di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 2, dicembre 1992
Da qualche tempo tra i miei allievi è invalso l’uso dell’aggettivo “mitico”. L’origine è televisiva, o gazzettosportiva: non certo foscoliana. È quasi un intercalare, un irritante e blasfemo sostituto del punto interrogativo. Lo buttano lì per supplire all’incapacità di esprimere un qualsiasi commento, di azzeccare un aggettivo appropriato, di articolare un oh! di meraviglia. Li strozzerei.
Neppure mi consola il pensiero che questo abuso potrebbe rivelarsi un efficace anticorpo, da opporre all’attacco dei miti serializzati, effimeri, preconfezionati e messi in commercio dal sistema: che cioè dove tutto diventa “mitico” crolla il mercato per il mito-merce. È un prezzo troppo alto da pagare, è l’opzione zero delle idealità. Preferisco invece pensare che rimanga ancora spazio per una mitizzazione spontanea, genuina, impermeabile alle mode dettate dal consumo.
Ma vediamo, a questo punto, di intenderci. Quando parlo di miti mi riferisco ai fenomeni di consacrazione non manipolata, o magari sottrattasi ad un progetto iniziale di manipolazione, di alcuni modelli di pensiero o di comportamento, trasgressivi o integrativi che siano. È un fenomeno che ha caratterizzato in forme diverse ogni epoca, ed ha assunto tratti di particolare intensità (e ambiguità) nell’età post-atomica. Per decenni, dopo l’ultimo conflitto, miti ed eroi scaturiti dal mondo della letteratura, del cinema, dello sport, della musica, o anche da quelle altre forme di spettacolarità che sono in ultima analisi la politica, la religione, ecc. , hanno riempito di riferimenti comportamentali la vita di due generazioni. Così gli anni cinquanta hanno offerto James Dean o Pavese, i sessanta Kerouack, Pasolini o Cassius Clay, i settanta Che Guevara o Jim Morrioson o Tolkien, e tanti altri, per ogni gusto e tendenza e livello. Questi personaggi, al di là del fatto che fossero più o meno legati al carro della società dello spettacolo, e al di là anche del travisamento, spesso totale, dei loro veri o presunti “messaggi”, sono stati recepiti come risposte ad un bisogno di esemplarità tanto più sentito quanto più si faceva manifesto il processo di uniformazione consumistica. Sono stati quindi assunti a simboli collettivi, universali, hanno rappresentato il minimo comune multiplo dei sogni, delle disperazioni, delle speranze e delle paure spontanee, non di quelle diffuse e alimentate dal sistema. In essi ci si riconosceva, anche se poi ad essi si attribuiva una speciale capacità, quella di essere andati sino in fondo, di aver “realizzato”. Il personaggio-simbolo, il “mito” appunto, era un tramite per sentirsi solidali con tutti coloro che in esso si identificavano, nella convinzione che se altri vedevano in esso ciò che noi vi vedevamo questa era una forza, e in qualche modo avrebbe potuto agire sul mondo. Si trattava di una mitizzazione collettiva, che aggregava una ideale comunità di spiriti attorno alla figura-simbolo e al messaggio di cui era fatta latrice.
Tutto questo oggi sembra incredibilmente lontano. Dieci, quindici anni di purghe deideologizzanti hanno sortito il loro effetto. Sconcertati dai “pentimenti” della nostra generazione, dagli autò da fé singoli o collettivi celebrati in televisione o sulla stampa, i costruttori di miti per eccellenza, i giovani, sembrano preoccupati soprattutto di non lasciarsi alle spalle eredità di sogni di cui dover magari un giorno rendere conto. Consumano le quotidiane dosi di metadone mitologico con menefreghistico distacco e fanno terra bruciata dietro di sé, azzerando nella banalizzazione i grafici dell’entusiasmo e dell’utopia. Non mi chiedo di chi sono le colpe, e se ci sono: constato una realtà di fatto.
Ma allora, non c’è proprio più spazio per il mito? Al contrario, spazio ce n’è, a volerlo trovare. Soltanto si presta ad una forma di mitizzazione diversa, più discreta, più privata, diciamo pure più elitaria. Costretti dai tempi (o dall’età?) alla fuga dal mondo, a ritirarci nel nostro particulare, non possiamo trascinarci appresso simboli ingombranti e gigantografie: dobbiamo optare per piccoli miti tascabili, per scrignetti di tesori che non amiamo spartire o disvelare, ma coviamo gelosamente come piccole conquiste individuali. Che poi l’onnipresenza e l’onniscienza del sistema li abbia già contabilizzati, e che ci blandisca addirittura, assecondandoci e magari offrendoceli nella confezione personalizzata, non ha importanza, almeno ai fini di quel che possiamo trarne. Perché il fatto di farne partecipi solo pochi intimi, scelti tra coloro che ci paiono in grado di apprezzarne il vero valore, torna ad essere una ricerca di solidarietà, più spicciola magari, più laica, che non passa attraverso i grandi simboli, ma per i piccoli amici, i compagni di avventura (o di sventura) discreti e segreti: quasi una complicità. E in effetti della complicità ha molti tratti, questo rapporto esclusivo, iniziatico, che si instaura con il mito “post-moderno”. È il rapporto più consono alla forma di resistenza catacombale cui siamo ridotti, che induce alla diffidenza, alla sfiducia nei grandi numeri, nelle parole d’ordine e negli slogan troppo inclusivi, e predilige legami stretti e molto personalizzati.
In sostanza, dalle nuove figure di riferimento ci si attende più un conforto che uno sprone. Si cercano testimonianze di una possibilità di vita, di esistenza autentica, in quel grottesco palcoscenico che è divenuto il mondo: e ci appaiono credibili soltanto quelle che sfuggono ai riflettori, che si adattano al nostro oscuro e specifico tran-tran quotidiano, invece di proporsi come modelli universali, e in quanto tali inarrivabili.
A questo punto il discorso potrebbe portarci lontano: mi limito quindi ad accennarne, per sommi capi, un possibile sbocco. Questo elitarismo, questa tendenza al mito privato ed esclusivo, non sono privi di legami con le attuali spinte particolaristiche che caratterizzano tutto il mondo occidentale. Coltivare un mito privato significa in definitiva riconoscersi soltanto in chi parla il nostro stesso linguaggio, pensa come noi, vive aspirazioni e sconfitte identiche alle nostre, e non solo genericamente condivise. Significa appunto coltivare una identità, fortemente sentita, contrapporre al cosmopolitismo degli anni sessanta-settanta, dei figli dei fiori o dei sessantottini, la difesa e la sottolineatura di una “differenza”. Il che, da un certo punto di vista, può apparire un atteggiamento reazionario, decisamente di “destra”, come si diceva un tempo. Ma non avrà qualcosa a che fare anche con l’insistenza con cui la cultura progressista ha spinto, negli ultimi anni, sul rispetto delle differenze, sulla salvaguardia delle identità culturali, dei particolarismi etnici, ecc.? Non sarà che a furia di essere catechizzati sul rispetto della diversità altrui (e qualche volta, riconosciamolo, in maniera acritica, o addirittura grottesca), e sui guasti della omologazione razionalistica occidentale, abbiam finito per sentirci indotti (o costretti) a difendere la nostra, di diversità? E questo moto di fastidio, questa forma di autodifesa, sono proprio così totalmente immotivati e illegittimi?
di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 2, dicembre 1992
Bruce Chatwin l’ho conosciuto “In Patagonia”. A dire il vero ero arrivato laggiù proprio insieme a lui; ma sulle prime questo non mi era sembrato importante, perché avevo scelto il libro per il titolo, non per l’autore. Quel titolo mi intrigava: la Patagonia per me ha da sempre equivalso all’altro capo del mondo, all’idea della fuga assoluta. E in effetti la Patagonia che cercavo l’ho poi trovata, in quelle pagine, con l’ossessione del vento, la solitudine, la desolante immensità degli spazi: tutte cose passate però in secondo piano, quando mi sono reso conto di aver trovato ben altro, di aver conosciuto uno scrittore vero, un viaggiatore vero, un amico. Non è stata una folgorazione: piuttosto un affetto cresciuto con la frequentazione. Dopo “In Patagonia” è stata infatti la volta de “Il Viceré di Ouidah”, opera apparentemente del tutto diversa dalla prima, che mi ha spiazzato, convinto com’ero di aver trovato con Chatwin un filone narrativo ben determinato. Mi sono ritrovato indietro di due secoli, nell’Africa della tratta, dei mercantiavventurieri, dei sovrani grotteschi e sanguinari di effimeri regni costieri. Ho faticato, in un primo momento, a ritrovare in quel brulichio di corpi e riti e teste mozze e harem il narratore dei silenzi della Patagonia: fino a quando non ho realizzato che non ero al cospetto di un serialista, ma di un autentico fenomeno, capace di attraversare gli spazi e i tempi e le storie più diversi mantenendo intatta la genuinità dell’interesse e la padronanza stilistica. La conferma, se ancora ce ne fosse stato il bisogno, è venuta con “Utz”. Ancora un’altra epoca, altri luoghi; dagli spazi immensi e aperti al chiuso di un appartamentino praghese, all’atmosfera soffocante di uno stato poliziesco. Un capolavoro di finezza, una storia minima eppure straordinaria di “resistenza umana”. Ormai entrato in sintonia, ho ricavato piaceri di lettura che mi erano negati da un pezzo da “Le vie dei canti” (l’opera più vicina, nell’impostazione, a “In Patagonia”), un pellegrinaggio lungo le “Piste del sogno” degli aborigeni australiani, e soprattutto da “Sulla collina nera”, storia povera di spazi, giocata com’è in un ristrettissimo lembo della campagna gallese, ma densa di avvenimenti e di inquietudini. Da ultimo, la raccolta di brevi articoli e di bozzetti “Che ci faccio qui” mi ha fatto avvertire una sensazione di intimità con Chatwin quale solo avevo conosciuto, forse, per Salinger. Eppure di lui, della sua vita, so ben poco. E mi accorgo che non mi interessa saperne di più. Chatwin non entra di prepotenza nei suoi libri. È già lì, e riesce naturale e scontato il fatto di trovarcelo. Non importa come sia finito in Patagonia, o in Australia, o a Praga, perché importano quello che vede, la gente che incontra, le vicende semplici e insieme esemplari che annota. Benché la sua ottica sia particolarissima, e i suoi interessi siano tutt’altro che comuni, non è la sua storia, la sua figura ad emergere: sono luoghi, persone, eventi proposti da un testimone intelligentemente curioso e intimamente partecipe, ma sempre discreto. Il fatto è che Chatwin rispetta sempre, pur senza essere acritico, i suoi interlocutori, anche quando è in presenza di scelte di vita singolari, e magari difficili da comprendere. Nelle sue pagine troviamo la loro voce, non le interpretazioni dell’autore. E questo significa rispettare anche il lettore, dargli credito di intelligenza e di autonomia di giudizio. Per questo non ha bisogno di andare in caccia di vicende o personaggi sensazionali: nell’era del reportage, dell’obbligo alla spettacolarità e della spettacolarizzazione dell’ordinario, egli racconta una quotidianità che diventa eccezionale ai nostri occhi solo per il fatto di essere quotidiana. Sentiamo che raccoglie dai suoi viaggi e dai suoi incontri quello che noi avremmo raccolto e che sarebbe stato ritenuto dal filtro della nostra memoria. Ci dà conforto, soprattutto, sapere che per il mondo girano, in mezzo a tanti imbecilli, uomini come lui: e che non è impossibile ogni tanto incontrarne qualcuno, magari non di persona, magari solo attraverso le pagine di un libro. È già molto, è già una risposta alla domanda posta a titolo dell’ultima raccolta dei suoi scritti: che ci faccio qui?
Bruce Chatwin è scomparso nell’89, non ancora cinquantenne. Le sue opere hanno cominciato a circolare in Italia nei primi anni ottanta, incontrando anche un certo successo, ma senza fornire mai lo spunto per l’esplosione di un “caso letterario”. Il che, se ho ben capito il personaggio, è esattamente ciò che l’autore voleva, o comunque è ciò che io amo pensare preferisse. (Così come non mi è affatto spiaciuto che nessuno dei sacerdoti della critica letteraria italiana si sia accorto della sua morte – e d’altronde neanche della sua opera – e che gli siano state risparmiate le aspersioni delle solite brode di ovvietà). In questo modo posso continuare a pensare a lui come ad un amico, ai suoi libri come a lunghe missive personali, condivise al più da una piccola cerchia selezionata. e se mi sono deciso scrivere queste poche righe che lo riguardano è proprio perché so che pochissimi le leggeranno.
Viaggiare verso il mistero non significa conoscerlo, ma custodirlo come mistero, assumerlo come tale. Pietro Chiodi
Introduzione
A dispetto del continuo progresso nelle conoscenze scientifiche e dell’opinione razionalizzatrice della scuola e della cultura di massa la nostra società continua a registrare un persistente, anzi crescente interesse per l’occulto.
In questo mondo di oscuri riti ed enigmatici personaggi l’uomo comune cerca una risposta ai quesiti esistenziali che lo affliggono.
Dato che la scienza ufficiale, la filosofia e la religione non offrono risposte immediate, concrete e soddisfacenti a queste domande, l’essere umano cade spesso nelle trappole di fantomatiche sette che con l’inganno abbindolano i loro adepti facendo credere loro di godere della possibilità di accedere a poteri o a saperi misteriosi e riservati a pochi eletti.
Solamente in Italia esistono più di seicento sette ufficialmente dichiarate che praticano i più svariati culti esoterici, con gli scopi e le origini più disparati.
È indubbiamente difficile individuare tra queste quelle che possono essere classificate come associazioni religiose o sapienzali e non società a fine di lucro, ma certamente ne esistono alcune che si prefiggono il solo scopo di aiutare l’uomo nell’affrontare serenamente la vita avvalendosi delle proprie facoltà, anche se spesso vengono potenziate da antichi riti, magari celebrati in lingua sconosciuta.
Servendomi dell’aiuto di conoscitori della materia e dalla lettura di libri sull’argomento (uno di quelli che più mi hanno stimolato all’approfondimento è senza dubbio Il pendolo di Foucault di Umberto Eco), ho cercato, basandomi soprattutto sulle origini delle sette, di individuare i più importanti ordini occulti che hanno caratterizzato la storia di questo millennio e finalizzati al proseguimento di una qualche forma di conoscenza, e non a spillare denaro agli sciocchi.
I Templari
Gli odierni Templari vantano una presunta discendenza dall’ordine religiosomilitare del Tempio di Gerusalemme, comunemente denominato Templari.
Erano appunto dei monaci con spada al fianco, una novità assoluta nell’organizzazione della Chiesa.
L’Ordine venne fondato da un nobile cavaliere chiamato Hugo de Payer e da altri otto compagni nel 1118 con l’approvazione del re di Gerusalemme Baldovino II, che assegnò loro anche una parte del suo castello, costruito secondo la leggenda sulle rovine del tempio di Salomone.
La loro regola si basava essenzialmente sulla povertà, castità e obbedienza. Non possedevano nulla tranne il loro mantello bianco, con sopra ricamata una croce rossa a braccia uguali, e la loro spada; anche il cavallo doveva essere diviso con un compagno, questo è testimoniato anche dal loro primo sigillo sul quale erano impressi due Templari in sella ad un solo cavallo, segno di povertà e fratellanza.
Oltre alla regola suddetta c’era quella di difendere con la spada coloro che si accingevano a visitare i Luoghi Santi della Palestina.
Essi non dovevano obbedienza a nessuno tranne al papa in persona, e divennero pertanto in Terra Santa una specie di stato autonomo senza territorio.
L’ordine ebbe uno sviluppo sorprendente; solo alla metà del 1100 erano più di millecinquecento, con immensi possedimenti e un patrimonio in oro e pietre preziose superiore a cinquemila miliardi di lire attuali.
Questa enorme ricchezza era spiegata dalle donazioni di coloro che entravano a far parte dell’Ordine e di coloro che, in cambio di protezione, offrivano ai Cavalieri del Tempio ingenti somme. Questi non potevano in nessun modo utilizzare tale tesoro, ma praticavano il prestito; divennero così abilissimi banchieri prestando somme enormi ai sovrani dell’Europa con tassi d’interesse modesti.
Non si occupavano soltanto di denaro ma, grazie ai continui contatti con la cultura giudaica e islamica, i Templari diffusero in tutta l’Europa nuove idee filosofiche e nuove scienze: tra queste anche quelle occulte derivanti dalle dottrine degli Esseni, dei Terapeuti e degli Gnostici, le cui origini si perdono nel tempo. L’Ordine del Tempio però procurava grossi problemi a quasi tutti i sovrani europei proprio per la sua influenza economica e politica, che rendeva l’Europa quasi dipendente dai Templari.
In particolare questa situazione non piaceva a Filippo IV il Bello, di Francia, anche per il fatto che i Templari avevano finito per divenire proprietari di una vasta zona meridionale della Francia (la Linguadoca), creando uno stato templare in pratica indipendente.
Ciò spronò il sovrano a trovare il modo per liberarsi di loro e ad impossessarsi delle immense ricchezze dell’Ordine.
Egli però non aveva nessuna autorità sui Templari, e quindi dovette assicurarsi la collaborazione del pontefice, al quale l’Ordine doveva obbedienza, anche se questa era diventata in realtà solo teorica, dato che anche il Vaticano aveva debiti con i Cavalieri del Tempio.
Fu così che papa Clemente V, in combutta con Filippo IV, scomunicò l’Ordine per eresia.
All’alba di venerdì 13 ottobre 1307 quasi tutti i Templari in Francia vennero arrestati e i loro beni confiscati; ma i grandi tesori che anche il re aveva visto tempo prima non vennero mai trovati, e la sorte del favoloso “tesoro dei Templari” rimane ancora oggi un mistero.
È da ricordare che tutti i Cavalieri che vennero catturati si arresero passivamente; inoltre esistono prove certe della fuga di un gruppo di Templari incaricati di far sparire il tesoro del Tempio e tutti i documenti segreti.
Molti membri dell’Ordine arrestati furono processati, molti vennero sottoposti a torture e alcuni di loro cedettero confessando tutto ciò di cui la Santa Inquisizione li aveva accusati (insultare il nome di Cristo, ripudiare la croce, adorare un diavolo chiamato Baphomet considerandolo immagine del vero Dio, praticare l’omosessualità), ma altri resistettero e furono coerenti nelle loro idee anche sotto la tortura, come il Gran Maestro dell’Ordine Jacques de Molay al quale questo coraggio non impedì di essere condannato al rogo.
Tutto questo non significa che i Templari fossero scomparsi completamente perché negli altri stati riuscirono a sopravvivere trasformandosi in una società occulta, costretta alla latitanza in quanto accusata di eresia.
L’ultimo atto storico documentato della storia dell’Ordine è il supplizio dell’ultimo Gran Maestro nel marzo del 1314.
Jacques de Molay maledisse i suoi persecutori e promise al popolo che entro l’anno sarebbero morti. Un mese dopo papa Clemente V morì, sembra per un attacco di dissenteria. A novembre morì anche Filippo IV cadendo da cavallo.
La maledizione non finì lì, era destinata a gettare un’ombra tenebrosa sull’intera stirpe reale francese: nel 1789, quando la testa di Luigi XVI cadde sotto la lama della ghigliottina, uno sconosciuto balzò sul palco, immerse la mano nel sangue del re, lo spruzzò sulla folla circostante e gridò: “Jacques de Molay, sei vendicato!”.
Alcuni Templari riuscirono a sfuggire agli artigli dell’Inquisizione e si rifugiarono in Scozia dove il potere secolare del papato era molto minore.
Dal Trecento in poi nacquero numerosi ordini che si proclamavano discendenti dei Templari, ma nessuno riuscì a produrre prove convincenti della propria autenticità.
I Rosacroce
Su cosa siano i Rosacroce esistono due correnti di pensiero: una fondamentalista e l’altra storiografica.
La prima corrente raccoglie coloro che accettano l’esistenza di una Confraternita fondata nel 1408 da Cristian Rosenckreutz, un cavaliere che aveva compiuto lunghi viaggi in Arabia, Turchia e Egitto, acquisendo conoscenze occulte nell’ambito dell’alchimia.
Tornato in Europa egli si ritirò a vita eremitica, trasmettendo la sua dottrina segreta a soli tre discepoli, i quali perpetuarono il suo insegnamento per non più di otto adepti.
Questi ultimi all’inizio del Seicento decisero che era arrivato il momento per diffondere il pensiero del fondatore.
Infatti vennero pubblicati tra il 1614 e il 1623 una serie di “Manifesti” che sarebbero diventati la base ideologica della setta, di questi ricordiamo: Fama Fraternitatis, ConfessioFraternitatis e Nozze Chimiche con Cristian Rosenckreutz.
Nel primo manifesto è narrata la vita del fondatore della setta, del suo pensiero e degli obiettivi che si prefisse l’Ordine rosacrociano. Nel ConfessioFraternitatis viene ripreso il messaggio della Fama con maggior forza descrivendo nei minimi particolari la vita di Rosenckreutz e promettendo la riforma del mondo con il rovesciamento della tirannia papale.
L’insegnamento della Confraternita si rifaceva al pensiero gnostico, il quale concepiva l’universo come un insieme di spirito e materia, e sosteneva l’ipotesi dell’esistenza di un essere divino supremo, eterno e inconoscibile.
Secondo l’opinione rosacrociana lo spirito umano è un frammento di questo “Superiore Sconosciuto” che si è distaccato diventando prigioniero della materia. Il mondo materiale non è opera del Dio supremo ma di una divinità minore.
I fini che si prefiggono i Rosacroce sono quelli di guarire i malati e di diffondere e acquisire nuove conoscenze.
Dalla metà del Seicento la Confraternita è ritornata a tramare e a diffondersi segretamente. Da allora si sono diffuse numerose sette che si ispiravano al pensiero di Rosenckreutz.
L’altra corrente sull’Ordine è quella storiografica, che respinge la tesi fondamentalista perché ritiene non esistente alcuna prova sulla effettiva presenza della Confraternita del Quattrocento fondata da Rosenckreutz, né tanto meno sulla derivazione esoterica dei Rosacroce; anzi, lo scrittore Valentin Andreae riconobbe nel 1618 che si era trattato di uno scherzo, di una burla agli intellettuali della sua epoca nel tentativo di creare un nuovo mito letterario.
Che il fondatore sia o non sia veramente vissuto non sembra essere un problema, dato che il successo che la Confraternita ha avuto, al punto da divenire un simbolo attorno al quale nascono varie correnti di pensiero che si rifanno agli ideali rosacrociani. Il movimento infatti s’innesta e spesso si confonde con associazioni affini di carattere politico-culturale, in un intreccio di non facile comprensione. Spesso coloro che si identificano come appartenenti alla Confraternita dei Rosacroce erano accusati di praticare la stregoneria o la magia nera, o di diffondere l’eresia; di conseguenza spesso si rifugiavano in stati dove la Chiesa era meno influente. Nacquero così in Inghilterra e in Olanda dei gruppi di stampo rosacrociano, come la Gran Loggia di Londra e la Libera Muratoria.
Lo scopo che ha avuto la Confraternita nella storia prescindendo dalla sua reale esistenza, è senza dubbio quello di aver costituito l’elemento catalizzante delle speranze e dei sogni di molti intellettuali del Seicento, che cercarono in essa l’ideale di fratellanza e di razionalità che poi sarebbero stati caratteri centrali dell’illuminismo.
Probabilmente la setta rispondeva ad una esigenza nuova, creata dalla nascita di stati organizzati che stavano dividendo quei popoli che durante il Medioevo avevano fatto parte dell’ecumene cristiano. Non a caso che a diverse riprese, con l’umanesimo prima e con l’illuminismo poi, sia partito dal mondo della cultura l’appello al cosmopolitismo e al superamento delle divisioni nazionali: tutto questo è nato proprio con la formazione degli stati nazionali e con il nuovo regime di guerra e di sospetto costante tra i popoli che essi comportavano.
I Rosacroce in fondo chiedevano proprio, come gli umanisti e come gli illuministi, che la cultura servisse prima di tutto a colmare i fossati che si stavano aprendo tra i popoli.
La Massoneria
Le origini più probabili risalgono alle corporazioni medioevali dei costruttori di cattedrali, alle associazioni artigiane che conservavano gelosamente i segreti del mestiere impegnando gli adepti, con riti e giuramenti solenni, alla loro scrupolosa osservanza e all’aiuto reciproco.
Fra le più antiche e meglio organizzate associazioni c’era la corporazione dei muratori che godeva di grande fama in tutta l’Europa del Medioevo. Essa sopravvisse attraverso i secoli, soprattutto in Inghilterra, dove entrarono a farne parte nobili e intellettuali attratti dai principi di fratellanza.
Vi aderirono anche nuclei esoterici, formati da alchimisti e appartenenti ai Rosacroce, i quali potevano trovare nella fratellanza una copertura e un comodo mezzo per fare riunioni e diffondere all’interno della Libera Muratoria (nome originale della Massoneria) la loro dottrina.
Col tempo queste corporazioni per il mantenimento dell’insegnamento dei maestri artigiani si trasformarono in organizzazioni esoteriche.
Nel 1717 in Inghilterra quattro di queste sette si fusero insieme dando vita alla Gran Loggia di Londra, abbandonarono definitivamente ogni carattere di associazioni di mestiere e divennero una società segreta.
Nella Massoneria, fin dalle origini, esistevano due correnti di idee: quella razionalista, ispirata ad un cristianesimo aperto e al deismo newtoniano, e quello spiritualista, la quale avrebbe trasformato le logge in circoli esoterici e alchemici.
Agli inizi del Settecento la Libera Muratoria si sviluppò in tutta l’Europa e grazie alla colonizzazione degli altri continenti si diffuse anche in India, in Africa e in America, dove ne fecero parte personaggi come George Washington e Benjamin Franklin.
Ma nel diffondersi abbandonò la razionale struttura inglese, trasformandosi in Massoneria scozzese, che si vantava della propria antichità e del possesso di verità spirituali e esoteriche appartenenti ai Templari.
Nacquero così diversi gruppi fondati da personaggi altrettanto misteriosi, che presero il nome delle loro presunte origini, ad esempio Massoneria Templare e Illuminati di Avignone.
Il Settecento fu il secolo in cui si sviluppò maggiormente la Massoneria, perché in questa si identificavano gli ideali razionali e progressisti dell’illuminismo. Molti personaggi famosi furono affascinati dalla cultura massonica. Basti ricordare nella letteratura Goethe nell’opera I dolori del giovane Werther, e nella musica Mozart nel Flauto magico e nella Musica funebre massonica.
In Italia e in genere nei paesi cattolici, la Massoneria dovette affrontare dure accuse, seguite da scomuniche della Chiesa che però non impedirono la sua diffusione, cui aderirono molti intellettuali come Goldoni e Alfieri nel Settecento, Verga e Carducci nell’Ottocento.
Dato il suo ampio proselito in tutta l’Europa, la Massoneria divenne un veicolo per l’espansione delle idee illuministe, tra cui l’atteggiamento anticlericale, che la portò ad essere accusata ingiustamente di aver fatto scoppiare la Rivoluzione Francese.
In Italia durante il Risorgimento molti appartenenti alla Carboneria e alle altre società segrete che si impegnavano nella lotta per l’indipendenza e la libertà, erano affiliati anche alla Libera Muratoria. Negli anni prossimi all’unità molti politici appartenenti al movimento democratico italiano appartenevano alla Massoneria, come Crispi e Garibaldi.
Con l’atteggiamento più tollerante attuato dalla Chiesa in questo secolo si andò attenuando il carattere battagliero massonico, sostituito da una reciproca comprensione e avvicinamento fra il mondo massone e quello cattolico. D’altra parte a partire della seconda metà dell’Ottocento le ideologie si sono divise adeguandosi alle necessità dei luoghi in cui erano esercitate.
Oggi la Massoneria mantiene le antiche divisioni in sette, fra le quali ricordiamo la Massoneria del Rito Scozzese Antico e Accettato.
Il numero degli aderenti alla Massoneria è stimato intorno a cinque milioni di adepti.
Il Priorato di Sion
L’argomento che sto per affrontare risulterà estremamente complesso nell’esposizione in quanto nel ricercare notizie le difficoltà incontrate sono state molte.
Ciò che manca sono precisamente gli “indizi” più concreti, quali ad esempio l’ufficialità dell’organizzazione, la localizzazione della stessa e i mezzi di contatto tra l’eventuale “partecipante” e la società stessa.
Più volte questi elementi vengono affermati e smentiti, quasi a testimoniare ulteriormente quanta poca chiarezza si abbia nei confronti del Priorato.
La sua esistenza è un fatto storicamente dato per accertato da studiosi che la identificano come società segreta tuttora praticante e con origini risalenti ai Templari; questi si sarebbero separati dal Priorato nel 1188.
Il presunto compito di questa setta è quello di preservare per il futuro la stirpe di Gesù. Infatti attraverso particolari studi si è giunti a fare un’ipotesi sconcertante e rivoluzionaria (se effettivamente provata) secondo cui il Salvatore non morì sulla croce (al suo posto ci andò Simone di Cirene), fuggì con Maddalena nel sud della Francia, con lei si sposò ed ebbe dei figli, i quali fondarono la stirpe di Gesù. In seguito questa si fuse con la famiglia dei Merovingi, ancora oggi protetta dal Priorato, che non appena se ne dia occasione proclamerà la propria sovranità.
Purtroppo il Priorato venne spesso associato con i famosi Protocolli di Sion, comparsi all’inizio di questo secolo e nei quali si sosteneva l’ipotesi che gli Ebrei tramassero un complotto mondiale per il dominio dell’intero mondo. I Protocolli successivamente si mostrarono invece un falso perverso e insidioso; nonostante ciò sono ancora oggi in circolazione come strumento di propaganda antisemita.
I Protocolli presentano un programma di dominazione totale basato sull’anarchia e sull’uso della Massoneria, per infiltrarsi ed assumere il controllo delle istituzioni sociali, politiche ed economiche.
Per il carattere sconcertante, ma allo stesso tempo spaventoso, vennero utilizzati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e poi anche dopo, per avere un motivo in più nello sterminio degli Ebrei.
Il Priorato è ufficialmente registrato in un giornale francese nel quale è pubblicato anche il carattere fondamentale degli adepti: “Il Priorato di Sion ha come scopi la perpetuazione dell’ordine tradizionalista della cavalleria, il suo insegnamento iniziatico e la mutua assistenza morale e materiale tra i suoi membri, in ogni circostanza”.
Una delle cose più sconcertanti di ciò che circonda il Priorato è la possibile appartenenza ad esso come Gran Maestri di personaggi che con l’esoterismo apparentemente non hanno avuto a che fare, come Leonardo da Vinci, Valentin Andreae, Robert Boyle, Isaac Newton, Victor Hugo e Claude Debussy. Però figurano anche uomini ignoti ai più, che magari hanno avuto una vita tutt’altro che adeguate al ruolo di Gran Maestro. Sembra che esista un solo filo conduttore tra tutti, da ricercare nel fatto che erano legati per parentela di sangue o per associazioni personali alla famiglia dei Merovingi.
Inoltre tutti avevano avuto rapporti con vari ordini o società segrete, nutrivano simpatia per il pensiero esoterico e in quasi tutti i casi c’erano stati stretti contatti fra ogni Gran Maestro, il suo predecessore e il suo successore.
La figura del Gran Maestro è quella di un re-sacerdote che “regna ma non governa”.
Nel corso della storia, la Chiesa ha sempre tentato di offuscare le prove sull’esistenza della stirpe di Gesù (successivamente ricondotta al Santo Graal), che sono invece presenti ad esempio in alcuni brani dei Vangeli e in altri documenti da sempre volutamente dimenticati.
Se veramente oggi esistesse un discendente diretto o indiretto di Gesù e se questo potesse essere provato, tramite ad esempio i misteriosi documenti scomparsi durante la disfatta dei Templari, questi soppianterebbero il potere del papa e diverrebbe egli il nuovo sovrano assoluto della cristianità. Forse non solo di questa.
Infatti, se Gesù venisse riconosciuto come un profeta mortale (pari a Maometto e a Buddha), un re-sacerdote, legittimo sovrano della stirpe di David, verrebbe riconosciuto come re anche dai Mussulmani e dagli Ebrei, riconciliando così queste tre principali religioni, guide dell’intera storia umana: cristianesimo, giudaismo e islamismo.
Il Priorato ha da sempre operato per creare un Sacro Romano Impero innovato, una sorta di Stati Uniti d’Europa alla pari delle grandi potenze come gli USA e l’URSS, fondati però su basi spirituali e non su teorie ideologiche.
Questa federazione di stati sarebbero governati da un membro della famiglia dei Merovingi. Questi non occuperebbe soltanto il trono del potere politico, ma anche quello di San Pietro.
Il compito di amministrare la potestà sarebbe affidato al Priorato di Sion assumendo la funzione di un Parlamento Europeo.
Questo fine che si prefigge la setta sembra essere una possibile soluzione al generale malcontento che attualmente regna nella nostra società, da ricercarsi in una disillusione, sull’insoddisfazione verso il sistema che regola il nostro vivere quotidiano, ma soprattutto nella mancanza di qualcosa in cui credere sinceramente.
La riunificazione degli stati appartenenti all’Europa sembra vicina; resta da attuare un rinnovamento religioso verso il quale indirizzare i nostri ideali morali.
Rimane soltanto un dubbio: l’unità politica e religiosa è opera, anche solo indiretta, del Priorato di Sion oppure è una naturale esigenza che l’uomo ha?
Gesù non è stato crocifisso, ed è per questo che i Templari rinnegano il crocifisso. La leggenda di Giuseppe d’Arimatea copre una verità più profonda: Gesù, non il Graal, sbarca in Francia presso i cabalisti in Provenza. Gesù è la metafora del Re del Mondo, del fondatore reale dei Rosacroce. E con chi si è sposato a Cana? Ma perché erano le nozze di Gesù, nozze di cui non si poteva parlare perché erano con una peccatrice pubblica, Maria Maddalena. Ecco perché da allora tutti gli illuminati da Simon Mago a Postel, vanno a cercare il principio dell’eterno femminino in un bordello. Pertanto Gesù è il fondatore della stirpe reale di Francia. Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani 1988
Bibliografia
Alexandrian, Sarane – Storia della filosofia occulta – Mondadori 1984
Arnold, Paul – Storia dei Rosacroce – Bompiani 1990
Baigent, Michael &Leigh, Richard &Lincoln, Henry – Il Santo Graal Mondadori 1982
Bordonove, Georges – I Templari – Sugarco 1989
Eco, Umberto – Il Pendolo di Foucault – Bompiani 1989
Francovic, Carlo – voce Massoneria – Enciclopedia Europea Garzanti – vol. 7 Milano 1980
Introvigne, Massimo – Le sette cristiane – Mondadori 1989
Nardini, Bruno – Misteri e dottrine segrete – Convivio 1988
Trocchi, Cecilia – Magia ed esoterismo in Italia – Mondadori 1990
Post scriptum
Queste pagine le scrissi trent’anni fa, ma paiono calzare benissimo anche in questo momento in cui sembra prevalere il desiderio di trovare trame oscure a cui attribuire ogni colpa possibile.
È una suggestione nata molto presto, risale addirittura all’infanzia e alle prime confuse percezioni dell’esistenza di una diversità ebraica. Immagino sia scaturita dall’anomalia del sabato festivo, e più specificamente del fatto che il sabato non fosse consentita alcuna attività: anomalia tanto più avvertita in rapporto ad una famiglia che non conosceva neppure il riposo domenicale. C’entravano però in qualche modo anche le ambiguità del pregiudizio popolare diffuso, l’alone di paura e di repulsione che avvertivo dietro ogni accenno agli ebrei, e che intrigava la mia mente a caccia di inquietudini; così come debbono aver contribuito in pari misura le storie, sussurrate e nebulose, di misteriosi rifugiati, tenuti nascosti per tutta la durata della guerra dal cappellano delle Rocchette. Di lì a poco la curiosità doveva convertirsi in naturale simpatia per le vittime, con la scoperta degli orrori dell’olocausto (ma anche – si era nel periodo della guerra di Suez – con il tifo per quello che mi appariva il piccolo Davide Israele impegnato a dare una lezione al grande Golia arabo).
L’adozione definitiva, il passaggio dalla simpatia istintiva a quella meditata, culturale, sopraggiunse più tardi, ma anche in questo caso attraverso una facile suggestione: un popolo che si autodefiniva “popolo del libro” non poteva che essere il mio. E questo mi stimolava ad approfondirne la conoscenza, a constatarne progressivamente l’eccezionalità culturale, il ruolo determinante nella modernità. Divenne quasi un gioco quello di riscontrare l’eccellenza degli ebrei nelle scienze, nella musica, nella letteratura, nelle arti figurative, nel cinema, ecc. Tutto quel che mi piaceva rivelava immancabilmente una matrice ebraica di qualche tipo, e mi divertivo a compilare elenchi dei “grandi” di ogni disciplina, per il gusto di riconoscerne l’ebraicità. È probabile che spesso abbia anche inconsapevolmente barato, costruendo elenchi già “orientati”: ma la stessa facilità con cui ciò poteva essere fatto era una riprova della bontà dell’assunto. Ho sviluppato anche veri e propri culti, come quello per la figura e l’opera di Furio Jesi, che si nutrivano e si giustificavano ad ogni nuova traccia scoperta, ad ogni indicazione che permettesse di avanzare nel labirinti di vite e pensieri straordinariamente intensi.
Da questo percorso è infine naturalmente scaturita la voglia di tirare un po’ le fila, di capire perché, di indagare le peculiarità che hanno fatto dell’ebraismo qualcosa di speciale. Ho raccolto per anni bibliografie, materiali, spezzoni di idee e fili di raccordo: e ogni nuova acquisizione faceva intravedere un supplemento di cammino, rimandava ad orizzonti più ampi e ancora inesplorati. Oggi, rientrati gli entusiasmi di ogni tipo, quella voglia è rimasta. L’unica spiegazione con cui riesco a giustificarla è che in un mondo che non presenta più punti fermi e valori forti gli ebrei conservano qualcosa di certo: dei nemici manifesti, qualcosa da combattere, da cui difendersi, e quindi la necessità di reagire, di scegliere e di definire, se non altro per opposizione, una identità. E non è poco. Forse questa è la ragione di fondo.
Varrebbe magari la pena sancire anche ufficialmente questa adesione, proprio per essere nel mirino, per doversi difendere davvero e per poter guardare negli occhi i propri nemici. Varrebbe la pena, non fosse per la faccenda della circoncisione.
In principio era il rock. Ma prima del principio c’erano tante altre cose, come il jazz, il blues, il country. Poi venne la bomba atomica, e al suo calore tutto si fuse, anche i generi musicali, e ne sortì un ibrido che al di là delle parentele costituiva qualcosa di fondamentalmente nuovo. Il rock, appunto.
La novità stava nel “senso” di questa rivoluzionaria espressione musicale. Chi aveva superato la pubertà ai tempi della bomba scoprì di essere incapace di concepire la vita senza un futuro. Chi non aveva ancora raggiunta la pubertà al tempo della bomba era incapace di concepire la vita con un futuro. Il rock nacque dalla coscienza di un inganno, dalla sensazione di essere allevati in batteria, nutriti di ipocrisie, costretti a ritmi e luci artificiali: nacque dal rifiuto di rinunciare quotidianamente all’uovo per inseguire un’inafferrabile gallina. Questo rifiuto fu espresso dalle giovani generazioni degli anni cinquanta con la nascita del teppismo giovanile, delle bande motorizzate americane, dei teddy-boys inglesi, con la scelta orizzontale della strada e degli spazi aperti e colorati da contrapporre a quella verticale dei grattacieli e dell’arrampicata nel grigiore dei grattacieli.
L’unico linguaggio appropriato a farsi interprete della nuova coscienza era quello musicale. Le altre forme espressive, da quelle plastico-figurative a quella letteraria, rimanevano bene o male legate all’ambito delle élites culturali, erano impossibilitate a prescindere da una tradizione “colta”, anche, e forse più, nei movimenti d’avanguardia. La musica poteva invece opporre ai generi colti un retroterra popolare ricchissimo e variegato, una tradizione di creatività, di esecuzione e di consumo “poveri” nella quale attingere ed alla quale fare riferimento, particolarmente radicata proprio in quegli strati sociali, in quelle etnie e in quelle forze generazionali che avvertivano una maggiore estraneità ed esclusione nei confronti del “sogno americano”. Fu così che quando Chuck Berry, Bill Maley, Jerry Lewis, Little Richard, Eddie Cochran e gli altri spinsero il piede sulla carica liberatoria ed anche esotica dei testi, accelerando e sincopando alla maniera jazzistica i tempi del blues, trovarono un uditorio immenso, affamato di modelli di identificazione diversi da quelli del perbenismo ufficiale, ansioso di sentirsi protagonista, una volta tanto, di una proposta culturale.
Il rock fu, almeno inizialmente, questo. Le scomuniche a raffica che arrivarono immediatamente dagli ambienti culturali, dai pulpiti delle diverse confessioni, dalla stampa di alta, di media e di bassa levatura, dai circoli dei genitori benpensanti, dai capotavola preoccupati, battezzarono il nuovo genere musicale come espressione “out”, partorita a dispetto del sistema e pertanto propria di chi del sistema si sentiva al margine. Nel rock riconoscevano infatti la propria voce soprattutto i negri e i giovanissimi, coloro cioè che per ragioni di pelle o di età non trovavano spazio nei canali ufficiali di comunicazione. In verità, scorrendo i testi di Chuck Berry o di Little Richard non si trova nulla di quella violenza dissacratoria di cui si vorrebbe far credito al rock delle origini. Ma non ce n’era bisogno. La dissociazione, la contestazione, erano impliciti nel ritmo, nella carica emotiva che questa musica originava, nella “scompostezza” degli esecutori e degli ascoltatori, nell’umiltà delle radici di questa cultura.
L’impatto del rock fu violento perché per un attimo quest’ultimo sfuggì al controllo del sistema, lo colse di sorpresa. Ma fu davvero solo un attimo. Poi venne subito Elvis Priesley, e con lui l’ambiguità, il disordine laccato e organizzato, la bianca rispettabilità che rientrava dalla finestra. L’attimo era trascorso velocemente. Il mercato già bussava alla porta.
Dalla fine dell’agosto scorso i nostri polmoni possono contare su di un nuovo parco naturale, quello delle Capanne di Marcarolo. Intendiamoci, un parco provincialotto, un po’ sottotono rispetto ai dettami della cultura telefilmica su riserve, parchi e affini. Niente a che vedere con Yellowstone (quello dell’orso Yoghi) o col Kenia. Non ci sono i rangers con l’aereo né i loro aiutanti indiani o neri, e neppure i figli dei rangers col cane o con la foca intelligente. L’animale più feroce che vi è dato di incontrare è l’uomo, nelle sottospecie del bracconiere o del gitante maleducato; per il resto mucche, pecore, scoiattoli, ramarri e qualche cinghiale spaventato. È in realtà una striscia di terra esigua (circa 10000 ettari, un fronte di 10 chilometri per lato), che si è ristretta come un panno bagnato nei confronti del progetto iniziale, sotto una pioggia di critiche, di opposizioni e di manovre di disturbo di ogni genere.
Con tutto questo, rimane un angolino bello, pulito e tranquillo, dove vale la pena di camminare, respirare e guardarsi attorno. Purtroppo per il momento questo angolino è “parco” solo sulla carta, in quanto esiste giuridicamente ma non è dotato di alcuno strumento di salvaguardia o di valorizzazione. Nulla, anzi, potrebbe farne sospettare l’esistenza al pellegrino di passaggio che non fosse tra i lettori assidui del Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte (la legge istitutiva è apparsa sul numero dell’11/9/1979).
Agli indigeni, comunque, anche a quelli non abbonati al bollettino regionale, è stato dato modo di accorgersi subito della sua istituzione: perché dopo una settimana i boschi hanno cominciato a bruciare, ad intervalli regolari, come in ogni parco che si rispetti, e in ciò almeno il nostro è all’altezza di quelli dei telefilm (con la differenza che là l’incendiario inciampa, si sloga una caviglia e se non arrivassero il cane e il figlio del ranger farebbe la fine del sorcio, così che lo portano via mezzo abbrustolito, mentre qui non accade, e non lo vede mai nessuno, e dopo una settimana ricomincia tale e quale).
La regolare combustione del nostro parco è alimentata da un ampio consesso di malevolenze. Vi ha senza dubbio la sua parte una componente di negligenza e di antipatia diffusa in tutto il paese nei confronti dei pubblici beni, tanto più se sono naturali. Ma il parco di Marcarolo di antipatie se ne è create parecchie anche per conto proprio, “personali”. E forse vale la pena di ripercorrerne a grandi linee la storia, per capire cosa brucia dietro questi incendi, e per trarne qualche considerazione.
Il progetto di attuare un parco appenninico aveva già trovato voce in seno alla prima amministrazione regionale, democristiana. Esso era inserito in un più vasto piano di “sistemazione” del territorio regionale, che prevedeva anche altre quattro aree di salvaguardia strategicamente dislocate in Piemonte. Il parco non è nato quindi in risposta a specifiche istanze locali, ad una particolare sensibilità ecologica o a scelte di sviluppo alternativo della popolazione: è piuttosto il frutto di una volontà politica di vertice. Ora, da queste parti è un po’ difficile credere ad una qualsiasi volontà politica democristiana finalizzata al bene collettivo. Una rapida occhiata in giro, a quello che tale volontà ci ha combinato in trenta e passa anni, porta a concludere che essa è al di sopra di ogni sospetto, non le è dato indirizzarsi al bene neanche per sbaglio. Viene quindi spontaneo domandarsi a cosa diavolo mirasse questa pianificazione (i più malevoli pensano a selvagge lottizzazioni nelle adiacenze del parco, o addirittura, stanti le voci che circolavano insistentemente, a raffinerie e a strutture retroportuali sloggiate dall’hinterland genovese, col parco a fare da contrappeso e a chiudere la bocca ai più riottosi) e ringraziare il cielo che non abbia avuto modo di “sistemare” ulteriormente il territorio, e noi con esso.
Il passaggio delle consegne amministrative regionali non affossa il progetto del parco: la giunta di sinistra lo fa proprio e lo rilancia, impegnandosi anche seriamente in vista di una concreta realizzazione. Questa volta è concesso sperare in una volontà politica meno sospetta ed ambigua: ma bisogna per contro rilevare una notevole mancanza di tatto. Arrivano infatti i funzionari regionali e annunciano: qui faremo un parco. I limitrofi, che già sentivano puzzo di raffineria, sono sollevati; meno tranquilli appaiono invece ii residenti nel territorio destinato al vincolo. Cristo, dicono, è una fregatura. Questi residenti, beati loro, sono poco appassionati di telefilm, e quindi la parola parco non evoca per essi automaticamente immagini di rangers o di foche intelligenti, ma suscita piuttosto il timore di avere tra i piedi degli esperti che non distinguono un salice da un abete e che spiegano come e quando e dove si deve tagliare la legna, o pascolare la mucca. Anzi, probabilmente non hanno neppure atteso di sapere cosa si volesse “fare” per pronunciarsi in proposito. Potevano dir loro facciamo un aeroporto, un bordello, una scuola per palombari, e la reazione sarebbe stata la stessa. Il fatto è che se vedono pochi telefilm hanno in compenso fatta tanta, troppa esperienza di interventi governativi, regionali, provinciali, mercato comunitari ecc…, e questa esperienza li ha indotti subito a pensare, per riflesso condizionato, alla fregatura.
I problemi maggiori non sono venuti però dai residenti. C’è voluto un po’ di tempo per superare la loro giustificata diffidenza e per spiegare i vantaggi connessi alla “sistemazione”, ma oggi il buon senso sembra avere prevalso. Chi invece non l’ha digerita proprio sono coloro che nella zona non vivono, ma vi coltivano interessi di grosso calibro, assolutamente inconciliabili con i vincoli di tutela di un parco. I proprietari di riserve venatorie, ad esempio, o le società “milanesi” (qui tutte le società fantasma e i soldi investiti in operazioni di cui a prima vista riesce difficile scorgere i vantaggi finiscono per essere “milanesi”, salvo poi rivelarsi molto meno esotiche) che hanno fatto incetta di cascinali abbandonati all’epoca della grande fuga verso la città, avendo in mente tanti bei “villaggi” (piscina, tennis, villette plurigemellari con fazzoletto di giardino all’inglese per i bisogni del cane). O i grossi speculatori immobiliari attratti dall’arrivo dell’autostrada, che fa dell’ovadese il polmone di Genova, e dalle prospettive di un arretramento trans-appenninico delle strutture inquinanti del genovese.
A tutti costoro la prospettiva del parco ha provocato un mezzo infarto, ed è comprensibile che appena ripreso fiato abbiano cominciato ad agitarsi, a brigare, ad aggrapparsi a destra e a sinistra per scongiurarla. Bisogna riconoscere che sono stati in grado di strumentalizzare sapientemente le perplessità dei residenti, fatti oggetto di una straordinaria campagna di “solidarietà “, e l’egoismo al solito ottuso dei cacciatori, facendo così muovere in prima linea una “opposizione popolare” che per una giunta di sinistra non poteva non costituire un grave problema.
La stessa giunta, dal canto suo, è riuscita a complicare ulteriormente la faccenda muovendosi in maniera un po’ confusa ed intempestiva. Ha infatti affidato alla Comunità Montana Alta Val Lemme e Alto Ovadese (i cui comuni sono in gran parte interessati territorialmente al Parco) il compito di preparare il terreno presso la popolazione, di informare, di sondare e di redigere infine un regolamento del parco che, basandosi sullo schema delle norme istitutive vigenti a livello nazionale, tenesse in considerazione le esigenze specifiche della zona e i problemi dei suoi abitanti: e questa sarebbe stata la soluzione ottimale, se all’interno di tale organismo esistesse un’unanime compattezza di intenti. Purtroppo la realtà è diversa, e la Comunità Montana finisce per riprodurre in miniatura gli stessi scontri politici e di interesse presenti a tutti gli altri livelli. Si sono così moltiplicati in seno alla commissione per il parco gli incontri, gli scontri e i ripensamenti, mentre all’opera di persuasione esterna si affiancava una neanche troppo sotterranea propaganda in direzione opposta. Soltanto dopo più di un anno tutta questa attività ha cominciato a dare frutti positivi. Sennonché, al momento in cui gli esausti rappresentanti della C.M. si accingono a tirare le somme e a presentare alla Regione una bozza di normativa vincolistica, ti arriva da Torino la comunicazione che la legge istitutiva è già stata varata, che alla Regione si sono spazientiti ed hanno deciso di darci un taglio.
Col risultato che il giorno in cui si dà inizio alla palinatura di delimitazione la Regione si trova isolata, ed hanno buon gioco le truppe dei cacciatori e dei residenti incazzati che spianano le paline, sotto l’occhio compiaciuto della tivù privata locale; mentre gli esterrefatti rappresentanti della Comunità Montana, con un diavolo per capello, mandano in mona regione e tutto il resto. In pratica è tutto da rifare. La regione deve prorogare l’entrata in vigore della legge istitutiva, subordinandola nuovamente alla revisione della C.M., soprassedere alla delimitazione dei confini del Parco, ecc… Il tutto fino a quest’anno, quando, come si è visto, bene o male la legge passa. E i boschi cominciano a bruciare.
Questi i fatti. Ora, in margine alla vicenda e in attesa di vedere se con l’arrivo della primavera si ricomincerà a sentire odore di fumo, alcune brevi considerazioni.
Un parco è, etimologicamente, una zona di rispetto, di salvaguardia. La sua stessa esistenza costituisce di per sé una denuncia: se deve essere creata una zona di rispetto ‚ perché il rispetto non esiste a livello di coscienza collettiva. Il concetto di parco non è quindi intrinsecamente positivo: esso nasce dal presupposto che il rapporto quotidiano e normale con la natura sia per forza di cose improntato allo stravolgimento e alla distruzione, e che non esistano alternative di reale simbiosi, ma soltanto esigenze di riequilibrio e di compensazione. La creazione di oasi strategiche, conservate sotto vetro e artificiosamente riservate alla “contemplazione”, risponde perfettamente alla logica del capitale, quella stessa cui fanno capo le divisioni lavoro – tempo libero, zona residenziale – zona industriale ecc… I parchi, il verde pubblico, l’urbanistica “a misura d’uomo”, non sono che uno dei tanti volti nuovi di un capitale che all’uomo ha preso appunto le misure, come un becchino, per chiuderlo in una cassa climatizzata, o come un sarto, per cucirglisi addosso come una seconda pelle. Fanno parte di una immensa ragnatela di assistenza-dipendenza che progressivamente ci avviluppa, sempre più elastica, sempre più trasparente, sempre più impermeabile, come un preservativo. Dalle mutue al sistema pensionistico, dagli asili agli ospizi per i vecchi, dalla televisione all’auto, alla scuola, alla droga, tutto diventa secrezione del capitale, filamento appiccicoso dal quale è sempre meno facile districarsi.
Su queste cose è urgente aprire gli occhi, lasciando perdere le religiose reverenze. Tra le due pulsioni di fondo entro cui si muove, quella dello sfruttamento incondizionato e selvaggio e quello della propria sopravvivenza e perpetuazione (anche qui Eros e Thanatos si confondono e si contrappongono) il capitale ha ormai privilegiata decisamente quest’ultima. Razionalizzandosi mira a garantirsi da un lato contro l’esasperazione dei soggetti, dall’altro contro il suo stesso impulso alla fagocitazione distruttiva di ogni risorsa, umana e naturale. Un parco, e con esso tutta la promozione ecologica degli ultimi tempi, entra a far parte automaticamente di questo disegno. Di ciò occorre essere coscienti, proprio mentre ci si muove a loro sostegno: sono concessioni, non conquiste. Quindi vanno accettate, anzi promosse e difese: ma solo nell’ottica di trasformarle in un reale possesso e in un trampolino per ben altre mete. Brecht avrebbe detto: beati i popoli che non hanno bisogno di parchi.
Proviamo ad immaginare un tizio (il solito signor Rossi), fuggito in vacanza tra la metà di agosto e i primi di settembre, in un cascinale disperso in mezzo ai boschi dell’Appennino, senza lasciare indirizzo per i giornali (se è abbonato) e con la ferma intenzione di non scendere in paese a comprarli.
Ora, ipotizziamo che il signor Rossi per debolezza propria, o dei figli, o della moglie, o del suocero, non abbia saputo rinunciare al televisore portatile, sia pure in bianco e nero e monocanale, e previo impegno solenne di accenderlo soltanto per mezz’oretta, la sera, alle venti, quasi una breve pausa tra l’indigestione di natura e quella di salsicciotti alla brace. Di cosa avrà sentito parlare tutte le sere, a quell’ora, il nostro amico? Naturalmente della Polonia. In servizi quotidiani di dieci e più minuti, anche se in gran parte dedicati agli interventi di politologi, politici e alpini di passaggio (Piccoli in testa).
Vediamo i dati di cui dispone. Egli ha potuto gustare belle coreografie di masse operaie e di grandi cantieri (il tutto, naturalmente, in immagini di repertorio); è stato ragguagliato sui livelli del caro-vita polacco (tra l’altro, con diagrammi, cifre, rapporti tra prezzi e salari reali, tutte cose che quando si parla dell’economia italiana sembrano molto più difficili da determinare); ha avuto tempo e modo di meditare (volendo, di dire un rosario) sulle effigi fotografiche, gigantografiche, in bassorilievo, a mezzobusto o in medaglietta di Wojtila; infine non ha potuto fare a meno di apprezzare il carisma sprigionante dai baffi di Lech Walesa, il teleprotagonista assoluto della vicenda. Gli hanno mostrato Lech che va a trattare preoccupato, Lech che torna dalle trattative soddisfatto, Lech che stringe mani, che prega, che firma autografi in calce alla propria foto, che trasloca tirandosi dietro un crocefisso di due metri per uno e mezzo, che inaugura benedicendo la nuova sede sindacale, ecc… Roba che neanche Giotto è riuscito ad essere più agiografico nei confronti di san Francesco.
Anche il contrappunto, diciamo così, “interno”, era ricco e degno di una capace regia. Una buona dose di suspence orchestrata dai cremlinologi (arrivano! si muovono! oliano i cingoli dei carri armati! annullano le licenze a Vladivostock!). Una strizzatina d’occhi alla Provvidenza, col papa a fare le rogazioni, tipo “a flagillo sovietorum, libera nos domine!” Poi gli sbuffi di fumo delle pipe presidenziali e sindacali (con tanto di delegazione sempre sul piede di partenza) e, immancabili come il caffè, le dichiarazioni dei socialisti (ma ogni spettacolo ha il suo punto morto). Non tutto, insomma, ma di tutto.
E qui torniamo a chiederci: cosa ne avrà capito il nostro Rossi? Se è una persona seria e normale, non può averci capito un accidente. Se ha provato qualche volta, agli ultimi bagliori del falò, messi a nanna moglie, bambini e suocero, a chiedersi cosa cavolo volessero gli operai polacchi con quello sciopero, deve aver crollato la testa. Come può uno raccapezzarsi all’idea di dieci, quindici giorni di sciopero duro per ottenere la messa nei cantieri, o il crocefisso nella sede sindacale? Eppure, da quanto gli era stato dato di vedere e di sapere attraverso il telegiornale, questi erano i nodi della trattativa, naturalmente assieme al sindacato libero e alle libertà democratiche, quelle che noi abbiamo già, e dobbiamo ringraziare il cielo (e la DC) che ce le conservano.
E così Rossi, e con lui altri cinquanta e passa milioni di Rossi sparsi per l’Italia, hanno salutato la fine della crisi polacca con molto sollievo, giustificato, e con moltissimi dubbi, più giustificati ancora. Nessun inviato o esperto infatti si è premurato di spiegare loro che i polacchi non si battevano soltanto per 10 o 20 mila lire in più in busta, o per liberalizzare il culto della madonna nera. Nessuno ha sottolineato per esempio il fatto che tra le loro richieste figurasse, e in primo piano, l’aggancio alla scala mobile. E si capisce. Mica si poteva chiedere al mondo occidentale, e in particolare agli operai italiani, di solidarizzare su una richiesta del genere, dopo che per mesi si era teleinquisita la scala mobile come il tarlo della nostra economia.
Già appariva poco opportuno, e da trattarsi con le molle, il tema dei “sindacati liberi”, nel bel mezzo della operazione di “autoregolamentazione” e della rincorsa al sindacato di regime. Quindi liberi si, ma nel senso classico di anticomunisti (vedi “mondo libero”, alias occidentale) invece che nell’accezione più rozza di “libera espressione della volontà della base operaia”.
Non è stato difficile imbastire lo spettacolo. Gli elementi per creare ambiguità e confusione, data la particolare situazione polacca, c’erano. È bastato scegliere i protagonisti, badando bene che la massa operaia avesse un ruolo di comprimaria (grosso spazio, piuttosto, alla intellighentia dissidente cattolica, vera “anima” della lotta) e lavorare di fino al montaggio, per ottenere un quadretto edificante. Altro che la reazione scomposta degli operai Fiat, con picchettaggi, scontri e incazzature, parevano suggerire le immagini giustapposte. Qui si vince con la dignità e la compostezza: niente provocazioni, solo comunioni collettive e messe cantate.
Ma è sperabile che quando sono apparsi sul minivideo i cancelli chiusi di Mirafiori il signor Rossi abbia finalmente capito. E al pensiero di ciò che poteva trovare al rientro abbia tirato un calcio ai tizzoni, esclamando: “ma cosa mi vengono a raccontare, sti stronzi!
Generalmente, quando vediamo sui muri le lugubri scritte nere siglate dalla svastica o dall’ascia bipenne, ci limitiamo a pensare: Imbecilli! Se il muro è quello di casa nostra aggiungiamo anche altro, ma il concetto in definitiva non cambia, e neppure l’atteggiamento di fondo nei confronti del fenomeno. Ormai abbiamo fatto il callo all’esistenza di questa imbecillità, è entrata nel negativo quotidiano come le olandesine volanti o gli orologi al quarzo. L’ atteggiamento muta invece quando conosciamo l’identità di chi ha scritto sul muro, quando l’”imbecillità” comincia ad avere un volto. Ci sentiamo affrontati dall’esistenza di un imbecille concreto molto più che da una presenza diffusa, ma incorporea. Non siamo più egualmente disponibili, in questo caso, ad accettarlo nel nostro quotidiano. È un po’ quello che succede per gli incidenti stradali: solo se c’è coinvolto un conoscente li avvertiamo nella loro effettiva gravità.
Ma c’è un’altra eventualità ancora, che coglie completamente spiazzati e lascia storditi, invalidando la nostra sbrigativa categoria di “imbecillità” e mettendo fuori causa anche l’istintiva avversione politica. Questo avviene quando chi ha scritto sul muro lo conosciamo molto bene, o almeno, credevamo di conoscerlo. Quando su costui ci eravamo fatta un’opinione, e non siamo ora disposti a liquidarla nell’ “imbecillità”, o a subordinarla alla contrapposizione politica. Siamo costretti in questo caso a riflettere, a cercare di capire cosa significhi realmente quel gesto per chi lo ha compiuto. Salvo accorgerci subito, se chi ha scritto appartiene ad un’altra generazione, di non avere in mano alcuno strumento adatto alla comprensione.
Questa esperienza dalle mie parti l’abbiamo fatta di recente. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo dovuto ammettere che pur vivendo un rapporto intergenerazionale apparentemente molto aperto, quale solo l’ambiente di un piccolo paese può consentire, non conosciamo affatto i nostri “fratelli minori”. Non siamo in grado di capire, cioè, al di là del fatto contingente delle scritte, che senso diano a tutto il resto, che progetti, che ideali, che modelli vadano perseguendo. E questo è grave. Perché anche qui è da cercare, almeno in parte, la spiegazione del sostanziale fallimento dei nostri sforzi per ridare fiato alla sinistra.
Cosa fare allora? Intanto possiamo tranquillamente evitarci di indagare o dibattere sulle caratteristiche psicosociali del “fascetto”. Ci pensa già l’Espresso a giocare su queste cose e a dedurne grottesche tipologie. Dobbiamo evitarlo sia perché si tratta oggettivamente di idiozie, sia anche perché il problema non può restare circoscritto alla presenza del neofascismo giovanile: deve allargarsi all’assenza sempre più diffusa di un impegno a sinistra, ai moventi di quello che appare, o si vuol fare apparire, come il “vuoto ideologico” della nuova generazione.
Certo, in questa prospettiva il discorso corre il rischio di diventare ingovernabile, ed al tempo stesso inutile. Ma a noi in realtà non serve esplorare i meandri della psicologia giovanile: per il momento sarebbe già sufficiente capire attorno a cosa o a chi si aggregano questi ragazzi, e come. I “perché” sono con ogni probabilità al di là della nostra portata (ma anche di coloro che ne sproloquiano in veste ufficiale). In questo senso azzardo alcune considerazioni, senz’altro troppo semplificatorie, che possono tuttavia servire da traccia per riflessioni future più serie.
Credo che i momenti primari di aggregazione siano ancora quelli propri alla generazione precedente: scuola, lavoro, vacanza, politica, musica, sport (in un ordine di importanza che varia a seconda delle situazioni specifiche). Mi sembra radicalmente cambiato, invece, l’atteggiamento nei confronti di ciascuno di questi momenti: vale a dire il modo di viverlo, di concepirlo, di utilizzarlo.
Prendiamo il caso della musica, che mi sembra prestarsi a possibilità più immediate di esemplificazione. Prescindendo dalla qualità dell’odierno “prodotto” musicale (che proprio in quanto prodotto vanifica le scale di valori, care purtroppo anche a gran parte della sinistra), è certo che le modalità di fruizione della musica, così come i significati che in essa si cercano o ad essa si attribuiscono sono profondamente diversi da quelli degli anni ‘60. Lo dimostra se non altro il venir meno di un fenomeno che aveva caratterizzato quel decennio, quello della proliferazione di piccole formazioni musicali di ispirazione rock, pop o jazzistica.
Alla base di quel fenomeno c’era senz’altro la spinta della moda di importazione anglosassone, l’illusione del facile e rapido successo, molto provincialismo musicale, nel senso di un bagaglio tecnico e di idee spesso del tutto inadeguato: ma c’era anche una legione di praticanti, di esecutori, più o meno bravi, animati dalla voglia di fare musica insieme. Non solo: c’era anche la specifica esigenza dei semplici ascoltatori di vivere “direttamente” la musica, buona o pessima che fosse, di essere coinvolti e partecipi dell’esecuzione (ricreando quella che Adorno, in relazione alla musica del salotto borghese, chiama “aura”). La musica insomma era fatta ed ascoltata come pretesto per una eccitazione ed una liberazione collettiva: questo almeno nelle intenzioni. Se poi il risultato, all’atto pratico, andasse in una direzione diversa e fosse alienante non ha importanza ai fini di quello che stiamo cercando. Sta di fatto che il concerto dal vivo appariva l’espressione musicale più compiuta, ed era vissuto come l’equivalente della manifestazione, quando non diventava il pretesto per la stessa.
La disposizione odierna appare invece improntata alla passività e alla chiusura. Il far musica è delegato agli specialisti, l’ascolto mira più allo stordimento e all’estraniamento che non all’ eccitazione. È il caso della musica da discoteca, per la quale fondamentale è il volume di emissione, che innalza una barriera acustica impenetrabile; ma è il caso anche dell’ascolto “stereofonico”, incentrato sulla perfezione tecnica a livello di esecuzione e di riproduzione. Questo tipo di ascolto ha da essere necessariamente il più possibile “privato”, individuale o ristretto ad una piccola cerchia. È refrattario ad ogni partecipazione emozionale, presume silenzio e compostezza. D’altra parte, il rilancio dei concerti di massa, tentato la scorsa estate, si è dimostrato fallimentare: e comunque, al di là della disaffezione dimostrata dal pubblico, sono venute a galla una impostazione organizzativa ed un tipo di partecipazione ben diverse. I luoghi deputati all’ascolto sono ormai altri, spesso connessi alla vanità delle mode (l’impianto stereofonico in macchina, quando non sulla “Vespa”) e sempre scarsamente idonei alla socializzazione.
Considerazioni pressoché analoghe si potrebbero fare per lo sport, la scuola, le vacanze, ecc… La tendenza generale rilevabile in rapporto a questi, ma anche ad altri, nuovi, momenti di aggregazione (la passione motoristica, lo spinello, ecc …) è la stessa; paradossalmente, essi appaiono sempre più come luoghi o occasioni ulteriori di disgregazione, di solitudine e isolamento, ricercato o coatto. Questi ragazzi sono sempre più soli nella scuola, dove il “rinnovato ardore per gli studi” maschera solo una desolante carica antagonistica innescata dalla paura della disoccupazione; sono più soli in una pratica sportiva che tende a privilegiare i livelli specialistici, nella vacanza che deve forzatamente connotarsi (in direzione intelligente o freak o alternativa, ecc…, col risultato di essere tutto tranne una vacanza), nel frastuono del gruppo che cavalca le Vespe, nell’intimità dei club dello spinello o nello squallore dei cessi ferroviari, alla ricerca dei paradisi artificiali.
Sono infine più che mai soli nella ricerca di una identità e di un significato politico. In effetti, come fenomeno aggregante la partecipazione al gruppo o all’attività politica ha perso ogni vitalità. I ragazzi sono respinti sulla soglia dal clima di sbando, dalla confusione, dalle meschinità che il vuoto di idee e di prassi fa risaltare. E il loro conseguente disinteresse non investe solo la politica di vertice, quella che passa per i telegiornali, o gli annosi dibattiti ideologici, ma si allarga anche alle manifestazioni che potrebbero sembrare più vive e coinvolgenti: la politica locale, i problemi della scuola e del lavoro, ecc… Quelli che qualche interesse in proposito lo conservano, se non optano per la carriera nei ranghi di partito sembrano preferire soluzioni di semiclandestinità, meno impegnative (e scoccianti) agli occhi dei coetanei. Normalmente non parlano di politica, non sentono il bisogno di discutere le loro idee: preferiscono una segretezza che è in fondo una rivendicazione di individualità. O almeno lo sembra. Quando c’è comunicazione, essa avviene in ambiti ristretti. Attira l’idea di appartenere ad un gruppo esoterico, minoritario, chiuso; non si è tenuti a vivere e a professare le proprie idee nel quotidiano, ci si ritaglia semplicemente uno spazio ed un tempo politici ben delimitati.
In questo senso la scelta di una militanza a sinistra è senz’altro meno facile. Comporta un livello, sia pur minimo, di impegno anche nel quotidiano, e quindi una rinuncia o una presa di distanza nei confronti dei modelli correnti, pena l’esporsi alle accuse di incoerenza (“il privato è politico” non paga più molto). Su una personalità in formazione questi elementi hanno il loro peso: non saranno determinanti, senz’altro, ma spesso contribuiscono a favorire l’abbraccio di posizioni che in fondo non sono affatto capite o condivise. Basta magari una piccola spinta dall’esterno, la suggestione esercitata dall’adulto o dal compagno di scuola al momento giusto. E qui torniamo in ballo noi. La sinistra, al di là delle sclerotiche strutture giovanili dei partiti storici, prive di ogni credibilità, brilla per la sua assenza rispetto a questi particolari momenti. Non ha quindi diritto di stupirsi e di lamentarsi: perché, a differenza di quanto succede tra i compagni in crisi o rifluenti, che non hanno più il tempo di guardarsi attorno tanto sono impegnati a tastarsi, analizzarsi, commiserarsi interiormente, c’è dall’altro versante chi si da molto da fare. Coi risultati che abbiamo davanti agli occhi, e che vanno dalle stragi alle svastiche sui muri dei nostri paesi addormentati. Per forza: a furia di autoconvincerci che non dovevano più esserci missionari abbiamo lasciato il terreno ai miscredenti.
Mi permetto ancora un breve intervento su quello che avrebbe dovuto essere il dibattito sullo stato della nuova sinistra e sul suo ruolo, auspicato e lanciato qualche mese fa da questo giornale. Dico “avrebbe dovuto essere”, perché in effetti l’iniziativa si è arenata subito, e al momento sembra che i compagni non abbiano alcuna intenzione di farla marciare.
Ora, non mi nascondo che la cosa potrebbe anche sembrare positiva, visto che i dibattiti, assieme al colera, alle inchieste e ai congressi vanno ormai annoverati tra le calamità endemiche del nostro paese, e che ci si “dibatte” a sinistra, al centro, nel sindacato, sull’ecologia, sulla masturbazione, sulla Panda, ecc… , coi risultati che si conoscono. Sono anche convinto che sia senz’altro difficile prendere ancora seriamente in considerazione uno “strumento d’analisi” che è stato usato persino da Craxi (!!), quando faceva Livingstone alla ricerca delle sorgenti ideologiche del suo partito (le ha poi ritrovate nel petrolio arabo). In linea di massima, quindi, ogni dibattito che non si fa potrebbe essere considerato un successo, un trionfo del buon senso e della serietà. E tuttavia, confesso di aver nutrito una mezza speranza che questa volta la noia e il sospetto, e soprattutto quel pizzico di “puzza al naso” che la banalizzazione e l’abuso osceno del dibattere hanno indotto, potessero essere ancora superati. Credevo cioè che di fronte alla possibilità di dimostrare come il riflusso abbia portato con sé solo i sugheri i compagni si sarebbero sentiti stimolati ad un ripensamento e ad un tentativo serio di analisi sul perché e sul come del loro essere nella sinistra.
Forse mi ero fatto delle illusioni, forse, va a sapere, il ripensamento si presenta ponderoso, e allora dobbiamo aspettarci, senza fretta, dei parti teorici di grossa levatura. Vorrei sperarlo: ma in verità ci credo poco. Ho l’impressione invece che la sfiducia e l’afasia si siano veramente impadronite dei compagni. Che anche coloro che non si sono dati alla meditazione trascendentale o all’apicoltura intensiva siano ridotti ad una militanza abitudinaria, vadano avanti per forza d’inerzia.
L’impressione non nasce solo da questo fatto assolutamente contingente del mancato dibattito: si è maturata anche nei contatti personali, negli incontri, nei tentativi di aggancio, di ricostituzione di un tessuto umano e politico della nuova sinistra locale meno sfilacciato di quello attuale. C’è molta stanchezza, veramente, in giro. Si incontra troppa gente che non capisce come per uscire da questo torpore occorra riscoprire la necessità, magari anche solo ad uso personale, dell’impegno concreto, rivedendone senz’altro i termini, legandolo al privato quanto si vuole, evitando di connotarlo in senso missionario o penitenziale, ma dando un senso a questa benedetta esistenza, a questo trascorrere dei giorni e delle leggi speciali.
E molti hanno magari paura di fare discorsi inutili, o scontati, o utopistici, e per questo non parlano. È anche vero, ci sono già quelli che parlano troppo e inutilmente, basta accendere il televisore o aprire un qualsiasi giornale: ma non è diventando muti che li si combatte. Diventando muti li si lascia solo parlare. e anche se dicono cazzate diventano loro i padroni del discorso. Invece bisogna togliere loro la parola proprio parlando, gridando, sussurrando, sibilando, usando il linguaggio in tutte le sue potenzialità, distruttive e creative. Parlando soprattutto tra noi, incontrandoci, discutendo, dibattendo. Può darsi che serva a poco o niente, ma cristo, perlomeno ci si prova.
Bisogna ritrovare la forza di arrabbiarsi. Ogni volta che appaiono Andreotti o Longo o Emilio Fede o Costanzo o tutti gli altri sul video le viscere debbono rivoltarsi, il cibo deve andare di traverso, il colesterolo deve salire; ogni volta che leggiamo le loro dichiarazioni o i commenti alle loro dichiarazioni sul giornale un senso di nausea deve scendere fino al nostro stomaco. Se ci abituiamo a digerirli con il cappuccino o con la cena siamo spacciati. Loro non cercano altro: vogliono essere assimilati. Gliene frega assai del consenso: quello è un problema che al più può ancora interessare Berlinguer. Non vivono mica sul consenso: vivono sulla paura, sull’ignoranza, sugli interessi capillarmente diffusi, sulla malafede e sulla rassegnazione e sui silenzi nostri.
Che c’entra questo col dibattito? C’entra eccome! Il dibattito dovrebbe servire se non altro a scaldarci, a risvegliarci, a rispolverare vecchie ire e vecchie speranze, a mandare in culo il telegiornale, il tam tam e il telefilm serale, a riprendere contatto con la realtà senza esserne fagocitati o annichiliti, vedendola non come ciò che è e si impone, ma come ciò che va cambiato. A trovare, nella coincidenza o nella discordanza d’idee con altri compagni, stimoli e indicazioni. A ridarci un parametro sul quale misurare e rifiutare e irridere i vaniloqui dei segretari politici, delle triadi sindacali, dei sommi pontefici, dei procuratori capi e via dicendo.
Quanto ai primi interventi, magari erano poco stimolanti, presuntuosi, vaghi, noiosi, tutto quel che si vuole. Ma c’erano, che diavolo, non fosse altro per essere controbattuti o ridicolizzati; insomma, un senso, positivo o negativo, lo avevano, una indicazione, da elaborare o da rifiutare, la davano. Invece, niente! Sembra che chiunque possa ormai azzardare qualsiasi oscenità, fare qualsiasi proposta, non succede niente! E allora questo spiega tutto: spiega Piccoli ed Evangelisti, spiega il morto quotidiano da eroina e tutto il resto. Che sia davvero già troppo tardi?
Questo intervento è apparso sulla rivista “CONTRO” nel 1979, anche se il tono e l’uso di termini come “compagni” parrebbero farlo risalire a qualche decina d’anni prima. Lo ripropongo perché in realtà trovo significativo constatare come i problemi, al netto dei contesti e della forma in cui erano espressi, siano rimasti per la sinistra esattamente gli stessi. Diversi eravamo solo noi.
Nell’editoriale di apertura dell’ultimo numero di CONTRO (ottobre 1979) compagni e simpatizzanti erano sollecitati a rilanciare il dibattito e la riflessione all’interno della sinistra. Crediamo che questo invito non andrà deserto. Esso rappresenta infatti un’esigenza che tutti, in questo momento, sentiamo profonda dentro di noi e diffusa attorno a noi. Soprattutto, la interpreta nei termini nuovi in cui questa esigenza si pone: vale a dire come bisogno di prendere le distanze dalle vane e assurde beghe ideologiche che hanno caratterizzato la cultura “progressista” negli ultimi tempi, di dare finalmente alla nuova sinistra un’identità non ricalcata su velleitari modelli esotici, di costruire un nuovo rapporto attraverso e in funzione di una presenza più concreta nella dinamica politica e sociale del paese.
Una seria riflessione sullo stato e sugli obiettivi odierni della sinistra non può esimersi, a mio giudizio, da uno sforzo preventivo di chiarimento e di intesa sul valore stesso del termine “sinistra”. Non si tratta di trovare la formula che risolva un secolo e mezzo di dibattiti, di incomprensioni o di vere e proprie lotte: più semplicemente, vanno individuati punti di riferimento comuni che consentano di discutere e di lavorare assieme senza equivoci. Per questo motivo è necessario riprendere e ribadire concetti che possono apparire scontati e acquisiti: me ne scuso in anticipo, ma ritengo che ciò giovi alla chiarezza.
È scontato, ad esempio, che le grandi formazioni partitiche tradizionalmente legate alla classe lavoratrice non esauriscono oggi, come non hanno mai esaurito, il potenziale di prassi e di teorizzazione politica implicito nell’essere “a sinistra”. Addirittura, i partiti storici, in quanto coautori dell’attuale forma di dominio politico, sono entrati in simbiosi col sistema ed hanno finito per farsi garanti della sua sopravvivenza. E tuttavia, nell’ottica dell’esercizio di una opposizione concreta o alla ricerca di un’alternativa di potere a scadenze non troppo remote non si può prescindere dall’esistenza di queste forze e dalla necessità di instaurare con esse un rapporto non ambiguo e non puramente tattico. Ci si deve allora chiedere entro quali confini e su che basi può muoversi la ricerca di una intesa, ovvero, per arrivare ad una enunciazione meno sfumata del problema, quali tra queste forze sono recuperabili in un progetto di rifondazione della sinistra, e in che misura. Né meno urgenti sono un confronto ed una chiarificazione su questo piano con altre forme organizzate che percorrono vie diverse ed originali ai margini della sinistra storica, dal radicalismo all’Autonomia.
È anche scontato che la connotazione “di sinistra” non copre un’area ideologica omogenea e perfettamente definita nei suoi contorni. Ad un “pensiero di sinistra” sono grosso modo rivendicabili tutte le teorie socio-economiche esprimenti il rifiuto del modo di produzione capitalistico e del tipo di organizzazione sociale che ne consegue, e informate alla prospettiva di una società non classista (quest’ultima condizione costituendo la discriminante primaria nei confronti delle altre forme di anticapitalismo, cattolico o laico di destra, che ipotizzano invece un ordinamento societario gerarchizzato).
Dobbiamo tuttavia chiederci se rientrano in esso (e nel caso, in che misura) anche quelle posizioni che il rifiuto intendono in termini non fattivamente antagonistici, ma come difesa (movimenti ecologici) o addirittura come fuga ed estraniamento (dal fenomeno hippie ai periodici revivals orientalistici). In questo senso sarebbe opportuna, ad esempio, una riflessione meno superficiale sul movimento nordamericano degli anni sessanta e sui suoi esiti attuali, che sappia scorgervi la prefigurazione delle tendenze involutive della sinistra in uno stadio di avanzata realizzazione del modello sociale capitalistico (naturalmente, fatte le debite distinzioni…).
Niente affatto scontata, invece, e quindi tanto più necessaria, mi sembra la presa di coscienza nei confronti di alcune realtà sino ad oggi testardamente ignorate in nome di vecchi miti: primo tra tutte il processo di uniformazione che il capitale, nel suo aspetto totalizzante, ha innescato. Mi riferisco alla dissoluzione, sia pure per il momento limitata al piano formale e operante su scale diversificate, dei confini di classe rispetto alla nuova attività primaria, quella del consumo. È su questa base ormai che il capitale tende a perpetuare il suo dominio. Anche lo sfruttamento della forza-lavoro è destinato a passare in second’ordine, dal momento che il capitale comincia già a fare ricorso, per la soddisfazione delle sue esigenze produttive, all’alta tecnologia della robotizzazione e dell’automazione. Esso mira a sviluppare nei propri confronti un nuovo tipo di subordinazione, consensuale, incentivando un consumo opportunamente caricato di valenze indotte (prestigio sociale, “realizzazione”, liberazione ecc…). La devalorizzazione della forza-lavoro e il carattere antagonistico del consumo fanno emergere nell’ambito della classe lavoratrice atteggiamenti corporativistici che sono il primo passo verso la dissoluzione della classe in sé e verso una sorta di atomizzazione sociale.
A questo proposito va riesaminato criticamente, ad esempio, il ruolo dei sindacati, che barattando troppo spesso l’utile immediato, magari anche in termini di potere contrattuale, con l’assecondamento di queste tendenze, hanno funto da cinghie di trasmissione del nuovo meccanismo capitalistico. E va accettato il fatto che lo scontro non si dà più immediatamente tra le classi, ma tra il capitale autonomizzato, mirante ad una superiore razionalità distributivo-consumistica, e la coscienza che questa operazione, una volta permessa, è irreversibile: coscienza che non è più di classe, ma postula altre determinazioni, meno automatiche, dell’ “essere a sinistra”.
Un’ulteriore conferma di questa nuova realtà ci viene, se ce ne fosse bisogno, proprio in questi giorni da Torino: sono esempi clamorosi di scarsa combattività operaia e delle forme esasperate in cui la combattività residua è costretta a esprimersi nelle minoranze. Ma lo stravolgimento di significato degli strumenti tradizionali di lotta è un dato su cui da tempo si sarebbe dovuto riflettere maggiormente. Fino agli anni sessanta ogni sciopero costituiva un momento di aggregazione allargato a tutti gli altri spezzoni della classe operaia. La lotta tendeva con facilità a generalizzarsi, nelle componenti come negli obiettivi. Oggi non possiamo nasconderci che lo sciopero sortisce in realtà effetti disgreganti: ogni categoria si sente danneggiata, più che stimolata, dalla lotta delle altre: e proprio su questi presupposti riesce a passare un discorso sino a qualche tempo fa inconcepibile, come quello dell’autoregolamentazione. D’altro canto, gli stessi scioperi generali e nazionali non sono più un’espressione di lotta economica e sociale, ma vengono usati come strumento di dissuasione o di spinta nelle situazioni di stallo politico. da momento più alto della conflittualità spontanea essi sono diventati il paradigma della involuzione burocratica.
A volerli cogliere, comunque, gli indizi di questa perdita di fiato dell’opposizione tradizionale sono infiniti, non ultimo quello della resa della protesta giovanile, del suo incanalamento in direzione iperconsumistica (e in ciò il capitale ha potuto giovarsi anche della ingenua complicità di frange della nuova sinistra, Lotta Continua in testa), ecc…
Mi rendo conto che queste note circa ciò che la sinistra non è, o non è più, rimangono vaghe e possono dare luogo ad interpretazioni distorte. Esse tuttavia si pongono soltanto come spunti per il dibattito e confidano nella volontà e nella capacità di non fraintendere da parte di chi al dibattito stesso è interessato. Lo stesso vale per le brevi considerazioni su ciò che ritengo la sinistra dovrebbe essere.
Sinistra è innanzitutto un modo di pensare, di agire, di essere con se stessi e con gli altri. Una militanza quindi che non ha confini privati o politici, non nel senso che all’una dimensione vada sacrificato tutto il resto, né nell’ottica di un recupero a dimensione politica di qualsiasi forma d’espressione (per intenderci, non ha niente a che fare con la sinistra non solo il “bucarsi” ma anche il drogarsi intellettualmente con qualsivoglia forma di fanatismo intellettuale, sportivo, musicale, ecc…). Una militanza che non conosce riflussi, fondata sulla convinzione che il miglior modo di preparare la via alla società socialista sia quello di vivere già, nell’arco del possibile, i rapporti umani ipotizzabili in tale società.
In questo senso sinistra è quindi capirsi, in primo luogo farsi capire (e ciò dovrebbe valere tanto più in questo dibattito): un problema di linguaggio, anche nel senso più esteso, ma insisterei soprattutto nel senso più elementare del termine. Quella che si autodefinisce “cultura progressista” ha finito infatti per adottare un linguaggio esoterico e cifrato, e per creare emarginati di doppio tipo: da un lato chi parla, portato a privilegiare se stesso come interlocutore, a “sentirsi parlare” e quindi a perdere il contatto con chi ascolta: dall’altro quest’ultimo, che o reagisce passivamente, fingendo di capire ciò che non capisce (anche perché spesso non c’è niente da capire) o si volge a ciò che gli riesce più accessibile (mi riferisco soprattutto alle giovanissime generazioni, alle quali la scolarizzazione di massa non ha offerto molto sotto il profilo dell’arricchimento linguistico, e che si lasciano facilmente sedurre dalla semplicità del linguaggio televisivo –ma anche di quello concertistico, ecc…).
Il problema del linguaggio della sinistra va visto senza dubbio nel contesto più generale di una cultura ormai volta a funzioni prevalentemente decorative, all’interno della quale è già in fase avanzata il processo di omogeneizzazione. La verità è che dal punto di vista intellettuale è diventato difficile ormai distinguere una destra da una sinistra. Il caso dei “nuovi filosofi” e dell’uso indiscriminato che essi fanno di categorie un tempo esclusive dell’una o dell’altra parte ne è l’esempio più clamoroso. Quindi l’adozione generalizzata di forme espressive appunto esoteriche, proprie di una cultura elitaria, aristocratica, risponde ad una effettiva crisi di identità della cultura progressista. Essa troppo spesso soccombe alla propria mercificazione, degradandosi a prodotto di pronto consumo per il quale è più importante la confezione che non la sostanza (SPIRALI e compagnia). Anche in presenza di una maggiore serietà di intenti le cose cambiano poco. Riviste sul tipo di AUT AUT, che si candidano ad avanguardia culturale della sinistra, attuano in realtà un uso terroristico del linguaggio, impiegando veri e propri cifrari specialistici in relazione a concetti già di per sé tutt’altro che accessibili. In fondo, anche questo erigersi attorno una barriera linguistica è uno stratagemma per non confrontarsi con lo sfacelo delle idee.
Di fronte a questa babele, “sinistra” è quindi un’apertura ed una umiltà intellettuale che consenta di attingere criticamente a ciò che dalle più svariate direzioni può venire, e di usarlo senza preconcetti. Non si tratta di essere onnivori, ché in questa direzione il capitale ci dà comunque dei punti. Si tratta invece di raggiungere una maturità che ci consenta di aggirarci senza scudi ideologici, ma anche con una certa impermeabilità alle facili suggestioni, nel magma culturale odierno, e di trarne alimento. In questo senso si impone, ad esempio, il superamento di quella forma mentis determinata dalla chiusura degli sbocchi rivoluzionari in occidente e dalle delusioni relative all’URSS, che spingeva a cercare modelli e spunti nelle aree non ancora colonizzate dal capitale. Anche se a partire dal ‘68 essa ha subito un ridimensionamento, resta ancora vivo una sorta di rifiuto moralistico per tutto ciò che col capitale ha attinenza, ciò che impedisce di scorgere la possibilità di un uso alternativo dei prodotti (culturali o materiali) del capitale stesso.
Sinistra è infine un sacco di altre cose, più precise e più pregnanti probabilmente di queste accennate: esse troveranno spazio senza dubbio negli altri interventi. Su di una cosa soltanto credo di dover insistere e di dover chiedere un unanime consenso: sulla speranza che la sinistra non sia ancora morta, anche se il coma minaccia di diventare profondo.