Una dose di pensiero divergente

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.

Collezione di licheni bottone

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Il bibliomane di serie B

di Paolo Repetto, 30 aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Prima di affrontare le derive maniacali della bibliofilia sono andato ad accertarmi che non ci avesse già pensato Umberto Eco. Che lo avesse fatto, in realtà, ero sicuro: dovevo solo verificare la piega che aveva data al discorso, e se rimaneva qualche margine.

Come sospettavo Eco aveva già trattato il tema addirittura in una lectio magistralis alla Fiera del libro di Torino (ma anche in sacco d’altre occasioni), dicendo molte delle cose che avrei voluto dire io, e facendolo naturalmente meglio. Ma un margine lo ha lasciato, perché nei suoi interventi parla di una cosa un po’ diversa da quella che io avevo in mente. Eco fa infatti riferimento alla bibliofilia come è classicamente intesa, ovvero all’amore per i testi rari o per quelli in qualche modo impreziositi da fattori estrinseci (autografi, dediche, annotazioni, oppure prime edizioni, tirature ritirate dal commercio, ecc.). Io invece vorrei trattare di qualcosa di molto più terra terra, che nulla ha a che vedere col valore antiquario o con qualsiasi altro “plusvalore” caricato sulle opere. Esiste anche una patologia secondaria, decisamente più a buon mercato.

In sostanza, la domanda che mi pongo è: cosa induce uno come me a crearsi una dotazione libraria che va ben oltre il possesso delle opere lette o di quelle che prevede ragionevolmente di leggere?

Per farmi capire parto da un esempio concreto. Proprio ieri ho preso a Borgo d’Ale una ventina di libri d’occasione (quasi tutti a un euro). Di questi volumi solo un paio comparivano da tempo tra i miei desiderata. Gli altri li ho acquistati per i motivi più diversi, che provo a sintetizzare.

Due sono libri di viaggi. Uno (Inuk) proprio non lo conoscevo. Fa parte di una vecchia collana Garzanti della quale avevo già trovato alcuni pezzi interessanti e che mi piacerebbe completare. In realtà non è propriamente un libro di viaggi, ma un piccolo saggio di antropologia. Il missionario che lo ha scritto ha comunque viaggiato molto nell’estremo Nord. L’altro (Colombo, Vespucci, Verrazzano) lo possedevo identico, ma è una bella edizione della UTET, e ho pensato che potrebbe essere gradito a qualcuno dei miei amici.

Quattro sono biografie: Le Memorie della mia vita di Giolitti, il Casanova di Gervaso nella edizione Rizzoli con cofanetto, una biografia di Matilde di Canossa e lo Stalin di Robert Conquest. È quasi certo che non avrò il tempo di leggerne nessuno: ma intanto, mentre nel pomeriggio restauravo gli sbreghi della sovracoperta del Giolitti gli ho dato un’occhiata, e ho trovato cose interessanti, che dovrò approfondire. Autobiografico è anche il racconto dell’esperienza del gulag che Gustav Herling fa in Un mondo a parte, e questo ho già iniziato a leggerlo (era tra quelli che cercavo).

Poi ci sono due volumi di Mark Twain, il Viaggio in paradiso e una raccolta di racconti (Lo straniero misterioso). Quest’ultimo già lo avevo in una edizione più recente ma non rilegata, che diventa ora disponibile per eventuali donazioni. Twain lo prendo ormai ad occhi chiusi, è una scoperta continua.

Altri due volumi riguardano la storia dell’ebraismo. Una ennesima Storia dell’antisemitismo, che ad un primo rapido assaggio ha promesso bene, e Vento Giallo, di David Grosmann, scritto ai tempi della prima intifada, prima ancora che Grosmann perdesse il figlio nel corso di un’azione militare. L’argomento, e i modi della sua trattazione, appaiono però tutt’altro che datati.

Ci sono poi un saggio su Hitler (Il mistero Hitler), uno sul fascismo rivoluzionario (La rivoluzione in camicia nera) e una storia del mondo miceneo. Il secondo è già sul mio comodino.

Tre sono monografie di una collana d’arte che sto ricomponendo poco alla volta (quella di Skira), e tre sono testi di filosofia: due di Bertrand Russell e uno di Popper. Russel è stato importante nella mia formazione: la sua Storia della filosofia occidentale mi aveva riconciliato col pensiero filosofico dopo le mezze delusioni del liceo: con Anarchismo, socialismo, sindacalismo mi aveva invece aiutato a guarire dalle infatuazioni politiche giovanili. Ora prendo i suoi libri quasi per dovere, e non tutti li leggo (questi sì, però, perché se conosco un po’ l’autore i Ritratti a memoria dovrebbero essere una fonte di gossip straordinaria, e i Saggi scettici una doccia di buon senso). Anche Popper, sia pure in una ristampa di Euroclub, non guasta mai.

Infine, quattro pezzi già presenti nella mia biblioteca in copie plurime. Una vecchia edizione dei Canti leopardiani, quella curata da Calcaterra, in una veste elegante e ben conservata, e che si impone comunque anche solo per l’apparato di note. Un Passaggio a nord-ovest un po’ ingiallito dal tempo ma molto vintage, con due splendide mappe nei retri della copertina; e da ultimi Foto di gruppo con signora e Il mestiere di vivere, nella edizione einaudiana rilegata grigia, che andrà a sostituire quelle in brossura. Potevo lasciarli lì?

Proviamo ora a fare un bilancio. C’è una logica, negli acquisti che ho fatto?

A prima vista no, assolutamente. Non disegnano alcun percorso, solo un procedere disordinato in cinquanta direzioni diverse, per nulla coerenti o conseguenti tra loro, e non rispondono ad alcun reale bisogno. La logica arriva dopo: si costruisce a posteriori.

Accade questo.

Se ho urgenza di un libro, il che significa semplicemente venire a conoscenza, attraverso recensioni o rimandi o indicazioni di amici, di un testo che può interessarmi, lo compro. Avendo abbastanza chiaro ciò che davvero può essermi utile, e non coltivando altre passioni dispendiose, me lo posso permettere. Questo è il dato positivo della mia condizione attuale: ma c’è anche un risvolto negativo.

Per molti anni il primo piacere procuratomi da un libro desiderato è stato quello dell’attesa. Mi crogiolavo in calcoli e ricalcoli per farlo rientrare in budget sempre troppo ristretti. Ai tempi del liceo stornavo in letteratura gli striminziti buoni-pasto che i miei mi passavano per i due giorni di rientro scolastico pomeridiano (mi rifacevo abbondantemente con la cena). Poi, con una famiglia sulle spalle e una vita ancor tutta da costruire, ho istituito una voce di spesa da coprire con entrate straordinarie, che erano tali solo in quanto tutt’altro che frequenti, e soprattutto con tagli ai bisogni superflui (il gioco consisteva nel far sembrare superflui i bisogni). In questo modo un ulteriore godimento arrivava, al momento dell’acquisto, dalla sensazione di possedere qualcosa che in realtà non avrei potuto permettermi.

Nel frattempo avevo affinato tutta una serie di altre strategie, amici o amiche impiegati in grandi case editrici che mi rifornivano del nuovo a metà prezzo, remainder’s, promozioni dei club del libro, librerie dell’usato, ecc., dando avvio a quella spirale per cui, a prezzo scontato, diventano appetibili anche le cose non “urgenti”.

Ebbene, questo alone di contorno oggi non c’è più. Continuo ad essere fissato col metà prezzo, sono quasi un azionista del Libraccio di Alessandria e spendo senz’altro il triplo di quanto spenderei in un rapporto normale con i libri, ma la magia, il godimento di tenere tra le mani ciò che sembrava fuori della mia portata, quello è scomparso.

Ho dovuto sostituirlo con qualcos’altro. E qui entrano in scena i mercatini. Come esiste una logica del mercato esiste anche una logica del mercatino. Nel mercato, come in libreria, vai a cercare di norma (almeno, quelli come me) il conosciuto: nel mercatino cerchi invece proprio l’inaspettato. Tu non sai di desiderare una copia del Don Chisciotte di grande formato, con illustrazioni ottocentesche: anche perché ne possiedi già due o tre edizioni diverse, una in lingua originale. E invece quando lo vedi lì, ad un prezzo irrisorio rispetto al suo reale valore, ti rendi conto che non puoi rischiare che vada a far tappezzeria in una casa nella quale i libri sono una suppellettile, o peggio ancora, finisca invenduto e rovinato dalle intemperie. Te lo porti a casa, e là comincia il vero problema, perché devi scovargli una collocazione adeguata, e questo significa mettere a soqquadro i ripiani della letteratura ispanica e riposizionare un sacco di volumi. Alla fine comunque una soluzione si trova sempre. E può anche accadere che ti venga voglia, mentre lo stai sfogliando e ti compiaci della tua buona azione, di rileggerlo daccapo, e di scoprire che è una cosa diversa da quella che ricordavi.

Il piacere sommo nasce però da un altro tipo di acquisizione. Mettiamo ad esempio che dalla bancarella ad un euro ti strizzi l’occhio I proscritti, di von Salomon. Ne hai sentito parlare, soprattutto come di un testo ostracizzato dall’establishment politicamente corretto, ma non avevi capito che si tratta di una sorta di autobiografia piuttosto che di un romanzo. Non lo avevi preso in considerazione proprio per questo motivo, e non per la presunta scorrettezza: al prezzo di un caffè, tuttavia, e visto il perfetto stato del volume, lo si può imbarcare. A casa naturalmente lo sfogli, e ti rendi conto che hai in mano una di quelle storie nelle quali potrebbe comparire all’improvviso Corto Maltese, di quelle mai raccontate, o che comunque non hai mai trovato nella storiografia ufficiale. Finisce che il libro lo divori, ma solo per avvertire una nuova fame. Per la breccia aperta su un periodo e su un’area che conoscevi solo confusamente passano delle sinapsi, si attiva un circuito, si affollano le reminiscenze, tornano alla mente altri titoli che potrebbero avvalorare o ampliare quel racconto. Non solo. Ti accorgi anche che la vicenda incrocia in più punti percorsi già intrapresi molti anni fa, e va insomma ad integrare, ad infittire la rete di connessioni che copre sempre più strettamente gli scaffali della tua biblioteca.

Rinvenimenti di questo tipo mi mandano in fibrillazione. È come quando acquisti un attrezzo agricolo nuovo. Appena mi sono dotato, recentemente, di una motosega leggera, di quelle che si usano con una sola mano, ho scoperto attorno a me tutto un mondo vegetale che chiedeva di essere potato, capitozzato, sistemato. Mi sono aggirato per due giorni nel bosco e nel frutteto invaso da un sacro fuoco amputatorio. Ho dovuto frenare l’entusiasmo per non cimare anche gli steccati e i pali delle pergole. Allo stesso modo, un libro apparentemente superfluo può resuscitarne mille altri.

In alcuni casi certamente l’acquisizione non è del tutto casuale. Si tratta spesso di libri che consideravi “minori” o marginali rispetto ai tuoi interessi, ma che comunque già avevano con quelli una connessione. Per altri invece la sorpresa è totale: sono cose che magari hai preso solo per arrivare ad una cifra tonda, e appena varcata la soglia dello studio cominciano inaspettatamente a dialogare a destra e a sinistra con i vicini di ripiano.

 

Si è ribaltato tutto. Questo è accaduto. Prima l’offerta rispondeva a uno stimolo, ora lo crea. A ben considerare è il meccanismo tipico della società dei consumi (compreso il tre per due euro), che induce bulimia, eccita la curiosità, anziché soddisfarla, e porta alla dispersione. Ma non è del tutto così. Perché i libri, o almeno i libri che raccolgo io, non sono un prodotto usa e getta. Al contrario, li recupero dagli scarti nei quali qualcuno li aveva gettati, li sottraggo al macero, in vista di un “consumo”, anzi, di un impiego, molto lento. E si integrano perfettamente nella polifonia che arriva dai miei scaffali.

Ecco che una logica si disegna: prendo solo ciò che “sento” essere possibili tessere di quel grande mosaico del sapere che ho in testa, dalle quali mi attendo frammenti di immagine inaspettati e rivelatori. Ogni nuovo tassello contribuisce a definire la mappa, ma non la completa: piuttosto la espande in altre direzioni.

 

 

È vero però che in questa bulimia gioca anche un’altra componente: la sindrome collezionistica, quantitativa. Ho tanti libri perché mi piace averne tanti, e per quanti già ne possieda, e a dispetto del fatto che non so più dove ficcarli, vorrei possederne di più. Un amico mi raccontò, mezzo secolo fa, di aver visto in casa di Franco Antonicelli oltre ventimila volumi, stipati per ogni dove, persino nel bagno (oggi sono patrimonio di una fondazione a lui intitolata). Di Antonicelli sapevo poco, ma quella rivelazione lo ha fatto balzare in testa alle mie classifiche: dove peraltro è rimasto, dopo che naturalmente mi sono affrettato a cercare notizie e a leggere le cose sue. Credo sia stato lui, indirettamente, a convincermi che quella era la mia strada. Ventimila era un numero molto alto, ma possibile. E così, una delle mete che mi proponevo a vent’anni era di arrivare a possedere una biblioteca come la sua.

Quando parlo di un movente “quantitativo” non intendo comunque un accumulo indiscriminato: la quantità è interna e funzionale ad una qualità. Da anni raccolgo ormai quasi solo saggistica, e non tutta. Per alcune aree il mio interesse è molto tiepido (l’economia) o quasi nullo (la psicanalisi, il mondo dello spettacolo, la critica d’arte “militante”, ecc.), ma anche negli altri ambiti sono alquanto selettivo. Ad esempio, non prenderei i libri di Zichichi o di Alberoni nemmeno se l’euro lo dessero a me.

La quantità ha anche una sua valenza estetica (in senso kantiano, di percezione sensoriale). Può sembrare strano ma è così. Paperone godeva a tuffarsi tra i dollari del suo deposito. Anch’io mi immergo, e godo a guardare i dorsi dei miei libri, che sono tante madeleine. L’unico rammarico è di non averli tutti in un’unica sala: potrei far scorrere lo sguardo ininterrottamente per ore, fermandolo ogni tanto, e dicendo: “Ah, eccoti!”

 

 

La coazione all’accumulo (librario), assieme all’origine contadina (o come diretta conseguenza di quest’ultima), è tra le ragioni che mi hanno sempre impedito di aderire convintamente ad ogni concezione “comunistica”. Come contadino non ho mai creduto nella collettivizzazione della terra, come giovane romantico inorridivo all’idea di una comunione delle donne, ma soprattutto come bibliofilo non potevo assolutamente concepire un possesso comune dei libri. E nemmeno ho fatto molto affidamento sulle biblioteche pubbliche (che peraltro dalle mie parti non esistevano). Quando un libro o un attrezzo per i lavori agricoli o per il fai da te mi servono voglio averli disponibili subito e a tempo indeterminato. Ho quindicimila libri (Antonicelli è ancora lontano, devo darmi una mossa o smettere di fumare, per cercare di campare altri vent’anni), tre motoseghe, tre trapani, due decespugliatori, una decina di serie di chiavi inglesi e cacciaviti e brugole di tutte le misure. Sono le mie protesi.

Ciò non mi ha comunque impedito di far circolare i miei libri (e di mettere a disposizione degli altri le mia attrezzature). Ho tenuto per anni un libro mastro dei prestiti, sono arrivato ad avere contemporaneamente in giro una sessantina di volumi, molti non li ho più visti tornare: ma questo non toglie che quei libri continuino ad essere miei. Quando non mi affanno troppo per riaverli è perché penso possano essere più utili a chi li ha in uso che a me: e in quel caso, se capita l’occasione, non ho problema a ricomprarli.

La cosa davvero importante, in definitiva, è che la tessera sia già stata inserita nel mosaico, abbia già coperto il suo spazio bianco, la sua piccola porzione di terra incognita. Parafrasando Ungaretti, è la mia testa la biblioteca più affollata.


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Mappe

di Paolo Repetto, aprile 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Nell’ultimo mese ho letto due libri che già nel titolo parlano di mappe: Le dieci mappe che spiegano il mondo e La storia del mondo in dodici mappe. Il primo tratta di geopolitica e individua dieci aree critiche, di possibile scontro futuro. Il secondo racconta invece come il mondo è stato rappresentato a partire dall’antichità, e spiega tanto le scelte di metodo nella rappresentazione quanto quelle di contenuto. Uno ci dice come siamo messi, l’altro come ci siamo arrivati.

Le mappe tirano (letteralmente): sono stati editi recentemente diversi atlanti dei paesi fantastici, dei luoghi sognati e di quelli letterari, dei luoghi maledetti e di quelli insoliti e curiosi, ecc …, che sono in realtà dei pretesti per cartografare la geografia del bizzarro. Ma in effetti, al di là della loro occasionale e transitoria popolarità, le mappe offrono una significativa metafora della nostra conoscenza, dei suoi progressi e dei suoi limiti (e, nei casi sopra citati, delle sue stravaganze).

Una mappa non è il mondo, ma è una descrizione del mondo. Riassume ciò che noi vediamo, o ci interessa vedere, o vorremmo vedere. Possiamo considerare mappe anche i modelli di rappresentazione visiva utilizzati in ogni tipo di scienza: il classico schema fisico dell’atomo o una sequenza del genoma arrivano a descrivere ciò che non potremo mai vedere. Come ogni descrizione, naturalmente, la mappa è più o meno ingannevole e imprecisa, e comunque sempre incompleta. Quella geografica può dirti ad esempio che distanza c’è tra un luogo e l’altro, se il territorio è pianeggiante o montuoso, se è savana o foresta o deserto, persino se in genere se piove o fa bello o è caldo o freddo, ma non ti dice se ci sono zanzare, o serpenti tra l’erba, o ponti traballanti, cose che ai fini del comportamento, dell’equipaggiamento e dei tempi di percorrenza da mettere in conto fa una bella differenza. Lo stesso vale per quelle scientifiche: anche le rappresentazioni visive della struttura del DNA o delle particelle atomiche non indicano uno stato della materia, fotografano un istante di un suo percorso.

Io volevo parlare però delle rappresentazioni grafiche, oggi anche quelle digitali, del territorio. Ho sempre amato le mappe, e le carte geografiche in generale, senza attendere che tornassero di moda. Ho disegnato quella de L’isola del tesoro già a otto anni, e ho scoperto sessant’anni dopo che Stevenson per scrivere il suo capolavoro era partito proprio da una mappa fantastica creata assieme al padre. Ho riempito album interi, alle elementari, cercando di ricostruire la topografia di Mompracem, ho imitato le cartine essenziali dell’Arizona disegnate da Galeppini per Tex, ho tracciato quelle dei percorsi di lunghe camminate negli Appennini e nelle Alpi. Oggi ho diversi scomparti pieni di carte stradali di tutto il mondo, di itinerari sentieristici dei parchi e delle vallate alpine, di carte nautiche e militari, di riproduzioni di antichi portolani, e più in generale di carte politiche e fisiche, di diverse epoche e su diverse scale (una, molto grande, rappresentante l’Europa e datata 1848, campeggia in una parete del mio studio), di planetari e di mappe del cielo di entrambi gli emisferi. Oltre naturalmente a innumerevoli atlanti, compresi quelli storici e quelli dedicati alla geografia fantastica.

Che senso ha questa passione? Voglio dire, al di là della mia specifica compulsione maniacale alla raccolta, cosa cerca uno in queste carte?

Credo che il tutto sia legato all’ansia del controllo totale (la sindrome di dio). Da quando ho capito, molto presto, che non avrei potuto comunque vedere tutto il mondo, cosa impossibile anche a volercisi dedicare a tempo pieno, ho risolto di concentrarmi sulla sua rappresentazione. Ho seguito in fondo l’esempio di Ariosto e ho preso alla lettera Schopenhauer: il mondo come rappresentazione, e anche come volontà, perché sulla mappa il mondo uno lo ricostruisce come vuole. Lo possiede, e allo stesso tempo se ne sta fuori. Un vero controllo si può esercitare solo dall’esterno. E solo su ciò di cui si è unici e assoluti creatori.

Al di là comunque dell’improbabile lettura psicanalitica, le carte hanno sempre esercitato su di me un’attrazione per il loro carattere illustrativo, iconografico, a partire dalle suggestioni cromatiche. In quelle grandi, scientifiche, segnatamente in quelle fisiche, a raccontare il mondo sono le diverse sfumature di colore, dal bruno al verde fino al giallastro dei deserti. Quando ancora tappezzavano le pareti delle aule le avevi davanti agli occhi tutti i giorni, per anni: non potevi uscire dalla quinta elementare senza avere impresse nella memoria le dorsali marrone scuro, con frequenti chiazze bianche, delle Montagne Rocciose e delle Ande, delle Alpi e dell’Himalaya, le linee azzurre del Nilo o del Rio delle Amazzoni, la macchia blu profondo della fossa delle Marianne. Anche il più zuccone dei miei compagni distingueva il Caucaso dai Pirenei, competenza che oggi non possiamo chiedere alla gran parte dei nostri parlamentari.

Lo stesso valeva per la geografia politica: credo esistesse per i colori da assegnare ai singoli stati una convenzione, per cui l’Italia era in genere verde, la Spagna gialla, la Francia marroncina e l’Inghilterra (ma anche la Svezia), chissà perché, rosa. Il più appropriato era il verde intenso dell’Irlanda, mentre alla Germania, est e ovest, veniva riservato un lilla molto anonimo.

Erano, tranne che per l’eccezione irlandese, sempre tonalità di colore decisamente tenui, per consentire la lettura delle scritte. Col tempo le tinte si sono sbiadite, e in una carta europea della metà del secolo scorso che ho recuperata in un mercatino il continente appare unificato da una colorazione quasi indifferenziata. Avrebbe potuto essere la metafora di un sogno, invece lo è soltanto della sua progressiva insignificanza. L’associazione cromatica facilitava comunque di molto il riconoscimento e la memorizzazione: nessuno confondeva la Cecoslovacchia gialla con l’Ungheria rosa (in questo caso ero convinto dipendesse dagli allevamenti di maiali). Ma bisogna ammettere che il quadro era molto più semplice, soprattutto nell’est europeo e nell’Asia centrale.

La convenzione si applicava naturalmente anche nelle carte d’Italia, nelle quali il rosa se lo assicuravano la Liguria e la Puglia, mentre il verde spettava di diritto nella variante più intensa alla Valle d’Aosta e in quella pastello alla Lombardia. Il Piemonte era vestito di un triste grigioverde, forse in memoria del militarismo sabaudo.

Guardare una carta, meglio ancora un planisfero, è come vedere il mondo da un satellite, ma in realtà è molto più coinvolgente, perché non ci sono nubi a nascondere la superfice e i colori sono netti e intensi, mentre dal vero si stenta a distinguere la terraferma dell’oceano. Ho visto alcuni nuovi atlanti corredati di carte ricavate dalla rilevazione fotografica, e sono un vero pianto: ci si capisce niente e non stimolano la fantasia. Viene meno proprio la caratteristica fondamentale della carta, che è quella di darti le indicazioni di massima e lasciarti poi libero di immaginare e ricostruire il tutto. Peggio che mai le mappe satellitari del web, che ti paracadutano direttamente nei luoghi, ancorandoti brutalmente alla realtà. Provate a visitare le cascate del Niagara o le Victoria Falls con Google Earth, magari in 3D: viste virtualmente perdono ogni fascino, ogni mistero. L’abissale ignoranza e l’assoluto disinteresse delle nuove generazioni per la geografia non sono casuali.

Nel tipo di rappresentazione geografica che maggiormente mi intriga ci sono però anche altre attrattive, peculiari soprattutto di quelle che più comunemente sono classificate appunto come mappe, per distinguerle dalle carte geografiche. Sto parlando di quelle cartine particolari, a volte molto schematiche, altre volte ricchissime, che non pretendono di fornire una qualche descrizione scientifica o politica del territorio, ma ne danno una interpretazione emozionale, dettata da paure, ambizioni, speranze, complotti, missioni. Quella dell’isola del tesoro è senz’altro la più famosa, ma potrei ricordare le decine di altre sulle quali ho viaggiato e fantasticato, da quella della Terra di Mezzo disegnata dallo stesso Tolkien alle carte redatte dal capitano Rogers in cerca del passaggio a nord-ovest, alle infinite varianti dell’isola di Utopia. Queste sono mappe animate, dove ogni elemento fisico diventa un segnale e un simbolo, ogni fiume un confine o una via, i sentieri portano al pericolo o alla salvezza. Ciò che in esse conta è che forniscano i dati veramente essenziali per costruire una determinata storia. I segni devono essere semplici, chiari, inequivocabili, indicazioni concrete per un orientamento a vista: qui le montagne, con le gobbette o piramidi, qui la foresta, con i tre alberelli, qui il fiume, col ponticello che lo attraversa o con le pietre del guado, là il villaggio o il fortino, e poi, finalmente, la fatidica crocetta che indica il tesoro (o la tana del nemico da espugnare). In alto a sinistra, o in basso a destra, la rosa dei venti.

A dieci anni ero già riconosciuto dal gruppo come cartografo ufficiale, qualifica che rafforzava la mia ambizione a guidare ogni banda paesana. Nessuno sapeva disegnare rose dei venti come le mie, o bruciacchiare i bordi della carta e antichizzarla col fumo e macchie di grasso, oppure ideare simboli e riferimenti segreti sempre nuovi. Mappavo tutto, e una volta, partendo da una carta in scala 1:5000 dell’IGM, ottenni una rappresentazione del territorio di Lerma che lo faceva sembrare il mondo di Narnia. Può apparire un’abilità di scarso rilievo, invece era fondamentale: c’è una bella differenza tra entrare nelle cantine del castello e avventurarsi nei sotterranei della Fortezza Maledetta, tra giocare nel boschetto della Cavalla ed essere dispersi nella Foresta Tenebrosa, tra fare il bagno al Piota e affrontare le Rapide della Morte.

Darei qualunque cosa per ritrovare quella mappa: nella memoria, e non solo nella mia, è impressa come un capolavoro. Forse anche perché è rimasta l’ultima, o forse perché più in là non si poteva davvero andare. Ma non si tratta solo di questo: il fatto è che c’erano indicati, con le crocette, anche i luoghi dove avevamo sepolto il tesoro, un sacchetto di monete fuori corso che magari oggi varrebbero una fortuna, e nascosto le armi, tra le quali anche il mio Bengala a canne sovrapposte. Che io sappia nessuno è più andato a recuperarli. Il tempo era scaduto.

Abbiamo seppellito un mondo e il pezzo migliore della nostra vita, e da allora, malgrado tutti gli sforzi, non siamo riusciti a ritrovarli. La verità è che, alla faccia del revivalismo, non siamo più capaci di leggere le mappe.


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Dell’arte come esemplarità

di Paolo Repetto, 2 maggio 2018

28 aprile 2018

bentrovato. sarò brevissimo. facendo seguito a quanto anticipato telefonicamente, sarebbe mia intenzione organizzare una mostra, non troppo convenzionale, avente come tema il dolore (ovviamente nelle molteplici accezioni e sfumature). Alcuni lavori sono già esistenti, altri in fase di realizzazione … e di condivisione … critica. Se a te facesse piacere sarei lieto di averti come compagno di avventura nelle vesti che tu ritieni più consone.

Ti allego il minicatalogo che ha realizzato mio figlio in occasione della mostra Artevicenza 2018 alla quale ho partecipato, confidando in un tuo contributo critico e, perché no, in un incoraggiamento (dato il momento …). Ti saluto e ti auguro un buon primo maggio. Roberto

Carissimo Roberto,

ho letto la tua mail e ho visto il catalogo, e stasera riesco finalmente a risponderti con un po’ di calma. Se ho capito bene gradiresti un mio coinvolgimento “critico” nell’iniziativa che stai varando. Sono senz’altro lusingato dall’offerta, ma devo manifestarti alcune perplessità, che non riguardano il merito delle tue opere, ma qualcosa di molto più complesso che sta loro alle spalle.

Da quello che ho visto, tu interpreti l’arte come una forma di testimonianza e di denuncia. Uno strumento per scuotere e svegliare le coscienze, per mantenerle vive e vigili di fronte al male del mondo. Non è un caso che il tema della tua ricerca sia il dolore. Tutto questo nelle intenzioni va benissimo. Ma, al di là della tua personalissima presa ed espressione di coscienza, che naturalmente ha comunque un valore di per sé, ritieni che negli altri possa sortire qualche effetto? E, ciò che soprattutto mi preme, che sia questo il senso dell’arte?

Io qualche dubbio lo avrei. Intanto, sugli effetti. Tutta l’arte contemporanea (la faccio iniziare dall’Espressionismo, ma volendo si può risalire anche un po’ indietro, agli impressionisti) si propone come arte di denuncia. In un primo momento solo dei limiti del nostro sguardo, poi dell’indifferenza o del sonno della nostra coscienza. Si è tradotta quindi in una operazione continua di avanguardia, il che se ci pensi bene è un controsenso, è l’equivalente di quella immagine manzoniana per cui se tutti si alzano in punta di piedi per vedere meglio è come se tutti rimanessero coi talloni a terra. Le avanguardie sono tali solo se dietro arriva il grosso: un esercito di sole avanguardie è un assurdo. Può scompigliare, se tutto va bene, momentaneamente il nemico. Se tutto va bene, dicevo: perché c’è anche il rischio che le avanguardie si disperdano nella loro fuga in avanti, e finiscano per fare una loro guerra sterile, diventando fini a se stesse e autoreferenziali. Soprattutto quando intervengono altri fattori, che nel nostro caso possono essere ad esempio la subordinazione alle regole di un mercato multiforme o la presenza di altre tecniche di produzione o di modalità d’uso dell’immagine che hanno un impatto ben maggiore.

Mi spiego meglio. Tu hai scelto come tema il dolore. Scelta lodevolissima, ce n’è tanto nel mondo e non ne abbiamo mai sufficiente coscienza. Per parlarne, per indurre alla riflessione, hai in mente una mostra, che è comunque un evento, e come tale rientra nel circuito di una serie infinita di eventi, molti dei quali peraltro incentrati sullo stesso tema (esiste, ho scoperto, anche un festival della disperazione). Non dico che ne fai biecamente “spettacolo” come nei salotti della tivù pomeridiana, o nelle spregevoli pubblicità delle fondazioni caritative: anzi, l’intento sarebbe esattamente l’opposto, sarebbe quello di incidere con un segno che non sia leggero e ruffiano, che urtichi magari chi lo vede e gli imponga di grattarsi l’anima attorno alla puntura. Ma quale pensi sia, in definitiva, il risultato? Siamo talmente sommersi da immagini e da speculazioni sul dolore, così come, allo stesso modo, sulle ferite all’ambiente, sulla violenza dilagante, sull’imbecillità trionfante, da esserci ormai assuefatti: e in più, anche quando rimaniamo consapevoli che tutta questa bruttura esiste realmente, che non è solo un ingrediente morboso per giochini virtuali, sappiamo che ci viene proposta attraverso le regole di un mercato, che viene trattata e commercializzata come un qualsiasi prodotto industriale da consumarsi alla veloce. Qualsiasi “evento”, mostra, festival, convegno di premi Nobel o sagra paesana, è uno scaffale da supermarket, allo stesso modo di una trasmissione televisiva o di un sito sul web, indipendentemente dal fatto che la merce esposta rechi un’etichetta col prezzo o meno.

Aspetta a sbuffare. So di dire cose ovvie, ma forse meno ovvia è la direzione verso la quale vado a parare. E comunque, a questo punto sarebbero legittime almeno un paio di tue obiezioni. Le anticipo io, così sgombriamo il terreno da fraintendimenti e arriviamo poi al punto chiave. La prima obiezione riguarda il fatto che l’arte è inserita da sempre, e non solo da oggi, in un circuito commerciale. Lo era ai tempi di Fidia, e prima ancora, così come lo è stata nel Rinascimento e in ogni altra epoca. È verissimo: l’artista ha sempre risposto alle richieste di committenti, fossero la chiesa o i potenti o i benestanti di turno. Forse oggi è cambiato solo il meccanismo, per cui è ormai l’offerta a condizionare la domanda, e ciò rende l’artista in apparenza più libero. Ma in realtà lo rende solo superfluo. Un tempo la funzione dell’artista era cruciale: era l’unico produttore di immagini, e quelle immagini avevano un potere comunicativo e condizionante immenso, quale che fosse la causa che promuovevano. Oggi la produzione di immagini è alla portata di tutti, e il moltiplicarsi di queste ultime ne cancella paradossalmente il peso.

Non solo: un tempo quelle immagini, proprio per lo scopo al quale erano subordinate, dovevano essere “accattivanti”. Dovevano piacere, prima e piuttosto che far pensare: tanto meglio funzionavano quanto più erano esteticamente gradevoli, ovvero accettabili rispetto al senso comune diffuso del “bello”. Persino quelle orrifiche, gli inferni di Bosch o i giudizi universali, giocavano sulla bellezza del contrappasso, dell’assurdo conclamato e speculare rispetto a quel senso comune. Erano comunque inserite in un gioco equilibrato di specchi, in trittici che risolvevano il male o la meschinità del reale entro una superiore armonia celeste. Alcune di quelle immagini finivano però per trascendere gli scopi della committenza, e qualche volta persino gli intenti dell’autore, per assumere e per trasmettere un significato che andava ben oltre le contingenze politiche e religiose e il sottofondo culturale nel quale erano nate. Per motivi diversi, ma tutti riconducibili poi ad uno soltanto, quelle immagini testimoniavano l’esistenza nell’animo degli uomini di una aspettativa di bellezza che vinceva il trascorrere del tempo e dei gusti. E su questo tornerò.

Passo invece alla seconda obiezione, che riguarda lo specifico della modalità espressiva. È chiaro, siamo assuefatti alle istantanee dell’orrore rubate dai reporter di guerra, ai documentari sulla miseria, sulla sofferenza, sull’ingiustizia, sulla violenza, sulla catastrofe ambientale al punto da riuscirne a volte persino infastiditi. Ma la pittura racconta in modo diverso: quella come la tua richiede ad esempio uno sforzo di decodificazione, di interpretazione, insomma, una complicità: non dovrebbe avere a che vedere con l’assuefazione alle immagini. Dovrebbe giocare sullo “scandalo” non dei contenuti, ma delle forme in cui questi contenuti vengono suggeriti. Di qui Burri e Manzoni, e le performance sadiche della Biennale o le “provocazioni” di Documenta, insomma, tutta quella roba li, concettuale o concettuosa o semplice paccottiglia, di cui si è riempito tutto il secondo Novecento. Ebbene, credi che qualcuno si scandalizzi ancora? Quando poi, quotidianamente, la realtà va ben oltre ogni possibile e pensabile provocazione, oltre ogni paventabile e profetizzabile orrore?

Questo a mio giudizio vale, pur con tutti i dovuti distinguo, anche per la tua scelta espressiva. Le tue piccole continue tracce ematiche escono sconfitte dalla quantità industriale di sangue sbattuto in faccia allo spettatore in una qualsiasi sequenza di un telefilm proposto all’ora dei pasti. D’accordo, il contesto è ben diverso, dovrebbero andare a contrapporsi proprio a quella esibizione spettacolare, grottesca e banalizzante del tragico: ma, non avertela a male, non è così. Non lo è più. Temo che le tue opere saranno digerite senza difficoltà alcuna da stomaci assuefatti a ben altro, e che non si andrà oltre il “mi piace”, il “non mi piace” o il “che cavolo mi rappresenta?”.

E questo ci porta al dunque. Non vorrei essere frainteso. Non ti sto dicendo di lasciar perdere e di dedicarti ad altro (l’ho fatto con un tuo compagno, si, proprio lui, Mirco, tanti anni fa, e ancora oggi ironicamente me lo rinfaccia – ma io rimango convinto di quel che dicevo). Sto semplicemente sostenendo che per me l’arte, oggi più che mai, dovrebbe tornare al suo vecchio ruolo. Che è poi quello di testimoniare la possibilità della bellezza. L’arte è (dovrebbe essere) il regno della libertà, quindi entro i suoi confini ciascuno dovrebbe sentirsi libero di testimoniare ciò che vuole (quali siano, e se ci siano, questi confini, è un discorso troppo complicato per lo spazio di una lettera: sappi comunque che per me esistono, anche se non seguono affatto le linee tracciate dalla critica ufficiale). Ma si è liberi solo quando si possiedono i mezzi, ovvero le competenze, che consentano una scelta vera, e quando si ha un’idea di cosa fare della propria libertà. Bene: le competenze tu le hai. Hai sensibilità, ha una cultura artistica alle spalle, hai padronanza tecnica. Puoi scegliere di fare ciò che vuoi: e dai anche l’impressione di saperlo, quello che vuoi.

Ma qui, se me lo consenti, mi inserisco io, che ho scelto un altro ruolo, quello in cui mi hai conosciuto, di insegnante “pungolatore”: e ti suggerisco di alzare lo sguardo da terra, dove certamente non puoi vedere altro che fango e polvere e tracce di sangue, e di provare a guardare ad altezza d’uomo, o magari anche un po’ più in su (ma non troppo, perché allora l’uomo lo perdi di vista). Cosa rimane di tutta la produzione artistica del passato? O meglio, cosa percepiamo come “artistico”, che nel senso comune vale tout court come “bello”, al di là del condizionamento dei canoni culturali entro i quali siamo stati educati, o delle particolari sfumature di gusto con le quali ogni epoca colora la sua percezione? Perché rimango affascinato nella stessa misura, anche se non allo stesso modo, da una statua di Prassitele, da un Budda thailandese o da un totem degli indiani Abenaki? Perché credo esista un “gusto” universale, una idea “originaria” di bellezza comune a tutti gli uomini, che è stata ed è declinata in varie maniere, ma è comunque immediatamente (cioè senza mediazioni) percepibile, prima e a dispetto di qualsiasi analisi. È la stessa idea di bellezza che mi pervade fino allo struggimento davanti ad uno stupendo scenario naturale, sia esso il mare o un deserto o una vallata alpina, e che ha indotto lo stesso sentimento probabilmente già nei primi sapiens. Questa idea esiste, a dispetto di tutto il relativismo dei valori estetici e il decostruzionismo e il postmodernismo predicati negli ultimi decenni. Potrei persino cercare di spiegarla (è fatto molto bene in un libro che ho letto di recente, Una bellissima domanda, di Frank Wilczec) chiamando in causa una disposizione biologica per certi equilibri cromatici o volumetrici, per certi rapporti di tonalità sonore, per certe combinazioni chimiche di sapori o odori, ecc… Ma mi basta sapere che esiste, che ha a che fare con l’equilibrio e l’armonia, e ci dice che noi proprio quello vorremmo. Questo desiderio, questo struggimento, la sensazione che ci stiamo perdendo qualcosa di meraviglioso, giustamente connaturata al nostro status di esseri transitori, ci suggeriscono una direzione. Vedere, riconoscere, amare il bello, ci stimola a raggiungerlo, a realizzarlo a difenderlo. Diventa un valore etico.

Questo credo sia lo scopo dell’arte (non necessariamente quello degli artisti, che possono anche perseguirlo inconsapevolmente, mentre credono di essere alla ricerca d’altro): far intravvedere un mondo migliore, delle alternative a ciò che in questo, in quello reale, non funziona. A documentare l’orrore, il negativo, ci pensano già i telegiornali e tutti i loro corollari. Anzi, l’orrore “sono” i telegiornali. E chi vuole coglierlo non ha bisogno, a mio parere, di essere costretto alla riflessione. Dovrebbe bastargli guardarsi attorno. L’arte deve invece parlarmi d’altro. E quando è davvero tale, lo fa anche l’arte contemporanea. Non è necessario scomodare Raffaello o il beato Angelico. In una composizione geometrica di Mondrian i colori sono distribuiti secondo una perfetta proporzionalità di quello che potremmo chiamare il loro peso specifico. Ne consegue una sensazione di equilibrio che appaga il mio occhio, ma non addormenta la mia coscienza. Crea un parametro ideale al quale rapportare tutta la realtà che sta fuori, e che mi consente di cogliere più evidenti, e meno tollerabili, gli squilibri. Kandinsky getta poi una pietra sulla composizione, e i colori schizzano sulla tela da tutte le parti: ma il loro rapporto “quantitativo”, il loro equilibrio, rimane lo stesso, e io lo percepisco. Il che significa che quando poi guardo al mondo che mi circonda non pretenderò che i colori siano divisi da linee, muri, confini, intruppati negli stessi poligoni, ma solo che siano distribuiti in maniera armonica.

Sto parlando di una tensione verso l’ideale che un tempo si chiamava utopia, e che oggi non abbiamo più il coraggio di chiamare così per l’abuso e lo strazio che del termine è stato fatto. Ecco, l’arte per me deve essere la garante di questa tensione, deve fare si che non venga mai meno, e che conservi al tempo stesso la consapevolezza di essere sogno, perché non si trasformi in incubo. Deve raccontare la bellezza in ogni sua possibile manifestazione, per non consentire a che ci rassegniamo a perderla. Vedi, sarò sacrilego, ma non credo affatto che Guernica sia il miglior manifesto possibile contro gli orrori della guerra (al di là del fatto che nemmeno un decimo di coloro che lo conoscono, che l’hanno visto almeno una volta, sa a che guerra e a che episodio si riferisca). Credo invece che se abituassimo sin dalla culla i nostri pargoletti a conoscere e riconoscere il Bello (pensa alle illustrazioni di Dulac o di Rackam per i libri di fiabe, o di Doré per il Don Chisciotte; pensa ai film di John Ford) e arginassimo un po’ i danni creati dal cinema, dalla televisione, da internet, dalle visite scolastiche al Parlamento, opponendo loro una “estetica positiva”, una estetica dell’esemplarità, ne faremmo degli esseri felicemente disadatti. E il manifesto migliore contro la guerra diverrebbe la Primavera del Botticelli. Il dolore lo conosceranno, purtroppo per loro, molto presto. Forse dovremmo offrire degli spiragli di idealità, per affrontarlo.

Ti renderai conto, a questo punto, che i margini per un mio “intervento critico” rispetto alla tua opera sono piuttosto ridotti. E non solo rispetto alla tua opera, ma a tutto ciò cui oggi è riconosciuto lo statuto artistico, anche al netto delle operazioni più sfacciatamente commerciali o della paccottiglia contrabbandata dalle gallerie. Ciò non significa affatto che non sia interessato a discuterne: ma sulle mie convinzioni sono rigido come i Cinque stelle. Mi auguro comunque che il nostro dialogo non si interrompa qui: una delle forme più alte di bellezza è rappresentata dai dialoghi di Platone, dove si, è vero, tutti in realtà sono già d’accordo sin dall’inizio, ma le argomentazioni con le quali si raggiunge e si giustifica questo accordo rimangono affascinanti. In scala (molto) ridotta, questo può valere per qualsiasi dibattito.

A presto, Paolo

 

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Riconosciute assenze

s’intravvede, ma non si vede

di Fabrizio Rinaldi, 8 aprile 2018

L’applicazione della tecnologia digitale alle macchine fotografiche e l’uso diffuso di software di fotoritocco hanno semplificato il gesto del fotografare fino a generare una polluzione incontrollata di immagini, per lo più ordinarie, che ci sorbiamo nostro malgrado e che rispondono a un artificioso bisogno indotto dalla modernità: quello della “spettacolarizzazione di sé” e della condivisione in rete della propria squallida quotidianità.

Questa ossessione ha contribuito ad uniformare verso il basso molti aspetti del gesto fotografico, da quelli tecnici relativi al marcato bilanciamento dei colori e ai loro contrasti a quelli contenutistici, relativi alla scelta dei soggetti. Nel novantanove per cento dei casi ad essere ritratto è chi fotografa (selfie), oppure sono familiari, animali domestici, tramonti, edifici, o ancora, “eventi” che si pretendono tali solo perché l’immagine è opportunamente mirata a suscitare una qualche reazione emotiva (per lo più di pancia – o giù di lì).

L’inflazione d’immagini fa si che queste raramente rimangano nella memoria, poiché non suscitano particolari emozioni né in chi le produce, né in chi le guarda. Va così persa una peculiarità fondante del fotografare, ossia l’essere una raffigurazione concreta di un pensiero.

La semplificazione del processo fotografico pone interrogativi a chi, come me, vorrebbe continuare a scattare senza cadere nelle mediocrità del già visto e ambisce a produrre immagini che, almeno a livello personale, trasmettano una qualche tensione emotiva.

Vedere e fotografare, nell’accezione più pura, significa esser consapevole dell’“unicità” di ciò che si sta guardando, che è tale in un tempo concluso, ovvero in quel preciso momento, scegliere di fermare quell’istante e di fissarlo attraverso il mezzo fotografico. Questo gesto richiede una – seppur mediocre – padronanza tecnica, la capacità di mettere a fuoco e isolare il soggetto all’interno dello spazio che occupa, la percezione istintiva della quantità di luce necessaria ad evidenziare ciò che l’obiettivo inquadra, ma soprattutto una buona dose di lucidità e di distacco: ovvero un coinvolgimento emotivo controllato, almeno un po’. È senz’altro necessaria anche una certa presunzione nel riproporre soggetti che quasi sicuramente sono stati fotografati da altri molto più bravi. Basta fare una ricerca in rete per vedere foto davvero belle che fissano quel paesaggio, quel fiore o quello scorcio che ci apprestiamo a fotografare.

Quindi, dobbiamo prevedere nell’equipaggiamento una borraccia piena di presunzione. Ci tornerà utile quando, individuato il soggetto, ci verranno in mente le immagini scattate da fotografi più o meno titolati. Per una frazione di secondo esiteremo prima di schiacciare l’otturatore. Ma a quel punto, bevuto un sorso dalla borraccia, scatteremo la “nostra” foto che regalerà a noi – forse solamente a noi – un briciolo di emozione. Se poi non è paragonabile alle calle di Tina Modotti, ai panorami di Ansel Adams o ai nudi di Man Ray, chi se ne frega!

Piuttosto, una volta premuto l’otturatore avremo l’illusione d’aver fissato quel momento in un’immagine senza tempo: ma non è così.

Anzitutto perché, come detto prima, la memoria diffusa delle immagini è labile e a brevissimo termine, proprio per la quotidiana indigestione che ne facciamo: quindi presto scorderemo quei fotogrammi, che difficilmente si raccomanderanno nella memoria collettiva per una loro intrinseca rilevanza o per le loro qualità estetiche.

C’è poi l’aspetto connesso all’hardware su cui sono conservate le tanto care foto. Il tempo continua a scorrere per noi, ma anche per loro. Apparentemente le immagini rimangono inalterate, ma sia nei file digitali, sia nelle stampe fotografiche è in atto un continuo deterioramento. E a dispetto di ciò che si pensa, se sono immagazzinate in bit il deterioramento sarà ancor più veloce di quello delle fotografie cartacee: si potrebbe guastare l’apparecchio su cui sono conservate, potrebbero esser dimenticate e quindi in un secondo momento cancellate, o, in un continuo copia-incolla, è sufficiente la perdita di qualche “zero” o “uno” per rendere illeggibili i file.

La consapevolezza di questa precarietà, insieme all’importanza che diamo a ciò che viene inquadrato nel mirino della reflex, ci dovrebbero render maggiormente coscienti del “momento fluttuante” che ci accingiamo a fotografare. In questo modo dovrebbe risultare più facile realizzare foto che abbiano una possibilità di rimanere per un po’ nel ricordo, almeno nel nostro.

Quando metto mano alla macchina fotografica mi scopro ad inquadrare per lo più soggetti che escludono la presenza umana. Preferisco soffermarmi sulle tracce riconoscibili del suo passaggio: la sua interazione col territorio, le sue opere, le sue manipolazioni e le sue dimenticanze.

Cerco insomma la “pregnanza” umana che il manufatto, il paesaggio o l’edificio rivelano, che hanno assorbito – magari in tempi antichi – dai loro costruttori. Allora fotografo balconi, finestre, barche dismesse, legni e ferri abituati al lavoro umano, angeli di pietra che sorvegliano gli ingressi, fontane, porte, terrazzamenti e così via, alla ricerca della seduzione di cui l’autore ha impregnato – intenzionalmente o meno – quel manufatto. Oppure perseguo l’incanto inatteso che a volte il degrado e l’abbandono regalano alla materia creata dall’uomo: ad esempio le croste sui muri di vecchie case, sui quali il decadimento fa scaturire la bellezza di una semplice ed autentica disarmonia.

Ho difficoltà invece a fotografare volti: non per superstizione aborigena, ma per la convinzione che ritrarli presupponga un’esposizione del soggetto alla violenza inferta dallo scorrere del tempo e al giudizio estetico – inconscio o meno – di estranei.

C’è poi una personale tensione relativa alle reali intenzioni di chi fotografa e di chi è fotografato: quanto voglio rivelare del soggetto e di me in un’immagine? È un interrogativo rilevante in tutto il mondo fotografico, ma in particolare in quella di ritratto.

Il tempo è impietoso: la foto che ci ritrae oggi pare brutta, ma rivista tra dieci anni potrebbe persino indurci ad affermare che non eravamo male. Per questo i ritratti mi bloccano: hanno qualcosa di maligno, fissano un tempo che si allontana da noi, e ce lo ricordano.

Un’altra domanda che sorge quando guardiamo una nostra foto è: ma è così che mi vedono gli altri? Quesito lecito, che mette in luce la distonia con la nostra corporeità e con lo spazio scenico che occupiamo nella quotidianità.

Lo sguardo diretto sottende una sfida che spesso non voglio sostenere, perché implicitamente mette in discussione anche me. O meglio, riesco a ritrarre la persona solo quando tra me e chi inquadro c’è una rilevanza emotiva. Altrimenti lo scatto finirà in un semplice album familiare, ma di questo abbiamo già parlato.

In ogni gesto del fotografare, ogni volta che la macchina fa clic, c’è una certa violenza, che lo si voglia o no. L’atto stesso di fermare qualcosa è potenzialmente violento, anche se si tratta di una foto molto affettuosa. Io credo nel valore dell’idea indiana secondo cui fotografare una persona equivale a rubarne il volto. C’è una cosa degli aborigeni australiani che mi ha colpito molto: non hanno il permesso di guardare l’immagine di una persona morta. Dunque un morto non dovrà più comparire da nessuna parte, né in un libro, né in una foto. Per questo, quando qualcuno muore, si porta via tutto ciò che potrebbe ricordarlo, ogni sua immagine. Per lo stesso motivo gli aborigeni non amano farsi fotografare: perché sanno che la foto sopravvivrà loro oltre la morte, che ogni foto dura al di là della persona, oltre ogni fenomeno che loro possono cogliere, oltre l’istante in cui è stata scattata. È questo a spaventarli.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

Sai che non c’è una sola foto di Hillary sull’Everest in quella prima salita del ’53? Hillary aveva l’apparecchio e fotografò Tenzing, il contorno delle montagne intorno, ma non chiese a Tenzing di fargli una fotografia. Non è speciale questo? Hillary era lassù a nome collettivo, era solo un rappresentante della specie umana. Non so se gli venne la tentazione di passare a Tenzing l’obiettivo. So che non lo fece e per me quello scatto mancato è il più bello di tutti, il colpo di umiltà che dà la precedenza all’impresa, non a chi la compie.
NIVES MEROI
da ERRI DE LUCA, Sulla traccia di Nives, Feltrinelli 2016

In fotografia la creazione è un breve istante, un tiro, una risposta, quella di portare l’apparecchio lungo la linea di mira dell’occhio, catturare quello che ci aveva sorpresi nella piccola scatola a buon mercato afferrandolo al volo, senza artifici e senza sbavature. Si fa della pittura ogni volta che si prende una fotografia.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Collezione di licheni bottone

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Un medico a 4500 metri di quota

Una storia vera sotto forma di racconto

di Stefano Gandolfi, marzo 2018 (Tibet-Nepal, ottobre 2001), da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Steve viaggiò molto, dentro e fuori se stesso, nel mondo e nel proprio caos interiore.

Non viaggiò tanto come i viaggiatori di professione, come i cacciatori di visti sul passaporto, come i collezionisti di dogane e frontiere. Le vere frontiere da superare forse si riesce una sola volta nella vita a varcarle veramente, ed ancora più difficile risulta il non tornare più indietro.

Viaggiò comunque a sufficienza da stampare nel proprio DNA emozioni e ricordi che solo la dissoluzione della mente, l’Alzheimer o la morte potranno sottrargli.

 

Si trovò anche ad attraversare, in momenti e circostanze che ancora adesso oscillano fra sogno e realtà, i maestosi altipiani tibetani in una lungo raid su fuoristrada da Lhasa a Kathmandu, sempre al limite tra terra e cielo, a quote che a casa nostra sono dominio delle nevi e dei ghiacci. Conobbe strani e meravigliosi personaggi che gli spiegarono in una lingua sconosciuta ma perfettamente comprensibile come sia possibile avvicinarsi alle risposte cercate invano per tutta la vita, ammesso che qualcuno abbia dentro di se almeno ancora la volontà di porsi certe domande.

Conobbe la saggezza in volti devastati dall’ipossia, dalla fame, dalla brutalità dell’invasione cinese: in quegli occhi vide ostinatamente, spudoratamente la gioia, la serenità, l’accettazione del proprio destino, la consapevolezza che nel fluire del tempo e della vita il singolo individuo è un frammento insignificante che non può e non deve sprecare energie per cercare di cambiare ciò che è infinitamente superiore al più forte degli esseri umani: ovvero il significato del proprio viaggio che fin dalla nascita corre su binari prefissati e con una meta sconosciuta ma scritta nel codice genetico prima ancora di iniziare la fatica di vivere.

Ovviamente non poté assolutamente capire né accettare queste risposte, tanto erano estranee al modo di vivere al quale era stato educato e cresciuto e dal quale cercava di fuggire, ma senza avere gli strumenti per poterlo fare veramente.

Conobbe le montagne straordinarie dell’Himalaya, che toccò con mano, calpestò fin dove le circostanze del viaggio gli permisero di fare. Le vide dall’aereo di linea nel volo dal Nepal al Tibet, le vide dalle polverose piste sterrate della trans-himalayana, dai finestrini delle Toyota Land Cruiser che viaggiavano indifferenti fra valichi a 5300 metri di quota ed altipiani infiniti e misteriosi, tra cime maestose e senza nome perché non aveva senso dare loro un nome, salvo che per gli alpinisti cinesi ed europei, americani e giapponesi accomunati dalla frenesia di poter scalare vette ancora vergini e prestigiose per il proprio curriculum.

Le vide da un piccolo aereo turistico pilotato da un folle aviatore nepalese che lo portò così vicino al suo amato Everest da fargli temere per un attimo di atterrare in modo poco convenzionale al colle Sud ad ottomila metri di quota: ma una virata incredibile a 180 gradi quando erano ormai a non più di due chilometri in linea d’aria dalla parete sud gli permise di imprimersi in modo irreversibile nella mente l’immagine della “sua” montagna e di tornare incolume all’aeroporto di Kathmandu.

 

Vide le limacciose, sacre acque del Bhagmati, affluente del Bramhaputra, attraversare il quartiere induista di Kathmandu per raccogliere le ceneri dei cadaveri bruciati su cataste di legna e poi affidati al fiume nel loro ultimo viaggio; e vide la gente lavarsi nel fiume e raccogliere l’acqua per bere e per cucinare, la vide fare bucato nel fiume accanto alle pire fumanti.

 

Vide i bambini degli altipiani, figli delle tribù di nomadi e pastori, giocare con gli yak e con palle di stracci; indossavano maglie, felpe, pantaloni di incredibili e sgargianti colori con scritte occidentali, regali dei turisti che gli portavano gli abiti dei loro figli.

Li vide con la pelle scura, perché non avevano mai conosciuto il sapone. Ma erano sani e sembravano felici. Li vide aspettare in disparte, silenziosi, che alla fine dei pic-nic dei turisti si offrisse loro qualcosa da mangiare: e Steve si adattò a mangiare sotto il loro sguardo discreto, educato ed incuriosito dallo strano cibo degli occidentali, dal grana padano e dallo speck portato di scorta nel caso che il cibo locale non fosse di troppo gradimento.

Vide i templi ed i monasteri bhuddisti, distrutti dai bombardamenti cinesi e ricostruiti ostinatamente pietra su pietra dai monaci e dalle popolazioni dei villaggi vicini. Calpestò i loro pavimenti di legno, scivolosi e lisciati dal passaggio di migliaia di pellegrini, respirò l’odore del burro di yak, utilizzato per ogni scopo, come fondamento della loro alimentazione e come combustibile da bruciare nelle lampade votive: enormi recipienti di rame accoglievano centinaia di lumini che creavano un irreale, tenue illuminazione in ambienti privi di finestre e di corrente elettrica, e sullo sfondo le enormi statue delle divinità bhuddiste troneggiavano con quei sorrisi rassicuranti ma al tempo stesso inquietanti e così difficili da comprendere nel loro significato simbolico.

Vide i cieli incredibilmente azzurri come si possono vedere solo dove l’aria è estremamente rarefatta ed i colori sono così saturi, intensi da sembrare artificiali.

Vide i cilindri di preghiera, e Steve non si stancò mai di farli girare perché così anche lui contribuiva a far salire in cielo le preghiere contenute dentro di essi.

Vide il Potala, la residenza del Dalai Lama fino al giorno in cui dovette fuggire in India per proseguire in modo libero ad esercitare la sua influenza morale sul popolo tibetano. E rimase come tutti sgomento e senza fiato davanti alla maestosità dell’edificio: aveva paura di un impatto emotivo indebolito dalle centinaia di foto e di filmati visti e rivisti sul palazzo e su Lhasa, ma si rese conto subito che esserci veramente davanti annulla ogni immagine vista a casa ed ogni descrizione letta a tavolino. La stessa sensazione che aveva avuto in Perù visitando Machu-Picchu: pensava di conoscere ogni singola pietra del villaggio Inca e di non potersi emozionare più di tanto a vederlo dal vivo, invece l’impatto fu straordinario. Questo fa la differenza fra il viaggiare con la fantasia ed esserci davvero.

Vide i militari cinesi pattugliare armati la piazza del Jokhang, e comprese che lì, davanti al tempio più sacro del buddismo, avvennero fatti molto più sanguinosi che a Tien-an-Men, ma praticamente nessuno al mondo se ne accorse o volle accorgersene. Su quella piazza, a distanza di anni dal tentativo di resistenza tardivo, quasi patetico del popolo tibetano ma soffocato con violenza inaudita dai “liberatori”, ancora adesso era vietato “radunarsi” in gruppi di più di tre-quattro persone, pena il materializzarsi di una guardia del popolo a far cessare subito l’adunata sediziosa.

Vide molte altre cose e tante persone, ognuna delle quali meriterebbe un racconto ed una citazione, ma tutto ciò rimane indelebilmente nella sua memoria e questa è la cosa più importante: “ricordati tutto ciò che hai visto, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” disse un saggio apache.

Al termine di un ennesima lunga, faticosa e straordinaria giornata consumata su piste sterrate al limite dell’impraticabilità, dopo il guado di diversi torrenti ed infinite deviazioni per visitare un minuscolo monastero in uno dei villaggi più solitari e suggestivi dell’altipiano tibetano, la piccola carovana di Land Cruiser arrivò, come mai più in quel viaggio, vicina all’Everest.

Steve riuscì a convincere i compagni di viaggio a cambiare destinazione per la notte, d’accordo con la guida, e sul tardo pomeriggio arrivarono a Tingri. Villaggio di poche decine di case, a 4500 metri di altitudine, esattamente di fronte alla parete ovest dell’Everest. Il destino volle che della grande montagna non si vedesse nulla: nuvole basse coprivano completamente l’orizzonte e non si dissolsero né per il tramonto né la mattina dopo. Ma non aveva importanza: tutti sapevano che essa era là davanti a loro, non si poteva, forse, pretendere di averla a disposizione così facilmente. E forse l’averla sognata così intensamente ha lasciato nell’immaginazione di tutti un ricordo ancora più nitido e vivo che se la si fosse potuta vedere veramente.

Un piccolo “lodge”, una via di mezzo fra un rifugio alpino in stile tibetano ed un bed &breakfast molto spartano, diede ospitalità a Steve, a sua moglie Augusta ed ai loro compagni. Piccole stanze, tutte al piano terreno, disposte su tre lati di una corte quadrata, rigorosamente senza luce elettrica e con un unico bagno comune che difficilmente svanirà dal ricordo degli ospiti: praticamente cinque-sei latrine separate da murettini alti si e no mezzo metro; l’ultima, più appartata, era più larga per esigenze specifiche il che creava anche il rischio di caderci dentro se di notte, al buio, con una lampada frontale in testa e con una feroce emicrania da ipossiemia il coraggioso fruitore non stava ben attento a divaricare adeguatamente le gambe …

Dentro le stanze una candela accesa: una sfida all’intelligenza degli occidentali poco acclimatati; perché non si capì subito che anche il poco ossigeno consumato dalla candela era meglio conservarlo per irrorare il cervello. Un lavabo stile nostre campagne del secolo scorso ed un grosso recipiente termico per conservare l’acqua calda (riscaldata dall’enorme stufa della cucina) completavano l’arredo delle stanze: tutto l’essenziale, nulla di superfluo. Il pagliericcio non era neanche poi scomodo.

Ad un’estremità della corte, la grande stanza con la cucina, un’enorme stufa in mezzo ed il locale comune per mangiare, proprietari ed ospiti tutti insieme. Niente sedie; tappeti e cuscini per terra tutt’attorno a un lungo tavolo quasi al livello del pavimento; così che si finiva per mangiare comodamente e mollemente coricati in posizione orizzontale. Acqua e birra tibetana, cibo a volontà e probabilmente in quello sperduto lodge al altissima quota Steve e soci mangiarono meglio che in qualunque albergo di standard di lusso per i parametri cinesi, con un ospitalità che andava ben oltre i doveri dei gestori di un locale a pagamento.

Ma prima di mangiare, una ben strana esperienza toccò Steve nel cuore. Entrando nella grande sala, già con la mente un po’ annebbiata dall’ipossia, dalla stanchezza della giornata passata sui fuoristrada e dalle birre tibetane bevute poco prima, Steve venne accolto da Pino, il ragazzo di Torino che accompagnò il gruppo per tutto il viaggio.

Pino era un personaggio eccezionale, amava il Tibet, la filosofia buddista in modo totale ed era riuscito nel non facile obiettivo di coniugare la grande passione della sua vita con il lavoro, diventando accompagnatore turistico nella regione himalayana per conto di un importante tour operator italiano: da dieci anni passava almeno sei mesi all’anno fra Nepal e Tibet.

Conosceva perfettamente la lingua nepalese e tibetana, parlava con i monaci e si permetteva il lusso di spiegare loro alcuni aspetti della dottrina religiosa che essi stessi non conoscevano. Recitava i “mantra” insieme ai pellegrini che continuamente si incontravano nei villaggi e nei monasteri e spesso ne insegnava loro di nuovi. Era amico personale del Dalai Lama e più volte gli fece da interprete nelle sue visite in Italia. Aveva proposto a Steve un trekking intorno al Kailash, la montagna sacra dei tibetani, per vivere un’esperienza mistica e sportiva allo stesso tempo. Visitare quei luoghi con Pino era un privilegio che trasformava un viaggio turistico in una full-immersion nella più straordinaria filosofia di vita che Steve avesse mai conosciuto.

Dunque Pino aspettava Steve nella grande sala da pranzo, e gli chiese, quasi con imbarazzo, se non voleva fare qualcosa per la figlia più piccola dei proprietari: era malata, e i loro genitori sarebbero stati onorati se un medico venuto da così lontano avesse avuto la compiacenza di visitare la loro bambina.

Steve rimase sgomento: un medico occidentale, con tutto il suo bagaglio di grandi conoscenze scientifiche ma privo di ogni strumento, per non parlare della possibilità di effettuare o prescrivere esami, si sente istintivamente inadeguato nel suo compito e si trova di fronte, quasi con violenza, alla povertà spirituale della propria condizione, basata su presupposti fondamentalmente tecnologici. E quando ti ritrovi a disporre solo delle tue mani, degli occhi, della mente e forse del cuore, un grande disagio ti pervade.

Anche perché, Steve lo capì subito, per i suoi interlocutori lui era più di un medico, era un marziano, qualcuno venuto da un altro pianeta, probabilmente alla stregua di un dio, tanta era la differenza culturale, psicologica, tecnologica fra questi due mondi che si incontravano davanti alla grande madre di tutte le montagne: e la differenza non significava assolutamente inferiorità di qualcuno o superiorità di qualcun altro, significava semplicemente due modi totalmente diversi di vivere.

E mentre Steve masticava faticosamente questi concetti, si ritrovò davanti a tutta la famiglia riunita in cucina: la mamma teneva in braccio una bambina spaventatissima; poteva avere sei o sette anni, era visibilmente denutrita, aveva un aspetto sofferente, il colore della pelle era grigio, impossibile dedurre dalla cute o dagli occhi segni di itterizia o di anemia.

La bambina doveva essere visitata in braccio alla mamma, se no avrebbe pianto istantaneamente alla vista di questo stregone venuto da un altro mondo. E Steve, nei limiti del possibile, le toccò la pancia, le mise un orecchio sul cuore e sul torace, le guardò le sclere, cercò di valutare il tono muscolare e dei riflessi articolari, cercando di immaginare cosa avrebbe fatto un suo collega dell’ottocento, quali ragionamenti avrebbe sviluppato in una situazione forse normale per l’epoca …

La pancia era gonfia: “potrebbe avere un problema al fegato, chissà quale infezione intestinale, una malattia del sangue, un disturbo congenito del cuore …” disse a Pino affinché traducesse, ma più che altro per spezzare la tensione, per dire qualcosa, per non sembrare completamente impotente. Perché effettivamente così era.

“Bisognerebbe portarla al più presto a Shi-gatze, la città più vicina, perché possa effettuare degli esami in un ospedale cinese” aggiunse Steve (almeno a qualcosa si rendano utili, gli invasori, disse dentro di sé): Pino riferì e la risposta fu sconcertante: “fra cinque-sei mesi, quando sarà finito l’inverno e andranno in città per fare acquisti ai mercati, di cibo e di ogni altra cosa, porteranno la bambina all’ospedale”.

“Se sarà ancora viva…” Steve lo pensò solamente, ma era evidente la perplessità nei suoi occhi.

 

“Non giudicarli male – mreplicò subito Pino – so cosa stai pensando, ma devi capire cos’è il loro mondo e il loro modo di vivere: da secoli in queste terre si nasce, si vive, si muore nella totale indifferenza dell’umanità e nessun fattore esterno può influenzare, se non in male, la loro esistenza. Invasioni di popoli stranieri, dominazioni che cambiavano solo nella lingua e nell’aspetto dei nemici, istinto di sopravvivenza radicato ma anche realismo ed accettazione del proprio destino. Nessuno ti regala nulla né offre alcuna possibilità di cambiare la tua vita. Questi genitori amano sicuramente la loro bambina più di se stessi, ma sono perfettamente consapevoli che non possono modificare il suo destino. La loro vita è scandita da comportamenti, abitudini, eventi immutabili da molto prima che nascessero loro e i loro genitori, e che rimarranno tali anche dopo la loro morte.

Per loro andare nella grande città al di fuori del tempo previsto e dei motivi abituali costituisce non solo uno sforzo economico al di fuori delle loro possibilità, ma anche un cambiamento psicologico nelle loro tradizioni inconcepibile. Lo so che per noi occidentali tutto questo è inaccettabile, ma non possiamo neanche permetterci di venire qui per due-tre settimane e pensare di cambiare il loro modo di essere né tanto meno di giudicare le loro azioni.

Ti sono infinitamente riconoscenti per aver visitato la loro bambina, tu rimarrai impresso nei loro ricordi per tutta la vita per avergli concesso questo onore, ma loro con i soldi che spenderebbero per portare la bambina a Shi-gatze a farla curare dai cinesi garantiranno per almeno un anno la sopravvivenza agli altri figli, la possibilità di farli studiare e di dargli una chance di migliorare la loro vita …

Ma ora dobbiamo onorare i cibi che hanno preparato per noi: per loro sono l’equivalente di un banchetto nuziale, di una cerimonia straordinaria, non dobbiamo deluderli”.

Steve non disse nulla, ma meditò a lungo sulla concezione della vita nel suo mondo: si arrivano a spendere cifre incredibili per salvare la vita ad ultraottantenni affetti da almeno cinque-sei malattie croniche degenerative, la maggior parte delle quali correlate allo stile di vita di una società ricca che si puo ‘permettere il lusso di rovinarsi la salute per il troppo mangiare, la sedentarietà, il fumo, l’obesità e l’opulenza, bisogna sprecare risorse per curare gli eccessi e non le carenze. Poi capiti dall’altra parte del mondo e resti indignato se una bambina è destinata a morire nell’indifferenza e nell’accettazione di un destino che non è mai stato ne mai sarà benigno. Quella sera bevve molta birra tibetana prima di riuscire a tornare in sintonia con i suoi compagni, poi cominciò ad immergersi nel personaggio che doveva interpretare e raccontò, come tutti si aspettavano, la storia della conquista dell’Everest. Steve era un narratore affascinante e catturò a lungo l’attenzione di tutti con la struggente ed eroica sfida di George Mallory a quel pezzo di roccia proteso verso il cielo.

Se tu hai mai alzato gli occhi
in una fredda notte d’inverno
quando il cielo è terso
e le stelle si mischiano
come in un mare di latte incandescente.
Se un nodo è salito alla tua gola
di fronte a questo universo
assurdamente grande
tu hai nel cuore tutte le risposte
inespresse e impronunciabili.
ANONIMO

Alla fine della cena le donne del gruppo presero da parte le figlie più grandi della famiglia e valorizzarono la loro bellezza utilizzando tutte le armi della cosmesi occidentale. Per la prima volta, e forse unica nella loro vita, poterono truccarsi e non credettero ai loro occhi quando si specchiarono e si guardarono fra di loro. Le risate di tutti risuonarono fino a tardi e la felicità pervase la grande sala da cucina in questo strano connubio tra due mondi.

Nessuno vide più né seppe più nulla di quella bambina.

La vita riprese il suo corso ordinario, dopo gli strani eventi di quella sera passati a tentare di vedere l’Everest in mezzo alle nuvole ed a cercare il senso della vita stando attenti a non sprofondare in una latrina tibetana pagando il dazio alle troppe birre bevute.

La mattina dopo, all’alba, con l’Everest sempre sdegnosamente nascosto, i potenti motori dei Land Cruiser portarono lontano gli occidentali, a toccare il cielo sui valichi più alti del mondo, fra centinaia di file di bandierine di preghiera e di sciarpe di seta bianca lasciate in segno di devozione là dove la terra compie un ultimo sforzo per avvicinarsi agli dei prima di ripiegarsi verso il basso per buttarsi a capofitto verso le foreste nepalesi, verso il confine fra due mondi, verso la mitica incredibile frontiera fra il Tibet, ovvero la Cina, ed il Nepal, ovvero l’avamposto della società occidentale a ridosso della grande potenza orientale.

I cinesi, come tutti i dominatori, si permettono anche un distorto senso dell’ironia.

E così hanno deciso di chiamare “ponte dell’amicizia” quello stretto precario nastro di cemento sospeso sopra la gola del Dude-Khosi che in realtà separa fisicamente e militarmente due universi.

Il paesaggio sembrava assecondare, con i suoi cambiamenti, quella crescente inquietudine che pervadeva l’animo dei viaggiatori man mano che ci si avvicinava a Zangmu, paese di frontiera, avamposto del nulla, monumento all’assurdità della condizione umana: se Francis Ford Coppola avesse avuto bisogno di qualche ulteriore fonte di ispirazione, oltre al “Cuore di tenebra” di Conrad, per ambientare il suo “Apocalipse Now”, sicuramente poteva attingere a piene mani a Zangmu, alla sua popolazione, alla sua atmosfera.

Dopo il dissolversi nel nulla della cortina di ferro e lo smantellamento del muro di Berlino, nessuno può capire cos’è una frontiera se non passa da Zangmu e dal Ponte dell’Amicizia.

Dopo giorni interi sui grandi altipiani, dove l’orizzonte ed i pensieri del viaggiatore corrono verso l’infinito, quasi all’improvviso la terra si ripiega su se stessa aprendosi in una selvaggia profonda ferita provocata dallo scorrere delle acque del Dude-Khosi: un’enorme gola, con le pareti che cadono a picco, quasi verticali, verso il fiume che a malapena si riesce a distinguere centinaia di metri più in basso. Sul lato orientale della gola, i cinesi ed i nepalesi hanno costruito un’arditissima pista sterrata (chiamarla strada è decisamente esagerato) che con infiniti tornanti perde quota scendendo verso le foreste a sud dello spartiacque himalayano.

I cinquanta chilometri da percorrere in territorio cinese sono degni di un Camel Trophy: la parete della montagna frana continuamente e la pista, già di per sé stretta, spesso si riduce a permettere a malapena il passaggio di un veicolo con la ruote sull’orlo del baratro, zigzagando fra cumuli di detriti ammucchiati ai bordi della strada; diventò ben presto un’abitudine non vedere altro che il vuoto dai finestrini per i passeggeri seduti sul lato destro dei Land Cruiser; rivoli d’acqua che scendevano dalla parete non di rado si trasformavano in vere e proprie cascate ed il massimo divertimento dei piloti era di fermarsi proprio sotto questi diluvi per lavare i fuoristrada dalla polvere e dalla sabbia accumulati nel viaggio. Ma la cosa più straordinaria era il fatto che la pista, ovviamente, non era a senso unico, costituendo l’unica arteria stradale fra il Nepal e la Cina: di conseguenza ogni dieci-quindici metri si verificava un incrocio fra fuoristrada, camion, pulmini, mezzi militari e rare automobili civili che percorrevano ininterrottamente la strada dai due lati.

Un fluire lento, quasi immobile ma ostinatamente in movimento di veicoli che sfidava ogni legge della fisica e del buon senso. Vedere due enormi camion carichi all’inverosimile di masserizie, generi alimentari e quant’altro affiancarsi la dove lo sterrato accennava appena ad allargarsi, salire letteralmente sul fianco della montagna con due ruote, al limite del ribaltamento ed incrociarsi con le lamiere che stridevano toccandosi fu uno spettacolo indimenticabile che proseguì per ore, perché in queste circostanze si percorrevano a malapena dieci-quindici chilometri orari.

All’improvviso cominciarono ad apparire sui bordi della strada le prime case di Zangmu, abbarbicate alla parete della montagna lungo gli interminabili tornanti che tagliavano il fianco della gola. Quando la densità delle costruzioni aumentò, la pista sterrata diventò sempre più stretta, trasformandosi in un rivolo melmoso che raccoglieva a cielo aperto gli scarichi delle abitazioni e dove al caos del traffico di veicoli si sovrapponeva la costante presenza di bambini, polli, maiali, cani, uomini e donne indaffaratissimi e del tutto indifferenti agli inutili, continui, disperati suoni di clacson effettuati più per abitudine che per la speranza di ottenere strada.

Alberghetti di infimo livello, ristorantini per tutte le tasche, scambiatori di valuta clandestini ma che lavoravano tranquillamente sotto gli occhi di tutti, prostitute sulla soglia delle case, sui marciapiedi, venditori ambulanti di qualunque cosa in mezzo alla strada: questa la fotografia che ci si portava a casa da Zangmu.

Ma il vero capolavoro dell’assurdo si raggiungeva solo all’inizio della “no man’s land”: la cosiddetta terra di nessuno, un poco plausibile territorio neutro, non più cinese ma non ancora nepalese ove i fuoristrada tibetani erano obbligati a fermarsi ed a scaricare repentinamente gli stralunati viaggiatori con tutti i loro bagagli nel caos più totale. Frotte di bambini e ragazzini erano pronti a precipitarsi sulle valigie e sugli zaini per trasportare il tutto, ovviamente a pagamento, fino alla dogana cinese, distante due-tre chilometri. Ed ogni turista od escursionista doveva stare attento a non perdere di vista il proprio “facchino” per evitare brutte sorprese ai bagagli, mentre si faceva largo nella melma fra polli, maiali ed umanità varia.

La dogana cinese incuteva timore e si percepiva la vera dimensione politica della situazione: pur facendo parte di un viaggio organizzato il minimo disguido, un documento mancante, un cavillo interpretato male dai funzionari poteva in un istante creare problemi inimmaginabili e bloccare per ore l’intero gruppo in quella bolgia dantesca.

Per fortuna Pino, ben addentro ai meccanismi burocratici, riuscì a gestire bene il controllo dei passaporti e dei visti e finalmente Steve e compagni attraversarono, a piedi, il “ponte dell’amicizia”. Sul versante nepalese della “no man’s land” rivissero una situazione quasi speculare, anche se con minor tensione; purtuttavia i doganieri nepalesi, per non essere da meno dei colleghi cinesi, fecero di tutto per esasperare ogni dettaglio ed esaminare al microscopio ogni documento.

Dopo due ore finirono i controlli doganali e nuovamente furono tre chilometri da percorrere a piedi con i propri bagagli passati in una staffetta dai bambini cinesi a quelli nepalesi. Solo allora Steve comprese la vera dimensione del traffico commerciale fra i due paesi: una fiumana ininterrotta, per chilometri, di camion carichi di qualunque genere di alimenti, vestiti, elettrodomestici attendevano forse da giorni il sospirato visto per transitare verso la Cina. Decine di modestissime locande davano ospitalità a chi poteva permettersi il privilegio di non dormire nella cabina del camion; gli sguardi rassegnati ed annoiati degli autisti accompagnarono il percorso dei viaggiatori fino ai pulmini che li attendevano più a valle per iniziare la discesa verso Kathmandu.

E fu, all’improvviso, la foresta sub-tropicale monsonica, verde, esuberante, inquietante dopo le pietraie desolate ed infinite degli altipiani tibetani. E fu all’improvviso la guida a sinistra sulle strade nepalesi, retaggio della colonizzazione britannica: sempre dominazione straniera, diversa, ma dominazione. E furono tredici ore passate a percorrere centocinquanta chilometri, ma potevano essere anche i cinque anni-luce per raggiungere Alpha-Centauri. E fu, alla sera, una doccia calda in un lussuosissimo (o sembrava tale?) lodge nepalese poco a nord di Kathmandu. E fu, per pochi, interminabili ed indimenticabili secondi, il più stupefacente tramonto rosso fuoco sulla catena himalayana che turista od alpinista potesse mai aver visto nella sua vita. E il Tibet, già era diventato un sogno.

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La schiva dignità del ciavardello

di Fabrizio Rinaldi, 11 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

C’è un libro che, quando lo trovo in qualche mercatino, riacquisto sempre, senza ripensamenti: è la Guida pratica agli alberi e arbusti in Italia, edito da Selezione dal Reader’s Digest nel 1983, ormai fuori catalogo da decenni. Ne ho comprate almeno quattro copie, che ho poi regalato ad amici, pure loro esploratori dei boschi. Da anni, quando mi preparo lo zaino per un’escursione, uno dei primi equipaggiamenti che infilo dentro – prima ancora del panino e della borraccia – è la mia vecchia copia della Guida. In quel libro trovo descritte in modo accurato le caratteristiche della maggior parte degli alberi presenti nel nostro habitat, indicate le aree di diffusione e soprattutto raccontato l’uso che storicamente ne ha fatto l’uomo, con una particolare attenzione per le leggende. Il tutto illustrato da bellissimi acquarelli che aiutano a risolvere i dubbi quando s’incontrano specie poco conosciute.

Fa’ della natura la tua maestra.
WILLIAM WORDSWORTH

Nei boschi raccolgo foglie, che dovrebbero aiutarmi a fissare mentalmente il momento della loro raccolta. Presto però il ricordo svanisce, e rimangono solo le foglie rinsecchite, a farcire la mia sgualcita Guida: si va dal giurassico Ginko biloba alla splendida magnolia, dal coriaceo ranno al marginale ciavardello (di questo m’accorgo di averne un bel po’). Marginale, quest’ultimo, perché neppure nelle pagine dedicategli dalla Guida, che pure è dettagliata, si trovano particolarità che possano giustificare una specifica attenzione. L’uomo si è limitato solitamente a farne legna da ardere; indubbiamente un nobile uso, ma non paragonabile a quello riservato al flessuoso frassino, usato per gli archi o per gli sci, oppure a quello della quercia, col cui legno si fanno botti per il vino e ponti per navi che solcano i mari, e neppure a quello del castagno, per il quale si sono inventati infiniti impieghi, tra cui coprire i tetti delle case dei contadini.

Eppure quest’albero non è una specie rara, di quelle che impongono ricerche proibitive negli anfratti dei boschi, e neppure si tratta dei rarissimi ibridi tra rovere e lecci la cui ubicazione è tramandata ai soli iniziati dagli “eletti del sapere boschivo”, come fosse il segreto del santo Graal. Niente di tutto questo: il ciavardello è una pianta comune, le cui foglie hanno profondi lobi che somigliano alle mani di un bambino, ma in genere chi lo incontra lo confonde con un acero, con un biancospino o con un sorbo. È tipico della fauna umana che popola i boschi: sono tutti impegnati nella ricerca di funghi o di cinghiali, e non hanno occhi per chi svetta accanto a loro, verso il cielo, alla ricerca di luce.

Per la descrizione scientifica del Sorbus torminalis rimando alla Guida (per chi ce l’ha – anche grazie a me) o ad altri libri descrittivi (solo quelli davvero buoni) o all’“oracolo” Google.

Solo i tecnici forestali o i botanici apprezzano (quando lo fanno) la presenza di quest’albero nelle colline boscose, per le peculiarità che ha di consolidare il terreno e perché contribuisce ad arricchire la biodiversità, vivendo in associazione con il rovere, l’orniello, il ginepro, la lantana, la ginestrella e altri.

L’umile ciavardello non ha stimolato la sensibilità di poeti, scrittori o pittori. Neppure Mario Rigoni Stern, attento osservatore del bosco, lo ha mai citato, preferendogli l’elegante betulla, che gli ricordava la steppa russa della ritirata nel 1943, e il larice “perché vive sulle rocce, anche dove non c’è niente, è come quei montanari che resistono sulla montagna in una baita, malgrado tutto” (da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, Ritratti Mario Rigoni Stern, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2000). D’altro canto, la dimenticanza è comprensibile: la pianta in questione non ha l’attrattiva dei carducciani cipressi o l’incanto delle ginestre leopardiane, non è il “pio castagno” del Pascoli o il “gigantesco rovere” di Gozzano. È un semplice e umile alberello che difficilmente raggiunge dimensioni ragguardevoli da esser notato dai poco attenti osservatori e vive per creare le condizioni ambientali idonee allo sviluppo di altre specie più esigenti di lui, come, appunto, il castagno e il rovere.

[…] se volete trovarvi,
perdetevi nella foresta.
GIORGIO CAPRONI, Opera in versi

E tuttavia, al di là dell’uso “povero” che l’uomo ne ha fatto e del quasi anonimato nel quale lo ha relegato, credo che anche il ciavardello meriti una piccola attenzione, proprio in ragione del suo contributo nell’arricchire la biodiversità boschiva. La mia, di tignosa attenzione, se l’è conquistata, oltre che per il nome così curioso, perché rappresenta al meglio le tantissime “esistenze in sordina” che popolano l’habitat nostrano. Ed è di queste che volevo parlare.

Andare per boschi – con o senza Guida – favorisce un pensiero divergente, libero e inatteso, che sfugge dagli stereotipi precostituiti, quelli dettati dal chiuso di una scuola o di un ufficio, o inoculati dal monitor e dal televisore. Questo vale tanto più oggi, e tanto più per i bambini, sin dalla prima infanzia. Si familiarizza con se stessi, si ha coscienza di sé, nel momento in cui si riconosce la propria immagine riflessa in uno specchio. Allo stesso modo si ha la vera consapevolezza di ciò che va oltre l’umana specie attraverso l’incontro diretto e le rappresentazioni simboliche che se ne danno: nei suoi primi disegni un bambino parte dal raffigurare prima se stesso, poi i suoi genitori, magari anche la casa, ma alla fine, inevitabilmente, l’albero. E l’albero gli detta nuovi parametri, soprattutto se lo ha conosciuto non ai giardini pubblici o in quello condominiale, nella versione addomesticata, ma nel suo naturale habitat. Ne ha una percezione diversa: esce dal guscio delle prevedibili geometrie umane, si confronta con differenti dimensioni ed alimenta in questo modo la sua stabilità emotiva, sperimentando assieme la paura verso il nuovo e il desiderio, nonostante tutto, di esplorarlo.

Tutto nella selva era così solenne che nell’animo del sensibile viandante sorgevano, come spontanee, mirabili immaginazioni. Quel dolce silenzio della foresta quanto mi rendeva felice!
ROBERT WALSER, La passeggiata, Adelphi 1993

Sono sensazioni ataviche. Sugli alberi, in epoche primitive, l’uomo trovava scampo dai predatori. Trovava prima di tutto un riparo. Ma non solo. L’albero offriva anche un diverso punto di vista, consentiva di scorgere altri orizzonti. E continua a farlo. Ancora oggi, in epoca di ascensori e di scale mobili, un bambino percepisce e conquista davvero la dimensione verticale quando si arrampica, prova a salire su una pianta, magari solo per nascondersi allo sguardo eccessivamente protettivo della madre. Quell’arrampicata è una dichiarazione d’indipendenza, è il primo atto di un processo di individuazione.

Già di per sé l’albero offre un’immagine simbolica di vitalità: rappresenta in maniera esemplare la necessità di un continuo rinnovamento per divenire fisicamente ancor più possente, stabilmente ancorato alle radici delle proprie certezze e sessualmente pronto a diffondere la propria genìa. È collegato metaforicamente sia al cielo che alla terra, il che sottintende un processo di crescita verso la perfezione, rappresentata dallo stadio adulto, umano o vegetale che sia.

Nell’odierno mondo bambino-centrico (ma in realtà bambino-fobico), che antepone la sicurezza fisica del fanciullo – sempre e comunque – alla naturale tendenza ad esplorare il mondo, quindi a mettersi potenzialmente in pericolo nel tentativo di conoscere ciò che lo circonda, l’albero rimane un’indomita sfida a cui, a dispetto di proibizioni, divieti e offerte “alternative”, difficilmente si riesce a sottrarlo.

Salire su un albero e divertirsi contraddice al principio che sta alla base della società attuale, ovvero alla mercificazione di tutto, compreso il gioco. Anziché lasciar liberi i bambini (ma anche gli adulti) di issarsi tra i rami della pianta dietro casa, si sono inventati i parchi avventura sugli alberi, dove è possibile andare da un esemplare all’altro attraverso camminamenti e passerelle, ponti in liane e corde fisse, col fine dichiarato di offrire un’esperienza “naturale” e originale in totale sicurezza, e con quello meno esplicito di spillare soldi vendendo emozioni illusorie e artificiali.

[…] sono un buon selvaggio dentro la foresta dei miei innumerevoli pensieri.
GIUSEPPE STRAZZI, Via lunga, Marna 1995

Il fatto è che sappiamo benissimo che le cose stanno così, ma poi li intruppiamo a Gardaland, per non privarli di ciò che hanno tutti gli altri, per non farne dei “diversi”. È una soluzione stupida e comoda, perché tacita i nostri rimorsi e ci permette di assolvere con un basso impegno di tempo (meno basso quello di denaro) al nostro dovere, o almeno, a quello che chi orchestra tutta la baracca ci ha convinto essere nostro dovere. E allora, anziché limitarci a deprecare gli inganni del consumismo potremmo cominciare ad incentivare la naturale propensione, investendo un po’ più di tempo e di energie in attività coi figli, libere, gratuite e all’aria aperta: questo non solo rafforza il legame genitore/figlio, ma alimenta in quest’ultimo l’indipendenza e la fiducia in se stesso, e libera il primo dagli eccessi di apprensione e da quel latente senso di colpa che proprio le strategie consumistiche mirano ad inculcargli. In altre parole, ci vuole davvero poco, tanto più per chi ha la fortuna di abitare in campagna, per tornare in sintonia con la natura.

La natura vissuta in semplicità, non quella esotica dei villaggi turistici o patinata delle riviste e dei documentari, ma quella che scorgi dalla finestra di casa, oltre ad incrementare la capacità di percezione sensoriale offre, a chi sa interpretarlo, un mondo alternativo di norme e di leggi che valgono da sempre, indipendentemente dai regimi politici e dai sistemi economici, e che aiutano i bambini a diventare un po’ più “selvatici”, nel senso più positivo del termine, quello dell’indipendenza di giudizio. Familiarizzare con ciavardelli (o roveri, scille, gheppi e chi più ne ha più ne metta) e non temere l’incontro col “lupo cattivo” o con gli altri pericoli che nel bosco potrebbero celarsi, tornerà utile ai nostri bambini per affrontare un mondo nel quale i pericoli ci sono davvero, nascosti nella quotidianità degli uffici, delle scuole e delle piazze, reali o virtuali.

Lo Stato vede tutto; nella foresta si vive nascosti. Lo Stato sente tutto; la foresta è il tempio del silenzio. Lo Stato controlla tutto; qui sono in vigore codici antichissimi. Lo Stato vuole sudditi ubbidienti, cuori aridi in corpi presentabili; la taiga trasforma l’uomo in un selvaggio e libera la sua anima. 
SYLVAIN TESSON, Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012

Mi auguro che i “millennials” abbiano ancora la spensieratezza di mio padre – loro antico coetaneo – che come si vede nella foto era salito sull’albero, in contrapposizione con le figure femminili ancorate compostamente a terra, con le mani giunte in grembo, nella tipica posa pre-femminista da “madonne addolorate”.

Sfidare un albero è un rito di passaggio: chi vuole crescere – come l’albero – non deve sottrarsi. Era normale che un ragazzino salisse sugli alberi e nessuna delle donne nella foto sembra aver il benché minimo timore che mio padre possa cadere da lassù.

Oggi anche le mie figlie cominciano a familiarizzare con l’altezza esplorando gli alberi attorno casa. A questo punto la palla passa a me: e non riesco a starmene là sotto calmo e tranquillo, devo salire pure io, per vedere da lassù un mondo differente e vivere con loro questa esperienza, magari cercando tra le chiome del bosco il nostro ciavardello.

Collezione di licheni bottone

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Chissà cosa sognano i cani

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Me lo ha chiesto mio nipote, mentre guardavamo Olaf correre in giardino, annusare, fermarsi  di botto, tornare indietro per una seconda sniffata. Dice che di notte russa come un cinghiale e ha degli strani scatti, muove le zampe come stesse fuggendo o rincorrendo qualcosa.

Non ho saputo rispondergli; o meglio, gli ho risposto con le solite banalità. Gli ho detto che sogna un mondo dove attorno agli ossi rimanga molta più polpa, dove i gatti non trovino sempre un albero su cui rifugiarsi e dove dentro la cuccia ci siano una bella coperta calda e poche pulci.

Mi è parso poco convinto, e mi sono reso conto che in effetti non stavo parlando di Olaf o degli altri cani suoi contemporanei. Stavo parlando dei miei cani, che non ho mai sentito russare perché di dormire in casa potevano appunto sognarselo, e per i quali un osso non era un giocattolo di plastica puzzolente, ma un evento da salutare con entusiasmo.

Ne ho avuti tre, tutti bastardini e tutti dotati di una personalità spiccatissima. Dolce, devota a mia madre e un po’ zoccola Cilla (ha sfornato sedici cuccioli, tutti di padre ignoto), spavaldo e dispettoso Ciccio, sul quale pendeva una taglia messa dai cacciatori, feroce e incazzosissimo l’incredibile Hulk, che per fortuna era grande poco più di un topo, ma aveva una buona percentuale di geni del foxterrier (entro il suo territorio aveva rispetto solo per me e per Chiara, all’epoca piccolissima, che poteva seviziarlo in ogni modo senza scatenare la minima reazione: per gli altri, se non facevano attenzione, scattava l’attacco a tradimento al polpaccio). Un quarto, Neal, l’ho condiviso con mio figlio: questo era di razza, un terranova di ottanta chili, e non permetterò a nessuno di affermare che i terranova sono cani intelligenti.

Ciascuno a modo suo si sono fatti amare, persino Hulk, che avrebbe invece preferito essere solo temuto. E credo che liberi di scorrazzare per il cortile e il giardino, a dare la caccia ai gatti e ai topi, o nel vigneto, dove stanavano donnole e faine, oltre che la selvaggina, abbiano tutto sommato vissuta bene la loro vita da cani.

Mi rivolgevo loro in dialetto per impartire ordini, e in italiano per i complimenti. Capivano al volo in entrambe le lingue e non chiedevano coccole, solo di potermi seguire quando andavo in campagna o al fiume. Ho usato qualche volta il guinzaglio soltanto per Neal, che essendo grosso come un orso poteva diventare pericoloso anche nelle manifestazioni d’affetto: ma in campagna lo lasciavo libero, e malgrado fosse un pacioccone seminava il terrore con la sua sola presenza. Per il resto piena fiducia. Ciccio spariva a volte per intere giornate, e tornava poi ammaccato per aver attaccato briga con tutti gli altri vagabondi come lui: ma non mi ha mai creato grane, e le sue se le sbrigava da solo.

La casa ha visto transitare anche tre o quattro generazioni di gatti, con le stesse regole dello ius soli. Ospiti abituali alle ore dei pasti (Nina, la gatta della mia infanzia, apriva da sola le porte attaccandosi alle maniglie), ma pigionanti esterni, nel magazzino o nella stalla, durante la notte, in cortile o nel giardino di giorno. Fino a quando sul territorio ha regnato Vito, che incuteva rispetto persino ad Hulk, tutta la zona attorno a casa è stata un paradiso. Al tramonto calava il coprifuoco e le rarissime volte in cui arrivavano gli echi di brevi scontri sapevi che qualche incauto aveva tentato di fare il furbo, ma non ci avrebbe riprovato. Dopo la sua scomparsa hanno cominciato a farsi avanti gli eredi (aveva sparso i geni in tutto il paese, creando una nuova razza rossiccia e semiselvatica) ed è scoppiata una snervante guerra civile, nella quale sono stato costretto più volte, nel cuore della notte, a intervenire.

In realtà dubito persino che i miei cani e miei gatti sognassero. A spasso tutto il giorno, all’aria aperta estate e inverno, quando arrivava la sera crollavano come sassi. Persino Ciccio, che durante il giorno sembrava morso da una tarantola, piombava nel sonno del giusto: una volta per curiosità l’ho caricato su una carriola e gli ho fatto fare più giri del cortile senza che muovesse una palpebra.

Questo è il rapporto che ho sempre tenuto con i miei amici animali. Non ho mai preteso da un cane o da un gatto comportamenti che non fossero nella loro natura, e se qualche volta parlavo loro come con un umano non avevo la pretesa che capissero, mi bastava che ascoltassero (cosa che a differenza degli umani facevano sempre). Ho potuto rapportarmi così senz’altro per la situazione materiale in cui vivevo, la casa col terreno attorno, la campagna, ecc …, al centro di un paese dove non c’era modo di farsi investire da un’auto nemmeno a sdraiarsi sullo stradone (mio figlio a sei anni giocava a nascondino nei viottoli sino alle undici di sera): ma anche perché ho conosciuto un mondo nel quale i confini e i ruoli erano ben definiti, quello tra genitori e figli, ad esempio, tra insegnanti e allievi, tra giovani e anziani e, appunto, tra umani e animali (anche se a volte distinguere era davvero difficile).

Quei ruoli non li ho inventati io, sono quelli che detta la storia naturale. All’origine c’è una catena alimentare che funziona in un certo modo da centinaia di milioni di anni, e dalla quale discendono tutti gli altri rapporti e comportamenti. Ad un certo punto in questa catena si è inserito l’uomo, che ne ha modificato i meccanismi e l’ha adattata allo sue esigenze. In questo nuovo modello, chiamiamolo “culturale”, è evidente che i ruoli non li scelgono gli animali, sono gli umani a sceglierli per loro: ma anche prima della “domesticazione” i polli non avevano scelto di essere prede per le volpi e predatori per i lombrichi. Mettere in discussione queste evidenze mi sembra insensato: significa mettere in discussione tutta la storia evolutiva, e nella fattispecie quella dell’uomo, a partire dalla conquista del fuoco fino ad arrivare alla coltivazione della terra. Tutto ciò che caratterizza la “storia culturale” è una correzione di quella naturale, e allora o deprechiamo la comparsa della specie umana, e ci auguriamo che il suo passaggio su questa terra sia breve, oppure cerchiamo di valutare con un po’ di buon senso il suo rapporto con le altre specie. Certo, i nuovi ruoli sono dettati dalle esigenze umane, ma nella sostanza introducono solo una variabile nella scala gerarchica. Anziché esserci solo predatori o prede è entrata nel quadro anche una categoria intermedia, quella degli animali al servizio o al fianco dell’uomo.

A partire da questi dati di fatto, e senza dimenticare il buon senso, si può poi discutere di come questo rapporto sia stato interpretato, storicamente e individualmente. Ma c’è il rischio che ne esca un sermone. Quindi mi limito a un paio di riflessioni su ciò che vedo accadere attorno a me. Dove andrò a parare immagino lo si sia già capito.

 

Quello che vedo è un atteggiamento insensato e ipocrita.

È insensato perché pretende di attribuire agli animali un comportamento etico che è invece prerogativa degli umani (e neppure di tutti). Non che gli animali non abbiano i loro codici comportamentali, ma questi non si fondano sulla libertà di scelta, che è la base di ciò che noi appunto chiamiamo etica. Credo non lo pensi nessun etologo serio. I comportamenti degli animali sono determinati dall’istinto, anche quando sembrano sforare: siamo noi a leggere nelle loro manifestazioni di intelligenza e di affetto, che ci sono e che giustamente ci commuovono o ci sorprendono, una intenzionalità che sembra rimandare ad una autonomia morale. Confondiamo cioè una capacità intellettiva ed una “sensibilità” affettiva con l’esercizio di un libero arbitrio.

È difficile in questo rapporto mantenere le giuste misure. L’interazione con gli animali, soprattutto con alcune specie e soprattutto dopo la domesticazione, è sempre stata carica di ambiguità, e comunque improntata all’antropomorfizzazione, all’attribuzione ad essi di caratteri, qualità e sentimenti tipicamente umani. Già a partire da Aristotele la fisiognomica ha utilizzato tratti morfologici e comportamentali degli animali per creare parallelismi con quelli umani, che sono stati tradotti poi in letteratura spicciola e popolare dalle  favole di Fedro, di La Fontaine, di Perrault e dei Grimm. Addirittura fino alla metà dell’Ottocento si sono celebrati processi, sia ecclesiastici che penali, contro gli animali. Insomma, la tentazione di considerarli esseri pienamente senzienti e responsabili è sempre esistita.

Il problema è che nella nostra epoca questa tentazione ha imboccato una deriva inquietante. Quando tutti i valori e tutte le conoscenze sono considerati relativi, le linee di confine tra la realtà e la favola saltano, in ogni direzione. Sarà difficile ora ripristinarle per chi è cresciuto in un universo disneyano, circondato da pelouche di cani, gatti e orsetti e nutrito di fumetti, di cartoni animati, di film e di documentari che “umanizzano” gli animali. Non mi riferisco naturalmente solo al mondo di Topolinia, ma anche e soprattutto a film di animazione, da Bambi a L’Era Glaciale, e a quelli pseudo-naturalistici come Perri. E a letture adolescenziali come La collina dei conigli.

 

La novità è che questo mondo si configura come autonomo. È pensato a immagine e somiglianza di quello umano, ma popolato da animali. Mentre la letteratura precedente, ad esempio gli universi paralleli immaginati da La Fontaine, da Leopardi nei Paralipomeni o da Swift nel paese dei cavalli sapienti, raccontava gli uomini, e gli animali erano solo un travestimento satirico, nel mondo di Disney questa sorta di filtro che mantiene visibili le distanze non c’è. La caratterizzazione dei personaggi rispetta una certa convenzione fisiognomica e letteraria classica (i malviventi hanno volti di faina, i topolini, specie quelli di campagna, sono saggi, ecc …), ma gli sviluppi narrativi e l’ambientazione sono né più né meno quelli delle normali (insomma) vicende umane. E soprattutto, queste cose sono narrate per immagini in movimento, che coinvolgono più sensi e calamitano un’attenzione totale, disattivando ogni difesa critica. La sovrapposizione uomo-animale diventa così scontata e naturale che ad un certo punto non sappiamo (o non vogliamo) più distinguere tra i due mondi. (Va detto che i cartoons rivali, quelli della Warner ad esempio, presentano una situazione almeno in parte diversa. Lì i protagonisti mantengono intatte alcune delle loro peculiari caratteristiche animali: la caccia testarda di Silvestro a Titti e del Vilcoyote al Bip Bip, al di là di tutte le complicazioni e contaminazioni che vivacizzano la storia, rientra perfettamente nell’ordine naturale delle cose, nel rapporto predatore-preda).

 

Allo stesso modo, e più ancora, i film che vedono protagonisti gli animali (non solo quelli che ho citato prima, ma anche i vari Lassie e Rin tin tin e Flipper, o un classico come Il cucciolo, per rimanere a quelli della mia infanzia) hanno contribuito ad accreditarli di una complessità emozionale e di una attitudine razionale che, letteralmente, li “snaturano”. Non ho nulla contro Rin tin tin o contro Francis, il mulo parlante, che mi era anche particolarmente simpatico: ma mi sembra ineluttabile che una generazione già educata dal magnetismo dello schermo, grande o piccolo, a confondere e intersecare la dimensione reale con quella virtuale, vedendo in azione questi fenomeni e avendo nel contempo sempre minori occasioni di rapportarsi ad animali reali secondo le modalità naturali, finisca poi col perdere ogni senso della differenza.

E infatti. L’antropomorfizzazione mediatica ha persino trovato un supporto teorico nel pensiero “animalista” e “antispecista”. Qui la deriva diventa addirittura paranoide. Non è più questione di un rispetto che dovrebbe scaturire dal buon senso comune, e che oggettivamente è andato maturando nel tempo (Un ripensamento sul nostro rapporto col resto del regno animale era in corso da secoli: senza risalire sino a san Francesco, mi fermo alla Introduzione ai principi morali di Jeremy Bentham, nella quale già si parla di “diritti degli animali” – e siamo nella prima metà dell’Ottocento). Sulla scorta anche dell’interesse che si è diffuso in Occidente per il buddismo, sia pure in versione molto new age, è nata una vera e propria filosofia animalista che tende a rovesciare le posizioni nel rapporto. Non vale la pena spendere nemmeno una riga per personaggi come Peter Singer, il guru del movimento (quello di Liberazione animale), che arriva ad affermare che tra un bambino malformato e un vitello sano sia da salvaguardare quest’ultimo: ma temo che posizioni di questo tipo siano ormai più diffuse di quanto vorremmo credere. Anni fa una mia collega, affiliata alla LIPU (la Lega per la Protezione degli Uccelli) e disposta ad incatenarsi ad un albero per difendere un rifugio naturale, rifiutò sdegnosamente di sottoscrivere una petizione di Amnesty International per sottrarre alla pena di morte un condannato per reati politici: non voleva avere “implicazioni politiche”. Non è un caso singolo e raro di paranoia. La scelta di un animalismo integralista coincide frequentemente col rifiuto di assumere nei confronti degli umani qualsiasi responsabilità o di provare la minima compassione. D’altro canto, per intenderci, non è casuale che tra gli animalisti più convinti del secolo scorso ci fossero Hitler e Himmler.

 

 

Mi interessa molto di più però ragionare sull’ipocrita presunzione che sta sotto tutto questo, perché è un aspetto che tocca da vicino anche coloro che non professano un animalismo dottrinale. Coloro che semplicemente si rapportano ad un animale domestico negando i ruoli naturali. La presunzione è quella di una possibilità di conoscenza empatica che ci consente di entrare in sintonia profonda con specie diverse dalla nostra, e stravolge tutto l’ordine dei valori. Ora, è indubbio che un cane, un gatto, per qualcuno persino un boa, possano fare più compagnia di molti esseri umani: ma questo dipende dalla natura e dalla condizione di chi di questa compagnia ha bisogno. Gli animali sono solo un nostro specchio, non possono essere forzati a diventare degli interlocutori. Se ci appaiono a volte più intelligenti e più comprensivi degli umani è solo perché non ci contraddicono. E questo può anche gratificarci, ma non ci aiuta certo a crescere. Ci induce anzi a rifiutare le relazioni complesse, a scegliere la strada più comoda. Tanto è razionale dunque il rispetto loro dovuto, quanto è irrazionale la pretesa di stabilire con essi un rapporto alla pari (che spesso si sposa appunto con il rifiuto di rapportarsi ai propri simili, e di rispettarli), umanizzandoli e attribuendo loro una dignità etica di cui credo non sentano affatto il bisogno. L’esigenza di una compagnia è legittima, ma forse andrebbe prima cercata e coltivata con i conspecifici.

L’ipocrisia consiste nel volerci autoconvincere che l’attenzione esasperata nei confronti degli animali sia mossa da un altruistico amore. In realtà come ho detto sopra quello che si manifesta nel rapporto falsato è un atteggiamento molto egoistico: da un lato perché pretende appunto che gli animali rispondano alle nostre esigenze con un comportamento che è per loro innaturale, dall’altro perché il rapporto con gli animali è, almeno superficialmente, molto meno rischioso. L’animale non è mai in competizione con noi: la sua rimane comunque una completa dipendenza. E noi inneggiamo magari alla libera vita nei boschi, e poi costringiamo loro alla reclusione tra le quattro mura di un appartamento, li castriamo o li sterilizziamo, inibiamo ogni loro istinto di caccia e ogni capacità di sopravvivenza autonoma rimpinzandoli di porcherie addizionate con vitamine.

Non solo: questo amore è anche molto condizionato dalle mode. Basta considerare ad esempio quanti collie ci sono in giro oggi, mentre negli anni cinquanta, all’epoca del successo di Lassie, non si vedeva altro. In buona parte dei casi che conosco direttamente la compagnia di un animale è un ornamento, spesso un capriccio, talvolta persino uno status symbol. Non si spiega altrimenti il proliferare di levrieri afgani, di mastini tibetani, di ridgeback rodhesiani o di pitt-bull. Questo non c’entra con l’integralismo animalista, ma non ha nulla a che vedere nemmeno con l’amore.

Il fatto che gli animali non abbiano un comportamento etico non significa naturalmente che non dobbiamo assumerlo noi nei loro confronti. Ma questo dovrebbe andare da sé, conseguire da una corretta conoscenza di quale è il posto dell’uomo nella natura e dei doveri che ha nei confronti della stessa. Non sarà certo una carta dei diritti riconosciuta dall’ONU a far cambiare la mentalità e gli atteggiamenti. Anzi, aggiunge ipocrisia ad ipocrisia, nel momento in cui vengono sempre meno applicati e riconosciuti quelli degli esseri umani. Ancora una volta una parola di buon senso arriva da Kant che, pur non riconoscendo agli animali diritti derivanti dalla loro condizione di esseri viventi e senzienti, riteneva che l’uomo dovesse rispettarli perché la crudeltà nei loro confronti predisponeva ad un uguale comportamento verso i nostri simili. Io sarei ancora più esplicito: bisogna rispettarli perché ogni crudeltà, ogni mancanza di rispetto nei loro confronti è un segno di viltà e di assenza di dignità.

 

Ecco, il sermone alla fine è venuto fuori lo stesso. Ma voglio chiuderlo con un aneddoto. Una volta, ero ancora un ragazzino, ho organizzato una spedizione di commando per liberare un povero cane che stava alla catena da quando era nato, in un cascinale dall’altra parte della valle. Lo sentivo uggiolare tutto il santo giorno mentre lavoravo nel vigneto, e mi strappava il cuore. Con due amici ho allora studiato un piano: ci siamo attrezzati di tenaglioni per tranciare la catena e di lardo per rabbonirlo, e abbiamo atteso che il padrone, un uomo torvo e ferocissimo, si allontanasse per recarsi nei campi. La cosa si risolse in un disastro, perché quell’idiota alla nostra vista si mise ad abbaiare furiosamente, richiamando la figlia del contadino, e dovemmo battercela di corsa prima di essere riconosciuti. Di lontano, dall’albero sotto il quale ci eravamo nascosti, vedevamo il cane camminare ringhiando avanti e indietro per l’aia, trascinandosi dietro la catena, ma fiero del suo successo. Fu in quell’occasione che cominciai a dubitare che gli schiavi vogliano davvero essere liberati, o quantomeno a rendermi conto che ad un certo punto si immedesimano totalmente nel loro ruolo. Non so se stavo umanizzando il cane o animalizzando gli uomini: comunque, una lezione da quell’avventura l’ho tratta. Non ho mai più creduto nelle avanguardie rivoluzionarie.

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Al di là delle nuvole

di Fabrizio Rinaldi, 3 marzo 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Appartengo alla generazione che vedeva “Che tempo fa” del colonnello Bernacca. Con pacatezza, sobrietà e un eterno sorriso sulle labbra spiegava l’avvicinarsi di perturbazioni, elargiva consigli ironici e snocciolava termici tecnici come “isobare” e “pressione millibar”, che affascinavano la mia mente di bambino. Spostava su una lavagna grigia (così appariva nella tv in bianco e nero) quelle linee bianche, quelle lettere “A” e “B”, come se stesse spostando truppe su un campo di battaglia: ai miei occhi stava giocando a risiko. Ma potete vederlo voi stessi: consiglio di cercare su youtube “Le previsioni natalizie del Colonnello Bernacca (1968)”.

I miei genitori e nonni non sapevano nulla di cumulonembi, cirri e altocumuli, ma seguivano le previsioni di Bernacca per il sottile piacere di constatare poi che le aveva ceffate in pieno. Si fidavano molto di più del loro istinto: uscivano di casa per annusare l’aria e per guardare le nuvole, specie se c’era da tagliare l’erba o da vendemmiare.

Le nuvole le osservavano con occhi molto differenti da quelli romantici di cantori, di poeti e di pittori come William Turner, che passava giornate intere a contemplare il cielo e riempire i suoi taccuini di acquarelli (come quello che apre l’articolo) che ne raffiguravano ogni possibile configurazione. Il loro era lo sguardo esperto e concreto di chi ha imparato a leggere il linguaggio della natura perché da questo dipende la sua sopravvivenza, il portare o meno a casa il raccolto dei campi.

Esistono un’infinità di “segni” che, per chi sa guardare, possono aiutare a capire quale tempo verrà. Quando si approssima il bel tempo i ragni tessono la loro tela con fili lunghi, gli uccelli volano alti e cantano al mattino presto e il fumo sale verticalmente e si disperde rapidamente. Mentre in previsione di tempo brutto i ragni accorciano i fili della tela e restano inattivi, le api non escono dagli alveari, gli uccelli volano bassi e cantano poco e il fumo dal camino sale diagonalmente e si disperde lentamente. Certo, oggi questi segni sono difficilmente percepibili: quanti possono basarsi sulle api e sul canto degli uccelli, o sulle tele dei ragni? Ma soprattutto, che differenza fa, per chi poi trascorrerà tutta la giornata in un ufficio o dentro una fabbrica? “Bello” e “brutto” (o “cattivo”) tempo non esprimevano un giudizio estetico o etico su un fenomeno naturale. Erano riferiti principalmente alle implicazioni sui lavori agricoli.

Com’è difficile
nella calura estiva
credere alla neve!
ABBAS KIAROSTAMI, Un lupo in agguato, Einaudi 2003

Quando meteo.it e 3Bmeteo non esistevano non potevano arrivare sui cellulari (anche perché non esistevano nemmeno) i loro catastrofici annunci di imminenti cicloni, temporali o tempeste siberiane in questa stagione, oppure di caldo tropicale e tempeste di sabbia sahariana in estate. Se nevicava non c’era spazio per allarmismi, c’era solo da prendere la pala e spalare. Quando faceva caldo, si zappava all’alba e al tramonto, per il resto si stava sotto un albero, magari col fiasco di vino a contemplare – allora sì – le nuvole.

Non sono qui per rivangare i bei tempi passati (perché non lo erano), ma a sottolineare la totale differenza dell’approccio nei confronti dei fenomeni atmosferici e dello spirito col quale si affrontavano le avversità, e questo a dispetto di una sempre maggiore consapevolezza dei cambiamenti climatici in corso.

È venuto totalmente meno il pragmatismo che caratterizzava i nostri nonni e genitori. Per un qualsiasi fenomeno che vada leggermente oltre la norma ci chiudiamo a riccio in casa, anziché prenderlo per ciò che è realmente, invece di pigliare l’iniziativa e affrontarlo con praticità e un briciolo di positività.

A questo punto spero che al lettore venga un dubbio: “Stiamo parlando di nuvole o di altro”? E infatti, mi riferisco alle nuvole, ma più in generale alle notizie fasulle che vengono vomitate dai media, al libero corso dato a manifestazioni di intolleranza, verbale e non, sempre più violente, allo spazio riservato a politici che di tutto parlano per non dire assolutamente nulla, o a elezioni che ai più appaiono totalmente inutili.

Ho divagato parecchio perché questo accade quando si vuol parlare di politica: c’è una diffusa tendenza a sottrarsi dal sostenere le preferenze in quell’ambito, un po’ per disinteresse, un po’ perché in difficoltà nell’argomentare le proprie idee e un po’ per timore del giudizio degli altri. Allora ci si sottrae preferendo animate disquisizioni sul tempo che fu, sull’opportunità o meno di aggiungere al piatto consigliato zenzero o curcuma (imprescindibili toccasana moderni); persino si disserta con maggior partecipazione su millantate pratiche sessuali o, appunto, sulle perturbazioni che “attanagliano l’Italia”.

Le previsioni meteo davano e danno una stima più o meno approssimativa del tempo atmosferico: si può prestare loro credito o meno, e comportarsi di conseguenza, ma il tempo rimane comunque quello. Le previsioni elettorali, in genere attendibili come quelle meteorologiche, hanno invece lo scopo preciso di orientare il voto, di creare l’effetto gregge: non hanno nulla a che vedere con l’informazione, mentre sono uno strumento di pura propaganda. Quando non ottengono l’effetto opposto. Se dovessi comportarmi in base ai possibili scenari che mi sono stati prospettati in questi lunghissimi mesi domani me ne starei a letto.

Andrò invece a votare, come ho sempre fatto, non fosse altro per rispetto verso chi non ha potuto farlo e ha combattuto per poterlo fare: ma ancor di più delle altre volte prima di entrare nella cabina elettorale dovrò turarmi il naso, e una volta dentro scegliere il meno peggio di montanelliana memoria.

Prima però alzerò gli occhi al cielo per vedere com’è. Sono giorni che nevica, spero che il ragno ora possa tessere una lunga ragnatela.

Post Scriptum del 5 marzo: Visto il cielo plumbeo, il ragno ha raggomitolato i suoi fili per farsi una calda coperta. L’aspetta ancora una lunga e grama bassa pressione, molto bassa.

Collezione di licheni bottone

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Fotografia e Utopia

Postilla a “Il racconto nell’album fotografico

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2018

Il pezzo di Fabrizio sulla fotografia ha casualmente incrociato lungo il mio percorso di letture un breve saggio di Pietro Bellasi comparso trentacinque anni fa su Prometeo (rivista che ancora esiste, o almeno esisteva sino ad un paio d’anni fa). Il saggio riguarda la miniaturizzazione e offre un sacco di spunti interessanti, dei quali cercherò di approfittare per altre occasioni. Ma uno in particolare concerne la fotografia, e mi sembra cadere a fagiolo: se si detiene il potere sull’interpretazione di ciò che è accaduto (o semplicemente si può mentire al proposito) si ha il controllo del presente e del futuro. Non riporto le parole di Bellasi perché l’autore baroccheggia alquanto e in realtà non dice, ma suggerisce. O almeno, a me ha suggerito questo.

Dunque. La fotografia ci racconta la realtà, ma una realtà che siamo noi a scegliere, al momento dello scatto, e poi al momento della conservazione. Allontana la realtà quel tanto nel tempo e nello spazio da rendercela accettabile. Infatti la miniaturizza, e quindi cela i difetti, li nasconde: ma cela anche gli effetti, li ferma, li cristallizza, li tacita. In pratica riduce il formato e azzera il rumore. Fabrizio dice che “congela” un istante, e che quindi, per effetto del confronto col presente, racconta anche lo scorrere del tempo. Io credo piuttosto che il tempo proprio lo escluda, perché il tempo è movimento, e lo scorrere del tempo produce un rumore, per quanto impercettibile, attraverso il quale appunto lo si coglie. E quel rumore nella fotografia non c’è.

Per questo penso che la fotografia sia ciò che più si avvicina all’Utopia. Non ci rappresenta la realtà quale noi la ri-creiamo, come può fare ad esempio la pittura, ma la realtà quale ci si impone: solo che siamo noi a sceglierne le dimensioni, a “domesticarla” sottraendola alla storia e avvicinandola alla perfezione. L’Utopia (quella con la maiuscola, che si pone come meta, e non come percorso) è appunto una realtà domesticata e fissata una volta per tutte, cristallizzata. Ecco, pensiamo ad esempio alla fotografia paesaggistica, meglio ancora a quella di montagna: ci consente di cogliere bellissimi paesaggi in un assieme, cosa che difficilmente riusciamo a fare nella realtà, perché lo sguardo si focalizza di momento in momento su punti diversi, o è distratto dagli altri sensi, dai suoni, dai profumi. Nella foto questi paesaggi, catturati e costretti in un formato ridotto, siamo in grado in qualche modo di dominarli, mentre nella realtà ne siamo dominati. Non c’è il rumore delle valanghe, o del vento, a dirci che siamo in loro balia. Ma lo stesso vale, al contrario, per i particolari che ci colpiscono in un volto, in una figura, in una costruzione, soprattutto per quelli che percepiamo come “negativi”. Dal vivo si impongono, sviano il nostro sguardo dal contesto: nella fotografia, miniaturizzati, vengono riassorbiti dall’assieme.

Paradossalmente questo accade anche con la macrofotografia, pur se parrebbe il contrario. Rendere visibili le cose quasi invisibili è anch’esso un modo per dominarle. Insomma, la fotografia ci consente di ricondurre ogni aspetto del mondo a scala umana, per poterlo fermare, fissare e controllare.

La fotografia ci nasconde dunque la realtà? No, ma certamente le riserva un trattamento cosmetico. Sempre, nelle foto dell’album di famiglia ma anche in quelle di cronaca. Persino le terrificanti immagini che arrivano dai teatri di guerra, persino quelle che sono arrivate dai campi di sterminio, sono state scelte per una loro valenza estetica prima ancora che documentaria. Le due cose hanno finito magari per coincidere, ma è indubbio che noi finiamo per memorizzare piuttosto le immagini che le storie che stanno loro dietro.

Dove ci porta tutto questo? Da nessuna parte. Sono solo riflessioni indotte da una coincidenza particolare, o che a me è parsa tale. Non cambiano una virgola del mio rapporto con la fotografia, né immagino di quello di Fabrizio o di chiunque altro. Ma forse potrebbero illuminarlo da un’angolatura un po’ diversa.

 

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