Fare le pulci

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

I motivi delle migliori azioni non devono essere ricercati troppo a fondo.
Si sa che la causa di moltissime azioni, buone o cattive, può essere
trovata nell’amore di se stessi. Ma l’amor proprio di certi uomini
li dispone a far piacere agli altri: e l’amor proprio di altri
è interamente impegnato nel far piacere a se stessi.
Jonathan Swift

In una storica puntata di “Bontà loro”1 (sto parlando di trentacinque e passa anni fa), schivando gli imbarazzi di un Costanzo visibilmente irritato Sergio Saviane riuscì a tessere un vero panegirico del pidocchio. Lo cantò come protagonista della storia patria, compagno dei nostri fanti nelle trincee della prima guerra mondiale, degli studenti nelle aule delle scuole elementari, degli emigranti sui piroscafi che traversavano l’oceano, di bimbi e adulti nelle povere cucine delle nostre campagne e dei suburbi industriali. Fu una performance epica, tanto che Saviane non venne più invitato in televisione e qualcuno dei suoi colleghi scrisse che si era bevuto il cervello (a quei tempi nelle pubblicità non c’era ancora spazio per le perdite vaginali o per i batteri fetidi di piedi e di ascelle). Saviane aveva invece aperto una finestra sul nostro passato più profondo, anche se il suo intento era solo quello di prendere per i fondelli il conduttore e i suoi ospiti. Riabilitando il pidocchio era andato all’origine della socialità umana e dei comportamenti che la caratterizzano.

Non ci crederete, ma in effetti nasce tutto di lì, dai pidocchi. Anzi, dallo spidocchiamento. Il primo gesto che possiamo definire davvero “altruistico”, e quindi sociale, è quello di liberare un proprio simile dai parassiti. Di per sé parrebbe una pratica molto diffusa in natura: ma lo è soprattutto nella forma simbiotica, quella ad esempio che assume nel rapporto tra i rinoceronti e le bufaghe (sono gli uccelli che nei documentari vediamo appollaiati sul dorso dei primi, a rovistare nelle pieghe della loro pelle) e che implica un vantaggio reciproco, alimentare per le une e igienico per gli altri. Io sto invece parlando della forma simpatetica, di un’attività apparentemente più ludica che utilitaristica: quella di prendersi cura di qualcuno per liberarlo da un disagio.

Come “pratica giocosa” lo spidocchiamento incontra un grande successo soprattutto tra i nostri parenti più prossimi, le scimmie antropomorfe, e viene esercitato tanto nei confronti della prole quanto tra gli adulti, indiscriminatamente e con evidente sollazzo reciproco. Tra i bonobo, quei simpaticissimi scimpanzé in formato bonsai che mandano in visibilio Piero Angela perché passano il loro tempo a fare sesso, costituisce l’attività “preliminare” per eccellenza. Quindi lo spidocchiamento giocoso non è un’attività specifica dell’uomo: lo precede e, come vedremo, prelude in misura significativa all’ominazione. Naturalmente non è nemmeno una pratica totalmente “ludica”. Nasce da una necessità, è la risposta ad un bisogno (nel caso dei bonobo, che i pidocchi se li mangiano anche, non si può però parlare di una motivazione alimentare: evidentemente sgranocchiare pidocchi è un valore ludico aggiunto, come quello del popcorn al cinema). Ma è una risposta che crea un rapporto di confidenza e di fiducia, e si traduce poi in un atteggiamento affettivo (nei bonobo molto affettivo), esteso ai più prossimi, ma anche all’intero gruppo. Nell’uomo col tempo questo rapporto si simbolizza, assume tratti diversi mano a mano che le sopravvenute abitudini igieniche e i modi di vita sterilizzano gli ambienti e diradano i parassiti. Da pratica naturale diventa pratica culturale, e una volta fatto il passo non si ferma più: nelle forme della compassione e della consolazione, della simpatia e della solidarietà, sia morale che pratica, invade tutti gli ambiti, da quello familiare e parentale a quello sociale, tanto da essere erroneamente letto alla fine come un prodotto specifico e precipuo della cultura (animale sociale è una definizione in cui l’attributo non consegue naturalmente al sostantivo, ma trae risalto proprio dalla contrapposizione).

L’empatia e la collaborazione all’interno di un gruppo non nascono naturalmente solo dalle pratiche giocose: concorrono altre necessità (la caccia, ad esempio, o la difesa) e altre risposte, ma in genere si tratta di comportamenti abbondantemente diffusi in quasi tutte le specie animali, dalle api ai castori, ai lupi, ecc …, sia pure con manifestazioni diverse. A noi in questa sede interessano invece quei comportamenti, riscontrabili solo a livello umano, che sembrano trascendere la determinazione istintuale, e ricadere in un campo diverso di riflessione: quelli cioè che riguardano un altruismo etico, ovvero “scelte” che non soltanto non appaiono immediatamente vantaggiose per l’individuo che le compie, ma in qualche caso risultano addirittura rischiose per sé e vantaggiose per gli altri.

Se ci mantenessimo nei termini della biologia evoluzionistica dovremmo chiederci: siamo altruisti in quanto animali, sia pure animali della specie homo, o siamo uomini in quanto altruisti? Andiamo veramente oltre il determinismo genetico, e quindi quella aggettivazione in noi prende altri significati, o rispondiamo semplicemente ad un determinismo più complesso? L’argomento è uno dei più controversi nello studio della evoluzione, e non ho certo intenzione di andare a cacciami in un simile ginepraio; non ho la minima competenza in proposito, ma soprattutto penso che al livello sul quale intendo sviluppare il mio ragionamento qualsiasi risposta potrebbe essere considerata ininfluente. Quindi sul piano scientifico non prendo partito per alcuna ipotesi. Ciò non toglie però che ritenga utile almeno ricordare quali sono oggi le posizioni, per avere comunque un riferimento.

Vediamo dunque di riassumere. Ad oltre un secolo e mezzo dalla pubblicazione de L’Origine delle Specie, nell’opinione comune il concetto evolutivo dominante è ancora quello della sopravvivenza dell’individuo più adatto. Tradotto in termini sociali questo concetto sembra suggerire che il successo arride sempre alle strategie egoistiche. Nella versione più aggiornata il “gene egoista” impone al suo temporaneo involucro-portatore, l’individuo, dei comportamenti che garantiscono la propria (del gene) salvaguardia e perpetuazione, procurandogli vantaggi riproduttivi: e dal momento che ogni vantaggio proprio ha un corrispettivo in uno svantaggio altrui, nella competizione di tutti contro tutti varrebbe il principio mors tua, vita mea.

Le cose però non funzionano proprio così. Già lo stesso Darwin prendeva atto che in natura esistono dei comportamenti in contraddizione con l’idea di un opportunismo egoistico assoluto: è quanto accade ad esempio nelle colonie di imenotteri, dove una parte degli individui non si riproduce e appare destinata alla schiavitù. Darwin si dava una spiegazione in termini di sopravvivenza della specie: “la selezione può applicarsi al complesso della famiglia, e non solo all’individuo”, scriveva ne “L’origine dell’uomo”. Era tutto ciò che poteva opporre, senza neppure troppa convinzione, dal momento che ignorava i meccanismi della genetica. Quando questi divennero noti, attraverso la riscoperta delle leggi mendeliane, fu possibile rivedere la questione sotto un’altra luce. E quando poi si cominciò a ragionare in termini di genetica delle popolazioni, introducendo nello studio dell’evoluzione la statistica, e a discostarsi dalla concezione ortodossa di una lenta gradualità evolutiva, per prendere in considerazione anche i fattori di discontinuità e le accelerazioni improvvise, i conti cominciarono a tornare.

Negli anni Trenta del secolo scorso J. B. S. Haldane faceva notare che se il parametro del successo fosse semplicemente quello del tasso riproduttivo i più adatti risulterebbero senz’altro i poveri, perché si moltiplicano molto più velocemente dei ricchi. Haldane è quasi più famoso per il suo sarcasmo e per le sue bizzarrie che per i fondamentali contributi dati alla “nuova sintesi” evoluzionistica, ma al di là del paradosso intendeva far capire che le leggi che regolano l’evoluzione sono ben più complesse e articolate. Ne “Le cause dell’evoluzione” (1932) inferiva quindi che deve intervenire qualche altro meccanismo. Alle stesse conclusioni era pervenuto un paio d’anni prima Ronald Fisher (La teoria genetica della selezione naturale, 1930). Entrambi si chiedevano a quali condizioni, in termini di economia genetica, il sacrificio “altruistico” di un individuo poteva vantare un “ritorno” vantaggioso: ed entrambi concludevano che ciò poteva accadere in presenza di gruppi compatti e strettamente imparentati, perché in questo caso il gene dell’altruista risulta diffuso nei soggetti che traggono beneficio dal suo sacrificio. Il calcolo è semplice, diceva Haldane: se muoio per salvare un figlio, che possiede la metà del mio corredo genetico, ho una fitness (è il parametro in termini di materiale ereditario) negativa, perché perdo il cinquanta per cento. Vado in pari se ne salvo due, raddoppio se ne salvo quattro. La cosa può essere estesa a nipoti, a fratelli e ad altri gradi di parentela, naturalmente con un progressivo dimezzamento percentuale del patrimonio genetico comune. In un gruppo abbastanza ristretto, dove tutti più o meno sono imparentati, la “convenienza” del sacrificio altruistico sarà sempre piuttosto alta. E non è tutto: la capacità di collaborare al di là di calcoli grettamente egoistici dà ai gruppi maggiormente coesi un vantaggio competitivo, e favorisce il loro successo.

Ma cosa succede rispetto a gruppi più grandi? Per questi bisogna attendere sino al 1964, quando William Hamilton rifà i conti inserendo il computo di tutti i possibili vantaggi (o svantaggi) che la fitness di un individuo può trarre dall’interazione con parenti e con estranei. Con una serie di modelli matematici complicatissimi, che fanno entrare in gioco alleli propri e altrui, dominanti e recessivi, egoisti o meno, e che vi risparmio non per bontà d’animo ma perché mi ci sono perso dopo la prima pagina e non ci ho capito nulla, Hamilton dimostra che il comportamento altruistico è, almeno statisticamente, sempre conveniente. I suoi modelli sono poi stati rivisti e perfezionati da altri (con la teoria dell’“altruismo reciproco” di Robert Trivers – L’evoluzione dell’altruismo reciproco, 1971 – ad esempio), ma la sostanza è rimasta quella: l’altruismo non è un portato “culturale”, ma uno stratagemma, o una strategia, “naturale”. Col che possiamo metterci il cuore in pace rispetto alla “eccezionalità” umana, e tornare al nostro tema di partenza: lo spidocchiamento.

Ciò che mi intrigava era infatti leggere l’altruismo alla luce dei comportamenti pratici diffusi, quelli che percepiamo nella quotidianità dei rapporti, e che spesso sono tutt’altro che in sintonia con i modelli matematici di Hamilton. Volevo insomma tentare una bozza di descrizione fenomenologica dell’altruismo umano, naturalmente senza alcuna pretesa di scientificità: raccontare semplicemente come lo vedo io.

Per farlo devo però necessariamente passare per quella che è stata la percezione “storica”, pre-evoluzionistica, dell’altruismo. In pratica si sono sempre contrapposte due scuole di pensiero, che per brevità riassumo nelle posizioni espresse dai maggiori filosofi inglesi agli inizi dell’era moderna: quella per cui gli uomini sono tenuti assieme dalla paura (Hobbes), e quella per cui sono spinti alla socialità da sentimenti di benevolenza e di simpatia (Hume, ma anche Locke e Smith). Nel primo caso evidentemente di altruismo non è il caso nemmeno di parlare; nel secondo, come dice Jonathan Swift nella frase che ho posta in esergo, è “l’amor proprio di molti uomini che li dispone a far piacere agli altri” (anche se non è così per tutti, perché “quello di altri è interamente impegnato nel far piacere a se stessi”). Swift, attraverso una considerazione apparentemente banale, ci fa entrare nel merito pieno della questione. Alla base, dice, c’è l’amore di sé (che è una maniera eufemistica per indicare l’egoismo, ma che introduce una sfumatura non trascurabile). Ora, dobbiamo chiederci, questo amore di sé porta inevitabilmente a sottrarre amore nei confronti degli altri? E l’amore per gli altri, comporta inevitabilmente un distacco da sé? Detto in altre parole, il vantaggio comune, quello che definiamo il bene generale, nasce per forza da una più o meno parziale rinuncia a sé?

La risposta “storica” a questa domanda è stata in genere univoca: la socialità nascerebbe da una serie di rinunce (relative alla libertà individuale) in vista di una serie di vantaggi o di garanzie (relativi alla sicurezza). Lo pensavano sia Hobbes che Hume e i suoi compagni della scuola scozzese. Quindi non si tratterebbe di una naturale disposizione altruistica. Questa convinzione informa tanto l’ottica cristiana (per la quale la capacità di rinuncia è infusa dalla grazia, quindi è voluta dall’alto ed è finalizzata alla salvezza) quanto la prospettiva laica, per la quale l’altruismo sarebbe in fondo solo una maschera dell’utilitarismo, una sorta di ipocrita tecnica di seduzione. Nell’uno e nell’altro caso, la motivazione è opportunistica. E tuttavia, afferma invece Hume, quasi rispondendo direttamente a Swift, “L’ipotesi che ammette una benevolenza disinteressata, distinta dall’amore di sé, ha realmente in sé maggiore semplicità ed è più conforme all’analogia di natura di quella che pretende di risolvere ogni sentimento di amicizia e di umanità nell’amore di sé”. Ovvero: gli uomini sono anche capaci di gesti e sentimenti che non possono essere spiegati con alcun tipo di vantaggio personale.

Ora, come Darwin anche Hume e Swift della genetica sapevano nulla, e in più non potevano nemmeno darsi una spiegazione di questi comportamenti in chiave evoluzionistica. Li analizzavano e li valutavano sulla scorta di una pura esperienza fenomenologica, come appunto vorrei fare io. E nel farlo confesso di trovarmi in una posizione un po’ confusa, perché penso che Hume abbia ragione a distinguere la benevolenza disinteressata dall’amore di sé, se di quest’ultimo diamo appunto una interpretazione opportunistica (egoismo); ci sono mille esempi che raccontano il contrario. Ma penso che abbia ragione anche Swift, quando dice che l’amor proprio di molti si esprime nel desiderare la felicità altrui, perché anche in questo caso è possibile portare un sacco di esempi a suffragio. Mi ha colpito, proprio mentre scrivevo queste considerazioni, la dicitura su una lapide dedicata ad un missionario alessandrino che ha operato ed è morto in Africa “… facendo si che la felicità altrui fosse l’unico obiettivo per il conseguimento della propria”. Non lo strumento, si badi bene, ma l’obiettivo: come a dire che l’una cosa non è possibile senza l’altra. Non so quanto la scelta del termine sia stata consapevole e ponderata: conoscendo gli amministratori pubblici nutro più di un dubbio. Ma certo la frase fa intravedere una possibile soluzione del problema. Possiamo infatti uscire dalla confusione riformulando così la domanda da cui siamo partiti: l’altruismo è una strategia o uno stratagemma, come dicono i biologi evoluzionisti, uno strumento, come dicono gli utilitaristi, o è invece un obiettivo, una forma “disinteressata” di amore di sé, come dicono con parole diverse Swift e Hume?

A questo punto, a dispetto della confusione di piani che ho creato, mi sembra che qualcosa, ad un livello teorico generale, si possa dare per acquisito: i nostri geni probabilmente non hanno coscienza del vantaggio altruistico, fanno la loro parte di geni e tirano a riprodursi il più possibile, senza perdersi nei calcoli di Hamilton. Ma noi, l’involucro, questa coscienza l’abbiamo, e sviluppiamo senza dubbio un sistema complesso e diverso di valutazioni di convenienza. Possiamo farlo in vista di un ritorno a breve termine, terreno, o di una ricompensa per il dopo, nell’al di là, ma in entrambi i casi la nostra è diventata una motivazione culturale, che nasce da una posizione religiosa o da una interpretazione “economica” dei rapporti umani.

Ora, stanti le premesse sul “significato etico” che stiamo cercando, potremmo chiudere qui il discorso e occuparci d’altro: ma la linea di confine sulla quale si situano taluni comportamenti è così labile e indefinita che mi sembra comunque opportuno renderne conto. Questo perché l’abito mentale costruito da millenni di cultura “umana” ha finito per aderire in maniera tale al nostro corpo da diventare una seconda pelle: ed è qui che si situa la terra di nessuno. Voglio dire che ci sono azioni, come quella di chi si butta in acqua per salvare persone che neppure conosce, e magari finisce lui stesso per annegare, che è difficile classificare come indotte dal determinismo genetico, ma anche leggere come gesti che abbiano una qualche giustificazione culturale opportunistica, religiosa o laica che sia. E non è nemmeno necessario arrivare al sacrificio della vita. Esistono diversi comportamenti “normali”, magari non comuni ma comunque diffusi, rispetto ai quali è opportuno fare un po’ di chiarezza.

Provo quindi a rispondere in base a quella che è solo una personalissima percezione. Molto all’ingrosso io distinguo tra due tipologie di altruismo: una “minimalista” ed una “massimalista”. Alla prima ascrivo coloro che applicano la formula “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Di per sé questo precetto, malgrado la sua evangelicità, sembra rimandare ad una visione piuttosto pessimista dei rapporti interumani, ad un cupo sfondo hobbesiano. L’altruismo di questo tipo lascia intravedere un atteggiamento difensivo e guardingo, che anche senza esprimersi in termini palesemente egoistici persegue una finalità egoistica: la salvaguardia del diritto alla libertà individuale. È un modello che potremmo quindi definire “liberale”, perché postula un altruismo poco invasivo e molto garantista. Ora, se interpretato e applicato alla lettera è anche un modello passivo: non è necessario fare alcunché di particolare, è sufficiente non fare qualcosa che possa danneggiare gli altri. Questo lo porrebbe addirittura al di fuori dei comportamenti etici di cui ho detto di volermi occupare.

Ma solo ad una analisi superficiale. A volte infatti anche il non intervento ha i suoi costi: può significare non approfittare di quel vantaggio che sarebbe a portata di mano spingendo un po’ più in là gli altri, giocare pulito, per dirla in termini sportivi, accettando il rischio e le probabilità di una sconfitta che ogni gioco pulito comporta. Ed ecco che già il quadro cambia: perché scegliere di giocare pulito, pur se in ossequio al più categorico degli imperativi etici, svincolato da ogni considerazione di opportunità, significa comunque accettare l’idea che anche gli altri possano farlo, e quindi concedere loro un credito di onestà. Non solo: significa ritenere che siano in grado di giocare, e quindi accreditarli di una potenziale competenza. Risponde pertanto ad una concezione laica e realisticamente ottimista, se non della vita in generale, almeno degli uomini. È il modello di chi, per aiutare un uomo affamato, anziché regalargli un pesce gli insegna a pescare: un modello severo, certamente, perché offre all’altro una chanche ma lo chiama anche ad assumersi le sue responsabilità. Potremmo quindi definirlo un atteggiamento “illuministico”, kantiano nei modi e leopardiano negli auspici (ma potrebbe calzare benissimo anche a Camus).

Vediamo invece cosa succede col secondo caso, quello che applica la formula: fai per gli altri quello che vorresti gli altri facessero per te. Questo è decisamente un modello molto più “cristiano”; racchiude in sé anche il primo precetto, ma lo declina poi in azione positiva e propositiva. Di primo acchito, anche se per le aspettative usa il condizionale in funzione ottativa, sembra supporre uno sfondo radioso, la fiducia nella bontà naturale dell’uomo. Non sono però così sicuro che le cose stiano in questo modo: anzi, a dirla tutta sono convinto del contrario. Il modello cristiano (ma potrei meglio definirlo come “romantico”, o meglio ancora escatologico, facendogli in tal modo comprendere anche tutte le religioni “secolari”, prima tra tutte il socialismo) è decisamente invasivo, perché fondandosi sulla fiducia in una perfettibilità umana (che sia raggiungibile sulla terra o no poco importa) induce appunto una volontà di redenzione universale. L’altruismo massimalista non si limita a garantire e rispettare le regole del gioco, dà per scontato che tutti debbano giocare, e magari offre anche “un aiutino” per invogliarli. Il fatto è però che non sempre quel che tu vorresti gli altri facessero per te piace anche a loro. Anzi, magari non vorrebbero proprio che per loro fosse fatto, come nello sketch della vecchietta e del boy scout che insiste per aiutarla ad attraversare la strada. Questo atteggiamento è quindi passibile di una deriva pericolosa, quella di volere il bene degli altri identificandolo con ciò che è il bene per noi. È quanto hanno fatto da sempre i grandi riformatori, salvo poi trovarsi costretti a pensare, di fronte alle deludenti reazioni al loro “altruismo”, che gli uomini non sono capaci di rigenerarsi da soli, ovvero di responsabilizzarsi, e che è quindi necessaria una bella scossa e soprattutto qualcuno che li guidi e li tenga in riga. È un altruismo del quale il beneficiario è l’Uomo, o meglio ancora una certa idea di uomo, anziché gli uomini nella loro diversità e magari povertà spirituale. E rischia di lastricare di buone intenzioni un sentiero che conduce all’intolleranza.

Vediamo ora di calare questi due modelli di comportamento nella quotidianità. Negli ordinari rapporti interpersonali (per quelli straordinari, nei quali entra in gioco ad esempio un sentimento come l’amore, il discorso si complica – anche se il succo rimane lo stesso) io identifico l’altruismo “a bassa intensità” con l’attenzione a creare il minor disturbo possibile agli altri, nel senso tanto di chiedere aiuto solo in situazioni di necessità assoluta quanto di usare molta discrezione nell’offrirlo. Può sembrare una disposizione scontata, ma non lo è affatto: le soglie dell’assoluta necessità sono molto variabili da un individuo all’altro, e direi che prevale piuttosto la tendenza al coinvolgimento altrui, in entrambi i ruoli. Un’attitudine più discreta rischia quindi spesso di essere interpretata come specchio di un’indole fredda e asociale: in realtà non è dettata dal disprezzo e dall’insofferenza nei confronti degli altri ma, al contrario, da un totale rispetto, che a sua volta può nascere solo da una sensibilità sincera. Chi preferisce appartarsi come i gatti per leccare le proprie ferite, fisiche o morali, non lo fa sempre e solo per orgoglio o per difesa: è una questione di misura, come si diceva sopra, che varia anche nei confronti del tasso di sollecitudine “in ingresso” considerato da ciascuno accettabile e compatibile con la propria libertà. Che poi la sensibilità eccessiva possa dar luogo ad una vera e propria sindrome, e il timore di creare disagio possa diventare esso stesso un disagio, e il tutto rovesciarsi in un atteggiamento puramente difensivo, è solo una deriva patologica: l’origine e l’intenzione sono positive.

Considero invece “massimalista” l’offerta spontanea ma invadente di soccorso, che è tale nella misura in cui non è strettamente necessaria, e che sottintende sempre una reciprocità. Anche quando non ci siano dubbi sulla buona fede, e a prescindere dalla stessa, credo che il vero altruismo debba essere sobrio, contenuto e assolutamente disinteressato. Non ho nulla contro l’altruismo reciproco di Trivers, ma penso che come per tutte le cose preziose occorra dosarlo. E, ripeto, in tutto questo non trovo alcun indizio di misantropia. Anzi: sono convinto che se si dà con giusta parsimonia e si chiede solo quando è indispensabile si risparmiano energie positive, proprie e altrui, che possono essere spese in più direzioni. In queste condizioni si riesce molto più aperti e disponibili verso gli altri in generale di quanto lo siano coloro che concentrano troppe energie su pochi oggetti di attenzione. Non si creano dipendenze, e soprattutto il saldo del dare e avere viene mantenuto entro limiti che non umiliano nessuno. Siamo nuovamente al discorso del rispetto, di sé e degli altri, che è poi evidentemente la chiave di tutto.

Nei rapporti quotidiani noi identifichiamo spesso l’altruismo con la compassione. Questa identificazione ha un riscontro ad esempio nella precettistica cristiana relativa alle “opere di misericordia”, spirituale e corporale (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, consolare gli afflitti, ecc …,); precettistica che è poi stata ripresa e secolarizzata dai vari socialismi e dalle politiche del welfare (per la parte corporale), dalla psicoanalisi e dalle rubriche di posta dei rotocalchi (per quella spirituale). Ora, non c’è dubbio che si tratti di ottimi precetti, ma io ritengo che il vero altruismo non sia rappresentato dalla “misericordia”, quanto piuttosto dal rispetto. E il rispetto non ha nulla a che vedere con la compassione. Quest’ultima infatti, a dispetto dell’etimo (cum pati), non nasce dalla considerazione dell’altro su un piano di parità: scaturisce piuttosto da un senso di superiorità, e ci gratifica due volte, perché ci rassicura sulla nostra condizione e ci consente di godere della riconoscenza altrui e del compiacimento con noi stessi. La compassione è quella che porta a regalare un pesce, o magari a moltiplicarli se gli affamati sono troppi, inducendo quindi questi ultimi ad aspettarsi che il miracolo si ripeta. È senza dubbio moralmente meno impegnativa, perché il rispetto imporrebbe invece di chiedere a tutti i convenuti come mai non hanno portato nulla da casa, di lasciarli a digiuno e di insegnare loro ad essere più previdenti la prossima volta. Allo stesso modo, la compassione è quella che ci porta ad assecondare o a giustificare le mattane di un amico in crisi sentimentale, mentre il rispetto è quello che ci induce a dargli una strigliata e invitarlo a non fare il cretino. Mi rendo conto che non è un atteggiamento molto popolare, e infatti le folle si radunano dove c’è promessa di miracolo, e gli amici dove c’è speranza di “comprensione”, mentre disertano chi li richiama alla responsabilità: ma non credo sia il successo la misura della bontà dell’altruismo.

Occorre anche distinguere tra altruismo etico e simpatia. Un altro scozzese, Adam Smith, sosteneva che gli uomini sono tenuti assieme dalla simpatia. “Per quanto egoista si possa ritenere l’uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l’altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di contemplarla”. Simpatia significa, etimologicamente (deriva dal greco sun pathein) mettersi nei panni degli altri. È un atteggiamento diverso da quello della compassione, malgrado l’identica origine etimologica, perché a differenza di quest’ultimo suppone un livello paritario tra l’agente e l’oggetto. Per un senzatetto che dorme su una panchina fasciato di cartoni possiamo provare compassione, difficilmente abbiamo un moto di simpatia. Proviamo simpatia di fronte a situazioni di sofferenza o di indigenza nelle quali in qualche modo almeno potenzialmente ci riconosciamo; ovvero quando riusciamo a immaginarci al posto degli altri. Questa identificazione ci induce a desiderare un mondo in cui situazioni del genere non si diano, e a sperare che se dovessero verificarsi per noi altri verrebbero in nostro soccorso. Ma difficilmente riusciamo a immaginare di vivere su una panchina, e meno che mai a confidare nell’aiuto di un barbone.

C’è anche un altro risvolto. Smith, da osservatore realista qual era, aggiungeva che noi in effetti siamo molto propensi a simpatizzare con le sfortune altrui, un po’ meno con le fortune. Malgrado la simpatia non siamo capaci di godere del tutto sinceramente della gioia degli altri, a meno che siano in gioco quei sentimenti che definiamo amore o amicizia (ma questo restringe di parecchio la rosa dei potenziali oggetti del nostro interesse). Sembra prevalere la sensazione che ciò che è dato loro in qualche modo sia sottratto a noi. Quindi, quando va bene rispettiamo i successi altrui, ma non ce ne sentiamo davvero partecipi, perché in realtà non siamo soddisfatti di noi stessi.

E questo in linea di massima è vero, vale per la maggior parte degli uomini e segna appunto il limite della simpatia. Non è nemmeno sufficiente il rispetto dell’altro, che nel caso della simpatia si professa ponendolo sul nostro stesso piano, a soddisfare i requisiti di un altruismo etico. Occorre salire un altro gradino, quello che attraverso il conquistato rispetto di sé conduce alla stima nei confronti dell’altro, e quindi al vero altruismo etico.

Io credo che questo livello esista. È quello in cui la simpatia si traduce in solidarietà: quello cioè in cui non solo si desidera il riscatto degli altri, ma si agevola il loro successo, perché la partecipazione è tale che lo si sente come proprio. Di qui la possibilità di un’attitudine disinteressata: non ci si attende alcun ritorno, alcuna contropartita, perché il ritorno è già implicito nella felicità altrui. Ciò che inconsciamente facciamo per diffondere o per salvaguardare un patrimonio genetico, attraverso la solidarietà lo facciamo per diffondere o salvaguardare un patrimonio etico. La solidarietà è dunque il livello al quale avviene davvero il distacco, lo sganciamento dalle ragioni del gene: la scelta si autonomizza e diventa totalmente “culturale”.

In questo senso leggo l’obiettivo del missionario alessandrino: la felicità altrui va intesa come presupposto, condizione necessaria, e non come strumento della propria. Non fatico a credere nella sincerità di questo intento: ho conosciuto più di un missionario, e in nessuno di loro ho mai trovato prevalenti le ragioni del proselitismo, l’impegno a realizzare conversioni e a salvare delle anime; erano motivati da una solidarietà molto concreta, dall’impegno a rendere più tollerabile la vita per i loro simili, appunto perché sentiti come simili. E a nessuno passava per la testa che quello fosse un modo per guadagnarsi il paradiso. Semplicemente, dopo aver conosciuto certe realtà sentivano che non avrebbero mai più potuto essere in pace con se stessi se non intervenendo in qualche modo per alleviarle; erano coscienti della quasi inutilità del loro sforzo, ma anche e prima di tutto dell’imperativo categorico a provarci, a qualsiasi costo.

Questa non è affatto compassione: in questo caso metti l’altro sul tuo stesso piano, anzi, sei tu che si poni sul piano suo, e non lo soccorri a distanza, donando un euro ad ogni campagna umanitaria, ma lo tratti da persona nella quotidianità, condividendone piccole gioie, grandi paure, spaventose povertà. I missionari che ho incontrato, religiosi o laici che fossero, erano la testimonianza vivente di quanto asserisce Hume, ma anche di quello che scrive Swift: il loro amore di sé era diventato amore degli altri. E non mi si venga a raccontare che c’è dietro il narcisismo, la necessità di sentirsi buoni, l’ambizione alla santità, ecc…. No, dietro stanno le stesse ragioni per le quali, al vedere qualcuno che sta annegando, ci si butta a soccorrerlo senza calcolare la velocità della corrente o la temperatura dell’acqua: per le quali molti si sono giocati la pelle per soccorrere un commilitone ferito e cercare di portarlo via da sotto il fuoco; per le quali molti alpinisti non avranno mai il coraggio di tagliare la corda alla quale è appeso un loro compagno, anche a rischio di precipitare insieme a lui. Perché uno, dopo, non riuscirebbe più a vivere, non potrebbe più rimanere un attimo solo con se stesso se non fosse corso in soccorso, se avesse visto il proprio simile precipitare, annegare o agonizzare per ore. E questo indipendentemente da vincoli particolari, di amicizia, di amore, di parentela, senza alcun calcolo di condivisione dei geni.

Ma, come dicevo, non è necessario arrivare a questi gesti estremi. La quotidianità offre tutta una vasta gamma di esempi e di situazioni eticamente altruistiche, dallo studente che non sopporta di vedere vessato un compagno, e lo difende contro l’idiozia altrui, al donatore di midollo che si sottopone ad un delicatissimo prelievo per salvare uno sconosciuto. Anche le scelte di adozione a mio parere ci rientrano, malgrado si tenda a pensare (soprattutto da parte di chi non ha avuto il coraggio di farle) che siano motivate da un egoistico bisogno di essere amati. Ma, al di là del fatto che il bisogno di essere amati è connaturato in tutti, e quindi sta sotto, in qualche modo, a qualsiasi nostro gesto, il meccanismo non è affatto quello. Qui il determinismo naturalistico alla perpetuazione del gene non c’entra. Se qualcosa si mira a trasmettere è semmai una continuità culturale, e si sceglie di farlo. L’investimento dal punto di vista genetico è tutto a perdere: a motivare è la ricerca di un senso per la propria esistenza, e il senso (ovvero la felicità propria) viene identificato nella felicità altrui.

Non credo sia il caso di dilungarsi ancora. Gli esempi che ho proposto, sia pure in ordine sparso, mi sembrano sufficienti a confermare che l’altruismo, quand’anche fosse geneticamente determinato, assume poi nella complicazione dei rapporti interumani una curvatura tutta particolare. Diventa il prodotto di quella cultura che nella versione “misericordiosa” era aborrita da Nietzsche e in quella solidaristica era affermata da Camus, e che tutto sommato ha contribuito al successo della specie in maniera sin troppo efficace. Siamo dunque eticamente altruisti perché uomini, e siamo diventati uomini perché animali eccezionalmente altruisti.

Ciò non significa naturalmente che tale disposizione sia universalmente diffusa. Così come è evidente, a volerla cogliere, l’esistenza di un altruismo etico, non occorre un grosso sforzo per vedere quale parte preponderante abbia l’egoismo nei comportamenti collettivi. Ma il mio assunto era cercare di capire (contravvenendo in ciò al monito di Swift) quanto in queste attitudini sia frutto di natura e quanto di cultura. Bene, sono arrivato a realizzare che una disposizione genetica all’altruismo c’è, ma viene poi enfatizzata (o in qualche caso repressa) dalla “cultura” nella quale si cresce, fino al punto da farle dimenticare o sconfessare la propria origine biologica. Quel punto coincide con il traguardo della consapevolezza, che una volta digerita e accettata diventa coscienza; e se anche non segna una emancipazione totale dal determinismo, ne limita assai la portata. Varcato quel traguardo siamo liberi di scegliere, ma siamo altresì obbligati ad assumerci la responsabilità delle nostre scelte.

Mi sembra che, dopo quella delle lucciole, l’eclisse (parziale) del pidocchio sia un altro segnale forte della trasformazione ecologica e antropologica in atto. Ma le lucciole piano piano stanno tornando, segno che si sono adattate al nuovo ambiente. E se l’ombra della crisi che stiamo attraversando dovesse allungarsi, cosa più che probabile, presto torneranno anche i pidocchi2. Sarà quella la rivincita della natura sulla cultura? o sarà forse la ripartenza della socialità perduta e dell’altruismo?

Saviane ne sarebbe entusiasta. E non vi dico i bonobo!

1 Bontà Loro fu il primo talk show della televisione italiana. Era condotto da Maurizio Costanzo, all’epoca celibe e ancora lucido, andava in onda ad ore tardissime, sulla seconda rete nazionale, e prevedeva un solo ospite per ogni puntata.

2È da rilevare, per inciso, che la riabilitazione del pediculum incontra oggi un’accoglienza molto più entusiasta di quella ricevuta nel salotto televisivo di Costanzo: un certo integralismo naturista, legato alla cultura new age, vede nello spidocchiamento un felice momento di coesione familiare, da contrapporsi all’atomizzazione prodotta dalle serate televisive. Persino la profilassi ufficiale non lo demonizza più, e fa buon viso al fatto che non si riesce comunque ad evitarne la periodica ricomparsa. L’isteria da pidocchio sembra ormai confinata nel mondo delle madri ansiose, e legata più ad un problema di immagine sociale che di preoccupazione igienica.

Mi concedo anche una notazione lessicale. Nel dialetto lermese esistono due termini derivati da “sgöggiu” (pidocchio): “sghigiùn”, che significa pidocchioso, ma nell’accezione più spirituale che materiale di persona limitata e testarda, o anche avara, e “sghigìn”, che sta per schiacciatore maniacale di pidocchi: quello fastidiosamente puntiglioso, che fa letteralmente le pulci a tutti e a tutto. A dimostrazione di quale potenza e varietà di significati consenta il dialetto, anche attraverso alterazioni leggerissime dei suoni.

 

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Un elogio del dilettantismo

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

I pavoni nascondono a volte agli occhi di tutti
la loro ruota – e ciò è la loro superbia.
F. Nietzsche

Immagino che il titolo di questa conversazione susciti qualche perplessità. Vengo a tesservi l’elogio del dilettantismo in un’epoca in cui da ogni parte si fa appello alla professionalità: se non di un’eresia, potrebbe avere il sapore di una provocazione e, quel che è peggio, di una provocazione del tutto gratuita. È meglio quindi sgombrare subito il campo da aspettative o interpretazioni fuori misura. La mia sarà una semplice riflessione ad alta voce, nel corso della quale parlerò di cose in cui credo davvero, e che naturalmente possono essere non condivisibili. Di questo avremo modo, se lo riterrete, di discutere. Se invece dovesse risultare proprio un’eresia, vorrei che apparisse almeno motivata e consapevole.

Come chiede lo spirito di questi incontri, racconterò di una passione, quella della scrittura, che coltivo al di fuori della mia occupazione ufficiale, e che tuttavia con quest’ultima ha naturalmente più di un rapporto. Lo faccio volentieri perché raccontare mi piace, in fondo è stato per anni il mio mestiere, e perché l’impegno a parlare di questa passione mi costringe a riflettere sul significato che attribuisco ad alcuni termini e sui comportamenti che conseguono a tale attribuzione.

Partiamo dunque dalla terminologia.

In questa e nelle precedenti serate sono chiamati in gioco due concetti, quelli di professionismo e dilettantismo. Nel modo comune di sentire a questi concetti corrispondono i due diversi atteggiamenti che possono essere assunti, per scelta o per necessità, rispetto ad attività specifiche, ma oserei dire anche rispetto all’esistenza nel suo assieme. Da essi derivano poi i sostantivati professionista e dilettante e gli aggettivi professionale e dilettantesco. Ora, mentre per i concetti e i sostantivati sopravvive bene o male una distinzione neutra, nel senso che non implicano un giudizio di valore ma indicano solo diverse modalità di approccio (che poi nell’utilizzo corrente dei termini il giudizio di valore entri comunque è un altro discorso), per quanto concerne gli aggettivi questi vanno ormai decisamente a connotare nel primo caso un approccio serio, un impegno continuativo e profondo, una conoscenza robusta, nell’altro un interesse quanto meno non prioritario, un impegno sporadico e superficiale, una conoscenza limitata, quando non lacunosa. A monte c’è una separazione tra professione e diletto che oserei dire tutta e solo moderna, e alla cui origine varrebbe la pena dedicare uno specifico incontro: ma non voglio annoiarvi con un’esegesi storica e semantica nella quale affogherei dopo due bracciate. Mi importava solo mettere sullo sfondo alcune delle sfumature che i concetti di dilettantismo e professionismo possono assumere e delle ambiguità cui possono dare origine.

Definito lo sfondo, torno ad occuparmi del tema specifico della serata: la mia passione per la scrittura. Alcuni giorni fa ho provato a redigere una bibliografia di quel che ho scritto nell’ultimo quarto di secolo. Ho recuperato un centinaio di titoli, per cose che variano in consistenza da una a trecento pagine: mi ci sono volute due ore. Provo ora a riassumere l’elenco, limitandomi agli argomenti e ai temi principali, perché l’insieme mi ha lasciato perplesso. Dunque: per lo scaffale filosofia e storia delle idee ho scritto tra l’altro su Pico e Bacone, sull’etica di Kant, sulle origini dell’idea di progresso, sulle rappresentazioni del male nel medioevo, sul mito del buon selvaggio e sulla nascita del razzismo. Per quello di storia sugli eretici e sugli ebrei nel medioevo, sulle esplorazioni geografiche e sul colonialismo, sulla rivoluzione inglese e sugli utopisti del Settecento. E poi, una storia dell’alpinismo e una del fumetto western, una storia della scuola e una della scrittura al femminile nell’800: e biografie di viaggiatori, esploratori, scienziati, anarchici, uomini politici, avventurieri e filosofi, oltre a quella di mio padre, e implicitamente alla mia. E mi fermo qui, perché avrei fatto prima ad elencare quello che non ho scritto. O almeno, che non ho ancora scritto. Perché non è finita. Esiste anche un elenco di quello che non sono riuscito a scrivere. Non preoccupatevi, ve lo risparmio.

Non vorrei che questo inventario fosse letto come una fiera di erudizione: mi sembra ci si possano scorgere piuttosto i sintomi di un notevole disordine mentale, di un cervello che fa più giri di un frullatore e rischia di ottenere gli stessi risultati, un omogeneizzato di neuroni. Di positivo c’è però un fatto: non ho spacciato in giro questa roba. Il che non vuol dire che le cose che ho scritto non abbiano una circolazione: significa semplicemente che non ne ho “pubblicata”, nel senso di “messa sul mercato”, una sola riga. In compenso provvedo io stesso ad editare dei volumetti artigianali (questi appunto che vedete), in tirature nell’ordine delle unità, fascicolati e pinzati a mano, operazione che mi procura un particolare piacere sia fisico, tattile e visivo, che psicologico. Inoltre gli scritti sono reperibili da qualche tempo, in questo stesso formato, sul sito dei Viandanti delle Nebbie; per cui tutto quello che andrò ora a dire ha senso solo sino ad un certo punto, solo all’interno di una concezione appartenente al secolo scorso, che vedeva nella pubblicazione a stampa la certificazione di una qualità “professionale”, e quindi alta, della scrittura.

In sostanza: queste cose girano, sia pure entro un circuito molto ristretto, ma non sono in vendita, non vengono distribuite ad un euro in più rispetto al costo del quotidiano e neppure sono edite a spese di qualche ente pubblico o fondazione bancaria.

Ora, è chiaro che di per sé la mancata pubblicazione non significa niente: a dispetto di tutto, credo che solo in questo paese gli aspiranti autori siano qualche milione. Ciò che restringe alquanto l’apparentamento è il fatto che la pubblicazione non l’ho mai cercata (ma anche qui, siamo ancora in parecchi), o l’ho semplicemente declinata quando mi è stata proposta (e qui direi che diventiamo invece pochini).

Perché non ho cercata, o ho in alcuni casi rifiutata, la pubblicazione? Un’amica mi ha detto che questo mio “disinteresse” è frutto di un atteggiamento snobistico (accreditandomi peraltro di uno snobismo molto sottile, perché in genere, contrariamente a quanto ora sto facendo, non lo ostento). Dal momento che la mia amica è una persona ironica e intelligente presumo abbia assolutamente ragione, e che la sua non volesse affatto essere una critica. Forte poi del fatto che non ho mai ben capito cosa sia snob, io l’ho preso per un complimento: se vuol dire quello che intendo io, mi iscrivo da subito tra i candidati alla qualifica di snob.

Non sono infatti una persona semplice, come sanno tutti quelli che mi conoscono, ma sono paradossalmente troppo sbrigativo, o forse solo troppo pigro, per complicarmi la vita con calcoli del tipo “mi si noterà di più se pubblico o se non pubblico”. E nemmeno mi si addice l’atteggiamento dell’incompreso che difende orgogliosamente la sua dignità: “meglio primo tra gli inediti (ma qui è una bella lotta) che ultimo tra i pubblicati”. Per la carità! È tutto molto più banale (anche se, a rifletterci bene, il mio modo di vedere la cosa è davvero un po’ complesso – che è comunque diverso da complicato).

Non so se sono uno snob, ma sono certamente sotto alcuni aspetti presuntuoso. Presumo, o meglio, pretendo da me (il “tu devi” kantiano) livelli alti. Le misure naturalmente le detto io. Ora, nella scrittura i livelli sono determinati da due fattori: ciò che hai da dire, e come lo dici. Io non credo di avere da dire nulla di particolare. Per quel che concerne la saggistica, in primis gli interessi storici, non ho raccontato alcunché di nuovo e non ho elaborato teorie o interpretazioni innovative. Le cose che ho scritto sono in fondo ovvie, al più le ho magari messe in fila in maniera un po’ diversa, e presentano un colpo d’occhio differente. Ma nulla per cui valga la pena davvero sbattersi a diffonderle. Se sotto sotto un intento c’era, era quello di divulgare divertendo: ma, come vedremo, un intento del genere cozza almeno in parte con la concezione della cultura che coltivo, questa forse davvero snobistica.

Per la narrativa vale invece un’altra considerazione. Qui la forma è quasi (o senza quasi) più importante del contenuto, perché in fondo quelle che si raccontano da duemila e cinquecento anni a questa parte sono sempre le stesse storie, e quindi ciò che conta sono le varianti nell’insaporitura e nella presentazione del piatto. In questo campo credo di avere almeno un dono: so riconoscere la mano felice, e distinguere tra chi ha la mano felice e chi scrive bene. Chi scrive bene fa dei compiti onesti e corretti, chi ha la mano felice regala coinvolgimenti ed emozioni. Bene, io ho capito, molto presto per fortuna, di essere uno scrivano diligente e ordinato, al più talvolta un po’ bizzarro, ma di non avere “il dono”. È stato intuitivo, ma ne ho avuto poi la conferma in più di una occasione, quando ho letto i libri che avrei voluto scrivere io, o che addirittura in parte avevo già scritto, e ho capito che non avrei mai saputo dire le stesse cose altrettanto bene.

Secondo voi, quando uno ha questa duplice consapevolezza, di non aver nulla di così importante da dire e di non avere le qualità per dire le cose in maniera così affascinante e diversa da valer la pena trasmetterle agli altri, che deve fare? Si lascia morire d’inedia o si iscrive a una scuola di samba? No, se come me ama il cibo ed è goffo nei movimenti continua a scrivere, disgiungendo questa attività dalla prospettiva di essere pubblicato. Continua a scrivere per sé, anche se poi, nel momento stesso in cui scrive, lo fa pensando ad ipotetici lettori. Intanto però si gode il fatto di non dover tenere conto di lettori reali, ma di un pubblico perfetto, di non soggiacere allo stress di adattare il proprio pensiero a quello degli altri, perché i suoi lettori ideali sono tanto sensibili e intelligenti da capire senza problemi ciò che sta dicendo.

Questa libertà non è cosa da poco. Chi scrive per sé immagina di rivolgersi ad un ideale pubblico di lettori, e ciò lo aiuta a decidere come impostare il discorso, che sviluppi dargli, ecc…, ma poi in realtà scrive quello che vuole, quello che gli passa per la testa: solo cerca di metterlo in riga in una forma strutturata, discorsiva, argomentativa, convincente, insomma, vedete un po’ voi. Può suonare come un esercizio sofistico fine a se stesso, e magari lo è, ma alla fin fine anche per rispettarsi un po’ di disciplina ci vuole. Personalmente quando mi metto davanti al foglio a quadretti ho già in testa il succo del discorso, so dove voglio arrivare, ma in genere non ho la minima idea di come farlo. Le cose vengono poi da sole. Scrivo di getto, fino a che non ho tirato fuori tutto. Poi riverso quello che ho scritto sul computer, e magari cambio completamente l’ordine, ma quasi nulla della sostanza.

Questo del passaggio al computer è però un argomento particolare, cui vorrei dedicare qualche minuto. Devo innanzitutto confessare che non è del tutto vero che non ho mai pubblicato nulla. Moltissimi anni fa, quasi quaranta, ho collaborato alla scrittura di un’opera a carattere storico a molte mani, che finì per occupare dieci volumi, pubblicati nel giro di cinque o sei anni, e alla quale contribuirono anche nomi importanti, quasi tutti stranieri (ecco una possibile ulteriore motivazione del mio “disinteresse” attuale per la pubblicazione. Diciamo che ho già dato, ho già avuto e non ho bisogno di provare nuove ebbrezze. Ma in questo momento mi serve per parlare di un’altra cosa). All’epoca scrivevo come oggi a mano, correggevo e riscrivevo, battevo poi su una Olivetti 22 e ricorreggevo ancora; infine trascrivevo il testo risultante in tre copie, con la carta carbone. Sembrano secoli, succedeva invece fino a venticinque anni fa.

Bene, questo procedimento imponeva un ordine mentale completamente diverso. Per ogni capitolo stendevo una scaletta, ordinavo gli eventi e le argomentazioni, li sviluppavo, curavo poi le cuciture, ci tornavo per la lucidatura linguistica definitiva. Un lavoro certosino, che comportava lunghe riflessioni su ogni frase, su ogni rigo, prima di passare alla trascrizione. Ricordo ancora l’emozione che provai nel vedere stampato il mio primo capitolo: non mi sembrava neppure più mio, l’ultima volta che lo avevo riletto era tutto rabberciato dalle correzioni che andavano a sovrapporsi alle battute sbiadite di un nastro usato per dritto e per rovescio. Ora era lì, ordinato e disteso in sedicesimo su fogli di carta levigata, in file ordinate, senza lettere spostate in alto o in basso, senza sbavature o spazi superflui. Aveva acquisito l’autorevolezza della parola stampata, che lasciava supporre dietro ben altre conoscenze e anni di ricerche di quelli che io sapevo esserci in realtà.

Oggi quell’autorevolezza, se uno sa impostare un layout editoriale, cosa che è estremamente semplice, le tue parole ce l’hanno subito: ma paradossalmente il fatto di poterle cancellare o spostare o tagliare e ricucire, ecc …, finisce per togliergliela. Non so se riesco a spiegarmi. Il computer induce a scrivere (e infatti!), ma non induce a ripensare e a meditare molto su ciò che si scrive, e alla fine neppure a crederci. Vedi già l’effetto che fa, e questo ti ruba (almeno, lo ruba ad uno snob come me) il piacere e l’affanno di scoprire quello che potrebbe fare. Inoltre, che la destinazione sia o meno quella della stampa, la facilità e la velocità stesse con cui si arriva ad un’alta definizione “visiva” del testo finiscono per fartelo considerare un prodotto di rapido consumo, e quindi a farti curare piuttosto i dettagli della confezione che non la genuinità degli ingredienti. È sufficiente andare a consultare qualche voce su siti di prestigio, che dovrebbero fornire garanzie di accuratezza (provate quello della Treccani, ad esempio), per averne la prova. Chiusa la parentesi.

Torniamo invece alle motivazioni. Insisto, io scrivo per il piacere di scrivere. Quando scrivo un pezzo cerco di salvaguardare i diritti tanto del respiro mentale quanto di quello fisico, di dargli scorrevolezza; voglio che la superficie risulti liscia come quella di un piatto ben lavato. Mi disturbano le scabrosità, e ripasso più volte la spugnetta. Poi, quando finalmente riesco a staccarmene, di norma molto prima di esserne davvero soddisfatto, lo faccio alla maniera dei lupi. È un figlio che deve andare per la sua strada, ho già in mente altro. In genere non rileggo volentieri le cose che ho scritto, perché ogni volta cambierei e rifarei tutto, ma sostanzialmente perché non mi interessano più. Non che non mi interessi più l’argomento: solo, quel pezzo era una sorta di riassunto mentale di cui avevo bisogno per riordinare le mie idee, utilizzabile magari anche per un confronto ristretto con quelle altrui. È normale che dopo qualche tempo, ci sia stato o meno il confronto, mi appaia superato.

Un’altra motivazione del mio … chiamiamolo riserbo, è che ritengo che le cose che scrivo siano strettamente legate alla mia persona e alla mia storia, forse troppo per poter essere lette da chi non mi conosce. Anche qui, non so se considerare questo come un esito o come un presupposto. Voglio dire che quando scrivo, e mi scelgo il mio pubblico, posso dare per scontate certe conoscenze, relative sia ai fatti, ai personaggi o agli argomenti che tratto, sia a chi li tratta. Dato che in genere mi accosto alle cose con un certo disincanto, che io vorrei fosse ironia, e dato che non sempre sono sicuro che si capisca che sto usando quel metro, mi rassicura poter pensare che chi mi conosce sa che sono così, e che uso quel metro. Tutto ciò mi permette anche di civettare col mio lettore ideale, facendo riferimenti o allusioni a ipotetiche conoscenze o esperienze comuni (ecco, il mio pubblico ideale potrebbe essere quello di una cerchia ristretta cui leggere le mie cose, sul modello di Tolkien e degli Inklings. In questo caso il dominio sulla materia sarebbe totale, perché sarei padrone anche dei toni e delle pause. Lo so, questa è già patologia).

A questo punto si sarà capito quanto autocompiacimento c’è dietro quello che scrivo. E come ciò sia incompatibile con una possibile “mercificazione” delle mie cose, perché la pubblicazione è anche questo. Le cose che scrivo non possono avere un prezzo di copertina: nessuno può acquistare il diritto di leggerle per qualche euro. Entrano in un giro di scambio che suppone l’amicizia e la reciprocità. Soprattutto, voglio mantenere una posizione di forza nel rapporto: se non ti piacciono, non ti sono comunque costate nulla, non puoi lamentare una delusione. Non è però solo una deviazione mentale: io ho davvero questa concezione dello scambio culturale, che vale per tutto, dall’arte alla musica. Non concepisco un “professionismo” culturale che non sia quello connesso ad una attività specifica legata alla cultura: l’insegnamento, la ricerca, l’organizzazione. Il mestiere di scrittore per me non esiste. Sebastiano Timpanaro, una delle figure più eminenti della nostra cultura del secondo novecento, diceva: io faccio il “revisore di bozze” (in realtà faceva ben altro, come curatore editoriale; ma dovendo qualificarsi con un’attività concreta, vedeva giusto quella).

Quindi, certo, c’è un sacco di autocompiacimento. D’altro canto, se non ci fosse non si capisce perché perdere tanto tempo (in verità neanche poi tanto) a scrivere. E comunque, per arrivare a questa conclusione ho avuto bisogno della presente seduta di autoanalisi, perché in realtà non ci avevo mai pensato seriamente prima: e forse mi sono inventato tutto per l’occasione.

No, non è così. Mi spiace di avervi fatto perdere tutto questo tempo per arrivare a dire una cosa tanto semplice, anzi, a ribadirla. Scrivo perché mi diverto, mi diverto un mondo. E badate, non ho una visione ristretta del divertimento. Ho saputo e so divertirmi in tanti modi, anzi, a dispetto del mio disincanto ho avuto la fortuna di trovare sempre la vita, tutto sommato, divertente, o almeno di saperne cogliere gli aspetti divertenti. Mi piace stare solo e stare con gli amici, camminare in montagna e rannicchiarmi nel mio studio: ma soprattutto mi piace leggere, e ancor più mi diverte scrivere (per forza, perché qui ho una parte più attiva nel gioco). Quindi mi riesce difficile immaginare una concezione penitenziale della scrittura, il tormento dello scrittore, il rovello della pagina bianca, tutte quelle cose lì che fanno tanto folklore. Non che non ci creda, per carità: immagino che chi ritiene di aver molto da dire voglia farlo nella maniera più incisiva, più perfetta, più definitiva possibile. È giusto, è serio che sia così. Ma, al di là del fatto che dovrebbe essere il traguardo anche di chi da dire ha poco, tutta questa drammatizzazione non è per me. Non ho mai creduto che Pavese si sia suicidato per impotenza creativa, di qualsiasi tipo. Se uno davvero si sente così stanco, ha mille altri motivi più validi per scendere dal treno.

Questo ci riporta comunque al dilettantismo. Dicevo che il dramma creativo non è il mio caso perché sono un dilettante, nel senso appunto che mi diletto. Davanti ad una pagina bianca non mi assale il tormento dello scrittore, casomai una compulsione a riempirla. Se non so cosa scrivere o come scriverlo, disegno: mi piace molto anche disegnare, e riempio fogli su fogli di paesaggi montani con piccole baite (n.d.r: non ho mai dipinto, né reso pubblico un mio disegno). Davanti al monitor mi diverto a cambiare le parole o la loro disposizione. Quando non mi diverto più, faccio dell’altro. E qui torniamo al discorso iniziale: non ho alcuna urgenza di comunicare alcunché al mondo. Ma si badi, sono cosciente che anche questa è a suo modo presunzione. Voglio dire: credo che mi impegnerei fino in fondo per far arrivare il mio verbo al maggior numero di persone possibile se ritenessi che fosse qualcosa di indispensabile, che potrebbe cambiare in meglio la vita di qualcuno. Oggettivamente so che non è così, quindi non vale la pena affannarmi più di tanto. So anche che se tutti la pensassero a questo modo non esisterebbe, o quasi, la letteratura e sarebbe ridotta al minimo la saggistica, perché la prima esiste anche per offrire divertimento e consolazione, e la seconda per assecondare anche le piccole e private curiosità. Per fortuna non è così, direi anzi che prevale l’idea che tutti abbiano qualcosa di significativo da dire, e godiamo di un’ampia scelta.

Sono infine un dilettante perché ho troppi interessi. L’ho già detto, ma ora vorrei chiarire che non penso che l’avere tanti interessi sia sempre un male, anche se è difficile stabilire il confine tra i tanti e i troppi (e nel mio caso poi lo è in modo particolare). Questa attitudine corrisponde evidentemente ad un modo di concepire la vita. In effetti io sono curioso di quasi tutto, e quindi non riesco a concentrarmi su qualcosa in particolare: non so rinunciare a niente che mi intrighi. Ma, ripeto, non credo che questo significhi per forza essere superficiali, e neppure che crei sempre una inconcludente dispersione. Nei casi positivi può rimandare ad esempio all’idea che sotto sotto tutto si tenga, che tra la storia del fumetto western, quella dell’alpinismo e l’etica di Kant corra un sottile legame. Magari poi l’unico legame sarà proprio il fatto che tutte e tre queste cose mi intrigano: e vorrà dire che se non c’era l’avrò creato io. In definitiva, fatte le debite proporzioni, direi che questo è un atteggiamento “enciclopedico”, sul tipo di quello degli ultimi grandi illuministi, del mitico Humboldt. Per forza mi sono innamorato di quell’uomo. Non conosceva per ragioni anagrafiche il fumetto western, ma l’etica kantiana e l’alpinismo li aveva messi assieme eccome.

Ecco, Humboldt – tanto ormai l’ho giocato e conviene quindi andare fino in fondo – è la dimostrazione che si può essere intrigati da tutto senza per forza essere superficiali e approssimativi. Se le cose che ti interessano fanno parte per te di un “grande disegno” (che non è affatto il disegno intelligente dei creazionisti, ma quello più modesto che hai in mente tu) non è necessario che vada a trovare il particolare o il dettaglio inedito per dare un senso al tuo lavoro, a meno che si tratti di un particolare che cambia tutto il quadro. Diciamo che ti riservi un lavoro di sintesi, mentre quello dell’analisi lo lasci agli altri, ai professionisti. L’importante è che qualsiasi parte ci si riserva venga poi interpretata con serietà. Occorre essere molto seri col proprio dilettantismo, perché il diletto può venire solo dalla coscienza di essere “filologicamente” inappuntabili, come avrebbe detto il solito Timpanaro. Non vedo d’altro canto che piacere si possa trarre dall’approssimazione, o dal millantare conoscenze che non si possiedono: visto che uno può scegliersi i lettori ideali, immagino vorrà sceglierli intelligenti, e voglia offrire loro cose quantomeno precise nei contenuti e corrette e accattivanti nella forma. Sono anzi convinto che il vero dilettante, a differenza del professionista, sia in una condizione che non gli consente assolutamente di barare, se non vuole prendere in giro proprio il primo e il solo lettore veramente ideale, cioè se stesso. Quindi, diletto negli intenti, ma professionalità nei modi e negli strumenti.

A chi destinare poi un lavoro svolto con questi principi è un problema secondario; se si ritiene valga la pena, sia almeno dignitoso o sia decisamente importante, lo si partecipa in qualche modo anche ad altri. Ma in genere chi si dedica a questo tipo di ricerca non lo fa per gli altri. Lo fa per rispondere ad un bisogno proprio, se vogliamo ad una propria presunzione: quella di voler capire (nei casi più gravi, di aver capito) il senso del tutto.

Ammetterete che chi si è preso un impegno simile non ha tempo da perdere con la pubblicazione.

 

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Il cielo stellato e l’etica di Alan Ladd

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

Non c’è cosa più difficile del far comprendere ad uno studente il senso e la grandezza del “tu devi” kantiano. Non certo per colpa di Kant, che ce l’ha messa tutta per spiegarsi, riuscendoci peraltro benissimo. E nemmeno va tirata in ballo l’inadeguatezza degli insegnanti: ce ne sono anche alcuni (pochi, in verità) che Kant lo hanno capito e lo amano, ma quando si tratta di trasmetterne la lezione etica incontrano gli stessi scogli. Io credo che il problema sia un altro, e che valga per l’etica pressappoco quello che sant’Agostino diceva del tempo: cos’è dunque? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. (Da notare che sant’Agostino non diceva di non saperlo: confessava solo di non essere in grado di spiegarlo).

Ora Kant, che era uno tosto, e a dispetto delle sue cautele davanti al noumeno pensava che in un modo o nell’altro si potesse spiegare tutto, si è messo di buzzo buono per arrivare ad una definizione razionalmente corretta e coerente dei fondamenti della morale (lui chiama così quella che io preferisco chiamare etica, e più sotto spiegherò il perché. Ma mi sembra etico non attribuirgli un uso lessicale che non è suo): e lo ha fatto svolgendo non una ricerca conoscitiva, ma un’indagine critica, sapendo cioè già perfettamente dove voleva arrivare, e quindi lavorando per esclusione, chiarendo semmai che cosa non è la morale, cosa non attiene alla sua sfera. Si potrebbe dire che ha fatto un giro completo per tornare al punto di partenza, ma che nel corso del giro ha fatto pulizia di un bel po’ di false idee. Il problema della gran parte degli studenti (e anche degli insegnanti) è dunque questo: lungo il giro si perdono per strada, e non sono più in grado di tornare là da dove sono partiti. Vediamo se una trattazione del tema “morale” in forma meno “filosoficamente corretta” può rivelarsi utile.

Prima di procedere, però, penso siano opportuni un paio di chiarimenti lessicali: riguardano l’uso che farò in questo discorso di voci apparentemente sinonime. Il primo chiarimento riguarda una voce verbale: per quel che mi concerne, un conto è capire, un altro è comprendere. Non sono affatto sinonimi, tanto che è possibile capire senza comprendere o, viceversa, comprendere senza capire. Nel nostro caso quando si parla di capire si intende decifrare, aver chiaro quello che Kant dice; quando si parla di comprendere si intende “farlo proprio, viverlo”. E se capire il ragionamento di Kant tutto sommato non è così difficile, farlo proprio, o meglio, ri-conoscerlo come proprio, non è da tutti. Il passaggio alla comprensione avviene infatti in maniera paradossale: si comprende Kant quando ci si accorge che il suo ragionamento non ci serve più. Ci ha portati sulla strada giusta, ma adesso dobbiamo camminare da soli (un po’ come Dante con Virgilio).

Il secondo chiarimento riguarda invece, come ho anticipato, i termini etica e morale. Nell’accezione più diffusa la morale viene definita come un insieme di valori condivisi in particolari epoche storiche da particolari gruppi sociali, e delle regole che vengono elaborate per affermarli e praticarli. L’etica, o filosofia morale, sarebbe invece la dottrina filosofica che ha per oggetto queste regole e questi valori, ma che all’aspetto “normativo” (l’indicazione dei valori e dei criteri) unisce anche un aspetto “descrittivo” (dei valori di fatto a cui si ispira). Insomma, la seconda sarebbe una sorta di narrazione della prima, e l’una e l’altra vanno comunque storicamente contestualizzate.

Io preferisco un uso forse filosoficamente meno corretto, ma che ha una sua ragion d’essere. Mi rifaccio direttamente all’etimologia dei termini, per ricavarne il riferimento a due sfere distinte. Etica ha la sua radice nel greco ethos, parola che indica l’abitudine (non a caso i romani la traducevano con habitus, il modo di apparire), il modo costante di comportarsi. L’habitus si riferisce alle persone singole, e d’altra parte nella cultura greca classica l’individuo veniva prima della collettività. Quindi, per me, l’etica concerne il comportamento di un singolo essere umano nei confronti dei suoi simili.

Morale deriva invece dal latino mos, (costume, usanza), e si riferisce appunto all’insieme dei costumi e delle usanze ereditate dagli antenati. Perfettamente in linea con il modo di pensare romano, che anteponeva la collettività all’individuo. Perciò la morale riguarda le norme di un gruppo, mentre l’etica riguarda il singolo. Se costui non si sintonizza sulle consuetudini e sulle norme comuni, quindi sulla morale del gruppo, non per questo sarà privo di una sua etica. Al contrario, chi si adegua pedissequamente a questa morale collettiva, senza viverla in modo problematico, non ha alcuna idea di cosa sia l’etica.

Solo per correttezza nei confronti di Kant utilizzerò quindi in queste pagine i due termini come sinonimi, ad indicare entrambi quella che io considero comunque una dimensione etica.

Ora possiamo finalmente tornare a Kant. Dire che oltre un certo punto non ci serve più non è infatti un buon motivo per buttarlo fuori. Anzi, Kant vive e ragiona con noi. Certo, non staremo qui a ripercorrere tutta la trattazione ordine geometrico demonstrata che fa nella Critica della Ragion Pratica: non è questo il tema che mi ero proposto e comunque la dimostrazione la si può trovare già bella e farcita in qualsiasi manuale di filosofia, o su Internet. Mi azzardo a dire che, ai fini del mio discorso, che è quello della comprensione, potrebbe riuscire persino inutile. Vediamone però almeno i passaggi fondamentali.

Intanto Kant definisce i limiti del suo campo di indagine, e taglia subito la testa al toro. In primo luogo non è suo compito dimostrare che esiste una coscienza, che quindi l’uomo ha in sé una dimensione morale, perché questo è un dato di fatto. Ci sarebbe magari da discutere sull’evidenza della cosa (e lo faremo), ma sul dato di fatto non ci piove. Almeno sino a quando ci si riferisce all’uomo nei termini generici della specie. Comunque, Kant parla di qualcosa che attiene allo specifico della natura umana: come uomini siamo mossi indubitabilmente da una inclinazione al male (altrimenti non si spiegherebbe perché il mondo funziona come funziona), ma siamo anche caratterizzati dalla coscienza del bene. Ciò significa che per lui il senso morale è innato. Non è dettato da una rivelazione, non si è educato storicamente, non dipende, come pensavano molti dei suoi contemporanei, dal clima, dall’ambiente, dalla tradizione. È in noi, e potrebbe anche bastarci il sapere che c’è.

Cerchiamo tuttavia di capire meglio. Il fatto che in ogni uomo esista un senso morale innato non vuol dire secondo Kant che esiste un pacchetto di valori ben precisi, perfettamente definiti: esiste invece quella che un neuropsichiatra contemporaneo, Mark Hauser, riprendendo la terminologia di Chomsky relativa al linguaggio, definisce una grammatica morale, ovvero una disposizione naturale della nostra mente a valutare positivamente o negativamente certe azioni e certi comportamenti. Non voglio fare di Kant un precursore della moderna neurobiologia, anche se la tentazione è forte: lasciamogli dire solo quello che ha effettivamente detto. E ciò che ha detto è che questa disposizione in noi c’è, non importa che ce l’abbia messa il padreterno o chi per esso, ed è tale per cui noi siamo portati ad esprimere un giudizio morale, ad adottare una scala di validità o meno rispetto alle nostre (e per estensione anche alle altrui) azioni. Ma il giudizio, e la scala stessa di valori, non ci sono suggeriti dall’esterno: la scelta è nostra, ed è operata in base alla nostra razionalità.

Qui azzardo un termine che Kant non usa, ma che è implicito. Il termine è: “evidenza”. Sta a voler dire che, razionalmente, la bontà o la negatività di certi comportamenti è evidente. Siamo in grado di distinguere benissimo se ciò che stiamo facendo è bene o male: se pianto alberi perché tengano su la terra delle colline, e lo faccio alla mia età, quando so già che non li vedrò crescere, sto agendo moralmente; se maltratto un disabile o faccio violenza ad un bambino, so che sto agendo male. Non c’è bisogno di tante spiegazioni: è evidente, e non c’è barba di cultura diversa che tenga.

In secondo luogo Kant non intende nemmeno proporre un nuovo sistema di valori, ma solo spiegare a quali condizioni quella che potremmo definire una generica consapevolezza diventa coscienza morale. Per questo motivo è stato accusato di ridurre la morale ad un puro esercizio di forma: in fondo, si dice, si limita a identificare le condizioni che rendono possibile l’esistenza di una morale, senza dirci poi quale questa morale ha da essere, cosa è bene e cosa è male. E per fortuna, vien da aggiungere: ce ne sono già troppi, da Ratzinger a Komeini e a tutti gli altri, che ce lo spiegano. Kant invece dice: non hai bisogno che te lo spieghi io, lo sai già, te lo detta la tua coscienza.

Certo, messa così pare il cane che si mangia la coda. Noi abbiamo una coscienza, ce lo dice il fatto che sappiamo distinguere tra il bene e il male, e sappiamo distinguere tra il bene e il male appunto perché abbiamo una coscienza. Non fa una piega. Ma non potremmo allora chiamarlo un “istinto morale” e darci un taglio? No, dice Kant, lo chiamiamo coscienza perché l’uomo non solo è consapevole, ma è addirittura legislatore di se stesso e arbitro delle proprie scelte: ciò significa che per quanto concerne la sfera morale è perfettamente autonomo, indipendente da ogni determinazione naturale e dalla soggezione a qualsivoglia autorità o finalità. A differenza degli altri animali l’uomo può scegliere, e scegliere suppone appunto la possibilità di decidere in perfetta autonomia tra vari comportamenti alternativi. Questi comportamenti possono essergli “dettati” da necessità o forze esterne, ma non imposti. È sempre lui, in ultima istanza, a decidere: e lo fa sulla base di un codice che lui stesso si è dato. Direi che è qualcosa di più del libero arbitrio: questa è “libertà”. Dopo coscienza, questo è dunque il secondo termine chiave: possiamo operare delle scelte perché siamo liberi.

Ma questa affermazione può essere ancora accettata, oggi, alla luce degli ultimi sviluppi delle conoscenze genetiche, neurologiche e psicologiche? I “falchi” della genetica non sarebbero d’accordo: i nostri comportamenti – direbbero – sono in realtà determinati per una percentuale altissima, tanto alta da consentirci solo una semi-libertà. Le “colombe” addolcirebbero la pillola: noi siamo certamente più liberi di qualsiasi altro animale, perché da un lato il nostro sistema nervoso è troppo complesso per poter essere determinato in ogni suo dettaglio dai geni, dall’altro perché siamo i depositari di una evoluzione culturale che sollecita uno spettro enorme di comportamenti possibili, e quindi garantisce una grande libertà. Ma non una libertà assoluta.

Ebbene, replicherebbe Kant, non mi importa un accidente di quanto siamo o meno determinati. È vero, siamo soggetti ad una serie di condizionamenti naturali, sociali, affettivi, ecc…; ma questo non significa che nel nostro intimo non ci rendiamo conto di come dovremmo agire, al di là di questi condizionamenti. E che volendolo davvero, non possiamo agire proprio così. Ora, delle due l’una: o pensiamo che Kant sbagli, e che non tutti possiedano una coscienza privata capace di dettare quei comportamenti che all’ingrosso chiamiamo morali, e allora dobbiamo assumerci i rischi e la responsabilità di questa nostra convinzione (che si fa? studiamo un test per identificare i senza coscienza, e poi si sterilizzano o si eliminano, oppure li tolleriamo, sperando che si estinguano per via naturale?): oppure crediamo abbia ragione, e allora come e perché questa coscienza si sia formata, e quali meccanismi la regolino, ai fini del nostro discorso ha in fondo un’importanza relativa. Ribadisco, a Kant interessa solo fino ad un certo punto il perché uno poi faccia o non faccia determinate scelte: vuole essenzialmente che sia chiaro che la scelta è possibile, e che se facciamo qualcosa che sotto sotto non ci piace, lo abbiamo voluto noi.

Il terzo termine è infatti “volontà”. Non solo noi possiamo scegliere. Noi vogliamo scegliere. Le scelte si possono fare anche controvoglia, per necessità, per debolezza, per ignoranza. La scelta morale è invece perfettamente consapevole: so di aver dettato io la norma, il che potrebbe anche indurmi a scendere a compromessi con me stesso: invece voglio essere coerente e adempiere sino in fondo al mio mandato morale. E questo a costo di qualsiasi sacrificio, perché è in verità la realizzazione del me che volevo essere quando ho dettato, consapevolmente e razionalmente, la norma. Quindi, l’atteggiamento morale non ha a che vedere con l’effetto, con il risultato, ma con il modo, o meglio, con l’intenzione.

La discriminante per Kant è proprio questa. Addirittura qualunque comportamento mirante ad ottenere un risultato positivo (un premio), o a evitarne uno negativo (una punizione), per lui non è morale. Non dice che non sia buono, auspicabile o addirittura encomiabile: semplicemente, non possedendo il requisito di una totale autonomia decisionale, non ricade nella sfera della moralità. Lo stesso vale per qualsiasi azione dettata dal sentimento, anche quando si tratti di amore o pietà o altri moti positivi dell’animo. Nemmeno la ricerca della felicità, che parrebbe un ottimo fine, risponde all’imperativo morale assoluto, “categorico”, come lui lo chiama: è condizionata infatti da una miriade di variabili, da ciò che intendono per felicità persone diverse, o le stesse persone in momenti e in situazioni diversi: e quand’anche non fosse la ricerca “egoistica” di una felicità individuale, ma quella “altruistica” di una felicità collettiva, varrebbero gli stessi limiti. Anche in questo caso, non vuol dire che non sia giusto cercare la felicità, massime se si cerca di realizzare quella di tutti: semplicemente, questo non ha a che fare con la legge morale.

Cosa cavolo è dunque questa legge? La legge morale è riassunta da Kant in una formula secca: il “tu devi”, appunto. Una formula che non ti dice “cosa” devi fare, che è slegata da ogni situazione specifica, da ogni valutazione di opportunità e conseguenze; ti dice “come” devi agire. La legge constata e certifica l’esistenza della norma. Non “di una” norma: “della” norma. Vediamo di capire, perché questo è il punto delicato.

Cosa significa che esiste una norma? La risposta contemporanea potrebbe essere che l’uomo, dovendo surrogare quegli istinti che dettavano “naturalmente” ai suoi antenati i comportamenti da adottare e da evitare, ha elaborato “culturalmente” delle norme comportamentali funzionali alla sopravvivenza della specie. Il che è più che plausibile, ma suona anche molto relativistico: perché la funzionalità è comunque un vincolo, è soggetta nel tempo a trasformarsi e ad essere diversamente interpretata, risponde a criteri quantitativi piuttosto che qualitativi, non è quindi cogente in assoluto. Una risposta del genere infatti a Kant non sarebbe bastata. Per lui la legge morale esiste solo per il fatto di esistere, in quanto tale, indipendentemente dagli scopi, dagli effetti, dai “contenuti”. Se vogliamo, è piuttosto quella forma che dà senso al contenuto: non supplisce ad un mancato adattamento biologico all’ambiente, al fatto che l’uomo sia l’unico animale a nascere “inadatto”; non garantisce la sopravvivenza della specie, semmai ne giustifica l’esistenza. È una presa d’atto dell’eccezionalità umana, e insieme un regolatore contro le derive possibili di questa eccezionalità. Come se l’uomo, orgoglioso ma anche spaventato della potenza che il suo cervello, la sua razionalità gli mettono a disposizione, proprio attraverso questa razionalità avesse deciso di disciplinare tale energia, di renderla costruttiva anziché distruttiva (in fondo è quello che dice Freud rispetto ad altre energie, quelle inconsce, quelle della libido).

Ora, teniamo conto del fatto che Kant pensava queste cose più di duecento anni fa. Nel frattempo c’è stato Darwin, c’è stata la genetica, c’è stato Freud, appunto, le neuroscienze hanno completamente rivoluzionata la conoscenza dei meccanismi di funzionamento della nostra mente. Tutto questo potrebbe indurci a ringraziare Kant per le sue belle parole, ma a liquidarlo come portatore di una visione antropocentrica, formalistica e utopistica, totalmente superata dai tempi. E invece credo che vada letto in altro modo. L’idea che Kant ha della legge morale in realtà prescinde da ogni possibile successivo aggiornamento o adeguamento o rivoluzionamento delle conoscenze: queste possono infatti aver contribuito a farci capire qualcosa di più su come essa sia nata, ma non hanno modificato granché per quanto concerne la consapevolezza che noi abbiamo della sua esistenza.

In sostanza: navigando a braccio tra le legittime nebbie del linguaggio e delle formule kantiane, che non potevano essere che quelli, alla fine arriviamo in vista di una concezione di questo genere: siamo uomini, e questo, a dispetto della simpatia per gli oranghi che andava di moda nei suoi anni, marca una differenza; e siamo adulti: ciò significa che abbiamo nelle nostre mani il nostro futuro, e dobbiamo assumercene la responsabilità. Possiamo sbagliare, ma non possiamo più permetterci di scaricare su altri, e neppure di giustificare con la nostra ignoranza e debolezza, la responsabilità dei nostri errori. Sappiamo quel che dobbiamo fare, perché ci è evidente; sappiamo come dobbiamo farlo, perché noi stessi dettiamo le regole. Sappiamo anche che se ci comportiamo in maniera eticamente corretta diamo un senso alla nostra esistenza, altrimenti la buttiamo. E che farlo o non farlo dipende solo dalla nostra volontà. Mi sembra che sia tutto quello che è necessario e sufficiente sapere. D’altro canto, l’orologio vivente di Köenisberg non scrive un manuale per l’installazione e il corretto uso della lavatrice. Ti dice come devi usarla, come impostare i programmi, come va fatta la manutenzione, ma sotto c’è una filosofia: usala, perché fossero anche solo stracci, nel pulito si vive meglio.

E veniamo all’altra accusa rivolta a Kant, quella di un eccessivo rigorismo: l’imperativo “tu devi” dettato dalla razionalità (perché in fondo la coscienza non è altro che razionalità, lucidità assoluta) sembra non lasciare spazio alcuno alle ragioni del sentimento, o per dirla alla Kant del sentimentalismo etico. Anche qui, credo che il problema sia nell’interpretazione, nel fatto che troppi sono più kantiani di Kant stesso. Il nostro professore non dice affatto che non dobbiamo lasciare spazio al sentimento: è invece infastidito da quello che chiama il “fanatismo morale”, ovvero dalla pretesa che l’uomo sia buono per natura e non debba compiere sforzi per mantenere un comportamento eticamente corretto. Conosce benissimo gli uomini, sa che appena possibile si comportano, e soprattutto si giustificano, secondo i dettami del cuore, o delle viscere, piuttosto che quelli del cervello. Facciano pure: ma non vengano poi a dire che “dovevano” comportarsi così, che l’impeto del cuore era più forte di loro, che non c’era altra scelta. Non è assolutamente vero, insiste Kant: per quanto elevati e nobili, non possono essere i sentimenti a determinare la volontà: la scelta l’hai sempre, altrimenti non potremmo parlare di morale. Ciò che dovresti fare, per comportarti moralmente, lo sai benissimo. La moralità è autodisciplina: e la soddisfazione, il senso, possono venire solo al termine di una lotta dura con se stessi, come avviene ad esempio in montagna, con la tentazione continua di mollare tutto e scendere. Poi vedi un po’ tu, ma non cercare scuse. Questo non è rigorismo: è solo dire le cose come stanno.

E qui entra in ballo un ultimo termine, che mi sembra il più significativo anche per chi lamenta il puro formalismo di Kant. Il termine è “rispetto”: rispetto di sé, rispetto degli altri, rispetto della norma. Il rispetto della norma, dato che questa è autonomamente dettata dalla nostra razionalità, e dato che la razionalità è ciò che ci caratterizza e ci distingue come “umani”, è in automatico rispetto di se stessi in quanto umani. E dato anche che la stessa norma appartiene a tutti gli uomini, al di là di ogni differenza di colore, di cultura, di status, è in automatico rispetto degli altri in quanto umani. Quindi, per riassumere, la norma etica è il rispetto stesso della norma. Che non c’entra un accidente con il freddo formalismo.

D’altro canto, a mostrare come stiano poi davvero le cose ci pensa la vita. La morale “aspra e fredda” di Kant, messa alla prova nei rapporti umani, ne esce molto meglio di quella “calda” dei suoi romantici detrattori. Prendiamo ad esempio il rapporto e la differenza tra Kant e Fichte.

Il primo, apparentemente ancorato ad una rigida e formale ritualità, ad una “normalizzazione” totale dell’esistenza e dei rapporti, metodico nei modi e metodista nel sentire, è poi quello che ha convitati tutte le sere per cena, per il puro piacere di stare con gli amici, o che presta soldi ai suoi studenti senza alcuna garanzia di rivederli. È aperto, comprensivo, pacato anche nel disaccordo. Proprio perché ha fiducia nella norma estende questa fiducia a tutti, e ciò in qualche maniera induce gli altri a ripagarla, a meritarsela. Per questo uno studente gli restituisce un prestito dopo trent’anni, e si fa dare informazioni per saldare un altro suo debito: ha continuato a sentire per tutto quel tempo la voce del “tu devi”, e ora è fiero di obbedirle.

Fichte, al contrario, che è un tipo agitato da caldi sensi e da vibranti entusiasmi, finisce per litigare con chiunque, per vivere un’esistenza acida e rancorosa, per non accettare la minima critica, per rendersi villano e ingiusto nei confronti di chi non la pensa come lui (e dello stesso Kant, del quale inizialmente era un entusiasta ammiratore). Parte ateo, giacobino, difensore del contratto sociale, della sovranità popolare, del diritto alla rivoluzione, e finisce spiritualista e codino. Il primo dovere “formale” citato nella sua Dottrina morale è “agisci secondo la tua coscienza”, che sembra Kant, ma è distante anni luce: perché Kant dice “agisci secondo le regole dettate dalla tua coscienza”, e intende una volta per tutte, mentre la coscienza di Fichte, e la sua storia lo dimostra, è piuttosto ballerina. Lo so benissimo che la natura incalza, se c’è uno che lo sa sono proprio io che non sono mai riuscito a tenerla a briglia: ma resta il fatto che cominciare ad appellarsi a questa (ed è ciò che Fichte fa nei Fondamenti del diritto naturale), trarre dall’inclinazione naturale la materia e da quella spirituale la forma della morale, significa già avere rinunciato alla vera libertà, quella almeno di pensare “qui e ora” ad un mondo “giusto”, ad una vita “come se”, e non farne solo il limite ideale cui tendere. Perché rimandare sempre al futuro la “moralità” induce a sacrificarle anche pesantemente il presente e chi lo abita, e a pretendere che sia condivisa da tutti, invece di assumersi la responsabilità di viverla subito, indipendentemente da come la mettono gli altri.

È allora davvero solo “forma” la morale kantiana? non è che la forma, se rispettata e fatta propria per intima convinzione e non per un ossequio fariseo ai rituali, diventi stile, e senso stesso dell’esistenza? Che il rispetto della forma sia comunque il primo passo necessario per introiettare il rispetto di sé, e conseguentemente degli altri?

Spero si sia capito che qui volevo arrivare. La lezione di Kant, almeno quella che ne ho tratto io, è: comincia da te stesso. Comincia tu a comportarti eticamente, visto che sei in grado di sapere come farlo e di scegliere se farlo, senza lasciarti condizionare da tempi, ambienti, credenze, convenienze e tradizioni. In questo senso voglio intendere il suo uso di trascendente: quello della norma che trascende ogni contingenza, che non può mai essere messa in sonno, nell’attesa o addirittura in funzione di tempi migliori.

Ora possiamo davvero congedarci da Kant, immagino con somma gioia e sollievo di studenti, insegnanti o esperti kantiani, per provare a camminare con le nostre gambe. Confesso di avvertire già un po’ di fatica, perché quando mi sono messo a scrivere volevo partire da quattro righe su Kant per poi parlare d’altro, e ora mi ritrovo ad aver tirato giù una decina di pagine. Tutto sommato, però, per quanto mi riguarda non è stato inutile (non so per chi legge). Sono stato costretto a ripensare a quello che ho letto di e su Kant, e soprattutto a chiedermi quanto e come l’ho capito. Perché una certa tendenza a interpretare le cose a modo mio l’ho sempre avuta, ed è possibile che abbia prevalso anche stavolta.

Quello che davvero volevo raccontare non era naturalmente Kant, ma piuttosto come sia possibile riconoscere il bene e il male, e l’imperativo categorico, anche molto tempo prima di incontrare Kant e di leggere la Critica della ragion Pratica. Che è poi la dimostrazione più lampante di quello che Kant nella Critica dice: tieni occhi ed orecchie aperte, e impara l’alfabeto della ragione. Sentirai parlare la tua coscienza, e potrai tradurre nei termini giusti la sua voce.

Dal momento che tratto di senso etico, parlo naturalmente a titolo individuale: ma credo che lo stesso avvenga, in un modo o nell’altro, per tutti. Io ho riconosciuto l’imperativo categorico molto precocemente. Avevo si e no otto anni, e l’ho incontrato sotto le spoglie di Alan Ladd, lo Shane de Il Cavaliere della valle solitaria. Descrivere oggi cosa poteva significare un film negli anni cinquanta per un ragazzino di campagna, e un film western per di più, e quel western in particolare, è impossibile. Infatti non ci provo nemmeno, e mi limito a dire di cosa si trattava.

Shane arriva con un vecchio giaccone con le frange nel tipico villaggio del West; non sappiamo da dove venga, e lui sembra non sapere dove intende andare. Trova momentanea ospitalità in una fattoria, il padre agricoltore, la moglie biondina e carinissima, un bambino più o meno della mia età all’epoca: e poi la casa in tronchi di legno, la stalla, i recinti. Si sdebita aiutando nei lavori: ma è capitato nel bel mezzo di una guerra tra contadini e allevatori, e deve prenderne atto alla veloce. Ogni volta infatti che un contadino si reca al villaggio, dove accanto al magazzino c’è naturalmente il saloon (in realtà il paese è tutto lì, magazzino e saloon), i cow boys del grande ranch escono a provocare, e scoppiano i guai. Quando ci si trova in mezzo Shane mostra di che pasta è fatto, e aiuta il suo ospite Van Heflin a dare una ripassata a suon di cazzotti ai prepotenti. I prepotenti però le lezioni non le capiscono: mandano quindi a chiamare un famoso pistolero, che non ricordo come si chiami ma è interpretato da un giovane e già cattivissimo Jack Palance, il quale non perde tempo e ammazza un colono vicino della famiglia. A questo punto Shane deve scegliere: non avrebbe alcuna voglia di essere coinvolto in una guerra, probabilmente ne è uscito da poco; non è la sua causa, non deve difendere la sua terra né la sua famiglia. Non lo riguarda sotto alcun aspetto. Sa però che tirandosi indietro manderebbe diritto a farsi ammazzare il suo nuovo amico, determinato a difendere a costo della pelle i suoi diritti. E allora prende la decisione: olia la pistola, indossa il cinturone, rende l’agricoltore inoffensivo e si presenta al suo posto per la resa dei conti. Naturalmente si rivela più veloce e più preciso di Jack Palance, e lo fa secco. Poi sale a cavallo, raccoglie i suoi quattro stracci, saluta il ragazzino e riparte. Camus avrebbe detto: solidaire, solitaire.

Un classico. C’era dentro tutto, in continuità con quello che avevo appreso e amato nell’infanzia, le fiabe di Grimm con soldati o animali musicanti, l’angelo della giustizia divina, i primi fumetti western, e già in proiezione verso quello che avrei amato nell’adolescenza, Ettore e il sergente Blueberry, Corto Maltese e il giovane Holden. Ma c’era anche qualcosa di nuovo, perché i protagonisti delle fiabe agiscono comunque per un fine materiale, la mano della principessa o la conquista di un regno, quelli testamentari per ristabilire un ordine divino, mentre Shane agiva solo per coerenza con se stesso e con un personalissimo e insieme universale senso della giustizia. Di nuovo c’era l’ombra di Kant. Diceva in fondo le stesse cose, e questo spiega perché al liceo, quando ho incontrato Kant, non ho scoperto nulla, ho avuto solo delle conferme. Io tra l’altro, data l’età e un ritardo tutto mio di sensibilità per queste cose (ho sempre considerato la presenza femminile nei western un inutile impiccio), non avevo colto le implicazioni sentimentali, in realtà piuttosto intuibili, tra Shane e la moglie carina dell’agricoltore: le ho scoperte solo più tardi, leggendo il libro dal quale il film era stato tratto. Non erano un fattore secondario, rispetto alla scelta morale: Shane sceglie di rinunciare ad una donna di cui si è innamorato (e che a sua volta è combattuta tra l’affetto per il marito e un confuso sentimento che non conosceva), salvando la vita del suo uomo. Se non agisse così non avrebbe più rispetto per se stesso, lo mancherebbe agli altri, non rispetterebbe la norma. Sceglie quindi di agire nel modo più totalmente disinteressato, a dispetto dei sentimenti (l’amore, l’egoismo, la paura), delle leggi degli uomini e di quelle divine. Si comporta in modo perfettamente autonomo: è un uomo giusto, un uomo etico. Quando si tratta di prendere una decisione non è nemmeno sfiorato dal dubbio: gli è tutto evidente. Gli è evidente perché vede la situazione attraverso gli occhi del ragazzino: sa che il ragazzo lo ha eletto a suo eroe e a suo modello. Il ragazzo guarda il padre, lo ama, lo ammira, ma capisce che non è del tutto libero di agire come vorrebbe. Guarda Shane, e sa che Shane può scegliere. Il ragazzino è la voce della coscienza, una coscienza nitida, pulita, semplice. Che gli dice: “tu devi”.

È stato tutto semplicissimo. Io ero quel ragazzino, che in prima fila fremeva: avanti, tira fuori dagli stracci questa benedetta pistola e dagli una lezione. Non era difficile capire per chi fare il tifo, la regia aveva predisposto tutto: da una parte Alan Ladd, biondo e occhi azzurri, dall’altra Palance, con il volto di cuoio e gli occhi strizzati e cattivissimi. Ma non si trattava solo di questo: da una parte c’erano la prepotenza, la slealtà, la viltà di chi se la prende coi più deboli, dall’altra il coraggio, la dignità, la generosità. Era tutto estremamente evidente. E anche se più tardi ho cambiato radicalmente i miei gusti fisiognomici, e Jack Palance è diventato uno dei miei attori preferiti, quelli etici sono rimasti tali. Il che, al postutto, non significa che poi mi sia sempre attenuto all’etica di Shane, ma che quando non l’ho fatto ero cosciente di non farlo, e non mi piacevo affatto.

Io non so se nel nostro corredo genetico sia prevista una grammatica morale. Credo di si, credo che come siamo predisposti (o meglio, lo siamo diventati per via evolutiva) a cogliere particolari colori, particolari frequenze sonore, particolari forme, allo stesso modo siamo portati a preferire particolari valori. Il che non significa che siamo “moralmente determinati”, e questo lo può capire chiunque, basta guardarsi attorno. Significa che sappiamo quel dovremmo fare, e possiamo scegliere di farlo o di non farlo. Non sto parlando di scelte epocali, di vita o di morte: l’etica si esercita nella quotidianità, in un rispetto degli altri che è prima ancora rispetto di sé: è etico, se si è dato appuntamento ad una certa ora, arrivare puntuali, perché in caso contrario non si rispetta il tempo altrui, e prima ancora non si rispetta un impegno liberamente preso con noi stessi. È etico fare bene il lavoro che si è tenuti a fare, per gli altri, chi ne beneficia, chi ce lo commissiona, ma prima ancora per se stessi, perché facendo bene le cose si conferisce loro dignità, e questa dignità, indipendentemente dal fatto che venga apertamente riconosciuta, si riverbera su di noi, in quanto ci dà la coscienza di aver adempiuto al “tu devi”.

Credo quindi che esista una grammatica morale, ma credo anche che in molte menti sia stampata a caratteri poco visibili, o con molti refusi. Kant direbbe: non è possibile, in quanto uomini siamo tutti esseri razionali, e in quanto razionali siamo tutti dotati di una coscienza, e questa coscienza è uguale in tutti. Ma Kant stesso era cosciente di parlare con la voce dell’ottimismo, dell’ottimismo della volontà, del dover essere. Tutta la sua opera è un inno alla gioia per l’uscita dell’uomo dalla minorità. Questo non significa che non si rendesse conto di quanti “minori” ci sono in realtà: solo, sperava diventassero maggiorenni.

Non è stato così. Non lo sarà mai. Ma questo non inficia la grandezza e la validità dell’analisi morale di Kant. Il fatto è che Kant parla dell’uomo, e il mondo è abitato dagli uomini. Kant parla di Shane, e il mondo è abitato anche dai Jack Palace, o peggio ancora, dai suoi mandanti, che non hanno nemmeno il coraggio di affrontare Shane di persona. Ma è abitato soprattutto da un sacco di persone che si ritengono costantemente in credito nei confronti della vita, che non hanno capito che la vita non consta di quello che ti è dato, ma di quello che riesci a farne, che riesci a metterci di tuo: e quindi si sentono sempre defraudati, incavolati con se stessi e con gli altri, e non si piacciono perché intuiscono che la norma c’è, ma non capiscono di esserne loro stessi gli autori, e non si sentono tenuti a rispettarla. Si perdono la bellezza del senso del dovere (ecco un altro termine chiave), il piacere di sentire che alla vita si deve qualcosa, la si deve vivere anziché limitarsi a farla trascorrere, l’idea che l’esistenza è un’opportunità, e che noi abbiamo la straordinaria responsabilità di lasciarci alle spalle qualcosa che insieme le dia un senso e permetta anche a chi verrà dopo di noi di darglielo.

Ora, il fatto che non tutti lo capiscano va tenuto presente (sarebbe difficile far diversamente), così come quello che l’indicazione di Kant è un traguardo ideale: ma nulla di tutto questo deve diventare un alibi per tirarsi indietro.

Dicevo che il ragazzino capisce che Shane può scegliere perché è solo, libero da impegni affettivi o di altro genere. Shane ha per tetto un cielo di stelle, lo stesso cui Kant guardava con ammirazione e venerazione. Ma quella di Shane non è solitudine: è libertà e autonomia piena, e questa libertà, anziché sgravare dalle responsabilità, ne crea una ancora più grande, perché non consente alcun alibi. Shane non lascia un’eredità biologica, che è controllabile fino ad un certo punto, dipende dalla combinazione dei geni: ne lascia una etica, e di questa, direbbe Kant, ha il controllo totale.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Epifanie sotto vetro

di Paolo Repetto, 22 Aprile 2013

Valenza, 19 aprile (a Mario Mantelli)

Carissimo Mario,

avrei dovuto buttare giù queste riflessioni a caldo, la sera stessa dell’incontro-conferenza-conversazione (o che diavolo era). Sono uscito dal centro di cultura con la testa piena di domande – e di risposte – che facevano ressa: domande che ti avrei posto subito, non fosse stato per l’urbanità minima di lasciare un po’ di spazio anche agli altri (a dire il vero non ne abbiamo lasciato molto, e pochissimo anche a te. Ad un certo punto avevi l’aria di un maestro che ha scatenato la discussione tra gli allievi e non sa se essere compiaciuto o preoccupato della piega che sta prendendo).

Oggi purtroppo, a distanza di una settimana, che significa sette giorni di allievi petulanti e docenti postulanti e genitori recriminanti, oltre che di circolari ministeriali, la testa non è più la stessa. Non è sempre vero che le cose vadano lasciate decantare: funziona solo con le bacinelle, non nell’acqua corrente. Provo comunque a recuperare qualcosa di ciò che urgeva all’uscita, cercando di essere schematico (e già questo mi farà pensare e dire cose diverse da quelle che avrei detto). Hai posto l’altra sera tre questioni. Ricostruisco a memoria, ma mi sembra fossero nell’ordine:

  1. Quanto può essere importante la fotografia per la difesa del territorio, e nella fattispecie in quella di luoghi o scorci “magici” che stanno scomparendo?
  2. Può, e se si, come, la fotografia cogliere il “carattere” di un luogo?
  3. Può la fotografia fermare e cogliere un’epifania?

 

  1. Credo che nelle tue intenzioni il primo interrogativo fosse insieme retorico e reale. Certo, la documentazione fotografica ha un ruolo fondamentale nella difesa del territorio. Per i luoghi o per gli scorci “magici” poi l’importanza è ancora maggiore, perché certifica l’esistenza di un particolare “valore aggiunto”. E questa risposta era già implicita nella domanda retorica. Ma, e questa era la domanda vera, riveste davvero per tutti la stessa importanza? Evidentemente no. Prima di certificarli i luoghi occorre vederli, e per coglierne certi particolari o sfumature occorrono occhiali speciali, tipo quelli per il 3D al cinema. Questi occhiali appunto trasfondono la magia: e non sono molti ad indossarli. Cerco di spiegarmi, perché mi rendo conto di rasentare pericolosamente la banalità, ed è anche possibile che ci sia già caduto dentro. Allora, è probabile che davanti alle immagini fotografiche delle piazze, dei campanili, dei porticati di paesini della Val Borbera o dell’Alto Monferrato che hai evocati l’altra sera un sacco di gente esclamerà: ma guarda che bello. Il che è quanto la documentazione fotografica si proponeva, e va molto bene – ma, tu mi capisci, non sarà la stessa cosa. Non sarà “quella cosa” che vale per noi, e capisco che questo sia normale, ci mancherebbe, ma capisco anche che si corre il rischio, nel più ottimistico dei casi, di mettere cornici alle finestre per dire che sono quadri. Non voglio quadri, voglio poter aprire le finestre per guardare fuori, e vedere quelle cose lì. È lo stesso discorso che per vale il dialetto. Io amo il dialetto, perché lo parlo (ormai quasi solo con mio fratello), impreco in dialetto, ragiono in dialetto (e questo tra l’altro mi ha sempre impedito di sintonizzarmi col pensiero filosofico “alto”): ma penso che scrivere in dialetto sia un assurdo. Il dialetto nasce ed esiste solo come strumento di comunicazione orale, e si possono inventare tutti i segni e le convenzioni fonetiche che si vogliono, non può essere tradotto per iscritto. I vocabolari, i glossari, le raccolte di poesia dialettale sono certamente dei documenti, e non li brucerò sulla pubblica piazza: ma sono un falso. In quei grafemi non c’è nulla delle tonalità, delle asprezze, delle mollezze, degli strascicamenti, della perentorietà, della gestualità specifica del dialetto. Allo stesso modo nella fotografia non c’è nulla dei profumi, dei suoni, dell’aria torrida o ghiaccia o umidiccia di quel pomeriggio nella cui cornice hai visto i portici o che altro. La funzione documentaria rimane, ma riduce il tutto a due dimensioni e ad un senso. Si potrebbe obiettare che allora questo vale anche per la pittura: ma la pittura non ha una funzione documentaria. La pittura crea, o ricrea, una realtà, la fotografia si limita a coglierla. Certo, è possibile scegliere l’angolazione, le condizioni di luce, il particolare da cogliere: ma si sceglie entro una realtà data, non se ne crea un’altra. E quando si tenta di farlo non si parla più di fotografia, si entra in un ibrido (“sembra un dipinto” – è il caso delle immagini di questa mostra, per altro bellissime), e gli ibridi, almeno in natura, non sono fecondi.
    A me sembra importante non perdere di vista la funzione per la quale la fotografia è nata. La fotografia è nata da una rivoluzione tecnologica, da una combinazione di chimica e di meccanica, ma soprattutto da una rivoluzione mentale. È figlia dell’accelerazione, come il treno (del quale è contemporanea), e infatti accelera (oggi addirittura azzera) i tempi necessari a “fermare”, a “fissare” gli spazi o le persone. Nasce dalla prosaica necessità di buttare solo pochi minuti a posare per un ritratto, perché il tempo nella società borghese è denaro, mentre non lo era in quella nobiliare. Nasce quindi da un rapporto diverso col tempo, nel quale produzione e consumi devono diventare sempre più rapidi e sono finalizzati al presente, magari ad un presente un po’ più esteso, ma che non è comunque il futuro. Quelle foto, che per noi vorrebbero “fermare” il futuro, sono per i più un semplice, magari “molto carino”, istante del presente.
  2. Vale quello che ho già detto per il punto precedente. Il documento fotografico non è una carta d’identità. L’identità è data dalla somma di caratteri eterogenei. Per rilasciarti quella personale ti chiedono quando sei nato (dato storico) e dove, dove risiedi (dati geografici), quanto sei alto, quanto pesi, di che colore hai occhi e capelli (dati morfologici) se sei sposato o meno, che lavoro fai (dati sociologici) e se hai segni particolari. L’altezza, la professione, la residenza, l’età, lo stato civile e il colore degli occhi sono dati disgiunti che acquistano un senso solo se incrociati (sarebbe bizzarro un sessantenne zoppo, alto come Brunetta, che dichiarasse come professione la pratica sportiva della pallacanestro). Ti chiedono poi anche la fotografia, che è in ultima analisi lo strumento indispensabile all’identificazione (oggi in realtà non più: siamo all’impronta digitale o addirittura al DNA), ma non dice nulla sul tuo stato civile o su quello sociale, e meno che mai sul tuo carattere. Certo, la foto di Ruskin poggiato al caminetto e quella di Clay mentre atterra Liston dicono molte differenze, o almeno le fanno intuire. Ma resta il fatto che noi sappiamo molto dell’uno e dell’altro, e la differenza la mettiamo noi (altrimenti, per quel che vale la documentazione fotografica, Hemingway sarebbe stato un campione dei massimi – mentre come pugile in realtà valeva ben poco). Ovvero, la “magia” dei luoghi di cui parlavi ha un retroterra di storia e di storie, che solo chi possiede ancora il senso del passato (e per abbrivio, quello del futuro) può usare per colorare immagini “in bianco e nero”, intese come puro documento (o anche per fare l’operazione inversa).
  3. e vengo alla terza domanda, quella che più mi ha colpito ed intrigato. Chiedevi (e ti chiedevi) se la fotografia può cogliere un’epifania. In parte ho già risposto l’altra sera, in parte nei punti precedenti. Decisamente no. Dell’epifania le manca una dimensione, la profondità del tempo. La foto coglie lo spazio, ma del tempo impressiona solo un attimo. L’epifania è certo un attimo, ma un attimo preparato nel tempo. È suscitata da una tua particolare disposizione, da una tua sensibilità in quel momento a cogliere “presenze”, non so come altro chiamarle, che popolano di senso quello che stai vedendo e vivendo: e questa disposizione può nascere per contrasto (non te l’aspettavi) o per accumulo, dolce o scabro che sia, come quello dannunziano in Maremma o montaliano alle Cinque Terre. Di tutto questo la macchina fotografica non sa nulla. Quando ti affidi non più all’occhio ma all’otturatore lasci fuori tutto ciò che ha condotto nel tempo alla magia, oltre a quello che concorre nello spazio (i profumi, l’umidità, un refolo di vento o un grido lontano, o lo stesso profondissimo silenzio). Come dicevo l’altra sera, la macchina coglie appunto la realtà, mentre l’epifania è la verità. La realtà è l’uno, l’epifania è il molteplice, anzi, è il tutto.
    Ho anche azzardato che siano possibili epifanie a posteriori, che sortiscano dalla foto. Ma la foto in questo caso non è neppure un mezzo, è solo il pretesto per un’operazione tutta mnemonica di trasposizione di altre esperienze. È quindi un atto mentale, sia pure inconscio, del soggetto, mentre l’epifania il soggetto, attraverso i sensi, la subisce.

Credo che a questo punto mi convenga fermarmi: ho ingarbugliato tutto, e non è nemmeno un decimo di quel che avrei voluto dire l’altra sera: gli altri nove me li sono già persi.

Piuttosto, un’altra cosa mi è passata per la testa, mentre scendevo con guida dolce verso Valmadonna. Uno egli amici presenti ti ha definito “l’unico vero maître à penser dell’alessandrino”. Concordo pienamente, e credo di non essere il solo. Ma mi sono anche chiesto: perché Mario è un veritable maître à penser, mentre io, ad esempio, non potrei mai esserlo? (bada, la domanda non era “come posso diventarlo?” perché credo ci si nasca, non ci si diventi, e quindi non c’era invidia, solo curiosità). Bene, prima degli Orti mi ero già dato le necessarie spiegazioni.

Il termine maître in francese ha una vasta gamma di significati, che sfumano in italiano da “padrone” a “maestro”. Maestro è colui che insegna a pensare, conduce a riflettere, non dispensa pillole di saggezza e non spaccia dosi di pensiero. Tu incarni questo primo significato, perché anche quando non usi l’interrogativo poni delle domande, e non scolpisci risposte: al più le suggerisci, ma con l’accortezza di renderle talmente personali da implicare “questa è la mia risposta. Ora, per favore, cercatene una tua”. Nel mio caso, invece, prevale la sfumatura “padronale”. Sciorino pensieri, ma non aiuto affatto a pensare. Se avessi fatto io quella presentazione, le cose che ho espresso ora le avrei dette nella stessa forma asseverativa, e gli astanti, invece di andarsene con la testa piena di stimoli, avrebbero pensato: “Come parla bene”, oppure “Che coglione!”, e sarebbe finita lì. Anch’io dico “questa è la mia risposta”, ma con un tono che sembra (non è così, ma so che lo sembra) sottintendere, “e della vostra non mi importa un fico”. Che non è esattamente il modo migliore per stimolare qualcuno a pensare.

Ripeto, non me ne faccio un problema, mi sono semplicemente data una spiegazione. Penso tra l’altro che tu sia un maître à penser proprio perché non sai di esserlo, e se lo sapessi non ci crederesti, o addirittura ti darebbe fastidio. Ma non ti preoccupare: sono i profeti o i messia a fare danni, a sguinzagliare discepoli. I maître, per loro e nostra fortuna, hanno solo amici.

A presto, Paolo.

P.S. Avevo scritto questa lettera “a mano”, ma ho poi sentito la necessità di trascriverla sul computer. È un sintomo, credo, e piuttosto grave: dice di una dipendenza, della perdita di confidenza nel rapporto diretto, o quasi, tra cervello e carta. Queste pagine rischiano di essere delle istantanee, invece che degli schizzi. À bientôt.

 

Caro Paolo.
ti ringrazio per le parole molto belle e gratificanti; soprattutto per l’attenzione portata agli argomenti, ai contenuti. E chi se lo ricordava più un atteggiamento di questo tipo? Devo risalire al tempo della mia prima giovinezza per ricordare un tale interessamento al dialogo e alla discussione (poi un giorno o l’altro mi spiegherai come hai fatto a preservare, per tanto tempo e ancora oggi, questa enclave di comportamento adolescenziale dove vige tuttora la morale di Kant e dell’Intrepido).

Ammiro anche molto la tua facilità di scrittura e come si accompagna costantemente alla qualità. Non mi stupisco allora della gran mole di scritti che hai scritto, come spieghi nel secondo pezzo del libretto.

Ciò, a dire la verità, non ti esimerebbe dal pubblicare almeno un’antologia, senza venire meno alle tue opinioni su dilettantismo e professionismo. A me pare che i tempi siano maturi, anche perché questa raccolta sembra già costituirla in piccolo.

Un Repetto secondo Repetto, per argomenti: didattica, Ego, etica, evoluzionismo (la e mi pare predominante), padre, viaggi, “(così) vittime di ogni attualità possibile” (questa è di De Piaz) ecc. Una cosa come i Sillabari di Parise, ma con più attenzione alla giustificazione di sé e della propria storia (vedi sopra).

Pensaci seriamente, nel frattempo ti auguro buona settimana.
Mario

 

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Il mondo che abbiamo perduto

Una natura e una cultura che i nostri figli non conosceranno

Il mondo che abbiamo perduto copertinaimmagini di Elisabetta Goggi e Pietro Ruffini, una mostra a cura dell’istituto Secondario Superiore “B. Cellini” di Valenza
Valenza, 18 -25 marzo 2013

La titolazione “Il mondo che abbiamo perduto” accomuna in una mostra che l’IIS “Cellini” propone a partire dal 18 marzo al Centro Comunale di Cultura di Valenza (e che verrà poi ospitata nei locali dell’Istituto stesso) le testimonianze fotografiche realizzate da due nostri docenti. Il titolo è comune perché le realtà rappresentate in questa mostra, la natura, la cultura, la tradizione, sono tutte egualmente in pericolo, quando non già compromesse.

Pietro Ruffini

Il mondo che abbiamo perduto 03Sono nato a Tortona nel 1968 e da quasi dieci anni insegno Lettere presso il Liceo “Alberti” di Valenza.
La mia passione per la fotografia, in particolare per quella naturalistica, inizia molto presto: a sette anni ho ricevuto la prima macchina fotografica, a undici la seconda ed a sedici, dopo aver supplicato in tutti i modi possibili i miei genitori per convincerli a comperarmi finalmente il motorino … la folgorazione: ho “barattato” l’acquisto dello scooter con quello della prima fotocamera reflex (con grande sollievo di tutta la famiglia). Da allora ho sempre fotografato, anche se in modo piuttosto approssimativo e casuale.
Nel gennaio 2011 ho incontrato Bruno De Faveri, uno dei più bravi fotografi naturalisti italiani, ma soprattutto una persona eccezionale sul piano umano (vi consiglio una visita al suo sito fotografico!). Sotto la sua guida e grazie alla sua amicizia ho iniziato a scattare in modo tecnicamente più corretto e consapevole.
Le immagini che propongo, una carrellata del percorso di questi ultimi due anni, vogliono cercare di esprimere l’idea che la pace e la libertà che la nostra vita frenetica ci fa tanto desiderare, spesso, si trovano nel più profondo del nostro cuore, nella nostra capacità di stupirci per la bellezza che ci circonda, anche a poca distanza dalle nostre case …

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Elisabetta Goggi

Il mondo che abbiamo perduto Elisabetta GoggiCon una passione genetica per la fotografia trasmessale dal padre, Elisabetta Goggi ha realizzato i suoi primi scatti con una reflex. In principio si è occupata principalmente di reportages; dopo la laurea in Storia dell’Arte, e il Dottorato di ricerca con una tesi sulla storia della fotografia, “Genova: l’idea di città attraverso dei fotografi tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento”, ha seguito le lezioni di fotografia dell’Accademia Ligustica ed ha collaborato per due anni con una galleria d’arte di Genova, partecipando a diverse mostre. Il primo premio al concorso “Acqua e Ferro” l’ha indirizzata verso le foto di archeologia industriale, agraria e urbana, senza però farle trascurare altri temi, come il paesaggio e i riflessi.

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Il Collegio “San Giorgio” a Novi Ligure

Il prestigioso e antico Collegio, situato a Novi Ligure e soggetto della mostra,
fu fondato all’inizio del secolo scorso da don Orione e destinato all’educa-zione e alla formazione di migliaia di allievi provenienti dalle zone del Basso Piemonte e della Liguria. Le immagini realizzate da Elisabetta Goggi dopo la chiusura documentano lo stato di abbandono del nobile edificio e contemporaneamente intendono sottolineare il vuoto che si è venuto a creare nella città Novi Ligure in ambito religioso, sociale e culturale. La precarietà delle strutture storiche e l’incertezza della sua destinazione fanno sì che sia importante mantenerne vivo il ricordo e l’interesse presso l’opinione pubblica.

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Quelli che dormono sulla montagna

di Paolo Repetto, 2012

Quando i Viandanti delle Nebbie si misero alla ricerca di riferimenti ideali si imbatterono quasi per caso negli Yamabushi. I riferimenti ideali sono importanti, soprattutto se sono abbastanza lontani nel tempo e nello spazio da rimanere ideali. Per noi gli Yamabushi erano perfetti: stavano dall’altra parte del globo ed erano praticamente spariti dalla circolazione da almeno un secolo e mezzo. In più, anche in piena New Age li conosceva nessuno (tanto che per un attimo l’idea di riesumarli ci ha sfiorato, e resto convinto che avremmo trovato adepti) e i loro rituali erano impegnativi solo sul piano fisico. Adoravano come noi le montagne, le salivano come noi, come noi le rispettavano, senza provare alcun bisogno di domarle e di sconfiggerle. Non c’era da cambiare una virgola nel nostro atteggiamento e nei nostri comportamenti. Gli Yamabushi sono quindi rimasti giustamente in Giappone, ma il loro spirito ha camminato e cammina tuttora con noi, le rare volte che ancora riusciamo ad accostarci ai monti. E, in fondo, anche quando non riusciamo a farlo.

Il testo che segue è tratto dalla prima presentazione del movimento, comparsa in forma ridotta sulla rivista “Sottotiro” e poi raccolta nell’opera fondamentale del sublime maestro Olao P., gli “Appunti per una riforma della filosofia Yamabushi”. Da allora la filosofia yamabushi non è stata riformata, il nostro modo di pensare la montagna, e la vita, forse si.

A differenza di quanto accade in Occidente, il mondo orientale sviluppa precocemente un sentimento positivo della sacralità della montagna, e lo mantiene poi intatto. Il culto delle cime e delle alture è testimoniato nell’Asia orientale già a partire dall’età prestorica, ed è diffuso un po’ dovunque: ma assume un rilievo particolarmente significativo nella cultura religiosa del Giappone. La geografia delle montagne giapponesi disegna un reticolo sacro di derivazione shintoista. I monti sono considerati i troni e le dimore dei Kami, le divinità shinto, che scendono benevole in pianura durante la stagione del raccolto e si ritirano a riposare sulle cime nei mesi più freddi. Tra le vette primeggia naturalmente il Fuji, oggetto da sempre di una timorosa venerazione (in fondo è un vulcano, e fino alla fine del settecento era piuttosto vivace), nonché meta di pellegrinaggi che possono svolgersi con le modalità e le finalità più diverse. Gli adepti della setta shinto Dusokyo lo scalavano ad esempio traducendo man mano l’ascensione fisica corporea in ascesi spirituale, invocando di tappa in tappa la purezza della vista, dell’udito, dell’odorato, del sentimento, e infine quella della percezione non corporea.

La diffusione del buddismo, a partire dal VI/VII secolo, avvenne attraverso la costante contaminazione con lo shintoismo preesistente, facilitata dal comune atteggiamento di rispetto e di attenzione nei confronti della natura. Ebbe successo in particolare una versione autoctona del buddismo, quella Shingon, più esoterica e settaria, e senz’altro più congeniale alla mentalità e alla cultura nipponica, che cercava la via dell’illuminazione nell’isolamento, nella contemplazione della natura e del sé interiore e nelle pratiche di resistenza fisica. Per tutte queste cose la montagna era evidentemente l’ambiente ideale. Si moltiplicarono quindi le scelte di vita isolata e ascetica e i romitaggi negli anfratti di rilievi particolarmente suggestivi e selvaggi, come il monte Hiei, vicinissimo a Kyoto, o il monte Koya, prossimo ad Osaka. Sempre nei pressi di Osaka sembra essersi svolta nel VII secolo d.C. la lunga esperienza eremitica e sciamanica di En-no-Gyoja, figura semi-leggendaria alla quale veniva attribuito, oltre alle doti taumaturgiche e alle reincarnazioni plurime (con vite anteriori sempre interessanti, come imperatore del Giappone o discepolo diretto del Budda), il merito di aver salito per primo (o meglio: di essere volato su) la vetta del monte Fuji. En-no-Gyoja ebbe moltissimi seguaci. I primi e i più antichi agivano isolatamente, vivevano come il maestro da perfetti eremiti ed erano conosciuti con il nome di hijri (i santi). Poi, poco alla volta, seguendo una parabola simile a quella del primo monachesimo cristiano, cominciarono a riunirsi in gruppi e a darsi rigide regole disciplinari, sotto la guida di sendatzu, o capi spirituali.

Dalla fusione di diversi riti shinto col buddismo nacque quindi lo Shugendō (la via dei cimenti: shu è l’illuminazione iniziale, gen la comprensione totale, dō la via che porta al Nirvana). Lo shugendō era praticato dai “maghi della montagna” o yamabushi (“i bivaccatori”,”coloro che giacciono sulle montagne”), i quali ben presto si divisero in due scuole, quella più rigorista del monaco Shobo (IX secolo) e quella “riformata” del monaco Zoyo (XI secolo). I seguaci della prima badavano piuttosto all’interiore redenzione che all’acquisto di poteri, all’identificazione con il Buddha cosmico che alla dominazione dei demoni: quelli della seconda erano più attenti agli aspetti liturgici e ritualistici, erano riuniti in confederazioni monastiche associate a singoli templi e coinvolte nelle vicende politiche. La versione più radicale di questo ramo dello Shugendō contemplava anche lo studio e la pratica delle arti marziali, e finì per assimilare i suoi praticanti ai monaci guerrieri delle tante sette che si confrontavano, destreggiandosi tra la corte imperiale e lo shogunato, nella tormentatissima storia del Giappone. (Balza agli occhi il parallelismo con la vicenda francescana, la divisione in spirituali e conventuali. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che si tratta di uno schema ricorrente, di un processo comune a tutti movimenti). Non sono questi però gli aspetti dello spirito yamabushi che a noi interessano.

Ciò che davvero importa è che tutti condividevano una ideologia proto-alpinistica, che prevedeva lunghi periodi di permanenza in montagna, pratiche ascetiche spinte e anche forme di alpinismo quasi acrobatico. Lungo alcuni strapiombi si trovano ancora oggi pioli o catene di ferro vecchi di secoli, che agevolavano il superamento dei punti critici. Ma, soprattutto, gli Yamabushi cercavano nelle montagne la rigenerazione spirituale non aggredendole, non cavalcandole in rapide performances fisiche, ma vivendole con lentezza, con un approccio riverente e intimo al tempo stesso.

Il rituale tipico dell’ascensione era complesso e bizzarro, ricco come abbiamo visto di simbologie legate ai gradi dell’ascesi verso la perfezione. Facendosi preventivamente flagellare e purificare dalle acque gelide di una cascata, lo yamabushi risaliva poi i vari livelli della realtà: progressivamente si identificava con l’inferno, il mondo degli affamati, delle belve, dei titani e degli uomini. Via via che si inerpicava, calzando sandali e munito di un bordone, si fermava ai vari stupa per compiervi il sacrificio del fuoco e per recitare mantra o formule sacre evocanti i poteri delle divinità.

Quando il pellegrinaggio non era solitario, ad un certo punto della salita tutti i componenti del gruppo venivano sospesi a testa in giù sopra un precipizio, perché contemplassero la natura transeunte di tutte le cose e si pentissero del male compiuto. Gli Yamabushi raggiungevano infine una capanna o un tempietto, situati di norma presso le rocce sommitali, spesso appesi su un alto burrone isolato, vi si rinchiudevano nel buio assoluto e immaginavano di morire e di entrare nel grembo della montagna stessa. Nell’ultima notte del rituale essi bruciavano ceppi rappresentanti le ossa del corpo precedente, riducendo così in cenere quanto rimaneva delle loro passioni e illusioni. Il mattino seguente, al momento di scendere dalla montagna, si rannicchiavano in posizione fetale e balzavano in piedi con un grido acuto, simbolo del momento estatico della rinascita e dell’ingresso in una nuova vita che li avrebbe condotti all’illuminazione.

Durante il periodo medioevale molti Yamabushi, dopo aver acquisito poteri ascetici nei luoghi consacrati dello Shugendō, si dedicarono a sviluppare presso le comunità di valle il culto nei confronti di una particolare montagna delle vicinanze. Tra le cime più venerate c’erano il Dewa Sanzan e lo Yudono, e soprattutto lo Ontake-san. A piccoli gruppi di due o tre persone, indossando tuniche bianche, giravano di paese in paese annunciando il loro arrivo col suono caratteristico di buccine, le horagai, ricavate da grandi conchiglie. Erano ricercatissimi come indovini, guaritori, maghi e astrologi. Diffondendosi in questo modo, lo shugendō divenne la forma di religione predominante tra la gente umile del Giappone, fino a quando la restaurazione nazionalistica Meji del 1868 bandì ogni credenza diversa dallo shintoismo puro.

Fu però la rapidissima industrializzazione del paese a liquidare l’arcaica funzione degli Yamabushi. Essi sopravvivono oggi solo come associazioni folklorico-religiose, che hanno lo scopo di mantenere vive antiche tradizioni, come quella dei sacri fuochi. Anche i pellegrinaggi al Fuji continuano, ma sotto la forma di un perenne flusso turistico d’alta quota, agevolato anche da una linea ferroviaria che si inerpica sin oltre la metà della salita. La più sacra delle montagne del Giappone, il luogo per eccellenza del divino e dell’autoliberazione e il simbolo stesso dell’identità nipponica, è diventata, come i grandi santuari occidentali, il più classico dei non-luoghi.

 

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Del principe, dei sogni e delle lettere

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2012

Se ti prendi l’impegno, in questo caso graditissimo, di parlare dell’opera di un amico, puoi scegliere tra due strade. Una è quella di visitare quest’opera criticamente, e di leggerne significati e significanti col filtro di una personale concezione dell’arte e del suo ruolo, o storicizzarla e contestualizzarla, come si dice oggi, alla luce dei rapporti che le tematiche o le tecniche o le biografie degli artisti creano con il territorio. L’ho fatto in altre occasioni: ma in questa, approfittando del fatto che conosco bene chi si assumerà questo compito, e so che lo farà ad un livello di profondità e competenza di cui non sarei mai capace, scelgo la seconda, che è quella di lasciarmi portare dalle suggestioni immediate create dall’insieme. So che è pericoloso, oltre che presuntuoso, perché significa tradurre in parole ciò che già è frutto di una traduzione in immagini: ma insomma, non complichiamoci troppo la vita. Ci provo.
La prima impressione di fronte all’opera di Fusillo è naturalmente quella di un tuffo nel passato: un passato oggettivo, testimoniato dal materiale documentario che fa da corredo alle tele, e un passato soggettivo, fatto di immagini e di letture archiviate lungo gli anni nella memoria ed improvvisamente rievocate e mescolate tutte assieme. Un tuffo, appunto, perché immagini che erano state acquisite per la gran parte nel formato ridotto dell’illustrazione libraria, facilmente dominabili nel loro assieme dallo sguardo, riproposte in queste dimensioni ci risucchiano al loro interno, non consentono altro atteggiamento che quello dell’immersione. Creano, letteralmente, un’atmosfera.
La seconda impressione è quella del gioco culturale: le immagini, i colori, la tecnica giocano su rimandi che ti fanno ripercorrere tutto un canone illustrativo. Se riconosci la citazione ti assegni un buon punteggio, se cogli anche il collegamento ai documenti avanzi di sei caselle. Mentre la prima impressione gratificava il tuo animo, questa gratifica la tua intelligenza. Ma, e qui sta il bello e la vera riuscita del gioco, ti accorgi subito che questo è solo un valore aggiunto, e che la gratificazione intellettuale è in realtà indipendente dal riconoscimento dei singoli tasselli.
Qui in effetti subentra la terza impressione. In verità è proprio l’insieme che ti piace, perché quello che ti viene incontro e nel quale ti immergi è un mondo magico, e insieme realissimo: senti che quel mondo così era raccontato, ma in una qualche misura così era anche nella realtà. Le tele, i documenti, suggeriscono la possibilità di un rapporto diverso tra il potere e la cultura, al quale da tempo non siamo più avvezzi, perché qui è il primo ad inchinarsi alla seconda, e non viceversa. Che lo vogliamo o no questo rapporto è esistito, sia pure con tutte le sue contraddizioni, in un mondo all’alba, pieno di speranza. Per questo ci appare da un lato così strano, lontano dalla nostra quotidiana miseria intellettuale: ma per un altro verso lo riconosciamo, perché nei nostri sogni, sotto la specie retroversa della nostalgia, quella speranza è rimasta.
Questa rievocazione, che colloca concretamente il sogno nella storia, non per archiviarlo, ma per raccontarne la possibilità, ne offre già di per sé testimonianza. E allora, godetevela tutta.

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I quasi adatti

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

Da qualche tempo scrivo solo di “poco adatti”. Non è proprio una novità, lo faccio da sempre, perché ho scritto di me per tutta la vita (come del resto fanno tutti); oggi uso solo travestimenti più fantasiosi. Forse dovrei però chiarire un poco questa storia della “scarsa adattabilità”.

Ci sono almeno due tipologie di poco adatti. La prima è quella più o meno ufficialmente riconosciuta e da sempre perseguitata (oggi anche e soprattutto da chi ritiene necessario cancellare i margini, e così facendo nega in sostanza quel diritto alla differenza che pretenderebbe di difendere). Gli appartenenti a questa categoria trovano la vita troppo larga, troppo piena, troppo confusa, e hanno bisogno di cintare un loro spazio, un loro margine appunto, nel quale rifugiarsi. Purtroppo questo spazio viene quasi sempre violato dalla prepotenza e dell’invadenza altrui, per cui i poveretti sono in fuga costante. Si sentono inadatti perché la vita soffia loro sul collo e non concede il tempo e l’occasione per amarla. Nei crudi termini della selezione naturale avrebbero poche chanches, ma dal momento che come diceva Wallace la selezione non è più tanto naturale, si stanno invece moltiplicando.

Io appartengo ad una seconda tipologia, così come tutti i personaggi di cui scrivo. I soggetti di questo tipo non si sentono o non risultano oggettivamente ai margini della vita. Tutt’altro. La amano ad un punto tale da volerne vivere altre, e non “dopo”, ma subito. Il tempo e gli spazi di una sola esistenza vanno loro stretti, ragion per cui ne costruiscono di parallele, spesso con qualche comprensibile difficoltà a raccapezzarcisi. C’è tanto da fare al mondo, tanto da vedere, da capire, da conoscere, magari da correggere, che non possono permettersi un attimo di sosta, né fisica né mentale. Sono alla costante ricerca di altro, non per insoddisfazione, ma per curiosità. Li definirei dei “quasi adatti”.

Il disagio in questo caso nasce dalla mancata sintonia della mente con il corpo, come se la prima non volesse farsi una ragione dei limiti fisici del secondo. Il che non significa avere una massa di materia grigia più grande della scatola cranica in cui è costretta (cosa che magari Wallace avrebbe sottoscritto), quanto piuttosto avere una centrifuga cerebrale in perenne attività, neuroni impazziti che non girano in tondo nella vaschetta come i pesci rossi ma sbattono e rimbalzano da una parte all’altra, in un caos perpetuo. Significa in sostanza essere affetti dalla “sindrome di Dio”, con l’aggravante di non concedersi riposo nemmeno il settimo giorno e l’attenuante di una coscienza comunque lucida della propria imperfetta umanità.

La sindrome di Dio non è riconosciuta dalla neuropsichiatria ufficiale. L’ho identificata io, sfruttando un assist offertomi da Woody Allen quando afferma che se proprio è necessario prendere a modello qualcuno, tanto vale scegliere direttamente Lui. Dio in verità con la mia sindrome c’entra poco: anche se il ragionamento non fa una grinza, va considerato che la traduzione dal piano teorico a quello pratico sarebbe comunque un po’ complicata, e che se dall’assunzione a modello si scivola nella identificazione c’è il rischio di finire nudi ad abbracciare cavalli a Torino, come Nietzsche. E non è questo l’unico problema. Allen ha un bel dire: lui è ebreo, e volente o nolente una presenza divina, sia pure beffarda e capricciosa, se la porta dentro. Ma quelli come me, perfettamente agnostici, a chi dovrebbero rivolgersi? Devono arrangiarsi con ciò che trovano. Il punto quindi non è Dio, ma semmai la necessità o meno di avere dei modelli (nelle patologie più spinte, di diventare dei modelli). È questa la sindrome specifica cui mi riferisco: una sindrome da dio minore, che rinuncia all’onnipotenza e all’onniscienza e si accontenta di una certa ubiquità esistenziale.

La sindrome di Dio non va peraltro confusa con la megalomania, e nulla ha a che fare con altre patologie che potrebbero sembrare apparentabili (ad esempio, con l’imitazione di Cristo). Non comporta alcuna presunzione di superiorità o aspirazione alle stigmate, è sostanzialmente innocua e ha il solo effetto di uno spaesamento spazio-temporale costante, di una distonia avvertita più dagli altri che da chi ne è soggetto. Presenta sintomi ben precisi, ha le sue brave cause scatenanti ma è legata soprattutto ad una disposizione che chiamerei genetica, prima ancora che etica.

Il fattore predisponente è un amore vero per la storia, quello che non si accontenta della spettacolarità dei Grandi Eventi, interpretati dai Grandi Attori, ma nemmeno dell’immagine di un tritasassi inarrestabile che riduce alla fine tutto in polvere. Un tipo di amore che nella storia cerca un senso, e non un verso: e trova che il senso alla storia lo ha dato il lavoro quasi sempre oscuro di quanti hanno saputo tener viva in sé e proporre agli altri l’umanissima (questa si) aspirazione alla dignità e alla coerenza. Questo lavoro, se ci riflettiamo, lo hanno fatto tutto e sempre i “quasi adatti”, quelli che in luogo di adeguarsi alla determinazione “ambientale”, ai vincoli imposti da una situazione sociale, da una condizione personale o da una contingenza storica hanno scelto di vivere “come se”, e così facendo alla vita hanno aggiunto un valore. Per farlo hanno dovuto costantemente violare il confine tra il reale e l’ideale, tra un’esistenza che impone tempi, spazi e rapporti e un’altra, o più altre, che consentono invece di sceglierli, cercando di trasferire nella prima la pienezza di senso possibile nella seconda. Sto parlando evidentemente di sognatori, che però, a dispetto dell’apparenza, sono coscienti di sognare, lo fanno per una scelta consapevole e sono seri con i loro sogni. E sono confortati ad esserlo dalla certezza che altri prima lo hanno fatto, dalla possibilità di raccogliere il testimone di una staffetta che va avanti da quando l’uomo ha sviluppato una coscienza morale.

Per questo continuo a scrivere di “quasi adatti”. Ho la presunzione di mantenere in vita in qualche misura il loro sogno, magari di farne partecipi anche altri, e soprattutto la cosa mi consente di attraversare a mio piacere gli specchi nei quali vorrei riflettermi. Le vite che ho raccontato in questi ultimi anni sono estremamente diverse tra loro, ma avrei voluto viverle tutte.

 

P.S. Dimenticavo: alla fine, in questo quadro, che ruolo hanno gli adatti? Beh, è evidente: sono loro ad assicurare la continuità biologica. Se tutti fossero poco o quasi adatti forse ci saremmo già estinti. Ma non è pacifico che gli adatti garantiscano ancora la sopravvivenza della specie, dal momento che in realtà non partecipano più della sua evoluzione. Ormai infatti l’adattamento non è più riferibile alle trasformazioni dell’ambiente naturale: è adeguamento ad un sistema economico autoreferenziale, ad una cultura ridotta a spettacolo, ad una rete di rapporti solo virtuali, ad una esistenza alleggerita di ogni responsabilità, quindi privata di ogni necessità e possibilità di scelta. Gli adatti non hanno sogni, si accontentano di consumarne gli insipidi surrogati offerti dal mercato. Si riproducono sempre più simili, e la rifinitura “educativa” li rende identici. Ad evitare gli errori di ricopiatura del DNA sono oggi persino clonabili o programmabili geneticamente. Stiamo tornando, e non solo in metafora, alla riproduzione asessuata, quella da cui siamo partiti con le amebe. Gli adatti non sono più selezionati dall’ambiente: sono prodotti in serie e coltivati in batteria per popolare l’enorme plastico che ha sostituito la natura.

I più ottimisti pensano che alla fine provvederà comunque la natura stessa a rimettere a posto le cose: i non adatti ritengono che lo stia già facendo, spingendoci come lemming impazziti a gettarci tutti quanti a mare. Se così fosse, ed è molto probabile che lo sia, occorrerebbe ripensare tutta la teoria dell’evoluzione: ma a quel punto non rimarrebbe nessuno per farlo.

Peccato: sarebbe stata un’altra bella storia da raccontare.

I quasi adatti (1)

 

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La fortuna di Mister Wallace

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

L'importante è non nascere adatti WallaceIl mio interesse per Wallace dura da lunga data, ma era rimasto sino a qualche tempo fa piuttosto epidermico, legato più ad una sua presunta appartenenza al mio album dei “perdenti” che ad una effettiva conoscenza della complessità del personaggio. Devo il cambiamento radicale di attenzione alla bellissima biografia pubblicata da Ferruccio Focher nel 2006, “L’uomo che gettò nel panico Darwin”, alla quale questo scritto vorrebbe essere solo un’introduzione.

 

Al mondo c’è qualcosa di meglio da fare
che affannarsi ad accumulare denaro.
Alfred Russel Wallace

Nascendo in coda a nove fratelli, in Galles e ai primi dell’Ottocento, si avevano due possibilità: o uno la prendeva male, perché capiva che non gli sarebbe toccato niente, oppure cercava di vedere il lato positivo della faccenda, e cioè l’immensa libertà che una simile condizione avrebbe potuto regalargli, dal momento che quasi subito tutti si sarebbero dimenticati di lui. I figli di Thomas Wallace, indipendentemente dall’ordine di nascita, non ebbero nemmeno l’imbarazzo della scelta; il padre si piccava di avere il pallino degli affari ma era in realtà un pasticcione, e provvide da solo con una serie di investimenti sbagliati a bruciarsi una già modesta rendita e a ridurre la famiglia praticamente sul lastrico. Ciò significava tra l’altro dover cambiare continuamente residenza, alla ricerca di sistemazioni sempre più rurali ed economiche.

Come si diceva, situazioni come questa hanno in genere opposti risvolti: nel nostro caso quello positivo era rappresentato da un’infanzia trascorsa in piena libertà, a pesca nei torrenti o a zonzo per i boschi, e conseguentemente dall’imprinting di un forte rapporto con la natura, mentre quello negativo fu la necessità di uscire assai precocemente dall’infanzia. I fratelli Wallace dovettero infatti ingegnarsi molto presto a guadagnare la pagnotta: lo fece il primogenito William, il quale cominciò a lavorare giovanissimo come agrimensore: lo fece John, che trovò impiego a Londra come carpentiere, e lo fece di lì a poco anche il penultimo figlio, Alfred Russel, nato nel 1823, che a quattordici anni raggiunse William e insieme a lui riallacciò quello stretto contatto con la natura che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza.

La sfortunata condizione di nascita si rivelò quindi per un verso una manna per il ragazzo, che non dovette sorbirsi il nonnismo e la monotonia imperanti nelle scuole superiori inglesi, e mantenne così intatto l’entusiasmo per la cultura, mentre acquisiva sul campo le cognizioni pratiche che ne fecero un grande naturalista: ma sottraendolo anzitempo agli studi regolari ne condizionò anche fortemente la carriera scientifica, decretandogli una sorta di apartheid o comunque di scarsa considerazione da parte degli ambienti accademici, e in ultima analisi negandogli quel riconoscimento di co-paternità della teoria dell’evoluzione che gli sarebbe invece spettato.

Queste righe non vogliono però essere un contributo alla rivalutazione della figura di Alfred Russel Wallace, che non ne ha certo bisogno: vorrebbero invece indagare sul peso che hanno realmente il successo e il riconoscimento per un animo nobile e per uno studioso e ricercatore entusiasta, e verificare che magari è piuttosto limitato.

Per intanto seguiamo le vicissitudini di Wallace, il cui apprendistato alla vita, seppur precoce, non è in realtà così tribolato o drammatico (niente a che vedere, per capirci, con i suoi coetanei raccontati da Dickens). Per sette anni, dal 1837 al 1844 il nostro lavora a fianco del fratello: in giro per campi e boschi sei giorni la settimana, occupato in un’attività che lo accomuna idealmente ad altri grandi di ogni parte del mondo, da Niebhur a Thoreau, sguinzagliati a tracciare confini e a mappare proprietà pubbliche e private.[1]

Il lavoro gli piace moltissimo: scrive ad un amico, elencando i pro e i contro della sua occupazione (ma soprattutto i primi): “è incantevole in una bella giornata estiva tagliare in lungo e in largo la campagna, ammirare le bellezze della natura, respirare la fresca e pura aria delle colline e infine, nella calura del mezzogiorno, gustarsi il pranzo a base di pane e formaggio in una valle ridente, sulle rive di un ruscello gorgogliante. … Quelli che se ne stanno in casa tutto il giorno non hanno idea del piacere che si prova a sedersi davanti ad una buona cena e sentirsi tanto affamati da mangiare fondina, piatto e tutto il resto”.

L'importante è non nascere adatti Wallace (2)Visto che nel frattempo è diventato un giovanottone lungo e magro, non c’è da dubitarne. La sera poi, e le domeniche e qualsiasi altro momento libero, sono dedicati allo studio appassionato di materie che davvero lo interessano, a letture che lo entusiasmano. Con i primi soldi guadagnati si procura testi naturalistici d’ogni genere, tra i quali gli Elementi di Botanica di Lindley, e in pratica li manda a memoria, applicando ogni nuova conoscenza alle osservazioni sul campo. È in effetti il fratello ad occuparsi delle questioni pratiche e dei rapporti con i committenti, e Alfred si trova a godere della libertà di un lavoro che svolge come un gioco e che gli consente di coltivare e approfondire ciò che più gli interessa. Anche quando dovrà interromperlo, per un calo delle richieste, e adattarsi senza molto entusiasmo a fare per un paio d’anni il maestro di scuola a Leicester, continua a scoprire e a leggere i naturalisti. Divora con passione i Viaggi alle regioni equinoziali di Humboldt e il Diario della “Beagle” di Darwin, ma conosce anche Vestigia della storia naturale della creazione[2]., un testo divulgativo che propone un’interpretazione evoluzionistica del mondo e che suscita alla sua uscita, nel 1844, molto interesse e diverse polemiche Legge inoltre il Saggio sul principio della popolazione di Malthus, che avrà sulla sua futura svolta evoluzionistica lo stesso effetto sortito su Darwin: insomma, conosce le cose giuste al momento giusto. Wallace è in sostanza un autodidatta di genio, come quasi tutti coloro di cui ho raccontato, da Dolomieu a Raimondi, allo stesso Darwin e a Leopardi (il che offrirebbe un interessante argomento di dibattito sul ruolo della scuola. Un altro tema di indagine potrebbe essere costituito dall’influenza esercitata da Humboldt sugli animi più avventurosi nella prima metà dell’Ottocento).

Il giovane Wallace ricorda quel personaggio dei fumetti d’anteguerra che alla fine di ogni storia ribaltava situazioni sfortunatissime, guadagnandoci sempre un milione. A Leicester non vince un milione, ma trova in compenso un amico. Il suo colpo di fortuna è rappresentato infatti in questa occasione dall’incontro con Henry Walter Bates, che si rivela decisivo per il suo futuro. Bates è un altro “dilettante” di genio come lui, un entomologo della domenica (gli altri giorni della settimana lavora sodo come apprendista magazziniere) che si è già creata una non trascurabile collezione privata, e che gli trasmette immediatamente il gusto e la passione per la vita degli insetti. In realtà è molto più che un dilettante, e avrà modo di dimostrarlo. È uno che si prepara meticolosamente, e una volta sul campo mostrerà una tenacia, un coraggio, una capacità di adattamento e di sopportazione dei disagi assolutamente insospettabili, soprattutto in un giovane gracile, affetto da ogni sorta di malattia articolare e dalla necessità di portare lenti spesse un dito.[3]

Nello stesso periodo, a dire il vero, Wallace contrae anche altre passioni, quella per l’occultismo e per il soprannaturale da un lato, e quella per l’impegno sociale dall’altro. Partecipa ad alcune sedute spiritiche e rimane impressionato dai fenomeni connessi al mesmerismo, convincendosi di essere in possesso di facoltà magnetiche particolari. Per un appassionato della natura la cosa è quanto meno singolare: ma la personalità vulcanica e onnivora di Wallace riesce a far convivere (non sempre pacificamente) le due cose. Al momento, comunque, non mescola i due ambiti, e quello dello spiritismo rimane in secondo piano.

Si mescola invece agli interessi naturalistici la sensibilità per le ingiustizie e l’aspirazione ad una società più equa. Il lavoro di agrimensore gli ha fatto toccare con mano, attraverso l’ostilità che i contadini riversano su lui e sui suoi colleghi, le devastanti conseguenze della legge sulle recinzioni (Enclosures Act) Si rende conto che sta collaborando ad “una rapina legalizzata a danno dei poveri”. E questo avrà un peso determinante nella sua scelta di abbandonare la professione.

I due giovani ed entusiasti naturalisti devono a questo punto decidere il grande passo. L’orizzonte inglese è palesemente troppo stretto per le loro ambizioni e per la loro sete di conoscenza, ma i vincoli di tipo familiare o economico non consentono di guardare realisticamente oltre. Almeno fino a quando a smuovere la situazione arriva un evento luttuoso. William muore nell’inverno del 1846, il che complica per Alfred la possibilità di tornare a esercitare la professione di agrimensore e va a sommarsi ai dubbi e agli scrupoli sociali. Non è comunque questo ciò che vuole dalla vita. L’amicizia con Bates si rafforza e si trasforma in complicità, che è quella condizione nella quale si ha un progetto comune e si cerca di realizzarlo assieme. A scalpitare maggiormente, sull’onda dell’entusiasmo procuratogli dalle letture, è Wallace, ma anche Bates, che pure ha un carattere più riflessivo, non intende ammuffire nel magazzino e prende molto sul serio la cosa. Sono proprio le discrete credenziali che quest’ultimo si è conquistato negli ambienti scientifici come collezionista a consentir loro di ottenere il patrocinio del direttore dei giardini botanici di Kew e del conservatore della sezione naturalistica del British Museum: in questo modo i due trovano anche un intermediario per la vendita dei futuri esemplari raccolti.

 

Il momento non potrebbe essere migliore. In Inghilterra, ma in sostanza in tutto il mondo occidentale, sta giungendo a compimento una profonda trasformazione del gusto, in particolare per quel che concerne la percezione della natura. Questa trasformazione ha radici complesse, che affondano un po’ in tutte le direzioni, dalla riforma protestante alla rivoluzione scientifica e a quella industriale, dall’esplorazione del mondo al conseguente confronto con altre culture, e quindi all’adozione di nuove abitudini alimentari e voluttuarie e allo scambio di specie e di essenze. Sta cambiando insomma radicalmente il modo di rapportarsi all’ambiente naturale, con un decorso anche molto contradditorio, perché si è partiti dal “per dominare la natura occorre conoscerla” di Bacone per arrivare al “se conosci davvero la natura ti passa la voglia di dominarla” di Wordsworth e dei romantici. È un esito testimoniato ad esempio dall’inedita curiosità per le montagne e per i luoghi “selvatici”, dalla compassione per gli animali[4], dalla tendenza a difendere e conservare le zone boschive, ed è a sua volta contraddittorio, perché le montagne poi le si scala e i luoghi selvatici diventano mete turistiche, allo stesso modo in cui la scoperta di nuove specie è spesso solo il preludio alla loro estinzione.

Per quanto concerne l’attenzione “scientifica” per la natura c’è un effetto volano. La scoperta e l’introduzione in Europa di nuove specie, soprattutto botaniche, all’inizio ha finalità pratiche, alimentari o farmaceutiche o ornamentali,[5] ma induce ad un certo punto la necessità di riordinare un po’ le idee, perché le vecchie conoscenze sono state completamente sovvertite. Il nuovo modello conoscitivo è fornito da Linneo, che delinea uno schema ed elabora una griglia tassonomica di lettura; la classificazione alimenta a sua volta la voglia di riempire o ampliare l’album delle specie, nonché gli interstizi tra l’una e l’altra. La curiosità destata da piante e animali totalmente sconosciuti si traduce quindi ben presto in passione collezionistica, magari motivata più dall’attrazione per le “forme notevoli” che dallo spirito scientifico, e si trasferisce dai grandi musei e dagli orti botanici anche alle dimore private: naturalmente viene subito monetizzata con la fioritura di un commercio, spesso clandestino e tutt’altro che privo di pericoli, che fa affluire in Europa prodotti sempre più nuovi per nicchie sempre più specialistiche. Ci sono importatori che accumulano vere e proprie fortune, sguinzagliando in giro per il mondo avventurieri o sponsorizzando entusiasti naturalisti che individuano le specie incognite e le contrabbandano nel vecchio continente. Uno di questi è Samuel Stevens, abilissimo a propagandare i nuovi arrivi divulgando presso il pubblico dei collezionisti, attraverso un uso sapiente e mirato della stampa, le lettere e le avventure dei suoi “cacciatori di specie”. Diverrà il referente in patria di Wallace e di Bates, e quest’ultimo sarà in assoluto il suo miglior fornitore.

 

Nella primavera del 1848, galvanizzati dai più recenti resoconti di altri naturalisti-viaggiatori (l’ultimo in ordine di tempo è A Voyage up to Amazon, di W.H. Edwards, uscito l’anno prima), i due si imbarcano per il Brasile. Per i primi quattro mesi bazzicano assieme le foreste lungo il rio Parà, un fratello minore dell’Amazzoni. Poi decidono di separarsi, per ampliare il raggio d’azione e le specie di interesse. Risalgono fino a Manaus e lì si dividono: Wallace setaccerà il bacino del Rio Negro, Bates quello dell’Amazzoni. A metà dell’anno successivo Wallace è raggiunto dal fratello minore Herbert e con lui prosegue le missioni di esplorazione-ricerca, peraltro non molto fruttuose. Il fratello decide quindi dopo un paio di mesi di rientrare, ma proprio nel porto in cui attende l’imbarco si ammala di febbre gialla e muore in pochi giorni.

Sul Britannia, il brigantino che ha portato in Brasile lo sfortunato Herbert, viaggiava anche Richard Spruce. Spruce è destinato a rimanere in Amazzonia quindici anni e a diventare il più importante botanico specialista nella flora di quell’area[6]. Ha alle spalle una storia di autodidatta molto simile a quella dei nostri eroi, e una salute malferma che lo apparenta a Bates. Li incontra una prima volta a Santarem, reduci da un giro di esplorazione di nove mesi, in una serata molto alcoolica promossa da pittoresco commerciante inglese. Rivedrà poi il solo Wallace tre anni dopo, e faticherà alquanto a riconoscerlo.[7]

Dopo il triste intermezzo dell’arrivo e della morte del fratello Wallace ha infatti ripreso le sue spedizioni in solitaria. Risale il rio Negro sino al punto di minor distanza dal bacino dell’Orinoco, e raggiunge quest’ultimo, probabilmente lungo lo stesso itinerario percorso in senso inverso da Humboldt. In questa occasione viene mollato in mezzo alla foresta dai suoi assistenti indigeni e deve cavarsela da solo (a Bates va anche peggio: i suoi lo rapinano e gli portano via persino gli stivali). Torna quindi a Manaus, ma per ripartire quasi subito: questa volta punta sullo Uaupés, un affluente del rio Negro, mai percorso prima da viaggiatori bianchi. È però allo stremo: la malaria gli provoca un collasso, e i suoi indigeni lo riportano indietro quasi in fin di vita. È in questo stato che lo ritrova Spruce, il quale organizza il suo trasporto a valle e raccoglie il testimone dell’esplorazione dell’Uaupés e del Rio Negro.

Nel corso di questi tre anni Wallace ha accumulato un discreto numero di esemplari interessanti, ma ha la piena consapevolezza di quanto il suo bottino sia modesto rispetto all’enorme ricchezza ancora nascosta nella foreste. Dispone di mezzi e di tempo limitati, e deve forzatamente accontentarsi di ciò che è a portata immediata. A differenza di Bates, più rilassato e meticoloso, capace di soggiornare per anni nello stesso luogo e di setacciarlo a tappeto, ha un approccio veloce all’esplorazione (e questo spiega probabilmente anche la loro decisione di separarsi). Gli interessano, non fosse altro per motivi economici, gli esemplari da raccolta, ma gli importa forse più cogliere le peculiarità e le differenze tra zona e zona, e indagare i meccanismi che le producono. Ciò comporta coprire l’area più vasta possibile, e disporre di elementi diversi da comparare.

I problemi logistici connessi ad una esplorazione di questo tipo sono naturalmente molto più grandi. È ad esempio difficile assicurare il regolare invio in patria del materiale raccolto. Accade così che al termine di quattro anni, quando è costretto dalla salute e dalla necessità di far fruttare il lavoro svolto a rientrare in patria, la gran parte delle sue collezioni sia ancora imballata ad attenderlo nel porto di partenza brasiliano.

Ciò che ne segue è una vicenda che avrebbe stroncato qualsiasi spirito appena meno forte e positivo di quello di Wallace. La nave sulla quale si imbarca con le sue collezioni trasporta gomma e resine infiammabili, non adeguatamente protette, che ad un certo punto si comportano come era prevedibile. L’intero scafo va a fuoco, e l’equipaggio fa appena a tempo ad allontanarsi su due scialuppe. Wallace recupera solo qualche schizzo e un orologio, mentre sulla nave bruciano e poi si inabissano il suo diario, innumerevoli disegni, ma soprattutto il materiale che rivenduto avrebbe dovuto assicurargli una piccola fortuna, oltre ad una collezione privata “che comprendeva centinaia di nuove specie che avrebbero reso il mio gabinetto di storia naturale uno dei più ricchi d’Europa”.

E non finisce qui. I naufraghi sono in salvo, ma rimangono in completa balìa dell’Oceano, a circa settecento miglia dalle Bermude. Vagano così per dieci giorni, con viveri ed acqua scarsissimi, fino a quando non vengono tratti in salvo da una nave di passaggio. Naturalmente si tratta di una vecchia carretta, appena in grado di galleggiare e a corto a sua volta di viveri. I disagi rimangono quelli già patiti sulle scialuppe, e in più ci si aggiungono un paio di tempeste tropicali dalle quali la nave esce per puro miracolo, semi devastata.

La vicenda si chiude per fortuna senza ulteriori drammi, anche se l’approdo in terra inglese avviene a rischio di un naufragio nella Manica, spazzata per l’occasione da una burrasca di insolita violenza. Alfred ringrazia il cielo per lo scampato pericolo e comincia, una volta cessata la paura, a realizzare l’entità delle sue perdite; eppure, cinque giorni dopo il suo ritorno in Inghilterra sta già meditando su quale sarà la sua prossima meta.

Vista con gli occhi di oggi la vicenda delle collezioni di Wallace potrebbe apparire da oscar della sfortuna. Per certi versi senz’altro lo è, ma all’epoca non sarebbe certamente entrata nel Guinnes. L’eventualità di perdere tutto durante il viaggio era sempre ben presente ai naturalisti, come del resto a tutti coloro che dovevano affidare qualche merce all’oceano, tanto che in genere cercavano di diversificare il più possibile gli invii. E l’aneddotica dei naufragi è ricchissima di casi a fronte dei quali la sfortuna di Wallace impallidisce.

L’ornitologo e botanico francese Jules Verreaux, per citarne uno, aveva collezionato esemplari per ben tredici anni in Africa. Quando si decise a riportarli a casa la nave incappò in una tempesta proprio davanti al porto di La Rochelle, e naufragò. Lo stesso Verreaux riuscì a raggiungere la riva a nuoto, unico superstite: ma forse avrebbe preferito affogare.

Stamford Raffles, uno dei pionieri dell’impero britannico, fondatore di Singapore e governatore di Sumatra, era anche un appassionato di scienze naturali e accanito collezionista. Dopo una vita trascorsa in Oriente e dopo aver perso quattro figli in un anno per malattie decise di tornare in Inghilterra con la moglie e l’unica figlia superstite, oltre che con tutte le sue preziose collezioni, dagli uccelli impagliati alle conchiglie, ai serpenti sotto spirito: ma la nave che li imbarcava andò a fuoco dopo due giorni di viaggio. Perse tutto, tranne la famiglia.

Non parliamo poi dei cacciatori di specie finiti in fondo all’oceano assieme alle loro collezioni, o di quelli che non arrivarono neppure ad imbarcarsi per il ritorno, dal momento che cadute, malattie, sabbie mobili, serpenti, rinoceronti o cacciatori di teste li fermarono prima. Il tributo di esistenze versato alla scienza in questo campo è davvero impressionante.

Ma c’erano anche altri modi, sotto certi aspetti ancora più maligni, di essere malamente ripagati degli sforzi e dei sacrifici di anni. Dopo aver riportato sana e salva dall’Africa una splendida collezione di uccelli e di pelli di altri animali, William Burchell non trovò nessun privato o istituzione disponibili ad accoglierle e classificarle: il frutto delle sue ricerche rimase dimenticato e imballato per oltre un secolo, prima di essere riesumato ed esposto in un museo di storia naturale. Il povero Burchell naturalmente non ebbe il minimo riconoscimento, e consumò gli ultimi anni della sua vita in una crescente disperata rassegnazione.

 

Wallace quanto meno riporta a casa la propria pelle, anche se un po’ malconcia. Pur essendo abituato a vivere a contatto con la natura ha sofferto moltissimo il clima tropicale, che stranamente sembra debilitare soprattutto quelli più robusti, mentre risveglia le forze di gente come Bates e di Spruce, che in patria avevano grossi problemi di salute[8]. Le vicissitudini del viaggio hanno fatto il resto. Appena sbarcato manda un messaggio ai suoi, avvertendoli che lo troveranno parecchio malmesso, ma che non devono preoccuparsi. In effetti, come si è visto, non ci mette molto a riprendersi.

Una volta tornato a Londra però ricomincia a scalpitare. Ormai non c’è più nulla che lo trattenga in patria. Della grande famiglia sono rimaste solo la madre e una sorella; il denaro ricavato dalla vendita delle poche collezioni inviate durante il primo anno si assottiglia rapidamente: prospettive di impiego presso gli enti scientifici non se ne vedono, e dal canto suo Wallace non fa molto per procurarsele. La prima volta che è chiamato a raccontare in pubblico la sua esperienza amazzonica, con una conferenza sulle scimmie americane presso la Linnean Society, lamenta il fatto che da parte dei curatori delle collezioni non venga in genere indicata con precisione l’area di provenienza degli esemplari. Lo afferma senza alcuna presunzione o volontà polemica, nell’intento di contribuire a migliorare i criteri di classificazione e nell’ottica di un quadro della distribuzione delle specie che comincia a fasi strada nella sua mente. Ma alle orecchie di molti dei convenuti suona come una implicita rivendicazione di scientificità alla sola ricerca sul campo e come un atto di accusa a tutto l’establishment naturalistico. Una posizione simile susciterebbe reazioni anche se fosse assunta da un accademico, figuriamoci da un outsider come Wallace. Nei suoi confronti scatta un sottile ostracismo, manifestato con reazioni infastidite dalla componente più conservatrice, ma sotto sotto condiviso un po’ da tutto l’ambiente (e la vicenda dei suoi rapporti con Darwin, ma soprattutto con l’entourage di quest’ultimo, lo conferma). Anche il resoconto delle sue peripezie americane, pubblicato nel 1853 col titolo A narrative of travels on the Amazon and Rio Negro, incontra un’accoglienza molto tiepida, per non dire nulla.

A dispetto di tutto ciò Wallace partecipa alla vita della comunità scientifica, e gli viene comunque dato accesso alle riunioni delle maggiori società naturalistiche. Ma si sente ancora un intruso: lui stesso ritiene di non essersi guadagnato credenziali sufficienti. E soprattutto c’è il richiamo della foresta, motivato ormai non tanto dalla caccia agli esemplari da collezione quanto dal desiderio di trovare sul terreno il supporto alle idee che confusamente gli stanno maturando in testa. Sceglie stavolta l’oriente, e nello specifico l’arcipelago della Sonda, perché è molto meno battuto dai suoi colleghi e perché è necessario suffragare la nascente teoria con prove raccolte in aree diverse e lontane tra loro. Sulla scelta influisce anche il fatto che le isole malesi sono terra di oranghi, una specie che era già stata oggetto di attenzione e di dibattito nel Settecento e un paio di esemplari della quale avevano destato una forte impressione a Londra (tanto da finire anche nelle storie di Sherlock Holmes). Prima della scoperta e degli studi sui gorilla e sugli scimpanzé gli oranghi erano le antropomorfe che più si avvicinavano all’uomo, e che potevano avvalorare l’ipotesi di una parentela.

Ancora una volta trova l’appoggio giusto, nella persona del presidente stesso della Royal Geographic Society, e riesce ad ottenere un passaggio gratuito per Singapore, via Mediterraneo, con traversata di un pezzo di deserto e reimbarco a Suez. Nel luglio del 1854 è a Singapore. Per acclimatarsi raccoglie esemplari di insetti nelle foreste della penisola di Malacca, assieme ad un giovanissimo assistente, Charles Allen, che lo ha seguito da Londra. Le sue aspettative sulla ricchezza faunistica ed entomologica dell’area trovano piena conferma. Nel corso degli otto anni successivi collezionerà qualcosa come centoventicinquemila esemplari, non solo di insetti, ma anche di mammiferi di grossa taglia e di uccelli. E questa volta si preoccupa di scaglionare i suoi invii, potendo fare affidamento sul sistema rapido e sicuro di trasporti marittimi messo in piedi dagli olandesi.

Anche la qualità delle sue scoperte è di altissimo livello. Non raccoglie nessuna nuova specie particolare, ma studia dettagliatamente nel loro ambiente e nei loro comportamenti animali che in Europa erano conosciuti solo per le fantasiose descrizioni di qualche viaggiatore. Alleva persino per qualche mese un cucciolo di orango, “un piccolo orfano” scrive “ che si è aggiunto alla mia famiglia”.

Nel 1855 è a Sarawak, ospite del famoso sir James Brook, il “rajà bianco”, quello raccontato da Salgari come il più implacabile nemico di Sandokan (il che è storicamente vero, fatta salva la figura della tigre della Malesia, perché James Brook diede una caccia spietata ai pirati della Sonda). E proprio a Sarawak, dove il rajà lo tratta con tutti gli onori, per il piacere di avere come ospite un interlocutore brillante sul piano scientifico, Wallace condensa in un breve saggio le conclusioni cui è pervenuto dopo aver avuto la possibilità di confrontare realtà naturalistiche tanto simili per un lato ma tanto lontane tra loro per altri. “Sulla legge che ha regolato l’introduzione di nuove specie” viene pubblicato nello stesso anno su un’autorevole rivista scientifica inglese. Pur nella sua essenzialità l’articolo è una pietra miliare nell’avvicinamento ad una teoria compiuta dell’evoluzione. Wallace elenca i fatti geologici e geografici sui quali si basa l’evidenza evolutiva e parla apertamente di nuove speciazioni, ossia della discendenza di specie affini da un antenato comune: “… la successione naturale delle affinità rappresenta anche l’ordine secondo il quale le varie specie sono venute alla luce, ciascuna come diretta discendente di un antetipo rappresentato da una specie strettamente affine esistente al tempo della sua origine.” Riassume il suo ragionamento in una legge che afferma: “Ogni specie ha avuto un’origine coincidente sia nello spazio che nel tempo con una specie preesistente strettamente affine”, e suggerisce anche chiavi di lettura che verranno sviluppate oltre un secolo dopo (ad esempio, quella di un processo che conosce brusche impennate e lunghi momenti di stasi – gli equilibri punteggiati di Gould ed Eldredge – anziché uno sviluppo lento e costante.

Alla base della sua riflessione ci sono le esperienze comparate dell’Amazzonia e della Malesia. L’importanza della distribuzione geografica degli animali, quella già sottolineata con forza nella conferenza sulle scimmie amazzoniche, è ormai diventata il suo chiodo fisso. E come succede in questi casi, diventa il filtro attraverso il quale leggere l’insieme dei fenomeni, il sensore che si accende davanti ad ogni elemento di conferma. Nel caso specifico è determinante il fatto di proseguire le ricerche in un ambiente per molti versi simile (la foresta tropicale) ma nel quale si sviluppano forme di vita diverse: il che porta allo scoperto i limiti della teoria di Lamarck, e prova che alla base dell’evoluzione c’è qualcosa di più del condizionamento ambientale. Quale sia questo fattore Wallace non è ancora in grado di dirlo, ma la strada all’intuizione è ormai aperta. Per intanto getta le basi di quella che verrà conosciuta come “biogeografia”[9] e formula la domanda chiave: “… in ogni caso le specie più affini si trovano geograficamente vicine. La domanda che si pone ad ogni mente pensante è: perché è così?

Ci si attenderebbe che il lavoro di Wallace faccia fare salti sulla sedia ad un sacco di gente, di entusiasmo o di dispetto a seconda delle diverse convinzioni naturalistiche. Invece non accade praticamente nulla. Lo scritto non viene ignorato, lo stesso Darwin lo legge e lo segnala a Lyell, ma a quanto pare non lo trova particolarmente interessante (Lyell, al contrario, che professava convinzioni fissiste, ne è turbato, e intravvede quegli sviluppi che in effetti si daranno di lì a pochi anni). È probabile che a indisporlo sia il linguaggio. Wallace ha infatti volutamente evitato la terminologia evoluzionistica, usando ad esempio il termine “create” anziché “evolute” quando parla di nuove specie. Questo accorgimento non gli giova granché neppure negli ambienti ufficiali, accademie o società scientifiche, dove prevale piuttosto il fastidio per un “cacciatore di specie” che si mette a formulare teorie rivoluzionarie. L’unico a manifestare entusiasmo è Bates, il vecchio compagno di avventure, ancora in piena attività in Amazzonia, che profetizza a Wallace: bravo, hai centrato in pieno il problema e hai dato spiegazione di tutto. Peccato soltanto che il mondo scientifico “che conta” non sia affatto pronto a capire quello che dici.

Wallace deve constatare che il suo compagno ha visto giusto. Riceve, si, una paio di lettere di complimenti da Darwin, che ribadisce peraltro quanto Bates aveva già detto: ma tutto finisce lì. Almeno per il momento.

 

Nelle lettere di risposta a Wallace Darwin accenna allo stato delle proprie ricerche, dicendo che c’è ancora molto da fare e che occorreranno anni per arrivare ad una proposta teorica saldamente fondata. Di anni in realtà Darwin se ne è già presi parecchi, se si considera che le prime riflessioni sulla selezione naturale e sui possibili fattori evolutivi risalgono almeno al 1838, a ridosso immediato del viaggio del Beagle, e che un abbozzo della teoria era già stato dato in lettura ad alcuni amici nel 1844. Perché non arriva ad una conclusione?

Darwin è in realtà frenato da due diversi timori. Intanto, è una persona decisamente “solida” nel modo di pensare: come tale, alle teorie vuole che corrispondano i fatti, anzi, vuole che le prime discendano dai secondi; e anche se la stragrande maggioranza dei fatti confermano il suo modello teorico, rimangono comunque alcune zone oscure che potrebbero rendere fragile e attaccabile l’insieme dell’edificio teorico. Darwin non ama il rischio: vuole certezze, e vuole trasmetterle.

In secondo luogo, è il primo ad essere spaventato dalle conseguenze delle sue scoperte. Non ne è turbato per motivi religiosi, ma senz’altro per quella che potrebbe essere la ricaduta etica. Capisce benissimo che gli spiriti alti non possono che essere gratificati da una conoscenza nuova, ma non è affatto sicuro che la cosa valga per tutti. Teme che la sua teoria possa essere strumentalizzata, come in effetti avverrà, e piegata a giustificare posizioni politiche e morali che in essa non sono affatto implicite. Per questo passerà il resto della sua vita a prendere le distanze da qualsiasi interpretazione non scientifica dell’evoluzionismo. Teme insomma che la verità che emerge dai suoi studi possa essere sentita come troppo cruda da chi non ha gli strumenti e l’apparato per digerirla. Per questo sta cincischiando, e continua a raccogliere materiali su materiali, quasi a dare alla sua teoria una consistenza inattaccabile, a schiacciare sotto il peso della documentazione qualsiasi obiezione.

Wallace ha un carattere diverso. Mentre veleggia su e giù per l’arcipelago, alla ricerca dell’uccello del paradiso (compie tre spedizioni, alle isole Aru nel 1857, alle Molucche l’anno successivo e in Nuova Guinea nel 1860; verranno descritte nel 1862 in Narrative of Search after Birds of Paradise), continua a rimuginare sull’ultima parte ancora scoperta della sua teoria, quella che dovrebbe rispondere alla domanda: in che modo avviene l’evoluzione? “Il saggio che scrissi a Sarawak mi aveva convinto che la trasformazione della specie doveva aver luogo per una naturale successione genealogica: lentamente o velocemente una specie si trasforma in un’altra. Tuttavia l’esatto processo della trasmutazione e le cause che lo rendevano possibile erano totalmente sconosciute, tanto da sembrare quasi inconcepibili.[10] Per trovare la risposta deve attendere un accesso febbrile (ancora la malaria) che da un lato lo costringe ad un forzato riposo, dall’altro gli induce evidentemente uno stato di eccitazione mentale particolare. Gli capita più o meno quello che è accaduto a Cartesio, che da un letto di infermo ha rivoluzionato la percezione e la rappresentazione dello spazio. La folgorazione è attivata dall’improvvisa reminescenza del saggio di Malthus sulla popolazione. La chiave è lì, nei freni alla crescita demografica che Malthus elenca e nella capacità di sopravvivenza di coloro che riescono meglio ad adattarsi. Vista ora, sembra la scoperta dell’acqua calda: è ovvio che chi è più adatto sopravvive meglio: ma pensiamo a che salto comporta rispetto alla convinzione che gli dei chiamino a sé prematuramente i migliori, che una morte in battaglia o un martirio per fede valgano mille vite, convinzione che in varie versioni e riletture aveva dominato tanto la cultura classica quanto quella cristiana, ed era tornata in auge col romanticismo. È una bella doccia gelata per la presunzione di superiorità e unicità spirituale dell’uomo, visto che la legge vale per lui come per ogni altro animale.

Come racconterà nella sua autobiografia, Wallace scrive di getto, in una sola sera, un articolo che poi mette in bella copia nei due giorni successivi; e lo spedisce immediatamente a Darwin, certo di fargli una cosa enormemente gradita. Il saggio arriva al destinatario quasi quattro mesi dopo, e per poco non gli procura una sincope. È la versione riassunta in venti pagine di quanto Darwin sta mettendo assieme da vent’anni[11].

È forse utile precisare che quando si parla per Wallace di una improvvisa folgorazione e per Darwin di un lento e ponderato percorso, questi non concernono l’idea di evoluzione, ma la spiegazione dei meccanismi evolutivi. Il frutto dei due diversi approcci è insomma una teoria fondata sull’osservazione diretta dei fenomeni e sull’assemblaggio e la rielaborazione meditata dei loro significati. Nessuno dei due “scopre” l’evoluzione: scoprono entrambi, più o meno contemporaneamente e pressoché negli stessi termini, come l’evoluzione funziona.

Una visione evoluzionistica della vita era in realtà presente, a livello però semplicemente intuitivo, da moltissimo tempo; addirittura potremmo risalire al pensiero dei “fisiologi” della scuola ionica di Mileto, i filosofi-naturalisti pre-socratici. Già nella prima metà del VI secolo Anassimandro postulava l’esistenza di un processo evolutivo delle specie animali (uomo compreso)[12], e tracce di una concezione “evolutiva”, almeno per quanto concerne il livello di civiltà umana, le troviamo anche in Democrito; tracce che attraversano tutta l’epoca classica e riemergono in Epicuro e in Lucrezio (anche qui, però, in connessione con una generica idea di progresso)

Un altro ionico, Anassagora, aveva sottolineato la funzione evolutiva di alcuni organi, primo tra tutti la mano. Malgrado questa osservazione fosse stata poi sconfessata e oscurata dal magistero di Aristotele, che imponeva il fissismo, la sua eco permane evidentemente anche nella tarda antichità e nel pensiero cristiano, se Gregorio Nisseno nella seconda metà del IV secolo torna sul tema della mano per spiegare la superiorità dell’uomo rispetto agli altri animali, e dice che ad un certo punto la natura dotò l’uomo della mano (si badi bene, la natura, non Dio), o addirittura che le zampe si evolsero in mano.

A cercarli, gli indizi di una concezione evolutiva carsicamente riemergente si troverebbero anche nella filosofia medioevale: ma è nella seconda metà del seicento che essa comincia a trovare formulazioni esplicite e concrete fondamenta scientifiche, prendendo spunto soprattutto dalla “rivoluzione” delle teorie geologiche innescata da Thomas Burnet[13] e portata a compimento da Hutton[14] e da Lyell. L’input arriva dai primi studi sui fossili. Nicola Stenone inferisce dalla successione stratigrafica di quelli che erano stati in precedenza liquidati come “divertimenti divini” un mutamento costante che interessa le specie[15]. L’idea di una trasmutazione vera e propria viene sostenuta da Benoit de Maillet[16], mentre Pierre–Louis de Maupertuis parla di sopravvivenza del più adatto[17] e Buffon abbraccia decisamente l’idea di un lento processo di nuove speciazioni[18]. Nei dialoghi che segnano la nascita del materialismo moderno Diderot si fa assertore della continua rinascita dei diversi organismi in forme nuove.[19] Lo stesso nonno di Darwin, Erasmus, applica una concezione evoluzionistica ai suoi studi di botanica e di genetica [20]

Nella prima metà dell’ottocento il concetto di evoluzione è quindi, almeno a livello scientifico, ormai acquisito. La prima compiuta formulazione teorica arriva con Jean-Baptiste Lamarck, che fonda il processo evolutivo sulla ereditarietà dei caratteri acquisiti[21]. È un serio tentativo di identificare quei meccanismi che rendono possibile lo sviluppo delle differenze all’interno di una specie, e sul lungo periodo la nuova speciazione. Il limite, giustificabilissimo in base alle conoscenze dell’epoca, è quello di postulare che un agente esterno possa indurre nell’organismo modificazioni ereditabili. In Inghilterra si procede con maggior cautela: si accumulano mattoni di varia provenienza in vista della costruzione finale. William Charles Wells, ad esempio, studia l’adattamento degli organismi al clima, mentre Patrick Mattews parla chiaro e tondo di “selezione” dei più adatti e Charles Lyell nel campo della Geologia fissa definitivamente il concetto di trasformazione costante della cresta terrestre[22]. Nel 1844 addirittura, come abbiamo già visto, Robert Chambers anticipa una compiuta teoria evoluzionistica, che non ha il supporto di intuizioni scientifiche innovative (l’assunto è lamarkiano, il presupposto è creazionista) ed è finalizzata soprattutto a giustificare l’idea di un progresso sociale, ma azzarda comunque un disegno globale[23]. A questa farà riferimento nel decennio successivo la filosofia evoluzionistica di Herbert Spencer,[24] che nel suo Sistema di filosofia generale si richiama a Darwin, ma ha già adottato un approccio evoluzionistico almeno a partire dal 1851.

Insomma, l’evoluzionismo non è solo nell’aria, ha già fondamenta solide ed è ormai radicato nella cultura anglosassone. A questo punto manca soltanto l’enigmista in grado di unire i puntini degli indizi e delle evidenze e ricavarne un concetto che riassuma i meccanismi evolutivi. Il concetto è quello di selezione naturale, o sopravvivenza del più adatto, e nel 1858 gli enigmisti sono addirittura due.

 

In quell’anno va infatti in scena una vicenda che ha molti aspetti ambigui, ma che tutto sommato mi pare edificante, per la lealtà e la dirittura morale mostrata da entrambi i protagonisti.

Quando si riprende dallo shock che la lettura dello scritto di Wallace gli ha procurato Darwin non sa che pesci pigliare. L’articolo riassume quasi esattamente il suo pensiero, gli è stato inviato con la preghiera di farlo leggere a Lyell e di renderlo pubblico, inoltrandolo alla Linnean Society, e tecnicamente è la prima comunicazione ufficiale di una teoria che spieghi i meccanismi dell’evoluzione. L’idea di ignorarlo non lo sfiora nemmeno: onestamente ritiene che a Wallace debba essere riconosciuto il suo merito, e medita di inoltrare subito lo scritto ad alcune riviste scientifiche. Dall’altro lato, però, ci sono i vent’anni spesi nella costruzione del proprio edificio teorico. Si rivolge quindi a Lyell, che già conosce il percorso di Wallace e ne aveva intuiti i possibili esiti, e si affida a lui. Lyell, assieme ad un altro corrispondente e amico di Darwin, il botanico Joseph Hooker, trova la soluzione che salva capra e cavoli. Viene organizzata una presentazione congiunta alla Linnean Society, nella quale è data lettura sia di un manoscritto che Darwin aveva fatto circolare tra alcuni amici nel 1844, che contiene il primo abbozzo della teoria, assieme ad una lettera sullo stesso tema indirizzata al naturalista americano Asa Gray nel 1857, sia del breve saggio di Wallace. Darwin non presenzia nemmeno alla seduta: proprio in quei giorni sta infatti vivendo il dramma della perdita di un figlio. La scelta di presentare il manoscritto del 1844, invece che un estratto dell’opera in gestazione, ha comunque un ben preciso scopo: si sancisce una primogenitura, si brevetta l’idea originale. Nel contempo Darwin, che per uno scrupolo etico continua a nutrire riserve sulla soluzione adottata, viene stimolato ad uscire dai dubbi e dal torpore, e comincia a lavorare a tempo pieno per pubblicare il prima possibile almeno una parte di quanto ha già scritto.

Anche questa volta sulle prime la comunicazione congiunta non suscita grosse reazioni: ma è una bomba a reazione ritardata, e ad accelerare l’innesco provvedono proprio gli amici di Darwin, in particolare Thomas Huxley[25], che creano una particolare aspettativa attorno all’opera tanto annunciata. A Wallace viene comunicato come si è proceduto, e ne è addirittura entusiasta. L’idea di essere stato messo alla pari con un’autorità riconosciuta come Darwin non gli pare vera. E poi, è perfettamente conscio che la priorità morale, almeno per quanto concerne i tempi e la quantità degli studi dedicata, spetta a quest’ultimo. “Naturalmente non solo fui d’accordo, ma sentii che essi mi avevano onorato e riconosciuto maggior credito di quanto meritassi, nell’equiparare la mia fulminea intuizione – scritta in fretta e sottoposta subito al parere di Darwin e Lyell – al lungo lavoro di Darwin, il quale aveva raggiunto lo stesso risultato vent’anni prima di me.”

In realtà, il risultato non è esattamente lo stesso. Le due teorie non sono identiche. Per Wallace la selezione degli inadatti è operata dall’ambiente, mentre Darwin parla piuttosto di competizione tra gli individui. Sullo sfondo ci sono due “culture politiche” diverse, perché Wallace ha una formazione socialisteggiante e crede nella natura positiva dell’uomo, convinzione che come vedremo è rafforzata dal contatto con le fiere popolazioni malesi, laddove Darwin, più conservatore, ha in mente lo stato miserabile di brutalità in cui durante il viaggio del Beagle ha visto vivere i fuegini. Per Wallace, inoltre, la selezione persegue un fine superiore, la realizzazione di un uomo perfetto, e conseguentemente di una società giusta: Darwin sottolinea invece che l’evoluzione non è necessariamente un “progresso”, ma essenzialmente una successione di stati.

Quando l’anno successivo esce “L’origine delle specie” l’ambiguità della situazione si risolve da sola. Wallace è lontano, in Nuova Guinea, in cerca di esemplari dell’uccello del paradiso: è preso da altre cose, e proprio in questo periodo invia alla Linnean Society un altro lungo articolo, “Sulla zoologia geografica dell’arcipelago malese” che viene apprezzato e che può essere considerato l’atto di fondazione della biogeografia evoluzionistica.

La battaglia si scatena quindi tutta attorno all’opera e al pensiero di Darwin. Il nome di Wallace, nell’infuocato dibattito successivo, non compare nemmeno. Egli stesso ritiene che sia giusto così, e continuerà a ribadirlo sino alla fine: «È stato affermato… che io e Darwin abbiamo simultaneamente scoperto la selezione naturale: anzi, alcuni commentatori hanno dichiarato che fui io il primo a scoprirla e ad aprire la strada a Darwin. Credo sia opportuno riportare i fatti oggettivi nel modo più semplice e chiaro. L’unico fatto che mi associa a Darwin è che l’idea di ciò che oggi chiamiamo “selezione naturale” o “sopravvivenza del più adatto”, insieme alle sue pregnanti conseguenze, ci venne in mente indipendentemente. Quello che invece viene spesso dimenticato è che tale idea venne a Darwin nel 1838, ovverossia quasi vent’anni prima che a me, e che durante tutti quei vent’anni egli aveva continuato a raccogliere prove … Perché così sono andati i fatti, io non avrei avuto alcun motivo di lamentarmi se da allora i nostri rispettivi contributi fossero stati stimati proporzionalmente al tempo che ciascuno di noi aveva dedicato al problema, il che sarebbe come dire vent’anni contro una settimana”[26]».

Quindi Wallace non si aspetta, quando finalmente nel 1862 rientra in patria, dopo otto anni di permanenza “sul campo”, di trovare attorno a sé un particolare interesse. Gli è sufficiente sapere di essere stato lo strumento inconsapevole che ha smosso Darwin dalle sue incertezze. D’altro canto Darwin lo apprezza, Huxley e Lyell lo ricevono a casa loro, forse anche perché si sentono un po’ in colpa: tutto sommato ritiene di non avere di che lamentarsi, dal momento che ormai, grazie anche a queste conoscenze, è entrato a pieno titolo nel novero dei naturalisti degni di considerazione.

 

Nel frattempo il clamore delle polemiche accese dall’opera di Darwin non accenna a spegnersi. Nel 1863 Huxley getta ulteriore benzina sul fuoco con la pubblicazione de Il posto dell’uomo nella natura, nel quale abbandona ogni cautela e parla senza mezzi termini di discendenza dell’uomo da un antenato scimmiesco (mentre Darwin ne “L’origine” aveva accuratamente evitato di toccare l’argomento, ancorché la cosa fosse implicita). La rottura del tabù sull’origine dell’uomo incoraggia anche Wallace a trarre delle conclusioni dalle sue esperienze di viaggiatore-esploratore: nel 1864 pubblica un saggio su “L’origine delle razze e l’antichità dell’uomo”, che riscuote stavolta una grossa attenzione e che assieme ai diari offre il destro per valutare la sua posizione sul tema delle razze umane e il suo atteggiamento nei confronti delle culture primitive con le quali è venuto a contatto. Per seguire lo sviluppo del suo pensiero, che è piuttosto tortuoso, è opportuno però tornare all’esperienza amazzonica.

La terza e più inattesa sensazione di sorpresa (le prime due riguardano la maestosità della foresta vergine e la strabiliante varietà e squisita bellezza delle farfalle e degli uccelli) e di gioia fu il mio primo incontro e la vita a contatto con l’uomo allo stato di natura, con selvaggi assolutamente incontaminati” scrive nella sua autobiografia[27]. Quello del “selvaggio incontaminato” è un topos che ricorre in tutti i resoconti di viaggio dei naturalisti-esploratori, da Humboldt a Darwin, da Beltrami a Boggiani. “…Quegli autentici indios selvaggi non avevano nulla di ciò che noi chiamiamo vestiti, ma solo bizzarri ornamenti … ma erano soprattutto il loro aspetto complessivo e i loro modi di essere differenti, i loro lavori e i loro svaghi, per i quali andavano tutti di qua e di là, non avevano nulla a che vedere con l’uomo bianco e con le sue abitudini: camminavano con il passo sciolto dell’indipendente uomo della foresta e non facevano la benché minima attenzione a noi, puri stranieri di una razza aliena …”. Non è più il “buon selvaggio” del Settecento, né quello filosofo di Chateaubriand, ma non è neanche il “bruto” della gerarchia razziale positivista. “Erano uomini autentici che contavano solo sulle proprie forze, senza alcuna dipendenza dalla civilizzazione, e che riuscivano benissimo a vivere a modo loro, come avevano fatto per innumerevoli generazioni”.

Il confronto tra l’abbrutimento morale e anche fisico degli indigeni “civilizzati” e la dignitosa fierezza di quelli “bravos” induce le più amare considerazioni sugli effetti corruttori della “civilizzazione”. “Mi è sempre sembrata una vergogna della nostra civiltà il fatto che quelle brave genti non siano mai state salvaguardate, nemmeno in un caso, dalla corruzione dovuta ai vizi e alle follie delle nostre classi più degradate …Quello che abbiamo fatto, o lasciato che non venisse fatto, avendo avuto come risultato la degradazione e il lento sterminio di un così bel popolo, è una delle tragedie più tristi della nostra civiltà.”

Considerazioni analoghe sono suggerite a Wallace dall’incontro con le popolazioni malesi. Mentre nel primo villaggio di cui è ospite sulle isole Aru constata che “una grande monotonia e una piatta uniformità caratterizzano la vita quotidiana … la loro mi sembrò un’esistenza veramente misera”, quando si inoltra nella foresta vergine e arriva ad un villaggio tradizionale, lontano dai contatti con la civiltà, sente che “ … più ne approfondivo la conoscenza, più cresceva in me l’interesse per questa gente che rappresentava un chiaro esempio della popolazione autoctona delle Aru: veri selvaggi praticamente immuni da mescolanze forestiere…. Gli indigeni di razza pura hanno una migliore qualità di vita, come risulta dal fatto che godono di maggior salute, hanno fisici più prestanti e in genere la pelle più pulita” [28].

Queste osservazioni vengono sviluppate in chiave teorica ne L’origine delle razze, ma per certi aspetti ne risultano anche contraddette. Andiamo con ordine. Wallace si inserisce nel dibattito tra poligenisti e monogenisti, reso incandescente dalla questione della schiavitù e, proprio in quegli anni, dalla guerra civile americana[29]. Lo fa adottando una posizione molto sfumata. Parte sottolineando le differenze esistenti tra le società animali e quelle umane, anche quelle rimaste ad un livello di civiltà più basso. In queste ultime, dice, esistono comunque fenomeni di cooperazione, di “mutuo soccorso” e di divisione del lavoro, che non sono presenti nelle prime. Esiste anche la competizione, come vuole Darwin, ma si svolge tra gruppi, piuttosto che tra individui. Il salto è netto: a livello di specie non ci sono posizioni intermedie, da attribuirsi a “creazioni” o a “evoluzioni” separate. C’è invece una sola specie originaria, che a sua volta si è differenziata in diverse razze per opera dei meccanismi naturali, in primis la selezione.

La selezione ha continuato infatti ad operare a livello di modificazioni fisiche, determinando prima la speciazione, poi all’interno della specie le differenti caratteristiche morfologiche dei gruppi, sino a quando gli uomini non hanno sviluppato facoltà superiori, vale a dire intellettive e morali: da quel momento in poi la pressione ambientale si è trasferita sulle menti. “Dal momento in cui la prima pelle venne adoperata come coperta, la prima rozza lancia venne forgiata per essere usata nella caccia, il primo seme interrato o il primo germoglio piantato, una grande rivoluzione si realizzò nella natura … perché era comparso un essere non più inevitabilmente costretto a modificarsi al mutare dell’universo – era nato un essere che, in un certo senso, era superiore alla natura, visto che sapeva come controllarne e regolarne l’azione, e che poteva mantenersi in armonia con essa non tanto modificandosi nel corpo, quanto progredendo con la mente”. Questa rivoluzione non concerne quindi solo il rapporto con la natura, ma anche quello tra gli individui: induce cioè la nascita di sentimenti morali e sociali, primo tra tutti quello della solidarietà. Ora, proprio i gruppi più capaci di cooperazione sono quelli destinati a trionfare, mentre gli altri finiscono per estinguersi. Ma perché tale capacità si è sviluppata maggiormente in alcune razze piuttosto che in altre, determinando livelli diversi di civilizzazione? Wallace la spiega così: “Dal momento in cui quel potere, che fino ad allora aveva manipolato il corpo, trasferì la sua azione sulla mente, le razze sarebbero migliorate e progredite solo grazie alla severa disciplina di un suolo sterile e di stagioni inclementi … Non è forse vero che in tutte le epoche e in tutti gli angoli della terra gli abitanti dei paesi temperati sono sempre stati superiori a quelli che vivevano nelle regioni tropicali?” Il che parrebbe portarci, a dispetto del fatto che il termine razza venga usato in una accezione culturale e non biologica, pericolosamente vicini al confine che separa i sostenitori di una insuperabile diversità dagli assertori di una sfumata differenza.

Ma le cose non stanno così. Alla luce di una pubblicazione successiva, lo studio su I limiti della selezione naturale applicata all’uomo(1870), si capisce dove Wallace vada veramente a parare. Come vedremo, l’intento del saggio è dimostrare che al di là della selezione, per quanto concerne l’uomo, “qualche altra legge è stata all’opera”. Ciò che però qui ci interessa è che dall’analisi delle comparazioni craniometriche e dal confronto tra le facoltà raziocinanti, linguistiche, estetiche e morali dell’uomo civilizzato e del selvaggio Wallace deduce che “ogni significativo sviluppo di queste facoltà sarebbe per il selvaggio inutile o persino dannoso, poiché potrebbe in qualche modo interferire con la supremazia di quelle facoltà percettive e istintive sulle quali egli fa spesso affidamento proprio per sopravvivere all’aspra battaglia che deve condurre contro la natura e contro i propri simili. Tuttavia, in nuce, tutte queste potenzialità e questi sentimenti esistono sicuramente in lui … Possiamo concludere che esse sono sempre latenti e che il suo grande cervello è sovradimensionato per le reali richieste della sua condizione di selvaggio”.

Nulla a che vedere quindi con differenze biologiche, e ciò si riconcilia in qualche modo con la considerazione positiva dei “selvaggi”, e ci riporta nell’ambito non di una forma di razzismo, ma piuttosto di un ambiguo differenzialismo: magari poco in sintonia con la tendenza dell’epoca, ma senz’altro molto attuale.

 

Una volta riambientatosi nella “civiltà” Wallace cerca di recuperare il tempo perduto, e a quarantatré anni sposa una ragazza che ne ha venticinque di meno. Nel giro di cinque anni nascono tre figli, due dei quali sopravvivono. La vita sentimentale e familiare sarebbe serena, non fosse per i problemi economici. La reputazione, sia pure relativa, che i suoi studi gli hanno creato e la frequentazione degli ambienti ufficiali non bastano ad assicurargli una sistemazione decorosa. Non riesce a trovare un impiego (alla Royal Geografic Society è in concorrenza proprio con Bates, e gli viene preferito quest’ultimo), cerca invano di ottenere la direzione di qualche museo, si improvvisa progettista di parchi pubblici, ma senza alcun risultato. Riesce persino ad imbarcarsi in alcune speculazioni sbagliate, che danno fondo a quel che rimane del piccolo gruzzolo accumulatogli da Stevens durante la campagna di ricerca in Malesia. Sembra di rivedere il film della sua infanzia: inanella una serie infinita di traslochi (l’ultimo ad ottant’anni), ogni volta ricominciando da capo. Darwin e gli altri suoi corrispondenti scientifici non sanno mai da dove arriverà la prossima missiva.

È proprio Darwin, infine, nel 1881, a perorare e ad ottenere in suo favore il conferimento di una pensione per meriti scientifici. Non è molto, ma è sufficiente a garantirgli una certa tranquillità. Tutt’altro che tranquilla è invece l’attività intellettuale e scientifica di Wallace (il che probabilmente spiega anche le difficoltà a trovare un impiego fisso). Con l’articolo sull’origine delle razze umane ha infatti inizio la sua fase “revisionista” (una “metamorfosi in direzione retrograda”, la definisce Darwin). In realtà non sconfessa nulla di quanto ha scritto in precedenza, ma ritiene che occorra andare oltre. L’evoluzionismo e la selezione naturale spiegano tutto, ma si fermano di fronte all’uomo. Quell’oltre non ha più nulla a che vedere con la selezione naturale e con gli altri meccanismi evolutivi. Quell’oltre è lo spirito.

In un primo momento, in realtà, sono piuttosto “gli spiriti”. L’attrazione per l’occulto e il paranormale, sopita dalle esperienze di ricerca negli angoli più remoti del globo, si riaccende una volta tornato a Londra. Partecipa a sedute spiritiche e ad esperimenti di ipnotismo, e si fa apostolo di queste pratiche. Propone una partecipazione persino ad Huxley, il “mastino di Darwin”, e par di vedere quest’ultimo mentre gli risponde senza mezzi termini che sono cose per matti o per dementi. Scrive anche una serie di saggi su “L’aspetto scientifico del soprannaturale”, che lasciano seriamente imbarazzati gli amici, primo tra tutti Darwin. Ma l’imbarazzo diventa profonda delusione quando nel già citato saggio apparso nel 1870 mette in questione “I limiti della selezione naturale applicati all’uomo”. Qui non si tratta più di stramberie: è in gioco la credibilità dell’intera teoria evoluzionistica, tanto più che Darwin è uscito allo scoperto ed è in procinto di pubblicare, l’anno successivo, “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”.

Il ragionamento dal quale muove Wallace è il seguente: “Se troviamo nell’uomo dei caratteri che, in base a tutte le prove in nostro possesso, mostrano di essere stati veramente dannosi al primo momento della loro comparsa, o degli organi specializzati del tutto inutili per l’uomo, o il cui utilizzo non è proporzionato all’effettivo grado di sviluppo, ciò potrebbe significare che non sono stati prodotti dalla selezione naturale … che qualche altra legge o qualche altra forza è stata all’opera. Se poi ci accorgessimo che proprio queste modificazioni, ancorché nocive o inutili al tempo della loro comparsa, divennero molto più tardi estremamente vantaggiose, e sono ora essenziali per il pieno sviluppo morale e intellettuale della natura umana, dovremmo dedurne l’azione di una mente che prevede e lavora per il futuro”. Parte in fondo dalla stessa constatazione che tanto turbava Darwin, quella della comparsa e soprattutto del persistere inspiegabile di caratteri non solo inutili, ma oggettivamente d’impaccio nella lotta per la sopravvivenza (la famosa coda del pavone): e tiene anche conto correttamente del fatto che la positività o negatività di un carattere va giudicata sul lunghissimo periodo, nell’ottica di possibili trasformazioni ambientali. Tutto questo, però, solo per dedurne che se compare un carattere la cui utilità o funzione non è immediata, e questo carattere non viene spazzato via dalla selezione naturale, ciò accade perché esiste un preciso disegno finalistico-teleologico nel quale ogni mutazione è iscritta. Ciò, agli occhi di un darwiniano ortodosso, che assume il caso a motore unico dell’evoluzione, suona come una resa e come un’eresia.

Non è la fine della carriera scientifica di Wallace, che come abbiamo visto continua a fornire contributi di valore nel campo della biogeografia. I suoi scritti sull’argomento, La distribuzione delle piante (1876) e Island Life (1880), sono entusiasticamente recensiti da Darwin, e ancora a metà degli anni ottanta Huxley propone di chiamare “linea di Wallace” la linea di demarcazione tra l’est e l’ovest dell’arcipelago malese, dove il naturalista aveva maturato le sue prime osservazioni sulla distribuzione e sull’evoluzione delle specie zoologiche. Ma è indubbiamente un grosso colpo alla sua credibilità come evoluzionista, e viene percepito come un disconoscimento di paternità, anche se Wallace continua coerentemente a sostenere, per tutto il mondo animato tranne che per l’uomo, la validità della selezione naturale come spiegazione del meccanismo evolutivo (tanto da pubblicare nel 1889 un trattato sulla selezione naturale con il titolo “Darwinismo”).

 

Confesso che ho una spiccata tendenza a liquidare ogni discorso sullo spiritismo e il paranormale, ma anche sul soprannaturale in genere, come “temporanea apparizione mentale”, per usare un eufemismo; provo irritazione e una notevole riluttanza anche solo a parlarne. Nel caso di Wallace sento però di poter fare un’eccezione. Non è questione di simpatia di pelle, che a tutto mi indurrebbe tranne che a giustificare queste inclinazioni: è che ci scorgo dietro qualcosa di più di una semplice mania o debolezza psicologica, e soprattutto non mi sembra in contraddizione più di tanto rispetto al filone serio del suo pensiero.

Mi spiego. Ho letto gli scritti di Wallace sullo spiritismo e sul paranormale, e li ho trovati, come già avevano fatto Darwin e Huxley, imbarazzanti, patetici nella pochezza e nel candore col quale si ostinano a perorare una causa assurda e a tentare di darne spiegazione su basi scientifiche, partendo dall’assunto che la scienza deve indagare proprio i misteri, e non rigettarli a priori. “L’esistenza di tali intelligenze preter-umane, – afferma – qualora provata, aggiungerebbe solo un ulteriore esempio, il più strabiliante di qualsiasi altro finora osservato, di quanto minima sia la porzione del grande cosmo che i nostri sensi ci permettono di conoscere” Wallace ritiene che l’uomo sia “una dualità, consistente in una forma spirituale organizzata, evolutasi in permeante coincidenza con il corpo fisico, e dotata di sviluppo e organi corrispondenti”, che “la morte scinde questa dualità senza produrre sullo spirito alcun cambiamento, né morale né intellettivo” e che “gli spiriti possono comunicare con i vivi attraverso individui dotati di capacità medianiche”. E aggiunge: “Noi siamo circondati da una schiera di parenti e amici partiti prima di noi, che hanno un certo potere di influenzare, e in certi casi persino di determinare, le azioni dei vivi”. Ora, è comprensibile che possa essere consolante per lui sentirsi accanto il fratello William, che gli aveva fatto da padre, o Herbert, per la morte del quale un po’ si sentiva responsabile, oppure il piccolo Herbert Spencer, il suo primogenito morto a sei anni: ma conoscendo i suoi articoli sulla selezione naturale vien rabbia a pensare che tanta intelligenza e acutezza possano essersi sprecate su simili argomenti. E tuttavia …

Tuttavia nel caso di Wallace ci sta; nel senso che è almeno spiegabile. Intanto c’è una motivazione “esterna”, quella che meno giustifica, ma che va comunque tenuta in considerazione: spiritismo, occultismo e paranormale sono molto di moda nel secondo Ottocento, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana (e sono spiritisti addirittura i maggiori grandi rappresentanti del pragmatismo americano, William James e Charles Peirce). Questa potrebbe sembrare semmai un’aggravante – anche Darwin e Huxley vivono nell’Inghilterra vittoriana, ma di spiriti non vogliono sentir parlare – mentre in realtà rivela che Wallace è in fondo più moderno dei due granitici positivisti, perché è già permeato dallo spirito, appunto, del decadentismo. Il che non è un gran merito, almeno ai miei occhi, ma rivela una sensibilità più complessa.

C’è però dell’altro, e questo mi pare importante. A dispetto del campo delle sue ricerche e degli esiti di queste ultime Wallace non è mai stato un materialista convinto. La sua curiosità per lo spiritismo risale come abbiamo visto al periodo di Leicester, e già dai tempi dell’Amazzonia alcuni esperimenti di comunicazione mentale compiuti con gli indigeni, dei quali racconta nel suo diario, rivelano una concezione “psichica” dell’universo, l’idea che esista una dimensione ulteriore, nella quale gli spiriti degli uomini d’ogni tempo sopravvivono alla corruttibile materialità, e che costituisce una impalpabile e rassicurante rete comunicativa. Tutto questo parrebbe esulare dalla concezione evoluzionistica, ma per Wallace ne è invece il compimento: in sostanza, tutto il processo evolutivo, tutte le leggi che lo governano, sarebbero finalizzate al raggiungimento di questo stadio di perfezione. Non solo: è ipotizzabile, anzi, è certo che prima o poi anche tale dimensione immateriale possa essere indagata con gli stessi criteri di scientificità con i quali si è fatta luce sui meccanismi dell’evoluzione (non arriva a tempo a conoscere gli esiti filosofici della psicoanalisi, ma certamente lo avrebbero intrigato).

Ciò comporta naturalmente l’idea di una eccezionalità umana, di un destino speciale per la nostra specie. Antropocentrismo, si dirà. Fino ad un certo punto. Nella concezione di Wallace c’è spazio per tutti, con eguale dignità: “Pensai alle lunghe epoche del passato, durante le quali generazioni e generazioni di questa piccola creatura avevano f atto il loro corso, di anno in anno, nascendo, vivendo e morendo nel fitto di scure e tenebrose foreste, senza che nessun occhio intelligente ne osservasse lo splendore. A quanto pare un inutile spreco di bellezza. …. Tale considerazione ci porta inevitabilmente a negare l’assunto secondo il quale tutti gli esseri viventi furono fatti per l’uomo. … La loro felicità e i loro piaceri, i loro amori e odi, le loro lotte per la sopravvivenza … sembrano avere direttamente a che fare solo con il loro benessere individuale e la loro riproduzione.[30] D’altro canto tutti hanno la stessa origine: ma allo stesso modo in cui da una specie ne nasce un’altra, compiendo un salto qualitativo, può essere ipotizzato un salto qualitativo all’interno della specie stessa. E questo salto l’uomo, secondo Wallace, lo ha fatto. Scrive nella introduzione al saggio sui limiti della teoria della selezione: “Credo di aver provato che, non appena l’intelletto umano ebbe raggiunto un grado di sviluppo al di sopra di una soglia minima, il corpo dell’uomo avrebbe cessato di essere materialmente influenzato dalla selezione naturale, in quanto lo sviluppo delle sue facoltà mentali avrebbe reso inutili significative modifiche della sua forma e della sua struttura”. Non è un argomento banale.

D’altro canto, non è l’unico a sostenerlo: nello stesso periodo lo dice anche Marx (Engels ne è un po’ meno convinto) quando sostiene che per quanto concerne l’uomo ad un certo punto la storia naturale ha lasciato il posto a quella culturale. I modi e i percorsi che poi ne derivano sono per i due molto diversi, ma la finalità, in fondo, è la stessa: il progresso e il perfezionamento dell’uomo. Questo è il motore dell’eresia di Wallace: l’idea che tutta quell’immane vicenda di nascite e crescite ed estinzioni che lui stesso ha contribuito a chiarire debba aver uno scopo ben più nobile del puro perpetuarsi della vita. Non accetta le conseguenze di ciò che ha capito, e questo lo porta, visto che razionalmente non ci sono vie d’uscita, a buttarsi tra le braccia dell’irrazionale. È una debolezza, certo, ma è indotta da un entusiasmo persino eccessivo per ciò che lo ha appassionato, al punto di non consentirgli di accontentarsi del risultato.

 

Con l’articolo del 1858 Wallace sente di aver raggiunto solo uno scopo parziale, quello scientifico. Ha risposto alla domanda: come accade? Non è svuotato, ma al contrario di Darwin, che continua a girare attorno al suo edificio teorico e produrrà tutte le sue ulteriori opere a suffragio e completamento de L’Origine, non lo sente più come l’interesse prioritario. Probabilmente ha anche la coscienza di non possedere i mezzi per andare oltre nella spiegazione. Il suo contributo lo ha dato, agli altri (agli specialisti come Huxley e Hooker) sta ora il compito di portarlo avanti.

Non per questo abbandona l’idea di evoluzione. Semplicemente la sposta, dalla biologia allo studio dei comportamenti e dei problemi sociali. Entra nel campo davanti al quale la biologia si arresta. Si pone la domanda: perché?

La risposta che concepisce induce anche un cambio di atteggiamento per quanto concerne la presenza pubblica. Schivo e sin troppo modesto, Wallace è rimasto senza troppi problemi nell’ombra, sino a quando si è trattato di studiare la natura. Ora, dopo che il suo interesse si è trasferito decisamente sul problema della società umana, sente il dovere di esporsi pubblicamente, magari facendo valere le sue credenziali scientifiche: non certo per trarne qualche vantaggio o celebrità, ma per giovare alla causa dei suoi simili. Sempre più frequentemente quindi interviene nel dibattito pubblico, e non c’è causa sociale che non lo veda schierato.

Wallace non può essere ascritto ad alcun movimento politico specifico. Si professa apertamente socialista (“Sono assolutamente convinto che il socialismo non solo sia perfettamente attuabile, ma sia anche l’unica forma di società degna di uomini civili. Solo esso infatti può assicurare all’umanità un contino avanzamento intellettuale e morale ….”), ma il suo socialismo che non ha nulla a che vedere con il marxismo o con le altre varianti del progressismo riformatore o rivoluzionario: non prende spunto da Marx ma dai romanzi utopistici di Bellamy[31]. Sarebbe forse più corretto definirlo in negativo, come un anticapitalista. Il socialismo è per lui “l’organizzazione del lavoro per il bene di tutti”. “Che economia si avrà quando tutte le industrie di un intero paese saranno uniformemente strutturate per il bene comune, quando tutti gli impieghi assolutamente inutili o non necessari saranno aboliti – come le miniere d’oro o di diamanti, o come i nove decimi degli avvocati e di tutti i faccendieri e i giocatori di borsa? È chiaro che in un sistema così organizzato un lavoro di tre o quattro ore al giorno per cinque giorni la settimana, svolto da tutte le persone di età compresa tra i venti e i cinquant’anni, produrrebbe in abbondanza e per tutta la popolazione tutto il necessario per vivere in agiatezza, con tutte le raffinatezze e i sani piaceri della vita.” È una visione utopistica della società che discende direttamente, come abbiamo visto, dalla fiducia totale nella perfettibilità dell’uomo.

Wallace è anche un ecologista, fervido sostenitore ante-litteram del “piccolo è bello”. In un articolo contro l’adozione del libero scambio scritto nel 1879 preconizza i rischi di un mondo globalizzato. Lo fa alla sua maniera, immaginando piccole comunità semiautonome, quasi villaggi dei Puffi, localizzate in un territorio poco fertile ma ricco nel sottosuolo, i cui componenti “si godono l’aria pura e le bellezze del paesaggio, e una buona percentuale è impegnata in salutari lavori all’aria aperta”. Questo idillio è rovinato dalla scoperta che si possono acquistare i prodotti alimentari a prezzi più bassi dai vicini, mentre si possono sfruttare ed esportare le ricchezze minerarie, naturalmente sconvolgendo tutto il territorio. Wallace sembra raccontare una favoletta, mentre non fa altro che descrivere quanto è veramente accaduto nel corso dell’ultimo secolo nella sua Inghilterra, soprattutto nel suo Galles (fatta la debita tara ai “salutari lavori all’aria aperta”, che in genere erano più salutari di quelli in miniera o nelle industrie, ma non impedivano alla popolazione di morire di fame). È tra l’altro una favoletta che avrà un grosso successo in Germania (sarà una delle icone del nazismo), ed è in fondo la condizione di partenza (e di arrivo) della componente più pura e originaria dell’anarchismo. Ma è anche un modello che, nelle tenebre della crisi che ci illudiamo oggi di attraversare e che in realtà ci sta inghiottendo, torna con insistenza sempre maggiore a ripresentarsi, non più come sogno utopico, bensì come unica alternativa minimamente plausibile alla catastrofe (purtroppo, forse davvero solo immaginabile).

Nella terra ideale di Wallace non si parla però di comunismo o di proprietà collettiva dei mezzi di produzione: meno che mai di dittatura del proletariato. “La maggior parte delle persone rifiuta persino l’idea di socialismo perché pensa che una società socialista si possa instaurare solo con l’imposizione. Se così fosse ripugnerebbe anche a me. Infatti io credo nell’organizzazione volontaria per il bene comune: anzi, sono quasi sicuro che noi abbiamo bisogno di un periodo di sano individualismo – di competizione in condizioni di perfetta uguaglianza per sviluppare tutte le energie e tutte le nostre migliori qualità, così da predisporci a quella volontaria organizzazione che adotteremo con profitto quando saremo pronti, ma che non potrà esserci imposta con la forza, prima di allora”. Qui, al di là dell’ingenuità sulla perfetta uguaglianza, non si parla di rigettare la selezione naturale, ma di ripulire il terreno di gara per garantire una competizione leale e davvero mirata al perfezionamento. La condizione è che tutti abbiano pari opportunità di realizzare appieno le loro potenzialità: perché “senza pari opportunità per tutti non può esistere vero individualismo, nessuna leale competizione”.

Da buon naturalista Wallace pensa che il primo campo nel quale la competizione deve essere riformata sia quello della selezione sessuale. Il sistema capitalistico, creando differenze di classe, induce infatti le donne a scegliere sulla base della convenienza economica, lasciando da parte le spinte istintuali e spirituali. Questo inibisce il potere selettivo della natura, spingendole nelle braccia di uomini che non desiderano e che magari sono affetti da tare fisiche e morali trasmissibili. C’è un fondo di eugenetica nella visione di Wallace (apprezza molto i lavori sul “genio ereditario” di Francis Galton), mitigato dalla introduzione di fattori di scelta legati anche alla sintonia spirituale. L’idea di una selezione che agisse anche secondo criteri di scelta sessuali era stata avanzata da Darwin ne “L’origine dell’uomo”, ma in quel contesto era stata rifiuta da Wallace: non gli piaceva naturalmente il fatto che la scelta fosse pensata in termini di semplice egoismo riproduttivo, di puro istinto materiale. Ora invece rientra dalla finestra quando il tema è affrontato in termini sociali. Nella sua versione i “mariti più desiderabili” non sono solo quelli che danno migliori garanzie riproduttive, ma quelli che vengono liberamente scelti dalle donne secondo criteri estetico-spirituali: il che è possibile solo se le donne hanno le stesse opportunità economiche e sono emancipate dai secolari pregiudizi e vincoli che sono stati costruiti loro addosso.

Quindi il socialismo, come affermazione progressiva delle pari opportunità, naturalmente non solo di genere, ma per tutte le classi sociali, va inteso come strumento per consentire la migliore attuazione del processo evolutivo e come tappa fondamentale della “spiritualizzazione” di questo processo.

 

La sensibilità sociale di Wallace non si esaurisce comunque nelle teorizzazioni sulle pari opportunità e sul socialismo venturo. Si concretizza in un impegno continuativo e diretto nelle cause umanitarie più disparate: Wallace diventa presidente (beninteso, senza percepire senza alcun gettone) della Società per la nazionalizzazione delle terre, si occupa dei problemi della disoccupazione (che in qualche misura lo concernevano direttamente), milita nelle associazioni anticolonialistiche e nel movimento contro la vaccinazione antivaiolosa. Ha tempo per tutto e per tutti, e la cosa ancor più straordinaria è che non lo ruba alla famiglia o alle amicizie: ha capito perfettamente quali siano i veri valori, e questo gli consente di coltivarli armoniosamente.

La frase che ho posto in esergo mi aveva colpito non per una particolare originalità (un sacco di altri prima di lui hanno detto, e qualcuno anche pensato, la stessa cosa), ma perché si attagliava perfettamente al poco che sapevo del personaggio. Posso anzi dire che proprio quella frase è all’origine di questo schizzo biografico. È probabile che tale filosofia di vita sia stata trasmessa a Wallace dal padre, costretto a fare di necessità virtù, dal momento che di accumulare denaro, e nemmeno di tenersi quel poco che aveva, proprio non gli riusciva. O può essere stata elaborata dal figlio stesso, visto come andavano le cose al padre e forte poi delle esperienze proprie. Sta di fatto che Alfred Russel Wallace questa massima l’ha applicata per tutta la vita con perfetta coerenza, e che il paio di volte che ha provato a fare un’eccezione è stato subito ricondotto dalla sorte sulla retta via.[32] Anzi, ne ha esteso il significato facendo rientrare nel superfluo anche l’accumulo di onorificenze e di riconoscimenti. Il che non significa che gli spiacesse veder riconosciuti i suoi meriti, non sarebbe umano: semplicemente non si avviliva più di tanto quando questo non accadeva (e non accadeva quasi mai). Altri suoi colleghi, altrettanto e forse più sfortunati, ne fecero delle vere e proprie malattie, con tutte le ragioni di questo mondo: Wallace non cessò invece di pensare che in fondo andava bene così, che l’importante era il trionfo della scienza, e non quello dei suoi ministri.

Questo atteggiamento non gli rovinò il fegato, non gli compromise la digestione e non gli fece perdere il sonno, così che il nostro campò come Humboldt sino a novant’anni, e soprattutto ci arrivò perfettamente lucido e ancora proteso verso il futuro.A novant’anni era capace di saltare su una sedia o sul divano per raggiungere un libro riposto su un alto ripiano dello scaffale, o di muoversi svelto nello studio in cerca di un articolo che intendeva citare”. I suoi figli lo ricordano così, costantemente indaffarato a progettare parchi e giardini per le sue nuove case, ad apportare modifiche e migliorie, che magari non sempre riuscivano tali, ma appagavano la sua sete perenne di miglioramento, la sua volontà di partecipare in ogni modo al grande disegno di perfezionamento: in fondo procedeva come la natura, per tentativi, con lo scopo della perfezione. In questo era coadiuvato (e sotto l’aspetto pratico, pare, guidato) dalla moglie Annie, figlia non a caso di un illustre botanico, con la quale convisse felicemente, a dispetto ella differenza d’età, per quarantasette anni (Annie gli sopravvisse solo un anno). Appena era possibile li trascinava tutti, con qualsiasi tempo, in lunghissime passeggiate escursionistiche, a caccia di stupendi panorami o delle singolarità di un insetto o di una pianta; ed educava i figli ad ignorare le recinzioni e i divieti d’accesso che si moltiplicavano nella campagna inglese, in nome di un diritto universale a godere dei beni e delle bellezze della natura. Teneva libero nello studio uno strano lucertolone inviatogli dalla California da suo fratello John, andava pazzo per i nonsense e i giochi di parole di Lewis Carrol e li condivideva con i figli, amava cucinare ed era in grado di cavarsela egregiamente in ogni attività pratica, dalla costruzione di un muro al rammendo dei calzini e dei pantaloni.

Lo stesso atteggiamento positivo e propositivo Wallace lo trasferiva pari pari nell’impegno sociale, anche quando perorava le cause più strampalate, come quella dello spiritismo e del paranormale. Un vicino di casa (di una delle ultime case) scrive di lui: “Un’ardua lotta per una causa impopolare, meglio se del tutto impopolare, o qualunque argomento in favore di una tesi generalmente disprezzata, avevano per lui un fascino al quale non poteva resistere”. Il che non significa che fosse un bastian contrario. Wallace prendeva posizioni scomode su questioni che erano date per scontate, non curandosi del fatto che potessero rovinare la sua immagine di scienziato progressista, e spesso ne coglieva risvolti che sarebbero venuti poi alla luce solo molto più tardi, allo stesso modo delle sue intuizioni non ortodosse relative ai modi dell’evoluzione. Ne è un esempio la lunga battaglia condotta contro la vaccinazione antivaiolosa. Non sosteneva che questa fosse inutile, sosteneva che non fosse più utile nella seconda metà dell’Ottocento, quando il morbo si era quasi estinto, e il vaccino risultava più pericoloso della malattia stessa. E non affermava queste cose per partito preso, ma sulla scorta di cifre e di quadri statistici accuratissimi, mantenendo comunque sempre il massimo rispetto per le opinioni altrui (cosa che non sempre avveniva nei confronti delle sue). È comunque innegabile che molte delle sue “cause perse”, così come i caratteri recessivi di molti individui all’interno della specie, siano tornate a distanza di tempo a far rumore (la contestazione dei vaccini è più che mai attuale, e la battaglia di Wallace ha quanto meno contribuito a renderli più sicuri).

Questo personaggio, che a tutta prima, paragonato ai suoi illustri contemporanei e colleghi scienziati appare così ingenuo ed ottimista da sembrare persino un sempliciotto, che è curioso di tutto e di tutto si occupa in un’epoca che consacra la specializzazione, che è spesso in contraddizione con se stesso e quasi sempre con il suo tempo, che parla di spiriti nell’età incipiente del materialismo, che crede nella bontà intrinseca degli uomini mentre avvalora la legge della lotta per la sopravvivenza, che considera felici i “selvaggi” a dispetto della sua fede nel progresso, che immagina (e nel suo piccolo cerca di creare) oasi di ruralità mentre attorno trionfa l’industrializzazione, questo personaggio risulta, quando lo si conosce un po’ più in profondità, incredibilmente attuale, e persino ancora abbastanza scomodo da crearci qualche inquietudine, qualche dubbio. Non è un post-moderno, perché per lui i valori forti esistono eccome, anche se rispetta i modi e i credi altrui: piuttosto trascende ogni modernità, perché è un modello di uomo e di scienziato che apparentemente viene sconfitto in tutte le epoche, ma torna poi immancabilmente a riproporsi, per inocularci quel vaccino contro la paralizzante sfiducia nella natura umana del quale abbiamo costantemente bisogno.

 

Wallace si presta quindi benissimo a testimoniare la possibilità di una vita vissuta (nel suo caso è più che legittimo dire: paradossalmente) fuori dagli schemi che ci vogliono egoisti e competitivi. Il teorico dell’operato della selezione parrebbe la persona meno adatta alla sopravvivenza e all’agone riproduttivo, sia a quello biologico che a quello culturale: e invece risulta alla fin fine un vincitore, nell’uno e nell’altro campo. Come uomo appare pienamente realizzato. Un matrimonio felice, figli che lo adorano e gli rimangono accanto, una giovinezza all’insegna dell’avventura e una vecchiaia attiva e lucidissima sino all’ultimo istante, una vita intera dedicata a quel che più gli piaceva. Come scienziato, ha la tranquillizzante coscienza di aver fatto, e bene, la propria parte, a dispetto di condizioni di partenza sfavorevoli; e nutre anche la consolante speranza che il lavoro verrà portato avanti da altri, che il progresso delle conoscenze scientifiche non si arresterà.

Non credo abbia lasciato ai figli una consistente eredità, se non di affetti: ma ha senz’altro lasciato a noi un patrimonio di intuizioni che si rivelano oggi più che mai stimolanti e di conoscenze che hanno cambiato radicalmente il nostro modo di pensare: e più ancora, l’esempio di una vita spesa in ciò che davvero importa.

Direi che la cosa, soprattutto oggi, merita più di una riflessione.

L'importante è non nascere adatti Wallace (1)

Bibliografia 

Ecco alcuni riferimenti per chi volesse approfondire la conoscenza di Wallace.

BARSANTI, G. – Una lunga pazienza cieca – Einaudi 2005

CONNIFF, R. – Cacciatori di specie – Le Scienze 2012

DESMOND, A. – MOORE, J. – Darwin – Boringhieri 2009

FOCHER, F. – L’uomo che gettò nel panico Darwin – Boringhieri 2006

GREENE, J. C. – La morte di Adamo – Feltrinelli, 1971

PIEVANI, T. – La teoria dell’evoluzione – Il Mulino 2006

PIEVANI, T. – In difesa di Darwin– Bompiani 2007

WITHE, T. – Cacciatori di piante – Rizzoli

VON HAGEN, V. – Scienziati–esploratori nell’America Meridionale – Rizzoli

Non esiste una traduzione italiana dei suoi diversi scritti, tranne che di quelli sullo spiritismo, scaricabili da LiberLiber.

Esistono invece diverse recenti biografie in inglese:

JOHN G. WILSON – The Forgotten Naturalist: In Search of Alfred Russel Wallace – Australian Scholarly Publishing Pty Ltd, 2000

PETER RABY – Alfred Russel Wallace: A Life – Princeton University Press, 2001

JANE CAMERINI – The Alfred Russel Wallace Reader: A Selection of Writings from the Field – The Johns Hopkins University Press, 2002

 

 

[1] In Inghilterra sono in questo periodo in piena espansione le enclosures ed è stato rivoluzionato il regime degli affitti terrieri, per cui un incredibile numero di giovanotti inglesi di media condizione e di una qualche istruzione si trova nella prima metà dell’Ottocento a sbarcare il lunario con questo mestiere.

[2] Vestiges of the Natural History of Creation uscì anonimo. Solo nel 1871, e solo dopo che erano state fatte le più svariate ipotesi, si conobbe la vera identità dell’autore, Robert Chambers, un estroso editore e divulgatore scientifico. Nel frattempo Chambers era morto.

[3] Nel corso della sua campagna amazzonica, che dura undici anni, Bates raccoglierà e spedirà in Inghilterra quasi quindicimila esemplari, la metà dei quali appartenenti a specie sconosciute. Ha anche notevoli intuizioni, soprattutto per quanto concerne l’adattamento di alcune specie, e afferma: “La natura scrive su una tavoletta la storia delle modificazioni della specie”. Questo molto prima della comparsa del libro fondamentale di Darwin. Lo stesso Darwin lo stimolerà poi a scrivere un diario-saggio, Un naturalista sul rio delle Amazzoni, che rimarrà a lungo la migliore descrizione esistente dell’Amazzonia. Dalle sue esperienze non trarrà però alla fine alcuna conclusione teorica: anche perché al ritorno in patria, fisicamente spossato dalle privazioni (le malelingue dicono anche dalla frequentazione delle giovani indigene) e psicologicamente prostrato dai lunghi periodi di semi-solitudine trascorsi in mezzo agli indios, abbandona la ricerca scientifica attiva. A trentaquattro anni ottiene un modesto impiego alla Royal Geografic Society, e si eclissa. Gli rimane addosso una struggente nostalgia dell’Amazzonia: “…lunghi crepuscoli grigi …le ciminiere delle industrie e le folle di operai sporchi che di primo mattino si affrettano a correre al lavoro … preoccupazioni artificiose, convenzioni sociali schiavizzanti. Tornavo in mezzo a questo mondo opaco, lasciando un paese dall’estate perenne” (e soprattutto le ragazze indigene sempre sorridenti).

[4] È sintomatica la posizione assunta da Jeremy Bentham, nella sua “Introduzione ai principi della morale e della legislazione”, dove afferma che degli animali non dovremmo chiederci se sanno parlare o ragionare, ma se possono soffrire.

[5] Si pensi a vicende come quelle dei tulipani, dei gigli e delle dalie, o del thé, per rimanere nel campo della botanica, e a quella dei bachi da seta e di specie rare di uccelli per la zoologia.

[6] Prima di lui avevano raccolto piante nella zona La Condamine, Humboldt e Bompland, i loro emuli von Martius e von Spix, Edward Popping e Francois de Castelnau. Nessuno però aveva intrapreso un lavoro sistematico quale quello che sarà portato a termine da Spruce.

[7] I due rimarranno amici per tutta la vita, e alla morte di Spruce sarà Wallace a curare l’edizione dei suoi diari.

[8] Una rapida e limitatissima ricerca mi ha indotto a pensare che esista una diretta relazione tra le affezioni tipiche dell’emisfero boreale e la resistenza ai climi tropicali. Forse gli anticorpi poco efficaci per le prime, ma comunque attivati, si rivelano invece efficientissimi rispetto alle malattie indotte dai secondi

[9] La “biogeografia” ha dei padri nobili: il modello potrebbe essere individuato nello studio della distribuzione delle piante già portato avanti da Humboldt. Lo specifico delle diversità biologiche viste in rapporto alla loro distribuzione erta stato anticipato invece da Geoffroy Saint-Hilaire.

[10] A. R. WALLACE –My lif.e. A record of Events and Opinions- Londra 1905

[11] Questa storia (anzi, entrambe le storie, perché anche Darwin ha un approccio alla scienza tutt’altro che specialistico) conferma che le grandi intuizioni non scaturiscono mai dagli specialisti, troppo chiusi nel loro orticello, gelosi delle interferenze e impermeabili alle suggestioni provenienti da altri campi. Si potrebbe parlare di una sorta di divisione del lavoro: ci sono quelli che portano i semi delle idee, e li raccolgono perché viaggiano in spazi più ampi (in questo caso, sia metaforicamente che concretamente), e quelli che poi li piantano e li coltivano nelle serre dei laboratori. Alla prima schiera appartengono, almeno fino alla metà dell’ottocento, i grandi savants enciclopedici, gente come Humboldt o Goethe, destinati nella seconda metà del secolo ad essere soppiantati dalla specializzazione positivistica. E tuttavia i savants non sono scomparsi senza eredi: il modello, se non quello di un sapere enciclopedico almeno quello di una conoscenza “trasversale”, si sta riaffermando oggi, proprio in virtù delle nuove tecnologie dell’informazione, che permettono un accesso velocissimo a conoscenze un tempo riservate a pochi. C’entra anche comunque la constatazione che la specializzazione estrema conduce a strade senza sbocco.

[12]dall’acqua e dalla Terra riscaldate nacquero pesci o animali simili; entro di loro si generarono feti umani che crebbero fino alla pubertà; poi, spezzate le loro membrane, ne uscirono uomini e donne che erano ormai in grado di nutrirsi autonomamente». Censorino, De die natali, 4, 7

[13] Thomas Burnet,

[14] James Hutton, Theory of the eart (1788)

[15] Nicolai Stenonis, Elementorum myologiae specimen, seu museuli descriptio geometrica (1667)

[16] Benoit de Maillet, Telleamed (1748, ma scritto nel 1715)

[17] Pierre–Louis de Maupertuis Vénus Phisique, 1745)

[18] George-Louis Leclerc de Buffon, Histoire naturelle

[19] Denis Diderot, Le reve de d’Alambert, (1769)

[20]Erasmus Darwin, The botanic Garden (1789)

[21] Jean-Baptiste Lamark, Philosophie zoologique (1809)

[22] Charles Lyell, Principles of geology, 1833. La lettura di quest’opera fu importante per Wallace quanto lo era stata per Darwin

[23] Robert Chambers, Vestiges of the natural history of creation, 1844. Il libro ebbe un’enorme importanza per il successo di pubblico che ottenne, essendo scritto in una forma facile e divulgativa. A dispetto della fragilità delle spiegazioni, ebbe il merito di far circolare l’idea di evoluzione presso il grande pubblico. Anche Chambers prese lo spunto per le sue idee dalla lettuira di Lyell.

[24] Herbert Spencer, First Principles (1862)

[25] Biologo, coetaneo di Wallace, diverrà il più convinto assertore della causa evoluzionista. È lui a sostenere, in rappresentanza del riluttante Darwin, il famoso dibattito di Oxford con il vescovo Wilberforce.

[26] Dal discorso pronunciato da Wallace in occasione del cinquantesimo anniversario della lettura congiunta, presso la Linnean Society, nel luglio del 1908

[27] My Life.

[28] A. R. Wallace – The Malay Archipelago, the Land of the Orang-utan and the Bird of Paradise; a Narrative of Travels with Studies of Man and Nature – Londra 1869

[29] Gli sudi e le posizioni dei poligenisti, che affermano una differenziazione razziale ab origine, sono finanziati dalla lobby schiavista, ma trovano molti sostenitori anche al nord. Il più famoso degli scienziati poligenisti è Agassiz, ma la maggior messe di dati fu fornita dai “misuratori di crani”, come Samuel George Morton.

[30] The Malay Archipelago (1869)

[31] Edward Bellamy, Nell’anno duemila (1882) ed Equality (1886)

[32] È emblematico l’episodio della scommessa. Wallace vinse una scommessa di 500 sterline con un ricco (ed evidentemente molto ignorante) aristocratico che sosteneva che la terra fosse piatta, dimostrandogli il contrario. Ci mise dieci anni a riscuoterla, e alla fine si era mangiata in spese legali una cifra molto superiore a quella riscossa.

 

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Grazie per la risposta. ✨

 

La raccolta dei sogni al Paraguay

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

Le prime notizie sulla vita di Guido Boggiani le ho rinvenute in un libro di Alberto Viviani, Guido Boggiani, edito dalla Paravia in una vecchia e benemerita collana dedicata a “I grandi viaggi di esplorazione”. Le ho poi approfondite sul volume curato da Maurizio Leigheb ed edito nel 1986 dalla regione Piemonte: Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, che riporta anche alcune bellissime riproduzioni dei dipinti, degli schizzi e dei materiali etnografici e una bibliografia accurata degli articoli e studi dedicasti al pittore. I “Viaggi di un artista nell’America meridionale” sono rintracciabili solo in alcune biblioteche specializzate, le opere etnografiche neppure in quelle.

 

“…egli era svelto odiatore di salmerie e di scorte,
 e silenzioso era il suo ardimento, e cadde
sotto la spada del predone selvaggio…”
Gabriele d’Annunzio, Laus vitae

15Il successo a vent’anni è una bella fregatura: hai davanti un’intera vita di lotta per conservarlo o per rinverdirlo, oppure per farlo dimenticare. Molti non reggono; qualcuno provvede da solo a entrare nel novero dei “cari agli Dei”, qualcuno c’è iscritto dalla sorte, i più finiscono per autodistruggersi o per trascinarsi in una patetica parodia di se stessi. Ma c’è anche un’altra soluzione, in verità poco praticata: quella di infischiarsene, prendere su e mollare tutto. L’esempio che corre subito alla mente è quello di Rimbaud: smette di scrivere poesie e va a vendere armi in Africa. Se dovessimo citarne un secondo, però, saremmo in difficoltà: e invece lo abbiamo in casa. Si tratta di Guido Boggiani, prima pittore, pianista, poeta, poi esploratore, trafficante, etnologo, linguista.

Il caso Boggiani è da manuale. Guido nasce sul Lago Maggiore, in uno dei più bei luoghi d’Italia, nell’anno dell’unità, in una famiglia benestante e colta: grande appassionato d’arte il padre, scienziato il nonno materno. Vive un’infanzia dorata e si ritrova adolescente di successo, ricco e bello, ottimo pianista, poeta, brillante conversatore. E in possesso di un vero talento artistico nella pittura. Si diploma in soli due anni all’Accademia di Brera e diventa l’allievo prediletto di Filippo Carcano. A vent’anni espone a Milano con successo e a ventidue vince il premio “Principe Umberto” con La raccolta delle castagne. È acclamato socio onorario dell’Accademia e viene salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Per sprovincializzarsi si trasferisce a Roma e qui entra nel giro intellettuale di D’Annunzio, di Edoardo Scarfoglio e della rivista Cronaca Bizantina. Presta lo studio al poeta per le sue avventure galanti, bazzica la corte, partecipa alle feste della nobiltà porporata. Ce n’è abbastanza per farne un idiota o un trombone, un fatuo o un disadattato. E invece…

Invece nel 1887 è preso da “una invincibile smania di vedere mondo nuovo e gente nuova, nuove terre e nuovi orizzonti[1] Non ci pensa su due volte. Si imbarca per il Sudamerica e va a stabilirsi a Buenos Aires, dove espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a anche Buenos Aires non si ferma più d’un anno; non ha varcato l’oceano per ritrovare una caricatura di ciò che si è lasciato alle spalle. Sta cercando qualcosa che né il mondo dell’arte né quello dei salotti decadenti riescono a dargli: non gli è affatto chiaro cosa sia, ma ha a che fare con l’autenticità, la concretezza, l’avventura, la voglia di misurarsi con se stesso fuori dall’ovatta della “civiltà”. È anche piuttosto confuso sugli orientamenti sessuali, il che gli fornisce ulteriori motivazioni. Infine, è in buona compagnia: come abbiamo visto, la sua scelta segue di un decennio quella di Rimbaud e precorre quelle più celebri ed esotiche, anche se non altrettanto radicali, di Gauguin, di Stevenson e di un sacco d’altri giovanotti di belle speranze.

Nel 1888 è quindi nell’alto Paraguay, una regione che a dispetto di quasi quattro secoli di dominazione spagnola (o forse proprio per questo) è ancora praticamente inesplorata e sconosciuta. Ottiene dal governo paraguagio un piccolo appezzamento di terra a Puerto Pacheco, estremo avamposto fluviale della presenza bianca, in pratica quattro baracche attorno alle quali ruotano i miseri commerci con le immense aree del Chaco e del Mato Grosso. L’intento è quello di organizzare delle spedizioni etnografiche fra le tribù indigene dell’interno, alcune delle quali non hanno mai conosciuta, per loro fortuna, la civiltà occidentale. Ma l’etnografia è uno scopo a lungo termine: per l’immediato è necessario trovare un modo per sbarcare il lunario e un pretesto credibile per avvicinare queste tribù, magari ricavandoci anche qualcosa. L’uno viene individuato nell’esportazione di legname verso l’Italia, l’altro nel commercio delle pelli di cervo.

A questo secondo scopo Boggiani si mette in società con due avventurieri bianchi, due ispanici, e si addentra nel Gran Chaco, un immenso bassopiano, quasi un prolungamento settentrionale delle pampas, che è diviso tra Argentina a sud e Bolivia e Paraguay a nord-est, nella propaggine occidentale attraversata dal Rio Paraguay. La zona di esplorazione e di traffico di Boggiani e soci è quella più settentrionale, che per un buon tratto appartiene al Brasile. Le appartenenze politiche sono comunque all’epoca piuttosto confuse e contestate (lo sono ancora oggi) e il territorio è in realtà controllato da due popolazioni indigene in costante conflitto, i Ciamacoco, che abitano la sponda occidentale del Rio Paraguay, e i Caduveo, che vivono lungo un affluente di sinistra di quest’ultimo, il Rio Nabileque, in territorio brasiliano. I primi hanno ormai una certa consuetudine coi bianchi, dalla quale hanno ricavato soprattutto alcoolismo e malattie: i secondi vivono più in disparte, nel folto della foresta. Da questo momento gli uni e gli altri saranno l’oggetto principale dell’interesse, degli studi e dei pennelli dell’artista in fuga.

Boggiani non è uno scienziato: non possiede la preparazione botanica, zoologica e geologica dell’esploratore-naturalista tipo dell’Ottocento, modello Humboldt o Darwin. Ma qualcosa sa, e il resto lo impara poco alla volta, direttamente sul campo, mostrando soprattutto una grande sensibilità e attitudine per la ricerca etnologica e linguistica. Studia i costumi, le tradizioni, gli idiomi degli indigeni; apprezza da artista la qualità e l’estetica dei loro prodotti artigianali, ed è affascinato soprattutto dalla fantasia delle decorazioni corporee; compila dei glossari delle lingue indiane e scrive relazioni etnografiche da inviare alle maggiori riviste di geografia; butta giù un sacco di schizzi e disegni, che magari inizialmente erano pensati in funzione della pittura, ma che costituiscono invece ancora oggi, di per sé, un importantissimo repertorio documentario. “La riproduzione autotipica di alcuni schizzi all’acquarello o a lapis, è l’unico materiale artistico che io potei raccogliere affrettatamente durante la mia escursione, e che io non volli ritoccare né acconciare in nessuna maniera, perché anche se fossi riuscito a renderli, per il volgo, più comprensibili, avrei certamente loro tolto parte del loro merito, che è quello della assoluta fedeltà col vero, al che io tengo assai più che a qualunque altra cosa”.

Come commerciante Boggiani non è diverso dagli altri: compra le pelli pagandole con il micidiale aguardiente, ma d’altro canto è questa la moneta di scambio più richiesta dagli indigeni. Almeno, a differenza dei suoi soci, non disprezza gli indios. Non si può dire che li ami, il suo sembra piuttosto l’interesse di un entomologo: ma almeno lo incuriosiscono, e al contrario degli altri bianchi, che ci tengono a marcare la differenza, cerca il più possibile di comprendere i loro costumi e, quando è loro ospite, di adeguarvisi. Il contatto con gli indios lo induce anche a forgiare il suo fisico, adattandolo alla natura selvaggia del Chaco: si allena a soffrire per fondersi con l’ambiente, come farà dopo di lui Lawrence nel deserto siriano. Ecco come lo racconta un altro pittore, il toscano Lorenzo Viani: “Il pittore cereo, dai piedi delicati, per assuefarsi ai travagli degli spini e delle morsicature delle serpi, che s’adeguano al colore della vegetazione insidiosamente, passeggiava a piedi nudi, sopra i pruni. L’orme si macchiavano del suo sangue vivo; i piedi suppliziati, piagati come quelli di un martire cristiano, si cicatrizzarono lentissimamente, risuolando le piante di cuoio battuto e ribattuto dai poderosi martellamenti del cuore. Dopo il supplizio, Guido Boggiani, solo, con un sacco, delle fiale, una siringa, dei lapis, della carta, e una bandiera italiana (sotto cui furono rinvenute le sue ossa) si avventurò nel Chaco pauroso”. [2] Magari non era esattamente così (soprattutto per quanto concerne la bandiera), ma il personaggio corrisponde a questa descrizione.

Non si tratta comunque di un capriccio passeggero. Boggiani rimane nel Chaco, in questo primo soggiorno, per cinque anni, pur andando ogni tanto a respirare, con la scusa degli affari, una “boccata di civiltà” ad Asunciòn o Buenos Aires. Ma fa sul serio. Diventa un trafficante vero, impara i trucchi e le astuzie dello scambio, si guadagna il rispetto e la fiducia degli indios e persino una certa reputazione di taumaturgo. Soprattutto, diventa tramite di scambio tra gli eterni nemici, Ciamacoco e Caduveo, procurando ai primi il prezioso urucù, una pasta rossa che serve per dipingere il corpo nelle grandi occasioni, e che è prodotta solo dai secondi. Nel frattempo porta avanti con costanza i suoi studi etnografici, raccogliendo una massa di materiali che ne fanno il primo vero studioso di queste popolazioni, come riconoscerà anche Levi-Strauss in “Tristi tropici”.

L’atteggiamento scientifico, come dicevo, è correttamente neutrale. Quando racconta rituali, costumi, cerimonie, Boggiani non valuta e non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, lasciando che parlino i fatti. Ma non per questo è freddo: nel diario non nasconde talvolta l’irritazione per la scarsa affidabilità degli indigeni, per la loro insistenza nelle richieste continue di regali, per la crudeltà spesso gratuita: ma dimostra anche di capire perfettamente che sono portatori di un’altra concezione della vita, di altri valori, e che questi atteggiamenti sono spesso solo la logica risposta all’aggressività e al disprezzo che i bianchi manifestano nei loro confronti. Non dimentichiamo che Boggiani è in fondo figlio dell’età di Spencer, di Darwin e di Lombroso, di un’epoca in cui tutta la cultura occidentale è permeata dalla convinzione di una propria “naturale” superiorità. E non solo: cresce anche in un ambiente nel quale va diffondendosi, soprattutto attraverso d’Annunzio, un’interpretazione razzista e semplicistica del superomismo nietzschiano. Eppure il suo modo di rapportarsi al mondo degli indios lascia trapelare qualcosa che va oltre quella che può essere letta come un’istintiva simpatia di pelle. Non arrivo a dire che invidi gli indigeni, ma certo manifesta una sorta di nostalgia per il rapporto quasi edenico con la natura che soprattutto i Caduveo hanno saputo salvaguardare, e che i bianchi hanno perduto per sempre. Non ripropone l’esaltazione settecentesca dello stato di natura e il mito del “buon selvaggio”, e neppure naturalmente anticipa un qualche sentire “terzomondista”: ha invece la consapevolezza di vivere un’occasione probabilmente irripetibile, in uno degli ultimissimi angoli che ancora si sottraggono alla volontà occidentale di dominio sulla natura: e sente il rammarico per una perdita imminente e irrimediabile, che per l’occidente si è già da tempo consumata.

Nel 1893 torna però in Italia. Va bene la vita selvaggia, ma per mettere ordine nel materiale etnografico raccolto e per pubblicarlo ha bisogno di tranquillità e di supporti scientifici adeguati, che può trovare solo in patria; e poi, c’è anche un po’ di nostalgia per i piaceri della civiltà. È un ritorno alla grande, che rinfocola l’interesse attorno allo stravagante artista e viaggiatore. Anche dalla sua postazione ai confini della civiltà non ha infatti mai interrotto i contatti con l’ambiente artistico, e ora porta con sé le tele realizzate in Sudamerica: per questo riceve dal governo la proposta di recarsi come delegato per le arti all’Esposizione mondiale di Chicago, incarico che accetta con orgoglio. Quando rientra si stabilisce a Roma, dove presso la biblioteca del museo Kircheriano si dedica alla sistemazione e alla divulgazione dei materiali scientifici, subito considerati di primissimo ordine: lo stesso Vittorio Bottego, all’epoca l’esploratore italiano di maggiore spicco, vuole conoscerlo. I dipinti li espone al pubblico in occasione di conferenze organizzate dalla Società Geografica Nazionale, che riscuotono un grosso successo, mentre tutti i materiali raccolti li trasferisce ai musei etnografici nazionali.

Nel 1894 pubblica uno studio etnografico su I Ciamacoco e i Viaggi d’un artista nell’America Meridionale e l’anno successiovo dà alle stampe un secondo studio su I Caduvei, e il Vocabolario dell’idioma Guanà. I Viaggi di un artista sono una cosa a metà tra il diario di viaggio e lo studio antropologico, arricchito da disegni e dalle riproduzioni di alcuni suoi quadri. Il libro è pieno di annotazioni curiose, spesso divertite, e non indulge all’autocelebrazione. Anzi, di sé Boggiani parla davvero poco; riserva ai commenti, alle emozioni e alle considerazioni personali solo alcuni siparietti, e lo fa sempre in toni piuttosto ironici.

Tra i moltissimi disegni c’è ad esempio un ritratto femminile che egli intitola, scherzosamente ma non troppo, “Ritratto di mia moglie”. Lo commenta così: “Ho pensato bene, o male che sia, di contrattare coi padroni della schiavetta, perché essa rimanga con me per tutto il tempo che resterà qui ancora. Dopo trattative andate assai per le lunghe, vi hanno acconsentito mediante il pagamento anticipato di una decina di metri di tela cotona, di alcuni fazzoletti dai colori vivaci e di altre piccole cosette di poca importanza. Per cui da oggi in poi sono ammogliato… sino a nuova avviso. Mi va il pensiero a M.me Chrysantheme di Pierre Loti; ma che differenza tra i Giapponesi ed i Caduvei! Quelli industriosi, delicati, pieni di gentilezze e di raffinatezze; questi invece primitivi, grossolani e poco scrupolosi. Se però non la si può paragonare a quella, questa non è meno bella di forme e, forse, artisticamente anche più bella. È formata come una statua, e ben contento sarebbe un artista d’avere modelli simili a lei. Ha due begli occhi vivacissimi e mani e piedi bellissimi. Quanto a carattere, non posso dirne molto, ma è allegra e ignorantissima di ogni cosa, ciò che non guasta affatto. Un bel mobile, insomma…”. Quest’ultima espressione può lasciare un po’ sconcertati, ma ripeto, siamo a fine Ottocento, in pieno rigoglio delle teorie razziali. E comunque Boggiani non dice in fondo nulla di diverso da quello che D’Annunzio teorizza nei suoi romanzi, che Sartre praticherà nel privato e che la televisione ci propina oggi con i vari reality sulle veline e su uomini e donne. Boggiani non è Multatuli, non auspica per gli indios del Chaco alcun “riscatto” nel segno di idealità religiose o progressiste: anzi, gli piacciono perché sono così, sa che dovranno sparire e vuole provare a conoscerli a fondo prima che ciò accada. In questo caso non sta esprimendo soltanto l’atteggiamento e la mentalità del bianco, ma anche un perfetto adeguamento ai costumi e alla mentalità delle popolazioni in mezzo alle quali vive: magari aggiungendoci quel pizzico di umanità che negli altri suoi contemporanei difficilmente si riscontra.

Proprio per questo appare ancora più straordinaria la facilità con la quale si reinserisce nell’ambiente intellettual-mondano. È accolto con entusiasmo nella cerchia dannunziana, che gravita ora attorno alla rivista estetizzante Il convito di Adolfo DeBosis. Con D’Annunzio prende parte nell’estate del 1895 ad una crociera mediterranea (un viaggio “a traverso un sogno di poesie e di cultura” lo definirà il vate) sullo yacht Fantasia dell’editore napoletano Edoardo Scarfoglio. L’itinerario disegnato dal poeta prevede di bordeggiare i luoghi della classicità da Corinto a Delfi, di spingersi quindi fino a Costantinopoli e alle rovine di Troia, per tornare poi lungo la costa turca a Rodi e toccare l’Egitto, la Tripolitania, Malta, e la Sicilia. Con Boggiani, oltre all’editore, al poeta, all’equipaggio e a due gatti, ci sono il francese Georges Hérelle, traduttore di D’Annunzio, e l’avvocato abruzzese Pasquale Masciantonio, personaggio altrettanto fondamentale nella vita dell’immaginifico. La crociera inizia nel segno della gloria e della classicità, con i novelli argonauti che la sera declamano sul ponte i passi dell’Iliade e dell’Odissea, ma volge rapidamente alla farsa. I gatti patiscono il mal di mare, hanno le pulci e vomitano continuamente, D’Annunzio si aggira nudo sulla tolda, Scarfoglio e Masciantonio non pensano ad altro che a tirar su prostitute in tutti i porti che toccano (il che spiegherebbe la malinconia dei libri di Matilde Serao, la moglie dell’editore). Ci si mette anche il maltempo, con il mare quasi sempre agitato, ragion per cui l’ambizioso piano di navigazione viene drasticamente ridimensionato. Dopo aver visitato Olimpia, Eleusi, Atene, Micene e Tirinto sotto le vampe del sole greco agostano D’Annunzio e Masciantonio ne hanno le scatole piene di classicità, sono provati dalla vita in barca e dal mal di mare e decidono di tornare in Italia con un piroscafo. Hérelle e Boggiani si fermano invece sull’isola di Milos, dove restano fino a metà settembre. Guido lavora, come ha continuato a fare per tutto il viaggio, per portare a termine i suoi lavori etnografici “da troppo tempo abbandonati”.

Sia D’Annunzio che Hérelle e Boggiani tengono un diario del viaggio. Quello di D’Annunzio (compreso nei Taccuini) è già finalizzato alla traduzione in poesia, che avverrà nel primo libro delle Laudi, Maia (su Boggiani in particolare i vv. 5125-5302), ed è attendibile come tutti gli altri suoi scritti diaristici, cioè zero. Quello di Boggiani è custodito oggi nella biblioteca della Yale University, ed è anche corredato da mappe e disegni, ma non è mai stato pubblicato. Dal poco che ho potuto conoscerne sembra che il giovane piemontese sia l’unico a prendere sul serio la full immersion nella classicità, nel senso almeno che invece di trasfigurare tutto per renderlo adeguato alle proprie aspettative, come fa D’Annunzio, vede quello che realmente c’è, ad esempio il degrado nel quale è lasciato il patrimonio artistico della culla dell’Occidente. Ciò non gli impedisce di provare emozione, e persino commozione. Dopo aver visto l’Hermes di Prassitele, ad Olimpia, scrive: “L’ho toccato, poiché gli occhi non bastavano per goderne; l’ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…Quel marmo di una dolcezza infinita, di una perfezione sovrumana, merita un pellegrinaggio da qualunque punto più remoto della terra.” Altrove fa uso della sua sensibilità pittorica per descrivere il paesaggio: “Di quassù tutte le accidentalità della costa dell’isola si staccano perfettamente disegnate sul mare che ha tinte indescrivibili di dolcezza verso il largo e più vigorose presso gli scogli; sono mille e mille toni di celeste, di turchino e d’azzurro verdastro sino al più puro smeraldo, il tutto raddolcito ed amalgamato da una leggiera nebbia e dalla irradiazione solare”.

Dalle pagine del diario di Hérelle si intuisce invece quale clima regni realmente nella brigata. Il traduttore annota con fastidio che “c’è in molti italiani un’assenza totale di pudore che mi sorprende sempre. Lunghe docce di Scarfoglio, di D’Annunzio, di Masciantonio; interminabili lavaggi con il sapone; semi-nudità durante pomeriggi interi, sul ponte. Boggiani, che è del nord, ha tutt’altro carattere: non si stupisce di niente, ma si burla di questo lasciarsi andare e dice ridendo: “Sono dei bambini maleducati!”. E ancora: “Gabriele D’Annunzio amerebbe viaggiare con tutte le comodità e assai lussuosamente. È molto assorbito dalla sua toilette: ha portato otto paia di scarpe, trenta o quaranta camicie, sei vestiti bianchi, ecc. Diceva ieri: “Quando saremo ad Atene, che piacere sarà prendere un gelato al caffè francese, in smoking!” … C’è in D’Annunzio qualcosa di candido e di puerile. … E si affligge di non avere il cappello a cilindro, si sgomenta all’idea di non potersi vestire con sufficiente eleganza per le visite da fare ad Atene”.

Le affinità che Herelle, autore trent’anni dopo, sotto pseudonimo, di una Histoire de l’amour grec dans l’antiquité, scopre di avere con Boggiani vanno molto oltre, diventano una vera attrazione fisica, oltre che spirituale. “Prima di andare a dormire chiacchiero un po’ con Boggiani. Egli pensa, come me, che viaggiamo troppo all’inglese, troppo velocemente. “Non sanno viaggiare né gli uni né gli altri mi dice. Non sono curiosi dei paesi che attraversano, non ne percepiscono le vere bellezze, non hanno il desiderio di imbeversene. Scarfoglio pensa solamente ai suoi piaceri, al gelato, ai meloni. Gabriele D’Annunzio e Masciantonio hanno un po’ di più il desiderio di vedere; ma né l’uno né l’altro comprendono che in viaggio la stanchezza, il caldo, e anche certe piccole privazioni, fanno parte delle impressioni del viaggiatore ed aggiungono qualche cosa di vivo agli aspetti del paesaggio. Sono subito stanchi e non pensano ad altri che a dormire. Il vero, solo viaggiatore della nostra banda, è Boggiani; e io sono stupito di vedere quanto, in ogni cosa, le nostre opinioni concordino […]“

A settembre Boggiani è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del secondo Congresso Geografico Italiano: porta come contributo tre relazioni, tutte sul Paraguay, ma soprattutto prende posizione sul metodo della ricerca, da effettuarsi sul campo, con l’osservazione diretta e partecipe, e non dietro le cattedre universitarie o nelle biblioteche. Il richiamo del Chaco è di nuovo prepotente, e viene amplificato prima della fine dell’anno dalla morte della madre, uno degli ultimi vincoli che lo trattenevano in Italia. La crociera parodistica del Fantasia, D’Annunzio nudo, i sottili veleni dell’ambiente scientifico ufficiale hanno fatto il resto.

Il primo di Luglio del 1896 riparte per il Paraguay, dove riprende immediatamente le sue attività e le esplorazioni verso l’interno. È molto più consapevole di sé della prima volta: allora era un ragazzo, ora è un uomo. “Mi guardai allo specchio”, scrive; “Il sole mi aveva talmente abbronzato che ero irriconoscibile. Eppure non ero dimagrato. Al contrario stavo benone, ero ingrossato ed avevo un’aria di salute e di forza quale non avevo mai avuto prima”. Si è anche attrezzato meglio per la ricerca. Porta con sé una macchina fotografica, con la quale impressionerà più di quattrocento lastre di vetro, soprattutto ritratti. Sono suoi i primi documenti fotografici delle tribù dei Caduveo, dei Bororo e dei Chamacoco. Come racconta nel diario, ha il suo daffare a convincere i soggetti, che temono di vedersi portar via l’anima, ma ottiene ottimi e preziosi risultati. Quelle tribù sono oggi scomparse, o sono state assorbite e snaturate dalla civiltà, e quella di Boggiani è l’unica e l’ultima testimonianza della loro vita libera. Molte di queste foto vengono poi pubblicate nella Revista del Instituto Paraguayo, che Boggiani stesso fonda nel 1897 ad Asunciòn, e in qualche modo, dando ai soggetti dignità di studio scientifico, contribuiranno a salvaguardali almeno in parte dallo sterminio sistematico e silenzioso.[3] Dà inoltre inizio ad una raccolta di oggetti, archi, lance, suppellettili domestiche, che dovrebbero andare a costituire una collezione privata (e che oggi sono ospitati nel museo etnografico di Berlino). Li ottiene attraverso gli scambi, ma non si fa scrupolo di acquisirli anche per vie meno legittime: “Ebbi notizia che in un punto centrale del Paraguay era stato sorpreso dai contadini di una estancia un accampamento di indiani guayachì, i quali nella loro precipitosa fuga avevano abbandonato sul terreno una quantità di oggetti che erano stati raccolti e trasportati nell’estancia. […] C’è una serie di frecce lavorate a scalpello d’osso, preziosa. Vi sono parecchi archi di varie dimensioni. Vi sono parecchie accette di pietra senza manico e due magnifiche, molto grandi, coi loro manici di legno. Vi sono tre piccole olle di terracotta così rozze e grossolanamente lavorate che non ricordo di averne viste di comparabili nessuna, neppure tra quelle dei tempi preistorici più remoti.” Continua infine ad inviare comunicazione dei suoi studi anche in Italia: nel 1897 compare Nei dintorni di Corumba, nel 1998 Guaicurù.

In questo secondo soggiorno impara ad apprezzare sempre di più i Caduveo. Già alla fine dell’Ottocento essi sono l’ultimo gruppo rimasto di lingua guaikurù. Vantano un’antica tradizione guerriera, e sono stati a lungo i più strenui oppositori della penetrazione degli spagnoli, che li chiamavano indios caballeiros. Infatti hanno adottato il cavallo appena questo si è diffuso nel nuovo continente, il che ha radicalmente mutate le loro abitudini nomadi (paradossalmente rendendoli più sedentari, dal momento che il cavallo consente un raggio d’azione giornaliero della caccia molto più ampio). La loro società è rigidamente gerarchica, suddivisa in classi sociali separate, che vanno dai nobili ai guerrieri, ai servi (le altre popolazioni indigene di agricoltori che si aggregano alla tribù) e agli schiavi (i prigionieri di guerra). Sono fieri e leali, al contrario dei Ciamacoco, ormai abbrutiti dalla frequentazione dei bianchi, e sono soprattutto dei veri artisti della decorazione corporea.

Tra loro Boggiani si ferma a lungo, acquisendosi amicizie davvero sincere e devote, svincolate da ogni aspettativa mercenaria. E i Caduveo manterranno vivo per generazioni il ricordo e l’affetto per questo insolito ospite. Quando, oltre mezzo secolo dopo, l’etnologo brasiliano Darcy Ribeiro incontrerà i resti della tribù, ormai confinata a languire e ad estinguersi in una riserva, scoprirà che anche i più giovani hanno sentito raccontare del mitico Bet’rra (e contribuirà lui stesso ad alimentare il mito, raccontando loro della fine di Boggiani per mano degli odiati Ciamacoco).

Dopo i primi entusiasmi l’irrequietudine torna però a farsi strada. Dal Paraguay scrive a Herélle chiedendogli dei libri di storia e di cultura classica, e lascia trasparire il peso e “la miseria di questa vita solitaria e triste”. Nell’estate del 1901 è quindi in procinto di rientrare nuovamente in Italia, quando sente parlare di recenti avvistamenti di una tribù ancora selvaggia e praticamente sconosciuta, quella dei Barbudos o Moros, noti anche con il nome di Ayoréos. Questi indios nomadi godono tra le altre tribù di una tristissima fama, quella di praticare il cannibalismo e di essere incredibilmente crudeli, e forse anche per questo non sono mai stati avvicinati da nessun europeo. È un colpo da non mancare, la perla che può coronare tutto il suo lavoro scientifico e consacrare la sua fama di esploratore. Rimanda pertanto i progetti di rientro e si mette in cammino ai primi di agosto, penetrando nella foresta del Chaco boreale, con una piccola scorta armata. Come scrive il 18 ottobre nell’ultima lettera al fratello Oliviero, è intenzionato ad attraversare longitudinalmente tutto il Gran Chaco, spingendosi sino in vista delle Ande orientali e confidando di incontrare prima o poi la tribù sconosciuta. Vuol chiudere insomma questa seconda permanenza sudamericana in bellezza. Teme però che la vista di troppi uomini armati spaventi le popolazioni indigene, abituate alle incursioni di sterminio dei bianchi, e faccia fallire la spedizione; a dispetto di tutti gli avvertimenti degli atterriti Ciamacoco decide pertanto ad un certo punto di rimandare indietro la scorta. Il 24 ottobre lascia, insieme all’amico paraguayano Felix Gregorio Gavilàn e a soli quattro indiani, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà. Da allora scompare nel nulla.

Dopo otto mesi senza notizie i suoi amici di Asunción decidono di inviare una spedizione di ricerca, capitanata dallo spagnolo José Fernandez Cancio. Cancio trova labili tracce del passaggio di Boggiani, resti di fuochi, capanne di rami, perfino una scarpa e due cavalli abbandonati. La ricerca prosegue però molto lentamente, tra i problemi di approvvigionamento idrico creati dalla stagione secca e le diserzioni degli indigeni assunti come guide. Finalmente, dopo quattro mesi, arriva in un villaggio Ciamacoco dove il mistero si svela. Vengono rinvenuti i corpi di Boggiani e del suo compagno, dai quali sono state staccate la teste; viene recuperata la macchina fotografica con una serie di lastre rovinate, insieme ad altri oggetti appartenuti all’esploratore e che adesso sono esibiti come ornamento da diversi abitanti della tolderia. Viene anche individuato un colpevole, un indio di nome Luciano. Boggiani insomma non sarebbe stato ucciso dai crudelissimi Ayoréo, che non ha fatto nemmeno in tempo ad incontrare: è stato fatto fuori a randellate da indios “domesticati”, per una banalissima questione d’onore. Questa è almeno la versione ufficiale data dall’indio Luciano, che dichiara di aver ucciso l’esploratore, sorprendendolo nel sonno, per vendicare la sua relazione con la moglie di un amico assente. La realtà vera probabilmente è un’altra, e cioè che tutto il villaggio, comprese le guide indigene, abbia partecipato all’aggressione, un po’ per la paura dei contatti ravvicinati con i Moros che Boggiani insiste a cercare, un po’ per spartirsi i pochi beni dei due bianchi: ma questo non lo sapremo mai, perché Luciano dopo essere stato incarcerato e condannato riesce a fuggire dal carcere e non verrà mai più rintracciato[4].

La tragica ironia della sorte vuole che Boggiani, artista sensibile, esploratore ardimentoso, etnologo sul campo, estimatore degli indigeni e, tra le altre cose, omosessuale, venga ufficialmente ucciso da uno dei suoi pacifici Ciamacoco per aver corteggiato un’indigena.[5]

Boggiani pittore lascia un’ottantina di tele sparse tra musei, gallerie e collezioni private. Uno di questi quadri, “La raccolta delle castagne”, fu pagato nel 1883 seimila lire, una quotazione per l’epoca (e per il mercato italiano) altissima. Eppure oggi Boggiani è ricordato (si fa per dire) più come studioso che come artista. Per quel che vale la mia opinione, credo sia giusto: vedendo i suoi quadri, i pochi che ho potuto ammirare dal vivo, si ricava l’impressione di un pittore molto bravo, ma che ha già detto tutto quello doveva dire. E si tratta di opere dipinte tra i venti e i venticinque anni. Credo che lo stesso Boggiani, proprio per la sua sensibilità, fosse cosciente di percorrere una via senza sbocchi. I suoi contemporanei si chiamavano Cezanne, Van Gogh, Segantini. Lui stava facendo un buon lavoro, dava al pubblico quello che il pubblico voleva, e ne veniva ripagato col successo: ma sentiva di non avere nelle sue corde la scintilla per dire qualcosa di nuovo e di originale. Rischiava di diventare un onesto e quotato artigiano della tavolozza, condannato ad una pittura da repertorio per i tinelli buoni di ambienti gozzaniani, almeno fino a che i gusti non fossero cambiati. A Boggiani il successo non poteva bastare.

Cosa cercava, allora? Tralasciando ogni commento sullo spazio poi riservatogli nella memoria patria, torniamo all’interrogativo iniziale: cosa può spingere un giovane di venticinque anni, già all’apice della fama, ricco e ammirato, a mollare tutto e ad andare a cercarsi guai, e addirittura la morte, in mezzo a popolazioni selvagge, apparentemente lontane anni luce dai suoi interessi? La prima risposta che verrebbe spontaneo dare è: la noia. La noia da successo, la smania di esperienze nuove tipica di chi dalla vita sembra già avere avuto tutto. Probabilmente c’è anche questo: ma se la fuga di Boggiani fosse solo il capriccio di un giovane viziato ed annoiato, se pensassi che solo di questo si tratta, non sarei qui ora a scriverne. Di gente così ce n’è un sacco, l’ultimo che mi viene in mente è un rampollo dei Rockfeller che faceva l’antropologo ed è scomparso anni fa nel Borneo. No, il caso di Boggiani mi sembra un po’ particolare; e se anche così non fosse, si presta comunque a dettare qualche riflessione su ciò che davvero vogliamo dalla vita.

Boggiani vuole conoscere. Parrebbe un’ambizione ovvia e comune, ma non lo è affatto. La conoscenza “disinteressata”, non funzionale alla immediata sopravvivenza, dovrebbe costituire la peculiarità dell’essere, quanto meno di quello umano, o se vogliamo la sua anomalia: in realtà i più si accontentano di un sapere pragmatico, quello che consente di avere e quindi di apparire. Quando ha la prima, forse un po’ confusa, consapevolezza di ciò che davvero gli importa, Boggiani indirizza la sua sete di conoscenza nella direzione più gratificante: vuole conoscere ciò che è sconosciuto a tutti gli altri, ciò di cui può essere il primo indagatore. In questo senso parrebbe in fondo solo cercare la gloria per altra via o, al massimo, voler estendere la conoscenza, più che approfondirla. E forse l’intendimento iniziale era proprio questo. Ma poi la cosa gli prende la mano: a contatto con un mondo così lontano, così apparentemente incomprensibile, l’ambizione diventa insieme sfida intellettuale e passione; l’interesse si trasferisce dall’indagatore all’oggetto indagato. È un approccio diverso da quello di Antonio Raimondi[6], che elabora subito un progetto più sistematico e vive in maniera avventurosa solo quando non può farne a meno, mentre Boggiani riserva volutamente un margine all’avventura: ma alla fine il risultato è pressoché identico. Si manifesta indubbiamente in Boggiani anche una forte componente estetizzante, e ci mancherebbe altro, in uno che nasce come pittore e cresce nel milieu di D’Annunzio. Ma si ha l’impressione che, al contrario dei dannunziani, egli non sia tutto concentrato a guardarsi vivere, a mettere cornici ad ogni finestra della sua vita per farne dei quadri. Non pare tanto interessato a offrire l’immagine di una vita vissuta straordinariamente, quanto a vivere una vita straordinaria. Se un qualche anelito al superomismo lo coltiva, è del tipo più genuinamente nietzchiano, quello che il confronto lo prevede con se stesso, anziché con gli altri. E poi, è davvero affascinato da ciò che incontra in un mondo selvaggio, sporco, crudele, ma immediato e semplice. Insomma, si direbbe che uscito dall’infanzia, e avendo sperimentato una vita che alla fin fine non gli piace, vada cercando nuovamente quell’infanzia in un altro mondo, che un po’ infantile, almeno agli occhi di un occidentale raffinato e disilluso, lo è.

In fondo è ciò cui un po’ tutti aspiriamo, soprattutto se ci siamo formati sui libri di Salgari (non a caso suo contemporaneo, ed espressione di una analoga forma di “regressione”, quella che fa sublimare per iscritto ciò che non si riesce a vivere nella realtà). Non tutti partono per Asunciòn, ma un pensierino ce lo fanno: io stesso, dopo la lettura de Il tesoro del presidente del Paraguay e una punizione che ritenevo ingiusta, avevo già progettato una fuga da casa con destinazione la Plata (poi rientrata per maltempo).

Avviene che proiettiamo in un altrove spaziale il nostro desiderio di fermare il tempo. Non so quanto questo valga ancora oggi, per i nostri figli e nipoti, in un mondo che vede le distanze azzerate da tempi di percorrenza tendenti a zero, dalla possibilità di vivere in diretta gli accadimenti di ogni angolo della terra, da usi e consumi uniformati su scala globale, e che ha cancellato la distinzione tra passato, presente e futuro, fondendoli in un’unica durata estesa (nella quale ormai il blocco del tempo passa per la via chirurgica anziché per quella del sogno); ma senz’altro è valso per tutto il passato che ci separa dalla primordiale consapevolezza del trascorrere irreversibile del tempo.

Senonché sempre più spesso, e segnatamente nell’età moderna, il sogno di fuga individuale si è tradotto in una rêverie collettiva di riscatto, di ritorno sì all’infanzia, ma a quella dell’umanità, all’Eden originario. Ovvero, si è trasformato in utopia. E questo ci offre il pretesto per qualche altro appunto a margine della storia di Boggiani, che riguarda non il nostro eroe, ma il luogo da lui scelto per sognare e per morire.

 

Se c’è un paese che da sempre, sin dalla prima scoperta della sua esistenza da parte degli europei, si è candidato a localizzazione geografica della fuga e del sogno, questo è il Paraguay. Piazzato com’è al centro del continente, privo di un accesso diretto dal mare, è rimasto più a lungo di tutte le altre aree del mondo nuovo una macchia bianca, una terra incognita, ed ha precocemente calamitati fantasie e progetti di ingegneria sociale, con i tragici conseguenti sforzi di tradurli in realtà.

Cominciano subito gli spagnoli, importando la prima versione del sogno, quella molto prosaica della caccia all’Eldorado. Nel 1524, quando ancora nemmeno si sospetta l’esistenza dell’impero inca, Aleixo Garcia già risale il Rio Paraguay alla ricerca del Cerro de Plata (la montagna d’argento, probabilmente identificabile nel Potosì) che dovrebbe trovarsi al centro di un territorio governato da “el rey blanco”. Arriva sin quasi al territorio boliviano, ma solo per incontrarvi le ferocissime tribù del Mato Grosso, gli antenati dei Caduveo, che lo costringono a battere in ritirata e alla fine lo uccidono. Vent’anni dopo le sue tracce sono ricalcate da un personaggio la cui vita va oltre ogni fantasia, Alvar Nunez Cabeza de Vaca[7], a caccia della Noticia Rica, un favoloso regno dell’interno decantato allo stesso Garcia dagli indigeni rivieraschi.[8] Il risultato è pressoché identico, ma gli spagnoli non si scoraggiano facilmente. Un altro esploratore, Nuflo de Chaves, intraprende dopo la metà del secolo una nuova spedizione verso il nord del Rio Paraguay, includendo negli obiettivi della ricerca tutto il repertorio mitico della conquista, dall’Eldorado alle Amazzoni, dalla Noticia Rica al Paititi. Quando si imbatte in una fortezza costruita nel bel mezzo della pampa, nell’assalto alla quale lascia sul terreno un mucchio di uomini, capisce che è ora di tornare. Dopo questa ennesima fallimentare esperienza i suoi connazionali decidono che forse non vale la pena perdere tanto tempo e tanti uomini in quel labirinto di paludi e foreste, e cedono il sogno ad altri.[9]

Gli altri sono i Gesuiti, e la storia è quella in parte raccontata nel film Mission. A partire dal 1609, sotto l’impulso del nuovo generale, il padre Montoya, la Compagnia di Gesù fonda una serie di missioni nell’area compresa tra i corsi del rio Paranà e del rio Paraguay, attestandosi nelle zone più interne e inaccessibili. Ha ottenuto dalla corona spagnola che quelle terre diventino una sorta di riserva indiana, interdetta ad ogni penetrazione bianca, militare o commerciale, e danno luogo in pratica al primo esperimento di utopia realizzata. Nel corso di un secolo e mezzo arrivano a fondare ben trenta reducciones, che coprono un territorio grande una volta e mezza l’Italia e contano una popolazione di oltre centomila indios, quasi tutti guarani. Le reducciones sono organizzate ufficialmente in funzione della cura delle anime, ma per arrivare a questo scopo occorre in primo luogo indurre gli indigeni ad abbandonare il nomadismo, il che significa fare tabula rasa di tutta la loro cultura e riorganizzarne totalmente l’esistenza. Ad un certo punto anche nelle intenzioni dei missionari, che devono prendere atto dello scarso entusiasmo religioso degli indios, è proprio l’aspetto dell’organizzazione sociale e produttiva a prevalere. Ogni reduccion è ampiamente autonoma, anche se alcune regole generali valgono per tutte (nell’architettura, negli schemi urbanistici e nell’organizzazione del lavorio, ad esempio). In esse l’amministrazione della giustizia spetta ai religiosi, mentre quella dell’economia è affidata agli indigeni. I villaggi sono edificati in base ad una pianta geometrica, con epicentro nella piazza della chiesa, gran parte della produzione è comunitaria, anche se non viene mai del tutto abolita la proprietà privata, e ogni aspetto della vita sociale è minuziosamente regolamentato, a partire dagli orari di lavoro e di preghiera. È in pratica il tentativo paternalistico di tenere questo popolo fuori dalla storia, tentativo tutto sommato benemerito, dal momento che la storia per essi è rappresentata soprattutto dai bandeirantes, i cacciatori portoghesi di schiavi. Proprio per difendere gli indigeni da questi ultimi i padri gesuiti ottengono dalla corona l’autorizzazione a organizzare delle milizie, che sotto la guida dei soldati di Cristo diventano particolarmente efficienti (tanto da essere in qualche occasione utilizzate persino come milizie mercenarie). La vocazione “militarista” del Paraguay ha paradossalmente le sue radici più nell’insegnamento gesuitico che nella naturale bellicosità delle tribù indigene. Il piccolo esercito non è però sufficiente quando, dopo il 1750, tutto il territorio di pertinenza delle reducciones viene ceduto dalla Spagna al Portogallo. I gesuiti sono espulsi, le loro missioni smantellate, gli indios, forzatamente abbandonati a se stessi, non possono far altro che dare alle fiamme i villaggi abbandonati e rifugiarsi nelle foreste: moltissimi sono uccisi, gli altri vengono ridotti quasi tutti in schiavitù. I guerrieri che avevano fermato Cabeza de Vaca e Nuflo Chavez, una volta trasformati in contadini, non sono più in grado di sfruttare il vantaggio ambientale.

L’esperimento gesuitico è stato variamente giudicato. Tra i contemporanei Montesquieu e Voltaire lo hanno elogiato, mentre Ludovico Antonio Muratori ne ha raccontato dettagliatamente la storia ne “ Il cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”. Qualche decennio dopo Joseph de Maistre vi ha visto prefigurato visto il modello del suo stato teocratico.

La lettura si è invece modificata, in senso decisamente negativo, nel corso dell’Ottocento. Michelet scriveva che i Guarani erano tenuti “come in una repubblica di fanciulli, dove si mostra un’arte sovrana ad accordare loro tutto, tranne ciò che potrebbe sviluppare l’uomo dal neonato”. Grosso modo è questo il giudizio ancora oggi corrente: in effetti gli indios erano davvero trattati come dei bambini da difendere e da indirizzare costantemente, e molti non riuscirono mai ad adeguarsi al modello di vita sedentario e regolamentato imposto dai gesuiti. Le fughe e il ritorno alla foresta erano all’ordine del giorno, e in qualche caso vennero duramente punite, malgrado nelle missioni non fosse contemplata la pena di morte. Ma va anche ricordato che sul piano pratico le reducciones produssero un enorme aumento del benessere materiale, e preservarono almeno per un secolo queste popolazioni da una schiavitù ben più feroce. Inoltre, se paragonato agli altri esperimenti di ingegneria sociale tentati nel secolo scorso, quello dei gesuiti appare un mondo quasi idilliaco.

 

Il sogno dei gesuiti in realtà non si dissolve completamente con la scomparsa delle reducciones. Se ne fa erede oltre mezzo secolo dopo una singolare figura di dittatore, Josè Gaspar Rodriguez de Francia, l’uomo che prima ancora di Bolivar e di Josè de San Martin proclama l’indipendenza di un paese dell’America spagnola. Francia si fregia dell’appellativo di “El Supremo” ed è un altro personaggio coi controfiocchi. È un devoto di Voltaire e di Rousseau, oltre che di Machiavelli, tiene sulla scrivania un busto di Robespierre e assomma tutte le contraddizioni dell’integralismo illuministico. Dà prova di un eccezionale coraggio nella ribellione contro il governo spagnolo, di una rara incorruttibilità al momento della fondazione della nuova repubblica, di una maniacale propensione al sospetto e di una implacabile brutalità una volta salito al potere. Dietro la sua feroce dittatura c’è però un disegno ben preciso. In mezzo alle guerre civili che cominciano ad insanguinare l’America meridionale Francia si erge a difensore intransigente dell’indipendenza nazionale, e vuole fare del Paraguay un modello di razionalità amministrativa e politica. L’intero paese viene “nazionalizzato”, sono bloccati tutti gli accessi terrestri o fluviali ed è impedito l’ingresso agli stranieri. Quelli già presenti vengono semplicemente trattenuti in stato di semidetenzione (accade anche al povero Aimée Bompland, il compagno di viaggio di Humboldt, che rimane ostaggio di Francia per dieci anni, vittima ignara e incolpevole di un sottile ricatto diplomatico). Ogni altra autorità, prima tra tutte quella della Chiesa, è liquidata. Francia abolisce l’Inquisizione, chiude conventi e seminari, proclama la libertà di culto (“qui da noi potrete seguire la religione che più vi piace, potrete essere cristiani, ebrei mussulmani, tutto tranne che atei”, disse ad un medico svizzero), cancella le aristocrazie e le differenze sociali, prima tra tutte la schiavitù: con una legge apposita vieta il matrimonio tra bianchi e impone il meticciato, fa edificare fattorie “di stato” per migliorare l’agricoltura e pubblicare manuali tecnici per educare gli abitanti alle arti e all’industria. La stessa Asunciòn è sventrata e ricostruita secondo il modello geometrico che Ippodamo di Mileto aveva disegnato per il Pireo, con le vie perfettamente allineate e perpendicolari. Tutto questo è perseguito con una feroce determinazione, sorretta dal sincero convincimento di fare il bene del popolo e di essere l’unico a sapere quale è questo bene. Per scoraggiare le incursioni che gli indios del Mato Grosso sono soliti compiere nel nord del paese Francia ne fa catturare e uccidere alcune migliaia, e fa porre le loro teste sui pali che delimitano quella che di lì innanzi dovrà essere per loro una frontiera invalicabile. Lo stesso metodo lo utilizza per dissuadere i suoi guarani dalla pratica del furto. Le spie sguinzagliate ovunque a caccia di dissidenti riempiono le carceri di prigionieri, e il dittatore esprime più volte la machiavellica convinzione che qualche centinaio di condanne a morte nuocerà al paese molto meno di una guerra civile. È immaginabile quanto apprezzi gli intellettuali (“quando un paese ha bisogno di mais e di manioca, a cosa servono le orgogliose divagazioni degli intellettuali?”), e in questo sirifà direttamente al modello utopistico primo, quello di Platone.

Gli intellettuali naturalmente lo ripagano con la loro moneta, soprattutto quelli stranieri che riescono a venirne fuori dopo anni di forzata permanenza. I fratelli John e William Robertson pubblicano nel 1835 Il regno del terrore di Francia, che suscita un grande dibattito, e che vede l’intervento di Thomas Carlyle a difesa del dittatore: “quando (Francia) tornò nel Paraguay si distinse per il suo valore a tutta prova. Non esitò mai a difendere il debole contro il forte, il povero contro il ricco. Faceva pagare l’onorario solo a coloro che potevano … e acquistò presto una grande reputazione di competenza, di onestà e di incorruttibilità”. [10] Il che, se riferito alla sua professione di avvocato, è anche vero, così come è vero che Francia ottenne come presidente il risultato di tenere il paese fuori dalle guerre civili e di portare il Paraguay ad un livello di produttività e di benessere decisamente superiore a quello degli stati confinanti.

Sulle valutazioni della figura di Francia e dei risultati del suo quarto di secolo di dominio hanno pesato indubbiamente nell’ottocento il legame dichiarato del dittatore con gli ideali della cultura illuministica e libertina e la sua ammirazione per Robespierre, nel novecento le inquietanti similitudini riscontrabili con altri regimi dittatoriali e utopici, sia della prima che della seconda metà del secolo. Oggi sembra esserci la tendenza, almeno in patria, a rivalutarlo, a considerarlo come un padre dell’indipendenza e un riformatore sociale, tanto che la sua effige compare sulle banconote paraguayane. Rimane il fatto che, anche se le valutazioni ostili erano spesso fondate sul favoleggiamento, come nel caso della descrizione della detenzione di Bompland fatta dai Robertson, le testimonianze dei pochi visitatori che tornarono dal Paraguay per raccontarla concordano su un clima cupo e invivibile, nel quale l’odio per Francia era pari solo al terrore per la sua repressione. Il dittatore stesso, secondo la testimonianza del solito medico svizzero, era stupito “del fatto che tutti i suoi concittadini camminassero sempre a testa bassa”. Ennesima conferma del fatto che i sogni di palingenesi, quando vengono forzatamente tradotti in realtà, si traducono in incubi terribili.

Meno controverso è invece il giudizio sui successori del Supremo, che in un crescendo di dissolutezza e crudeltà portano in mezzo secolo il paese alla completa rovina, trascinandolo in insensati e ininterrotti conflitti di confine. Sotto l’ultimo, Francisco Solano Lopez, la popolazione passa da oltre mezzo milione a 220.000 abitanti, di cui solo circa trentamila maschi, per le conseguenze una guerra contro Argentina, Brasile e Uruguay. Quando viene restaurata una pur parziale normalità diventa fondamentale incoraggiare l’arrivo di immigrati. Molti tra questi sono italiani, e non si tratta più di esuli politici (come Garibaldi e Raimondi) ma di contadini piemontesi, lombardi e veneti, e successivamente meridionali, rovinati dalla filossera o dalle politiche doganali della sinistra storica. Non sono portatori di utopie, bensì di storie di miseria e della volontà di riscattarle, che spesso fanno pagare proprio agli indios. Boggiani viaggia con loro, ma certamente non li rappresenta.[11]

Eppure in questo periodo il Paraguay torna ad essere, proprio per la politica di incentivo all’immigrazione, terra promessa per la creazione di società utopiche. Nel 1887, nello stesso anno in cui arriva Boggiani, viene fondata da Bernhard Förster, cognato di Friedrich Nietzsche[12], la Nueva Germania, una colonia basata su un progetto utopico confusamente socialisteggiante ed eugenetico, e indubitabilmente insensato. Förster è a capo di un gruppo di prussiani antisemiti, e nei suoi intenti la colonia deve diventare il rifugio di tutti i tedeschi che vogliono preservare la propria identità culturale e la purezza ariana. Vivendo a stretto contatto con una natura tanto ricca quanto pericolosa potranno tornare alle fonte originaria dell’energia vitale e riacquistare la salute corporea e mentale compromessa dalle mollezze della modernità. La colonia è pertanto assolutamente chiusa ai non ariani, massime agli ebrei, e mira a difendersi da qualsiasi nefasto influsso della cultura angloamericana. Nueva Germania viene però fondata nel bel mezzo della foresta pluviale, in una delle zone più povere del Paraguay, e non tarda ad andare a bagno. Delle venti famiglie trapiantate non una regge al confronto con la natura selvaggia, e lo stesso Förster finisce per suicidarsi solo un paio d’anni più tardi. Rimane però in Paraguay, oltre al suo corpo, anche il suo ricordo, che sarà riesumato negli anni trenta, quando si creeranno tra gli immigrati di origine tedesca gruppi con forti simpatie per il nazismo: in questo modo si aprirà la strada, dopo la seconda guerra mondiale, all’afflusso di moltissimi criminali di guerra nazisti, primo tra tutti il famigerato dottor Menghele, che nel Paraguay troveranno un rifugio sicuro.

C’è una Nueva Germania, ma c’è anche una Nueva Londres. L’ideatore di quest’ultima è William Lane, un giornalista australiano che dopo aver letto i libri di Robert Owen matura il proposito di creare un “eden“ comunitario in un luogo isolato della Terra. La legge paraguaiana sull’immigrazione sembra fatta apposta per consentirgli di metterlo in pratica. Nel 1893 il governo di Asunciòn concede alla società creata da Lane oltre duecentomila ettari di terreno, destinati ad un migliaio di coloni provenienti dall’Australia. Al momento dell’insediamento i coloni sono meno della metà, ma sono sufficienti a formare due o tre comunità organizzate secondo i modelli del socialismo utopistico. Anche in questo caso però l’esperimento non regge. Dopo un paio d’anni molti coloni tornano in Australia, mentre quelli che rimangono si integrano nella cultura e nell’economia paraguayana.

Non è ancora finita. Per qualche tempo, negli anni novanta dell’ottocento, in piena esplosione dell’antisemitismo, il Paraguay viene preso in considerazione anche dai sionisti, come possibile rifugio per la nuova diaspora ebraica. Prevale poi il partito del focolare palestinese, e non se ne fa nulla (anche se a partire dall’inizio del XX secolo l’emigrazione ebraica verso il Paraguay è consistente, cosa che senz’altro avrà fatto rivoltare Förster nella tomba). Ma non c’è alcuna volontà di creare una comunità separata. Questa è invece assolutamente negli intenti di un nuovo gruppo di immigrati, i mennoniti[13]. Eredi diretti dell’anabattismo, perseguitati per secoli in Europa, i mennoniti hanno trovato nel nuovo mondo le condizioni per vivere in comunità il più possibile chiuse e separate, all’interno delle quali praticare i principi della nonviolenza, della fratellanza e della povertà (o meglio, sobrietà) individuale e conservare intatte le loro tradizioni. Negli anni venti del Novecento quelli di lingua tedesca si trovano a dover lasciare il Canada, loro ultimo rifugio, per non sottostare ad una legge che impone una lingua ufficiale unica. Esplorano le possibilità dell’America Latina e alla fine, a partire dal 1927, optano per il Chaco centrale, dove sono garantiti la libertà di culto, la possibilità di una organizzazione scolastica propria, l’autonomia linguistica e l’esonero dal servizio militare. Negli anni successivi saranno raggiunti da altri confratelli provenienti dalla Russia e dalla Polonia. In questo caso, forse per la consuetudine ai trapianti maturata dai mennoniti in secoli di persecuzioni, l’esperimento ha successo, e la colonia prospera (attualmente è la più consistente, dopo quella statunitense).

 

Infine, l’ultima diaspora che interessa il Paraguay, come abbiamo già visto, è quella nazista nell’immediato dopoguerra[14]. Gli aguzzini dei campi di sterminio sono in questo caso alla ricerca non di una terra felice, ma di un rifugio sicuro e segreto. Il Paraguay è ancora una volta il luogo ideale per rifarsi una vita completamente nuova. Al di là delle simpatie per il nazismo manifestate dalla sua colonia tedesca, ci sono una tradizione ormai consolidata di incentivo all’immigrazione, che ha cancellato in pratica ogni filtro, l’acquiescenza e comunque la scarsa capacità di controllo del territorio da parte delle autorità, soprattutto nell’immensa e quasi disabitata zona del Chaco, e la distanza fisica e storica dai luoghi dove si è consumata l’infamia. A conti fatti, sembra proprio questo l’esperimento più riuscito. Delle migliaia di criminali che attraverso le connivenze degli alleati e del Vaticano hanno trovato rifugio nella terra tra i due fiumi, solo poche decine sono stati individuati: gli altri sono stati tranquillamente inghiottiti dalla foresta, per riemergerne in qualche caso con un’identità nuova e immacolata, o per godersi in santa pace una immeritata vecchiaia.

 

Quello che alla fine del Settecento il naturalista Felix de Azara descriveva come un paradiso terrestre è oggi uno dei paesi più poveri dell’America Latina, secondo in questa poco ambita classifica solo ad Haiti. Nella prima metà del Novecento ha visto succedersi trentun presidenti, quasi tutti buttati fuori da sommosse popolari o da colpi di stato, in buona parte liquidati direttamente in attentati. Nella seconda metà ne ha avuto uno soltanto, Alfredo Stroessner, che ha instaurato un regime crudele come quello di Francia e letale come quello di Solano Lopez, senza neppure l’attenuante del busto di Robespierre, e che è rimasto al potere per oltre trentacinque anni. Il bilancio complessivo è desolante: la rete ferroviaria attiva del paese copre attualmente trentun chilometri, dopo essere arrivata nel secolo scorso a quasi cinquecento; l’economia è da quarto mondo e le risorse utilizzabili per un qualche sviluppo sono tutte controllate da capitali stranieri; il parlamento è nelle mani dei grossi latifondisti ed è considerato il più corrotto dell’America Latina (che è tutto dire); l’ultimo colpo di stato ha portato al potere un tizio che di cognome fa Franco. Neppure il meticciato già voluto da Francia, attivamente praticato da Boggiani e rilanciato oggi dalla globalizzazione come futuro modello demografico, ha dato gli esiti che i suoi nuovi teorici decantano. La popolazione paraguaiana è al novantacinque per cento meticcia (un buon quaranta per cento ha anche sangue italiano nelle vene), ma per metà vive sotto la soglia ufficiale della miseria e in un pesante analfabetismo di ritorno.

A dispetto (o forse proprio in ragione) di tutti i sogni e di tutti i progetti che ha calamitato, il Paraguay non è mai stato una terra felice. Oggi lo è meno che mai. È scomparso dall’immaginario, dalle canzonette popolari e dai libri d’avventura, e i media ne parlano solo in occasione di qualche partita di calcio finita in un massacro. La quasi totalità degli italiani non saprebbe neppure individuarlo su una carta geografica. Non ci sono più i Caduveo, e anche le foreste che li ospitavano stanno velocemente scomparendo. Boggiani ha davvero fatto appena in tempo a vederne gli ultimi angoli incontaminati.

Letta in questa luce, la sua fine è stata in fondo un prezzo equo da pagare.

[1] Viaggi d’un artista nell’America meridionale, 1895

[2] “Corriere della Sera” del 29 Settembre 1935

[3] La storia di queste lastre meriterebbe un racconto a parte. Molte di esse furono recuperate dal botanico ed esploratore cecoslovacco Alberto Vojtěch Frič, che giunse in Paraguay qualche anno dopo il Boggiani e instaurò buoni rapporti con gli indios. Era arrivato in Sudamerica spinto dalla passione per i cactus e si era poi affezionato al popolo Chamacoco, tanto che aveva cercato di curare le loro malattie intestinali. La sua vita è stata raccontata da Claudio Magris in Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico.

[4] Il suo nome però non sarà dimenticato, e diventerà sinonimo di tradimento. A metà degli anni trenta, in uno dei primi fumetti di avventura italiani, Ulceda di Moroni Celsi, ambientato nelle foreste del gran Chaco, l’indio traditore e infido si chiama proprio Luciano.

[5] Claudio Magris banalizza la cosa, in un tentativo non riuscito di essere spiritoso: “[…] venendo ucciso, sembra per le sue spicce attenzioni a una donna india, nonostante fosse conosciuto presso gli indigeni anche come Lily, per le attenzioni rivolte agli uomini, cosa nient’affatto strana in una cultura pervasa dal sentimento panico di una sensualità indifferenziata” (“Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico”). Appunto. Una sessualità indifferenziata, nella quale ci sta di tutto, tranne che gli indios lo conoscessero come Lily!

[6] Cfr. Voglio andarmene in Perù.

[7] Durante una spedizione nel continente nordamericano Cabeza de Vaca era sopravvissuto alla strage di quasi tutti i suoi compagni, era stato catturato dagli indigeni e aveva vissuto presso di loro prima come schiavo poi come uomo della medicina, era fuggito e aveva peregrinato per otto anni nelle foreste, prima di raggiungere un avamposto spagnolo sulla costa del golfo del Messico.

[8] Padre Gonzalez Paniagua, che era al seguito di Cabeza de Vaca, riporta che “gli indios gli raccontarono di un regno di donne guerriere, in un lago molto grande, e questi indigeni, senza contraddirsi tra di loro gli dissero che dieci giorni da quel luogo in direzione nordest abitavano in grandi villaggi delle donne che avevano molto metallo bianco e giallo e che le posate con le quali mangiavano era tutte fatte di quel metallo e che avevano come regina una donna e che son guerriere, e che in un certo mese dell’anno si uniscono con indigeni di altre provincie e hanno con essi rapporti carnali e se quelle che restano incinta partoriscono femmine le tengono con loro mentre se partoriscono maschi li tengono con loro fino a che li svezzano e poi li reinviano ai loro padri … e che è gente che possiede metallo bianco e giallo in tanta quantità che non si servono con vasi di terracotta, ma con vasi e pentole e padelle di quel metallo […]”.

[9] Nuflo de Chaves era giunto al cospetto di bastioni costruiti con tronchi d’albero dai Moxos, alleati degli Incas. I Moxos opposero una strenua resistenza, causando la morte di una ventina di spagnoli, di circa trecento indigeni alleati degli Europei e di quaranta cavalli. Gli invasori dovettero ritirarsi e si divisero in due gruppi: alcuni si diressero verso sud-est, per raggiungere il territorio dei pacifici Xarayes, mentre gli uomini di Chaves si diressero verso sud-ovest. Le vicende della spedizione ricordano molto l’Anabasi e le sue moderne versioni cinematografiche, da Passaggio a nord-ovest a Tamburi lontani, da Obiettivo Burma a I guerrieri della notte.

[10] Thomas Carlyle ed altri –El doctor Francia – Asunctiòn 1987

[11] Non sempre la storia di questa emigrazione è limpida. Quando Boggiani si imbarca per il Paraguay non si è ancora spenta l’eco della noche triste de los italianos, una notte di follia provocata ad Asunciòn nel 1870 dai nostri connazionali col pretesto di una falsa accusa, che causò decine di vittime e centinaia di arresti.

[12] Nietrsche lo detestava al punto da rifiutarsi di presenziare al matrimonio della sorella.

[13] Membri della setta protestante fondata a Zurigo nel 1525 da Menno Simons (1496-1559), come costola del movimento anabattista, costretti a emigrare lontano dalla Germania dopo la distruzione di Munster

[14] Tra i più tristemente noti, oltre a Menghele, Martin Bormann ed Edward Rosehmann, il gaulaiter del campo di Riga.

 

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