Perché non sono juventino

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Già vi sento. “E chi se ne frega?” Giusto. Dopo Mosca e Mughini parlare di calcio (e tanto più della Juventus) non è soltanto stupido, è un crimine contro l’intelligenza. Ma in effetti non ho alcuna intenzione di parlarne. Il tema è un altro. È quello delle “cause perse”. E se di calcio capisco niente (anche perché non c’è niente da capire), del fascino dei perdenti posso disquisire con assoluta cognizione.

Il fatto è che, così come alcuni nascono con le stigmate di una superiore vocazione, con un corredo genetico che li porta a distinguersi e a primeggiare nei campi più svariati (Mozart per la musica, Giotto per la pittura, Merczx per il ciclismo, e così via), nascono anche individui il cui naturale talento consiste nello schierarsi sempre dalla parte dei perdenti. Un sottile, nemmeno tanto inconscio masochismo li pervade, li guida, veglia sulle loro scelte e fa si che manco per sbaglio si intruppino una volta nelle schiere dei vincitori. Ebbene, io credo d’essere il Mozart delle cause perse, almeno per quanto concerne la precocità della vocazione. Voglio dire che mentre per altri questa matura attraverso un processo di crescita, di differenziazione, di disgusto per la volgarità, l’adulazione, l’ opportunismo che sempre si accodano ai vincitori, nel mio caso non vi sono dubbi: è talento vero, innato, naturale. Solo questo può spiegare perché abbia sfacciatamente parteggiato per le giubbe grige (i sudisti) contro quelle blu (i nordisti), quando in età prescolare giocavo ai soldatini, e tutta la storia americana che conoscevo mi veniva da “L’assedio delle sette frecce”. O perché abbia cominciato a tifare per Gastone Nencini (mai sentito nominare prima) il giorno stesso in cui perse il Giro d’Italia da Magni (e avevo sette anni). O abbia amato, alle medie, tra tutti i personaggi dell’Iliade lo sfigatissimo Ettore. E così via, in un crescendo letterario, politico e sportivo di voluttuosi patimenti, di amari calici delibati con passione, che mi ha consentito un’ampia facoltà di scelta (gli sconfitti sono sempre molti di più dei vincitori), mi ha permesso di avere sempre il meglio. Sotto questo profilo, devo dire, la vita non è stata avara. Se qualche volta ho dovuto abbandonare il campo, quando magari il vento girava e i già perdenti rischiavano di riscattarsi, l’ho fatto in tempo, prima che si profilasse il pericolo della vittoria. In alcuni casi, poi, la soddisfazione è stata piena: chi non ha letto Eliade quando era out per la sinistra, chi non si è ispirato a Cattaneo e a Kropotkin quando lo erano per tutto lo schieramento politico e culturale, chi non ha tifato G.B. Baronchelli (il massimo, solo per intenditori finissimi, ha volutamente perso dieci o quindici Giri d’Italia, più qualche centinaio di altre corse) non sa quali gioie riservino questi amori esclusivi, indivisi, derisi e osteggiati. E non parliamo della partecipazione politica: ho votato per trent’anni, senza vincere una volta le elezioni; le ho vinte (?) l’unica volta in cui ero decisamente del parere che fosse meglio perderle. Dunque una militanza senza macchia, plutarchiana nella sua esemplarità.

Ma questo che c’entra col fatto di essere o meno juventino, e soprattutto, dove va a parare? Ci arrivo. Non sono juventino perché quarant’anni fa, all’epoca della scelta di campo, che allora avveniva tra i sette e i dieci anni, la Juventus era quella di Sivori e Charles, e vinceva tutto e sempre, lo scudetto tutti gli anni, o due in un anno solo, coppeitalie, tornei di Viareggio, proprio tutto. E tutti i miei amici, naturalmente, tifavano Juve, saltavano sul carro del vincitore. Come non cogliere l’occasione per restare a terra? Oltretutto c’era lì, pronta, l’Alessandria, un investimento a perdere di totale affidabilità, più che restare a piedi era come sdraiarsi lunghi sul selciato per farsi maciullare dal corteo trionfale. Ebbene, è stato proprio lì che ho avuto consapevolezza di una diversità, e del piacere e delle sofferenze che le sarebbero stati legati. Lì ho capito che il mio destino era segnato, che avrei vissuto all’insegna della resistenza contro ogni tipo di vincitore, e soprattutto contro coloro che gli si accodano; e che per praticare questa disciplina avrei dovuto allenarmi, prepararmi, indurirmi. La Juventus è stata solo la prima manifestazione simbolica (ma mica poi tanto) del potere, una delle sue molteplici incarnazioni: ha prefigurato la DC, il craxismo, le mode culturali, gli intellettuali da talk-show, Berlusconi, tutti quei sugheri insomma (per non dire quegli stronzi) che galleggiano su qualsiasi mare. E soprattutto mi ha fatto capire come siano sempre la stragrande maggioranza coloro che si accontentano di vincere, e di vivere, per interposta persona o squadra o idea, e non hanno il minimo sentore di cosa significhi accettare dignitosamente e sportivamente (quando si può) la sconfitta. Non è stato sempre facile, ad onta della naturalità della disposizione, vivere da cultore delle cause perse (ma non da perdente, si badi bene). Qualche volta è insorto anche il dubbio: non starò mica scambiando un’ostinazione per una vocazione? Ma è durato solo un attimo. Mi ha soccorso Darwin. Secondo la più recente versione della teoria evolutiva lo sviluppo di una specie non avviene per modificazioni abbondanti, cumulative e graduali, frutto di un processo adattivo minuto che interessa solo il livello degli organismi, quanto piuttosto per alterazioni a livello genetico, ristrette a pochi individui, legate al caso, che innalzano la capacità di risposta della specie alle pressioni dell’ambiente. Ora, delle due l’una: o la mia alterazione è del tipo soccombente, di quelle cioè che non lasciano traccia nel percorso evolutivo della specie, e allora la coerenza del mio cammino sarebbe totale: o è di quelle che migliorano la capacità adattiva, e allora alla lunga trionferà. Va a finire che, nell’un caso o nell’altro, corro il rischio d’essere un vincitore.

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. All’orizzonte di quell’oceano ci sarebbe stata sempre un’altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.
HUGO PRATT

 

 

 

 

 

 

 

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Perché scrivere?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Scrivere sottintende una volontà di riconoscersi. Qualche volta. Più spesso sottintende invece solo l’ambizione di essere riconosciuto. Riconoscersi significa prendere coscienza di sé, essere riconosciuto significa rinunciare a questa coscienza e accontentarsi di apparire. Messo giù così suona chiaro ed essenziale. Lapidario. Sono tentato quasi di congratularmi con me stesso, quando mi viene in mente che le lapidi si prestano male ad aprire un discorso. Di norma lo chiudono. E allora, come esordio non ci siamo. Perché le cose poi, nella realtà, non sono così semplici come negli aforismi. Per fortuna.

Proviamo allora a complicare un po’ il discorso.

Partiamo dal riconoscersi, dal prendere coscienza di sé. Nella accezione più semplice riconoscersi significa sottrarsi all’inautenticità, al conformismo, all’omologazione, alle opinioni in serie (maggioritarie o minoritarie, conformiste o trasgressive che siano): in parole povere, avere il coraggio di pensare con la propria testa. In effetti, l’esercizio di riflessione che la scrittura postula può aiutarci a trovare questo coraggio. L’economia dello scrivere ci impone linearità e conseguenza, ci obbliga a far chiarezza nella nostra mente. Ma in questa operazione il riflessivo (riconoscersi) non può prescindere dal transitivo (riconoscere). Scrivendo conosciamo meglio noi stessi perché siamo costretti a fare il punto sullo stato della nostra conoscenza (se si vuole, della nostra ignoranza). Quindi per riconoscerci indirizziamo lo sguardo al nostro interno, ma solo per vedere come si rispecchia in noi ciò che sta fuori: e di questa auto-indagine la scrittura è uno strumento prezioso.

Scrivere, tuttavia, non è solo una forma di razionalizzazione: è soprattutto un atto di mediazione. La parola scritta, spogliata delle inflessioni, delle tonalità e delle sfumature vocali, in qualche modo si stacca da noi (dalla nostra presenza, dalla nostra corporeità), si assolutizza: diviene riassuntiva, al livello più semplice, delle svariate implicazioni e interpretazioni di ogni singolo fonema, si pone come un minimo comune denominatore sul quale soltanto è possibile fondare la comunicazione allargata (quella cioè che non passa tra interlocutori che si confrontano fisicamente). Essendo un tramite “povero” nel senso della individuazione, perché elimina tutte le particolarità e le singolarità espressive, la scrittura facilita il “riconoscimento” in quei denominatori che possono costituire la base di un rapporto culturale. Riconosciamo cioè che, al di là delle contingenze del nostro sentire e del nostro vivere, coltiviamo idee, diamo interpretazioni del mondo che sono state, sono e si spera saranno condivise da altri: non moltissimi (purtroppo), ma non importa. Questa coscienza ci aiuta a sconfiggere l’angoscia della solitudine e dell’insignificanza, e al tempo stesso giustifica e impone che usciamo allo scoperto. Scrivendo dunque ci riconosciamo negli altri, ma ci attendiamo anche di essere riconosciuti dagli altri. E allora scriviamo per essere riconosciuti, oltre che per riconoscerci. Con buona pace della lapide iniziale.

 

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Storia di un’idea

Piccola antologia del pensiero federalista

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Dal momento che pochi sembrano ricordare (o sapere) che l’idea federalista italiana non è un parto della fantasia (?) di Bossi, ma ha una sua lunga e dignitosissima tradizione nell’area democratica, con formulazioni senz’altro meno deliranti, ci premuriamo di fornire materiali per un utile ripasso, nella speranza che diventino spunti per una riflessione meno superficiale. Cominciamo in questo numero con Carlo Cattaneo, il più lucido, onesto e disincantato pensatore politico del nostro ‘800 (e forse di tutta la nostra storia nazionale).

Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sé. Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno conquistato tre volte la libertà, e mai non l’hanno avuta, dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra; sì, ogni popolo in casa sua, sotto la sicurtà e la vigilanza delli altri tutti. Così ne insegna la sapiente America. Ogni famiglia politica deve avere il separato suo patrimonio, i suoi magistrati, le sue armi. Ma deve conferire alle communi necessità e alle communi grandezze la debita parte; deve sedere con sovrana e libera rappresentanza nel congresso fraterno di tutta la nazione; e deliberare in comune le leggi che preparano, nell’intima coordinazione e uniformità delle parti, la indistruttibile unità e coesione del tutto.

 Ogni popolo può avere interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli, il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità.

Io credo che il principio federale, come conviene agli stati conviene anche agli individui. Ognuno deve conservare la sua sovranità personale, ossia la sua libera espressione; e riconoscendo eguale sovranità e libertà negli amici, fare per loro e con loro tutto quanto può senza demordere al proprio diritto. Il sottomettersi agli altrui dettami è da ciechi e da servili. Il transigere è da scoscienziati e imbroglioni. Una transazione in siffatte cose è una bugia, nella quale ciascuno apporta la sua porzione; ognuno rinnega in parte la sua coscienza; tutti si fanno ingiusti, gli uni per tradire, gli altri per essere traditi. Al contrario, con la federazione ognuno rimane onestamente nel suo proposito e nella dignità della sua coscienza, ognuno dice la sua parola libera e vera alla nazione; nell’interesse e nella coscienza della nazione tutto si esprime; ognuno gravita giusto il vero peso; e l’effetto si unisce nel centro di gravità egualmente come per la via delle associazioni.

CARLO CATTANEO

 

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Quale federalismo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Che paese! Ci son volute le sparate di un piazzista di veleni per riscattare il federalismo dal limbo delle favole. Col rischio, più che mai concreto, di lasciarne snaturare completamente le valenze politiche e ideali. Tutta l’intellighentia cultural-progressista (non parliamo della classe politica, non ne vale la pena) ha continuato a dormire della quarta, anche di fronte al radicamento sempre più preoccupante del leghismo, preferendo titillarsi con i dibattiti sul buonismo e altre cretinate consimili. Trincerate dietro un muro di supponente e miope indifferenza le teste più fini della “sinistra” hanno atteso, prima di darsi una scrollata, che maturassero tutti i peggiori presupposti per una discesa in campo del progetto politico federalista (ed eventualmente per una sua applicazione). Col risultato oggi di ritrovarsi in affanno, anzi, in pieno stato confusionale, combattute tra la difesa del fatiscente istituto statalista, che le vedrebbe schierate al fianco della destra, e la rincorsa al recupero sul terreno delle autonomie, per disinnescare la mina della secessione.

Il fatto è che la “sinistra” storica non appare in grado di proporre alcun modello di rinnovamento istituzionale in senso federalista, perché non ha mai voluto confrontarsi seriamente con questo tema. Lo ha inserito negli ultimi programmi elettorali, ma alla maniera in cui vi si inserisce da sempre, ad esempio, il risanamento del debito pubblico, cioè come una mera giaculatoria, ripetuta meccanicamente. D’altro canto sarebbe eccessivo pretendere da chi per mezzo secolo ha perseguito un unico obiettivo, quello di accedere alla stanza dei bottoni, ed ha sacrificato a tale progetto ogni coerenza ed ogni pudore, che una volta raggiunto lo scopo si impegni a disattivare i comandi e a vanificare il risultato, ormai fine a se stesso, della sua strategia. Si deve quindi dare per scontato che da questa direzione difficilmente potranno arrivare segnali concreti di una volontà innovatrice.

Vediamo invece di spiegare sommariamente, rimandando ad altra occasione un’analisi più approfondita, le ragioni che ci inducono a ritenere valida ed auspicabile una soluzione istituzionale di tipo federalista. Resta inteso che assumiamo il termine “federalismo” nella sua accezione più genuina, quella che demanda a livello regionale, o meglio ancora subregionale, la più larga autonomia gestionale dei poteri e delle responsabilità amministrative.

La prima motivazione può essere definita di carattere tattico. Il progetto di Bossi può essere battuto, recuperando sull’elettorato leghista moderato, solo dal rilancio di un’ipotesi federalista seria, che contempli cioè stati regionali semi-indipendenti e federati. I modelli non mancano, in uno spettro di soluzioni che vanno dal lander tedesco alla confederazione cantonale, sino al federalismo “tollerato” statunitense: e comunque, stante la specificità della situazione italiana, dovrebbe essere varata una struttura politica originale. Resta il fatto che a nessuna delle subentità istituzionali, se costituite su base regionale, sarebbe garantita un’autonomia economica sufficiente ad indurla al separatismo. Verrebbe a cadere in tal modo il discorso delle rivendicazioni pseudo-etniche, mentre finirebbero per essere esaltati in positivo i fattori di aggregazione.

Il secondo motivo è invece più genuinamente politico. Ogni prospettiva di decentramento dei poteri, a qualsiasi livello ed in qualsivoglia direzione, deve essere perseguita, e finalizzata ad ampliare le possibilità per ogni cittadino di esercitare un controllo stretto sull’amministrazione e di partecipare direttamente alla stessa. Ciò induce una politicizzazione attiva, la percezione di svolgere un ruolo concreto e l’assunzione conseguente di responsabilità: in definitiva, crea i presupposti per una crescita veramente democratica.

Infine un’ultima considerazione, concernente il pericolo (paventato dalle frange più consapevoli della sinistra) che un’atomizzazione istituzionale porti alla dissoluzione di ogni residuo di stato sociale. Ciò che si teme è che da un lato nelle aree a livello di benessere più elevato, dove più forte è il rifiuto del riequilibrio compensativo operato col tramite fiscale, prevalga l’orientamento verso una privatizzazione totale dei servizi sociali di base (ciò che equivarrebbe ad escluderne le fasce meno abbienti, tutti coloro che non possono permettersene i costi), e che dall’altro nelle regioni economicamente più deboli quegli stessi servizi non possano essere garantiti per le difficoltà di un bilancio ristretto. Il pericolo in effetti esiste: ma occorre non dimenticare che l’esempio normalmente addotto, quello del progressivo smantellamento del Welfare state in atto negli USA, si riferisce ad una realtà di partecipazione politica delle masse lontana anni luce da quella italiana. Quando sono in ballo i temi dello stato sociale un elettorato attivo che sfiora l’80%, e che comprende quindi quella maggioranza della popolazione che è interessata alla pubblicità dei servizi, costituisce ancora un ottimo deterrente contro gli attacchi frontali: e le recenti elezioni lo hanno dimostrato.

Contro quelli più insidiosi, invece, contro le manovre striscianti e aggiranti, non è più questione di stato unitario o federalista, ma di un salto di qualità nel livello della coscienza politica individuale e collettiva: se ciò non accade, il nostro futuro sarà all’insegna del più feroce egoismo privatistico, indipendentemente dalle formule istituzionali che ci riserva. E questo lo hanno dimostrato, in Italia come nel resto del mondo, gli ultimi quindici anni.

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Incursioni nell’immaginario

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1992

Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta. Questo lo differenzia dal viaggiatore. Il viaggiatore parte, arriva, vede. Il viandante non parte, perché non ha luoghi o affetti da cui staccarsi, e non arriva, perché non ci sono affetti e luoghi a cui legarsi: e soprattutto non vede, ma conosce, non subisce l’alterità, ma è riconosciuto. Non avendo dimora, non è mai uno straniero. E di ogni contrada, naturale o ideale, può fare la sua patria, senza rinnegare la sua vocazione di apolide.
I Viandanti delle Nebbie non si sottraggono a questa condizione. Le tappe dei loro itinerari, le soste lungo i loro vagabondaggi, diventano occasione di dialogo con chi per il momento preferisce un’esistenza più sedentaria, ma non è immune al richiamo della fantasia. Tali sono ad esempio gli incontri che prendono spunto dalle periodiche incursioni dei Viandanti sui sentieri dell’immaginario (ma anche su quelli, molto più concreti, delle nostre montagne). Due di questi incontri sono già stati realizzati sotto forma di mostre iconografiche, presentate nell’autunno scorso e nella recente primavera.

 

Il west nel fumetto italiano

Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione. Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.

51 Vedute del Monte Tobbio

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.
L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

Percorsi

Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.
Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.

 

Visibilità

Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.

 

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L’altra metà della storia

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita economica e il rovesciamento dell’attuale modello di vita; l’utopia consiste nel credere che lo sviluppo continuo della produzione sociale possa ancora portare ad un miglioramento delle condizioni di vita e che tutto ciò sia materialmente possibile”. (André Gorz)

In poche righe Gorz ribalta la prospettiva nella quale è sempre stata confinata l’utopia. Il suo non è un puro gioco d’immagini o di parole: è la presa d’atto di ciò che, a dispetto di tutti i polveroni capital-consumistici, già dovrebbe apparire lampante. E cioè che utopico non è il seguire le linee di fuga convergenti, sia pure all’infinito, verso la società ideale, mentre lo è il credere che possa reggere a lungo l’attuale modello sociale e produttivo, fondato su un divario sempre più accentuato tra gli eletti e i diseredati, e su un aumento esponenziale del numero di questi ultimi.

Proprio l’uso che Gorz fa del termine “Utopia” (e dei suoi derivati, Utopico, Utopista e Utopistico) ci impone però di riconsiderarne la valenza polisemica, in rapporto a differenti contesti o a specifiche intenzionalità di lettura. Nell’accezione corrente “utopico” è considerato qualsiasi progetto di rifondazione dei rapporti tra gli uomini o del rapporto uomo-natura che non trovi riscontro, per il passato, nella concretezza delle realizzazioni storiche, e appaia inconciliabile, per il futuro, con i bisogni e con gli egoismi che si suppongono connaturati all’essere umano. In altre parole, è definita utopica ogni speranza di edificare una società non conflittuale, fondata non sui rapporti di forza ma sullo spontaneo consenso e sulla collaborazione, non sul perseguimento del privato interesse ma su quello del bene collettivo. E questa, evidentemente, non è solo una definizione, ma è già una liquidazione. “Utopisti” in tal senso sarebbero coloro che si trastullano col sogno e viaggiano tra le nuvole, invece di posare i piedi per terra e operare entro i margini della realtà di fatto, con i mezzi e nei modi che essa consente; e “utopistico”, con un’accentazione più spregiativa, il loro atteggiamento.

Ora, pur rovesciandone il significato, anche Gorz in questa accezione semantica connota peggiorativamente il sostantivo (non a caso utilizzandolo nella versione “minuscola”, come “nome comune di luogo, astratto”). Fa propria cioè, per la necessità polemica di demolire la tesi opposta, la banalizzazione d’uso nella quale il termine è incorso.

Ma lo stravolgimento del significato dell’Utopia, l’imbalsamazione delle sue valenze ideali, non sono passati solo attraverso l’usura linguistica. L’attacco più profondo ha investito il concetto stesso. Il sogno di un’armonica composizione dei conflitti sociali, di una “razionalizzazione” non finalizzata al profitto è stato letto, da un secolo a questa parte, soprattutto in negativo. Ne sono state colte le potenziali implicazioni coercitive, o addirittura totalitarie, connesse al soffocamento anestetizzato di ogni individualità o dissidenza, alla pressione morale esercitata dalla comunità, all’atrofizzazione del confronto e dell’antagonismo “costruttivo”. Se ne è stigmatizzata l’astoricità, in quanto una società perfettamente realizzata si sottrae alla dinamica storica. Si è insistito sull’astrattezza e sull’innaturalità dei presupposti, che negano la dominanza di quell’istinto competitivo ritenuto comune a tutte le specie e a tutti gli individui, e non terrebbero conto dell’esistenza di devianze e patologie psichiche d’origine genetica. Ma soprattutto si è confrontato il sogno con i ripetuti e fallimentari tentativi (o presunti tali) di una sua attuazione (dalle “reducciones” gesuitiche all’esperimento khmer, passando per le colonie anarchiche, le comunità religiose nordamericane, il comunismo sovietico, ecc.). Col risultato, appunto, di imputare all’Utopia non più soltanto l’inconsistenza e la volatilità del sogno, ma addirittura la gestazione irresponsabile dell’incubo.

E allora è opportuno, a questo punto, rimettere un po’ d’ordine nel significato dei termini e nell’interpretazione dei concetti. In primo luogo va definita un’area di riferimento del termine Utopia. Non tutti i progetti di rifondazione sociale su base comunitaria, ad esempio, rientrano nell’Utopia: non sono definibili tali i movimenti millenaristici, che identificano la rigenerazione con la fine dei tempi, né le comunità di stampo religioso, che escludono uno dei cardini del pensiero utopico, la libertà totale di coscienza, e neppure le dottrine scientifico-sociali, che fanno dipendere la realizzazione della società “giusta” non dal concorso di libere volontà, ma da quello di fattori storici ed economici, secondo una prospettiva evoluzionistica. Ecco quindi che il campo si restringe, e di molto, finendo per comprendere solo quelle espressioni dell’immaginario sociale nelle quali si manifestano aspirazioni, ideali, sistemi di valori non storicamente determinati, potremmo dire “assoluti”. Ciò non significa che l’Utopia non abbia frontiere mobili, o che si sottragga a fenomeni di ibridazione, all’interazione e all’osmosi con altre forme di strutturazione dell’immaginario sociale: ma è pur necessario imporsi un certo rigore terminologico, se si ha la pretesa, o la speranza, di essere capiti. Assumiamo dunque che il termine utopia designa per noi la visione di una società ideale fondata sulla libertà individuale e sulla fratellanza (o quanto meno, sul reciproco rispetto), sulla democrazia diretta e sulla realizzazione di potenzialità, anziché di profitti.

Designa cioè, molto semplicemente, un sogno. E questo attiene alla definizione del concetto. Un sogno non è una chimera, se non quando dimentica il suo status di idealità e pretende ad un’attuazione letterale. L’Utopia conserva, già nella sua formulazione semantica, questa fondamentale autocoscienza: è un paradigma assoluto, un ideale inarrivabile. Tommaso Moro non ha inteso preconizzare il migliore dei mondi possibili (l’”eu-topos”), ma immaginare un mondo che non c’è (l’”u-topos”).

L’Utopia è dunque una pura forma dello spirito, alla quale ispirare i nostri progetti di edificazione della realtà. Un modello strategico, sul quale orientare le tattiche che consentano di esistere, e di non limitarsi a sopravvivere. Ci deve essere consapevolezza che è un sogno, ma perché questa si dia è necessario che ci sia il sogno. E se è impossibile tradurre il sogno in realtà, è possibile però in qualche misura viverlo. Se sognate ad esempio un mondo senza televisione, siate consapevoli che è un sogno: ma ricordate anche che nessuno vi impedisce di spegnere il vostro apparecchio, o meglio ancora, di buttarlo.

 

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Pietro

di Paolo Repetto, 1995 e e l’Album “A spasso con Pietro“ 

Ci risiamo. L’ho perso un’altra volta. Rallento e mi volto a cercarlo, ma già immagino cosa sta facendo: è parecchio indietro, si è fermato a scattare una foto. In una settimana ha fatto andare tre dozzine di rullini, ha fotografato ogni albero della Foresta Nera, ogni fontana, ogni casolare. Una volta a casa, se metterà in fila tutte le dia scattate potrà rifare il percorso per intero.

Poso lo zaino, mi siedo su un ceppo e accendo una sigaretta, mentre lo guardo camminare a ritroso, fermarsi ancora, catturare un altro scorcio. La sta prendendo comoda. Siamo fuori di un’ora e mezza rispetto alla tabella concordata, e la cosa si ripete immancabilmente da otto giorni. È il primo trekking che facciamo assieme, ma credo sarà anche l’ultimo.

Adesso è nuovamente uscito dal sentiero. È scomparso nel bosco.

Quando rispunta sono alla terza sigaretta. Mi vede e fa cenno col braccio. Non rispondo. Continuo a fumare e a guardarlo. Non so se essere più irritato o sconfortato. Quasi due ore di ritardo dopo sole quattro di marcia.

Avanza tranquillo, si ferma, traffica con la Nikon, sostituisce il rullino. Se mi capita tra le mani, quella macchina, finisce in orbita. Finalmente mi raggiunge, scarica lo zaino e siede lì vicino. Dev’essere foderato d’amianto, perché il mio sguardo non lo ustiona.

– C’era una piattaforma su un albero, laggiù. Penso la usino per osservare gli uccelli. Sono salito a scattare un paio di foto.

– Potevi aspettare un altro po’, magari avvistavi qualche tordo – rispondo acido.

Nemmeno se ne accorge. Inossidabile.

– No, c’era una vista magnifica, il bosco da sopra, le cime degli alberi.

Schiaccio con cura la cicca, ma non accenno ad alzarmi. Mi accorgo con sorpresa che la rabbia è già sbollita. Sto pensando a quanto deve essere bello questo bosco, visto da sopra. Io la piattaforma non l’avevo notata. Guardavo avanti, e quando buttavo lo sguardo ai lati del sentiero i tronchi mi sembravano più o meno tutti uguali. Siamo in ritardo di due ore, ma su cosa? Mica abbiamo un appuntamento. Dobbiamo solo arrivare alla Gasthaus, che non si muove, è là da decenni, ci aspetta. Cambia niente arrivare alle cinque, alle sette o alle otto. È una giornata splendida, limpida, calma.

Osservo Pietro. Sta scartocciando una barretta di cioccolato. È tranquillo e soddisfatto, mi sta ancora raccontando della piattaforma. E mentre parla capisco finalmente la differenza. Pietro si muove come un uomo libero, come chi ha nessuno che lo aspetti, e sceglie quando e cosa vedere e chi incontrare. Io mi muovo sempre per arrivare in qualche posto. La parte più importante dello spostamento per me è la meta, non il viaggio. Per lui è esattamente il contrario.

E questo fa la differenza tra il viaggiatore e uno che cammina.

 

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Il lavoro intellettuale come vocazione

di Paolo Repetto, 1994

Il tema di questa sera è “la Cultura”. Con la C maiuscola. Per essere più precisi, ci chiederemo: “cosa è, cosa non è Cultura”? Una domanda del genere avrebbe fatto correre immediatamente la mano di Goering alla fondina: voi, che siete più tolleranti, vi sentirete al massimo cascare le braccia. A ragione, perché è una domanda vecchia almeno quanto l’homo sapiens, perché ha già ricevuto un’infinità di risposte, tutte per certi versi egualmente valide, e perché questo significa che non esiste alcuna risposta seria e oggettiva. Tuttavia, se siamo qui evidentemente un po’ di curiosità la conserviamo, e pensiamo che in fondo porsi una volta di più il problema e azzardare una risposta nuova non faccia male a nessuno Il rischio massimo che corriamo è per me di dire delle banalità, per voi quello di ascoltarle.

Premesso questo, vediamo intanto perché ho accettato di trattare un argomento così trito e impalpabile, con la prospettiva, oltre che di riuscire banale, anche di apparire presuntuoso. Bene, io ho l’impressione che a furia di rivoltare per dritto e per traverso certi concetti finiamo per darli come acquisiti; oppure, e forse è ancora peggio, rinunciamo a darne una definizione, sia pure provvisoria, e li priviamo pertanto di ogni valenza e significato, facendone dei contenitori. Vorrei dunque approfittarne dell’occasione di questo incontro per provare a chiarirmi una fastidiosa sensazione di distonia linguistica e mentale con quel che mi circonda: ma niente paura, non intendo partire dalla mela di Eva, mi limiterò ad alcune considerazioni spicciole. Se siano poi marginali, o gratuite, o decisamente stupide, starà a voi giudicare.

 

Prendo lo spunto da un articoletto apparso su “La Stampa” dell’8 febbraio scorso (“L’Italia patria di libri e i mostre/ Ma RAI e Fininvest non lo sanno”), firmato da Giorgio Calcagno. Calcagno si chiede quanto spazio venga riservato in televisione alla cultura, e trae dalle statistiche dati decisamente sconfortanti: un misero 5% nei palinsesti della RAI, una presenza puramente simbolica (l’1%) in quelli della Fininvest. Sdegnato, il notista deplora la generalizzata insensibilità dei programmatori televisivi per ogni tipo di evento culturale, e soprattutto la quasi totale assenza di informazione libraria. “Ha perfettamente ragione – direte – spazio ai libri la televisione ne concede veramente poco. Ma è una novità? È sempre stato così, a memoria di teleutente”. Infatti, e sono il primo a pensare che l’articolo di Calcagno non aprirà nuovi orizzonti e dibattiti serrati. Ma non voglio farne questione di novità o meno: quel che mi preme è altro, e sta a monte dell’indignazione del nostro. Vorrei piuttosto chiedermi(vi): la disattenzione televisiva nei confronti dei libri, o più in generale, della “cultura”, è un problema? E rispondermi(vi): no, per niente.

 

Non scandalizzatevi. Io credo che il vero problema sia un altro, e che le geremiadi di Calcagno non soltanto non dicano, ma soprattutto non siano niente di nuovo. Mi paiono tanto inutili quanto stantie, al pari di tutte le grida di dolore che da più parti e a vari titoli si levano a chiedere una più consistente “offerta” culturale. Perché questo è il vero problema: ha senso esigere una “offerta” culturale? Sembra a prima vista un quesito assurdo, tanto appare ovvia la risposta. In teoria, infatti, una vasta gamma di proposte culturali consente ad un maggior numero di persone di scegliere, di partecipare, mentre in assenza di una offerta esibita il mercato si restringe, e molti potenziali fruitori sono scoraggiati o esclusi. Quindi l’offerta contribuisce alla diffusione, ovvero alla democratizzazione della cultura.

Ma le cose stanno davvero così? Crediamo davvero che se i libri avessero sul teleschermo più spazio delle gambe delle ballerine, e le rubriche di critica letteraria più seguito dei telequiz, questo avrebbe a che fare con l’informazione culturale? Non raccontiamoci storie. Sarebbe come voler pensare che le facce di Andreotti o di Craxi hanno indotto negli italiani una maggiore partecipazione e consapevolezza politica, o le cosce della Parietti un costume sessuale più evoluto, o i telequiz un anelito all’erudizione. No, l’informazione, rispetto ai libri (ma allo stesso modo rispetto a tutto ciò che considero “cultura”) uno se la procura in altro modo. Cercare, trovare, sapere che esiste una pubblicazione, e capire che ci interessa, deve rappresentare una conquista, diventare momento di un itinerario culturale che è insieme metodo e obiettivo. Ogni libro parla di altri libri, rimanda ad essi, si inserisce in un percorso tutto personale, solo apparentemente casuale, costruito attraverso letture, cataloghi, riviste, note, chiacchiere con gli amici: tutto, tranne la televisione. La televisione offre, esibisce, si rivolge ad un mercato di spettatori, non di lettori: fa pubblicità, non informazione. È’ nella sua natura. Crea una disposizione attendista, passiva, che nulla ha a che vedere con la conquista e con la partecipazione, quindi con la cultura. Chi attende dalla televisione indicazioni e stimoli per le sue letture, per le sue scelte, è già perso per la causa della cultura (e per tante altre), come del resto lo è chi li “attende” da qualsiasi altra fonte. “Il pubblico vero, effettivo, una minoranza di dieci o ventimila persone che non sono disposte a farsi abbindolare, questo pubblico si è già affrancato da un pezzo dalle arlecchinate dei mass-media, si forma il proprio giudizio senza dipendere dai bla-bla delle recensioni e dei talk-show, e l’unica fonte di pubblicità alla quale crede è la propaganda orale, che è insieme gratuita e impagabile”. (H. M. Enzensberger). Il “pubblico” di Enzensberger, che è poi quella koiné dispersa e disaggregata nella quale sopravvive l’ultima resistenza all’omologazione, sa benissimo a quali criteri può ispirarsi l’”informazione libraria” televisiva. L’unico in sintonia col mezzo e con i suoi utenti è il “di tutto e di più”: ovvero, ciò che piace a tutti e non interessa a nessuno, e che comunque si presta a mettere in piedi un teatrino. È quanto in effetti si è verificato anche in trasmissioni “qualificate” (da Apostrophes a Babele) e non può che essere così, perché si tratta di una questione di contesto. È’ naturale che “consigli culturali” che cadono in mezzo ai “consigli per gli acquisti”, precedendo o seguendo altri spot più o meno espliciti in sembiante di telefilm, varietà o tribune politiche, debbano trattare il libro come un comune oggetto di consumo, al pari di merendine e pannolini e carta igienica, e debbano proporre quei libri che sono proprio tali, fatta salva la minore utilità. Non ha dunque senso lamentarsi perché ciò accade, e rivendicare spazio per qualcosa che nulla ha in comune con la dimensione televisiva.

 

Le lamentazioni di Calcagno (il quale evidentemente non rientra nei dieci o ventimila di Enzensberger) attengono a quella stessa logica che permette a qualcuno di distinguere tra “Samarcanda” e “Il processo del lunedì”. Chi ha bisogno di Babele per conoscere i libri, e di Samarcanda per scoprire la corruzione e il malgoverno, accetta in pieno il gioco della spettacolarizzazione, e non è neppure abbastanza onesto con se stesso da godersi in santa pace gli opinabili “vantaggi” della sua scelta. Non è questione di stabilire se la televisione sia un medium buono o cattivo, caldo o freddo, stupido o intelligente: di questo si è discusso già sin troppo. La televisione è quel che è, risponde perfettamente alle logiche, ai bisogni e ai disegni del sistema che l’ha prodotta. Proprio per questo non ha niente a che fare con l’idea affermativa e formativa di cultura di cui sopra.

 

Ho finito per parlare solo di televisione, ma l’intento era un altro. Se infatti non ha senso caricare la televisione di ruoli che non le competono, che vanno contro la sua “natura”, ne ha ancor meno attribuire una speciale dignità ad ogni altro prodotto che si fregi del bollino d.o.c. della qualità “culturale”. E mi riferisco a mostre, convegni, rassegne, dibattiti, festival, meeting, stagioni liriche e teatrali, concerti, premi letterari, a tutta la paccottiglia del “kultur-shop”, a quegli eventi culturali in confezione patinata ai quali pensa Calcagno quando ne stigmatizza l’assenza in tivù. Sono queste le “occasioni” invocate, offerte speciali sempre più spettacolari, più fini a se stesse (o comunque a qualcosa che è ben lontano dalla crescita culturale), puro pretesto per la chiacchiera salottiera, per il presenzialismo, per l’auto-gratificazione di divi delle lettere, del bel canto, delle scene o delle tele, per gli incensamenti impudichi e gli sproloqui insensati dei critici col patentino, e per il plauso pecoreccio di un pubblico tanto ignorante quanto ansioso di farsi titillare da questi vibratori mentali.

 

Ma allora, cosa si salva? Se inteso come pura “offerta”, niente. Non c’è nulla cui si possa rivendicare un valore “culturale” intrinseco, che possa agire culturalmente quando è rapportato ad un soggetto passivo: mentre è cultura tutto ciò che postula una partecipazione mentale ed emozionale accrescitiva, tutto ciò che induce a non sentirsi soddisfatti, a voler perseverare nella ricerca, tutto ciò che funziona da tramite, e non si propone come punto d’arrivo. È pur vero che anche le “occasioni” culturali ufficiali possono essere vissute in questo modo (io ho i miei dubbi), ma ciò vale per qualunque altra occasione, dalla serata al bar con gli amici alla scampagnata con famiglia, sino all’assemblea condominiale, e senza bisogno di tanti certificati di conformità.

Insomma, spero sia chiaro a tutti che i luoghi deputati della cultura esistono ormai solo in funzione di prosaici significati economici, che vanno (in progressione geometrica) dallo stipendio degli insegnanti nella scuola alle prebende dei docenti universitari, dai rimborsi-spese dei relatori nei convegni ai gettoni dei giurati nei premi letterari, dalle percentuali dei critici nelle mostre ai cachet dei teatranti e dei concertisti. Non è il caso di scandalizzarsi: è così, in altri modi lo è stato anche prima, probabilmente lo sarà sempre più per il futuro. È invece il caso, preso atto di tutto questo, di rifiutare il ruolo di consumatori di cultura e di diventarne attori: e allora diventa necessario uscire dal circuito ufficiale, prendere sentieri meno battuti, e camminare. “Dovete camminare come il cammello, l’unico animale, si dice, che rumina mentre cammina”. (Thoreau)

 

Camminare ruminando: perché non è sufficiente alzarsi dalla poltrona e rifiutare le offerte speciali, per fare cultura. Non ha senso nemmeno ascoltare questo sfogo, se poi non ci si confronta con le quattro idee che ne possono venir fuori. È per questo che vi chiederò, tra pochissimo, di non applaudire mentre già tenete il cappotto sottobraccio e vi affrettate a guadagnare l’uscita. Non invoco il dibattito, da Fantozzi in poi riuscirebbe comunque ridicolo: vorrei semplicemente capire se c’è qualcuno in questa sala che sta in qualche modo ruminando, per conto proprio o in compagnia, se ha consigli da dare, proposte da avanzare, critiche da fare all’impostazione che ho dato al mio intervento, esperienze di percorsi da condividere. Risparmiatemi però, ve ne prego, le analisi a tutto campo sullo stato pietoso della cultura nel nostro paese o nel mondo intero: non dico che non me ne freghi niente, anzi, ma non siamo qui per ripeterci quello che già dovremmo sapere. Non ho accettato il vostro invito per esibire un consumato scetticismo su tutto e su tutti, sono qui perché credo che ancora ci siano valori da sottrarre all’impacchettamento da grande distribuzione e voglio uscire di qui avendo imparato qualcosa sui modi in cui difenderli. Quale sia lo stato della Cultura già lo so, e penso anche che il problema si sia posto, sia pure in modi differenti, in ogni epoca. In altri tempi le urgenze erano magari quelle di sfuggire alla censura o di allargare l’area della comunicazione delle idee: rispetto ai nostri voglio capire se e come posso muovermi senza produrre alimento per lo spettacolo e senza accettare di rassegnarmi all’immobilità.

 

Penso che dovremmo approfittare di occasioni come questa, che “ufficiali” non sono, nelle quali al relatore non va nemmeno il rimborso delle spese, per vivere il tema cultura “come se”: come se fosse possibile, ad esempio, sfruttare le nuove tecnologie per produrre in economia pubblicazioni dignitose, e non soggiacere quindi al ricatto e all’imperativo delle sponsorizzazioni. Oppure per creare una rete comunicativa davvero libera, una rete del tam tam, una semplice amplificazione del passaparola, svincolata dai sensi unici e dal controllo preventivo del sistema, politico, mediatico o “culturale” che sia. O semplicemente per intrecciare conoscenze, sulla base di comuni interessi che evidentemente ancora esistono, altrimenti non sareste qui, che possano magari domani trasformarsi in amicizie. Non so, vedete un po’ voi. In fondo, è quello che nel piccolo della nostra serata stiamo già facendo.

 

Vi sarete accorti, spero, che ho evitato con cura di accennare a temi, soggetti o discipline, così come ad ambiti o a modalità di ricerca e di creazione particolarmente qualificanti. Non ho parlato di conventicole chiuse ed esclusive di illuminati o di “veri sapienti”, ma di amicizie aperte, libere e inclusive di sani curiosi. Per rapporti del genere gli interessi in comune non devono necessariamente concernere il teatro Nô, la poesia erotica finlandese o il dibattito storiografico sui “comuneros”. Si può volare anche più rasoterra, ridere e godere coi fumetti, discutere della pallosità dei cantautori brasiliani, condividere l’amore per i western di John Ford, scherzare sul cinema horror: si può persino parlare di politica. Tutto può essere messo in circolo, purché preso con la dovuta dose di ironia e di distacco, la sola capace di dare una valenza veramente culturale a ciò che altrimenti rimane solo esibizione o moda.

 

Per come la vedo io questo è fare cultura, questa è l’unica possibile e credibile resistenza all’omologazione, all’imbalsamazione, al bollino di qualità da appiccicare sulla confezione patinata. Non mi importa nulla poi del riscontro, dell’utenza o, come si dice oggi, dell’ “audience”: non cerco ascoltatori, voglio interlocutori, non voglio vendere o comprare, voglio scambiare, per anacronistico che sia.

E qui finalmente chiudo, per lasciare spazio a voi. Se per qualcuno la conversazione di stasera non è stata sufficientemente “stimolante”, mi spiace per lui e mi scuso: ma mi era stato chiesto di proporre la mia idea di cultura, e questo semplicemente ho fatto.

 

Appendice 2010 – Da quella serata, in concreto, non uscì nulla. Dalle idee espresse in quella serata, invece, qualche anno dopo hanno avuto origine due diverse esperienze, che andavano esattamente nella direzione prefigurata: quella di sodalizi culturali aperti, autoironici e non conformisti. Entrambe quelle esperienze possono essere considerate ad oggi, per certi versi, esaurite. Sono rimaste vive però le amicizie nate con l’una e con l’altra: e questo è ciò che in fondo chiedevo, e ancora oggi chiedo, quando parlo di cultura.

 

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Su una gamba sola

di Paolo Repetto, 1993

In un tardo pomeriggio di oltre quarant’anni fa mi resi conto all’improvviso che a mio padre mancava una gamba. Avevo otto anni, forse addirittura nove. Evidentemente non ero un bambino molto sveglio, o forse già allora vivevo talmente immerso nelle mie fantasie da non badare alla realtà che mi circondava (che è un modo più elegante per dire la stessa cosa). Sta di fatto che mio padre aveva perduto l’arto ben prima della mia nascita, e quindi io l’avevo sempre visto così, anche perché non usava alcuna protesi: e che se pure qualche dubbio, qualche curiosità mi avevano sfiorato, fino a quel momento il suo stato mi era parso naturale. Naturale che saltellasse invece di camminare, che calzasse una sola scarpa e che una braga dei suoi pantaloni fosse vuota e arrotolata quasi sino all’inguine.

In sostanza, se anche del fatto della gamba mi ero accorto da tempo, quale incidenza potesse avere sulla sua vita so di averlo realizzato d’un tratto, lucidamente, solo allora. Ho perfettamente a fuoco il momento, la situazione, il luogo in cui ciò avvenne. E anche il sentimento che provai. Sono certo che non ci fu alcuna delusione, anche perché mi era naturale non attendermi da lui qualcosa che comportasse l’uso di entrambe le gambe. Non mi piaceva passeggiare, saltare, giocare a nascondino: volevo solo leggere, essere lasciato in pace, inscenare battaglie infinite con i miei soldatini, e sempre possibilmente da solo, lontano dalla vista e dalla presenza altrui. Tutte cose per le quali le gambe, mie o sue, non erano importanti.

Mi venne quindi spontaneo non pensare a quello che una simile condizione poteva comportare per me, ma a ciò che significava per lui, titanicamente ostinato a sbarcare il lunario col lavoro della terra. E fui assalito dall’angoscia. Un’angoscia sottile, non devastante, che cominciò ad avanzare e ad erodere a piccoli flutti, quasi impercettibili, ma implacabilmente continui. Un senso di vuoto allo stomaco che non mi avrebbe più lasciato, e che col tempo si è somatizzato in irrequietudini più o meno manifeste.

Non fu un trauma violento, né poteva esserlo. Chi ha conosciuto mio padre nei suoi giorni migliori sa che su una gamba era in grado di svolgere l’attività di due persone (e non solo era in grado, la svolgeva anche): quindi l’impressione che ne veniva non era quella di un’impotenza ma quella di una eccezionalità, e nello stesso tempo di uno sforzo enorme. Vederlo spingere sull’unico pedale della bicicletta, saltellare tra i filari della vigna (fino ai cinquant’anni non usava, di norma, nemmeno le stampelle), sollevare pesi spropositati, arrampicare sugli alberi innalzandosi a braccia di ramo in ramo, era uno spettacolo ad un tempo esaltante e penoso. Dava orgoglio per quello che stava facendo, e rabbia per quello che avrebbe potuto fare in una condizione normale. Ma soprattutto, ad un bambino di otto o nove anni, imponeva la coscienza di un debito, l’inibizione a qualsiasi attesa, sul piano del gioco e delle attenzioni e del tempo, perché già stava ricevendo moltissimo. Il credito era tutto di quell’uomo formidabile, a lui semmai qualcosa era dovuto, e in qualche modo doveva essere ripagato di quella gamba mancante. Anche quando compresi, molto più tardi, di non essere stato coinvolto solo in una lotta per la sopravvivenza, ma anche in una personalissima guerra di riscatto col destino, in una orgogliosa sfida testa a testa col mondo intero, non potei che condividere quella scelta. Perché in fondo, per un uomo così, non c’era alternativa.

Ripensandoci oggi, a tanti anni di distanza, sono sempre più sicuro che quello sia stato il mio vero battesimo alla vita. In quel momento scoprii il peccato originale, avvertii di essere in fallo, di dover in qualche modo espiare e rendermi degno del perdono. C’era qualcuno che faticava e soffriva anche per me, ed io dovevo ripagarlo, ripristinare l’equilibrio, essere l’altra gamba. Forse si stava solo manifestando una congenita presunzione, o forse la sofferta voluttà di offrirmi come capro espiatorio, di caricarmi la soma delle responsabilità del mondo, era frutto dell’ambiguo spirito da controriforma che mia madre mi aveva inculcato: o magari fu davvero la scoperta dell’invalidità di mio padre a mettere in moto tutto il processo. Non lo so, probabilmente hanno concorso tutti e tre i fattori, ma senza dubbio la condizione necessaria era la prima, una natura portata ad esasperare, nel bene come nel male, l’autoconsapevolezza (forse perché poco fiduciosa negli altri).

Più o meno consapevolmente ho passato dunque tutta la vita ad espiare. Perché la colpa, quando è originaria, non si redime, non si cancella mai. L’innocenza perduta non la ritrovi più, la macchia ricompare, tu la vedi, e temi che anche gli altri la vedano, e non sei mai a tuo agio. Mentre studi, mentre leggi, mentre ti diverti, pensi che lui sta faticando, che in quel momento sta facendo qualcosa che tu avresti potuto fare. Tutto diventa secondario e relativo. Ti scopri incapace di andare in fondo in qualunque tua idea o passione, perché c’è quella realtà di sudore e di fatica a rendertela vana e illusoria. Finisci per fare tua la sfida in faccia al mondo, solo per accorgerti di essere sconfitto in partenza, perché tu non ti confronti col destino, ma con un uomo che il destino lo ha battuto su una gamba sola. E quando capisci che non riuscirai mai ad emularlo, e che in fondo tutto questo non ha senso, che devi riprenderti la tua gamba per fare la tua strada, è ormai troppo tardi: l’altro arto si è rattrappito, non riesci più a distenderlo. Rimani in bilico come le gru dormienti di Chichibio, e aspetti invano che qualcuno batta le mani e ti risvegli.

 

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Un filo di resistenza

da un’escursione autunnale con HANS MAGNUS ENZENSBERGER

di Paolo Repetto, 1991 e da Sottotiro review n. 3, maggio 1993

P.     Allora, le piace qui, dottor Enzensberger?

H.M.         Certo. È veramente un bel posto. E poi queste colline, questa na­tura, sono molto diversi rispetto al paesaggio italiano cui sono abituato. Io co­nosco bene so­prat­tutto la Toscana, come tutti i tedeschi, d’altra parte.

P.    Già, è così. Comunque, con tutto il rispetto, credo ci siano molti al­tri volti dell’Italia che lei non conosce. Confesso che mi è piaciuto molto il quadro che Lei ne ha dato in “Ah! Europa”, perché è più che veritiero: ma non è com­pleto. Per questo ci tenevo tanto ad incontrarla, e tra l’altro, ad incontrarla proprio qui.

H.M.         L’avevo capito dalla sua lettera: e ho accettato per la stessa ra­gione. Mi cor­regga se sbaglio, ma ho l’impressione che Lei voglia mo­strar­mi la “faccia seria” di questo paese.

P.    Direi piuttosto la faccia “in ombra”, quella che non è sempre sotto i riflet­tori, che non invade i teleschermi, le sale dei congressi e le riviste più o meno pati­nate. Badi bene, niente a che vedere con l’Italia dei misteri, anzi. Que­sto anche Lei lo ha sottoli­neato, in Italia non ci sono misteri, tutti sanno tutto, fingono di non sa­perlo ma lasciano capire che lo sanno, e le prime e seconde e terze pagine sono piene dei reso­conti di atti­vità che paradossal­mente vengono definite occulte. No, semplicemente mi pre­meva farle con­statare che anche in un paese come il nostro, zeppo di pa­rassiti e cialtroni, c’è gente che lavora e resiste in silenzio. Anche se sta diventando sempre più difficile. In fondo è la stessa gente di cui Lei parla ne “In difesa della norma­lità”: magari meno “maggioranza silen­ziosa”, perché qui la maggioranza è piuttosto di casinisti, ma in­somma, c’è anche gente seria.

H.M.         Non ne dubitavo. Mi sembra naturale che dietro la mandria di idioti che ap­paiono in tivù, accendono fuochi nei boschi e si pe­stano negli stadi, ci deb­bano es­sere anche persone normali e responsa­bili. Anche se, a dire il vero, non ho avuto molte occa­sioni di incontrarle. Sa, col mio la­voro finisco per fre­quentare soprattutto convegni cul­turali. Resta il fatto che il fenomeno di italia­nizzazione dell’Europa di cui parlo nel sag­gio da Lei citato fa riferimento soprat­tutto al mo­dello “eccessivo” italiano. Tra l’altro, da allora (era l’87) sono matu­rate altre situa­zioni che rendono a mio parere ancor più valida la prospettiva di una esportazione del modello italiano. Mi riferisco alla crisi di legitti­mità del sistema partitico. Quello che in apparenza sembra un pro­dotto dell’arretratezza politica italiana è in realtà l’anticipazione di una tendenza che a breve interes­serà tutta l’Europa (e quella parte del mondo in cui esi­stono istituti politici ba­sati sui partiti). In­tendo dire che il sistema capitali­stico, dopo aver avuto biso­gno della democrazia parti­tica, dei partiti poli­tici (e mi riferisco a tutti i partiti, di governo e forse ancor più di oppo­si­zione, con tutti gli annessi e connessi, tipo sindacati, ecc.) quali cinghie di trasmis­sione per far digerire alle popolazioni i mutamenti economici, culturali e sociali degli ultimi due secoli, oggi può farne tran­quillamente a meno. Il sistema-capitale aderisce ormai al nostro corpo come una se­conda pelle, si propone come una se­conda natura. Nel corso di cinque o sei genera­zioni ci siamo abituati a con­siderare “naturale” ogni sua manife­sta­zione, dal lavoro parcellizzato alla cementifi­cazione a tappeto, dal gui­dare l’automobile al rimbam­birci davanti alla televisione. Non è stata una rieduca­zione indolore: i partiti politici hanno funzio­nato da anestetico. Ri­corda Guic­ciardini, a proposito di Ferdinando il Catto­lico? “Quando vo­lea fare impresa nuova o delibe­razione di grande impor­tanza, procedeva spesso di sorte che, innanzi si sapesse la mente sua, già tutta la corte e i po­poli desidera­vano ed escla­mavano: el re dovrebbe fare questo, ecc.”  Perfetto. A questo sono serviti i partiti, a far si che la gente si convincesse di aver chiesto quel che le ve­niva impo­sto. Ora non è più necessario, come dicevo, ormai il filo è di­retto.

P.    Il filo diretto passerebbe in Italia attraverso la guaina del leghismo? Non mi sem­bra di aver colto un’analisi di questo tipo nel suo ultimo libro, “La grande mi­gra­zione”.

H.M.         In effetti “La grande migrazione” è solo un excursus molto ge­nerale su un fenomeno che tutti sembrano scoprire solo adesso, con i “barbari” alle porte, ma che in realtà ha caratterizzato da sempre la storia dell’umanità. Quanto al leghi­smo, si, penso che in qualche modo si pro­pon­ga come modello di decisionismo di­retto, non mediato: l’illusione di sce­gliere “di persona”, senza più deleghe, quando in verità tutte le scelte sono già state fatte e le decisioni sono già state prese. Comunque, il filo non ha nem­meno più bisogno di guaine meta­foriche. Esi­ste già material­mente, cor­re via etere, e magari oggi anche via mo­dem, si dispiega sempre più invisi­bile e solido e veloce fino a tessere “la grande rete” nella quale ci stiamo in­gabbiando, nar­cotizzati dal sogno della democrazia telematica.

P.    Credo che Lei prefigurasse qualcosa del genere ne “Gli installa­tori del po­tere”.

H.M.         Già, pressappoco. Ma le confesserò che quel “prefigurasse” mi dà un po’ fa­stidio. Preferisco pensare di avere gli occhi aperti sul pre­sente piuttosto che lo sguardo lungo sul futuro. Per come la vedo io, poi, finirei per passare per un profeta di sventure.

P.    Capisco. Ma resta il fatto che a Lei riesce di anticipare sistematica­mente i tempi ri­spetto alle grandi tematiche, e di affrontare i risvolti di un problema prima che il grosso dell’armata intellettuale abbia avuto anche solo la perce­zione del pro­blema stesso. Nelle poesie di “In difesa dei lupi”, ed erano l’opera di un gio­vane, c’era già la presa per i fondelli di quella puzza al naso “di sinistra” che ha caratte­rizzato le “avan­guardie” poli­tiche e intellettuali degli anni ses­santa. In “Politica e terrore”, e siamo prima del ‘68, è puntigliosamente dimo­strata la so­stanziale equi­va­lenza e complemen­tarità tra l’azione politica del sistema e l’azione poli­tica di chi lo combatte col terrori­smo. In “Palaver”, e siamo ai primi anni set­tanta, si colgono le ambiguità di un ecolo­gismo “integra­lista”, nonché la sua pre­disposizione ad es­sere strumenta­lizzato. Tra i saggi di “Sulla piccola borghesia” ho trovato final­mente un discorso sincero e pulito ri­spetto agli esotismi terzomondi­sti, quello di Eurocentri­smo con­trovo­glia”. E lo stesso vale per l’analisi spie­tata de “Il mas­simo stadio del sot­tosvi­luppo”, sul sociali­smo reale e la sua fine in­combente, pro­dotta negli anni set­tanta. Certo, non parliamo di doti profetiche, ma è senza dubbio frutto di una stu­pefacente lungimiranza.

H.M.         Insomma, non un profeta ma uno scout. Mah, non mi ci vedo a caval­care un po’ avanti alla truppa, a leggere le tracce sul terreno e a spi­are i pol­veroni lontani. No, torniamo a terra. Mettiamola così: è evi­dente che scrivo perché credo di aver qual­cosa da dire, magari anche di vedere qual­cosa che gli altri non vedono, o fingono di non ve­dere. Niente lungi­miran­za, se mi permette: solo onestà intellet­tuale. E già così non mi sem­bra di peccare di eccessiva mode­stia. Se c’è una cosa che mi irrita è il con­statare come la stragrande maggio­ranza, tra coloro che formano l’intellighentia, ri­fiuti ostina­tamente di guardarsi attorno, o, quando lo fa, di pren­dere atto di quanto vede. Ricorda quella poesia, “Sulle difficoltà della rieduca­zione”? “Quando è il momento della libe­razione dell’umanità/ corrono dal barbie­re…/ In­vece che per la giusta causa/ lottano con le vene varicose e il mor­billo. / Eh sì, se non ci fosse la gente/ tutto si ag­giusterebbe in un baleno”. Certo che si aggiu­ste­rebbe! C’è solo il piccolo dettaglio che l’opera di ag­giustaggio viene intrapresa, negli in­tenti, in nome, alla testa, per il bene del­la gente”. Quando dico “prendere atto” non intendo che una volta realizza­to come la “gente” non voglia quello che vuoi tu, la si debba lasciar cuocere nel suo brodo, o peggio, che si debbano rincor­rere i suoi gusti per non esse­re cacciati dalla cucina: no, intendo dire che non si può costruire un abito ideale, senza prendere le misure, avendo in mente magari il ca­none di Poli­cleto, e poi arrab­biarsi se quelli cui è destinato hanno la pancia, o le gambe corte. Ecco, se uno si guarda in giro, o ha il coraggio di guardarsi allo spec­chio, vede che la “gente” ha la pancia, le gambe corte, le spalle strette o il sedere sporgente. Cosa fa, li elimina tutti? Non è più sensato cucire abiti meno attillati, un po’ più informi e goffi, ecco, oggi si dice “casuals”, che si adattino a tutti? Fuor di metafora, se dà un’occhiata proprio all’abbiglia­mento moderno, vedrà che il si­stema questo l’ha già capito da un pezzo. In­somma, giriamo giriamo, ma stiamo parlando sempli­cemente di buon senso.

P.    Ecco, ci siamo arrivati: buon senso, ovvero razionalità. Assieme a Cal­vino, e in qualche modo anche ad Eco, Lei per me rappresenta la persi­stenza e la vali­dità dell’atteggiamento illuministico. Il più simpatico tra i personaggi dei suoi “Dialo­ghi tra immortali, morti e viventi” risulta Di­derot. Forse perché è un ironico auto­ri­tratto. Le piace essere considerato un epigono dell’Illuminismo?

H.M.         Mah, intanto aggiungerei al gruppetto anche Böll, così siamo giusti per lo scopone. Quanto all’Illuminismo, dopo il contropelo di Adorno e Horkei­mer c’è da chiedersi se non sia un insulto. Comunque, se­riamente, rifiuto di con­side­rarmi un epi­gono, perché questo connoterebbe l’Illumini­smo come una moda culturale, men­tre è un atteggiamento, una disposizione di spirito. In que­sto senso sì, allora lo consi­dero un compli­mento: se illumi­nismo significa difesa del buon senso, che non sem­pre si identi­fica col sen­so comune, ma qualche volta sì, ebbene, sono un illumi­nista. Riguardo a Diderot, poi, c’è senz’altro un po’ di me, anzi, c’è pa­recchio: ma l’intento era piuttosto quello di evidenziare una certa “bana­lità”, aspetti, la precedo, una “nor­malità” attra­verso la quale lo spirito, di­ciamo l’intelligenza, riesce ad ope­rare in posi­tivo. Niente ascetismi, niente eroismi: la storia va avanti attraverso il tran tran, e si accompagna alle grettezze e meschi­nità di perso­ne che comunque lavorano seria­mente e con pas­sione. Qualcosa di simile, anche se colto in chiave più ironica, a quel che ho cer­cato di dire nelle poe­sie di “Mausoleum”.

P.    È vero. “Mausoleum” mostra l’altra faccia di tante medaglie, quelle che re­cano da un lato l’effigie dei protagonisti della vicenda del “progresso”. Quel che più mi piace, in questa Spoon River del villaggio del­la conoscenza, è l’assenza di qual­siasi volontà dissacratoria. C’è un clima di mestizia, piuttosto: sono presentati i costi, a fronte dei ricavi. E qualche vol­ta è dubbio che ci sia stato per l’umanità un utile netto.

H.M.         Già. Credo sia andata proprio così: le grandi scelte scientifi­che, o in senso più lato culturali, sono state fatte tutte in buona fede, da gente convinta di es­sere nel giusto, di operare per il bene comune. I risul­tati non sempre hanno corri­spo­sto. Quanto al dissacrare, credo che pre­supponga qualcosa di sacro: nell’epoca nostra è quasi un gioco di società. Una volta che è caduto, tutti vo­gliono portarsi a casa un pezzetto del muro di Berlino. Ci sono bancarelle che li vendono, e sospetto che or­mai questi detriti arrivi­no addirittura dall’Italia.

P.    È probabile. Ma in definitiva, banalizzando, lei ritiene di avere un’attitudine otti­mi­sta o pessimista rispetto alla storia dell’umanità, quindi al passato, o rispetto ai suoi sogni, quindi al futuro?

H.M.         Dovendo proprio rispondere direi ottimista, ma non lo so, di­pende dall’accezione che si vuol dare al termine. C’è chi crede che la sto­ria dimostri come l’umanità abbia comunque sempre progredito, malgrado At­tila e Hitler e tutti gli altri, e che in pratica è in moto un processo di per­fe­zionamento. Chiaro che questo non è es­sere ottimisti, ma idioti. Cinque mi­liardi di persone che muoiono per fame, malat­tie e vio­lenze, e tutti gli altri miliardi che sono morte allo stesso modo e per le stesse ragioni nel corso degli ultimi cento secoli stanno a dimostrare il contrario, e avreb­bero qual­che obiezione a questa idea. Nemmeno credo valga l’ipotesi di una raziona­lità che si è af­fermata, o che comunque si è ritagliata un suo spazio, e non lo perderà più. Basta accen­dere per cinque minuti un appa­recchio televisivo per avere la dimo­stra­zione del contra­rio.

P.    In effetti in “Mediocrità e follia” Lei esprime molti dubbi in propo­sito. E an­che nelle poesie di “La furia della caducità” non sembra nutrire speranze in una nuova primavera dei Lumi.

H.M.         Beh, è chiaro che ultimamente è un po’ difficile coltivare entu­sia­smi. Qual­cuno potrebbe dire: per fortuna. Ma spero che da nessuna delle due opere da Lei citate giunga la sensazione di una mia posizione “apocalit­tica”, un annuncio della fine dei tempi. Per carità, i grandi pessi­misti, tipo Cioran, o il vostro Cero­netti, mi danno sui nervi. Volgarità tri­onfante, bar­barie incombente, suicidio col­lettivo, eh, santo Iddio! Toc­chiamo ferro. O almeno, sia un po’ come vuole, questo signi­fica forse che io debba rinunciare al rispetto di me stesso, e quindi al dovere di ca­pire e di aiutare, per quel che posso, anche gli altri a ca­pire? E magari tentare qual­cosa, con gli altri, per evitare lo sfascio?

P.    Mi par di potere desumere, allora, che Lei, arrivato a sessant’anni, con alle spalle un quarantennio di attività come letterato e polemista, non dia segni di cedi­mento. Dica la verità, non la sfiora ogni tanto l’idea di met­tersi in pen­sione?

H.M.         Oh, altroché. A volte penso che dovrei davvero staccare. Ho i miei amici, i miei affetti, i miei libri: magari in ordine inverso. Ma vede, è più facile smet­tere di fu­mare che di impicciarsi. Io non riesco a liberarmi né dell’uno né dell’altro vizio.

P.    Ma non prova mai una impressione di inutilità, la sensazione di pre­di­care nel de­serto, di dire cose che alla fin fine vengono ascoltate da quattro gatti, ma delle quali i più sembrano poter fare tranquillamente a meno?

H.M.         No, no. O meglio, si, è naturale che a volte uno ne abbia le sca­tole piene e si chieda: ma cosa sto facendo, perché, e per chi? E più an­cora quando ti accorgi di es­sere travisato, che non quando sei ignorato. Si, capi­ta. Ma poi? Voglio dire, il senso che do al mio impegno, per quel che vale, non è senz’altro quello di fare adepti. Per quelle cose lì ci sono altre strade: si predica, come il reverendo Moon, o si fa lo scemo in tele­visione, come il vostro Sgarbi. Ne ab­biamo già par­lato: se ti proponi di essere una voce criti­ca non puoi certo preten­dere gli applausi. Ritorniamo al discorso delle “avanguar­die” e della pretesa che ad ogni presunta provocazione il pubblico reagisca, ma nello stesso tempo con­senta. Se il pubblico, come sempre più spesso accade, in­cassa imper­turbabile, non significa che non ha capito nien­te, ma che non aveva senso la provoca­zione. Comunque, tornando a me: Lei ed io siamo qui, Lei ha vent’anni meno di me, si pone gli stessi problemi, do­mani risponderà ad altri che Le porranno le stesse domande. È un filo di “resi­stenza”, come Lei stesso lo ha chia­mato, che val la pena continuare a tessere. Direi che, al limite, è sufficiente questo a giustificare qua­rant’anni di impegno: o le sem­bra poco?

P.    No, certo. E anzi, la ringrazio, a nome mio e di tutti coloro che con­ti­nue­ranno ad attaccarsi a quel filo. E ora andiamo, signor Enzensber­ger: ar­riveremo a quella chie­setta lassù, sul monte lì di fronte, il Tobbio. È un po’ il nostro Bro­ken. La vede?

H.M.         Uhm, si direbbe piuttosto lontana. Pensa che possa farcela?

P.    Ce la farà senz’altro. Lei è ancora capace di salire molto in alto. Garan­tito.

 

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