Il trifoglio di Humboldt

I fratelli Schlagintweit alla scoperta dell’Himalaya

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2026

Introduzione

Sarà per via del cognome quasi impronunciabile, o più probabilmente perché nella cultura italiana viaggiatori ed esploratori non hanno mai goduto di molto spazio: sta di fatto che dalle nostre parti le vicende dei fratelli Schlagintweit sono pochissimo o per nulla conosciute. Eppure la storia di questi tre scienziati-esploratori bavaresi è tutt’altro che banale, sia per l’apporto che hanno dato alla conoscenza geografica che per gli eventi drammatici che li hanno visti coinvolti. Credo allora di dover rendere loro nel mio piccolo un po’ di giustizia, finché la memoria mi regge, ricucendo in un quadro passabilmente coerente i brandelli di notizia rintracciati qui e là. Nel frattempo, rimango in attesa di poter leggere prima o poi almeno la versione inglese dei Reisen in Indien und Hochasien.

Al momento non ne esiste alcuna. Non pare infatti che gli esploratori bavaresi siano molto più popolari altrove: per scrivere questo pezzo ho consultato una trentina di opere generali sulla storia delle esplorazioni, e altrettante specifiche sulle ricognizioni effettuate nell’Ottocento in Asia Centrale, e solo in un paio di testi ho trovato menzionati i loro nomi. L’oblio è calato sulla loro storia, e vedrò poi di darne una spiegazione. Per ora aggiungo solo che ultimamente ci si è messa anche la cancel culture, che stigmatizza tutta quella genìa di avventurieri come avanguardia del colonialismo, del razzismo, dello sfruttamento, e di questo passo temo che anche molti nomi più famosi dei loro verranno definitivamente depennati dalla storia.

Come dicevo, ad oggi non esiste alcuna traduzione, né inglese né francese, e tantomeno italiana, dei Reisen in Indien und Hochasien, il monumentale diario (sono quattro volumi, piuttosto spessi) redatto da Hermann e Robert von Schlagintweit, che raccoglie e sintetizza le relazioni di viaggio, le osservazioni geografiche, gli incontri culturali e le scoperte scientifiche. Il dettaglio di tutto questo, ovvero l’apparato completo dei dati, è stato riversato dai due fratelli in qualcosa come ventiquattro volumi. Anche le notizie biografiche reperibili sul Web sono scarsissime (provateci: in pratica riporta solo le menzioni che ne ho fatto io in precedenti scritti) e spesso si tratta di maldestre traduzioni di voci da dizionari o enciclopedie tedesche, mentre le fonti indirette di informazione più preziose rimangono le poche pagine loro dedicate da Sven Hedin o da storici inglesi dell’alpinismo come John Keay (è lì che li ho scovati).

Herman Schlagintweit, La cima del Kanchinjinga visto dalla cresta di Singalila nell’Himalaya del Sikkim (acquarello, giugno 1855)

Herman Schlagintweit, Central Assain e le giungle del Brahmaputra dalla collina di Ogri vicino a Tezpur (acquarello, gennaio 1856)

Il trifoglio di Humboldt

Robert e Hermann Schlagintweit, Il ghiacciaio del Karakorum (litografia, 1856)

I fratelli Schlagintweit erano cinque, tutti maschi, rampolli di una famiglia decisamente agiata di Monaco di Baviera. Il padre era un oculista famoso, proprietario di una clinica privata per la cura delle malattie degli occhi e appassionatissimo di ogni branca della scienza. La madre, dal cognome (Hoegersbraeuerin) ancor più impronunciabile, amava l’arte e trasmise il suo entusiasmo a tutta la famiglia e il suo talento ai figli, facendo loro frequentare sin da ragazzi dei corsi di pittura. La sua influenza continuò a farsi sentire anche dopo la precocissima scomparsa avvenuta tragicamente nel 1839, mentre stava tentando di dare alla luce un sesto figlio.

Quelli di cui andrò a parlare sono il primogenito Hermann, nato nel 1826, Adolph, del 1829, e Robert del 1833. Gli altri due, Edward nato nel 1831 e Emil del 1835, rimangono fuori dalla nostra storia. Tutti quanti avevano ricevuto un’ottima istruzione umanistica e linguistica, completata da un’educazione scientifica fortemente voluta dal genitore e impartita da insegnanti privati accuratamente scelti. Come da tradizione Hermann avrebbe dovuto seguire le orme paterne e indirizzarsi quindi alla medicina: ma dopo il primo approccio universitario aveva abbandonato quel ramo di studi per abbracciare invece quelli di Geografia. Lo stesso avvenne qualche anno dopo per Adolph, che si dedicò alla geologia, e di seguito per tutti gli altri: il terzogenito Eduard intraprese la carriera militare, Robert scelse la botanica, Emil fu linguista e tibetologo. Insomma, dei cinque nessuno mostrò il minimo interesse per la medicina. E il fatto che il genitore non abbia posto troppi ostacoli alle loro vocazioni credo la dica lunga sul clima di libertà che vigeva all’interno della famiglia, nei rapporti tra i suoi componenti.

Un altro indizio fortemente significativo è che già nel 1842, quando Hermann aveva solo sedici anni e Adolph addirittura tredici, i due intrapresero la loro prima grande escursione in montagna, accompagnati da una sola guida. Il viaggio a piedi li portò da Monaco a sconfinare in Austria, costeggiando nel percorso un paio di magnifici laghi e gli orridi creati dai fiumi alpini, e ad attraversare villaggi montani, ma anche deliziose cittadine come Innsbruck. L’intenso rapporto con l’arte aveva imbevuto i ragazzi dello spirito romantico, nella versione “simbolista” rappresentata al suo apice dalla pittura di Caspar Friedrich. L’impressione riportata a contatto con paesaggi che sembravano usciti dai suoi dipinti fu fortissima, tale da indurli a ripetere di lì in poi, in ogni possibile occasione, escursioni di questo tipo.

Hermann, Adolph e Robert Schlagintweit

Il più entusiasta era Adolph, che aveva precocemente maturato un distacco profondo dall’ambiente urbano e dalle sue frivolezze, e che più tardi scrisse a proposito di questa prima esperienza “Gli abitanti della città vestiti magnificamente, i signori con cappelli di piume e frack, le dame in velluto e seta, sono un ridicolo contrasto con lo splendore semplicemente sublime della natura che ci circonda”. Il ragazzo era talmente motivato che concluse a stento gli studi superiori, perché aveva l’impressione di perdere tempo, risultandogli molto più proficuo lo studio con gli insegnanti privati, specialisti nei vari settori scientifici, che il padre gli aveva messo a disposizione. Lo stesso Adolph attraversò a diciotto anni l’Old Weisstor, impresa che all’epoca non era affatto ordinaria e che testimonia di una eccezionale forza di carattere e di un gran sangue freddo.

Negli anni tra il 1847 e il 1849 i due giovanissimi scienziati di Monaco – geografo il primo e geologo il secondo – effettuarono intense ricerche topografiche, glaciologiche e botaniche in molte regioni delle Alpi (Tirolo, Svizzera, Piemonte e Savoia), cimentandosi nel contempo (e portando a termine) nelle ascensioni del Similaun (quello di Otzi) e del Wildspitze e, in seguito, anche quella del Grossglockner, massima elevazione austriaca. Tutte ripetizioni, ma effettuate comunque ai primordi dell’alpinismo, su percorsi impegnativi e su montagne che si approssimano ai quattromila metri, quando ancora la maggior parte delle cime alpine erano inviolate.

Gli exploit alpinistici, la conquista delle vette, non erano però lo scopo prioritario delle loro escursioni. Nel periodo centrale dell’Ottocento l’alpinismo praticato a fini scientifici, quello per intenderci dei pionieri, di De Saussure, di Humboldt[1], e successivamente di Forbes e di Tyndall, stava gradualmente ma inesorabilmente cedendo il passo a quello sportivo di Wymper e di Mummery. Per tutta la prima metà del secolo le Alpi avevano attirato naturalisti, geologi, fisici, oltre a poeti e critici d’arte come John Ruskin. Ma nel 1851 l’inglese Albert Smith, dopo aver partecipato alla quarantesima ascensione al monte Bianco, aveva allestito all’Egyptian Hall di Londra una serie di conferenze-spettacolo corredate da diorami, giochi di luce, musiche, narrazioni, oggetti tipici, dagli slittini ai bastoni alpini e alle corna di camoscio, tanto da offrire agli spettatori la sensazione di essere loro stessi a scalare la cima. Le conferenze conobbero duemila repliche fino al 1858, e videro una impressionante partecipazione di pubblico, tanto da far parlare di una “mania del monte Bianco” e da far riversare poi nella Valle d’Aosta folle di visitatori inglesi. Era la fine dell’età dell’innocenza: le Alpi diventavano lo scenario grandioso di un eccitante spettacolo.

Gli Schlagintweit erano al contrario tra gli ultimi epigoni del vecchio alpinismo. Salivano le montagne per compiere meticolose misurazioni e ricerche. Erano reduci dalla entusiasmante lettura del Cosmos di Humbold (il primo volume era stato edito nel 1845, il secondo due anni dopo), e prima ancora avevano già divorato i suoi diari di viaggio e buona parte delle sue relazioni scientifiche. Ne avevano assorbito lo spirito e adottato il metodo. Tre le altre cose, il messaggio trasmesso da Humboldt affermava che la contemplazione scientifica della natura è di per sé edificante, e tanto più edificante risulta ogni attività ad essa connessa (fare schizzi, raccogliere campioni e leggere le strumentazioni) se praticata su una montagna, dove la vista è migliore, gli orizzonti si allargano. le specie sono più rare e le misurazioni più difficili. Per gli Schlagintweit queste parole erano vangelo.

Adolph Schlagintweit, Il passo Mustagh in Pakistan (acquarello, agosto 1856)

Nel 1849 Hermann e Adolph si erano trasferiti a Berlino. Si rendevano conto che in Baviera i loro talenti non avevano la minima probabilità di essere riconosciuti e incoraggiati. Come scriveva Humboldt, Monaco era “una città di reazionari e burocrati, con un sovrano che pensa solo alla sua amante spagnola” (la bellissima Lola Montez, che era stata operata agli occhi proprio dal dottor S. e per la quale il sovrano rinunciò poi al trono). Berlino offriva invece una vivacissima vita culturale e la possibilità di incontrare spiriti affini: primo tra tutti proprio il grande vecchio, Alexander von Humboldt (all’epoca aveva 80 anni), che aveva già sentito parlare dei ragazzi e ne era incuriosito.

Non è difficile immaginare l’incontro tra il loquacissimo barone prussiano, un “pozzo di scienza” come lo definivano tutti i suoi interlocutori, e i solidi provincialotti ventenni. I due rimasero affascinati dall’enorme sapere del maestro e dalla sua disponibilità, mentre questi fu conquistato dal loro entusiasmo, dalla serietà, dalla precocità del loro spirito e della loro cultura. Quando si aggregò anche Robert, cominciò ad appellarli cumulativamente “il trifoglio” (mentre Federico Guglielmo IV di Prussia, che li trovava particolarmente simpatici, chiamava Hermann e Adolph “i fratelli siamesi”, dal momento che erano inseparabili).

Humboldt aveva trovato i perfetti interpreti di un’eredità scientifica che si era prodigato per decenni a costruire, incoraggiando e agevolando giovani discepoli. Come era accaduto per Linneo un secolo prima, questi andavano a costituire la sua milizia privata, che combatteva per la scienza e gli forniva i dati necessari per completare il disegno del Cosmos. Dopo l’uscita del primo volume del Cosmos per un decennio (almeno fino alla comparsa de L’Origine della specie) la sua idea di una natura animata da un vasto concatenamento di forze, che agivano in maniera unitaria e armonica a dispetto della diversità dei fenomeni attraverso i quali si manifestavano, parve fornire la spiegazione più completa ed avanzata di un ordine olistico, e parve essere comprovata dalla verifica del ripetersi delle sue leggi in tutte le diverse aree del mondo. Per effettuare queste misurazioni era necessario scegliere, addestrare, incoraggiare e sguinzagliare schiere di giovani scienziati, animati da spirito di sacrificio e dalla capacità di cogliere ogni singolo aspetto della natura all’ interno di un grande quadro organico. La verifica doveva essere effettuata sul campo, percorrendo e misurando il mondo in tutte le sue in tutte le sue dimensioni e condizioni.

Nel caso degli Schlagintweit i requisiti c’erano tutti: una sensibilità estetica educata a cogliere l’insieme del “panorama”, una preparazione scientifica vasta e ferrea, costituzioni fisiche robuste e allenate alla fatica e ai disagi; in più, fondamentale, un’assoluta dedizione alla causa. Li prese quindi sotto la sua ala e fece anche loro conseguire, a dispetto della giovanissima età, l’habilitation, ovvero la licenza per l’insegnamento all’Università di Berlino.

Probabilmente proprio l’aver adottato la visione naturalistica di Humboldt e l’averne applicato sin troppo alla lettera il metodo fu una delle ragioni della scarsa risonanza dei loro viaggi. In termini di filosofia della natura in effetti non portavano nulla di nuovo: il loro lavoro era tutto volto a cercare conferme “matematiche” di una teoria già esistente. Inoltre il grande pubblico cominciava già ad essere attratto da chi ai viaggi, alle esplorazioni, alla montagna si dedicava mosso solo da spirito di conquista e per diletto.

Quando nel 1850 Hermann e Adolph pubblicarono insieme i risultati delle ricerche compiute negli anni precedenti, con il titolo di Untersuchungen über die Physicalische Geographie der Alpen in ihren Beziehungen zu den Phaenomenon der Gletscher, zur Geologie, Meteorologie und Pflanzengeographie (1 vol. + atlante; Leipzig, Barth), dando prova sia di un grande rigore scientifico che di non comuni abilità artistiche, il loro lavoro venne apprezzato solo dagli specialisti (ma anche da questi, a dire il vero, senza particolari manifestazioni di entusiasmo. Ho rintracciato una recensione dell’epoca, sul bollettino di una delle primissime associazioni alpinistiche italiane, che si limita a prendere atto del lodevole impegno, senza spendersi in elogi). E tra gli specialisti naturalmente c’era Humboldt, al quale l’opera era stata dedicata.

I fratelli rimasero a Berlino nei successivi cinque anni, muovendosi solo per un viaggio in Inghilterra, dove non faticarono a guadagnarsi simpatie, e per periodiche escursioni sulle Alpi. Il loro interesse per le regioni alpine rimaneva in effetti totalizzante, tanto che già nell’estate del 1851 intrapresero una nuova campagna scientifico-alpinistica, questa volta sul massiccio del Monte Rosa. Lungo il percorso effettuarono la solita enorme quantità di osservazioni topografiche, geologiche e naturalistiche. Erano accompagnati da tre guide di Zermatt, una della quali, Peter Taugwalder, sarebbe poi stato nel 1865 tra i sopravvissuti alla tragica scalata del Cervino con Wymper.

Tra la metà di agosto e i primi di ottobre batterono tutto il massiccio del Rosa, tentando anche di salire per primi la Punta Dufour e arrivando a pochi metri dalla vetta (sarebbe stata conquistata solo quattro anni dopo da una cordata inglese). Raggiunsero comunque la Punta Dunant (4.632 m), una delle vette secondarie del gruppo, di soli pochi metri più bassa della Dufour: una cima di tutto rispetto, che richiede esperienza su roccia e ghiaccio, con passaggi esposti e arrampicate di terzo grado. Dopo aver monitorato tutta l’area circostante, compreso il ghiacciaio del Lys, e aperto una via sul lato nord-occidentale della Pyramide Vincent (4215 m), ridiscesero a Gressoney e di lì mossero verso il Bianco, valicando in successione cinque colli intermedi.

Hermann Schlagintweit, Ponte sospeso di canna, fiume Temshang, colline di Khassia (acquarello, novembre 1855)

Hermann e Adolph Schlagintweit, Carta del Monte Rosa (1854, Collezione Giorgio e Laura Aliprandi)

I risultati di questo tour de force si videro tre anni dopo, nel 1854, quando Adolf e Hermann diedero alle stampe i dati raccolti durante queste ricerche in Neue Untersuchungen über die Physicalische Geographie und die Geologie der Alpen (1 vol. + atlante; Leipzig, Wetzel). L’opera, ancor più della precedente, impressionava per la novità dell’approccio e l’ampiezza delle osservazioni scientifiche, nonché per la bellezza del corredo iconografico. La carta del massiccio (in scala 1:50.000), in particolare, è rimasta insuperata per oltre un secolo, ma anche le osservazioni di carattere geologico e naturalistico erano stupefacenti per la loro modernità.

Con queste credenziali i fratelli Schlagintweit si presentarono dunque all’appuntamento che la storia (e von Humboldt) avevano loro riservato.

L’occasione di mettere a frutto la grande esperienza scientifica e alpinistica maturata si presentò nel 1854. La Compagnia inglese delle Indie Orientali, che stava espandendo la propria influenza sia economica che politica su tutto il Deccan, aveva deciso di estendere all’intero subcontinente, e nella fattispecie alle aree pre-himalayane del Kashmir, la mappatura geomagnetica (ovvero la rappresentazione grafica delle linee e dell’intensità del campo magnetico terrestre, fondamentale per studiare – e prevedere – le variazioni climatiche). Per questa operazione era necessario individuare degli studiosi preparati e di provata esperienza, e la Compagnia si era rivolta alla massima autorità in materia, naturalmente Alexander von Humboldt, per avere indicazioni. Al nostro non era sembrato vero: l’incarico sembrava tagliato su misura sulle caratteristiche dei fratelli Schlagintweit. Aveva dunque coinvolto il re di Prussia in una compartecipazione al finanziamento della spedizione e aveva sollecitato il conferimento di quest’ultima ai suoi protetti, riuscendo alla fine a vincere tutte le obiezioni campanilistiche mosse dagli ambienti scientifici (e politici) inglesi.

Gli Schlagintweit naturalmente non si fecero pregare. Adolph fu senza dubbio quello più attivo nella promozione dell’impresa e nella conseguente assegnazione dell’incarico. Presentò ai futuri sponsor un ambizioso piano di osservazioni sulla meteorologia e sulla geografia fisica del paese, che riguardasse “la temperatura dell’aria, la temperatura della Terra a diverse profondità sotto la superficie e la temperatura delle sorgenti; il fenomeno molto importante dell’umidità atmosferica a diverse altezze; i fenomeni ottici dell’atmosfera, l’elettricità atmosferica e la composizione chimica dell’atmosfera”. Ma il piano contemplava anche una serie la più completa possibile di osservazioni sulla geologia dell’India e dell’Himalaya. “Sarà molto essenziale determinare l’elevazione di molti punti importanti tramite osservazioni barometriche o in parte trigonometriche, e calcolare sezioni accurate dei diversi percorsi e delle mappe geologiche di dove potremmo poter restare più a lungo. Ci impegneremo il più possibile a raccogliere fossili, per determinare con precisione l’età comparativa dei diversi strati sedimentari e per accertare il loro ordine di sovrapposizione”. Senza dimenticare per “la geografia delle piante in relazione con i fenomeni fisici generali del paese […]”. Era palesemente una missione improntata al più puro spirito humboldtiano. E come tale venne approvata da un comitato della Royal Society, nel quale figurava anche Charles Darwin.

Una volta ottenuto ufficialmente l’incarico, Adolph si trasferì immediatamente in Inghilterra, dove curò tutta la parte diplomatica, le relazioni, i permessi, le lettere di raccomandazione, nonché l’organizzazione materiale del viaggio e i contatti coi finanziatori. Hermann, rimasto sul continente, si occupò di reperire o di far costruire appositamente tutta la strumentazione necessaria. Riuscirono a far coinvolgere come assistente anche Robert, che a dispetto della giovanissima età si sarebbe rivelato in seguito particolarmente intraprendente.

A settembre del 1854 il “trifoglio” era già in viaggio per l’India, e sbarcava a Bombay verso la fine di ottobre. In una lunga lettera spedita a Humboldt durante la traversata, dove erano riportate le impressioni del viaggio e le misurazioni costantemente operate di temperatura, colore, trasparenza e salinità dell’oceano, i fratelli concludevano: “Tutti qui sanno, come in Inghilterra, che Vostra Eccellenza è stata la sola responsabile del nostro invio in India”.

H. Schlagintweit, Leh, la capitale del Ladak, nel Tibet occidentale (acquarello, luglio 1856)

Le cose in effetti stavano così. E non c’entrava solo la simpatia che gli Schlagintweit avevano ispirato all’anziano viaggiatore. Attraverso quei ragazzi Humboldt stava realizzando un vecchio sogno. Già appena conclusi i suoi viaggi scientifici nel Nuovo Mondo avrebbe voluto estendere la ricerca al Vecchio, proseguendo nel programma sistematico di raccolta dei dati su clima, magnetismo, topografia, flora, fauna, razza, lingua, religione e cultura. Se l’obiettivo finale era di cogliere il vero aspetto del mondo, questo lo si poteva fare evidenziando su una scala la più ampia possibile, addirittura globale, le forze in azione nella natura. Dopo aver indagato l’Ovest, si sarebbe dunque volto ora verso Est.

Aveva quindi cominciato a programmare una spedizione ai sistemi montuosi dell’Asia centrale almeno quarant’anni prima. Nell’ottica che la visione dall’alto consente di discernere meglio le caratteristiche orografiche e idrografiche, la scelta appariva obbligata. La spedizione avrebbe dovuto consentirgli di raccogliere il materiale definitivo per una comparazione tra i monti del nuovo e quelli del vecchio continente, dalla quale si attendeva venissero confermate le sue teorie. Le guerre napoleoniche lo avevano bloccato, ma era tornato alla carica qualche anno dopo, prospettando una spedizione che dalla Siberia via Kashgar e Yarland arrivasse sino all’altipiano tibetano. Questa volta aveva dovuto nuovamente soprassedere perché troppo impegnato nell’edizione della sua monumentale opera sulle Ande, ma anche perché la Compagnia inglese delle Indie, che stava costruendo il suo impero a partire proprio dall’India settentrionale, visto quanto l’esploratore aveva scritto a suo tempo a proposito di Cuba temeva possibili critiche all’amministrazione coloniale.

Nel 1829, a sessant’anni compiuti, era poi stato invitato a partecipare a una spedizione russa che doveva individuare in Siberia dei giacimenti di metalli preziosi. Era arrivato sino ai confini della Cina e dei territori che avrebbe voluto esplorare, e si era reso conto che una vera spedizione poteva essere affrontata solo da giovani.

Ora, finalmente, si davano tutte le condizioni per vedere realizzato il sogno, sia pure per interposta persona. La cosa un po’ gli pesava (“Nulla nella mia vita mi ha riempito di un rimpianto più intenso che non aver penetrato personalmente quelle famose regioni il cui rapporto con la Cordigliera del Nuovo Mondo volevo esplorare. Questo è il destino dell’uomo: chinarsi davanti a ciò che la vita ti impone. Confrontare il poco che hai fatto con ciò che avresti volentieri intrapreso per ampliare il campo delle scienze.”) ma almeno aveva trovato qualcuno in grado di tracciare le linee ideali che attraversando gli oceani e i continenti raccontano la “catena unica e indissolubile che lega tutta la natura”. Nel frattempo quei “qualcuno” erano approdati in India.

Di qui in avanti un resoconto sia pure stringato dei loro spostamenti richiederebbe almeno una decina di pagine, e non me la sento di sottoporre il lettore a una simile sfacchinata (la narrazione ufficiale, quella che ne ha dato Hermann in Reisen in Indien und Hochasien, edito a Jena da Costenoble nel 1869, occupa quattro volumi, per un totale di duemila pagine, più diverse carte geografiche e tavole fuori testo). Ho tuttavia scaricato, purtroppo fuori tempo massimo, quando questo scritto era già stato portato a termine, parte di una voce della Neue Deutsche Biographie che dettaglia abbastanza minutamente l’operato degli Schlagintweit in India. La allego in calce, in una traduzione approssimativa, e ad essa rimando chi fosse curioso dei particolari; con l’avvertenza però che per orientarsi in quel mare di nomi è indispensabile squadernarsi davanti una mappa dell’India in scala almeno 1:500.000 (occupa mezza camera) e che molti dei toponimi delle località visitate e indicate dai fratelli sono nel frattempo stati sostituiti o “indianizzati”. Per quanto mi concerne, vedrò dunque di tracciare solo le linee di massima.

Una volta sbarcati a Bombay, i fratelli non incontrarono alcuna difficoltà con le autorità indiane, sia con quelle indigene che con quelle coloniali; vennero anzi favoriti in tutti i modi, grazie soprattutto alle capacità diplomatiche di Adolph. Lo stesso Adolph aveva anche già redatto il piano di esplorazione. Prevedeva un impegno triennale, e teneva conto del fatto che le catene montuose settentrionali, oggetto principale di interesse per la spedizione, potevano essere affrontate solo nella stagione estiva: quindi si articolava in tre successive campagne di esplorazione a partire dai limiti orientali dei domini della Compagnia, Gli Schlagintweit dovevano in pratica coprire l’Himalaya orientale del Sikkim nel 1855, l’Himalaya più centrale di Kumaon e Gurwhal nel 1856, e l’Himalaya occidentale di Ladak nel 1857. Per il resto del tempo avrebbero operato a quote più basse. Adolph suggerì l’India meridionale il primo anno, seguita dall’altopiano centrale e dalle pianure il secondo, e dalle regioni vicino a Delhi e Lahore il terzo. Durante le “pause” estive avrebbero concentrato la loro attenzione soprattutto sulle modeste catene montuose che innervano il subcontinente e corrono in genere parallele alla gran madre himalayana.

Hermann Schlagintweit, Moschea con giardino, a Bari Duab, Lahor, nel Panjab

L’ampiezza dell’area da esplorare richiedeva inoltre che i tre operassero in gruppi separati, dividendosi gli impegni e fissando degli appuntamenti periodici e dei luoghi dove ritrovarsi. Il 2 dicembre partirono dunque da Bombay per Madras, sulla costa orientale, dividendosi immediatamente i compiti, intraprendendo vie diverse e dedicandosi a una prima perlustrazione geologica dell’India meridionale. Una volta riunitisi a Madras si trasferirono via mare a Calcutta. Di lì nella primavera del 1855 si sguinzagliarono, seguendo ciascuno un proprio itinerario, nel Bengala e nelle pianure del Gange.

Hermann mosse verso il nord-est, nella parte orientale dei possedimenti della Compagnia, risalendo l’Assam e toccando le propaggini himalayane del Sikkim inglese. “L’atteggiamento ostile del governo del Sikkim vanificò completamente ogni tentativo di ottenere il permesso di viaggiare nelle zone più basse del Sikkim […]. Scoprii presto che i miei coolie e operai, di cui avevo un gran numero per sgombrare i sentieri e ricavare sezioni di alberi per le collezioni, erano gradualmente scomparsi […] ma nonostante tutto questo e tutte le altre difficoltà, riuscii almeno in parte a raggiungere il mio scopo […].”. Tentò anche di entrare nel Tibet, ma gli fu negato l’accesso, mentre poté fermarsi a lungo in Nepal. Qui tra l’altro identificò il Gaurisankar, “la montagna che racchiude Shiva e la sua consorte Gauri”, come il nome indigeno originario della montagna più alta del mondo, che gli inglesi avevano rinominato Everest. Rimase poi per mesi nella valle del Brahmaputra, il fiume del quale si piccava di riconoscere le sorgenti, e si riunì ai fratelli, a Simla, solo nell’aprile del 1856.

La lunga permanenza in un ambiente molto umido aveva comunque minato la sua salute. Soffrì per alcune settimane di una “febbre cerebrale” che segnalava che aveva contratto la malaria (“Il pericolo maggiore deriva dai gas malarici che ci colpiscono gravemente”): solo la buona fibra e una eccezionale forza di volontà gli consentirono di ristabilirsi quel tanto da consentirgli di portare avanti il suo lavoro di ricerca. Che peraltro si stava allargando ad ogni aspetto della storia naturale e a questioni etnografiche e antropologiche.

Adolph e Robert nel frattempo avevano percorso l’India centrale e l’Hindustan, e affrontato le montagne dell’Himalaya centrale. A partire dalla metà del maggio 1855 avevano poi preso a salire monti e a valicare passi oltre i cinquemila metri di altitudine, non limitandosi alle misurazioni ma raccogliendo una gran messe di reperti geologici e botanici, e acquisendo dalle carovane incontrate lungo il cammino preziosi manoscritti e piccoli oggetti d’arte tibetani. A fine giugno tentarono anch’essi l’ingresso nel Tibet, provando diversi punti di accesso, ma ne furono sempre respinti. Riuscirono poi ad aggirare la sorveglianza di confine seguendo un percorso particolarmente impervio, e poterono fermarsi in territorio tibetano, sia pure in una zona molto periferica, per più di cinque settimane, dimorando a lungo presso un monastero. Tutte queste vicende misero duramente alla prova i fisici dei due ragazzi. Il freddo e tutte le altre privazioni erano micidiali. L’aria rarefatta che moltiplicava esponenzialmente la fatica, l’assenza totale di legna per il fuoco, la scarsa disponibilità di acqua e foraggio per gli animali da soma contribuirono ad aumentare la durezza del viaggio. A metà agosto 1855, ad esempio, incapparono in una violenta tempesta di neve: durante la notte due dei cavalli che giacevano vicino a loro morirono per il freddo. Nel corso del viaggio ne furono persi altri cinque per incidenti vari. Ad un certo punto per attraversare uno dei ghiacciai erano stati costretti a lasciare, nascosti sotto la neve, la tenda, il baule con gli strumenti e il resto dell’equipaggiamento, e a portare con sé solo un po’ di cibo e pochi oggetti da usare per i baratti. Poterono riprendere il tutto solo un mese dopo. Ciò non impedì loro, tuttavia, di compiere numerosissime misurazioni astronomiche e altimetriche e di arricchire con numerosissimi reperti, oltre che con diversi disegni. le collezioni naturalistiche ed etnografiche; e nemmeno di dedicarsi a qualche extra non previsto dal programma.

Hermann Schlagintweit, Gaurisankar o Monte Everest, nell’Himalaya del Nepal (litografia, giugno 1855)

Durante il ritorno verso l’India risalirono infatti il ghiacciaio Ibi Gamin a est, che scende dall’omonima vetta di 7.752 metri, nota anche come Kamot. “In questo viaggio, nella nostra scalata dell’Abi Gamin, abbiamo raggiunto un’altitudine di 22.260 piedi (6.766 metri), la massima altezza, per quanto ne sappiamo, mai raggiunta su una montagna […]. Ci siamo accampati a un’altezza di 19.326 piedi sulla morena del ghiacciaio. La notte era gelida e tempestosa, ma il giorno dopo era sereno, così abbiamo tentato una scalata sulla Vetta Orientale. Otto portatori ci accompagnavano, gli altri erano troppo esausti. La salita sulla neve ghiacciata era molto ripida. Alle 14:00 ci siamo resi conto che non potevamo andare oltre: uno dei nostri portatori aveva avuto una grave emorragia e noi stessi eravamo completamente esausti. Secondo i nostri calcoli, avevamo raggiunto un’altezza di 22.259 piedi e, nonostante la nuvolosità considerevole, abbiamo potuto ammirare alcune splendide viste delle vette dell’Abi Gamin. Il nostro portatore malato è stato immediatamente portato giù da alcuni membri del gruppo, che lo hanno perso lungo il cammino. Dopo intense ricerche, è stato dato per morto. È stata una sorpresa davvero gioiosa ritrovarlo a Badrinath, dopo essere stato raccolto da alcuni Bhotia sulla strada per Mana. Vagava da solo da tre giorni senza cibo.” La discesa a Badrinath, a 3.169 metri, avvenne attraverso un passo che valicava a 6.234 metri. In effetti avevano stabilito un nuovo record di altitudine sino ad allora raggiunta da un essere umano, apparentabile non a caso a quello conseguito mezzo secolo prima da Humbold sul Chimborazo. È evidente che loro il tentativo era stato ispirato da quell’esempio.

L’esperienza li aveva conquistati a un punto tale che Adolph si staccò nuovamente dal fratello e tornò in Tibet, questa volta sotto mentite spoglie, per completare le sue mappe. Viaggiando da solo riuscì a infiltrarsi facilmente, e godette ancora gli incredibili panorami che lo avevano affascinato. Fece poi ritorno lungo la valle del Gange. Anche Robert nel frattempo era arrivato sino alle sorgenti del fiume sacro, ridiscendendone poi con fatica attraverso passi già fortemente innevati. I due si ritrovarono verso la fine di ottobre.

Solo nell’aprile del 1856 i tre fratelli provarono la gioia di essere tutti riuniti a Simla; vennero confrontati gli esiti delle rilevazioni e tarati nuovamente gli strumenti, e si intraprese l’esplorazione delle montagne occidentali.

Il 3 maggio 1856 partirono insieme per Kulu, ma si separarono dopo un paio dio giorni. Hermann scelse ancora una volta la via più orientale, entrando nel Ladakh, attraverso il passo Parang, alto 5.637 metri. Effettuò una serie di osservazioni presso il lago Pangkong, il più grande specchio d’acqua dell’India britannica, per studiare il fenomeno della salinità delle acque lacustri, e di qui scese poi nella valle dell’Indo, fermandosi per un breve periodo a condividere la vita monastica buddista. Il 23 luglio incontrò Robert, che era transitato per un altro passo ed era arrivato tre settimane prima a Lek, la capitale del Ladakh. Dal canto suo invece Adolph proseguì nella caccia ai ghiacciai, arrivando sino alle montagne del Pamir, visitando il ghiacciaio Baltoro, il più lungo del mondo, transitando ai piedi del K2 e valicando il passo Mustag, dove imperversavano bande di predoni tibetani.

Nel frattempo Hermann e Robert intrapresero un viaggio verso il Turkerstan, per vie mai percorse da un europeo. Partirono da Lek il 24 luglio 1856 e raggiunsero il Passo del Karakorum, a 5568, metri senza incidenti. Hermann voleva dimostrare definitivamente che a quel punto si situava lo spartiacque tra l’Asia centrale e l’India, e avanzò sino a valicare il passo del Künlün. Il 10 agosto i due fratelli, travestiti e seguiti solo da pochi fedeli compagni e da alcune pecore che dovevano garantire il sostentamento, cavalcarono nella steppa senza seguire alcuna traccia di sentiero. Ancora una volta il freddo pungente uccise alcuni animali, e per quindici giorni non incontrarono altre persone.

Il viaggio di ritorno fu completato con successo Fu probabilmente in questa occasione che videro e disegnarono per la prima volta il Nanga Parbat. Una volta tornati a Lek spedirono tutto il materiale di osservazione e scesero verso il Kashmir. A Rawalpindi nell’ottobre del 1856 ritrovarono Adolph. Sarebbe stato il loro ultimo incontro.

Due mesi dopo, a dicembre, si separarono nuovamente.

Robert iniziò direttamente il suo viaggio di ritorno, scendendo in barca lungo i fiumi Jehlam, Chenab e Satlej fino all’Indo, e seguì quest’ultimo fino alla sua foce a Karachi; da lì, continuò via terra. Con una marcia di 2.400 chilometri a cavallo e su cammelli, durata quattro mesi e mezzo, raggiunse Surat e si imbarcò per Bombay. Nel frattempo era però già scoppiata la rivolta dei cepoys, e per gli occidentali l’atmosfera si era fatta pesante. Conveniva cambiare aria alla svelta. Pertanto, dopo che ebbe spedito le ultime cose raccolte Robert fece una deviazione per Ceylon e si imbarcò lì per l’Europa il 14 maggio 1857.

Hermann arrivò nello stesso luogo proveniente da Calcutta, che aveva raggiunto passando per Lahore, Agra e Patna, e facendo una ulteriore deviazione per il Nepal. Il 30 maggio, i due fratelli si incontrarono al Cairo, si imbarcarono ad Alessandria il 2 giugno e sbarcarono a Trieste il 7 giugno.

Hermann Schlagintweit, Monastero buddista di Hemis nel territorio indiano di Ladakh (1856)

Adolf, dal canto suo, voleva invece sfruttare sino in fondo il tempo che ufficialmente gli rimaneva a disposizione, e magari rientrare poi in patria via terra, sconfinando nel Turkestan e passando per la Russia. Dopo essersi separato dai fratelli a Rawalpindi, progettò di esplorare le montagne di confine con l’Afghanistan. Riuscì ad ottenere i necessari lasciapassare. ma dopo aver preso contatto con le carovane dirette nel Turkestan decise di volgere a nordest. Voleva attraversare il Künlün più a est di quanto i suoi fratelli fossero riusciti a fare l’anno precedente, per verificare se esistessero potenziali vie di valico più agevoli. Si rifornì di beni di scambio e all’inizio di maggio la sua piccola carovana con animali e provviste si mise in cammino lungo percorsi meno battuti per passare inosservata. Una volta attraversato il Karakorum e raggiunto il Turkestan iniziarono le difficoltà. Molti cavalli furono rubati, la carovana era costantemente seguita e attorno ad essa si aggiravano personaggi sospetti. Adolph scelse dapprima di tentare di depistare i predoni percorrendo valli periferiche e dirigendosi verso Yarkand; poi, essendogli giunte voci di una rivolta in corso, mandò in avanscoperta alcuni uomini per raccogliere informazioni attendibili. La rivolta in effetti c’era già stata e avevo visto trionfare Wali Khan, un sanguinario capobanda tartaro, che aveva fatto erigere appena fuori la capitale Kashgar una piramide di teschi dei suoi nemici catturati e giustiziati. Gli uomini di Adolph furono intercettati e lui stesso fu posto sotto sorveglianza, sino a che riuscì a lasciare Yarkand per dirigersi temerariamente verso Kashgar, dove chiese udienza a Wali Khan. In risposta arrivò l’ordine della sua decapitazione, che fu eseguita immediatamente, il 27 agosto 1857. La sua testa finì in cima alla piramide di teschi.

Anni dopo Hermann avrebbe scritto: “Secondo alcuni resoconti, morì per aver sposato la causa di alcuni prigionieri britannici Bhot Rajput e per aver usato la sua influenza per salvarli dall’essere giustiziati o venduti come schiavi”. Era un tentativo per nobilitare una morte tanto assurda, mentre è più probabile che sia stato semplicemente considerato una spia della Compagnia o del governo britannico.

Le circostanze della sua morte furono rese note in Europa solo due anni dopo, nel 1859, quando Chokan Valikhanov visitò Kashgar travestito da mercante e tornò nell’Impero russo con la testa del giovane scienziato.

A Kashgar fu eretto trentun anni dopo, nel 1885, un monumento alla memoria di Adolph, su iniziativa non inglese né tedesca, ma della Società geografica imperiale russa, con la partecipazione del governo imperiale cinese. La cosa rimbalzò in Europa e si trasformò per un momento in una grande festa internazionale. Poi tutto rientrò nel silenzio, e del monumento da diverso tempo si è persa ogni traccia.

Adolph von Schlagintweit

In complesso i tre fratelli avevano percorso a piedi, a cavallo o in barca, la bellezza di quasi 29000 km. Avevano attraversato foreste, pianure, deserti, paludi, avevano arrampicato su rocce e camminato su ghiacciai. Per le loro peregrinazioni reclutavano anche guide locali, soprattutto nelle tratte himalayane, ma lungo tutto il viaggio si affidarono al preziosissimo turkmeno Mohammed Amin, che fungeva anche da interprete e da tramite sia con gli equipaggi che con le popolazioni e le autorità delle diverse regioni. Compito non facile, tenendo conto che ogni singola spedizione si muoveva avendo al seguito tende, bagagli, collezioni e strumenti, e quindi nutrite schiere di conducenti di cammelli, di portatori e di guardie armate. Se può significare qualcosa, in tre anni non ci fu mai un ammutinamento e pochissime risultarono le defezioni tra gli uomini reclutati.

Hermann racconta che nelle occasioni in cui i fratelli con i rispettivi gruppi di accompagnatori si incontravano a un appuntamento il gruppo formava “un museo etnografico di esemplari viventi”. Ciascuno dei suoi componenti, a seconda della regione di provenienza, della casta di appartenenza e del credo religioso, dialogava, cucinava, pregava, si muoveva in base a regole sue, e questo doveva dare origine a una bella confusione. Che tuttavia gli Schlagintweit, per quel che mi è parso di capire, erano in grado di governare con le giuste dosi di tolleranza e di decisione.

L’accoglienza riservata loro dai locali era quasi sempre – fatta eccezione per alcuni episodi in territori fuori dal controllo della Compagnia – calorosissima. Nei momenti di pausa erano ospitati, anche per lunghi periodi, nelle ville e nei palazzi dei rajà e dei notabili locali, che si adoperavano per facilitare loro il reclutamento di guide e portatori, il reperimento degli animali da trasporto, l’espletamento delle ricerche e degli esperimenti scientifici. Non sempre l’ospitalità era gratuita, capitava anche, come racconta quasi divertito Hermann, che al momento di rimettersi in viaggio si trovassero conti piuttosto salati da pagare, ma nel complesso erano visti con grande simpatia.

Immagino che proprio l’eterogeneità dei componenti, l’immagine un po’ brancaleonesca della spedizione, abbiano contribuito a dissipare il sospetto di prevaricazione che accompagnava ogni iniziativa dei “colonizzatori” occidentali. Da parte loro gli Schlagintweit mostravano per ogni aspetto delle culture diverse che incontravano e per l’ambiente nel quale si erano sviluppate un interesse genuino, pulito, scientificamente asettico: non si rapportavano con dei sudditi, come accadeva agli inglesi, ma con degli interessanti soggetti umani. E questo atteggiamento di rispetto, seppure inconsapevolmente adottato, dettato da una differente condizione politica, faceva la differenza con gli uomini della Compagnia.

Il loro non fu comunque un viaggio turistico e nemmeno una fuga in cerca di avventura. Durante il soggiorno in India e nell’Alta Asia non si limitarono alle osservazioni magnetiche, fisico-geografiche e geologiche previste dal programma originale. Raccolsero piante e semi, campioni di roccia e di suolo, esemplari zoologici, scheletri e teschi umani, dati antropometrici, tessuti indigeni, oltre 1.400 oggetti etnografici, manoscritti tibetani e indiani, 106 volumi in folio con le registrazioni magnetiche e meteorologiche e con le osservazioni sui percorsi. A questi si aggiunsero i superbi dipinti di Hermann e Adolph, le mappe e persino una primordiale documentazione fotografica: un totale di 751 immagini e numerose fotografie. Hermann tra l’altro aveva anche adottato un sistema per ottenere col gesso dei calchi facciali, e riportò in Europa diverse di queste maschere. In qualche modo anticipò i metodi di misurazione antropometrica che sarebbero divenuti correnti nella seconda metà del secolo con l’affermarsi del positivismo lombrosiano.

Contribuirono insomma in maniera decisiva alla conoscenza geologica, meteorologica e orografica dell’Himalaya, ma anche all’etnografia e alla storia culturale della regione.

Appena rientrati i due fratelli superstiti si recarono a visitare Humboldt, per annunciargli che avevano confermato sul terreno molte delle sue ipotesi teoriche. Ma la visita risultò malinconica e molto deludente: trovarono il vecchio maestro, quasi novantenne, ormai incerto nella memoria e spiritualmente piuttosto spento (intendiamoci: relativamente agli standard consueti di Alexander. In quel periodo scriveva infatti ancora quotidianamente moltissime lettere e stava licenziando il quinto volume del Cosmos), Da lui comunque, per la fase cruciale della sistemazione e della divulgazione del materiale raccolto, non potevano più attendersi alcun aiuto. Per il resto, al rientro in Germania furono accolti trionfalmente, e cominciarono a ricevere riconoscimenti nazionali e internazionali.

Per quanto sgomenti per la sorte di Adolph, che al di là della perdita umana poneva problemi nell’analisi dell’enorme materiale di ricerca, per l’incertezza su tempi e luoghi dei dipinti o degli esperimenti condotti, Hermann e Robert si dedicarono col massimo impegno alla sistemazione e alla sintesi delle loro osservazioni. Prevedevano di pubblicare nove volumi, e in effetti tra il 1861 e il 1863 apparvero i primi tre: poi per svariati motivi il lavoro rallentò, tanto che il quarto volume vide la luce solo diversi anni dopo. L’opera, pubblicata in inglese sotto il titolo Results of a scientific mission to India and High Asia (Lipsia 1860-66), fu recensita favorevolmente, a dire il vero più per la ricchezza dell’iconografia e la bellezza e precisione dell’atlante che per il valore intrinseco delle documentazioni e delle misurazioni, ma ri mase poi incompiuta.

Anche la loro vita successiva fu consacrata alla ricerca. Nessuno dei due si sposò.

Hermann Schlagintweit

Hermann si dedicò anima e corpo all’analisi scientifica e alla gestione organizzativa dell’enorme collezione, ma scrisse e pubblicò anche (in tedesco) un resoconto popolare dei suoi viaggi (Reisen in Indien und Hochasien, 4 voll., 1869-80). Il libro non conobbe un gran successo di pubblico, probabilmente perché arrivava a troppi anni dai fatti, in un periodo in cui l’interesse andava spostandosi verso l’Africa, trainato dalle esperienze di esploratori popolari come Barth, Rohlfs e Nachtigal. La sua salute, già gravemente compromessa in India, andò peggiorando e lo portò a morte nel gennaio del 1882, a Monaco di Baviera. Quando gli eredi svuotarono le sue cose, scoprirono che tutta la sua corrispondenza scientifica e i suoi esemplari vegetali erano stati divorati dalla muffa, quasi a simboleggiare concretamente quello che in fondo egli stesso considerava un fallimento. Di lui rimasero, per espressa volontà testamentaria, il cranio e il cervello, donati ad una collezione di resti di uomini illustri conservata presso il Royal Anatomy Institute.

Robert Schlagintweit

Robert fu nominato nel 1864 professore di geografia presso l’Università di Giessen. Nel 1868 fu invitato da un ateneo statunitense a compiere nel paese un lungo giro di conferenze, che riscosse un grande successo. Si appassionò alla storia e alla natura nordamericane, tornò a più riprese negli Stati Uniti e pubblicò poi in Germania una serie di libri su quegli argomenti. Anche lui però ebbe una vita breve. Morì a Giessen nel 1885.

Persino un quarto fratello, Edward, morì in battaglia a poco più di trent’anni. Si direbbe che come quella di Tutankhamon anche la maledizione del Nanga Parbat, “la montagna assassina” oltre che “nuda”, abbia colpito a distanza chi l’ha scalata o ha tentato di farlo, ma anche chi degli occidentali l’ha vista per primo e l’ha fatta conoscere, e addirittura i loro congiunti. Anzi, sembra che la leggenda di questa maledizione sia nata proprio a seguito della tragica sorte toccata ad Adolph. La veduta panoramica del massiccio, una rappresentazione dettagliatissima e scientifica come tutte quelle prodotte dagli Schlagintweit, diede avvio ad una successiva campagna di esplorazione condotta soprattutto dai tedeschi, e culminata nel 1953 con la conquista della vetta da parte di Hermann Buhl (l’unica prima assoluta su un ottomila compiuta in solitaria e senza ossigeno). Nel secolo intercorso tra le due vicende moltissime sono state le vittime dei diversi tentativi falliti di ascensione, a partire da Mummery, ma quantomeno sono ricordate nella storia dell’alpinismo. I dimenticati sono invece proprio loro, i nostri tre fratelli (provate a verificare la voce Nanga Parbat su Wikipedia). La maledizione colpisce a quanto pare anche in un modo più sottile, e non meno doloroso: soffocando la memoria nel silenzio.

Questo ci riporta dopo un lungo giro all’oblio sceso sugli Schlagintweit. Credo vi abbia concorso tutta una serie di motivi. Alcuni li ho già accennati, altri penso di poterli desumere dal contesto culturale e politico nel quale gli esploratori prussiani si trovarono ad agire.

Hermann e Adolph Schlagintweit, foglio con etichette che identificano cime e ghiacciai per la cromolitografa dei Grossglockers

Intanto, come ho già anticipato, c’è il fatto che gli Schlagintweit sono stati educati e rimangono ancorati ad una scuola di pensiero scientifico che si avvia velocemente ad essere superata: chiudono un periodo, non ne aprono uno nuovo, e anche se forniscono molto materiale per gli sviluppi della geografia e dell’antropologia futura non sono dei positivisti. Il loro credo e il loro modus operandi sono totalmente humboldtiani, in qualche modo guardano indietro all’idealismo, e dobbiamo ricordare che a dispetto dell’enorme successo riscosso al suo primo apparire il persino Cosmos fu poi quasi immediatamente reso obsoleto da ciò che accadeva nel frattempo nelle accademie scientifiche, e con esso il suo autore. L’anno della morte di Humboldt è quello della pubblicazione de L’origine delle specie, e anche gli humboldtiani più entusiasti, compresi quelli tedeschi come Haeckel, non tardarono a convertirsi al credo evoluzionistico darwiniano.

Un altro motivo cui ho già fatto cenno sta nel passaggio ad una diversa concezione dell’alpinismo, e conseguentemente anche del racconto alpinistico: l’argomento ha cominciato ad attirare l’attenzione del grande pubblico, e attorno ad esso si crea un diverso tipo di interesse editoriale e di utenza, che privilegia il racconto avventuroso e la narrazione drammatica e decreta il successo commerciale del genere. Lo stesso Humboldt aveva invece dovuto editare la sua sterminata opera pagando di tasca propria e riducendosi in pratica sul lastrico. In questo frangente persino la Royal Society, che aveva commissionato e in parte finanziato la spedizione degli Schlagintweit, rifiuta di accollarsi le spese di pubblicazione (e ciò spiega perché ad oggi non esista una traduzione in inglese del diario di viaggio). Il paradosso però è che per certi versi i nostri potrebbero addirittura essere considerati precursori del nuovo modello narrativo, in quanto hanno rotto gli schemi del resoconto alpinistico tradizionale, dello scarno diario di salita in luoghi comunque conosciuti e vicini. Aprono agli occhi europei una finestra su un’area, l’Himalaya, che ancora oggi è sinonimo di esotismo: figuriamoci quanto doveva esserlo oltre un secolo e mezzo fa.

Una malcelata ostilità si manifesta anche nel mondo accademico. Molte istituzioni scientifiche non digeriscono il fatto che per una operazione così vasta e complessa si sia fatto ricorso a tre stranieri, per di più molto giovani e quasi sconosciuti negli ambienti che contavano. Il malumore è alimentato anche dal fatto che a Hermann e a Robert, in qualità di primi europei ad aver attraversato il Künlün, sia stata conferita dall’imperatore Alessandro II una alta onorificenza e il titolo di “Sakünlünski”, in un momento nel quale l’Inghilterra combatteva in Crimea proprio contro la Russia: e che l’onorificenza sia stata accettata.

Altre contingenze politiche oscurano poi immediatamente il lavoro e le vicende dei tre fratelli. Nello stesso anno in cui Adolph viene ucciso scoppia la rivolta dei Sepoys, che sarà soffocata a fatica, dopo il massacro di moltissimi inglesi residenti in India e la feroce repressione immediatamente seguita. È chiaro che la notizia della morte di un giovane esploratore, per di più straniero, non poteva trovare alcuno spazio nell’informazione.

Contestualmente a tutto questo c’è il passaggio definitivo dei poteri dalla Compagnia delle Indie al governo inglese. Gli Schlagintweit perdono dunque il principale committente, il che significa non poter sperare in ulteriori finanziamenti per portare a compimento l’opera di sistemazione e di divulgazione dei dati.

La rimozione avvenuta negli anni successivi è anch’essa legata al mutamento del clima politico internazionale. Nell’era di Bismark e dopo l’unificazione della Germania i rapporti tra questa e l’Inghilterra si raffreddano alquanto, vuoi per la concorrenza coloniale che le due potenze si fanno in Africa, vuoi per la politica di riarmo anche navale avviata dal cancelliere, vuoi infine per l’attenzione che la Germania comincia a manifestare per il Vicino e il Medio Oriente. È degli anni ottanta del XIX secolo l’avvicinamento all’impero ottomano e il progetto della ferrovia che da Berlino doveva portare a Baghdad, via Istambul e Ankara.

Trovo strana, invece, la scarsa attenzione prestata alle imprese degli Schlagintweit dal nazismo, in particolare da Himmler, che pure aveva per l’Himalaya un’autentica fissazione: aveva creato l’Ahnenerbe, Società di Ricerca dell’Eredità Ancestrale, dedita allo studio della storia antropologica e culturale della razza ariana, le cui origini erano postulate nell’Asia centrale; credeva nell’esistenza della mitica Shambhala o in qualcosa di simile, e aveva organizzato diverse spedizioni scientifico-alpinistiche nel Tibet nel corso degli anni trenta. Mi sarei atteso che vedesse nei fratelli dei precursori, mentre non li ho mai trovati citati nella storia di questa follia. Ma forse gli Schlagintweit erano troppo legati a Humboldt, lui stesso autore rimosso dalla cultura tedesca in epoca nazista, in quanto troppo democratico, e per di più omosessuale e amico degli ebrei.

Infine, come già accennavo, ha pesato senz’altro anche il ritardo col quale i risultati della spedizione sono stati pubblicati. A ordinare l’immensa mole dei materiali raccolti nei loro vagabondaggi asiatici gli Schlagintweit si dedicarono subito, ma per l’interpretazione, la classificazione e l’elaborazione dei dati l’assenza di Adolph si rivelò quasi paralizzante in molti settori. Robert a sua volta cominciò ad essere molto impegnato dal suo incarico universitario e dalle conferenze che era chiamato a tenere in giro per tutta la Germania (e anche fuori: arriverà a collezionare oltre mille conferenze in 400 località diverse). Hermann, che tra l’altro era alquanto debilitato dalla malaria contratta nell’Assam, era ulteriormente frenato da molti dubbi, che si moltiplicarono per il continuo affluire di nuovi dati forniti dagli studiosi e dai funzionari che operavano in India, e che in molti casi superavano o contraddicevano quelli che aveva a disposizione. Il compito di sintetizzare i singoli lavori in un insieme armonioso, in qualcosa che potesse stare alla pari col Cosmos, rimaneva irrisolto.

Azzardo ora qualche considerazione sulle modalità del lavoro di ricerca degli Schlagintweit, che si traduce poi in una forma peculiare di comunicazione sia letteraria che visiva. Poche cose: ci vado cauto perché la mia conoscenza diretta della loro opera è limitata, ma un’idea di massima penso di essermela fatta.

A differenza di quanto accade nell’opera di Humboldt, la loro attenzione è concentrata esclusivamente sul mondo naturale. Nei loro resoconti non rientrano digressioni su economia, società, politica, cultura, lingua — in breve, qualsiasi aspetto “umano”: così come evitano ogni riferimento a se stessi che non abbia un riscontro “oggettivabile”, che non possa trovar posto in una sorta di manuale di istruzioni. Descrivono anche la loro esperienza attraverso un cumulo di dettagli, informandoci ad esempio dei calzini e delle calzature che indossano. Non sono divagazioni gratuite: calzini e scarpe sono essenziali nel bagaglio di un viaggiatore, e può tornare molto utile sapere tutto su cosa indossavano gli Schlagintweit, non solo ai piedi, ma a copertura di tutto il corpo o del capo, o cosa portavano con sé, e come l’hanno imballata, come hanno viaggiato, da quanti servitori e guide erano accompagnati, che lingua parlavano, cosa mangiavano, dove dormivano, quali percorsi prendevano, cosa vedevano, e com’era il tempo.

Adolph Schlagintweit, La catena montuosa del Kunda, nel Nilgiris, nell’India meridionale (acquarello, marzo 1856)

Volevano dare una immagine accurata del mondo, che di per sè è un nobilissimo intento, ma che andrebbe perseguito con un filo in più di ironia, intesa quest’ultima letteralmente come “distacco”. L’immagine del mondo la creavano per accumulo quantitativo di dati: le loro pagine sono piene di paesaggi, profili e sezioni. Ogni osservazione, ogni misura, ogni campione raccolto, aggiungeva dettagli alla loro descrizione. L’idea era permettere alla natura di parlare direttamente e, di conseguenza, il linguaggio era visivo: un tracciamento grafico, una proiezione dello schermo, una lettura del metro.

L’adozione di questo modello comunicativo la si può verificare nei modi di rappresentazione del paesaggio. Quando c’è, la presenza umana è appena percepibile, confinata ai margini dei dipinti o confusa con gli elementi naturali: quasi come accade nella pittura paesaggistica cinese. La cosa balza agli occhi se si raffrontano i loro quadri con quelli dipinti da Bompland durante il viaggio con Humboldt, o da Humboldt stesso: là le figure umane sono dentro il quadro, vivono all’interno di esso e della natura che rappresentano, non guardano il paesaggio con l’occhio dell’entomologo, ma con quello di chi ne è partecipe.

Anche la rappresentazione letteraria presenta questa caratteristica. Per quanto ho potuto verificare, Hermann nel suo racconto non lascia alcuno spazio al trasparire delle emozioni. Descrive la natura attorno a sé e i modi in cui viene affrontata e studiata, ma non le reazioni di fronte agli spettacoli che offre e alle domande che suscita. Un grande geografo suo contemporaneo, Elisée Reclus, arrivava a far parlare le cose, la natura; dialogava con esse, non le catalogava. Dietro questo tipo di approccio c’era una peculiare tradizione romantica che risaliva a Rousseau e a Bernardin de Saint Pierre, e passava per Lamartine, mentre alle spalle degli Schlagintweit c’erano piuttosto Heghel e la fenomenologia goethiana.

La loro non è comunque solo una forma quasi patologica di integralismo scientifico, o di pignoleria. Credo che questo modello rispondesse in fondo per molti versi al sentire di un pubblico imbevuto di grandi aspettative culturali, e in particolare di quelle rivolte alla scienza. A metà del XIX secolo la scienza fioriva in ogni forma istituzionale — in mostre e conferenze, in discipline e società, e in laboratori e riviste. Stava diventando, per i settori della popolazione più acculturati, una specie di religione laica. E quindi assumeva anche una valenza etica, non disgiunta da quella estetica. Il “vero” che gli Schlagintweit indagavano e ritraevano portava con sé una nuova idea del “bello”, e la sua conoscenza non poteva che orientare al “bene”. Ciò che mi trova perfettamente d’accordo.

L’impressione che ho ricavato da questa storia, e che mi ha indotto poi a ricostruirla, è che si tratta di una delle tante “rimozioni” nelle quali mi imbatto costantemente. Mi sono detto che se questo capita con tanta frequenza una ragione ci sarà, e credo di poterla indicare nel fatto che sì, ho interessi storici un po’ particolari, ma più ancora che affronto qualsiasi vicenda storica con uno sguardo che definirei “laterale”. Non posso certo pretendere che siano gli altri ad allinearsi al mio punto di vista, ma nemmeno intendo costringere il mio in modelli conoscitivi e interpretativi “ortodossi”, siano essi accademici o semplicemente quelli più in voga.

Vado quindi a ripescare episodi, vicende, personaggi che sembrano ormai esclusi da qualsiasi palinsesto, magari perché poco spettacolari, perché inadatti a costituire dei riferimenti (in questo caso neppure per i normali appassionati di montagna), e da ultimo perché “politicamente” non riconducibili alla “correttezza”. Le mie “riscoperte” non pretendono di offrire delle primizie, non rivendicano alcuna esclusività: mi è già più volte accaduto di scoprire che dei personaggi o delle vicende di cui tratto si stanno occupando, o si sono occupati, molti altri: e mi è accaduto appunto perché ho focalizzato e approfondito la ricerca. È capitato ad esempio con Humboldt, con Timpanaro, con Caffi, e ultimamente con la vicenda della tratta araba. Evidentemente ho solo raccolto cose che giravano nell’aria, sia pure in sordina. Solo in pochissimi casi, con storie come quella di Marnier, o di Vidua, o degli aspetti meno conosciuti della vita e dell’opera di Edward Lear o di Wilkie Collins, posso vantare un minimo di originalità nella scelta degli argomenti. Ma questo non ha alcuna importanza.

Non ha importanza perché questo scritto, come tutti gli altri miei, non ha presunzioni di dignità storica o letteraria. L’ho postato per condividere con gli amici e con i frequentatori del sito una storia che mi appassionava da un pezzo ma conoscevo solo a bocconi, e che volevo vedere finalmente raccolta in una narrazione coerente. Purtroppo, per quanto abbia cercato di ricostruirla nel modo più preciso e documentato possibile, sconto la scarsa confidenza con lingua tedesca, l’unica nella quale avrei potuto raccogliere dati più attendibili ed esaurienti. Mi sono premurato almeno di non buttare lì cose non verificabili e di correggere gli svarioni clamorosi che ho trovato sparsi sul web (Wikipedia, nelle tre righe che dedica, dà per partecipante alla spedizione anche il “cugino” Emil!).

Ho voluto affrontare comunque l’argomento in ottemperanza ad un mio particolare imperativo etico, quello della lotta contro l’ignoranza, in qualsiasi contesto e in qualsivoglia forma essa si manifesti. Immagino che per i più conoscere o meno le vicende dei fratelli Schlagintweit e financo sapere della loro esistenza sia perfettamente indifferente, ma mentre prima una loro storia raccontata nella nostra lingua non c’era, adesso c’è. L’ignoranza rimane un diritto, ma non è più giustificabile dall’oggettiva assenza di un accesso al sapere.

E infine, diciamola tutta: i tre fratelli mi hanno suscitato, al di là dell’ammirazione per il coraggio e della stima per la serietà con la quale hanno affrontato i loro compiti, una grandissima simpatia: dalla loro narrazione traspare, a dispetto della voluta asetticità e della discrezione dietro le quali si trincerano, un sincero calore umano. Per tutta la durata della spedizione sembra non esserci stata tra loro l’ombra di un contrasto: si ritrovavano con gioia e si separavano fiduciosi nella capacità degli altri di cavarsela e di far bene il proprio lavoro. Non li sfiorava l’invidia, non avevano alcun bisogno di primeggiare. Riesco persino ad immaginali visivamente, al loro ultimo incontro, seduti a Simla a sorseggiare tè in una veranda aperta sullo spettacolo delle montagne, a scambiarsi aneddoti, informazioni, dubbi, Robert con l’eccitazione del ventenne, Adolph col piglio di chi ha in testa un programma e intende portarlo a compimento, Hermann malaticcio ma anche lui risoluto a non mollare. Non erano solo fratelli, erano amici nel senso più ricco della parola.

La loro vicenda mi ha commosso, ma mi ha anche indispettito. Siamo praticamente costretti a sapere tutto di squallidi ruffiani o di feroci mafiosi, ci fanno su libri o film o serie televisive, e non c’è la minima memoria di coraggiosi protagonisti della storia della conoscenza.

Per questo ho voluto cercare di far rinverdire, almeno nella mia minuscola aiuola, il “trifoglio” di Humboldt. Spero di esserci riuscito. E penso immodestamente che lui ne sarebbe soddisfatto.

Adolph Schlagintweit, Interno del tempio buddista del monastero Mangnang a Gnari Khorsum (acquarello, agosto 1855)

Bibliografia

Hermann e Adolph Schlagintweit – Untersuchungen über die Physicalische Geographie und die Geologie der Alpen (1 vol. + atlante) – Leipzig, Wetzel, 1850

Hermann e Adolph Schlagintweit – Untersuchungen über die physikalische Geographie und Geologie der Alpen (1 vol. + atlante) – Lipsia, 1854

Hermann, Adolph e Robert Schlagintweit – Results of a scientific mission to India and High Asia: undertaken between the years MDCCCLIV and MDCCCLVIII, by order of the court of directors of the hon. East India Company (4 vol.) – Lipsia e Londra, 1861–66

Hermann Schlagintweit – Reisen in Indien und Hochasien. Eine darstellung der landschaft, der cultur und sitten der bewohner, in verbindung mit klimatischen und geologischen verhältnissen – Jena, H. Costenoble, 1869-80

Helga Alcock – Three pioneers: the Schlagint. Weit brothersThe Himalayan Journal 36, 1980

Giorgio e Laura Aliprandi – Le grandi Alpi nella cartografia (vol. 1, pag. 300-301) – Priuli & Verlucca, 2005

Riccardo Cerri, La spedizione degli scienziati tedeschi Adolf e Hermann Schlagintweit sul Monte Rosa nel 1851 e la loro permanenza al ricovero Vincent (3150 m), Notiziario CAI Varallo, dicembre 2001, pp. 14-16

Moritz Brescius, Friederike Kaiser, Stephanie Kleidt (a cura di) – Uber Den Himalaya: Die Expedition Der Bruder Schlagintweit Nach Indien Und Zentralasien 1854 Bis 1857 – Vandenhoeck & Ruprecht Gmbh & Co, 2015

Gabriel Finkelstein –Conquerors of The Künlün? The Schlagintweit Mission to High Asia, 1854-57 – Phil Archive

Helmut Mayr – Schlagintweit-Sakünlünski, Hermann Alfred Rudolph von – in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 23-25

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Sven Hedin – Transhimalaya – The Macmillan Company, 1909 (da The Project Gutenberg ebook)

John Keay – Quando uomini e montagne si incontrano – Neri Pozza, 2005

Herman Schlagintweit, Panorama del lago e dei giardini vicino a Srinagar, Kashmir (acquarello, ottobre 1856)

Herman Schlagintweit, La catena dei Kuenlúen, da Súmgal, in Turkistán (acquarello, agosto 1856)

Herman Schlagintweit, Il lago salato Tsomognalari, a Pangkong, Tibet occidentale (acquarello, agosto 1856)

Appendice

da Helmut Mayr – Schlagintweit-Sakünlünski, Hermann Alfred Rudolph von – in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 23-25

Il 2 dicembre, i fratelli partirono da Bombay per Madras. Adolf prese la via meridionale via Mahabaleshwar, esplorò le gole dei Ghati occidentali e incontrò i suoi fratelli a Pune, che avevano risalito il Deccan lungo la Grande Strada. Viaggiarono insieme fino a Bellari; poi Adolf studiò i pendii settentrionali dei Ghati orientali, mentre gli altri due fratelli si diressero a sud e, da Bangalore in poi, presero strade diverse per raggiungere Madras. Durante questo viaggio, compiuto interamente a cavallo, le osservazioni geologiche occuparono la maggior parte dei loro diari. I tre fratelli raggiunsero Calcutta in nave e risalirono le pianure del Gange. Da lì, Robert esplorò l’India centrale nella catena montuosa dell’Amarkantak, mentre Adolf si spinse inesorabilmente verso sud per apprendere le caratteristiche geologiche delle catene montuose che, sul margine superiore del Deccan, impongono la loro direzione est-ovest sulle acque. Robert fu tra i primi europei ad avventurarsi nei temuti e leggendari Monti Amarkantak, i cui abitanti erano tra i popoli più incivili dell’India, veri e propri selvaggi. Mentre Robert rivolgeva la sua attenzione agli stati di Rewah e Gwalior, Adolf attraversò i Monti Vindhya e le propaggini orientali dei Monti Satpura, fermandosi solo al mare, nella regione del delta del grande fiume Godaveri. Il viaggio fu uno dei più lunghi intrapresi all’epoca; durò solo sette settimane (dal 19 dicembre 1855 al 7 febbraio 1856) e, grazie ai suoi ricchi risultati geognostici, consolidò l’alta stima di cui Adolf era tenuto come geologo in India. Queste osservazioni furono significativamente integrate dalle indagini che Adolf condusse nell’India meridionale nei mesi successivi. Da Rajamandri, Adolf salpò per Madras e da lì, dopo un breve soggiorno, verso il possedimento francese di Pondicherri. Da lì, nel Palki o nella bara, intraprese un viaggio via terra via Trichinapalli – già allora una stazione delle missioni cristiane che da allora hanno avuto un successo sorprendente – e salì sulla catena montuosa del Nilgiri. Attraverso l’altopiano di Maisur, Adolf tornò con un ampio arco a Madras e partì il 21 marzo 1856 per imbarcarsi su una nave diretta a Calcutta.

Hermann cercò l’Assam, la valle del Brahmaputra; nella prima parte del viaggio, i suoi studi si concentrarono sull’intricata rete di canali formata dalla confluenza delle possenti acque del Gange e del Brahmaputra nel loro corso inferiore. Il viaggio iniziò il 15 agosto 1855, direttamente in barca dalle pendici dell’Himalaya, proseguendo fino a Dacca e poi risalendo fino a Silhet, dove furono raggiunte le pendici meridionali dei Monti Khassia. Il tranquillo viaggio in barca fu propizio all’esecuzione di grandi disegni e acquerelli, che sono tra i dipinti più vividi e suggestivi che i fratelli riportarono a casa. Sfortunatamente, Hermann contrasse una febbre persistente durante i 44 giorni di permanenza in acqua nella stagione delle piogge, aggravata da un foruncolo maligno sulla schiena. L’incisione necessaria dovette essere affidata a un indigeno e Hermann non si riprese mai dalla perdita di forze subita a causa di questa malattia, sebbene il suo soggiorno sui Monti Khassia dal 29 settembre al 16 novembre 1855, ad altitudini non inferiori ai 1200 metri durante il periodo più freddo e favorevole dell’anno, gli procurasse un immediato miglioramento. Il suo soggiorno e l’attraversamento dei Monti Khassia divennero uno dei periodi più memorabili dell’intero viaggio; oltre a ogni genere di lavoro di storia naturale e alla produzione di disegni, si dedicò per la prima volta su larga scala a questioni antropologiche (misurando figure umane, realizzando calchi in gesso della parte anteriore del viso, raccogliendo teschi umani ben documentati e scheletri completi), nonché creando collezioni etnografiche e zoologiche.

Dopo essere sceso nella valle del Brahmaputra, Hermann trascorse due mesi in Assam e prolungò i suoi viaggi verso nord, fino all’Himalaya, e verso est, fino alle sorgenti del Brahmaputra. Sulla base delle misurazioni del volume d’acqua dei torrenti montani che confluiscono a Sadiya, Hermann si riteneva giustificato, secondo la gente del posto, nell’attribuire al Lohit la sorgente del Brahmaputra; tuttavia, viaggi più recenti di esploratori anglo-indiani hanno dimostrato che il Lohit è troppo breve per attribuirgli questa distinzione, e il Dihang, noto in Tibet come Tsangpo, è ora considerato il corso superiore del fiume.

Determinare l’influenza dei tipi di roccia e delle masse montuose più grandi sull’ago magnetico era un compito particolare per i viaggiatori e poteva essere portato a termine solo penetrando nel più grande sistema montuoso della Terra, l’Himalaya, con la catena del Künlün a segnarne il confine settentrionale. L’esplorazione di questa catena montuosa si adattava perfettamente alle inclinazioni dei fratelli, e i loro studi preliminari li avevano resi particolarmente adatti a tale compito. Di conseguenza, vediamo i viaggiatori muoversi attraverso questa catena montuosa con la massima perseveranza.

Tra il 16 novembre 1855 e il 30 gennaio 1856, Hermann fece un’incursione da Gauhati, Assam, via Mangaldai e Udalguri nel territorio del lama o abate sopra Tawang. La sua aspettativa di raggiungere lo spartiacque della cresta principale meridionale delle montagne non fu soddisfatta; i lama rifiutarono portatori e guide. Hermann dovette fermarsi a Narigun a un’altitudine di 1110 metri, ma dai punti panoramici riuscì ad avere una panoramica delle alte vette, la più vicina delle quali superava già il Monte Bianco, e tornò a Tezpur in Assam con una ricca collezione di schizzi e disegni di mappe.

Da maggio ad agosto 1855, Hermann intraprese una visita estremamente gratificante nel Sikkim britannico, abbinandola all’esplorazione delle catene montuose a ovest: i monti Sandakphu, Phallut e Singalila. Hermann dimostrò un’attività davvero notevole durante questo viaggio. Frutto di questa spedizione sono un’ampia serie di osservazioni, ampi panorami, 32 disegni di dimensioni minori e una consistente collezione dei più rari oggetti di culto buddhista provenienti dai monasteri di Pemiongtschi e Saimonbong, nonché dalle collezioni del dotto Chibu Lama, che all’epoca rappresentava il suo sovrano, il Principe del Sikkim, a Darjiling.

Mentre il Bhutan e il Sikkim indipendente erano tra i territori chiusi, Hermann, durante la sua visita a Kathmandu, capitale del Regno del Nepal, che occupa la parte centrale dell’Himalaya, ottenne un Parvana (una lettera di salvacondotto) dal sovrano. Hermann poté trascorrere un mese intero (dal 14 febbraio al 13 marzo 1856) in Nepal; tra le scoperte che fece con successo ci fu l’identificazione di Gaurisankar, “la montagna che racchiude Shiva e la sua consorte Gauri”, come il nome nativo della montagna più alta del mondo, con i suoi 8.840 metri. Gli inglesi avevano chiamato il Monte Everest in onore dell’illustre direttore dell’Ufficio Trigonometrico Indiano e, ancora nel 1886, tentarono di contestare la pretesa di Hermann di aver determinato il nome nativo. Tuttavia, la questione è stata nel frattempo chiarita a favore del ricercatore tedesco (cfr. ES in Petermann’s Mittheil, 1888, p. 338 e 1890; Survey of India Department, Dehra Dun 1890).

Mentre Hermann effettuava osservazioni nella parte orientale dell’Impero britannico indiano, Adolf e Robert affrontarono l’India centrale, l’Hindustan e le montagne a nord. Il viaggio da Calcutta via Patna, Benares, Allahabad, Fatehgarh e Bareli fino a Bhabar, ai piedi delle montagne sotto Nainital, richiese ben quattro settimane di posta espressa: all’epoca erano stati aperti solo i 110 chilometri di ferrovia tra Calcutta e Bardwan; oggi Bhabar è il capolinea ferroviario e i treni espressi completano il viaggio in 40 ore. A Nainital, le osservazioni magnetiche e i preparativi per il viaggio in alta montagna richiesero una permanenza di cinque settimane. Il 17 maggio 1855, i fratelli partirono per Munschyari (Shimpti), il quartiere invernale della popolazione tibetana. Robert reclutò lì i portatori necessari e attese il fratello a Milam, a un’altitudine di 3.439 metri, la residenza estiva degli abitanti. Adolf, nel frattempo, intraprese la sua prima spedizione ad alta quota nel magnifico paesaggio glaciale a sud-ovest di Milam. Sul Pindar, mise piede per la prima volta sul ghiaccio glaciale, sperimentando gli effetti dell’aria rarefatta a 5.000 metri di altitudine. I suoi compagni attribuirono questo fatto allo sfavore degli dei e fecero sacrificare ad Adolf una pecora per rappresaglia. Il mese di giugno fu trascorso instancabilmente scalando montagne e osservando da alti passi, raggiungendo l’impressionante altezza di 5.675 metri. Sulle mappe furono registrati non meno di 63 ghiacciai di primo ordine, compresi alcuni di 18 chilometri di diametro. C’erano vivaci scambi commerciali con le carovane in viaggio da e per il Tibet; il volume degli scambi durante i mesi estivi in questa valle alta altrimenti isolata valeva mezzo milione di marchi, perché il governo tibetano concedeva ai Bhutia il privilegio – ancora negato agli indù delle pianure – di accedere ai mercati del Tibet. Le misurazioni umane effettuate qui e le collezioni di manoscritti tibetani e beni commerciali acquisiti sono tra i più preziosi dell’intero viaggio. Gli zoologici erano altrettanto estesi. e collezioni botaniche. Il 4 luglio, i viaggiatori partirono per una deviazione verso il Tibet cinese. Inizialmente, si accamparono per tre notti alla formidabile altitudine di 5646 metri; poi progettarono di scendere nella pianura del fiume Satledj. Una guardia di frontiera cinese inizialmente costrinse gli esploratori a intraprendere una faticosa marcia verso ovest lungo il confine; dopo due giorni, elusero la sorveglianza camuffandosi con una frettolosa cavalcata di venti ore, ma i loro inseguitori li raggiunsero. Solo dopo lunghe trattative con il mandarino cinese a Daba, un’affascinante città rupestre le cui case sono tutte scavate nel morbido terreno di loess, la loro guida, un rispettato Bhutia di Milam, ottenne il permesso di proseguire il viaggio verso il Tsako (Choko) La, a 5351 metri di altitudine, un passo sullo spartiacque tra le valli del Satledj e dell’Indo. Contrariamente agli accordi, i viaggiatori tentarono di raggiungere Gartok, ma inaspettatamente si ritrovarono ad affrontare un distaccamento di oltre cento soldati tibetani. Tornarono quindi a sud-ovest, scalando la cima del Gunshankar, alta 5.702 metri, nella catena del Trans-Satledsch, portando ancora con sé il tavolo da disegno e la mappa. Seguirono il fiume Satledsch lungo la valle fino al grande monastero buddista di Mangnang e poi tornarono nel Garhwal britannico. Il loro soggiorno in Tibet durò dal 4 luglio al 12 agosto. Numerose misurazioni astronomiche e altimetriche, una ricca storia naturale e collezioni etnografiche, tra cui 20 disegni, sono il risultato di questa escursione verso nord, memorabile per le sue difficoltà e fatiche. Una nuova impresa di altissimo livello seguì il loro viaggio di ritorno. Da Mangnang, i bagagli furono inviati in avanti attraverso il Manapasse, alto 5.606 metri, fino al luogo di pellegrinaggio di Badrinath, dove circa 50.000 indù si recano in pellegrinaggio al santuario del dio Vishnu in estate. I ricercatori stessi risalirono il ghiacciaio Ibi Gamin a est, che scende dall’omonima vetta di 7.752 metri, nota anche come Kamot. Alla considerevole altitudine di 5.888 metri, stabilirono il loro ultimo accampamento sulla morena glaciale. Il mattino seguente, la neve ghiacciata facilitò la salita e solo a 6.766 metri la particolare stanchezza che si manifesta con la ridotta pressione atmosferica pose fine all’ulteriore ascesa. Questa altitudine di 6.766 metri è la massima altitudine mai raggiunta da un piede umano a fini scientifici. La discesa a Badrinath, a 3.169 metri, avvenne attraverso un passo a 6.234 metri.

Il magnifico scenario non diede tregua ai viaggiatori. Spinto dalla sua caratteristica sete di chiarezza, Adolf tornò in Tibet sotto mentite spoglie attraverso il Passo di Nana. Al Bogo La (a sud-ovest del Tsako La), a un’altitudine di 5856 metri, poté nuovamente ammirare la catena del Trans-Satledj, completò le sue mappe e scese, pienamente soddisfatto, attraverso il Passo di Nilang, a 5560 metri, nella valle del Bhagirati, la sorgente del Gange. Dopo aver attraversato la valle del Tons, si fermò più a lungo sul Kidarkanta, una cima di soli 3811 metri, ma un punto panoramico di prim’ordine da cui venne ricavato un disegno completo del magnifico panorama. Grazie alla pratica costante, Adolf aveva acquisito una tale sicurezza nel raffigurare le catene montuose che questo panorama, come la maggior parte delle sue vedute successive, fu realizzato a penna e inchiostro. Senza fermarsi, percorsero la valle fino a Masuri, dove, per la prima volta dopo mesi di ininterrotti viaggi in montagna, fu nuovamente possibile il contatto con gli europei. Robert partì da Badrinath via Josimath, scendendo lungo la valle fino a Gopeswar (di fronte a Chamoli), poi salì via Ukimath fino a Kedarnath, e in questo viaggio toccò i luoghi di pellegrinaggio alle sorgenti del Gange, che, nonostante la loro posizione remota, erano visitati da persone provenienti da tutta l’India. La stagione, tuttavia, era molto avanzata; l’attraversamento per Kharsali nell’alta valle di Chamna fu forzato attraverso passi montani innevati, e fu fatta una visita alle straordinarie sorgenti termali di Jamnotri. Il 21 ottobre, entrambi i fratelli si riunirono a Masuri e ora si affrettarono con un folto seguito di manoscritti di osservazione e collezioni di ogni genere verso le pianure dell’Indostani, al fine di sfruttare la stagione fresca, che Hermann aveva trascorso nella valle del Brahmaputra, per i viaggi già descritti, fino a Madras nel Nilgiri. Solo nell’aprile del 1856 i tre fratelli provarono la gioia di essere riuniti a Simla; vennero confrontati gli strumenti e si intraprese l’esplorazione delle montagne occidentali.

Il 3 maggio 1856, i tre fratelli partirono per Kulu, ma si separarono dopo la seconda notte di accampamento. Hermann scelse la via più orientale, seguendo la valle di Satlej fino a Vangtu, poi si diresse a nord, attraversò lo Spiti ed entrò nel Tibet occidentale, noto anche come Ladakh, attraverso il passo Parang, alto 5.637 metri. Hermann acquisì familiarità con le cause e gli effetti che trasformano i bacini lacustri endoreici del Tibet in laghi salati presso il lago Tsomoriri, che, con i suoi 25 chilometri di lunghezza e 5-8 chilometri di larghezza, è simile per forma e superficie al lago Starnberg, ma raggiunge una profondità di soli 75 metri. Le osservazioni effettuate lì furono integrate otto giorni dopo presso il lago Pangkong, noto anche come lago Tsomognalari, il più grande specchio d’acqua dell’India britannica, che si estende per 150 chilometri di lunghezza e 8 chilometri di larghezza. Da qui Hermann scese nella valle dell’Indo, sperimentò per la prima volta la vita monastica buddista su larga scala a Himis e il 23 luglio incontrò Robert a Le, la capitale del Ladakh. Robert aveva raggiunto il Tibet attraverso il passo Baralacha ed era arrivato a Le tre settimane prima. Adolf, alla ricerca di materiale per il suo soggetto preferito, si diresse verso ovest, visitò i ghiacciai dello Zanskar e poi attraversò instancabilmente una cresta dopo l’altra per raggiungere il prima possibile le alte valli del Balti, ovvero l’aspra provincia a nord del fiume Shayok dopo la sua confluenza con l’Indo. Adolf arrivò lì già il 15 luglio e vi rimase per ben tre mesi, esaminando e disegnando un ghiacciaio dopo l’altro. Le montagne lì formano il margine meridionale delle steppe del Pamir, note come il Tetto del Mondo, e sono più ghiacciate di qualsiasi altra parte delle montagne di confine delle pianure dell’Asia centrale. Il ghiacciaio del Boltoro è lungo 65 chilometri, ovvero cinque volte più lungo dei più grandi ghiacciai della Svizzera. Adolf trascorse un’intera settimana all’aperto, all’inospitale altitudine di 5900 metri sul ghiacciaio Chorkonda; un’illustrazione colorata nel primo volume del suo diario di viaggio dà un’idea della grandiosità del mondo glaciale. Attraversando il Passo del Mustag, nei pressi del quale la seconda montagna più alta del mondo si erge con i suoi formidabili 8619 metri, Adolf fu il primo europeo a imbattersi nei predatori Kunduz, una colonia tibetana; ebbe bisogno di un centinaio di uomini per garantire la sua sicurezza da un attacco al Passo del Mustag (5480 metri).

Mentre Adolf raccoglieva diligentemente importanti elementi costitutivi per risolvere questioni orografiche di altissimo livello, i suoi fratelli Hermann e Robert intrapresero un viaggio verso il Turkestan attraverso alte steppe che nessun europeo aveva ancora calpestato. I fratelli partirono da Le il 24 luglio 1856 e raggiunsero il Passo del Karakorum a 5568 metri senza incidenti. Anche a questa altitudine, osservazioni e ascensioni, che si estendevano fino a 6083 metri, resero chiaro che lo spartiacque era stato raggiunto e che non era il più distante Passo del Künlün a separare le acque dell’Asia centrale dall’India. Hermann volle dimostrare definitivamente questo punto attraversando lui stesso il Künlün e il 10 agosto i due fratelli, travestiti e seguiti solo da pochi fedeli compagni, cavalcarono nella “steppa della grande natura selvaggia”, come gli indigeni chiamavano le alte valli, i cui giorni di cammino riempivano lo spazio tra le due creste. Non c’era un vero sentiero da nessuna parte; Alcune pecore condotte al seguito fornirono sostentamento. Nel freddo pungente, che costò la vita ad alcuni animali, i viaggiatori attraversarono il fiume Künlün. Solo il quindicesimo giorno incontrarono altre persone. Il viaggio di ritorno fu completato con successo. A Le, il materiale di osservazione fondamentale che avevano portato con sé fu organizzato e rispedito a casa, e iniziarono la discesa verso la tanto decantata valle del Kashmir.

Anche Adolf si diresse da questa parte; gli ultimi due mesi del 1856 portarono ai fratelli il piacere di tornare insieme nella pianura del Punjab, dove stabilirono un campo base a Rawalpindi. Il 17 dicembre, i fratelli si separarono. Robert iniziò direttamente il suo viaggio di ritorno, scendendo lungo i fiumi Jehlam, Chenab e Satlej fino all’Indo, e lo seguì fino alla sua foce a Karachi; da lì, continuò via terra. Attraversarono l’isola di Katsch e la penisola di Kathiawar e solo dopo una marcia di 2.400 chilometri a cavallo e cammelli, durata quattro mesi e mezzo e iniziata in un freddo intenso e conclusa in un caldo opprimente, raggiunsero Surat e si imbarcarono per Bombay. Dopo aver sistemato i loro affari, Robert fece una deviazione per Ceylon e si imbarcò lì per l’Europa il 14 maggio 1857. Hermann arrivò nello stesso luogo un mese dopo da Calcutta, che aveva raggiunto da Rawalpindi via Lahore, Agra e Patna, con una deviazione per il Nepal. Il 30 maggio, i due fratelli si incontrarono al Cairo, si imbarcarono ad Alessandria il 2 giugno e sbarcarono a Trieste il 7 giugno.

Adolf, dopo essersi separato a Rawalpindi, progettò di esplorare le montagne di confine con l’Afghanistan dopo la sua visita a Peshawar. Grazie alla cortese mediazione di Sir John Lawrence, Adolf fu presentato all’allora onnipotente Emiro di Kabul, Dost Mohammed, il 26 gennaio 1857, in seguito alla firma del nuovo trattato con l’Afghanistan. Gli fu quindi permesso di scendere dal Passo Khyber, attraversando il confine, fino a Kalabagh sul fiume Indo. A Dera Ismael Khan, Adolf interruppe il suo viaggio verso sud, dirigendosi verso est. Mentre i suoi fratelli sospettavano che avesse fatto una deviazione nella valle di Biaš (Kangra), era già tornato in alta montagna. Un incontro a Peshawar con i capi delle carovane dirette al Turkestan aveva consolidato il suo piano di attraversare il Passo Künlün più a est di quanto i suoi fratelli fossero riusciti a fare l’anno precedente. A Lahore, furono acquistati gli ultimi beni di scambio. All’inizio di maggio, animali e provviste furono procurati a Sultanpur (a nord di Simla) e il gruppo si mise in cammino lungo sentieri appartati, sperando di passare inosservato, dirigendosi a est della catena del Karakorum verso l’allora sconosciuto altopiano di Lingtsi Thang. Il Karakorum fu attraversato al Passo Kisil e al Passo Künlün sui Monti Kilian. Con l’attraversamento del Turkestan, iniziarono le difficoltà. I cavalli furono rubati e comparvero personaggi sospetti. Invece di avanzare senza sosta, furono costretti a rimanere in valli laterali nascoste sui pendii meridionali del Künlün. Alla fine di luglio, Adolf inviò dei servi a Yarkand per ottenere informazioni attendibili sulle voci di una rivolta politica a Kashgar. Wali Khan, membro di una famiglia Khokhandi che per secoli aveva lottato per il possesso del Turkestan orientale, ormai divenuto una provincia cinese, era diventato il sovrano del paese. La vittoria, ottenuta dall’avventuriero quasi senza un solo colpo di spada, fu celebrata secondo l’antica usanza tartara con una piramide di teschi ricavati da quelli dei suoi nemici giustiziati, che erano stati radunati fuori dalla capitale, Kashgar. Dal 1° agosto, Adolf fu posto sotto sorveglianza; tuttavia, riuscì comunque a lasciare Yarkand in mezzo al caos provocato da un assalto cinese iniziato un’ora dopo il suo arrivo. Con la sicurezza che contraddistingue gli europei, Adolf, giunto a Kashgar, chiese udienza a Vali Khan. La risposta, tuttavia, fu un ordine per la sua decapitazione, che fu eseguita immediatamente il 27 agosto 1857; la sua testa fu usata per adornare la piramide di teschi. Così si concluse l’ultimo viaggio dei fratelli, in cui avevano in parte seguito sentieri che nessun europeo aveva calcato dai tempi di Marco Polo.

Herman Schlagintweit, Il lago salato Kiuk Kiol, nella valle del Karakàsh, Turkistán (acquarello, agosto 1856)

Adolph Schlagintweit, Altura alluvionale sul confine occidentale del Singh Sāger Duáb Pànjáb (acquarello, febbraio 1857)

Hermann Schlagintweit, Le vette e i ghiacciai del Sàsser l’ass a Nubra, in Tibet (acquarello, agosto 1856)

Hermann Schlagintweit, La valle di Sàtlej e i dintorni di Ràmpur nell’Himalaya occidentale (acquarello, giugno 1856)


[1] Vedi Humboldt controcorrente, Viandanti delle Nebbie, 2006.

Vuoti di memoria

di Paolo Repetto, 23 dicembre 2025

Ho appena letto l’ennesimo saggio sulla storia della schiavitù (Paul E. Lovejoy, Storia della schiavitù in Africa, Bompiani 2019). È un argomento che mi intriga da sempre, da quando bambino fui sconvolto da La capanna dello zio Tom. L’idea di esseri umani ridotti in una condizione disumana, soggetti a qualsiasi arbitrio, mi faceva inorridire già a sette anni. Col tempo, quando ho realizzato che in quella condizione hanno vissuto da seimila anni a questa parte milioni, anzi, miliardi di sventurati, l’orrore è diventato mostruosità e abominio, qualcosa di intollerabile solo a pensarsi. Parlo di seimila anni perché le prime testimonianze “documentali” dell’esistenza della schiavitù compaiono attorno a quell’epoca, contestualmente all’adozione dell’agricoltura, ma in realtà sono convinto che da sempre l’uomo abbia covato una malvagia propensione a soggiogare e sfruttare i propri simili: e che se presso i popoli paleolitici di cacciatori-raccoglitori questa pratica sembra essere stata meno diffusa – è una congettura, ma pienamente giustificabile – ciò dipenda solo dal fatto che non era funzionale a quel tipo di economia.

Da quest’ultima lettura non ho tratto granché di nuovo o di particolarmente illuminante; solo conferme di quanto conoscevo da un pezzo (oltretutto è la riedizione ampliata e aggiornata nelle cifre e nella bibliografia di un altro testo dello stesso autore, edito nel 2000, che già possedevo). Sembra quasi però che io abbia bisogno di queste conferme, perché ciò che vado a leggere è inenarrabile, e l’entità stessa dell’orrore finisce per impedirti di pensarlo, ti spinge a cercare di distrartene. Invece credo che tra i tre o quattro cartelli da appendersi nelle classi delle elementari, e poi da riprendere come tabelloni alle medie e infine come vere e proprie schede esplicative alle superiori, dovrebbe esserci quello che ogni giorno, con immagini, e cifre e descrizioni, ricordi agli studenti quanto in basso può scendere l’uomo e quanto sia necessario non permetterglielo più.

Se non fossi così ossessionato dalle immagini, dalle testimonianze, dalle cifre spropositate che ho acquisito in tutti questi anni di ricerca, dovrei dunque essere contento del fatto che dal 2007 l’ONU abbia fissato per il 25 marzo la Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi. Invece non lo sono affatto. Intanto, più genericamente, perché le “giornate internazionali” si moltiplicano ormai a dismisura e si sovrappongono le une alle altre, tanto che sembra che l’ONU non abbia altro compito. Poi perché la creazione stessa di una “giornata del ricordo” mi pare da un lato solo un espediente sfacciatamente ipocrita per tacitare le innumerevoli coscienze sporche collettive e demandare ad un unico giorno l’anno un loro improbabile risveglio, dall’altro un modo per spezzettare la storia in tanti segmenti di memorie particolaristiche. Infine, perché in realtà di queste celebrazioni a nessuno importa (mi chiedo quanti conoscano ad esempio l’esistenza di questa specifica giornata: io stesso l’ignoravo sino a un paio di anni fa), e ciò malgrado la loro istituzione porta spesso a feroci dibattiti, visto che è d’obbligo non urtare nessuno. Nel nostro caso poi la titolazione lascia trasparire un’odiosa malafede.

Dal titolo sembra infatti che ad alimentare il traffico di poveri disgraziati dall’Africa abbia contribuito solo o principalmente la Tratta Transatlantica. Questo è un falso storico clamoroso, ma da come recita la titolazione pare non ci sia alcuna volontà di chiarire la faccenda. Anzi, sembra essere un tributo pagato alla cancel culture, un ulteriore capo d’accusa da imputare, tra i molti altri, alla “civiltà” occidentale. Forse per chiarire di cosa stiamo parlando può tornare allora utile una rinfrescatina alla memoria (anche se credo che per i più non si tratti di rinfrescare, quanto piuttosto di farsene una). Non intendo negare o sminuire le “nostre” responsabilità, che ci sono e sono enormi, ma distribuirle un po’ più equamente, chiamando al banco anche coloro, uomini e popoli, che di questa aberrazione sono stati ampiamente partecipi e che non hanno mai dato segno di pentirsene e di vergognarsene.

Va innanzitutto rammentato che la schiavitù non è stata inventata dal mondo occidentale. Esisteva nell’Africa mediterranea (in Egitto è documentata già nel quarto millennio avanti Cristo), nel Medio Oriente (il codice di Hammurabi la disciplina esplicitamente) e in Cina, ben prima di svilupparsi nel mondo greco–romano; esisteva sul continente americano, presso gli Aztechi e gli Incas, ma anche tra le popolazioni amerindie settentrionali, da molto prima dell’arrivo di Colombo. Esisteva in Africa, dove le guerre intertribali erano endemiche, e i prigionieri di guerra diventavano automaticamente degli schiavi. Esisteva quindi indipendentemente dai modi di produzione, dai tipi di economia e dagli assetti sociali conseguenti. È una cosa ovvia, ma a quanto pare non abbastanza.

Qui non si tratta però nemmeno di priorità, ma di ristabilire quale è stato il peso di questa pratica in tempi storici, e quali ne sono stati gli sviluppi, e chi ne è stato protagonista in qualità di carnefice, e quanti ne sono stati vittime.

Il fenomeno è conosciutissimo anche per quanto riguarda le epoche più antiche, ma non è facilmente quantificabile. Le stime variano moltissimo, anche perché non c’è un accordo unanime su quali condizioni rientrino nella definizione di schiavitù, al di là della generica privazione di libertà. Dobbiamo limitarci pertanto a partire dalla metà del primo millennio dopo Cristo, dal momento cioè della grande espansione arabo–musulmana, e occuparci solo delle vicende relative al continente africano: le uniche peraltro che sono state tirate in ballo dai “cancellatori”, a supporto di una crescente campagna di incriminazione dell’Occidente.

Le cose in realtà stanno così. La pratica di razziare e deportare schiavi era già diffusa nei regni africani sub sahariani ben prima del VII secolo d.c. Con l’arrivo dell’espansione araba si è decisamente intensificata, e ha dato vita per circa tredici secoli ad una “tratta” verso oriente che aveva come vie marittime maggiori quella del Mar Rosso e quella di Zanzibar, e come vie di terra quelle che attraversavano il Sahel e il deserto del Sahara. Paradossalmente, come scrive Bernard Lewis, forse il più autorevole studioso della civiltà islamica “in uno dei tristi paradossi della storia umana, sono state proprio le riforme umanitarie portate dall’Islam che hanno condotto ad un vasto sviluppo del commercio degli schiavi dentro – e ancora più all’esterno – l’impero islamico”. Lewis si riferisce alle ingiunzioni coraniche che vietano di ridurre in schiavitù i musulmani, mentre consentono, e di fatto favoriscono, l’applicazione di tale status agli “infedeli”. Ciò che ha avuto come diretta conseguenza una massiccia importazione di schiavi dall’esterno. Questo traffico è durato sino agli inizi del Novecento, e sia pure in forma ormai ridottissima dura ancora oggi (si stima che tra i 25 e i 40 milioni di persone vivano ancora attualmente in uno stato di effettiva schiavitù).

Quindi: nel corso di tredici secoli, dal VII al XIX, furono coinvolti nella tratta soprattutto gli abitanti dell’Africa subsahariana. Paul Bairoch, uno dei maggiori studiosi di storia economica del secondo dopoguerra, che si è occupato soprattutto del mancato sviluppo del Terzo mondo, ha calcolato il numero dei deportati in una cifra compresa tra 14 e 16 milioni di persone, mentre ricerche precedenti e successive, ad esempio quella di Tidiane n’Diaye, uno storico senegalese che ha scritto Le génocide Voilé (Gallimard 2008, naturalmente mai pubblicato in Italia) propongono un totale di oltre 17 milioni. A questi vanno aggiunti 1,2 milioni di schiavi provenienti dall’Europa occidentale, catturati durante le guerre nella penisola iberica o con le incursioni saracene e le razzie dei pirati barbareschi, e un numero non quantificabile ma senz’altro molto maggiore di quelli provenienti dall’Europa orientale (soprattutto abitanti dell’impero bizantino prima e slavi poi) e dall’area caucasica. Per avere un’idea comparativa del fenomeno, gli schiavi coinvolti nella tratta atlantica sono calcolati tra i dieci e i dodici milioni.

Concentriamoci però sull’Africa. Abbiamo visto che le stime variano, sia pure non di molto, perché a differenza degli studi sulla tratta atlantica qui gli storici non possono fare conto su una documentazione diretta, per l’assenza di archivi e biblioteche nei luoghi in cui il commercio si svolgeva, o di una qualsiasi letteratura abolizionista araba. Ci si è basati quindi sulla demografia, sulla tradizione orale, sugli scavi archeologici e persino sulla numismatica, nonché naturalmente sulle testimonianze di esploratori e di viaggiatori, nella quasi totalità occidentali. Solo per l’ultimo periodo, a partire dai primi dell’800, hanno potuto essere utilizzati registri navali, documenti doganali e commerciali, testimonianze dirette delle vittime e da ultimo anche una documentazione iconografica (disegni e fotografie)

Ma il problema non sta nelle discordanze numeriche, perché quando si parla di decine di milioni di persone un milione in più o in meno non cambia la sostanza della tragedia. Il vero problema sta nel fatto che tutti gli storici che hanno studiato le modalità della tratta araba convengono sul fatto che i costi umani di questa pratica debbano essere moltiplicati (per qualcuno sino a cinque volte). Sono da mettere in conto, infatti, le vittime “collaterali”. Oltre alla perdita delle persone deportate, vi furono infatti quelle decedute per le devastazioni prodotte dalle guerre e dalle razzie degli schiavisti. L’esploratore Richard Burton, ad esempio, parla di una razzia nel corso della quale per catturare cinquanta donne si ebbero oltre mille morti. E proporzioni analoghe sono riportate da Henry Drummond, in Slavery in Africa (1889), laddove riferisce di 30.000 morti per 5.000 schiavi. Questo in ragione del fatto che gli arabi erano interessati soprattutto alla cattura di giovani donne e bambini, mentre gli uomini e gli anziani spesso venivano trucidati direttamente sul posto.

Una volta catturati, gli schiavi dovevano poi affrontare marce di trasferimento terrificanti. Quella che passava per il deserto, ad esempio, comportava percorrere a piedi, incatenati, affamati e continuamente percossi, oltre mille chilometri in due mesi; e lungo questo calvario le perdite erano impressionanti. Chiunque rallentasse la marcia, uomini, donne o bambini, veniva abbattuto a bastonate. Ancora Drummond scrive: “Se un viaggiatore dovesse perdere la strada che porta dall’Africa Equatoriale alle città dove gli schiavi vengono venduti, potrebbe ritrovarla facilmente grazie agli scheletri dei negri che la pavimentano”. Il giornalista e geografo John Scott Keltie, in The Partition of Africa (1920) reputa che per ogni schiavo che raggiungeva il mercato ne morivano almeno sei, mentre Livingstone parla addirittura di dieci.

E non era finita. Giunti a destinazione, i sopravvissuti erano ulteriormente decimati per via delle invalidità sopravvenute durante la marcia e della castrazione dei ragazzi. Nel mondo islamico infatti erano molto richiesti gli eunuchi, da destinare non solo alla guardia degli harem ma a funzioni di servizio o addirittura amministrative diverse. Il tasso di mortalità conseguente questa operazione era altissimo. Lo studioso olandese Jan Hogendorn in uno studio su “l’orribile commercio” (The Hideous Trade. Economic Aspects of the “Manufacture” and Sale of Eunuchs, 1999) lo valuta attorno all’80/90%.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’avvento della concorrenza europea, a partire dal XVI secolo, non frenò affatto il traffico arabo: diede anzi la spinta ad un suo incremento. Gli europei infatti non avevano né la voglia né l’esperienza per inoltrarsi nel cuore del continente, e quindi per procacciarsi gli schiavi facevano riferimento o alle popolazioni locali (sulle coste occidentali) o, e soprattutto, ai mercanti arabi, che avevano il controllo di tutta l’area sub sahariana di “reclutamento”, e in particolare dei porti d’imbarco della costa orientale. Da questi si diramava dunque una duplice tratta, ad est verso il Medio Oriente, il subcontinente indiano, l’Indonesia e l’arcipelago della Sonda, a ovest verso il continente americano.

Insomma: sommando tutti questi aspetti la più prudente delle valutazioni dello scompenso demografico creato da questo traffico nell’Africa sub sahariana tra il XV e il XX secolo non scende al disotto dei cinquanta milioni di individui, mentre quelle più esasperate vanno dai cento ai centoventi milioni.

Sin qui ho riportato cifre e commenti dovuti soprattutto agli esploratori e ai missionari europei che percorsero l’Africa nell’Ottocento, testimonianze che certamente vanno prese con beneficio d’inventario. Come dicevo in precedenza, però, sarebbe difficile fare altrimenti, dal momento che non esiste una letteratura araba in proposito. E non esiste anche perché nel mondo islamico, a differenza che in Occidente, non si è mai sviluppato un movimento abolizionista. La deportazione degli schiavi terminò solo a seguito delle pressioni diplomatiche e militari della comunità internazionale, i cui avamposti erano costituiti dalle missioni protestanti e cattoliche. A dispetto di tutte le successive proclamazioni, però, a partire dallo Slave Trade Act inglese del 1807 fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, lo schiavismo è stato ufficialmente abolito nell’Arabia Saudita solo nel 1962 (ultimo paese al mondo, a parte la Mauritania). E l’abolizione è avvenuta molto in sordina, come si trattasse di riparare ad una sventata dimenticanza, e senza alcuna profusione di scuse.

Resta così da comprendere cosa ha tanto diversificato (o ha fatto percepire in maniera così diversa) ad un certo punto una vicenda che per buona parte aveva visto accomunate in un identico viaggio nell’orrore la tratta orientale e quella atlantica, fermo restando che l’abolizionismo occidentale è stato indubbiamente mosso anche da motivazioni politiche e da interessi economici che col sentimento umanitario avevano poco a che vedere. In effetti, il contrasto alla tratta araba invocato dall’opinione pubblica europea e presentato come il principale obiettivo degli interventi nel continente africano ha poi portato all’istituzione di protettorati e alla conquista di colonie, nelle quali – vedi il caso clamoroso del Congo – l’orrore è stato replicato direttamente in loco (questo argomento l’ho diffusamente trattato già mezzo secolo fa, nei capitoli centrali di In capo al mondo, vol. II, e soprattutto nel capitolo “Mutamenti nel mondo coloniale”). All’epoca però avevo preso in considerazione solo la tratta atlantica. Nei confronti di questa un sentire abolizionista si diffuse in Occidente sin dagli inizi del XIX secolo, e al di là di ogni strumentalizzazione ha portato gli europei al rifiuto, al senso di colpa e all’assunzione di responsabilità. C’è una letteratura infinita a testimoniarlo.

L’abolizione della schiavitù in Oriente è stata al contrario imposta proprio dagli occidentali, che hanno prima sguinzagliato flotte a caccia delle navi negriere e sono poi penetrati all’interno stesso dell’Africa per stroncare il traffico alla radice (personaggi come Carlo Piaggia o Romolo Gessi, e il loro amico Emin Pasha, per quanto controversi, furono tra i principali protagonisti di questa guerra allo schiavismo). E l’ambiguità di tutta la vicenda non può comunque mascherare il fatto che persino a dispetto della legge coranica la schiavitù abbia continuato ad esistere nei paesi islamici e ad essere considerata una condizione normale per tanto tempo.

Ora, a fronte di tutto ciò può apparire sorprendente che le stesse popolazioni africane ne abbiano cancellata la memoria (ma non sempre: negli anni ‘70, quando in Tanzania salì al potere Nyerere, scalzando l’elite araba che aveva governato il paese subito dopo l’indipendenza, la diffusione dei dati della tratta scatenò un feroce massacro da parte delle genti di colore contro gli arabi presenti nel Paese). Questa rimozione non è dovuta al divieto iconoclasta per gli islamici di erigere statue o creare comunque immagini che sviino l’attenzione dall’unico dio (tantomeno se di “negrieri” o di personaggi compromessi con l’infame commercio), e quindi al fatto di non avere nulla da abbattere o da deturpare. È spiegabile invece con l’azione di proselitismo avviata dal secolo scorso dall’Islam nella fascia centrale e in quella meridionale del continente africano. Soprattutto nelle aree che affacciano sull’Oceano Indiano i musulmani si sono inseriti profondamente nel tessuto sociale e nelle attività economiche, rimodellando anche la lettura delle vicende storiche e cancellando il più possibile la brutale verità sul trattamento riservato in passato alla popolazione di colore.

Sono da considerare comunque tutta una serie di altre motivazioni. Una va ritracciata senz’altro nel fatto che, a differenza di quanto accaduto oltre Atlantico, dove i discendenti di quasi dodici milioni di schiavi rappresentano oggi un quarto (più di duecento milioni) di tutta la popolazione continentale, e soprattutto nel nordamerica hanno maturato una forte identità “diasporica”, cioè una forte coscienza della marginalità cui sono stati per secoli costretti, la discendenza dai disgraziati deportati in oriente è riconoscibile solo in una percentuale esigua della popolazione (con differenze notevoli tra le diverse aree. In Oman, ad esempio, che fu uno dei centri principali di smistamento della tratta proveniente dalla costiera swahili e da Zanzibar, è molto più evidente. Ma anche nell’Arabia Saudita la percentuale degli afro–arabi sfiora il dieci per cento) e soprattutto non si è mai tradotta in una percezione identitaria.

La differenza nell’eredità demografica e storica non può essere semplicisticamente liquidata accampando che la mortalità tra gli schiavi orientali fosse più alta per via delle castrazioni, delle violenze cui erano soggetti, ecc, e che questo spieghi l’assenza di una discendenza (e quindi di una memoria): anche se è probabilmente vero che le perdite durante i trasferimenti atlantici, a dispetto delle condizioni atroci nelle quali questi si svolgevano, fossero inferiori rispetto a quelle delle marce forzate, e che per la mentalità “produttivistica” dei mercanti europei i deportati venissero considerati una merce da salvaguardare il più possibile ( la percentuale dei decessi in mare non era comunque inferiore al quindici per cento). Ed è altrettanto vero, per contro, che le piantagioni americane di zucchero, di cotone e di caffè non erano ovunque dei campi di sterminio dove gli schiavi venivano sfruttati spietatamente, con orari e con carichi di fatica che li conducevano alla morte in pochissimi anni. Situazioni di questo tipo, che pure esistevano, sono testimoniate solo per alcuni casi, in aree particolari e durante la prima fase della tratta, quando l’offerta negriera era più abbondante. Questo non significa negare che l’economia basata sulle piantagioni, soprattutto nei Caraibi britannici, fosse orribile per intensità e per condizioni materiali assolutamente crudeli e umilianti; semplicemente, anche in questi contesti i registri delle aziende che sono stati conservati e cui si è potuto accedere segnalano un accrescimento demografico della popolazione schiavile, il che lascia intravvedere nel complesso situazioni non meno degradanti ma forse meno tragicamente estreme.

Le ragioni effettive sono dunque ben altre, e concernono sia le diverse condizioni di vita cui gli schiavi accedevano sia la diversa autopercezione che maturavano. È quanto sostengono gli storici più autorevoli dell’Islam e dello schiavismo orientale, come Gwyn Campbell e lo stesso Bernard Lewis. Gli schiavi del Golfo (e dell’Asia in generale, forse con la sola eccezione dell’Indonesia olandese) non erano importati per rispondere alla necessità di manodopera servile nel settore agricolo, o almeno non esclusivamente. Al di là del fatto che buona parte della richiesta riguardasse corpi femminili da inserire negli affollatissimi harem, anche i maschi non erano attesi da grandi piantagioni dove vivere isolati: erano impiegati in tutti i settori lavorativi, dall’agricoltura pre–industriale al commercio, e svolgevano i propri compiti fianco a fianco con i nativi. Ciò permetteva loro di entrare subito in contatto con la lingua e la società di arrivo, e di integrarsi molto più facilmente, indipendentemente dal fatto che fossero o meno emancipati. E proprio questo era il punto di snodo.

In fondo al tunnel della schiavitù orientale, per chi arrivasse indenne a percorrerlo tutto, c’era infatti la prospettiva di un ritorno alla libertà. Secondo i dettami coranici tutti i convertiti sono uguali e nessun musulmano può essere ridotto o mantenuto in schiavitù. Anzi, la liberazione degli schiavi è considerata un atto di grande devozione (sia pure solo volontario: per il resto la schiavitù è considerata lecita dal Corano, che provvede anche a normarla, soprattutto quella sessuale femminile). Una volta consapevoli di questa possibilità, la gran parte degli schiavi e degli ex schiavi si convertivano all’Islam, compiendo il passo che conduceva, una volta liberati, all’assimilazione. Inoltre la religione musulmana favoriva anche l’integrazione dei figli di coppie miste: i figli di una schiava o concubina e di un uomo libero avevano gli stessi diritti di quelli nati da una moglie legittima. La madre stessa non poteva più essere rivenduta e, alla morte del padrone, diventava una donna libera.

Questo spiega, sia pure solo parzialmente, perché non ci fu in Oriente una crescita naturale delle popolazioni interne di schiavi, sufficiente a mantenerne almeno invariato il numero fino ai tempi moderni, e perché queste popolazioni non abbiano sviluppato il senso di una condizione e di una identità comune. A ciò bisogna aggiungere, per quanto concerne in questo caso sia i numeri interni che quelli delle importazioni dall’esterno, che quando alla fine del XIX secolo gli effetti della prima globalizzazione mandarono in crisi i principali settori di impiego della manodopera servile nel mondo arabo, ad esempio il commercio dei datteri e quello delle perle, non solo venne a cadere drasticamente la richiesta di nuova forza lavoro, ma ne venne liberata molta che a quel punto risultava superflua, e che si disperse nelle direzioni e nelle attività più disparate.

Per converso, nel Nuovo Mondo la componente schiavile endogena aveva conosciuto nel frattempo un rapido accrescimento. Nell’America anglosassone, infatti, che peraltro non rappresentava la meta principale della Tratta Atlantica e dove in poco più di tre secoli le navi negriere hanno depositato meno di un milione di schiavi africani (gli altri dieci furono distribuiti tra il Brasile, i Caraibi e l’America spagnola), le cose funzionavano in maniera molto diversa. La vita degli schiavi nelle piantagioni era organizzata in modo da consentire la formazione di nuclei familiari e da garantire il ricambio, in un mondo a parte che non aveva contatti di sorta con ciò che stava oltre i confini del latifondo, e all’interno del quale vigevano solo le leggi dettate dal padrone e spesso si comunicava in lingue ibridate dai linguaggi tribali di provenienza. Le piantagioni erano anche (a volte principalmente) degli allevamenti intensivi di nuova forza lavoro, e a un certo punto il volume del traffico interno di schiavi da uno stato all’altro arrivò a superare di gran lunga quello dell’importazione diretta dall’Africa. Si guardava quindi allo schiavo non più solo come mezzo di produzione, ma come strumento di riproduzione.

Questa aberrante finalità poteva però essere perseguita e giustificata solo attraverso l’elaborazione di una vera e propria ideologia della razza, che creava distinzioni molto nette tra neri e bianchi, (rimando in proposito al capitolo “Schiavitù, diversità, razza”, da In capo al mondo, vol. II), classificando i primi come intrinsecamente inferiori e bisognosi di essere guidati per il loro stesso bene col pugno di ferro. La schiavitù diventava pertanto, sulla scorta di tale concezione, una condizione ereditaria, e addirittura un’istituzione benefica. Tale ideologia ha creato soprattutto negli Stati Uniti una barriera di segregazione razziale che presso gran parte della popolazione bianca è rimasta in piedi anche dopo l’abolizione, e che naturalmente escludeva ogni possibilità di relazione interrazziale. Dal momento poi che queste “relazioni” in realtà c’erano, sotto le specie dello stupro autorizzato, gli eventuali loro frutti, i bambini nati da un bianco e da una donna di colore, non erano riconosciuti, né legalmente né culturalmente, ed erano ricacciati nella condizione servile. Va precisato che nel resto del continente le cose sono andate un po’ diversamente, in primo luogo perché il rapporto numerico tra bianchi e colorati era inverso, e poi perché, soprattutto in Brasile, ma anche nei Caraibi, il confronto era con culture cattoliche, più “permissive”, e non con quelle protestanti.

In sostanza, la reclusione nelle piantagioni prima, e la persistenza poi di una segregazione successiva anche all’abolizione, hanno contribuito nel nuovo continente alla creazione di un’identità afroamericana. Cosa che non è affatto avvenuta nei paesi del Medio e del Vicino Oriente, dove ha invece prevalso il processo di integrazione e di assimilazione (in tal senso però non mi sembra particolarmente rilevante il fatto, sottolineato dagli storici che ho menzionato sopra, che solo pochissimi degli ex–schiavi orientali una volta liberati abbiano espresso la volontà di tornare nei loro luoghi di provenienza – a fare che, e per trovare cosa? –, e che quelli che lo fecero perlopiù si trasferirono nell’Africa mediterranea, mescolandosi con le popolazioni locali arabe, beduine e berbere. Anche nella diaspora afro–americana, se si eccettua l’episodio controverso della Liberia, motivato principalmente dalla stessa concezione razzista per cui bianchi e neri non potevano coesistere pacificamente, questa volontà ha coinvolto un’esigua minoranza).

Ora, penso sia evidente che il diverso esito delle due vicende non implica affatto che debbano essere adottati rispetto alle vicende stesse criteri differenti di giudizio morale, o che possa essere addotta per l’una o per l’altra qualsivoglia giustificazione. La macchia lasciata nella storia dell’umanità è indelebile, in qualunque modo la voglia mettere. Ma proprio questo mi ha spinto a riprendere il tema e a proporre delle precisazioni. Non intendevo stilare graduatorie di demerito, classifiche dell’abiezione. Ho cercato di spiegare, sia pure molto approssimativamente, come mai le cose siano andate così, e perché ne sia rimasta una memoria disuguale, o addirittura nessuna memoria. Non è la semplice correzione di una smemoratezza: è un contributo, per quanto infinitesimale, al ristabilimento di una verità che renda almeno un po’ di giustizia a milioni di esseri umani umiliati, sfruttati, torturati e uccisi dal peggiore degli istituti che la nostra specie abbia mai concepito.

Che non lo abbia fatto l’ONU è già estremamente grave, ma altrettanto grave mi sembra il fatto di non aver potuto rintracciare in tutti i lavori storiografici italiani che ho esaminato alcun accenno o commento a tanta disonestà. Temo proprio che quanto a memoria le classifiche si debbano fare, e che noi navighiamo proprio nel fondo. Comunque, se può servire a risvegliare un po’ l’attenzione, sia pure di sponda, ricordo che nello stesso giorno dedicato alle vittime della tratta atlantica si celebrano la Giornata per l’Apprezzamento dei Lamantini (!?) e quella del Waffle, e che il giorno dopo cade la Giornata Internazionale degli Spinaci.

E allora si spiega tutto.

*****

P.S. A questo punto andrebbe però aperto un altro capitolo: quello della deportazione in Oriente di schiavi bianchi. Anche questi sono stati tranquillamente esclusi dalla giornata del ricordo istituita dall’ONU. E non si tratta di un fenomeno marginale: lo dimostrano le cifre. Tra il 1530 e il 1780 è documentata la riduzione in schiavitù da parte dei musulmani della costa barbaresca del Nord Africa di oltre un milione di cristiani bianchi europei. I corsari barbareschi erano molto interessati alle donne bianche, e nella loro caccia si spinsero fino alla Groenlandia, avendo come meta preferita l’Irlanda. Per il periodo precedente, dal 650 al 1500 circa, il problema è il solito: manca una documentazione attendibile e coerente. Si stima comunque, facendo tutte le dovute tare alle testimonianze e considerando qual era la prassi usuale dopo le guerre di conquista, che gli Arabi e gli Ottomani abbiano ridotto in schiavitù un numero di “bianchi” (latini, visigoti, slavi, ma anche armeni e popolazioni caucasiche) superiore ai 5 milioni. Anche di questi si è persa traccia e peggio ancora, memoria. E all’ONU dicono che il calendario è pieno.

Infatti.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Il re del mondo (Franco Battiato)

di) Vittorio Righini, 17 maggio 2025

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile
trovare l’alba dentro l’imbrunire

Nella lontana estate del 1980, il 2 agosto, partii in auto con due cari amici di buon mattino da Acqui Terme, destinazione Brindisi, per imbarcarci sul traghetto che collegava la cittadina pugliese a Igoumenitsa e poi Corfù. Passammo inconsapevoli sulla tangenziale di Bologna più o meno alla stessa ora in cui scoppiò la bomba alla Stazione. Non ascoltavamo quasi mai la radio, preferivamo le musicassette registrate da noi, a quei tempi si usavano ancora le MC.

All’imbarco a Brindisi la gente ci parlò di quanto era successo. Lo sgomento fu tanto, anche se non avevamo capito la dimensione della strage, e le informazioni a caldo erano poco dettagliate.

Noi si partiva per una vacanza di un mese intero, con quattro lire in tasca e mille idee in testa, per cui non ci rendemmo veramente conto della gravità dell’accaduto fino al nostro ritorno in Italia.

Il mio amico Dracmo (lo chiamavamo così perché era il più dotato, dal punto di vista economico, oltre che proprietario della comoda Alfasud blu che ci scorrazzava a destra e a manca) aveva registrato molte MC e garantiva musica per tutto il mese. Sentimmo per la prima volta il lato A de L’era del Cinghiale Bianco, di Franco Battiato (da ora in avanti FB). Che belle canzoni!

(FB avrebbe definito questo album musica classica per poveri, e per me resta il punto più alto della sua carriera). Il problema era che Dracmo si era dimenticato di registrare, dall’ellepì originale, anche il lato B, il più bello, con in primis Il Re del Mondo, capolavoro assoluto, Stranizza d’Amuri, in dialetto siciliano, e la formidabile Pasqua Etiope, cantata come un requiem e imperlata dal migliore assolo di oboe abbia mai sentito (mi è ignoto il musicista; Fabio Zuffanti, autorevole autore di libri su FB, mi scrisse che era un Maestro di Conservatorio milanese, ma il nome non è certo; ci sono un oboe e un’arpa, entrambi non sono accreditati e resta la mia curiosità).

Noi continuammo a sentire solo la prima facciata, oltre alle MC di altri autori che, fortunatamente, Dracmo aveva registrato su entrambi i lati. Alla fine FB ci venne perfino un po’ a nausea, sempre i soliti quattro brani. Belli, però, molto belli, di quelli che ti ronzano in testa a lungo, ancora oggi quando li risento. La prima cosa che feci, al mio ritorno a casa, fu di recarmi nel solito negozio di vinili e comprarmi in LP L’era del Cinghiale Bianco, per scoprire il Lato B, ancora più bello forse per averlo tanto desiderato. Avrei strangolato Dracmo, a quel tempo, senza provare rimorso.

Esaurito il “nanetto” personale, mi accingo a scrivere di un musicista che non fu solo musicista, ma tante altre cose, e a scrivere dell’uomo, oltre che della sua musica.

FB nel 1979 lasciò (interruppe, o modificò, questo lo vedremo dopo) la musica di sperimentazione e l’elettronica, perché decise di voler piacere a tutto il pubblico, non solo a una parte di esso. Nacquero successi memorabili, canzoni pop anche, prima con Patriots poi soprattutto con La Voce del Padrone, che vendette oltre un milione di copie in Italia, il primo album di un autore italiano a raggiungere quel traguardo, al primo posto in classifica nell’estate del 1982.

Ma in quegli anni seguivo di più la musica straniera col prog, il pop, il rock, l’elettronica, la sperimentazione, il jazz, e le canzoni di Battiato mi suonavano un po’ troppo … canzonette.

Avevo recuperato i suoi primi album sperimentali ed elettronici come Sulle Corde di Aries, Fetus, Pollution, che mi erano graditi ma li ascoltavo con un certo colpevole ritardo, perché nei primi anni ‘80 c’erano molte cose interessanti ed evolute fuori dall’Italia. Eppure, FB nel 1978 si aggiudicò il Premio Stockhausen di musica contemporanea del Festival pianistico di Brescia e Bergamo, a dimostrazione del talento dimostrato nella sperimentazione.

Lo vidi poi dal vivo con un gruppo di eccellenti musicisti negli anni Novanta, e fu un bellissimo concerto, e altre volte ancora, anni dopo, sempre accompagnato da gruppi musicali.

Non posso dire la stessa cosa invece di una serata in un teatro ad Alessandria, credo nel 2004. Cantava accompagnato da un quartetto d’archi; era seduto su una cassapanca sulla quale era steso un tappeto (persiano, suppongo). Sembrava di leggere una Selezione del Reader’s Digest: una marea di brani tutti intorno ai 2 minuti, accennati e via; dopo mezz’ora così, arrivati al Re del Mondo, (durata originale 5’33”), qui condensato in un paio di minuti, me ne sono andato incazzato in mezzo a una platea estasiata che intonava in coro i motivi delle sue canzoni, neanche fossero “sorcini” a un concerto di Renato Zero. Nessuno è perfetto.

Quello che non immaginavo e che ho scoperto dopo è che la sua musica, ad anni di distanza, mi avrebbe affascinato, compresa quella all’apparenza facile e commerciale. Lo compresi soprattutto dopo la sua morte, che avvenne nella primavera del 2021, nella sua Villa Grazia (o anche casa Battiato), a Milo (CT), alle pendici del Mongibello, l’Etna insomma. Molti anni addietro Vincenzo Mollica, noto critico musicale, gli aveva chiesto cosa avrebbe voluto lasciare di sé ai posteri, e lui rispose “un suono”. Io aggiungo anche il suo tono di voce, unico, inimitabile.

FB era nato nella primavera del 1945 a Giarre e Riposto (CT), dall’antico nome di Ionia, poco distante da Milo. Nato Francesco, tramutò il suo nome in Franco nel 1967, su suggerimento dell’amico e mentore Giorgio Gaber. La storia dice che Gaber e Caterina Caselli dovevano presentare lui e Francesco Guccini al pubblico italiano nel programma televisivo Diamoci del Tu, e per non fare confusione nei nomi, accorciarono quello del giovane siciliano.

La sua morte, incidentalmente, ha risvegliato in me la curiosità su molti suoi lavori che non avevo mai ascoltato prima, e così ho cominciato a raccogliere i CD che mi mancavano, oltre a rispolverare i vecchi vinili già in mio possesso. All’inizio con un po’ di scetticismo, io, testardo musicofilo xenofilo, poi però sempre più convinto. Non sto certo qui a scrivere cosa mi piace di più e cosa di meno, quelli sono gusti, ma, ripeto, provo a raccontarvi l’uomo.

Aveva un grande rispetto per gli altri; era inclusivo, accettava tutto e tutti; e se si lamentava di qualcosa o di qualcuno, era solo per una questione di gusto personale. Non litigava con nessuno, e nessuno litigava con lui. Ogni scambio di pareri, soprattutto in ambito lavorativo, procedeva sempre nel dialogo, e generalmente finiva a tavola. Al tempo stesso raccontano, intorno a lui, che se dicevi qualcosa che lui culturalmente non condivideva, te lo smontava ed era difficile contraddirlo, perché in genere aveva ragione. E sul palco esigeva il massimo della professionalità.

Non aveva enorme interesse per il denaro, ma se ne aveva bisogno si dava da fare; quando vide, prima de L’era del Cinghiale Bianco, che di Fetus e Pollution non si campava, decise (dichiarandolo apertamente) che era giunto il momento di fare canzoni che accontentassero il pubblico, e al tempo stesso rendessero qualcosa (oltre un milione di copie vendute di La Voce del Padrone).

Inoltre, più volte dichiarò di non allontanarsi troppo dal suo periodo elettronico-sperimentale, ma a fare la differenza dai primi album fu l’utilizzo di una costante sezione ritmica che rese più fruibile al pubblico il tessuto sonoro. Da ascoltatore quale sono, non posso che plaudire questo concetto.

Lavorava, senza problemi, ma all’ora del pranzo o della cena non voleva sentire ragioni: a tavola, da solo o in trenta, purché si mangiasse bene; era uno dei suoi piccoli piaceri nella vita. In una bella intervista, Gavin Harrison, (attuale co-batterista nei King Crimson) dice che si ritrovò in uno studio di Parigi per registrare L’imboscata, e chiese a FB come doveva affrontare un determinato brano. Lui gli rispose: suona con tono violento, e lui così fece. Quando finì il brano cercò FB per chiedergli cosa ne pensava di quella interpretazione, ma lui non c’era, era andato a pranzo. Allora Harrison chiese al tecnico del suono: ma per quanto tempo ha ascoltato la mia interpretazione? mah, rispose l’altro, forse dieci secondi. Harrison si rese conto che FB ormai lo conosceva da anni e si fidava, così lo raggiunse a pranzo e si fecero quattro risate.

Non rifiutava mai un saluto, una stretta di mano, una risposta gentile; ha concesso moltissime interviste, fortunatamente, che ci consentono oggi di conoscere meglio il personaggio.

Assorbiva l’influenza araba nella sua cultura di matrice sicula; studiò approfonditamente l’arabo, cantando anche brani in quella lingua; fece un concerto a Baghdad, poi a Tunisi e in Libano; si fece influenzare dalle sonorità medio orientali e ne trasse i migliori benefici per i suoi album.

Era un poliglotta: cantava appunto in arabo, in spagnolo, inglese, tedesco, anche per onorare gli ospiti ai suoi concerti all’estero. E in siciliano, ovviamente. E sono sempre stato incantato dal tono della sua voce. Racconta un amico di FB in una intervista un dettaglio che adoro: la madre dell’amico, sicula, diceva della voce di FB: “canta calmo, sodato”, e sodato in siciliano significa sereno. Quel tono, che proviene da dentro, e fa vibrare il senso delle parole.

All’inizio degli anni ‘90 in lui subentrò l’interesse per la pittura. La sua produzione è di circa 80 dipinti, con tecnica ad olio, prevalentemente. E ha utilizzato tre sue opere per le copertine di Fleurs, Ferro Battuto e Come un cammello su una grondaia, oltre a illustrare il libretto dell’opera Gilgamesh. I suoi primi quadri sono firmati con lo pseudonimo di Suphan Barzani, e ha esposto in varie mostre in Italia e in Svezia. Oggi i suoi quadri sono introvabili, ma, per fare un esempio, una litografia numerata in 100 esemplari l’ho trovata in vendita a oltre 2500 euro sul web. Nella pittura FB praticava una forma di autoanalisi: essendosi convinto di non essere in grado di dipingere, voleva capire il perché di questa inadeguatezza e l’unico modo era provarci con la massima dedizione fino ad ottenere un risultato decoroso. Una forma di pittura che sa di antico, lontano dai canoni moderni, e, specialmente nella forma dei visi ritratti, a mio modesto parere, con caratteristiche della pittura iconica ortodossa. E questi ritratti erano una introspezione dell’anima, seguendo i prìncipi della fisiognomica: analizzare nei volti l’anima del personaggio.

FB, insieme al vecchio amico (dai tempi della leva militare a Udine) Juri Camisasca e a Saro Consetino, giovane musicista, si recarono al Monte Athos, e dopo molte difficoltà e privazioni (di tipo alimentare), furono accolti nel Monastero di Simonos Petras e restarono estasiati alla visione delle rarissime icone così come dall’atmosfera spirituale del luogo (e da buoni pasti, finalmente).

In seguito ritornò al Monte Athos, lui, definito uomo sedentario ma con la valigia sempre pronta.

Associo in qualcosa il suo pensiero a quello di Brian Eno, uno dei miei autori preferiti: entrambi, pur piangendo un’era in cui c’è troppa omologazione e globalizzazione non sempre positiva in ogni forma di cultura, riconoscono l’utilità dei mezzi tecnologici, che aprono a infiniti nuovi mondi musicali spesso inesplorati. (Soprattutto nel campo dei sintetizzatori elettronici, perché sia Eno che FB provavano le novità non appena messe in commercio, ed entrambi erano in grado di padroneggiarle con abilità in poco tempo, creando suoni innovativi).

Estraeva il meglio da chi collaborava con lui: Alice, ad esempio, con la quale lavorerà per molti anni, e per la quale nutriva una profonda amicizia. Le concesse di pubblicare, tra gli altri, Gioielli Rubati, un album in studio con solo brani di FB splendidamente reinterpretati dalla raffinata e mistica voce della cantante. E si incontrarono spesso ai concerti, dove Alice veniva spesso invitata sul palco a proporre un cammeo con l’artista siciliano.

La canzone Un’estate al Mare, scritta da FB e Giusto Pio, lancia la straordinaria voce di Giuni Russo nella top ten italiana, dove resta ben tre mesi; una canzone semplice, ma interpretata in modo magistrale, e non sarà l’ultima per la cantante siciliana prematuramente scomparsa. La capacità incredibile della voce della Russo permetteva interpretazioni straordinarie, quasi da trifonie dei mongoli; basta ricordare Lettera al Governatore della Libia con FB.

Altra bella collaborazione con Anthony Hegarty (conosciuta soprattutto per il gruppo Anthony & the Johnsons), con la quale si esibisce dal vivo, rispolverando l’elettronica e rivisitando alcune canzoni, con un mix davvero originale dal quale poi nasce il bellissimo Del suo veloce volo.

In passato c’erano stati Milva, Giorgio Gaber, Juri Camisasca, Morgan, Lino Capra Vaccina, Carlo Guaitoli, Angelo Privitera, Il Nuovo Quartetto Italiano e altri ancora a condividere il genio di FB.

A proposito di Milva, uno degli aneddoti più belli è il seguente: FB stava curando la produzione dell’ultimo disco della “Pantera di Goro”; il tecnico del suono, Patrizio, la chiamò al telefono per invitarla a venire in studio. Al che lei non riconobbe la voce e rispose: Non conosco nessun Patrizio. FB disse, ridendo: perfetto, abbiamo il titolo del nuovo album di Milva!

Frequentava personaggi interessanti, come Manlio Sgalambro, filosofo, scrittore e poeta che per più di quindici anni collaborò ai testi delle sue canzoni. Giusto Pio, violinista, arrangiatore, direttore d’orchestra, che compose più di cento brani anche lui in un ventennio di collaborazione con FB, e altri ancora, tra cui il grande pianista Antonio Ballista. E vanno ricordati i tanti amici, tra i quali Roberto Calasso, la moglie Fleur Jaeggy, Elisabetta Sgarbi, Enrico Ghezzi, Luca Volpatti.

Al tempo stesso, nonostante tutte le conoscenze e frequentazioni, FB non era mai allineato.

Era distante dai musicisti dell’epoca, e questo suo essere diverso lo allontanava da chi con la musica faceva ideologia. Nel suo mondo, personalissimo, era riuscito ad evadere da tutti i cliché che avvolgevano la canzone. I suoi testi, circondati dall’ironia, parlano di tutto ma poco dell’amore tradizionale, poco di politica, eppure sapeva dare del “rincoglioniti” ai governanti del nostro tempo, senza distinguo e a ragione. Gli album Povera Patria e Inneres Auge, ad esempio, riflettono in alcune canzoni la sua assoluta libertà di pensiero ed espressione non politicizzata.

Ha vissuto il periodo della contestazione giovanile con un certo distacco, non accettava certe forme di inutile violenza dirette verso l’arte, verso la cultura. Diceva “preferisco il ‘68 al ‘69”, come Ionesco, che quando si sporgeva alle finestre di Parigi nei giorni dei cortei, gridava “finirete tutti notai”. Quando inizia la forma organizzata della contestazione politica, FB si tira fuori e si schiera dalla parte dell’arte. Significativa la sua frase “E poi, quando sono nella mia veranda, cosa mi frega della politica?”. Potrà suonare banale, ma solo a chi non ha capito.

Va ricordato che FB ebbe, malauguratamente, una negativa esperienza politica come Assessore al Turismo, Sport e Spettacolo dal novembre 2012 al marzo 2013 per la Regione Sicilia, sotto la supervisione di Rosario Crocetta. Fin da subito rifiutò ogni compenso, lui voleva solo fare qualcosa per la Sicilia, ma questo passo falso durò pochi mesi prima di allontanarsi definitivamente da un’ambiente che non gli competeva, e verso il quale disse “i 5 mesi più inutili della mia vita”.

Riveriva la musica sacra: la sua Messa Arcaica, incisa su disco, ma anche filmata nella Basilica Patriarcale di Assisi nel 1993, diretta da Antonio Ballista, e che si può vedere ed ascoltare gratuitamente sul web, rende l’idea del suo rispetto verso i culti, il rispetto del sacro, e le influenze assorbite dalla conoscenza delle varie religioni. Eppure non aveva un credo dichiaratamente orientato. Si considerava aconfessionale nel non voler essere cattolico, buddista o induista. Ma credente, e il Divino aleggiava sempre nella sua musica e nei suoi testi.

Anche nella lirica si distinse: opere come Il Cavaliere dell’Intelletto, poi La Genesi, con l’Orchestra Sinfonica “Arturo Toscanini” e il Coro del Teatro Regio di Parma. Il Gilgamesh, in due atti e per ultima Il Telesio, dedicata al filosofo e naturalista del XVI sec. Bernardino Telesio. La rappresentazione sul palco di questa ultima opera è in forma oleografica tridimensionale, senza attori reali, veramente sperimentale.

Era un uomo ricco di umorismo, cresciuto nei vicoli della periferia Catanese ed abituato al lazzo e allo sberleffo popolare; era pervaso di una umanità che possiede solo chi ha vissuto insieme agli altri, lontano dallo sfarzo e dalle ricchezze, nella condivisione, nell’inclusione. Sdrammatizzava ogni tensione, ogni momento di rabbia nel suo lavoro con i tecnici del suono, i musicisti, i colleghi, sempre con un sorriso, spesso con una barzelletta e una parola buona. Lo dimostrò a lungo a Milano, quando arrivò nel 1965 senza soldi ma pieno di idee. E ha sempre rispettato Milano per quello che gli ha dato, quando più ne aveva bisogno: idee, ispirazione, contatti.

A tal proposito, bello il dialogo e il rapporto con Fiorello: il conduttore radio–televisivo lo imitava spesso, e FB si rotolava dalle risate, tra i due siciliani c’era complicità e intelligente ironia.

Formidabile, dopo tante imitazioni, una intervista reale tra i due in cui si sente FB rispondere con identica ironia a quel folletto di Fiorello. La si trova sul web e vale davvero la pena sentirla.

Quante immagini ci presenta, che, siamo sinceri, non avevamo mai sentito cantare prima: la paura sulla strada di campagna di schiacciare una lucertola, lo stupore della prima goccia bianca, strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo stonasse con le piante al sole sui balconi, e cento altre immagini simili.

Come paragonare i testi di FB a quelli di altri cantanti a lui contemporanei che parlavano solo di amore o politica? Infatti non era schierato, non amava i cantautori politicizzati. In una intervista, dichiarò che non considerava utile la canzone politica, perché semplificare certi temi non aiuta la crescita; la rabbia che deriva dall’ascolto di certe canzoni distoglie da quello che è l’obiettivo principale, che può essere fare arte o semplici canzoni da intrattenimento.

«FB è il più grande, è il musicista che stimo di più. Siamo diversi, ma in questa diversità lui mi assomiglia più di ogni altro artista italiano: è “crossover” a 360 gradi, attraversa i territori musicali più lontani con grande intelligenza e restando sempre se stesso. Per essere coerenti in musica bisogna fare proprio così: smentire sempre se stessi, non avere paura di avventurarsi dove non si è mai stati, dove ci si sente malfermi, dove le proprie certezze crollano».

Lucio Dalla, un altro grandissimo e amatissimo autore italiano, afferma sopra la sua stima per FB in questa breve riflessione. Tra i due grandi della musica italiana l’affetto era sincero e motivato, e Dalla aveva una casa a pochi passi da quella di Battiato, così i contatti erano frequenti.

Interessanti anche i tour degli ultimi anni che coinvolgevano la Royal Philarmonic Orchestra di Londra; musicisti superbi, missaggi perfetti, accostamenti tra archi e sinth che solo FB poteva amalgamare in modo eccelso. Le collaborazioni con musicisti stranieri erano selezionatissime: il già citato Gavin Harrison, Jakko Jakszic, John Giblin, David Rhodes, Simon Tong e altri ancora ne certificano il livello. Così come, dall’anno 2000 in poi, la scelta di registrare in studi diversi, in città diverse. Lui lo motivava col fatto che si sentiva ispirato in modo diverso, assorbiva gli umori di Parigi o Londra e li metteva nella sua musica. I suoi tecnici invece erano contenti perché nel solito studio italiano era un via vai di amici, invitati o autoinvitati, con ricchi cabaret di paste e bignè alle quali FB non sapeva mai dire di no, e che “rubavano” un sacco di tempo al lavoro.

Una delle caratteristiche che prediligo dell’autore è la sua originalità musicale: non c’è nessuno, in Italia e all’estero, che gli somigli nel mondo della canzone; ma è senz’altro di ispirazione per tanti.

Fu autore di numerosi libri, non necessariamente musicali, ma che affrontano soprattutto le domande sui misteri della vita e sulla religione. Non sono libri di facile lettura, ma tra questi ricordo: In fondo sono contento di aver fatto la mia conoscenza, libro abbinato al film Niente è come sembra, in cui si parla del mistero dell’esistenza, e del rapporto tra atei e credenti, e si parla di cinema. Produsse nel 2003 il suo primo film, dal titolo Perduto Amor, che ha caratteristiche autobiografiche ed ottenne un decorosissimo successo. Un secondo film è del 2005, Musikanten, un film particolare, imperniato sulla figura di Beethoven. So poco di questi lavori, e non sono un conoscitore del cinema come lo sono invece della musica moderna, ma Perduto Amor fu molto apprezzato anche da un critico esigente come Enrico Ghezzi, e Musikanten vide la straordinaria interpretazione di Jodorowsky nella parte di Beethoven.

Degno di nota il docufilm La sua figura, dedicato a Giuni Russo del 2007, scomparsa prematuramente nel 2004 a 53 anni, con filmati di concerti ed interviste inedite. Importante anche Auguri Don Gesualdo del 2010, sulla figura dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino.

Alcuni sostengono che la famosa canzone La Cura sia dedicata a lui.

Realizzato da altri ma incentrato sulla figura di FB il docufilm Temporary Road – (una) Vita di Franco Battiato, del 2013 diretto da Giuseppe Pollicelli e Mario Tani. Si tratta di una raccolta di interviste e filmati, anche dietro le quinte dei concerti, che permettono di analizzare la carriera di FB e i legami con la sua ricerca interiore.

Vanno ricordati anche due lavori teatrali: Baby Sitter del 1977, una interpretazione ironica e provocatoria di un certo underground del tempo, e Gli Schopenauer, opera poco conosciuta. Una “piece teatrale sul pessimismo, cioè una contraddizione”, come la definì Manlio Sgalambro.

Tornando ai libri, vanno ricordati Il silenzio e l’ascolto, poi Conversazioni con Panikkar, Jodorowsky, Mandel e Rocchi, poi Attraversando il bardo e infine Lo stato intermedio.

Statua in bronzo di Dalla e Battiato a Milo (CT).

FB ha assorbito l’influenza di Gurdjeff sul suo essere, ma prima aveva già imparato a meditare; la sua conoscenza delle culture orientali gli permetteva di sentire necessaria, ogni giorno, una breve o lunga pausa di meditazione, per raccogliere il pensiero, per calmare l’animo, per riprendere più ispirato. Era un’abitudine che praticava da decenni, in genere nel tardo pomeriggio, e nessuno gliela avrebbe tolta fino alla fine dei suoi giorni. Penso fosse un tipo di meditazione personale, sviluppata col tempo e l’esperienza, e adattata al proprio respiro. Certo, il Sufismo gli era di grande ispirazione; all’interno della religione islamica, è una forma mistica la quale, attraverso l’ascetismo, la contemplazione e la meditazione, rende il credo religioso più profondo e intimo, e non limitato, come in molti casi dell’Islam moderno, al semplice e pedissequo rispetto delle leggi coraniche. In sostanza, il Sufismo potrebbe essere un antidoto contro l’integralismo, e penso che ce ne sarebbe bisogno ai nostri tempi.

La famosa canzone I Treni di Tozeur abbraccia il Sufismo; Tozeur è la prima vecchia oasi in Tunisia, dove il Sufismo era nato e aveva proliferato. Il pensiero di Gurdjeff, che non è poi così lontano dal Sufismo, si adatta all’Occidente, e FB lo fa immediatamente suo.

Un vecchio detto in campo musicale (e non solo) è: “don’t meet your heroes”; a volte, un musicista, un attore, uno scrittore idolatrato, quando lo si incontra finalmente di persona lascia a desiderare, delude caratterialmente. Gente strana, piena di sé o chiusa in se stessa, problematica in alcuni casi; oppure si tratta di una situazione inopportuna, e il nostro eroe è insofferente.

L’ho provato di persona con un musicista inglese da me idolatrato, una grande delusione, ma FB lo avrei incontrato davvero molto volentieri, e ne avrei sicuramente tratto beneficio.

Ci furono occasioni in cui si presentò l’improvvisazione, e non si ritrasse. Ad esempio, nella basilica di Monreale, con il suo bellissimo organo. Un enorme organo a più piani con le sue altissime canne che si perdono in alto tra le volte barocche e i marmi lucenti. Ma nessuno poteva toccare lo strumento, era vietatissimo dalla Curia. Allora, con la faccia di bronzo che FB sapeva tirar fuori al momento opportuno e la collaborazione di un amico fedele, si presentò al custode in veste di musicista americano espatriato dalla Sicilia da tempo. Usando un improbabile accento ameri-siculo, scongiurò il guardiano di fargli provare l’organo. Si accordarono per il pomeriggio successivo di una caldissima estate Palermitana. FB e l’amico portarono un tecnico, con un registratore Revoxa bobine, ma il giorno dopo, nella calura del primo pomeriggio, dopo solo venti minuti di sconvolgimento di tasti e canne urlanti, svegliarono un qualche prelato o vescovo sonnecchiante, che intimò al custode di far cessare lo scempio. Ad onore di Franco, a infamia del prelato. L’avessero lasciato fare, oggi avremmo interamente quel nastro.

Una delle sue canzoni più belle, e più famose, è certamente La Cura; questo brano nasce come un singolo, e poi viene inserito nell’album L’Imboscata del 1996, ripetutamente eseguito sul palco e nelle successive incisioni dal vivo. Scritta con Manlio Sgalambro, viene definita la più bella canzone d’amore degli ultimi anni ma, a mio parere (e non solo mio), l’amore descritto non è certo quello tradizionale. Ad ascoltare con attenzione, il testo sembra dedicato allo stesso musicista, perché ciò di cui ci si “cura” nel testo, è ciò di più gradito a FB. Ognuno è libero di dare a questa bella canzone (ma non la più bella di FB) l’interpretazione che preferisce.

Verso la fine della sua carriera, si dedicò a un piacere personale, un vecchio desiderio: cantare le canzoni di altri autori a lui gradite, in modo personale. Nacquero così i tre album Fleurs, in cui FB porge, col suo elegante modo e tono, un omaggio agli autori da lui cantati. Non sono lavori da me particolarmente amati, preferisco ascoltare i brani creati da lui, ma sono solo gusti.

Nel 2013 concluse il suo più grande progetto cinematografico, un film su Händel, che riteneva immenso musicista e libero genio, dal titolo Händel. Viaggio nel regno del ritorno. Un kolossal, già pronto e con un cast prestigioso. Come da sue abitudini, prima di realizzarne la regia studiò 3 anni la musica di Händel, leggendo 94 libri sul musicista. Il film non è mai uscito, nessuna casa cinematografica ha accettato la sfida, e questo per FB è rimasto il sogno nel cassetto.

Juri Camisasca, forse l’amicizia spirituale occidentale più intensa nella vita di FB (Camisasca fu musicista, poi per otto anni monaco benedettino poi di nuovo musicista), in una bellissima intervista, racconta che a suo parere negli ultimi anni l’amico si era avvicinato all’orizzonte culturale della Chiesa cattolica, ma solo nella sua essenza mistica. Aveva a lungo seguito e amato la cultura tibetana e l’aveva apprezzata nella sua forma così differente, frequentando monaci tibetani in Toscana, viaggiando in India, Nepal e Tibet, fino ad arrivare all’incontro col Dalai Lama.

Ma negli ultimi tempi non era più, come in passato, un convinto aconfessionale, un sincretista, un areligioso, ma approcciava al mondo dello spirito secondo i canoni dell’apofatismo. Non parlava mai di Dio perché il mondo dello spirito, il mondo divino non si può esprimere a parole. E il significato della parola “mistico”, da lui molto amata, spiegava il concetto: mistykos in greco significa misterioso, e deriva damyein che significa tacere.

Inoltre, FB fin da giovane ha molto meditato sul tema della morte, vista come una nuova apertura a possibilità infinite nel mondo dello Spirito, ci si è preparato a lungo e non l’ha mai temuta come un pericolo, ma come una nuova forma di creatività. E ha descritto questi concetti in un docufilm dal titolo Attraversando il Bardo. Sguardi sull’Aldilà.

E come tacere la grande passione di FB per i libri, come tutti noi. Al punto, nel 1985, di accettare la proposta di Henry Thomasson (allievo di Gurdjeff, e in seguito maestro di quell’insegnamento) e Francesco Messina (fotografo, grafico e musicista) di collaborare per provare a introdurre in Italia libri importanti. È cosa nota che alcuni capolavori sono arrivati in lingua italiana con secoli di ritardo (su tutti Siddhartha, scritto nel 1922 e pubblicato in Italia per la prima volta nel 1975 da Adelphi). I tre idearono la casa editrice L’Ottava, distribuita da Longanesi, cominciando con due titoli mai tradotti di Gurdjeff, poi altri 12 titoli rari. Non erano libri per tutti, e non erano destinati a tutti, ma colmavano delle lacune editoriali importanti nel panorama italiano.

Infine la Sicilia. Era il suo embrione. Lui ringraziava Milano, per quello che aveva imparato, per quello che negli anni giovanili gli aveva dato. E rispettava tutti i luoghi in cui era stato, a cantare o studiare, per tutti aveva un commento gentile. Ma negli ultimi anni era tornato ad abbeverarsi alla fonte. Il clima di Milo, la vista sul Mongibello e sul mare in lontananza, le antiche abitudini, la mitezza del clima pedemontano e la vicinanza di una città Mediterranea, di lontanissima influenza orientale. La cucina di casa. La veranda in giardino. Le lucertole che attraversano la strada …

Insomma, questo uomo che cominciò con le canzonette, poi passò all’elettronica, poi tornò alle canzoni elaborate, alla musica sacra, alla Lirica, e poi ancora alle canzoni, il cinema, i libri, ha operato un mare di cambiamenti dettati dal desiderio di innovazione, personale e musicale, sempre ricco di geniali illuminazioni e destinato a durare nel tempo.

Alla fine di queste quattro semplici righe, posso dire che, grazie a Francesco, detto Franco, qualche volta anche io ho trovato l’alba dentro l’imbrunire, e di questo gli sono immensamente grato.

Minima bibliografia suggerita

Per un primo approdo, Franco Battiato. Camminando con le aquile – David Nieri. Un libro semplice e breve ma che permette di avere una prima apprezzabile visione.

Anche il valido omaggio che la rivista a fumetti Linus del suo amico Igort fece a FB nell’estate del 2021 con un numero speciale è meritevole di attenzione, soprattutto per una bella intervista (sebbene interrotta e mai completata) che il musicista rilasciò a Elisabetta Sgarbi nel 2012.

Per un’analisi profonda, anche fotografica, attraverso le interviste a colleghi, collaboratori e amici, L’alba dentro l’imbrunire – a cura di Francesco Messina e Stefano Senardi. È il lavoro più completo e esaustivo si possa leggere, perché è proprio grazie a chi ha conosciuto, vissuto, collaborato e gioito e scherzato con Franco che si ricavano le informazioni più vere del grande autore siciliano.

Per la discografia, Franco Battiato: Tutti i dischi e tutte le canzoni, dal 1965 al 2019 – Fabio Zuffanti. Questa è una enciclopedica descrizione di tutta la produzione di FB, utile – anche – ai completisti.

Discografia suggerita

La vastità e la varietà della produzione di FB rende problematico stendere questa lista. Proverò a indicare le mie preferenze, per quel che valgono, tacendo molti altri lavori di mio gradimento.

Il periodo iniziale, elettronica e sperimentazione:
–     Fetus – 1972
–     Pollution – 1973

Periodo dal1979 alla fine degli anni ‘80:
–     L’era del Cinghiale Bianco – 1979
–     La Voce del Padrone – 1981
–     Orizzonti Perduti – 1983
–     Mondi Lontanissimi – 1985
–     Fisiognomica – 1988

Dagli anni ‘90 ad oggi:
–     Come un Cammello in una Grondaia – 1991
–     Caffè de la Paix – 1993
–     L’Imboscata – 1996
–     Ferro Battuto – 2001
–     Il Vuoto – 2007
–     Inneres Auge – 2009
–     Joe Patti Experimental Group – 2014

Dal vivo e raccolte:
–     Giubbe Rosse – 1989
–     Del Suo Veloce Volo – 2014
–     Anthology: Le Nostre Anime – 3 CD – 2015

Opere:
–     Gilgamesh – 1992
–     Messa Arcaica – 1994

Esco a fare un giro in moto

(Robert Edison Fulton Jr., One Man Caravan)

di Vittorio Righini, 9 marzo 2025

Non avrei mai immaginato di raccontare sulle pagine dei Viandanti un libro basato su un giro del mondo in moto. Ne ho letti moltissimi, amo le motociclette fin dalla giovane età, e non mi sono mai fatto mancare libri su marchi attuali e del passato, produttori scomparsi poi ricomparsi, racconti di gare e, naturalmente, quelli sui viaggi in moto, dal Ted Simon de I Viaggi di Jupiter al povero Bettinelli e al suo girare il mondo In Vespa, e altri ancora ma meno noti. Pur essendo tutti libri graditi, non mi sono mai entusiasmato al punto di volerne raccontare, tantomeno sul sito dei Viandanti, dove gli eventuali rari lettori difficilmente potrebbero condividere la mia passione per la moto, e di sicuro non al punto in cui mi ha condotto Robert Edison Fulton Jr. (che non è il figlio dell’inventore della lampadina, anche se proprio da quest’ultimo, amico del padre, deriva il suo nome, né il nipote di quello della nave a vapore), in questo suo racconto del 1932/1933, edito poi nel 1937.

 

L’autore (figlio di Bob Fulton, facoltoso commerciante di mezzi pesanti, il marchio Mack Trucks, fondatore della compagnia di autobus Greyhound e personaggio carismatico) Robert Edison Fulton Junior (1909-2004) fin da ragazzino ebbe grandi esperienze: nel 1921 volò da Miami all’Havana in uno dei primi voli commerciali al mondo; nel 1923 assistette all’apertura della tomba di Tutankhamon in Egitto; si laureò nel 1931 a Harvard in Architettura ma fin da ragazzino, mentre i suoi amici battevano palle sui campi di baseball, lui si recava in fabbrica dal padre a mettere le mani nei motori e a curiosare nella meccanica. Junior si trova in Inghilterra quando, nel 1931, decide di seguire il consiglio paterno: “vai a est, incontrerai luoghi, genti e pensieri diversi, che ti apriranno la mente”. Invitato a una cena con personaggi di spicco dell’aristocrazia inglese, e con un bicchiere di troppo in corpo, espone ai convitati il suo progetto: voglio fare il giro del mondo in moto. In realtà si pente subito della sua boutade, ma ormai il dado è tratto, non può tirarsi indietro, tantomeno dopo che il proprietario della fabbrica di motociclette inglesi Douglas, seduto al medesimo tavolo, gli propone di fornirgli una moto adattata alle esigenze del suo viaggio. A quel punto, non può più rifiutare. Fervono i preparativi, aggiungi un serbatoio, aggiungi un portapacchi, insomma 350 kg. di ferro da portarsi in giro a poche miglia orarie, ove vi sono strade, e soprattutto in mezzo al nulla, come vedremo nella maggior parte dei luoghi raccontati nel libro.

Junior nella vita sarà un inventore (copio e incollo da Wikipedia):

«Durante la seconda guerra mondiale, Fulton inventò il primo simulatore di volo aereo da terra, l’“Aerostructor”, ma quando i militari non furono interessati, lo modificò in un ausilio per l’addestramento per i mitraglieri aerei, il primo simulatore di tiro aereo fisso, chiamato “Gunairstructor”. Dopo la guerra, a causa del tempo impiegato per viaggiare per dimostrare il simulatore di tiro, progettò e costruì un aereo che era convertibile in un’automobile, chiamato “Airphibian”. Charles Lindbergh lo pilotò nel 1950 e fu la prima auto volante mai certificata come idonea al volo dalla Civil Aeronautics Administration (ora FAA). Sebbene non fu un successo commerciale (i costi finanziari della certificazione di idoneità al volo lo costrinsero a cedere il controllo della società ad un’azienda, che non lo sviluppò mai ulteriormente), ora si trova allo Smithsonian Air & Space Museum. Durante gli anni ‘50, dopo aver studiato il modo in cui i treni in Gran Bretagna raccolgono i sacchi della posta a lato dei binari, Fulton sviluppò il sistema di recupero superficie-aria Fulton, chiamato anche Skyhook per la Central Intelligence Agency (CIA), la Marina degli Stati Uniti e l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. Era un sistema che veniva utilizzato per raccogliere le persone da terra con un aereo. Fu utilizzato dall’Aeronautica Militare U.S.A. fino al 1996. Un’invenzione gemella per i sommozzatori della Marina era chiamata Seasled.»

Una vita ricca e interessante, sicuramente frutto anche dal mix di culture cui si era accostato nel suo straordinario e giovanile viaggio in moto.

Nell’inverno del 1933 anche un altro grande narratore di viaggi lascia Londra e Hook von Holland per avviarsi verso Costantinopoli, ma a piedi. È Patrick Leigh Fermor, e nel suo viaggio, ben evidenzia (nel primo libro della trilogia) la prima parte in Olanda, Germania e Austria, con la descrizione della Germania all’inizio del Terzo Reich; al contrario, in questo libro l’Europa occidentale viene completamente ignorata; Junior non è Patrick, in tutti i sensi, l’Europa viene attraversata senza commenti, e solo all’arrivo in Grecia l’autore può cominciare a raccontare qualcosa: la polvere, soprattutto. Ma una volta arrivato in Grecia, è quella polvere l’aria nuova d’oriente, e Junior comincia a narrare. Butta via lo smoking e gli abiti da sera, e riparte, anche mentalmente. Molto interessante l’attraversamento della Turchia e delle sue regioni meno abitate, praticamente il primo assaggio di deserto, con i turchi, quelli che non hanno nulla, che sono sempre i più ospitali. Giù fino a Adana e Gaziantep, Alessandrina e poi la frontiera e la Siria. Antiochia, Aleppo, Homs e l’ingresso in Libano, Tripoli e Beirut. Il passaggio in Giordania, con una sosta a Damasco e un difficile e pericoloso deserto, poi l’Irak, fino alla complicata (all’epoca) Baghdad. Tutto questo in moto, signori, nel 1931… E poi in Pakistan fino a Karachi, poi in India, con una capatina (?!?) a nord, ai confini con L’Afghanistan, in uno dei posti più pericolosi all’epoca… il passaporto inglese di quei tempi, in una nota interna, ricorda ‘‘valido in tutti i paesi del mondo tranne l’Afghanistan’’; posto pericoloso oggi, pericoloso ai tempi di Kim, Kipling e di Junior. Ma l’autore ha 20 anni, passaporto americano, fegato e incoscienza da vendere, e rientra fino a Peshawar, per poi salire sul Khyber pass e ridiscendere in Afghanistan fino a Kabul.

La parte in India è tra le più belle del libro. Junior spesso racconta la storia dei luoghi e delle tribù, non è enciclopedico e completo come Fermor nei suoi libri, ma se ti vuole stupire ci riesce comunque. Spiccano alcune frasi che mi sono rimaste in mente. Un capitano inglese, (Watson), militare in India da una vita, dice a Junior:

Fulton, ha visto con quanta pazienza e fatica il cammello fa girare la ruota idraulica di quel bungalow? il cammello sta tutto il giorno con gli occhi coperti e solo a sera, quando viene allontanato dal pozzo, gli vengono tolti i paraocchi. Così non si renderà mai conto della sua forza né del frutto del suo lavoro. Gli indiani sono come quel cammello: possiedono un’enorme potere ma hanno gli occhi chiusi. Un giorno cadranno i paraocchi e allora succederanno grandi cose in questo paese”. E anche l’autore ogni tanto si lascia andare a battute sugli inglesi; nella località sperduta di Razmak, nel Waziristan (piccola regione montuosa tra il fiume Tochi e il fiume Indo, abitata dai peggio montanari possibili, che al confronto i Manioti raccontati da Fermor sono dei pacifisti), Junior viene ospitato al Razmak Club, il classico club inglese in mezzo al nulla… al che Junior scrive : “Scommetto che se tre inglesi facessero naufragio su un’isola deserta, due formerebbero un Club esclusivo e il terzo ne starebbe fuori” (nota vecchia battuta). Perdonatemi, ma questa vecchia abitudine inglese a mantenere certe tradizioni la trovo gradita.

Va detto che Junior non scrive per dare un appunto, non è un taccuino di viaggio per successivi coraggiosi viaggiatori motociclisti. Lui si muove sul filo del tempo: passa in certi paesi in un periodo in cui questi paesi sono felici di avere un ospite americano in visita (in Giappone verrà scortato da motociclisti locali, probabilmente gli stessi che qualche anno dopo combatteranno gli americani). Non si propone di fare un record, non è un viaggio immutabile che non può essere variato: ogni qualvolta subentra un problema grave, come le piogge monsoniche, Junior imbarca la moto in nave e proseguire il percorso via mare, o in treno se disponibile.

Dopo l’India c’è il folle viaggio fino a Khabul attraverso il Khyber pass, poi il ritorno in India del sud, e via nave a Sumatra, a Giava, poi a Singapore, nel Siam (nome della Thailandia fino al 1940 circa), la Cambogia, e poi una lunga, lenta e stentata esplorazione della Cina. Poi l’arrivo in Giappone, il viaggio da Nagasaki a Tokyo dove imbarca in nave per tornare negli Stati Uniti. Attraversa gli stati del sud degli USA e, nei pressi di Dallas, gli rubano la moto! non ha mai avuto nessun problema in tutti i paesi attraversati, e tornato a casa gli succede questa sfortuna, per lui una vera disgrazia. Ma nel giro di una settimana la Polizia trova la moto, e lui può ripartire per New York, la tappa definitiva del suo viaggio.

È sì un taccuino, ma di ricordi, riferiti a persone, fatti e luoghi; non è un libro per motociclisti, Junior non offre nessun consiglio ai futuri viaggiatori. Quando si guasta la moto, non spiega cosa si è rotto! e se anche offrisse suggerimenti per un viaggio in moto, i tempi non sarebbero più gli stessi, e i consigli sarebbero inutili. Anche se, a rileggere del valicare certi passi Afghani, o attraversare i deserti medio orientali, si potrebbe pensare di essere ai giorni nostri, con rischi più o meno uguali. Non nego che si potrebbe avere la sensazione che Junior abbia un atteggiamento coloniale di stampo inglese, con divertita superiorità rispetto alle culture incontrate, e tendente alla difesa col colonialismo, riconoscendone più i meriti che i demeriti; però nei suoi scritti c’è sempre garbo e rispetto per l’altrui cultura, curiosità e modestia. Siamo all’inizio degli anni ‘30, l’autore quando parte è poco più che ventenne, viene da una ricca famiglia americana e non conosce le privazioni… come non concedergli un certo aplomb.

A poco più di venti anni, Junior sfugge alle pallottole delle tribù Pashtun, ai banditi iracheni, soggiorna più volte nelle carceri turche, e si trova in mezzo a varie guerre civili. Eppure, apprezza e loda un the offerto in mezzo al nulla, da gente che non ha nulla, se non un buon sentimento di ospitalità, che contraddistingue la maggior parte dei poveri di tutto il mondo.

 

Altro che maturare, altro che crescere in fretta, il viaggio è una scuola di vita… Questo libro è per tutti gli amanti della letteratura di viaggio, va letto e riposto nell’angolo dei libri di pregio, perché noi, al giorno d’oggi, nemmeno ci possiamo sognare una simile avventura. E se non vi piacciono le moto, dimenticatele, qui la moto è davvero solo il mezzo, non certo il fine. (Non mi stupisce che poi nella vita Junior sia stato inventore: tutti quei km. su quel trabiccolo hanno comportato sicuramente riparazioni che un uomo privo della necessaria capacità meccanica non avrebbe potuto risolvere). Il libro contiene anche una serie di fotografie scattate dall’autore (ha usato a lungo anche la cinepresa, e al suo ritorno tutta questa documentazione di molti posti ai più sconosciuti lo aiutò a trovare un posto di lavoro alla Pan American Airlines).

One Man Caravan, di Robert Edison Fulton Jr., Elliot Edizioni, 2015

 

Nikolaj K. Roerich. Le cattedrali di pietra

di Paolo Repetto, 14 aprile 2024 – dall’Album “Nikolaj K. Roerich. Le cattedrali di pietra

Nikolaj Konstantinovič Roerich Le cattedrali di pietra copertinaLa cultura russa della prima metà del Novecento ha sfornato palate di personaggi bizzarri e controversi, ma questo è davvero singolare. La figura di Nikolaj Konstantinovic Roerich, nato a San Pietroburgo nel 1874, è talmente sfaccettata da non poter essere incasellata in alcuna definizione. Era un pittore, un archeologo e un esploratore, ma anche un appassionato di religioni orientali e di studi cabalistici, e si reinventò da ultimo maestro del pensiero, fondando una filosofia esoterica (la Agni Yoga) che pescava dalla teosofia di Elena Blavatskij, dal cristianesimo ortodosso, dal buddismo, dall’induismo, dallo sciamanesimo nonché dal burkhanesimo (una religione diffusa nella regione russo-asiatica degli Altai). Ancora oggi questa filosofia ha i suoi bravi seguaci, soprattutto nella Russia asiatica, ma sparsi anche un po’ in tutto il mondo. Per converso, Roerich è considerato da molti solo un ciarlatano, e si sospetta addirittura che abbia agito come spia del regime staliniano.
Le cattedrali di pietra 02Andiamo però con ordine. Roerich coltiva precocemente i suoi interessi artisti e filosofici, e soprattutto frequenta sin da giovanissimo gli ambienti culturali all’avanguardia. Collabora come scenografo e costumista alle messe in scena di Sergej Diaghilev, il creatore del balletto russo, e firma con Stravinsky la scenografia del balletto della “Sagra della Primavera”.
La grande svolta nella sua vita avviene però nel 1901, quando sposa Elena Ivanova Shaposhnikova. Da lei, che già ha tradotto in russo le opere della Blavatskij e scritto sui fondamenti del buddismo, riceve la spinta verso gli interessi esoterici. Al termine del primo conflitto mondiale i due danno inizio a una serie di viaggi diretti dapprima verso occidente, in Svezia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, poi decisamente a oriente, in India, nel Turkestan cinese, negli Altai, in Mongolia e in Tibet. Visitano anche la Manciuria cinese, raggiungendo poi Shanghai e Pechino e spingendosi fino a Tokyo.
I loro viaggi nell’Asia centrale, in un’area che negli stessi anni vede in azione Sven Hedin e gli archeologi dell’Ahnenerbe himmleriana, si traducono presto in vere e proprie esplorazioni. Oggetto della ricerca è il mitico paradiso buddista di Shambala. Di qui dovrà partire la rigenerazione dell’Umanità, una nuova era guidata da una figura femminile, Urusvati (nella quale non è difficile riconoscere la stessa Elena Ivanovna), che insegnerà all’umanità l’amore per la natura e la sintonia con le energie emanate dalla terra. L’armamentario per una filosofia di vita precorritrice della New Age c’è tutto, compreso il vegetarianesimo e il culto delle vette “sacre”.

Le cattedrali di pietra 03

Il pensiero di Roerich è stato indubbiamente condizionato, e in maniera pesante, dall’influenza della moglie. Di suo, lui ha saputo tradurlo da un lato in visibilità e successo, e in qualche modo in una sorta di lasciapassare, dall’altro in ispirazione per la sua pittura. Verso la fine degli anni Trenta ha lanciato un “Patto Roerich”, una sorta di “Croce Rossa della cultura”, sancito alla Casa Bianca alla presenza di Roosevelt, che aveva come scopo la protezione dai danni della guerra di monumenti, chiese, biblioteche, istituzioni culturali di ogni tipo. Nel frattempo ha continuato a girovagare per la Russia e per il mondo senza subire restrizioni dalla polizia politica staliniana, e sempre godendo di notevole disponibilità economica. Di qui i sospetti su una sua possibile attività spionistica al servizio del regime.
A noi interessa però eminentemente la sua opera. A prima vista è difficile che questa ci conquisti. Sembra anzi presentare diversi limiti: un segno pesantemente calligrafico, quasi esasperato nella semplificazione dei tratti e dei contorni; un cromatismo monocorde, vincolato alla successione disciplinata delle sfumature; il ripetersi degli stessi soggetti, colti da un’angolazione quasi simile. Come ad essere in presenza di un lavoro diligente, piuttosto che ispirato. Ma subito dopo la percezione cambia: si capisce che quelli che possono sembrare difetti di “manico” o di “maniera” sono in realtà l’esito di una “sublimazione”, mirata a creare una dimensione metafisica, nella quale il peso dei massi rocciosi, dei grandi volumi montani inscritti in ideali solidi geometrici, che pure è sottolineato proprio dalla semplificazione del segno, non ci grava addosso, è solidità, è base sulla quale poggiare i piedi e la vita.
E allora ne siamo attratti: da quelle vette (ma anche dagli edifici religiosi, dagli scorci di villaggi) ci arriva un richiamo, e la loro distanza non ci esclude.
Che poi Roerich fosse o meno un ciarlatano, o un fanatico religioso, o addirittura un agente dell’NKVD, e che le sue opere vengano riprodotte oggi sui cuscini o nelle tappezzerie, poco importa. Ci ha lasciato l’idea di un mondo nel quale, forse, l’utopia era ancora possibile.

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Sven o della solitudine

Sven o della solitudine - copertinadi Paolo Repetto, 22 luglio 2023

Introduzione

La giovinezza di un eroe

Verso l’oriente

Il viaggio in Persia

La prima spedizione

Seconda spedizione

Terza spedizione

Quarta spedizione

Il tramonto e l’oblio

Riflessioni

Compromesso col nazismo

Razzismo

Spettacolarizzazione

Solitudine e sensibilità

Omosessualità

Infine

Indicazioni bibliografiche

Sven o della solitudine 02

Introduzione

Non cammino mai sulle mie impronte.
Questo è contro la mia religione.

Protagonista di questa mini-biografia è Sven Hedin, un esploratore svedese che a cavallo tra otto e novecento ha cambiato radicalmente la conoscenza geografica di una parte dell’Asia. Non è una new entry: era nel mirino da un pezzo, ma forse, a dispetto delle ripetute professioni di “scorrettezza politica”, sono stato inconsciamente influenzato dal marchio di maudit – non quello della sregolatezza, ma quello dell’infamia – che pesa sul personaggio (nonché dal fatto che sino ad un anno fa avevo potuto leggere uno solo dei suoi libri). Hedin mi offre dunque l’occasione di raccontare una storia che mi ha affascinato e di togliermi al contempo un po’ di sassolini dalle scarpe.

Questo però alla fine. Prima andiamo a conoscerlo, possibilmente tenendo spiegata davanti a noi una carta fisica in scala 1:1.000.000 dell’Asia Centrale. Diversamente rischiamo davvero di perderci dopo poche pagine. E comunque, buona parte di quella carta l’ha disegnata proprio lui.

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La giovinezza di un eroe

In My Life as an Explorer, dove riassume in pratica tutta la sua vita, (e che non è mai stato tradotto in italiano) Hedin non si sofferma sull’infanzia. Parte in quarta e scrive semplicemente: “Fortunato quel ragazzo che scopre l’inclinazione della sua vita già durante la fanciullezza. Questa davvero è stata la mia buona sorte. Fin dai primi dodici anni il mio traguardo mi era già chiaramente evidente. I miei primi amici sono stati Feminore Cooper e Jules Verne, e Stanley, Franklin, Payer e Nordenskiöld, in particolare la lunga schiera di eroi e di martiri delle esplorazioni polari […]”. Passa poi immediatamente a raccontare del giorno (o meglio, della notte) di fine aprile in cui con tutta la famiglia aveva assistito al rientro a Stoccolma dell’esploratore polare Nordenskiöld, reduce dall’aver percorso per primo il passaggio a nord-est con la nave Vega[1]. In quella notte si era deciso il suo futuro destino. «Ero in piedi sulle alture di Södermalm con i miei genitori e fratelli, da cui avevamo una vista superba. Ero in preda a una grande tensione nervosa. Ricorderò questo giorno fino alla morte, poiché è stato decisivo per il mio futuro. Un fragoroso giubilo risuonava dalle banchine, dalle strade, dalle finestre e dai tetti. “È così che voglio tornare a casa un giorno”, ho pensato tra me e me».

Sven o della solitudine 03Di ciò che era venuto prima non racconta alcunché, né in questa né nelle altre sue opere che ho letto: probabilmente riteneva la sua infanzia poco rilevante rispetto alle scelte future, e assolutamente normale, per quanto normale possa essere considerata la convivenza con cinque sorelle e due fratelli, in una famiglia governata totalmente dalla figura materna. Ad essere maligni, sarebbe invece già sufficiente a spiegare la smania perenne di lontananza e di solitudine che lo caratterizzerà. Almeno a livello inconscio, perché alla famiglia e a tutte queste donne Hedin sarà in realtà sempre molto affezionato. Solo a queste, però: nella sua vita non ce ne saranno altre, né altri affetti, e neppure vere e proprie amicizie. Non si è mai sposato e non ha avuto figli: con lui si è estinta la sua linea familiare.

Sven o della solitudine 04L’infanzia dunque ce la lascia immaginare, e non dobbiamo nemmeno sforzarci troppo. Piuttosto, è forse opportuno “contestualizzare” Hedin rispetto ai tempi e ai luoghi in cui è cresciuto e si è formato. Il 1865, anno della sua nascita, può essere assunto per i paesi nordici a spartiacque. Si è appena conclusa la seconda guerra tedesco-danese, con una cocente sconfitta del regno di Danimarca e la conseguente perdita dei ducati dello Schleswig-Holstein a favore della Prussia. Questo significa il tramonto dello scandinavismo, un movimento culturale e politico che propugnava l’unione dei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) in una sola nazione, e che aveva infiammato a metà del secolo soprattutto la gioventù studentesca. Produce anche, in particolare negli ambienti più legati all’istituto monarchico, una crescente ammirazione per il nuovo Reich tedesco che si va costruendo proprio in quegli anni sotto la regia di Bismarck. In più, la sconfitta è solo un prodromo alla profonda depressione economica che colpirà i paesi europei nell’ultimo quarto di secolo, e in particolare quelli scandinavi, innescando un forte fenomeno migratorio (testimoniato e raccontato, ad esempio, nei libri di Knut Hamsun).

Si verifica però, nello stesso periodo, anche un deciso mutamento dell’atteggiamento relativo alle attività esplorative. Mantenendo il 1865 come data simbolica, è l’anno in cui muoiono FitzRoy, il comandante del Beagle e compagno di viaggio di Darwin, l’eccentrico Charles Waterton, l’esploratore dell’Africa Heinrich Barth: mentre l’anno precedente sono morti John Hanning Speke e László Magyar. Tutta una generazione di esploratori-avventurieri o di esploratori-scienziati (della quale Alexander von Humboldt era stato l’antesignano) sta scomparendo e lascia il posto a uomini che si muovono con un più o meno esplicito mandato politico. Nell’Asia centrale è in il pieno svolgimento Grande Gioco, mentre la corsa a piantare bandierine in Africa culmina nel Congresso di Berlino del 1885.

In quello stesso 1865 si situa però un altro evento fortemente simbolico, la conquista del Cervino. La vittoria di Wymper segna la fine dell’alpinismo romantico e l’inizio della competizione e della corsa al primato, tra i singoli ma anche, e soprattutto, tra gli stati. Non è neppure privo di significato, sempre a proposito di alpinismo, che proprio in quell’anno nasca uno dei coetanei più famosi di Hedin, quel Guido Lammer che sarà l’interprete più famoso e convinto dell’alpinismo di conquista. Lammer andrà ben oltre i limiti ragionevoli d’un rischio inevitabile, ma contenuto e calcolabile. Il suo delirio di potenza (è un nietzschiano convinto) lo spingerà ad arrampicare sempre solo, spesso senza assicurazione, nelle condizioni più assurde e rischiose: “Il più dolce di tutti i godimenti che la vita può offrire è bagnar le labbra alla coppa della morte! Mettersi coscientemente e volontariamente nel vero pericolo di morte, in cui i piatti della bilancia del vincere e del perdere effettivamente si equilibrano è la cosa più alta e più augusta che possa provare il sentimento dell’uomo” scrive in Fontana di giovinezza. Il fatto è che al di là della folle esasperazione rappresentata da Lammer, sentimenti di questo tipo sono piuttosto diffusi nella sua generazione, Hedin compreso (e lo saranno ancor più in quella successiva, quella del fascismo e del nazismo).

Il nostro respira quindi da subito un’aria particolare, anche se ancora non la si avverte. È nato a Stoccolma in una famiglia agiata, da un piccolo borghese che a forza di volontà e rigore è diventato architetto capo della municipalità e dalla figlia di un ricco mercante (ebreo e con un cognome che è tutto un programma: Westman). Il padre intrattiene ottimi rapporti col sovrano, e questo si rivelerà fondamentale per Sven al momento di ottenere appoggi finanziari e credenziali ufficiali per le sue missioni. La sua è una famiglia molto religiosa, addirittura devota, che segue i principi dei fratelli moravi. Sven porterà sempre con sé nei suoi viaggi il “Dagenslösen”, il libro di preghiere svedese, e non derogherà mai al rituale della lettura serale.

Sven o della solitudine 05Compie gli studi in un liceo prestigioso, conseguendo il diploma di scuola secondaria nel 1885, ma non è un allievo particolarmente brillante: si distingue solo nel disegno e nella cartografia. Mentre ancora frequenta il liceo redige a penna un atlante in sei volumi nel quale sono raccolte le conoscenze orografiche del suo tempo per tutta la terra, e disegna per la Società di Geografia di Stoccolma una carta dell’Asia Centrale che lascia tutti a bocca aperta.

Nel frattempo, soprattutto dopo l’entusiasmante notte di Nordenskiöld, ma senz’altro già da molto prima, matura una fissazione per i viaggi polari. È una passione largamente condivisa dai suoi connazionali e dai suoi coetanei: esauritasi con Livingstone e Stanley la febbre dell’Africa, la corsa ai poli è divenuta l’ultima frontiera delle esplorazioni. Sven ci mette di suo una determinazione eccezionale, e s’impone un’autodisciplina ferrea per prepararsi sia fisicamente che intellettualmente a quel tipo di avventura, temprando il corpo al freddo e ai digiuni (“nelle notti invernali mi rotolavo spesso nella neve e dormivo con le finestre aperte”), aprendo la mente alle lingue e alla geografia, nutrendosi di libri di viaggio e di studi cartografici. Chi lo ha conosciuto quando era ancora all’inizio della sua carriera, ad esempio lord Younghusband (l’uomo che avrebbe aperto Lhasa agli occidentali), lo descrive come fisicamente robustissimo, anche se non molto alto, ma soprattutto imperturbabile, sicuro di sé e incredibilmente deciso.

I requisiti per partecipare alla corsa ai poli se li è creati con una straordinaria volontà: “Ma nelle stelle era scritto diversamente“.

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Verso l’oriente

Alla fine della primavera del 1885, appena uscito dalla scuola secondaria, riceve una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Deve accompagnare come precettore privato uno studente che va a raggiungere il padre a Baku, sulle sponde azere del Mar Caspio, dove quest’ultimo lavora come ingegnere nei giacimenti petroliferi della famiglia Nobel. La proposta testimonia dell’ottima reputazione che Sven si è guadagnato a scuola, e lui non vuole smentirla: ma vuole soprattutto mettersi in condizione di approfittarne il più possibile per appagare la sua sete di viaggi. Durante l’estate frequenta dunque un corso di topografia per militari e prende lezioni di disegno (per il quale è già di suo molto portato).

Sven o della solitudine 07I due partono alla volta dell’Azerbaigian a metà agosto. Transitano per Helsinki e San Pietroburgo, e quindi si soffermano a Mosca, dal cui splendore Sven è affascinato. Poi quattro giorni in treno e in diligenza, in mezzo a una natura selvaggia che il giovane non si stanca di cercare di disegnare: foreste immense e praticamente vergini, montagne altissime innevate, valichi incassati tra le rocce, strade che corrono pericolosamente su orrendi strapiombi. Il virus dell’avventura che incubava nel suo animo trova l’ambiente ideale per manifestarsi. Sono a Baku prima della fine del mese, e qui Sven, oltre ad impartire lezioni al suo discepolo, si dedica a studiare in contemporanea una quantità di lingue: è molto portato, conosce il latino, parla quasi correntemente francese, tedesco e inglese, s’impadronisce dei rudimenti delle lingue farsi, russa e tartara. In seguito imparerà diversi dialetti persiani, oltre al turco, al kirghiso, al mongolo, al tibetano e a un po’ di cinese.

Sven o della solitudine 08Sei mesi dopo il suo compito di tutore è esaurito, ma Sven non ha alcuna fretta di fare ritorno a casa. Avverte semplicemente i suoi che posticiperà il rientro, e nell’aprile del 1886 lascia Baku, si imbarca su un vapore che costeggia il Mar Caspio e raggiunge la Persia. Quindi attraversa a cavallo la catena montuosa di Alborz, per toccare successivamente Teheran, Esfahan, Shiraz e arrivare al Golfo persico. Dalla città portuale di Bassora ancora in nave risale il fiume Tigri fino a Baghdad (allora nell’impero ottomano). Torna quindi a Teheran via Kermanshah, e dopo aver trovato un prestito (ha esaurito tutti i suoi fondi) intraprende finalmente la strada di casa, attraversando il Caucaso, veleggiando sul Mar Nero fino a Costantinopoli e facendo ancora tappa a Budapest. È di ritorno in Svezia il 18 settembre 1886.

Ha solo ventun anni, se l’è cavata egregiamente. E ha anche definitivamente realizzato che la corsa ai poli non è l’ultima frontiera. Ci sono ancora un sacco di spazi bianchi da riempire sulle mappe: li ha appena lambiti, e non vede l’ora di penetrarci. I monti caucasici, le steppe, i deserti del centro dell’Asia gli sono entrati nel sangue. Scrive: “Bruciavo dal desiderio di iniziare nuove avventure”. “Quando rientrai in patria, nella primavera del 1991, mi sentivo come il conquistatore di un immenso territorio […] io quindi confidavo di poter dare un nuovo colpo e conquistare tutta l’Asia da ovest ad est […]. Passo a passo mi ero aperta la strada sempre più profondamente attraverso il cuore del più grande continente del mondo. Ora non mi acc0ntentavo più di niente se non di aprire sentieri dove nessun europeo avesse mai posto il piede”.

Sven o della solitudine 09L’anno successivo pubblica un libro sulla sua prima straordinaria esperienza, Attraverso la Persia, la Mesopotamia e il Caucaso. Ricordi di viaggio. Non è un best seller, ma è pubblicato da un editore specializzato nel settore, e incuriosisce tanto gli appassionati quanto gli studiosi, colpiti soprattutto dalla giovanissima età e dalla precoce competenza dell’autore. Hedin ha però potuto rendersi conto durante il viaggio di cosa realmente serve per impegnarsi in una esplorazione. Gli anni successivi li dedica dunque a completare ad altissimo livello la sua preparazione. Studia geologia, mineralogia, zoologia tra il 1886 al 1888 a Stoccolma e a Uppsala, e nel frattempo traduce i Viaggi in Asia centrale di Nicolaï Prjevalski, individuando così la meta per la prossima avventura. In virtù della conoscenza del farsi e del turco viene anche aggregato ad una futura missione presso lo scià di Persia. Nell’attesa della partenza, tra l’ottobre 1889 e il marzo 1890, realizza un altro suo sogno e va a studiare a Berlino con il grande geografo Ferdinand von Richthofen[2].

Richthofen riconosce subito l’eccezionalità dell’allievo, e vorrebbe spingerlo allo studio dei sistemi montuosi dell’Himalaya, della Cina e dell’Asia sud-orientale: ma Hedin ha già fatto le sue scelte. Ha letto le relazioni di viaggio dei fratelli Schlagintweit, si è appassionato e commosso per le loro disavventure. Ora lo attirano soprattutto i deserti, aridi o ghiacciati, la solitudine, i silenzi, e sotto sotto (ma neanche tanto) i disagi da affrontare e i rischi da correre. “Non ero all’altezza di questa sfida. Ero uscito troppo presto per le rotte selvagge dell’Asia, avevo percepito troppo lo splendore e la magnificenza dell’Oriente, il silenzio dei deserti e la solitudine dei lunghi viaggi. Non riuscivo ad abituarmi all’idea di tornare a scuola per un lungo periodo di tempo”. Infatti procrastina ancora il compimento degli studi cui von Richthofen lo esorta. Non gli interessa diventare uno scienziato: è e vuole essere riconosciuto come un esploratore.

Durante il soggiorno in Germania matura inoltre una sconfinata ammirazione per quel popolo, per la sua cultura e per il suo sistema politico. La sua figura di riferimento politico diventa Federico II.

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Il viaggio in Persia

Sven o della solitudine 11La delegazione svedese che deve consegnare allo scià di Persia un’onorificenza (un pretesto, naturalmente, per instaurare rapporti politici ed economici) e in seno alla quale Sven svolge il ruolo di interprete parte nel maggio 1890, e via Berlino e Vienna raggiunge Costantinopoli, dove è ricevuta anche dal sultano. Una volta a Teheran, ed esauriti i suoi compiti ufficiali, il giovane ottiene di poter lasciare la delegazione per riprendere a viaggiare nell’Asia centrale. Ma prima accompagna lo Scià in un’escursione alla catena montuosa dell’Elburz, nel corso della quale assieme a due guide scala il Monte Damavand (5.600 metri). Incontra anche le prime disavventure, perché quasi ci lascia la pelle cavalcando attraverso le montagne innevate dell’Elbruz durante una feroce tempesta di neve.

Il rapporto diretto con lo Scià gli garantisce comunque la più assoluta libertà di movimento. A settembre, dopo essere tornato a Teheran, parte per il Turkestan russo, attraversando la catena montuosa che separa quest’ultimo dalla Persia. Viaggia sulla Via della Seta attraverso le città di Mashhad, Ashgabat, Bukhara, Samarcanda, Tashkent e Kashgar, fino alla periferia occidentale del deserto del Takla Makan. A Taskent ottiene nuovi lasciapassare, lettere di raccomandazione e carte del territorio, con le quali, a dispetto degli avvertimenti delle autorità russe, muove verso il confine cinese. Attraversa l’Alto Pamir nei primi giorni dell’inverno, avendo davanti a sé i panorami mozzafiato del Tibet, e arriva a Kashgar a metà dicembre. Ha raggiunto quella che un tempo era stata una tappa fondamentale lungo la via della seta, ma la cui vivacità è ormai solo un ricordo. Per oltre 200 giorni l’anno Kashgar è avvolta da una gigantesca nube di sabbia sollevata dai venti del deserto: e viene considerata abitata dai “demoni del cielo”, che hanno trovato qui la dimora ideale per nascondersi agli occhi degli umani. Dopo un po’ Hedin comincerà a pensare che un fondo di realtà debba esserci in queste leggende.

Sven o della solitudine 12Nei dintorni comunque ha modo di incontrare gli Uiguri, di etnia turca, imparentati con altre popolazioni che abitano oltre il confine russo: ed è impressionato dalla praticità dei loro sistemi d’irrigazione, che consentono l’agricoltura in un terreno tutt’altro che adatto. A questo punto però, non avendo ottenuto il permesso di proseguire fino a Pechino, è costretto a tornare indietro per una via più settentrionale, che attraversa la catena di Thian Shan, e a fine dicembre riguadagna il territorio russo. È nuovamente nel Turkestan, dove visita la tomba dello studioso russo-asiatico Nikolai Przhevalsky a Karakol, sulla riva del lago Issyk Kul. Alla fine di marzo del 1891 è di ritorno in Svezia

Sven o della solitudine 13Si è trattato solo di un viaggio preparatorio, per mettere a punto le necessità e calcolare i rischi di una spedizione vera e propria. Gli è servito anche per individuare l’area sulla quale focalizzare il suo interesse: la più impervia e sconosciuta, naturalmente. Si tratta del vasto e accidentatissimo territorio al quale afferiscono, con confini definiti in maniera molto incerta, sei differenti stati: Cina, Mongolia, Russia, Persia, Tibet e India. Al centro di questa area, nel Turkestan cinese, c’è il Takla Makan, un deserto di sabbia che gode di una fama sinistra, attorno al quale, e anticamente anche all’interno, transitava la Via della Seta individuata da Von Richthofen.

Sven o della solitudine 14Per intanto ha già raccolto materiale sufficiente per dare alle stampe una Ambasciata del re Oscar allo shah di Persia e soprattutto Attraverso il Khorasan e il Turkestan, pubblicati pochi mesi dopo il suo ritorno, che consolidano la sua fama di esperto della geografia e dell’antropologia dell’Asia Centrale. Nel frattempo si è iscritto all’università di Berlino, dove ottiene in brevissimo tempo (nel 1892) una laurea dissertando sulla sua ascesa al monte Damavand.

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La prima spedizione

Sven o della solitudine 16Ormai è famoso, tanto in Svezia quanto in Germania. Si crea dunque una cordata, lanciata dal sovrano svedese Oscar II e finanziata da banchieri e imprenditori, per raccogliere la somma necessaria ad allestire una spedizione in grande stile. Partecipano anche i russi, conquistati da una conferenza che il giovane ha tenuto a Pietroburgo, davanti ai soci della società imperiale di Geografia. Esauriti i preparativi, la partenza viene però ritardata da un problema agli occhi che tiene fermo Sven per parecchi mesi. Poi, nell’ottobre del 1893, l’esploratore raggiunge Orenburg in treno e successivamente, a cavallo o su un carrettino (un tarantass), guadagna Taskent (“In diciannove giorni avevo attraversato 11 gradi di latitudine, impiegato 111 guidatori, adoperato 317 cavalli e 21 cammelli)” A marzo parte l’esplorazione vera e propria. Mi ci soffermo più a lungo perché è probabilmente l’avventura che, una volta conosciuta, sancirà la fama di Hedin come ultimo grande esploratore romantico, colui che avanza solitario verso un ignoto irto di pericoli.

Nel febbraio 1894 Hedin attraversa il Pamir, in pieno inverno e con temperature che scendono sino a -38°C. Passa a fianco del Mustagh-Ata, una montagna di 7.650 metri, e ne valuta possibile l’ascensione, tanto che ci prova. Raggiunge un’altitudine superiore ai 6000 metri, accompagnato da una guida kirghisa: “Mi sentivo come se stessi sul margine degli spazi incommensurabili dove i mondi ruotano per l’eternità. Solo un passo mi separava dalle stelle. Potevo toccare la luna con la mano”. Deve però fermarsi per una recrudescenza dell’oftalmia, e rimpiangerà quella vetta per tutta la vita.

Per curare gli occhi sosta per un breve periodo a Kashgar, e nel frattempo mette a punto i dettagli della spedizione. Ha deciso di tentare la traversata e l’esplorazione del Takla Makan. Sa cosa rischia: “Nel Takla Makan si riesce ad entrare, ma non si riesce ad uscire”. Nessun occidentale di cui si abbia fama ci ha mai provato, o è mai tornato per raccontarla. Hedin intende tagliarlo da nord a sud, dando inizio a un rilevamento cartografico che con una lunga avanzata dovrebbe condurre sino al Tibet. Si sposta quindi nel febbraio a Merket, poco lontana dalle prime propaggini del deserto. “La parte del grande deserto di sabbia che stavo per attraversare era triangolare ed era cinta a ovest dal Yarkand-daria, ad est dal Kotan-daria e a sud dai monti Kunlun. La distanza da Merket al Kotan-daria era di 175 miglia: ma per noi si presentava molto più lunga per via delle innumerevoli curve che il nostro itinerario doveva fare tra le dune. Speravo di attraversare il deserto in meno di un mese e di proce dere verso le fresche alture del Tibet settentrionale durante i caldi mesi estivi.”

Sven o della solitudine 17L’idea è quella di redigere una carta su grande scala del territorio che sarà percorso, riportante i livelli altimetrici e il reticolo idrografico, completata poi dalla classificazione delle rocce e della flora, dalle caratteristiche climatiche, da una descrizione antropologica delle popolazioni (caratteri fisici, lingue, costumi, …), dalla rappresentazione delle rovine delle antiche città e dei paesaggi. Un progetto decisamente ambizioso.

Ad aprile finalmente la spedizione si muove. Con Hedin ci sono quattro compagni e otto cammelli, questi ultimi carichi di acqua, cibo, armi, strumentazioni scientifiche e materiale per le fotografie. Le cose però si mettono male quasi subito: non ha controllato personalmente l’approvvigionamento d’acqua, che si rivela del tutto insufficiente; è necessario dunque procedere ad un drastico razionamento, e uomini e animali dopo due settimane sono già allo stremo. Deve prendere una decisione: “Non si vedeva altro che sottile sabbia gialla. Fin dove riuscivamo a spingere lo sguardo scorgevamo solo dune alte, spoglie di vegetazione. È strano che sia rimasto atterrito da tale spettacolo e abbia continuato il viaggio”. In realtà non è così strano: esce nettamente allo scoperto in questa occasione quella che sarà sempre la principale caratteristica di Hedin: la determinazione quasi disumana a raggiungere l’obiettivo ad ogni costo, mettendo magari a repentaglio la propria vita, e con scarso riguardo per quella degli altri. Non esita un attimo. “Non avrei cambiato un solo passo del mio percorso. Fui travolto dall’irresistibile desiderium incogniti che abbatte qualunque ostacolo e non conosce l’impossibile.” È il tratto che lo accomuna al suo coetaneo Lammer.

Hedin insiste dunque a proseguire, convinto di poter arrivare in un mese al fiume Khotan, che dovrebbe scorrere in mezzo al deserto. Ma intanto la sete comincia a mietere vittime: prima un cammello, poi altri due, poi due degli uomini. Bevono il sangue degli animali che si erano portati appresso, pecore e galline, e l’urina dei cammelli. Hedin cerca di dissetarsi persino con il liquido per i fornelli (e si sente male). Ci si mette anche una tormenta di sabbia. Il 3 maggio sono ormai rimasti in due, e scoprono di aver marciato per un intero giorno in tondo. In quello seguente arrivano al fiume e lo trovano in secca: a questo punto Kasim, l’ultimo compagno rimasto, non è più in grado di proseguire. Hedin scrive: “Accesi la mia ultima sigaretta. Kasim aveva sempre avuto i mozziconi, ma ormai fumai questa fino in fondo. Mi domandavo se ero ancora sulla Terra, o se questa fosse la valle delle Ombre”. E tuttavia procede ancora, di notte, a quattro zampe, sino a quando nel letto del fiume trova una pozza. È guidato, scrive lui, dal canto di un uccello: “Mi fermai di colpo. Un uccello acquatico, anitra o oca selvatica, prese il volo con ali frullanti, e udii il tonfo. Un istante dopo mi trovavo sul bordo di uno stagno, lungo un ventiquattro metri e largo cinque. L’acqua sembrava nera come l’inchiostro sotto la luce lunare […]. Era fredda, limpida come il cristallo e dolce come la migliore acqua di fonte. Quindi bevvi e bevvi ancora. Bevvi senza frenarmi […] e sedetti acca rezzando l’acqua di quello stagno benedetto”.

Sven o della solitudine 18Sembra un vecchio film di John Ford, e sono convinto che molte storie cinematografiche di traversate del deserto siano state ispirate da queste pagine. Ma il meglio arriva dopo: Hedin riempie d’acqua i suoi due stivali e torna dal compagno. Questi si riprende, ma non è ancora in grado di seguirlo. Hedin torna allora allo stagno, si riposa per un giorno e prosegue poi a risalire lungo il letto del fiume. Si imbatte infine in un gruppo di pastori, che lo rifocilla, e successivamente in una carovana di mercanti che ha raccolto lungo la strada Kasim e un altro membro della spedizione miracolosamente sopravvissuto. Una volta ripresisi i tre si trascinano nuovamente fino a Kashgar. Il bilancio è catastrofico: Hedin ha perso due uomini e molti animali, nonché la gran parte dell’attrezzatura scientifica. La sua prima battaglia col deserto è perduta. O almeno, è rimandata.

A Kashgar infatti Sven rimpiazza le perdite e si prepara a ripartire. Ha un obiettivo duplice: prendersi la rivincita sul deserto e puntare poi a nord per esplorare la parte settentrionale del Tibet ed entrare in Cina, alla ricerca del Lop-Nor, il misterioso “lago errante”. Parte a metà dicembre 1895, e in tre settimane, costeggiando il Takla Makan, arriva a Khotan. Di qui seguendo le indicazioni dei locali compie numerose escursioni nel deserto, in pieno inverno e con temperature proibitive. Scopre, dapprima nei ruderi delle stazioni di sosta buddiste dislocate lungo la via della seta e poi in vere e proprie città perdute nel deserto, sommerse da secoli dalla sabbia, un autentico tesoro di antichi manoscritti, di oggetti devozionali, di affreschi a tema religioso. La stagione gli impedisce di approfondire le ricerche, ma registra le coordinate di tutti i diversi siti e li rende rintracciabili da parte di coloro che verranno dopo di lui. “Lasciai volentieri le ricerche scientifiche agli specialisti. Entro pochi anni anche loro avrebbero affondato i badili nelle sabbie cedevoli. Per me era più che sufficiente aver fatto la scoperta e avere aperto un nuovo campo all’archeologia nel cuore del deserto.

Quando riparte viaggia per un tratto con una carovana di nomadi, giusto il tempo per apprendere gli elementi essenziali della lingua mongola. Intanto segue il corso del fiume Keriya, fino a quando questo si perde nelle sabbie del deserto, e mappa puntigliosamente tutto il territorio attraversato, raccogliendo in diciotto mesi un’infinità di dati. Una volta arrivato a Xining, capitale del Quingai, dopo aver aggirato ed essersi lasciato alle spalle il Takla Makan, scioglie la spedizione e prosegue da solo fino a Pechino. Stavolta ha le credenziali in regola, ha soprattutto l’appoggio dell’ambasciata russa, e nel febbraio 1897 viene accolto senza problemi (ma anche senza entusiasmi).

A Stoccolma, dove arriva tre mesi dopo, al termine di un viaggio estenuante nel corso del quale ha attraversato la Cina, parte della Mongolia e la Russia, l’accoglienza è calda (è anche insignito di una medaglia d’oro da parte del sovrano), ma senz’altro meno entusiastica rispetto a quanto aveva sognato quindici anni prima, mentre assisteva al rientro di Nordenskiöld. I deserti asiatici sono molto più lontani dall’immaginario popolare scandinavo delle distese di ghiaccio polari.

In quasi quattro anni ha percorso 26.000 chilometri e ne ha mappati 10.498 su 552 fogli. Di questi circa 3.600 chilometri hanno attraversato aree precedentemente inesplorate. Redige immediatamente una corposissima relazione del viaggio (Risultati geografici e scientifici dei miei viaggi in Asia centrale. 1894-1897), che con le appendici scientifiche supera le millecinquecento pagine: ma il vero successo arride alla versione ridotta per il grande pubblico, corredata da numerosissimi disegni suoi, che col titolo Il giro del mondo spopola sia in Svezia che in Germania e in Russia, e immediatamente dopo in Inghilterra. Quasi snobbato in patria, viene invece invitato a tenere conferenze e a ricevere riconoscimenti sull’isola. Il “Geographical Journal” lo definisce il più grande esploratore dell’Asia dopo Marco Polo.

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Seconda spedizione

I riconoscimenti ottenuti all’estero si concretizzano in un appoggio sempre più convinto del sovrano svedese Oscar II, ma anche dello zar Nicola II, nonché della famiglia Nobel. Hedin può quindi organizzare immediatamente una seconda spedizione al Tibet. Questa volta l’obiettivo ufficiale è l’esplorazione del bacino del Tarim e della regione del Lop-Nor, aree geografiche che sulle carte rimangono ancora bianche: quello segreto è di arrivare a Lhasa, fedele all’imperativo “Vai là dove nessun bianco è mai stato prima”. E per partire non attende nemmeno la pubblicazione del suo ultimo libro (che esce nel 1900).

Sven o della solitudine 20L’esploratore è infatti già nuovamente in Asia nell’estate del 1899. Il 5 settembre parte dalla solita Kashgar alla testa di una carovana di 15 cammelli e 10 cavalli e raggiunge Lailik, sullo Jarcand-daria. Qui acquista e fa preparare una chiatta, con la quale intende discendere tutto il fiume fino alla sua confluenza col Tarim: “Negli anni precedenti avevo già percorso in tutti i sensi il Turkestan orientale: unica strada che m’era ancora sconosciuta, rimaneva il fiume”. L’imbarcazione è attrezzata con tutti i comfort consentiti dalla situazione: c’è persino un piccolo laboratorio per lo sviluppo delle fotografie. Su una seconda chiatta, più piccola, stipa le provviste (riso, uva, cocomeri legumi, ma anche animali vivi, montoni e galline). C’è infine un piccolo “battello pieghevole” inglese, in tela, da usare per le escursioni negli affluenti. Il 17 settembre il resto della carovana, guidata da due cosacchi, si dirige via terra al punto d’incontro stabilito sul corso del Tarim inferiore: Hedin, assieme ad uno dei compagni sopravvissuti all’avventura precedente, Islam Bai, e con cinque battellieri reclutati sul posto, inizia la sua navigazione. “Incominciò un viaggio idillico. Era una vera gioia vivere nel fiume studiandone la vita palpitante … per uno avvezzo ad avanzare sempre a cavallo o a misurare lo spazio arrampicato sul dorso di un cammello dondolantesi, è una voluttà infinita lasciarsi trasportare dalla corrente e rimanere seduto tranquillamente presso la scrivania […]”. Va da sé che la cosa non può durare. Intanto la chiatta tende ad arenarsi sui banchi di sabbia disseminati lungo il fiume: e quindi il viaggio si rivela molto più lento del previsto. Poi, quando la sua portata è arricchita da nuovi immissari, la corrente prende velocità e le imbarcazioni si salvano solo per la prontezza d’animo di uno dei battellieri. Infine, dopo due mesi, arrivano le avvisaglie dell’inverno, una sottile crosta di ghiaccio che il mattino copre le acque, e che a dicembre si trasforma in lastroni. “Alla fine la vittoria rimase al ghiaccio: la zona ghiacciata che cingeva i fianchi delle chiatte si serrò, il canale libero nel filone del fiume si restrinse, ed il 7 dicembre la crosta gelata formava un ponte che univa le due rive: eravamo imprigionati e dovemmo prendere i quartieri d’inverno.” Facendo capo a questi, Hedin intraprende la ricognizione delle zone interne sulle due sponde, malgrado temperature polari e con un equipaggiamento minimo: “Non portai con me tenda alcuna: per tutto l’inverno dormii all’aria aperta, sebbene il freddo scendesse talvolta a -33°”. È un esercizio di acclimatazione, perché ha deciso di sfidare una seconda volta il Takla Makan. E così a metà dicembre con sette cammelli, due cani, un cavallo e quattro uomini, s’inoltra nuovamente nel mare di sabbia. Nemmeno questa volta è una passeggiata. Rischiano paradossalmente ancora la sete, ma quando sono allo stremo raggiungono piccolissime oasi, o sono soccorsi dalla caduta della neve; si perdono entro tempeste di sabbia; arrivano quasi ad esaurire la provvista di legna. “Noi stavamo accosciati attorno al fuoco, raggomitolati nelle pellicce, stretti l’uno accanto all’altro […]. Al mattino io mi svegliavo completamente sepolto sotto la neve, al punto che Islam doveva spazzarla con una pala per liberarmi dalla nicchia, che lo strato di neve manteneva calda. È un’esperienza più curiosa, a dire il vero, che piacevole, quella di dormire a cielo aperto con -33° di freddo. Allorché ci trovavamo riuniti attorno al fuoco, spesso si avevano 30° di caldo dal lato della fiammata e -30 di freddo alle spalle.”

Sven o della solitudine 21Questa volta comunque il deserto lo attraversano in lungo e in largo, e dopo quattro mesi si ricongiungono finalmente col resto del gruppo. Nel corso di un’ultima puntata esplorativa s’imbattono ancora una volta nelle rovine di antichi insediamenti, dove raccolgono tavole di legno scolpite, monete cinesi, tazze per le cerimonie, ecc… Quando sono ormai sulla via del ritorno alla base uno degli uomini scopre quasi casualmente un’antica città abbandonata, parzialmente dissepolta dall’ennesima violenta tempesta di sabbia. “Volevo assolutamente tornare indietro! Ma che follia sarebbe stata. Avevamo acqua solo per due giorni.” Per una volta il buonsenso ha la meglio. Si ripromette però di tornare l’inverno successivo, e questo cambia i piani della spedizione.

Per tutto l’inverno il gruppo vagabonda nell’immenso territorio compreso tra il Tibet settentrionale e il Takla Makan. Ad un certo punto, mentre si trovano nel deserto di Gobi sembra ripetersi la situazione di cinque anni prima. E ancora una volta la scampano imbattendosi in un fiumiciattolo. Contro il parere dei suoi compagni Hedin decide allora di puntare direttamente a sud, verso quello che un tempo doveva essere il bacino del fantomatico Lop Nor: e finalmente riesce a risolvere il mistero che circondava il lago fantasma. Questo si è spostato nel corso delle epoche storiche diverse volte, riguadagnando ripetutamente le differenti localizzazioni, per una serie combinata di fenomeni erosivi, legati al forte vento che spazza costantemente il deserto e periodicamente lo sconvolge con tempeste di sabbia, e di sommovimenti sismici. È quanto accadrà per l’ennesima volta anni dopo, nel 1921, a seguito di una piena, quando la rottura della sponda sinistra del Konce-daria dirotterà le sue acque nel letto disseccato del Kuruk-daria, il “fiume asciutto” nel mezzo del de serto, confermando appieno l’ipotesi avanzata da Hedin.

Sven o della solitudine 23Ma al di là della soluzione del problema idrografico, a Hedin interessa anche riportare alla luce quelle che erano state importanti città di sosta sulla via della seta e che erano state via via abbandonate, perché i traffici si spostavano seguendo il lago. Tornato nel luogo segnalato da uno dei suoi uomini l’anno precedente, proprio viaggiando nell’alveo del Kuruk-daria, il 18 marzo del 1900 scopre le rovine di una fortificazione (con mura di 340 x 310 metri di lunghezza), che altro non è che l’antica città reale di Loulan. Il sito era stato sede fino al 300 d.C di una guarnigione cinese, poi la popolazione l’aveva abbandonato per il repentino prosciugamento del lago sul quale si affacciava. Hedin identifica l’edificio in mattoni del comandante dell’esercito imperiale cinese, uno stupa e diciannove abitazioni costruite in legno di pioppo, ma soprattutto disseppellisce centinaia di documenti scritti su legno, carta e seta in caratteri Kharosthi. Da questi si trarranno, una volta decifrati, le informazioni sulla storia della città. “I frammenti di queste testimonianze avrebbero narrato dell’epoca in cui il Lop Nor esisteva, degli uomini che qui vivevano, delle loro condizioni, dei loro rapporti con altre parti dell’Asia interna, del nome della loro terra. Questa terra che, per così dire, venne inghiottita dai fenomeni sismici, questi uomini da tempo dimenticati, la loro storia non riportata da annali di sorta, tutto questo sarebbe tornato alla luce […]”.

Sven o della solitudine 24Una volta lasciati gli scavi, la nuova meta è il Tibet. La regione è proibita agli stranieri, e in particolare nessuno di loro può entrare in Lhasa. Questo naturalmente ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli occidentali, che soprattutto nell’ultimo mezzo secolo hanno tentato con vari stratagemmi di eludere il divieto, e molti hanno pagato con la vita. Hedin ha concepito il piano di entrare in territorio tibetano dal Kashmir con tutta la sua carovana, che stavolta conta trenta uomini e centocinquanta animali da carico, così da far concentrare su questa l’attenzione delle guardie confinarie tibetane, e di staccarsene poi travestito da pellegrino mongolo, per filarsela a cavallo fino a Lhasa. Deve però anche superare il veto imposto all’ultimo momento dall’autorità britannica, e ci riesce solo sfruttando la reciproca ammirazione che lo lega a Younghusband, che dovrebbe fermarlo e simula invece un ritardo nella ricezione dell’ordine. I due si sono immediatamente riconosciuti e intesi: “Al momento di ripartire – scrive Younghusband – Sven Hedin mi mise una mano sulla spalla e se gli avessi dato anche il minimo incoraggiamento mi avrebbe abbracciato.

La spedizione parte a maggio del 1901. Risale le pendici settentrionali dell’Altin Tagh e si accampa a 4000 metri, presso il lago di Kum-koll. Di lì poi procede sino alla fine di luglio, dirigendosi indisturbata ma con estrema fatica verso Lhasa, risalendo e ridiscendendo innumerevoli passi montani. A questo punto Hedin, che vorrebbe passare per un pellegrino buriato, si rade completamente, si scurisce la pelle e continua con due soli compagni e un Lama incontrato ad Urga, che ha acconsentito ad accompagnare la carovana e dal quale Hedin apprende i rudimenti della lingua mongola.

Sven o della solitudine 25Dopo una settimana, quando sono ormai a cinque giorni di cammino da Lhasa, incrociano una carovana di nomadi che guida centinaia di yak, e Hedin viene smascherato: infatti il giorno seguente (l’8 agosto) gli si para davanti una pattuglia di soldati che intima loro di tornare indietro. Prende atto che “quando al tramonto il cielo comincia ad oscurarsi ad oriente mi pare che la notte voglia stendere il suo velo sopra il paese del dalai Lama e proteggere con le sue tenebre i misteri che racchiude” e rinuncia allo scopo della missione.

Sven o della solitudine 26Deve prima ricongiungersi al resto della carovana, e poi con essa riattraversare le montagne tibetane. La ritirata è tutt’altro che facile, perché i soldati tibetani gli rimangono sempre alle costole. Hedin decide di puntare ad ovest, verso il Ladakh, ma il viaggio si fa sempre più pesante col sopraggiungere della stagione autunnale prima e di quella invernale poi. Muoiono tre uomini e la maggior parte degli animali, altri componenti la spedizione perdono l’uso delle gambe per congelamento. Il calvario dura quasi cinque mesi, e quando alla fine raggiungono la città di Leh, nell’India britannica, anche Hedin è prostrato.

Ma non è ancora appagato. Da Leh il percorso di Hedin diventa quasi una gita turistica. Visita infatti Lahore, Delhi, Agra, Lucknow, Benares e Calcutta, dove incontra lord Curzon, viceré d’Inghilterra in India. Ha in animo soprattutto di riallacciare le relazioni con le autorità inglesi, che lo hanno in sospetto per i suoi rapporti con i russi. Comincia già a programmare la nuova spedizione.

Chiusa questa pausa diplomatica, riconduce la carovana attraverso gli alti passi del Karakorum, fino a Kashgar. Rientra in Svezia nel giugno del 1902, dopo tre anni di viaggio, riportando oltre 1.149 pagine di mappe, su cui ha raffigurato terre scoperte di recente. La pubblicazione scientifica sulla seconda spedizione, Scientific Results of a Journey in Central Asia, occupa sei testi e due volumi di atlante. Ma a renderlo ancora più celebre è Trans-Himalaya: scoperte e avventure in Tibet, quella che lui stesso definisce la sua “opera popolare” sul viaggio, pubblicata in svedese in tre volumi e tradotta quasi immediatamente in una decina di lingue. È premiato con l’attribuzione di un titolo nobiliare (anche se rifiuterà sempre di anteporre al nome Hedin il predicato di nobiltà “von”) e con la cooptazione nel comitato per l’assegnazione dei premi Nobel.

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Terza spedizione

Sven o della solitudine 28L’attività di Hedin è rallentata nei due anni seguenti da alcuni avvenimenti che turbano sia la vita della Scandinavia (la separazione dei regni di Svezia e di Norvegia) che quella dell’Asia (l’invasione inglese del Tibet). Hedin stesso entra nella competizione politica, dapprima in quella nazionale, schierandosi decisamente al fianco del nuovo sovrano Gustavo V e appoggiandone la volontà di rimilitarizzare la Svezia (contro la scelta di neutralità che data dalla fine delle guerre napoleoniche), e successivamente in quella internazionale, caldeggiando l’avvicinamento della Svezia alla Germania E tuttavia non riesce a rimanere a lungo lontano dai “suoi” deserti.

Le spedizioni successive, tuttavia, pur continuando a produrre risultati eccezionali sul piano della conoscenza geografica (e anche di quella storica e archeologica) hanno ormai assunto un carattere diverso. La situazione si è complicata sia in Russia, dopo il tentativo rivoluzionario del 1905, sia in Cina, dove la rivolta dei Boxer e il successivo intervento occidentale hanno fatto perdere ogni residua credibilità e autorità dell’apparato imperiale. Lo stesso vale per l’impero ottomano. Inoltre, la temporanea uscita di scena della Russia viene compensata dall’ingresso nel Grande Gioco della Germania, che con il finanziamento e la costruzione (iniziata nel 1903) della ferrovia di Baghdad mira ad un grande progetto geopolitico ed economico di influenza sul Medio oriente.

Sven o della solitudine 29Tutto questo fa si che Hedin non possa più muoversi, come in precedenza, seguendo l’estro e le intuizioni del momento. Le simpatie ripetutamente manifestate per la Germania ne fanno un attore sospetto, non più coperto dallo status di cittadino di una nazione neutrale e totalmente estranea al Grande Gioco. Ora deve procedere su progetti laboriosamente concordati con i vari poteri locali (che spesso sono più di uno sugli stessi luoghi), badando a garantire la pura “scientificità” delle proprie ricerche. Vengono fuori in questo frangente le sue doti “diplomatiche”, l’importanza dei rapporti che ha stretto tramite l’attività di conferenziere e di divulgatore (ad esempio, quello col governatore dell’India, Lord Curzoon).

Si dedica quindi, tra l’ottobre 1905 e il 1908, in una prima fase ad esplorazioni specifiche, che riguardano i bacini desertici dell’altipiano iranico e tutta l’area dell’Iran centrale, nonché alla mappatura di vaste zone del Turkestan cinese (lo Xinijang). Usando ancora una volta un espediente torna poi sull’altipiano centrale del Tibet (l’apertura alla penetrazione occidentale imposta dalla spedizione militare inglese di Francis Younghusband rimane molto discrezionale) e una volta penetrato all’interno si affretta a visitare il Panchen Lama (il Dalai Lama è in esilio in Mongolia), suscitando la diffidenza delle autorità anglo-indiane, che vogliono mantenere il monopolio dei canali diplomatici con il Paese himalayano. Per l’ennesima volta non gli è concesso di entrare nell’ex-città proibita di Lhasa, ma il fatto di essere stato preceduto da altri occidentali gli ha fatto perdere ogni interesse per la cosa.

Sven o della solitudine 30È invece il primo europeo in assoluto a raggiungere la regione del Kailash, compresi il sacro lago Manasarovar e il monte Kailash. Secondo la mitologia buddista il Kailash è l’ombelico della terra, il centro dell’Universo, mentre per quella induista è la sacra dimora di Shiva. In questa area Hedin individua anche le sorgenti dei maggiori fiumi sacri del subcontinente indiano, l’Indo e il Brahamaputra, nonché le origini di uno dei più importanti affluenti del Gange. Col che chiude una diatriba annosa e aggiunge una perla alla sua collana di successi: “Stavo lì a meditare se Alessandro il Macedone… avesse la benché minima idea di dove si trovasse questa sorgente e mi inebriavo nella consapevolezza del fatto che, ad eccezione degli stessi tibetani, nessun essere umano tranne me era mai penetrato in questo luogo”. Infine, riconosce per primo, sia pure esplorandone solo tratti marginali, la catena del Transhimalaja, della quale il Kailash fa parte e che si stende da ovest ad est, parallela alla formazione principale, nella parte più meridionale del Tibet. Ancora oggi questa catena montuosa lunga 1600 chilometri viene talvolta indicata in suo onore come “monti di Hedin”.

Sven o della solitudine 31A questo punto le sue ricerche si muovono già su una linea che prefigura il futuro Ahnenerbe (Associazione per la ricerca e la diffusione dell’eredità ancestrale tedesca), di Himmler, che finanzierà anche una missione tedesca in Tibet della quale Hedin sarà inconsapevole ispiratore. Mentre in precedenza si trattava di riportare alla luce civiltà e presenze culturali dimenticate da secoli, ora l’intento è di configurare una linea di continuità proto-indoeuropea, che allaccia le culture germaniche e nordiche ai popoli parlanti lingue di derivazione dal sanscrito. Proprio gli studi linguistici, arbitrariamente letti e interpretati in chiave antropologica, inducono ad identificare una razza ariana, a partire da De Gobineau passando per Huston Chamberlain e per Vacher de Lapouge. Queste teorie, che si basano sullo stravolgimento dei dati biologici e linguistici, trovano poi una cassa di risonanza nelle elucubrazioni teosofiche di Helena Blavaskji, che conoscono una notevole diffusione alla fine dell’800. Alle une e alle altre si rifaranno, in maniera confusa e rozza, Hitler nel suo Mein Kampf, e più ancora Himmler. Nel frattempo, le imprese di Hedin e i libri che le narrano contribuiscono senz’altro a creare un modello eroico di maestro della sopravvivenza che starà alla base delle formazioni giovanili fiorenti a partire dall’inizio del secolo, i Wandervogel in Germania, ad esempio, e soprattutto i Boy Scouts nel mondo anglosassone.

La missione si coSven o della solitudine 32nclude ancora una volta in India, dopo aver attraversato otto volte la catena himalajana per valichi diversi (il più alto, il Ding-La, a 5.885 metri) e percorso oltre 26.000 chilometri: una distanza, sottolinea Hedin, superiore a quella che intercorre tra i due poli (e da questa considerazione trarrà il titolo (From pole to pole) il diario divulgativo che la racconta. Dall’India Hedin torna attraverso il Giappone e la Russia. Al suo rientro a Stoccolma, nel 1909, è accolto stavolta trionfalmente da cinquemila persone, come il suo eroe Nordenskiöld trent’anni prima.

La pubblicazione scientifica della terza spedizione, Tibet meridionale: scoperte in tempi passati rispetto alle mie ricerche nel 1906-1908, conta dodici volumi, tre dei quali sono atlanti.

Nei due decenni successivi l’attività di esplorazione cessa completamente. Non che questo implichi per Hedin lo stare fermo. È impegnato in un vorticoso giro di conferenze, è membro di società scientifiche in tutta Europa e non solo, svolge anche l’attività di corrispondente di guerra, ma la sua popolarità comincia a declinare rapidamente, soprattutto dopo che nel primo conflitto mondiale si è schierato apertamente, anche con pubblicazioni scritte, dalla parte degli imperi centrali.

Sven o della solitudine 33La prima a risentirne è la sua reputazione scientifica, e in molti casi le onorificenze, i riconoscimenti e gli appoggi economici che gli erano stati tributati in Inghilterra, vengono ritirati. Le sue attività esplorative in un’area di forte interesse strategico per l’impero britannico appaiono ora più che mai sospette, e gli stessi dati delle sue rilevazioni geografiche vengono contestati dai geografi dell’Indian Service, cui fanno ombra la sua spregiudicata attività autopromozionale e il suo successo di pubblico. In un’occasione ciò avviene molto platealmente durante una conferenza presso la Royal Geographical Society, e ciò è con ogni probabilità all’origine del suo odio per tutto ciò che è britannico. È significativo che a conferirgli dottorati honoris causa siano stati inizialmente gli atenei inglesi – sia Oxford che Cambridge nel 1909 –, e da un certo punto in avanti siano solo quelli tedeschi: Breslau (1915,), Rostock (1919), Heidelberg (1928), Uppsala (1935) Monaco (1943) e Handelshochschule Berlin (1931).

Nel 1923 quindi intraprende un giro di conferenze per raccogliere fondi un po’ in tutto il mondo. Si reca nel Nord America e poi in Giappone, e di lì torna a Pechino per organizzare una spedizione nel Turkestan cinese (il moderno Xinjiang). Ma il successo dell’iniziativa promozionale è scarso, tanto più che nella regione da esplorare imperversa la guerra civile. Abbandona quindi il progetto e attraversa invece su un’automobile Dodge, in compagnia di un nobile eccentrico, tutta la Mongolia, viaggiando da Pechino sino alla Russia. Raggiunge poi Mosca con la ferrovia transiberiana.

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Quarta spedizione

Sven o della solitudine 35L’occasione per il rientro arriva nel 1927. Hedin ha ormai più di sessant’anni, la salute non è quella di una volta, ma gli viene offerto un ruolo prestigioso. Dovrà coordinare tutte le operazioni e le attività di una grande spedizione internazionale (partecipano trentasette scienziati di sei paesi diversi) nel cuore dell’Asia, finanziata dai governi di Svezia e Germania e appoggiata da quello nazionalista cinese, che svolgerà indagini scientifiche nei campi più disparati. Il suo è un compito prevalentemente logistico, ben lontano da quello del libero esploratore indipendente: ma Hedin lo assolve magistralmente. Tra il 1927 e il 1933 la spedizione indaga sulla situazione geologica, meteorologica, topografica, botanica, archeologica e etnografica in Mongolia, nel deserto del Gobi e nello Xinjiang (il Turkestan cinese).

Le condizioni in cui lavora sono tutt’altro che tranquille. Il pericolo maggiore è rappresentato non più dai deserti o dalle montagne ghiacciate, ma dalla guerra civile che divampa in Cina, tanto che Hedin scrive: “Mi sento di essere un pastore che deve proteggere il suo gregge dai lupi, dai banditi e soprattutto dai governatori”. L’area in cui si svolge la ricerca è infatti teatro di scontro tra fazioni appoggiate rispettivamente dalla Cina nazionalista e dall’Unione Sovietica.

È una zona molto diversa dal resto della Cina continentale, nella quale si confrontano senza esclusione di colpi e di atrocità due popolazioni atavicamente rivali: gli Uiguri, mussulmani autoctoni di lingua turca (tanto che Hedin li chiama genericamente Turchi) e gli Hui, anch’essi di religione musulmana, ma di origine e lingua cinese e di stanziamento più recente. Basta un nulla per essere sospettati dall’una o dall’altra parte come spie, e liquidati sommariamente, ma anche per essere rapinati dalle bande di predoni e di disertori che conducono una guerra tutta loro.

Sven o della solitudine 36Hedin è forse l’unico uomo in grado di controllare la situazione. Mentre gli scienziati lavorano in modo quasi indipendente, lui si fa tramite con le autorità locali, assume le decisioni più importanti rispetto agli spostamenti e ai problemi organizzativi, raccoglie fondi e tiene il diario di viaggio collettivo, registrando ogni passo del percorso seguito. Deve garantire approvvigionamenti e libertà di movimento ad un gruppo che per la sua consistenza, il suo armamento, le salmerie (i soli cammelli sono trecento, e parte dell’equipaggiamento viaggia su tre camion), ma anche per le sue attività in aree che sono fortemente contese dai signori della guerra locali, somiglia a un esercito invasore.

Sven o della solitudine 37Non mancano i momenti di tensione, perché le popolazioni locali sono sospettose e (giustificatamente) ostili, Ma alla fine il lavoro viene svolto pressoché per intero, e i risultati scientifici sono eccezionali. I resoconti relativi ad ogni settore saranno raccolti in quaranta volumi, che ancora oggi costituiscono una miniera per la conoscenza di quelle aree. La versione divulgativa del diario di viaggio o meglio, della sua ultima parte, è quella offerta sotto il titolo de Il lago errante, l’unica tradotta in italiano negli ultimi settant’anni. Viene inoltre redatta una grande carta in scala uno a un milione dell’Asia Centrale; vengono raccolti importantissimi reperti archeologici e paleontologici (resti fossili di dinosauri e altri animali estinti), che dopo essere stati valutati scientificamente per tre anni in Svezia saranno restituiti alla Cina; sono identificate e descritte specie botaniche e animali in precedenza sconosciute. Nel deserto di Lop Nor Hedin ha scoperto anche rovine di torri di segnalazione che sembrano dimostrare come la Grande Muraglia cinese un tempo si estendesse fino allo Xinjiang.

E ci sono anche altri risvolti: la scoperta di riserve di ferro, manganese, petrolio, carbone e oro sarà di grande rilevanza per il futuro economico del paese.

Sven o della solitudine 38Nel 1933 la spedizione ha portato a termine i suoi lavori (ma soprattutto ha esaurito i fondi a disposizione) e viene sciolta ufficialmente. Ma Hedin considera tutt’altro che conclusa la sua missione. A Nanchino ha incontrato il leader nazionalista Chiang Kai-shek, che ha favorito l’iniziativa e ne è diventato uno sponsor (attraverso l’emissione di una serie di francobolli che oggi valgono una fortuna). Ora chiede a Hedin di lavorare per conto del Kuo-mintang, guidando una spedizione tutta cinese che rilevi la situazione idrografica dello Xinjiang e valuti le possibilità di creare un vastissimo sistema di irrigazione, oltre a redigere piani e mappe per la costruzione di due strade carrozzabili lungo la vecchia via della Seta, da Pechino sino all’estremo confine occidentale del Turkestan cinese. Per l’esploratore è un invito a nozze. Si mette immediatamente al lavoro e nel giro di meno di un anno fornisce sia i piani per impianti di irrigazione che trasformeranno l’economia della regione, sia i progetti per due diverse strade che da Pechino conducano a Kashgar. In questo modo rende possibile aggirare completamente il terreno acci dentato del bacino del Tarim.

Sven o della solitudine 39Non è stato un lavoro facile. La sua carovana di autocarri è stata prima dirottata da reparti del Kuomintang in ritirata davanti ad un tentativo di invasione sovietico. Poi è stata attaccata da grappi di ribelli tungani (musulmani di lingua cinese), che hanno catturato lo stesso Hedin e lo hanno detenuto per diversi mesi a Korla, minacciando anche di passarlo per le armi assieme a tutti i membri della spedizione. Le assicurazioni e i permessi concessi dal governo centrale in quelle zone valgono poco e nulla. Al solito Hedin se la cava con la sua pratica della diplomazia e con la conoscenza dei costumi locali. Ma appena tornato libero toglie le tende.

Una cosa però ancora lo tormenta. Durante la prima fase della spedizione ha sentito raccontare da un mercante della piena del Konce-daria che ha dirottato nel 1921 le acque verso quello che era stato in precedenza il fiume asciutto (Kuruk-daria). Scrive: “Per me quel discorso fu come un lampo”. Non ha più smesso di pensarci. È la dimostrazione che quanto aveva intuito decenni prima, nel corso della terza spedizione, era esatto. E adesso vuole andare a constatarlo di persona. Convince il governo cinese che il ritorno della vita in quegli spazi deserti crea ulteriori opportunità di collegamento con le zone più remote dello Xinjiang, ai confini occidentali, che sino a quel momento erano rimaste pressoché incontrollabili. Con l’appoggio di Chiang Kai-shek torna dunque nella zona dove aveva conosciuto tante avventure e corso tanti rischi, verso quello che lui considera il cuore stesso dell’Asia.

Nel maggio 1934 compie finalmente una spedizione fluviale nel “lago errante” Lop Nor, dopo aver navigato per due mesi lungo il fiume Kaidu e il Kum-Darja. Ha chiuso un cerchio aperto quarant’anni prima.

Per il viaggio di ritorno, Hedin sceglie la rotta meridionale della Via della Seta: passa quindi per Hotan e arriva ai primi di febbraio del 1936 a Xi’an. Percorre per l’ultima volta gli itinerari che lui stesso ha riconosciuto e ritracciato, dopo secoli si oblio. Di lì riemerge nel mondo a lui contemporaneo. Prosegue per Pechino, e poi per Nanchino, dove incontra nuovamente Chiang Kai-shek e festeggia il suo settantesimo compleanno. Lo attende l’ennesimo rientro in Svezia, molto più in sordina rispetto a quelli trionfali dei tempi eroici.

Sven o della solitudine 40Potrebbe essere comunque soddisfatto, il successo scientifico dell’iniziativa è indubbio. Non fosse che adesso deve affrontare un altro problema, una situazione finanziaria molto difficile. Si è fatto carico infatti di una quota considerevole del finanziamento della spedizione, contraendo un pesante debito con la banca tedesco-asiatica di Pechino, in un momento peraltro nel quale il deprezzamento della moneta dovuto alla Grande Depressione ha fatto balzare i costi alle stelle. Deve allora ricominciare con un turbinoso giro di conferenze che lo porta a percorrere in pochi mesi una distanza pari a quella della circonferenza terrestre, e arriva a ipotecare tutti i suoi diritti d’autore, nonché la vastissima biblioteca che ha raccolto.

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Il tramonto e l’oblio

Sven o della solitudine 42Dopo il 1935 l’esistenza di Hedin si fa necessariamente più sedentaria. Ma a dispetto di una salute ormai cagionevole l’anziano esploratore non manca di muoversi appena possibile, per tenere conferenze, ricevere riconoscimenti, offrire consulenze. Presso le democrazie occidentali però la sua reputazione, già compromessa dalle posizioni assunte nel primo conflitto mondiale, è definitivamente rovinata dalle simpatie che manifesta per la Germania nazista e che quel regime enfatizza a scopo propagandistico (facendogli ad esempio pronunciare il discorso inaugurale alle Olimpiadi di Berlino nel 1936). Persino in patria, dove per tutti gli anni trenta e sino alla fine del secondo conflitto mondiale il governo rimane a guida socialdemocratica, malgrado il rapporto di amicizia con Gustavo V Hedin comincia ad essere considerato ingombrante.

Sven o della solitudine 45Negli anni che precedono il conflitto si dedica al riordino e alla pubblicazione dei materiali riportati dalla spedizione sino-svedese, che compaiono con il titolo di Rapporti dalla spedizione scientifica nelle province nord-occidentali della Cina sotto la guida del Dr. Sven Hedin. L’opera conosce quarantanove edizioni in svariate lingue, segno che a dispetto dell’ostracismo politico la validità e la rilevanza scientifica delle sue ricerche è ancora riconosciuta. Come già accaduto un secolo e mezzo prima per Alexander von Humboldt, però, i costi della stampa di un materiale iconograficamente così ricco e così complesso, sostenuti per la gran parte dall’autore stesso, danno fondo a quel che rimaneva del suo patrimonio, e determinano prezzi finali altissimi, sostenibili solo da un numero limitato di biblioteche e di istituti.

Sven o della solitudine 43Durante la fase iniziale del conflitto Hedin vive prevalentemente in Germania (e di questo soggiorno lascia una testimonianza dettagliata e rivelatrice, il Diario tedesco). Incontra personalmente Himmler e tramite lui viene a conoscenza del progetto Ahnenerbe e delle due successive spedizioni tibetane che l’istituto aveva promosse. Non è molto impressionato dal capo delle SS: “Non aveva niente nell’aspetto del despota crudele e spietato e sarebbe potuto essere benissimo un maestro elementare di qualche cittadina di provincia. Si avvertiva una mancanza di carattere e di pregnanza sul suo volto, di tratti decisi che irradiano energia e forza di volontà. Non c’era in lui traccia della classica bellezza greca o romana, né un indizio di razza o cultura […]”. Non collabora comunque alle attività dell’Ahnenerbe, anche se Ernst Schäfer, il capo delle missioni al Tibet, si ispira direttamente a lui e ambisce solo ad emularlo[3]. Quando incontra Hitler, invece, Hedin ne rimane stranamente affascinato, al punto da attribuirgli connotati fisici assolutamente improbabili: “Era alto e virile, una figura possente e armoniosa che teneva la testa alta, camminava eretto con fare sicuro”. Il problema agli occhi che lo aveva afflitto già nelle prime spedizioni si è aggravato, ma questa immagine sembra frutto di una totale obnubilazione mentale, oltre che fisica.

Sven o della solitudine 44Gli ultimissimi anni li trascorre dunque mestamente, nel segno di un rapido oblio. Le opere che lo avevano reso famoso in tutto il mondo, soprattutto quelle divulgative in forma di diari di viaggio, libri per giovani e libri di avventura, non vengono più ristampate. Non è più tempo di eroi, di esploratori, di terre incognite, sostituiti nell’immaginario giovanile dai protagonisti degli stadi, degli schermi, del nuovo universo musicale. Le rilevazioni geografiche sono ormai affidate alla fotografia aerea, il rischio è inserito nel tutto compreso dei pacchetti vacanza. Quando Hedin muore, nel 1952, un mondo che ancora si sta leccando le ferite dell’ultimo conflitto pare nemmeno accorgersi della sua scomparsa.

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Riflessioni

Sven o della solitudine 47Impostando questo pezzo avevo in mente di riassumere in tre o quattro paginette la vita e le avventure di Hedin, e di concentrarmi poi soprattutto sulle riflessioni che ne scaturivano. Non è andata così, naturalmente. So che sta diventando quasi una formula di rito, dal momento che non riesco mai a contenere la mia logorrea, ma nel caso di Hedin va detto che la sua esistenza è stata talmente ricca e movimentata che a costringerla in un centinaio di righe si rischiava di perderne le caratteristiche peculiari, l’intensità compulsiva e la determinazione quasi disumana che l’hanno governata. Qualcuno ha scritto che Hedin ha vissuto una vita così piena di avventure e fughe che il solo leggerne è estenuante. Effettivamente, se ne esce frastornati.

In più, all’epoca, e mi riferisco soltanto a un paio di anni fa, non era dato rintracciare in Italia non solo una biografia attendibile del personaggio, ma neppure una trattazione di sintesi, a livello ad esempio di enciclopedia digitale. Avevo letto l’unico suo libro tradotto in italiano negli ultimi settant’anni e avevo poi rinvenuto solo articoletti sparsi su vari blog, recensioni di libri suoi pubblicati un secolo fa e difficilmente rintracciabili persino nel commercio in rete, brevi interventi spesso clonati in successione, dai quali necessariamente usciva mortificata la complessità del personaggio, ma soprattutto scaturivano delle immagini polarizzate sul tutto negativo o sul tutto positivo, e una fastidiosa confusione di date, luoghi e avvenimenti.

Ho pensato allora che avrei potuto riempire sia pure parzialmente un vuoto, come Hedin faceva con gli spazi bianchi delle carte, condensando in una misura divulgativa la parte essenziale della biografia, o almeno quella che a me più interessava, e ripristinando la correttezza cronologica e geografica che avevo trovato invece quasi sempre sacrificata.

Nei due anni trascorsi prima che mi risolvessi a riprendere in mano il progetto molta parte di quello spazio bianco è stata altrimenti riempita. È stato ad esempio ripubblicato col titolo La via della seta, (Iduna 2121), il diario tenuto da Hedin durante la quarta spedizione; ma soprattutto è uscita da pochi mesi, per le edizioni Agorà (2023) una biografia dal titolo Nel cuore dell’Asia. Sven Hedin 1869 -1952, scritta da Marcello di Martino.

Tutto questo avrebbe potuto indurmi a ritenere ormai obsoleto e inutile il mio lavoro, non tanto quello di ricerca ma senz’altro quello di scrittura. Considerando però che Agorà è un’editrice ultracattolica, specializzata negli “studi tradizionali”, e che Di Matino ne è la punta di diamante, ho fiutato dove andava a parare l’operazione, e ho pensato che una versione dei fatti molto più stringata e povera, ma anche molto più laica, poteva avere un senso. Anche perché, con l’aria di restaurazione che circola, temo che nei confronti di Hedin, come di molti altri, stia partendo una campagna di “riabilitazione” tutta intesa a riproporre “valori forti” di infausta memoria. A ciò si aggiunge la consapevolezza che ben pochi tra i frequentatori del sito andranno a leggersi una biografia di duecentottanta pagine, e che quindi un qualche significato di prima informazione il mio lavoro lo conserva.

Chiarito dunque che la biografia di Sven Hedin è nata come pretesto, e che questo schizzo non ha ambizioni di primazia o di riscoperta, vengo finalmente alle riflessioni cui accennavo sopra.

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Compromesso col nazismo

Nella narrazione biografica ho solo accennato alle simpatie manifestate da Hedin per il nazismo, e al fatto che tale atteggiamento ne ha determinato la “damnatio memoriae”, iniziata quando ancora era in vita e proseguita postuma. La faccenda è però un po’ più complessa. Intanto è necessario chiarire da cosa nascevano e fin dove si spingevano queste simpatie.

A rigor di termini Hedin non è mai stato un nazista: non solo perché non si è mai affiliato ad alcuna organizzazione politica di quella matrice, in patria o fuori, ma perché le sue simpatie andavano piuttosto alla Germania in sé, alla sua gente, alla sua cultura (come ha dimostrato già durante la prima guerra mondiale), che al nuovo corso impresso dal regime hitleriano.

Sven o della solitudine 49Hedin era un conservatore, un legittimista intriso sino al midollo di lealtà monarchica, un cristiano tradizionalista, e dopo la rivoluzione d’Ottobre era diventato anche un acceso anticomunista. Nel suo filonazismo non c’era alcuna componente ideologica (le idee di Hedin erano piuttosto elementari, oltre che molto radicate) ma solo l’individuazione di un comune nemico. Durante il primo conflitto aveva inneggiato agli imperi centrali come baluardo contro l’espansionismo zarista, che con le sue pretese sul Baltico minacciava la libertà e la sovranità della Svezia, e aveva caldeggiato per gli stati scandinavi una politica di riarmo: ora vedeva i bolscevichi muoversi in continuità con quel progetto di espansione, e salutava in Hitler l’unico vero loro avversario.

Condivideva certamente anche molto dello spirito superomistico, della concezione agonistica della vita, del richiamo alle mitologie nordiche: ma da cristiano fervente rifiutava il paganesimo nazista di fondo, e da legittimista lo sconvolgimento dell’ordine sociale tradizionale che la “rivoluzione” nazionalsocialista almeno ufficialmente promuoveva. C’è però un’ulteriore, fondamentale dato di fatto che rende ambiguo il suo rapporto col nazismo: Hedin aveva sangue ebraico nelle vene, e non solo non se ne vergognava, ma lo rivendicava anche: “Nel mio sangue ogni sedicesima goccia è di origini ebraiche. Io amo questa sedicesima goccia e non voglio assolutamente rinunciarvi”. Questo lo ha portato quindi a criticare ripetutamente la legislazione antiebraica prima e le persecuzioni poi. Da parte loro i nazisti, Hitler e Himmler in primis, ma anche Goebbels, ciascuno per motivi suoi, fingevano di ignorare quelle origini, un po’ perché l’immagine di Hedin era stata imposta e sfruttata a livello propagandistico ed era difficile a quel punto disfarsene, un po’ perché l’ammirazione per Hedin, soprattutto da parte del primo, era sincera.

Quando le critiche diventano troppo esplicite, però, si sceglie la soluzione di “silenziarle”. Già nel 1937, ad esempio, Hedin scrive un libro (Deutschland und der Weltfrieden – La Germania e la pace nel mondo) nel quale accusa le potenze occidentali di fomentare il conflitto, ma chiama in causa pesantemente anche il governo tedesco, soprattutto per le sue campagne antireligiose, antisemite e contro la libertà della ricerca scientifica. Di fronte alla richiesta del segretario di stato Walther Funk di eliminare le parti critiche, così risponde: “Quando abbiamo discusso per la prima volta il mio progetto di scrivere un libro, ho affermato che volevo solo scrivere oggettivamente, scientificamente, possibilmente criticamente, secondo la mia coscienza, e tu lo consideravi del tutto accettabile e naturale. Ora ho sottolineato in una forma molto amichevole e mite che l’allontanamento di illustri professori ebrei che hanno reso grandi servizi all’umanità è dannoso per la Germania e che questo ha dato origine a molte proteste contro la Germania all’estero. Quindi ho preso questa posizione solo nell’interesse della Germania.

Sven o della solitudine 50La mia preoccupazione che l’educazione della gioventù tedesca, che altrimenti lodo e ammiro ovunque, sia carente in questioni di religione e dell’aldilà deriva dal mio amore e simpatia per la nazione tedesca, e come cristiano considero mio dovere dichiararlo apertamente e, certo, nella ferma convinzione che la nazione di Lutero, che è religiosa in tutto e per tutto, mi capirà.

Finora non sono mai andato contro la mia coscienza e non lo farò neanche adesso. Pertanto, non verranno effettuate cancellazioni”.

E infatti, il libro verrà pubblicato solo in Svezia.

Questo accade prima dell’inizio delle deportazioni e della creazione dei campi di sterminio.

Dopo lo scoppio del conflitto Hedin mantiene i suoi contatti, è in corrispondenza con Hitler, cui dedica un’intervista ancora nel 1939, e nel 1942 scrive L’America nella battaglia dei continenti, dove sostiene che responsabile dello scoppio della guerra è il presidente americano Roosevelt e che le origini del conflitto sono da imputare all’iniquità del trattato di Versailles, e non all’aggressività tedesca. Hitler sentitamente ringrazia.

Sven o della solitudine 51Ora, a mio giudizio, sortite di questo genere sono da interpretare tenendo in considerazione che Hedin ha ormai quasi ottant’anni, vissuti peraltro intensamente, che è animato da sempre da una fortissima ambizione e che certe debolezze con l’età si accentuano (pochi anni prima della morte, isolato e quasi cieco, vantava ancora di essere l’autore svedese più tradotto in altre lingue), per cui non sa sottrarsi alle lusinghe che la propaganda nazista continua a propinargli, assegnandogli premi, onorificenze, lauree honoris causa. Come giustificazione è senz’altro debole, ma all’atto pratico il suo atteggiamento non è molto lontano da quello degli innumerevoli pacifisti senza se e senza ma, sul tipo di Bertrand Russell, che sino a conflitto inoltrato sostenevano la necessità di mantenere aperto il dialogo con Hitler, o del partito comunista inglese, il cui giornale, il Daily Worker, scriveva ancora nel 1940 che la guerra era un pretesto “per schiacciare sotto il peso della macchina bellica imperialista anglo-francese milioni di sindacalisti”. O dei molti che, tanto in Inghilterra (a partire dall’ex-sovrano, Edoardo VIII) quanto in Francia (compresi i numerosi socialisti che collaborarono col governo di Vichy), simpatizzavano apertamente col regime nazista.

La differenza sta semmai nel fatto che Hedin ha usato tutti i suoi contatti e il suo prestigio presso le alte sfere del regime per sottrarre alla deportazione e allo sterminio diversi ebrei e prigionieri politici svedesi, prodigandosi spesso con esito positivo e salvando la pelle ad un sacco di gente. E comunque, in nessuna occasione ha avallato o peggio ancora favorito questa infamia, come dimostra il passo della lettera a Funk che ho riportato.

Ho voluto anche verificare se Hedin abbia dato un qualche apporto diretto all’elaborazione del pensiero nazista, se sia cioè possibile imputargli, al di là di non averne preso decisamente le distanze anche quando ha cominciato a rendersi conto della deriva criminale alla quale questo conduceva, di aver fornito qualche spunto ideologico che non fosse genericamente il modello del superuomo (alla maniera, per intenderci, di D’Annunzio col fascismo). L’ho fatto andando a riprendere i testi più autorevoli sulle origini culturali del terzo reich (Mosse) o quelli più specifici relativi alle sue componenti magico-esoteriche (Galli): ebbene, in nessuno di questi studi compare, nemmeno in una semplice citazione in nota, il nome di Hedin.

Sven o della solitudine 52A fronte di tutto questo, colpisce ancor più la diversità del trattamento riservato ad Hedin rispetto a quello usato nei confronti di altri personaggi, compromessi quanto e più di lui coi regimi totalitari. Un caso esemplare è, proprio per l’Italia, quello di Ardito Desio: esemplare per i molti tratti in comune dell’attività dei due protagonisti e per la differenza negli esiti e nella valutazione storica. Pochi mesi fa è passato in televisione, sul canale culturale della RAI, un documentario biografico su Desio, morto alla ragguardevole età di 104 anni, nel quale si ricordavano tutti i successi e i meriti dell’alpinista-esploratore, ma si glissava elegantemente sugli aspetti più oscuri delle sue vicende, prima e dopo la seconda guerra mondiale. Grande amico di Italo Balbo, il nostro aveva precocemente aderito al fascismo, ed era diventato la spalla del fascistissimo presidente del CAI, Angelo Manaresi, nell’opera di asservimento del sodalizio al regime; più o meno come era accaduto in Germania, con l’aggravante che là la politicizzazione era stata pressoché spontanea, coincideva con lo spirito alla Lammer che informava l’etica alpinistica tedesca del primo novecento, mentre in Italia era stata più contrastata, imposta ad una maggioranza di alpinisti tutt’altro che ansiosi di intrupparsi (e quindi aveva comportato anche delle esclusioni e delle discriminazioni).

Nel dopoguerra, senza aver mai pronunciato una parola di dissociazione dalla sua militanza fascista, Desio ha mantenuto tranquillamente tutti i suoi incarichi e i suoi titoli “accademici”, nonché le sue entrature politiche, tanto da essere designato a capo della spedizione che ha portato nel 1954 alla conquista del K2. In questa veste Desio, che gli altri componenti il gruppo chiamavano “il ducetto”, ha brigato per escludere Riccardo Cassin, il più forte alpinista italiano del momento, e l’unico che avrebbe potuto fargli ombra, e Cesare Maestri, e non solo ha pilotato l’ascesa in modo da farla compiere a due suoi fedelissimi, ma l’ha poi raccontata, unico autorizzato per contratto a farlo, in modo da mettere in cattiva luce colui che alla fine l’aveva resa possibile, Walter Bonatti. E malgrado le proteste di quest’ultimo la verità sull’intera vicenda è stata ristabilita ed accettata dal CAI stesso solo cinquant’anni dopo, quando tutti i protagonisti erano ormai scomparsi. Ancora nei primi anni Novanta è stato poi chiamato ad inaugurare la “Piramide”, un laboratorio per ricerche ad alta quota collocato a 5.050 metri ai piedi dell’Everest.

La cosa non sorprende, e il caso è tutt’altro che isolato (si pensi agli antropologi e agli etnologi del regime, come Giuseppe Tucci e Giuseppe Cocchiara), se si considera quali furono gli esiti (e le reali motivazioni) della sciagurata amnistia Togliatti. Ma conferma come nel nostro paese la memoria sia particolarmente corta, e più in generale come chi è davvero in buona fede abbia sempre maggiori difficoltà a far valere gli argomenti in sua difesa.

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Razzismo

Tornando a Hedin, gli è stato contestato anche un atteggiamento fortemente intriso di razzismo, e probabilmente solo il fatto di essere stato oscurato già settanta anni fa gli ha fino ad oggi evitato di entrare nelle liste di proscrizione della “cancel culture” (almeno per quanto riguarda l’Italia). Anche rispetto a questa accusa occorre intenderci. È indubbio che nei libri di Hedin, ad esempio in Dalla Persia Dalla Persia all’India attraverso il Seistan e il Belucistan (Treves 1912) si possa trovare tutto il materiale che si vuole per attribuirgli dei pregiudizi. Hedin è infastidito dal carattere poco affidabile, dalla scarsa puntualità, dall’indolenza, dalla suscettibilità rancorosa delle popolazioni mediorientali con le quali viene a contatto. Ogni occasione di confronto sembra testimoniare la superiorità dell’occidentale: ma è da dire che l’occidentale è quasi sempre e solo lui, quindi si tratta di una superiorità personale, piuttosto che etnica. E, soprattutto, di una superiorità culturale, e non biologica.

Diverso però è il discorso se si accusa Hedin di aver fornito delle pezze d’appoggio al delirio nazista sulla ricerca della culla della civiltà iperborea, ovvero alla costruzione della “tradizione” ariana di Thule. Come ho già detto, Hedin non fu direttamente implicato nelle spedizioni tibetane promosse da Himmler, e da nessuna parte ho trovato traccia di suoi accenni ai miti di Sahamballa, o di Agarthi, o del Re del Mondo. La sua ortodossia luterana lo salvava dalle suggestioni della Società Teosofica, così come dall’Ariosophia di Lanz von Liebenfels (capostipite dei rettiliani!), che veniva invece abbracciata da fior di intellettuali “progressisti” nordeuropei come August Strinberg (col quale Hedin ebbe una annosa contrapposizione a proposito del riarmo svedese). Direi piuttosto che con le sue descrizioni estatiche dei panorami himalayani, con le loro trasposizioni sulla carta o sulla tela, hanno anticipato e incoraggiato le esperienze compiute negli anni venti, sulla sua scia, da altri ricercatori nel cuore dell’Asia della terra perfetta: personaggi come Nicholas Roerich, artisti-alpinisti-esploratori e indagatori spirituali.

Sven o della solitudine 54Che la superiorità dell’uomo bianco – diciamo pure, nell’accezione corrente ai primi del Novecento, “dell’ariano” – venga data quasi per scontata, non mi sembra un tratto attribuibile nello specifico ad Hedin. Tutti o quasi gli ambienti culturali occidentali, a partire da quello scientifico e a dispetto della lezione di Darwin, erano intrisi di questa concezione. Non erano solo Kipling o gli epigoni di De Gobineau, Chamberlain e Vacher de Lapouge a condividerla. Esploratori, antropologi, filosofi, scienziati, e persino i rappresentanti del pensiero socialista, in misura più o meno esplicita, l’avevano fatta propria (rileggetevi i romanzi di Jack London, o i saggi di Proudhon, o il dibattito sull’immigrazione al congresso mondiale della Seconda internazionale di Stoccarda, nel 1907). Le voci dissenzienti erano ben poche. Una di queste, quella di Orwell, al solito diretto e senza peli sulla lingua, denunciava a più riprese il razzismo sotterraneo del socialismo inglese.

Ma su questo tema mi spingerei anche oltre. L’idea di considerare “diversi”, diciamo pure “inferiori”, gli appartenenti ad altri popoli, ad altre culture, ad altre religioni, di per sé non è razzismo. È una forma di pensiero che appartiene a qualsiasi popolo (dagli Inuhit, termine che appunto sta a designare “gli uomini”, in contrapposizione agli altri, che non sono considerati tali, fino ai Cinesi, ai Giapponesi, ai Tibetani, persino ai Maori e ai Boscimani). In queste classificazioni l’idea di un’origine biologica diversa magari non è esplicitata, ma è spesso riconoscibile sotto i più ingegnosi travestimenti mitologici. E piaccia o meno, è sempre stato così. Già Erodoto scriveva a proposito dei Persiani: “Loro stessi si considerano in tutto superiori a chiunque altro nel mondo, e concedono alle altre nazioni un certo numero di buone qualità che diminuisce in base alla distanza, il più lontano essendo a loro dire il peggiore”.

Sven o della solitudine 55Hedin in fondo sembra comportarsi allo stesso modo, ma usando criteri di valutazione molto pragmatici: durante le prime spedizioni, ad esempio, nella sua gerarchia vengono per primi gli aiutanti cosacchi, considerati i più affidabili (e con ogni probabilità erano davvero tali). Più tardi, quando lavora con i cinesi, ne apprezza la volontà e l’infaticabilità, mentre rileva lo scarso spirito d’iniziativa (ma spiegandolo con una millenaria abitudine alla sottomissione). Sono quel tipo di giudizi che ciascuno di noi può ascoltare da chi ha dimorato all’estero, foss’anche in quel Nord-Europa dal quale Hedin proveniva, senza che debbano necessariamente essere letti in una qualsivoglia chiave razzista. D’altro canto, l’idea di una “impurità” congenita all’uomo bianco è diffusissima presso le popolazioni arabe e quelle asiatiche in genere. Per questo, quando lo stigma del razzismo è applicato solo agli occidentali, si dà corpo ad una grandissima ipocrisia. Diventa una sorta di razzismo alla rovescia. Se davvero si vuole la “correttezza” politica è necessario applicare gli stessi metri a tutte le situazioni, chiaramente avendo presenti le singole condizioni storiche.

Neppure si può imputare come colpa specifica ad Hedin di aver cinicamente e sconsideratamente sacrificato alcuni dei suoi compagni nel corso delle spedizioni. Certo, sosteneva che esiste una differenza tra “morale comune” e “morale geografica”, ed è facile capire cosa intendesse, e quale praticasse. Ma quella morale l’applicava prima di tutto a se stesso, e si poneva come parametro: esigendo moltissimo da sé, aveva di conseguenza aspettative esageratamente alte rispetto al comportamento degli altri. Intanto va detto che in ogni occasione Hedin si è premurato di incontrare e di risarcire almeno economicamente le famiglie dei suoi aiutanti più sfortunati (pratica che può apparire ovvia, ma che a quanto mi risulta era poco diffusa presso i suoi colleghi): e comunque nella storia delle esplorazioni e delle conquiste le cose hanno sempre funzionato così, da Alessandro Magno alle spedizioni alpinistiche più recenti. Il fatto che i suoi compagni di avventura (e di sventura) fossero sempre degli asiatici non rende diverso il suo operato da quello degli alpinisti che salgono oggi in Himalaya con gli sherpa e che un tempo salivano sulle Alpi con le guide valligiane.

Aggiungo che Hedin era tutt’altro che indifferente alla sorte dei suoi uomini. Tutto il sessantesimo capitolo di Transhimalaya è dedicato alla morte e ai funerali di Muhamed Isa, il suo fedele capo carovana stroncato da un colpo apoplettico, e da esso trapelano un dolore e una partecipazione tutt’altro che di circostanza, comunicati ai compagni con uno stringato e bellissimo discorso funebre. Il capitolo si conclude così: “Quando ho guardato fuori dalla mia tenda, i miei occhi sono stati attratti dalla tomba oscura sulla sua collina. Sembrava come se la tomba ci tenesse stretti, anche se desideravamo allontanarcene. Tutto era tetro e lugubre; ci è mancato Muhamed Isa, e la sua assenza ha causato un grande vuoto. Ma la vita va avanti, come al solito”.

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Spettacolarizzazione

A questo punto vorrei però fosse chiaro che non ho assunto la difesa d’ufficio di Hedin. Non sono mosso da quella simpatia immediata che nei confronti di altri personaggi mi ha indotto ad accettarne e minimizzarne limiti e difetti. Come già premesso, ho scoperto Hedin troppo tardi per farne un modello e sviluppare la voglia di emularlo. Per quanto ho capito dai suoi scritti non era solo ostinato e coraggioso sino all’incoscienza, ma era anche un vanesio ambiziosissimo, dotato di una buona dose di arroganza: tutti tratti caratteriali che in fondo non si contraddicono. Inoltre personifica perfettamente la transizione ad una età caratterizzata dal consumo e dallo spettacolo.

Hedin era un abilissimo venditore di se stesso: basta vedere gli innumerevoli ritratti fotografici che lo rappresentano bardato nelle fogge orientali più diverse, già pronti per diventare dei poster. È riuscito ad accreditare l’immagine di un esploratore solitario in un territorio inesplorato e ostile, quando in realtà era sempre accompagnato da un nugolo di assistenti, e batteva spesso zone che già erano conosciute, anche se non mappate. Ha sapientemente giocato nella sua narrazione sul “sensazionalismo”, combinando la descrizione scientifica della struttura e della fisionomia del paesaggio con le emozioni da questo indotte, lo stupore di fronte a panorami mozzafiato (“uno spettacolo che fa rimanere ammutoliti, così affascinante che quasi ci dimentichiamo di smontare”), la vertigine indotta dalle altitudini (“sembrava che il terreno solido fosse giunto al termine, lo spazio insondabile che si spalancava sotto e davanti a noi”), l’accelerazione cardiaca oltre una certa quota (“il cuore batte come dovesse scoppiare”), il gelo che aggredisce ogni parte del corpo (“prima che io abbia fatto la mia osservazione e guardato l’orologio, la mia mano sinistra è morta”). Racconta gli spazi con modalità quasi cinematografiche (d’altro canto, appena potrà, lo farà direttamente con la macchina da presa) e li rappresenta poi secondo il modello dei diorami scenografici, delle panoramiche a trecento sessanta gradi che erano state rese popolari da Albert Smith mezzo secolo prima con i suoi “spettacoli” alpini.

Era a tutti i titoli un imprenditore, costantemente a caccia di sponsor per le sue imprese, né più né meno come ogni alpinista o qualsiasi altro sportivo professionista odierno. E a tal fine coltivava tanto l’ambizione del “primato”, l’essere il primo ad avere visto certi luoghi (“orgoglioso e felice di sapere che sono il primo uomo bianco a penetrare in questo deserto”), calcato certe montagne, scoperto le tracce di antiche civiltà, quanto la sindrome del possesso: “La parte in cui mi trovo ora era sconosciuta, e ha aspettato la mia venuta per un milione di anni”. Oppure: “Sul passo Sur-La fui pervaso da un indescrivibile senso di soddisfazione. Mi sentivo un potente sovrano nel suo stesso paese”. In questo senso è stato anzi un anticipatore.

Sven o della solitudine 57Ma, detto questo, non posso negare che la lettura delle sue opere sia ancora affascinante, almeno per chi come me si nutrirebbe esclusivamente di diari e resoconti di viaggi. La sua “spettacolarizzazione della natura” non è solo ruffiana, mirata a giocare sull’economia emotiva dell’elevazione per creare scenografie degne delle imprese dell’eroe: deve invece molto alla lezione di Humboldt, che aveva introdotto un secolo prima la combinazione della descrizione razionale e scientifica con le esperienze del sublime, e insistito sulla necessità di guardare dall’alto il paesaggio per cogliere da un unico punto di vista le proporzioni e le strutture della natura. Il mondo per Humboldt è un insieme integrato, mosso da forze interne; la natura è collegata in una catena indissolubile. C’è insomma l’idea che tramite la vista dall’alto lo spazio diventa comprensibile, riconducibile ad un quadro razionale e, naturalmente, dominabile. Quando si aggira per le valli o nei deserti o nelle paludi Hedin confessa spesso di sentirsi come “in un labirinto senza speranza”, disegnato da montagne e attraversato da corsi d’acqua dei quali non si capisce l’origine e non si identifica il corso: ma una volta in alto tutto diventa chiaro, può “cogliere con un solo sguardo un enorme blocco di crosta terrestre”: “l’occhio raggiunge con la massima chiarezza le distanze estreme, solo l’orizzonte erige un confine per il visibile […]. L’intera terra giace ai miei piedi”.

E ancora: l’insistenza sui disagi e sui pericoli affrontati, la rarefazione dell’aria, le temperature atroci, le membra congelate, le tempeste di neve o di sabbia, la sete, la fame, la fatica, l’ostilità dei nativi, servono a marcare la sua distanza dai “geografi da poltrona o da salotto”. Ci tiene a sottolineare sarcasticamente che “raramente le scoperte geografiche vengono fatte a casa”, che lui ha lavorato tramite l’osservazione diretta sul posto, e che questa, oltre a procurare dati scientifici, induce anche una componente emotiva che sottrae la geografia all’aridità. È geografia anche il sudare, soffrire, conquistare, godere un panorama.

Insomma, anche se probabilmente non lo avrei voluto come compagno di avventura – un criterio di valutazione “a pelle” che è sempre stato mio, sin dall’infanzia –, al contrario ad esempio di un Humboldt, che pure era vanesio anche lui, ma molto onesto nell’attribuzione dei meriti e delle responsabilità, o di un Antonio Raimondi, o di un Carlo Vidua, tutto questo non mi impedisce di pensare che la “rimozione” di questo personaggio sia ingiustificata, senz’altro per quanto concerne lo specifico della storia delle esplorazioni, ma anche perché gli vanno riconosciuti altri pregi, a partire da quello della scrittura. Non mi sono mai stancato a leggere i suoi libri – e si tratta in genere di tomi poderosi – soprattutto perché mi sono abituato a riconoscere in essi una sotterranea ironia, che emerge sporadicamente: non quella inglese, voluta e calcolata, ma quella spontanea dettata dalla stranezza di certe situazioni e di certi rapporti. Mi riferisco ad esempio a dialoghi come questo, che si svolge tra Hedin e il suo assistente mentre navigano col battello portatile sul lago Manasarowar:

“Ci aspetta una tempesta”, dissi piano.

“Allah è vicino a noi”, rispose Shukkur Ali altrettanto calmo.

“Rema e arriveremo prima che le onde siano alte.”

“Se giriamo direttamente verso la riva, Allah sarà più vicino”, suggerì Shukkur Ali.

“No invece, non cambieremo rotta, andremo dritti alla nostra meta. “

In quattro battute è riassunta la dinamica di un sodalizio non paritario, e tutto il mondo che sta alle spalle dei due protagonisti: ma anche la calma, di fronte al pericolo imminente, che li unisce.

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Solitudine e sensibilità

L’altro aspetto per il quale tutto sommato il personaggio Hedin, se pure non mi appassiona, certamente mi intriga, sta nel senso di solitudine profonda che traspare dalla sua narrazione. La coazione a fare, camminare, misurare, esplorare, non sembra essere volta solo a riempire degli spazi bianchi geografici, ma anche a sopire una sensazione di vuoto interna, proveniente da aree deserte dell’anima e scaricabile solo cancellando quelle delle mappe. In realtà avviene esattamente l’opposto. Ogni volta che si sofferma, e lo fa spesso, a meditare sul senso di ciò che sta facendo, ha un attimo di smarrimento, che soffoca subito evocando sia le vertigini, gli stupori, le eccitazioni legate alla scoperta che le trepidazioni adrenaliniche provocate dagli imprevisti, ma anche le soddisfazioni legate alla fama, ai riconoscimenti: e tuttavia, a dispetto della volontà di offrire di sé un’immagine scolpita nella roccia, incrollabile e padrona costantemente della situazione, quello smarrimento, quel dubbio rimangono nel profondo, pronti a riemergere. Forse questo lato del carattere di Hedin lo scorgo solo io, forse voglio sentire un po’ più umano uno che ha studiato per tutta la vita da superuomo: ma insomma, questa è l’impressione che Hedin mi ha trasmesso.

A convalidarla è anche il rapporto che Hedin ha con gli animali che lo accompagnano nelle sue avventure. Propongo due esempi, tratti sempre da Transhimalaya. “Tre animali erano spariti e uno di loro era il mio piccolo cavallo Ladaki bianco. Aveva lottato fino alla cima del passo, dove mi ero seduto a guardarlo invano, e poi si era sdraiato a morire. Mi aveva servito e portato fedelmente e pazientemente per un anno e mezzo, e fin dall’inizio non era mai mancato dal campeggio, e ora che l’ultimo dei veterani se n’era andato mi sentivo molto solo. Durante tutto il viaggio non aveva mai raggiunto un punto più alto di quello in cui morì; proprio sulla sella del passo le sue ossa sarebbero state sbiancate dalle tempeste invernali e dal sole estivo.

Sven o della solitudine 59Il mio fidato amico, il grande e peloso Takkar, mi guarda con occhi interrogativi. Non ama le ghirlande profumate dell’estate né la zona variegata dei prati. Ricorda la vita libera nelle pianure aperte, gli mancano i combattimenti con i lupi del deserto e sogna la terra delle tempeste di neve eterne. Un giorno lo vedemmo bere a una sorgente che versava la sua acqua lungo il sentiero, e poi sdraiarsi all’ombra fresca della foresta. L’aveva fatto tante volte prima, ma non dovremmo mai vederlo ripeterlo. Si voltò e galoppò verso il solitario Tibet. Si separò con dolore nel cuore dal suo vecchio padrone, lo sapevo … Ricevo ancora di tanto in tanto, tramite il signor Marx, saluti dal vecchio Takkar, che ha difeso così fedelmente la mia tenda quando ho viaggiato sotto mentite spoglie attraverso il suo paese”.

Aggiungo ancora un di paio di brevi considerazioni: una a tema storico, o se vogliamo di costume, e una di carattere personale.

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Omosessualità

La prima riguarda l’omosessualità di Hedin. e parte da un’affermazione che ho trovato su un sito polacco: “Hedin era omosessuale, condizione che anche in quella Svezia che oggi è all’avanguardia in fatto di diritti civili, all’epoca non era accettata”. Non era così solo in Svezia: si pensi alle vicissitudini del suo quasi contemporaneo Oscar Wilde, e di moltissimi altri meno famosi. Ma non è il tema dei diritti a interessarmi. Sono invece intrigato dal rapporto tra l’omosessualità e il viaggio, nello specifico quello di esplorazione. Tra le due cose parrebbe esserci una correlazione tutt’altro che casuale. Una gran parte degli esploratori o dei grandi viaggiatori di cui mi sono occupato o che semplicemente conosco è accomunata dalla condizione omosessuale, segnatamente nel diciannovesimo secolo e nella prima metè del ventesimo. Cito solo i primi nomi che mi vengono in mente, da Humboldt e Thesiger a T. H. Lawrence, Robert Byron, Henry Savage Landor, Otto Rahn, Ernst Schäfer, Bruce Chatwin, Norman Douglas, ecc…, ma anche a Freya Stark, a Ella Maillart, a Isabelle Ebherart. In percentuale, direi che siamo oltre la metà: e questo perché l’orientamento sessuale non è una variabile di scarso rilievo nella scelta di questo tipo di esperienze.

Il tema meriterebbe di essere approfondito, perché stranamente non sono a conoscenza di alcuno studio specifico, nemmeno parziale. Ma non è questa la sede. Mi limito invece a proporre la spiegazione più semplice e più immediata che mi sono dato del fenomeno. Questi uomini e queste donne cercavano senz’altro luoghi dove esprimere liberamente la propria sessualità e non essere costretti costantemente a simulare o a rinnegare i propri sentimenti, dove la loro attitudine e i loro atteggiamenti non fossero stigmatizzati o sanzionati: ma in primo luogo penso volessero allontanarsi da casa, e che a muoverli fosse spesso, oltre il desiderio di respirare un’aria meno soffocante, la paura di recare discredito alle famiglie.

Era senz’altro il caso di Humboldt, e credo lo stesso sia stato per Hedin. Per questo, anche in giro per il mondo hanno scelto la discrezione più totale. Del primo ho già ampiamente parlato, e rimando quindi al mio Humboldt controcorrente. Nel caso di Hedin però l’ermetica riservatezza del comportamento sessuale aveva anche una motivazione ulteriore, la difesa dell’enorme popolarità e dell’immagine di una virilità superiore che si era andata costruendo, soprattutto in Germania: nel Terzo Reich l’omosessualità comune era perseguita alla pari dell’ebraicità (con la quale veniva posta in correlazione, sfruttando il fatto che i suoi difensori erano soprattutto personaggi di origine ebraica come Magnus Hirschfield – fondatore durante il periodo di Weimar dell’Istituto per la ricerca sessuale). Questo mentre paradossalmente le elites nazionalsocialiste propugnavano l’Eros intervirile di von Liebenfels, un rapporto omoerotico con finalità iniziatiche e pedagogiche.

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Infine

Da ultima, un’impressione estemporanea. Quando ho letto per la prima volta Hedin, molto tardi, ho avuto l’impressione di averlo già conosciuto in precedenza. E in effetti l’avevo già incontrato sotto altre spoglie in diverse occasioni. Senz’altro nelle avventure di Tintin (il fantastico Tintin in Tibet) e di Gim Toro, nei libri di Salgari e in quelli di Rider Haggard e di Kipling, e più recentemente nei film di Indiana Jones. Era l’eroe archetipico nella sua versione più recente, un impasto di romanticismo e positivismo scientifico, sprezzante del rischio, consacrato ad un ideale superiore di conoscenza e di autoaffermazione, ma con molte concessioni alla nuova cultura popolare del consumo mediato e immediato di emozioni: ma di quella stirpe Hedin era anche l’ultimo discendente. La sua storia è quella di un mondo che ha cessato di esistere, e non solo perché le moderne tecnologie satellitari sono in grado di mappare dettagliatamente ogni angolo del pianeta. Ha cessato di esistere perché di quelle conoscenze, al di là del loro utilizzo a fini militari o economici, non importa più nulla a nessuno.

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Indicazioni bibliografiche

Libri di Sven Hedin

Il lago errante – Cierre, 1994

La strada della seta – Iduna, 2021

Dalla Persia all’India – Treves, 1912

Transhimalaya – MacMillan And Co., 1910

From Pole to Pole – Jazzybee Verlag, 2023

My Life as an Explorer – Greenpoint Books, 2022

Biografie di Sven Hedin

De Martino, Marcello – Nel cuore dell’Asia – Agorà 2023

Libri contenenti passi su Sven Hedin

Clark, Ronald, W. – La conquista del pianeta terra – Mondadori 1964

Handbury-Tenison, R. – I settanta grandi viaggi della storia – Logos, 2008

Dainelli, Giotto – La conquista della terra – UTET, 1954

Hale, Cristopher – La crociata di Himmler – Garzanti, 2006

Herrmann, Paul – Sulle vie dell’ignoto – Martello, 1961

Hopkirk, Peter – Diavoli stranieri sulla via della seta – Adelphi, 2006

Hopkirk, Peter –Il grande gioco – Adelphi, 2006

Newby, Eric – Il grande libro delle esplorazioni – Vallardi, 1976

Novaresio, Paolo – Uomini verso l’ignoto – White Star, 1991

Wright, H. – Rapport, S.– I grandi esploratori – Le Maschere, 1957

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[1] La Vega, una baleniera attrezzata a rompighiaccio, sulla quale era imbarcato come ufficiale anche l’acquese Giacomo Bove, impiegò quasi quattordici mesi per raggiungere Yokohama sulla rotta di nord-est partendo da Göteborg, dopo essere rimasta imprigionata nel pack per dieci mesi nello stretto di Bering,

[2] Ferdinand Von Richtofen è un innovatore della scienza geografica, nella quale fa rientrare anche gli aspetti storici, antropologici e culturali di un territorio. Questo rinnovamento è esemplificato soprattutto dal suo voluminoso studio sulla Cina, nell’ambito del quale conia il termine di “via della seta”. È tra l’altro zio del famoso aviatore ed eroe della Prima guerra mondiale Manfred von Richtofen, noto come “Barone rosso”.

[3] Schäfer dirige durante la guerra l’Istituto di Ricerche Centroasiatiche intitolato allo stesso Hedin, che compie esperimenti pseudo-scientifici sugli internati del campo di Auschwitz.

Viaggiando in rimoti paesi

Carlo Vidua e il destino della Virtù

Viaggiando in rimoti paesi copertina Quadernodi Paolo Repetto, 6 maggio 2023, vedi il Quaderno

Introduzione

Un’educazione casalese

I primi viaggi

Romantico controvoglia

Dalla Lapponia all’Equatore

Nella culla della civiltà europea

In America!

Verso ovest e verso sud

Nell’Estremo Oriente

Morire nelle isole della Sonda

Sulle consonanze

Una bibliografia commentata

Viaggiando in rimoti paesi 02

Introduzione

Un uomo che logorò la sua vita
viaggiando in rimoti paesi,
e morì nell’Oceanica.
(Vincenzo Gioberti a Pier Luigi Pinelli, 1834)

Leggetelo. È il libro di un saggio;
un po’ arretrato, come me.
(Gino Capponi a Niccolò Tommaseo, 1834)

Non ho un buon rapporto col Romanticismo italiano. Forse perché un autentico Romanticismo in Italia non c’è mai stato, e coloro che più gli si avvicinano in realtà ne hanno preso le distanze: Leopardi vale per tutti, e Manzoni è quanto di meno romantico riesca ad immaginare. Dal momento però che non può essere applicata al fenomeno una denominazione di origine controllata, ma soprattutto che le mie idiosincrasie non interessano giustamente a nessuno, mi limito a dire che come tutti i prodotti culturali d’importazione il Romanticismo è stato recepito da noi con le cautele e i distinguo e le ammortizzazioni del caso (vedi appunto Manzoni), sino a farne un’altra cosa, oppure si è ridotto ad una serie di dignitosissime cover degli originali nordici (vedi Berchet o D’Azeglio). Il che, intendiamoci, per quanto mi riguarda non implica alcun giudizio negativo o riduttivo: se I promessi sposi fosse stato scritto in uno stile più autenticamente romantico ne sarebbe uscito un feuilleton o una telenovela. Che poi mi ci riconosca o meno, è un altro discorso.

Eppure, a volerlo cercare, qualcuno che interpreta appieno quello spirito (per come, appunto, lo intendo io), negli intenti, nella pratica e purtroppo anche negli esiti, lo si trova. Personalmente l’ho trovato nella figura di Carlo Vidua, che ho incontrato troppo tardi perché potesse entrare nel mio ristrettissimo Pantheon, ma che si è senz’altro guadagnato il diritto di non finire nell’armadio degli accumuli inutili. Se proprio volessimo classificarlo entro gli schemi canonici, Vidua potrebbe essere ascritto alla scuola tedesca, a dispetto del fatto che la sua lingua madre fosse praticamente il francese: è apparentabile per molti più versi a Goethe e ad Alexander von Humboldt che a Chateaubriand (che pure amava particolarmente) e a Lamartine (che non amava affatto). Col che, chiudo le etichettature e passo al nostro protagonista.

La vita di Vidua è un emozionante romanzo di vagabondaggio, e proprio di questo voglio raccontare, del fuoco che ardeva nei suoi polpacci (e che fuor di metafora letteralmente glieli bruciò): cercando tuttavia di non trascurarne gli aspetti e gli interessi meno “avventurosi”, quelli che ardevano nella sua mente, a partire dalla politica (intesa in senso “globale”) sino alla linguistica, all’archeologia e alla musica. Nei limiti di questa breve presentazione cercherò dunque di dare spazio anche ad essi, anticipando, quando mi parrà il caso, quelle che dovrebbero essere considerazioni conclusive. Insomma, si sarà già capito che proverò a documentare il più possibile il Vidua “autentico”, ma che ne uscirà soprattutto l’idea che di Vidua mi sono fatto.

Viaggiando in rimoti paesi 03

Un’educazione casalese

Carlo Vidua nasce conte di Conzano, paesino a metà strada tra Alessandria e Casale Monferrato, nel 1785. Tanto per “contestualizzarlo”, nasce lo stesso anno di Manzoni (li separa una settimana). Troppo tardi dunque per partecipare, anche solo emotivamente, all’infervoramento per la rivoluzione e agli umori contrastanti del periodo napoleonico, e troppo presto per vivere con ardore giovanile i primi moti carbonari. Diciamo che arriva giusto in tempo a beccarsi in pieno l’ondata reazionaria.

Si spiega così quello che potrebbe apparire un suo “disimpegno”: Vidua non è disimpegnato, è piuttosto un “non allineato”, che non si riconosce in alcuno dei modelli politici del suo tempo. È invece intrigato dalla loro varietà, quella che va emergendo mano a mano che gli orizzonti europei si allargano e nuovi popoli e nuove istituzioni si affacciano alla ribalta. Inoltre è un provinciale, e come Leopardi vive tutta la giovinezza lontano dai grandi centri dove la politica la si fa e la cultura ha i suoi luoghi deputati: cosa che in genere, e alla sua epoca ancor più, concorre a far vedere le cose con maggiore distacco (e, oserei dire, anche con maggior chiarezza).

Sempre come Leopardi, ha un padre convinto legittimista, col quale lo scontro è inevitabile, anche se per motivi che poco hanno a vedere con le opinioni politiche. Pio Vidua è un conservatore prudente, che ha evitato di compromettersi col bonapartismo ma anche di rovinare i propri interessi opponendoglisi apertamente, e che ottiene nel 1814 la nomina a ministro degli Interni nel primo gabinetto della restaurata monarchia sabauda per meriti puramente cortigiani. Non si segnala per spirito d’iniziativa o per particolari capacità politiche: è solo un passatista arroccato in difesa del prestigio e del rango del proprio casato. Per questo si opporrà sempre testardamente alle ambizioni e alla natura dell’unico figlio maschio, dal quale si attende solo la continuità della stirpe. Fino a quando gli è possibile ne condiziona quindi pesantemente le scelte, costringendolo a studiare privatamente con precettori religiosi (non gli consente nemmeno di iscriversi all’università e gli compera una laurea vaticana) e a tenersi lontano dagli ambienti “pericolosi”. Con tutto ciò, credo che quest’uomo abbia amato sinceramente, anche al netto delle motivazioni dinastiche, un figlio che ai suoi occhi pareva cercare ogni maniera e ogni pretesto per scontentarlo.

Da parte sua il giovane Vidua non riuscirà mai ad emanciparsi del tutto dalla soggezione filiale: anche se da un certo punto in avanti farà ciò che vuole, arrivando sino alla rottura insanabile, vivrà sempre la propria ribellione con un pesante senso di colpa. Continuerà a considerare sino all’ultimo il padre il suo principale interlocutore (delle 286 lettere di Carlo raccolte e pubblicate da Cesare Balbo la metà sono indirizzate a lui), e cercherà costantemente di rabbonirlo e consolarlo informandolo degli incontri con le massime personalità e autorità in ogni angolo del globo, del rispetto portato al suo nome e di come in fondo egli stesso contribuisca a farlo conoscere nel mondo e ad onorarlo. E comunque, quanto alle restrizioni impostegli in gioventù, il giovane patrizio ne fa buon uso, perché oltre che nelle lettere e nel diritto si impratichisce nel disegno e nella musica, e si sfoga con la scherma, l’equitazione e la danza.

Diversamente da Manzoni, Carlo non ha una madre (l’ha persa a quattro anni) che gli spalanchi le porte dei circoli intellettuali più avanzati. Ha in compenso un nonno materno che è stato un grande viaggiatore, dal quale eredita la passione, sia per via genetica che attraverso le rievocazioni serali (ed erediterà poi anche i mezzi per coltivarla). Lui stesso racconta che ancora molto piccolo, avendo udito un giorno il nonno narrare degli antipodi che abitano l’altra faccia della terra, aveva cominciato a scavare in giardino per andare a conoscerli. Credo che questo episodio, se anche fosse inventato, aiuti a capire per quale motivo Carlo rimanga tutto sommato estraneo al movimento patriottico e costituzionalista nel quale saranno coinvolti tutti i suoi migliori amici: nutre una conservatrice diffidenza nei confronti delle cospirazioni carbonare, ma soprattutto ha orizzonti e ambizioni più vasti.

Queste ultime le manifesta sin dalla giovane età. La matrigna Elisabetta, attenta ai sentimenti del ragazzo indubbiamente molto più del padre, scrive che “covava un fuoco segreto sin dall’età di otto anni e solo l’affliggeva il pensiero di non aver forse l’ingegno da farlo”. Un ritratto perfetto dell’animo di Carlo. Un ritratto che torna a più riprese nel diario e nelle lettere di quest’ultimo: “Se non sono gettato in un tourbillon io non farò mai e poi mai niente […] io, a venticinque, ventisei anni, voglio qualcosa di buono o nulla”. E continuerà a ribadirle (e a rimpiangerle), sino all’ultimo: “Ho tardato troppo, ho dilungato, nulla lascio di finito, e questa fama che sarà od è vanità, ma il cui desiderio mi animò tutta la vita, non la potrò conseguire fuor di pochi amici o parenti che in quarant’anni saran finiti, nessuno saprà che ho esistito” scriverà poco prima di morire.

Dunque: dobbiamo immaginare un’infanzia e un’adolescenza tutt’altro che libere e spensierate, ma in realtà molto meno oppressive di quanto a posteriori Carlo le ricordi (arriva a definire a più riprese la villa di Conzano “un carcere”). Più di una volta, mentre sta dall’altra parte del globo, gli capiterà di confrontare i paesaggi e le atmosfere con quelli della sua adolescenza monferrina, di trovare questi ultimi sempre superiori e di provare nostalgia per il grande giardino e per le cavalcate e le passeggiate, anche notturne, nelle “selve” e sulle colline tra Casale ed Asti (“Malgrado la presenza di briganti e ladri”, sottolinea). Queste “uscite” sono già una manifestazione dello spirito avventuroso e un po’ avventato che lo caratterizzerà, nonché di una propensione al protagonismo, e sono comprensibilmente viste con una certa apprensione in famiglia. La sorella, in una lettera alla nonna, scrive: “Sapevo già, cara nonna, delle scappate che il nostro giovanotto ha fatto quest’inverno, da un lato ne ho piacere, perché il movimento e le scappate con qualche amico gli sono necessarie e giovano alla sua salute, poi se lui prende le cose sempre in maniera un po’ eccessiva mi pare lo si possa perdonare a causa della sua età, tutti i giovani sono così”. A quanto pare, così prigioniero poi non era.

La nostalgia per l’aria di casa è tuttavia ogni volta smentita, non appena rimette piede nel regno di Sardegna. Non lo infastidisce solo la pressione dei familiari, ma tutto il vuoto apparato di convenzioni nel quale la classe cui appartiene si muove, quelle che lui stesso definisce “coglionerie”. “La mia solita felicità mi abbandona solo quando voglio fare ritorno in Piemonte; pare, che qualche genio me ne volesse allontanare per forza. Se fossi ai tempi degli antichi greci crederei che v’è una divinità nemica che mi caccia lungi dal Piemonte, come Ulisse lungi da Itaca.”

Se si escludono comunque pochi casi, ad esempio quello di Foscolo, la sua educazione non è diversa da quella dei giovinetti suoi contemporanei di condizione nobiliare o agiata. Ed è comprensibile che nei ritagli di libertà dagli impegni di studio e dai rituali domestici il ragazzo abbia cercato di evadere a piedi o a cavallo nei dintorni, e almeno con la mente negli spazi più remoti. Con la differenza, rispetto agli altri, che di là non è poi più rientrato.

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Da Casale Monferrato, dov’è cresciuto, Carlo si trasferisce poco prima dei vent’anni con la famiglia a Torino. Lì frequenta i circoli letterari e politici “che contano”, stringendo amicizia particolarmente con Cesare Balbo, futuro patriota, ideologo (Le speranze d’Italia), storico e primo ministro del regno di Sardegna, nonché suo primo biografo. Con Balbo e coi rampolli di altre famiglie dell’aristocrazia torinese fonda un sodalizio (la Società dei Concordi), avente come scopo niente meno che il riscatto dell’Italia dal ritardo culturale in cui giace, e in particolare dalla soggezione, non solo politica, nei confronti degli occupanti francesi. Nel gruppo Vidua (che ha assunto il soprannome de “L’allungato”) mantiene una posizione defilata: da un lato è senz’altro una figura di riferimento, per la sua intelligenza e la sua erudizione, e anche per sua alfieriana intransigenza: dall’altro si riconosce solo sino ad un certo punto negli scopi della società, sia per una spiccata tendenza all’individualismo, sia perché convinto che occorra guardare oltre gli angusti confini della patria. La sua smania di viaggiare non sempre è compresa dagli altri affiliati, e questo creerà col tempo una crescente distanza.

Lo disturba anche il fatto che alcuni di loro ad un certo punto scendano a patti con quello che egli considera un invasore e un despota. Balbo stesso ad esempio accetta incarichi nell’amministrazione napoleonica a Firenze, e Carlo non esita a rinfacciarglielo. “Oserai tu entrare nella chiesa di Santa Croce? Non temerai l’ombre di quei grandi?” Quanto ad un personale impegno nella politica però è molto restio. Le sue simpatie vanno all’ala più liberale del movimento patriottico piemontese, impersonata da Santorre di Santarosa, piuttosto che a quella moderata facente capo a Balbo: ma nella sostanza, poi, dei destini politici del Piemonte gli importa solo fino ad un certo punto. Lo dimostra anche la scelta dei temi dai lui proposti e trattati nel corso delle adunanze dei Concordi: Pensieri sulla Gloria; Sopra il destino della Virtù; Sull’oblio in cui sono caduti alcuni uomini grandi, ecc…. La dimensione nella quale vuole dare senso e visibilità alla sua esistenza è ben altra.

Oltre a quella per i viaggi, la sua grande passione sono i libri. È un raffinato bibliofilo, ma non è mosso dal puro istinto collezionistico: la sua bibliofilia è sin dall’inizio finalizzata al disegno che va concependo. Dovunque arrivi si procura ogni possibile documento su qualsivoglia aspetto della vita politica, sociale, economica e culturale del paese, e spedisce poi il tutto in patria: nel corso dell’esperienza americana raccoglierà ad esempio oltre milletrecento volumi. Nelle lettere agli amici e ai famigliari ricorre costante l’ansia per le casse zeppe di scritti, oggetti d’arte, cimeli storici, inviate dai luoghi più impensati.

È anche un lettore appassionato e vorace, che rivendica e mantiene una forte autonomia di giudizio rispetto a quanto legge. È significativo, ad esempio, che sia un grande ammiratore dell’intelligenza di Joseph de Maistre, ma che non condivida affatto le idee espresse dal conte savoiardo ne Le serate di San Pietroburgo. O che adori le tragedie alfieriane, ma non esiti a deprecarne gli accenti anti-gerarchici e anti-religiosi. E lo stesso vale per l’Ortis.

Le sue letture sono sterminate: nella prima gioventù si nutre naturalmente, oltre che di Alfieri e di Foscolo, di Chateaubriand ma anche di Vico, dei classici della storiografia italiani e latini, degli illuministi francesi (e un po’ più tardi, quando avrà acquisito una sufficiente padronanza linguistica da quelli inglesi): in seguito si volgerà sempre più specificamente ad opere legate alle mete dei suoi viaggi, per preparare questi ultimi e per poi commentarli. Humboldt, naturalmente, e Ferguson, Gibbon, Montesquieu, Robertson, De Las Casas, ecc…

Come ho già accennato, tra i suoi amori c’è anche la musica. Questo gli è stato trasmesso soprattutto dalla nonna materna, ma in famiglia sono tutti appassionati, compreso il padre. È un ottimo esecutore, oltre che un discreto compositore. Scrive di lui Cesare Balbo: “Studiò la musica su varii strumenti e principalmente sul cembalo. Fece progressi grandi nell’ esecuzione e nell’accompagnamento, e tali poi nella composizione che non solo la musica sua corse il paese e l’Italia, ma egli ebbe il piacere navigando molti anni appresso tra i mari di Grecia d’udir risonare le sue melodie in quei climi così propizi”. Magari Balbo enfatizza un po’, ma pare davvero che il Vidua cembalista riscuotesse un gran successo nei palazzi e alle corti frequentati durante i suoi viaggi. Senza dubbio usava anche la musica come passepartout per entrare in confidenza con gli interlocutori che lo interessavano.

Viaggiando in rimoti paesi 05E sempre a proposito di amori, poco o nulla si sa di una sua vita sentimentale “attiva”. Il giovanile accenno ad una fanciulla morta prematuramente (che si chiamava Teresa, come la Teresa Fattorini di A Silvia) è molto generico, e più che da un moto di commozione sincera sembra dettato dalla moda romantico-sepolcrale dell’epoca: “Io mirava quei flutti: e come l’onda, mio dicevo tra me stesso, che vedo trascorrere e confondersi, ratto così passò la gentile donzella, e già sta per confondersi, o si confonde il suo nome nella notte del tempo, e le sue belle forme tra le altre ceneri del sepolcro […]” . Più tardi ironizza sul fatto che gli sia stato attribuito un innamoramento per una “ninfa sestrina”, chiarendo che: “Nessuna donna possiederà mai una parte del mio cuore. Conviene che questo sesso sia al servizio del nostro divertimento e delle nostre necessità, non che sconvolga l’anima”. Il che lo escluderebbe da ogni sospetto di romanticismo, e parrebbe condannarlo all’aridità sentimentale. Anche se poi, quando arriva il tempo dei bilanci, sembra provare rimpianto quel flirt appena accennato: “[…] ricorderò con dolore di aver seguito i tuoi suggerimenti, e di non aver tolto quella ninfa sestrina di cui nel 1813 ti feci già una sì vantaggiosa descrizione”.

In verità, l’ostinata resistenza che Vidua oppone al destino matrimoniale impostogli dal padre e dagli obblighi del suo status viene sempre da lui stesso intesa come una scelta non definitiva. “La sola ragione che mi indurrebbe ad abbandonare la libertà, che tanto apprezzo, sarebbe consolare mio padre che moltissimo rispetto, e che amo. Vedo dunque che alla fine per compiacerlo, finirò per rinunziare al genere di vita indipendente che finora ho goduto.” La sua opposizione non è ideologica, ma strategica. Ha pianificato la propria esistenza in funzione di un’opera che ne eterni la memoria, e questa opera suppone una conoscenza che può essere acquisita solo attraverso i viaggi. La passione per i viaggi, che in un’ottica del genere diventa strumentale, è tale che tutto di fronte ad essa passa in second’ordine. È l’unica cosa per la quale valga la pena ribellarsi e difendere le proprie scelte, e va vissuta sin a quando si regge. “Io voglio preparare alla mia età matura meno regrets che possa. Ne avrei certo se mi maritassi senza compiere il corso dei miei viaggi.” Una volta appagata – e l’appagamento può venire solo dall’aver completato il giro del mondo e dall’aver conosciuto tutte le civiltà possibili – al resto ci si può adattare di buon grado.

Può anzi essere la condizione indispensabile per tirare le somme e dedicarsi finalmente alla scrittura: “Ma per tutto questo ci vorrebbe tempo, tranquillità, ritiro e compagnia, e in questo inclino al parer tuo, compagnia di una donna, che assorbendo a sé l’affetto, non lo lasciasse più divagare. Hai ragione, è tempo di stabilirsi.”

Non fosse per la smania di muoversi, Vidua potrebbe dunque essere il perfetto protagonista dei salotti romantici torinesi, e permettersi anche il brivido della cospirazione. Tutto questo però non lo soddisfa: “Molte cose ci sono in questo particolare degne di attenzione, che non si possono o malagevolmente apprender dai libri; onde è necessario vederle ove sono, osservare come vengono poste in uso e qual effetto ne procede, per questo motivo i viaggi potranno servire di strumento efficacissimo, onde ampliare le idee e moltiplicare le cognizioni”.

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I primi viaggi

Vallo però a spiegare al padre, che lo vorrebbe sposato e avviato ad una carriera amministrativa o politica di alto livello e che tiene ben stretti i cordoni della borsa. Di fatto Carlo riesce a sganciarsi e ad allontanarsi più spesso da casa solo dopo i venticinque anni, quando comincia a godere di una rendita propria. “Io era dunque così sovranamente stufo di non far niente, di non avere nessuno scopo nella mia vita, così annoiato, senza alcuna speranza nemmeno di poter viaggiare stanti le difficoltà di mio padre, che mi saltò l’idea di partire da Torino, andare in qualche città lontana […].” Lo fa viaggiando nel 1810 per la prima volta fuori d’Italia, in terra francese, compiendo una sorta di pellegrinaggio nei luoghi petrarcheschi. Si porta dietro tutti i suoi pregiudizi nei confronti della patria del giacobinismo (“Più vedo questa Francia e più mi insuperbisco di essere nato italiano.”), pregiudizi che conserverà per tutta la vita, ma matura per Petrarca una vera adorazione. E soprattutto ha la conferma che il suo futuro non può essere che nel viaggio: “Trovo che l’agitazione dei viaggi, il moto, il cambiamento di oggetti, la varietà dei naturali e dei costumi delle persone che vi si incontrano, innalzano l’animo, fanno nascere delle riflessioni, vi tolgono molti pregiudizi e maniere di pensare, vi danno dell’esperienza di mondo, vi accostumano a parlar bene”. E infatti al rientro intraprende subito un lungo giro per l’Italia centrale. Percorre a cavallo tutta la Toscana e buona parte dell’Umbria, riempiendosi gli occhi di arte e di natura e il cuore di emozioni: ad esempio davanti alle selve di abeti di Vallombrosa, che “fanno parer vere le selve incantate dell’Ariosto”. Naturalmente tutto questo, anziché appagarlo, gli alimenta una irrequietudine e una voglia di fuga sempre maggiori.

È costretto però ancora per qualche tempo a mordere il freno, anche se ormai il bisogno di muoversi è diventato quasi un’ossessione: “Se non esco da quel circolo di Casale, Conzano e Torino languirò eternamente senza far nulla di buono”. Il primo vero strappo con la famiglia avviene nel 1813: dopo un lungo soggiorno in Liguria (dove conosce la “ninfa sestrina”, e tra una camminata e una cavalcata lavora a una storia di Firenze – poi perduta), alla fine dell’anno torna in Francia, passando per Ginevra e raggiungendo questa volta Parigi, in tempo per assistere alla caduta di Napoleone e all’occupazione della città da parte degli Alleati. La cosa non lo emoziona più di tanto, non ne parla quasi. Si potrebbe manzonianamente dire che “di mille voci al sonito / mista la sua non ha”. Si limita a commentare: “Quantunque questi avvenimenti siano degni di memoria, nondimeno se fossi io un Tacito preferirei a tutti gli argomenti e le scene che presentano quei giorni quello della condotta e dei sentimenti della nazione vinta; io non ne fui mai gran cosa ammiratore. Chi non è stato in Francia non può ben apprezzare, e poi chi non li ha veduti in questa occasione non può non conoscere in tutta la sua estensione quel misto di leggerezza e di eccesso, di sedizioso e di pieghevole, che non ne fa un popolo unico”. Col che, i francesi sono sistemati.

Questa volta ha deciso l’itinerario autonomamente, all’insaputa della famiglia (anche se di fronte al fatto compiuto il padre provvederà a finanziargli parte delle spese). E ne approfitta. Infatti non rientra, ma durante l’estate del 1814 si sposta in Inghilterra e in Irlanda, e passa poi in Scozia. Oltremanica constata i primi effetti della rivoluzione industriale sul paesaggio, sulle tradizioni, sui costumi e sui caratteri, e ne è disgustato. “Quel che non si sente più è la voce del Bardo. Né più si incontra la dolce ospitalità né la valorosa ferocia. Grazie a quelle malnate novità si sono aperte per ogni dove delle nuove strade, si sono costruiti dei ponti, si tagliarono i boschi. Invece dei famosi guerrieri si ritrovano dei grossi mercanti accorti nel loro interesse […].” In un viaggio successivo sarà invece positivamente colpito dalle istituzioni anglosassoni, soprattutto dopo aver assistito alla sobrietà di una seduta parlamentare. Per ora rientra infine attraverso Belgio e Olanda, ripassando nuovamente per Parigi e rinnovando il suo giudizio negativo.

Nel frattempo è assai cresciuto, e non solo intellettualmente. La descrizione fattane da un corregionale che lo ha incontrato a Parigi nel 1814 ci offre un sembiante ben diverso da quello rimandato dai suoi unici due ritratti esistenti. “[…] grandissimo di statura, ma cotanto magro che di più nol potea essere. La di lui fisionomia era veramente brutta, la pelle giallognola, la bocca squarciata, mostrando denti e gengive in pessimo stato, dimesso assai nel vestire, gonzo nel camminare e vi si aggiungeva la vista breve […]. Ma allorché parlava, era tanta la sua istruzione, tale la sua eloquenza, che tutto facea dimenticare l’orrido della sua presenza […]. Era erudito nelle lingue italiana, latina francese e inglese, e tutte le parlava con facilità e bella pronuncia. Era avido di apprendere le costumanze delle genti ove egli recavasi […].Era tutto originalità del modo suo di vedere e di giudicare […]. Al clavicembalo […] suonava con grande maestria e profonda espressione. Avea una voce perfida, ma la sapea modulare a cagionar diletto.”

Evidentemente i viaggi, soprattutto se affrontati come in questo caso con scarsità di mezzi, lasciano il segno. Sembra davvero il brutto anatroccolo: e il prosieguo del racconto, dove si parla di un suo brutale arresto a Le Havre per sospetto di spionaggio o di contrabbando, e di come il conte abbia atteso di essere portato davanti a un tribunale per palesare la sua identità e impartire una lezione di civismo alle autorità francesi, completa il quadro.

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Romantico controvoglia

La vera vita di Carlo Vidua, quella che a me interessa, comincia dunque proprio mentre si chiude in Europa la parentesi napoleonica. Non è solo una coincidenza. A chi come lui è assetato di gloria la cappa grigia della restaurazione chiude nel vecchio continente ogni orizzonte. Scrive a Cesare Balbo: “Credi tu che gl’istorici dei nostri tempi tra la folla dei nomi da tramandare ai posteri sceglieranno il mio? Mai no: fuori che una qualche circostanza rarissima attacchi il mio nome a qualche grandissimo avvenimento”. Cosa che oggettivamente non solo a Conzano, ma in tutto il Piemonte, per uno che oltretutto rifiuta di entrare nella guardia imperiale, è difficile attendersi. Per qualche tempo, tra il luglio 1815 e la primavera del 1818, torna dunque a muoversi tra Casale e Torino, mettendo mano anche alle osservazioni maturate nel primo viaggio; ma ha ormai chiaro ciò che vuole e già progetta mete lontane (nel mirino ci sono gli Stati Uniti, il Canada e l’America Latina). Coltiva pertanto le amicizie e le conoscenze che possono procurargli agganci e agevolare i suoi futuri spostamenti, si dedica alle studio delle lingue e delle storie, e comincia a maturare il disegno di una grande opera comparativa tra i vari sistemi politici di tutto il mondo, da fondarsi sull’esperienza diretta.

Con tutto questo non rimane estraneo al dibattito culturale acceso in Italia dal clima della Restaurazione, quello che contrappone i “classicisti” ai “romantici”. Vi partecipa anzi tempestivamente, stendendo nel 1816 (o forse già nel 1813) un discorso Dello stato delle cognizioni in Italia che anticipa non solo nei tempi, ma nei modi e nelle conclusioni, il leopardiano discorso Sullo stato presente dei costumi degli italiani, pubblicato otto anni dopo (nel 1824). Lo fa però a modo suo: sia perché sposta il discorso dal piano artistico-letterario e da quello politico all’analisi storico- antropologica, sia perché alla fine non pubblica il trattatello (che verrà dato alle stampe ad opera di Cesare Balbo solo dopo la sua morte, nel 1834).

Nel suo scritto Vidua imputa il ritardo accumulato dalla cultura italiana principalmente a tre fattori. Intanto la tendenza dei nostri intellettuali a oscillare tra l’imitazione pedissequa e idolatra dei classici, che si risolve in pura erudizione, e quella altrettanto acritica degli stranieri. Poi l’ignoranza diffusa tra le classi basse. A questo proposito più tardi scriverà: “Dobbiam confessare per nostra vergogna che in molte parti d’Europa e specialmente in Piemonte v’è molta minor proporzione di persone del popolo che sappian leggere che nelle Filippine e tra’ Cristiani delle Molucche”. Su questa ignoranza hanno fatto sempre leva le classi dominanti (nelle quali Vidua però non fa rientrare la Chiesa: le riconosce anzi una funzione civilizzatrice), usandola strumentalmente per il loro dominio, mentre “ormai la propagazione della lingua, la celebrità della letteratura, ed il vanto delle cognizioni sono divenute una maniera di acquistar reputazione, un titolo di gloria nazionale, uno strumento di potere”. Strumento da utilizzarsi nei confronti del popolo “ad addolcirne i costumi, ad affezionarlo alla patria e ad istruirlo nei rudimenti della religione, della lingua e dell’ agricoltura”.

Viaggiando in rimoti paesi 08Per intanto il primo dei problemi da affrontare è, secondo Vidua, l’assenza di una lingua comune, conseguenza di un desolante provincialismo: “Siamo più stranieri a noi stessi che agli altri: è cosa deplorevole che più differenza e opposizione di idee e di costumi vi sia tra l’una e l’altra delle nostre province e un’altra nazione europea o anche asiatica”. Questo nasce, oltre che dalle contingenze storiche (le diverse dominazioni che si sono susseguite sulla penisola), dal fatto che da noi la classe colta ha continuato testardamente e arrogantemente ad esprimersi in latino, salvo poi nel corso del Settecento volgersi al francese, allargando così sempre più la forbice culturale nei confronti degli altri ceti e non favorendo l’evoluzione dei diversi volgari verso un idioma comune. In realtà, gli esempi per la costruzione di una lingua condivisa esistono, arrivano da tutta la letteratura rinascimentale pre-barocca e possono costituire la base per mettere fine alle sterili dispute in difesa degli usi lessicali localistici. E una volta individuata la direzione, la lingua per Vidua deve essere difesa da un lato contro la “corruzione dei dialetti”, dall’altro dall’“infranciosamento”, dall’adozione di termini e costrutti stranieri che sono le crepe attraverso le quali si insinuano anche le perniciose idee d’oltralpe.

Ciò non implica assolutamente un atteggiamento di chiusura nei confronti delle culture straniere. Il ritardo nei loro confronti è evidente, e Vidua indica naturalmente come rimedio più efficace per ridurlo quello dei viaggi (citando tra l’altro come esempi proprio i fratelli Humboldt, un linguista e uno scienziato-viaggiatore): “Di due fratelli illustri in Prussica, un passava come ambasciatore dall’una ad altra corte d’Europa, mentre l’altro passava come dotto dall’una all’altra Cordigliera del Perù”.

Quanto alla mancata pubblicazione del suo piccolo trattato, Carlo la spiega poi in una lettera lamentando incertezze sullo stile e accampando la necessità di lasciar decantare lo scritto per qualche mese: ma la ragione vera è che ha altro per la testa. Ha superato i trent’anni, è uno spilungone alto più di un metro e novanta e in buona salute, possiede tutti i numeri e la preparazione di base per svolgere un lavoro scientifico serio, compresa la conoscenza di diverse lingue, antiche e moderne, sa conversare piacevolmente, perché sa porre le domande e soprattutto sa ascoltare le risposte, gode finalmente anche di una discreta indipendenza economica per aver ereditato dai nonni materni: non può perdere altro tempo rispetto ai suoi progetti. E, non ultimo, vuole sottrarsi il più possibile al controllo del padre.

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Dalla Lapponia all’Equatore

Per questo continua a scalpitare, e alla fine di aprile del 1818 s’incammina nuovamente per Parigi e Londra, questa volta in compagnia dell’amico Alessandro Doria e di un domestico, Leonardo. È riuscito “dopo qualche difficoltà” a strappare l’assenso del padre – o almeno così lui dice in una lettera alla matrigna, alla quale chiede ora sostegno, e non solo morale: “Il desiderio mio di istruirmi, di non perdere l’occasione di essere con un amico, i grandi vantaggi e per conto della sicurezza e anche pel caso di malattia che derivano dall’essere in buona compagnia, la considerazione che se ritardo ancora a viaggiare, aspetterei poi troppo tardi a maritarmi […] mi spinsero a partir subito ed a fare quanto era in me per non lasciar sfuggire questa opportunità. […]. Ma i viaggi lontani a farli con comodo e senza rischiar la salute esigono assai maggior spesa, a cui lo stato presente dei miei interessi non potrebbero forse bastare, laonde […] la prego volermi aiutare in questa circostanza … Se n’avrò i mezzi, l’idea mia sarebbe di fare tutto in una volta il giro di que’ paesi, che meritano esser veduti, onde poi tornare a casa tranquillo e stabilirmi”.

Dall’Inghilterra, dove si riconcilia se non col paesaggio almeno con la cultura giuridica e politica anglosassone, passa all’inizio dell’estate in Danimarca, e poi in Svezia. Assiste ad alcune udienze concesse dal sovrano ai rappresentanti dei diversi ceti popolari, e le trova decisamente istruttive. Risale quindi la penisola scandinava spingendosi sino alla Lapponia, dove soggiorna per un mese. Ha probabilmente in mente l’esperienza di Giuseppe Acerbi (all’epoca direttore de la Biblioteca Italiana, la rivista dei “classicisti”), che in Lapponia era stato negli anni 1798/99, e aveva poi raccontato i suoi viaggi in due fortunati volumi: ma non è escluso abbia notizia anche del Viaggio settentrionale di Francesco Negri, pubblicato più di un secolo prima. Raccoglie numerose notizie sulla demografia e sui costumi dei Sami, che affida al suo taccuino, e trova e annota le tracce dei viaggiatori che lo hanno preceduto.

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Ridiscende quindi attraverso la Finlandia sino a Pietroburgo (1 ottobre), dove è ricevuto persino dallo zar Alessandro I, e a Mosca, dove dimora per altri due mesi. Sin qui ha in pratica seguito l’itinerario del suo quasi concittadino Vittorio Alfieri, che all’epoca, assieme al Foscolo, è un po’ il modello di tutti i giovani italiani, e in specie dei piemontesi. La Russia, al contrario della Svezia, non gli piace granché: ma vi dimora comunque undici mesi e fa incetta di documenti e di incontri. E non ha nei confronti del dispotismo russo la stessa reazione sprezzante che era stata dell’Alfieri (che non aveva neppure voluto essere presentato a Caterina II).

A questo punto, mentre Doria rientra in Italia, Vidua prosegue per Novgorod e quindi verso il Caucaso. Il viaggio occupa la primavera e l’estate del 1819, e durante questi mesi il conte entra a contatto con Cosacchi, Circassi e Tartari, e partecipa anche alle loro attività di caccia. Per un certo periodo si ferma poi presso i Calmucchi, dei quali apprezza soprattutto i riti religiosi, le danze e la musica. Infine passa in Crimea.

Da Odessa attraversa dunque il Mar Nero e il primo di settembre è a Costantinopoli. Trova i turchi sgarbati ed insolenti, sospettosi e ostili nei confronti degli stranieri, per cui è necessario viaggiare sempre accompagnati da un giannizzero. In realtà ciò che maggiormente lo disturba è la difficoltà nel reperire quei piccoli tesori archeologici dei quali altrove fa man bassa. Lascia dunque la capitale ottomana e visita Smirne e le isole greche, e alla fine del 1819 approda in Egitto. Qui si fermerà per un anno, spingendosi nel corso di varie spedizioni lungo il Nilo sino alla seconda cateratta, nella Bassa Nubia.

Viaggiando in rimoti paesi 11Il trasferimento da Alessandria al Cairo è compiuto con una piccola carovana che consente di farci un’idea di come viaggia Vidua: è accompagnato da due arabi che conducono un cammello, un cavallo e due asini con i bagagli, mentre lui e il suo domestico Lorenzo viaggiano a loro volta a cavallo. Il bagaglio comprende una tenda, due letti, le vesti, la biancheria e le scarpe, i fucili e le pistole, più una batteria da cucina, i viveri e le bevande. Non è l’immagine classica (e romantica) dell’esploratore o del giramondo alla quale noi oggi siamo abituati, ma occorre considerare come all’epoca, e specialmente in quelle terre, non fosse facile trovare sistemazioni notturne e posti di ristoro. Non mancavano certamente gli avventurieri capaci di affrontare i deserti o le foreste africane armati solo del loro coraggio (vedi René Caille o, più tardi, Richard Burton), ma Vidua non è né un esploratore né un avventuriero, è un giovanotto di famiglia patrizia che ha scelto di compiere il suo Gran Tour, il suo viaggio iniziatico, fuori dell’Europa. L’equipaggiamento di cui sopra è comunque praticamente lo stesso col quale si muoveva nei medesimi luoghi, esattamente due secoli prima, un altro viaggiatore italiano, Pietro della Valle.

In Egitto dà la concreta dimostrazione di non essere un viaggiatore per diporto, ma uno studioso dotato di notevole intuito e di metodo nella ricerca. Lo testimonia l’egittologo Frédéric Caillaud, che condivide con lui un breve periodo di ricerca: “Durante il mio soggiorno al Cairo ho conosciuto un viaggiatore assai interessante, il conte Vidua di Torino, che era arrivato in Egitto dalla Lapponia: aveva già visitato i monumenti della Bassa Nubia, disegnato le piante di quei monumenti con la cura più scrupolosa, e usato la stessa esattezza nel copiare le iscrizioni […]. Eravamo insieme sulla via per Suez quando ho scoperto gli alberi pietrificati […]. Ho ascoltato i suoi racconti con viva curiosità, ed egli volle ascoltare con lo stesso interesse la narrazione dei miei viaggi”. Vidua visita appunto tutti maggiori siti storici, corredando i suoi appunti con disegni, e trascrive una serie di iscrizioni trovate all’interno del tempio di Abu Simbel (che pubblicherà dopo il ritorno, unica opera sua edita in vita). Il colpo da maestro è però l’acquisto a nome del governo sabaudo della collezione di antichità egizie raccolte da Bernardino Drovetti, un ex ufficiale napoleonico con l’animo dell’avventuriero e del saccheggiatore, che ha ammassato una quantità di reperti unica al mondo. Questo acquisto porrà le basi per la nascita del museo egizio di Torino, mentre la raccolta di iscrizioni lo farà conoscere a tutti gli studiosi della nascente egittologia, compreso Champoillon, che cercherà di associarlo alle sue ricerche.

Viaggiando in rimoti paesi 12Carlo Vidua non è però uomo da concentrarsi su un solo paese e votarsi a un unico campo di studi. Vuole lasciare la sua impronta un po’ in tutti. Intanto comincia col lasciarla concretamente. In Egitto, ad esempio, incide il proprio nome su tutti i monumenti visitati, tanto da guadagnarsi lo stigma negativo di Flaubert: “Leggiamo nei templi i nomi dei viaggiatori: mi sembra una vana piccineria. Ce ne sono che hanno richiesto tre giorni per essere incisi. Qualcuno si ritrova dappertutto, con una costanza di imbecillità sublime. C’è uno di nome Vidua, che non ci lascia mai […]”. In effetti, la cosa può riuscire fastidiosa: ma è chiaro che nel caso del nostro non è una imbecillità da turista, bensì quasi un marcare il territorio, e inviare un messaggio agli amici e ai posteri. Che a volte lo recepiscono: è già capitato a lui in Lapponia, e quando qualche anno dopo Santorre di Santarosa troverà su una colonna di un tempio di Atene il nome di Vidua, suo amico, inciderà accanto ad esso il proprio.

È comunque evidente che il viaggio non è più per lui solo lo “stromento efficacissimo onde ampliare le idee e moltiplicare le cognizioni”: quando fa incidere su uno dei colossi di Abu Simbel “Carlo Vidua Italiano qui venne dalla Lapponia” posa un mattone per un suo futuro monumento. E lo stesso fa quando racconta in termini “eroici” agli amici le proprie esperienze: “Ho sofferto il soffribile, otto giorni con acqua putrida nel mese di luglio sotto questo sole, tre giorni non avendo altro cibo, né bevanda che quattro meloni, trottar sui dromedari: infine ho voluto provare che cosa era un viaggio al deserto, e ne posso dire qualche cosa”.

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Nella culla della civiltà europea

Ad agosto del 1820 Vidua lascia l’Egitto e risale verso la Terrasanta. Qui compie il rituale pellegrinaggio a Nazareth, a Betlemme e al Santo Sepolcro di Gerusalemme: poi trascorre l’autunno visitando Tiro, Sidone, Damasco, Tripoli e Beirut, e spingendosi sino a Palmira. Nel dicembre finalmente decide di rientrare in Europa, facendo scalo prima a Cipro e poi a Rodi. Il maltempo che osteggia la navigazione lo costringe a sbarcare nell’isola di Cos, e qui la sua imperturbabilità di fronte al genere femminile viene scossa: “Le donne sono molto belle, molto vivaci, molto disinibite, e lungi dal coprirsi il volto come in tutto il resto della Turchia, esse amano guardare e farsi guardare […]. Le ragazze si affrettano ad andare alla passeggiata o a danzare per le vie, dove piazzate davanti alle porte delle loro case stuzzicano gli uomini con proposte piccanti, e si divertono a ridere, a motteggiare, a sostenere conversazioni sfrontate”. Sembra di leggere pari pari l’elogio delle donne di Cos tessuto due secoli prima da Della Valle. Quindi, delle due l’una: o Vidua ha letto i Viaggi di Della Valle, o le donne di Cos sono davvero sempre state così, belle e impudenti.

Durante la successiva navigazione nell’Egeo deve addirittura sostituirsi al comandante della nave su cui viaggia, visto che “[…] il capitano, il pilota e tutti i marinai erano nelle tenebre”. Approda ad Atene nell’aprile del 1821 e vi si ferma per sei settimane. La città è in rivolta contro il dominio ottomano, ma il conte non sembra affatto essere emotivamente partecipe della vicenda. L’unico suo coinvolgimento arriva da una palla di cannone che gli entra in camera durante il bombardamento turco: “Una palla di cannone venne a trovarmi in camera, mentre ero ancora a letto, senza far altro che guastare un poco il muro […]. Quanto alle palle di fucile, ne vennero molte in casa mia, senza far danno né a me, né ad altri. Se i turchi avessero saputo […]”. Per il resto, passeggia tranquillamente per la città mentre piovono le bombe. Sembra il tipico understatement inglese, un po’ cinico e decisamente antiromantico, ma in realtà è lo stesso atteggiamento col quale Leopardi (ancora lui) prendeva le distanze dai patrioti “progressisti” del circolo Viesseux. È uno sguardo disincantato sulle cose e sulla storia, che non significa rassegnazione, ma ricerca di senso, per sé e per il mondo, in ideali filosofici ed estetici più alti delle infatuazioni patriottiche o delle lotte per le cause perse. Insomma, per dirla in altre parole, Vidua è senz’altro in cerca di gloria e di fama personale, ma vuole guadagnarsi l’una e l’altra con qualcosa che vada oltre il bel gesto o l’atto di insensato coraggio. A combattere con i Greci è invece il suo domestico Leonardo, che rompe gli indugi, lascia il padrone dopo avergli sequestrate tutte le armi e passa nelle fila dei rivoltosi, facendo una carriera militare rapidissima. “A quest’ora sarà diventato generale”, commenta sarcasticamente Carlo quando ne dà notizia al padre. E licenzia il domestico.

Viaggiando in rimoti paesi 14Intanto, le vicende rivoluzionarie che potrebbero magari direttamente coinvolgerlo (i moti piemontesi del 1821), e che vedono protagonisti i suoi amici Balbo e Santorre di Santarosa, si stanno consumando in sua assenza. Ma anche su quelle, a posteriori, il suo giudizio non si spingerà oltre la personale simpatia per gli sfortunati (e ingenui) patrioti.

A risparmiare a Carlo la necessità di schierarsi interviene comunque il caso. Ripartito da Atene dopo aver assistito alla sua capitolazione, si trova nuovamente bloccato per due mesi a Smirne, dove nel giugno del 1821 assiste inorridito alle stragi compiute dalle milizie ottomane. Anche il resto del viaggio è travagliato, o quanto meno interminabile, tanto da fargli scrivere: “Pareva che fossimo incaricati di disegnare le coste, o di dar l’ispezione ai porti”. Arriva infatti in vista di Marsiglia solo alla fine di settembre del 1821. Qui però deve scontare un lunghissimo periodo di quarantena (due mesi senza poter sbarcare dalla nave e altri due confinato in un lazzaretto della città), perché proveniente da località nelle quali imperversa la peste. La descrizione che fa di questo soggiorno conferma i lati migliori del suo carattere: “Io del resto mi trovo qui molto bene. Ho una buona camera con due gabinetti. In uno dormo io, e nell’altro un Francese molto civile e cortese […]. Egli suona bene del flauto. Mi sono fatto affittare un buon cembalo per opera del console che mi mandò anche della musica. Così facciamo de’ concerti, io compongo delle piccole arie per flauto, egli le eseguisce. Inoltre possiamo aver comunicazione colle nostre signore – Esse vengono la sera in camera mia, e come ce ne sono tre giovani che cantano, io le accompagno, gli altri quarantenari vengono ad ascoltarci, e così passiamo una delle più dolci quarantene che si sieno mai fatte”.

Viaggiando in rimoti paesi 15Le “nostre signore” di cui parla sono le componenti di una bizzarra famiglia di otto donne, che così ha prima descritto: “Una bisava decrepita – due sue figlie vecchie, di cui una ha tre figlie, una delle quali maritata ha una serva indocile, e una bambina che completa la quarta generazione, e ch’è la sola persona tranquilla di tutta la famiglia. S’immagini tutta questa gente col loro cane rinchiusi con me ed un altro passeggiero (negoziante Francese assai buona persona) in una piccola camera, gridando, piangendo, disputando fra loro, con noi, col capitano; la bambina che stride, la decrepita che tosse, il cane che abbaia, non è un vivere, ma è continuo morire. La notte, per caldo che faccia, vogliono restar stivati nella camera colle finestre chiuse, e cento altre indiscrezioni colle quali corrispondono alle cortesie ed attenzioni, che abbiamo usato verso loro”. Il quadretto è fantastico, per l’essenziale efficacia della scrittura ma soprattutto perché dimostra che Vidua è un viaggiatore vero. Riesce prima ad adattarsi ad una simile infernale situazione, e a reinterpretarla poi simpaticamente come una “dolce quarantena”.

Si capisce comunque molto bene da un’altra lettera dello stesso periodo perché questo indugio non gli pesi affatto. “Il mio viaggio è terminato. Non ho scordato che tu (n.b. il Marchese del Carretto) ne facilitasti il principio, Tutto sta nell’uscir una volta di prigione. Ora vado a costituirmi di nuovo. Veramente il solo stimolo che mi v’induca, e credo il solo piacere che avrò nel rivedere il paese natio sarà quello di rivedere mio padre, mia sorella, e qualche raro amico. come te, e come pochi altri. E che vi farò? Durante il mio viaggio ho trovato de’ peregrini pari miei, che anelavano al momento di finire le loro peregrinazioni. Altri che mi dicevano: oh, quando sarete ritornato in Piemonte sarete un oggetto di curiosità, Vi opprimeranno d’interrogazioni […] io rideva, e pensavo tra me stesso: eh quanto poco conoscete il Piemonte! È vero che altrove i viaggi danno buona riputazione, da noi piuttosto la tolgono. Buono per me, che non li ho intrapresi per vanità ma per mia istruzione, e particolarmente per mio diletto. Posso dire di aver vissuto in questi tre anni e mezzo, e se avrò lunga vita le memorie che ne serbo faranno il divertimento della mia vecchiaia”.

Finalmente agli inizi della primavera del 1822 rientra nel regno di Sardegna. Non è un ritorno trionfale, come Carlo aveva ben presagito. I moti ‘patriottici’ sono stati soffocati da un pezzo, alcuni amici sono in carcere, altri in esilio, e il clima, in generale e in casa Vidua in particolare, è decisamente pesante: lo constata appena mette piede in Piemonte, allorché gli viene imposto di tagliare immediatamente i baffi che aveva lasciato crescere alla turca e che portava da due anni (c’è un’ordinanza reale apposita). Non ha così modo di mostrarsi ai familiari nel suo nuovo look orientaleggiante, spettacolo per il quale si era munito di caffetani e turbanti. Ma, ciò che più importa, non è ancora rientrato che già il padre e tutto il parentado tornano all’attacco con le insistenze sul matrimonio.

Carlo riesce a prendere respiro per altri tre anni opponendo una resistenza passiva. Trova mille motivi per procrastinare: deve stendere le relazioni dei suoi viaggi (ma ha molti dubbi sull’interesse che possono destare nei piemontesi), redigere un libro sulle iscrizioni antiche che ha raccolto in Egitto e in Grecia (le Inscriptiones antiquae a comite Carolo Vidua in Turcico itinere collecte, unica opera sua edita in vita, Parigi 1826), ma soprattutto deve curare la fase decisiva dell’affare Drovetti, che si conclude solo nel 1823 con l’acquisizione della collezione da parte del governo sabaudo, e comporta ora la sistemazione museale dei materiali.

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In America!

All’inizio del 1825 lo troviamo nuovamente in Francia: l’aria di casa si è fatta irrespirabile. A Parigi questa volta conosce Alexander von Humboldt. La mia prima curiosità nei confronti di Vidua è nata proprio da questo incontro, dalla menzione che Humboldt ne fa sia nelle sue lettere, lodando il libro sulle iscrizioni, sia nel Kosmos, dove parla di “un viaggiatore dalle molte peregrinazioni e libero ricercatore, il mio amico piemontese conte Vidua”. Il grande viaggiatore-scienziato tedesco è in quegli anni una vera star, ammirata in tutta Europa, ed è estremamente disponibile nei confronti dei giovani animati da curiosità scientifica e spirito d’avventura. Vidua possiede entrambe queste caratteristiche, e in più è fortissimamente determinato a metterle a frutto. E Humboldt gliele riconosce subito. Un loro contemporaneo (il conte Federico Sclopis) qualche anno dopo la morte del viaggiatore racconta: “Ho incontrato in questa biblioteca il signor Humboldt, col quale abbiamo parlato dei viaggi di Vidua, che egli ha personalmente conosciuto e che sembra tenere in grande considerazione. Egli ritiene che l’idea dominante in Vidua fosse quella della politica, e che guardasse soprattutto a quella in tutti i suoi viaggi […]. Il signor Humboldt non conosceva che le iscrizioni raccolte da Vidua nel suo viaggio mediorientale, le ritiene importanti e si è fatto l’idea che questo viaggiatore dovesse avere una grande conoscenza delle lingue antiche”.

È vero che Humboldt ha conosciuto praticamente mezzo mondo, e che tendenzialmente andava d’accordo con tutti, ma l’apprezzamento espresso nei confronti del casalese, anche molti anni dopo la scomparsa di quest’ultimo, è decisamente lusinghiero. Dimostra che i due si sono trovati e subito intesi. Vidua d’altra parte non è lì per caso: sta per mettere finalmente in atto il suo progetto americano. Ne espone al barone le motivazioni e le linee principali e riceve un profluvio di consigli sulle mete, sui tempi di percorrenza, sull’equipaggiamento; ma soprattutto ottiene una serie di lusinghiere commendatizie, che gli permetteranno di incontrare le figure più importanti della politica americana del tempo. Non poteva godere di un viatico migliore.

Viaggiando in rimoti paesi 17Molto diversa, com’era da attendersi, è la reazione paterna. Carlo ha meticolosamente programmato e preparato il viaggio in America, ma non ne ha mai discusso in famiglia. Tutto rischia quindi di saltare quando a Marsiglia, poche settimane prima della data fissata per la partenza, arriva un ordine restrittivo dello stato sabaudo nei suoi confronti, fatto emanare probabilmente proprio dal padre. Il giovane non si rassegna, e in una lettera al genitore fa chiaramente intendere che da un rimpatrio inglorioso non uscirebbe offuscata solo la sua immagine. A quanto pare tocca il tasto giusto, perché l’ordine è rapidamente revocato. Carlo si imbarca dunque per l’America alla fine di febbraio del 1824, salpando dal porto di Le Havre.

In questo periodo l’America non è ancora meta di migranti economici in fuga dal nostro paese, come lo sarà alla fine dell’Ottocento: è frequentata invece dal fior fiore della intellighenzia italiana. I giovani si recano oltreoceano per viaggi più o meno lunghi, come nei casi di Paolo Andreani e di Francesco Arese, o per trapiantarsi definitivamente, spesso in ruoli di prestigio, come il librettista Lorenzo da Ponte, gli storici e politici Filippo Mazzei e Carlo Bellini, il militare e trapper Francesco Vigo, o addirittura per portarne a compimento l’esplorazione, come Costantino Beltrami. In molti casi si tratta di fuorusciti politici, reduci dalla militanza napoleonica o dalle rivoluzioni costituzionaliste degli anni venti (Pietro Maroncelli è uno di questi). Sono attratti da un’istituzione repubblicana che sembra funzionare e si propone come alternativa ai dispotismi restaurati in Europa: ma anche dalla vastità di un mondo aperto sull’Ovest, nel quale è pensabile ogni esperimento sociale, ogni realizzazione economica, ogni fuga dall’avanzata del moderno o, in alternativa, da ogni ritorno dell’antico. Carlo Vidua in qualche modo riassume in sé tutte queste motivazioni.

La traversata oceanica è tutt’altro che tranquilla: la nave passa da un fortunale all’altro, impiegando quarantatre giorni per raggiungere il nuovo continente. Ma anche in questa occasione il conte non si smentisce: mentre fuori infuriano i marosi si distrae suonando la spinetta. Sembra un atteggiamento alla Chateaubriand (che durante la traversata si tuffava in mare dalla nave per fare un po’ di moto – salvo poi dover essere fortunosamente recuperato), un’esibizione per impressionare gli altri passeggeri e farsi precedere da un alone di imperturbabile eccentricità: ma direi che è in linea con la sua personalità, e se anche l’aneddoto, che dobbiamo al protagonista stesso, fosse inventato, sarebbe comunque verosimile.

Vidua approda a New York nei primi giorni di aprile. Di lì prosegue per Filadelfia, e visita in successione Boston, Washington e Monticello. Grazie alle lettere di presentazione di Humboldt e a quelle che si è procurato nelle varie ambasciate ha modo di incontrare durante questo tour tre ex-presidenti e il presidente in carica, prima separatamente e poi eccezionalmente tutti assieme. Certamente l’essere figlio di un ministro di uno stato europeo e l’essere munito di commendatizie autorevoli gli apre le porte: ma è poi lui, col suo genuino interesse e la sua intelligenza a guadagnarsi una sincera e spontanea ospitalità, perché gli americani ci tengono a che il loro sistema di governo sia correttamente conosciuto nel vecchio continente. Tutti coloro che lo incontrano ne sono conquistati.

Eppure Vidua è molto diverso dal barone tedesco che lo aveva preceduto vent’anni prima, e che a sua volta aveva suscitato entusiasmo negli stessi interlocutori. Non li lascia storditi e quasi in soggezione: è al contrario uno che fa domande, è curioso di quel mondo e apprezza l’immediatezza e la semplicità che caratterizza anche i rapporti con persone di altissimo rango. Per questo piace molto ad esempio al presidente Quincy Adams, che così annota nel suo diario: “Il conte è davvero curioso […] è un ottimo concertista al pianoforte, ci ha suonato due o tre arie […]” e ancora “[…] è una persona di grande intelligenza e conoscenza”. A sua volta a Vidua piace Adams, perché è un moderato e perché dotato di un forte senso etico: non a caso il presidente una volta tornato all’avvocatura assumerà, diversi anni più tardi, la difesa degli schiavi ammutinati dell’Amistad, e ne otterrà l’assoluzione. Tra i due si instaura una calda simpatia, tanto che Vidua viene trattenuto a colloquio e a pranzo dal presidente più volte in pochi giorni. “La prima visita fu un dialogo lungo e animato di un’ora. Lunghi discorsi tenemmo pure il giorno che mi invitò a pranzo, ed un’altra sera che passai seco, e se mi fossi fermato lungamente a Washington avrei potuto vederlo bene spesso, giacché mi fece padrone di andare a passare ogni sera con lui.”

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La cosa si ripete a casa di Thomas Jefferson, dove si trovano in visita altri due ex-presidenti, Madison e Monroe, oltre allo stesso Quincy Adams. “I momenti che si passano con uomini di questa sorta sono preziosi, ma ordinariamente perduti, perché la presenza di altre persone e la circospezione impediscono di interrogare e di rispondere. Qui invece eravamo in villa, eravamo soli, io straniero, essi ritirati dagli affari, sicchè la conversazione non potè essere né più libera né più interessante. E siccome essi non si mostravano schivi di rispondere, io non mostrai paura di interrogare.” Credo di non sbagliare pensando che i quattro si fossero riuniti lì appositamente per conoscere lui, incuriositi dagli elogi che Adams junior ne aveva tessuto. E credo anche che posti di fronte a domande come: “Quanto tempo è credibile che la loro propria (repubblica) duri senza separarsi?” abbiano capito di avere davanti uno che vedeva lontano.

Un altro ex-presidente, John Adams (il padre di Quincy), incontrato qualche tempo dopo, ne riceve evidentemente un’immagine altrettanto positiva: “[Adams] le aveva parlato molto di me, dicendole che certo io avevo studiato bene la loro storia, e che di tanti viaggiatori che gli erano stati presentati nessuno gli aveva mai fatto interrogazioni di quella natura, che gli avevo fatto io”. E anche il sindaco di Boston scrive: “Analitico, curioso, intelligente, […] Vidua è intento in modo non comune nella ricerca della storia e dello stato attuale di questo paese”.

Questa la favorevolissima impressione che Vidua desta (e che ricambia, parlando dei singoli personaggi). Ma che impressione matura riguardo le istituzioni e le prospettive della giovane repubblica? Quando da Boston e da Washington si sposta a New York incontra un altro tipo di americani. “New York – scrive – non mi piace quanto Boston. È vero che or molta gente è in villa, e poi queste gran città commerciali non sono mai fatte per divertire uno straniero. La gente vi è troppo occupata a far denari.” E anche a fare politica, ma in maniera diversa da quella dell’aristocrazia schiavista della Virginia. Gli uomini nuovi sono i grandi imprenditori, i mercanti alla John Jacob Astor, i lobbisti e i finanzieri come Aaron Burr e Martin Van Buren, che condizionano la macchina elettorale e di lì in poi determineranno la politica americana.

La nube sul futuro degli Stati Uniti è rappresentata per Vidua da personaggi come Andrew Jackson, già candidato alla presidenza e all’epoca probabile futuro presidente, mercante di schiavi e odiatore degli indiani, fondatore del partito democratico e sostenitore del protezionismo: il tipico self made men semi-analfabeta che ha fatto carriera per la sua spregiudicatezza e irruenza, quanto di più lontano dall’aristocrazia intellettuale che ha così benevolmente accolto il giovane conte europeo.

Più in generale, Vidua sembra essersi fatto questa idea. La rivoluzione americana è stata gestita da una minoranza di privilegiati che aveva come scopo principale quello di sostituire la propria egemonia a quella inglese. Lo stesso vecchio Adams gli ha confermato che la maggioranza degli americani era contraria all’indipendenza o era indifferente. Ma tutto sommato gli artefici della rivoluzione, pur partendo da concezioni di fondo molto diseguali, e pur adottando nella competizione politica e nell’ accaparramento del consenso mezzi molto spregiudicati, hanno creato un sistema equilibrato, anche se fragile per l’esistenza nelle diverse ex-colonie di esigenze economiche spesso contrastanti. È un sistema che garantisce in primo luogo le libertà, quindi costituisce un esempio cui guardare. Vidua è colpito ad esempio dalla tranquillità nella quale si svolgono le operazioni di voto: “Ho assistito ad una elezione nello stato del Maine; ciascuno andava a portare il suo biglietto, la gente di diverso partito s’incontravano senza dir nulla, ciascuno dava il voto al suo candidato, i signori di città ne tenevano registro, un silenzio, una quiete, non si sarebbe sentito volare una mosca; quando scadde il tempo fissato per dare i voti, fu fatto lo scrutinio ossia il sommario dei voti in presenza di tutti, e fu dichiarata l’elezione senza gridi, senza tumulto”. (mi chiedo cosa penserebbe oggi!). O ancora, dall’ordine e dalla sicurezza che regnano nelle ex-colonie: “Sui costumi e sulla religione di questo popolo vi sarebbe molto che dire; ma esso merita questo grande encomio, che sebbene si governi da sé, e la forza pubblica vi sia debolissima, pure le persone e le proprietà vi sono talmente sicure che si viaggia ad ogni ora, e le case sono aperte fin di notte, senza serrature, senza chiavi e senza feriate” (anche su questo, avrebbe forse dei ripensamenti).

Ritiene però che quello americano sia un modello difficilmente ripetibile al di qua dell’oceano. In effetti, le condizioni sia fisiche (gli spazi) che sociali (l’eguaglianza dei diritti) degli Stati Uniti sono ben diverse da quelle europee. Inoltre, tutto il conclamato egualitarismo, che teoricamente è la base del modello democratico, è clamorosamente smentito dal fatto che una parte considerevole della popolazione, tra nativi che vengono espropriati delle loro terre e schiavi che sono stati importati (e continuano ad esserlo), non partecipa di nessuna liberà, né civile né politica (nel 1830, a fronte di una popolazione di oltre quindici milioni, i votanti sono un milione e mezzo) Col passare del tempo, secondo Vidua, questi problemi diverranno sempre più gravi, e peseranno moltissimo sulla tenuta dell’unione. “Una tranquillità perfetta che continuerà tanto che non ci sia sovrabbondanza di popolazione, una sicurezza personale illimitata, e indipendente dal capriccio dei governanti, una libertà intera di vivere e di scrivere, limitata però dall’uso dei duelli, da processi per calunnia e in certi punti dalla pubblica opinione, nessun timore di potere arbitrario, questi sono beni reali e preziosi, e certo questi beni si godono in America dai cinque sesti degli abitanti. Ma lo spettacolo dell’altro sesto, cioè di due milioni di creature umane staffilate, vendute, affittate come bestie sol perché non hanno la pelle bianca, mi amareggiava continuamente il soggiorno sì vantato della terra di libertà.

Ciò che intravvede, e che non ha potuto poi dettagliare e commentare con calma e in maniera più approfondita, è né più né meno ciò che vedrà Alexis de Tocqueville esattamente cinque anni dopo.

Tocqueville arriva in America nel 1831, con Gustave De Beaumont, inseparabile sodale di una vita. La motivazione ufficiale del suo viaggio è lo studio del sistema giuridico e penale degli Stati uniti, ma il soggiorno di quasi un anno gli consente indagare in profondità le differenze tra la “rivoluzione” americana e quella francese. Studia gli effetti della democrazia, e constata che questa promuove l’uguaglianza a scapito della libertà e l’individualismo a scapito della coesione sociale. Il rischio (a suo parere molto concreto) sul lungo termine è quello della massificazione e del trionfo del conformismo: la democrazia finisce allora per scadere nel dispotismo della maggioranza. Questo il succo de La democrazia in America, il poderoso saggio scritto negli anni immediatamente successivi al ritorno, e destinato a dargli la fama.

Vidua non ha modo di ordinare le sue impressioni, non effettua questi collegamenti, ma coglie già perfettamente quelli che ne saranno i presupposti. Nel resoconto della sua esperienza americana inviato all’amico Roberto D’Azeglio, rispondendo alla domanda di quest’ultimo: “Osserva ben quegli uomini, e dimmi se veramente son più felici degli altri. Vi trovi libertà vera?” scrive: “Non andai in America fanatico, ma a dir vero inclinato in favore. Non ho incontrato nessun dispiacere … nessuno disse male di me, e alcuni dissero più bene che non merito. Lungi dall’aver motivo di disgusto, ho dunque doveri di gratitudine. Ma pur la verità, ch’è il primo dei doveri, mi costringe a confessare che quegli uomini e quel paese mi gustaron pochissimo. … quanta diremo sia la felicità di un popolo che tutto intero corre ansante, senza riposo e senza intermissione in cerca del solo guadagno; in cui le scienze e le arti sono coltivate solo nell’interesse commerciale; in cui l’attività individuale tende ad isolare e a infievolire i nodi più stretti di un popolo sommamente industrioso, è vero, ma privo di fantasia, incapace di passioni generose, tenere o magnanime, del popolo il più freddo e il più calcolatore, che la terra abbia visto giammai? Parlo dell’universale, Dio mi guardi dal calunniare i particolari; son pronto a rendere giustizia a questi, e forse ancora sarei inclinato a riconoscere in favore dell’universale, che que’ difetti medesimi li rendon più capaci di sostenere la libertà, la quale difficilmente si può acquistare, o presto sfugge dalle mani delle nazioni dotate di tempra fervida e di calde passioni. Però, se la libertà si paga a tal prezzo […]”.

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Verso ovest e verso sud

Vidua ha naturalmente letto i libri di Chateaubriand e quelli di James Feminore Cooper, anche se questi ultimi non lo entusiasmano. Cooper l’ha poi anche conosciuto personalmente durante il viaggio. Vuole ora visitare le foreste canadesi teatro delle gesta dell’ultimo dei Mohicani, ma soprattutto completare la sua ricognizione dei sistemi politici nordamericani andando a verificare i modi della colonizzazione inglese: e vuole anche esplorare la frontiera occidentale statunitense, aperta una ventina d’anni prima con l’acquisto della ex Louisiana francese. Negli ultimi mesi del 1825 compie quindi un itinerario che dal Canada lo porta lungo la linea della frontiera sino a st. Louis, nel Missouri. Ha modo di ammirare le cascate del Niagara, delle quali scrive con entusiasmo: “Non mi sazio di vederle: son qui da due giorni e non fo altro che vagheggiarle: la pioggia, la nebbia e soprattutto la luna diversificano in mille modi la scena, e senza essere tacciati di romanticismo si può dire che questo è uno dei luoghi più romanzeschi del globo”. Altrettanto entusiasmo mostra però, oltre che per gli spettacoli della natura, per quello dell’intraprendenza umana, che in pochissimi anni ha creato città come Rochester e Pittsburg, ricche di manifatture d’ogni genere e pulsanti di vita: “È incredibile l’industria e l’attività di questa nazione, qualità in cui essa sorpassa e la Francia e l’Inghilterra che pur sono reputate le nazioni più industriose d’Europa”.

È un percorso più lungo di quello compiuto dallo scrittore bretone trent’anni prima, e anche di quello che di lì a pochi anni intraprenderà de Tocqueville. Tocca l’Ohio, il Kentuky, l’Indiana, l’Illinois e il Missouri: e Vidua si rende conto che il futuro dell’America è proprio nella frontiera.

Tutta questa parte degli Stati Uniti chiamata Western Country, che si estende lungo i grandi fiumi dell’Ohio e del Mississippi, è comparativamente agli altri stati sulle sponde dell’Atlantico, un paese nuovo. […] Questo è il più brillante teatro dell’industria di questo attivissimo popolo. L’americano non ha l’attaccamento al campanile, il rincrescimento di staccarsi dagli amici, dai parenti, da una patria. […] All’età di vent’anni ei si prende una moglie e va a cercare fortuna nell’Ovest. La terra è a buon mercato […] i raccolti di due o tre anni bastano a vivere, a pagare la terra e a fabbricare una cascina. A poco a poco la famiglia cresce, ma crescono le braccia: ed i suoi figli a vent’anni imitano il padre, abbandonando la casa paterna e andando a cercar fortuna sempre più all’ovest.

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Da St. Louis si imbarca su un battello che discende il Mississippi, e nel febbraio 1826 lascia gli Stati Uniti, partendo da New Orleans e recandosi in nave in Messico. È intenzionato a raccogliere materiali per una storia della rivoluzione messicana e più in generale di tutte le recenti rivoluzioni che si sono prodotte o sono ancora in corso nell’America Latina, nelle ex-colonie spagnole: e anche in questo caso non si accontenta di intervistare le massime autorità nei palazzi del potere, ma intende visitare in lungo e in largo i diversi paesi. Vuole ricalcare quasi passo passo le orme di Humboldt, ed aggiornare le considerazioni riportate da quest’ultimo quando l’ondata rivoluzionaria era ancora all’inizio.

In Messico però la delusione è cocente: riguarda il paesaggio (una campagna squallida e deserta), la viabilità (è questo uno dei paesi in cui viaggiare è più costoso, più difficile, più faticoso), gli abitanti, che hanno una fisionomia selvaggia, l’economia, poverissima e se possibile in dissesto, e poi, soprattutto, le istituzioni. La chiesa tollera manifestazioni religiose carnevalesche: “Il giovedì santo, trovandomi in un borgo presso s. Luis Potosi andai In parrocchia dopo pranzo credendo assistere all’ufficio: ma trovai che invece dell’Ufficio sì commovente […] si facevano in cambio tre processioni con grandi mascheroni, con fiaccole, con tiri e spari e musiche di violini come se fosser balli”. La classe politica uscita dalla rivoluzione non promette granché bene: “Qui in tutte le parti sono occupati a costituirsi; con quanta perizia, e quanta scienza politica e governativa nol so”. Vidua presenzia ad alcune sedute degli organismi di governo provinciali, e constata come nei confronti degli spagnoli l’odio sia radicato (e meritato, a giudicare da quel che sente). Ritiene quindi impossibile che la Spagna possa riprendersi le sue colonie. Ma ha anche forti dubbi sulla tenuta del nuovo assetto politico. “Io sono per l’emancipazione, però dopo che ho visto Messico, desidero per loro bene che i Repubblicani arrabbiati non abbian tanta influenza, e che non sia dato loro il potere di piantare il pugnale nelle viscere della loro patria, come sgraziatamente fanno.”

Mentre è in Messico gli capita anche un fatto tra il comico e l’increscioso. “Passando ad altro soggetto, vorrei raccontarti la storia della mia morte, ma non la so bene. Mentre io stava visitando il Messico fu pubblicato negli Stati Uniti il racconto della maniera con cui io era stato ammazzato ne’ deserti dagli Indiani; colà son tanti i giornali! dall’uno all’altro lo ripeterono, e un letterato di Filadelfia, città ove mi aveano conosciuto molto, fece la mia Necrologia, e la fece stampare nel più famoso di que’ fogli periodici […]. Il console generale negli Stati Uniti scrisse al Ministro al Messico per saper s’era vero, ed io poi seppi da lui la mia morte e la mia risurrezione tutto in una volta quando fui di ritorno a Messico. – Desiderava leggere la mia necrologia per la rarità del caso, che al solito non la legge il morto, però finora non l’ho potuta avere. Il suddetto Ministro degli Stati-Uniti al Messico, ch’è mio amico, mi disse ’che m’avean detto molto bene. – Sia un compenso per quelli che dicon male.” Il problema è che la notizia giunge sino in Europa, e solo il sopraggiungere di una tempestiva smentita evita ai famigliari di Carlo un coccolone.

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Anche Città del Messico, dove arriva il 21 giugno dopo aver girovagato per quattro mesi nella zona centrale del paese, non corrisponde affatto alle sue aspettative. La paragona a Torino, per le montagne che le fanno cornice, ma trova che tanto il panorama che la configurazione urbana siano decisamente inferiori. Naturalmente non manca di raccogliere tutto ciò che può, e di spedire dalla capitale il solito stock di casse pieno di libri, tele, statuine, medaglie, ecc…

Nel paese dilaga però la febbre gialla, e decide allora di lasciare il Messico e dirigersi verso il Perù. Non senza concedersi, lungo il cammino che lo porta verso la costa pacifica, un mese di sosta a Guadalajara, che giudica la più bella città del Messico e dove trova ospitalità presso un gentiluomo inglese. In realtà è anche incerto se proseguire nel suo progetto dell’America Latina o volgersi direttamente all’Asia (ha in mente la Persia).

A sciogliere ogni dubbio arriva una missiva della sorella che lo informa del grave stato in cui versa la salute del padre. Sconvolto dal rimorso, Carlo intraprende una galoppata che in un mese lo riporta a Città del Messico, e di lì a vera Cruz, dove trova un passaggio per l’Europa. Si imbarca il 22 febbraio e giunge a Bordeaux nell’aprile del 1827, dopo una traversata ancora una volta tempestosa. Ma sta scritto da qualche parte che il ritorno non sia definitivo. Un duro contrasto epistolare con il padre, nel frattempo ristabilitosi, induce il nostro a non rientrare in patria. I motivi della rottura si possono facilmente immaginare: gli viene dettato l’ennesimo ultimatum, pena l’essere definitivamente diseredato. Carlo non è disposto ad accettarlo e si ritiene quindi sciolto moralmente da ogni vincolo. “Sarebbe stato naturale qualche rincrescimento della strada fatta indietro, e quale strada! Tuttavia pensai che non era possibile pentirsi di aver fatto ciò che si deve, e io sono contento di aver avuto occasione di mostrare in un modo così poco volgare il mio rispetto e affetto per mio padre. Avevo compiuto un dovere. Tal dovere non esistendo più, era naturale di finire ciò che avevo incominciato. Invece di fare il giro della palla da levante a ponente, questo accidente me lo fa fare da ponente a levante.”

Del resto, era già chiaro molto prima, quando a proposito di matrimonio e di carriera scriveva ad un amico: “Se mai mi decidessi, sarebbe unicamente per far piacere a mio padre. Capisco che ei ne dee avere gran desiderio, e s’io fossi a suo luogo l’avrei. Ma la perdita della libertà, l’interruzione de’ miei studi, e soprattutto l’obbligo di dovere vivere in un paese sì diviso, e in mezzo a tante piccolezze, e ad opinioni che per la loro esagerazione da una parte e dall’altra, non si combaciano con le mie idee moderate […]”.

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Nell’Estremo Oriente

Vidua deve aggiornare i suoi programmi, e non impiega molto. Solo tre mesi dopo il rientro, nel luglio del 1827, riparte da Bordeaux per quello che nelle intenzioni dovrebbe essere il suo ultimo viaggio (così almeno scrive alla sorella): la destinazione prossima è l’Estremo Oriente, in particolare la penisola indiana e il sud-est asiatico, ma il progetto è molto più ambizioso: prevede l’Australia e la traversata del Pacifico sino al Cile e al Perù, e quindi di valicare le Ande per toccare Buenos Aires e Rio de Janeiro.

Arriva dunque a Calcutta a metà novembre del 1827 (dopo cinque mesi di navigazione!). Nel gennaio dell’anno successivo risale il Gange fino a Benares, per essere poi a Delhi in febbraio. Il tam tam che lo precede funziona, comincia ad essere conosciuto anche negli angoli più remoti del mondo come “il Viaggiatore”. Le credenziali a questo punto se le firma da solo. Incontra così i massimi esponenti della Compagnia delle Indie ed è presentato personalmente al Gran Mogol. Ha il tempo anche di frequentare i “salotti” coloniali, e di biasimare la spocchia che li caratterizza. Gli inglesi guardano con sprezzo alla sua curiosità per culture che ritengono inferiori: e al contrario degli americani ritengono inferiore anche la cultura sua. Significativo è quanto racconta a proposito di un’accesa discussione a casa di un alto funzionario della Compagnia: “Alla fine milady alzandosi mi disse che ero bigot. Le risposi: è bigot chi attacca, non chi si difende, chi vuol perseguitare, non chi apologizza, io amo i protestanti, non ho declamato contro di essi. È bigot chi fa accuse senza fondamento, chi vuole escludere i suoi compatrioti dall’esercizio di egual diritti, ecc […]”. Questo ci rimanda un illuminante quadretto degli ambienti frequentati da Vidua, ma ci dice anche che lo stesso non ci sta a recitare la parte dell’ospite che si fa andare bene tutto.

È indignato soprattutto dalla netta linea di separazione che gli inglesi hanno tirato tra sé e gli indiani, e dallo sfruttamento di questi ultimi: a Calcutta “io tentai qualche passeggiata a piedi: gli indiani mi fissavano come si guarda un pazzo, sì poco sono avvezzi a veder un bianco muovere le gambe. I cavalli stessi paion riservati solo ad usi nobili, condurre carrozze o portar eleganti cavalieri. Raro si vedon cavalli condurre carrette; bestie da soma son gli indiani, cavalli di stanza son gli indiani, l’ufficio degli asini, dei buoi è fatto dagli indiani: tutte le mercanzie son care fuorché la carne umana”.

D’altro canto, “il pregiudizio della casta è insuperabile, e necessita questo numero considerevole di domestici giacché non ridurreste mai quel che vi veste a servirvi a tavola e quel che vi serve a pranzo a salir dietro il cocchio, uno non può toccar le scarpe perché è pelle di animale; l’altro non può portarvi il brodo perché è bevanda immonda, tutto li contamina, tutto li sporca, gettano il resto delle nostre vivande appena abbiamo finito di pranzare! Indi nasce quel notabile e quasi incredibile contrasto, che cento milioni di uomini rispettano ed ubbidiscono a pochi europei, ciascun dei quali è riguardato da loro come creatura sì nauseosa, sozza, immonda, che nemmeno il più povero non consentirebbe a dividere seco lui un pezzo di pane”.

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In India non si ferma a lungo. Abbastanza però per raccogliere un sacco di materiale, da spedire a casa in un “ricco baule”, pieno di “manoscritti Indiani in differenti lingue, ornamenti donneschi, rappresentazioni de’ costumes ossia abiti delle differenti condizioni di persone, ed altri vari oggetti”. Nell’aprile del 1828 è comunque sui primi contrafforti dell’Himalaya, senza peraltro sembrarne particolarmente impressionato: si limita a prendere atto che le vette sono indubbiamente molto più alte di quelle alpine, e che per salirle occorrerebbe una sosta prolungata, ma le trova molto meno spettacolari.

Poi, tornato alle pianure, si sposta nell’estate a Singapore e trascorre un intero anno tra il porto aperto di Canton e i possedimenti portoghesi (Macao) e spagnoli (Manila).

Canton è diventata verso la fine del secolo precedente la sede ufficiale dei traffici inglesi con la Cina, soppiantando il ruolo che era stato in precedenza dei portoghesi di Macao (a metà dell’Ottocento sarà a sua volta soppiantata da Hong Kong). In una lettera al padre (col quale la comunicazione epistolare è ripresa) Vidua racconta come gli stranieri che risiedono a Canton siano soggetti a forti restrizioni nei movimenti e a continui controlli. In sostanza non possono uscire dalle aree destinate allo scambio commerciale. Qualora ciò accada, c’è il rischio di essere aggrediti e bastonati da una moltitudine di cinesi furiosi. Gli stessi impiegati della compagnia delle Indie non possono risiedere sul territorio cinese per più di sei mesi l’anno, e trascorrono gli altri sei a Macao. Non possono nemmeno portare con sé le mogli o la famiglia.

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La curiosità di Vidua però la vince. Con vari espedienti, come l’accompagnare un medico della compagnia nelle sue visite ai maggiorenti della città, o dietro invito diretto di ricchi mercanti cinesi, riesce ad intrufolarsi in alcuni templi e monasteri, o in grandi ville con magnifici giardini, e persino ad assistere a rappresentazioni teatrali. Si arrischia anche, assieme ad altri tre giovani europei, a sbarcare su una spiaggia deserta a qualche chilometro dalla città, e a fare poi un giro nell’interno della campagna, mantenendosi sempre fuori vista e annotando tutto il possibile sui sistemi di coltivazione, sulle abitazioni rurali, sulle piantagioni del the, ecc. Scrive a suo padre, forse anche per dimostrargli che non va a spasso senza scopo: “La campagna nei dintorni di Cantòn è molto coltivata e le fattorie frequenti, i canali di irrigazione e i diversi livelli del suolo destinato alla coltivazione del riso molto bene curati, indicano grandi progressi anche in Cina in questo settore così importante dell’agricoltura”. È l’occhio del proprietario di risaie in Italia.

Alla fine del febbraio 1829, data del trasferimento semestrale degli europei, il governatore della Compagnia delle Indie gli offre un passaggio per Macao. A dispetto della sosta forzatamente breve Vidua è riuscito a raccogliere una gran quantità di oggetti che forniscono una importante documentazione sulla Cina dell’epoca: statuine di divinità o di personaggi del taoismo, paesaggi in miniatura, mappe locali o del Giappone, carte da gioco, armi, nonché una intera Bibliothèque Chinoise, che spedisce immediatamente al padre.

Il 3 maggio abbandona definitivamente l’Estremo Oriente continentale diretto a Singapore. Durante la primavera ha intanto iniziato la stesura di un trattato politico, in cui intende riunire proprie le osservazioni sugli ordinamenti dei luoghi visitati. Pervenuto a Cesare Balbo e confluito infine nella Biblioteca nazionale di Torino, il manoscritto dell’opera incompiuta è andato distrutto nell’incendio che devastò la biblioteca nel 1904.

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Morire nelle isole della Sonda

A metà del 1829 si trasferisce a Giava, dove rimane sei mesi ed entra in contatto con un sistema di colonizzazione diverso. La compagnia olandese delle Indie pratica una politica più morbida, ma non meno repressiva, rispetto a quella inglese: a Vidua sembra decisamente più intelligente. Ma a Giava, forse per la suggestione del paesaggio, porta avanti un altro progetto, direttamente ispirato dalla Naturgemalde (più o meno, la descrizione della natura) di Humboldt: quello di percorrere e in lungo tutta l’isola e di mapparne l’orografia, determinando con il barometro l’altezza delle principali montagne. In effetti ne scala due che superano i quattromila metri, col risultato di dover poi rimanere a letto e a digiuno per diversi giorni. Giava non è innervata da una vera e propria catena montuosa, ma sulla linea da est ad ovest sorgono ben centoventi vulcani, un quarto dei quali ancora attivi. Vidua si propone di censirli e di redigere poi una serie di tavole che presentino la distribuzione geografica delle piante, che nell’isola varia dalla foresta equatoriale lungo le coste ai boschi di tipo alpino oltre i duemila metri.

Nel marzo del 1830 si sposta alla vicina isola di Madura, e successivamente ad Ambon, nelle Molucche, dove è ospite del governatore olandese. Viaggia sull’Iris, una goletta comandata da Jan Hendrik De Boudyck-Bastiaanse, che gli dedicherà i suoi Voyages faits dans les Moluques, à la Nouvelle-Guinée et à Célèbes, avec le comte Charles de Vidua, de Conzano, à bord de la goëlette royale l’Iris (Parigi 1845). Nel corso della navigazione vengono scoperte alcune nuove isole, e ad una di esse viene dato il nome di Isola di Vidua: ciò che la dice lunga sulla stima e sull’amicizia che “il Viaggiatore”, come ormai è chiamato ovunque, riesce rapidamente a conquistarsi. Il comandante scriverà di lui che era anche un abilissimo navigatore (complimento non comune per un piemontese), e che a bordo lavorava come qualunque altro membro dell’equipaggio.

Viaggiando in rimoti paesi 26L’esplorazione delle isole della Sonda è però solo un’ulteriore tappa di avvicinamento al continente australe, rispetto al quale l’interesse torna ad essere prevalentemente politico. “Il mio scopo nel visitare la Nuova Olanda è di osservare nella sua infanzia una colonia tutta di razza europea, destinata a divenire in cento o centocinquant’anni uno stato importante. Ho visitato gli stati Uniti nell’età giovanile. Visitar la Nuova Olanda è come veder dei secondi Stati uniti ancor bambini […]

È anche ossessionato dalla perfetta salute fisica: non che sia un ipocondriaco, anzi, non manca mai, nelle lettere a parenti e amici, di sottolineare come con tutto il suo viaggiare non si sia mai beccato un malanno: e quando questo accade, nell’ultimo anno, lo rileva con rammarico e stupore, quasi un presagio.

A dispetto delle febbri intestinali, ad agosto Vidua è sull’isola di Celebes, viaggiando sempre con Bastiaanse: e qui avviene la tragedia. Durante un’escursione in una caldara scivola con una gamba nella lava bollente. Un po’ se la cerca; il governatore delle Molucche scrive ad un suo omologo: “La rapida fine del conte Vidua deve essere attribuita all’accidente che gli è capitato nelle contrade dell’interno di Menado, e del quale è stato lui stesso la causa, non avendo voluto ascoltare il capo indigeno che lo aveva avvertito del pericolo e voleva trattenerlo, cosa di cui egli si era mostrato irritato. Il defunto era posseduto da un ardore eccessivo: non concedeva al suo corpo alcun riposo”. L’incidente appare subito molto grave, ma non per questo il casalese vuole rinunciare alla sua esplorazione. Trova però un medico solo venti giorni dopo, a Ternate, la regina delle Isole delle Spezie: e qui deve necessariamente fermarsi. Sfrutta comunque l’immobilità forzata mettendo ordine nei suoi appunti e scrivendo. Spera ancora di poter riprendere il viaggio: ma la situazione si va velocemente aggravando. La cancrena alla gamba sale sino alla coscia: l’ultima flebile speranza è legata all’amputazione.

Il 21 dicembre s’imbarca pertanto per Ambon, dove spera di farsi operare: ma è troppo tardi. Muore durante il viaggio, il giorno di Natale del 1830. In una lettera inviata quindici giorni prima al governatore olandese suo amico ha scritto: “Ciò che rimpiango è di non avere davanti altri tre anni di vita, per poter raccogliere il frutto di tante fatiche, di tante ricerche, di tanto lavoro nelle quattro parti del mondo. Sia fatta la volontà di Dio”. Chiede anche che tutti i suoi scritti vengano distrutti. Il suo corpo è tumulato sulla spiaggia dell’isola, dove il governatore fa erigere un sepolcro. Anche il luogo dove è avvenuto l’incidente porta oggi il suo nome: è il Count Vidua Solfatara Field, sul vulcano Tondano.

Poi, nel 1833 almeno le sue spoglie tornano finalmente a casa. Il padre si attiva in tutti i modi e la salma, con un’ultima lunghissima navigazione che passa per Rotterdam e Genova e che sembra rinnovare postuma le peregrinazioni del Viaggiatore, è traslata a Conzano.

Pio Vidua gli sopravvive sei anni. Un anno dopo, nel 1837, muore anche la sorella. Il timore che aveva angustiato il padre per trent’anni si avvera: il ramo casalese dei Vidua si estingue. Ma si avvera anche, almeno in parte, e almeno fino ad oggi, quello che aveva angustiato il figlio: sul suo nome cade l’oblio.

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Sulle consonanze

Non mi resta ora che spiegare brevemente i motivi della particolare simpatia che provo per Carlo Vidua. Sono tantissimi e diversi, e in qualche caso anche un po’ difficili da spiegare, perché il personaggio è un groviglio di contraddizioni. Provo a riassumerli.

Intanto c’è il suo straordinario curriculum di viaggiatore. L’ho scoperto colpevolmente tardi ma ha calamitato subito il mio interesse, perché nell’Ottocento nessun altro italiano ha viaggiato quanto lui. Quando poi ho saputo dei suoi rapporti con Humboldt l’interesse naturalmente si è moltiplicato. A rendermelo particolarmente caro è stato infine il suo tragico destino, che non solo lo ha strappato alla vita ma lo ha anche relegato in un angolo in ombra della storia. Diciamo che rientra a pieno titolo tra i “quasi adatti” dei quali mi sono prevalentemente occupato: di quei “perdenti” che non inseguendo il successo, ma la virtù e la conoscenza, a volte anche inconsapevolmente, hanno in realtà vissuto esistenze straordinarie.

Che tipo di viaggiatore fosse l’ho già detto. Non è annoverabile tra i grandi camminatori perché si è mosso quasi sempre a cavallo (o su cammello), in carrozza o in nave, in genere con uno o più servitori al seguito. Nemmeno è stato un viaggiatore “eroico”, di quelli che cercano il confronto coi propri limiti o si spostano sempre sul filo della sopravvivenza. Ha visitato un’enorme fetta di mondo ben coperto sia sul piano economico che su quello delle conoscenze e delle credenziali. Era perfettamente consapevole di godere di una condizione di privilegio, non se ne scusava affatto e riteneva semmai doveroso metterla a frutto: “Coloro appunto, cui la fortuna fu larga de’suoi doni, e che talvolta come usarne non sanno, quelli potrebbero agevolmente andar ricercando le contrade straniere, onde giovare alla patria, ed illustrare il loro nome”. Non dunque da turisti, ma da studiosi. Come tale Vidua pianificava meticolosamente i suoi percorsi, solo che questi poi si dilatavano e si ramificavano in ogni direzione, senz’altro perché poteva permetterselo, ma prima ancora perché trovava costantemente nuovi motivi di interesse, scopriva e inseguiva nuove curiosità. Il fine “scientifico” di tutto questo vagare era autentico, almeno negli intenti, anche se credo che con l’andar del tempo sia diventato quasi un pretesto, e che Vidua abbia continuato a spostare sempre un po’ più in là gli orizzonti per non dover affrontare, una volta fermo, l’onere di un bilancio. A dispetto dei reiterati propositi di ritorno e di stabilizzazione definitiva, espressi soprattutto nelle ultime missive, penso che ad un certo punto il viaggio sia diventato per lui, da strumento che era, il fine. O che lo fosse sin dall’inizio.

Cos’ho trovato dunque di particolarmente attrattivo nel Vidua viaggiatore? Senz’altro la determinazione: intraprendeva quasi tutte le sue avventure in compagnia di amici o conoscenti che ad un certo punto, per vari motivi, rinunciavano, mentre lui proseguiva imperterrito. E fino all’ultimo, anche a dispetto del grave incidente occorsogli, non intendeva rinunciare al completamento del giro del mondo. Mi piace poi il suo senso di responsabilità, anche se talvolta può sembrare pretestuoso: se uno sceglie di viaggiare non è giusto, né nei confronti propri né in quelli altrui, che contragga legami ai quali poi non può convenientemente ottemperare: “Quando l’uomo si marita, conviene che rinunci ai viaggi, e stabilisca di tenere compagnia bene o male a quella donna che per sua ventura o disgrazia ha scelto”.

E mi piace infine la capacità di adattarsi. Non mi riferisco chiaramente alle condizioni materiali del viaggio, che erano comunque disagevoli, anche muovendosi col minimo di comodità concesso dall’epoca, ma a quelle psicologiche. Si trovava altrettanto a suo agio ovunque e con qualunque interlocutore, fossero sovrani, presidenti, marajà, governatori coloniali, mercanti o beduini: non adulava, non si umiliava, li interrogava mostrando un interesse genuino, li ascoltava e cercava di trarre da tutti il numero maggiore di informazioni possibili: non era lì per giudicare, anche se poi nelle lettere i suoi giudizi li esprimeva, ma per capire.

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Il Vidua “uomo” mi ha intrigato invece perché sfugge ad ogni incasellamento. È impossibile metterlo perfettamente a fuoco. Lui stesso non ha collaborato granché. Non ha lasciato opere compiute (se si eccettua la raccolta di iscrizioni antiche, che è un lavoro specialistico), fallendo malinconicamente nell’adolescenziale assillo di tutta una vita, la costruzione di una immagine di sé ricalcata su quella degli eroi antichi. Quindi non abbiamo un autoritratto “autorizzato”, la sua versione soggettiva. Ma riesce difficile anche ricostruirne un ritratto sufficientemente oggettivo attraverso ciò che ci è rimasto, perché le sue lettere, che pure di quella immagine sono piene, la cambiano poi in realtà a seconda dei destinatari: la loro scrittura si adatta di volta in volta a trasmettere ciò che Carlo riteneva l’interlocutore si aspettasse.

Viaggiando in rimoti paesi 29Ciò non significa che Vidua fosse uno Zelig, un uomo senza personalità. Era semmai un personaggio un po’ pirandelliano, costantemente lacerato tra la mozione paralizzante degli affetti e quella liberatoria degli istinti. Alla fine ha prevalso la seconda, ma non ha mai soffocato definitivamente la prima: così che ogni esperienza è stata da lui vissuta sotto una doppia luce. Dovessimo giudicare solo dalle lettere al padre, ad esempio, ne verrebbe fuori un aristocratico un po’ eccentrico che si compiace soprattutto delle sue frequentazioni altolocate – oggi sarebbe un cacciatore di selfie con le celebrità –, del rispetto tributato alle sue ascendenze nobiliari e del ruolo di ambasciatore itinerante dello stato savoiardo nel mondo: mentre è evidente che tutto questo serviva solo a tentare di giustificare davanti al genitore la propria disobbedienza, e che la frequentazione di quegli ambienti era strumentale al lavoro che intendeva compiere (e alla fama che sperava ricavarne). Così, in quelle agli altri famigliari la preoccupazione costante è di rassicurarli sul proprio stato di salute, sulla sicurezza dei viaggi e sul fatto che non si dimentica di loro, usando però spesso la formula “è stato un po’ pericoloso, o un po’ difficile, ma comunque sono ancora vivo e sano”, come a tenerli comunque allertati sull’eccezionalità di quanto stava facendo; mentre nelle lettere agli amici si compiace di inserire aneddoti, avventure e osservazioni che rimandino l’immagine di un originale freddo e coraggioso e riscattino la sua apparente diserzione dalle lotte patriottiche.

Le testimonianze esterne trasmettono invece un Carlo Vidua molto diverso: Quincey Adams ne parla come di una persona semplice e alla mano; Caillaud è conquistato dalla sua serietà e al tempo stesso dalla sua disponibilità; il comandante olandese dell’Iris racconta come sulla nave si adattasse volenterosamente a qualsiasi compito, pur essendo un passeggero pagante. Alla fine la versione meno credibile è proprio quella del suo già intimo amico e primo biografo Cesare Balbo, che nell’editarne le lettere ha costruito con tagli mirati una oleografica figurina di eroe romantico, malinconico e sfortunato.

Io mi sono fatto questo personalissimo quadro. Vidua è un personaggio anacronistico. Ma lo è nel senso più letterale del termine; sta fuori dal tempo, e non solo dal suo. Non era un romantico, pur avendone tutte le caratteristiche, non era un illuminista, pur utilizzando tutti i criteri illuministici di interpretazione della realtà. Questo crea l’impressione che non abbia mai veramente capito quanto stava accadendo e avesse idee piuttosto confuse su quanto sarebbe potuto accadere in futuro. Io credo invece che Vidua si sia volutamente (e quindi consapevolmente) rifiutato di capirlo, perché ciò che lo circondava andava a configgere, oltre che con la sua indole irrequieta, con tutte le sue idealità: e non parlo delle convinzioni politiche e religiose, ché quelle sono legate all’ambiente in cui era cresciuto e al periodo in cui ha vissuto, ma delle idealità etiche delle quali si era nutrito sin da bambino. C’è un passo di una sua lettera (a Roberto d’Azeglio) che fa intendere benissimo la sua posizione: “È vero che a Torino, a sentir le esagerazioni insopportabili di certa gente, mi sentivo sì trascinato alla liberalità, che mi facevo forza per non diventarlo eccessivamente. – Così nell’altro mondo le esagerazioni liberali mi disgustavano tanto, che mi facevo forza per non diventare partigiano delle Soirée de st.Petersbourg”. È una frase che avrebbe potuto essere pronunciata da Corto Maltese (tra l’altro, fisicamente Vidua gli somiglia un po’), e che naturalmente sottoscrivo.

Vidua era un aristocratico, ma non un codino. Era un conservatore, ma non un reazionario. Si rifaceva agli ideali degli àristoi greci e latini come raccontati da Plutarco e da Tacito, ma quelle idealità le vedeva reincarnate anche nei crociati e nei paladini cristiani, o nei missionari gesuiti del Paraguay (quelli del film Mission). Tra i contemporanei che più ammirava c’erano i quaccheri americani, perché non si limitavano a professare la fede, ma la praticavano, e il filantropo inglese John Howard, uno che aveva girata tutta l’Inghilterra e buona parte dell’Europa visitando le carceri, denunciandone le atrocità e formulando suggerimenti per il miglioramento delle condizioni di vita dei prigionieri. Ecco, Howard era il suo modello più prossimo: un grande viaggiatore (si calcola abbia percorso più di 70.000 chilometri) e un benefattore dell’umanità, ascoltato dai potenti, riconosciuto e celebrato (almeno nella sua epoca) un po’ ovunque. E Vidua lo contrappone in positivo, ad esempio, al nostro Beccaria, che si era conquistato la fama cercando di applicare alla realtà italiana i principi riformatori d’oltralpe, senza mai muoversi dal suo studio.

Insomma, Vidua era un utopista: ma non di quelli che immaginano un’utopia buona per tutti gli uomini, e cercano sciaguratamente di attuarla, bensì di coloro che se ne creano una individuale e cercano il più possibile di abitarla.

Già questo basterebbe ad assicurargli un posto nel mio cuore. C’è però molto di più. Sono convinto infatti come Machiavelli che i lettori più attenti del presente siano sempre i conservatori, che sanno ciò che perdono con il cambiamento, e non i progressisti, che oggettivamente non sanno cosa troveranno e ritengono che ogni novità sia di per sé positiva. E sono anche convinto che per lo stesso motivo i grandi reazionari (si pensi a De Maistre) siano i più sensibili ai dettagli anche minimi del cambiamento, coloro che ne scorgono prima degli altri gli indizi e ne presagiscono più lucidamente le derive negative. Il bilancio che traccia al termine del viaggio in America è la migliore testimonianza di questa capacità premonitoria.

Altri motivi di consonanza sono forse più banali, ma per me non meno significativi. Dell’ammirazione per Humboldt e di quella per De Maistre ho già parlato: aggiungerei quella per Vico, che all’epoca di Vidua era ignorato dalla gran parte dei nostri intellettuali, e ha continuato ad esserlo almeno sino alla riscoperta da parte di Croce. Ma pure quella per Plutarco e Tacito e Senofonte tra i classici antichi, e per Machiavelli tra i moderni.

C’è poi il legame forte con la campagna. Certo, nel suo caso è il legame che può avere un proprietario di risaie, dalle quali trae la rendita che gli consente di viaggiare, troppo distratto da altri impegni negli ultimi quindici anni di vita per curarne l’amministrazione. Ma dalle lettere traspare comunque un certo orgoglio per la propria origine “rurale”. Si manifesta anche in questo caso la bipolarità di Vidua, diviso tra l’ammirazione per l’industriosità e la crescita economica e la nostalgia per un mondo preindustriale che va scomparendo. Ciò spiega il fastidio per i disboscamenti selvaggi in Inghilterra prima e in America poi, la preoccupazione per perdita della centralità economica dell’agricoltura, che porta con sé il tramonto del millenario assetto sociale ad essa connesso. Ma spiega anche l’attenzione ai tipi di coltivazione, alle tecniche, alle rese, laddove la maggioranza dei viaggiatori suoi contemporanei in genere non distingueva una spiga di grano da un’erbaccia.

Viaggiando in rimoti paesi 30Tale senso di appartenenza gli fa anche ad apprezzare, ad esempio, le musiche della tradizione popolare in ogni parte del globo; e persino le espressioni dialettali, dalle quali vorrebbe liberare la nostra lingua, ma delle quali sente comunque, almeno in particolari contesti, la forza e l’espressività: racconta ad esempio divertito delle esclamazioni cui si abbandonava il suo maestro di musica: “così s’fa pu prest”, o “à l’è na bestia”.

E questo ci riporta al tema della lingua. Nel Discorso sullo stato delle cognizioni in Italia parla, come abbiamo già visto, della necessità per la lingua (e per la nostra cultura in genere) di spiemontizzarsi e sfrancesizzarsi, di “sottrarsi all’imbarbarimento”. Ma non è solo questione di tornare ad una purezza lessicale che in fondo il nostro idioma non ha mai conosciuto, e che semmai andrebbe costruita: ciò che Vidua auspica è una lingua il più possibile aderente all’oggetto, senza fronzoli e ghirigori, semplice ed efficace. Chiede di uscire dalle esasperazioni metaforiche e immaginifiche del Barocco, che nascono dall’assenza di contenuti, ma anche di rifiutare gli orrori e i languori lessicali del romanticismo. Oggi dovrebbe chiedere un risciacquo nella prosa calviniana per liberare il nostro lessico dai tecnicismi forzati, dagli anglicismi superflui, dagli idiomatismi virali, ma anche delle massicce iniezioni di concretezza nei temi e nelle argomentazioni. Sarebbe più anacronistico che mai, e si sentirebbe più che mai estraneo alla sua terra e alla sua gente. Sensazioni che conosco bene, così come conosco quella di incompiutezza, che fortunatamente in me è stata messa a tacere dall’età. Lui è stato meno fortunato.

I motivi dell’affezione per Vidua sono dunque svariati. I più significativi sono paradossalmente proprio quelli legati alle sue “debolezze”, alle incoerenze che anziché farmi avvertire una distanza me lo hanno avvicinato: il rapporto contradditorio col padre e con i luoghi dell’infanzia, l’oscillazione costante tra nostalgia del passato e speranza nel futuro, l’anelito all’assoluta libertà e la giustificazione, pur parziale del dispotismo, l’apertura e la disponibilità al confronto e l’intimo arroccamento su posizioni pregiudiziali. Ci accomuna persino il rapporto con la scrittura. Scrive a Roberto d’Azeglio: “Ho bisogno de’ tuoi consigli sullo scrivere o non scrivere viaggi — e in che lingua — la nostra è la più bella. Pur se li scrivo in Italiano, nessuno li leggerà. — Dall’uno canto ci inclino — dall’altro penso che già troppi viaggi sono stampati”.

Come esco, dunque, dal viaggio compiuto in compagnia di questo personaggio e delle sue lettere? Con un sentimento di rammarico: per lui, perché non ha completato il viaggio attorno al mondo, e soprattutto non lo ha potuto degnamente raccontare. Per me, che il viaggio non l’ho nemmeno iniziato, perché non ho mai visitato l’isola di Cos.

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Una bibliografia commentata

Nell’intraprendere la scrittura di questo pezzo ero pienamente consapevole dell’inadeguatezza delle mie forze (non ho le capacità di concentrazione indispensabili per una ricerca che risponda ai crismi “scientifici”) e anche del fatto che questo lavoro, indipendentemente dal risultato, non avrebbe contribuito granché ad arricchire e a divulgare la conoscenza del suo oggetto. Dovevo farlo per adempiere ad un impegno preso con Vidua diversi anni fa. Diciamo che era diventata una questione tra me e lui. Ho voluto comunque che nel suo piccolo la narrazione fosse la più esatta possibile. Per questo, oltre che dei testi originali delle lettere e dei pochi scritti editi di Vidua, mi sono avvalso di diversi studi a lui dedicati, scoprendo con mia sorpresa che sono molti più di quanto inizialmente reputassi. Quest’ultima constatazione da un lato mi rallegra, dall’altro mi fa deplorare il fatto che non sia ancora stata realizzata una biografia del Viaggiatore capace di sottrarlo al destino di nicchia, una di quelle cose all’inglese che rendono avvincente anche la storia di impiegato del catasto.

I materiali per un lavoro di questo genere sono a mio giudizio già presenti nel lavoro su Carlo Vidua. Un romantico atipico, di Roberto Coaloa e Andrea Testa, edito a cura del Comune di Casale Monferrato nel 2003, che rimane comunque una raccolta di testi redatti in diverse occasioni. Se organizzati in una corretta sequenza narrativa e depurati delle eccessive ripetizioni potrebbero già offrire un’immagine sufficientemente completa e accattivante del personaggio. Per quanto mi concerne, ho saccheggiato spudoratamente da questo testo le citazioni riferibili ai materiali inediti utilizzati dagli autori. Spero non me ne vogliano.

Per chi si fosse appassionato all’argomento sono reperibili (con un certo sforzo) una serie di testi su aspetti particolari della sua vicenda:

Angela Ferraris – Carlo Vidua. La virtù infelice, in “Piemonte e letteratura 1789-1870” – Atti del convegno di S. Salvatore, ottobre 1981

Vincenzo Moretti – Carlo Vidua viaggiatore, in “Piemonte e letteratura 1789-1870” – Atti del convegno di S. Salvatore, ottobre 1981

Gian Paolo Romagnani – Carlo Vidua. Un inquieto aristocratico subalpino, in “Studi piemontesi”, nov. 1986 vol. XV-2

Gian Paolo Romagnani – Carlo Vidua. Viaggiatore e collezionista – Casale M., 1987

Andrea Testa – Carlo Vidua viaggiatore italiano negli Stati uniti, in “Rivista di storia, arte e archeologia per le province di Alessandria e di Asti” CV 1996

Andrea Testa – Riflessioni sugli ultimi viaggi di Carlo Vidua alla ricerca di nuovi mondi – Atti del convegno “L’altro Piemonte nell’età di Carlo Alberto”, ottobre 1999

Esiste anche uno schizzo biografico di misura analoga a quell0 mi0, un po’ datato nell’approccio “ideologico”, ma nel complesso esauriente e piacevole. È Il conte Carlo Fabrizio Vidua viaggiatore monferrino dell’800, di Mario Cappa, comparso sulla “Rivista di Storia, Arte Archeologia per le province di Alessandria e Asti”, anno LXXXII, 1973

Per leggere direttamente Vidua si possono (insomma!) vedere

Carlo Vidua – Relazioni del viaggio in Levante e in Grecia – Olschki, Firenze 2011 (stampato in facsimile)

Carlo Vidua – In Viaggio Dal Grande Nord All’impero Ottomano – Edizioni Dell’Orso, Alessandria (lo si trova a un prezzo che va dai 350 ai 380 euro)

Carlo Vidua – Narrazione viaggio alla Nuova Guinea 1830 (testo bilingue, a cura di Marisa Viaggi Bonisoli), ed. Angolo Manzoni, Torino 2003

Le Lettere sono rintracciabili invece solo nella versione digitale o a prezzo di antiquariato: Lettere del conte Carlo Vidua pubblicate da Cesare Balbo. Tomi I – II – III, presso G. Pomba, 1834, all’indirizzo https://books.google.it/books/about/Lettere_del_conte_Carlo_Vidua.

Per una bibliografia esauriente (ma aggiornata fino al 2003) rimando al volume di Roberto Coaloa e Andrea Testa.