggiunga che esiste un altro aspetto: il valore feticistico spesso riesce a nasconderci le qualità reali delle cose; il primo, che è semplicemente involucro, ci nasconde ormai l’essenza, aggiungendo inganno ad inganno e facendo sì che non si riesca nemmeno a cogliere appieno i benefici che un oggetto – fisico o intellettuale – può darci.

Tutto questo è reso poi ancora più devastante dal fatto che, massimamente nella società contemporanea, oltre ai bisogni reali se ne manifestano altri indotti dal sistema – che così tenta di autoalimentarsi – sempre in quantità crescente. Così la pubblicità veicolata in tutti i mezzi di comunicazione di massa è come ossigeno per il mercato: lo vivifica arrivando ad ogni cellula elementare (il cosiddetto consumatore), fino a far prosperare questo tumore maligno che con le sue metastasi sta sostituendo completamente quelle che dovrebbero essere le cellule sane – ben differenti – di un organismo degno del nome di società umana. È bene sottolineare che anche le risorse economiche spese nel pubblicizzare un prodotto diventano, schizzofreneticamente, valore feticistico aggiunto di questo.

Forse se riuscissimo a togliere le lenti deformanti che il mercato ci ha messo davanti agli occhi, apprezzando così solo l’essenza di ciò che ci circonda, potremmo arrestare il moto dell’ingranaggio in cui siamo presi e da cui rischiamo di essere dilaniati; spinti verso l’autodistruzione da un sistema per sua natura non regolato, rischiamo di far scomparire la nostra civiltà e di arrecare seri danni al pianeta che ci ospita.

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni.
GIACOMO LEOPARDI

 

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