I fratelli Schlagintweit alla scoperta dell’Himalaya
di Paolo Repetto, 30 gennaio 2026
Introduzione
Sarà per via del cognome quasi impronunciabile, o più probabilmente perché nella cultura italiana viaggiatori ed esploratori non hanno mai goduto di molto spazio: sta di fatto che dalle nostre parti le vicende dei fratelli Schlagintweit sono pochissimo o per nulla conosciute. Eppure la storia di questi tre scienziati-esploratori bavaresi è tutt’altro che banale, sia per l’apporto che hanno dato alla conoscenza geografica che per gli eventi drammatici che li hanno visti coinvolti. Credo allora di dover rendere loro nel mio piccolo un po’ di giustizia, finché la memoria mi regge, ricucendo in un quadro passabilmente coerente i brandelli di notizia rintracciati qui e là. Nel frattempo, rimango in attesa di poter leggere prima o poi almeno la versione inglese dei Reisen in Indien und Hochasien.
Al momento non ne esiste alcuna. Non pare infatti che gli esploratori bavaresi siano molto più popolari altrove: per scrivere questo pezzo ho consultato una trentina di opere generali sulla storia delle esplorazioni, e altrettante specifiche sulle ricognizioni effettuate nell’Ottocento in Asia Centrale, e solo in un paio di testi ho trovato menzionati i loro nomi. L’oblio è calato sulla loro storia, e vedrò poi di darne una spiegazione. Per ora aggiungo solo che ultimamente ci si è messa anche la cancel culture, che stigmatizza tutta quella genìa di avventurieri come avanguardia del colonialismo, del razzismo, dello sfruttamento, e di questo passo temo che anche molti nomi più famosi dei loro verranno definitivamente depennati dalla storia.
Come dicevo, ad oggi non esiste alcuna traduzione, né inglese né francese, e tantomeno italiana, dei Reisen in Indien und Hochasien, il monumentale diario (sono quattro volumi, piuttosto spessi) redatto da Hermann e Robert von Schlagintweit, che raccoglie e sintetizza le relazioni di viaggio, le osservazioni geografiche, gli incontri culturali e le scoperte scientifiche. Il dettaglio di tutto questo, ovvero l’apparato completo dei dati, è stato riversato dai due fratelli in qualcosa come ventiquattro volumi. Anche le notizie biografiche reperibili sul Web sono scarsissime (provateci: in pratica riporta solo le menzioni che ne ho fatto io in precedenti scritti) e spesso si tratta di maldestre traduzioni di voci da dizionari o enciclopedie tedesche, mentre le fonti indirette di informazione più preziose rimangono le poche pagine loro dedicate da Sven Hedin o da storici inglesi dell’alpinismo come John Keay (è lì che li ho scovati).

Herman Schlagintweit, La cima del Kanchinjinga visto dalla cresta di Singalila nell’Himalaya del Sikkim (acquarello, giugno 1855)

Herman Schlagintweit, Central Assain e le giungle del Brahmaputra dalla collina di Ogri vicino a Tezpur (acquarello, gennaio 1856)
Il trifoglio di Humboldt

Robert e Hermann Schlagintweit, Il ghiacciaio del Karakorum (litografia, 1856)
I fratelli Schlagintweit erano cinque, tutti maschi, rampolli di una famiglia decisamente agiata di Monaco di Baviera. Il padre era un oculista famoso, proprietario di una clinica privata per la cura delle malattie degli occhi e appassionatissimo di ogni branca della scienza. La madre, dal cognome (Hoegersbraeuerin) ancor più impronunciabile, amava l’arte e trasmise il suo entusiasmo a tutta la famiglia e il suo talento ai figli, facendo loro frequentare sin da ragazzi dei corsi di pittura. La sua influenza continuò a farsi sentire anche dopo la precocissima scomparsa avvenuta tragicamente nel 1839, mentre stava tentando di dare alla luce un sesto figlio.
Quelli di cui andrò a parlare sono il primogenito Hermann, nato nel 1826, Adolph, del 1829, e Robert del 1833. Gli altri due, Edward nato nel 1831 e Emil del 1835, rimangono fuori dalla nostra storia. Tutti quanti avevano ricevuto un’ottima istruzione umanistica e linguistica, completata da un’educazione scientifica fortemente voluta dal genitore e impartita da insegnanti privati accuratamente scelti. Come da tradizione Hermann avrebbe dovuto seguire le orme paterne e indirizzarsi quindi alla medicina: ma dopo il primo approccio universitario aveva abbandonato quel ramo di studi per abbracciare invece quelli di Geografia. Lo stesso avvenne qualche anno dopo per Adolph, che si dedicò alla geologia, e di seguito per tutti gli altri: il terzogenito Eduard intraprese la carriera militare, Robert scelse la botanica, Emil fu linguista e tibetologo. Insomma, dei cinque nessuno mostrò il minimo interesse per la medicina. E il fatto che il genitore non abbia posto troppi ostacoli alle loro vocazioni credo la dica lunga sul clima di libertà che vigeva all’interno della famiglia, nei rapporti tra i suoi componenti.
Un altro indizio fortemente significativo è che già nel 1842, quando Hermann aveva solo sedici anni e Adolph addirittura tredici, i due intrapresero la loro prima grande escursione in montagna, accompagnati da una sola guida. Il viaggio a piedi li portò da Monaco a sconfinare in Austria, costeggiando nel percorso un paio di magnifici laghi e gli orridi creati dai fiumi alpini, e ad attraversare villaggi montani, ma anche deliziose cittadine come Innsbruck. L’intenso rapporto con l’arte aveva imbevuto i ragazzi dello spirito romantico, nella versione “simbolista” rappresentata al suo apice dalla pittura di Caspar Friedrich. L’impressione riportata a contatto con paesaggi che sembravano usciti dai suoi dipinti fu fortissima, tale da indurli a ripetere di lì in poi, in ogni possibile occasione, escursioni di questo tipo.

Hermann, Adolph e Robert Schlagintweit
Il più entusiasta era Adolph, che aveva precocemente maturato un distacco profondo dall’ambiente urbano e dalle sue frivolezze, e che più tardi scrisse a proposito di questa prima esperienza “Gli abitanti della città vestiti magnificamente, i signori con cappelli di piume e frack, le dame in velluto e seta, sono un ridicolo contrasto con lo splendore semplicemente sublime della natura che ci circonda”. Il ragazzo era talmente motivato che concluse a stento gli studi superiori, perché aveva l’impressione di perdere tempo, risultandogli molto più proficuo lo studio con gli insegnanti privati, specialisti nei vari settori scientifici, che il padre gli aveva messo a disposizione. Lo stesso Adolph attraversò a diciotto anni l’Old Weisstor, impresa che all’epoca non era affatto ordinaria e che testimonia di una eccezionale forza di carattere e di un gran sangue freddo.
Negli anni tra il 1847 e il 1849 i due giovanissimi scienziati di Monaco – geografo il primo e geologo il secondo – effettuarono intense ricerche topografiche, glaciologiche e botaniche in molte regioni delle Alpi (Tirolo, Svizzera, Piemonte e Savoia), cimentandosi nel contempo (e portando a termine) nelle ascensioni del Similaun (quello di Otzi) e del Wildspitze e, in seguito, anche quella del Grossglockner, massima elevazione austriaca. Tutte ripetizioni, ma effettuate comunque ai primordi dell’alpinismo, su percorsi impegnativi e su montagne che si approssimano ai quattromila metri, quando ancora la maggior parte delle cime alpine erano inviolate.
Gli exploit alpinistici, la conquista delle vette, non erano però lo scopo prioritario delle loro escursioni. Nel periodo centrale dell’Ottocento l’alpinismo praticato a fini scientifici, quello per intenderci dei pionieri, di De Saussure, di Humboldt[1], e successivamente di Forbes e di Tyndall, stava gradualmente ma inesorabilmente cedendo il passo a quello sportivo di Wymper e di Mummery. Per tutta la prima metà del secolo le Alpi avevano attirato naturalisti, geologi, fisici, oltre a poeti e critici d’arte come John Ruskin. Ma nel 1851 l’inglese Albert Smith, dopo aver partecipato alla quarantesima ascensione al monte Bianco, aveva allestito all’Egyptian Hall di Londra una serie di conferenze-spettacolo corredate da diorami, giochi di luce, musiche, narrazioni, oggetti tipici, dagli slittini ai bastoni alpini e alle corna di camoscio, tanto da offrire agli spettatori la sensazione di essere loro stessi a scalare la cima. Le conferenze conobbero duemila repliche fino al 1858, e videro una impressionante partecipazione di pubblico, tanto da far parlare di una “mania del monte Bianco” e da far riversare poi nella Valle d’Aosta folle di visitatori inglesi. Era la fine dell’età dell’innocenza: le Alpi diventavano lo scenario grandioso di un eccitante spettacolo.
Gli Schlagintweit erano al contrario tra gli ultimi epigoni del vecchio alpinismo. Salivano le montagne per compiere meticolose misurazioni e ricerche. Erano reduci dalla entusiasmante lettura del Cosmos di Humbold (il primo volume era stato edito nel 1845, il secondo due anni dopo), e prima ancora avevano già divorato i suoi diari di viaggio e buona parte delle sue relazioni scientifiche. Ne avevano assorbito lo spirito e adottato il metodo. Tre le altre cose, il messaggio trasmesso da Humboldt affermava che la contemplazione scientifica della natura è di per sé edificante, e tanto più edificante risulta ogni attività ad essa connessa (fare schizzi, raccogliere campioni e leggere le strumentazioni) se praticata su una montagna, dove la vista è migliore, gli orizzonti si allargano. le specie sono più rare e le misurazioni più difficili. Per gli Schlagintweit queste parole erano vangelo.

Adolph Schlagintweit, Il passo Mustagh in Pakistan (acquarello, agosto 1856)
Nel 1849 Hermann e Adolph si erano trasferiti a Berlino. Si rendevano conto che in Baviera i loro talenti non avevano la minima probabilità di essere riconosciuti e incoraggiati. Come scriveva Humboldt, Monaco era “una città di reazionari e burocrati, con un sovrano che pensa solo alla sua amante spagnola” (la bellissima Lola Montez, che era stata operata agli occhi proprio dal dottor S. e per la quale il sovrano rinunciò poi al trono). Berlino offriva invece una vivacissima vita culturale e la possibilità di incontrare spiriti affini: primo tra tutti proprio il grande vecchio, Alexander von Humboldt (all’epoca aveva 80 anni), che aveva già sentito parlare dei ragazzi e ne era incuriosito.
Non è difficile immaginare l’incontro tra il loquacissimo barone prussiano, un “pozzo di scienza” come lo definivano tutti i suoi interlocutori, e i solidi provincialotti ventenni. I due rimasero affascinati dall’enorme sapere del maestro e dalla sua disponibilità, mentre questi fu conquistato dal loro entusiasmo, dalla serietà, dalla precocità del loro spirito e della loro cultura. Quando si aggregò anche Robert, cominciò ad appellarli cumulativamente “il trifoglio” (mentre Federico Guglielmo IV di Prussia, che li trovava particolarmente simpatici, chiamava Hermann e Adolph “i fratelli siamesi”, dal momento che erano inseparabili).
Humboldt aveva trovato i perfetti interpreti di un’eredità scientifica che si era prodigato per decenni a costruire, incoraggiando e agevolando giovani discepoli. Come era accaduto per Linneo un secolo prima, questi andavano a costituire la sua milizia privata, che combatteva per la scienza e gli forniva i dati necessari per completare il disegno del Cosmos. Dopo l’uscita del primo volume del Cosmos per un decennio (almeno fino alla comparsa de L’Origine della specie) la sua idea di una natura animata da un vasto concatenamento di forze, che agivano in maniera unitaria e armonica a dispetto della diversità dei fenomeni attraverso i quali si manifestavano, parve fornire la spiegazione più completa ed avanzata di un ordine olistico, e parve essere comprovata dalla verifica del ripetersi delle sue leggi in tutte le diverse aree del mondo. Per effettuare queste misurazioni era necessario scegliere, addestrare, incoraggiare e sguinzagliare schiere di giovani scienziati, animati da spirito di sacrificio e dalla capacità di cogliere ogni singolo aspetto della natura all’ interno di un grande quadro organico. La verifica doveva essere effettuata sul campo, percorrendo e misurando il mondo in tutte le sue in tutte le sue dimensioni e condizioni.
Nel caso degli Schlagintweit i requisiti c’erano tutti: una sensibilità estetica educata a cogliere l’insieme del “panorama”, una preparazione scientifica vasta e ferrea, costituzioni fisiche robuste e allenate alla fatica e ai disagi; in più, fondamentale, un’assoluta dedizione alla causa. Li prese quindi sotto la sua ala e fece anche loro conseguire, a dispetto della giovanissima età, l’habilitation, ovvero la licenza per l’insegnamento all’Università di Berlino.
Probabilmente proprio l’aver adottato la visione naturalistica di Humboldt e l’averne applicato sin troppo alla lettera il metodo fu una delle ragioni della scarsa risonanza dei loro viaggi. In termini di filosofia della natura in effetti non portavano nulla di nuovo: il loro lavoro era tutto volto a cercare conferme “matematiche” di una teoria già esistente. Inoltre il grande pubblico cominciava già ad essere attratto da chi ai viaggi, alle esplorazioni, alla montagna si dedicava mosso solo da spirito di conquista e per diletto.
Quando nel 1850 Hermann e Adolph pubblicarono insieme i risultati delle ricerche compiute negli anni precedenti, con il titolo di Untersuchungen über die Physicalische Geographie der Alpen in ihren Beziehungen zu den Phaenomenon der Gletscher, zur Geologie, Meteorologie und Pflanzengeographie (1 vol. + atlante; Leipzig, Barth), dando prova sia di un grande rigore scientifico che di non comuni abilità artistiche, il loro lavoro venne apprezzato solo dagli specialisti (ma anche da questi, a dire il vero, senza particolari manifestazioni di entusiasmo. Ho rintracciato una recensione dell’epoca, sul bollettino di una delle primissime associazioni alpinistiche italiane, che si limita a prendere atto del lodevole impegno, senza spendersi in elogi). E tra gli specialisti naturalmente c’era Humboldt, al quale l’opera era stata dedicata.
I fratelli rimasero a Berlino nei successivi cinque anni, muovendosi solo per un viaggio in Inghilterra, dove non faticarono a guadagnarsi simpatie, e per periodiche escursioni sulle Alpi. Il loro interesse per le regioni alpine rimaneva in effetti totalizzante, tanto che già nell’estate del 1851 intrapresero una nuova campagna scientifico-alpinistica, questa volta sul massiccio del Monte Rosa. Lungo il percorso effettuarono la solita enorme quantità di osservazioni topografiche, geologiche e naturalistiche. Erano accompagnati da tre guide di Zermatt, una della quali, Peter Taugwalder, sarebbe poi stato nel 1865 tra i sopravvissuti alla tragica scalata del Cervino con Wymper.
Tra la metà di agosto e i primi di ottobre batterono tutto il massiccio del Rosa, tentando anche di salire per primi la Punta Dufour e arrivando a pochi metri dalla vetta (sarebbe stata conquistata solo quattro anni dopo da una cordata inglese). Raggiunsero comunque la Punta Dunant (4.632 m), una delle vette secondarie del gruppo, di soli pochi metri più bassa della Dufour: una cima di tutto rispetto, che richiede esperienza su roccia e ghiaccio, con passaggi esposti e arrampicate di terzo grado. Dopo aver monitorato tutta l’area circostante, compreso il ghiacciaio del Lys, e aperto una via sul lato nord-occidentale della Pyramide Vincent (4215 m), ridiscesero a Gressoney e di lì mossero verso il Bianco, valicando in successione cinque colli intermedi.

Hermann Schlagintweit, Ponte sospeso di canna, fiume Temshang, colline di Khassia (acquarello, novembre 1855)

Hermann e Adolph Schlagintweit, Carta del Monte Rosa (1854, Collezione Giorgio e Laura Aliprandi)
I risultati di questo tour de force si videro tre anni dopo, nel 1854, quando Adolf e Hermann diedero alle stampe i dati raccolti durante queste ricerche in Neue Untersuchungen über die Physicalische Geographie und die Geologie der Alpen (1 vol. + atlante; Leipzig, Wetzel). L’opera, ancor più della precedente, impressionava per la novità dell’approccio e l’ampiezza delle osservazioni scientifiche, nonché per la bellezza del corredo iconografico. La carta del massiccio (in scala 1:50.000), in particolare, è rimasta insuperata per oltre un secolo, ma anche le osservazioni di carattere geologico e naturalistico erano stupefacenti per la loro modernità.
Con queste credenziali i fratelli Schlagintweit si presentarono dunque all’appuntamento che la storia (e von Humboldt) avevano loro riservato.
L’occasione di mettere a frutto la grande esperienza scientifica e alpinistica maturata si presentò nel 1854. La Compagnia inglese delle Indie Orientali, che stava espandendo la propria influenza sia economica che politica su tutto il Deccan, aveva deciso di estendere all’intero subcontinente, e nella fattispecie alle aree pre-himalayane del Kashmir, la mappatura geomagnetica (ovvero la rappresentazione grafica delle linee e dell’intensità del campo magnetico terrestre, fondamentale per studiare – e prevedere – le variazioni climatiche). Per questa operazione era necessario individuare degli studiosi preparati e di provata esperienza, e la Compagnia si era rivolta alla massima autorità in materia, naturalmente Alexander von Humboldt, per avere indicazioni. Al nostro non era sembrato vero: l’incarico sembrava tagliato su misura sulle caratteristiche dei fratelli Schlagintweit. Aveva dunque coinvolto il re di Prussia in una compartecipazione al finanziamento della spedizione e aveva sollecitato il conferimento di quest’ultima ai suoi protetti, riuscendo alla fine a vincere tutte le obiezioni campanilistiche mosse dagli ambienti scientifici (e politici) inglesi.
Gli Schlagintweit naturalmente non si fecero pregare. Adolph fu senza dubbio quello più attivo nella promozione dell’impresa e nella conseguente assegnazione dell’incarico. Presentò ai futuri sponsor un ambizioso piano di osservazioni sulla meteorologia e sulla geografia fisica del paese, che riguardasse “la temperatura dell’aria, la temperatura della Terra a diverse profondità sotto la superficie e la temperatura delle sorgenti; il fenomeno molto importante dell’umidità atmosferica a diverse altezze; i fenomeni ottici dell’atmosfera, l’elettricità atmosferica e la composizione chimica dell’atmosfera”. Ma il piano contemplava anche una serie la più completa possibile di osservazioni sulla geologia dell’India e dell’Himalaya. “Sarà molto essenziale determinare l’elevazione di molti punti importanti tramite osservazioni barometriche o in parte trigonometriche, e calcolare sezioni accurate dei diversi percorsi e delle mappe geologiche di dove potremmo poter restare più a lungo. Ci impegneremo il più possibile a raccogliere fossili, per determinare con precisione l’età comparativa dei diversi strati sedimentari e per accertare il loro ordine di sovrapposizione”. Senza dimenticare per “la geografia delle piante in relazione con i fenomeni fisici generali del paese […]”. Era palesemente una missione improntata al più puro spirito humboldtiano. E come tale venne approvata da un comitato della Royal Society, nel quale figurava anche Charles Darwin.
Una volta ottenuto ufficialmente l’incarico, Adolph si trasferì immediatamente in Inghilterra, dove curò tutta la parte diplomatica, le relazioni, i permessi, le lettere di raccomandazione, nonché l’organizzazione materiale del viaggio e i contatti coi finanziatori. Hermann, rimasto sul continente, si occupò di reperire o di far costruire appositamente tutta la strumentazione necessaria. Riuscirono a far coinvolgere come assistente anche Robert, che a dispetto della giovanissima età si sarebbe rivelato in seguito particolarmente intraprendente.
A settembre del 1854 il “trifoglio” era già in viaggio per l’India, e sbarcava a Bombay verso la fine di ottobre. In una lunga lettera spedita a Humboldt durante la traversata, dove erano riportate le impressioni del viaggio e le misurazioni costantemente operate di temperatura, colore, trasparenza e salinità dell’oceano, i fratelli concludevano: “Tutti qui sanno, come in Inghilterra, che Vostra Eccellenza è stata la sola responsabile del nostro invio in India”.

H. Schlagintweit, Leh, la capitale del Ladak, nel Tibet occidentale (acquarello, luglio 1856)
Le cose in effetti stavano così. E non c’entrava solo la simpatia che gli Schlagintweit avevano ispirato all’anziano viaggiatore. Attraverso quei ragazzi Humboldt stava realizzando un vecchio sogno. Già appena conclusi i suoi viaggi scientifici nel Nuovo Mondo avrebbe voluto estendere la ricerca al Vecchio, proseguendo nel programma sistematico di raccolta dei dati su clima, magnetismo, topografia, flora, fauna, razza, lingua, religione e cultura. Se l’obiettivo finale era di cogliere il vero aspetto del mondo, questo lo si poteva fare evidenziando su una scala la più ampia possibile, addirittura globale, le forze in azione nella natura. Dopo aver indagato l’Ovest, si sarebbe dunque volto ora verso Est.
Aveva quindi cominciato a programmare una spedizione ai sistemi montuosi dell’Asia centrale almeno quarant’anni prima. Nell’ottica che la visione dall’alto consente di discernere meglio le caratteristiche orografiche e idrografiche, la scelta appariva obbligata. La spedizione avrebbe dovuto consentirgli di raccogliere il materiale definitivo per una comparazione tra i monti del nuovo e quelli del vecchio continente, dalla quale si attendeva venissero confermate le sue teorie. Le guerre napoleoniche lo avevano bloccato, ma era tornato alla carica qualche anno dopo, prospettando una spedizione che dalla Siberia via Kashgar e Yarland arrivasse sino all’altipiano tibetano. Questa volta aveva dovuto nuovamente soprassedere perché troppo impegnato nell’edizione della sua monumentale opera sulle Ande, ma anche perché la Compagnia inglese delle Indie, che stava costruendo il suo impero a partire proprio dall’India settentrionale, visto quanto l’esploratore aveva scritto a suo tempo a proposito di Cuba temeva possibili critiche all’amministrazione coloniale.
Nel 1829, a sessant’anni compiuti, era poi stato invitato a partecipare a una spedizione russa che doveva individuare in Siberia dei giacimenti di metalli preziosi. Era arrivato sino ai confini della Cina e dei territori che avrebbe voluto esplorare, e si era reso conto che una vera spedizione poteva essere affrontata solo da giovani.
Ora, finalmente, si davano tutte le condizioni per vedere realizzato il sogno, sia pure per interposta persona. La cosa un po’ gli pesava (“Nulla nella mia vita mi ha riempito di un rimpianto più intenso che non aver penetrato personalmente quelle famose regioni il cui rapporto con la Cordigliera del Nuovo Mondo volevo esplorare. Questo è il destino dell’uomo: chinarsi davanti a ciò che la vita ti impone. Confrontare il poco che hai fatto con ciò che avresti volentieri intrapreso per ampliare il campo delle scienze.”) ma almeno aveva trovato qualcuno in grado di tracciare le linee ideali che attraversando gli oceani e i continenti raccontano la “catena unica e indissolubile che lega tutta la natura”. Nel frattempo quei “qualcuno” erano approdati in India.
Di qui in avanti un resoconto sia pure stringato dei loro spostamenti richiederebbe almeno una decina di pagine, e non me la sento di sottoporre il lettore a una simile sfacchinata (la narrazione ufficiale, quella che ne ha dato Hermann in Reisen in Indien und Hochasien, edito a Jena da Costenoble nel 1869, occupa quattro volumi, per un totale di duemila pagine, più diverse carte geografiche e tavole fuori testo). Ho tuttavia scaricato, purtroppo fuori tempo massimo, quando questo scritto era già stato portato a termine, parte di una voce della Neue Deutsche Biographie che dettaglia abbastanza minutamente l’operato degli Schlagintweit in India. La allego in calce, in una traduzione approssimativa, e ad essa rimando chi fosse curioso dei particolari; con l’avvertenza però che per orientarsi in quel mare di nomi è indispensabile squadernarsi davanti una mappa dell’India in scala almeno 1:500.000 (occupa mezza camera) e che molti dei toponimi delle località visitate e indicate dai fratelli sono nel frattempo stati sostituiti o “indianizzati”. Per quanto mi concerne, vedrò dunque di tracciare solo le linee di massima.
Una volta sbarcati a Bombay, i fratelli non incontrarono alcuna difficoltà con le autorità indiane, sia con quelle indigene che con quelle coloniali; vennero anzi favoriti in tutti i modi, grazie soprattutto alle capacità diplomatiche di Adolph. Lo stesso Adolph aveva anche già redatto il piano di esplorazione. Prevedeva un impegno triennale, e teneva conto del fatto che le catene montuose settentrionali, oggetto principale di interesse per la spedizione, potevano essere affrontate solo nella stagione estiva: quindi si articolava in tre successive campagne di esplorazione a partire dai limiti orientali dei domini della Compagnia, Gli Schlagintweit dovevano in pratica coprire l’Himalaya orientale del Sikkim nel 1855, l’Himalaya più centrale di Kumaon e Gurwhal nel 1856, e l’Himalaya occidentale di Ladak nel 1857. Per il resto del tempo avrebbero operato a quote più basse. Adolph suggerì l’India meridionale il primo anno, seguita dall’altopiano centrale e dalle pianure il secondo, e dalle regioni vicino a Delhi e Lahore il terzo. Durante le “pause” estive avrebbero concentrato la loro attenzione soprattutto sulle modeste catene montuose che innervano il subcontinente e corrono in genere parallele alla gran madre himalayana.

Hermann Schlagintweit, Moschea con giardino, a Bari Duab, Lahor, nel Panjab
L’ampiezza dell’area da esplorare richiedeva inoltre che i tre operassero in gruppi separati, dividendosi gli impegni e fissando degli appuntamenti periodici e dei luoghi dove ritrovarsi. Il 2 dicembre partirono dunque da Bombay per Madras, sulla costa orientale, dividendosi immediatamente i compiti, intraprendendo vie diverse e dedicandosi a una prima perlustrazione geologica dell’India meridionale. Una volta riunitisi a Madras si trasferirono via mare a Calcutta. Di lì nella primavera del 1855 si sguinzagliarono, seguendo ciascuno un proprio itinerario, nel Bengala e nelle pianure del Gange.
Hermann mosse verso il nord-est, nella parte orientale dei possedimenti della Compagnia, risalendo l’Assam e toccando le propaggini himalayane del Sikkim inglese. “L’atteggiamento ostile del governo del Sikkim vanificò completamente ogni tentativo di ottenere il permesso di viaggiare nelle zone più basse del Sikkim […]. Scoprii presto che i miei coolie e operai, di cui avevo un gran numero per sgombrare i sentieri e ricavare sezioni di alberi per le collezioni, erano gradualmente scomparsi […] ma nonostante tutto questo e tutte le altre difficoltà, riuscii almeno in parte a raggiungere il mio scopo […].”. Tentò anche di entrare nel Tibet, ma gli fu negato l’accesso, mentre poté fermarsi a lungo in Nepal. Qui tra l’altro identificò il Gaurisankar, “la montagna che racchiude Shiva e la sua consorte Gauri”, come il nome indigeno originario della montagna più alta del mondo, che gli inglesi avevano rinominato Everest. Rimase poi per mesi nella valle del Brahmaputra, il fiume del quale si piccava di riconoscere le sorgenti, e si riunì ai fratelli, a Simla, solo nell’aprile del 1856.
La lunga permanenza in un ambiente molto umido aveva comunque minato la sua salute. Soffrì per alcune settimane di una “febbre cerebrale” che segnalava che aveva contratto la malaria (“Il pericolo maggiore deriva dai gas malarici che ci colpiscono gravemente”): solo la buona fibra e una eccezionale forza di volontà gli consentirono di ristabilirsi quel tanto da consentirgli di portare avanti il suo lavoro di ricerca. Che peraltro si stava allargando ad ogni aspetto della storia naturale e a questioni etnografiche e antropologiche.
Adolph e Robert nel frattempo avevano percorso l’India centrale e l’Hindustan, e affrontato le montagne dell’Himalaya centrale. A partire dalla metà del maggio 1855 avevano poi preso a salire monti e a valicare passi oltre i cinquemila metri di altitudine, non limitandosi alle misurazioni ma raccogliendo una gran messe di reperti geologici e botanici, e acquisendo dalle carovane incontrate lungo il cammino preziosi manoscritti e piccoli oggetti d’arte tibetani. A fine giugno tentarono anch’essi l’ingresso nel Tibet, provando diversi punti di accesso, ma ne furono sempre respinti. Riuscirono poi ad aggirare la sorveglianza di confine seguendo un percorso particolarmente impervio, e poterono fermarsi in territorio tibetano, sia pure in una zona molto periferica, per più di cinque settimane, dimorando a lungo presso un monastero. Tutte queste vicende misero duramente alla prova i fisici dei due ragazzi. Il freddo e tutte le altre privazioni erano micidiali. L’aria rarefatta che moltiplicava esponenzialmente la fatica, l’assenza totale di legna per il fuoco, la scarsa disponibilità di acqua e foraggio per gli animali da soma contribuirono ad aumentare la durezza del viaggio. A metà agosto 1855, ad esempio, incapparono in una violenta tempesta di neve: durante la notte due dei cavalli che giacevano vicino a loro morirono per il freddo. Nel corso del viaggio ne furono persi altri cinque per incidenti vari. Ad un certo punto per attraversare uno dei ghiacciai erano stati costretti a lasciare, nascosti sotto la neve, la tenda, il baule con gli strumenti e il resto dell’equipaggiamento, e a portare con sé solo un po’ di cibo e pochi oggetti da usare per i baratti. Poterono riprendere il tutto solo un mese dopo. Ciò non impedì loro, tuttavia, di compiere numerosissime misurazioni astronomiche e altimetriche e di arricchire con numerosissimi reperti, oltre che con diversi disegni. le collezioni naturalistiche ed etnografiche; e nemmeno di dedicarsi a qualche extra non previsto dal programma.

Hermann Schlagintweit, Gaurisankar o Monte Everest, nell’Himalaya del Nepal (litografia, giugno 1855)
Durante il ritorno verso l’India risalirono infatti il ghiacciaio Ibi Gamin a est, che scende dall’omonima vetta di 7.752 metri, nota anche come Kamot. “In questo viaggio, nella nostra scalata dell’Abi Gamin, abbiamo raggiunto un’altitudine di 22.260 piedi (6.766 metri), la massima altezza, per quanto ne sappiamo, mai raggiunta su una montagna […]. Ci siamo accampati a un’altezza di 19.326 piedi sulla morena del ghiacciaio. La notte era gelida e tempestosa, ma il giorno dopo era sereno, così abbiamo tentato una scalata sulla Vetta Orientale. Otto portatori ci accompagnavano, gli altri erano troppo esausti. La salita sulla neve ghiacciata era molto ripida. Alle 14:00 ci siamo resi conto che non potevamo andare oltre: uno dei nostri portatori aveva avuto una grave emorragia e noi stessi eravamo completamente esausti. Secondo i nostri calcoli, avevamo raggiunto un’altezza di 22.259 piedi e, nonostante la nuvolosità considerevole, abbiamo potuto ammirare alcune splendide viste delle vette dell’Abi Gamin. Il nostro portatore malato è stato immediatamente portato giù da alcuni membri del gruppo, che lo hanno perso lungo il cammino. Dopo intense ricerche, è stato dato per morto. È stata una sorpresa davvero gioiosa ritrovarlo a Badrinath, dopo essere stato raccolto da alcuni Bhotia sulla strada per Mana. Vagava da solo da tre giorni senza cibo.” La discesa a Badrinath, a 3.169 metri, avvenne attraverso un passo che valicava a 6.234 metri. In effetti avevano stabilito un nuovo record di altitudine sino ad allora raggiunta da un essere umano, apparentabile non a caso a quello conseguito mezzo secolo prima da Humbold sul Chimborazo. È evidente che loro il tentativo era stato ispirato da quell’esempio.
L’esperienza li aveva conquistati a un punto tale che Adolph si staccò nuovamente dal fratello e tornò in Tibet, questa volta sotto mentite spoglie, per completare le sue mappe. Viaggiando da solo riuscì a infiltrarsi facilmente, e godette ancora gli incredibili panorami che lo avevano affascinato. Fece poi ritorno lungo la valle del Gange. Anche Robert nel frattempo era arrivato sino alle sorgenti del fiume sacro, ridiscendendone poi con fatica attraverso passi già fortemente innevati. I due si ritrovarono verso la fine di ottobre.
Solo nell’aprile del 1856 i tre fratelli provarono la gioia di essere tutti riuniti a Simla; vennero confrontati gli esiti delle rilevazioni e tarati nuovamente gli strumenti, e si intraprese l’esplorazione delle montagne occidentali.
Il 3 maggio 1856 partirono insieme per Kulu, ma si separarono dopo un paio dio giorni. Hermann scelse ancora una volta la via più orientale, entrando nel Ladakh, attraverso il passo Parang, alto 5.637 metri. Effettuò una serie di osservazioni presso il lago Pangkong, il più grande specchio d’acqua dell’India britannica, per studiare il fenomeno della salinità delle acque lacustri, e di qui scese poi nella valle dell’Indo, fermandosi per un breve periodo a condividere la vita monastica buddista. Il 23 luglio incontrò Robert, che era transitato per un altro passo ed era arrivato tre settimane prima a Lek, la capitale del Ladakh. Dal canto suo invece Adolph proseguì nella caccia ai ghiacciai, arrivando sino alle montagne del Pamir, visitando il ghiacciaio Baltoro, il più lungo del mondo, transitando ai piedi del K2 e valicando il passo Mustag, dove imperversavano bande di predoni tibetani.
Nel frattempo Hermann e Robert intrapresero un viaggio verso il Turkerstan, per vie mai percorse da un europeo. Partirono da Lek il 24 luglio 1856 e raggiunsero il Passo del Karakorum, a 5568, metri senza incidenti. Hermann voleva dimostrare definitivamente che a quel punto si situava lo spartiacque tra l’Asia centrale e l’India, e avanzò sino a valicare il passo del Künlün. Il 10 agosto i due fratelli, travestiti e seguiti solo da pochi fedeli compagni e da alcune pecore che dovevano garantire il sostentamento, cavalcarono nella steppa senza seguire alcuna traccia di sentiero. Ancora una volta il freddo pungente uccise alcuni animali, e per quindici giorni non incontrarono altre persone.
Il viaggio di ritorno fu completato con successo Fu probabilmente in questa occasione che videro e disegnarono per la prima volta il Nanga Parbat. Una volta tornati a Lek spedirono tutto il materiale di osservazione e scesero verso il Kashmir. A Rawalpindi nell’ottobre del 1856 ritrovarono Adolph. Sarebbe stato il loro ultimo incontro.
Due mesi dopo, a dicembre, si separarono nuovamente.
Robert iniziò direttamente il suo viaggio di ritorno, scendendo in barca lungo i fiumi Jehlam, Chenab e Satlej fino all’Indo, e seguì quest’ultimo fino alla sua foce a Karachi; da lì, continuò via terra. Con una marcia di 2.400 chilometri a cavallo e su cammelli, durata quattro mesi e mezzo, raggiunse Surat e si imbarcò per Bombay. Nel frattempo era però già scoppiata la rivolta dei cepoys, e per gli occidentali l’atmosfera si era fatta pesante. Conveniva cambiare aria alla svelta. Pertanto, dopo che ebbe spedito le ultime cose raccolte Robert fece una deviazione per Ceylon e si imbarcò lì per l’Europa il 14 maggio 1857.
Hermann arrivò nello stesso luogo proveniente da Calcutta, che aveva raggiunto passando per Lahore, Agra e Patna, e facendo una ulteriore deviazione per il Nepal. Il 30 maggio, i due fratelli si incontrarono al Cairo, si imbarcarono ad Alessandria il 2 giugno e sbarcarono a Trieste il 7 giugno.

Hermann Schlagintweit, Monastero buddista di Hemis nel territorio indiano di Ladakh (1856)
Adolf, dal canto suo, voleva invece sfruttare sino in fondo il tempo che ufficialmente gli rimaneva a disposizione, e magari rientrare poi in patria via terra, sconfinando nel Turkestan e passando per la Russia. Dopo essersi separato dai fratelli a Rawalpindi, progettò di esplorare le montagne di confine con l’Afghanistan. Riuscì ad ottenere i necessari lasciapassare. ma dopo aver preso contatto con le carovane dirette nel Turkestan decise di volgere a nordest. Voleva attraversare il Künlün più a est di quanto i suoi fratelli fossero riusciti a fare l’anno precedente, per verificare se esistessero potenziali vie di valico più agevoli. Si rifornì di beni di scambio e all’inizio di maggio la sua piccola carovana con animali e provviste si mise in cammino lungo percorsi meno battuti per passare inosservata. Una volta attraversato il Karakorum e raggiunto il Turkestan iniziarono le difficoltà. Molti cavalli furono rubati, la carovana era costantemente seguita e attorno ad essa si aggiravano personaggi sospetti. Adolph scelse dapprima di tentare di depistare i predoni percorrendo valli periferiche e dirigendosi verso Yarkand; poi, essendogli giunte voci di una rivolta in corso, mandò in avanscoperta alcuni uomini per raccogliere informazioni attendibili. La rivolta in effetti c’era già stata e avevo visto trionfare Wali Khan, un sanguinario capobanda tartaro, che aveva fatto erigere appena fuori la capitale Kashgar una piramide di teschi dei suoi nemici catturati e giustiziati. Gli uomini di Adolph furono intercettati e lui stesso fu posto sotto sorveglianza, sino a che riuscì a lasciare Yarkand per dirigersi temerariamente verso Kashgar, dove chiese udienza a Wali Khan. In risposta arrivò l’ordine della sua decapitazione, che fu eseguita immediatamente, il 27 agosto 1857. La sua testa finì in cima alla piramide di teschi.
Anni dopo Hermann avrebbe scritto: “Secondo alcuni resoconti, morì per aver sposato la causa di alcuni prigionieri britannici Bhot Rajput e per aver usato la sua influenza per salvarli dall’essere giustiziati o venduti come schiavi”. Era un tentativo per nobilitare una morte tanto assurda, mentre è più probabile che sia stato semplicemente considerato una spia della Compagnia o del governo britannico.
Le circostanze della sua morte furono rese note in Europa solo due anni dopo, nel 1859, quando Chokan Valikhanov visitò Kashgar travestito da mercante e tornò nell’Impero russo con la testa del giovane scienziato.
A Kashgar fu eretto trentun anni dopo, nel 1885, un monumento alla memoria di Adolph, su iniziativa non inglese né tedesca, ma della Società geografica imperiale russa, con la partecipazione del governo imperiale cinese. La cosa rimbalzò in Europa e si trasformò per un momento in una grande festa internazionale. Poi tutto rientrò nel silenzio, e del monumento da diverso tempo si è persa ogni traccia.

Adolph von Schlagintweit

In complesso i tre fratelli avevano percorso a piedi, a cavallo o in barca, la bellezza di quasi 29000 km. Avevano attraversato foreste, pianure, deserti, paludi, avevano arrampicato su rocce e camminato su ghiacciai. Per le loro peregrinazioni reclutavano anche guide locali, soprattutto nelle tratte himalayane, ma lungo tutto il viaggio si affidarono al preziosissimo turkmeno Mohammed Amin, che fungeva anche da interprete e da tramite sia con gli equipaggi che con le popolazioni e le autorità delle diverse regioni. Compito non facile, tenendo conto che ogni singola spedizione si muoveva avendo al seguito tende, bagagli, collezioni e strumenti, e quindi nutrite schiere di conducenti di cammelli, di portatori e di guardie armate. Se può significare qualcosa, in tre anni non ci fu mai un ammutinamento e pochissime risultarono le defezioni tra gli uomini reclutati.
Hermann racconta che nelle occasioni in cui i fratelli con i rispettivi gruppi di accompagnatori si incontravano a un appuntamento il gruppo formava “un museo etnografico di esemplari viventi”. Ciascuno dei suoi componenti, a seconda della regione di provenienza, della casta di appartenenza e del credo religioso, dialogava, cucinava, pregava, si muoveva in base a regole sue, e questo doveva dare origine a una bella confusione. Che tuttavia gli Schlagintweit, per quel che mi è parso di capire, erano in grado di governare con le giuste dosi di tolleranza e di decisione.
L’accoglienza riservata loro dai locali era quasi sempre – fatta eccezione per alcuni episodi in territori fuori dal controllo della Compagnia – calorosissima. Nei momenti di pausa erano ospitati, anche per lunghi periodi, nelle ville e nei palazzi dei rajà e dei notabili locali, che si adoperavano per facilitare loro il reclutamento di guide e portatori, il reperimento degli animali da trasporto, l’espletamento delle ricerche e degli esperimenti scientifici. Non sempre l’ospitalità era gratuita, capitava anche, come racconta quasi divertito Hermann, che al momento di rimettersi in viaggio si trovassero conti piuttosto salati da pagare, ma nel complesso erano visti con grande simpatia.
Immagino che proprio l’eterogeneità dei componenti, l’immagine un po’ brancaleonesca della spedizione, abbiano contribuito a dissipare il sospetto di prevaricazione che accompagnava ogni iniziativa dei “colonizzatori” occidentali. Da parte loro gli Schlagintweit mostravano per ogni aspetto delle culture diverse che incontravano e per l’ambiente nel quale si erano sviluppate un interesse genuino, pulito, scientificamente asettico: non si rapportavano con dei sudditi, come accadeva agli inglesi, ma con degli interessanti soggetti umani. E questo atteggiamento di rispetto, seppure inconsapevolmente adottato, dettato da una differente condizione politica, faceva la differenza con gli uomini della Compagnia.
Il loro non fu comunque un viaggio turistico e nemmeno una fuga in cerca di avventura. Durante il soggiorno in India e nell’Alta Asia non si limitarono alle osservazioni magnetiche, fisico-geografiche e geologiche previste dal programma originale. Raccolsero piante e semi, campioni di roccia e di suolo, esemplari zoologici, scheletri e teschi umani, dati antropometrici, tessuti indigeni, oltre 1.400 oggetti etnografici, manoscritti tibetani e indiani, 106 volumi in folio con le registrazioni magnetiche e meteorologiche e con le osservazioni sui percorsi. A questi si aggiunsero i superbi dipinti di Hermann e Adolph, le mappe e persino una primordiale documentazione fotografica: un totale di 751 immagini e numerose fotografie. Hermann tra l’altro aveva anche adottato un sistema per ottenere col gesso dei calchi facciali, e riportò in Europa diverse di queste maschere. In qualche modo anticipò i metodi di misurazione antropometrica che sarebbero divenuti correnti nella seconda metà del secolo con l’affermarsi del positivismo lombrosiano.
Contribuirono insomma in maniera decisiva alla conoscenza geologica, meteorologica e orografica dell’Himalaya, ma anche all’etnografia e alla storia culturale della regione.
Appena rientrati i due fratelli superstiti si recarono a visitare Humboldt, per annunciargli che avevano confermato sul terreno molte delle sue ipotesi teoriche. Ma la visita risultò malinconica e molto deludente: trovarono il vecchio maestro, quasi novantenne, ormai incerto nella memoria e spiritualmente piuttosto spento (intendiamoci: relativamente agli standard consueti di Alexander. In quel periodo scriveva infatti ancora quotidianamente moltissime lettere e stava licenziando il quinto volume del Cosmos), Da lui comunque, per la fase cruciale della sistemazione e della divulgazione del materiale raccolto, non potevano più attendersi alcun aiuto. Per il resto, al rientro in Germania furono accolti trionfalmente, e cominciarono a ricevere riconoscimenti nazionali e internazionali.
Per quanto sgomenti per la sorte di Adolph, che al di là della perdita umana poneva problemi nell’analisi dell’enorme materiale di ricerca, per l’incertezza su tempi e luoghi dei dipinti o degli esperimenti condotti, Hermann e Robert si dedicarono col massimo impegno alla sistemazione e alla sintesi delle loro osservazioni. Prevedevano di pubblicare nove volumi, e in effetti tra il 1861 e il 1863 apparvero i primi tre: poi per svariati motivi il lavoro rallentò, tanto che il quarto volume vide la luce solo diversi anni dopo. L’opera, pubblicata in inglese sotto il titolo Results of a scientific mission to India and High Asia (Lipsia 1860-66), fu recensita favorevolmente, a dire il vero più per la ricchezza dell’iconografia e la bellezza e precisione dell’atlante che per il valore intrinseco delle documentazioni e delle misurazioni, ma ri mase poi incompiuta.
Anche la loro vita successiva fu consacrata alla ricerca. Nessuno dei due si sposò.

Hermann si dedicò anima e corpo all’analisi scientifica e alla gestione organizzativa dell’enorme collezione, ma scrisse e pubblicò anche (in tedesco) un resoconto popolare dei suoi viaggi (Reisen in Indien und Hochasien, 4 voll., 1869-80). Il libro non conobbe un gran successo di pubblico, probabilmente perché arrivava a troppi anni dai fatti, in un periodo in cui l’interesse andava spostandosi verso l’Africa, trainato dalle esperienze di esploratori popolari come Barth, Rohlfs e Nachtigal. La sua salute, già gravemente compromessa in India, andò peggiorando e lo portò a morte nel gennaio del 1882, a Monaco di Baviera. Quando gli eredi svuotarono le sue cose, scoprirono che tutta la sua corrispondenza scientifica e i suoi esemplari vegetali erano stati divorati dalla muffa, quasi a simboleggiare concretamente quello che in fondo egli stesso considerava un fallimento. Di lui rimasero, per espressa volontà testamentaria, il cranio e il cervello, donati ad una collezione di resti di uomini illustri conservata presso il Royal Anatomy Institute.

Robert fu nominato nel 1864 professore di geografia presso l’Università di Giessen. Nel 1868 fu invitato da un ateneo statunitense a compiere nel paese un lungo giro di conferenze, che riscosse un grande successo. Si appassionò alla storia e alla natura nordamericane, tornò a più riprese negli Stati Uniti e pubblicò poi in Germania una serie di libri su quegli argomenti. Anche lui però ebbe una vita breve. Morì a Giessen nel 1885.
Persino un quarto fratello, Edward, morì in battaglia a poco più di trent’anni. Si direbbe che come quella di Tutankhamon anche la maledizione del Nanga Parbat, “la montagna assassina” oltre che “nuda”, abbia colpito a distanza chi l’ha scalata o ha tentato di farlo, ma anche chi degli occidentali l’ha vista per primo e l’ha fatta conoscere, e addirittura i loro congiunti. Anzi, sembra che la leggenda di questa maledizione sia nata proprio a seguito della tragica sorte toccata ad Adolph. La veduta panoramica del massiccio, una rappresentazione dettagliatissima e scientifica come tutte quelle prodotte dagli Schlagintweit, diede avvio ad una successiva campagna di esplorazione condotta soprattutto dai tedeschi, e culminata nel 1953 con la conquista della vetta da parte di Hermann Buhl (l’unica prima assoluta su un ottomila compiuta in solitaria e senza ossigeno). Nel secolo intercorso tra le due vicende moltissime sono state le vittime dei diversi tentativi falliti di ascensione, a partire da Mummery, ma quantomeno sono ricordate nella storia dell’alpinismo. I dimenticati sono invece proprio loro, i nostri tre fratelli (provate a verificare la voce Nanga Parbat su Wikipedia). La maledizione colpisce a quanto pare anche in un modo più sottile, e non meno doloroso: soffocando la memoria nel silenzio.
Questo ci riporta dopo un lungo giro all’oblio sceso sugli Schlagintweit. Credo vi abbia concorso tutta una serie di motivi. Alcuni li ho già accennati, altri penso di poterli desumere dal contesto culturale e politico nel quale gli esploratori prussiani si trovarono ad agire.

Hermann e Adolph Schlagintweit, foglio con etichette che identificano cime e ghiacciai per la cromolitografa dei Grossglockers
Intanto, come ho già anticipato, c’è il fatto che gli Schlagintweit sono stati educati e rimangono ancorati ad una scuola di pensiero scientifico che si avvia velocemente ad essere superata: chiudono un periodo, non ne aprono uno nuovo, e anche se forniscono molto materiale per gli sviluppi della geografia e dell’antropologia futura non sono dei positivisti. Il loro credo e il loro modus operandi sono totalmente humboldtiani, in qualche modo guardano indietro all’idealismo, e dobbiamo ricordare che a dispetto dell’enorme successo riscosso al suo primo apparire il persino Cosmos fu poi quasi immediatamente reso obsoleto da ciò che accadeva nel frattempo nelle accademie scientifiche, e con esso il suo autore. L’anno della morte di Humboldt è quello della pubblicazione de L’origine delle specie, e anche gli humboldtiani più entusiasti, compresi quelli tedeschi come Haeckel, non tardarono a convertirsi al credo evoluzionistico darwiniano.
Un altro motivo cui ho già fatto cenno sta nel passaggio ad una diversa concezione dell’alpinismo, e conseguentemente anche del racconto alpinistico: l’argomento ha cominciato ad attirare l’attenzione del grande pubblico, e attorno ad esso si crea un diverso tipo di interesse editoriale e di utenza, che privilegia il racconto avventuroso e la narrazione drammatica e decreta il successo commerciale del genere. Lo stesso Humboldt aveva invece dovuto editare la sua sterminata opera pagando di tasca propria e riducendosi in pratica sul lastrico. In questo frangente persino la Royal Society, che aveva commissionato e in parte finanziato la spedizione degli Schlagintweit, rifiuta di accollarsi le spese di pubblicazione (e ciò spiega perché ad oggi non esista una traduzione in inglese del diario di viaggio). Il paradosso però è che per certi versi i nostri potrebbero addirittura essere considerati precursori del nuovo modello narrativo, in quanto hanno rotto gli schemi del resoconto alpinistico tradizionale, dello scarno diario di salita in luoghi comunque conosciuti e vicini. Aprono agli occhi europei una finestra su un’area, l’Himalaya, che ancora oggi è sinonimo di esotismo: figuriamoci quanto doveva esserlo oltre un secolo e mezzo fa.
Una malcelata ostilità si manifesta anche nel mondo accademico. Molte istituzioni scientifiche non digeriscono il fatto che per una operazione così vasta e complessa si sia fatto ricorso a tre stranieri, per di più molto giovani e quasi sconosciuti negli ambienti che contavano. Il malumore è alimentato anche dal fatto che a Hermann e a Robert, in qualità di primi europei ad aver attraversato il Künlün, sia stata conferita dall’imperatore Alessandro II una alta onorificenza e il titolo di “Sakünlünski”, in un momento nel quale l’Inghilterra combatteva in Crimea proprio contro la Russia: e che l’onorificenza sia stata accettata.
Altre contingenze politiche oscurano poi immediatamente il lavoro e le vicende dei tre fratelli. Nello stesso anno in cui Adolph viene ucciso scoppia la rivolta dei Sepoys, che sarà soffocata a fatica, dopo il massacro di moltissimi inglesi residenti in India e la feroce repressione immediatamente seguita. È chiaro che la notizia della morte di un giovane esploratore, per di più straniero, non poteva trovare alcuno spazio nell’informazione.
Contestualmente a tutto questo c’è il passaggio definitivo dei poteri dalla Compagnia delle Indie al governo inglese. Gli Schlagintweit perdono dunque il principale committente, il che significa non poter sperare in ulteriori finanziamenti per portare a compimento l’opera di sistemazione e di divulgazione dei dati.
La rimozione avvenuta negli anni successivi è anch’essa legata al mutamento del clima politico internazionale. Nell’era di Bismark e dopo l’unificazione della Germania i rapporti tra questa e l’Inghilterra si raffreddano alquanto, vuoi per la concorrenza coloniale che le due potenze si fanno in Africa, vuoi per la politica di riarmo anche navale avviata dal cancelliere, vuoi infine per l’attenzione che la Germania comincia a manifestare per il Vicino e il Medio Oriente. È degli anni ottanta del XIX secolo l’avvicinamento all’impero ottomano e il progetto della ferrovia che da Berlino doveva portare a Baghdad, via Istambul e Ankara.
Trovo strana, invece, la scarsa attenzione prestata alle imprese degli Schlagintweit dal nazismo, in particolare da Himmler, che pure aveva per l’Himalaya un’autentica fissazione: aveva creato l’Ahnenerbe, Società di Ricerca dell’Eredità Ancestrale, dedita allo studio della storia antropologica e culturale della razza ariana, le cui origini erano postulate nell’Asia centrale; credeva nell’esistenza della mitica Shambhala o in qualcosa di simile, e aveva organizzato diverse spedizioni scientifico-alpinistiche nel Tibet nel corso degli anni trenta. Mi sarei atteso che vedesse nei fratelli dei precursori, mentre non li ho mai trovati citati nella storia di questa follia. Ma forse gli Schlagintweit erano troppo legati a Humboldt, lui stesso autore rimosso dalla cultura tedesca in epoca nazista, in quanto troppo democratico, e per di più omosessuale e amico degli ebrei.
Infine, come già accennavo, ha pesato senz’altro anche il ritardo col quale i risultati della spedizione sono stati pubblicati. A ordinare l’immensa mole dei materiali raccolti nei loro vagabondaggi asiatici gli Schlagintweit si dedicarono subito, ma per l’interpretazione, la classificazione e l’elaborazione dei dati l’assenza di Adolph si rivelò quasi paralizzante in molti settori. Robert a sua volta cominciò ad essere molto impegnato dal suo incarico universitario e dalle conferenze che era chiamato a tenere in giro per tutta la Germania (e anche fuori: arriverà a collezionare oltre mille conferenze in 400 località diverse). Hermann, che tra l’altro era alquanto debilitato dalla malaria contratta nell’Assam, era ulteriormente frenato da molti dubbi, che si moltiplicarono per il continuo affluire di nuovi dati forniti dagli studiosi e dai funzionari che operavano in India, e che in molti casi superavano o contraddicevano quelli che aveva a disposizione. Il compito di sintetizzare i singoli lavori in un insieme armonioso, in qualcosa che potesse stare alla pari col Cosmos, rimaneva irrisolto.
Azzardo ora qualche considerazione sulle modalità del lavoro di ricerca degli Schlagintweit, che si traduce poi in una forma peculiare di comunicazione sia letteraria che visiva. Poche cose: ci vado cauto perché la mia conoscenza diretta della loro opera è limitata, ma un’idea di massima penso di essermela fatta.
A differenza di quanto accade nell’opera di Humboldt, la loro attenzione è concentrata esclusivamente sul mondo naturale. Nei loro resoconti non rientrano digressioni su economia, società, politica, cultura, lingua — in breve, qualsiasi aspetto “umano”: così come evitano ogni riferimento a se stessi che non abbia un riscontro “oggettivabile”, che non possa trovar posto in una sorta di manuale di istruzioni. Descrivono anche la loro esperienza attraverso un cumulo di dettagli, informandoci ad esempio dei calzini e delle calzature che indossano. Non sono divagazioni gratuite: calzini e scarpe sono essenziali nel bagaglio di un viaggiatore, e può tornare molto utile sapere tutto su cosa indossavano gli Schlagintweit, non solo ai piedi, ma a copertura di tutto il corpo o del capo, o cosa portavano con sé, e come l’hanno imballata, come hanno viaggiato, da quanti servitori e guide erano accompagnati, che lingua parlavano, cosa mangiavano, dove dormivano, quali percorsi prendevano, cosa vedevano, e com’era il tempo.

Adolph Schlagintweit, La catena montuosa del Kunda, nel Nilgiris, nell’India meridionale (acquarello, marzo 1856)
Volevano dare una immagine accurata del mondo, che di per sè è un nobilissimo intento, ma che andrebbe perseguito con un filo in più di ironia, intesa quest’ultima letteralmente come “distacco”. L’immagine del mondo la creavano per accumulo quantitativo di dati: le loro pagine sono piene di paesaggi, profili e sezioni. Ogni osservazione, ogni misura, ogni campione raccolto, aggiungeva dettagli alla loro descrizione. L’idea era permettere alla natura di parlare direttamente e, di conseguenza, il linguaggio era visivo: un tracciamento grafico, una proiezione dello schermo, una lettura del metro.
L’adozione di questo modello comunicativo la si può verificare nei modi di rappresentazione del paesaggio. Quando c’è, la presenza umana è appena percepibile, confinata ai margini dei dipinti o confusa con gli elementi naturali: quasi come accade nella pittura paesaggistica cinese. La cosa balza agli occhi se si raffrontano i loro quadri con quelli dipinti da Bompland durante il viaggio con Humboldt, o da Humboldt stesso: là le figure umane sono dentro il quadro, vivono all’interno di esso e della natura che rappresentano, non guardano il paesaggio con l’occhio dell’entomologo, ma con quello di chi ne è partecipe.
Anche la rappresentazione letteraria presenta questa caratteristica. Per quanto ho potuto verificare, Hermann nel suo racconto non lascia alcuno spazio al trasparire delle emozioni. Descrive la natura attorno a sé e i modi in cui viene affrontata e studiata, ma non le reazioni di fronte agli spettacoli che offre e alle domande che suscita. Un grande geografo suo contemporaneo, Elisée Reclus, arrivava a far parlare le cose, la natura; dialogava con esse, non le catalogava. Dietro questo tipo di approccio c’era una peculiare tradizione romantica che risaliva a Rousseau e a Bernardin de Saint Pierre, e passava per Lamartine, mentre alle spalle degli Schlagintweit c’erano piuttosto Heghel e la fenomenologia goethiana.
La loro non è comunque solo una forma quasi patologica di integralismo scientifico, o di pignoleria. Credo che questo modello rispondesse in fondo per molti versi al sentire di un pubblico imbevuto di grandi aspettative culturali, e in particolare di quelle rivolte alla scienza. A metà del XIX secolo la scienza fioriva in ogni forma istituzionale — in mostre e conferenze, in discipline e società, e in laboratori e riviste. Stava diventando, per i settori della popolazione più acculturati, una specie di religione laica. E quindi assumeva anche una valenza etica, non disgiunta da quella estetica. Il “vero” che gli Schlagintweit indagavano e ritraevano portava con sé una nuova idea del “bello”, e la sua conoscenza non poteva che orientare al “bene”. Ciò che mi trova perfettamente d’accordo.
L’impressione che ho ricavato da questa storia, e che mi ha indotto poi a ricostruirla, è che si tratta di una delle tante “rimozioni” nelle quali mi imbatto costantemente. Mi sono detto che se questo capita con tanta frequenza una ragione ci sarà, e credo di poterla indicare nel fatto che sì, ho interessi storici un po’ particolari, ma più ancora che affronto qualsiasi vicenda storica con uno sguardo che definirei “laterale”. Non posso certo pretendere che siano gli altri ad allinearsi al mio punto di vista, ma nemmeno intendo costringere il mio in modelli conoscitivi e interpretativi “ortodossi”, siano essi accademici o semplicemente quelli più in voga.
Vado quindi a ripescare episodi, vicende, personaggi che sembrano ormai esclusi da qualsiasi palinsesto, magari perché poco spettacolari, perché inadatti a costituire dei riferimenti (in questo caso neppure per i normali appassionati di montagna), e da ultimo perché “politicamente” non riconducibili alla “correttezza”. Le mie “riscoperte” non pretendono di offrire delle primizie, non rivendicano alcuna esclusività: mi è già più volte accaduto di scoprire che dei personaggi o delle vicende di cui tratto si stanno occupando, o si sono occupati, molti altri: e mi è accaduto appunto perché ho focalizzato e approfondito la ricerca. È capitato ad esempio con Humboldt, con Timpanaro, con Caffi, e ultimamente con la vicenda della tratta araba. Evidentemente ho solo raccolto cose che giravano nell’aria, sia pure in sordina. Solo in pochissimi casi, con storie come quella di Marnier, o di Vidua, o degli aspetti meno conosciuti della vita e dell’opera di Edward Lear o di Wilkie Collins, posso vantare un minimo di originalità nella scelta degli argomenti. Ma questo non ha alcuna importanza.
Non ha importanza perché questo scritto, come tutti gli altri miei, non ha presunzioni di dignità storica o letteraria. L’ho postato per condividere con gli amici e con i frequentatori del sito una storia che mi appassionava da un pezzo ma conoscevo solo a bocconi, e che volevo vedere finalmente raccolta in una narrazione coerente. Purtroppo, per quanto abbia cercato di ricostruirla nel modo più preciso e documentato possibile, sconto la scarsa confidenza con lingua tedesca, l’unica nella quale avrei potuto raccogliere dati più attendibili ed esaurienti. Mi sono premurato almeno di non buttare lì cose non verificabili e di correggere gli svarioni clamorosi che ho trovato sparsi sul web (Wikipedia, nelle tre righe che dedica, dà per partecipante alla spedizione anche il “cugino” Emil!).
Ho voluto affrontare comunque l’argomento in ottemperanza ad un mio particolare imperativo etico, quello della lotta contro l’ignoranza, in qualsiasi contesto e in qualsivoglia forma essa si manifesti. Immagino che per i più conoscere o meno le vicende dei fratelli Schlagintweit e financo sapere della loro esistenza sia perfettamente indifferente, ma mentre prima una loro storia raccontata nella nostra lingua non c’era, adesso c’è. L’ignoranza rimane un diritto, ma non è più giustificabile dall’oggettiva assenza di un accesso al sapere.
E infine, diciamola tutta: i tre fratelli mi hanno suscitato, al di là dell’ammirazione per il coraggio e della stima per la serietà con la quale hanno affrontato i loro compiti, una grandissima simpatia: dalla loro narrazione traspare, a dispetto della voluta asetticità e della discrezione dietro le quali si trincerano, un sincero calore umano. Per tutta la durata della spedizione sembra non esserci stata tra loro l’ombra di un contrasto: si ritrovavano con gioia e si separavano fiduciosi nella capacità degli altri di cavarsela e di far bene il proprio lavoro. Non li sfiorava l’invidia, non avevano alcun bisogno di primeggiare. Riesco persino ad immaginali visivamente, al loro ultimo incontro, seduti a Simla a sorseggiare tè in una veranda aperta sullo spettacolo delle montagne, a scambiarsi aneddoti, informazioni, dubbi, Robert con l’eccitazione del ventenne, Adolph col piglio di chi ha in testa un programma e intende portarlo a compimento, Hermann malaticcio ma anche lui risoluto a non mollare. Non erano solo fratelli, erano amici nel senso più ricco della parola.
La loro vicenda mi ha commosso, ma mi ha anche indispettito. Siamo praticamente costretti a sapere tutto di squallidi ruffiani o di feroci mafiosi, ci fanno su libri o film o serie televisive, e non c’è la minima memoria di coraggiosi protagonisti della storia della conoscenza.
Per questo ho voluto cercare di far rinverdire, almeno nella mia minuscola aiuola, il “trifoglio” di Humboldt. Spero di esserci riuscito. E penso immodestamente che lui ne sarebbe soddisfatto.

Adolph Schlagintweit, Interno del tempio buddista del monastero Mangnang a Gnari Khorsum (acquarello, agosto 1855)
Bibliografia
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Hermann e Adolph Schlagintweit – Untersuchungen über die physikalische Geographie und Geologie der Alpen (1 vol. + atlante) – Lipsia, 1854
Hermann, Adolph e Robert Schlagintweit – Results of a scientific mission to India and High Asia: undertaken between the years MDCCCLIV and MDCCCLVIII, by order of the court of directors of the hon. East India Company (4 vol.) – Lipsia e Londra, 1861–66
Hermann Schlagintweit – Reisen in Indien und Hochasien. Eine darstellung der landschaft, der cultur und sitten der bewohner, in verbindung mit klimatischen und geologischen verhältnissen – Jena, H. Costenoble, 1869-80
Helga Alcock – Three pioneers: the Schlagint. Weit brothers – The Himalayan Journal 36, 1980
Giorgio e Laura Aliprandi – Le grandi Alpi nella cartografia (vol. 1, pag. 300-301) – Priuli & Verlucca, 2005
Riccardo Cerri, La spedizione degli scienziati tedeschi Adolf e Hermann Schlagintweit sul Monte Rosa nel 1851 e la loro permanenza al ricovero Vincent (3150 m), Notiziario CAI Varallo, dicembre 2001, pp. 14-16
Moritz Brescius, Friederike Kaiser, Stephanie Kleidt (a cura di) – Uber Den Himalaya: Die Expedition Der Bruder Schlagintweit Nach Indien Und Zentralasien 1854 Bis 1857 – Vandenhoeck & Ruprecht Gmbh & Co, 2015
Gabriel Finkelstein –Conquerors of The Künlün? The Schlagintweit Mission to High Asia, 1854-57 – Phil Archive
Helmut Mayr – Schlagintweit-Sakünlünski, Hermann Alfred Rudolph von – in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 23-25
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Helmut Mayr – Schlagintweit, Robert von (bayerischer Adel 1859) in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 24-25
Sven Hedin – Transhimalaya – The Macmillan Company, 1909 (da The Project Gutenberg ebook)
John Keay – Quando uomini e montagne si incontrano – Neri Pozza, 2005

Herman Schlagintweit, Panorama del lago e dei giardini vicino a Srinagar, Kashmir (acquarello, ottobre 1856)

Herman Schlagintweit, La catena dei Kuenlúen, da Súmgal, in Turkistán (acquarello, agosto 1856)

Herman Schlagintweit, Il lago salato Tsomognalari, a Pangkong, Tibet occidentale (acquarello, agosto 1856)
Appendice
da Helmut Mayr – Schlagintweit-Sakünlünski, Hermann Alfred Rudolph von – in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 23-25
Il 2 dicembre, i fratelli partirono da Bombay per Madras. Adolf prese la via meridionale via Mahabaleshwar, esplorò le gole dei Ghati occidentali e incontrò i suoi fratelli a Pune, che avevano risalito il Deccan lungo la Grande Strada. Viaggiarono insieme fino a Bellari; poi Adolf studiò i pendii settentrionali dei Ghati orientali, mentre gli altri due fratelli si diressero a sud e, da Bangalore in poi, presero strade diverse per raggiungere Madras. Durante questo viaggio, compiuto interamente a cavallo, le osservazioni geologiche occuparono la maggior parte dei loro diari. I tre fratelli raggiunsero Calcutta in nave e risalirono le pianure del Gange. Da lì, Robert esplorò l’India centrale nella catena montuosa dell’Amarkantak, mentre Adolf si spinse inesorabilmente verso sud per apprendere le caratteristiche geologiche delle catene montuose che, sul margine superiore del Deccan, impongono la loro direzione est-ovest sulle acque. Robert fu tra i primi europei ad avventurarsi nei temuti e leggendari Monti Amarkantak, i cui abitanti erano tra i popoli più incivili dell’India, veri e propri selvaggi. Mentre Robert rivolgeva la sua attenzione agli stati di Rewah e Gwalior, Adolf attraversò i Monti Vindhya e le propaggini orientali dei Monti Satpura, fermandosi solo al mare, nella regione del delta del grande fiume Godaveri. Il viaggio fu uno dei più lunghi intrapresi all’epoca; durò solo sette settimane (dal 19 dicembre 1855 al 7 febbraio 1856) e, grazie ai suoi ricchi risultati geognostici, consolidò l’alta stima di cui Adolf era tenuto come geologo in India. Queste osservazioni furono significativamente integrate dalle indagini che Adolf condusse nell’India meridionale nei mesi successivi. Da Rajamandri, Adolf salpò per Madras e da lì, dopo un breve soggiorno, verso il possedimento francese di Pondicherri. Da lì, nel Palki o nella bara, intraprese un viaggio via terra via Trichinapalli – già allora una stazione delle missioni cristiane che da allora hanno avuto un successo sorprendente – e salì sulla catena montuosa del Nilgiri. Attraverso l’altopiano di Maisur, Adolf tornò con un ampio arco a Madras e partì il 21 marzo 1856 per imbarcarsi su una nave diretta a Calcutta.
Hermann cercò l’Assam, la valle del Brahmaputra; nella prima parte del viaggio, i suoi studi si concentrarono sull’intricata rete di canali formata dalla confluenza delle possenti acque del Gange e del Brahmaputra nel loro corso inferiore. Il viaggio iniziò il 15 agosto 1855, direttamente in barca dalle pendici dell’Himalaya, proseguendo fino a Dacca e poi risalendo fino a Silhet, dove furono raggiunte le pendici meridionali dei Monti Khassia. Il tranquillo viaggio in barca fu propizio all’esecuzione di grandi disegni e acquerelli, che sono tra i dipinti più vividi e suggestivi che i fratelli riportarono a casa. Sfortunatamente, Hermann contrasse una febbre persistente durante i 44 giorni di permanenza in acqua nella stagione delle piogge, aggravata da un foruncolo maligno sulla schiena. L’incisione necessaria dovette essere affidata a un indigeno e Hermann non si riprese mai dalla perdita di forze subita a causa di questa malattia, sebbene il suo soggiorno sui Monti Khassia dal 29 settembre al 16 novembre 1855, ad altitudini non inferiori ai 1200 metri durante il periodo più freddo e favorevole dell’anno, gli procurasse un immediato miglioramento. Il suo soggiorno e l’attraversamento dei Monti Khassia divennero uno dei periodi più memorabili dell’intero viaggio; oltre a ogni genere di lavoro di storia naturale e alla produzione di disegni, si dedicò per la prima volta su larga scala a questioni antropologiche (misurando figure umane, realizzando calchi in gesso della parte anteriore del viso, raccogliendo teschi umani ben documentati e scheletri completi), nonché creando collezioni etnografiche e zoologiche.
Dopo essere sceso nella valle del Brahmaputra, Hermann trascorse due mesi in Assam e prolungò i suoi viaggi verso nord, fino all’Himalaya, e verso est, fino alle sorgenti del Brahmaputra. Sulla base delle misurazioni del volume d’acqua dei torrenti montani che confluiscono a Sadiya, Hermann si riteneva giustificato, secondo la gente del posto, nell’attribuire al Lohit la sorgente del Brahmaputra; tuttavia, viaggi più recenti di esploratori anglo-indiani hanno dimostrato che il Lohit è troppo breve per attribuirgli questa distinzione, e il Dihang, noto in Tibet come Tsangpo, è ora considerato il corso superiore del fiume.
Determinare l’influenza dei tipi di roccia e delle masse montuose più grandi sull’ago magnetico era un compito particolare per i viaggiatori e poteva essere portato a termine solo penetrando nel più grande sistema montuoso della Terra, l’Himalaya, con la catena del Künlün a segnarne il confine settentrionale. L’esplorazione di questa catena montuosa si adattava perfettamente alle inclinazioni dei fratelli, e i loro studi preliminari li avevano resi particolarmente adatti a tale compito. Di conseguenza, vediamo i viaggiatori muoversi attraverso questa catena montuosa con la massima perseveranza.
Tra il 16 novembre 1855 e il 30 gennaio 1856, Hermann fece un’incursione da Gauhati, Assam, via Mangaldai e Udalguri nel territorio del lama o abate sopra Tawang. La sua aspettativa di raggiungere lo spartiacque della cresta principale meridionale delle montagne non fu soddisfatta; i lama rifiutarono portatori e guide. Hermann dovette fermarsi a Narigun a un’altitudine di 1110 metri, ma dai punti panoramici riuscì ad avere una panoramica delle alte vette, la più vicina delle quali superava già il Monte Bianco, e tornò a Tezpur in Assam con una ricca collezione di schizzi e disegni di mappe.
Da maggio ad agosto 1855, Hermann intraprese una visita estremamente gratificante nel Sikkim britannico, abbinandola all’esplorazione delle catene montuose a ovest: i monti Sandakphu, Phallut e Singalila. Hermann dimostrò un’attività davvero notevole durante questo viaggio. Frutto di questa spedizione sono un’ampia serie di osservazioni, ampi panorami, 32 disegni di dimensioni minori e una consistente collezione dei più rari oggetti di culto buddhista provenienti dai monasteri di Pemiongtschi e Saimonbong, nonché dalle collezioni del dotto Chibu Lama, che all’epoca rappresentava il suo sovrano, il Principe del Sikkim, a Darjiling.
Mentre il Bhutan e il Sikkim indipendente erano tra i territori chiusi, Hermann, durante la sua visita a Kathmandu, capitale del Regno del Nepal, che occupa la parte centrale dell’Himalaya, ottenne un Parvana (una lettera di salvacondotto) dal sovrano. Hermann poté trascorrere un mese intero (dal 14 febbraio al 13 marzo 1856) in Nepal; tra le scoperte che fece con successo ci fu l’identificazione di Gaurisankar, “la montagna che racchiude Shiva e la sua consorte Gauri”, come il nome nativo della montagna più alta del mondo, con i suoi 8.840 metri. Gli inglesi avevano chiamato il Monte Everest in onore dell’illustre direttore dell’Ufficio Trigonometrico Indiano e, ancora nel 1886, tentarono di contestare la pretesa di Hermann di aver determinato il nome nativo. Tuttavia, la questione è stata nel frattempo chiarita a favore del ricercatore tedesco (cfr. ES in Petermann’s Mittheil, 1888, p. 338 e 1890; Survey of India Department, Dehra Dun 1890).
Mentre Hermann effettuava osservazioni nella parte orientale dell’Impero britannico indiano, Adolf e Robert affrontarono l’India centrale, l’Hindustan e le montagne a nord. Il viaggio da Calcutta via Patna, Benares, Allahabad, Fatehgarh e Bareli fino a Bhabar, ai piedi delle montagne sotto Nainital, richiese ben quattro settimane di posta espressa: all’epoca erano stati aperti solo i 110 chilometri di ferrovia tra Calcutta e Bardwan; oggi Bhabar è il capolinea ferroviario e i treni espressi completano il viaggio in 40 ore. A Nainital, le osservazioni magnetiche e i preparativi per il viaggio in alta montagna richiesero una permanenza di cinque settimane. Il 17 maggio 1855, i fratelli partirono per Munschyari (Shimpti), il quartiere invernale della popolazione tibetana. Robert reclutò lì i portatori necessari e attese il fratello a Milam, a un’altitudine di 3.439 metri, la residenza estiva degli abitanti. Adolf, nel frattempo, intraprese la sua prima spedizione ad alta quota nel magnifico paesaggio glaciale a sud-ovest di Milam. Sul Pindar, mise piede per la prima volta sul ghiaccio glaciale, sperimentando gli effetti dell’aria rarefatta a 5.000 metri di altitudine. I suoi compagni attribuirono questo fatto allo sfavore degli dei e fecero sacrificare ad Adolf una pecora per rappresaglia. Il mese di giugno fu trascorso instancabilmente scalando montagne e osservando da alti passi, raggiungendo l’impressionante altezza di 5.675 metri. Sulle mappe furono registrati non meno di 63 ghiacciai di primo ordine, compresi alcuni di 18 chilometri di diametro. C’erano vivaci scambi commerciali con le carovane in viaggio da e per il Tibet; il volume degli scambi durante i mesi estivi in questa valle alta altrimenti isolata valeva mezzo milione di marchi, perché il governo tibetano concedeva ai Bhutia il privilegio – ancora negato agli indù delle pianure – di accedere ai mercati del Tibet. Le misurazioni umane effettuate qui e le collezioni di manoscritti tibetani e beni commerciali acquisiti sono tra i più preziosi dell’intero viaggio. Gli zoologici erano altrettanto estesi. e collezioni botaniche. Il 4 luglio, i viaggiatori partirono per una deviazione verso il Tibet cinese. Inizialmente, si accamparono per tre notti alla formidabile altitudine di 5646 metri; poi progettarono di scendere nella pianura del fiume Satledj. Una guardia di frontiera cinese inizialmente costrinse gli esploratori a intraprendere una faticosa marcia verso ovest lungo il confine; dopo due giorni, elusero la sorveglianza camuffandosi con una frettolosa cavalcata di venti ore, ma i loro inseguitori li raggiunsero. Solo dopo lunghe trattative con il mandarino cinese a Daba, un’affascinante città rupestre le cui case sono tutte scavate nel morbido terreno di loess, la loro guida, un rispettato Bhutia di Milam, ottenne il permesso di proseguire il viaggio verso il Tsako (Choko) La, a 5351 metri di altitudine, un passo sullo spartiacque tra le valli del Satledj e dell’Indo. Contrariamente agli accordi, i viaggiatori tentarono di raggiungere Gartok, ma inaspettatamente si ritrovarono ad affrontare un distaccamento di oltre cento soldati tibetani. Tornarono quindi a sud-ovest, scalando la cima del Gunshankar, alta 5.702 metri, nella catena del Trans-Satledsch, portando ancora con sé il tavolo da disegno e la mappa. Seguirono il fiume Satledsch lungo la valle fino al grande monastero buddista di Mangnang e poi tornarono nel Garhwal britannico. Il loro soggiorno in Tibet durò dal 4 luglio al 12 agosto. Numerose misurazioni astronomiche e altimetriche, una ricca storia naturale e collezioni etnografiche, tra cui 20 disegni, sono il risultato di questa escursione verso nord, memorabile per le sue difficoltà e fatiche. Una nuova impresa di altissimo livello seguì il loro viaggio di ritorno. Da Mangnang, i bagagli furono inviati in avanti attraverso il Manapasse, alto 5.606 metri, fino al luogo di pellegrinaggio di Badrinath, dove circa 50.000 indù si recano in pellegrinaggio al santuario del dio Vishnu in estate. I ricercatori stessi risalirono il ghiacciaio Ibi Gamin a est, che scende dall’omonima vetta di 7.752 metri, nota anche come Kamot. Alla considerevole altitudine di 5.888 metri, stabilirono il loro ultimo accampamento sulla morena glaciale. Il mattino seguente, la neve ghiacciata facilitò la salita e solo a 6.766 metri la particolare stanchezza che si manifesta con la ridotta pressione atmosferica pose fine all’ulteriore ascesa. Questa altitudine di 6.766 metri è la massima altitudine mai raggiunta da un piede umano a fini scientifici. La discesa a Badrinath, a 3.169 metri, avvenne attraverso un passo a 6.234 metri.
Il magnifico scenario non diede tregua ai viaggiatori. Spinto dalla sua caratteristica sete di chiarezza, Adolf tornò in Tibet sotto mentite spoglie attraverso il Passo di Nana. Al Bogo La (a sud-ovest del Tsako La), a un’altitudine di 5856 metri, poté nuovamente ammirare la catena del Trans-Satledj, completò le sue mappe e scese, pienamente soddisfatto, attraverso il Passo di Nilang, a 5560 metri, nella valle del Bhagirati, la sorgente del Gange. Dopo aver attraversato la valle del Tons, si fermò più a lungo sul Kidarkanta, una cima di soli 3811 metri, ma un punto panoramico di prim’ordine da cui venne ricavato un disegno completo del magnifico panorama. Grazie alla pratica costante, Adolf aveva acquisito una tale sicurezza nel raffigurare le catene montuose che questo panorama, come la maggior parte delle sue vedute successive, fu realizzato a penna e inchiostro. Senza fermarsi, percorsero la valle fino a Masuri, dove, per la prima volta dopo mesi di ininterrotti viaggi in montagna, fu nuovamente possibile il contatto con gli europei. Robert partì da Badrinath via Josimath, scendendo lungo la valle fino a Gopeswar (di fronte a Chamoli), poi salì via Ukimath fino a Kedarnath, e in questo viaggio toccò i luoghi di pellegrinaggio alle sorgenti del Gange, che, nonostante la loro posizione remota, erano visitati da persone provenienti da tutta l’India. La stagione, tuttavia, era molto avanzata; l’attraversamento per Kharsali nell’alta valle di Chamna fu forzato attraverso passi montani innevati, e fu fatta una visita alle straordinarie sorgenti termali di Jamnotri. Il 21 ottobre, entrambi i fratelli si riunirono a Masuri e ora si affrettarono con un folto seguito di manoscritti di osservazione e collezioni di ogni genere verso le pianure dell’Indostani, al fine di sfruttare la stagione fresca, che Hermann aveva trascorso nella valle del Brahmaputra, per i viaggi già descritti, fino a Madras nel Nilgiri. Solo nell’aprile del 1856 i tre fratelli provarono la gioia di essere riuniti a Simla; vennero confrontati gli strumenti e si intraprese l’esplorazione delle montagne occidentali.
Il 3 maggio 1856, i tre fratelli partirono per Kulu, ma si separarono dopo la seconda notte di accampamento. Hermann scelse la via più orientale, seguendo la valle di Satlej fino a Vangtu, poi si diresse a nord, attraversò lo Spiti ed entrò nel Tibet occidentale, noto anche come Ladakh, attraverso il passo Parang, alto 5.637 metri. Hermann acquisì familiarità con le cause e gli effetti che trasformano i bacini lacustri endoreici del Tibet in laghi salati presso il lago Tsomoriri, che, con i suoi 25 chilometri di lunghezza e 5-8 chilometri di larghezza, è simile per forma e superficie al lago Starnberg, ma raggiunge una profondità di soli 75 metri. Le osservazioni effettuate lì furono integrate otto giorni dopo presso il lago Pangkong, noto anche come lago Tsomognalari, il più grande specchio d’acqua dell’India britannica, che si estende per 150 chilometri di lunghezza e 8 chilometri di larghezza. Da qui Hermann scese nella valle dell’Indo, sperimentò per la prima volta la vita monastica buddista su larga scala a Himis e il 23 luglio incontrò Robert a Le, la capitale del Ladakh. Robert aveva raggiunto il Tibet attraverso il passo Baralacha ed era arrivato a Le tre settimane prima. Adolf, alla ricerca di materiale per il suo soggetto preferito, si diresse verso ovest, visitò i ghiacciai dello Zanskar e poi attraversò instancabilmente una cresta dopo l’altra per raggiungere il prima possibile le alte valli del Balti, ovvero l’aspra provincia a nord del fiume Shayok dopo la sua confluenza con l’Indo. Adolf arrivò lì già il 15 luglio e vi rimase per ben tre mesi, esaminando e disegnando un ghiacciaio dopo l’altro. Le montagne lì formano il margine meridionale delle steppe del Pamir, note come il Tetto del Mondo, e sono più ghiacciate di qualsiasi altra parte delle montagne di confine delle pianure dell’Asia centrale. Il ghiacciaio del Boltoro è lungo 65 chilometri, ovvero cinque volte più lungo dei più grandi ghiacciai della Svizzera. Adolf trascorse un’intera settimana all’aperto, all’inospitale altitudine di 5900 metri sul ghiacciaio Chorkonda; un’illustrazione colorata nel primo volume del suo diario di viaggio dà un’idea della grandiosità del mondo glaciale. Attraversando il Passo del Mustag, nei pressi del quale la seconda montagna più alta del mondo si erge con i suoi formidabili 8619 metri, Adolf fu il primo europeo a imbattersi nei predatori Kunduz, una colonia tibetana; ebbe bisogno di un centinaio di uomini per garantire la sua sicurezza da un attacco al Passo del Mustag (5480 metri).
Mentre Adolf raccoglieva diligentemente importanti elementi costitutivi per risolvere questioni orografiche di altissimo livello, i suoi fratelli Hermann e Robert intrapresero un viaggio verso il Turkestan attraverso alte steppe che nessun europeo aveva ancora calpestato. I fratelli partirono da Le il 24 luglio 1856 e raggiunsero il Passo del Karakorum a 5568 metri senza incidenti. Anche a questa altitudine, osservazioni e ascensioni, che si estendevano fino a 6083 metri, resero chiaro che lo spartiacque era stato raggiunto e che non era il più distante Passo del Künlün a separare le acque dell’Asia centrale dall’India. Hermann volle dimostrare definitivamente questo punto attraversando lui stesso il Künlün e il 10 agosto i due fratelli, travestiti e seguiti solo da pochi fedeli compagni, cavalcarono nella “steppa della grande natura selvaggia”, come gli indigeni chiamavano le alte valli, i cui giorni di cammino riempivano lo spazio tra le due creste. Non c’era un vero sentiero da nessuna parte; Alcune pecore condotte al seguito fornirono sostentamento. Nel freddo pungente, che costò la vita ad alcuni animali, i viaggiatori attraversarono il fiume Künlün. Solo il quindicesimo giorno incontrarono altre persone. Il viaggio di ritorno fu completato con successo. A Le, il materiale di osservazione fondamentale che avevano portato con sé fu organizzato e rispedito a casa, e iniziarono la discesa verso la tanto decantata valle del Kashmir.
Anche Adolf si diresse da questa parte; gli ultimi due mesi del 1856 portarono ai fratelli il piacere di tornare insieme nella pianura del Punjab, dove stabilirono un campo base a Rawalpindi. Il 17 dicembre, i fratelli si separarono. Robert iniziò direttamente il suo viaggio di ritorno, scendendo lungo i fiumi Jehlam, Chenab e Satlej fino all’Indo, e lo seguì fino alla sua foce a Karachi; da lì, continuò via terra. Attraversarono l’isola di Katsch e la penisola di Kathiawar e solo dopo una marcia di 2.400 chilometri a cavallo e cammelli, durata quattro mesi e mezzo e iniziata in un freddo intenso e conclusa in un caldo opprimente, raggiunsero Surat e si imbarcarono per Bombay. Dopo aver sistemato i loro affari, Robert fece una deviazione per Ceylon e si imbarcò lì per l’Europa il 14 maggio 1857. Hermann arrivò nello stesso luogo un mese dopo da Calcutta, che aveva raggiunto da Rawalpindi via Lahore, Agra e Patna, con una deviazione per il Nepal. Il 30 maggio, i due fratelli si incontrarono al Cairo, si imbarcarono ad Alessandria il 2 giugno e sbarcarono a Trieste il 7 giugno.
Adolf, dopo essersi separato a Rawalpindi, progettò di esplorare le montagne di confine con l’Afghanistan dopo la sua visita a Peshawar. Grazie alla cortese mediazione di Sir John Lawrence, Adolf fu presentato all’allora onnipotente Emiro di Kabul, Dost Mohammed, il 26 gennaio 1857, in seguito alla firma del nuovo trattato con l’Afghanistan. Gli fu quindi permesso di scendere dal Passo Khyber, attraversando il confine, fino a Kalabagh sul fiume Indo. A Dera Ismael Khan, Adolf interruppe il suo viaggio verso sud, dirigendosi verso est. Mentre i suoi fratelli sospettavano che avesse fatto una deviazione nella valle di Biaš (Kangra), era già tornato in alta montagna. Un incontro a Peshawar con i capi delle carovane dirette al Turkestan aveva consolidato il suo piano di attraversare il Passo Künlün più a est di quanto i suoi fratelli fossero riusciti a fare l’anno precedente. A Lahore, furono acquistati gli ultimi beni di scambio. All’inizio di maggio, animali e provviste furono procurati a Sultanpur (a nord di Simla) e il gruppo si mise in cammino lungo sentieri appartati, sperando di passare inosservato, dirigendosi a est della catena del Karakorum verso l’allora sconosciuto altopiano di Lingtsi Thang. Il Karakorum fu attraversato al Passo Kisil e al Passo Künlün sui Monti Kilian. Con l’attraversamento del Turkestan, iniziarono le difficoltà. I cavalli furono rubati e comparvero personaggi sospetti. Invece di avanzare senza sosta, furono costretti a rimanere in valli laterali nascoste sui pendii meridionali del Künlün. Alla fine di luglio, Adolf inviò dei servi a Yarkand per ottenere informazioni attendibili sulle voci di una rivolta politica a Kashgar. Wali Khan, membro di una famiglia Khokhandi che per secoli aveva lottato per il possesso del Turkestan orientale, ormai divenuto una provincia cinese, era diventato il sovrano del paese. La vittoria, ottenuta dall’avventuriero quasi senza un solo colpo di spada, fu celebrata secondo l’antica usanza tartara con una piramide di teschi ricavati da quelli dei suoi nemici giustiziati, che erano stati radunati fuori dalla capitale, Kashgar. Dal 1° agosto, Adolf fu posto sotto sorveglianza; tuttavia, riuscì comunque a lasciare Yarkand in mezzo al caos provocato da un assalto cinese iniziato un’ora dopo il suo arrivo. Con la sicurezza che contraddistingue gli europei, Adolf, giunto a Kashgar, chiese udienza a Vali Khan. La risposta, tuttavia, fu un ordine per la sua decapitazione, che fu eseguita immediatamente il 27 agosto 1857; la sua testa fu usata per adornare la piramide di teschi. Così si concluse l’ultimo viaggio dei fratelli, in cui avevano in parte seguito sentieri che nessun europeo aveva calcato dai tempi di Marco Polo.

Herman Schlagintweit, Il lago salato Kiuk Kiol, nella valle del Karakàsh, Turkistán (acquarello, agosto 1856)

Adolph Schlagintweit, Altura alluvionale sul confine occidentale del Singh Sāger Duáb Pànjáb (acquarello, febbraio 1857)

Hermann Schlagintweit, Le vette e i ghiacciai del Sàsser l’ass a Nubra, in Tibet (acquarello, agosto 1856)

Hermann Schlagintweit, La valle di Sàtlej e i dintorni di Ràmpur nell’Himalaya occidentale (acquarello, giugno 1856)
[1] Vedi Humboldt controcorrente, Viandanti delle Nebbie, 2006.






Voyages in Alaska, di John Muir, contiene i resoconti di tre viaggi di esplorazione compiuti dal naturalista americano tra il 1879 e il 1890. Di Muir avevo letto già altri tre libri, gli unici tradotti in Italia, e quindi sapevo pressappoco cosa attendermi: devo dire che ho ricevuto molto di più. Ho capito ad esempio di chi erano figli i racconti di Jack London, che ha saccheggiato da queste pagine molti protagonisti, umani e non, e ha preso lo spunto per diverse storie. Credo abbia vissuto la sua breve avventura di cercatore d’oro col libro di Muir nello zaino.
Leggendo le prime pagine di Un petit tour dans l’Hindou Kouch (1958), di Eric Newby, ho avuto l’impressione di un deja vù. La situazione iniziale mi ha ricordato immediatamente Tre uomini in barca, di Jerome, e subito dopo Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson: due scriteriati, assolutamente digiuni di alpinismo e animati solo dall’incoscienza inglese, si mettono in testa di compiere alcune ascensioni sui settemila dell’Afghanistan, per la precisione nella regione più remota del paese, il Nuristan. Lo fanno dopo soli tre giorni di iniziazione all’arrampicata in Inghilterra, e con una organizzazioner logistica che rende improbabile persino l’avvicinamento a quelle montagne. Ad un certo punto ho temuto che il tutto si risolvesse in una solenne buffonata, in un rovesciamento esasperato e speculare dell’understatement inglese: invece, mano a mano che procedevo a seguire le loro disavventure, i dejà vu si sono moltiplicati e hanno rivelato la loro vera natura.
Courrier de Tartarie (News from Tartary: A Journey from Peking to Kashmir, 1936) di Peter Fleming è la narrazione di un viaggio compiuto dall’autore a metà degli anni Trenta, pressappoco negli stessi luoghi visitati da Newby ma in direzione opposta, procedendo da est ad ovest, in compagnia dell’onnipresente Ella Maillart (che ha raccontato la stessa vicenda in Oasi proibite). Difficile immaginare due caratteri e due approcci al viaggio altrettanto diversi: a leggere i due resoconti parrebbero aver attraversato mondi completamente differenti.
Courrier des Andes è il titolo francese dato a Three Letters from the Andes (1991) di Patrick Leigh Fermor. Non ho ancora capito se ne esiste una traduzione italiana, a giudicare dagli esiti della ricerca in rete parrebbe di no. Paddy Fermor si aggrega nel 1955 ad una piccola spedizione esplorativa che non si pone traguardi particolarmente ambiziosi. È una sorta di ospite d’onore, e si comporta come tale. Lascia siano gli altri a scalare qualche vetta e fare le rilevazioni scientifiche, mentre inventa per sé un ruolo di custode della stufa da campo, di cronista ufficiale dell’avventura e di soprattutto di motivatore (ruolo questo che gli veniva automaticamente riconosciuto, state la sua esuberanza, da chiunque gli si accompagnasse, dai partigiani greci ai frequentatori dei circoli inglesi.). Le lettere cui si riferisce il titolo inglese sono indirizzate alla moglie Joan.
Infine il quinto, Voyageurs excentriques, di John Keay (1982). Keay è conosciuto in Italia per due bellissimi libri di taglio storico Quando uomini e montagne si incontrano (1977) e La via delle spezie (2005), pubblicati entrambi nella benemerita collana Il cammello Battriano di Neri Pozza. Il primo soprattutto mi aveva a suo tempo affascinato, ma quando l’ho letto io, nel 2005, in Inghilterra era considerato un classico da quasi trent’anni. Eccentric Travellers, uscito nei primi anni Ottanta, in Italia non è mai stato tradotto. Ed è strano, perché ha tutti i requisiti per essere considerato a sua volta un piccolo classico. Racchiude gli schizzi biografici di sette viaggiatori pochissimo noti dalle nostre parti (immagino invece conosciutissimi in Inghilterra) e ciascuno a suo modo davvero singolari. Lo avessi letto prima, mi sarei risparmiato probabilmente lo scritto su Charles Waterton (



Di ciò che era venuto prima non racconta alcunché, né in questa né nelle altre sue opere che ho letto: probabilmente riteneva la sua infanzia poco rilevante rispetto alle scelte future, e assolutamente normale, per quanto normale possa essere considerata la convivenza con cinque sorelle e due fratelli, in una famiglia governata totalmente dalla figura materna. Ad essere maligni, sarebbe invece già sufficiente a spiegare la smania perenne di lontananza e di solitudine che lo caratterizzerà. Almeno a livello inconscio, perché alla famiglia e a tutte queste donne Hedin sarà in realtà sempre molto affezionato. Solo a queste, però: nella sua vita non ce ne saranno altre, né altri affetti, e neppure vere e proprie amicizie. Non si è mai sposato e non ha avuto figli: con lui si è estinta la sua linea familiare.
L’infanzia dunque ce la lascia immaginare, e non dobbiamo nemmeno sforzarci troppo. Piuttosto, è forse opportuno “contestualizzare” Hedin rispetto ai tempi e ai luoghi in cui è cresciuto e si è formato. Il 1865, anno della sua nascita, può essere assunto per i paesi nordici a spartiacque. Si è appena conclusa la seconda guerra tedesco-danese, con una cocente sconfitta del regno di Danimarca e la conseguente perdita dei ducati dello Schleswig-Holstein a favore della Prussia. Questo significa il tramonto dello scandinavismo, un movimento culturale e politico che propugnava l’unione dei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) in una sola nazione, e che aveva infiammato a metà del secolo soprattutto la gioventù studentesca. Produce anche, in particolare negli ambienti più legati all’istituto monarchico, una crescente ammirazione per il nuovo Reich tedesco che si va costruendo proprio in quegli anni sotto la regia di Bismarck. In più, la sconfitta è solo un prodromo alla profonda depressione economica che colpirà i paesi europei nell’ultimo quarto di secolo, e in particolare quelli scandinavi, innescando un forte fenomeno migratorio (testimoniato e raccontato, ad esempio, nei libri di Knut Hamsun).
Compie gli studi in un liceo prestigioso, conseguendo il diploma di scuola secondaria nel 1885, ma non è un allievo particolarmente brillante: si distingue solo nel disegno e nella cartografia. Mentre ancora frequenta il liceo redige a penna un atlante in sei volumi nel quale sono raccolte le conoscenze orografiche del suo tempo per tutta la terra, e disegna per la Società di Geografia di Stoccolma una carta dell’Asia Centrale che lascia tutti a bocca aperta.
I due partono alla volta dell’Azerbaigian a metà agosto. Transitano per Helsinki e San Pietroburgo, e quindi si soffermano a Mosca, dal cui splendore Sven è affascinato. Poi quattro giorni in treno e in diligenza, in mezzo a una natura selvaggia che il giovane non si stanca di cercare di disegnare: foreste immense e praticamente vergini, montagne altissime innevate, valichi incassati tra le rocce, strade che corrono pericolosamente su orrendi strapiombi. Il virus dell’avventura che incubava nel suo animo trova l’ambiente ideale per manifestarsi. Sono a Baku prima della fine del mese, e qui Sven, oltre ad impartire lezioni al suo discepolo, si dedica a studiare in contemporanea una quantità di lingue: è molto portato, conosce il latino, parla quasi correntemente francese, tedesco e inglese, s’impadronisce dei rudimenti delle lingue farsi, russa e tartara. In seguito imparerà diversi dialetti persiani, oltre al turco, al kirghiso, al mongolo, al tibetano e a un po’ di cinese.
Sei mesi dopo il suo compito di tutore è esaurito, ma Sven non ha alcuna fretta di fare ritorno a casa. Avverte semplicemente i suoi che posticiperà il rientro, e nell’aprile del 1886 lascia Baku, si imbarca su un vapore che costeggia il Mar Caspio e raggiunge la Persia. Quindi attraversa a cavallo la catena montuosa di Alborz, per toccare successivamente Teheran, Esfahan, Shiraz e arrivare al Golfo persico. Dalla città portuale di Bassora ancora in nave risale il fiume Tigri fino a Baghdad (allora nell’impero ottomano). Torna quindi a Teheran via Kermanshah, e dopo aver trovato un prestito (ha esaurito tutti i suoi fondi) intraprende finalmente la strada di casa, attraversando il Caucaso, veleggiando sul Mar Nero fino a Costantinopoli e facendo ancora tappa a Budapest. È di ritorno in Svezia il 18 settembre 1886.
L’anno successivo pubblica un libro sulla sua prima straordinaria esperienza, Attraverso la Persia, la Mesopotamia e il Caucaso. Ricordi di viaggio. Non è un best seller, ma è pubblicato da un editore specializzato nel settore, e incuriosisce tanto gli appassionati quanto gli studiosi, colpiti soprattutto dalla giovanissima età e dalla precoce competenza dell’autore. Hedin ha però potuto rendersi conto durante il viaggio di cosa realmente serve per impegnarsi in una esplorazione. Gli anni successivi li dedica dunque a completare ad altissimo livello la sua preparazione. Studia geologia, mineralogia, zoologia tra il 1886 al 1888 a Stoccolma e a Uppsala, e nel frattempo traduce i Viaggi in Asia centrale di Nicolaï Prjevalski, individuando così la meta per la prossima avventura. In virtù della conoscenza del farsi e del turco viene anche aggregato ad una futura missione presso lo scià di Persia. Nell’attesa della partenza, tra l’ottobre 1889 e il marzo 1890, realizza un altro suo sogno e va a studiare a Berlino con il grande geografo Ferdinand von Richthofen
La delegazione svedese che deve consegnare allo scià di Persia un’onorificenza (un pretesto, naturalmente, per instaurare rapporti politici ed economici) e in seno alla quale Sven svolge il ruolo di interprete parte nel maggio 1890, e via Berlino e Vienna raggiunge Costantinopoli, dove è ricevuta anche dal sultano. Una volta a Teheran, ed esauriti i suoi compiti ufficiali, il giovane ottiene di poter lasciare la delegazione per riprendere a viaggiare nell’Asia centrale. Ma prima accompagna lo Scià in un’escursione alla catena montuosa dell’Elburz, nel corso della quale assieme a due guide scala il Monte Damavand (5.600 metri). Incontra anche le prime disavventure, perché quasi ci lascia la pelle cavalcando attraverso le montagne innevate dell’Elbruz durante una feroce tempesta di neve.
Nei dintorni comunque ha modo di incontrare gli Uiguri, di etnia turca, imparentati con altre popolazioni che abitano oltre il confine russo: ed è impressionato dalla praticità dei loro sistemi d’irrigazione, che consentono l’agricoltura in un terreno tutt’altro che adatto. A questo punto però, non avendo ottenuto il permesso di proseguire fino a Pechino, è costretto a tornare indietro per una via più settentrionale, che attraversa la catena di Thian Shan, e a fine dicembre riguadagna il territorio russo. È nuovamente nel Turkestan, dove visita la tomba dello studioso russo-asiatico Nikolai Przhevalsky a Karakol, sulla riva del lago Issyk Kul. Alla fine di marzo del 1891 è di ritorno in Svezia
Si è trattato solo di un viaggio preparatorio, per mettere a punto le necessità e calcolare i rischi di una spedizione vera e propria. Gli è servito anche per individuare l’area sulla quale focalizzare il suo interesse: la più impervia e sconosciuta, naturalmente. Si tratta del vasto e accidentatissimo territorio al quale afferiscono, con confini definiti in maniera molto incerta, sei differenti stati: Cina, Mongolia, Russia, Persia, Tibet e India. Al centro di questa area, nel Turkestan cinese, c’è il Takla Makan, un deserto di sabbia che gode di una fama sinistra, attorno al quale, e anticamente anche all’interno, transitava la Via della Seta individuata da Von Richthofen.
Per intanto ha già raccolto materiale sufficiente per dare alle stampe una Ambasciata del re Oscar allo shah di Persia e soprattutto Attraverso il Khorasan e il Turkestan, pubblicati pochi mesi dopo il suo ritorno, che consolidano la sua fama di esperto della geografia e dell’antropologia dell’Asia Centrale. Nel frattempo si è iscritto all’università di Berlino, dove ottiene in brevissimo tempo (nel 1892) una laurea dissertando sulla sua ascesa al monte Damavand.
Ormai è famoso, tanto in Svezia quanto in Germania. Si crea dunque una cordata, lanciata dal sovrano svedese Oscar II e finanziata da banchieri e imprenditori, per raccogliere la somma necessaria ad allestire una spedizione in grande stile. Partecipano anche i russi, conquistati da una conferenza che il giovane ha tenuto a Pietroburgo, davanti ai soci della società imperiale di Geografia. Esauriti i preparativi, la partenza viene però ritardata da un problema agli occhi che tiene fermo Sven per parecchi mesi. Poi, nell’ottobre del 1893, l’esploratore raggiunge Orenburg in treno e successivamente, a cavallo o su un carrettino (un tarantass), guadagna Taskent (“In diciannove giorni avevo attraversato 11 gradi di latitudine, impiegato 111 guidatori, adoperato 317 cavalli e 21 cammelli)” A marzo parte l’esplorazione vera e propria. Mi ci soffermo più a lungo perché è probabilmente l’avventura che, una volta conosciuta, sancirà la fama di Hedin come ultimo grande esploratore romantico, colui che avanza solitario verso un ignoto irto di pericoli.
L’idea è quella di redigere una carta su grande scala del territorio che sarà percorso, riportante i livelli altimetrici e il reticolo idrografico, completata poi dalla classificazione delle rocce e della flora, dalle caratteristiche climatiche, da una descrizione antropologica delle popolazioni (caratteri fisici, lingue, costumi, …), dalla rappresentazione delle rovine delle antiche città e dei paesaggi. Un progetto decisamente ambizioso.
Sembra un vecchio film di John Ford, e sono convinto che molte storie cinematografiche di traversate del deserto siano state ispirate da queste pagine. Ma il meglio arriva dopo: Hedin riempie d’acqua i suoi due stivali e torna dal compagno. Questi si riprende, ma non è ancora in grado di seguirlo. Hedin torna allora allo stagno, si riposa per un giorno e prosegue poi a risalire lungo il letto del fiume. Si imbatte infine in un gruppo di pastori, che lo rifocilla, e successivamente in una carovana di mercanti che ha raccolto lungo la strada Kasim e un altro membro della spedizione miracolosamente sopravvissuto. Una volta ripresisi i tre si trascinano nuovamente fino a Kashgar. Il bilancio è catastrofico: Hedin ha perso due uomini e molti animali, nonché la gran parte dell’attrezzatura scientifica. La sua prima battaglia col deserto è perduta. O almeno, è rimandata.
L’esploratore è infatti già nuovamente in Asia nell’estate del 1899. Il 5 settembre parte dalla solita Kashgar alla testa di una carovana di 15 cammelli e 10 cavalli e raggiunge Lailik, sullo Jarcand-daria. Qui acquista e fa preparare una chiatta, con la quale intende discendere tutto il fiume fino alla sua confluenza col Tarim: “Negli anni precedenti avevo già percorso in tutti i sensi il Turkestan orientale: unica strada che m’era ancora sconosciuta, rimaneva il fiume”. L’imbarcazione è attrezzata con tutti i comfort consentiti dalla situazione: c’è persino un piccolo laboratorio per lo sviluppo delle fotografie. Su una seconda chiatta, più piccola, stipa le provviste (riso, uva, cocomeri legumi, ma anche animali vivi, montoni e galline). C’è infine un piccolo “battello pieghevole” inglese, in tela, da usare per le escursioni negli affluenti. Il 17 settembre il resto della carovana, guidata da due cosacchi, si dirige via terra al punto d’incontro stabilito sul corso del Tarim inferiore: Hedin, assieme ad uno dei compagni sopravvissuti all’avventura precedente, Islam Bai, e con cinque battellieri reclutati sul posto, inizia la sua navigazione. “Incominciò un viaggio idillico. Era una vera gioia vivere nel fiume studiandone la vita palpitante … per uno avvezzo ad avanzare sempre a cavallo o a misurare lo spazio arrampicato sul dorso di un cammello dondolantesi, è una voluttà infinita lasciarsi trasportare dalla corrente e rimanere seduto tranquillamente presso la scrivania […]”. Va da sé che la cosa non può durare. Intanto la chiatta tende ad arenarsi sui banchi di sabbia disseminati lungo il fiume: e quindi il viaggio si rivela molto più lento del previsto. Poi, quando la sua portata è arricchita da nuovi immissari, la corrente prende velocità e le imbarcazioni si salvano solo per la prontezza d’animo di uno dei battellieri. Infine, dopo due mesi, arrivano le avvisaglie dell’inverno, una sottile crosta di ghiaccio che il mattino copre le acque, e che a dicembre si trasforma in lastroni. “Alla fine la vittoria rimase al ghiaccio: la zona ghiacciata che cingeva i fianchi delle chiatte si serrò, il canale libero nel filone del fiume si restrinse, ed il 7 dicembre la crosta gelata formava un ponte che univa le due rive: eravamo imprigionati e dovemmo prendere i quartieri d’inverno.” Facendo capo a questi, Hedin intraprende la ricognizione delle zone interne sulle due sponde, malgrado temperature polari e con un equipaggiamento minimo: “Non portai con me tenda alcuna: per tutto l’inverno dormii all’aria aperta, sebbene il freddo scendesse talvolta a -33°”. È un esercizio di acclimatazione, perché ha deciso di sfidare una seconda volta il Takla Makan. E così a metà dicembre con sette cammelli, due cani, un cavallo e quattro uomini, s’inoltra nuovamente nel mare di sabbia. Nemmeno questa volta è una passeggiata. Rischiano paradossalmente ancora la sete, ma quando sono allo stremo raggiungono piccolissime oasi, o sono soccorsi dalla caduta della neve; si perdono entro tempeste di sabbia; arrivano quasi ad esaurire la provvista di legna. “Noi stavamo accosciati attorno al fuoco, raggomitolati nelle pellicce, stretti l’uno accanto all’altro […]. Al mattino io mi svegliavo completamente sepolto sotto la neve, al punto che Islam doveva spazzarla con una pala per liberarmi dalla nicchia, che lo strato di neve manteneva calda. È un’esperienza più curiosa, a dire il vero, che piacevole, quella di dormire a cielo aperto con -33° di freddo. Allorché ci trovavamo riuniti attorno al fuoco, spesso si avevano 30° di caldo dal lato della fiammata e -30 di freddo alle spalle.”
Questa volta comunque il deserto lo attraversano in lungo e in largo, e dopo quattro mesi si ricongiungono finalmente col resto del gruppo. Nel corso di un’ultima puntata esplorativa s’imbattono ancora una volta nelle rovine di antichi insediamenti, dove raccolgono tavole di legno scolpite, monete cinesi, tazze per le cerimonie, ecc… Quando sono ormai sulla via del ritorno alla base uno degli uomini scopre quasi casualmente un’antica città abbandonata, parzialmente dissepolta dall’ennesima violenta tempesta di sabbia. “Volevo assolutamente tornare indietro! Ma che follia sarebbe stata. Avevamo acqua solo per due giorni.” Per una volta il buonsenso ha la meglio. Si ripromette però di tornare l’inverno successivo, e questo cambia i piani della spedizione.
Ma al di là della soluzione del problema idrografico, a Hedin interessa anche riportare alla luce quelle che erano state importanti città di sosta sulla via della seta e che erano state via via abbandonate, perché i traffici si spostavano seguendo il lago. Tornato nel luogo segnalato da uno dei suoi uomini l’anno precedente, proprio viaggiando nell’alveo del Kuruk-daria, il 18 marzo del 1900 scopre le rovine di una fortificazione (con mura di 340 x 310 metri di lunghezza), che altro non è che l’antica città reale di Loulan. Il sito era stato sede fino al 300 d.C di una guarnigione cinese, poi la popolazione l’aveva abbandonato per il repentino prosciugamento del lago sul quale si affacciava. Hedin identifica l’edificio in mattoni del comandante dell’esercito imperiale cinese, uno stupa e diciannove abitazioni costruite in legno di pioppo, ma soprattutto disseppellisce centinaia di documenti scritti su legno, carta e seta in caratteri Kharosthi. Da questi si trarranno, una volta decifrati, le informazioni sulla storia della città. “I frammenti di queste testimonianze avrebbero narrato dell’epoca in cui il Lop Nor esisteva, degli uomini che qui vivevano, delle loro condizioni, dei loro rapporti con altre parti dell’Asia interna, del nome della loro terra. Questa terra che, per così dire, venne inghiottita dai fenomeni sismici, questi uomini da tempo dimenticati, la loro storia non riportata da annali di sorta, tutto questo sarebbe tornato alla luce […]”.
Una volta lasciati gli scavi, la nuova meta è il Tibet. La regione è proibita agli stranieri, e in particolare nessuno di loro può entrare in Lhasa. Questo naturalmente ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli occidentali, che soprattutto nell’ultimo mezzo secolo hanno tentato con vari stratagemmi di eludere il divieto, e molti hanno pagato con la vita. Hedin ha concepito il piano di entrare in territorio tibetano dal Kashmir con tutta la sua carovana, che stavolta conta trenta uomini e centocinquanta animali da carico, così da far concentrare su questa l’attenzione delle guardie confinarie tibetane, e di staccarsene poi travestito da pellegrino mongolo, per filarsela a cavallo fino a Lhasa. Deve però anche superare il veto imposto all’ultimo momento dall’autorità britannica, e ci riesce solo sfruttando la reciproca ammirazione che lo lega a Younghusband, che dovrebbe fermarlo e simula invece un ritardo nella ricezione dell’ordine. I due si sono immediatamente riconosciuti e intesi: “Al momento di ripartire – scrive Younghusband – Sven Hedin mi mise una mano sulla spalla e se gli avessi dato anche il minimo incoraggiamento mi avrebbe abbracciato.”
Dopo una settimana, quando sono ormai a cinque giorni di cammino da Lhasa, incrociano una carovana di nomadi che guida centinaia di yak, e Hedin viene smascherato: infatti il giorno seguente (l’8 agosto) gli si para davanti una pattuglia di soldati che intima loro di tornare indietro. Prende atto che “quando al tramonto il cielo comincia ad oscurarsi ad oriente mi pare che la notte voglia stendere il suo velo sopra il paese del dalai Lama e proteggere con le sue tenebre i misteri che racchiude” e rinuncia allo scopo della missione.
Deve prima ricongiungersi al resto della carovana, e poi con essa riattraversare le montagne tibetane. La ritirata è tutt’altro che facile, perché i soldati tibetani gli rimangono sempre alle costole. Hedin decide di puntare ad ovest, verso il Ladakh, ma il viaggio si fa sempre più pesante col sopraggiungere della stagione autunnale prima e di quella invernale poi. Muoiono tre uomini e la maggior parte degli animali, altri componenti la spedizione perdono l’uso delle gambe per congelamento. Il calvario dura quasi cinque mesi, e quando alla fine raggiungono la città di Leh, nell’India britannica, anche Hedin è prostrato.
L’attività di Hedin è rallentata nei due anni seguenti da alcuni avvenimenti che turbano sia la vita della Scandinavia (la separazione dei regni di Svezia e di Norvegia) che quella dell’Asia (l’invasione inglese del Tibet). Hedin stesso entra nella competizione politica, dapprima in quella nazionale, schierandosi decisamente al fianco del nuovo sovrano Gustavo V e appoggiandone la volontà di rimilitarizzare la Svezia (contro la scelta di neutralità che data dalla fine delle guerre napoleoniche), e successivamente in quella internazionale, caldeggiando l’avvicinamento della Svezia alla Germania E tuttavia non riesce a rimanere a lungo lontano dai “suoi” deserti.
Tutto questo fa si che Hedin non possa più muoversi, come in precedenza, seguendo l’estro e le intuizioni del momento. Le simpatie ripetutamente manifestate per la Germania ne fanno un attore sospetto, non più coperto dallo status di cittadino di una nazione neutrale e totalmente estranea al Grande Gioco. Ora deve procedere su progetti laboriosamente concordati con i vari poteri locali (che spesso sono più di uno sugli stessi luoghi), badando a garantire la pura “scientificità” delle proprie ricerche. Vengono fuori in questo frangente le sue doti “diplomatiche”, l’importanza dei rapporti che ha stretto tramite l’attività di conferenziere e di divulgatore (ad esempio, quello col governatore dell’India, Lord Curzoon).
È invece il primo europeo in assoluto a raggiungere la regione del Kailash, compresi il sacro lago Manasarovar e il monte Kailash. Secondo la mitologia buddista il Kailash è l’ombelico della terra, il centro dell’Universo, mentre per quella induista è la sacra dimora di Shiva. In questa area Hedin individua anche le sorgenti dei maggiori fiumi sacri del subcontinente indiano, l’Indo e il Brahamaputra, nonché le origini di uno dei più importanti affluenti del Gange. Col che chiude una diatriba annosa e aggiunge una perla alla sua collana di successi: “Stavo lì a meditare se Alessandro il Macedone… avesse la benché minima idea di dove si trovasse questa sorgente e mi inebriavo nella consapevolezza del fatto che, ad eccezione degli stessi tibetani, nessun essere umano tranne me era mai penetrato in questo luogo”. Infine, riconosce per primo, sia pure esplorandone solo tratti marginali, la catena del Transhimalaja, della quale il Kailash fa parte e che si stende da ovest ad est, parallela alla formazione principale, nella parte più meridionale del Tibet. Ancora oggi questa catena montuosa lunga 1600 chilometri viene talvolta indicata in suo onore come “monti di Hedin”.
A questo punto le sue ricerche si muovono già su una linea che prefigura il futuro Ahnenerbe (Associazione per la ricerca e la diffusione dell’eredità ancestrale tedesca), di Himmler, che finanzierà anche una missione tedesca in Tibet della quale Hedin sarà inconsapevole ispiratore. Mentre in precedenza si trattava di riportare alla luce civiltà e presenze culturali dimenticate da secoli, ora l’intento è di configurare una linea di continuità proto-indoeuropea, che allaccia le culture germaniche e nordiche ai popoli parlanti lingue di derivazione dal sanscrito. Proprio gli studi linguistici, arbitrariamente letti e interpretati in chiave antropologica, inducono ad identificare una razza ariana, a partire da De Gobineau passando per Huston Chamberlain e per Vacher de Lapouge. Queste teorie, che si basano sullo stravolgimento dei dati biologici e linguistici, trovano poi una cassa di risonanza nelle elucubrazioni teosofiche di Helena Blavaskji, che conoscono una notevole diffusione alla fine dell’800. Alle une e alle altre si rifaranno, in maniera confusa e rozza, Hitler nel suo Mein Kampf, e più ancora Himmler. Nel frattempo, le imprese di Hedin e i libri che le narrano contribuiscono senz’altro a creare un modello eroico di maestro della sopravvivenza che starà alla base delle formazioni giovanili fiorenti a partire dall’inizio del secolo, i Wandervogel in Germania, ad esempio, e soprattutto i Boy Scouts nel mondo anglosassone.
nclude ancora una volta in India, dopo aver attraversato otto volte la catena himalajana per valichi diversi (il più alto, il Ding-La, a 5.885 metri) e percorso oltre 26.000 chilometri: una distanza, sottolinea Hedin, superiore a quella che intercorre tra i due poli (e da questa considerazione trarrà il titolo (From pole to pole) il diario divulgativo che la racconta. Dall’India Hedin torna attraverso il Giappone e la Russia. Al suo rientro a Stoccolma, nel 1909, è accolto stavolta trionfalmente da cinquemila persone, come il suo eroe Nordenskiöld trent’anni prima.
La prima a risentirne è la sua reputazione scientifica, e in molti casi le onorificenze, i riconoscimenti e gli appoggi economici che gli erano stati tributati in Inghilterra, vengono ritirati. Le sue attività esplorative in un’area di forte interesse strategico per l’impero britannico appaiono ora più che mai sospette, e gli stessi dati delle sue rilevazioni geografiche vengono contestati dai geografi dell’Indian Service, cui fanno ombra la sua spregiudicata attività autopromozionale e il suo successo di pubblico. In un’occasione ciò avviene molto platealmente durante una conferenza presso la Royal Geographical Society, e ciò è con ogni probabilità all’origine del suo odio per tutto ciò che è britannico. È significativo che a conferirgli dottorati honoris causa siano stati inizialmente gli atenei inglesi – sia Oxford che Cambridge nel 1909 –, e da un certo punto in avanti siano solo quelli tedeschi: Breslau (1915,), Rostock (1919), Heidelberg (1928), Uppsala (1935) Monaco (1943) e Handelshochschule Berlin (1931).
L’occasione per il rientro arriva nel 1927. Hedin ha ormai più di sessant’anni, la salute non è quella di una volta, ma gli viene offerto un ruolo prestigioso. Dovrà coordinare tutte le operazioni e le attività di una grande spedizione internazionale (partecipano trentasette scienziati di sei paesi diversi) nel cuore dell’Asia, finanziata dai governi di Svezia e Germania e appoggiata da quello nazionalista cinese, che svolgerà indagini scientifiche nei campi più disparati. Il suo è un compito prevalentemente logistico, ben lontano da quello del libero esploratore indipendente: ma Hedin lo assolve magistralmente. Tra il 1927 e il 1933 la spedizione indaga sulla situazione geologica, meteorologica, topografica, botanica, archeologica e etnografica in Mongolia, nel deserto del Gobi e nello Xinjiang (il Turkestan cinese).
Hedin è forse l’unico uomo in grado di controllare la situazione. Mentre gli scienziati lavorano in modo quasi indipendente, lui si fa tramite con le autorità locali, assume le decisioni più importanti rispetto agli spostamenti e ai problemi organizzativi, raccoglie fondi e tiene il diario di viaggio collettivo, registrando ogni passo del percorso seguito. Deve garantire approvvigionamenti e libertà di movimento ad un gruppo che per la sua consistenza, il suo armamento, le salmerie (i soli cammelli sono trecento, e parte dell’equipaggiamento viaggia su tre camion), ma anche per le sue attività in aree che sono fortemente contese dai signori della guerra locali, somiglia a un esercito invasore.
Non mancano i momenti di tensione, perché le popolazioni locali sono sospettose e (giustificatamente) ostili, Ma alla fine il lavoro viene svolto pressoché per intero, e i risultati scientifici sono eccezionali. I resoconti relativi ad ogni settore saranno raccolti in quaranta volumi, che ancora oggi costituiscono una miniera per la conoscenza di quelle aree. La versione divulgativa del diario di viaggio o meglio, della sua ultima parte, è quella offerta sotto il titolo de Il lago errante, l’unica tradotta in italiano negli ultimi settant’anni. Viene inoltre redatta una grande carta in scala uno a un milione dell’Asia Centrale; vengono raccolti importantissimi reperti archeologici e paleontologici (resti fossili di dinosauri e altri animali estinti), che dopo essere stati valutati scientificamente per tre anni in Svezia saranno restituiti alla Cina; sono identificate e descritte specie botaniche e animali in precedenza sconosciute. Nel deserto di Lop Nor Hedin ha scoperto anche rovine di torri di segnalazione che sembrano dimostrare come la Grande Muraglia cinese un tempo si estendesse fino allo Xinjiang.
Nel 1933 la spedizione ha portato a termine i suoi lavori (ma soprattutto ha esaurito i fondi a disposizione) e viene sciolta ufficialmente. Ma Hedin considera tutt’altro che conclusa la sua missione. A Nanchino ha incontrato il leader nazionalista Chiang Kai-shek, che ha favorito l’iniziativa e ne è diventato uno sponsor (attraverso l’emissione di una serie di francobolli che oggi valgono una fortuna). Ora chiede a Hedin di lavorare per conto del Kuo-mintang, guidando una spedizione tutta cinese che rilevi la situazione idrografica dello Xinjiang e valuti le possibilità di creare un vastissimo sistema di irrigazione, oltre a redigere piani e mappe per la costruzione di due strade carrozzabili lungo la vecchia via della Seta, da Pechino sino all’estremo confine occidentale del Turkestan cinese. Per l’esploratore è un invito a nozze. Si mette immediatamente al lavoro e nel giro di meno di un anno fornisce sia i piani per impianti di irrigazione che trasformeranno l’economia della regione, sia i progetti per due diverse strade che da Pechino conducano a Kashgar. In questo modo rende possibile aggirare completamente il terreno acci dentato del bacino del Tarim.
Non è stato un lavoro facile. La sua carovana di autocarri è stata prima dirottata da reparti del Kuomintang in ritirata davanti ad un tentativo di invasione sovietico. Poi è stata attaccata da grappi di ribelli tungani (musulmani di lingua cinese), che hanno catturato lo stesso Hedin e lo hanno detenuto per diversi mesi a Korla, minacciando anche di passarlo per le armi assieme a tutti i membri della spedizione. Le assicurazioni e i permessi concessi dal governo centrale in quelle zone valgono poco e nulla. Al solito Hedin se la cava con la sua pratica della diplomazia e con la conoscenza dei costumi locali. Ma appena tornato libero toglie le tende.
Potrebbe essere comunque soddisfatto, il successo scientifico dell’iniziativa è indubbio. Non fosse che adesso deve affrontare un altro problema, una situazione finanziaria molto difficile. Si è fatto carico infatti di una quota considerevole del finanziamento della spedizione, contraendo un pesante debito con la banca tedesco-asiatica di Pechino, in un momento peraltro nel quale il deprezzamento della moneta dovuto alla Grande Depressione ha fatto balzare i costi alle stelle. Deve allora ricominciare con un turbinoso giro di conferenze che lo porta a percorrere in pochi mesi una distanza pari a quella della circonferenza terrestre, e arriva a ipotecare tutti i suoi diritti d’autore, nonché la vastissima biblioteca che ha raccolto.
Dopo il 1935 l’esistenza di Hedin si fa necessariamente più sedentaria. Ma a dispetto di una salute ormai cagionevole l’anziano esploratore non manca di muoversi appena possibile, per tenere conferenze, ricevere riconoscimenti, offrire consulenze. Presso le democrazie occidentali però la sua reputazione, già compromessa dalle posizioni assunte nel primo conflitto mondiale, è definitivamente rovinata dalle simpatie che manifesta per la Germania nazista e che quel regime enfatizza a scopo propagandistico (facendogli ad esempio pronunciare il discorso inaugurale alle Olimpiadi di Berlino nel 1936). Persino in patria, dove per tutti gli anni trenta e sino alla fine del secondo conflitto mondiale il governo rimane a guida socialdemocratica, malgrado il rapporto di amicizia con Gustavo V Hedin comincia ad essere considerato ingombrante.
Negli anni che precedono il conflitto si dedica al riordino e alla pubblicazione dei materiali riportati dalla spedizione sino-svedese, che compaiono con il titolo di Rapporti dalla spedizione scientifica nelle province nord-occidentali della Cina sotto la guida del Dr. Sven Hedin. L’opera conosce quarantanove edizioni in svariate lingue, segno che a dispetto dell’ostracismo politico la validità e la rilevanza scientifica delle sue ricerche è ancora riconosciuta. Come già accaduto un secolo e mezzo prima per Alexander von Humboldt, però, i costi della stampa di un materiale iconograficamente così ricco e così complesso, sostenuti per la gran parte dall’autore stesso, danno fondo a quel che rimaneva del suo patrimonio, e determinano prezzi finali altissimi, sostenibili solo da un numero limitato di biblioteche e di istituti.
Durante la fase iniziale del conflitto Hedin vive prevalentemente in Germania (e di questo soggiorno lascia una testimonianza dettagliata e rivelatrice, il Diario tedesco). Incontra personalmente Himmler e tramite lui viene a conoscenza del progetto Ahnenerbe e delle due successive spedizioni tibetane che l’istituto aveva promosse. Non è molto impressionato dal capo delle SS: “Non aveva niente nell’aspetto del despota crudele e spietato e sarebbe potuto essere benissimo un maestro elementare di qualche cittadina di provincia. Si avvertiva una mancanza di carattere e di pregnanza sul suo volto, di tratti decisi che irradiano energia e forza di volontà. Non c’era in lui traccia della classica bellezza greca o romana, né un indizio di razza o cultura […]”. Non collabora comunque alle attività dell’Ahnenerbe, anche se Ernst Schäfer, il capo delle missioni al Tibet, si ispira direttamente a lui e ambisce solo ad emularlo
Gli ultimissimi anni li trascorre dunque mestamente, nel segno di un rapido oblio. Le opere che lo avevano reso famoso in tutto il mondo, soprattutto quelle divulgative in forma di diari di viaggio, libri per giovani e libri di avventura, non vengono più ristampate. Non è più tempo di eroi, di esploratori, di terre incognite, sostituiti nell’immaginario giovanile dai protagonisti degli stadi, degli schermi, del nuovo universo musicale. Le rilevazioni geografiche sono ormai affidate alla fotografia aerea, il rischio è inserito nel tutto compreso dei pacchetti vacanza. Quando Hedin muore, nel 1952, un mondo che ancora si sta leccando le ferite dell’ultimo conflitto pare nemmeno accorgersi della sua scomparsa.
Impostando questo pezzo avevo in mente di riassumere in tre o quattro paginette la vita e le avventure di Hedin, e di concentrarmi poi soprattutto sulle riflessioni che ne scaturivano. Non è andata così, naturalmente. So che sta diventando quasi una formula di rito, dal momento che non riesco mai a contenere la mia logorrea, ma nel caso di Hedin va detto che la sua esistenza è stata talmente ricca e movimentata che a costringerla in un centinaio di righe si rischiava di perderne le caratteristiche peculiari, l’intensità compulsiva e la determinazione quasi disumana che l’hanno governata. Qualcuno ha scritto che Hedin ha vissuto una vita così piena di avventure e fughe che il solo leggerne è estenuante. Effettivamente, se ne esce frastornati.
Hedin era un conservatore, un legittimista intriso sino al midollo di lealtà monarchica, un cristiano tradizionalista, e dopo la rivoluzione d’Ottobre era diventato anche un acceso anticomunista. Nel suo filonazismo non c’era alcuna componente ideologica (le idee di Hedin erano piuttosto elementari, oltre che molto radicate) ma solo l’individuazione di un comune nemico. Durante il primo conflitto aveva inneggiato agli imperi centrali come baluardo contro l’espansionismo zarista, che con le sue pretese sul Baltico minacciava la libertà e la sovranità della Svezia, e aveva caldeggiato per gli stati scandinavi una politica di riarmo: ora vedeva i bolscevichi muoversi in continuità con quel progetto di espansione, e salutava in Hitler l’unico vero loro avversario.
La mia preoccupazione che l’educazione della gioventù tedesca, che altrimenti lodo e ammiro ovunque, sia carente in questioni di religione e dell’aldilà deriva dal mio amore e simpatia per la nazione tedesca, e come cristiano considero mio dovere dichiararlo apertamente e, certo, nella ferma convinzione che la nazione di Lutero, che è religiosa in tutto e per tutto, mi capirà.
Ora, a mio giudizio, sortite di questo genere sono da interpretare tenendo in considerazione che Hedin ha ormai quasi ottant’anni, vissuti peraltro intensamente, che è animato da sempre da una fortissima ambizione e che certe debolezze con l’età si accentuano (pochi anni prima della morte, isolato e quasi cieco, vantava ancora di essere l’autore svedese più tradotto in altre lingue), per cui non sa sottrarsi alle lusinghe che la propaganda nazista continua a propinargli, assegnandogli premi, onorificenze, lauree honoris causa. Come giustificazione è senz’altro debole, ma all’atto pratico il suo atteggiamento non è molto lontano da quello degli innumerevoli pacifisti senza se e senza ma, sul tipo di Bertrand Russell, che sino a conflitto inoltrato sostenevano la necessità di mantenere aperto il dialogo con Hitler, o del partito comunista inglese, il cui giornale, il Daily Worker, scriveva ancora nel 1940 che la guerra era un pretesto “per schiacciare sotto il peso della macchina bellica imperialista anglo-francese milioni di sindacalisti”. O dei molti che, tanto in Inghilterra (a partire dall’ex-sovrano, Edoardo VIII) quanto in Francia (compresi i numerosi socialisti che collaborarono col governo di Vichy), simpatizzavano apertamente col regime nazista.
A fronte di tutto questo, colpisce ancor più la diversità del trattamento riservato ad Hedin rispetto a quello usato nei confronti di altri personaggi, compromessi quanto e più di lui coi regimi totalitari. Un caso esemplare è, proprio per l’Italia, quello di Ardito Desio: esemplare per i molti tratti in comune dell’attività dei due protagonisti e per la differenza negli esiti e nella valutazione storica. Pochi mesi fa è passato in televisione, sul canale culturale della RAI, un documentario biografico su Desio, morto alla ragguardevole età di 104 anni, nel quale si ricordavano tutti i successi e i meriti dell’alpinista-esploratore, ma si glissava elegantemente sugli aspetti più oscuri delle sue vicende, prima e dopo la seconda guerra mondiale. Grande amico di Italo Balbo, il nostro aveva precocemente aderito al fascismo, ed era diventato la spalla del fascistissimo presidente del CAI, Angelo Manaresi, nell’opera di asservimento del sodalizio al regime; più o meno come era accaduto in Germania, con l’aggravante che là la politicizzazione era stata pressoché spontanea, coincideva con lo spirito alla Lammer che informava l’etica alpinistica tedesca del primo novecento, mentre in Italia era stata più contrastata, imposta ad una maggioranza di alpinisti tutt’altro che ansiosi di intrupparsi (e quindi aveva comportato anche delle esclusioni e delle discriminazioni).
Che la superiorità dell’uomo bianco – diciamo pure, nell’accezione corrente ai primi del Novecento, “dell’ariano” – venga data quasi per scontata, non mi sembra un tratto attribuibile nello specifico ad Hedin. Tutti o quasi gli ambienti culturali occidentali, a partire da quello scientifico e a dispetto della lezione di Darwin, erano intrisi di questa concezione. Non erano solo Kipling o gli epigoni di De Gobineau, Chamberlain e Vacher de Lapouge a condividerla. Esploratori, antropologi, filosofi, scienziati, e persino i rappresentanti del pensiero socialista, in misura più o meno esplicita, l’avevano fatta propria (rileggetevi i romanzi di Jack London, o i saggi di Proudhon, o il dibattito sull’immigrazione al congresso mondiale della Seconda internazionale di Stoccarda, nel 1907). Le voci dissenzienti erano ben poche. Una di queste, quella di Orwell, al solito diretto e senza peli sulla lingua, denunciava a più riprese il razzismo sotterraneo del socialismo inglese.
Hedin in fondo sembra comportarsi allo stesso modo, ma usando criteri di valutazione molto pragmatici: durante le prime spedizioni, ad esempio, nella sua gerarchia vengono per primi gli aiutanti cosacchi, considerati i più affidabili (e con ogni probabilità erano davvero tali). Più tardi, quando lavora con i cinesi, ne apprezza la volontà e l’infaticabilità, mentre rileva lo scarso spirito d’iniziativa (ma spiegandolo con una millenaria abitudine alla sottomissione). Sono quel tipo di giudizi che ciascuno di noi può ascoltare da chi ha dimorato all’estero, foss’anche in quel Nord-Europa dal quale Hedin proveniva, senza che debbano necessariamente essere letti in una qualsivoglia chiave razzista. D’altro canto, l’idea di una “impurità” congenita all’uomo bianco è diffusissima presso le popolazioni arabe e quelle asiatiche in genere. Per questo, quando lo stigma del razzismo è applicato solo agli occidentali, si dà corpo ad una grandissima ipocrisia. Diventa una sorta di razzismo alla rovescia. Se davvero si vuole la “correttezza” politica è necessario applicare gli stessi metri a tutte le situazioni, chiaramente avendo presenti le singole condizioni storiche.
Ma, detto questo, non posso negare che la lettura delle sue opere sia ancora affascinante, almeno per chi come me si nutrirebbe esclusivamente di diari e resoconti di viaggi. La sua “spettacolarizzazione della natura” non è solo ruffiana, mirata a giocare sull’economia emotiva dell’elevazione per creare scenografie degne delle imprese dell’eroe: deve invece molto alla lezione di Humboldt, che aveva introdotto un secolo prima la combinazione della descrizione razionale e scientifica con le esperienze del sublime, e insistito sulla necessità di guardare dall’alto il paesaggio per cogliere da un unico punto di vista le proporzioni e le strutture della natura. Il mondo per Humboldt è un insieme integrato, mosso da forze interne; la natura è collegata in una catena indissolubile. C’è insomma l’idea che tramite la vista dall’alto lo spazio diventa comprensibile, riconducibile ad un quadro razionale e, naturalmente, dominabile. Quando si aggira per le valli o nei deserti o nelle paludi Hedin confessa spesso di sentirsi come “in un labirinto senza speranza”, disegnato da montagne e attraversato da corsi d’acqua dei quali non si capisce l’origine e non si identifica il corso: ma una volta in alto tutto diventa chiaro, può “cogliere con un solo sguardo un enorme blocco di crosta terrestre”: “l’occhio raggiunge con la massima chiarezza le distanze estreme, solo l’orizzonte erige un confine per il visibile […]. L’intera terra giace ai miei piedi”.
“Il mio fidato amico, il grande e peloso Takkar, mi guarda con occhi interrogativi. Non ama le ghirlande profumate dell’estate né la zona variegata dei prati. Ricorda la vita libera nelle pianure aperte, gli mancano i combattimenti con i lupi del deserto e sogna la terra delle tempeste di neve eterne. Un giorno lo vedemmo bere a una sorgente che versava la sua acqua lungo il sentiero, e poi sdraiarsi all’ombra fresca della foresta. L’aveva fatto tante volte prima, ma non dovremmo mai vederlo ripeterlo. Si voltò e galoppò verso il solitario Tibet. Si separò con dolore nel cuore dal suo vecchio padrone, lo sapevo … Ricevo ancora di tanto in tanto, tramite il signor Marx, saluti dal vecchio Takkar, che ha difeso così fedelmente la mia tenda quando ho viaggiato sotto mentite spoglie attraverso il suo paese”.






FOTO COPERTINA: Passaggi a Oriente, di Fitzroy Maclean, Neri Pozza nella collana “Il Cammello Battriano”. Prima pubblicazione inglese: 1949; prima stampa italiana 2002.




E sempre a proposito di amori, poco o nulla si sa di una sua vita sentimentale “attiva”. Il giovanile accenno ad una fanciulla morta prematuramente (che si chiamava Teresa, come la Teresa Fattorini di A Silvia) è molto generico, e più che da un moto di commozione sincera sembra dettato dalla moda romantico-sepolcrale dell’epoca: “Io mirava quei flutti: e come l’onda, mio dicevo tra me stesso, che vedo trascorrere e confondersi, ratto così passò la gentile donzella, e già sta per confondersi, o si confonde il suo nome nella notte del tempo, e le sue belle forme tra le altre ceneri del sepolcro […]” . Più tardi ironizza sul fatto che gli sia stato attribuito un innamoramento per una “ninfa sestrina”, chiarendo che: “Nessuna donna possiederà mai una parte del mio cuore. Conviene che questo sesso sia al servizio del nostro divertimento e delle nostre necessità, non che sconvolga l’anima”. Il che lo escluderebbe da ogni sospetto di romanticismo, e parrebbe condannarlo all’aridità sentimentale. Anche se poi, quando arriva il tempo dei bilanci, sembra provare rimpianto quel flirt appena accennato: “[…] ricorderò con dolore di aver seguito i tuoi suggerimenti, e di non aver tolto quella ninfa sestrina di cui nel 1813 ti feci già una sì vantaggiosa descrizione”.

Per intanto il primo dei problemi da affrontare è, secondo Vidua, l’assenza di una lingua comune, conseguenza di un desolante provincialismo: “Siamo più stranieri a noi stessi che agli altri: è cosa deplorevole che più differenza e opposizione di idee e di costumi vi sia tra l’una e l’altra delle nostre province e un’altra nazione europea o anche asiatica”. Questo nasce, oltre che dalle contingenze storiche (le diverse dominazioni che si sono susseguite sulla penisola), dal fatto che da noi la classe colta ha continuato testardamente e arrogantemente ad esprimersi in latino, salvo poi nel corso del Settecento volgersi al francese, allargando così sempre più la forbice culturale nei confronti degli altri ceti e non favorendo l’evoluzione dei diversi volgari verso un idioma comune. In realtà, gli esempi per la costruzione di una lingua condivisa esistono, arrivano da tutta la letteratura rinascimentale pre-barocca e possono costituire la base per mettere fine alle sterili dispute in difesa degli usi lessicali localistici. E una volta individuata la direzione, la lingua per Vidua deve essere difesa da un lato contro la “corruzione dei dialetti”, dall’altro dall’“infranciosamento”, dall’adozione di termini e costrutti stranieri che sono le crepe attraverso le quali si insinuano anche le perniciose idee d’oltralpe.

Il trasferimento da Alessandria al Cairo è compiuto con una piccola carovana che consente di farci un’idea di come viaggia Vidua: è accompagnato da due arabi che conducono un cammello, un cavallo e due asini con i bagagli, mentre lui e il suo domestico Lorenzo viaggiano a loro volta a cavallo. Il bagaglio comprende una tenda, due letti, le vesti, la biancheria e le scarpe, i fucili e le pistole, più una batteria da cucina, i viveri e le bevande. Non è l’immagine classica (e romantica) dell’esploratore o del giramondo alla quale noi oggi siamo abituati, ma occorre considerare come all’epoca, e specialmente in quelle terre, non fosse facile trovare sistemazioni notturne e posti di ristoro. Non mancavano certamente gli avventurieri capaci di affrontare i deserti o le foreste africane armati solo del loro coraggio (vedi René Caille o, più tardi, Richard Burton), ma Vidua non è né un esploratore né un avventuriero, è un giovanotto di famiglia patrizia che ha scelto di compiere il suo Gran Tour, il suo viaggio iniziatico, fuori dell’Europa. L’equipaggiamento di cui sopra è comunque praticamente lo stesso col quale si muoveva nei medesimi luoghi, esattamente due secoli prima, un altro viaggiatore italiano, Pietro della Valle.
Carlo Vidua non è però uomo da concentrarsi su un solo paese e votarsi a un unico campo di studi. Vuole lasciare la sua impronta un po’ in tutti. Intanto comincia col lasciarla concretamente. In Egitto, ad esempio, incide il proprio nome su tutti i monumenti visitati, tanto da guadagnarsi lo stigma negativo di Flaubert: “Leggiamo nei templi i nomi dei viaggiatori: mi sembra una vana piccineria. Ce ne sono che hanno richiesto tre giorni per essere incisi. Qualcuno si ritrova dappertutto, con una costanza di imbecillità sublime. C’è uno di nome Vidua, che non ci lascia mai […]”. In effetti, la cosa può riuscire fastidiosa: ma è chiaro che nel caso del nostro non è una imbecillità da turista, bensì quasi un marcare il territorio, e inviare un messaggio agli amici e ai posteri. Che a volte lo recepiscono: è già capitato a lui in Lapponia, e quando qualche anno dopo Santorre di Santarosa troverà su una colonna di un tempio di Atene il nome di Vidua, suo amico, inciderà accanto ad esso il proprio.
Intanto, le vicende rivoluzionarie che potrebbero magari direttamente coinvolgerlo (i moti piemontesi del 1821), e che vedono protagonisti i suoi amici Balbo e Santorre di Santarosa, si stanno consumando in sua assenza. Ma anche su quelle, a posteriori, il suo giudizio non si spingerà oltre la personale simpatia per gli sfortunati (e ingenui) patrioti.
Le “nostre signore” di cui parla sono le componenti di una bizzarra famiglia di otto donne, che così ha prima descritto: “Una bisava decrepita – due sue figlie vecchie, di cui una ha tre figlie, una delle quali maritata ha una serva indocile, e una bambina che completa la quarta generazione, e ch’è la sola persona tranquilla di tutta la famiglia. S’immagini tutta questa gente col loro cane rinchiusi con me ed un altro passeggiero (negoziante Francese assai buona persona) in una piccola camera, gridando, piangendo, disputando fra loro, con noi, col capitano; la bambina che stride, la decrepita che tosse, il cane che abbaia, non è un vivere, ma è continuo morire. La notte, per caldo che faccia, vogliono restar stivati nella camera colle finestre chiuse, e cento altre indiscrezioni colle quali corrispondono alle cortesie ed attenzioni, che abbiamo usato verso loro”. Il quadretto è fantastico, per l’essenziale efficacia della scrittura ma soprattutto perché dimostra che Vidua è un viaggiatore vero. Riesce prima ad adattarsi ad una simile infernale situazione, e a reinterpretarla poi simpaticamente come una “dolce quarantena”.
Molto diversa, com’era da attendersi, è la reazione paterna. Carlo ha meticolosamente programmato e preparato il viaggio in America, ma non ne ha mai discusso in famiglia. Tutto rischia quindi di saltare quando a Marsiglia, poche settimane prima della data fissata per la partenza, arriva un ordine restrittivo dello stato sabaudo nei suoi confronti, fatto emanare probabilmente proprio dal padre. Il giovane non si rassegna, e in una lettera al genitore fa chiaramente intendere che da un rimpatrio inglorioso non uscirebbe offuscata solo la sua immagine. A quanto pare tocca il tasto giusto, perché l’ordine è rapidamente revocato. Carlo si imbarca dunque per l’America alla fine di febbraio del 1824, salpando dal porto di Le Havre.







L’esplorazione delle isole della Sonda è però solo un’ulteriore tappa di avvicinamento al continente australe, rispetto al quale l’interesse torna ad essere prevalentemente politico. “Il mio scopo nel visitare la Nuova Olanda è di osservare nella sua infanzia una colonia tutta di razza europea, destinata a divenire in cento o centocinquant’anni uno stato importante. Ho visitato gli stati Uniti nell’età giovanile. Visitar la Nuova Olanda è come veder dei secondi Stati uniti ancor bambini […]”

Ciò non significa che Vidua fosse uno Zelig, un uomo senza personalità. Era semmai un personaggio un po’ pirandelliano, costantemente lacerato tra la mozione paralizzante degli affetti e quella liberatoria degli istinti. Alla fine ha prevalso la seconda, ma non ha mai soffocato definitivamente la prima: così che ogni esperienza è stata da lui vissuta sotto una doppia luce. Dovessimo giudicare solo dalle lettere al padre, ad esempio, ne verrebbe fuori un aristocratico un po’ eccentrico che si compiace soprattutto delle sue frequentazioni altolocate – oggi sarebbe un cacciatore di selfie con le celebrità –, del rispetto tributato alle sue ascendenze nobiliari e del ruolo di ambasciatore itinerante dello stato savoiardo nel mondo: mentre è evidente che tutto questo serviva solo a tentare di giustificare davanti al genitore la propria disobbedienza, e che la frequentazione di quegli ambienti era strumentale al lavoro che intendeva compiere (e alla fama che sperava ricavarne). Così, in quelle agli altri famigliari la preoccupazione costante è di rassicurarli sul proprio stato di salute, sulla sicurezza dei viaggi e sul fatto che non si dimentica di loro, usando però spesso la formula “è stato un po’ pericoloso, o un po’ difficile, ma comunque sono ancora vivo e sano”, come a tenerli comunque allertati sull’eccezionalità di quanto stava facendo; mentre nelle lettere agli amici si compiace di inserire aneddoti, avventure e osservazioni che rimandino l’immagine di un originale freddo e coraggioso e riscattino la sua apparente diserzione dalle lotte patriottiche.
Tale senso di appartenenza gli fa anche ad apprezzare, ad esempio, le musiche della tradizione popolare in ogni parte del globo; e persino le espressioni dialettali, dalle quali vorrebbe liberare la nostra lingua, ma delle quali sente comunque, almeno in particolari contesti, la forza e l’espressività: racconta ad esempio divertito delle esclamazioni cui si abbandonava il suo maestro di musica: “così s’fa pu prest”, o “à l’è na bestia”.







Prosegue nel vagabondaggio ancora per qualche tempo in Francia, poi torna a Besançon, dove gli amici gli procurano un posto in un giornale. Ma dura poco. “Ho avuto una discussione piuttosto vivace, – scrive al padre – qualche giorno fa, discussione seguita da pianti e recriminazioni rivolte a B…, il quale non ha osato darmi torto, ma ne aveva senz’altro voglia. Del resto, questo non è nulla e non vi deve inquietare; è solo l’effetto di questa miserabile suscettibilità contro la quale mi si troverà sempre, quando io abbia ragione, così inflessibile e indipendente come un uomo di cuore deve essere.” E promette: “Nulla potrà trattenermi in una città nella quale sono tornato solo per pagare i miei debiti e lasciare un ricordo che possa non spaventarvi quando verrete ad abitarvi; non inquietatevi mai per me, e vogliate credere che il mio carattere, la mia esistenza, la mia reputazione non possono essere sviati da quella strada che un uomo assolutamente onesto deve percorrere.” 







Tutto questo può sembrare in contraddizione con altri aspetti del suo carattere. Era infatti anche un convinto realista, nostalgico dei Borbone e della Francia del Re Sole, anti-repubblicano viscerale. In altre parole un reazionario, in palese ritardo rispetto ai propri tempi e a disagio nella società in cui viveva. Non a caso appena possibile prendeva il largo. Ed era anche un cattolico integralista (tutti punti ulteriori di contatto con Waterton – ma le somiglianze si fermano qui). Quelli però che dovrebbero essere dei limiti, in una persona per altri versi aperta e intelligente finiscono a volte per diventare punti di forza. Come tutti i grandi reazionari, Marmier volgeva al mondo uno sguardo molto più lucido e disincantato, quando non c’erano di mezzo questioni religiose o prevenzioni consolidate (vedi quella nei confronti dell’Inghilterra), rispetto a quello dei suoi contemporanei progressisti. In qualche caso questo tipo di sguardo, proprio perché attento al passato, consente di apprezzare molto meglio la ricchezza culturale di un popolo, di comprendere il valore, anche pratico, delle sue tradizioni. Lo dimostra ad esempio il deciso rifiuto da parte di Marmier, dati alla mano, della classificazione negativa che i naturalisti settecenteschi assegnavano ai Samoiedi nella scala umana. Ma la stessa modalità prospettica gli permetteva di vedere in mezzo ai trionfi del progresso e della democrazia anche i suoi rischi. L’immagine negativa che riporta dell’America, comune del resto a molti suoi contemporanei e alla gran parte dei viaggiatori europei dell’Ottocento, da Dickens a Gorkji e ad Hamsun, è senz’ altro condizionata dall’avversione per la democrazia in genere e per tutto ciò che aveva a che fare con l’Inghilterra in particolare, ma alla fine ci dà comunque un quadro del futuro di quella società che somiglia in maniera impressionante a come ci appare oggi (non è un caso che alla presidenza ci sia Trump). E lo stesso vale per le considerazioni sulle prospettive dell’impero zarista e sulle condizioni dei contadini russi.
Ama maniacalmente i libri, ma non ne desidera soltanto il possesso: li legge anche, cosa che non tutti i bibliomani fanno: e questo è uno dei tratti che più me lo fa sentire vicino. Immagino che se fosse venuto a casa mia in visita si sarebbe immediatamente fiondato davanti agli scaffali della mia biblioteca. Voglio anche presumere che ne sarebbe rimasto soddisfatto. Non è comunque l’oggetto libro in sé ad interessarlo, ma ciò che rappresenta. La distruzione della biblioteca di Montreal, andata bruciata in un incendio provocato dalla popolazione di lingua inglese in rivolta, gli pare il segno più evidente della barbarie di quest’ultima.
Nell’elenco dei paesi visitati e raccontati da Marmier spiccano per la loro assenza due grandi nazioni europee come l’Inghilterra e la Spagna. In realtà in Inghilterra si recò più di una volta, mentre non mi risulta alcuna sua visita alla Spagna che sia andata oltre i Pirenei. Mi sono chiesto il perché del silenzio sulla prima (mentre peraltro nei suoi ricordi più tardi di viaggio si parla, con dolente simpatia, dell’Irlanda, che in quel periodo soffriva la più tremenda delle carestie) e l’unica risposta che sono riuscito a darmi è che l’Inghilterra rappresenta ancora, nell’anacronistica immagine politica del mondo cui Marmier è aggrappato, la nemica più acerrima della Francia, quella che le ha strappato le terre americane e il primato sui mari, che ospita gli eretici più protervi e dannosi alla vera religione, che affama di proposito, per sterminarla, la popolazione cattolica irlandese. Non sarebbe in grado di parlarne con animo sereno, e di questo si rende conto perfettamente. Finirebbe per scrivere un vero e proprio e vero pamphlet. Si rifà comunque di sponda, scaricando il suo disprezzo su quella appendice della cultura inglese che al momento è ancora rappresentata, in versione addirittura peggiorativa, dagli Stati Uniti.



Nel 1812 si inoltrò per quattro mesi nel cuore meridionale della Guiana, sconfinando anche in Brasile, viaggiando nella stagione delle piogge, in parte in canoa e in parte a piedi (anzi, a piedi nudi: questa era un’altra delle sue eccentricità, non sopportava le calzature), senza uno scopo ben definito, se non il constatare l’inesistenza del mitico lago dell’Eldorado: in realtà a muoverlo era il puro piacere di stare a contatto con la natura nel suo stato più primordiale.
Proprio in questa occasione compì la prodezza che doveva renderlo popolare. Voleva imbalsamare un caimano, ma un esemplare che per dimensioni non avesse eguali in Europa, e per farlo aveva bisogno di catturare l’animale senza rovinare l’integrità della pelle, quindi di conservarlo vivo fino al ritorno presso la fazenda, dove aveva installato il suo laboratorio tassidermico. Riuscì ad organizzare la cattura, fra lo sbalordimento dei compagni, facendo uscite il caimano dall’acqua, avvicinandoglisi con estrema cautela, balzandogli all’improvviso sul dorso e abbrancandone le zampe anteriori per impedire loro di toccare terra e all’animale di tornare verso il fiume. Dopo una breve cavalcata da rodeo, con il caimano che si torceva da ogni parte e dava violenti colpi di coda, i suoi compagni riuscirono finalmente ad immobilizzare la bestia. Una cosa analoga fece di lì a poco con un boa constrictor lungo quasi cinque metri.
Il quarto viaggio americano fu dunque di natura completamente diversa, a partire già dallo scenario. Questa volta, e siamo nel 1826, la meta fu la neonata repubblica statunitense. Il viaggio nell’America del nord non fu una spedizione esplorativa, ma una sorta di pellegrinaggio. A Waterton era capitata tra le mani una copia di American Ornitology, un’opera straordinaria del naturalista e pittore scozzese Alexander Wilson, che a quasi trent’anni si era trasferito in America con l’intento di censire e descrivere, soprattutto attraverso le immagini, tutti i volatili del continente. Wilson aveva attuato il suo proposito senza poter contare su alcuna sponsorizzazione, si era mantenuto praticando i mestieri più diversi, aveva camminato per migliaia e migliaia di chilometri lungo i fiumi e dentro le foreste dell’est americano. Waterton avvertì, dietro le descrizioni e i disegni, una immediata affinità, e decise di ripercorrere almeno in parte gli itinerari del pittore, morto ormai da più di dieci anni, per condividerne appieno anche le sensazioni. Appena giunto nel nuovo continente si mise quindi in contatto con coloro che erano stati intimi di Wilson, soprattutto con lo zoologo George Ord, che ne aveva completata e valorizzata l’opera. Tra i due si instaurò una strana amicizia, stante la differenza dei caratteri, che proprio perché coltivata poi solo a distanza sarebbe durata tutta la vita.
Nulla di più falso, intanto perché Waterton, quanto a pericoli e privazioni sofferti, non era certo secondo a nessuno, meno che mai ad Audubon, e poi perché il nostro se ne stava tutt’altro che tranquillamente insediato nei suoi possedimenti, a vivere di rendita. Nelle pause tra un viaggio e l’altro Waterton aveva infatti già cominciato a risistemare Walton Hall secondo un piano e in vista di un fine ben determinati. Aveva fatto costruire attorno al parco che circondava la magione un muro lungo oltre cinque chilometri e alto in alcuni punti quasi cinque metri, opera che mise a dura prova le sue finanze. Il muro doveva costituire una barriera contro i bracconieri e contro i grossi mammiferi predatori (volpi, tassi), per offrire rifugio ad ogni altra specie avicola o terrestre (comprese gazze, corvi, cornacchie, gheppi, allodole, puzzole e donnole, ed esclusi naturalmente i ratti grigi, a liquidare quali concorrevano in effetti tutte le altre specie). All’interno della recinzione erano bandite trappole e tagliole di ogni tipo, nessun animale poteva essere cacciato e anche gli alberi morti e caduti non dovevano essere rimossi. Per alcuni animali, ad esempio per i ricci, Waterton pagava addirittura una piccola taglia ai contadini che glieli portavano vivi. Versava loro anche una sorta di cauzione annua perché non sparassero agli stormi di oche che si fermavano in zona, soprattutto sulle rive del suo laghetto, durante le migrazioni. Le piante cadute diventavano base per la crescita selvaggia dell’edera o si trasformavano lentamente in fertilizzante, mentre nei tronchi cavi, spesso opportunamente chiusi con piccoli interventi in muratura, trovavano dimora le innumerevoli specie che animavano il suo piccolo e selvaggi paradiso terrestre.
Chi andava a visitare Walton Hall, come fece ad esempio lo stesso Charles Darwin dopo il ritorno dal viaggio con la Beagle (ma conosceva Waterton già da prima), non poteva non essere conquistato dal candore del proprietario e dalla giustezza del suo assunto, anche quando magari ne condivideva solo in parte il radicalismo e il modo di vivere. Tra i visitatori famosi ci fu probabilmente anche Dickens, che senz’altro conobbe Waterton personalmente: ma di questa visita non rimane testimonianza, perché la gran parte dell’epistolario di Waterton è andata perduta in un malaugurato incendio. D’altro canto lo “squire” non sembrava dare molta importanza alle differenze di estrazione o di fama dei visitatori: il parco era gratuitamente aperto a tutti, senza distinzioni, nobili, borghesi e popolani, operai e braccianti, e persino ai pazzi internati in un vicino manicomio. Il proprietario li accoglieva sempre conciato alla stessa maniera, nella sua “divisa da lavoro”, di solito a piedi scalzi, e li trascinava senza tanti convenevoli ad ammirare le meraviglie naturali, gli alberi secolari, gli aironi del lago, ecc… Si esibiva magari anche nei suoi numeri di arrampicata, per andare a prendere un nido, farlo ammirare e riportarlo al suo posto. I pazzi, probabilmente, si sentivano molto a proprio agio.
Nel frattempo Waterton non si era chiuso al mondo. Non solo riceveva visitatori, ma lui stesso si muoveva frequentemente, magari evitando con cura i convegni e i congressi ufficiali, ma correndo ad esempio a esaminare ogni animale esotico nuovo che approdasse in Inghilterra, in genere come attrazione da fiera (e ne opzionava poi le salme da imbalsamare, sapendo benissimo che non sarebbero sopravvissuti a lungo), oppure studiando in loco le nidificazioni di cormorani e gabbiani nelle scogliere a picco sul mare dello Yorkshire, lungo le quali si calava e risaliva con la tecnica alpinistica della corda doppia.
Se alla luce di certi suoi exploit Waterton potrebbe sembrare un totale incosciente (in effetti lo era, e anche parecchio), si trattava però di una incoscienza senz’altro genuina, mai esibita per dare spettacolo o per crearsi un personaggio. Era convinto di ciò che faceva, e questo da un lato perché aveva una grossa consapevolezza delle sue risorse fisiche, dall’altro perché era fiducioso nel fatto che gli animali, persino i più feroci, non attaccano se non sono minacciati. Riteneva, evidentemente a ragione, visto che arrivò incolume alla tarda età, di poter stabilire con la natura un rapporto di perfetta parità, senza sentirsi né un dominatore né una vittima. Per questo camminava a piedi nudi nelle foreste, o cacciava il braccio in una cassa contenente una decina di serpenti a sonagli per trasferirli ad uno ad uno in un altro contenitore.
Anche nella storia delle “burle” si possono cogliere le particolari e apparentemente ambigue sfumature dell’infantilismo di Waterton. La vicenda ebbe un ruolo importante nella sua vita e va ricordata. Durante il viaggio di ritorno dalla quarta spedizione americana Waterton aveva fatto una capatina nelle regioni meridionali da lui in precedenza esplorate, e ne era ripartito portandosi dietro alcuni esemplari di scimmie urlatrici già trattati col suo metodo tassidermico. Uno degli esemplari era però il frutto di una ingegnosa manipolazione, attraverso la quale con i quarti posteriori di una scimmia erano stati creati il volto e il busto di un essere a metà strada tra l’uomo e gli altri primati. Una sorta di “anello mancante”. Aveva mostrato il risultato già a Georgetown, suscitando l’ilarità dell’intera colonia e mantenendo la cosa nei confini dello scherzo. Ma al ritorno in Inghilterra fu tentato di strafare, e presentò il suo mostro accompagnandolo con una descrizione avventurosa delle modalità della scoperta e con una breve descrizione “scientifica”. L’errore fu quello di inserire questo scherzo in coda al volume dei Wanderings in South America, nel quale aveva raccolto i suoi diari delle esplorazioni, col risultato di far dubitare della veridicità di tutto il resto, che già in alcuni punti rasentava l’incredibile. L’opera stessa andava per molti aspetti contro i canoni della letteratura naturalistica corrente, e di questo Waterton era ben consapevole, ed anzi, ne rivendicava l’originalità: “Il mio unico obiettivo era di esortare il lettore a recarsi ad esplorare quelle remote regioni. Avrei potuto fornire il nome scientifico e quello indiano di tutti gli uccelli e gli altri animali, ma me ne sono guardato accuratamente. Ho dato al mondo un resoconto scientifico originale, buttato giù a matita sera dopo sera, non deturpato da caricature né mistificato da chiose da naturalista di laboratorio”. Il pubblico apprezzò, i suoi colleghi naturalisti molto meno.