Guida alla lettura dei Materiali per un naturalismo storico

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2011

Dovremmo far precedere qualsiasi discorso di politica, di economia, di sociologia, o comunque relativo a quanto può essere considerato “scienza dell’uomo” (nella quale rientrano persino le più banali considerazioni meteorologiche) da un’avvertenza: tutto ciò di cui si va a trattare si iscrive nel panorama della storia naturale. Nel senso che ne discende, e nel senso che comunque non ne esce. È quella che Timpanaro chiamava l’assunzione di un materialismo ateo, ovvero della coscienza che i nostri comportamenti hanno una radice naturale, e per quanto storia e cultura ci abbiano poi lavorato, è sempre da quella radice che traggono linfa. Non solo: come tutte le specie in natura anche la nostra è a termine (forse più di tutte le altre), quindi ogni considerazione va fatta tenendo conto della “temporalità” della prospettiva.

Chiarito questo, non è che si arrivi di conseguenza a rinunciare ad ogni tentativo di indagine sui percorsi “culturali” dell’umanità e a disperare della possibilità di abbozzare un’etica comune e diffusa, o quanto meno un codice di mutuo rispetto. Anzi, è un’operazione oggi più che mai necessaria, e tutt’altro che gratuita, della quale dobbiamo farci carico per dare un senso all’anomalia (parziale) che come esseri umani costituiamo.

Abbiamo bisogno di regole dettate da noi perché quelle naturali, dettate dalla nostra biologia e valide per tutte le specie, per noi non funzionano. Abbiamo fatto saltare gli automatismi di risposta biologici e siamo da millenni alla ricerca di qualcosa che li sostituisca. In tal senso, per un periodo lunghissimo abbiamo continuato a cercare norme valide per tutti e per sempre, e la cosa era giustificata dal fatto che la società appariva relativamente stabile e simile a se stessa nel tempo, così come l’ambiente esterno. In realtà i cambiamenti c’erano, economici ed ambientali (si pensi alla domesticazione di certe piante o di certi animali, e alla conseguente mutazione dei regimi alimentari, dei modi di coltivazione e di produzione, ecc.): ma i tempi della trasformazione erano talmente lunghi da renderla quasi impercettibile, e da consentire comunque un adeguamento non traumatico dei modelli comportamentali. È pur vero che ogni generazione ha da sempre lamentato lo stravolgimento di valori operato da quella successiva, ma questa recriminazione è in genere legata più a un disagio individuale, al trascorrere dell’età e alla personale inadeguatezza che ciò comporta, che non a ad una reale coscienza delle macro-trasformazioni in atto.

La distonia nei confronti dei tempi, piuttosto che della vita, ha cominciato ad essere avvertita con l’avvento della “modernità”: il modo di produzione industriale ha impresso una violenta accelerazione nei cambiamenti, una radicale trasformazione dell’ambiente, una totale dissoluzione dei vecchi rapporti. L’economia industriale, con tutto il suo indotto in termini sociali e politici, apre i gusci tribali, crea la necessità di uno scambio tra protagonisti che arrivano da storie e da culture diverse, non concede tempi lunghi per gli adeguamenti, impone la necessità non di studiare regole nuove ma di inventare un nuovo modello, elastico, di convivenza. In pratica la società viene atomizzata, e l’atomizzazione libera i singoli atomi alla possibilità di aggregarsi in molecole di tipo diverso – di-venta società dinamica. Ma per fare questo è necessario che a ciascun individuo vengano riconosciute alcune proprietà, o valenze, minime. Queste proprietà sono i diritti.

Una società fondata sui diritti è un insieme liquido: non si cristallizza, ma si adegua alle trasformazioni ambientali. “Scorre” costantemente andando a riempire ogni spazio nuovo che si apra, o apre essa stessa nuovi spazi con la forza dell’erosione. Non è un canale dalle sponde cementificate, dal dislivello continuo e leggero, con una portata e una velocità costanti. Incontra salti, si addensa in rapide, si trascina appresso i detriti strappati alle sponde, depositandoli poi mano a mano sul fondo, e tende ad allargare costantemente il suo letto raccogliendo lungo il percorso gli immissari laterali. Fuor di metafora: la forza che tiene assieme una società dei diritti non è la pressione esterna, naturale o soprannaturale che si voglia, ma la coscienza più o meno chiara in ogni singolo che la convivenza si regge su un sistema convenzionale di regole, e che per partecipare al gioco è necessario accettarne almeno in linea di massima il regolamento. La convenzione, le regole, non riguardano i modi (questo fa parte dell’etichetta) ma senz’altro lo spirito (e questo riguarda l’etica).

Ciò vale naturalmente per le società che per prime accedono alla dimensione industriale, ovvero quelle occidentali. Per le altre, che sono state coinvolte solo nell’ultimissimo periodo, o sono state coinvolte in precedenza come non partecipanti al gioco, il discorso è molto diverso. Il tentativo di universalizzare la cultura occidentale del diritto, anche ammettendo che sia stato fatto in buona fede (il che non è quasi mai vero) è fallito inizialmente per le resistenze di modelli economici e sociali arcaici e di tradizioni culturali che andavano in direzione opposta, poi di fronte al crollo repentino dei primi e alla dissoluzione delle seconde, che hanno lasciato il posto ad una terra di nessuno aperta alla pura competizione selvaggia, senza regole.

Noi vaghiamo oggi in questa terra di nessuno, testimoni di trasformazioni che ci lasciano inesorabilmente indietro, quale che sia la nostra appartenenza generazionale, tanto sono rapide ed estese. Non siamo in grado di decifrarne le dinamiche e meno che mai di individuarne le finalità e immaginarne gli esiti.

La scaletta per una proposta di riflessione seria potrebbe pertanto essere:

a) Come è stato elaborato il nostro (occidentale) sistema di regole, attra-verso quali tappe? Come si è passati da una normativa dettata dalla natura a una dettata dalla cultura?

b) questo sistema è compatibile con una congiuntura come l’attuale, nella quale si confrontano modelli culturali assolutamente diversi (o ci si confronta con un’assenza totale di regole)? In sostanza: va difeso (e sem-mai migliorato) a tutti i costi, magari lasciando degli spazi marginali di interazione e confronto laddove arrivino segnali di reciprocità? oppure va rimesso totalmente in discussione, e reso adatto ad accogliere in seno ogni alterità?

c) Visto il sostanziale fallimento tanto del multiculturalismo quanto delle politiche di integrazione, e stante la necessità di trovare al più presto, non fosse altro per frenare l’agonia del pianeta, un minimo di condivisione di alcuni principi. Se non è compatibile, come organizzarne uno che sia più o meno accettabile da tutti? Ad esempio, è ipotizzabile, vista l’emergenza ecologica, pensare a regole imposte dall’alto, uguali per tutti (almeno in teoria) per tentare di frenare l’agonia del pianeta?

Voglio andarmene al Perù

di Paolo Repetto, 2011

Ah… A Iquitos c’è tanto da bere…
Con che piacere si deve vivere in un luogo come Iquitos,
dove uno si può ubriacare tutto il giorno!
Indio peruviano, citato da Antonio Raimondi in “El Perù

Ogni tanto, giusto per quel paio di giorni che vanno da un articolo di giornale a un approfondimento televisivo, si torna a parlare di fuga dei cervelli. Come fosse un fenomeno nuovo per questo paese (e come non bastasse guardarsi attorno per accorgersi che di troppi qui è rimasto solo il corpo).

Invece non è nuovo affatto. L’Italia è stata a lungo esportatrice di braccia, ma di cervelli lo è da sempre. Se volessimo fare una lista solo di quelli famosi, da Giordano Bruno fino a Fermi, e poi a Meneghello, Cipolla, Modigliani (entrambi, il pittore e l’economista) e a tutti gli altri che scopriamo italiani per un attimo quando ricevono il Nobel, ci vorrebbe un volume della Treccani. L’emigrazione intellettuale è una delle voci più attive del nostro interscambio con l’estero, segno che siamo bravissimi a creare condizioni di incompatibilità per chi usa la materia grigia.

Oggi si scappa dall’Italia per un sacco di motivi, ma evidentemente ce n’erano parecchi anche in passato, vista la continuità dell’esodo nel tempo. Non ci siamo fatti mancare nulla: persecuzioni religiose, prima, durante e dopo la Controriforma, dominazioni straniere sciagurate e rapaci, e quelle indigene anche peggio, discriminazioni politiche e leggi razziali. Sottolineerei però soprattutto una congenita malignità e trombonaggine dei nostri “ambienti culturali” che, unita a un nepotismo sfacciato, ha sempre indotto i migliori spiriti a cercare respiro e spazio altrove.

Quest’ultimo fattore è più che mai di attualità, anche se nessuno oggi deve fare le valigie per ragioni politiche (un esilio forzato – ma in genere dorato – è previsto solo per qualche grande evasore, o per qualche terrorista); c’è in compenso un’enorme migrazione semi-volontaria imposta dalla sclerosi e dalla povertà delle nostre istituzioni culturali e scientifiche, dallo scandalo delle saghe familiari nelle università, negli ospedali e in parlamento, e più in generale dal disgusto morale di vivere in un paese nel quale l’ignoranza viene esibita e coccolata senza il minimo ritegno.

Le cose stavano già così nell’Ottocento: avesse avuto un po’ di salute in più, Leopardi se la sarebbe filata a vent’anni in Germania o in Francia. Ma le motivazioni alla fuga erano allora prevalentemente politiche, ad andarsene erano soprattutto gli oppositori dei vari regimi, quello borbonico, quello papalino, quello asburgico, quello sabaudo.

Ad esempio, tutta una generazione mazziniana di medici, di ufficiali e di uomini di scienza, dopo i ripetuti insuccessi delle cospirazioni degli anni trenta e quaranta si trasferì in blocco a Londra, sulle orme del maestro, e non fece ritorno nemmeno al compimento dell’unità.

C’erano anche quelli, primo tra tutti Cattaneo, che dopo aver salutato con entusiasmo l’esplosione del quarantotto, essersi battuti sulle barricate e aver pagato le doppiezze della diplomazia piemontese o i velleitarismi dell’azione mazziniana, capirono dove si andava a parare e decisero di cambiare aria.

Tra questi ultimi spicca un uomo il cui nome agli italiani dice poco, o più probabilmente nulla, ma che in Sudamerica è annoverato tra i grandi della scienza e in Perù addirittura tra i padri della patria. Il nome è quello di Antonio Raimondi. Molti non lo avranno mai sentito prima, ed io stesso, pur avendo letto qualcosa di lui oltre trent’anni fa, l’ho riscoperto da poco. Cercherò di fare ammenda con questo breve ritratto.

In effetti, Raimondi non può essere classificato tra i grandi incompresi o tra i perseguitati cui si faceva cenno più sopra, ma tra i dimenticati senz’altro sì (e anche questa è una forma d’incomprensione). Si presta comunque benissimo a esemplificare un modello umano decisamente raro nel nostro paese (per l’ovvia ragione che quando ci nasce se ne va) di persona seria, coerente, profondamente leale, che ha saputo coniugare la curiosità e le capacità intellettuali con la modestia e il disinteresse per i riconoscimenti ufficiali. Ma ha potuto farlo solo andandosene. Poiché non è possibile clonarlo, credo varrebbe la pena, soprattutto per i nostri giovani, almeno conoscerlo.

Raimondi nasce milanese doc, attorno al primo quarto dell’Ottocento (sulla data precisa c’è un po’ di confusione, comunque nel 1824 o nel 1826). Cresce in una città che anche nel periodo della Restaurazione mantiene una dimensione europea negli scambi e nel clima culturale, anche se il rapporto con l’amministrazione austriaca si è molto deteriorato rispetto a quello esistente all’epoca di Parini, di Beccaria e dei fratelli Verri. La famiglia è benestante e gli lascia molta libertà d’azione, assecondando la sua precocissima passione per ogni aspetto della natura. Antonio studia quindi chimica da autodidatta e pratica la ricerca naturalistica con frequenti escursioni in Valtellina: a casa dipinge ad acquerello centinaia di piante e attrezza un piccolo laboratorio nel quale analizza fiori, insetti, rocce, tutto ciò che suscita la sua curiosità. In più a Milano, come in tutti i maggiori centri europei, c’è un giardino botanico che ospita piante esotiche provenienti da tutti continenti, e questo diventa il suo santuario dei sogni:

In quella stagione non avevo altro conforto che rifugiarmi nella serra dell’Orto botanico. Lì, in mezzo a una verde e varia vegetazione, che contrastava vivamente col candore della neve da cui era ricoperto fuori il terreno […], lì, in presenza di quella vegetazione attiva e verdeggiante, quasi tutta oriunda delle regioni tropicali […]. L’immaginazione volava a quelle desiderate regioni, scorreva per le folte selve solitarie […].


Oltre all’Orto botanico di Brera frequenta il Museo di Storia Naturale, da poco fondato e da subito diventato un centro della “resistenza” antiaustriaca. Entra quindi molto presto in contatto con gli spiriti più vivaci e brillanti della Milano prequarantottesca, e nel contempo alimenta attraverso una sana conoscenza naturalistica le fantasie e i sogni che segneranno il suo futuro:

Nel vedere gli animali imbalsamati dei nostri musei, vivificavo nella mia fantasia tutti quegli esseri inanimati, mi trasportavo come in sogno nei paesi dove vivono e assistevo alle loro lotte sanguinose. Vedevo con orrore la tigre feroce abbrancare al collo l’umile daino e strozzarlo in un momento con gli aguzzi artigli. Vedevo il condor dominare con il volo maestoso le bianche cime della gigantesca Cordigliera delle Ande […].

Tutto quello che oggi un bambino dai tre mesi in poi può tranquillamente vedere in documentari, cartoni animati e film, Raimondi se lo ricostruisce partendo da una descrizione, da un’illustrazione o da un esemplare impagliato: invece di consumare come spettatore passivo e inerte delle storie preconfezionate, è produttore, regista e interprete delle sue fantasie.

Vive insomma una di quelle giovinezze possibili solo in altri tempi, quando la gioventù non era un target commerciale e una chimera pubblicitaria, un adolescente poteva ancora sognare un futuro e il suo consumo maggiore era quello degli occhi sui libri.

La passione per le scienze naturali, infatti, è tale che a tredici anni Raimondi si regala, con gli spiccioli del salvadanaio, il Sistema della natura di Georges-Louis Leclerc de Buffon. Ma non legge solo Buffon: legge anche il Viaggio alle regioni equinoziali di Humboldt, se ne innamora com’è già successo al suo quasi coetaneo Darwin, e poi un sacco di altri libri.

Nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali, sognai dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida. Più tardi, la lettura di varie opere di viaggiatori (Colombo, Cook, Bougainville, Humboldt, Dumont d’Urville e via dicendo) suscitò in me il più vivo desiderio di conoscere quei paesi privilegiati. Nelle mie letture seguivo sulla carta gli itinerari percorsi da quegli illustri viaggiatori, e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania e le vaste selve dell’America tropicale […]. La lussureggiante esuberante vegetazione, l’infinita varietà di animali, le tribù selvagge che vagano per quelle cupe foreste, tutto si presentava alla mia immaginazione […].

Un ragazzino così, che gioca in casa al piccolo chimico, ama le escursioni naturalistiche, legge libri e sogna a occhi aperti, oggi sarebbe un sicuro candidato all’analisi psicoanalitica e al bullismo dei compagni. Nell’Ottocento ha altre prospettive, e questo dovrebbe indurci a riflettere sulle derive ultime della nostra società, ma soprattutto, se non gli manca l’animo, ha anche la possibilità concreta di realizzarne alcune. Antonio Raimondi riuscì, sommessamente e incredibilmente, a dare corpo a tutte le sue fantasie. Un suo omologo odierno dovrebbe accontentarsi dei videogiochi.

Le informazioni sulla giovinezza di Raimondi, e in generale su tutta la sua vita, le desumiamo dall’opera nella quale è raccolto e riassunto il frutto di un’intera esistenza dedicata alla ricerca: El Perù, opera che a suo tempo venne paragonata al Cosmos di Humboldt o alle Storie Naturali di Plinio, e che a tutt’oggi è considerata un classico della letteratura scientifica e antropologica, ma della quale non esiste naturalmente un’edizione italiana.

Nel primo volume (nell’edizione originale sono quattro, e tutti belli corposi) Raimondi abbozza una breve autobiografia, mirata più che altro a spiegare l’origine del suo impegno scientifico: racconta pertanto le sensazioni, le passioni, le aspettative della sua giovinezza, mentre è piuttosto stringato sui fatti e non si sbottona molto nemmeno al riguardo degli anni cruciali che a questa giovinezza mettono fine. Sappiamo solo che nel Quarantotto, a ventiquattro anni, Raimondi vive da protagonista tutta la stagione della rivoluzione politica e indipendentista.

È sulle barricate a combattere contro Radezky, nel momento esaltante della cacciata degli austriaci, ma è anche a Custoza, in quello umiliante che prelude al loro ritorno. Prende parte anche all’ultima, infamante battaglia di Novara, dove la tragedia si trasforma in farsa. Molla allora l’esercito piemontese e va ad arruolarsi con Garibaldi per la difesa di Roma, ma ancora una volta vede crollare a Mentana ogni sogno. In un anno e mezzo di lotte ha bevuto fino in fondo il calice della delusione, e si è bruciato parecchi ponti alle spalle: non può rientrare a Milano, meno che mai può andare a Roma, è considerato quasi alla stregua di un disertore dall’esercito piemontese. In più la scoperta dei molteplici e divergenti interessi che stanno dietro la lotta indipendentista, in qualche caso sfociati anche in aperto conflitto, lo ha decisamente sconfortato. È pronto per un altro mondo.

Alla fine del 1849 torna clandestinamente a Milano, il tempo di raccogliere poche cose, qualche libro e qualche attrezzo scientifico, e s’imbarca con alcuni amici su un brigantino in partenza da Genova per l’America. Vede per la prima volta le coste del Perù dopo sette lunghi mesi di navigazione. Non varcherà mai più l’oceano.

Le ragioni della fuga non le spiega, quasi volesse rimuovere tutto. Motiva invece così la scelta della destinazione:

La sua proverbiale ricchezza, il suo vario territorio, che sembra riunire in sé gli arenili della costa, gli aridi deserti dell’Africa, i vasti altipiani, le monotone steppe dell’Asia, le alte vette della cordigliera, le fredde regioni polari, gli intricati boschi di montagna e la lussureggiante vegetazione, mi spinsero a preferire il Perù come campo di esplorazione e studio.

In realtà, quando Raimondi sbarca a Callao, la proverbiale ricchezza è un ricordo lontano. Ultimo paese sudamericano a essersi liberato degli spagnoli, il Perù è rimasto fermo a un’economia mineraria sempre più povera. L’agricoltura è pochissimo sviluppata e nel corso di tre secoli tutta la fascia costiera è stata disboscata e impoverita.

Raimondi ha sognato sin da bambino immense foreste, e da adolescente innamorato delle scienze naturali un paradiso di specie animali e botaniche da scoprire e da classificare: si trova ora davanti coste aride e grigiastre, che lo deludono. Ma non demorde. Prima di tutto deve trovare una sistemazione economica, un’occupazione che in qualche modo gli consenta di mettere a frutto le sue competenze. A Lima conosce il dottor Gaetano Heredia, uno degli scienziati più eminenti del paese, che ne ricava un’ottima impressione e gli affida prima il compito di sistemare il Museo del Collegio dell’Indipendenza – trasformatosi poi in Facoltà di Medicina – e l’anno dopo la cattedra di Zoologia e Botanica. Si segnala subito come ottimo insegnante e come infaticabile organizzatore culturale. Rinnova, infatti, l’insegnamento della storia naturale spronando gli studenti alla ricerca sul campo, e spinge perché l’Università completi lo spettro delle cattedre fondamentali (lui stesso fonderà in seguito quella di Chimica analitica)

Raimondi però scalpita. Lima e il circondario dopo un po’ gli vanno stretti. Sullo slancio dell’entusiasmo iniziale ha già visto e identificato tutto ciò che i dintorni della capitale gli offrivano, scoprendo anche qualcosa di nuovo. Ma non è questo che sognava. Non ha attraversato l’oceano per svolgere un lavoro di routine, per quanto prestigioso. Vuole lavorare sul territorio in grande scala, scoprire e descrivere ogni angolo del Perù. In questa direzione lo spingono la serietà del ricercatore, ma anche le suggestioni delle letture e delle illustrazioni viste nell’infanzia.

Pianifica allora un progetto a lunga scadenza, suddividendo il territorio in regioni da esplorare palmo a palmo, con un triplice obiettivo: in primo luogo, una ricognizione geografica che consenta di correggere tutti gli errori e le approssimazioni dei cartografi precedenti; poi un censimento delle ricchezze minerarie, vegetali e animali, delle potenzialità di coltura, delle forme di sfruttamento più congeniali e meno distruttive; infine la ricerca e l’esame critico delle fonti storiche di ogni tipo, per dare ordine e interpretare anche la geografia umana del paese. Il suo piano è accettato: le autorità accademiche gli concedono un’aspettativa a tempo indeterminato dall’insegnamento e da un certo momento in poi, quando cominciano a convincersi dell’importante ricaduta che l’impresa può avere per lo sviluppo economico del Perù, sovvenzionano, sia pure con scarsa regolarità e in misura ristrettissima, le sue esplorazioni.

L’immenso lavoro progettato si può fare solo viaggiando incessantemente, e Raimondi viaggerà addirittura per diciannove anni consecutivi, in un territorio dove esistono poche strade, pochissimi ponti, e i mezzi di trasporto sono cavalli e muli. Lo farà mettendo a repentaglio più volte la propria vita, affrontando i disagi di un’esplorazione compiuta in territori dove unici rifugi possono essere, qualche volta, le misere capanne degli indios. Si calcola che abbia percorso oltre 45.000 chilometri, non interrompendo le sue esplorazioni nemmeno quando è colpito dalla malaria, sopportando la fatica, la fame, le intemperie del clima e le punture degli insetti.

Viaggia con un barometro, un termometro e la bussola, e annota nei suoi diari ogni dato relativo a flora, fauna, geologia, clima, toponomastica, usi e costumi della gente, reperti archeologici, ecc., senza mancare di riferire anche delle peripezie, dei pericoli e dei fatti bizzarri di cui è testimone o protagonista. Produce anche un numero incredibile di acquerelli pregevolissimi, soprattutto di piante e animali, ma anche scorci architettonici.

Da cosa è motivato ce lo dice lui stesso, dopo aver raccontato di alcune sue paurose disavventure:

Ora domando: qual è il motivo che ha spinto il naturalista, in un luogo solitario, non visto da alcuno, a calarsi giù per una ripa con pericolo di vita per cogliere una meschina pianticella che non aveva mai visto altrove? Non certo l’interesse pecuniario, perché il naturalista è disposto ad arrischiare la vita per la più umile erba, sprovvista di fiori vistosi e che non avrebbe alcun valore in commercio. È forse ambizione di gloria? Ma che gloria può venire da un’azione ignorata da tutti, perché nessuno è presente alle sue angustie, ai suoi pericoli e alle sue vittorie? È vero che indirettamente gli può spettare la gloria di aver fatto progredire la scienza, ma non è la gloria il motivo delle sue azioni, poiché l’uomo fatto per l’investigazione della verità obbedisce quasi ciecamente a un innato desiderio e, se anche si trovasse del tutto segregato dal mondo e non fosse possibile trasmettere alla posterità il risultato dei suoi studi, lavorerebbe tuttavia e arrischierebbe cento volte la vita pur di strappare un segreto alla natura e scoprire la verità dovunque si trovi.

L’altro motivo è che Raimondi, persa una patria, ne ha trovata un’altra, una realtà completamente nuova e tutta da esplorare, capace di fargli provare continuamente l’emozione della scoperta, dimenticata in qualche modo dagli uomini e dai loro appetiti coloniali, che sembra tagliata su misura per la sua vocazione e alla quale sente di doversi dedicare anima e corpo, e per sempre. Quando da Roma gli arriveranno riconoscimenti e offerte di insegnamento, in un periodo buio della storia del Perù, risponderà: “Grazie, ma non posso abbandonare la mia seconda patria nel momento della sventura”.

Le sue non sono naturalmente ricerche fini a se stesse, al puro accrescimento del sapere scientifico: hanno una destinazione pratica conclamata. Gli studi mineralogici e geologici trovano sbocco ad esempio nella rilevazione di giacimenti minerari, quelli chimici nella determinazione della potabilità delle acque, quelli geografici nella stesura della prima carta geografica completa del Perù. Raimondi è capace di stupore, di rispetto, di gratitudine per le bellezze della natura, ma crede soprattutto nella necessità di conoscerla in profondità, se non per dominarla, senz’altro per volgerne le proprietà al servizio dell’uomo.

Con questi intenti vagabonda a zig zag tra la costa oceanica e le Ande, valica ripetutamente queste ultime (arrivando oltre i 5000 metri di altitudine) esplorandone anche il versante amazzonico, dove discende su una zattera gli affluenti meridionali del Rio delle Amazzoni, visita isole e scala vulcani.

Si è dato un programma preciso e lo rispetta integralmente, cartografando ogni singolo angolo di terra peruviana. Lungo il percorso studia l’origine dei depositi di guano, individua giacimenti di carbone e banchi di salnitro, saggia le rocce aurifere, scopre fonti termali. L’elenco delle località toccate e dei dipartimenti da lui visitati è impressionante, e la cosa singolare è che non cessa di stupirsi e di entusiasmarsi, lungo vent’anni, per quello che vede e che trova.

E trova in effetti, oltre alle meraviglie naturali, anche dei veri tesori archeologici. Dopo aver visitato tutti i principali centri inca (tranne Machu Pichu, che rasenta lungo l’esplorazione del Riobamba, ma che sarà scoperto solo cinquant’anni più tardi) e aver tracciato le piante di Huánuco Pampa o della fortezza di Paramonga, arriva alle rovine di Chavín de Huántar, e si convince che la città abbia ben poco a che vedere con la cultura incarica. Ha ragione, perché la cultura di cui Chavín è testimone risale a quasi tremila anni fa. Nel suo diario scrive:

Arrivai al villaggio di Chavín per osservare le importanti rovine denominate El Castillo; penetrai nei suoi oscuri sotterranei, percorsi in tutti i sensi, sin dove mi fu possibile, questo intricato labirinto, vidi la pietra scolpita con simbolici disegni che, come una colonna, sostiene i grandi massi che formano il soffitto, nel punto dove s’incontrano le gallerie e disegnai una piccola mappa della zona che ero riuscito a visitare.

Ma il bello viene dopo. Dopo aver fatto il giro delle rovine Antonio è invitato a bere un bicchiere di birra di mais da un contadino della zona. Mentre si disseta nota il contrasto tra la povertà della casa del contadino, costruita con mattoni di paglia e fango, e il lungo tavolo di pietra scura che sta al centro. Passa le dita sulla parte inferiore di quest’ultimo e si rende conto che è piena di fini incisioni. Appena riavutosi dal mezzo infarto che gli è preso, tratta l’acquisto della pietra. Il contadino perde un pezzo del mobilio, ma l’umanità acquista una straordinaria testimonianza di una cultura scomparsa: la Stele Raimondi, oggi conservata a Lima, nel Museo Nazionale di Archeologia e Storia del Perù, è una lastra di pietra vulcanica di quasi due metri per ottanta centimetri, spessa circa venti, su una faccia della quale è rappresentato in bassorilievo il giaguaro dorato, la più importante divinità dell’epoca di Chavín.

Il viaggio nel bacino alto del Rio delle Amazzoni, nel corso del quale arriva sino al Brasile, è l’ultimo della “grande esplorazione”. Nel 1870 torna a Lima e comincia a riordinare l’enorme messe di appunti o di esemplari che ha raccolto nei suoi vagabondaggi. Non senza ripensare, con gratitudine verso la sorte e con una punta di nostalgia (anche perché nel frattempo si è sposato, e sa che il tempo dell’avventura è finito), agli incredibili anni vissuti tra cordigliere, foreste e deserti.

Quando penso a tutti gli ostacoli superati per portare a termine i miei lunghi viaggi; quando rifletto sui pericoli che da tutte le parti mi assediavano, trovandomi continuamente esposto a perdermi e a perire di sete negli sterminati e aridi deserti della Costa, a essere travolto dall’impetuosa corrente nel guado di qualche torrentoso fiume, a essere sgominato dalla terziana o vittima delle febbri maligne che regnano in alte regione; a sprofondare o rotolare in un precipizio lungo le insidiose scorciato della Sierra; a morire in pochi istanti dal morso di qualche serpente velenoso; o a essere assassinato a frecciate dai selvaggi; quando ricordo tutto questo, e che ho realizzato il sogno di percorrere tutta la Repubblica senza dovere lamentare nessuna disgrazia, congratulo me stesso, considerando che a pochissimi viaggiatori è toccata una così grande fortuna.

Anche il lavoro di riordino e di stesura, come le esplorazioni, è svolto in solitaria. Malgrado sia tornato a insegnare all’Università, infatti, Raimondi non si avvale di assistenti: per disporre il tutto all’interno del quadro che vuole costruire è necessario avere la visione d’insieme, e questa la possiede solo chi ha visto ogni cosa, ogni minerale, ogni pianta, nel suo contesto naturale. È consapevole della difficoltà del suo assunto e del rischio che corre di non arrivarne a capo, ma quando scrive:

Attualmente, una sola idea mi tormenta, ed è il dubbio che non mi basti la vita per porre termine alla mia audace impresa. Giovani peruviani! Fidando nel mio entusiasmo ho intrapreso un arduo lavoro, molto superiore alle mie forze. Vi chiedo, quindi, il vostro concorso. Aiutatemi.

Non chiede soccorso per sé, quanto per la scienza. “Aiutatemi” significa: proseguite e completate la mia ricerca, io la mia parte l’ho fatta.

Il suo momento magico è davvero finito. Ha sposato una donna che gli dà tre figli, ma che presto manifesterà segni di squilibrio e alla fine diverrà ingestibile.

In alternativa alle esplorazioni ha gli amici e il caffè. Ai primi, nonostante la sua scelta di viaggiatore solitario, non ha mai rinunciato: «Vi supplico di inondarmi con un diluvio di lettere perché un uomo che viaggia solo riceve molta consolazione dalle lettere degli amici e gli sembra di stare fra loro, anche se sono lontani», scriveva alla fine degli anni cinquanta. Del secondo fa un vero abuso, tanto da procurarsi una quasi cronica insonnia.

E poi la scienza. Il suo lavoro è conosciuto nel mondo, perché Raimondi mantiene un’attiva corrispondenza con i principali istituti scientifici, ma ciò non toglie che debba faticare per far pubblicare dal governo peruviano, al quale le ha generosamente cedute, le sue opere. Gli ultimi volumi di El Perù vedranno la luce solo dopo la sua morte. I politici peruviani non sono diversi dagli altri, e pensano piuttosto a finanziare gli eserciti. Così, durante la Guerra del Pacifico, quando il Perù subisce l’invasione cilena, deve salvare a casa propria le collezioni di fossili, di minerali, di piante, di crani umani e di insetti che aveva donate all’Università, ma nell’occasione perde anche quelle poche sostanze che gli garantivano una sopravvivenza decorosa. Va a morire infine a casa di un amico, uno di quelli che avevano lasciata l’Italia con lui. Ha solo sessantasei anni, ma la vita, e non certo quella del vagabondaggio, lo ha spossato.

Per molti aspetti, primo tra tutti l’enciclopedismo, e fatta salva una ben diversa attitudine alla modestia, Raimondi ricorda Alexander von Humboldt. Con una fondamentale differenza di assunto, però: il secondo ancora sperava di trovare la chiave di interpretazione del cosmo, il primo si accontenta di conoscerne a fondo e raccontarne una piccola porzione. Nel farlo gli capita magari di avere intuizioni geniali, rispetto ad esempio alla natura e alla composizione dei suoli, o alla storia dei popoli, ma non azzarda teorie, si limita a proporre i fatti e a lasciare loro la parola.

È una questione di carattere, senza dubbio, ma anche di epoca. Raimondi viene dopo Darwin, e paradossalmente con Darwin la scienza fa un enorme passo avanti, ma per un certo verso viene azzerata. Tutte le sue passate acquisizioni rimangono, ma devono essere riconsiderate; ogni singola conoscenza deve essere ricollocata. Raimondi ha la giusta umiltà di farlo partendo dal piccolo, cuocendo i mattoni che serviranno poi ad altri per innalzare il nuovo edificio. Il tipo di conoscenza cui mira ha da essere prima di tutto esaustivo e preciso nei particolari, per consentire sintesi semplici e corrette. Lo si potrebbe definire un manovale del lavoro scientifico, di quelli che si accollano il lavoro duro e sporco e sono soddisfatti di essere utili agli altri.

Questo è il carattere distintivo di Raimondi. La sua scienza vuole essere innanzitutto una scienza “utile”, lo ripete senza stancarsi, nello sforzo quasi commovente di sgomberare le teste dei suoi studenti dalle paturnie nazionalistiche e di indurre i governanti a fare scelte per una valorizzazione concreta del paese. «Date tregua alla politica e consacratevi a far conoscere il vostro paese e le immense risorse che possiede». Naturalmente, è come parlare al muro, ma lui quel paese lo ama davvero, perché a differenza degli studenti e dei politici lo ha percorso, lo ha visto e lo conosce tutto, nelle sue contraddizioni stridenti e nelle sue enormi potenzialità: è ormai diventato per lui la patria vera, sentita più ancora che se ne fosse nativo. E quindi lavora per far conoscere la realtà peruviana al resto del mondo, ma anche e prima ancora per dare al Perù la piena coscienza del suo potenziale culturale ed economico. Offre la sua disinteressata collaborazione alle autorità per sfruttare le ricchezze del paese, ma soprattutto per preservarle. Visto come sono andate poi le cose, temo che si rivolterà nella tomba: le ricchezze sono state sfruttate da altri, la natura che tanto amava è stata violentata in ogni maniera, i suoi connazionali elettivi sono tra i più poveri al mondo. Del suo Perù, e di quello che sperava diventasse, è rimasto poco o nulla: ma questo nulla toglie all’importanza e all’onestà della sua azione. Soprattutto, nulla toglie alla limpidezza dei suoi intenti.

Disgraziatamente pochi capiscano che uno possa spendere tutta la vita nella contemplazione della natura e nell’investigazione de’ suo segreti, senza fare il minimo conto dell’interesse e della gloria.

Mi chiedo perché, alla fin fine, al di là dell’oggettivo ed eccezionale valore dello scienziato, la figura di Raimondi mi abbia tanto colpito, e in maniera così diversa rispetto ad altri che pure gli fanno compagnia in questa personalissima campagna di riabilitazioni. Forse è proprio per la sua apparente “normalità”.

Uno che scrive: «La vera felicità la faccio consistere nella tranquillità d’animo, nella vita pacifica in famiglia, nel rispetto e nell’affetto reciproco e in tutta l’indipendenza possibile dai fastidi che impone la società di pura etichetta» e che poi nella vita dà corpo a tante avventure e realizza tante cose che Indiana Jones gli fa un baffo, non può lasciarti indifferente. È il modo a colpirti, prima ancora dell’intensità.

Raimondi sembra fare tutto come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, non nasconde di aver provato paura trovandosi un serpente a sonagli tra le coperte, ma sembra dirti: com’è normale che sia, spegnendoti sulle labbra la domanda: ma è normale andare a dormire in mezzo a un deserto? Tutto pare capitargli per caso, anche quando sarebbe piuttosto un caso se non gli capitasse: rovinare giù per un precipizio per andare a raccogliere una piantina strana, essere travolto dalla corrente cercando di forzare un guado, fare da bersaglio per gli indios andando a ficcanasare nel cuore della foresta. Cos’altro avrei potuto fare?, sembra chiederti. E allora ti convinci che tanta letteratura e troppo cinema hanno falsato la figura dell’eroe, vincolandoci all’idea dell’impresa eccezionale e subitanea, e facendoci dimenticare quelle realizzate giorno per giorno, con passione, con curiosità e determinazione inossidabili, con modestia e senza spettacolarizzazione, da uomini come Antonio Raimondi.

Raimondi non fece mai ritorno in Italia, anche quando la sua fama cominciò a procurargli inviti e promesse di onorificenze. Evidentemente sapeva sin troppo bene cosa vi avrebbe trovato. Se ho capito qualcosa del personaggio non ce lo vedo proprio a mischiarsi con gli scienziati dell’epoca e a farsi coinvolgersi nelle faide baronali delle nostre università. Nel suo comportamento non è però da leggere alcun disprezzo o risentimento nei confronti del paese originario, anzi non perse occasione di rivendicare le sue origini e si prestò a presiedere il Comitato Italiano quando gli interessi dei suoi vecchi connazionali erano in pericolo. Soltanto aveva capito che l’unico modo per amare questo paese e provarne un po’ di nostalgia, è stargli lontano. E quando gli tornavano in mente l’orto botanico di Brera e i sogni della sua giovinezza, non aveva che da alzare lo sguardo e «gli occhi sembrava non bastassero per guardare tutto».

Per conoscere meglio Antonio Raimondi:
BONFIGLIO, Giovanni – Antonio Raimondi. L’italiano che esplorò il Perù –Ed. Fondazione G. Agnelli, 2008
MONTI, Mario – Gli Esploratori – Longanesi, 1981
GERBI, Antonello – Romanticismo e peruanesimo di Antonio Raimondi, in Le Americhe. Storie di viaggiatori italiani – Electa, 1987

 

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Grazie per la risposta. ✨

Questo è un uomo!

di Paolo Repetto, 2011

Io corro appresso a delle idee; ammucchio
delle pietre che aumenteranno
l’imbarazzo e la confusione che già regnano in me.

Un amico che lo aveva accompagnato nell’ultima grande escursione sulle Alpi racconta che quando il loro gruppo attraversava qualche villaggio, o durante le soste alle locande, gli alpigiani (e soprattutto le alpigiane) non avevano occhi che per Déodat, e mormoravano: ecco un uomo!

C’è da credergli, dal momento che Déodat de Dolomieu era alto più di un metro e novanta, aveva il fisico asciutto di un atleta, camminava come un montanaro (ma più veloce, di miglior passo, avrebbe detto lui) e soprattutto aveva dei formidabili polpacci. Proprio così: fino all’invenzione del treno e alla moda del pantalone a tubo lanciata da lord Brummel il polpaccio era considerato il miglior indicatore della salute e della forza di un uomo, e aveva un suo rilievo nel canone estetico. Quelli di Déodat sembravano scolpiti da Policleto. Ma probabilmente i montanari non si riferivano solo all’impressione fisica: quell’uomo lo conoscevano, lo avevano visto altre volte aggirarsi veloce nelle valli più remote e salire i fianchi delle montagne, con lo zainetto sulle spalle e il martello da geologo in mano, oppure ne avevano sentito parlare: e conoscevano anche le sue peripezie e il suo coraggio.

Dolomieu era molto noto ai suoi contemporanei, sia come scienziato che come “avventuriero”, mentre oggi è ricordato al massimo per la roccia calcarea che da lui ha preso il nome, la dolomia (un bicarbonato di calcio e di magnesio), e per il suo cristallo mineralizzato, la dolomite. In realtà sono famose solo le montagne formate da questo amalgama, le Dolomiti, mentre per la stragrande maggioranza dei turisti, degli sciatori e anche degli alpinisti che le frequentano il loro “scopritore” è un perfetto sconosciuto: e, quel che è peggio, lo rimane anche per la gran parte degli storici della scienza e del pensiero scientifico. Non c’è da scandalizzarsi: è accaduto ad un sacco di suoi contemporanei, primo tra tutti Alexander von Humboldt, famosi e stimati in vita e di lì a poco dimenticati.

Eppure, anche ammettendo che la cultura odierna sia poco propensa a conservare memoria di chi veramente vale, Dolomieu avrebbe tutti i numeri per essere, almeno a livello di nicchia, un personaggio di culto. Come scienziato, come viaggiatore e soprattutto come uomo di una fibra fisica e spirituale eccezionale. Il fatto che non lo sia diventato la dice lunga sui gusti e sulla sensibilità dei miei contemporanei.

Questo breve omaggio non si ripropone di riscattarne la memoria: ci vorrebbe ben altro. È solo un ingenuo tentativo di evocazione, visto che volentieri avrei fatto un pezzo di strada in sua compagnia. Sarà come trascorrere insieme una mezz’ora, invitando a conoscerlo anche qualche amico.

Sul biglietto da visita, se ne avesse avuto uno, Dolomieu avrebbe dovuto scrivere: scienziato. Sul retro però avrebbe dovuto spiegare che razza di scienziato era, perché l’immagine e i comportamenti qualche dubbio lo creavano. Infatti era uno scienziato di nuovo tipo, di un genere che appare attorno alla metà del Settecento e che annovera tutti i nomi migliori della seconda generazione della rivoluzione scientifica (o volendo, della “seconda rivoluzione scientifica”, quella indotta dall’Illuminismo), da Linneo a Spallanzani, da Humboldt a Darwin e Wallace. È gente che esce dai laboratori e dalle accademie per andare a conoscere il mondo in diretta, rifiuta le teorie che spiegano tutto con un principio primo (quelle di Cartesio e di Newton, per intenderci) e prova a guardare le cose, la natura, dal basso e da vicino. Che risale quindi dal particolare al generale, e non viceversa. Il Settecento e la prima metà dell’Ottocento pullulano di questi personaggi irrequieti, sempre in giro come la scopa a raccogliere piante, a scoprire nuove specie di insetti, a classificare rocce e minerali, a frugare dentro i vulcani e a misurare temperature, pressione e umidità nei posti più impensati del globo, non ultime le cime delle montagne. È una vera febbre, che contagia ad esempio gli “apostoli” di Linneo, a caccia di piante per riempire i vuoti della tassonomia e i prati dei nascenti giardini botanici, ma che viene anche tenuta alta dalle accademie scientifiche, a loro volta lunga mano di stati in concorrenza espansionistica, e da un mercato non trascurabile di collezionisti e di importatori di specie esotiche. Questa gente si incrocia, si conosce, litiga, corrisponde. Ad ogni angolo ci si imbatte in qualcuno che è lì per fare ricerca. L’Etna e il Vesuvio sono percorsi da processioni di studiosi inglesi, tedeschi, francesi e persino italiani. Può capitare di incontrare Alessandro Volta lungo un valico alpino, Goethe nella campagna romana o Leopold von Busch in un maso tirolese, come accade appunto a Dolomieu. E mi fermo qui, perché se penso all’odierno “sai chi c’era sull’aereo?” mi prende lo sconforto.

Dolomieu è dunque uno scienziato. Se mi chiedete cosa ha scoperto devo sciorinare nomi scientifici di minerali che non saprei ricondurre a nulla, se si eccettua la dolomia, ma che pur non avendo un posto nella tavola periodica degli elementi sono parenti stretti dei titolari: il berillio (questo nella tavola c’è), l’analcime (silicato idrato di sodio, conosciuto come occhio di gatto), la celestite (solfato di stronzio), lo psilomelano (ossido di manganese e di bario), la leucite, ecc. Ha poi pubblicato memorie fondamentali sull’origine e sull’azione dei vulcani e sul rapporto di quest’ultima con i terremoti, ha ipotizzato per primo l’esistenza di masse ignee profonde ed ha intuito con largo anticipo le conseguenze del raffreddamento superficiale della crosta terrestre, oltre naturalmente ad avere chiarito la differenza di composizione delle rocce delle Alpi occidentali e di quelle orientali. L’elenco dei suoi interessi e delle loro applicazioni è infinito: arriva persino a studiare le pietre dei monumenti e a datare le statue classiche partendo dalla provenienza dei marmi. Ma a noi queste cose interessano relativamente, perché non è tanto di scienza che vogliamo parlare quanto dello scienziato, del suo metodo e del tipo di sguardo che rivolge alla natura.

Déodat scrive a Picot de La Peyrouse, suo compagno di escursioni e soprattutto suo interlocutore scientifico privilegiato: “Avete perfettamente ragione nel combattere quei sistemi generali che vorrebbero sottoporre la natura ad un movimento uniforme e tutto l’universo agli stessi aggiustamenti e ordini di cose che esistono in qualche sua parte. Nelle grandi catene montuose, ad esempio, regno comunemente attribuito ai graniti e gneiss, a torto non si vogliono considerare le pietre calcaree, che sono essenziali tanto all’antico quanto al nuovo mondo”. I sistemi generali cui si riferisce sono, come abbiamo già visto, quello cartesiano e quello newtoniano. Sono il prodotto di una lettura meccanicistica del mondo che non lascia spazio alla singolarità, alla differenza, ma deve riassorbire tutto in una spiegazione basata su leggi fisiche generali. Le montagne, ad esempio, in questo tipo di spiegazione costituiscono una fastidiosa anomalia, non dovrebbero nemmeno esserci e vengono frettolosamente liquidate come un problema di meccanica delle forze o come frutto di insindacabili interventi divini. Voltaire, che è un newtoniano, dice che in fondo sono lì per consentire ai fiumi di scorrere. Dolomieu non è l’unico a ribellarsi alla dittatura di questi sistemi, ma è senz’altro uno dei più convinti e decisi. Non gli interessano gli esperimenti di gabinetto, gli importa di quel grande laboratorio a cielo aperto che è la natura, nel quale le combinazioni, i composti, non rispondono alla legge generale, ma ti meravigliano ogni volta per proprietà ed esiti e comportamenti anomali. “Il mio viaggio nelle Alpi è stato felice, ho visto delle belle montagne e dei fatti curiosi; ho rivisto molte delle mie idee sui limiti del Primitivo e del Secondario. Ho osservato delle singolari successioni di rocce, e infine ho sentito più fortemente ancora la necessità di essere prudente ad avanzare qualsiasi opinione e a introdurre delle teorie, se non voglio essere contraddetto dalla natura”. (4 novembre 1801)

Questo è il laboratorio che vuole frequentare. Quando la Calabria viene devastata nel 1783 da un terremoto catastrofico si mette immediatamente in marcia e va ad ispezionare i luoghi colpiti. Vista da vicino, nelle sue conseguenze sul suolo e su tutto ciò che ci sta (ci stava) sopra, la catastrofe mette in forse ogni ipotesi di continuità, regolarità e gradualità della natura e costringe a leggere i fenomeni per quel che sono, non per quel che dovrebbero essere. L’approccio sul campo consente a Dolomieu di infischiarsene dei massimi sistemi e di districarsi con particolare disinvoltura tra le varie teorie concorrenti che caratterizzano il dibattito scientifico nella sua epoca, soprattutto tra nettuniani e plutonisti. Non si schiera per nessuna delle due parti, anche se il suo interesse per i vulcani e per il “fuoco sotterraneo” lo collocano tra questi ultimi. Crede, certamente, in una forza interna alla natura, endogena, che lo porta anche ad ipotizzare l’origine e la dinamica dei movimenti tettonici, ma non ritiene che questa forza sia riconducibile a formule fisse: la storia della terra non è scritta da una normale prevedibile concatenazione di moti, ma dalla discontinuità di eventi catastrofici. È possibile di volta in volta spiegare e mettere in connessione i singoli fatti: ma per poterlo fare è indispensabile essere sempre pronti a stupirsi e guardare alla natura senza gli occhiali preformanti della teoria. Al contrario, lo sguardo deve essere capace di cogliere l’insieme, proprio a partire dai singoli particolari: ciò che è consentito solo da una ricognizione ambientale compiuta palmo a palmo. In questo Dolomieu anticipa il principio metodologico di Humboldt: solo vedendo coi tuoi occhi puoi cogliere all’interno del quadro della natura differenze, affinità, continuità, rotture. “È sulle montagne, attraverso l’osservazione personale che si deve apprendere la litologia. I campioni di per sé sono senza carattere”. Sono le sfumature a fare da legante, a far trapassare un fenomeno da una scala quantitativa e qualitativa all’altra e a rendere comparabili aspetti e dati che in una pura astrazione fisico-matematica non lo sarebbero affatto. Su questi presupposti Humboldt redigerà le sue carte tematiche, traccerà le sue linee isobariche, isotermiche, di distribuzione delle piante, ecc, e fonderà la moderna geografia. Dolomieu non disegna carte, ma passo dietro passo ci fornisce tutte le indicazioni per immaginarne una in scala quasi reale.

È necessario anche uno sguardo libero. Dolomieu rifiuta la “professionalizzazione” della scienza: il che significa un rifiuto non della professionalità, ma del professionismo, del corporativismo, della ritualizzazione burocratica e soprattutto della strumentalizzazione e dell’asservimento al potere. È difficile trovare uno scienziato del suo tempo altrettanto insofferente dell’apparato accademico. E in questo senso è anche fortunato, perché vive, nel periodo a cavallo della rivoluzione e prima del consolidamento del regime napoleonico, un momento magico di fervore creativo, di acceso dibattito e di rapido svecchiamento, nel quale ogni precedente istituzione culturale entra in crisi o scompare e gli intellettuali francesi, gli scienziati in particolare, non più e non ancora inquadrati in un “ceto” privilegiato, godono della massima libertà d’azione. L’ideale personalistico e individualistico dello scienziato coltivato da Dolomieu si coniuga benissimo con uno spirito di collaborazione che non è imposto dai ranghi, ma nasce spontaneo, da amicizie sincere (tanto più se cementate da esperienze comuni di lunghe ricerche sul campo) dall’entusiasmo e dal comune denominatore di una scienza “al servizio” della comunità civile. Nel suo caso si sposa anche con una concezione “storicistica” della scienza, intesa come un sapere in fieri rimesso costantemente in discussione dalla storicità stessa della natura. Il che significa che “in divenire” non è solo il mondo, ma anche la conoscenza del mondo: e che i risultati da quest’ultima di volta in volta raggiunti non possono essere fossilizzati in dogmi, ma devono essere tradotti in stimoli per un’avventura sempre in corso: “Se devo giudicare dall’ardore che anima quelli che mi hanno accompagnato nei miei viaggi, dalle conoscenze che hanno acquisite, dal tipo di istruzione in ogni campo che ricevono nella scuola che frequentano […] posso predire che faranno fare alla mineralogia e alle altre scienze collegate dei successi tanto rapidi quanto sorprendenti. Mi impegno ad annunciare che porteranno queste scienze a livello di tutte le altre scienze fisiche e matematiche; e senza lasciarmi prendere da quel sentimento di gelosia che troppo sovente crea amarezza nell’animo degli anziani, che fa loro vedere con pena i progressi che l’età impedirà loro di seguire, e che li porta a credere che la scienza non avanzi più, perché loro non marciano più al suo passo, e a negare i suoi successi piuttosto che starsene tra coloro che applaudono senza essere protagonisti, mi limito a chiedere a quelli che si preparano a succederci di esserci grati degli sforzi che abbiamo fatti per preparare loro la strada […] Questa ricompensa, che credo ci sia dovuta, sarà sufficiente a ripagarci della vita faticosa e disagiata che abbiamo sacrificato a ricerche per le quali non avevamo gli stessi strumenti che hanno loro”.

Questo ferma e dignitosa consapevolezza fa di Dèodat, oltre che uno scienziato, un uomo e un viaggiatore particolare. Dolomieu era arrivato alla scienza per vie traverse. Era nato nobile, all’esatta metà del secolo, in un castello di un piccolo villaggio dell’Isère. Cadetto in una famiglia di dieci figli, aveva davanti solo due prospettive: la carriera militare e quella ecclesiastica. Il padre lo toglie precocemente dall’imbarazzo della scelta, comprandogli quando ha due anni il diritto ad entrare nei Cavalieri di Malta, che è un po’ l’una e l’altra cosa. Così piazzato, non è nemmeno il caso di fargli impartire un’istruzione regolare: i rudimenti della lettura, della scrittura e del far di conto se li crea da solo (nel racconto della sua giovinezza fatto a Picot ricorda di aver imparato le prime tre regole dell’aritmetica computando con le dita delle mani). L’essere un autodidatta a conti fatti segna in positivo la sua formazione: impara ad imporsi una ferrea disciplina di studio che proprio perché autonomamente acquisita non gli pesa affatto, ed elabora una metodologia di ricerca adatta alle sue caratteristiche. “Lo spettacolo dell’universo aveva per me tanto fascino e tanta attrattiva che spesso, senza essere astronomo, ho passato notti intere a contemplare tutti i corpi luminosi che decoravano la volta celeste, a seguire i pianeti nei loro movimenti attorno al sole …”. Quando attorno ai dodici anni viene inviato a Parigi per dirozzarsi sa già bene quello che vuole, e si è cucito gli abiti per farlo: ama l’aria aperta e l’osservazione diretta della natura.

La sua vita prende però a questo punto una direzione obliqua: a quattordici anni deve cominciare a mantenersi da solo, e lo fa arruolandosi nei “carabiniers”. Ha fisico e stoffa, per cui raggiunge quasi subito il grado di luogotenente. A sedici può far valere l’affiliazione al cavalierato maltese: è imbarcato su una galera dell’Ordine e con questa scorrazza per tutto il Mediterraneo, sino a quando un tragico incidente lo caccia nei guai. A diciassette anni infatti, durante uno scalo a Gaeta, uccide in duello un camerata che lo aveva offeso. Parlo di incidente, e non di omicidio, perché il giovanissimo Déodat non aveva alcuna intenzione di uccidere, e di questo episodio, ancorché vantarsi, avrà sempre un grande rimorso: non fosse altro perché pensa che il duello sia stato impari, data la sua stazza e la lunghezza delle sue braccia. Comunque la cosa rischia di costargli cara. La regola dell’ordine è chiara: ammazza quanti più infedeli possibile, ma non spargere mai il sangue di un altro cristiano. Sarebbe la pena capitale, che viene commutata in carcere a vita in ragione della giovane età: ma qualche santo a corte e in Vaticano i Dolomieu ce l’hanno, e il ragazzo viene liberato dopo nove mesi. Torna in patria a diciannove anni, con alle spalle le esperienze di un uomo vissuto.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Sarà pur vero che si tratta di una vita eccezionale, altrimenti non sarei qui a scriverne, ma non è tale solo per l’intensità con la quale sono stati vissuti gli anni giovanili. Per l’epoca questa era quasi la regola; in forme e in ambiti diversi la precocità accomunava tutti i ceti sociali. E non mi riferisco certo al duello e alla galera, perché di minorenni sbandati e omicidi le carceri non sono mai state piene come oggi: mi riferisco invece alla “qualità” di queste esperienze, la stessa che si può ritrovare in Foscolo, tanto per fare nomi decisamente più conosciuti, che a sedici anni si mantiene da solo, scrive tragedie che vengono messe in scena e ha un’amante che ha di primavere ne conta il doppio; o in Leopardi, che alla stessa età di vita ne ha conosciuta poca ma in compenso ha già scritto saggi sull’astronomia, e prima dei vent’anni scriverà l’Infinito. E anche qui parrebbe trattarsi di eccezioni, ma non è così, se non per il livello degli esiti raggiunti. È sufficiente approfondire un po’ la biografia di qualsiasi scienziato, artista, letterato, militare o politico vissuto prima del Novecento per ritrovare la stessa cosa. Certo, si tratta di minoranze. Ma oggi, in un’epoca nella quale teoricamente sarebbe più facile per molti, se non per tutti, maturare esperienze molteplici e precoci, non abbiamo neppure quelle minoranze. Viviamo molto più a lungo, ma certamente non viviamo di più.

Dove sta la differenza? Sta nel fatto che qualsiasi esperienza, di vita, di viaggio, di studio, di lavoro è sino all’età pre-contemporanea più “profonda”, incide maggiormente e in modo diverso sulla costruzione della personalità. Proprio il viaggio può fornirci l’esempio paradigmatico. Intanto, in proporzione ai mezzi e ai modi i giovani del settecento viaggiavano molto più di quelli di oggi: ma soprattutto l’esperienza di un viaggio a piedi o a cavallo, di tempi lunghi e di soste ripetute, di pericoli naturali e umani sempre in agguato, della precarietà, della fatica, del freddo, del caldo, di ogni sorta di maltempo non vissuto dietro un finestrino, ma sulla propria testa, lascia un segno decisamente diverso rispetto allo spostamento odierno. Quello che manca oggi è il piacere e la sorpresa della scoperta, perché di norma conosciamo virtualmente già benissimo ciò che andiamo a scoprire, e in realtà andiamo solo a verificare che corrisponda al già noto; manca il senso dell’avventura, perché anche lo sforzo dei più temerari di inventarsi la precarietà e le emozioni forti si traduce in parodia, e rende ridicola anche la tragedia; manca soprattutto il tempo, che solo può dare un’idea reale delle distanze, e solo può consentire di cogliere le differenze, perché le distanze sono azzerate dalla velocità e le differenze sono annullate dall’omologazione globale. Dolomieu le distanze (e cospicue) le ha percorse nella sua adolescenza a vela o a piedi. Il tempo per ripensarle lo ha avuto, in prigione. È pronto al secondo atto.

Quando rientra in patria viene assegnato di guarnigione prima a Grenoble e poi a Metz, dove diventa popolare per aver tirato fuori da un ospedale andato a fuoco diversi commilitoni, rischiando seriamente di rimanere intrappolato lui stesso. Nel frattempo però la vita militare ha perso per lui ogni interesse, mentre la frequentazione della casa e delle lezioni di un farmacista-naturalista gliene fanno intravedere altri. Dèodat è un gran bel ragazzo, e anche in provincia le occasioni per distrarsi dalla noia non gli mancano. Ma c’è un’altra tassativa regola dell’ordine: i Cavalieri debbono praticare la castità, almeno ufficialmente, e sono quindi vincolati al celibato. Questo impedisce a Déodat di coronare la storia con l’unica donna che per sua stessa ammissione abbia forse davvero amato, la piccola Jennie, figlia del suo maestro: ma gli conserva la libertà indispensabile per diventare lo scienziato e il viaggiatore che ce lo rendono caro, e per avere lungo tutta la vita un sacco di avventure galanti. Da quanto lasciano intendere i suoi corrispondenti era considerato un vero sciupafemmine; ma lui su questo tema, da perfetto gentiluomo, è molto riservato. C’è al massimo qualche accenno di questo tenore: “conduco una vita molto dolce. Una donna gentile e bellissima è venuta a trascorrere l’inverno a Roma, per stare vicino a me. Ho subito però una perdita che mi ha molto turbato. Quella di un manoscritto che raccoglieva le mie osservazioni in Italia durante i primi tre viaggi da me fatti” (gennaio 1788). Dove si capisce quali siano le vere priorità.

Ciò non significa che Dolomieu sia un vanesio e un insensibile: è un uomo naturalmente affascinante, anche per l’alone di avventura, di irregolarità e di esotismo che lo circonda (avrebbe benissimo potuto ispirare, persino per le caratteristiche fisiche, il personaggio di Corto Maltese). È possibile che non sappia, o meglio ancora non voglia, resistere al proprio fascino (c’è da chiedersi perché mai dovrebbe): e quindi si lascia molto amare, praticando “passivamente” le idee sulla seduzione che aveva discusso ai tempi di Grenoble con un suo caro commilitone, Chorderlos de Laclos (e che quest’ultimo teorizzerà ne Les liasons dangereuses). Non dimentichiamo che Dolomieu è un contemporaneo di Casanova, con la differenza essenziale che lui le sue avventure galanti non le racconta, e che soprattutto ha anche altri – preminenti – interessi.

Quello per la scienza, e in particolare per la geologia e la mineralogia, viene rinfocolato dalla frequentazione del marchese Alexandre de la Rochefoucould, anche lui introdotto nella cerchia del farmacista Thyrion. Entrambi i nuovi amici hanno per la scienza un interesse “dilettantistico”: non sono motivati da ambizioni di carriera, ma da un entusiasmo creativo che contagia chi li frequenta. Déodat non cerca altro: riconosce immediatamente l’affinità spirituale e si sente confortato nella sua vocazione naturalistica. Accoglie gli stimoli alla sua maniera, con una scelta di dedizione immediata alla causa e di ricerca condotta al di fuori di ogni schema e condizionamento accademico o vincolo corporativo. Dal 1771 hanno quindi inizio i suoi viaggi esplorativi: Déodat ha ventun anni, una vita sociale tutto sommato intensa, perché attraverso le conoscenze di famiglia e le amicizie strette a Metz è introdotto nei salotti migliori anche quando si reca a Parigi, e in quei salotti è al centro dell’interesse femminile per il suo aspetto e della stima maschile per la sua intelligenza vivace. Ma la sua testa e il suo cuore sono altrove: “[…] la passione che mi spingeva a contemplare i fenomeni della natura era così forte che ogni anno, quando la primavera tornava a ridare vita al mondo vegetale e a rimettere in moto tutti gli organismi, tutte le bellezze dell’arte perdevano per me le loro attrattive. La mia immaginazione aveva bisogno di più spazio, i miei affetti di altri oggetti e il mio gusto di altri piaceri. Così, ogni anno mi lanciavo verso qualche catena di montagne, andavo sulle cime”. Le escursioni occupano dapprima la gran parte del suo tempo libero, ma in seguito anche quello lavorativo, dal momento che riesce a farsi assegnare il compito di ispettore minerario per l’esercito. L’entusiasmo è tale da coinvolgere nel 1778 persino il padre, ormai orgoglioso più che preoccupato per quel figlio sopra le righe, che si fa trascinare in una escursione naturalistica nel cuore delle Alpi svizzere. Purtroppo muore proprio durante il viaggio, e conoscendo le caratteristiche di camminatore di Déodat nasce il sospetto che sia stato stroncato dal tentativo di tenergli dietro: nel qual caso il marchese François sarebbe il martire di una vocazione geologica tardiva e riflessa.

Per quasi vent’anni Dolomieu rimbalza da una regione all’altra dell’Europa, dalla Bretagna alla Calabria, dalla Stiria all’Estremadura: a seguire i suoi spostamenti c’è da perdersi. Naturalmente quel che più lo attira sono le montagne. Passa al pettine i Pirenei e i Vosgi, e quindi l’Appennino, sino alla Sicilia, vulcani e piccole isole compresi. E soprattutto, le Alpi. A Roma trascorre un inverno con Goethe, a Verona, a Venezia, a Bologna stringe amicizia con i più importanti geologi e naturalisti italiani del tempo (anche se in generale non ha una grossa stima della classe colta del nostro paese: “A Laubach ho incontrato il dottor Hacquet, che sta pubblicando un’immensità di opere di mineralogia e di botanica. In generale tutti questi tedeschi sono molto sapienti, mentre quasi tutti gli italiani sono molto ignoranti”).

Si muove liberamente da uno stato all’altro, munito del solo lasciapassare della sua crescente autorevolezza scientifica: se si esclude lo sfortunato rapporto con i Borbone di Napoli, per il resto è l’emblema del cosmopolitismo concreto consentito agli uomini di scienza sul finire dell’ancient règime. Nei diari di viaggio non si dilunga in notazioni antropologiche, ma non manca di rilevare le differenze umane tra una zona e l’altra: “Dopo aver attraversato tutte le ricche campagne dello stato pontificio, da Loreto a Bologna, ed essere entrati nella Carniola e nella Stiria, si avverte un contrasto che colpisce ed affligge. In queste provincie tedesche la natura sembra molto più avara di frutti […] Ma è un altro il contrasto che maggiormente colpisce: quello dei costumi. All’astuzia, alla fierezza e all’avidità degli italiani succedono la franchezza, la semplicità e la buona fede degli abitanti delle montagne”.

Anche quando ricopre incarichi ufficiali di altra natura, come in occasione di una ambasceria a Lisbona, Déodat non manca di approfittarne per curiosare nei dintorni e studiare le formazioni basaltiche (sulle quali scrive naturalmente una memoria), per approfondire le sue conoscenze dittologiche e per verificare le convinzioni che va maturando rispetto all’orogenesi. Intanto fa carriera nell’ordine di Malta, e naturalmente suscita rivalità ed invidie. Per questo, ma soprattutto per potersi dedicare a tempo pieno a ciò che veramente gli interessa, lascia l’isola, che negli anni ottanta è diventata una seconda patria, esce dall’ordine, rinunciando anche ad un cospicuo appannaggio, e rientra in Francia nell’ottantanove. Giusto in tempo per beccarsi la rivoluzione.

Dolomieu è un aristocratico. Lo è formalmente, per nascita, e tutto sommato ci tiene anche ad esserlo: ma lo diviene poi nel senso pieno del termine per l’attitudine mentale e per le conseguenti scelte di comportamento. L’attitudine è quella del cavaliere medioevale, piuttosto che quella del cortigiano settecentesco: rifiuto degli agi, vita (quasi) ascetica, dedizione totale alla ricerca. Il suo Graal è la conoscenza della natura. Quanto alle scelte, non c’è nulla di contraddittorio nel fatto che rivendichi ad esempio il riconoscimento della sua carriera all’interno dell’Ordine di Malta. In quanto figlio cadetto non ha ereditato alcun titolo, ma quelli che si è guadagnato sul campo li vuole riconosciuti. E nemmeno è un integralista alla maniera di Thoreau nella professione del suo naturalismo. Tra un viaggio e l’altro continua a frequentare i salotti dei savants, dove incontra Turgot e Condorcet, ma anche Diderot e Horace-Benédicte de Saussure. Sono circoli mondani, ma sono anche i luoghi dove si elaborano e si confrontano le idee che di lì a poco trasformeranno il mondo e la maniera di vederlo.

Questo atteggiamento di fondo, la capacità di muoversi a proprio agio in ambienti e in situazioni estremamente diversi, lo accomuna agli altri protagonisti che abitano il mio piccolo pantheon: Humboldt, Tocqueville, … su su fino ad arrivare a Camus. Se si esclude quest’ultimo, mi accorgo che sono tutti di origine aristocratica. Verrebbe da dire che è naturale: fino a un paio di secoli fa i non aristocratici avevano ben poche opportunità di vivere esistenze eccezionali. Ma non è vero, non è solo questo. Non mi intrigano quelli che sono nati aristocratici, ma quelli che lo sono rimasti, che riferito al nostro discorso significa coloro che riescono ad essere sempre in leggero asincrono rispetto alla realtà, non per una snobistica indifferenza, ma per la capacità di viverla senza farsene travolgere. In definitiva, coloro che posseggono quell’understatement “caldo” che permette di appassionarsi alle cose e agli uomini, mantenendo chiara la percezione che di uomini e di cose si tratta. Dolomieu ne offre un perfetto esempio quando in una lettera del 1789 a Picot, in piena bufera rivoluzionaria, scrive: “Attendo l’arrivo di un corriere dal quale dovrò apprendere se mi hanno confiscato tutti i beni … nell’incertezza quindi se mi rimarrà il pane per cibarmi desidero tuttavia, mio eccellente amico, intrattenermi con voi di argomenti del tutto estranei alle vicende del tempo”. Chi è capace di un simile décalage sta applicando il motto “aristocratico nel pensare, democratico nell’agire”, dove anche democratico ha una valenza ben più che politica. Tutto questo con la condizione di nascita c’entra niente, mentre ha a che vedere con una disposizione individuale e con una contingenza storica.

Credo di avere una spiegazione per il concentramento di tanti grandi spiriti in un arco temporale piuttosto ristretto. C’è un’epoca, che va dal periodo immediatamente precedente la rivoluzione francese fino alla metà dell’Ottocento, nella quale l’aristocrazia, pur mantenendo la gran parte dei suoi privilegi, non esercita più alcun potere (e questo vale anche per l’Inghilterra, dove la rivoluzione c’era già stata). Per contrapporsi ad una borghesia avida e arrivista, ma soprattutto per dare un senso alla propria anacronistica sopravvivenza, questa aristocrazia cerca di marcare uno “stile”, che ha da essere nuovo, perché non è più connesso ad una funzione politica o economica. Lo fa in genere rivendicando una differenza di immagine, che si risolve in una “etichetta”: ma in qualche caso riesce ad andare oltre, ad attingere ad un’etica, che è una conquista individuale ed autonoma. In altre parole, ci sono aristocratici che, in assenza di impegni esterni, ne prendono uno con se stessi: quello di essere, letteralmente, όι άριστόι, i migliori. È una scelta minoritaria ed esclusiva, anacronistica nel senso che è perdente in ogni epoca, se assumiamo a metro quello “oggettivo” della fama postuma. In effetti, anche senza la prova del DNA è certo che i padri della contemporaneità sono i ben più noti Voltaire e Rousseau, per non dire di Hegel, la cui progenie arriva sino Sartre. Ebbene, sotto il profilo umano sono tutti personaggi pessimi, la cui caratteristica comune è un’invidia acida, mascherata dall’irrisione o dal disprezzo, per la libertà spirituale che la nuova condizione nobiliare consente.

Dolomieu fa parte dell’altro club, quello ristretto. Anzi, ne è uno dei fondatori. Durante la rivoluzione però entra a far parte anche di un club vero, quello dei Foglianti, ala moderata del giacobinismo. Non è certamente uno che ama la politica, ma in certi frangenti non è possibile tenersene fuori. Dolomieu crede davvero nella rivoluzione, nella necessità di una rigenerazione che porti alla “felicità pubblica”. Come altri appartenenti al suo stato ha soprattutto in odio l’assolutismo e ogni aspetto di privilegio del vecchio regime: “Vi sono delle persone che amano le catene: non conviene discutere di questi; nell’antico regime tutti noi ne portavamo: esse erano d’oro o di argento per gli uni e di ferro per gli altri, ecco la sola differenza”. Nei primi due anni della rivoluzione è un entusiasta, senza per questo essere un ingenuo o un esaltato: ma i valori etici cui si ispira sono non tanto quelli di una nebulosa égalitè, quanto quelli di una assoluta liberté, quella di chi non vuole né obbedire né comandare: né vittima né carnefice, direbbe Camus. E questa è un’idea di libertà senz’altro molto aristocratica: non è la libertà di tutti, ma quella di ciascuno. Se vuoi la libertà te la devi guadagnare, e poi difendere, non in senso generico ma costruendoti una capacità individuale di sopravvivenza e resistenza coltivata attraverso la sobrietà nei bisogni, l’allenamento alle ristrettezze e ai disagi, l’indipendenza dai vincoli di ogni tipo, il disinteresse per la ricchezza e gli onori. Queste cose Dolomieu non le teorizza, non è Rousseau: le mette in pratica durante tutta la sua esistenza, e ha più di una occasione per sperimentarne l’efficacia.

Quanto alla fraternité, sa bene che non può essere imposta per legge, e che può esistere solo all’interno della ristretta cerchia degli amici. A questi Déodat tiene moltissimo, sia pure alla sua maniera composta nelle espansioni e franca nei dissensi, e la sua lealtà è ricambiata da una stima incondizionata. L’amicizia viene senz’altro per lui prima di ogni altra cosa, soprattutto quella cementata dalla comune vocazione scientifica e mantenuta viva da uno scambio intellettuale costante. Anche durante i viaggi più impegnativi, che lo portano a girovagare per mesi nelle Alpi o in zone comunque impervie, approfitta di ogni attimo di sosta per corrispondere con sodali sparsi per tutta l’Europa. Non è un passionale, e le sue lettere sono in genere parche di notizie personali e dense invece di osservazioni e informazioni scientifiche; ma il tono, il linguaggio schietto e semplice con il quale partecipa agli altri le sue intuizioni o le perplessità, sono quelli di chi sull’asettico denominatore comune dell’interesse naturalistico sa costruire i legami “caldi” dell’intelligenza.

Per questo tutto gli crolla addosso il giorno in cui il suo migliore amico, il marchese de la Rochefoucault, gli muore tra le braccia, massacrato da una torma di dementi in caccia di aristocratici, che nemmeno ha idea di chi sta ammazzando. Lui stesso se la cava per un pelo. È la fine dell’illusione rivoluzionaria. Dolomieu si tira in disparte e sopravvive al Terrore rifugiandosi nella provincia remota. Ma non si nasconde: anzi, nel periodo più buio esce allo scoperto con un articolo che è una condanna della deriva barbarica che la rivoluzione ha intrapreso, e al tempo stesso una sfida: io sono qui, e non mi importa delle vostre liste di proscrizione. Ripeto: non rinnega la rivoluzione, denuncia lo stravolgimento delle idealità dalle quali aveva preso avvio e l’immancabile riflusso burocratico, quello per cui dopo ogni Cristo viene una chiesa.

È il percorso obbligato dei puri. Gli altri, quelli bravi a tenersi a galla perché vuoti di ogni coerenza e idealità sincera, i Talleyrand di ogni situazione, aspettano la prossima onda per cavalcarla ancora e passano armi e bagagli alla reazione. È ciò che accade a buona parte dell’aristocrazia “illuminata” francese, a quella almeno che riesce a uscire indenne dalla bufera: ma non a Dolomieu. Era un aristocratico prima, lo rimane durante e dopo la rivoluzione, perché il suo concetto di aristocrazia non ha niente a che vedere con il ceto e il privilegio. Concerne un modo d’essere, non l’alea di una nascita.

Dolomieu comunque se la cava. Sotto il Direttorio si mantiene ben lontano dalla politica, ma le sue qualità di ingegnere minerario gli valgono una cattedra presso l’École des mines: come a dire, la libertà di muoversi, di fare ricerca costante sul campo, e il piacere di trasmetterne i frutti. È un ottimo insegnante, i suoi allievi lo adorano, soprattutto perché le sue lezioni si svolgono per la maggior parte “en plein air” e perché sul piano delle prestazioni fisiche li surclassa tutti.

Sta progettando un ennesimo viaggio nelle Alpi quando Napoleone lo chiama a far parte del gruppo di scienziati che lo seguono nella campagna in Egitto. Non ha sollecitato l’incarico, ha anzi qualche dubbio: e comunque prima di accettare si fa confermare da un amico che in Egitto ci siano montagne e rocce degne di studio. La campagna finisce come sappiamo, ma a Dolomieu va anche peggio. Sulla via del ritorno naufraga nel mare di Taranto, si salva a stento e viene catturato dai soldati borbonici. A differenza dei suoi compagni, che vengono liberati di lì a poco, Déodat finisce nelle carceri di Messina, dove gli viene imposto un regime di detenzione inumano: è rinchiuso in una cella di due metri per tre, con un’unica piccola apertura che di notte quasi sempre viene chiusa, in un’aria irrespirabile al limite del soffocamento, dove rimarrà per ventuno mesi senza mai uscire. Contro di lui si muove una congiura che vede coinvolti proprio i Cavalieri di Malta, disciolti da Napoleone ma ancora potenti presso la corte di Napoli, e la stessa regina Maria Carolina, forse caduta a suo tempo, durante una precedente permanenza napoletana di Déodat, vittima del suo fascino, o peggio, forse respinta, e ora determinata a vendicarsi. Non valgono a niente le proteste e le suppliche di tutto il mondo scientifico: Dolomieu rivede la luce solo quando Napoleone, dopo la vittoria di Marengo, pone tra le clausole inderogabili del trattato di pace la sua liberazione.

Le caratteristiche “sportive” di Dolomieu gli hanno resa ancor più dura la vita durante la detenzione, ma al contempo almeno momentaneamente gliel’hanno salvata. Immaginate un uomo abituato a vivere all’aria aperta, che non sopporta neppure le ovattate dimore parigine, costretto in un buco nel quale riesce a malapena a muoversi (percorre ogni giorno per migliaia di volte i tre metri della diagonale della cella, tre passi da un angolo all’altro, avanti e indietro), e a respirare (la fiammella della lampada ad olio brucia quel poco ossigeno, e Dolomieu vive in un costante stato di semisoffocamento). Eppure riesce a resistere, prima di tutto alla ricorrente tentazione di togliersi la vita, poi a quella di lasciarsi andare, di abbrutirsi. Con una scheggia di legno si costruisce un pennino, si serve del liquido bruciato della lampada come inchiostro, riesce a sottrarre all’ispezione dei carcerieri un volumetto che ha portato con sé, e nei bordi delle pagine scrive le parti essenziali di quella che sarà la sua opera scientifica più importante, il trattato sulla Filosofia mineralogica. Scrive anche un diario di prigionia, fatto di annotazioni telegrafiche attraverso le quali traccia un bilancio della sua esistenza e la compara all’attuale condizione di “morto alla scienza e al mondo”: ma senza alcuna commiserazione. C’è una frase ricorrente, ripetuta in maniera quasi ossessiva per venti mesi: “eppure io vivo ancora”. Alla faccia di chi lo vuole sepolto vivo.

Nel marzo del 1801 è infatti nuovamente in Francia e a giugno è già sulle montagne per una lunga escursione geologica, che lo porta a percorrere oltre mille e cento chilometri. Dalle lettere che invia agli amici sembra aver superato la terribile prova senza eccessivi danni: ma alla fine di novembre muore quasi all’improvviso, a cinquantun anni. La carcerazione ha minato il suo fisico nel profondo: e forse lo sforzo di recuperare tutta l’aria possibile, tutti i paesaggi e gli incanti delle sue montagne è stato troppo repentino e violento. Muore consapevole: ha il solo rammarico di non aver potuto riordinare ed editare le sue carte: “La morte verrà a sorprendermi senza che abbia avuto il tempo di destinare ogni cosa allo scopo che mi ero prefisso”. Un po’ di tempo in più non gli spiacerebbe: ma sa che quello che ha avuto in dote è stato usato al meglio.

E veniamo ora ad un altro aspetto della personalità di Dolomieu che ci aveva intrigato, quello peraltro da cui eravamo partiti: i polpacci di ferro. Dolomieu è un viaggiatore, ma prima ancora è un camminatore. Non lo nego: come era già accaduto per Humboldt, ciò che mi ha colpito inizialmente e mi ha poi spinto ad approfondire la conoscenza del personaggio è la sua incredibile resistenza fisica. Non so per quale motivo questa caratteristica eserciti tanto fascino su di me. Forse la associo immediatamente ad una capacità di resistenza morale, anche perché questa diretta corrispondenza ho potuto sperimentarla in alcuni dei miei amici. Forse l’amore per la montagna, dove la resistenza fisica è un requisito primo e fondamentale, mi porta a sopravvalutarne il corrispettivo spirituale, e a coglierne riscontri continui nelle vite che mi colpiscono: Gobetti, Primo Levi, Livio Bianco, Ettore Castiglioni, Massimo Mila, Nuto Revelli, tutto il gruppo dei torinesi e dei piemontesi che hanno fornito il nerbo all’opposizione al fascismo negli anni venti e trenta e quella al nazismo durante la guerra erano alpinisti. A dire il vero lo era anche Julius Evola, e l’ambiente alpinistico tra le due guerre si lasciò spesso contagiare dalla retorica e dalla mistica fascista: ma penso che questo contagio abbia riguardato solo la facciata istituzionale. Chi è alpinista dentro non ha spazio per la retorica. Credo comunque che ci sia una ragione di ordine più oggettivo: a differenza della forza, che è una caratteristica eminentemente biologica, la resistenza, anche quella fisica, è un portato culturale. La prima dipende dalla natura, la seconda da noi. La capacità di resistenza la si coltiva, e Dolomieu ne è particolarmente convinto. Dice in proposito: “I miei viaggi nelle montagne hanno talmente temprato i miei polmoni ad atmosfere purissime, che sono abituato a dormire ovunque in letti senza coperte, in camere aperte all’aria”. Le sue abitudini spartane sono finalizzate ad una progettazione di sé: quella capacità di sopravvivenza, di cavarsela da soli, che è per lui la base per l’esercizio della più totale libertà.

Nel suo caso, evidentemente, anche la natura ci ha messo una mano. Con le sue lunghissime leve Dolomieu è capace di percorrere distanze incredibili a piedi, a una velocità impressionante. È una dote della quale si compiace parecchio: “Non è possibile fare più strada di me in minor tempo, a meno che non si viaggi in mongolfiera”. E questa rapidità è anche una caratteristica dei suoi viaggi a cavallo. In una lettera del 1787 dice di essere arrivato da Roma a Marsiglia in otto giorni, e di prevederne altri otto per arrivare a Parigi. Sono cento e passa chilometri al giorno. Non stupisce poi sentirlo lamentare che ogni tanto gli muore un cavallo tra le gambe, o uno dei muli che talvolta usa per trasportare i campioni dei minerali raccolti. Li stronca. Le testimonianze dei compagni di viaggio sono tutte di questo tenore. Quando si fermano la sera, e lui si appresta a redigere il diario della giornata o a esaminare i campioni raccolti, crollano letteralmente per la fatica. Questi ritmi vengono mantenuti per mesi. Spesso Dolomieu ha iniziata un’esplorazione con uno o più compagni e l’ha finita con altri, venuti rimpiazzare i primi che hanno dato forfait. Un’analisi dei suoi giornali di viaggio, di quelli che ci sono pervenuti, perché molti sono andati perduti, permette di calcolare nella sola zona alpina una percorrenza di circa dodicimila chilometri. Quasi un terzo della circonferenza della terra, con dislivelli altimetrici dell’ordine di centinaia di migliaia di metri.

La rapidità non significa però fretta. Dolomieu non viaggia per spostarsi, ma per conoscere, e la fretta è nemica della conoscenza. È rapido nelle gambe ma anche nello sguardo. Ha una competenza mineralogica tale che da consentirgli di individuare al primo colpo ciò che può rivestire un certo interesse. E comunque, la rapidità di una camminata a piedi è pur sempre quella ti fa muovere dentro una natura immobile, e non ti dà la sensazione opposta.

Dolomieu viaggia spesso da solo. Non gli spiace la compagnia, ma apprezza particolarmente la possibilità di seguire liberi ritmi di passo e di pensiero. Ha bisogno di solitudine per concentrarsi e per tornare dopo un po’ a desiderare la presenza dei suoi simili. “Sono nuovamente in viaggio. La contemplazione della natura è molto più soddisfacente di quella degli uomini” (19 agosto1801)

Non ha paura di nulla. È scampato alla forca a Gaeta, al fuoco a Metz, ad un naufragio nel lago di Bolsena e ad uno nel Mediterraneo, ad un agguato di briganti sui monti della Tolfa, alla ghigliottina sotto il Terrore: ogni volta ne è uscito più sicuro di sé. In montagna dorme sempre all’addiaccio, lungo il sentiero, ed è una montagna ancora abitata da lupi, da orsi e da banditi. Soprattutto lo sorregge il legittimo ottimismo di chi ha la coscienza di non aver pestato i piedi a nessuno (anche se poi qualcuno che trova motivo di lamentarsi vien sempre fuori).

Dolomieu è infine un alpinista completo: nel senso che ama le montagne, ma anche in quello più tecnico del termine, perché le montagne le scala. Non compie alcuna ascensione memorabile, se si eccettua forse il Pic du Midi de Bigorre: ma salire sulle cime, e volgere di là sopra lo sguardo sul mondo gli piace. E tuttavia delle sue performances alpinistiche non racconta molto: rientrano in fondo nella sua attività di ricercatore naturalista. Non conosce il successo di Horace-Bènedicte de Saussure, celebrato salitore del Bianco, anche se è senz’altro molto più dotato di quest’ultimo per le ascensioni. Un suo compagno di viaggi alpini, Alexandre d’Eymar, dice che al suo passo non reggevano neppure le guide, e racconta di scalate ripide a cime inaccessibili, lungo le creste più esposte e i precipizi. A dispetto della sua sensibilità per l’aspetto “sportivo” del viaggio, Dolomieu non si fa però contagiare dalla febbre delle cime: gli piace arrampicare sulle montagne, ma gli interessa molto di più leggerle dentro. E soprattutto, non ha tempo né animo per la competizione: c’è un mondo affascinante di pietre, di metalli, di composti e scisti e conglomerati che aspetta di essere esplorato e descritto. “Andavo sulle cime a cercare quelle emozioni profonde che sempre procura la vista di oggetti molto grandi, e per abbandonarmi alla meditazione sulla formazione del globo, sulle rivoluzioni che ha conosciuto, sulle cause che hanno modificato le sue forme […]” Tutto il resto è vanità.

È lecito considerare Dolomieu una figura esemplare? Si e no. Si, se si intende come esemplarità quella di una vita vissuta autonomamente, senza tenere in conto le mode, le aspettative altrui, il rango, la carriera. No, se si intende invece proporre un modello di comportamento cui ispirarsi. Dolomieu non voleva essere un modello per nessuno. Al di là del fatto che probabilmente pensava di essere inimitabile, questo avrebbe in qualche modo condizionato la sua autonomia, la sua libertà. Rispondeva delle sue scelte solo a se stesso, ad una coerenza che non aveva bisogno di sacrifici, perché era parte integrante del suo modo di essere. In questo senso era tutt’altro che un penitente, e se si esclude l’episodio del duello, che va comunque letto in un contesto storico e mentale particolare, e probabilmente non inficia la sua coerenza, non aveva in effetti nulla di cui pentirsi. Ma nemmeno riteneva di avere certezze e verità ultime da trasmettere: era di quel tipo di persone che cercano di allevare interlocutori piuttosto che discepoli e non vogliono maestri da venerare, ma amici coi quali confrontarsi. Sotto il monumento a lui dedicato da un altro dei suoi compagni di scorribande alpine, Faujas de Saint-Found, sta scritto: A Dolomieu, mio allievo, mio maestro, mio amico. Difficile sintetizzare meglio quello che può essere considerato un rapporto ideale.

Sarebbe anche difficile a questo punto trovare le parole giuste per congedarsi in bellezza da Déodat. Per fortuna ci ha pensato lui stesso: “Tra due giorni parto per Parigi. Andrò quasi subito a martellare le rocce della Sassonia, poi seguiranno altri viaggi. Per cercare cosa? Non la felicità, perché sono perfettamente felice dove mi trovo; non la fama, perché le circostanze me ne hanno procurata una tale che ne sono persino imbarazzato; e cosa dunque? Io corro appresso a delle idee; ammucchio delle pietre che aumenteranno l’imbarazzo e la confusione che già regnano in me”. Ecco un uomo!

Su Dolomieu non c’è nel nostro paese una grossa letteratura: in pratica esiste solo il densissimo volume di Luigi Zanzi, Dolomieu. Un avventuriero nella storia della natura, edito da JAKA BOOK nel 2003.

Le sue uniche opere tradotte sono il Viaggio alle isole Lipari, Lipari 1993 e i Viaggi nelle Alpi (a cura di Enrico Rizzi), Fondazione Enrico Monti, Anzola d’Ossola 2006

In francese fondamentale rimane la biografia scritta da Alfred Lacroix, Déodat Dolomieu. Sa correspondance, sa vie aventureuse, sa captivitéé, 2 voll., Paris 1921

 

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Grazie per la risposta. ✨

A lezione di economia (e di didattica)

di Paolo Repetto, 2008

Nelle ultime settimane ho scoperto le borse – anche volendo sarebbe stato difficile ignorarle. In un primo tempo ho seguito lo spettacolo un po’ distrattamente, visto che non avevo mutui accesi e investo solo in libri. Anzi, mi divertivano i tonfi e i rimbalzi, l’idea di quelle bolle di gas che esplodevano e si dissolvevano nel nulla. Ad un certo punto, però, ho iniziato ad avvertire un fastidioso puzzo di strine, e non c’è voluto molto a rendermi conto che emanava dalla mia pelle. Mi stavo scottando anch’io.

Quello che sembrava fuoco di sterpaglie è diventato un incendio vero e proprio, e minaccia tutti, non solo “mutuati” e investitori. Capito questo, non è che si possa poi fare molto: nemmeno quei governi che stanno provando a spegnerlo, o almeno a contenerlo, sembrano ottenere grossi risultati. Per cui continueremo a fare gli spettatori, magari sperando che piova: ma, in quanto spettatori paganti possiamo almeno pretendere di sapere come l’incendio è scoppiato, cercare di capire come si è verificato quel distacco tra economia “reale” ed economia “virtuale” che pare essere all’origine del disastro.

Chi nutre questo desiderio non deve aspettarsi soccorso dalla televisione e dalla stampa. Io non credo alle strategie mirate di disinformazione, almeno in questo caso: penso semplicemente che chi lavora in quei settori non abbia la minima idea in proposito, e nemmeno ritenga sia suo compito averla, e meno che mai trasmetterla agli spettatori e ai lettori. Quindi occorre cercate altrove: qualcosa che aiuta a capire prima o poi si presenta.

A me e agli studenti del “Boccardo” lo spunto è stato offerto pochi giorni fa, in una forma trasversale, diciamo di sponda. Abbiamo assistito ad una lezione sulle “fiere di cambio” tenuta da Claudio Marsilio, docente di storia economica alla Bocconi. Ora, le “fiere di cambio” sono senz’altro un bellissimo argomento, ma potrebbero sembrare un tantino riservate agli specialisti del settore, o agli amanti della storia locale, dal momento che hanno visto protagonista per un lungo periodo proprio la città di Novi. Non lo diresti insomma uno di quei temi che possono tenere incollato alla poltrona un pubblico di profani: e invece la trattazione ha coinvolto anche chi, come me, di storia economica era piuttosto digiuno.

Pur rendendomi conto che è impossibile sintetizzare l’argomento senza scadere nella banalizzazione ci provo comunque, anche perché mi consente di farci sopra un paio di considerazioni, relative tanto al tema quanto al modo in cui è stato trattato. Spero solo che il professor Marsilio non me ne voglia.

Vediamo di inquadrare storicamente la faccenda. Si parte agli inizi del ‘500. È in corso la lotta tra Francia e Spagna per l’egemonia continentale, con il neonato regno iberico innalzato al rango di potenza mondiale dalla scoperta (e dalla conquista) dell’America e dal fatto che il suo sovrano, Carlo V, già erede dei possedimenti asburgici sparsi per mezza Europa, ha ottenuto l’investitura imperiale. Tra i due contendenti sta Genova, dapprima schierata con la Francia, poi, dopo il 1528, sotto la guida di Andrea Doria, con la Spagna. Genova detiene all’epoca il monopolio dei traffici sul Mediterraneo occidentale, traffici che hanno portato le grandi famiglie armatoriali a disporre di ingenti capitali. Di questi capitali ha un enorme bisogno Carlo V, che con la sua politica imperiale ha moltiplicato gli impegni militari e che risulta ormai troppo esposto con i gruppi finanziari tedeschi che gli hanno comprato l’investitura. I capitali genovesi sono quindi spinti naturalmente verso l’imperatore, in prospettiva di una partecipazione di Genova alla gestione dell’oro e dell’argento provenienti dall’America e dell’acquisizione di regimi di monopolio commerciale .

Questo lo scenario. In esso si inseriscono, o meglio, da esso hanno origine, le fiere di cambio. Mi spiego meglio. Con la rinascita economica del Basso Medio Evo si sono diffuse e infittite le grandi fiere commerciali, le fiere “di scambio”. Sono le occasioni di incontro per i mercanti che arrivano da tutta l’Europa, di incrocio delle merci dal settentrione al sud e dall’ovest al levante. A margine di queste fiere c’è una appendice economica. Non si possono trattare gli affari in moneta sonante, per ovvi motivi di sicurezza (mettersi per strada col sacchetto dei denari equivarrebbe a rimanere in mutande dopo mezz’ora) e tutto avviene attraverso “lettere di cambio” emesse sulle piazze più diverse. Chi compra e chi vende lo fa sulla base di un rapporto fiduciario assoluto (beati loro!). In sostanza, io, mercante di Prato, mi reco a Lione per acquistare pizzi; ho con me una lettera di cambio, sottoscritta magari da un grosso importatore che ha vasti rapporti internazionali, nella quale si dice più o meno “accordate fiducia al latore della presente per una somma tot, che vi farete rimborsare da tal dei tali, mio corrispondente di Amsterdam.” Viaggio sicuro, compro e pago con la lettera, che vale come oro zecchino.

Ad un certo punto, però, il volume delle transazioni diviene tale (anche perché alle transazioni commerciali si aggiungono e si sovrappongono quelle finanziarie, rappresentate soprattutto dai prestiti agli ormai affermati stati nazionali) da imporre di tenere fiere apposite, quelle appunto di “cambio”, nelle quali si comprano e si cedono non merci, ma debiti e crediti, quelli testimoniati dalle lettere di cambio. Negli spazi ristretti, ad economia di altissima densità, la necessità di uffici di cambio appositi nei quali possano essere scontate le lettere si avverte già nel ‘400. Bruges ed Anversa, e poi Amsterdam, vedono la nascita delle prime Borse nella zona delle Fiandre. Lo stesso non avviene nell’area mediterranea, un po’ per le resistenze ideologiche della chiesa, un po’ per l’esistenza di una situazione politica molto più frammentata e complessa (Genova, Venezia, Firenze, si propongono come centri finanziari concorrenti). Qui rimane pertanto preferibile organizzare “fiere di cambio”, alle quali convergono operatori economici e finanziari da tutte le parti dell’impero di Carlo V. Queste fiere si tengono in un primo tempo in Francia, nei possedimenti borgognoni degli Asburgo, a Besançon e poi a Lione, poi vengono spostate in Italia, verso la fine del ‘500, e cominciano a moltiplicarsi quando i banchieri fiorentini tentano di sottrarsi all’egemonia genovese e Venezia cerca di contrastarla. Per opportunità logistica, soprattutto per la facilità d’accesso dalla pianura e dal milanese, i genovesi eleggono a città di fiera Novi Ligure. Lo rimarrà per quasi tutto il XVII secolo.

Le fiere in pratica funzionano come una Borsa, che invece di agire in continuità si riunisce ad intervalli regolari. Nel corso di questi incontri, che si svolgono con cadenza trimestrale, durano una decina di giorni e hanno luogo all’interno di palazzi nobiliari, vengono trattate da un gruppo ristretto di operatori (massimo un centinaio), delegati a rappresentanza di diversi gruppi o famiglie, o di intere città, le “quotazioni”, tanto quelle degli stati quanto quelle dei maggiori gruppi commerciali e finanziari, e viene fissato di volta in volta, quale base monetaria delle transazioni, una valuta di riferimento (lo scudo di marche, una moneta immaginaria). Da notare che in queste “fiere” non può assolutamente circolare denaro liquido. Tutto si svolge in maniera molto codificata, con rituali e protocolli ben precisi, e tutto in qualche modo è già virtuale. Non girano merci, non corre moneta.

Ecco, qui sta il salto. È questo il momento (momento che dura un paio di secoli, per intenderci, dai primi del ‘500 fino all’apertura delle vere e proprie Borse, come quella di Londra, nelle quali cominciano ad essere trattate anche le quotazioni “industriali”) in cui una parte dell’economia si smaterializza, diventa “fittizia”: e questo ambito “virtuale” dell’economia si chiama finanza. Ciò, paradossalmente, in coincidenza proprio con l’avvento dell’industria moderna, con un materiale “appesantimento” della produzione.

Questo anello mi mancava. O meglio, mi mancava una percezione così chiara dei passaggi. Adesso mi sembrano scontati, elementari: prima merce per merce, poi merce per denaro, più tardi merce per lettera di cambio, infine lettera di cambio per lettera di cambio, con margini percentuali di guadagno correlati al tempo, alle distanze e al rischio, che con la merce, con il prodotto materiale hanno più niente a che vedere. Insomma, non proprio così facile, ma quasi.

Questo dunque l’argomento dell’incontro. E adesso mi prendo lo spazio per le considerazioni.

Sui fraintendimenti dell’etica. Si fa un gran parlare, in questi tempi, della necessità di tornare ad una finanza “etica”. Ma su cosa poi significhi il termine etica, riferito alla finanza, o più in generale all’economia, c’è parecchia confusione. L’etica è un sistema di regole che discendono da una personale visione della vita (anzi, è quella visione della vita, con annessi i comportamenti che ne conseguono). Potremmo definirla un sistema normativo endogeno: è l’individuo a imporsi le regole, o a scegliere di condividere quelle esistenti. Non va confusa con la morale, che è invece un sistema eteronomo, dettato da un ente superiore ed esterno, sia questo la divinità, o in sua assenza, la società. Nell’ambito della morale la sanzione per chi trasgredisce alle norme viene dall’alto, può essere posticipata (la dannazione eterna, o la damnatio memoriae), a volte appare imperscrutabile: in quello dell’etica significa l’esclusione (o l’autoesclusione) immediata dal gioco. Ogni gioco si basa sulla fiducia reciproca tra i partecipanti, su un patto più o meno sottinteso che riguarda il rispetto di “quelle” specifiche regole: e ha poco a che vedere con la morale. Il poker è un gioco considerato immorale, ma ha un suo codice etico. Se bari, sei fuori. Quindi l’etica si fonda su un rapporto orizzontale, di fiducia, la morale su un rapporto verticale, quello con la giustizia divina.

Applichiamo il tutto al campo economico. Il richiamo a tornare alla finanza etica suppone che un tempo questo settore fosse informato ad un qualche ethos. Non necessariamente ad una concezione morale. Esisteva, semmai, sino al tardo medioevo, una condanna “morale” di tutta quanta la sfera economica, dal momento che tutto ciò che ha a vedere con il fattore economico fondamentale, il guadagno, era tacciato di immoralità. Ma anche l’economia moderna, quella per intenderci che nasce con lo spirito protestante, con lo stato moderno, con la rivoluzione scientifica e le sue ricadute tecnologiche e industriali, con l’individualismo e con la rinnovata concezione del diritto, tanto “morale” non è mai stata. Basti ricordare le condizioni di sfruttamento dalle quali trae da sempre origine il capitale. È stata invece “etica”, almeno per quanto concerne i rapporti orizzontali nel mondo finanziario, che come dicevo sopra erano fondati sulla fiducia. Laddove non è la pura forza a determinare le posizioni nello scambio, deve funzionare un rapporto fiduciario. Su scala piccola, nella transazione a livello di vicini di casa o di compaesani, garante della fiducia è la parola. Venir meno alla parola data significa squalifica sociale, emarginazione, estromissione dal circuito economico. Quindi non si tratta solo di una pressione sociale: il guadagno truffaldino di oggi comporta la completa rovina di domani.

Questo tipo di rapporto ha continuato bene o male a funzionare sino alla metà del secolo scorso, fino a quando gli interlocutori economici sono rimasti delle persone. Alla stretta di mano si è semplicemente sostituita la firma. Non ha più funzionato nel momento in cui gli interlocutori sono diventati anonimi e le strutture finanziarie e commerciali si sono complicate. Non voglio certo riscrivere la storia dell’economia: credo semplicemente che quando il rapporto avviene tra soggetti eticamente deresponsabilizzati, quindi tra o con funzionari di società anonime, che anziché venire estromessi dal gioco in caso di mancato rispetto delle regole sono promossi o liquidati con buonuscite faraoniche, l’etica non c’entri più, quei paletti di salvaguardia che erano il nome, la stima ecc.. saltano come birilli. E infatti. La grande crisi che stiamo attraversando è una crisi di sfiducia. Nessuno ha più fiducia in nessuno, e questo vale a maggior ragione nel campo finanziario, dopo l’infilata di bancarotte che ha caratterizzato gli ultimi anni. Quindi, parlare di ritorno alla finanza etica è assurdo, dal momento che è venuto meno quello che ne era il fondamentale presupposto.

Detto questo, è necessario anche non dimenticare che quello della finanza è un gioco di competizione, e che sul lungo periodo è a somma zero (l’aumento della ricchezza è in realtà solo virtuale, la terra rimane comunque un sistema chiuso). Se qualcuno guadagna qualcun altro perde. Se si guadagna o si perde nel rispetto di certe regole è un gioco; se questo non avviene è una guerra, nella quale può sembrare per un qualche tempo che tutti guadagnino, come è avvenuto recentemente, ma alla fine tutti perdono. Vorrei insomma chiarire che il ritorno ad una finanza “etica”, quand’anche fosse possibile (e si è visto che non lo è) non significherebbe comunque l’approdo ad una finanza “filantropica”, intesa al benessere collettivo, ma solo il ripristino di certe norme che disciplinano la lotta.

Sui buchi della storia. Pur reputandomi un dilettante di discreto livello degli studi storici non avevo un’idea precisa di cosa fossero le fiere di cambio. Retaggio di una preparazione, e quindi di un’ottica, molto “umanistica” e “politica”, e troppo poco economicistica. Non credo di essere l’unico, ma questa non è né una consolazione né una giustificazione. Se davvero le fiere di cambio hanno avuto un’importanza tanto cruciale nel passaggio da una concezione dell’economia ad un’altra – e dopo questa conferenza non ho più dubbi – Novi ha avuto un ruolo importante nell’economia mondiale del XVII secolo, almeno come teatro del gioco. Non si tratta ora di trarne pretesto per un carrozzone revivalistico e anniversaristico o che altro, ma almeno di averne coscienza, da parte dei novesi e non. Spesso sappiamo tutto su Anversa e Bruges, e poi non sappiamo che una fase determinante della partita si è giocata proprio sotto le finestre di casa nostra.

Sui “segreti” della didattica. Ho assistito alla conferenza assieme a quaranta studenti delle quinte aziendali. La conferenza è durata due ore, e per tutte quelle due ore nessuno dei ragazzi ha fiatato, se non per rispondere alle domande di Marsilio. Ora, non si trattava di una performance di Baricco o di Busi o di qualche altro imbonitore televisivo: era una lezione sulle fiere di cambio a Novi nel Seicento, apparentemente quanto di più lontano si possa immaginare dagli interessi e dalla sensibilità di odierni diciottenni. Allora, delle due l’una: o il professor Marsilio ha doti sensazionali di intrattenitore, o i ragazzi sono molto meno storditi di quanto si voglia far credere e di quanto appaiano quando vengono inquadrati o intervistati in tivù. La verità sta, come al solito, nel mezzo, e concerne tanto il modo quanto la sostanza. Claudio Marsilio non si limita a sapere le cose, ma le sa anche proporre, e bene; e questo lo posso dire dall’alto di trentacinque anni spesi, credo non invano, nell’insegnamento. Non salta un passaggio, e ti porterebbe a capire anche se non lo volessi. Questo per quanto concerne il modo.

Quanto al merito, quello di cui Marsilio parla è un argomento alla fin fine sostanziale, pregnante, e reso ancora più tale dal suo rapporto con questo territorio. Un conto è parlare di fiere di cambio a Besançon, che il novanta per cento dei ragazzi, e magari anche qualcuno in più tra i parlamentari, avrebbe difficoltà ad individuare anche sulla carta geografica, un conto è dire che si svolgevano in quel palazzo là, a centocinquanta metri da dove ti trovi adesso. Questo si chiama giocare didatticamente il famoso “rapporto col territorio”.

Infine, su quello che chiedono i ragazzi. La soglia di attenzione dei nostri studenti è giudicata minima: tempi da Zelig, tre o quattro minuti. Stando a questa valutazione occorrerebbe passare dal quadro orario a quello dei quarti d’ora, con durate delle lezioni da messaggio pubblicitario. Non è affatto vero. Lo constato ogni volta che, per necessità ma un po’ anche per nostalgia, ho l’occasione di rientrare in classe per un’ora di supplenza. Se hai qualcosa da trasmettere loro, non importa quanto importante, ma qualcosa in cui credi davvero, lo sentono e ti seguono. Non sono del tutto cloroformizzati dai fiumi di retorica che di norma nelle “Grandi Occasioni” vengono rovesciati loro addosso, non sono completamente inariditi dalla povertà e dallo squallore del dibattito in formato televisivo, non hanno il cervello lobotomizzato dalle cretinate che vengono loro imbandite, a pranzo e a cena, perché si ritiene siano l’unico cibo di cui si nutrono: hanno solo bisogno di incontrare ogni tanto gente seria, alla Marsilio, che crede nel proprio lavoro e non ti lascia alibi per l’ignoranza.

La verità è che ne abbiamo un gran bisogno tutti. Dopo settimane di titoli gridati sui giornali e nei telegiornali, di diagrammi in caduta a picco, di economisti da salotto televisivo, ho capito in una sola lezione da dove arriva la tempesta. Per quanto riguarda le conseguenze sono inerme come prima: ma almeno ho goduto di due ore d’esercizio dell’intelligenza. E non è poco.

 

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Come (non) si diventa postmoderni

di Paolo Repetto, 2003

Scoprire di essere speciali procura sempre una certa ebbrezza. Ne ho conferma dalla lettura un articolo su Wess Hardin. Era un ragazzo tosto: quando gli misero in mano una pistola, e si rese conto di possedere il dito più veloce del West, divenne euforico, sfidò e fece secchi quarantun avversari prima che lo calmassero a fucilate. Mi viene in mente che anch’io ho provato di recente una sensazione analoga, pur nella diversità delle situazioni. Alla prima lettura di un saggio di Vattimo ho infatti scoperto, non senza un certo compiacimento, la mia peculiarità: sono postmoderno. Ma l’ho presa più bassa di Hardin, anche perché alla fin fine non ho ben capito se essere postmoderno sia un privilegio o una disgrazia. Ho capito però che postmoderni, così come veloci con la pistola, non si diventa: si nasce.

Ho letto dunque Vattimo, e mi sono ritrovato postmoderno. E pensare che ho sempre creduto che il mio fastidio per la modernità e le sue forme venisse da una pre-modernità, dall’essere cioè di gusti e di temperamento un po’ antiquati, e che il mio tempo fosse quanto meno l’Ottocento. Invece ero già oltre, avevo un piede nel ventunesimo secolo. Di lì, probabilmente, il mio equilibrio instabile.

Vediamo di spiegarci. Ne La fine della modernità Vattimo identifica e sintetizza quelli che a suo parere sono gli aspetti costitutivi, le direttrici fondamentali di pensiero che hanno caratterizzato la modernità, e mostra come in questa fine di secolo le idee-madri abbiano lasciato il posto ad una costellazione, meglio ancora ad una vera e propria nebulosa di attitudini interpretative del mondo, della sua storia e del suo significato, tutte altrettanto dignitose e rigorose, ma soprattutto consapevolmente provvisorie.

Gli elementi caratterizzanti la modernità erano, secondo il filosofo torinese:

  • l’interpretazione della storia come processo di emancipazione dell’umanità (dalle leggi di natura, dalla precarietà e dal bisogno, dallo stato ferino)
  • la conseguente identificazione del destino dell’uomo nel dominio sulla natura
  • la valorizzazione del sapere unicamente come strumento di questo dominio (da cui la priorità assoluta accordata ai saperi tecnico-scientifici)
  • la tendenza ad un pensiero unitario e totalizzante (molte certezze, riconducibili ad una sola verità) e ad elaborare visioni onnicomprensive del mondo (da quelle filosofiche – idealismo – a quelle politiche – marxismo, ecc…)
  • la propensione a identificare il nuovo con ciò che è migliore, e il passato con ciò che è superato

A connotare invece il pensiero postmoderno sarebbero:

  • sfiducia nei macro-saperi, la loro sostituzione con saperi deboli e instabili
  • il rifiuto dell’enfasi del nuovo
  • la rinuncia a concepire la storia come un processo universale e necessario
  • il rifiuto di concepire la ragione come ragione tecnico-scientifica
  • la scelta di privilegiare il paradigma della molteplicità rispetto a quello dell’unità

Nei limiti di una sintesi, i punti essenziali dell’analisi di Vattimo sono questi, e mi sembrano cogliere appieno l’essenza del cambiamento di attitudine. Ho considerato dunque gli elementi del primo gruppo, e non ho avuto dubbi: non mi riconoscevo in nessuno. La storia come emancipazione progressiva? Ma emancipazione da che? Tutta la vicenda umana, tutte le culture, tutte le civiltà si sono sviluppate a partire dalla coscienza della morte, e nel segno –  o nel sogno – di un suo superamento (della morte o, almeno, della coscienza di essa). Non ho affatto l’impressione che ce ne siamo liberati: semmai, è vero il contrario. E se anche vogliamo metterla sul piano dei puri bisogni materiali, della pura sopravvivenza fisica, emancipazione di chi? C’è molta differenza tra la vita di un pastore kirghiso o etiope di oggi e quella di quattromila anni fa? Due terzi dell’umanità soffrono la fame, e la sopravvivenza non l’hanno garantita neppure temporaneamente: e il futuro si prospetta solo peggiore.

Quanto al domino sulla natura, basta guardarsi attorno. Deserti che avanzano, effetti serra, buchi nell’ozono, epidemie, alluvioni, terremoti, ecc… Quale dominio? Siamo formiche alla mercé di ogni piede o zampa o asteroide di passaggio, di ogni raffica di vento. Le briglie che ci illudiamo di aver messo alle forze naturali continuano ad allentarsi, ed ogni volta che queste ultime decidono di riprendere il proprio corso i costi risultano più alti. Non è nemmeno necessario sottoscrivere certo integralismo ambientalista – quello per intenderci che contrappone la “civile” consapevolezza ecologica dell’occidentale garantito alla miope disperazione dell’abitante del terzo e del quarto mondo – per rendersi conto che la strategia di domesticazione della natura ha da un pezzo lasciato campo al progetto di una cancellazione e sostituzione di quest’ultima con una natura seconda, pensata e spalmata sul globo a misura del modello produttivo. E questo rimette automaticamente in discussione non solo la priorità, ma lo status stesso dei saperi tecnico-scientifici, la loro intrinsecità ad un disegno di crescita illimitata, che ne condiziona o meglio ne detta i protocolli.

Per quanto concerne il sapere totalizzante, poi, l’impressione è che ogni certezza in più allontani e confonda la percezione di una verità di fondo. Ogni nuova conoscenza è un tassello nella costruzione di un mistero, si tratti di biologia, di astronomia, di storia. E ciò vale in maggior misura da quando hanno iniziato a rivendicare spazio altre voci, altre culture, che propongono modelli e direzioni investigativi e interpretativi diametralmente diversi e insinuano il dubbio anche in quelle verità che consideravamo acquisite. Dopo secoli di cancellazione dei saperi alternativi, di uniformazione dei parametri, di riconduzione ad un modello unitario ed universalistico del conoscere e dell’agire, scientifico o storico o politico che fosse, ci si accorge che per far tornare i conti si stava barando. I rigidi schemi della razionalizzazione si sono rivelati gabbie troppo strette per un mondo così vivace e multiforme.

Per quel che mi riguarda, dunque, modernità zero. Pur senza essere un nostalgico del passato, non ho difficoltà ad ammettere che da ogni novità mi aspetto di norma una perdita, anziché un guadagno. Non ho fiducia nei macro-saperi, non ci penso nemmeno a concepire la storia come processo universale e necessario, non etichetto la razionalità, colgo il molteplice, il diverso, piuttosto che l’unità. Appartengo decisamente nel secondo gruppo, ho concluso: sono, e sono sempre stato, un postmoderno, da prima ancora che i sintomi e il virus della postmodernità fossero identificati.

Oggi, tuttavia, l’articolo su Hardin mi ha induce a strane riflessioni, che nulla hanno a che vedere con la velocità nell’estrarre e nello sparare: mi spinge piuttosto a tornare sul saggio di Vattimo, e riconsiderare la genuinità della mia appartenenza alla condizione postmoderna.

Qualcosa non quadra. In effetti mi era sembrato fin troppo facile trovarmi d’accordo, e dubito sempre, per natura, del troppo facile. Ora ho avuto un po’ di tempo per ruminare quel che ho letto, e decido di scendere più in profondità. Per esempio: è poi così vero che sono contro il pensiero totalizzante? In effetti posso dire che mi nutro di dubbi ( ma forse si era già capito ). Tuttavia alcune certezze le ho. Non riguardano i saperi, ma i doveri. Ho le certezze dei doveri. Sui diritti sono un po’ più lasco. Ad esempio: ho la certezza che se si sottoscrive un patto, una convenzione di qualsiasi genere, occorre essere seri con gli impegni assunti: oppure li si rifiuta in partenza. Non mi piace l’interpretazione all’italiana, che lascia margini per il ripensamento, che giustifica gli aggiustamenti e gli sganciamenti. In sostanza, ritengo che il dubbio sia il lievito del conoscere, ma finisca per essere un tarlo nel sentire. Deve riguardare la disposizione gnoseologica, non l’atteggiamento etico. Tradotto in termini spiccioli, la coscienza di non essere detentori di alcuna verità non ci esime dal tracciare e dal difendere qualche linea essenziale di comportamento.

Questo mi porta anche a ripensare il paradigma della molteplicità. Sono d’accordo sul fatto che ogni cultura abbia una sua dignità e le sue brave radici e ragioni storiche, e che debba essere salvaguardata e capita e rispettata (il che non significa pensare che l’una vale l’altra, e che ciascuno deve tenersi la sua, e buonanotte). Ma ritengo anche che dal momento che le tante culture di questo globo non si fronteggiano più a distanza, ma vengono oggi costantemente a contatto e a confronto, sia più che mai necessaria la stipula di un patto di convivenza. Il problema non è quello di conciliare usi alimentari (mangiare i piselli con la forchetta o col cucchiaio) o modelli di abbigliamento, o altre differenze esteriori, ma quello di far convivere forme e concezioni di vita diverse. Se vado in Inghilterra viaggio sulla sinistra, e non c’è santo che tenga. Stramaledico gli inglesi e la loro spocchia, ma mi adeguo. Così, pur rispettando l’attaccamento di ogni etnia alle proprie tradizioni, il diritto di preservare la propria cultura, le proprie credenze ecc…, ho dei problemi ad accettare che un Sumburu trasferitosi nel mio condominio faccia rullare per tutta la notte il suo tamburo, come giustamente faceva negli altipiani deserti del Kenia per tenere lontane le belve dagli armenti. Al di là dei paradossi, e del fatto che non accetto nemmeno il televisore sparato a tutto volume dal burino nostrano, è lui, nel caso in cui le sue tradizioni confliggano con le mie, a doversi adeguare. Può anche sembrare un atteggiamento supponente e semplicistico, dal momento che per secoli noi occidentali siamo andati a casa d’altri a imporre le nostre regole e i nostri stili di vita, oltre che i nostri interessi: ma non credo che l’ansia di riparare in qualche modo a tutte le soperchierie perpetrate debba farci dimenticare che quel che è accaduto negli ultimi cinque secoli si era già verificato (sia pure in scala minore, ma solo per motivi tecnici) in tutti i tempi e in tutti continenti, da quando gli spazi che separavano i popoli si sono ristretti, e che ogni nuovo vincitore, laddove e per quanto gli è stato possibile, ha imposto le sue leggi. Non è quindi rovesciando le parti che si risolve il problema, e nemmeno abbracciando acriticamente il sogno di una società multiculturale completamente aperta. Sappiamo fin troppo bene dove conduce l’idea del libero mercato. L’unica soluzione che vedo praticabile, almeno in una fase di transizione come l’attuale, è quella della reciprocità: mi adeguo alle regole e agli usi della casa in cui entro, e chiedo che gli altri facciano lo stesso nella mia.

Ciò significa non privilegiare il paradigma della molteplicità? A me pare piuttosto di difenderlo dalle interpretazioni troppo enfatiche, quelle che vogliono conciliare la difesa delle diversità con l’esaltazione del meticciato culturale, e le cui contraddizioni naufragano sulle scogliere della realtà di fatto. È qui che avverto più radicale e, lo confesso, più spiazzante la mia distonia rispetto all’attitudine post-moderna: più che una rinuncia alle idee forti quest’ultima mi sembra una rinuncia tout court ad assumersi la responsabilità di pensare. Io ritengo sia invece il caso di riflettere sulla trasformazione in atto con un po’ più di lucidità, semplicemente risalendo alla valenza originaria del concetto di cultura e partendo dai pochissimi punti fermi che le nostre conoscenze, moderne o post-moderne che siano, ci consentono di individuare.

Noi umani siamo prima di tutto degli animali, sia pure un po’ speciali, e la nostra eccezionalità nasce da una debolezza biologica. Siamo animali non specializzati, biologicamente poco attrezzati, quindi leghiamo la nostra sopravvivenza all’acquisizione di molta “cultura” ambientale. Nasciamo infatti prematuri, prima cioè che il nostro cervello sia pervenuto al completo sviluppo, abbia fissato le strutture comportamentali ereditate attraverso il corredo genetico. Ciò implica che la nostra memoria di base, quella strutturale, rimanga aperta a lungo all’assorbimento di input esterni, ambientali, che agiscono a livello formativo, e non solo informativo. Ci “formiamo” quindi letteralmente, oltre che sulla base del patrimonio cromosomico, anche attraverso l’acquisizione di modelli culturali che sono quelli specifici di un certo spazio e di un certo tempo. Assorbiamo cioè quel kit culturale che ci serve per la risposta ad un ambiente sociale particolare, così come le specializzazioni genetiche (dal colore della pelle al taglio degli occhi, ecc…) sono funzionali all’ambiente naturale. Ora, questo meccanismo ha funzionato fino a ieri in maniera abbastanza semplice (!) ed efficace (lo dimostra il successo umano nella dispersione sulla terra), ma rischia oggi di incepparsi di fronte all’accelerazione esponenziale impressa alle trasformazioni. La “cultura” indispensabile alla sopravvivenza, pur rinnovandosi in un processo costante di aggiornamento rispetto alle ineluttabili mutazioni naturali e storiche, conservava nel passato una sua specificità, sia perché relativa ad un’area limitata, sia perché i cambiamenti erano in genere di piccola entità e diluiti nel tempo. Oggi invece, di fronte a trasformazioni radicali e istantanee, di portata globale, e ad una interazione sempre più ravvicinata con culture diverse, essa risulta costantemente inadeguata, soggetta ad una rapidissima obsolescenza e ad un’uniformazione su standard al tempo stesso depauperanti (perché non consentono più di elaborare risposte specifiche di adattamento) ed eccessivamente complessi. La domanda è questa: il nostro cervello è in grado di assorbire schemi e modelli comportamentali sempre più ipertrofici e, soprattutto, sempre meno agganciati ad un correlativo genetico e ambientale? Ovvero: “stimoli eccessivamente contraddittori, in successione troppo accelerata, in che modo e in che misura possono essere assimilati? Multiculturalità – dobbiamo avere il coraggio di chiedercelo – non significherà in fondo, e prima di tutto per ragioni biologiche (e non etniche, sia chiaro), nessuna cultura?(autocitazione)

E con questo, credo di essermi giocato buona parte delle credenziali di post-moderno. Ma non è finita. Passiamo al rapporto col “nuovo”. Non si tratta, a mio giudizio, soltanto di rifiutarne l’enfatizzazione. Quella che mi sembra caratterizzare la nostra epoca è un’accettazione indiscriminata e passiva della novità, nel bene e nel male, come ci si trovasse sempre di fronte a qualcosa di ineluttabile. Certamente il nuovo è ineluttabile, anzi, la ricerca costante e cosciente dell’innovazione è proprio ciò che caratterizza la condizione umana, che la fa differire da quella degli altri animali e che sostanzia l’evoluzione culturale (anche quella naturale, certamente, altrimenti non ci sarebbe evoluzione: ma in questo caso la novità arriva casualmente, non è cercata). Ma non è detto, proprio perché si tratta del frutto di una azione volontaria e cosciente, nella quale entra in ballo l’opzionalità, che la scelta debba andare sempre e necessariamente in direzione del nuovo. La tendenza post-moderna sembra invece quella ad inglobare, fagocitare tutto, magari a denti alti. Io sono un po’ in ritardo a livello evolutivo, ho una digestione difficile. Mi riesce ad esempio indigesta la celebrazione delle nuove tecnologie multimediali come capisaldi ineliminabili e fondanti, nella nostra era, della democrazia. Ineliminabili, purtroppo, credo lo siano davvero: ma quanto al ruolo di democratizzazione, al potenziale di partecipazione politica e sociale che dovrebbero indurre, nutro qualcosa di più che delle perplessità. Sono fermamente convinto che sortiscano invece l’effetto opposto, quello da un lato di creare una dipendenza sempre più disarmata e acritica nei confronti del potere, e dall’altro di disperdere e zittire in una confusione inverosimile di voci e di segnali e di contatti ogni già debole vagito di dissenso. L’opinione di Vattimo è che occorra impadronirsi delle nuove tecnologie, dei nuovi strumentari informativi e formativi, per impedirne la gestione monopolistica da parte dei poteri forti: e fin qui non posso non essere d’accordo. Ma non lo seguo più quando mostra di credere che il problema stia nell’uso positivo o negativo dei media, e non nella loro intrinseca natura (riproponendo la favoletta della neutralità della scienza e della tecnica), o addirittura che l’evoluzione di questi ultimi sia sfuggita al controllo del totalitarismo pseudo-democratico del capitale, finendo per nutrirgli una serpe in seno. Temo che queste siano solo pie illusioni, nel senso letterale, cioè dettate da una sorta di “pietas” nei confronti dell’umanità e dell’angoscia intrinseca alla sua condizione.

La stessa pietas porta Vattimo a riconsiderare e a rivalutare il ruolo delle religioni, e ad aprire un dialogo con le loro rappresentanze istituzionalizzate. In sostanza, una volta presa ufficialmente coscienza, con Nietzche e con Heidegger, della tragica insignificanza dell’esistenza umana, il pensiero occidentale si è trovato di fronte ad un vuoto di senso che non è in grado di colmare, rispetto al quale non trova risposte che non attengano ad una individualissima e stoica dignità. È chiaro che tali risposte sono riservate a pochi, e che a rigor di logica non si tratta nemmeno di risposte, ma soltanto di rese incondizionate ad una brutale realtà, riscattate talvolta da atteggiamenti lucidamente coraggiosi. Ed è altrettanto evidente che alla stragrande maggioranza dell’umanità non possono essere chiesti questo coraggio e questa lucidità, che nascono solo da una fortunata quanto rara combinazione di attitudine psicologica e di strumenti culturali adeguati. A questo punto, dice Vattimo, ben vengano le religioni: se esiste una coscienza morale diffusa, se valgono dei principi che consentono la convivenza più o meno pacifica degli umani sulla terra, poco importa che gli stessi siano stati indotti attraverso timori o credenze superstiziose e siano tenuti in vita da promesse escatologiche o da minacce di dannazione. Le religioni danno la risposta che gli uomini vogliono sentire, quella che esorcizza la morte, o negandola o caricando in qualche modo di senso la vita: questa risposta li tranquillizza e li dispone ad accettare delle regole, cioè sostanzialmente dei vincoli, delle limitazioni, che stanno alla base della socialità. Non fa una grinza, ed è senz’altro vero che la secolarizzazione, una volta esauriti i palliativi delle grandi ideologie sociali e politiche, sta lasciando emergere i suoi limiti e i suoi rischi; così come è vero che questi ultimi sono aggravati, invece che attenuati, dalla nuova ondata di religiosità “spontanea” che sfugge al controllo delle chiese tradizionali.

Il problema nasce però al momento di trarre da queste constatazioni delle conseguenze. Se parto dal presupposto che la risposta religiosa sia una bugia consolatoria, posso poi intraprendere un dialogo alla pari con chi considero, bene o male, un bugiardo? So che in certi casi gli interlocutori non te li puoi scegliere, e che Vattimo dialoga con i teologi ufficiali perché altrimenti la sua voce non avrebbe alcuna risonanza nell’ecumene religiosa: ma quel che mi chiedo è se questo dialogo sia poi necessario. Anche a voler prescindere dai ruoli di potere, dalle guerre sante, dalle inquisizioni, dal bieco sfruttamento dell’ignoranza superstiziosa, cosa c’è da dirsi, se non che ciascuno deve essere libero di scegliere a chi porre le domande e deve accordare a ciascuna risposta, se non egual credito, una eguale dignità? Il che è l’ultima cosa che ogni confessione religiosa accetta di sentir dire. L’impressione continua ad essere quella di un “integralismo della tolleranza”, che si manifesta in positivo nella difesa programmatica della differenza, della pluralità di voci, del multiculturalismo, ma che a furia di andare “oltre” ogni moderna categorizzazione (destra-sinistra, conservatorismo-progressismo, razionale-irrazionale, ecc..) finisce per patire in negativo l’assenza di riferimenti orientativi.

Ora, io sono molto confuso, e di punti di riferimento ne ho davvero pochi: ma non mi va di spacciare una confusione per una condizione. So di essere confuso proprio perché vorrei avere le idee un po’ più chiare; e questo, a dispetto delle apparenze, non è molto post-moderno. Non lo è nemmeno il fatto che non considero sempre positivo il concetto di tolleranza, o meglio, l’interpretazione corrente che se ne dà. Non mi piace “tollerare”, e meno che mai sono disponibile a farlo con chi non dà prova di reciprocità, così come mal sopporto l’idea di “essere tollerato”. Voglio capire, e pretendo di essere capito. Questo atteggiamento non mi garantisce un grande spazio relazionale nel mondo, ma quello che ho mi basta ed avanza. Non ho bisogno di navigare su Internet e di mettermi in contatto con i Lapponi per scambiare opinioni. Mi manca quasi il tempo per farlo con i vicini di casa, o con chi vive con me, e questo sarebbe davvero più importante. So che un discorso del genere appare semplicistico, che le cose nella vita sono ben più complesse e che non si scansa la complessità fingendo di ignorarla: ma non credo nemmeno che la soluzione sia quella di abituare il nostro stomaco a ingollare di tutto in nome del pluralismo alimentare, o la nostra mente a nutrirsi delle “visioni del mondo” moltiplicate (?) dai media di cui Vattimo è ghiotto.

Cosa rimane allora della mia post-modernità? Ben poco, direi. L’ho impallinata io stesso, e confesso di essermi divertito a farlo. Tra l’altro, mentre scrivevo questo sproloquio avevo di fronte il busto di Leopardi e la foto di Hardin, ed ho avuto per un attimo l’impressione che entrambi mi sorridessero.

 

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Come alcuni primati persero la coda

di Paolo Repetto, dicembre 2001

Caro Dino,

metto per iscritto le considerazioni, gli spunti e i dubbi che mi sono stati suggeriti dalla tua conferenza perché spero che questo mi aiuti a fare un po’ d’ordine in nozioni e convincimenti piuttosto superficiali e confusi. Premetto che le mie conoscenze nei campi della paleontologia, della paleoantropologia e della biologia tendono allo zero, sono assolutamente dilettantesche nel senso più restrittivo del termine, quello che include il diletto ma esclude la competenza almeno generica e la continuità di interesse che caratterizzano il buon dilettante. E tuttavia non reputo che questo sia particolarmente grave, almeno nel mio caso, perché considero il mio interesse per questi ambiti solo “strumentale”, finalizzato a quelli dominanti per la storia, e segnatamente per la storia delle idee. Nel momento stesso in cui scrivo queste cose mi accorgo di dire una stupidaggine, perché in realtà la mia idea di storia è decisamente quella di una “storia naturale”, rispetto alla quale la paleontologia e la biologia non sono solo “strumenti”, ma fondamenta; e quindi quanto ho detto sopra è solo un riflesso condizionato da una malintesa impostazione “umanistica”. Ma vedo che mi sto perdendo per strada, nei meandri pretestuosi e assurdi degli ambiti e delle competenze disciplinari, e questo è proprio ciò che in assoluto non mi interessa e voglio evitare. Vengo al dunque.

Dò per scontato tutto il percorso evolutivo che tu hai delineato, illustrando gli ultimi sviluppi delle conoscenze paleontologiche e paleoantropologiche, e non solo perché non avrei argomenti e competenze per contestarlo, ma soprattutto perché risponde perfettamente a quella traccia, sia pure confusa e appena abbozzata, che io stesso avevo cominciato a distinguere. In maniera molto semplicistica ti ricostruisco quello che è il mio schema evolutivo:

  • conquista della stazione eretta (quali che siano le condizioni, ambientali o prettamente biologiche, che l’hanno favorita);
  • modificazione dell’innesto cervicale, con conseguente modifica degli angoli che hanno il vertice sulla connessione mandibolare (apertura di quello del cranio, restrizione di quello mandibolare – Leroi-Gourain, Il gesto e la parola);
  • aumento volumetrico dello spazio cerebrale, perdita parziale della funzionalità prensile delle mandibole, comparsa, o meglio sviluppo, di apparati atti ad una fonazione complessa;
  • liberazione degli arti anteriori dalla funzione locomotoria, acquisizione da parte degli stessi delle funzionalità compensatrici rispetto a quelle mandibolari recedute (prensile, dilaniatoria, ecc..) e al tempo stesso di uno spettro amplissimo di potenzialità manipolative;
  • aumento esponenziale delle connessioni neuronali implicate dalle nuove abilità, quindi delle possibilità di risposta, quindi dei margini di scelta comportamentali (in altre parole, comparsa di una libertà, sia pure parziale, ma in costante aumento, rispetto al condizionamento biologico);
  • constatazione, memorizzazione, emulazione e trasmissione dei risultati (temporaneamente) vincenti in termini adattivi di alcune scelte, ma soprattutto della possibilità di intraprenderne, tentarne altre, sempre (o almeno, spesso) più efficaci. Nascita cioè della cultura.

Da questo conseguono, in età storica:

  • riflessione sul percorso fatto, sulle scelte operate e su quelle scartate, in sostanza sul passato, che automaticamente diventa un trampolino per tuffarsi nel futuro (senso della storia);
  • angoscia, dettata tanto dalla velocizzazione delle trasformazioni e dal conseguente venir meno di riferimenti duraturi, quindi di elementi di conoscenza e di anticipazione del futuro, quanto dall’aumento degli elementi di conoscenza del passato, che spazzano via ogni ipotesi di finalizzazione o progetto specifico per il genere umano;
  • atteggiamenti possibili di fronte all’angoscia: di fuga, nell’escatologia, nell’ideologia, nella new age, in tutto ciò che consenta di sottrarsi al confronto (per intenderci, alla Fornaro); o di responsabilizzazione (quello che io chiamo atteggiamento etico). Può darsi un’etica solo se esiste una reale possibilità di scelta, e questa possibilità è concessa soltanto dalla consapevolezza dell’origine dei nostri (parziali) margini di libertà rispetto alla determinazione biologica. Tale consapevolezza ci ricaccia ad un punto zero: da qui noi dobbiamo assumerci l’enorme responsabilità non di scoprire, ma di inventarci un’etica. Che ha naturalmente dei presupposti biologici (è giusto tutto ciò che assicura la migliore sopravvivenza possibile al maggior numero di esseri), ma che è etica proprio perché può scegliere di andare in direzione opposta.

Ma sono già uscito dal seminato. Torno al processo evolutivo. Come puoi constatare è uno schema decisamente rozzo, ma è solo la sinopia di un mosaico del quale intravedo a grandi linee il soggetto, ma per il quale mi manca il 99 per cento delle tessere. E quelle che ho faccio una gran fatica ad inserirle al punto giusto, sono in realtà fogli sparsi di appunti disordinati e mal digeriti. Te li partecipo solo nella speranza di ricevere delucidazioni, integrazioni, consigli d’uso (o di cestinamento).

Procedendo senza alcun ordine, parto proprio dagli stimoli che mi sono venuti dalla tua esposizione:

  1. il tema della simulazione (e dell’inconscio). In pratica, se ho capito bene, la tesi cui accennavi è che la cultura è abitudine e costrizione alla reciprocità, disciplinamento dell’egoismo biologico istintuale. Riusciamo a convivere socialmente perché per ottenere i nostri scopi riusciamo a dissimularne la vera natura, e ci riusciamo tanto meglio quanto più siamo in grado di ingannare noi stessi, di convincerci di volere quello che intendiamo far credere agli altri che vogliamo. Di qui il rimosso, che sarebbe il nostro totale e distruttivo egoismo. Di qui l’inconscio. Mi sembra che fili perfettamente. È in linea non solo con la psicoanalisi (l’es freudiano ) ma con l’esperienza che ciascuno di noi, per quanto ipocrita, ha in realtà di se stesso. Io però aggiungerei qualcos’altro. L’inganno non concerne, a mio giudizio, solo il sistema della reciprocità. Non nasce solo dalla necessità di rapportarci in modo vincente agli altri. Nasce anche dalla consapevolezza, tutta individuale, tutta rivolta all’interno, della morte. In questo senso la cultura è l’inganno che elaboriamo per difenderci dalla conoscenza (conoscenza della morte, ovviamente), per esorcizzarla. Questo è molto “umanistico”, lo so, attinge molto ai Sepolcri e a Leopardi, ma mi sembra anche molto palese. Un doppio inganno, dunque, nei confronti degli altri e di noi stessi. Con la differenza che nel primo caso la risultante “culturale” è dettata da una strategia biologica, evolutiva; nel secondo da un fattore che definirei “impazzito”, sfuggito al controllo delle strategie naturali. E, pur essendo convinto che le due azioni si combinino, non mi è affatto chiaro come e in quale misura questo avvenga.
  2. In quanto animali biologicamente deboli e poco attrezzati leghiamo la nostra sopravvivenza all’acquisizione di molta “cultura” (nel senso che nasciamo prematuri, abbiamo bisogno di cure parentali protratte prima di arrivare all’autosufficienza e questa relazione di reciprocità induce strategie “culturali”). Il nostro cervello rimane duttile, per quanto concerne le strutture fondamentali del comportamento, molto a lungo dopo la nascita, è influenzato cioè significativamente anche a quel livello dal rapporto con un ambiente “esterno”, ricco di input comportamentali non geneticamente trasmessi, ma culturalmente appresi. Ci “formiamo” quindi, letteralmente, secondo i dettami di una cultura ambientale, che è naturalmente quella specifica di uno spazio e di un tempo determinati (in sostanza, di una determinata “società”). Questa cultura, che per il passato era molto specifica, frutto di una lunga e particolare storia di interazioni con un ambiente limitato (al più, con le modificazioni naturali e storiche intervenute rispetto a quell’ambiente, che erano comunque di piccola entità o agivano in tempi molto lunghi) tende oggi a diventare sempre più instabile nel tempo e sempre più universalistica, indifferenziata nello spazio, a risolversi in un minimo e sfuggente denominatore comune che da un lato la depaupera (non è più in grado di elaborare risposte specifiche di adattamento), dall’altro la complica, perché somma una complessità tecnologica in crescente polluzione con la necessità di una interazione sempre più ravvicinata con culture altre. Ora, anche senza spingerci troppo in là nelle problematiche sociali, politiche ed economiche create da questo fenomeno, non sarà che il nostro cervello incontri difficoltà ad assimilare comportamenti ed idee-guida sganciati da un “correlativo-oggettivo” genetico ed ambientale? In altri termini: stimoli eccessivamente contraddittori, in successione troppo accelerata, in che modo e in che misura possono essere assimilati? Multiculturalità – dobbiamo avere il coraggio di chiedercelo – non significherà in fondo, e prima di tutto per ragioni biologiche (e non etniche, sia chiaro), nessuna cultura?
  3. Sulla sessualità, e sulla sua combinazione con l’invecchiamento e con la morte. Come viene spiegato ad usum profani da William Clark (Sesso e origine della morte), gli organismi microcellulari – tipo amebe – non conoscono la morte geneticamente “programmata”, ma solo quella accidentale (mancanza di nutrizione, predatori, ecc…). Si riproducono per fissione, si dividono in due cellule con DNA identico a quello di partenza, non c’è cadavere. Negli unicellulari evoluti, invece, c’è la suddivisione del DNA in due compartimenti, macronucleo, che ospita il DNA per la codifica dei messaggi da inviare ai ribosomi che producono le proteine indispensabili alle attività cellulari quotidiane (nutrizione, respirazione, locomozione, ecc…), e micronucleo, contenente il DNA deputato allo scambio “sessuale”. Nei pluricellulari il DNA riproduttivo è isolato in apposite cellule, le germinali, che hanno l’unica funzione di trasmettere il DNA stesso da una generazione all’altra per riproduzione sessuale. Le altre cellule corporee, le cellule somatiche, hanno identico DNA, che è utilizzato però per l’ordinaria amministrazione della sopravvivenza, e si riproducono per fissione sempre uguali a se stesse. Ciò implica che “dal punto di vista della natura l’unico scopo delle cellule somatiche è quello di ottimizzare la sopravvivenza e la funzionalità dei veri custodi del DNA, le cellule germinali”. In termini semplici, la gallina è solo lo strumento che consente ad un uovo di produrne un altro.

Ora, il DNA trasferito dalle cellule germinali alla generazione successiva si ricombina con quello dell’altro partner, quindi risulta diverso, e nella ricombinazione vengono eliminati o compensati, quasi sempre, gli errori contenuti nei due set originari; mentre il DNA delle cellule somatiche, che non viene ricombinato, mantiene le mutazioni accumulate da innumerevoli generazioni, fino a ridursi ad inutile “spazzatura genetica”. Le prime pertanto, ricombinandosi, diventano potenzialmente immortali; le altre, permanendo immutate, sono condannate ad invecchiare e a morire, secondo un programma genetico, paragonabile a quello dell’apoptosi, che limita il numero delle possibili scomposizioni cellulari – in quanto la riproduzione del DNA somatico risulterebbe operazione troppo problematica e onerosa, in termini di “economia genetica”. (volendo, ci sarebbe da leggerci una facile metafora delle civiltà e delle culture).

Tutto questo noiosissimo discorso ci conduce, forzando di molto i passaggi, al rapporto diretto tra la riproduzione sessuale e la morte “programmata”. E fin qui tutto torna. Le complicazioni nascono quando si passa alla sessualità specificamente umana, e al suo (parziale) autonomizzarsi dalla funzione riproduttiva. Ti confesso che molte tappe di questa autonomizzazione mi sfuggono, e che tanto meno mi è chiara la direzione e il “senso” (biologicamente parlando) di questo percorso. Nella tua trattazione hai toccato, in verità, anche questo tema, e hai fornito le indicazioni di fondo per affrontarlo. Provo a riassumerle, sperando di non travisarle troppo.

La sessualità umana si caratterizza per una permanente disponibilità sessuale femminile, non più limitata ai soli periodi dell’estro riproduttivo. Ciò va rapportato alla necessità, da parte della femmina, di assicurarsi il sostegno del partner in maniera continuativa, stanti i tempi lunghi dello svezzamento e il ritardato raggiungimento dell’autosufficienza dei piccoli. Questo è perfettamente coerente, e di converso spiegabile, con le leggi e i meccanismi dell’adattamento evolutivo. Ma apre nel contempo una serie di interrogativi che, nella mia particolare ottica, sono poi quelli fondamentali.

  1. come avviene il passaggio da una funzione “rituale” – nel senso pre-culturale, istintuale del termine – delle pratiche di corteggiamento ad una funzione ludica, che converte lo scopo da riproduttivo ad edonistico, e assume a fine quello che in termini naturali è mezzo – cioè l’eccitazione e il godimento? Che ordine e che modalità hanno, ad esempio, le varie modificazioni conseguenti l’assunzione della postura eretta (occultamento dei genitali femminili, necessità di manifestare la disponibilità sessuale attraverso altri segnali, accoppiamento frontale, allargamento della funzione erogena ad altre zone del corpo, diverse dagli organi riproduttivi)? È proprio questa postura, con i problemi che comporta di adeguamento delle dimensioni e della struttura del bacino alle diverse modalità di deambulazione, e quindi di espulsione prematura del feto, a originare la trasformazione?
  2. in che modo, e in che misura, questo passaggio incide sulla globalità dei comportamenti istintuali, sulla “psicologia” umana, sulle scelte in una direzione “culturale”? Voglio dire, ad esempio: quanto e come la particolarità della sessualità umana incide sui modi dell’organizzazione sociale, sui rapporti di gruppo? È evidente che qui si sconfina in un sacco di altri campi disciplinari, ma sai già in quale conto io tenga questi confini.
  3. Quanto incide ancora nei comportamenti sessuali umani – ma forse sarebbe meglio specificare, in quelli delle popolazioni dell’Occidente – la strategia “economica” riproduttiva, in quali termini si è modificata, quanto appartiene ad una elaborazione “culturale” successiva e cosa è intervenuto ad orientare quest’ultima (cfr. ad esempio il bel libro di Elisabeth Badinter L’amore in più, sulla storia dell’amore materno). Per scendere su un piano più concreto: sulla base di una valutazione in termini di economia evolutiva, la famiglia – intesa nell’accezione occidentale – è davvero una (l’unica?) struttura imprescindibile? Oppure, fino a che punto le “perversioni” sono mutazioni negative rispetto al parametro evoluzionistico, e fino a che punto invece la loro negatività è di matrice culturale (per la Chiesa è ad esempio perversione già una sessualità non intesa alla riproduzione, paradossalmente in accordo con le leggi evoluzionistiche)?
  4. Infine (per ora): sopravvive nell’essere umano una qualche consapevolezza “biologica” del rapporto tra la riproduzione sessuale e la morte? Il leopardiano connubio (ma di ogni epoca, di ogni letteratura: o forse è specificamente di quella occidentale?) tra amore e morte arriva di lì, sia pure con un giro tortuoso, o ha altra origine? Nasce da una nebulosa reminiscenza naturale, o da una acquisita consapevolezza culturale?

Come vedi, la carne che ho messo al fuoco è moltissima, il disordine è grande e, soprattutto, l’interesse non è rivolto solo all’arrosto, ma anche al profumo, o al fumo, che ne esala. D’altro canto, negli antichi riti sacrificali proprio quest’ultimo era riservato agli dei, mentre i sacrificanti si spartivano umilmente (e in genere inegualmente) la polpa. Evoluti sino ad un certo punto, ma non scemi.

Caro Dino, non posso che tornare a ringraziarti per l’occasione che mi hai dato di riflettere in maniera un po’ meno superficiale sulle mie (le nostre) origini. Un bel bagno di consapevolezza ogni tanto (non troppo spesso) è salutare, aiuta a tenere sotto controllo la nostra “innaturale” immodestia e a darci ragione di questo inesorabile trascorre dei tempi, dei regimi, degli anni scolastici e di noi con essi. O almeno, lo rallenta un po’. A presto.

 

P.S. Non amo le domande retoriche altrui, e tanto meno sono portato a farne io. Vorrei fosse chiaro che gli interrogativi che ho formulato sono per me realmente tali, cioè postulano la ricerca di risposte. Spero che vorrai aiutarmi a trovarle, o quanto meno a impostare correttamente le domande.

 

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Grazie per la risposta. ✨

La metastasi dell’utopia

Considerazioni su “Il legno storto dell’umanità” di Isaiah Berlin

di Paolo Repetto, 1996

Una naturale disposizione (curiosità onnivora e dispersiva, difficoltà ad accedere ai livelli alti dell’astrazione), coltivata e rafforzata da una formazione culturale tutt’altro che lineare (laurea in Lettere moderne, ma con tesi in Sociologia, e attenzione volta preminentemente alla storia e alle scienze biologiche) mi ha portato da sempre a preferire ai percorsi verticali della speculazione filosofica quelli orizzontali della “storia delle idee”. Traggo quest’ultima dizione dal sottotitolo del libro di Isaiah Berlin, Il legno storto dell’umanità, che recita Capitoli di una storia delle idee, e la adotto sia per definire quello che mi sembra essere il vero ambito dei miei interessi sia per giustificare il conseguente tipo di approccio. In pratica, sono incline a seguire il flusso emerso delle idee verso la foce, a coglierne le proprietà erosive o fertilizzanti, o la tendenza a impaludarsi, e a valutarne portata e debiti agli immissari raccolti per strada, piuttosto che ad indagarne analiticamente le componenti alla sorgente: e pur rendendomi conto dei limiti e dei rischi insiti in questa attitudine all’osservazione di superficie, ritengo possa anch’essa produrre frutti positivi.

Un’autorevole conferma a questo convincimento la fornisce (fatte le debite proporzioni) proprio l’opera di Berlin. Isaiah Berlin rifiuta l’etichetta di “filosofo” e le contrappone, riferita a sé, quella di intellettuale; ritiene che la filosofia imponga una sistematicità ed una erudizione disciplinare specifica per le quali non ha disposizione, e alle quali preferisce di gran lunga una cultura “generale”, aperta a tutti gli stimoli conoscitivi ma soprattutto capace di cogliere i fenomeni culturali entro l’orizzonte più vasto possibile dei loro sviluppi e delle loro derive. La sua posizione non è dettata né da un dissenso sui modi né da perplessità sui fini del filosofare: afferma semplicemente di “aver smesso di fare filosofia così come è insegnata nella maggior parte delle università di lingua inglese, e come pensa debba essere insegnata”, per dedicarsi ad un campo di ricerca in cui al termine di una vita di studio si possa almeno sperare di saperne di più di quando si è cominciato. Il che non suona a mio avviso come un atto di accusa, ma piuttosto come un consapevole gesto di umiltà.

Il campo scelto da Berlin è per l’appunto la storia delle idee, che nel caso della sua ricerca finisce per identificarsi sempre più con la storia delle varianti di lettura applicate nel tempo ad una idea centrale nella riflessione politica e filosofica, quella di libertà. La breve autobiografia intellettuale preposta ai saggi raccolti nel volume La ricerca dell’ideale, che costituisce, per semplicità di linguaggio e chiarezza concettuale una splendida occasione di lettura propedeutica allo studio filosofico per gli allievi dell’ultimo anno delle superiori, ci offre tutte le coordinate per ricostruire le tappe di una progressione esemplare dalla consapevolezza culturale alla professione etica. Questo itinerario passa attraverso alcuni incontri determinanti, quelli col pensiero di Machiavelli, di Vico e di Herder, in una sequenza che Berlin ritiene inevitabile (“poi, naturalmente, arrivai a J.G. Herder”).

La lettura di Machiavelli è determinante per la svolta “storicistica” di Berlin, e conseguentemente per il suo distacco dalla philosophia perennis. Fa crollare il suo iniziale convincimento che non potesse esserci conflitto tra fini veri, tra vere risposte ai problemi centrali della vita, al quale si oppone ora l’idea che non tutti i valori supremi perseguiti dall’umanità nel corso della sua storia siano stati compatibili tra loro, pur risultando nei rispettivi domini, a livello razionale, egualmente fondati ed autentici. Non è tanto l’autonomia della politica dalla morale e dalla religione a colpirlo, quanto la percezione più generalizzata della non compatibilità di concezioni che, pure inconciliabili, sono ritenute altrettanto valide sul piano etico come su quello logico (sia quelle morali che quelle politiche sono in fondo definite da Machiavelli virtù).

Con Vico, secondo Berlin, viene compiuto il passo decisivo, la svolta irreversibile del pensiero europeo. In base al principio per il quale ogni mondo storico, ogni cultura, ogni civiltà è diversa da ogni altra, e le differenze nei valori di riferimento, pur senza essere assolute, sono comunque profonde, inconciliabili, non riconducibili ad una sintesi finale, diventa assurda la pretesa, sottesa a tutte le concezioni filosofiche e politiche del pensiero occidentale sino al XVIII° secolo, di trovare la risposta unica ai problemi fondamentali dell’umanità, e di attuare soluzioni valide per tutti.

Mentre in Vico questo principio discende da una lettura storica, in chiave di fasi, di successione di civiltà, con Herder esso viene desunto da una indagine di matrice già antropologica, che valorizza come vitale e fecondo ciò che è singolare ed unico, che foggia la lingua così come i sentimenti e i pensieri degli uomini, determinandone l’appartenenza ad una “comunità”, e che ispira loro risposte diverse ai problemi comuni, profondamente legate agli specifici caratteri ambientali, temporali e culturali. Nessuna di queste risposte è migliore o superiore ad altre, semplicemente è diversa, non commensurabile, e costituisce un patrimonio unico e inconfondibile.

Parrebbe a questo punto inevitabile lo scivolamento nel relativismo culturale. Ma Berlin contesta (e questa contestazione è l’oggetto di due dei saggi contenuti nel volume, Giovan Battista Vico e la storia della cultura e Sul presunto relativismo nel pensiero del Settecento) questa ineluttabilità. A differenza di tutti gli altri pensatori, compresi Leibnitz, Hume, Diderot, Montesquieu, ecc…, che tendono a leggere le differenze solo come variabili ambientali, e mantengono ferma la convinzione di una invariabilità della natura umana (postulando, con questo, la riconducibilità dell’intero genere umano a criteri di valore assoluti, e quindi a parametri scalari di valutazione), Vico ed Herder rifiutano l’applicabilità delle leggi delle scienze naturali all’uomo e ai suoi comportamenti. Ora, l’assenza di parametri non implica l’assenza di valori oggettivi: implica semplicemente l’impossibilità di una condivisione universale e totale dei valori. Ma se non sempre è possibile condividere i valori di altre culture, è tuttavia consentito, con una sufficiente apertura mentale, comprenderli, o almeno capire che sono valori, allo stesso titolo di quelli da noi perseguiti. Mentre il relativismo sostiene che non esistono valori oggettivi e sbocca facilmente nel determinismo e nell’irrazionalismo, il pluralismo si risolve invece nella nozione di una pluralità di valori non strutturata gerarchicamente, e aperta alla conflittualità: “una pluralità di valori, tutti ugualmente autentici, ugualmente ultimi e, soprattutto, ugualmente oggettivi”. Questa è per Berlin l’essenza del pluralismo: cioè di una concezione per la quale sono molti e differenti i fini cui gli uomini possono aspirare restando pienamente razionali, pienamente umani, capaci di comprendersi e di solidarizzare tra loro. La possibilità di comprensione e di solidarietà al di là dei confini di spazio e di tempo presuppone naturalmente che qualche valore in comune esista. Berlin si spinge sino a definirlo un mondo di valori oggettivi, intendendo per tali quei fini o quei principi morali che restano “entro l’orizzonte umano”, tra i quali ci può essere incompatibilità, ma non impossibilità di comprensione. Proprio il conflitto di valori “fa parte di ciò che sono i valori e di ciò che siamo noi stessi”. Non dobbiamo drammatizzarlo. Noi siamo condannati a scegliere, e ogni scelta può comportare una perdita irreparabile: ma il campo di scelta è sempre delimitato dalle forme di vita della società cui apparteniamo, ed è comunque ristretto ad un patrimonio comune di idee e convinzioni appartenenti a quello che si potrebbe definire il “fondo umano” della comune umanità, quel “minimo di terreno morale comune” intrinseco nella possibilità di comunicazione umana.

Ma da quale tipo di comunicazione ci è consentita la “comprensione” di determinate idee? Berlin questo non lo esplicita, ma lo suggerisce quando tira le fila del suo percorso pervenendo ad una proposta etica, a stabilire delle priorità. Se il piano fosse soltanto quello logico-relazionale davvero ci troveremmo di fronte ad una incompatibilità assoluta, e la comprensione risulterebbe sterilmente conflittuale. In realtà, secondo Berlin, è proprio quel terreno morale comune a darle un senso, a garantirne la possibilità. Il suo pluralismo culturale non esclude l’universalismo morale, anzi, è proprio quest’ultimo a riscattarne l’apparente relativismo. Si potrebbe affermare che il pluralismo concerne la direzione della scelta, l’imperativo etico la sua necessità, e il tempo e l’ambiente ne tracciano i confini. Come scrive Berlin “possiamo fare solo quel che possiamo (in quanto condizionati storicamente e culturalmente) ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà”.

La centralità dell’approdo al pluralismo per il pensiero occidentale è ribadita da Berlin in tutti gli altri saggi contenuti nel volume, a dire il vero quasi negli stessi termini (ma è spiegabile, trattandosi di scritti che coprono un arco di trent’anni e che avevano, all’origine, destinazioni autonome). Ma confrontarsi col pluralismo non significa automaticamente, per questo pensiero, assumere un’attitudine pluralistica: anzi, secondo Berlin è stato proprio il venir meno della fede nell’universalità e unicità dei valori, fossero essi riferiti agli assunti aprioristici della teologia o della metafisica, ovvero alle leggi e alle regole convalidate dall’esperienza empirica e dalla capacità di controllo sulla natura, a determinare quella svolta soggettivistica che ha preso il nome di Romanticismo (cfr. il saggio L’apoteosi della volontà romantica). Dallo Sturm und Drang in poi la cultura tedesca prende sempre più decisamente le distanze dallo scientismo materialistico degli illuministi, per dare spazio all’opzione volontaristica. È Fichte, secondo Berlin, il vero padre del Romanticismo. Per Fichte valori, principi, fini morali e politici non sono oggettivamente dati, non sono imposti dalla natura o da un dio trascendente a colui che agisce, non debbono essere “scoperti”. È l’agente a determinare lo scopo, a crearlo, e lo può fare perché la sua essenza è la libertà, intesa come autonomia. E dal momento che è la pressione di ciò che gli è esterno a dargli consapevolezza della sua essenza, questa pressione gli farà scoprire di converso l’importanza di ciò che gli appartiene, della lingua che parla, della cultura e della tradizione di cui è nutrito, del suolo sul quale vive: in sostanza, l’importanza di appartenere ad una nazione. Che non è la stessa cosa della comunità di Herder, anche se ne è una diretta filiazione, perché si presenta animata da una strenua volontà di autoaffermazione, da un’attitudine “offensiva”, laddove il risalto dato da Herder alla comunità aveva piuttosto una valenza difensiva.

Il percorso dall’affermazione dell’idea nazionale al trionfo del nazionalismo, quindi all’apparente disperdersi di quest’ultimo nella notte nera della globalizzazione e infine all’inaspettata sua reviviscenza negli ultimi decenni del XX° secolo, è delineato dall’autore nei due saggi Il declino delle idee utopistiche in occidente e Il ramoscello incurvato. Berlin qualifica il nazionalismo come condizione esaltata della coscienza nazionale, la quale ultima può essere, e talvolta è stata, tollerante e pacifica. Ritiene che a causare questa condizione siano di solito le ferite, una qualche forma di umiliazione collettiva, e spiega il suo manifestarsi in terra tedesca proprio con la marginalità germanica rispetto alla grande rinascita dell’Europa occidentale nell’età moderna e con il senso di frustrazione e di ribellione della sua classe intellettuale contro il dominio della cultura francese. Non ritiene tuttavia imputabili a Fichte o a Hegel, e tantomeno ad Herder, l’origine del furibondo nazionalismo degli scrittori tedeschi più tardi, che pure al loro insegnamento si rifacevano. Le spiegazioni che offre delle derive sciovinistiche, xenofobe e razziste di questo atteggiamento sono piuttosto vaghe, forse condizionate dall’intenzione di attenersi ad una “storia delle idee”, evitando contaminazioni con diversi, più materialistici, approcci storici: e tuttavia non mancano di interesse e di profondità. Per Berlin in definitiva è in atto, da due secoli, una sorda ribellione contro le pretese omologanti, sotto diverse specie, del razionalismo, contro l’idea utopistica di realizzare nel futuro la vera conoscenza e la perfetta società, di uniformare cioè i saperi, i desideri, le speranze e le finalità. Questa pretesa si è incarnata di volta in volta nel liberalismo, nel marxismo, nel positivismo, e tende oggi più che mai a tradursi in realtà di fatto in una società che pianifica, classifica, computerizza e controlla ogni attività ed ogni istanza. “Nelle società industriali o postindustriali, a protestare sono individui o gruppi che non vogliono farsi trascinare dal carro trionfale del progresso scientifico, interpretato come l’accumulazione di beni e servizi materiali e di congegni volti a disporre utilitaristicamente delle loro vite. Nei territori poveri, o ex-coloniali l’aspirazione dei più ad essere trattati alla pari con gli antichi padroni – ossia come esseri umani a pieno titolo – prende spesso la forma dell’autoaffermazione nazionalistica. Il desiderio ardente dell’indipendenza individuale e nazionale nasce dal medesimo senso di dignità oltraggiata… Il soggetto che cerca la sua libertà d’azione, che vuole decidere della propria vita, può essere grande o piccolo, regionale o linguistico. Oggigiorno tende ad essere collettivo e nazionale o etnico-religioso piuttosto che individuale. E cerca sempre di resistere alla diluizione, all’assimilazione, alla spersonalizzazione. Paradossalmente, proprio il trionfo universale del razionalismo scientifico – il grande movimento sette-centesco volto a liberare gli uomini dalla superstizione e dall’ignoranza, dall’egoismo e dall’avidità dei re, dei preti e delle oligarchie, e soprattutto dai capricci delle forze della natura – ha imposto un giogo che a sua volta ha evocato un’ansia sin troppo umana di indipendenza dal suo dominio”.

Il capitolo più corposo di questa sua storia delle idee Berlin lo dedica a Joseph De Maistre e le origini del fascismo. L’analisi della personalità e del pensiero del savoiardo risulta, oltre che di gran lunga anticipatrice (il saggio è stato scritto prima del 1960), anche decisamente più illuminante rispetto alla rilettura che negli anni ‘80 ne è stata fatta in ambienti culturali diversi, da parte sia della nuova destra che di una sinistra più spregiudicata che illuminata. La riabilitazione di gran parte del pensiero reazionario e conservatore in chiave anti-industrialistica e anti-capitalistica ha indotto a privilegiarne gli aspetti profetici sui destini della civiltà di massa e sui rischi dell’egualitarismo omologante, e in questo senso era difficile trovare pensatori che si prestassero al recupero meglio di De Maistre o di Carlyle. Berlin analizza quelle stesse componenti del pensiero del primo che sono state successivamente rivalutate da Alain de Benoist, ma ne trae risultanze decisamente diverse. Nel quadro apocalittico che il conte disegna della modernità egli scorge non la resistenza disperata al trionfo della quantità e alla logica del capitale, ma il germe già maturo del totalitarismo. De Maistre parte da una visione profondamente pessimistica della natura umana. In netta antitesi col pensiero settecentesco (ma anche con gran parte di quello romantico) considera l’umanità in genere come debole, cattiva, meschina: ma nella sua concezione l’individuo ha la possibilità di scegliere, non è del tutto determinato come risulta, a suo giudizio, nella visione materialistica, naturalistica o scientifica. Può scegliere tra il bene, che è il completo assoggettamento al progetto divino, e il male, che è il caos, l’anarchia, la corruzione. Il bene si identifica con lo stato, inteso da De Maistre come non come istituzione politico-amministrativa strumentale alla gestione dei rapporti sociali, ma come una vera e propria religione. Ciò che questa religione chiede non è un’obbedienza condizionata, il contratto-commercio di Locke e dei protestanti, ma la dissoluzione dell’individuo nello Stato, il quale incarna l’anima generale, l’unità morale assoluta, ed ha una ragione d’essere intrinseca, autonoma rispetto alle volontà dei singoli e svincolata da qualsivoglia finalità utilitaristica. Gli uomini devono donare – e non semplicemente prestare – se stessi.. Ogni resistenza individuale in nome di diritti o bisogni immaginari atomizzerà il tessuto sociale e quello metafisico, che solo ha il potere sulla vita. “Questo non è autoritarismo … La facciata del sistema di De Maistre sarà pur classica, ma dietro ad essa sta qualcosa di spaventosamente moderno e di violentemente opposto alla dolcezza e alla luce … La dottrina della violenza come cuore delle cose, la fede nel potere delle cose oscure, la glorificazione delle catene come unico strumento capace di raffrenare gli istinti autodistruttivi dell’uomo, l’appello alla fede cieca di contro alla ragione … la dottrina del sangue e dell’autoimmolazione, la nozione del carattere assurdo dell’individualismo liberale, e soprattutto dell’influenza sovversiva degli intellettuali critici sciolti da ogni controllo; è una musica che abbiamo sicuramente ascoltato più volte. In una forma più semplice e indubbiamente molto più grezza, ma equivalente nella sostanza all’insegnamento di De Maistre, essa è il nocciolo di tutte le dottrine totalitarie”.

Non mi rimane che ribadire, a conclusione di questo affrettato excursus, il convincimento relativo al potenziale uso didattico di questo volume, o almeno di alcuni dei saggi in esso raccolti. La loro lettura potrebbe costituire un eccellente percorso a latere rispetto alla normale didattica di Storia della Filosofia nell’ultima classe. Personalmente rimpiango di non essere stato avviato alla consuetudine con testi di questo tipo all’epoca dei miei studi liceali. Probabilmente avrei compreso prima, e forse in tempo, che la storia delle idee assume un significato ben diverso quando si conosce anche la chimica delle idee: e che solo a ciò che si possiede ci si può permettere di rinunciare, senza perderlo.

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Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

 

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