Qui ci sono i draghi

di Fabrizio Rinaldi, 15 maggio 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Le più antiche mappe europee sono in Valcamonica, su una roccia di 2,5 metri per 3 con incisi campi coltivati, sentieri e torrenti. Sicuramente di non semplice consultazione come Google Maps, ma già allora apparivano chiare le due caratteristiche principali dalla moderna cartografia: l’utilizzo di simboli per rappresentare le caratteristiche di un territorio e la visione prospettica dall’alto, dovuta all’abitudine dei popoli di montagna di vedere tutto dalla cima.

La presenza di un punto elevato da cui guardare il mondo è di estrema importanza, tanto da essere uno dei tratti distintivi: senza una “visione” dalla sommità di un colle o di una montagna, non si rintracciavano i riferimenti spaziali necessari per orientarsi, tanto nel territorio concretamente calpestato quanto nella sua rappresentazione su roccia, pergamena o carta.

Nel Medio Evo e nella prima età moderna le mappe divennero uno strumento indispensabile per coloro che si spostavano da un feudo all’altro per scambiare merci, ma soprattutto per i naviganti, i quali si inoltravano in mari e in territori inesplorati, indicati sulla pergamena da ampi spazi bianchi.

Durante la Grande Guerra si iniziò ad utilizzare la fotografia come supporto per la stesura delle carte. Al rilevamento aereo si aggiunse, dopo il secondo conflitto mondiale, anche il telerilevamento mediante satelliti artificiali. Di lì, con ulteriori innovazioni tecnologiche, siamo arrivati alla geolocalizzazione odierna, consentita da qualsiasi smartphone.

Un’infografica potrebbe riassumere bene l’evoluzione della cartografia, passata appunto dalla roccia a Google Maps, ma non ne ho trovate in rete di soddisfacenti e non sono abbastanza bravo da costruirne una io.

Comunque, la prima cosa da rilevare nell’iconografia geografica (e non) odierna è la tendenza a raffigurare concetti, dati ed eventi con simboli, icone e grafici che nei colori accattivanti e nel tratto alludono ad un mondo infantile. In pratica ci trattano come bambini. Predomina la semplificazione, giustificata dal fatto che si vogliono rendere facilmente comprensibili concetti che non lo sono affatto: dalla relatività all’economia, dalla psicologia alla tecnologia dei computer. Non a caso Steve Jobs, l’inventore di Macintosh, era ossessionato dalla “pulizia” grafica dei suoi prodotti, sia del software che dell’hardware.

Ora, tutto questo è vero, ma al di là della tendenza del momento e di ciò che può sottendere, non me la sento di condannare un’evoluzione che, usata intelligentemente, consente di affrontare luoghi e saperi sconosciuti. Senza questa, molti di noi si fermerebbero già alla partenza.

Le mappe mentali, ad esempio, sono il pane quotidiano per molti studenti, che in esse sintetizzano più concetti inerenti ad un argomento: la speranza è che questo li aiuti a memorizzarli meglio e a far chiarezza (se mi baso su quel che vedo, qualche dubbio lo avrei). Graficamente si parte dal concetto principale, al centro del foglio, e da esso si tracciano linee che portano alle parole chiave attinenti più prossime: da queste se ne propagano altre, e se le connessioni sono corrette si arriva fino a eviscerare nel dettaglio l’argomento affrontato.

Io stesso prima di una riunione traccio una mappa mentale degli argomenti che affronterò col mio gruppo di lavoro. Se le questioni le sintetizzo come punti di una lista, non ottengo altrettanti dettagli. La sintesi degli argomenti disegnati in forma di un “neurone” ci è più congeniale, forse perché riproduce qualcosa che è presente nel nostro cervello.

Come quella dei concetti, anche la raffigurazione del territorio passa inevitabilmente attraverso simboli che dovrebbero essere universalmente comprensibili. Le mappe utilizzate da chi pratica l’orienteering non riportano i nomi dei luoghi, ma sono estremamente precise e usano segni convenzionali e colori specifici e funzionali al tipo di terreno rappresentato. L’interpretazione della simbologia permette di orientarsi in un territorio, leggerne le caratteristiche e ricavarne le informazioni necessarie.

E ho anche iniziato a considerare le praterie, poco distanti dalla città in cui sono nato, la mia terra natale, e ho cominciato ad amarle non perché attirano l’attenzione come i monti o la costa, ma perché la respingono sfidando la capacità di mantenerla sveglia.
WILLIAM LEAST HEAT–MOON, Prateria, Einaudi 1994

La maggior parte delle mappe contiene però toponimi connessi al territorio, e chi le utilizza fa riferimento proprio a questi.

È interessante l’indagine sui toponimi raccontata anni fa da William Least Heat-Moon nel libro Prateria. Da una piccola zona del Kansas nella quale non c’era altro che erba alta e qualche casa isolata, un luogo all’apparenza senza alcuna storia, l’autore riuscì a estrarre personaggi e avvenimenti, ricostruendo il rapporto a volte conflittuale tra l’uomo e la natura (cicloni, siccità, alluvioni). Nei nomi dei luoghi resistono storie, magari piccole, ma che diversamente sarebbero scomparse.

Una ventina di anni fa ho partecipato ad una ricerca degli antichi toponimi nel territorio del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. Intervistando i vecchi del luogo riuscimmo a risalire ai nomi di colli, vallette, rii e ruderi di antiche case, che stavano per essere dimenticati e non comparivano nelle carte ufficiali, sia in quelle del Parco che nelle più vecchie IGM del territorio.

Oggi la memoria orale di quella società e della sua storia è andata perduta, perché anche gli ultimi superstiti della comunità contadina che avevamo intervistato sono scomparsi. Quel lavoro ha però salvato i nomi legati al territorio e li ha connessi alla storia passata. Sono scomparse le voci, ma rimane la parola.

L’immagine qui riprodotta è indicativa di quanti toponimi avesse un ristretto territorio, quindi di quante storie ci fossero da raccontare.

Proprio in quel fazzoletto di terra nacque la “leggenda” dei Viandanti delle Nebbie. Il sogno era quello di tornare ad una idea positiva e propositiva dell’esistenza, di recuperare modalità di rapporto semplici e leali, di ricostituire una tessuto di amicizia e una comunità di ideali. Avevamo individuato i ruderi delle cascine Nègge come luogo in cui rifugiarci e da cui far partire tutto. È rimasto un sogno. È rimasta per molti di noi la Camelot da cercare.

Tutto questo nelle mappe dell’epoca digitale non trova spazio. Abbiamo mappe del terreno molte accurate, che però si fermano solamente alla superficie: senza la terminologia storica vanno perse le connessioni all’uso che l’uomo ha fatto di quello spazio nel tempo.

Già ora, se penso alla mia zona, mi chiedo quanti ancora conoscano “La Caraffa” come piccolo nucleo di case, e non la identifichino invece con il Brico e il Basko.

Nelle mappe che leggeremo in futuro sulle nostre appendici telefoniche i toponimi collegati all’uso del territorio saranno soppiantati – perché ormai del tutto superflui e obsoleti – dalle indicazioni di dove poter mangiare kebab, acquistare scarpe, vedere qualcosa, ecc … Saranno costruite ad hoc sulla base del nostro “profilo”, degli interessi rivelati dai nostri acquisti e dai nostri spostamenti.

Per chi però ancora volesse incontrare l’inesplorato, basterà introdurre un “filtro” all’oracolo Google: mascherando tutto ciò che è “consumabile” si potranno trovare nuove terre incognite. Magari sullo schermo apparirà l’antica frase latina hic sunt dracones (“qui ci sono i draghi”) e ricominceremo a ridare nomi a sentieri, strade, boschi e pianure. Magari qualcuno di questi posti lo chiameremo Camelot o, addirittura, Nègge.

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Una dose di pensiero divergente

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.

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Libri, cibo, vino e montagna

di Marcello Furiani, novembre 2017

Se ci trovassimo all’interno di un motore di ricerca, queste sarebbero le parole chiave per rintracciare e tentare di definire cosa siano stati e in parte siano ancora i Viandanti delle Nebbie: un gruppo di amici di età nemmeno così omogenea che, lontano da riflettori e da istituzioni, hanno dato vita a molti incontri privati e a qualche occasione pubblica.
Difficile definire questo gruppo di persone, animate da un piacere primordiale, quindi naturale di vedersi e di frequentarsi, dall’istintivo disinteresse personale e da autentici interessi culturali in senso ampio, senza discriminazioni ideologiche o snobistiche, ma già da allora radicalmente (in senso etimologico: dalle radici) critico davanti alla restaurazione di un conformismo degradato e generalizzato, alla riduzione di ogni desiderio all’ideologia produttivistico-consumista, al tempo di privazione descritto già da Heidegger e all’ordine orrendo dolorosamente raccontato da Pasolini.
I percorsi personali ed esistenziali degli ultimi vent’anni hanno, com’è ovvio, frapposto distanze, diradato incontri, rarefatto progetti. Un assortimento di disillusioni (che va al di là di quelle strettamente personali, ma concernono la deriva ideologica, politica, etica e culturale degli ultimi vent’anni) ha talora reso il vivere fibroso come un legno di vite e – mi riferisco al il sottoscritto – a volte incupito il pensiero nell’aporia di previsioni fosche e caliginose.

Tuttavia è bastata l’occasione di un caffè preso insieme o di una cena su un tavolaccio di legno a rinnovare lo spirito di quegli anni, a far rifluire energie e idee in cui riaffiora un non spassionato sguardo sui libri e sui viaggi, sulla politica e sulle persone.
Grazie a tutto ciò libri, cibo, vino e montagna non sono solo parole di un motore di ricerca, ma sentieri ancora dotati di senso: come l’ago che raccoglie le maglie di una rete sdrucita ancora elargiscono un qualità ai dirupi della nostalgia, al tempo che si perde come una cosa, a ogni brivido che affretta il sangue.

 

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Quando guardo il Viandante …

di Fabrizio Rinaldi, 19 maggio 2017,

… sto ad osservare.

Quando i Viandanti iniziarono a camminare insieme, m’immedesimavo nella figura del nostro simbolo come colui che guarda il proprio futuro con paure e speranze, ma sicuramente con tanta voglia di attraversarlo quel bosco che, scendendo dalla roccia, m’attendeva nella nebbia, per poi risalire sulla vetta del Tobbio.

Nel bosco i rovi delle personali esperienze lavorative e sentimentali m’avrebbero scorticato la pelle, ma mi resero per lo più un viandante del pensiero e meno del cammino.

La fortuna, o forse un’intrinseca sicurezza nella modalità di incedere lungo il sentiero, mi ha concesso di incontrare anche alberi che hanno fornito il giusto legno per costruirmi il bastone che m’accompagna: un legno flessibile e chiaro. Ad un certo punto ho piantato nel terreno quel legno e sono nate le mie due betulle: a rispuntare tra la nebbia della vallata e risalire quel crinale del Tobbio che si vede all’orizzonte, mai avrei immaginato che non sarei stato solo, ma lo avrei fatto con moglie e figlie. Mai!

… sto ad ascoltare.

Quando ora ripenso al quel Viandante, mi scopro a soffermarmi su ciò a cui presta attenzione con l’orecchio, ancor più che su ciò che vede.

Per lavoro ascolto parole dette e sottese dei miei collaboratori cercando di dipanare problematiche educative, organizzative e di relazione.

Per contrasto e desiderio di una libertà di pensiero, ricerco orizzonti relazionali dove non debba intendere e intepretare frasi e azioni, ma sentire il rumore del bosco o – ancor più difficile da individuare – il suono del silenzio: quello raro che si ritrova tra amici veri e che ci accompagna durante le nostre ormai sporadiche camminate insieme. Quel silenzio che non è mai d’imbarazzo, ma di comunione di pensiero o che si deposita tra un racconto e l’altro, pensando alle riflessioni dette e cercandone un’altra da condividere.

Oppure cerco il silenzio come esperienza personale che aiuta a dipanare e convivere quotidianamente con il mancato raggiungimento degli orizzonti previsti, ad esempio quelli che ci eravamo dati all’inizio dell’avventura con Viandanti.

Mi godo questo attimo di solitudine e assenza di rumori e suoni, prima che l’inquadratura s’allarghi e accolga anche le sagome delle mie bambine che ansimando dalla stanchezza per raggiungermi, ridono di me per il vestito e il bastone da damerino.

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Wanderers forever

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2014

C’era una volta, tanti e tanti … beh, insomma, una ventina d’anni fa, un gruppo di amici, di quelli messi assieme dalle circostanze della vita e dalle passioni in comune anziché dall’anagrafe, che si ritrovavano sempre più spesso a frugare tra gli scaffali di una caotica libreria ovadese, a camminare lungo i sentieri del Parco di Marcarolo o a cenare in un capanno sperduto nella campagna. Era un’allegra brigata, a metà strada tra il cenacolo intellettuale e la compagnia del calcetto: ma forse, più che a metà, stavano proprio su un’altra strada. A fare da collante non erano infatti bandiere ideologiche o disegni di gloria o snobismi culturali, ma solo un laico piacere di ritrovarsi, di comunicare a qualcuno le proprie sensazioni e scoperte e di partecipare di quelle degli altri. Si parlava a ruota libera di musica e di libri, di politica e di viaggi, di fumetti e di sentieri, si demolivano senza riverenze miti e personaggi della storia o della quotidianità, si raccontavano sempre sul filo del paradosso aneddoti o esperienze di vita e di lavoro. Insomma, si verificava come fosse possibile “qui e ora”, senza attendere redenzioni o rivoluzioni, vivere rapporti umani piacevoli e disinteressati.

Ad un certo punto questi amici decisero di “formalizzare” il sodalizio, dandogli un nome, una sede, un logo, un sito internet e persino uno statuto di fondazione (con tanto di registrazione notarile). Di formale il sodalizio aveva in realtà ben poco: per esservi ammessi non era necessario superare prove iniziatiche, ed erano richiesti pochi e semplici (ma non per questo meno rari) requisiti: una buona dose di ironia e una ancor più cospicua di autoironia, uno stomaco capace di reggere il menù “povero” delle cene ma non Berlusconi e D’Alema, un approccio politicamente scorretto ai problemi ma educato alle persone, gambe allenate a salire il Tobbio e mente aperta a viaggiare tra Ken Parker e Humboldt; infine, era gradita l’appartenenza al genere maschile (nei confronti dell’altro sesso era contemplato un ristretto margine di tolleranza, ma raramente capitava di ricorrervi). Nello statuto non erano previsti ruoli, cariche, prebende, assemblee, codici disciplinari, quote di adesione. C’era solo un impegno reciprocamente assunto alla solidarietà e al rispetto: da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni, la società anarchica perfetta.

A imporre il passaggio dall’informale al “certificato” fu il desiderio di realizzare alcune iniziative, un paio di mostre, una rivista, nate soprattutto per creare pretesti al lavoro in comune e ulteriori occasioni per i ritrovi conviviali. Visti i presupposti, dal punto di vista operativo le cose non cambiarono granché: e in più, come sempre accade, quando il gruppo arrivò ad ufficializzare la sua esistenza il momento maggiormente intenso e genuino di quell’esperienza era già alle spalle.

Non fu quindi la “formalizzazione” a decretare la fine della prima fase del movimento dei Viandanti: semplicemente la vita, quella fuori, li portò uno alla volta ad intraprendere altri percorsi, a costituire altri personalissimi sodalizi. Come è giusto sia, senza rimpianti e con la consapevolezza di avere vissuta un’esperienza singolare e irripetibile.

Ma … se pure quella specifica esperienza è finita, il suo senso e il suo spirito non sono affatto esauriti. Gli elementi di base ci sono ancora tutti. C’è ancora la libreria, il Tobbio e il parco sono sempre là e non si muovono, il capanno è rimasto in piedi, è persino ancora visitabile (e visitato) il vecchio sito web: soprattutto, perdura vitalissima l’amicizia che lega i Viandanti, quelli del nucleo originario e quelli aggregatisi nel frattempo, e continua lo scambio e si è rafforzata la complicità, anche perché la coscienza di aver condiviso qualcosa di speciale, se non di eccezionale, è confermata costantemente dal deludente confronto con le altre esperienze, politiche, culturali, sociali, che è dato fare. Insomma, lo spirito che aveva animato vent’anni fa la conventicola dei cacciatori di sentieri, reali o letterari, aleggia tuttora.

Per questo, senza mettere in cantiere nessuna operazione nostalgia, al solo scopo di facilitare e allargare ulteriormente la condivisione dei materiali vecchi e nuovi prodotti dai Viandanti, si è voluto aggiornare il sito. Il cambiamento interessa, oltre che la grafica, le modalità della fruizione e naturalmente i contenuti, mentre gli intenti e anche gli inquilini sono rimasti praticamente gli stessi. Qualche porta e qualche finestra in più consentono di entrare e uscire più comodamente e di guardare il mondo da prospettive più varie, quindi di individuare nuovi sentieri: che almeno virtualmente potremmo ancora percorrere assieme.

 

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Un viandante parte in sordina

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Gianmaria se n’è andato l’estate scorsa. Come un autentico viandante, schivo di compianti e di commiati, ha raccolto il suo zainetto e in punta di piedi si è incamminato per l’ultimo viaggio. Ha salutato solo i famigliari, preferendo serbare intatta per gli amici l’immagine di un arguto commensale, di un interlocutore tanto intelligente quanto modesto e disponibile. Ha voluto andarsene con la stessa discrezione e dignità con le quali aveva camminato lungo la vita: e, conoscendolo, anche queste poche parole in suo ricordo gli parrebbero di troppo. Ma siamo convinti che in fondo non gli dispiaceranno, perché dettate da un’amicizia e da una stima sincere.

Proprio nello scrivere queste righe ci siamo resi conto che in fondo Gianmaria ha realizzato quello cui ciascuno di noi, più o meno consciamente, aspira: vivere (e quindi anche morire) con stile. Il suo stile era semplice: viveva ogni situazione con ragionevolezza, coerenza, autoironia e positività, nel pensare come nell’agire, e adottava questo atteggiamento come un valore in sé, indipendente da ogni assunto ideologico, politico o confessionale. Si rapportava agli altri per quel che erano, e non per quel che avrebbe voluto che fossero: ma senza per ciò rinunciare a credere che una società di esseri umani può e deve essere migliore di un branco di lupi.

Una scelta di questo tipo prescinde da ogni grande sogno di redenzione, dall’alto o dal basso, terrena o celeste che si voglia: esige il coraggio di prendere atto della realtà e di assumersi nei confronti di quest’ultima una piena responsabilità personale. Significa non ritrarsi di fronte all’idea che la propria vita non sarà riscattata da un premio ultraterreno o iscritta in un superiore disegno storico, e che sta a noi, e solo a noi, riempirla di senso, qui e subito.

Lo “stile” potrebbe anche sembrare un ripiego, un surrogato consolatorio del senso perduto dell’esistere, giustificato dal crollo, attorno a noi, di tutte le impalcature di significato che hanno aiutato l’umanità, bene o male, a crescere. Morto il sacro, tramontate le ideologie, finiti in liquidazione anche i miti del benessere e del successo, lo stile parrebbe essere tutto ciò che ci rimane. In realtà è di più, è ciò cui siamo finalmente liberi di aspirare. Finalmente, perché a dispetto di tutte le apparenze oggi più che in ogni altra epoca è possibile vivere con dignità, senza scendere a continui compromessi con gli altri e con noi stessi, e senza imporre a noi stessi e agli altri alcuna gabbia etica. È possibile soprattutto vivere una dignità spontanea e serena come quella di Gianmaria, del tutto aliena da astio e frustrazioni o da una sdegnosa sufficienza, ma al tempo stesso civilmente e apertamente intollerante verso la stupidità conclamata.

È possibile, certo, ma non è facile. E non è sufficiente volerlo: perché “questo” stile uno non può costruirselo, e nemmeno lo può ereditare dai maestri che si è scelto. Non è un abito che ci possiamo adattare addosso. È l’atteggiamento naturale che nasce da una sensazione: quella di essere nella direzione giusta, ma di avere ancora un sacco di strada da percorrere. Di essere un eterno viandante. Come Gianmaria.

 

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Sogni e sentieri

di Paolo Repetto, dagli atti di un convegno svoltosi a Tagliolo Monf.to nel 1997

Sono stato invitato ad intervenire a questo convegno come rappresentante di un’associazione che si è costituita recentemente, i “Viandanti delle Nebbie”. Le caratteristiche di questo sodalizio sono piuttosto anomale, e le sue finalità potranno apparire troppo ambiziose e troppo vaghe da questa breve presentazione. Ne sono cosciente, perché risultano difficili anche a me da definire: e me ne accorgo soprattutto in questo momento.

Comunque ci provo, partendo magari da un minimo di identikit degli associati. Al momento non sono più di una decina, quasi tutti giovani d’età, qualcuno, come me, giovane (o immaturo) solo nello spirito. Siamo tutti legati a quest’area, intendo l’area del Parco e dintorni, da un vincolo affettivo, nel senso che siamo nati qui e qui viviamo, e da uno cultural-emotivo, nel senso che da sempre abbiamo provato il desiderio di conoscerla meglio, sia sotto il profilo naturalistico che sotto quello storico, e l’abbiamo quindi percorsa in lungo e in largo, a caccia di torrenti, di sentieri, di cascine, di incontri, di emozioni appunto e di conoscenze. I percorsi comuni, e non solo quelli escursionistici, hanno indotto tra noi una consuetudine che si è ben presto tradotta in amicizia: e l’amicizia si è ulteriormente cementata quando quelli che erano sogni e fantasie individuali hanno trovato un comune denominatore in un “progetto”. Ecco, noi non siamo presenti a questo convegno per portare un contributo di conoscenza scientifica o naturalistica, o di informazione legislativa: siamo qui semplicemente per testimoniare di una (per noi) straordinaria esperienza maturata in comune col tramite dei boschi e dei sentieri del parco, e del progetto di allargarla che ne è scaturito.

Cercherò di essere sintetico: spero di risultare anche chiaro. La frequentazione assidua dell’area del parco ci ha fatto scoprire ed apprezzare un considerevole potenziale di sfruttamento (mi scuso per il termine, ma lo impiego in senso positivo) in funzione escursionistica. Esistono già, o al limite possono essere identificati, percorsi di varie lunghezze, per uno o più giorni, più o meno impegnativi, adatti anche ad escursionisti esigenti (anche in questo campo ci sono i raffinati), e che nulla hanno da invidiare per la bellezza del paesaggio o per interessi naturalistici a quelli celebratissimi del Parco d’Abruzzi o della Selva Nera (per citare quelli di cui si è fatta personale esperienza, e che presentano analogie altimetriche). Questi percorsi debbono soltanto essere strutturati e promossi. Strutturare significa letteralmente predisporre strutture minime di accoglienza, oltre naturalmente a tracciare una segnaletica adeguata: quindi rifugi, punti sosta, capanni per bivacco, aree periferiche per il campeggio o il posteggio delle auto. Il tutto, per intenderci, senza colate ma nemmeno piccole eruzioni di cemento, sfruttando l’esistente, che è molto e giace nell’abbandono, e riducendo al minimo gli interventi (ciò che consente di risparmiare la natura, ma anche i soldi pubblici). Promuovere significa produrre un’informazione adeguata, e per come la vediamo noi “adeguata” ha una valenza ben precisa, perché proprio in questo sta la specificità del progetto.

Ogni parco che si rispetti pone infatti tra le sue finalità quelle di dotarsi di strutture e di pubblicizzarsi. Sin qui niente di nuovo. Il problema nasce quando si deve decidere verso quale tipo di fruizione orientarsi. Senza giri di parole, è un problema economico, che normalmente viene semplificato nei termini “più gente, più soldi, maggiori incentivazioni per i residenti, ecc…”. La logica è in fondo quella della natura come bene di consumo, da mettere democraticamente a disposizione di tutti, sperando in una ricaduta non solo di rifiuti o di scempi o di incendi, ma anche di occupazione. Il che è senz’altro giusto, in parte. Ma noi crediamo si possa porre la questione anche in altro modo, promuovendo e privilegiando ad esempio un afflusso escursionistico invece che turistico (per carità, ci vogliono anche i turisti, i gitanti domenicali con la radiolina per sentire la partita o le bistecche per la braciolata, ma possono essere contenuti, concentrati ai margini dei percorsi asfaltati o in apposite aree attrezzate, magari anche col megaschermo e il baretto). Una frequentazione escursionistica presenta in genere queste caratteristiche: non è distruttiva, seleziona a priori persone che la natura l’amano e la rispettano sul serio, esercita un richiamo molto allargato, che va ben oltre le aree metropolitane limitrofe (non ci spostiamo noi verso la Germania, la Francia, la Scozia, ecc., sulle tracce di sentieri che sono ormai diventati dei classici, e che raccolgono camminatori di tutta l’Europa?) ed ha quindi anche, una volta avviata, un riscontro economico ed occupazionale non indifferente, a fronte di costi di riassetto e di manutenzione minimi. Non sto viaggiando con la fantasia: è sufficiente percorrere qualsiasi sentiero tedesco (lasciamo perdere quelli italiani, non ne vale la pena) per rendersi conto che esiste tutta una micro-economia, ormai ben consolidata, alla quale i residenti nelle zone tutelate si sono di buon grado convertiti, e della quale sono, anche in termini di qualità della vita, ben soddisfatti. Ma c’è un altro aspetto, legato a questo tipo di fruizione, del quale ci preme sottolineare l’importanza. Uno dei mali della nostra società dei quali ci si lamenta più sovente è l’assenza di possibilità, nel senso anche di situazioni materiali, di incontro. Paradossalmente la nostra società di massa impone l’aggregazione, negli stadi, nelle discoteche, nelle code agli uffici pubblici, ma nega gli incontri. Incontrarsi in situazioni sbagliate (quelle appunto prima citate, ed altre peggiori) significa non poter assolutamente comunicare, conoscere, confrontarsi (se non fisicamente, come infatti accade sempre più spesso). Ora, l’incontro nello scenario naturale, nel silenzio di una sosta o nell’intimità di un rifugio, è una delle poche occasioni che ci siano date per rompere il guscio teleindividualistico e schiuderci a rapporti d’amicizia veri e significativi. Se poi ciò accade nei confronti di persone portatrici di altre culture, di altre mentalità, ma comunque a noi accomunate dalla volontà di guadagnarsi, di sudarsi un po’ i piaceri che la natura offre, beh, allora veramente nulla di più si può desiderare.

Il nostro progetto risponde a queste premesse. Intendiamo infatti identificare una rete di sentieri che rendano appetibile la zona del parco per tutti gli escursionisti, italiani e non, creando in tal modo attorno ad essa anche una sorta di rete protettiva, contro quelle volontà di intervento speculativo che non sono mai dome, e spesso si alimentano di ciò stesso che fino ad un attimo prima avevano combattuto e osteggiato. Intendiamo, per quanto ci sarà possibile e consentito, attrezzare questa rete con punti di sosta, che non debbono essere la riproposta alberghiera mimetizzata da agriturismo, ma veri e propri rifugi, ove si possa pernottare, bivaccare, volendo anche dimorare per qualche tempo, se si è alla ricerca di solitudine o si deve smaltire una delusione, a costi estremamente contenuti, escursionistici insomma. E intendiamo fare di questi luoghi dei punti di ritrovo, di appuntamento per chi ama la natura e si ricorda che della natura fanno parte anche gli umani e va in cerca quindi non solo di bei panorami, ma di solide amicizie o almeno di frequentazioni non deprimenti.

Per adesso è un sogno, anche se le coordinate del progetto le abbiamo già tracciate. Può essere che rimanga tale, per nostra incapacità o per cause di forza maggiore. Ma l’idea di fondo, l’ipotesi di lettura del futuro del parco dalla quale siamo partiti dovrebbe rimanere valida, ed essere accolta anche da chi avrà responsabilità amministrative: perché in caso contrario sarà difficile che i nostri figli possano ripercorrere con altrettanto piacere gli stessi sentieri che oggi noi frequentiamo.

 

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Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

 

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Beato chi lasciò presto il festino

Variazioni intorno alla figura del viandante

di Marcello Furiani da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

1.

Il viaggio, luogo privilegiato dell’immaginario mitico e romanzesco, si manifesta essenzialmente in due forme classiche: il viaggio come prova, percorso doveroso per l’eroe alla conquista di una meta, e il viaggio come educazione, come conoscenza e crescita che preventiva il ritorno in qualità di momento finale.

Via, via dagli uomini e dalle città
verso il bosco selvatico e le dune
alla silenziosa selvatichezza
dove l’anima non deve reprimere la sua musica
per timore che non ne trovi
un’eco nella mente degli altri.
PERCY B. SHELLEY

Ci imbattiamo poi in un terzo modello di viaggio, nel quale gli obiettivi si allentano, i profitti restano più impliciti, racchiusi nel momento e nel gesto stesso del viaggiare: mi riferisco al vagabondaggio in tutte le sue forme, dal ramigare all’errare, ad un movimento erratico in cui la linea che unisce due punti non è quella retta (cioè la più economica e la meno speculativa), ad uno spostamento che non ha necessariamente nemmeno il fine di unire due punti. Il viaggio come erranza, divagazione, deriva.

Questa idea del viaggio è la più “moderna” e quindi ha una storia più recente delle precedenti. Ma prima di ripercorrere, senza presunzione di esaustività, la figura del viandante attraverso personaggi letterari, vediamo di definirla più precisamente.

Il viandante non possiede una casa: si sposta di città in città, di villaggio in villaggio, dorme dove accade, talora viene ospitato. Pur essendo una figura che si situa ai margini, non è un antisociale. Spesso è un giovane, piacevole e attraente, non di rado sa suonare o cantare, intreccia nei suoi brevi soggiorni piccole storie d’amore, è capace talora di parole profonde e illuminate. Ma tutto ciò dura poco, perché il viandante riparte mimando col suo continuo allontanarsi la parvenza delle cose, il doppio effimero di qualcos’altro che si sottrae e si dilegua, l’inespugnabilità di ciò che egli stesso vagheggia. Ogni luogo lo soffoca, ogni luogo è un luogo sbagliato che tradisce e consuma: il viandante è alla ricerca infinita del luogo che non c’è, cioè dell’utopia.

Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due? 
BRUCE CHATWIN

Nel Lieder einer fahrenden gesellen (I canti di un giramondo) di Gustaf Mahler il protagonista procede al passo di una marcia funebre nel viaggio verso “l’estrema provincia della memoria”: l’assenza di una patria, di una heimat è quindi anche la morte, il luogo definitivo.

Il viandante sa che ogni cosa finisce e se decidesse di fermarsi non sarebbe per sempre: per ciò riparte. Nel finale del Eugenio Oneghin di Puskin l’autore prende congedo dal proprio personaggio esprimendo il desiderio di tutti i viandanti: “Beato chi lasciò presto il festino / della vita e il boccale pien di vino / non vuotò fino in fondo, chi ha saputo / staccarsi dal romanzo suo più caro / come da Oneghin ora io mi separo”.

Nella letteratura ci si inbatte spesso nella figura del viandante, o flaneur o wanderer; soprattutto la letteratura romantica è abitata da questo personaggio, confermando che l’anima romantica è un’anima nostalgica, inqueta, notturna, inappagata, che iterativamente vagheggia qualcosa che sta al di là dell’immediatamente sensibile. Il viandante ha in se l’inesausta smania e l’inestinguibile struggimento per l’altrove, la romantica sehnsucht, quella che Rousseau chiama una fitta del cuore verso un’altra forma di godimento e di possesso. Tutto ciò cambia il movimento in un errare senza sosta, privato di un risolutivo nostos: come osserva Nietzsche in Umano, troppo umano il ritorno si addice al viaggiatore diretto ad una destinazione, non al viandante che non conosce meta e configura il compimento del proprio destino nella provvisorietà e nell’instabilità.

2.

La Storia di un fannullone di Joseph Von Eichendorff è un’alternativa alla realtà, non un’evasione dalla storia, è la nostalgia di una dimensione umana integra e libera, non un superamento del passato.

La poesia è nella vita feriale e diretta; non c’è l’inquietudine per un ‘oltre’ inconseguibile: solo l’appagamento di ogni battito del fluire della vita in un’identificazione dello spirito con il respiro cosmico, altrettanto umano quanto i tormenti e gli affanni delle anime del Romanticismo. Tutto è epifania, eppure il dolore si comprende presente, per nulla soffocato da un ottuso ottimismo o da una furia trionfalistica; lo si indovina come l’altra faccia della gioia e ciò dà credito, più di ogni altro pensiero, alla possibilità di sentirsi in corrispondenza con il vivere in tutta la sua apparente semplicità. Ciò accade a differenza, per esempio, delle pagine di Hans Christian Andersen, delicate ed idilliche, nelle quali – si veda la novella “Compagno di viaggio” – la figura del viandante puro di cuore e nomade nell’anima si muove in una natura stilizzata e priva di profondità, senza altezze e senza ombre, colorata ma inodore. Il viandante di Andersen rimuove il dolore e la tragedia, avvolto e annebbiato in una visione cristiana dell’esistenza diluita da un ottimismo filisteo e semplicistico.

Intorno non si vedeva anima viva e non si sentiva rumore. Per altro, vagabondare a quel modo era bellissimo.
JOSEPH VON EICHENDORFF

In Eichendorff il fascino del vagabondo in continua fuga, inesausto nella capacità di cantare e di essere felice, è nel ritrovare passo dopo passo lo stereotipo previsto e puntualmente mai disatteso: ciò che realisticamente è l’imprevedibile corrisponde con l’estremo prevedibile della fantasia; ogni elemento del proprio immaginario d’avventura trova spazio nella sue pagine.

I personaggi di Robert Walser sono viandanti che si aggirano per il mondo, osservano la vita, si mimetizzano svestendosi della coscienza, volgono la propria attenzione a fuggevoli dettagli apparentemente trascurabili, non si concedono a nulla in fedeltà ad una condizione d’assenza. Vivono in un eterno presente, sognano una vita come attesa, vigilia di promesse senza modello né costrutto. Nel loro ritirarsi perpetuano infinitamente il congedo, annullati in una nozione del tempo estremamente incerta e indeterminata, quasi per una volontà di perdersi in qualcosa che trascende.

La condizione del viandante disposto ad ogni esperienza non entra in contraddizione con questa modalità, in quanto la libertà per i personaggi walseriani è predisposizione a non legarsi, a non entrare in contatto con alcunché abbia una forma definita: è un’immobilità che si nega al gesto che spartisce il mondo.

Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io mi imbatta in giganti, abbia l’onore di incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto. 
ROBERT WALSER

Eppure di quale leggerezza e di quale profondità sono capaci le figure di Walser. Il loro sguardo è lieve e acuto, come quello di chi, non mettendo in gioco se stesso, coglie la bellezza gratuita del mondo e contemporaneamente lo osserva con ironia per quello che è nel suo orrore, nei suoi rapporti di forza, nella morte che è propria delle strutture e dei rapporti sociali irrigiditi.

Ma i suoi viandanti, lievi, trasparenti e fatalisti non sono dei rivoluzionari: non cambiano e non vogliono cambiare nulla, non hanno altra aspirazione che condurre una vita vagabonda, alla periferia di cose e persone con le quali si trastullano senza farsi toccare, quasi che non vi sia nulla oltre la loro superficie, che il loro statuto ontologico sia la loro stessa inconsistenza.

Il vagabondare senza meta fissa è un topos della poesia lirica dal pre al post romanticismo, al punto che ancora nel 1885 Gustav Mahler intendeva il viandante come personaggio del suo ciclo di Lieder Lieder eines fahrenden gesellen, in termini che si adattono altrettanto bene alla Winterreise schubertiana e ad altre centinaia di composizioni poetico-musicali. Nella maggioranza dei casi il Viandante – che diventa il Solitario – esercita il proprio sentimento della natura su fioriti paesaggi primaverili e boschi lussureggianti, donde il contrasto tra la solitudine interiore dell’io e il circostante trionfo della vita e della bellezza. Ma nei Lieder di Mahler e di Schubert la meditazione sul senso dell’esistenza, sulla immutabile presenza della morte, si svolge sullo sfondo di una natura livida e cupa e per ciò stesso partecipe: l’osservazione della natura è il parallelo dell’indagine sullo spirito. Si respira uno stato di vita sospesa, congelata, immobile – assai simile a certi dipinti di Caspar David Friedrich – dove il pensiero del viandante si riduce a rimuginazione ossessiva di ferite narcisistiche e grandiose fantasie compensatorie.

Il viandante diventa straniero al mondo ed erra sospinto da una condanna senza colpa, portatore di un’immedicabile ferita al cuore, che lo trascina verso la distruzione, simbolo ingigantito dell’uomo romantico in preda ai suoi sentimenti, dello straniero senza casa sulla terra gelata, del fuggitivo dal mondo, escluso dalla compagnia degli uomini con cui non ha più sentimenti in comune, dalla forza sovverchiante e autodistruttiva delle sue emozioni. Non c’è scampo all’inesorabilità del lungo cammino verso la morte – dalla quale per altro il viandante si sente attratto – espresso sia con doloroso realismo, sia con un espressionismo visionario.

Walter Benjamin ricorda anche Knut Hamsun come un altro autore capace di creare la figura del fannullone perdigiorno, randagio e sbandato. Versione moderna e tragica, il viandante di Hamsun incarna vitalità, durezza, pietà, nichilismo e protesta: è un distruttore e contemporaneamente un lacerato capace di rilevare l’irrazionalità dell’esistere, con il gesto altero del personaggio epico, frugando impietosamente nella miseria materiale e spirituale dell’uomo moderno. Ma finisce per esserne accecato e cerca nella fuga dai legami sociali l’immediatezza della vita non contaminata dalle idee; si muove spinto da una sprezzante ribellione che ne fa, paradossalmente e inconsapevolmente, un intellettuale modernissimo e anticipatore, nell’alienazione e nella perdita, del nuovo.

Il percorso del viandante di Hamsun conduce alla nevrastenia: fugge davanti alle patologie della società moderna fraintendendo la modernità come patologia, rimanendone vittima e tanto più irreversibilmente condizionato dai legami sociali quanto più si illude di affrancarsene. Ondeggiando tra la brama di un inattuabile assoluto sovratemporale e un compiaciuto sguardo alla caducità di ogni cosa, tentando di avversare il senso univoco delle ideologie con l’informe indefinitezza delle cose e della natura, che pur resta sempre irreparabilmente lontana, approda all’anti-ideologia. La sua ribellione s’irrigidisce in un nichilismo che non ha altri approdi se non quelli di una tendenza regressiva e di un atteggiamento reazionario.

Il viandante dei romanzi di Hamsun, crudele e tenero, sprezzante e fragile, compiaciuto del disordine del mondo, è un inconscio alla deriva che si tutela dalla realtà esterna con vomiti di parole e sequele di gesti provocatori e stonati, è l’io psicologico borghese disgregato, riluttante nel prendere coscienza che il suo destino è solo la vana forma di una vita errabonda, segnata dalla sconfitta e avvilita dall’ostinazione al disprezzo.

Nelle pagine scritte da Walter Benjamin il flaneur si muove come figura di passaggio, che attraversa una sorta di altrove, di sconosciuta città in un orizzonte all’imbrunire, immagine incerta e dubbia, sostanzialmente tragica. Sospeso nel tempo e nello spazio, è sicuramente straniero alla folla, talmente estreneo ai suoi ritmi da apparire in netto contrasto con il processo produttivo.

La città è uno sterminato panorama, quasi il luogo di una rappresentazione teatrale, che desta nel viandante una primitiva curiosità che i suoi occhi alieni e pacificanti cercano di soddisfare. Fondamentalmente è un ozioso, di un’inoperosità che è soprattutto irresolutezza: predominando in lui il dubbio, tutto diventa possibile anche se irrealizzabile.

Può essere permesso ad un vagabondo di disporre degli ultimi istanti come più gli piace?
KNUT HAMSUN

Eppure quanta nostalgia percorre ogni suo passo: ma il flaneur non possiede un passato né una memoria personale: la sua è nostalgia di una vita anteriore, del tempo dell’infanzia. Il viandante è in Benjamin una figura senza tempo e senza storia, il cui motivo di desistere consiste nel “dare un’anima” alla città altrimenti amorfa. In effetti nella Parigi fantastica disegnata da Benjamin pesa come un sasso il vuoto di un’assenza, al di là dell’alacrità delle occupazioni dei suoi abitanti, dominati in sostanza dalla ripetitività del culto che celebrano, quello che l’autore chiamerà culto della merce. Il flaneur benjaminiano è in una comunità immobile e inaccessibile alle novità l’esule che incarna inconsapevolmente la totalità dell’esperienza originaria, l’unico l’uomo a cui sia stata data in sorte l’inattività, in virtù della sua capacità di sognare.

L’utopia di Benjamin, uomo senza patria, è di tornare a ciò che è spezzato, di ridare vita alle cose morte, ma ciò dissimula il desiderio di tornare nelle tenebre, nell’abbandono del non essere, di riavvolgersi verso la propria origine.

La purezza del viandante lo rende impotente di fronte al mondo, da cui per altro nemmeno viene riconosciuto nella sua condizione di estraneità. Ma la sua stessa speranza di non avere una meta, di non arrivare, è la vana illusione di restare nell’infanzia dell’uomo e di non approdare a quello che Benjamin chiama l’“uomo-sandwich”, diventando egli stesso merce venduta al mercato, identificato con il valore di scambio, a proprio agio ormai nell’essere ritenuto vendibile.

Il flaneur oscilla tra queste due inconsistenze: l’estraneità più radicale e la contestualizzazione più omologante che lo prosciuga da ogni parvenza di identità. Può solo, nel suo continuo movimento che simula l’immobilità, mostrarci quanto sfolgorante, fantastico, eccessivo e fragile sia il fiore dell’utopia.

Il tempo presente è il tempo della disperazione, il tempo dell’Ebreo Errante.
SOREN KIERKEGAARD

L’erranza, la tragica volubilità nello spazio, nell’esperienza e nel tempo è specificità che descrive non di meno la figura dell’Ebreo Errante, è la sostanza dell’espiazione per chi non ha compreso e riconosciuto il Messia, con la contraddittoria valenza di seduzione e di maledizione che il rapporto con il sacro implica.

Il mito dell’Ebreo Errante è come pochi altri un mito incompiuto, variamente rappresentato e interpretato nel corso dei secoli, attraverso diversi generi (dalla prosa alla poesia, dalla pittura al folclore) e difformi registri (dal comico al tragico, dal dolente al farsesco). Se il mito popolare fa dell’Ebreo Errante un personaggio per racconti popolari, ballate di menestrelli, melodrammi, balletti, opere liriche e romanzi d’appendice (basti ricordare L’Ebreo errante di Eugéne Sue, in cui l’eroe diventa una metafora del popolo sfruttato e l’errare un’allegoria della fatica del lavoro), sono i poeti, i prosatori, i filosofi e i pittori a costruire su questa figura il mito letterario.

Ripercorrere le tappe della rappresentazione di un mito significa anche attraversare la storia delle idee: così si passa dal viator medioevale che testimonia la verità, investito di una maledizione inemendabile, alla riabilitazione del philosophe illuminista, in cui l’erranza diviene memoria del tempo del mondo, diventa una condizione privilegiata da cui distinguere e tradurre i mali che angustiano la società contemporanea dell’autore. Parallelamente alla figura del viaggiatore ed esploratore, nel ‘700 prese forma anche un Ebreo Errante avventuriero, imbroglione, impostore e baro da cui discende il personaggio inquieto e malinconico che appare fugacemente ne Il monaco di Matthew G. Lewis, in cui, tra l’altro, assistiamo ad una delle prime commistioni del mito dell’Ebreo Errante con quello del Faust. Questa contaminazione, figlia dell’epoca dell’occultismo e dell’esorcismo, fu determinante nella metamorfosi dell’Errante da testimone delle verità cristiane a personaggio dedito alla stregoneria.

L’Errante diventa in seguito l’incarnazione dell’inquietudine e della disperazione romantica: il gusto per il primitivo, per i miti popolari e cristiani, la predilezione per il trascendente e le problematiche religiose tipici della spiritualità romantica si accordano ad un personaggio il cui destino è eccezionalmente unico e tragico, il cui passato è oscuro e ambiguo, la cui colpa suscita orrore e perplessità, il cui desiderio è eternamente inappagato e la cui attrazione verso la morte è il riscatto dal dolore e dalla afflizione.

Mitigando la figura dell’Ebreo Errante della sua singolarità ebraica i romantici acuiscono positivamente le facoltà del mito: la loro sensibilità avverte dolorosamente i caratteri di esilio, di solitudine, di scacco e di disperazione dell’errante e li traduce in veggenza e saggezza, accentuandone l’anima di déraciné e maturandone gli aspetti di ribelle che predilige la libertà dell’inferno alla schiavitù del cielo, figura debitrice del Satana di John Milton.

Il mito continua, trascinando le proprie ambiguità e le proprie contraddizioni, ma ricavando vitalità dalla propria leggenda, come gli Ebrei Erranti di Marc Chagall che volano sopra Vitéck, poiché il viaggio è eterno come l’inferno cristiano.

Nel dipinto di Caspar David Friedrich Viandante sul mare di nebbia del 1818 l’immagine transita dalla più diretta vicinanza alla più radicale lontananza: questa distonia dello sguardo traduce la frattura fra l’uomo e l’assoluto. Ma questa misura tragica si dissimula in una contemplazione idillica, pur trasparendo come in filigrana un irreparabile struggimento per distanze impenetrabili, per lontananze inconseguibili. Il viandante di Friedrich esprime il proprio scacco attraverso l’opposizione di una dimensione interna e di uno spazio esterno che si toccano senza penetrarsi, dando forma ad una sensazione di vertigine e di smarrimento.

Vuoi avermi con te, ma quell’io che ti piace non desidera stare con te. Devo essere solo e sapere che sono solo per poter veder e sentire pienamente la natura. 
CASPAR DAVID FRIEDRICH

Esso è evidentemente una figura di passaggio, colta nell’attimo in cui si è temporaneamente fermata e, fermandosi, misura la propria condizione di estraneità al paesaggio nella sola possibilità di contemplazione, nella propria impotenza a divenire una cosa con esso. Raffigurato di spalle – come moltissime figure di Friedrich – il solitario déraciné trasmette, oltre al mistero del proprio sguardo negato, la vulnerabilità di chi è visto a sua insaputa. Il viandante guarda in avanti, pur escluso dallo spazio sconfinato cui non appartiene, in un cupo desiderio di qualcosa che non accade: per altro il tempo del viandante è un tempo sospeso, immobile, raggelato nell’“hic et nunc” d’un eterno presente, che pur suggerisce l’inarrestabilità della dissoluzione, cioè la morte. Ma la sua anima non si appaga né si placa in una compiaciuta contemplazione della natura.

Il personaggio non ci narra una storia o una vicenda ma, attraverso la propria agghiacciata solitudine e il confine che impietosamente la racchiude, esprime con asciutto dolore l’impossibilità della mente di comprendere (in senso etimologico) l’infinito e la coscienza dell’inafferrabilità del mondo nella sua essenza, tragicamente percorsa da un disperato anelito ad un’osmosi con l’assoluto e la totalità.

Non c’è quiete né casa nel destino di Holden Caulfield, protagonista di The Catcher in the rye (Il giovane Holden) di J. D. Salinger, e di Dean Moriarty, personaggio di On the road (Sulla strada) di J. Kerouac; soggetti la cui condizione si definisce con il loro vagare incessante, sono tra i più famosi prototipi di erranti della letteratura americana.

Ciò che li muove sembra essere una sorta di esigenza esterna alla propria volontà e alla propria consapevolezza, nonostante il rifiuto dei valori della società a loro contemporanea, la profonda frattura con l’America borghese e benpensante e l’innocenza, la superiorità morale, l’esaltazione dell’individuo che non si uniforma ai preconcetti di una società sempre più corrotta e decadente.

Essi vagano senza trovare la loro patria, quasi dovessero scontare una colpa commessa dall’America nei confronti di se stessa e che consiste nel tradimento di quelle promesse e di quella fede nell’uomo e nelle sue possibilità che avevano fatto sognare scrittori come Ralph W. Emerson e Walt Whitman.

Per i personaggi di Salinger e Kerouac spostarsi continuamente significa, oltre il rifiuto d’ogni forma di tirannia e di prevaricazione, entrare in contatto con elementi essenziali della vita. La loro crescita avviene al di fuori, o più precisamente in polemica con la società: dal linguaggio che utilizzano – estraneo al consorzio perbenista, fasullo e convenzionale – al più volte dichiarato rispetto della verità, al punto di non omettere nulla nel racconto, dai lati più seducenti ai più miserevoli e sordidi, tutto denuncia il tentativo di muoversi al di fuori dei canoni narrativi tradizionali.

Queste narrazioni, quasi diari di viaggio in cui si scruta nel proprio animo alla ricerca della propria identità – una sorta di percorso iniziatico sostanzialmente individuale – sono l’espressione di un disperato desiderio di totalità e di appagamento.

Solo affidando alla scrittura le ragioni profonde del proprio errare spirituale e metafisico i personaggi di Salinger e Kerouac diventano i simboli del tormento interiore, dell’alienazione e dell’inquietudine esistenziale di chi si sente destinato alla precarietà, senza poter trovare qualcosa cui aggrapparsi, senza pace né patria, senza una figura cui affidare i propri turbamenti e i propri dubbi.

La sorte umana è il distacco da ogni luogo e casa ove sostammo.
ERNST JUNGER

Il viandante è, in ogni sua sembianza, il custode dell’utopia, è un soggetto mitico che non utilizza le proprie potenzialità a fini costruttivi: Per questo incarna lo spirito di ribellione, la libertà dell’individuo, la sua dignità elementare e la trasgressione antiproduttivistica.

Ciò avviene in un continuo movimento, che vuol dire anche impossibilità di fermarsi, e soprattutto, rifiuto di raccogliere i frutti. C’è qualcosa per cui la drammatica leggerezza del viandante, la sua fuga dal mondo, la sua vulnerabilità e la sua protervia hanno un che di sacrificale: ciò sta nella sua mancanza. Egli si muove eternamente per cercare qualcosa che non troverà e che forse in fondo non gli preme trovare. In ogni modo, nel momento in cui trovasse ciò che cerca, abbandonerebbe la sua condizione di errante.

Il suo fascino consiste nell’impulso spirituale che lo porta sempre oltre, sempre altrove, ma l’eterno vagare, in qualche misura, corrisponde ad una sostanziale immobilità, ad un andare sempre verso lo stesso luogo o verso nessun luogo, che è il luogo dell’esilio. Così se il viandante addita ciò che potrebbe essere, in contraddizione con ciò che invece è, in realtà non assume mai una forma stabile e compiuta, abbozza ma non conclude, considerando anzi le forme irrigidite e compiute come un irrevocabile indizio di morte.

Il viandante è “l’uomo senza religio”, ossia si nega ai legami familiari e sociali, non possiede casa né patria e, sempre errando, si sottrae ad ogni inalterabile codice morale. Prototipo della protesta romantica contro la pianificazione borghese del mondo, che confina il soggetto nella misura della sua funzione sociale, egli vuole solo vivere, respingendo ogni limite alle potenzialità della vita, per quanto ipotetiche, e rifugge da ruoli, legami, impegni predefiniti che ne imprigionano l’esistenza.

Nell’anima del viandante s’agita una profonda inquietudine, mascherata da uno struggente sogno d’armonia: egli è il figliol prodigo che si nega al perdono paterno, è Caino che si fregia del marchio d’inavvicinabilità impresso sulla fronte, è il nomade guerriero che mitizza l’ethos maschile della lotta e della fraternità d’armi in spregio alla tentazione del sesso e della pietà incarnati dalla donna, è l’antitesi della risolta e responsabile certezza dell’Ulisse omerico. Appartiene ad un’odissea senza Itaca, ben più moderno del viandante dell’Enrico di Ofterdingen di Novalis, in cui il viaggio prevede il ritorno come momento finale dopo che tutte le esperienze, i dolori affrontati e vinti nel cammino sono integrati ed elaborati dalla sua individualità, in cui tutto si ricompone e si riconcilia nell’armonia di un’identità ritrovata.

Oggi questa totalità umana e poetica ci ferisce di nostalgia, ma non ci compete né ci appartiene: da Musil in avanti – in cui l’uomo è un insieme di qualità senza un centro che le unifichi – il viandante procede in un’odissea senza fine né ritorno, ben lontana dal rassicurante movimento circolare che preserva ed itera l’ordine immutabile delle cose, come nell’Ulisse di Joyce, nelle cui pagine questa legge garantisce senso e assetto nella salvaguardia del soggetto individuale.

Il viandante moderno – come un Don Chisciotte errante in un mondo abbandonato dai significati e dai valori, come un Achab maledetto ed escluso dalla Natura che rimpiange – non ritorna a casa confortato nella sua identità, ma si dispende straniero a se stesso, senza più libertà di riconoscersi, in una realtà spezzata e precaria dove solo la nostalgia (nel senso etimologico del doloroso desiderio di tornare), similmente ad una lingua segreta, può conferire la piena comprensione del sentimento di un’odissea senza ritorno, di un esilio dell’anima tra sforzi d’identità e sofferenze senza riscatto.

 

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