Un nuovo inizio

di Stefano Gandolfi, Kathmandu (Nepal), 30 aprile 2016

Un anno prima del mio licenziamento dall’Ospedale, mi ritrovai all’inizio di un percorso faticoso ma entusiasmante: la metabolizzazione della fine di una fase lunga e totalizzante della mia vita e dell’esordio di una nuova. Probabilmente non me ne rendevo nemmeno conto, poteva essere solo l’ennesimo viaggio in giro per il mondo.

Materialmente si è trattato semplicemente di comprare un biglietto on-line per il Nepal, viaggiare da solo fino a Kathmandu, trovarmi con gli amici e compagni della nostra associazione di volontariato, prendere contatti con i nostri referenti locali, caricare tutte le attrezzature necessarie sulle jeep, salire sulle stesse, fare un viaggio di 5 ore per un tragitto di 50 chilometri su strade sterrate sempre più impegnative e sconnesse, arrivare faticosamente nel villaggio a nord-ovest di Kathmandu ove avevamo il progetto di aiutare i bambini della scuola, distrutta dal terremoto, e la popolazione adulta del villaggio, offrendo a tutti loro due giornate di visite mediche gratuite, con la collaborazione di medici ayurvedici nepalesi, e un breve corso intensivo teorico-pratico, rivolto sia agli studenti sia agli insegnanti ed educatori, sull’igiene, sull’acqua e sui presidi sanitari di base.

Due notti a dormire nelle baracche del villaggio semi-distrutto dal terremoto, l’ospitalità stupenda, nella povertà materiale e nella ricchezza emotiva, della popolazione locale. E poi un giorno di trekking lavorativo camminando a lungo per i villaggi, girando capanna per capanna con la guida e le indicazioni dei nostri collaboratori, a visitare tutte le persone che potessero avere bisogno di un medico. Emotivamente… beh, semplicemente un terremoto, un viaggio sulla Luna e su Marte, qualcosa di apparentemente simile a tanti altri viaggi un po’ avventurosi fatti in passato, ma con prospettive, obiettivi completamente diversi. Non più turismo puro e semplice, certo la componente edonistica del viaggio rimane presente ma coniugata con motivazioni nuove. L’inizio di un nuovo, lungo percorso che sarebbe proseguito negli anni successivi.

Dal punto di vista medico è stata un’esperienza intensa a 360°, in tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Quelli positivi: il rapporto umano con le popolazioni locali, ospitali all’estremo, con i bambini curiosi, affettuosi e sempre di buon umore, con persone grate per ricevere anche pochissimo ma che per loro comunque è sempre più di zero, laddove zero è lo standard; persone che probabilmente, molte di esse perlomeno, non hanno mai visto un medico e non si aspettano di vederlo magari per tutta la vita, e che comunque devono pagarsi visite e cure sanitarie anche qualora possano raggiungere la città con gli ambulatori, gli ospedali, le strutture sanitarie esistenti. Persone per le quali è già una cosa rimarchevole essere ascoltati, anche solo per pochi secondi, a prescindere che da quell’ascolto possa derivarne qualcosa di utile e di concreto.

Gli aspetti negativi sono l’altra faccia della stessa medaglia: povertà estrema, difficoltà enormi anche solo nell’accesso ai villaggi, rete sanitaria inesistente, sporadici contatti con medici governativi, spesso praticanti medicina Ayurvedica che nella limitatezza dei mezzi a disposizione (senza entrare nel merito della validità scientifica di tale medicina tradizionale), può fornire poco più che un supporto psicologico, una buona “pacca sulla spalla” e qualche preparato naturale, erboristico, più a portata di mano e più economico delle medicine tradizionali.

Un nuovo inizio 02

La mia esperienza è stata nettamente distinta in due momenti: il primo, quello appunto in cui mi sono trovato fianco a fianco con un gruppo di medici ayurvedici di Kathmandu coi quali si è cercato di dare ascolto a tutta la popolazione dei villaggi radunata nel piazzale della scuola, almeno 200 persone all’incirca, ognuna delle quali esponeva velocemente un rapido elenco dei propri disturbi e altrettanto velocemente riceveva una prescrizione di qualche rimedio ayurvedico o, più raramente e in casi molto selezionati, qualche farmaco occidentale, nei limiti della piccola scorta portata al villaggio con i fuoristrada; ben presto ho capito che in queste circostanze non potevo interferire più di tanto con i colleghi locali, i quali oltretutto erano gli unici a poter avere un rapporto con le persone per via della lingua, mentre io dovevo per forza avere loro come intermediari, parlandoci in inglese. La possibilità di una visita medica, anche solo superficiale, era impedita sia dalla mancanza assoluta di privacy, con 4 medici e 20-30 persone stipate in una piccola baracca di lamiera di 4mx4m, sia dalla necessità di prestare attenzione a tutti nell’arco di una sola giornata al termine della quale i medici locali sarebbero ritornati in città.

Nel giorno successivo ho avuto invece la possibilità di muovermi a piedi, accompagnato dai compagni del gruppo, dalla dottoressa Roberta e dai maestri del villaggio, in un vero e proprio trekking sanitario che mi portava di volta in volta a incontrare persone lungo i sentieri, davanti alle loro capanne, per terra seduti o sdraiati nella polvere fra bambini curiosi, polli, caprette che razzolavano indisturbate, a visitarli con i pochi mezzi che avevo a disposizione, un fonendoscopio, un apparecchio per misurare la pressione, una pila per guardare in gola, un martelletto per provare i riflessi, un saturimetro per valutare l’ossigeno nel sangue…e mi sembrava già, rispetto al giorno precedente, di essere nel lusso e con sovrabbondanza di mezzi; e la piccola scorta di farmaci che avevo nello zaino, portati dall’Italia quasi in clandestinità perché non avevo un accredito ufficiale del governo nepalese né di qualche grande organizzazione internazionale, mi ha permesso di dare qualche piccola possibilità di fornire cure immediate e concrete.

Ben presto ho capito che era un’utopia l’idea dell’igiene e della sterilità, sopraffatto dalla polvere, dalla terra, dalla sporcizia storica delle persone che visitavo, e in poche ore ho fatto un salto indietro di secoli nell’atteggiamento mentale e fisico, abbandonando ogni remora e preoccupazione cercando di adeguarmi il più possibile, anche sotto questo punto di vista, alle condizioni locali.

Cosa è servita questa esperienza? Molto breve, nella limitatezza del tempo a disposizione, molto eroica non tanto per quello che ho fatto quanto per le condizioni logistiche, assolutamente piacevole nella scoperta di persone che in un’altra parte del mondo e con una lingua sconosciuta, esprimevano tuttavia le stesse semplici e basilari necessità di qualsiasi altra persone del mondo, che fosse in Africa, in Asia o in Sudamerica. Piacevole la consapevolezza di poter innescare un contatto e una comprensione quasi immediata, superando distanze siderali di cultura, religione o quant’altro… piacevole il riuscire a superare la diffidenza e il disagio dal primo contatto con uno sconosciuto venuto da chissà dove, che poi però si sedeva con loro per terra per visitarli.

Strano e inizialmente inquietante il rendersi conto che con tutta la cultura e la preparazione scientifica che ci portiamo dietro, nel momento in cui non abbiamo a disposizione esami di sangue, laboratori analisi, radiografie, ecografie, TAC e RMN, ci scopriamo a doverci reinventare un nuovo modo di ragionare che in realtà è vecchissimo e risale agli albori della medicina, quando bisognava fare affidamento solo sulle proprie mani, sugli occhi e sul cervello per discriminare ciò che si osservava: e ancora una volta piacevole scoprire che nei limiti di un aiuto immediato, si riusciva a dimenticare tutti i dubbi di questa privazione di mezzi, cercando di affinare le proprie intuizioni per una valutazione immediata, magari superficiale ed imprecisa ma finalizzata ad una decisione da prendere comunque subito. Agli antipodi della medicina difensiva che ormai è quasi la prassi odierna, quando si chiede qualsiasi esame disponibile al di là della reale necessità, per essere sicuro di non commettere errori od omissioni di cui si possa essere accusato.

Cosa dire, al di là della retorica che spesso si accompagna a queste esperienze? Che si riscopre, come sempre in un qualsiasi viaggio anche se solo per turismo o per trekking, in zone del mondo povere come questa, l’essenziale contrapposto al superfluo; si riscopre l’importanza di una confezione di antibiotico che può fare la differenza fra la vita e la morte in una banale, ma non troppo, polmonite: così come mi spiegava un medico coreano volontario in uno sperduto ambulatorio medico a 4000 metri a Kunde, un villaggio nella valle dell’Everest semidistrutto dal terremoto del 2015, nel quale al ritorno dal campo base dell’Everest io e un compagno di trekking medico abbiamo portato i nostri zaini carichi di farmaci da lasciare in dono.

Ma si scopre anche l’importanza di una ferrea organizzazione, in assenza della quale tutti gli sforzi o quasi si vanificano nel pantano della inefficienza, dell’inerzia, della burocrazia, per non dire anche di peggio, ovvero la corruzione e la furberia di chi si aspetta per diritto divino ogni genere di aiuto e di regalia come se fosse una cosa ovvia e scontata. Talvolta anche la malafede di chi è convinto che chiunque arrivi dall’occidente sia così ricco e carico di soldi da poterne elargire a pioggia in modo illimitato e perpetuo.

Si impara presto a selezionare su chi e cosa finalizzare gli sforzi, psico-fisici ed economici, si pensa ai bambini, agli studenti, che molto più dei loro genitori e nonni potrebbero avere una chance di cambiare la loro vita e il loro atteggiamento nei confronti del mondo. Si impara, perché no? e questo veramente in controtendenza rispetto all’ipocrisia della retorica, a essere cinici, magari anche duri, con chi ostacola o non capisce gli sforzi che si fanno. C’è molto da imparare, nel bene e nel male, da un viaggio e da un’esperienza come questa. E senza alcun dubbio ci si arricchisce e, questa volta in pieno ossequio alla retorica, si riceve molto più di quanto si dà.

Un nuovo inizio 03

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Postilla sulla leggerezza

di Paolo Repetto, 2 aprile 2016

(Avrei potuto titolarla Post dictum, perché è in effetti queste cose sono state dette in coda alla simpatica discussione seguita all’intervento. Le inserisco non per una coazione al riciclo, ma perché in maniera sia pur rozza riassumono il mio convincimento che la cultura o è impegno etico, o non è affatto)

Mi accorgo che il mio intervento (Leggeri come le pietre) ha sforato di molto i tempi previsti, risultando probabilmente tutt’altro che leggero. Il che mi fa sorgere un dubbio. A dire il vero è lo stesso che da qualche tempo torna sempre, qualsiasi argomento io affronti. Potrei tenermelo, ma non mi sembra corretto, e comunque ormai siamo in ballo. Quindi sarò irrituale e mi porrò io stesso la domanda: Va bene, noi scegliamo perché siamo “leggeri”. Ma fino a che punto siamo noi a scegliere di essere tali? Detto in soldoni: non è che leggeri, rispetto alla quotidianità dei rapporti come in letteratura, ci si nasce, e se non ci sei nato, hai voglia a diventarlo? Calvino giustamente questo dubbio non ce l’ha, o almeno non lo esprime; e in effetti c’entra poco con la sua lezione, che tratta la fenomenologia letteraria della leggerezza, la dà per scontata e parla di una sua applicazione. Ma io ho sconfinato, non solo dal tempo ma anche dall’ambito letterario, e allora mi viene spontaneo risalire a monte e chiedermi se è davvero possibile ‘educare alla leggerezza’. Non è una domanda oziosa. Ci riguarda da vicino, qui e adesso. Incontri come questo, al di là delle limitatissime capacità e competenze di chi li conduce, hanno un senso, sono in qualche modo costruttivi, oppure servono solo a raccontarcela tra noi, che presumiamo di essere leggeri e ce ne sentiamo gratificati? E di fronte ad atteggiamenti diversamente orientati nei confronti dell’esistenza, è una causa persa in partenza?

Non ho una risposta, né sono qui per darne. Infatti sto ponendo delle domande. Il dubbio rimane. Ma proprio la lettura di Calvino, le sorprese che continua a procurarmi ogni volta e le riflessioni che ha messe in moto da subito, mi rafforzano a credere che valga la pena. In fondo, siamo tutti “malati di speranza”. È la malattia che ci fa vivere. E comunque, non ci fosse altro, rimane il piacere di aver riletto le Lezioni americane e di condividere questa lettura.

Non solo quello, però. Io ritengo che intesa in senso ampio, come impegno conoscitivo e habitus etico, la leggerezza costituisca l’unico vero vaccino contro le più allarmanti patologie morali contemporanee: l’integralismo e l’arroganza. E che abbiamo un gran bisogno di farne scorta. L’integralismo è l’espressione più eclatante della pesantezza spirituale: nasce paradossalmente proprio dalla superficialità, dall’incapacità o dal rifiuto di cogliere la complessità del mondo. Nell’uno e nell’altro caso è una forma di arroganza, direttamente proporzionale all’ignoranza. Lo è stata sempre, ma lo è tanto più nella sua versione attuale. Non conoscere il mondo induce ad averne paura, e ad adottare di conseguenza un comportamento aggressivo, una forma di difesa preventiva che si risolve eminentemente nel rifiuto di sapere: appare rivolta contro gli altri, ma ha come vero avversario se stessi, l’”inconscia coscienza” della propria inadeguatezza, che invece di tradursi in consapevolezza, e quindi in spinta positiva a coltivarsi, si risolve in uno sprezzante arroccamento. Rifiutare la complessità del mondo, dopo averla conosciuta, è invece una forma di debolezza, di viltà, che al pari dell’ignoranza pura non può che portare al disprezzo di se stessi, e quindi allo stesso atteggiamento nei confronti degli altri.

Insisto su queste cose perché nelle diverse fenomenologie della presunzione, dell’aggressività, della maleducazione, dell’ignoranza spudoratamente e quasi orgogliosamente sbandierata, l’arroganza mi sembra davvero il male più diffuso tra le ultime generazioni. Un male che non solo non viene combattuto, ma è sempre più tollerato, ad esempio nelle scuole, in nome non si sa bene di quale nuovo progetto antropologico, ma più in generale in ogni ambito di rapporti umani: e viene addirittura coltivato nelle “scuole di management”, quelle dove si forgia la futura classe dirigente economica e politica.

Mi sforzo di credere che un qualche argine si possa fare: e quando tutto congiura a non lasciarmelo credere, mi dico che comunque la resistenza, quali possano essere le prospettive, è un dovere morale. E questo imperativo non può essere incrinato da alcun dubbio.

 

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Leggeri come le pietre

di Paolo Repetto, 2 aprile 2016

Non conosco nulla al mondo
che abbia tanto potere quanto la parola.
A volte ne scrivo una, e la guardo,
fino a quando non comincia a splendere.
Emily Dickinson

Carlo Levi ha titolato un suo romanzo-reportage Le parole sono pietre. Non so se si tratti di un conio originale o di una citazione: è comunque un bellissimo titolo, che si autolegittima immediatamente perché colpisce davvero come una pietra. E lascia il segno. Lo si può però interpretare in mille modi, e infatti da sessant’anni continua ad essere saccheggiato e piegato agli usi più diversi (è quello che sto facendo anch’io). Può significare, ad esempio, che le parole pesano, nel senso che sopravvivono a coloro che le pronunciano, spesso anche sfuggendo all’intenzionalità originaria; oppure che possono fare molto male, se scagliate con animo malevolo, o che buttate per aria a vanvera possono ricaderti in testa; o ancora, che sono un materiale da costruzione, e rimangono mucchio inerte quando manca un progetto, un’idea a legarle, ma diventano edificio se sapientemente disposte. Ciascuna di queste interpretazioni, nel giusto contesto, ha una sua validità. Occorre però distinguere tra la concretezza del significato, che è positiva, e la pesantezza del linguaggio, che è invece negativa.

Questa distinzione viene mirabilmente chiarita nella prima delle Lezioni americane di Italo Calvino, quella dedicata alla leggerezza. Calvino riabilita un termine che nell’uso corrente, almeno sino all’avvento delle pubblicità delle acque minerali e degli yogurt, ha sempre sofferto di un retrosapore acidulo. Si definisce ad esempio ‘leggera’ una donna disinvolta negli affetti e si qualifica come “leggerezza” un comportamento scorretto, quando si vuole essere benevoli, e l’aggettivo è in genere associato a immagini o concetti negativi, sia pure apparentemente per mitigarli: si parla di una “leggera” imperfezione fisica per usare un eufemismo, o di un pasto ‘leggero’ per non dire che era insufficiente, o consumato senza piacere. Anche il consiglio di “prendere la vita alla leggera” nasce dal presupposto che l’esistere non sia affatto leggero, mentre per converso si lamenta insostenibile la “leggerezza” dell’essere.

Applicando la categoria della leggerezza al campo della letteratura, un settore nel quale essa non gode di una considerazione molto migliore, si scompiglia l’ordine dei valori. Calvino lo fa viaggiando aereo attraverso i secoli e i capolavori e ci regala proprio col suo scritto la migliore esemplificazione di quanto va teoricamente affermando. Spazia nelle letterature mondiali, a partire da quelle classiche, e allinea in un’ideale continuità gli autori apparentemente più lontani (Lucrezio ed Ovidio, ad esempio). Quando poi arriva alla moderna letteratura occidentale identifica in essa due grandi filoni, l’uno facente capo a Cavalcanti, l’altro a Dante. Nel primo caso, dice, siamo di fronte a “una concezione del linguaggio come elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, nel secondo il linguaggio prende il peso, lo spessore, la concretezza dei corpi”.

Lo scrittore non prende partito per l’uno o per l’altro modello: il suo non è un manifesto di poetica. È una proposta di lettura (e di scrittura), nella quale tra l’altro riesce implicito che al di sopra di un certo livello la letteratura approda sempre alla leggerezza, e che i modi in cui lo fa sono diversi, ma non contrapposti. Quello che gli preme dimostrare è che la leggerezza non indebolisce il linguaggio, anzi, gli dà forza. Parla di una gravità senza peso, e per esemplificarla cita Valéry: “Essere leggeri come un uccello, e non come una piuma”. Ecco, essere leggeri non significa per Calvino volteggiare qua e là trascinati dal vento, ma librarsi in volo vincendo la resistenza dell’aria e quella della gravità, per guardare alle cose della terra col necessario distacco e da una sufficiente altezza. Per questo insiste sul Cavalcanti, proponendolo a modello sia come persona, quale è descritto nel famoso racconto di Boccaccio (sì come colui che leggerissimo era), sia come il poeta che ingentilisce passioni e sentimenti attraverso il teatrino degli spiritelli: ma solo per mostrare che in Cavalcanti l’idea di fondo è quella di una organicità del mondo, mentre in Dante prevale piuttosto quella di una organizzazione. Lo fa confrontando due versi quasi identici, che evocano entrambi quanto di più leggero e assieme concreto si può immaginare, la caduta dei fiocchi di neve: e riesce a farci percepire la diversa consistenza delle coltri lasciate dalle due nevicate.

Naturalmente non ho intenzione di seguire Calvino passo passo nella sua selva di spunti e di rimandi. Sarebbe inutile, perché la scrittura di Calvino non ha bisogno di esegeti. Si fa prima a leggerlo, e se ancora non lo aveste fatto, affrettatevi. Cercherò di non guastarvi il piacere. Mi limito quindi a mettere a fuoco ciò che la prima lezione americana ha suggerito a me. Non è un uso improprio: ho il beneplacito di Montaigne, uno che a Calvino piaceva molto, il quale diceva che la parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta. E allora, vado con la mia metà.

Parto proprio dal rifiuto della connotazione negativa: per arrivare ad intenderci è importante stabilire innanzitutto cosa la leggerezza non è. Come dice lo stesso Calvino, la leggerezza non va confusa con la superficialità. Per tenerci ad un recente titolo di successo, la scrittura “leggera” non è quella che viaggia “Tre metri sopra il cielo”. In questo caso la leggerezza non sarebbe nemmeno quella della piuma, al più quella della polvere: ma non è questo il punto. Ciò che a noi importa è che l’autentica “leggerezza” del linguaggio non ha niente a che vedere con la povertà o con l’inconsistenza dei contenuti: al contrario, ha la capacità di rendere accessibile una fondamentale intuizione del mondo. E non solo: ha anche il merito di renderla accettabile. Il linguaggio non è soltanto uno strumento. È il sistema che organizza e moltiplica le possibilità di significato delle parole, e in questo modo fa circolare – e prima ancora fa nascere – le idee. Le parole possono servire per erigere bastioni saldamente ancorati al suolo, pesanti e invalicabili, oppure ad innalzare cattedrali gotiche, con guglie che puntano verso il cielo e le sollevano da terra. Con esse si possono costruire muri, ma anche aprire finestre. Ecco, a noi interessa il linguaggio che alza muri solidi, ma apre in essi delle finestre.

Finestre su cosa, però? Su ciò che sta sotto la superfice. Sulla materialità e sulla complessità del mondo. Più lo sguardo scende nel profondo, più diventa chiara e visibile l’intima connessione delle cose, che sono riconducibili a pochi principi comuni, solo variamente combinati (l’esempio che Calvino porta è quello dell’atomismo e di Lucrezio). La complessità della materia rivela la sua fondamentale semplicità. La leggerezza nasce dunque da una conoscenza profonda: è un modo per sottrarsi alla indeterminatezza del caso, quella si insostenibile, o almeno per non arrendersi ad essa passivamente. Conoscere significa mettersi in condizione di sostenere la visione pietrificante della Medusa, ovvero l’idea dell’insignificanza oggettiva del nostro esistere, senza lasciarsi pietrificare. Calvino cita il mito di Perseo, che cattura l’immagine di Medusa attraverso uno specchio. Quello specchio è la mediazione culturale, che è assieme coscienza di appartenere al divenire naturale e consapevolezza di esserne stati in qualche modo espulsi. La mediazione ci ritaglia un minuscolo frammento di spazio e un infinitesimale lasso temporale nei quali possiamo esercitare la nostra libertà e dobbiamo assumerci la nostra responsabilità. Oggi l’immagine della Medusa la cattureremmo attraverso un obiettivo, saremmo addirittura noi a pietrificarla: ma questo della differenza tra lo specchio e l’obiettivo è un altro discorso, che riguarda una deriva della conoscenza, buono magari per una futura conversazione. Per stasera limitiamoci a dire che lo specchio è il linguaggio. E che il linguaggio è “leggero” quando non altera e non nasconde la verità, ma riesce a creare tra noi ed essa una zona di rispetto nella quale ci sia consentito costruire senso. Dalle finestre si vede la verità, ma si vede anche il cielo che le sta sopra. E non è necessario andare tre metri oltre.

Per poter essere comunicata e condivisa questa conoscenza deve tradursi, nella fattispecie letteraria, in chiarezza e in precisione. La chiarezza riguarda i contenuti. Lo specchio deve essere lucido. Le cose sono semplici, lo sono in una maniera che non ci piace, ma stanno così. E già sapere come stanno le cose comunque ci rassicura: ciò di cui abbiamo davvero paura è l’ignoto.

Ma cosa dobbiamo intendere per precisione? La cura pignola del dettaglio? Se così fosse Leopardi dovrebbe essere immediatamente espulso dal club (come suggeriva Pascoli, per via delle rose e delle viole), mentre ne è invece uno dei membri più autorevoli. In letteratura infatti la precisione non coincide col realismo. Quella che noi chiamiamo realtà è solo una delle sue possibili e momentanee manifestazioni. Un contadino medioevale catapultato nella nostra era rifiuterebbe di credere ai suoi occhi, ma anche lo stesso Pascoli dovrebbe digerire la compresenza sugli scaffali del supermercato di uva, ciliegie e arance al mese di febbraio. La precisione ha a che vedere piuttosto con la coerenza interna al testo, di qualsiasi natura esso sia. E dietro al testo deve esserci un sistema coerente di pensiero, chiaramente intuibile. Borges non ha mai scritto una riga di realtà, ma assieme allo stesso Calvino è l’autore più preciso e leggero che io conosca. La precisione non vieta dunque di inventarsi un mondo, ma impone che le regole che lo governano siano poi rispettate. Chi riesce a farlo, come Lewis Carroll o Tolkien o Philiph Dick, ma anche gli autori dei cartoni animati classici, da Silvestro al Vilcoyote, crea dimensioni che hanno la stessa dignità di esistere delle geometrie non euclidee.

Allo stesso modo, la precisione non vieta di rileggere la natura e la storia con occhiali agli infrarossi, che ne mostrano facce nascoste e inaspettate. Ariosto e Leopardi fanno proprio questo. Ma sanno dove puntare lo sguardo. E quindi, una volta constatato come le cose siano mutevoli e intercambiabili e quanto tutto sia effimero e vano (non solo le cose: pure i sentimenti, gli odi, le passioni, ecc., vanno e vengono e si trasformano), capiscono anche che, in ultima analisi, tutto in qualche modo si tiene, sia pure in una catena della quale noi siamo solo un anello, e abbastanza periferico.

La leggerezza non è tuttavia relativismo. Il fatto che tutto sia intimamente connesso e che ogni cosa possa trasformarsi in un’altra non significa affatto che una cosa vale l’altra: significa, piuttosto, che nulla va mai completamente perduto (altro esempio che Calvino porta è quello di Ovidio e delle Metamorfosi). Il relativismo è negare valore a tutto: la leggerezza è, al contrario, attribuirglielo. Non però alla maniera di certa “postmodernità”, ponendo tutto sullo stesso livello: piuttosto, attribuendo il valore attraverso un segno più o meno, in termini algebrici. Sto evidentemente parlando, a questo punto, non più della letteratura, ma della vita nel suo complesso. La leggerezza comporta, perché profondità, perché conoscenza, perché precisione, l’obbligo di scegliere: ed è un’opzione etica, non solo poetica.

Cerco di spiegarmi. Rimanendo nell’ambito letterario, possiamo affermare che la leggerezza sta nel trattare argomenti seri in modo che rimangano tali, senza per questo diventare grevi. Di conseguenza, non è mai volgarità: è anzi assoluta eleganza. Calvino la identifica, oltre che nel gesto di Cavalcanti, nel passo danzante di Mercutio e nella “melanconia” che caratterizza un po’ tutti i personaggi shakespeariani: la melanconia è tristezza diventata leggera. Come abbiamo già visto, questo alleggerimento non nasce dalla superficialità, ma dalla coscienza che la sostanza ultima del molteplice è un pulviscolo di atomi. Noi non governiamo le aggregazioni di queste particelle (di qui la nostra tristezza), possiamo però scegliere come raccontarle, e in qualche misura come muoverci al loro interno (di qui la melanconia). Porto anch’io un esempio, che mi è suggerito dai movimenti del valzer (non sono affatto un ballerino, ma ho rivisto recentemente 2001. Odissea nello spazio, e la danza cosmica di pianeti e astronavi al suono de Il bel Danubio blu mi ha affascinato). Il valzer fa levitare armoniosamente nell’aria i corpi, è sospensione della gravità. Si volteggia sfiorando appena il pavimento, in sincronia totale con le altre coppie, senza sgomitare, senza creare vicendevoli intralci. È una metafora della società ideale, e anche della narrazione ideale, quella che si realizza nella vorticosa coreografia del poema ariostesco. Al confronto le danze moderne sono pesanti, involgarite da gesti meccanici e bruschi, sovraccariche di un atletismo esasperato: fingono uno scatenamento liberatorio, ma anche il più acrobatico dei ballerini si stacca da terra solo per un momento, per poi ricadere pesantemente. Portano una sfida continua alla gravità, nella quale però alla fine la gravità vince sempre. E sono danze individuali, il cui unico scopo appare quello di guadagnare lo spazio centrale, calamitare l’attenzione, sottraendola agli altri. Non si potrebbe trovare metafora migliore della società attuale e della letteratura che ne sortisce, che hanno quale caratteristica più spiccata la confusione tra leggerezza ed esibizionismo becero.

Proprio perché elegante, invece, la leggerezza rifugge dall’esibizione: è anzi il suo contrario, è il sottrarsi ad ogni forma di spettacolarizzazione. Di sé come del mondo. Sta agli antipodi della smania di dare spettacolo di sé, di mostrarsi senza alcun imbarazzo anche nelle situazioni più degradanti, della disponibilità a lasciarsi umiliare, maltrattare, mettere alla berlina, pur di essere guardati, che sembra aver contagiato l’umanità intera (e non solo l’Occidente: anche gli anti-occidentali hanno ceduto al fascino dell’autorappresentazione). E, allo stesso modo, della compulsione a fare spettacolo di ogni cosa, incorniciandola, falsificandola, esasperandola. Questi sembrerebbero atteggiamenti legati al prevalere della cultura dell’immagine rispetto a quella scritta, e quindi estranei alla letteratura. Ma le cose non stanno così, perché la caduta di ogni inibizione a mettersi a nudo e la volontà di “spettacolarizzare” qualsiasi tema vanno a incidere anche, e pesantemente, sulla narrazione scritta. Il concetto di leggerezza va ridefinito dunque anche in questo ambito, perché in effetti la spettacolarizzazione alleggerisce la realtà, ma solo nel senso che le fa perdere consistenza: e non è questa la leggerezza di cui parla Calvino.

In letteratura il rifiuto dell’esibizione significa, ad esempio, che si può trattare qualsiasi argomento, anche quelli ritenuti più scabrosi, senza indulgere a noiosissime discese nelle cinquanta sfumature della meccanica copulatoria o nei cataloghi più o meno patinati delle fantasie “perverse”. Significa che in realtà non ci sono argomenti scabrosi, ma solo atteggiamenti grevi o stupidi nel trattarli. Che esiste un naturale senso del pudore, che non ha nulla a che fare con quello “comune”, e attiene ai modi, non ai contenuti. “La sventurata rispose” non è un capolavoro di reticenza, ma di eleganza allusiva. Viene da un autore che non parrebbe certo figurare tra le bandiere della leggerezza, ma la raggiunge attraverso quella forma positiva di autocensura che è il rispetto dell’intelligenza altrui (intendo di quella che agli altri si vorrebbe poter attribuire, e che va dunque coltivata e sollecitata).

Un discorso analogo vale per temi come quello della violenza o della morte, che mantengono la loro dignità e serietà solo quando vengono affrontati con una discrezione intesa non a rimuoverne o a celarne la drammaticità, ma a circoscriverne lo spazio, a conservarlo “sacro”. Voglio dire che è necessario salvaguardare quella famosa zona di rispetto, all’interno della quale siano poi chiamati a risvegliarsi e ad agire in ciascuno il senso dell’orrore e della vergogna e la capacità di sdegno o di compassione. Non si tratta di creare o difendere dei tabù: quelli semmai li genera l’ignoranza, che si alimenta del consumo crescente e bulimico di emozioni precotte (ma emozioni è troppo: diciamo di eccitazioni da montagne russe), e quindi necessita di sempre nuove barriere artificiali da abbattere. Si tratta invece di mantenere il controllo su ciò che viene mostrato, sulla qualità e sulla quantità, così da conservargli una leggerezza che lo innalzi a interagire col cervello, anziché con la pancia.

Il problema non è dunque marcare la distanza e la differenza nei confronti di altri argomenti, quelli impropriamente definiti “leggeri” (distanza che pure esiste). È capire che lo stile rappresenta già una metà del messaggio. La sciagurata battuta di Fantozzi sulla corazzata Potemkin non ha aperto la strada alla leggerezza, ma ai film di Pierino, allo squallore del trash e all’horror più truculento. La stagione di dissacrazioni a tappeto dalla quale veniamo ha spazzato via assieme ideologie e idealità, etichette obsolete e buon gusto: i bombardamenti non alleggeriscono mai il paesaggio, si lasciano solo alle spalle pesanti cumuli di macerie.

Dicendo cosa la leggerezza non è, abbiamo già anticipata la sua definizione in positivo.

La leggerezza è infatti allusione: pur nella precisione lascia libero spazio alla nostra capacità immaginativa, senza zavorrarla col peso di immagini e di informazioni superflue, quando non fuorvianti. Mi viene in mente un altro esempio tratto dalla quotidianità. Non so quanto appropriato, ma è il primo che trovo: la differenza che corre tra la saggezza meteorologica popolare, che butta lì consigli fondati quantomeno su una millenaria esperienza, lasciando però ampia facoltà di interpretarli, e la pretesa delle rubriche meteo-previsionali che furoreggiano in televisione, che al di là della spettacolarità sono assai meno affidabili dei proverbi, ma mirano a condizionare e indirizzare la vita, le scelte, le attività. E ci riescono, se è vero che ormai la maggior parte delle persone quando vuol conoscere la situazione del tempo non alza gli occhi al cielo, ma li fissa sul monitor o sul display.

Vi chiederete cosa c’entra con la letteratura. Bene, io penso che la letteratura non debba essere specchio della vita (di quale, poi?): se voglio sapere com’è la vita mi guardo attorno, non vado a leggerlo in un libro, così come se voglio sapere che tempo fa guardo fuori dalla finestra, e non al video. Non deve nemmeno diventare un manuale di istruzioni per vivere, né fornirci le previsioni dettagliate sul clima che andremo ad incontrare. Deve solo farci conoscere le infinite possibilità di sviluppo di quella trama unica per tutti che è appunto la vita, farcele scorrere davanti, rendercene partecipi, sì che possiamo dilatare e arricchire la nostra individuale esperienza, e confrontarla. Ma per ottenere questo effetto, per consentirci di entrare in tutte queste altre vite non può dettagliare, deve alludere, cogliendo in una estrema sintesi, come fanno i proverbi, ciò che l’esperienza ci dice comune, o almeno comunicabile.

Non solo. Deve anche guardare oltre, e immaginare. Cogliere quelle varianti della trama che la storia ancora non ha scritto, o sono state scartate in corso d’edizione, ma affollano la dimensione del possibile e vanno anche oltre. Se la conoscenza è indispensabile, perché riguarda il passato, l’immaginazione copre il futuro, e può nascere solo dalla prima, ma deve poi conquistarsi una sua autonomia. La leggerezza è dunque immaginazione.

Ovvero, è possibilità di utopia: è ciò che consente di immaginare mondi altri, o un altro mondo. Calvino ci fa viaggiare attraverso una letteratura che sospende i corpi per aria, li sottrae alla gravità, da Cyrano a Swift e al Barone di Münchausen. Non è un caso che si arresti proprio alle soglie della fantascienza ufficiale, anche se per un estimatore della scienza come Calvino potrebbe sembrare un paradosso. La scienza mette le ali alla nostra immaginazione, nel senso che di volta in volta ci mostra dei limiti e ci spinge a superarli: ma le sue ricadute tecnologiche quelle ali le tarpano. Se Astolfo viaggia su un cavallo alato e il Barone di Münchausen può ancora sollevarsi da terra tirandosi per il codino, da Verne in poi per andare sulla Luna sono diventate necessarie pesanti e complicate astronavi. L’utopia di cui stiamo parlando non implica la verosimiglianza: non ha nulla a che fare con le Utopie ufficiali, letterarie, scientifiche filosofiche o politiche, meno che mai con quelle che hanno tentato di tradursi in realtà. È utopia nell’accezione più letterale del termine, perché non pretende alcuna trasferibilità nel reale. E proprio per questo può tener conto del fatto che non tutti provano gli stessi bisogni o hanno le stesse aspirazioni, che l’abito che ad uno calza a pennello ad un altro va stretto, o casca da tutte le parti. Lo accetta, ma nel contempo non rinuncia a immaginare un mondo migliore, magari anche a comportarsi per quanto possibile “come se”; e nel farlo già alleggerisce e migliora questo.

C’è però anche un’altra dimensione “utopica”, questa più privata, che non riguarda i modi della relazione con gli altri, ma quelli della convivenza con se stessi. Mi riferisco alla capacità che abbiamo, e che la letteratura acuisce e alimenta, di trasfigurare le nostre esperienze, di trasporle in altri luoghi e in altri tempi, di caricarle di significati che ne cancellino ogni banalità o negatività. In questa dimensione la leggerezza della letteratura può davvero opporsi alla pesantezza del vivere. L’esempio che Calvino pesca in Kafka (ne Il cavaliere del secchio l’uscita alla ricerca di un secchio di carbone diventa un’avventura cavalleresca) ci dice da un lato quanto liberatorio possa essere lo sganciamento dalla realtà che la letteratura consente e ci dimostra dall’altro quanto la levità stessa del racconto già di per sé trasfiguri quella realtà. Non è un effetto consolatorio, si badi bene. Il racconto letterario, quando riesce a staccare dal qui ed ora, dallo specifico del fatto e della circostanza, dal peso di corpi e tempi che lo ingabbiano e lo schiacciano, diventa universalmente coinvolgente. In esso ci si rispecchia, si condivide il tutto estraendone la parte migliore.

Conosco l’esperienza descritta da Kafka: l’ho vissuta più volte, oserei dire che la vivo costantemente. È quella che mi consentiva ad esempio di trasformare i lavori agricoli più noiosi e ripetitivi, come l’azionare per intere giornate la pompa a mano per l’irrorazione, in fantastiche galoppate nella storia e nella letteratura. Stavo al fianco di Ben Hur incatenato ai remi sulla galera, così come negli assolati pomeriggi dell’aratura accompagnavo Lawrence nella traversata il deserto, alla guida del bue anziché del cammello, o sul ponte di una petroliera mi immedesimavo in Billy Budd. Ed è la stessa trasmutazione alchemica che ancora mi spinge, di fronte ad un pasto forzatamente frugale, ad addentare il pane e il formaggio con il gusto e il sollievo che avrebbero provato Primo Levi e i suoi sfortunati compagni, se avessero potuto farlo. Qualcuno potrà leggerci un segno di alterazione mentale. Per me è il modo di vivere tutte quelle vite che l’avarizia della natura non mi concede.

La leggerezza descritta da Calvino è insomma ironia: e anche qui, bisogna intenderci bene sul significato del termine, o almeno su quello che vorrei dargli stasera. Letteralmente ironia (da eirōneía, “dissimulazione”) indica uno stravolgimento del significato delle parole. Si riferisce cioè all’uso delle parole per dire altra cosa, a volte quella contraria, rispetto a quanto dovrebbero significare. È un uso ambiguo, e infatti può essere sfruttato anche per ingannare. Ma, a prescindere dalla bontà o meno delle intenzioni, sganciare le parole dal vincolo obbligato con le cose significa moltiplicare all’infinito le nostre possibilità Letto in positivo, e saltando tutta una serie di passaggi, questo atteggiamento consiste quindi nell’essere seri, ma senza prendersi troppo sul serio. Posizionarsi un po’ fuori della realtà, creando uno spazio ove far interagire ciò che è con ciò che vorremmo fosse, ma mantenendo ferma la coscienza che la realtà è quella. Non a caso l’autore di assoluto riferimento di Calvino è l’Ariosto.

Si impone un’altra precisazione. L’ironia intesa come capacità di distacco non comporta un rifiuto degli altri. Presuppone anzi un’attitudine benevola nei loro confronti: dà credito agli altri quantomeno di essere in grado di capirla. Per questo non va confusa col sarcasmo. Nel sarcasmo non c’è leggerezza, perché esso nasce dal disprezzo, non mira a correggere e addirittura nemmeno chiede di essere compreso, parte anzi dalla certezza di non esserlo. Non che il disprezzo non sia lecito: ma, come diceva Chateaubriand, sono talmente tanti quelli che lo meritano che andrebbe distribuito con estrema parsimonia. Per limitarci alla letteratura, la leggerezza non è provocazione, almeno come quest’ultima è intesa nella maggior parte dei casi dalle avanguardie, ovvero come una forma di sarcasmo, spesso arrogante. Alla letteratura, e alla poesia in particolare, la provocazione è già intrinseca nel momento stesso in cui chiama ad una attenzione diversa sulla realtà. Non è necessario caricarla di un surplus di aggressività, che la rende solo pesante, oltre che effimera. Per questo si leggono oggi persino le poesie di Carducci (altro insospettabile, quanto a leggerezza) e non quelle di Licini, e si continuerà in futuro a leggere le poesie di Caproni o di Vittorio Sereni, mentre saranno giustamente dimenticate quelle di Sanguineti o di Balestrini.

La leggerezza è, finalmente, gioco. Crea una sfera autonoma e può compiutamente dispiegarsi solo all’interno di essa. È una ricostruzione del mondo operata con i limitati materiali che il mondo ci offre ma attraverso l’illimitata arte combinatoria della nostra immaginazione. Tutta la cultura umana è in fondo gioco, ma la letteratura ne è a mio avviso (e anche a quello di Calvino) il campo simbolicamente più significativo. Il gioco non è illusione, ma anzi, assoluta consapevolezza. La sua sfera trascende la saggezza, ma non sconfina nella follia. Sta in mezzo. In essa valgono regole dettate da noi e una visione della realtà che siamo noi a scegliere come terreno. Quindi, una volta in campo, abbiamo più che mai il dovere di fare sul serio. Il gioco deve essere libero, disinteressato e ordinato. Si potrebbe aggiungere “esclusivo”, ma anche questo è un tema scottante, che necessita di una trattazione a parte.

Di conseguenza, per quanto possa sembrare paradossale, credo che la leggerezza passi anche attraverso una certa ritualità, quando questa non si riduce a esibizione cerimoniale. È piuttosto l’irritualità a tradursi sovente in puro spettacolo, in espediente per l’esibizione. Parlo della ritualità intrinseca a certi atti quotidiani, o a certe formule nelle relazioni interpersonali, che si spoglia di tutta la pesantezza formale quando non è fingere in vita ciò che è morto da tempo. Apparecchiare la tavola, per fare un esempio peregrino, anche quando si viva in totale solitudine, oppure l’uso della terza persona quando il livello superficiale della confidenza lo richieda, sono forme di ritualità che possono essere ricondotte a quelle regole di rispetto, di sé, degli altri, del mondo, che Manzoni applicava alla letteratura. Forme che non gravano sul vivere, e sullo scrivere, ma anzi lo alleggeriscono, fornendo dei punti fermi sui quali poggiare i piedi per procedere in sicurezza. I bambini amano sentirsi raccontare sempre la stessa favola, possibilmente con le stesse parole. Vogliono ritrovare ciò che si aspettano, perché questo li rassicura.

La letteratura in fondo fa proprio ciò, racconta sempre la stessa favola, solo lo fa con parole e protagonisti diversi: il che è già più che sufficiente a sorprenderci e a spiazzarci. Ma perché questo spiazzamento abbia un senso, e non spinga solo ad una rassegnata disperazione, è necessario che dalle pagine di un libro giungano indizi che costringano e aiutino ad ingegnarci per trovare la rassicurante intima connessione delle cose: e questi indizi devono stare sotto le pietre-parole, e queste devono essere sufficientemente leggere da poter essere sollevate. E disposte in maniera tale da lasciarci intuire un percorso.

Questa è per me la leggerezza.

Post scriptum. Ho interrotto per qualche minuto la trascrizione a memoria di questa conversazione per uscire a comprare le sigarette. Nel breve percorso sino alla tabaccheria ho incontrato giovani sudamericani dalle incerte occupazioni, i vicini di casa cinesi, il gruppo di anziani o di sfaccendati che si parcheggia regolarmente davanti al bar dell’angolo, due studenti in magno, oltre alle vecchiette che uscivano dal minimarket con le borse della spesa. Non ho potuto fare a meno di chiedermi che cosa potrebbero significare per loro queste parole. Ad esempio, la parola futuro. Al di là delle normali differenze comportate dall’età e dalle diverse collocazioni sociali, che bene o male potrebbero essere immaginabili in una società omogenea, qui si danno delle distanze siderali, che annullano ogni comune significanza dei termini. Le parole che hanno lastricato il cammino della nostra civiltà rischiano di diventare a breve solo le sue pietre tombali.

 

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Di spalle e con lo zaino

di Paolo Repetto, 2015 e e l’Album “A spasso con Pietro“ 

Ogni volta che salgo il Tobbio trovo un pezzo di Pietro Jannon. Non ossa o brandelli di equipaggiamento, ché purtroppo non è morto dove gli sarebbe piaciuto, ma spezzoni di memoria, fotogrammi di sentieri percorsi assieme. È capitato anche ieri, quando a metà percorso mia figlia, senza nemmeno allungare troppo, mi ha lasciato ad ammirarne le spalle e il passo deciso e a meditare mesto sul trascorrere del tempo. Ero chiaramente orgoglioso di lei, ma non nascondo che ero anche un po’ avvilito, sia pure considerando il mezzo secolo che ci separa.

È proprio lì che all’improvviso, per una qualche recondita associazione d’idee, certamente non giustificata dal cielo terso e dal sole tiepido, mi sono rivisto salire nella nebbia di un umidissimo novembre di trent’anni fa.

Negli anni eroici del CAI ovadese per un intero autunno ci ritrovammo ogni sabato, nel primo pomeriggio, al valico degli Eremiti, per trasferire in vetta sabbia, calce, cemento, taniche d’acqua, latte di impermeabilizzante per il tetto del rifugio. Ciascuno si caricava in base alle sue forze e alla sua buona volontà: qualcuno aveva anche in più una motivazione “sportiva”. Come sempre, tra me e Pietro si era ingaggiata una tacita gara: caricavamo lo zaino con una latta ed un sacchetto di sabbia, per un peso dai trenta ai trentacinque chili. Pietro però aveva scovato per l’occasione delle staffe di ferro, che non si capiva bene a cosa potessero servire e che in effetti poi non servirono a nulla, ma facevano comunque zavorra e fugavano ogni dubbio su chi portasse il carico maggiore. Si partiva in una lunga colonna, che dopo dieci minuti era già sgranata, e si saliva per il versante orientale, la via “classica”. Tutti, ma non Pietro. Non ho mai capito che percorso seguisse. Riusciva sempre a rimanere in coda e dopo i primi trecento metri era scomparso. Non credo intendesse accorciare, perché con trenta chili sulle spalle la direttissima è altamente sconsigliata, e comunque in genere arrivava contemporaneamente a noi. Solo, faceva un’altra strada.

Ecco, quando prima ho parlato di sentieri percorsi assieme mi sono allargato un po’ troppo. Potevi percorrere lo stesso sentiero, raggiungere lo stesso rifugio, ma non eri mai completamente “assieme” a Jannon. Diciamo che manteneva le distanze, e non solo in senso metaforico. Senza alcuno snobismo, per carità: ma aveva bisogno di uno spazio suo. Possibilmente tanto.

Come camminatore, Pietro mi pativa. Non fisicamente, perché era due volte più forte di me, ma perché io avevo capito certe sue manie, certi suoi punti scoperti, e mi divertivo a spiazzarlo, a scombinargli i programmi, a stargli sul collo, ciò che lo costringeva a dimostrare qualcosa anche quando non aveva granché voglia e non era il caso: e dal momento che il gioco lo conducevo io, a volte si imponeva degli sforzi inutili. Credo che per certi versi fosse persino un po’ in soggezione.

Fino a quel giorno, quando, deposto il carico e cambiata la maglietta fradicia, ho buttato lì: Quasi quasi, torno giù di corsa e faccio un altro viaggio. Gli altri mi hanno mandato giustamente a stendere, ma Pietro no. Si è rimesso la camicia a quadri e senza battere ciglio mi ha fregato: Dai, che se ci muoviamo siamo nuovamente qui prima di notte.

In effetti è andata così. Per stargli dietro quella volta ho dovuto mordere le rocce, perché davvero a metà salita non ne avevo più. Una volta in cima, dove per fortuna ci attendeva la stufa ancora accesa, ci siamo seduti uno di fronte all’altro, aspettando che arrivassero anche le nostre anime. Poi lui ha alzato gli occhi, mi ha guardato serio ed ha sbottato: Dì, ma noi due, saremo furbi?

Credo di aver riso per cinque minuti di seguito senza potermi trattenere, tanto ero stanco: e anche lui era scoppiato in una risata liberatoria. L’ho visto ridere così poche altre volte, e devo dire che rideva bene (io bado molto a queste cose: c’è gente che non sa nemmeno ridere).

E adesso capisco anche l’associazione d’idee. Io in fondo Pietro lo ricordo così: di spalle e con lo zaino. Mi pare giusto, perché tutti lo abbiamo sempre visto così, e non solo mentre salivamo Tobbio, ma anche quando lo incrociavamo al Posta, in libreria o al mercatino. C’era immancabilmente un impegno che lo chiamava da un’altra parte, una cornice, un libro, un pezzo di lamiera raccattato per strada che urgeva di essere portato altrove.

Mi manca, Pietro. Ci sono persone che toccano la tua vita apparentemente solo di striscio, camminano ai suoi margini: però ti ci abitui, sono un riferimento, sai che se ti giri le trovi là. Anche se nel suo caso magari sarebbe meglio dire “sono appena passate di là”. Era quello che ti suggerivano le tracce improvvise nella neve fresca, lungo il sentiero degli Eremiti, quando pensavi di essere il primo: o gli amici che lo avevano incontrato un attimo fa in via San Paolo, o la sera precedente al CAI. Poco alla volta questa inafferrabilità era entrata nella sua leggenda, insieme alle sue manie e ad un fisico e un carattere egualmente rocciosi. Per un certo periodo, quando lo conoscevo meno, ho anche pensato che la coltivasse volutamente. Invece era timidezza genuina, o se si vuole amore della solitudine.

Ci si vedeva raramente: per le mostre, per qualche ascensione, per un trekking. Non mi andava di disturbare la sua riservatezza, probabilmente perché il mio riferimento era proprio quello. Non ero mai io a cercarlo. Però sapevo che c’era, con tutte le sue stranezze, eppure solido, affidabile. Forse un po’ lo invidiavo, in positivo. Mi piaceva l’idea che qualcuno sapesse vivere come viveva lui, pur rimanendo consapevole che quello non era il mio stile. Pietro era una delle proiezioni nelle quali ambientavo le mie vite parallele. Probabilmente l’ho anche un po’ coltivato, come personaggio, e sono sicuro che non gli spiacesse quando epicizzavo le sue avventure. Anzi, qui era lui a condurre il gioco, e al ritorno dai suoi viaggi, quando mi telefonava o ci incontravamo in sede, mi buttava lì dei trailers risicatissimi del futuro racconto, che rimandava immancabilmente alla serata delle diapositive. Naturalmente le serate poi non c’erano, perché doveva scegliere tra diecimila scatti per ogni viaggio, e io sono rimasto con frammenti di tête à tête con orsi grizzly, di discese dello Yukon in canoa e di ponti sospesi nelle Ande mai legati in una narrazione coerente.

Ciò che però ci ha avvicinato maggiormente, all’inizio, era il suo lavoro artistico. Per quella che è la mia concezione dell’arte Pietro era un artista vero.

Era geloso delle sue opere. Le mostrava con riluttanza, e se ne staccava ancor più a malincuore. Salvo poi regalarti qualcosa per cui avevi manifestato un interesse particolare, quando sapeva che quell’opera sarebbe andata a vivere bene. Sarà una concezione minimalista, ma è una concezione genuina, così come minimalista e genuino era anche l’approccio materico e segnico di Pietro. Pochi segni, ridotti all’osso, e quindi tanto più significativi ed evidenti. Ho alcune creazioni sue che non scambierei con un Van Gogh, e noto che tutti coloro che le vedono per la prima volta ne rimangono incantati. Non ci sono messaggi nelle sue opere: ci sono delle semplici constatazioni, ma tanto immediate ed evidenti che ti chiedi come hai fatto a non renderti conto prima. Sul piano dell’arte, anziché patirmi, mi cercava invariabilmente. Era sorpreso da quello che vedevo in quadri che teneva ben riposti nel suo studio, nascosti dietro cumuli di tele e compensati e cornici, e che riuscivo ad ammirare solo perché mi infischiavo tranquillamente dei suoi “meglio di no, è roba vecchia”. Li riprendeva, li rigirava e rimirava, poi diceva: “però, magari ritoccando, aggiungendo …”: ma era ben felice quando gli intimavo di non azzardarsi a rimetterci mano. Dopo aver letto la prima presentazione che avevo scritto per una sua mostra mi telefonò la sera e disse semplicemente: “Io … grazie!” Non mi lasciò nemmeno il tempo di rispondergli: prego.

Avrei voluto fosse con noi, ieri. Avrebbe sorriso divertito, a vedermi in affanno dietro Elisa. E poi lo avrebbe raccontato, solo a quelli giusti: “Vedessi la figlia di Paolo. Ci ha mollati a metà salita”. E sarebbe stato orgoglioso, come se la figlia fosse sua.

 

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Giorni ariosi e vicoli oscuri

di Paolo Repetto, 2015 (Postfazione alla raccolta poetica “Sono nato una sera di Novembre”, di Tonino Repetto)

Un paese ci vuole. Non fosse altro per l’emozione di tornarci. Anche solo con la memoria, anzi, meglio solo con la memoria, se lo si vuole ritrovare.

Io non potrei scrivere poesie sul mio paese. Ho continuato a viverci dopo aver smesso da un pezzo di viverlo. L’ho visto dapprima lentamente trasformarsi, esplodere nell’ultimo quarto del secolo scorso e infine riaddormentarsi, ma di un sonno che somiglia molto al coma. Vivere dentro il cambiamento ha reso impraticabile la memoria: ha fatto sì che il passato si smarrisse nel presente. La poesia se n’è andata. Se voglio ritrovare qualche immagine devo scendere a valle: a San Giovanni riconosco ancora tutti, nelle foto sulle lapidi.

Per Tonino è diverso. Lerma è stata per lui ciò che Santo Stefano era per Pavese. L’ha vissuta nell’incanto infantile, l’ha sognata per lunghi inverni e l’ha ogni volta ritrovata nelle altrettanto lunghe estati dell’adolescenza. Ha gustato i profumi e i colori dei prati e delle vigne, cercato le penombre meridiane dei vicoli e dei boschi, goduto il refrigerio delle acque del Piota. L’ha colta in freddolosi flash invernali, in bianco e nero, sommersa dalla neve, comignoli fumanti e novena natalizia. L’ha disertata giusto in tempo per non vederla sparire.

I ricordi non sono diventati cartoline: anche quando si confondono con le illustrazioni del primo libro di lettura, o con le locandine dei film, rimangono impressioni. Nessuna edulcorazione, nessun ritocco. Niente pulcini pasquali, e nemmeno panorami in grandangolo dal belvedere. Sono dissolvenze appese alla memoria per un rumore di ruote sul selciato (o per un silenzio), per una luce che il vento fa filtrare tra le tende (o per un’ombra), per una panchina o per i pioli di una scala. Appena richiamate evocano Lerma, ma, e questo è il miracolo della poesia, non è già più la Lerma di Tonino: è anche la mia, la riconosco, finalmente.

E mi sorprendo. Mi sorprende soprattutto tornarci in corriera. Sulla corriera sono salito per otto anni, per nove mesi l’anno, alle sette meno un quarto del mattino. Mi risputava sulla piazza alle tre del pomeriggio, stanco, stravolto, nero dalla fame. L’avevo completamente rimossa. Per me viaggiare in corriera coincideva col tempo della scuola, con la necessità di lasciarlo, il paese, per entrare ogni giorno in un mondo estraneo, opprimente e incolore.

Per Tonino la corriera era invece il ritorno: già da Ovada, le vallate aperte dopo gli orridi e le gallerie dell’Appennino, e poi, passato Piota, la salita, le ultime tre curve già in piedi, a raccattar bagagli, il clacson prima della svolta finale, le mura del castello, la chiesa, la piazzetta, il ciapùn. Era il mezzo per viaggiare a ritroso nel tempo. Non solo: era il veicolo delle novità, ed egli stesso ad ogni ritorno era la novità.

Mi ero scordato il suono di quel clacson. Oggi i pullman non suonano più: non c’è più nulla da annunciare. Invece lo risento, e sono io quel viaggiatore in piedi che vede le galline e la scritta W BARTALI sul muro, e dice: “Che bello!” Caspita, avevo dimenticato anche la scritta, e persino le galline.

Perché per affinare i sensi e preservare la memoria ci vuole anche una città. Un luogo dal quale tornare. Meglio se esclusa allo sguardo da una corona di monti, ma rivelata di notte dal bagliore che riverbera sulle nubi, da una linea di luce soffusa che disegna a sud le creste. Chi rimane al paese può così immaginarla, trasferirci i suoi sogni: chi vi abita sa invece che il sogno lo ha lasciato alle spalle, e che Genova è il mondo. Aver chiara questa distinzione, affrontare, e magari periodicamente ripetere, il rito di passaggio, consente di staccarsi dall’infanzia senza perderla, riporla nel cassetto giusto, dal quale può essere ripescata intatta a distanza di tempo, come accade a Tonino. Significa prendere consapevolezza del mito, anziché continuare a viverci dentro, e rimanergli fedeli pur nella coscienza di vivere altrove. Nel mondo.

Quel mondo, la Genova di Tonino, è ancor meno cartolina della sua Lerma. La città è vista attraverso i vetri di finestre, finestrini di tram, lucernari, rigati da gocce di pioggia, nei crepuscoli o alla luce gialla dei lampioni: non ci sono né il Righi né la Lanterna, e neppure il porto. Non arriva mai il rumore del mare a stringerci il cuore. È soprattutto una città di interni: mura discrete di appartamenti, androni, scale, cinema “Cristallo”…. O quelle umide dei vicoli.

La claustrofilia di queste immagini non mi ha sorpreso, ma non l’ho letta come un contrappunto in negativo alle solarità lermesi. Certo, i viottoli che riescono alla cima dei poggi, a cieli azzurri o al fiume, lasciano il posto alle ombre crepuscolari dei vicoli, i vecchi seduti immobili contro il sole ai passanti frettolosi sotto la pioggia, il bianco della polvere o della neve alle brume e alle luci fioche delle auto e delle lampadine domestiche. Ma immagino che per un ragazzino di recente immigrazione Genova non potesse essere che così, non potesse che esercitare un fascino misterioso e diverso: attrarre e respingere al tempo stesso, indurre a cercare rifugio in casa e a coltivare sogni sui manifesti dei film, ma con l’orecchio curioso al fuori, ai passi sul marciapiede, all’ascensore che sale, al brusìo incessante del traffico. È Genova prima della sua scoperta.

Questa la città che Tonino ha riposto nel cassetto adiacente a quello lermese, prima ancora di uscire per strada e di incontrare il mondo, e di sapere che anche di lì si sarebbe allontanato. Una città autunnale, grigia e piovosa, vissuta in malinconia e solitudine; eppure squarci di sole rivelano dalla terrazza le torri, i campanili e i reticoli che attizzano la fantasia. Una promessa per la prossima primavera.

Nel buio di quei cassetti le sensazioni si sono conservate nitide, e Tonino può rievocarle senza il pericolo che virino in seppia. È il miracolo della poesia, dicevo. In realtà la poesia non è un miracolo: non scende dal cielo come la Pentecoste. È frutto di sensibilità, certamente, ma anche e soprattutto di educazione della parola e nei confronti della parola. Nasce dal non detto, più che da ciò che si dice: dall’umiltà di lasciare che siano le cose a parlare, nel loro linguaggio semplice, senza cacciare loro in bocca significati che le soffocano. Il miracolo semmai lo compie (ed è poesia, appunto, solo quando lo compie) se quelle cose, quelle immagini, quei suoni ti riescono immediatamente famigliari, che tu abbia vissuto o meno a Lerma, o a Genova, perché in qualche modo le hai comunque desiderate e sognate, e continui a rimpiangerle. Lo compie se ti porta a salire, come fanno i versi di Tonino, sulla corriera del tempo.

 

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Sulle ali della libertà

Taccuini di viaggio: Bolivia e Cile (2015)

di Stefano Gandolfi, Sudamerica, Bolivia e Cile, settembre 2015

Sulle ali della libertà copertinaHo pensato di titolare così la narrazione del viaggio in Bolivia e Cile, e so che si tratta di una scelta un po’ temeraria, perché esprime un enorme contrasto fra situazioni spirituali ed emotive personali e condizioni materiali che sono agli antipodi del concetto di libertà. Da una parte abbiamo meravigliose situazioni ambientali, paesaggistiche, panorami e spazi immensi riempiti di vuoto, di nulla, di aria, silenzio, vento, sabbia e montagne, distese di sale grandi come intere nostre regioni, lagune colorate talmente irreali da poter far pensare di essere su un altro pianeta, voli di fenicotteri ad alta quota sullo sfondo di montagne andine di 6000 metri di quota, tutte condizioni che danno immenso impulso ad un anelito di libertà spirituale e fisica; dall’altra parliamo di paesi abitati da popolazioni che nei secoli scorsi, e talune ancora adesso, non hanno mai potuto assaporare quella libertà che noi andiamo a cercare a casa loro; popoli che, come in Bolivia, detengono il record mondiale del numero di colpi di stato (più di 200…), popoli che in tempi recenti, come in Cile, hanno vissuto la tragedia della dittatura del generale Pinochet e che appena da poco tentano di risollevarsi dal passato.

Popoli poveri, laddove anche la povertà è un ostacolo alla libertà se è di tale misura da non permettere a una persona di sfamare sé e la propria famiglia e di fare progetti sulla propria vita. Eppure, paradossalmente, anche a causa di questo enorme contrasto, noi turisti e viaggiatori europei percepiamo ancora di più quella sensazione che da noi tante volte non riusciamo a vivere, pur avendone molte più possibilità di loro! Non assaporiamo più la libertà perché siamo stressati e oberati dal lavoro, siamo imprigionati in una ragnatela di impegni professionali, familiari, sociali, economici, e tutto ciò ci fa pensare di non poter godere e usufruire come vorremmo di quanto ci offre il nostro mondo, per giunta con tutti i problemi, peraltro anche seri, che stiamo vivendo in questo periodo storico.

Sulle ali della libertà (4)

Lungo le strade della Bolivia, fra Potosì e Uyuni: una famiglia ci osserva mentre la fotografiamo dalla jeep: curiosità, rispetto, sguardi gravati dal peso della povertà e della precarietà della vita, ma allo stesso tempo rivelano dignità, rassegnazione ed accettazione del loro destino.

Sulle ali della libertà (5)

Bolivia, altopiano fra Sucre e Tarabuco, a circa 3000 metri di quota: Cristina è una donna quechua che vive da sola, con polli e maiali; intreccia braccialetti che vende ai rari turisti; nessuno sa la sua età perché non è mai stata registrata a un’anagrafe, forse ha più di 90 anni!

Sulle ali della libertà (6)

Grandi spazi in alta quota: Salar de Atacama, Cile, a circa 3500 metri di altitudine

Anche gli spazi ci stano stretti: il nostro paese antropizzato, densamente popolato, anche quando magari andiamo in montagna o a contatto con la natura ci sembra spesso troppo poco conservato nella sua integrità naturale e privo di quella “wilderness” che appare sempre di più imprescindibile nella nostra esigenza di staccare dalla vita civilizzata. Ed ecco allora che i grandi spazi del Sudamerica appaiono di una magia senza uguali. Noi lo abbiamo vissuto in Patagonia, un grande contenitore pieno di nulla, solo di aria, vento e cielo; lo abbiamo sperimentato sui grandi altipiani tibetani, nelle incredibili dimensioni delle montagne himalayane, e quando siamo finalmente atterrati in Bolivia, e poi via terra passati in Cile nel deserto di Atacama, ci è sembrato di poter finalmente realizzare questo irrefrenabile impulso di perderci nell’immenso nulla di questi altipiani ad altissima quota. Ovviamente con tutto il rispetto e la sensibilità per le condizioni di vita della gente del luogo che, verrebbe di dire se non fosse il solito, abusato luogo comune, nonostante la durezza della sua condizione riesce sempre ad essere ospitale e cordiale, in Sudamerica come in qualunque altra parte del mondo.

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Grandi spazi ad alta quota: un fenicottero si specchia nelle lagune salate del Salar de Atacama, Cile

Abbiamo avuto anche la possibilità, stante la vicinanza al cielo degli altipiani boliviani, di inserire in un viaggio sostanzialmente turistico una bellissima salita in cima a un vulcano di 6000 metri; una salita escursionistica e non alpinistica, senza difficoltà al di fuori di quelle correlate all’alta quota e all’ipossia, ma comunque un’altra grande esperienza portata a casa col ricordo degli incredibili panorami delle Ande.

Abbiamo toccato con mano anche le differenze esistenti fra popoli vicini e confinanti, come al passaggio di frontiera fra le due nazioni, con la immediata evidenza di come la società cilena sia nettamente più vicina rispetto a quella boliviana al mondo europeo. In Bolivia è evidente la distanza siderale che ancora ci divide, ma non sempre in senso negativo per loro: per esempio, fra i tanti aneddoti che potremmo raccontare, si può ricordare volentieri la ampissima diffusione del free wi-fi in qualsiasi bar, ristorantino, bettola anche nei posti più remoti, cosa che da noi nemmeno ci sogniamo e nei rari casi sia disponibile quasi sempre lo è a pagamento.

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un confine tra Bolivia e Cile

Sulle ali della libertà (9)

Wi-Fi a 4000 m. in mezzo al nulla

Più che cercare di raccontare a parole la bellezza dei posti visitati, sperando che le fotografie possano farlo meglio, mi piace appunto raccontare un po’ di aneddoti che possono dire tante cose in poche parole. Per esempio un altro fatto che ci ha lasciato stupiti è l’assoluta mancanza di informazione su molte cose che succedono nel mondo occidentale; per esempio, quando raccontavamo dell’ ISIS e di tutte le tragiche vicende correlate, nessuno riusciva a capire di cosa stavamo parlando … Certo, loro avrebbero potuto raccontare a noi tantissimi dettagli su Pinochet, Videla, Stroessner, e poi di Evo Morales, di Hugo Chavez, dei narcotrafficanti … e tutto ciò basta e avanza per capire che se noi abbiamo dei problemi, loro ne hanno altri, sicuramente anche peggiori!

Sulle ali della libertà (10)

Bolivia, fra Sucre e Potosì: un pastore mostra orgoglioso i suoi gioielli

Parlando di libertà ci si accorge di quanto sia vicina la distanza fra paradiso e inferno. Quando siamo arrivati a Potosì, una città di 150.000 anime a oltre 4000 metri di altitudine, volevamo visitare le miniere di Cerro Rico, dove una volta si estraeva pregiatissimo argento esportato in tutto il mondo; ora l’argento è marginale, soppiantato dallo stagno e attualmente da zinco e piombo. Questa visita è stata una delle esperienze più impressionanti, una vera e propria discesa all’inferno, seppure a 4200 metri di altitudine, nelle viscere di una montagna dove si raggiungono i 46° gradi di temperatura nelle parti più profonde, si inalano gas tossici, agenti chimici nocivi, bisogna stare sempre attenti a non toccare le pareti incrostate di arsenico, a non scivolare nel fango che tappezza gli stretti camminamenti e non bisogna soffrire di claustrofobia, oltre a cercare di non andare in affanno per la sensazione psicologica ma anche reale di mancanza di ossigeno.

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Bolivia, Potosi: la venditrice di foglie di coca, acquavite e dinamite nella sua minuscola bottega, punto di sosta obbligato prima dell’ingresso nella miniera di Cerro Rico

Non è una gita turistica, e lo si capisce fin da fuori, quando gli operai della cooperativa ti fanno vestire con le loro tute, sporche e lacere, con i loro stivali di gomma puzzolenti, ti fanno indossare i loro caschi metallici, pesantissimi e scomodi, ti mettono sulla schiena una batteria per alimentare le lampade frontali che sbilanciano ancora di più il casco; poi si attraversano le strade della città alta così abbigliati, si entra in un negozietto di 3 metri x 3 gestito da una vecchina di età indecifrabile, sicuramente con più anni che denti in bocca, con la schiena curva tanto quanto la strada ripidissima che porta alle miniere, e con assoluta naturalezza si comprano come di consuetudine dei regali da portare ai minatori che lavorano dentro. Vi chiedete cosa si regala ai minatori? semplice: 5-6 candelotti di dinamite, un pacco di nitrato di ammonio come detonante per la miscela esplosiva, una bottiglia di tossicissima acquavite da 70° fatta in casa e un pacco da 1 kg di foglie di coca; con tutta questa roba in mano si sale su una jeep, si raggiunge l’ingresso della miniera e ognuno di noi lascia il suo regalo al primo minatore che incontra. Sono tutti giovani, anche di 13-14 anni, non è una miniera per vecchi, anche perché muoiono quasi tutti a 30-40 anni per silicosi polmonare. All’ingresso, in una nicchia nella parete, ci si imbatte in una inquietante statua ad altezza naturale di un demone, che loro chiamano “zio”, al quale si rivolgono per invocare protezione e benevolenza. Per ingraziarselo gli si infilano una sigaretta accesa in bocca e spargono un po’ di alcol e di foglie di coca per terra; se la sigaretta si consuma tutta, anche per questo giorno sono stati fortunati e sopravvivono fino a domani. Poi, nelle viscere dell’inferno, si accendono una sigaretta e se la fumano mentre martellano la parete della montagna per infilarvi dentro un candelotto di dinamite e la sua miccia, con buona pace per la nostra legge 626 sulla sicurezza sul posto di lavoro. Incredibilmente siamo usciti incolumi a rivedere il sole e il cielo delle Ande, e abbiamo pensato che l’alcol e le foglie di coca per questa gente sono un dono inestimabile per sopravvivere fino al giorno successivo.

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Bolivia, Potosì: nelle viscere delle miniere di Cerro Rico, a oltre 4200 metri di altitudine. Questo giovane minatore si chiama Cristian, all’epoca aveva 15 anni, è un vero eroe moderno, fiero e inconsapevole della breve durata della sua vita in quell’ inferno.

A colazione, la mattina dopo, abbondante infuso a base di foglie di coca, per combattere l’altitudine e i sensi di colpa al ricordo della miniera, e dopo una lunga traversata nel deserto un’altra città a 3700 metri di quota, Uyuni, che dà il nome al più famoso deserto salato del mondo, il salar de Uyuni. E prima di entrare nelle sue strade desolate, in un atmosfera da film di fantascienza apocalittico, genere post-atomico, ci siamo persi per due ore in un labirinto di locomotive, vecchi vagoni arrugginiti e abbandonati su binari che non portano più da nessuna parte se non a morire in mezzo al deserto: per chi ama il genere, e io lo amo moltissimo, si poteva immaginare di essere a fianco di Mel Gibson a combattere per la sopravvivenza nella saga di Mad Max; ma tutto questo era semplicemente il cimitero dei treni di Uyuni, ricordo di un tempo in cui si fabbricavano locomotive a vapore e vagoni che a un certo momento non servivano più, perché i continui terremoti delle Ande hanno completamente distrutto gli esili ponti e le infrastrutture che sorreggevano le strade ferrate, senza che ci fossero i soldi per ricostruirle. Con questo i boliviani persero l’ultima possibilità di avere (seppure con cospicui dazi doganali da versare ai cileni) un accesso ai porto di Antofagasta sull’oceano Pacifico, dopo che i cileni stessi lo avevano annesso con tutta la sua provincia, l’unica provincia affacciata sul mare e quindi di importanza vitale per l’economia boliviana. Fu una guerra durata cinque anni ma in realtà conclusasi in un unico giorno, il primo, il giorno di carnevale: e anche questo aneddoto, ammesso che sia vero, esprime tanto del carattere di questa gente, pacifica, un po’ indolente, rassegnata, ma anche capace di fare ironia su se stessa: perché la nostra guida di Sucre, per giustificare il fatto che non avevano opposto resistenza ai cileni il giorno dell’invasione, raccontava che dalla capitale, in risposta al disperato dispaccio proveniente dalla costa, avevano detto che per quel giorno non si poteva fare nulla perché era carnevale, la gente festeggiava e se mai se ne sarebbe riparlato il giorno dopo … quando tutto il danno però era già stato fatto: e addio sbocco al mare!

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Uyuni, 3600m. Augusta su una rudimentale altalena nello scenario post-atomico del cimitero delle locomotive, in un deserto tormentato dal silenzio assordante del vento

Altri ricordi indelebili: il Salar de Uyuni. Una distesa di sale di 12.000 kmq, come metà del Piemonte, a 3650 metri di quota. 10 miliardi di tonnellate di sale di litio, boro, potassio e magnesio. Abbacinante, irreale, non si può credere di correre con il fuoristrada per ore sul sale, duro, solido, a zolle, ma te ne accorgi subito, cosa vuol dire sale puro a quella quota, quando ti togli gli occhiali da sole e rimani accecato all’istante; come se fossi sui ghiacciai himalayani, ma lo sguardo può solo variare fra il bianco del sale e l’azzurro del cielo, e non si è più sicuri di niente, fra distanze completamente falsate e un orizzonte che a ogni istante sembra allontanarsi, deformarsi e svanire nel nulla. E quando alla sera entri in albergo e hai una sensazione strana, e ti chiedi di cosa è fatto l’albergo, beh, la risposta è semplice: è fatto di sale, costruito quasi completamente con solidissimi blocchi di sale… poi ci sono gli infissi, le finestre, i tavoli, le poltrone, ma tutto appoggiato sul sale vivo. Un albergo unico al mondo.

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Bolivia, Salar de Uyuni, 3650 metri: storditi dalla luce, immersi in un paesaggio surreale, fra realtà e miraggio

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E quando il giorno dopo si viaggia di nuovo sulle piste sabbiose (percorse poche settimane prima dagli equipaggi della Dakar) per arrivare alle lagune colorate, e si vedono le montagne sulle sfondo, montagne di 5000 metri, e si vedono chiazze bianche alle loro pendici, non bisogna chiedersi che cos’è quel bianco, perché non è ghiaccio, ma ancora sale, affioramenti di sale originati dall’evaporazione di un vecchio, gigantesco e profondissimo lago preistorico.

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Bolivia, dal Salar de Uyuni verso l’ Hotel Tayka del Deserto, 4523 metri, lungo le piste del rally Dakar. Una vigogna appare all’ improvviso: si ferma a guardarci o a meditare sulla direzione da prendere?

E poi parliamo della Laguna Colorada, un grande lago a 4200 metri, dove il rosso delle alghe e del plancton si riflette sul bianco del deposito di sodio, borace e gesso. E dove i fenicotteri di alta quota si sono adattati a vivere in un ambiente marziano, nel quale ogni logica depone contro la sopravvivenza, eppure si sopravvive e si vive ostinatamente e meravigliosamente; e poi la Laguna Verde a 4400 metri, dove i colori sono solo da fotografare perché derivano dallo zolfo, dall’ arsenico, e dal piombo, non un bel posto da farci un bagno, ammesso che uno ne abbia voglia, con venti a 70 km orari che congelano anche le dita che schiacciano il tasto dell’otturatore sulla reflex.

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Bolivia, Laguna Colorada

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Bolivia, Laguna Verde

In mezzo a tutto questo la salita a un vulcano isolato di 6020 metri, una delle tante vette altissime della Cordillera, in fondo a una valle dove vive il puma delle Ande, rarissimo; noi non lo abbiamo visto ma abbiamo camminato sulle sue orme, mentre lui sicuramente vedeva noi, appostato sulle alture rocciose di questa steppa desolata, in agguato per cacciare qualche preda, magari non un umano, troppo grosso e strano, sicuramente qualche lama o una tenera vigogna.

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Bolivia: oltre il paesino di Quetena Chico, ultimo avamposto umano ad altissima quota, a 4700 metri sulla steppa arida e ventosa della piana alle pendici del vulcano Uturuncu (sullo sfondo, 6008 metri s.l.m.), salito il giorno precedente. Poco lontano da lì l’emozione dell’avvistamento delle orme del rarissimo puma delle Ande, che ben nascosto sulle alture circostanti ci guardava con curiosità

La salita al vulcano Uturuncu realizzata in una sola giornata, è quasi incredibile, ma sulle Ande è realizzabile ciò che in Himalaya sarebbe impensabile: abbiamo passato una gelida notte in due desolate camerette di una piccola pensione in uno sperduto avamposto della civiltà a 4250 metri, il paesino di Quetena Chico, che sembra uscito dalla sceneggiatura di uno spaghetti- western, con le strade deserte battute dal vento, pochi bambini che escono dalla scuola e giocano nel nulla in mezzo alla polvere della steppa, una numerosa popolazione di lama che spadroneggia nella piazza del paese occupando il suolo pubblico fra il municipio e la chiesetta, vecchi fuoristrada e pick-up decrepiti e arrugginiti; mancano solo i pistoleros che affidano le anime a Dio e la musica di Morricone, in compenso se fai tre passi cominci a boccheggiare come un enfisematoso per la quota e pensi che forse anche Clint Eastwood avrebbe potuto sbagliare la mira a causa della confusione mentale provocata dall’ ipossia (che Sergio Leone mi perdoni!).

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Bolivia, Quetena Chico, 4500 metri. Comitato di accoglienza davanti al Municipio. Mezzogiorno di sputi?

Sveglia alle 6.30, colazione alle 7 e subito sulle jeep, su una strada che attraversa una vasta zona acquitrinosa e poi sale progressivamente su una sterrata sempre più ripida e rovinata (una volta serviva ai minatori delle miniere di zolfo della montagna, non certo ai turisti) Si comincia a camminare da 5300 metri fino ai 6020 della vetta, in mezzo ad affioramenti di lava consolidata e di zolfo: sotto la cima finalmente si calpesta un po’ di ghiaccio, si beve the per scaldarsi dal vento tesissimo, e infine non c’è più da salire, si può tirare il fiato e commuoversi con i grandi spazi aperti sulle Ande, le lagune, il bellissimo vulcano Licancabur di fronte, a sud-ovest, al confine col Cile; orizzonti che fanno quasi male tanto sono senza fine e senza misura. Poi una folle, vertiginosa corsa su terriccio e ghiaia e quindi su un ripidissimo versante sabbioso che taglia perpendicolarmente tutto il versante affrontato in diagonale, con molta più saggezza, in salita; sembra di essere sulle dune del deserto del Namib ma nulla ormai appare strano quassù; la jeep è laggiù in fondo, si corre ancora come dei matti per raggiungerla e alle 4 del pomeriggio si è di ritorno in tempo per mangiare pastasciutta al ragù nel paesino che sembra essere stato costruito il giorno prima dalla manodopera di Cinecittà per accoglierci e per essere smontato il giorno dopo, alla nostra partenza!

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Cile, Atacama: la Valle della Luna

E poi il confine col Cile: si lasciano i Toyota Land Cruiser maestosi e infaticabili, si lasciano coperti di polvere e si sale su un elegante SUV della Nissan tirato a lucido, e si capisce subito che siamo in un altro mondo: l’autista ci guarda come se fossimo dei pezzenti provenienti dalla preistoria, certo siamo un po’ sporchi, sudati, impolverati e poco lavati (ma con quale acqua?!) e lui al confronto è un damerino e forse ha paura che gli sporchiamo i sedili e i tappetini! Si scende a rotta di collo perdendo 2000 metri di dislivello in mezzora, su una strada incredibilmente dritta senza neanche una curva per attenuare la pendenza e la velocità, e si entra a San Pedro de Atacama; si torna indietro nel tempo, sembra di essere in una comunità hippie degli anni ‘60, una discreta ma evidente atmosfera rilassata con sottofondo di spinelli, birre, musica reggae, divertimento, relax e suggestioni a cavallo fra la psichedelia di “Zabriskie point” e la west coast acida dei Greateful Dead. La vita per i giovani turisti nordamericani inizia pigramente a mezzogiorno, ma per chi non vuole perdersi le emozioni vere la sveglia è di notte, per andare a vedere i geyser del Tatyo a 4200 metri, avvolti da coperte di lana gettate sopra i piumini, con la folle tentazione di avvicinarsi ai getti di vapore per scaldarci un po’, chi crede che l’ inferno sia caldo non è mai passato da lassù… e poi ancora vertiginosamente giù nel deserto di Atacama, la Valle della Luna con dune di sabbia in continuo movimento modellate dal vento, e poi ancora le lagune salate con i fenicotteri che volano davanti alle montagne, irraggiungibili nel loro anelito per la libertà.

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Cile, geyser del Tatyo, 4200m: un piccolo soffio di vapore bollente, ma subito gelido nell’ alba in alta quota

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Cile, Atacama: la Valle della Luna

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Un albergo più confortevole, una pizza spettacolare con musica popolare dal vivo, vecchi dischi dei Rolling Stone e di Bob Marley, un tenore di vita che si avvicina molto di più a quello dell’Europa (magari quella meno ricca), sicuramente fra i più elevati in tutto il Sudamerica. Ce ne accorgiamo anche e soprattutto a Santiago de Chile, metropoli moderna a poche decine di chilometri dalle montagne ove in tre quarti d’ora si può andare a sciare e a camminare e scalare.

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Cile, Salar de Atacama, 2400 metri

Un paese dove c’è ancora equilibrio fra l’offerta lavorativa e una popolazione sufficientemente scarsa da non dover competere per le risorse economiche, almeno nella capitale, dove vive più di un terzo di tutta la popolazione cilena.

Anche qui però si percepisce la tensione dei ricordi ancora vivissimi del passato recente: arriviamo al pomeriggio del giorno dell’anniversario della morte di Salvador Allende e della presa del potere da parte del dittatore Pinochet; sono passati 42 anni ma la memoria è vivissima, ce ne accorgiamo quando chiediamo a un tassista di portarci in centro per una breve visita della città storica; per lui è un guadagno veloce, 4 turisti per 4-5 km di tragitto, ma si rifiuta di portarci, dice che è troppo pericoloso, perché in questo giorno a Santiago ci sono in piazza le due fazioni, i nostalgici di Allende e quelli di Pinochet, e tutti gli anni ci sono scontri anche violenti: mi spiace, ci ripete, ma non vi porto in centro, non è sicuro per voi, quasi ci chiede scusa ma è irremovibile; ci rassegniamo a un giro nel quartiere moderno, bellissimo, grattacieli arditi, dalle forme e dal design innovativi; c’è una luce bellissima al tramonto con il sole che incendia di rosso le Ande distanti poche decine di km ed che fanno da sfondo allo skyline dei grattacieli; tutto è tranquillo, quasi idilliaco, ma ci sono camionette della polizia e dell’esercito, in centro anche mezzi blindati in assetto da guerra; da queste parti non scherzano con la sicurezza, se ci sono tensioni e scontri si interviene subito con altrettanta violenza, anche perché nessuno si può permettere il lusso che il passato ritorni alla ribalta: tutto potrebbe precipitare in poche settimane e si scivolerebbe indietro di 40 anni. Noi vediamo la superficie della società cilena, poi c’è tutto il resto sommerso come un iceberg. Anche in albergo al rientro ci chiedono se abbiamo avuto problemi, e non per pura cortesia. Poi, alle tre di notte, in pulmino all’aeroporto, strade deserte, esercito e mezzi blindati ancora schierati, ci dicono che questa volta è filato tutto liscio, se ne riparlerà l’anno prossimo.

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Santiago de Chile: modernità, discreto benessere ma ancora forti tensioni sociali ai piedi delle Ande

Si torna col pensiero di un continente che non sa cosa sia l’ISIS e il terrorismo fondamentalista, ma conosce perfettamente tutta la storia recente di dittature sanguinose, di destra e di sinistra, tutte le formazioni dei clan di narcotrafficanti, le débâcle finanziarie di interi stati come l’Argentina o il Venezuela; però rimane il ricordo di uno stormo di fenicotteri che volava sul Salar de Atacama indifferente a tutti i nostri problemi, e di una struggente musica popolare che faceva volare in alto il suono dei flauti andini e le canzoni dei giorni di festa, di danze, di matrimoni, battesimi, funerali e di tutto ciò che è possibile inventarsi per festeggiare qualcosa, bere, masticare foglie di coca e dimenticare un passato e un presente pesanti come macigni; ma i fenicotteri volavano più in alto di tutte le miserie umane sulle ali della libertà, e non ci degnavano di uno sguardo.

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Grazie per la risposta. ✨

Lo stato dell’arte

di Paolo Repetto, marzo 2015

Carissimo Mario,

dì la verità, l’aspettavi. Ormai sei rassegnato al ruolo di corinzio. Non mi accade con tutti, anzi; la coazione a commentare gli ‘eventi’ scatta come un riflesso condizionato soltanto nelle occasioni che condividiamo. Un motivo ci sarà. (c’è senz’altro, e ne abbiamo già parlato).

Vengo subito al dunque. L’evento valenzano dell’altro giorno era di quelli che di norma lasciano il tempo che trovano. Solo in apparenza, però. Di fatto, proprio perché ci si alza da tavola tutt’altro che sazi, sono queste le occasioni che spingono a riflettere su quanto non è stato detto – nella fattispecie, per ciò che mi riguarda, su quello che tu non hai detto, perché al solito hai avuto l’urbanità di lasciare spazio agli altri (me compreso), che se lo sono preso tutto. Ora, come sai io rumino i miei pasti culturali sin troppo velocemente (e infatti poi li digerisco male), e per fermare un po’ le idee che scappano da tutte le parti ho bisogno di ancorarle alla carta, dando all’insieme una parvenza di percorso. O almeno, provandoci.

 

Bene. Parto dal ricordare che un paio di mesi fa abbiamo presenziato assieme ad un altro “Evento”, questo davvero con la maiuscola, che avrebbe dovuto stimolare ancor più la riflessione. Non dico che non sia stato così, e infatti abbiamo avuto il tempo di tornarci su lungo il viaggio, prima e dopo: ma la mostra di Casorati non ci ha posti brutalmente di fronte alla madre di tutte le domande, ovvero: cosa è, cosa non è arte? Entrambi eravamo tranquillamente coscienti di trovarci in presenza di opere d’arte, e il tema potevano essere semmai la bontà e l’efficacia dell’allestimento, il posto che compete a Casorati nella vicenda artistica del ‘900, come un territorio può essere coinvolto o meno dalla politica delle sue istituzioni culturali o da quella dell’imprenditoria economica. Credo che a nessuno delle centinaia di visitatori di quel pomeriggio sia passato per la mente di chiedersi ‘che cosa’ conferiva a quelle tele lo status di Arte.

L’altra sera, al contrario, il problema è venuto immediatamente fuori. Non per la qualità delle foto esposte, tutto sommato interessanti, ma perché era in ballo una modalità espressiva che con l’arte ha un rapporto ambiguo. Qualcuno ci ha girato attorno, altri, come il buon sindaco, l’hanno posto in maniera semplicistica (sdoganare o no la fotografia?), altri ancora hanno citato Mc Luhan o la discendenza diretta dalla litografia e dall’incisione: io stesso ho cercato di dire che non era quello il tema, ma probabilmente senza molta convinzione. Perché il tema è invece proprio quello. Non avevamo dubbi davanti ai dipinti di Casorati solo perché rientravano in un canone espressivo consacrato, per tecniche e strumenti e modalità? Non lo credo affatto. Deve esserci dell’altro. Ma quell’emozione, sarebbe stata la stessa se avessimo visto uno di quei quadri in casa di un amico? Se le opere ci fossero state offerte in un altro incarto? Per noi forse si; ma per palati “diversamente educati” – penso alle greggi di studenti (ed ex-studenti) condotte a pascolare in massa entro il sacro recinto dell’Arte? Ritieni che domani saprebbero distinguerle da un qualsiasi manifesto pubblicitario?

 

Questo ci porta lontano dal tema in cartellone per l’ultimo incontro (anche se ancora non ho ben capito quale fosse). Ma l’andamento dell’incontro stesso dimostra che nei confronti dell’Arte abbiamo tutti idee un po’ confuse. Io per primo, tanto che in me il rovello ricompare ogni volta che devo confrontarmi con qualche “prodotto”, evento, discussione che chiamino in causa lo statuto artistico. C’è qualcosa che non mi torna. E allora sento il bisogno non di darmi delle risposte, per le quali evidentemente non sono attrezzato, ma almeno di cercare di pormi correttamente le domande. Per questo chiamo te al soccorso: perché ho di fronte il libricino sui sagrati, e sulla scrivania il tuo disciplinare dell’haiku, e mi dicono che di lì qualche lume può senz’altro venire.

Mettiti seduto, perché la piglio larga. Dunque, tornando da Valenza accennavi al fatto che il problema di fondo è quello del corretto uso del linguaggio. Penso anch’io che il nodo sia questo, e infatti quando parlavo della madre di tutte le domande ero consapevole che in quei termini la domanda non può essere posta. Intendo dire che è insensato chiedersi cosa è, cosa non è arte, mentre ha un senso piuttosto stabilire preliminarmente di cosa parliamo quando parliamo di arte, che è faccenda ben diversa. Socrate l’avrebbe messa in questo modo: in assenza di un criterio universale ed oggettivo, e nella convinzione che non sia possibile definirlo, varrebbe almeno la pena, prima di iniziare il gioco, stabilire a che gioco si vuole giocare, e accordarsi su regole chiare e accettate da tutti. Cosa di cui nell’occasione si è avvertita subito la mancanza. Si fosse trattato di una partita di briscola, sarebbe andata a monte al primo giro.

 

Allora, vediamo se un accordo sul significato che intendiamo attribuire al termine ‘ArtÈ è possibile, senza far rientrare dalla finestra la domanda insensata. Etimologicamente l’ars è un’abilità, un talento. Se usiamo il termine in questa pura accezione rientrano nel territorio dell’arte tutte le espressioni di eccellenza di una qualsivoglia capacità, da quella culinaria a quella nel tennis o nella falsificazione di banconote. Non mi pare il nostro caso: penso che a dispetto del successo delle trasmissioni di cucina o delle banconote da trecento euro, e della facilità con cui viene attribuita oggi la qualifica di artista a qualsiasi canterino o imbianchino, noi intendiamo parlare d’altro. Di qualcosa che supera il valore d’uso (e di mercato) e che permane al di là dell’immediato consumo, perché esprime un valore simbolico aggiunto. Quindi potremmo dire che l’arte non è solo il frutto di un talento, ma il frutto di un talento intenzionato alla produzione di simboli. Questo restringe ulteriormente il perimetro, perché elimina anche la possibile identificazione dell’arte con ciò che suscita una emozione, un piacere immediato: mi piace il gelato alla crema e adoro il ciclismo, gli affogati e i gran premi della montagna mi procurano anche emozioni, ma penso non c’entrino nulla con l’arte. Quella relativa al valore simbolico non è forse la percezione più comune e diffusa, ma indubbiamente è la più universale, come dimostra per assurdo la furia iconoclasta dei militanti dell’Isis: per distruggere o assoggettare un popolo non è sufficiente sterminarlo, è necessario cancellarne la memoria, e la memoria è principalmente affidata alle espressioni artistico-simboliche della sua cultura. Il che ci dice anche un’altra cosa: nella percezione comune l’arte è identificata soprattutto con gli esiti dell’attività di produzione simbolica, non con l’attività stessa (anche se poi i fanatici e i regimi totalitari, che hanno una percezione molto acuta, accomunano nel massacro opere e autori), e si capisce anche il perché: noi ci confrontiamo normalmente con il prodotto, e non con l’atto creativo e con l’intento che lo muove. Faccio quindi riferimento soprattutto al primo, anche se è evidente che non si può prescindere da ciò che lo precede e lo informa. In questo senso il dominio dell’arte è comunemente inteso, e non solo in Occidente, come un ideale contenitore di oggetti (o atti) ai quali viene attribuita una valenza estetica, emozionale e simbolica particolare.

A questo punto dobbiamo stabilire se si vuol fare del contenitore un uso indiscriminato, privilegiando magari il fattore dell’intenzionalità (in virtù del quale sarebbero arte anche i disegni di mio nipote), oppure se intendiamo restringere e definire l’ambito al quale va riconosciuta una “dimensione artistica”, optando per la raccolta finale differenziata. A me pare che nel primo caso si potrebbe tranquillamente chiudere il discorso, perché se l’intenzionalità oltre che necessaria è ritenuta anche sufficiente finiamo nella notte in cui tutte le vacche sono nere; mentre nel secondo l’accordo va ulteriormente articolato. Ovvero: se riteniamo di riconoscere una “dimensione artistica” che va oltre gli intenti e attiene invece agli esiti, una volta ammesso che si tratta di una dimensione proteiforme e che i fattori sono quasi tutti variabili, così come il loro segno o il loro posizionamento, è ancora possibile individuare un qualche denominatore comune, tracciare dei confini, individuare dei criteri di inclusione?

Aspetta a lasciar cadere sconsolato le braccia. Non sto cercando la regola aurea: vorrei soltanto capire se la materia in gioco sfugge per sua natura ad ogni possibile “definizione”, sia pure convenzionale e temporanea. Tu mi conosci, vedo il mondo in bianco e nero e quanto a sfumature di grigio arrivo al massimo a due, chiaro e scuro. Per un discorso sull’arte non è certo la premessa ideale, e me ne rendo conto. Ma vorrei arrivare al prossimo appuntamento con le idee più chiare, e poter almeno dire con convinzione: non è di questo che siamo a parlare.

 

Torno dunque proprio all’altra sera, alle diverse posizioni che confusamente sono emerse e che mi sembrano alla fin fine confrontarsi in ogni occasione. Ad una ho in qualche modo già accennato. È quella che sostiene che la definizione dell’arte vada completamente storicizzata. Ogni epoca, ogni cultura, ne elaborano una propria, e quindi, all’ingrosso, “l’arte è tutto ciò che gli uomini – in una data epoca e in un dato luogo – chiamano arte”. Prescinde dal perché lo facciano, o meglio, ammette un numero tale di variabili da rendere l’equazione “x + y + z + ….= A” impossibile o indefinita, ricadendo nell’azzeramento di cui sopra, salvo il fatto di mantenere in vita una molto vaga “dimensione artistica a sé”. È insomma un “liberi tutti”, al limite della raccolta indifferenziata, che da un lato giustifica qualsiasi operazione, dall’altro si presta ad ogni possibile strumentalizzazione, ideologica e/o mercantile. Mi riferisco ad esempio alla funzione “provocatoria” che in quest’ottica viene oggi attribuita all’arte. Quando sorridevo ironicamente di fronte alla mostra dell’Arte per fede messa in piedi da mio fratello, che aveva raccolto dei massi lungo il Piota e li aveva esposti in pompa magna alla Loggia di Ovada, sostenendo che occorreva riconoscere in essi la mano modellatrice di un dio spinoziano, mi sono sentito giustamente obiettare che se è un’operazione artistica incartare un palazzo o un monumento lo è tanto più risvegliare una coscienza della profondità del tempo e della essenza minerale dell’universo. Avrebbe potuto dire qualsiasi altra cosa, e magari, conoscendolo, con altri lo ha fatto, e sarebbe stato comunque difficile contraddirlo. Era una burla, ma il muro di gomma di un sistema onnivoro e onnipervasivo gliel’ha ributtata in faccia. Mio fratello era partito per dissacrare il mondo fasullo dell’arte, ed è poi finito ad esporre a Cernobbio, nel parco della villa dove si incontravano i politici e big dell’industria, dei trogoli da verderame e dei pali da vigna, e a convincersi per qualche tempo di essere davvero entrato in quella dimensione che intendeva irridere. Non ha sfondato (in realtà ha sfondato il pianale della Panda) solo perché le pietre e i trogoli erano troppo grandi e pesanti, inadatti persino alla decorazione da giardino.

Lo trovo emblematico. A mio giudizio dimostra intanto che in un sistema “liquido” ogni provocazione fa aggio a ciò che vorrebbe combattere, in questo caso all’idea di un’arte-mercato o di un’arte-spettacolo; ma soprattutto denuncia i limiti del trucco messo in atto per ottenere l’effetto provocatorio: la decontestualizzazione degli oggetti (o delle azioni). Di più: evidenzia l’inconsistenza di una concezione dell’arte tutta di testa e poco o niente di mano, che rinnega uno dei fattori originari, quello dell’abilità, e prescinde quindi totalmente dal peso della componente tecnica e operativa. In questo caso il contenitore diventa inutile, a meno che non sia quello dell’Amiu, perché salta il presupposto sul quale pensiamo un ruolo e una storia dell’arte, ovvero la produzione e la sopravvivenza di “oggetti” (materiali e non) che trascendono un uso quotidiano e strumentale e si pongono fuori dello scorrere del tempo. Ma lo trascendono per una forza e una volontà interni, non perché vengono estrapolati e riproposti fuori contesto. Voglio dire, la Gioconda è in fondo una fototessera in formato gigante, e sarebbe un qualsiasi documento se l’artista avesse voluto semplicemente dipingere un ritratto; in realtà ha usato il ritratto come pretesto (letteralmente) per andare oltre. C’è riuscito, perché aveva in mente qualcosa, voleva esprimerlo ed era padrone di una tecnica che gli consentiva di farlo. Quella fototessera oggi ancora ci parla, tanto che qualcuno trova impertinente farle i baffi, o comodo utilizzarla come testimonial per l’acqua minerale, o ricamarci su misteri: tutti usi impropri, che testimoniano comunque della sua vitalità, ma che poi, chiaramente, li si consideri idioti o provocatori o furbeschi, con la dimensione artistica non hanno più nulla a che fare. O forse no?

Immagino una possibile obiezione. Come la mettiamo con quelle espressioni artistiche delle quali non rimangono documenti, se non il racconto e i giudizi di protagonisti e spettatori: ad esempio, non è una espressione d’arte il balletto? Mi trovi completamente spiazzato. In questo caso l’unico documento che rimane è la partitura, che costituisce la potenziale base per un gesto artistico, così come il libretto e lo sparito lo sono per un melodramma e il testo per una messa in scena teatrale. Ora, è possibile che da una base mediocre si origini un’esecuzione eccelsa, o viceversa: ma questo secondo momento, nel quale si dispiegano abilità interpretative e la componente tecnica e operativa è addirittura prevalente, e che è infinitamente ripetibile, ha domicilio nei territori dell’arte o piuttosto in quelli dello spettacolo?

 

Come vedi, non ho ben chiari i passaggi: mi rendo conto di cacciarmi in un paradosso, ma l’idea che decontestualizzare un oggetto o un’azione dia di per sé accesso alla dimensione artistica mi sembra solo uno dei tanti prodotti di risulta della “storicizzazione a tappeto” operata nel Novecento. Il paradosso sta nel fatto che in una declinazione corretta “storicizzare” significa leggere atti, idee, oggetti nel particolare contesto che li ha espressi, per acquisire tutti gli strumenti utili alla comprensione: fermo restando che l’attribuire una posizione non va confuso con l’esprimere un giudizio di valore, e nemmeno implica il sospenderlo. Posso capire per quali ragioni le povere vedove indiane fossero obbligate al suicidio, ma una volta che ho capito la pratica continua a sembrarmi aberrante (anzi, nel caso specifico riesce anche più odiosa). La “storicizzazione a tappeto” investe invece anche i valori, e questo significa cancellazione della storia, ovvero della possibilità di un racconto e di una lettura dei fatti secondo una linea di continuità – non necessariamente di progresso. Lasciamo perdere se questa linea di continuità poi esista realmente, anche solo all’interno della nostra risibile scala temporale, perché questo ci proietta nella metafisica, e ci mancherebbe altro: di fatto noi la cerchiamo, e possiamo poi leggerla in chiave ciclica o lineare o a spirale, ma per rintracciarla dobbiamo avere comunque in mente dei punti certi e obbligati.

Questo mi pare tanto più evidente nella storia dell’arte. La storicizzazione dei valori ha comportato che nel secolo scorso fosse liquidata ogni considerazione per la “tecnica artistica”, privilegiando un’astratta valenza “conoscitiva” (l’arte concettuale?). Ma a questo punto, di cosa stiamo parlando? Nell’assunto conoscitivo il fattore di maggior rilievo non può che essere la novità. Ma la novità è un valore per sé, o è un aggiornamento dei valori, non sempre e non necessariamente positivo? O piuttosto: non attiene forse ad una considerazione meramente strumentale dell’arte, che confonde l’esito con l’intenzione? A me pare che, venute meno la funzione religiosa, quella didattica, quella celebrativa o di creazione del consenso, si voglia caricare oggi l’opera d’arte del ruolo di detonatore della coscienza. Solo che le esplosioni sono soltanto fuochi d’artificio. Nel caso della provocazione l’idea di fondo è che spiazzando e irritando il fruitore lo si spinge a riflettere: ma nella realtà poi il tutto si risolve in un gioco ormai trito, nel mettere cornici alle finestre per dire che sono quadri (e magari venderli). Mi ripeto: decontestualizzare un tubo di scappamento arrugginito, separandolo dall’auto o dall’ammasso del rottamatore e piazzandolo in mezzo al salone di una mostra, avrà anche un significato simbolico, ma ha a che vedere con l’arte?

Lo stesso discorso vale quando ad essere decontestualizzato non è un elemento “povero”, tratto dalla quotidianità e cacciato a forza nella dimensione artistica, bensì qualcosa che già appartiene alla storia dell’arte. Mi sto riferendo, evidentemente, al citazionismo postmoderno, che da un lato parrebbe isolare ed evidenziare elementi e tratti del gusto perenni, a riprova dalla continuità nel tempo di taluni significati simbolici, dall’altro usa queste simbologie in contesti che non sono quelli che le hanno prodotte, e conferiscono loro significato non per aggiornare quel significato stesso, ma per stravolgerlo: per provocare, appunto. E finiscono per ridursi quindi ad un giochetto masturbatorio, tutto mentale ed autoreferenziale, spesso solo idiota. Non sempre, ma quasi. Posso infatti essere colpito dal trovare in un sequenza delle storie di Dylan Dog (come vedi, altro che confini e dogane: il mio concetto di ambito artistico è in linea di principio molto ampio) la citazione di un quadro di Hopper, che si incastona perfettamente in una atmosfera di buio e solitudine e deserto da provincia americana by night appena fuori le geometrie a luce fredda del bar e del bancone, perché questo mi significa che quella sensazione era già stata così perfettamente espressa in quel dipinto da non poter essere evocata meglio che da un rimando: mentre mi lascia perplesso il piazzare una miniaturale agorà, con tanto di frontoni e pronai e colonnati, ma accessibile al traffico delle automobili, perché quello pedonale tanto non c’è più, al centro della Zona Pista in Alessandria. Ci vedo la stessa filosofia che determina l’attuale successo del mercatino dell’usato: la ricerca della vecchia caffettiera da esporre sul caminetto con lastra di vetro o della ruota da carro da trasformare in lampadario per la tavernetta: oggetti che avrebbero un significato, quanto meno affettivo, se appartenuti ai bisnonni, non ne hanno alcuno in un contesto estraneo, e meno che mai in un utilizzo che ad essi è del tutto estraneo.

Ho superato da un pezzo il crinale della banalità. È meglio quindi che non mi spinga oltre e provi a stringere. Spero però si capisca ciò che intendo dire. Il rischio di una storicizzazione che di per sé, considerata come condizione preliminare, necessaria ma non sufficiente, risulterebbe più che legittima, è quello di attribuire un sei politico a qualsiasi puttanata. Dietro la presunta maggiore “democraticità” vedo solo la rassegnazione a rinunciare a qualsiasi educazione al gusto che non sia educazione al consumo (le grandi mostre, i grandi eventi, …, che parrebbero andare in direzione contraria, finiscono in realtà per atrofizzare quel sesto composito senso che è il senso estetico).

 

E andiamo alla posizione opposta, quella che si basa sul convincimento dell’esistenza di una costante di fondo nella dimensione artistica: sul che, come nel caso della corretta storicizzazione, non ci piove. A patto però di non farne “il” fattore unico e discriminante che circoscrive il dominio dell’arte. Questa costante può infatti essere intesa in vari modi: Croce parla ad esempio di una idea di bellezza innata e universalmente condivisa. È una posizione platonica, postula che le idee del vero, del buono, del bello, siano in noi congenite e che noi ne riconosciamo o meno l’impronta nella realtà esterna. Bada che non è affatto campata per aria: a Croce non sarebbe fregato niente, per come la metteva lui (a Platone invece si), ma i più recenti studi sul funzionamento del nostro cervello, e quindi sulle modalità della nostra appercezione, dicono che il gradimento, l’attribuzione di un significato, la collocazione stessa nel nostro quadro sensoriale prima e intellettivo-interpretativo poi avvengono in funzione dei modi in cui i nostri apparati sono strutturati: ad esempio, noi inquadriamo il mondo, lo spazio e gli oggetti che lo abitano, secondo precisi modelli e coordinate geometriche. Allo stesso modo, cogliamo le sfumature cromatiche e acustiche entro spettri di possibilità ampi ma limitati. Insomma, in realtà nulla di veramente nuovo: queste cose le aveva già dette Kant. Questo significa però che la nostra sensibilità verso un oggetto o un’azione cambia in ragione della sua corrispondenza ai parametri che la natura stessa ci impone. Gli ultrasuoni, che pure sappiamo esistere, nemmeno li percepiamo, almeno con l’apparato che sarebbe deputato a farlo. Così certe gradazioni di luce, ad esempio l’infrarosso. Sono quindi indotto a pensare che certe forme volumetriche, certi accostamenti cromatici, o acustici, ci siano più congeniali di altri, o magari, se portati al limite senza scadere in una cacofonica insensatezza, attivino una curiosità positiva. Ora, è difficile stabilire quanto di questo apparato sia geneticamente determinato e quanto sia epigeneticamente appreso: quanto cioè il nostro “gusto” sia fissato dalla nostra stessa fisiologia e quanto invece sia “storicamente” coltivato: e non sono certo io a poterne discettare, ma ho l’impressione che l’argomento lasci ancora larghissimi spazi agli orientamenti personali. Personalmente credo che le forme conoscitive dello spazio e del tempo dell’homo sapiens di mezzo milione di anni fa fossero molto diverse da quelle del sapiens-sapiens attuale, in termini non solo quantitativi, ma anche quantitativi. La percezione di una distanza, quindi della profondità di uno spazio, cambia in base ai mezzi e alla possibilità di superarla, ma anche della conoscenza o meno di ciò che sta oltre. Ciò non toglie che il fascino, l’inquietudine e l’orrore prodotti da quella distanza alla fin fine rimangano. In sostanza, penso ci sia del vero in questa posizione “idealistica”, a patto che la costante venga declinata di volta in volta, di luogo in luogo, in funzione delle modificazioni del gusto, delle tecniche diverse, del peso della religione, della politica e delle condizioni economiche, ecc… Sostanzialmente permane invariabile a difesa dei confini del dominio artistico, contro le invasioni barbariche, ma si annette i territori periferici che accolgano le stesse leggi.

 

Credo si possa individuare infine anche una terza posizione. In questo caso il perimetro della dimensione artistica non ha a che fare né con i criteri oggettivi (il bello, il brutto) né con le diverse declinazioni storiche. Il discrimine è la rilevanza simbolica: è arte ciò che riesce ad attingere ad un significato comunicativo universale, dove per universale non si intende ciò che più o meno arriva a tutti i contemporanei o dintorni, perché in questo caso si ricadrebbe nella storicizzazione, e nemmeno ciò che risponde a un canone estetico connaturato, ma ciò che mantiene la sua valenza significativo-simbolica a prescindere dalle interpretazioni attraverso il tempo e le modificazioni del gusto. Il che in fondo potrebbe risolverci la questione, ma fa rientrare nella dimensione artistica anche oggetti (pensa all’arte preistorica) che nelle intenzioni dei loro creatori avevano una funzione prettamente utilitaria, o al massimo decorativa (le ceramiche ad esempio, o le armature …), e che per un ennesimo paradosso diventano oggetti d’arte proprio nel momento in cui li percepiamo fuori contesto. Siamo quindi daccapo. Non sto mettendo in discussione la rilevanza simbolica di questi oggetti, ma la loro rilevanza “artistica”. Qui torna in ballo il fattore intenzionalità: è importante o no che il simbolismo sia intenzionale, per accedere al sopramondo dell’Arte? Mi sembra un distinguo non da poco.

 

Nella discussione dell’altra sera erano rappresentate tutte e tre queste posizioni. Più una quarta, la tua, che purtroppo è rimasta inespressa, mentre le premesse erano interessanti. Hai avuto appena il tempo di accennare a due fattori, l’aura e il contesto, che mi hanno fatto pensare che tu volessi correttamente spostare il discorso dalla produzione alla fruizione: e già questo avrebbe comportato un chiarimento. Ora, di contesto e decontesto ho sproloquiato sino ad ora, ma non credo nell’accezione cui facevi riferimento tu. Dell’aura ho provato a dire qualcosa nel corso dell’incontro, ma anche qui penso tu intendessi altro. Bene, è questo altro ad interessarmi. Sarò sincero: il libricino sui sagrati, ma anche tutte la altre cose tue, mi suggeriscono che del pippone di cui sopra e delle domande madri o zie che lo motivano ti importi in definitiva ben poco, nel senso che hai educato il tuo sguardo a cogliere segni e simboli essenziali di una cultura o di un’epoca là dove altri vedono solo vecchie insegne, etichette, portali, ringhiere, ecc… Il che consente di godere appieno i prodotti dell’alta cucina, ma anche di cogliere le suggestioni e apprezzare i sapori delle zuppe di cavoli o delle minestrine con l’uovo. Per questo, pur sapendo che non condividi affatto i miei rovelli, ti considero la persona più adatta ad aiutarmi a fare ordine. Forse devo rieducare il mio palato, o forse, più semplicemente, dovrei parlare e scrivere d’altro, di ciò che almeno un po’ conosco.

È vero, caro Mario: ma allora, dove sarebbe il mio nutrimento? E soprattutto, che gusto ci sarebbe?

 

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Camminatori leggendari

Appendice 2

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non voglio stilare una graduatoria dei più forti camminatori di ogni tempo. Al di là dell’impossibilità di farlo, non avrebbe senso nemmeno pensarlo. Voglio soltanto rievocare un paio di personaggi formidabili, ai quali ho accennato nelle pagine precedenti e le cui imprese hanno dell’incredibile, sia per le distanze coperte che per le condizioni in cui si sono svolte. Ma anche per lo spirito col quale sono state affrontate.

Il primo è John Dundas Cochrane, un ufficiale della marina inglese, figlio illegittimo dell’avventuriero scozzese Andrew Cochrane-Johnstone e membro di una famiglia che con l’avventura aveva una lunga consuetudine. Rimasto come molti altri a spasso dopo la fine delle guerre napoleoniche, Cochrane chiese all’Ammiragliato di guidare una spedizione sulle orme di Mungo Park, per scoprire le sorgenti del fiume Niger, ma la sua richiesta fu respinta.

Decise allora di muoversi in proprio in direzione opposta e nel febbraio del 1820 partì da Dieppe e passando per Parigi, Berlino e la Lituania si diresse verso Mosca. A piedi. Di lì, valicati gli Urali, attraversò la Siberia sino a varcare il confine della Cina e arrivò a Irkutsk. Poi risalì verso la Kolyma, al di là del Circolo Polare Artico, toccò Ochotsk e raggiunse la Kamchatka dopo un anno e mezzo dalla partenza.

A questo punto aveva maturato un progetto grandioso: esplorare questa remota penisola a nord del Giappone, poi guadagnare il continente americano attraversando i ghiacci sul mare di Bering e proseguire la camminata sino a fare il giro del mondo. A scombussolare questi piani giunse però l’imprevisto, e l’imprevisto si chiamava amore. Cochrane si innamorò infatti della bella figlia di un capo locale, adottata dal governatore russo della provincia. Trascorse ancora undici mesi in Kamchatka, esplorando tutta la penisola, cincischiò in amoreggiamenti, poi decise di tornare a Londra portandosi appresso la sposa. Via mare, questa volta.

Rientrato in patria pubblicò il racconto dei suoi viaggi in Narrative of a Pedestrian Journey through Russia and Siberian Tartary, From the Frontiers of China to the Frozen Sea and Kamchatka (2 vols., London, 1824), che oltre a raccogliere i diari spiegava anche le motivazioni che lo avevano spinto a viaggiare a piedi su distanze così lunghe in terreni difficilissimi. Il libro riscosse un immediato successo (come peraltro accade da tre secoli in Inghilterra per quasi tutte le opere di narrativa di viaggio), e gli valse l’appellativo di pedestrian traveller per eccellenza.

Il titolo era ampiamente giustificato. Cochrane aveva percorso oltre cinquemila chilometri, la maggior parte dei quali su terreno ghiacciato e in zone mai toccate da un occidentale. Ma non è tutto. Aveva vissuto le avventure più straordinarie, cose degne del miglior Salgari o di Verne, o persino di Münchhausen (i primi due hanno entrambi tratto ispirazione dal suo racconto, al terzo parrebbe egli stesso essersi talvolta ispirato).

Già prima di arrivare a Mosca era stato aggredito, derubato e spogliato da due malviventi, che lo avevano lasciato seminudo al gelo, legato a un albero. Si era salvato per la potenza della sua voce, riuscendo a richiamare l’attenzione di un contadino. Dopo una lunga passeggiata a piedi nudi era arrivato a un villaggio, dove lo avevano scongelato e rivestito, e di lì era ripartito per raggiungere Mosca in una sola tirata: in trentadue ore aveva percorso centosessanta chilometri nella neve.

In Siberia gli accadde di tutto: venne quasi massacrato in un villaggio di Vecchi Credenti per aver chiesto di accendere la pipa; la sfangò a fatica dopo aver preparato per un “uomo di medicina” un thè pescando dal sacco sbagliato, quello del tabacco, e quasi avvelenandolo; dovette sfuggire per cinque giorni a un branco di lupi affamati, nutrendosi solo di bacche; attraversò fiumi in piena per il disgelo, in mezzo ai blocchi di ghiaccio; assieme ad alcuni compagni costruì una zattera per attraversare un altro fiume, ma la zattera si era rovesciata, erano finiti tutti in acqua, avevano acceso un fuoco per asciugarsi e incendiano la foresta, rischiando di finire arrostiti. E via di questo passo.

Si capisce l’entusiasmo dei lettori, ma si capisce anche perché, dopo due anni di appassionata e sedentaria vita coniugale con la sua bella principessa, Cochrane abbia sentito il richiamo dell’avventura e sia partito per l’America del sud, dove sfortunatamente morì di peste nel 1825, a trentadue anni. La giovane vedova tornò in Russia, dove sposò un esploratore artico, Pyotr Anjou. Anche lei, evidentemente, non poteva stare lontana dall’avventura.

A conclusione del suo racconto Cochrane ha scritto:

Il viaggiatore più saggio è quello che parte senza indugi e senza pianificare, confidando nell’ospitalità e nell’aiuto che gli daranno le persone più povere e meno colte, non quello che si affida a una borsa ben piena. Io ho ricevuto cibo da una famiglia che stava quasi morendo di fame, e posso a pieno titolo affermare per esperienza e con gratitudine che coloro che vengono considerati più ignoranti e incivili sono i più ospitali e cordiali con i loro simili.

Sono le stesse parole usate un secolo dopo da Jack London a conclusione de La strada. Diari di un vagabondo e due secoli dopo da George Meegan ne La grande camminata, e sono la conclusione cui arriva la maggior parte dei camminatori “classici”. Non so quanto possano valere ancora oggi, e mi riferisco all’ultimo quarto di secolo, per almeno due motivi: sono diversi i camminatori ed è diverso il mondo in cui camminano.

Fortunatamente ho fatto a tempo a sperimentarne di persona la verità. Ancora quarant’anni fa viaggiare a piedi faceva scattare una immediata empatia nelle persone più umili. Forse è motivo di conforto sapere che, per quanto povera sia la tua condizione, qualcuno può guardare a te con gratitudine.

Diversi anni prima che Cochrane nascesse, un altro inglese, John “Walking” Stewart, si era guadagnato il titolo che entrerà a far parte integrante del suo nome, quello di “camminatore”. Stewart non è stato solo un viaggiatore ma anche un pensatore, sia pure controverso, che ha esercitato notevole influenza sulla filosofia e soprattutto sulla letteratura inglese (era amico di De Quincey e di Wordsworth, che lo definì «l’uomo più eloquente in fatto di natura che io abbia mai conosciuto»). Se tutto ciò che si è scritto su di lui fosse vero, Stewart sarebbe indubbiamente il più grande camminatore mai esistito e quanto ad avventure, poi, non sarebbe secondo a nessuno.

Dopo essere stato cacciato da diverse scuole, Stewart finisce quindicenne a Madras, a lavorare come impiegato per la Compagnia delle Indie. I luoghi gli piacciono, ma non gli piace lo sfruttamento che la Compagnia opera degli indigeni, infliggendo loro maltrattamenti e umiliazioni. Comincia quindi a scrivere lettere di protesta, che non gli procurano certamente grandi simpatie tra gli amministratori.

Riesce comunque a farsi incaricare di una lunghissima ricognizione lungo tutto il Deccan (quasi due anni) allo scopo di imparare i principali dialetti nativi, per fungere poi da interprete e farsi aggregare a una spedizione militare in Tibet e nel Bhutan. Non è certo, ma pare che arrivi anche a toccare la penisola malese.

La conoscenza della cultura indiana e il disgusto per la politica della Compagnia lo portano a un certo punto a saltare lo staccato, a lasciare l’impiego e ad arruolarsi (come interprete, dice lui, come ufficiale, e quindi traditore, dicevano i suoi nemici) presso Hyder Alì, raja di Seringapatam, che della compagnia era un nemico acerrimo. Non deve essersi comunque trattato di una mansione molto pacifica, perché chi lo conobbe riferisce che portava le cicatrici di numerose ferite su tutto il corpo.

Riesce a sfuggire a diversi attentati e dopo aver prestato servizio addirittura come primo ministro presso il nababbo di Arcot, nell’India centro-meridionale, decide di rimpatriare, ma il rientro è rocambolesco. Durante l’attraversamento del golfo Persico i marinai musulmani del legno sul quale è imbarcato lo appendono per i piedi a un pennone, ritenendolo causa di una violenta tempesta, e ce lo lasciano per giorni, fino a quando la tempesta non si placa. Lo sbarcano quindi in Etiopia, e di qui Stewart attraversa tutta l’Africa del nord, trova un imbarco per Marsiglia, percorre la Francia e la Spagna per arrivare in Portogallo e di lì tornare in Inghilterra1.

Ma non si ferma: riparte quasi subito per la Svezia, risale sino in Lapponia e ridiscende attraversando la Russia, valicando gli Urali e spingendosi sino ai confini della Cina, dove peraltro non lo lasciano entrare. Nemmeno un anno dopo è a Costantinopoli, con un viaggio da Calais attraverso la Francia, il Nord Italia e i Balcani. Poi è la volta dell’America: un lungo tour nel 1790 negli Stati Uniti, dove già è famoso come “Walking” Stewart, e nelle foreste canadesi. Non ha un soldo in tasca, perché nel frattempo la piccola fortuna che si era costruito in India e aveva investita in Francia è congelata per via dalla rivoluzione, ma come scriverà De Quincey «percorre le solitarie foreste del Canada […] la zona torrida brulicante di vita, […] i grandi deserti» barattando cibo e ospitalità con lezioni di filosofia.

È ancora in giro per l’Europa negli anni successivi, e a Parigi durante i grandi rivolgimenti del 1792: ma verso il finire del secolo le ristrettezze finanziarie gli impongono di limitare le sue scorribande a piedi alle isole britanniche. Alla fine si stabilisce a Londra, dove tiene corsi filosofici e viene considerato, secondo i punti di vista, un eccentrico geniale o un pazzo, alimentando anche una sorta di leggenda attorno alla sua presunta ubiquità.

Nel saggio Walking Stewart, celebrazione dell’uomo e del pensatore, De Quincey racconta di averlo salutato un giorno e di essersi diretto velocemente (era un ottimo camminatore) per la via più breve verso l’uscita dalla città: salvo dopo qualche chilometro ritrovarsi a superarlo lungo la strada, come si fosse materializzato dal nulla. Sempre De Quincey testimonia della grande importanza rivestita da Stewart nella nascita dei primi circoli romantici inglesi e dell’influenza da lui esercita su Wordsworth e Coleridge, ma anche su pensatori libertari come William Goodwin.

Il racconto delle sue avventure, comparso nel 1790 col titolo Viaggi nelle parti più interessanti del globo, appartiene piuttosto alla saggistica filosofica che alla narrativa di viaggio. In esso e ne L’apocalisse della Natura, pubblicato lo stesso anno, sviluppa una teoria della natura piuttosto sconclusionata, rousseauiana e materialistica al tempo stesso. Sulla scorta di queste stramberie, soprattutto di quelle contenute nelle opere della vecchiaia, alcuni hanno messo in dubbio la gran parte delle vicende da lui narrate, ma esistono testimonianze indubbie e diverse che egli si trovasse nei luoghi che ha citato (e qualche volta in più luoghi contemporaneamente).

Stewart si vantava di essere un “uomo di natura”, e tuonava contro la “mollizie” dell’uomo contemporaneo, compresi i letti. Praticava bagni di fango, faceva esercizi all’aria aperta, camminava incessantemente e amava respirare “l’aria balsamica” dei prati concimati dalle mucche. In effetti, rimase sino all’ultimo, a settantatré anni, un bell’uomo, alto, dritto e straordinariamente robusto. Appena la sua salute iniziò a declinare non ebbe dubbi: si tolse la vita con un veleno che portava con sé da oltre mezzo secolo. Camminò con le sue gambe anche l’ultimo viaggio.

1 Quella di tornare dall’India a piedi sembra essere stata quasi una moda tra gli ufficiali britannici dell’Indian Service. Anche l’attivista radicale, animalista e vegetariano e poi giacobino John Oswald, quello che voleva esportare la rivoluzione francese in Gran Bretagna e morì combattendo i controrivoluzionari vandeani, fece a piedi tutta la via del ritorno, attraverso il Medio Oriente e la Russia.

 

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Il mondo a piedi

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada;
in piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
il lungo sentiero pronto a condurmi ove io voglia.
William Wordsworth

1. L’oggetto di questo scritto è perfettamente riassunto in quel “A piediper libera stradaa condurmi ove io voglia” dei versi posti in esergo. È la diversa percezione del significato del camminare che si origina nell’età moderna e si diffonde poi nel passaggio a quella contemporanea. Ne ho seguite le tracce nelle testimonianze letterarie, scegliendo naturalmente quelle che mi sembravano più significative, nella convinzione che in questo caso più che mai la letteratura sia non solo testimone, ma promotrice e partecipe del cambiamento.

Fino a un paio di secoli fa camminare era considerato un riflesso naturale. Pur essendo un gesto volontario, rimaneva quello più prossimo a una reazione muscolare involontaria, perché non si sceglieva di camminare, semplicemente si doveva: si camminava per spostarsi e ci si spostava per cercare cibo, per scambiare merci, per fuggire o per tornare, per esplorare nuove contrade e per incontrare nuove genti.

Era quindi un atto “necessario”, strumentale a quasi tutte le attività, dalla guerra alla mercatura, o alla semplice convivenza e veniva ritenuto tale, per estensione, anche ai fini di una corretta “igiene” mentale. Entro questi limiti, quelli di una risposta quasi meccanica alla necessità, il deambulare è stato infatti visto da sempre anche come un’attività legata al pensiero, capace di stimolare la riflessione o di curare i mali dell’anima.

Sulla sua funzione terapeutica erano d’accordo pagani e cristiani, atei e credenti (pur con qualche eccezione illustre: Cartesio, ad esempio, nelle Meditazioni associa il lavoro intellettuale solo alla quiete totale del corpo). Così san Girolamo riassumeva in una formuletta essenziale, Solvitur ambulando, quanto prima di lui a proposito della tranquillità dell’animo aveva già scritto Seneca: «Dovremmo fare passeggiate all’aperto, per rinfrescare e sollevare i nostri spiriti con la respirazione profonda all’aria aperta», e prima ancora era stato messo in pratica da Socrate e dai suoi discepoli, da Aristotele e dai peripatetici, dai sofisti e dagli stoici che passeggiavano sotto il porticato.

Ammettere che esistesse una connessione tra il movimento dei piedi e quello dei pensieri non significava tuttavia che al camminare fosse dedicata una riflessione specifica. Proprio perché lo si considerava “naturale”, a questo gesto non veniva riconosciuto un qualche significato autonomo, un valore intrinseco: era semplicemente funzionale ad altro.

Mercanti, soldati, funzionari, tutti coloro che si muovevano per lavoro, non camminavano affatto per scelta: andare a piedi non era una moda, ma un modo per spostarsi, spesso l’unico possibile. Persino coloro che almeno teoricamente sceglievano, ad esempio i pellegrini (ma non sempre, in molti casi i pellegrinaggi erano imposti), erano in realtà condizionati dalla finalizzazione del gesto a una penitenza. Camminare, oltre a consentire di riflettere sui propri peccati, rappresentava una forma di espiazione, un’anticipazione della pena del purgatorio. La gratificazione psicologica non nasceva dal gesto in sé, ma dalla sua presunta capacità di sgravare il debito contratto con Dio.

Quindi, se è vero che gli itinerari percorsi dai viaggiatori del Sette-Ottocento erano già stati tracciati nei secoli precedenti da una miriade di camminatori, è lo spirito nuovo con i quali sono affrontati con cuore leggero a fare la differenza e ad attrarre il nostro interesse. Nessuno dei pellegrini in viaggio verso Canterbury o verso Roma, dei chierici vaganti, dei saltimbanchi, dei venditori ambulanti o dei vagabondi che brulicano nelle letterature classiche o medioevali ha una coscienza specifica del camminare, se non come gesto simbolico o metafora religiosa.

Il pellegrinaggio per eccellenza, il percorso di purificazione raccontato da Dante, va compiuto rigorosamente a piedi. Questo il poeta lo dà per scontato, e noi stessi non siamo in grado di immaginare alcuna altra possibilità: non c’è scelta e non c’è gioia nel camminare, al più sono sottolineate le difficoltà, che costituiscono un valore penitenziale aggiunto.

Piuttosto, qualche anticipazione di quello che sarà lo spirito moderno la si può cogliere nelle passeggiate solitarie di Guido Cavalcanti (come raccontato dal Boccaccio), che non a caso tra i concittadini godeva fama di eccentrico. Tra l’altro, anche Guido intraprese un pellegrinaggio a piedi, questo reale, verso Compostela (cosa abbastanza singolare, dal momento che sempre Boccaccio annota: «si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse»); ma lo interruppe nei pressi di Tolosa, dopo aver incontrata una bella ragazza (e forse l’elemento di modernità sta proprio in questo).

Oppure, alcuni tratti del camminare romantico sono rintracciabili in Petrarca, ad esempio in Solo e pensoso, anche se il poeta continua a presentare le sue deambulazioni come una fuga. La novità in questo caso è costituita dal rapporto che il camminatore instaura con la natura. Si tratta tuttavia di indizi che rimandano a personalità particolari e non possono essere letti come spie di un atteggiamento culturale in trasformazione.

Mi sembrano già tali, invece, i segnali che arrivano dall’Umanesimo, conseguenti alla rivalutazione di ogni attività o prerogativa umana. In prima linea in questa direzione troviamo, e non c’era da dubitarne, Leon Battista Alberti, del quale Jacob Burckardt dice: «egli voleva apparire irreprensibile e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare». Ciò significa che considerava il camminare non come una reazione muscolare più o meno volontaria, ma come un esercizio che può essere “culturalmente” disciplinato e perfezionato. E questo è già un notevole passo innanzi verso un’attenzione non puramente strumentale al gesto.

Un’attenzione che viene ripresa e addirittura codificata un secolo dopo, ad esempio nel Cortegiano: le indicazioni di Baldassar Castiglione riguardano la postura, l’eleganza del gesto, l’equilibrio delle varie parti del corpo coinvolte, e quindi hanno ben poco a vedere con l’idealità romantica ma sembrano tornate di moda nella postmodernità, attraverso la miriade di manuali e pubblicazioni dedicate oggi agli aspetti “tecnici” della marcia.

Un altro tipo di apertura alla concezione moderna del camminare lo troviamo, sempre nel Cinquecento, in Leonardo Fioravanti, il medico autodidatta, chirurgo estetico, precursore nell’uso di terapie ancor oggi valide e scopritore di farmaci, oltre che viaggiatore instancabile, raccontato da Piero Camporesi: «”Camminare il mondo” era, per Fioravanti, l’unico immutabile, ossessivo baricentro, mobile e incerto, dell’esistenza».

In questo caso è ancora presente, e prevalente, la finalizzazione del gesto, perché Fioravanti «sapeva per esperienza che la Terra era un viscido labirinto pieno d’inganni e gabberie, nel quale solo chi sapeva nuotare riusciva a galleggiare e a sopravvivere, nella migliore delle ipotesi, in una “gabbia di matti”». Ma il fine è un apprendimento itinerante costante, nel quale il metodo, il muoversi a piedi, è parte integrante dello scopo.

Camminare rimane comunque un imperativo anche per chi dalla “gabbia di matti” pensa si dovrebbe uscire. Al tramonto del Rinascimento Tommaso Campanella immagina per la sua Città del Sole un sistema educativo basato sul connubio tra teste e piedi: «li figliuoli, senza fastidio, giocando, si trovano saper tutte le scienze istoricamente prima che abbin dieci anni».

Funziona così. Anziché rimaner chiusi nelle aule, i giovani solariani sono condotti dai loro insegnanti a passeggiare attorno alle mura della città, sulle quali sono dipinte (appunto istoriate), come su un’enorme lavagna in cinemascope, le immagini di tutto ciò che è funzionale al sapere, a partire dalle lettere dell’alfabeto per arrivare alle forme geometriche, alle raffigurazioni di tutti i metalli e minerali, di tutte le piante ed erbe, di tutti gli animali, e poi ancora di tutte le arti e le invenzioni dell’umanità, e dei loro inventori. Nella cupola e sulle pareti del tempio infine sono raffigurate le stelle e i pianeti.

Gli scolari della Città del Sole imparano nel corso dei loro giri a leggere e a fare di conto, e apprendono gradualmente tutte le nozioni scientifiche basilari. Chi fatica un po’ a comprendere o a concentrarsi ripeterà più volte il giro e fruirà in contropartita di un maggiore allenamento corporeo. Ambulando discitur, in senso strettamente letterale. Per il momento però si tratta ancora di una camminata urbana, o almeno circumurbana: per Campanella e per i suoi contemporanei, Bacone e Galileo soprattutto, la scienza si fa con l’esperimento, in laboratorio, più che con l’osservazione sul campo. E tuttavia le scoperte geografiche e l’incontro con ambienti e popoli nuovi stanno preparando la trasformazione della mentalità. Nei secoli successivi l’invito sarà a uscire dalle città e dalle aule per studiare la natura attraverso il contatto diretto.

2. Non insisto oltre in questo gioco di risalita a monte perché è evidente che si rischia, e più che mai su un tema come questo, di trovare indizi e precursori a ogni passo. Penso comunque abbia ragione Leslie Stephen quando sostiene che tAll great men of letters have, therefore, been enthusiastic walkers (exceptions, of course, excepted).utti i grandi uomini di lettere sono stati entusiasti escursionisti (anche qui, naturalmente, con qualche eccezione). Lo penso perché Stephen si riferiva al mondo letterario anglosassone, nel quale poteva pescare quasi a colpo sicuro.

A suo giudizio, ad esempio, Shakespeare oltre a essere uno sportivo ebbe ben chiaro il collegamento tra i piedi e un cuore allegro, ethat is, of course, a cheerful acceptance of our position in the universe founded upon the deepest moral and philosophical principles.His friend, Ben Jonson, walked from London to Scotland. il suo collega Ben Jonson lo aveva talmente chiaro che si spostava normalmente a piedi da Londra alla Scozia.

In effetti Jonson possedeva un acuto senso dell’umorismo, col quale esponeva al ridicolo le debolezze umane; e stando alla teoria degli umori che aveva sposato (i quattro maggiori fluidi del corpo umano – malinconia, iracondia, flemma e sangue – nelle loro differenti miscele percentuali determinerebbero il carattere dei singoli individui), il movimento favoriva il prevalere di quelli positivi (ma non sempre, se è vero che sfuggì per un pelo all’impiccagione dopo aver ucciso in duello un attore della sua compagnia).

Da qui pertanto il nostro principale riferimento sarà proprio la cultura anglosassone. Con ogni probabilità anche nel resto dell’Europa i letterati camminavano, ma a differenza degli inglesi non ne facevano menzione, non la consideravano un’attività degna di nota (quando addirittura non se ne vergognavano). In Inghilterra è invece sottolineata1. Izaac Walton l’autore de The Compleat Angler, la bibbia dei pescatori, racconta nel suo libro di biografie Lives of John Donne, Henry Wotton, Rich’d Hooker, George Herbert, & C, che il vescovo Richard Hooker, dopo aver percorso quattrocento chilometri per recarsi a omaggiare un alto prelato suo padrino, si vide regalare da quest’ultimo «un cavallo che mi ha portato per un sacco di miglia lungo tutta la Germania, e grazie a Dio con molta facilità», in altre parole un robusto bastone da passeggio con la raccomandazione di tornare quando l’avesse consumato. Walton stesso faceva passeggiate di una trentina di chilometri tutte le mattine prima di sedersi con la canna sulle rive di un torrente.

Ma a quanto pare proprio tutti si dedicavano all’esercizio ambulatorio, dai filosofi come Thomas Hobbes e Jeremy Bentham agli scrittori come Jonathan Swift, Henry Fielding e Oliver Goldsmith (quest’ultimo era un camminatore vigoroso, e viaggiò a piedi sul continente per due anni, a metà del Settecento, avendo come bagaglio un flauto e poco più). Persino il dottor Johnson, la cui mole non era trascurabile e del quale non si può certo dire che fosse un cuore allegro, macinava un sacco di strada, e dopo un’andata-ritorno di cinquanta chilometri scriveva che la sua malinconia si era un po’ dissipata.

Tuttavia rimaniamo ancora sulla linea dettata da Seneca, della camminata come igiene fisica e mentale, anche quando si va oltre l’assunzione di una sana abitudine. Il fondatore del metodismo, John Wesley, si spostava soltanto a piedi (soprattutto per risparmiare il costo di un cavallo) e la sua attività di predicatore lo portava costantemente in giro per tutta l’Inghilterra, con puntate anche sul continente. Da buon metodista propugnava e prescriveva il camminare per venti o trenta chilometri al giorno come esercizio metodico, come strumento della grazia al pari della meditazione sulle Scritture, per accedere alla santità del cuore e della vita. Igiene spirituale, in questo caso.

Nel corso delle sue peregrinazioni Wesley incrociò probabilmente un altro personaggio singolare, John Thelwall, anche lui conferenziere itinerante ma con differenti motivazioni. Thelwall era un radicale, giacobino, abolizionista, più volte arrestato per i suoi articoli di fuoco e per la sua attività di propagandista, scampato una volta alla forca e sfuggito in un’altra occasione in extremis al linciaggio da parte di una folla inferocita. Quando gli fu impedito di parlare in pubblico a Londra cominciò imperterrito a portare le sue idee e la sua verve in giro per tutto il paese, sottraendosi al controllo e alla censura delle autorità col muoversi sempre a piedi lungo itinerari improvvisati.

In una sua raccolta di saggi, The Peripatetic; Or, Sketches of the Heart, of Nature and Society, pubblicata nel 1793, usa il viaggio a piedi come pretesto per parlare in verità un po’ di tutto, dai diritti delle donne e degli schiavi alla povertà nelle campagne, dai guasti della società classista alle meraviglie della natura in pericolo. Tutti argomenti che Thelwall conosceva bene proprio per il suo modo di spostarsi, che gli consentiva un diretto contatto con le realtà e i problemi del paese. Ma questi spostamenti sono appunto una strategia operativa quando li compie e un pretesto narrativo quando li racconta. Scrive a William Wordsworth, presso il quale per un certo periodo aveva trovato rifugio: «Sto pensando di esplorare l’Inghilterra, ma in un modo umilmente evangelico: cioè a piedi». Lo scopo è vivere francescanamente le proprie idee: il camminare è un mezzo, al quale viene anche conferito un legame sapienziale con la Grecia antica. Annota infatti: «sotto un aspetto almeno, posso vantare una rassomiglianza con la semplicità degli antichi saggi: porto avanti le mie meditazioni a piedi». In questa pratica non c’è, in effetti, nulla di nuovo, semmai è un ritorno all’antico.

Quando esce la raccolta di Thelwall, il primo segnale esplicito di un cambiamento nella considerazione del camminare, del passaggio da gesto naturale a gesto prevalentemente culturale, in realtà è già arrivato: ma non dall’Inghilterra. Questo passaggio avviene nel momento in cui non solo il gesto è raccomandato per le sue positive ricadute igieniche, fisiche, psicologiche e spirituali, ma si comincia a rifletterci sopra e a scriverne. Quando da scenario e fondale, o pretesto, per la scrittura, diventa oggetto della scrittura stessa. La camminata “culturale” diventa cartesiana, è fissata in coordinate letterarie autonome. Viaggiare a piedi si trasforma in un fine in sé, le esperienze che è possibile fare lungo il cammino vanno a sostituire la meta come scopo del viaggio.

Ora, non è nemmeno del tutto vero che nel corso del Settecento questi segnali in Inghilterra non ci siano. È probabile piuttosto che vengano avvertiti meno proprio perché il passaggio è meno traumatico, perché è già maturata una maggiore abitudine. Come spiega Rebecca Solnit nella Storia del Camminare, è in atto da qualche tempo sull’isola una mutazione del gusto, che si manifesta ad esempio nel prevalere del modello di giardino all’inglese. Questo tende a essere sempre più conforme alla natura, a imitarla, fino a confondersi con quella che sta oltre la cinta, nei campi liberi.

Col tempo anche gli aristocratici e i benestanti, che prima si limitavano a percorrere il perimetro dei loro parchi, sono indotti a oltrepassare la cinta e a spingersi sempre più all’esterno. Non solo: quando lo spazio esterno da luogo del disagio e del pericolo diviene scenario del pittoresco, di esso cominciano godere anche quelle classi cui la passeggiata in giardino era preclusa e che a loro volta maturano un rapporto diverso con l’ambiente naturale e un conseguente stimolo a riscoprirlo.

Il mutamento del gusto procede, infatti, da un’accelerata trasformazione delle condizioni materiali del viaggio. Fino alla seconda metà del XVIII secolo viaggiare a piedi (così come in altri modi) rimaneva sia difficoltoso che pericoloso ed era considerato anche disdicevole. Le condizioni delle strade erano pessime, le campagne e gli immediati dintorni delle città erano infestati da ladri e malfattori. Camminare da soli su una via pubblica rendeva immediatamente sospetti: solo i poveracci o i malviventi lo facevano. Oltretutto, sia i primi che i secondi erano aumentati in maniera esponenziale dopo i disordini politici del Seicento, con l’avanzata della rivoluzione industriale e con il diffondersi delle recinzioni. Erano contadini cacciati dalla loro terra, sradicati che seguivano i ritmi di saltuari lavori stagionali, soldati smobilitati che vagavano per il paese, privi di ogni prospettiva di lavoro e di stabilità.

Si spiega allora perché ancora nei primi anni ottanta del Settecento il saggista tedesco Karl Philipp Moritz, lettore e discepolo di Rousseau, impegnato in un pedestrian tour in Inghilterra, incontrasse l’ostilità violenta dei contadini e non fosse accolto nelle locande (è quanto capita anche al protagonista di un romanzo di Henry Fielding, Joseph Andrews). Moritz si muoveva appunto inseguendo le suggestioni di Rousseau (e portava nello zaino il Paradiso Perduto di Milton), ma rispetto all’Inghilterra era in anticipo sui tempi.

Vent’anni dopo avrebbe trovato per strada, oltre ai nobili stravaganti, diversi intellettuali, personaggi eccentrici che sceglievano di proposito di camminare nel mondo, a contatto con la natura, mescolati agli umili (le camminate “evangeliche” di Wesley e di Thelwall o quelle spensierate di Wordsworth e De Quincey). Sono scelte dettate dalle trasformazioni epocali che gli avvenimenti di fine secolo inducono nella mentalità e nel costume, ma su esse agisce anche, sia pure di rimpallo, il deciso miglioramento sia della qualità che della sicurezza delle strade.

Le nuove tecniche di pavimentazione stradale, e di lì a poco le prime ferrovie, avvicinano infatti o rendono accessibili ai veicoli per il trasporto di passeggeri e al traffico commerciale luoghi che un tempo potevano essere raggiunti solo a piedi. Camminare è quindi sempre meno una necessità, è un’attività sempre più svincolata da una meta o da uno scopo strumentale e, quando intesa in tal senso, da esercitarsi possibilmente al di fuori degli itinerari di transito comune, in luoghi eletti. Come scriverà Thoreau: «Camminando ci dirigiamo naturalmente verso i prati e i boschi: cosa sarebbe di noi, se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale?».

Andare a piedi non diventa quindi solo un modo più rispettabile di viaggiare, è anche un modo per affermare una discontinuità e una ribellione al modello di vita aristocratico. In mezzo c’è stata la Rivoluzione francese, c’è un messaggio nuovo, che soprattutto nei primi anni affascina ed eccita le generazioni più giovani.

3. Il segnale di cui si parlava arriva appunto dalla Francia. E proprio con Jean-Jacques Rousseau. Il ginevrino aveva camminato moltissimo in gioventù, per motivazioni economiche prima ancora che ideali. A sedici anni, con una decisione improvvisa, lascia Ginevra e si mette per strada, continuando a girovagare a lungo tra Savoia, Svizzera e Delfinato. Col tempo, e complice il filtro operato dalla memoria, maturerà un profondo rimpianto per quei vagabondaggi.

Ho viaggiato a piedi soltanto ai miei bei giorni, e sempre con gioia […] mentre prima nei miei viaggi provavo solo il piacere di camminare, da quel momento non ho più sentito altro che la smania di arrivare.

Si noti, parla del piacere di camminare. Non di necessità, non di vantaggi, non di abitudine. Del puro piacere. Rousseau scrive le Fantasticherie del passeggiatore solitario e le Confessioni mezzo secolo dopo, poco prima di morire (nel 1778), ed è in queste opere che entra scena per la prima volta ufficialmente il camminatore moderno.

Ero giovane, pieno di salute, viaggiavo e viaggiavo a piedi, e viaggiavo solo. Ci si potrebbe stupire che io consideri quest’ultima cosa un vantaggio, ma significherebbe non conoscere la mia indole. Non ho mai tanto pensato, non sono mai tanto esistito, non ho mai tanto vissuto e non sono mai stato tanto me stesso, se così posso dire, come nei viaggi che ho fatto da solo e a piedi […].Nelle Confessioni annota – Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più, e le testa se ne va in sincronia coi miei piedi […]. La campagna è il mio studio. La vista di un tavolo, della carta e dei libri mi affligge […].

Non è più una condizione temporanea e intermedia tra due momenti o eventi significativi, e nemmeno una parentesi, abituale quanto si voglia, necessaria, capace di creare dipendenza, ma sempre e comunque al servizio o in vista di qualcos’altro – la salute, la santità, ecc…; è un modo d’essere, anzi, la punta di un modo d’essere.

La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l’aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell’osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, da tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più fiducia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell’immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura.

Nelle dieci Passeggiate che compongono le Fantasticherie, non c’è una descrizione dettagliata degli itinerari, sono pensieri buttati giù in associazione libera, quelli che possono appunto nascere nel corso di una passeggiata. Il camminare diventa quindi un mezzo letterario: detta i ritmi del discorso, giustifica le digressioni, fornisce sfondi mutevoli e quindi spiega le variazioni dello stile. Il rapporto tra pensiero e camminata è analizzato nel dettaglio: non vengono rappresentate solo le meditazioni, ma occupano un ruolo di primo piano le circostanze che le hanno fatte scaturire, le condizioni “materiali”. E questo avviene già a partire dal titolo.

Se è vero che il primo segnale del cambiamento di attitudine arriva da Rousseau, ad amplificarlo sono però William Wordsworth e la cerchia intellettuale che venne a formarsi attorno a lui e a Coleridge. Nel 1790 il futuro cantore delle brughiere, all’epoca studente ventenne in attesa dell’ammissione a Cambridge, partiva con un compagno di studi per un viaggio a piedi di duemila miglia attraverso la Francia, con sconfinamento in Svizzera e al di qua delle Alpi.

Fu una marcia a velocità militare / […] Di giorno in giorno, alzati presto e coricati tardi / di valle in valle, di colle in colle andammo / procedemmo di provincia in provincia / cacciatori intenti alla pista per quattordici settimane.

La scelta di muoversi a piedi e di arrivare in Svizzera (la patria di Rousseau), era già di per sé un atto di anticonformismo, un rovesciamento dei canoni del Grand Tour. I rampolli dell’aristocrazia inglese viaggiavano, infatti, di norma in carrozza, alloggiavano nei migliori alberghi o presso i loro omologhi dei paesi visitati, erano scortati da pedagoghi o valletti.

Quanto alla Svizzera, non era compresa in genere negli itinerari del Tour, perché non offriva molto sotto il profilo dell’arte e delle vestigia classiche; consentiva invece l’immersione in scenari naturali selvaggi e suggestivi e rappresentava per l’epoca l’espressione più avanzata di democrazia. Di questo erano a caccia William e il suo compagno.

Dopo quel viaggio Wordsworth non si ferma più e coinvolge per prima nella sua smania di camminare la sorella Doroty; evidentemente era una malattia di famiglia. Il racconto lasciato da quest’ultima di una marcia di quaranta chilometri nella neve, la vigilia di Natale, per arrivare a casa di amici, ci fa assaporare meglio di qualsiasi spiegazione il succo della nuova disposizione che pervade i due fratelli: «Si viaggiava meravigliosamente, a piedi, sulle colline, in direzione del mare».

Wordsworth non ha scritto trattati o saggi specifici sul camminare, ma tutta la sua poesia, e il Preludio in particolare, sono un inno a questa pratica e al tipo di rapporto che ti fa instaurare col mondo, inteso tanto come natura che ti circonda che come umanità che incontri.

Le strade solitarie
furono scuole in cui quotidianamente leggevo
col maggior diletto le passioni dell’umanità.
Là vedevo nel profondo delle anime.

La svolta impressa da Wordsworth al modo e al senso del camminare prende dunque origine da una motivazione sociale, da una ribellione nei confronti del sistema classista inglese e quindi anche del modello aristocratico di passeggiata o di viaggio: ma presto, sbolliti gli eroici furori dell’infatuazione rivoluzionaria, diventa altro. Subentra il gusto del puro diletto che poi si declina di volta in volta come scoperta della natura, del mondo dei reietti, di se stessi, ma che fondamentalmente ha a che fare con l’auscultare e assecondare il ritmo delle proprie gambe.

A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada;
in piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
il lungo sentiero pronto a condurmi ove voglia.
D’ora in avanti non chiedo più buona fortuna,
sono io la buona fortuna.
D’ora in avanti non voglio più gemere,
non più rimandare, non ho più bisogno di nulla,
finiti i lamenti celati, le biblioteche, le querule critiche.
Forte e contento mi avvio per libera strada.

Aldous Huxley rilevava che:

Durante gli ultimi cento anni, o quasi, l’affermazione che la natura è divina ed eleva moralmente è stata quasi un assioma. Per un buon seguace di Wordsworth una passeggiata in campagna è equivalente all’andare in chiesa, un viaggio attraverso il Westmoreland ha lo stesso valore di un pellegrinaggio a Gerusalemme.

Poco alla volta Wordsworth contagia gli altri giovani letterati della sua cerchia, primo tra tutti Samuel Taylor Coleridge, che pure non seguiva la dieta migliore per chi ama viaggiare a piedi (come energetico l’oppioOpium-eating is not congenial to walking, yet even Coleridge, after beginning the habit, non è granché e, infatti, la smania del camminare durò in lui solo una decina d’anni) e che comunque parla di camminate di quaranta miglia al giorno in compagnia dell’amico, nel corso delle quali nacquero le Lyricals Ballads. Nella prefazione a queste ultime scrive:

Lo scopo principale che ho avuto, scrivendo questi poemi, è stato quello di rendere interessanti gli avvenimenti di tutti i giorni, rintracciando in essi, fedelmente, ma non forzatamente, le leggi della nostra natura, specialmente per quanto riguarda il modo in cui noi associamo le idee in uno stato di eccitazione.

In questo caso si può pensare che l’eccitazione nasca dalle endorfine secrete dai suoi polpacci per tener dietro all’amico, piuttosto che dal frutto del papavero.

I due si incontrano la prima volta nel 1797, quando Coleridge, dopo aver letto l’opuscolo di Wordsworth che descrive la camminata per tutta la Francia fino alle Alpi, copre di volata trenta miglia per fare la conoscenza di William e Dorothy. Progettano subito un viaggio a piedi nel Devonshire da realizzarsi quell’autunno stesso e pare che La ballata del vecchio marinaio sia stato scritto nella speranza di finanziare le spese di quell’avventura.

I Wordsworth si trasferiscono poi in un cottage prossimo a quello di Coleridge, nel distretto dei Laghi, e da quel momento la zona diventa meta dei pellegrinaggi della meglio gioventù inglese, primi tra tutti John Keats e Thomas de Quincey.

Oppio e sgambate convivono anche in quest’ultimo, che ha iniziato sin da adolescente a vagabondare in proprio per il Galles e l’Inghilterra meridionale, ma che al contrario di Coleridge coltiverà questa passione anche in età matura. Conserva peraltro anche un’ironica schiettezza nei giudizi.

Quando racconta una passeggiata notturna di quaranta miglia, da Bridgewater a Bristol, la sera dopo il primo incontro con Coleridge, ci dice che non riusciva a dormire per l’eccitazione e che approfittò di una notte d’estate «divinamente calma» per camminare meditando sul mesto spettacolo cui aveva assistito: quello di un grande uomo che stava rapidamente decadendo.

Di Wordsworth, come uomo e come poeta, De Quincey è un entusiasta cantore ma questo non gli impedisce di farci sapere che le gambe secche di Wordsworth, la sua costituzione fisica, il modo stesso piuttosto sghembo di camminare, non lasciavano per niente sospettare il camminatore instancabile. Così come le distanze da quello quotidianamente percorse parrebbero non consentire alcuno spazio a un’attenzione minuziosa, quasi scientifica, per qualsiasi fenomeno naturale, mentre Wordsworth riusciva invece a essere tutto questo.

De Quincey non ha scritto saggi specifici sul camminare, ma ha affidato il suo testamento spirituale e il suo credo deambulatorio alla biografia del più straordinario camminatore dei suoi tempi, John “Walking” Stewart, filosofo e riformatore del quale torneremo a parlare.

4. Il teorico ufficiale del gruppo dei pedestrian wanderers romantici è invece William Hazlitt, che ne riassume la filosofia in On Going a Journey (Mettersi in viaggio), nel 1822. Hazlitt non piaceva affatto a Wordsworth, che lo riteneva «una persona non abbastanza corretta per essere ammessa in una società rispettabile», e aveva le sue brave ragioni. Hazlitt in effetti ce la metteva tutta per rendersi sgradevole. Lui stesso confessa:

Io non sono un uomo bonario, nell’accezione comune del termine, ci sono molte cose che mi infastidiscono, oltre a quelle che interferiscono con la mia tranquillità e con i miei interessi. Quindi mi sono fatto molti nemici e pochi amici.

Dal canto suo, dice di Wordsworth: «Vede solo se stesso e l’universo». Non fece dunque camminate in sua compagnia e tendenzialmente non le faceva nemmeno con altri. Condivide l’idea di Rousseau che l’unica camminata buona è quella solitaria.

La cosa che più mi piace al mondo è mettermi in viaggio: ma mi piace andare da solo. Posso godere dei piaceri della società in una stanza, ma fuori della porta la natura è per me più che sufficiente. Non sono mai meno solo di quando sono solo. – e ancora – Non si può leggere il libro della natura se si ha perennemente la necessità di tradurlo per gli altri […] se devo spiegarlo, sto facendo di un piacere una fatica […].

Conoscendosi bene, sottolinea l’importanza di evitare inutili discussioni:One should devote himself entirely to contemplation, this could only be achieved in a true mood of good thinking. «dobbiamo concentrarci su una sola cosa alla volta. Per esempio, non dovremmo litigare, perché ciò rovinerebbe sicuramente la contemplazione». This stresses the relation between loneliness and achievement, in travel man achieves peace with himself instead of quarrelling with the others.Ecco chiarito il rapporto tra la solitudine e la realizzazione: in viaggio, l’uomo raggiunge la pace con se stesso invece di litigare con gli altri. È disposto al più a condividere il cammino quando si tratti di andare «a visitare rovine, acquedotti, mostre di dipinti. Sono cose che parlano all’intelletto, e sopportano che se ne parli».

Dall’altra parte dell’oceano gli fa eco il profeta americano della camminata, il già citato Henry David Thoreau: «Non ho mai trovato il compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine. L’uomo che viaggia solo può partire oggi; ma chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto» dice in quello che diverrà il testo sacro di generazioni successive di trampers, intitolato appunto Camminare.

Alla base di questa preferenza per il camminare da soli c’è senza dubbio una componente caratteriale individuale, nel senso che già di per sé la scelta di muoversi a piedi su lunghe distanze evidenzia una disposizione o uno stato d’animo particolari, non da tutti (anzi, da ben pochi) condivisibili; e spesso subentra poi anche una sorta di presunzione, il senso di appartenenza a una esigua minoranza di eletti, per i quali è difficile trovare la compagnia giusta.

Ma, e segnatamente nel caso di Thoreau, c’è a volte molto di più, c’è una radicalizzazione del concetto di libertà che sembra potersi esprimere solo nella strenua difesa della sfera individuale. Secondo Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dalla quotidianità e dagli affetti per entrare in una dimensione diversa e superiore, non contaminata dai pensieri e dalle preoccupazioni del vivere “banale”.

Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

È più o meno ciò che chiedeva san Francesco agli aspiranti confratelli: uno straniamento totale rispetto alla “secolarità” dei rapporti, per poter entrare realmente in sintonia con chi e con quanto ci circonda. In questo caso, per Thoreau, la sintonia è cercata solo con la natura, con piante, pietre e animali. È la condizione preliminare necessaria per accedere a qualcosa che va ben oltre il puro piacere o benessere fisico.

Mi allarmo – dice Thoreau – quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi quotidiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali. Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente, e io non so più dove si trova il mio corpo, sono fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda?

Con la natura quindi si deve realizzare un rapporto totalmente simbiotico: solo in questo modo è possibile «far ritorno a se stessi», ma non sarà la natura a fare il primo passo, deve essere l’uomo. Scrive: «Se sei un uomo libero allora sei pronto per metterti in cammino», ciò significa che non si diventa liberi camminando, ma si cammina perché si è liberi. Che è una cosa ben diversa.

Se, infatti, camminare ci offre l’opportunità di un contatto diretto con la natura, di riconoscere che a lei apparteniamo e che alle sue leggi dobbiamo uniformarci, ci dice anche che le norme, le convenzioni e le costrizioni dettate dalla società, in quanto assolutamente innaturali, non vanno riconosciute. Il gesto del camminare, quando è un gesto libero, ha già in sé il germe della disobbedienza. Lo scritto più famoso di Thoreau è non a caso il saggio Disobbedienza civile. Il nesso tra questo e le altre sue due opere più conosciute, Walden, ovvero la vita nei boschi e Camminare, è diretto.

Nel 1845 Thoreau va ad abitare in una capanna di legno che ha costruita con le proprie mani presso il lago Walden, nei dintorni di Concord, in un luogo totalmente isolato. Vuole vivere immerso nella natura selvaggia e osservare quanto e come questo stile di vita incida sul suo fisico e sulla sua psicologia. Ma il contatto non può essere sedentario. Per immergersi davvero nella natura deve muoversi, esplorare ogni spanna del territorio che lo circonda. Deve appunto camminare, e spingersi sempre più lontano, inoltrarsi sempre più nella solitudine delle foreste.

Thoreau mette in pratica il pensiero del filosofo trascendentalista Ralph Waldo Emerson, in qualche occasione anche suo compagno di escursioni. Emerson scrive che:

La Natura ti dice di obbedire ai comandamenti dell’aria: di pattinare, nuotare, camminare, cavalcare, correre. Quando avrai consumato le scarpe, avrai vinto la resistenza della pelle, risuolale con le fibre del tuo corpo. La tua salute si misura dal numero di scarpe e cappelli e vestiti che hai consumati. L’uomo più ricco colui è colui che contrae il debito più grande col suo calzolaio.

Per i due anni dell’autoisolamento a Walden l’unico comandamento di Thoreau è di camminare almeno quattro ore al giorno, in direzioni diverse. E ottemperando scrupolosamente si rende sempre più conto di quanto lontani e futili appaiano, rispetto a questa dimensione, le convenzioni sociali.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita […] volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa […].

Questo “eroico furore” Thoreau non lo ritrova nella letteratura inglese (si riferisce naturalmente ai classici), ma nemmeno potrebbe avvertirlo in alcun camminatore del suo tempo da questa parte dell’oceano, ed è comprensibile, perché non ci sono in Europa i grandi spazi e gli scenari incontaminati che ispirano gli americani, né c’è ad alimentarlo la religiosità naturalistica della quale questi ultimi sono impregnati. La “tensione” di cui Thoreau parla rasenta da un lato il trasporto mistico, dall’altro lascia trapelare le ambiguità di un rapporto quasi gesuitico con la natura.

Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni.

Dà voce a un sentire che è comunque già diffuso, che trova ad esempio espressione e alimento nella prima metà dell’Ottocento nei libri di Washington Irving e di Fenimore Cooper e nei pittori della scuola dello Hudson River, soprattutto in Thomas Cole e in Frederic Church, che caratterizzerà nei successivi due secoli tutta la letteratura e la cultura in genere americana.

La pressione del mio piede sulla terra ne fa sgorgare mille affetti che si beffano d’ogni sforzo che compio per descriverli – scriverà Walt Whitman.

È un sentire legato al mito della frontiera, di un mondo totalmente vergine sotto l’aspetto naturalistico e aperto sotto quello sociale, che diventa luogo della possibile libertà e del riscatto individuale. Le ambiguità di questo sentire, che riescono evidenti nella sopravvivenza dell’istituto della schiavitù sino a oltre metà Ottocento e più ancora nel modo in cui viene risolto il problema dei nativi, caratterizzeranno anche in maniere più sottili l’esperienza americana.

Al momento in cui viene pubblicato Camminare è già in moto un capillare processo di spettacolarizzazione di tutti quegli aspetti che Thoreau riteneva peculiari e distintivi (del paesaggio, ad esempio, con le grandi mostre panoramiche di Bierstadt e Moran, della vita di frontiera, con i quadri e più ancora con le incisioni di Remington e Russell, dello stesso fenomeno del vagabondaggio, che da Huckleberry Finn in poi darà vita al filone letterario più prolifico della letteratura yankee).

5. L’eredità spirituale di Thoreau è raccolta ed esemplarmente vissuta da John Muir, naturalista, alpinista e precursore dell’odierno ambientalismo. Muir scrive:

Mi piace camminare, toccare la vivente madre terra – meglio se a piedi nudi e con un brivido a ogni passo. Arrivo a invidiare i rettili felici che hanno tanta parte del corpo a contatto con la terra, petto a petto. […] Viviamo con i nostri tacchi così come la testa.

Non è sempre stato così. Originario della Scozia, emigrato in America a nove anni, dotato di un notevole ingegno pratico, Muir ha lavorato sino a trent’anni nel settore industriale, realizzando anche alcune notevoli invenzioni. Già in gioventù amava molto camminare e copriva spesso lunghi percorsi nelle zone più incontaminate degli Stati Uniti settentrionali e del Canada, ma nel 1867 un incidente, nel quale va molto vicino a perdere la vista, gli cambia la vita. Molla tutto e intraprende un viaggio a piedi di duemila miglia da Indianapolis sino al Golfo del Messico: di lì, dopo aver traversato l’Istmo, risale sino alla California (poi raccontato ne A Thousard Mile Wolk to Gulf).

L’idea iniziale era quella di percorrere tutta l’America Meridionale sino a Capo Horn, ma una malattia prima e l’incontro con le foreste californiane dopo mutano il suo progetto. Diverrà lo scopritore e il propagandista delle meraviglie di Yosemite e farà partire il primo piano per la costituzione di parchi naturalistici negli Stati Uniti, mettendo tutta la sua inventiva e la sua praticità operativa al servizio della nuova causa. Con gli occhi miracolosamente ritrovati dopo un periodo di totale cecità vede il mondo in una luce nuova.

Questa grande rappresentazione è eterna. È sempre l’alba da qualche parte, la rugiada non è mai completamente assorbita nello stesso tempo, una cascata dura per sempre, e il vapore si alzerà sempre, albe eterne, tramonti eterni, sui mari e sui continenti sulle isole, ognuno a sua volta mentre la terra rotonda gira.

Nel suo libro più famoso, La mia prima estate sulla Sierra, riassume così la sua esperienza: «Ero solo uscito a fare due passi, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché uscire, come avevo scoperto, in realtà voleva dire entrare». Ha scoperto cioè che «in ogni passeggiata nella natura l’uomo riceve molto di più di ciò che cerca»; ma nel suo caso si tratta di una vera e propria rivelazione. È l’idea dell’appartenenza umana a un Tutto, dell’universo come di un unico, indissolubile organismo.

È molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione? L’universo sarebbe incompleto senza l’uomo; ma sarebbe incompleto anche privo della più microscopica creatura che vive al di là della nostra vista e conoscenza presuntuosa.

Proprio la presunzione umana è all’origine del degrado del mondo.

Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello.

Per questo il camminare ha senso, un altro superiore senso, solo nelle zone selvagge. E per questo tali zone vanno salvaguardate.

Non importa in quale degradazione l’uomo possa sprofondare, da parte mia non perderò mai la speranza finché i più umili continueranno a amare ciò che è puro e bello, e saranno in grado di riconoscerlo vedendolo.

Thoreau e Muir, quest’ultimo soprattutto, estremizzano dunque quella sfumatura particolare che fa la differenza tra le due scuole, americana e inglese. Riguarda l’idea del contatto con una terra selvaggia, nella quale il camminare crea una forma di tensione in più, data dalla scoperta continua ma anche, sotto sotto, dalla sfida al pericolo.

La natura era qualcosa di selvaggio e terribile benché bellissimo […] Qui non c’erano giardini ma il globo incontaminato. Niente prati né pascoli né coltivazioni né boschi né terre arabili né incolte né desolate.

E, naturalmente, della necessità di preservarla intatta. Nel caso di Muir si aggiunge un fervore quasi mistico, tipico di tutti coloro che ricevono la rivelazione in circostanze drammatiche.

La linea di Thoreau e di Muir è portata avanti, a cavallo tra i due secoli e poi nel Novecento, da un folto gruppo di pensatori-camminatori che traducono il pensiero “conservazionista” americano in un vero e proprio culto della Wilderness. Nel modello americano il camminare assume sempre più i tratti di un rito iniziatico, che accompagna il passaggio da un embrionale ambientalismo alla professione di fede nella natura. Sigurd Olson scrive:

Durante gli anni del mio girovagare nel grande Nord canadese scoprii l’importanza degli spazi aperti. In quelle spedizioni c’era il tempo di pensare durante lunghe ore di marcia o di ininterrotto pagaiare, ed io appresi che la vita è una serie di orizzonti aperti, senza che mai uno termini prima che in lontananza già ne appaia un altro – e ancora – Ho ho scoperto in una vita di viaggi in regioni primitive, vedendo persone che vivono nel deserto e lo usano, che c’è un nocciolo duro di necessità di deserto in tutti, un nucleo che fa dei suoi valori spirituali una necessità umana di base. Se non potremo preservare i luoghi dove il bisogno umano di infinito spirituale può essere soddisfatto e nutrito, distruggeremo la nostra cultura e noi stessi.

Olson è un camminatore che non tiene più il conto di tempi e distanze: la sua è una progressiva immersione-identificazione nella natura, e nella dimensione che vuole raggiungere i tempi e le distanze non esistono.

Lo stesso atteggiamento caratterizza Robert “Bob” Marshall, il fondatore della Wilderness Society, che pure è un marciatore leggendario e che, rimpiangendo di non essere vissuto un secolo prima e di non aver potuto partecipare all’epopea dell’esplorazione dell’Ovest, cerca di rifarsi negli sconfinati spazi dell’Alaska.

La “consacrazione” definitiva del camminare si avrà però nella seconda metà del Novecento, con Gary Snyder, guru della new age, autore de Il mondo selvaggio, guida materiale e spirituale di Jack Kerouac in una stagione escursionistica sulle Montagne Rocciose (è il Japhy Ryder de I vagabondi del Dharma). Dopo una serie di esperienze che spaziano dall’alpinismo al rapporto con la Beat generation e con i nativi americani, Snyder approderà infine all’ecologia del profondo e al buddismo, iniziandosi anche alla pratica dello Shu-gen-dō, un’antica religione giapponese che si fonda proprio sul camminare.

Facciamo un passo indietro e torniamo in Europa2. Anche Søren Kierkegaard, l’omologo “urbano” ed europeo di Thoreau, ama camminare da solo ma, invece che in mezzo ai boschi, cammina in città nella sua Christiania, scaricando lungo le vie cittadine le fobie e le nevrastenie accumulate in un’infanzia difficile.

Ha imparato sin da bambino a pensare camminando (o a camminar pensando) tra le mura domestiche, perché il padre, per non farlo uscire di casa, passeggiava con lui avanti e indietro per le stanze di casa. Quando entra nell’adolescenza la consuetudine è trasportata fuori, e quando il padre viene meno Søren la perpetua in solitaria.

Gli piace camminare da solo, ma in mezzo alla gente, avendo contatti, incontri rapidissimi e casuali e alla lunga necessariamente ripetuti: questo gli permette di studiare i suoi simili da vicino ma con un distacco da entomologo, e salvaguarda le sue paure. Così come, a detta della sorella Dorothy, lo studio di Wordsworth erano «il giardino e le colline là fuori», Kierkegaard considera le strade di Christania la sua «sala di ricevimento» e assieme laboratorio.

Nel diario afferma di aver composto tutte le sue opere camminando e in una delle Lettere a Jette scrive:

Camminare è la grande avventura, la prima meditazione: è un addestramento del cuore e dell’anima per l’umanità. […] Soprattutto, non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata […] ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati […] Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Non è difficile immaginare come il suo eterno vagabondaggio per le vie di Christania sia percepito dai concittadini: chi non lo considera completamente pazzo lo bolla quantomeno come un ozioso. È quanto capita a quasi tutti i camminatori urbani: Charles Lamb e lo stesso Dickens lo sottolineano spesso nei loro racconti. D’altro canto, come scriverà Leslie Stephen,

le peregrinazioni urbane, sia pure deliziose, hanno a che vedere solo relativamente con ciò che intendiamo per camminare. Sui marciapiedi il passo è imposto anche dagli altri, ci si arresta per vedere o sentire, per salutare qualcuno o per evitare di incontrare qualcun altro. Nelle strade di campagna si coglie la vera estasi dell’oscillazione lunga, ininterrotta, degli arti, il bagliore armonioso di corpo e mente, l’animo che si nutre, cervello e muscoli che si esercitano allo stesso modo.

6. Un altro filosofo deambulante, legato al camminare da una dipendenza che sfiora, e a un certo punto supera, il confine del patologico, è Friedrich Nietzsche. Nietzsche, guarda caso, perde il padre a quattro anni. Quando si consideri che in una situazione più o meno analoga vengono a trovarsi anche Wordsworth, Rimbaud, Gorkji, London, Hamsun, praticamente tutti coloro nei quali ci si imbatte in una ricerca sul camminare, è difficile pensare a una serie di pure coincidenze. Qualche nesso tra la perdita del padre e la camminata quasi compulsiva, la ricerca spasmodica, deve esserci. Potrebbe magari essere la fuga da una figura materna che diventa troppo presente.

Comunque, come tutti i nordici, e i prussiani in particolare, Nietzsche comincia a marciare giovanissimo e consolida l’abitudine negli anni degli studi e durante il periodo dell’insegnamento, quando nei mesi estivi si reca a camminare con amici o colleghi nella Foresta Nera. Scrive a casa resoconti entusiasti delle sue escursioni. «Cammino molto, attraverso i boschi, e ho fantastici colloqui con me stesso».

Ben presto però le condizioni di salute (soffre di terribili emicranie) lo costringono a lasciare l’insegnamento universitario. L’esercizio fisico del cammino diventa allora una vera e propria ossessione, oltre che una terapia.

Se solo potessi avere una casetta da qualche parte; come qui, camminerei sei-otto ore al giorno, formulando pensieri che poi butterei di getto sulla carta.

E questo perché in Nietzsche diventa esplicita l’indicazione del corpo camminante come «filo conduttore del pensiero», supporto in movimento della creazione filosofica:

Di quando in quando, cammin facendo, scribacchio qualcosa su un foglio, non scrivo nulla a tavolino, ci pensano poi i miei amici a decifrare i miei scarabocchi.

Trova il luogo ideale per questa pratica a Sils Maria, in Engadina, e comincia a trascrivere i soliloqui ne Il viandante e la sua ombra, dove afferma che:

bisognerebbe ogni tanto star lontano dai libri per sei mesi e camminare soltanto.

Ciò che per Thoreau erano le foreste, per lui sono le montagne. Non basta camminare, è importante camminare in salita, raggiungere luoghi elevati per ottenere le rivelazioni fondamentali.

Bisogna salire ancora un bel tratto, lentamente, ma sempre più in alto, per arrivare a un punto da cui la vista possa spaziare liberamente sulla nostra vecchia civiltà.

In questo senso, Nietzsche si rifà alla tradizione millenaria che lega l’esperienza del distacco e della solitudine alla faticosa conquista di un luogo impervio e alle suggestioni del paesaggio nel quale questo luogo è inserito. Le intuizioni chiave scaturiscono per lui da ore di esercizio del cammino, di intenso sforzo muscolare, e sono originate da improvvise epifanie: il panorama che si apre inaspettato a una svolta del sentiero o valicando un colle, il contadino incrociato nella calura meridiana, come apparso dal nulla. L’idea stessa dello Zarathustra nasce da uno di questi incontri, e il profeta si presenta così:

Io sono un viandante che sale su pei monti.

È certamente un modo di camminare diversissimo da quello di Kierkegaard, ma anche da quello di Wordsworth. A dispetto dei ripetuti richiami «alla danza in tutte le sue forme, al saper danzare coi piedi, coi concetti, con le parole, con la penna», rimane l’impressione di un passo pesante, faticoso, di un esercizio ascetico attraverso il quale riscattare una salute precaria. In effetti insiste molto sull’ascetismo militaresco, sulla disciplina che deve imporre al proprio corpo per potenziare forze vitali non eccelse.

Dopo l’abbandono dell’insegnamento Nietzsche entra in un decennio di vita sempre più errabonda, trascorsa in gran parte in Italia, nel corso del quale nascono le sue opere più importanti; e il camminare è ormai la condizione fondamentale per il suo pensiero.

Noi non siamo di quelli che riescono a pensare solo in mezzo ai libri – è nostra consuetudine pensare all’aria aperta, camminando, saltando, salendo, danzando, preferibilmente su monti solitari o sulla riva del mare, laddove sono le vie stesse a farsi meditabonde.

Nella ricerca costante di un luogo consono alla sua salute il primo criterio di scelta è la possibilità di fare passeggiate. A Genova:

Bene, questo si che si chiama camminare. Me ne vado in giro per sei e anche otto ore. In verità ho proprio quel genere di vita che desideravo tanto prima

mentre Venezia ha il difetto di non essere una città per chi ama le passeggiate – e io ho bisogno di camminare le mie sei-otto ore all’aria aperta.

Ormai cammina sempre da solo, sempre più alla maniera di Hazlitt, e parla di se stesso in prima persona plurale. È perennemente impegnato ad auscultarsi, a controllare il motore fisiologico del suo pensiero.

Stato di ispirazione profonda. Tutto concepito per strada nel corso di lunghe camminate. Estrema elasticità e pienezza corporea – e questa condizione diventa ossessiva – Stare seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra è il vero peccato contro lo spirito santo.

Di qui discende anche il modello critico per la valutazione dei libri e del pensiero altrui.

Oh, come siamo rapidi nell’indovinare in che modo quel tale è pervenuto ai suoi pensieri, se stando a sedere davanti al calamaio, col ventre sottoposto a compressione, col capo curvo sulla carta; oh, come si fa presto a liquidare anche il suo libro! I visceri costretti in una morsa si tradiscono, ci puoi scommettere, così come si tradisce l’atmosfera della stanza, il suo soffitto, la sua strettezza.

Questa necessità di distinguersi, il disprezzo ostentato per i sederi di pietra, non fanno che confermare l’impressione di un radicalismo da neo-convertito, di una sorta di astio da rivincita su un fisico che non lo sorregge adeguatamente: tanto più se si considera l’importanza che la corporeità viene a assumere nell’economia di un pensiero “dionisiaco”.

Così, quando cominciano a presentarsi problemi alla schiena e non è più in grado di tenere certi ritmi, tornano le emicranie. Ed è la fine. Le ultime passeggiate Nietzsche le farà in manicomio, scortato dalla madre.

7. Nell’Inghilterra vittoriana non sono i filosofi ma ancora i letterati a teorizzare sui modi e sui piaceri del camminare. Quasi a prefazione dei libri di viaggio che compariranno negli anni immediatamente successivi (tra i più famosi Viaggio nell’entroterra in canoa tra Belgio e Francia, Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino, Edimburgo e tre passeggiate a piedi. A zonzo tra Scozia e Inghilterra) Robert Louis Stevenson pubblica nel 1876 una riflessione sull’andare a piedi (Walking Tours), nella quale riprende in gran parte Hazlitt.

Stevenson in realtà tanto vittoriano non è, anzi, è un irregolare che andrà a cercare dall’altra parte del globo, nei Mari del Sud, un’atmosfera più respirabile.

Qui sono tutti così occupati e hanno così tanti progetti futuri da realizzare e castelli in aria di trasformare in solidi palazzi abitabili su un terreno ghiaioso, che non possono trovare alcun tempo per viaggi di piacere nella terra del pensiero e tra le colline della fantasia.

Non a caso ha esordito come critico letterario con due saggi rispettivamente su Whitman e su Thoreau. E tuttavia, quando esplicita sue le motivazioni, la differenza balza agli occhi: «Per quanto mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Io viaggio per amor del viaggio. Il tutto è solo muoversi». Il rapporto con la natura è senz’altro piacevole, ma non rappresenta a suo parere la motivazione chiave.

Il paesaggio in un giro a piedi è abbastanza accessorio Chi è davvero della fratellanza non viaggia alla ricerca del pittoresco, ma di certi umori allegri – della speranza e dello spirito con cui la marcia inizia al mattino, e della pace e della reintegrazione spirituale del resto della serata. Non può dire se si mette su lo zaino, o lo toglie, con più gioia.

Non si distingue solo dagli americani, rimprovera infatti a Hazlitt certi eccessi.

Io non approvo tutto questo saltare e correre. Entrambe le cose affrettano la respirazione; entrambe distraggono il cervello dalla sua gloriosa confusione a cielo aperto; ed entrambe rompono il ritmo. La marcia irregolare a piedi non è così piacevole per il corpo, e distrae e irrita la mente. Bisogna considerare che una volta che si è ritmati su un passo uniforme, non è più necessario alcun pensiero cosciente per tenere quel passo, ma esso ti impedisce di pensare seriamente a qualsiasi altra cosa.

Qui dunque la mistica non c’entra per nulla, queste sono già indicazioni “tecniche” e sono intese a un’accezione sportiva, anche se tutt’altro che agonistica, della camminata. Stevenson, infatti, non vuole “né andare di trotto a fianco di un campione del camminare, né trascinare i piedi nel tempo con una ragazza.” Non intende ridursi come chi “percorre a piedi una distanza semplicemente inconcepibile per stupire e brutalizzare se stesso, e arriva all’albergo, la sera, con una sorta di gelo sui cinque sensi, e una notte di buio senza stelle nello spirito. Non è per costui la serata luminosa e mite del camminatore temperato! Non gli rimane nulla se non il bisogno fisico di andare a dormire e di un berretto da notte; e persino la pipa, se è un fumatore, sarà insipida e priva di incanto.”

Insiste molto su questo tema della sera:

Ma è di notte e dopo cena, che viene l’ora migliore. Non ci sono sigari paragonabili a quelli che seguono un buon giorno di marcia; il sapore del tabacco è una cosa da ricordare, è così secco e aromatico, così pieno e così bene. Se si finisce la sera con un grog, ci si accorge di non aver mai bevuto un grog paragonabile a questo; a ogni sorso una tranquillità sollazzevole si diffonde sui tuoi arti e arriva facilmente al tuo cuore. Se leggi un libro – e non lo farai mai, per cui puoi anche saltare questo pezzo – trovi la lingua stranamente filante e armoniosa.”

L’altro tema che ricorre costantemente è quello della percezione diversa del tempo:

Non tenere conto delle ore per tutta la vita equivale, starei per dire, a vivere per sempre. Non avete idea, a meno di aver provato, di quanto infinitamente lungo è un giorno d’estate che si misura solo dalla fame e che ha termine solo quando si ha sonno.

8. Una versione “borghese” del camminare alla Stevenson, dalla quale sono ormai ben lontani i sottintesi anticonformisti di Wordsworth, è proposta ne In Praise of Walking (1881) dal padre di Virginia Woolf, Leslie Stephen. Camminare è per Stephen “una ricreazione”:

Camminare è tra le ricreazioni ciò che l’aratura e la pesca sono tra le fatiche industriali: è un’attività primitiva e semplice,it brings us into contact with mother earth andì che ci porta a un contatto con la madre terra e con launsophisticated nature; natura non sofisticato;it requires no elaborate apparatus and no extraneous excitement. non richiede macchinari complicati e non c’è emozione estranea. È adatta anche per i poeti e filosofi.

Sgombra quindi il terreno da significati mistici, da ricerche di rivelazioni salvifiche:

Il vero camminatore è colui per il quale la ricerca è di per sé incantevole; che non è tanto presuntuoso da considerarsi immune da un certo compiacimento per la prestanza fisica necessaria per la sua ricerca, ma per il quale l’impegno muscolare delle gambe è secondario rispetto alle attività “cerebrali” stimolate dallo sforzo,to the quiet musings and imaginings which arise most spontaneously as he walks, and generate the intellectual harmony which is the natural accompaniment to the monotonous tramp of his feet. alle riflessioni e alle fantasie tranquille che sorgono più spontaneamente quando si cammina, e generano quell’armonia intellettuale che è l’accompagnamento naturale per il vagabondare monotono dei suoi piedi.

Anche quando riprende quasi letteralmente le argomentazioni di Stevenson, il tono risulta ancora più laico: sembra sempre voler mantenere la giusta distanza tra il suo camminare ricreativo e il marciare professionale o semiprofessionale.

Il giorno in cui sono stato pienamente iniziato ai misteri è segnato da una pietra bianca.It was when I put on a knapsack and started from Heidelberg for a march through the Odenwald. È stato quando ho preso su uno zaino e ho intrapreso da Heidelberg una marcia attraverso l’Odenwald.Then I first knew the delightful sensation of independence and detachment enjoyed during a walking tour. Ho conosciuto la piacevole sensazione di indipendenza e di distacco divertito che può offrire un giro a piedi. Essere libero da tutti i fastidi di orari ferroviari o di macchinari estranei, avere fiducia nelle proprie gambe, fermarsi quando se ne ha voglia, seguire qualsiasi traccia venga indicata dalla vostra fantasia, e assaporare tutta la varietà caratteristica dei tipi umani in ogni locanda dove ci si fermi per la notte.

Stephen è un forte camminatore in proprio, un eccellente alpinista (il suo Il terreno di gioco dell’Europa. Scalate di un alpinista vittoriano, è un classico della letteratura alpina) ma è soprattutto un biografo, una fonte preziosissima e piacevole. In pochi tratti, con brevissimi aneddoti, disegna personaggi ed evoca atmosfere.

Carlyle era un camminatore vigoroso, e anche nei suoi ultimi anni è stato una figura sorprendente.One of the vivid passages in the Reminiscences describes his walk with Irving from Glasgow to Drumclog. Uno dei passaggi più vivaci delle sue “Reminiscenze” descrive una passeggiata con Irving da Glasgow a Drumclog. Qui si sono seduti sul ciglio di una torbiera, mentre lontano, molto lontano verso occidente, oltre l’orizzonte marrone, si innalzava, visibile a molti chilometri di distanza, un’alta piramide bianca e irregolare. Ailsa Craig, abbiamo subito intuito, e il pensiero è corso ai mari e agli oceani laggiù.

La visione naturalmente fa nascere una conversazione solenne, che rimarrà un evento per entrambi.

Né Irving né Carlyle in quei giorni si tiravano indietro di fronte a qualsiasi distanza, si aggiunge, e il giorno dopo Carlyle fece la sua passeggiata più lunga, 54 miglia.

Qualche volta però il critico letterario (era la sua attività “seria”) ha il sopravvento, e non riesce a contenersi.

Un esempio notevole dell’influenza salutare del camminare potrebbe essere dato dai casi di Walter Scott e di Byron. Scott, nonostante fosse zoppo, si deliziava di passeggiate da venti a trenta miglia al giorno, e arrampicava in falesia, confidando nella forza delle sue braccia per rimediare agli inciampi del suo piede.The early strolls enabled him to saturate his mind with local traditions, and the passion for walking under difficulties showed the manly nature which has endeared him to three generations. Le passeggiate gli hanno permesso di nutrire la mente con le tradizioni locali, e la passione per il camminare a dispetto delle difficoltà ha educato quella natura virile che lo ha reso caro a tre generazioni. La zoppia di Byron era invece troppo grave per permettergli di camminare, e quindi tutti gli umori malsani che sarebbero svaniti con buone marce in campagna si sono accumulati nel suo cervello e hanno causato quei difetti, la morbosa affettazione e la misantropia perversa, che gli hanno impedito di diventare il più grande intelletto del suo tempo.

C’è da chiedersi cosa avrebbe detto di Leopardi, se lo avesse conosciuto.

Il modello “vittoriano” (e positivistico) proposto da Leslie Stephen, lo troviamo perfettamente esemplificato nel secolo successivo in George M. Trevelyan. Già nell’aspetto: alto e leggermente curvo, gli occhiali con montatura in acciaio o in argento sotto pesanti sopracciglia a strapiombo, i capelli e i mustacchi argentati, i pantaloni larghi di tweed, le calze di lana grigie a costine sotto grandi stivali neri.

Chi aveva camminato con lui ricordava che copriva i chilometri mantenendo ritmi faticosissimi, senza tuttavia interrompere mai un energico flusso di conversazione. Sarebbe stato riconosciuto immediatamente come inglese, e come inglese della upper class, dovunque si fosse presentato.

Il suo Walking esordisce così: «Ho due medici, la mia gamba sinistra e la mia destra». Parrebbe Seneca, o san Girolamo, invece è qualcosa di diverso e lo testimonia il fatto che uno storico professionista ci scriva sopra un saggio.

Il camminare non è per lui solo un esercizio salutistico, è insieme un termometro e una terapia: «I miei pensieri si mettono in cammino con me come degli ammutinati […] ma quando li riconduco a casa scherzano tra loro come boy-scout», soprattutto un modo d’essere, quasi una necessità.

Bertrand Russell racconta di aver trovato la moglie di Trevelyan, il giorno delle nozze, in trepida e malinconica attesa, perché lo sposo «non se la sentiva di affrontare tutta una giornata senza sgranchirsi le gambe», ed era uscito a fare una passeggiata.

Rientrò a notte fatta, stravolto, dopo aver percorso quaranta miglia. È probabile che la passione dei sensi non fosse il principale ingrediente di quel matrimonio, ma rimane comunque significativo il fatto che a motivare la camminata fosse non un qualsivoglia scopo, quanto piuttosto una sorta di compulsione. «Dopo una passeggiata di una giornata tutto ha due volte il suo valore usuale». Chissà cosa ne pensava la sposa.

La stessa compulsione pare muovere per sessant’anni le gambe di Stephen Graham. La dolce arte di camminare, (1927), un suo piccolo trattato che si inserisce in una amplissima produzione di libri di viaggio, è un gioiellino. La guida perfetta per diventare un vagabondo. La filosofia di fondo è però più vicina a quella di Leslie Stephen che a quella di Trevelyan.

Graham propugna di «viaggiare con bagaglio leggero», lentamente, e facendolo solo per il gusto di farlo. Non è un integralista della camminata, anche se di suo è stato un camminatore formidabile. Per questo non si fissa sul viaggiare solitario: ritiene anzi che «non c’è forse nessun test di amicizia più veritiero che il vagabondare a lungo con qualcuno. Se volete conoscere un uomo, andare in vagabondaggio con lui». E soprattutto «scoprirete poco alla volta tutti i vostri egoismi, e la vostra capacità di superarli».

Questo ci spinge a tornare sul discorso della camminata in solitaria o in compagnia. Su questo tema come abbiamo visto la linea dura di Rousseau e Hazlitt riscuote il favore della stragrande maggioranza dei praticanti. Stevenson in Walking Tours la ribadisce a chiare lettere, adducendo le motivazioni essenziali:

In un giro a piedi si dovrebbe andare da soli, perché la libertà è essenziale: perché si dovrebbe essere in grado di fermarsi o di proseguire, e seguire questo e quel cammino come ci porta il capriccio: e anche perché occorre tenere il proprio passo.

Il nodo sembra essere alla fine ciò di cui si va in cerca quando ci si mette in cammino. Wordsworth, come abbiamo visto, andava in cerca degli altri, oltre che della natura. E la stessa motivazione la troviamo ad esempio espressa in Mark Twain quando scrive:

Il vero fascino della camminata a piedi non sta nei passi che fai, o nel paesaggio che vedi, ma nel mantenere il sangue ed il cervello attivi; il paesaggio e gli odori esercitano sull’uomo un fascino discreto e incosciente e danno conforto all’occhio, all’anima e ai sensi; ma il piacere supremo sta nel parlare.

Rousseau, Hazlitt e Stevenson sono in cerca soprattutto di se stessi. Graham riesce a conciliare le due cose. Partendo da una posizione diametralmente diversa da quella di Trevelyan, alla fine approda alle stesse conclusioni. La strada unisce più di quanto l’appartenenza di classe divida.

Sulla strada si rivelano le debolezze e i punti di forza del carattere. Ci sono quelli che si lamentano continuamente, facendo si che ogni miglio sembri lungo tre. E ci sono coloro che hanno riserve inesauribili di allegria, che cantano per i loro compagni nelle ore della stanchezza, e che in salotto non mostrerebbero mai queste qualità. La strada rivela la forza, l’intraprendenza, il coraggio, la pazienza e l’energia; o, per contro, la mancanza di tutte queste cose.

Se si volesse trasporre sullo schermo la biografia di Graham, sarebbero necessarie una decina di puntate. Graham è un pellegrino naturale della vita. Giovanissimo legge Dostoevskji e matura una vera e propria passione per la vecchia Russia ortodossa, che gli appare come un mondo di affascinante mistero. È alla ricerca di un senso superiore, di una ricchezza spirituale che l’Occidente ha perduto3.

Appena gli è possibile si trasferisce a Mosca, praticamente senza un soldo e senza bagagli ma armato di un apparecchio fotografico, e si immerge nella vita della parte più umile della popolazione russa. Subisce il fascino del clima arcaico e della sacralità che circonda le chiese dei Vecchi Credenti, e comincia a muoversi, sempre a piedi, alla scoperta di sempre nuove suggestioni.

Percorre le montagne del Caucaso, poi si spinge a nord negli Altai e sino a Arcangelo, quindi a sud fino al Mar Nero, e di lì via Costantinopoli sino alla Terra Santa, dove arriva in compagnia di un gruppo di pellegrini.

Racconta questi viaggi in libri come Vagabondo nel Caucaso, Russia Sconosciuta e Con i pellegrini russi a Gerusalemme, che lo fanno conoscere anche oltreoceano. Può quindi recarsi in America, dove percorre mille chilometri per arrivare a Chicago e ha lo stesso impatto negativo già registrato da Hamsun e da Gorkji.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale torna in Russia come corrispondente di guerra e dopo la caduta dello Zar si arruola nelle guardie scozzesi, con le quali combatte in Francia. Nel 1919 torna negli Stati Uniti, conosce Vachel Lindsay e cammina con lui nelle Montagne Rocciose.

Nel 1921 altro viaggio a piedi che dall’Italia, via Jugoslavia, lo porta in Grecia, torna poi attraversando Bulgaria, Romania Cecoslovacchia e Polonia, e quindi Germania e Francia. A questo punto non ha quarant’anni e vivrà ancora per oltre mezzo secolo (è nato nel 1884 e muore nel 1975), senza fermarsi un attimo.

Camminare è dunque per Graham qualcosa di molto affine al pellegrinaggio: una ricerca di verità e di intuizioni che potrebbero ridisegnare la sua vita e la sua visione del mondo. È però anche molto diverso, perché questa ricerca non ha per meta un luogo di culto, anzi, non si propone alcuna meta ma piuttosto diventa un metodo. E lo scopo, quello della rigenerazione spirituale, può essere raggiunto attraverso la pratica stessa, se questa è libera da ogni condizionamento mentale.

Per questo Graham mescola Thoreau:

Se indossi gli abiti vecchi e ti metti per strada, fai senz’altro il gesto giusto

a Stevenson:

Sono incline a misurare il tempo impiegato, non le miglia. Se copri un centinaio di miglia in una settimana significa solo che hai vagabondato più a lungo rispetto a se fossi andato di fretta in tre giorni» e riecheggia anche Nietzsche «Solo se hai passato una notte sotto la pioggia, o hai perso la strada in montagna e mangiato tutto il cibo, puoi capire se hai un cuore forte e sei pronto a ogni evenienza.

Ma soprattutto intuisce già quale deriva sta prendendo la faccenda:

Guardati dall’andare a Gerusalemme, solo per poter tornare indietro e dire al mondo che ci sei stato. Rovineresti tutto ciò che trovi lungo il cammino.

La cosa un po’ paradossale è che lui al mondo lo ha detto.

9. Il nostro excursus sulla trasformazione di significato subita dal gesto di camminare potrebbe fermarsi proprio qui, sul paradosso di Graham. Graham appartiene ancora al novero dei camminatori “classici”, ma rappresenta anche il momento di transizione alla camminata post-moderna. Dopo di lui accade per la marcia esattamente quello che accade nell’alpinismo. La dimensione sportiva, agonistica, spettacolare e professionale prende il sopravvento su quella “ricreativa”.

Esistono tuttavia altri modi di camminare, che magari si collocano un po’ a margine rispetto alla nostra ricerca, ma mi paiono comunque degni di un cenno. Sono a margine per motivi diversi.

Il camminare può ad esempio essere strumento per una ricerca condotta eminentemente con lo sguardo rivolto verso l’esterno. Magari alla natura di per sé, e non ai riflessi che ha su di noi.

Un caso emblematico è quello di Richard Jefferies. Jefferies è un irrequieto sin da ragazzino. Trascorre l’infanzia in una fattoria del Wiltshire, lascia presto la scuola e a sedici anni scappa in Francia con un cugino con l’intenzione di raggiungere a piedi la Russia (ha letto evidentemente i racconti di John Dundas Cochrane, del quale parleremo). Il tentativo naturalmente fallisce, così come quello immediatamente successivo di imbarcarsi per l’America.

Deve rassegnarsi e comincia a peregrinare da solo per le campagne attorno a Swindon, allampanato, un po’ curvo, rapidissimo nella falcata. Questo, e il fatto che sia molto trasandato nell’abbigliamento, porti i capelli lunghi e abbia sempre con sé una pistola, gli guadagnano una comprensibile fama di folle. Ma in realtà Jefferies ha trovato attorno a casa quel che voleva cercare lontano.

Comincia a scrivere articoli sulla vita rurale, si trasferisce a Londra e batte sistematicamente le campagne dell’Inghilterra meridionale, producendo nel corso della sua breve vita (muore nel 1887, a soli trentanove anni) alcuni tra i libri di storia naturale più amati dai lettori inglesi – The Poacher Amateur (1879) e Round About a Great Estate (1880) – oltre a Bevis, un classico della letteratura per ragazzi.

Scrive anche, come Butler, un romanzo del genere post-apocalittico, Dopo Londra (1885), nel quale immagina che dopo una catastrofe la campagna inglese torni a essere dominio della natura selvaggia e i sopravvissuti retrocedano a una forma di vita medioevale. Il romanzo influenzerà molti autori successivi di distopie, tra i quali William Morris.

La passione naturalistica è raccontata da Jefferies in The Story of My Heart (1883), dove il camminare è sempre presente ma non è mai protagonista, lasciando invece spazio a ciò che scorre ai lati della strada o del sentiero.

Dello stesso tenore è il rapporto che intrattiene col camminare Edward Thomas. Thomas è un saggista, poeta e biografo – scrive non a caso le biografie di Jefferies e di George Borrow, mentore del supertramp William H. Davies e amico di Robert Frost, ma soprattutto è un camminatore infaticabile. È mosso da una forma di depressione, il che lo classificherebbe tra gli affetti da quel determinismo ambulatorio del quale parleremo tra breve, ma non vaga a caso.

Cammina lungo «strade antiche e indelebili consunte dagli zoccoli, dai piedi scalzi e dai bastoni strascicati di molte generazioni ormai scomparse». Cerca le vie antiche, strade romane o sentieri medioevali, che hanno lasciato tracce appena percettibili anche a un occhio esperto e che, una volta individuate, disegnano un reticolo non solo geografico ma anche storico. «Sempre e ovunque l’uomo ha camminato venando la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari e tortuosi. There are walks in which we tread in the footsteps of others,In ogni passeggiata noi calpestiamo le orme di altri» dirà nel poemetto In Praise of Walking il suo connazionale Thomas Clark.

E Thomas rintraccia proprio queste venature e queste orme, ne ricostruisce il complesso intreccio e ce lo fa ripercorrere in libri come Beautiful Wales (1905), dedicato alla sua terra d’origine, e The Heart of England (1906).

A differenza di Jefferies non cerca ciò che sta a lato della via, ma tutto ciò che serve a caratterizzare topograficamente la via stessa, pietre miliari, resti di ponti, terrapieni, svolte, incroci, segnali: e immagina coloro che la via l’hanno percorsa nei tempi, le relazioni umane che da essa sono state favorite. Esattamente come per Jefferies la sua ricerca viene precocemente interrotta dalla morte: cade a trentanove anni, nel 1917, combattendo in terra francese.

Non è affatto indispensabile però essere stravaganti, o essere inglesi, per entrare nel novero dei camminatori classici. Contemporanei di Graham sono ad esempio sul continente diversi cantori del camminare, primo tra tutti Hermann Hesse, che portano sfumature nuove in questa pratica.

Hesse, ad esempio, deve molto ai suoi riferimenti culturali orientali: cammina come Stevenson, o come Leslie Stephen, ma non è altrettanto disincantato.

Robert Walser invece è decisamente lontano dallo stampo del camminatore inglese: la prende molto più bassa. Si potrebbe dire che sta ai marciatori anglosassoni come nell’alpinismo Kugy sta agli scalatori inglesi, a Mummery e a Mallory.

Ne La Passeggiata ci dà forse la più esemplare giustificazione di quella che ancora, ai suoi tempi come a quelli di Kierkegaard, era considerata una pratica oziosa. E lo fa senza tirare in ballo le endorfine. Così infatti risponde a un giudice che gli imputa l’oziosità e il vagabondaggio:

Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve. La conoscenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro a occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea alta e nobile del passeggiare. Senza le passeggiate e la relativa contemplazione della natura, senza questa raccolta di notizie, che allieta e istruisce insieme, che è ristoro e incessante monito, io mi sento come perduto, e realmente lo sono.

Come Walser, altri si sentono perduti se non possono sgranchire le gambe. Ma, a differenza di quanto a lui accade, per molti il problema non è costituito da ciò che si perde, quanto dalla compulsione incontrollata al movimento.

Alla fine dell’Ottocento viene individuata una singolare patologia, la “dromomania”, caratterizzata da una precisa sindrome che prende il nome di “determinismo ambulatorio”. In una tesi di medicina pubblicata nel 1887, Les aliénés voyageurs di Philippe Tissié, si analizza il caso di un operaio francese che in preda a questa compulsione maniacale era più volte “fuggito” compiendo percorsi che lo portavano da un continente all’altro, senza alcuna meta specifica, e che a ogni ritorno mostrava di avere solo confusissimi ricordi dei luoghi dove era transitato. Il suo non è per nulla un caso isolato: sembra anzi che il contagio si stia rapidamente diffondendo su entrambe le sponde dell’Atlantico.

L’attenzione per questa sindrome è notevole, tanto che lo stesso Freud vi farà ripetutamente cenno nella sua prima opera importante, L’interpretazione dei sogni. Poi va rapidamente scemando e la compulsione ambulatoria viene rubricata tra gli effetti collaterali della schizofrenia e di altre patologie.

In realtà avviene che, su un fenomeno da sempre esistente, si focalizza improvvisamente l’attenzione per la concorrenza di due fattori chiave: da un lato lo sviluppo delle scienze psicologiche, con la definizione di protocolli di “normalità” alla luce dei quali interpretare e classificare tutti i comportamenti, e segnatamente quelli che escono dai binari, per riuscire in qualche modo a gestirli; dall’altro l’effettivo aumento generalizzato del vagabondaggio, anche in quei paesi, come l’Inghilterra, dove erano state precocemente elaborate misure per contenerlo o estinguerlo.

Il fenomeno si diffonde in tutto il continente, in modo particolare nei paesi scandinavi, e alla categoria dei vagabondi e degli sradicati si comincia a dedicare a cavallo tra i due secoli, anche negli Stati Uniti e in Russia, una particolare attenzione sia sociologica che letteraria.

Non si tratta però, anche nelle forme estreme, di qualcosa di nuovo. Per restare sul continente, clamoroso è il caso del poeta tedesco Jakob Lenz, allievo di Kant a Königsberg, divenuto dopo l’incontro con Goethe, Herder e Lavater uno degli esponenti più rappresentativi dello Sturm und Drang.

Considerato un genio già a quindici anni, a venticinque comincia a manifestare i sintomi di una follia che lo spinge improvvisamente a vagabondare in stato di semincoscienza.

Questa patologia lo conduce a vivere un’esistenza perennemente nomade e irrequieta, tra i Vosgi e la taiga russa, inframmezzata da brevi momenti di quasi lucidità, nei quali elabora grandiosi progetti di riforme sociali. Viene trovato morto in mezzo a una strada a Mosca, nel 1792, non ancora quarantenne. Oggi è sconosciuto persino il luogo della sua sepoltura.

Anche Gérard de Nerval, l’esponente forse più rappresentativo del romanticismo gotico e scapigliato francese, negli ultimi quindici anni della sua esistenza è preda di una progressiva psicosi, che si manifesta in lunghi stati depressivi, manie di persecuzione, allucinazioni, ma che si traduce soprattutto nell’ossessione ambulatoria.

Fino a quando è in grado di mantenere su di essa un certo controllo scarica l’irrequietudine nei viaggi, per mezza Europa o nel Vicino Oriente: poi il calore della mente si fa insopportabile e brucia ogni curiosità e interesse.

A differenza di Nietzsche, Nerval non si muove alla ricerca di qualcosa, bensì in una fuga costante, dilaniato dagli spasmi di un’attrazione-repulsione per i contatti col prossimo: visite lampo alle case dei conoscenti e degli amici, giusto il tempo di fare il giro del tavolo, seguite da lunghe peregrinazioni diurne e notturne, sempre lungo gli stessi itinerari, e poi improvvisi rientri e altrettanto immediate risparizioni.

Vera anima del purgatorio, come quelle che popolano i suoi romanzi, non cammina in uno stato di esaltazione, ma in preda alla malinconia. Vaga per le campagne del Valois, nei dintorni di Parigi o lungo le strade della città stessa, si fa arrestare più volte e può liberarsi dell’ossessione solo dandosi alla fine una tragica morte.

10. Le demenze ambulatorie di Lenz e Nerval ci costringono a riconsiderare il rapporto tra i piedi e i pensieri. In teoria, e in base a quanto abbiamo visto sino a ora, il rapporto risulterebbe positivo quando la corrente viaggia col voltaggio giusto dai primi ai secondi: muovere le gambe aiuta a fare ordine nella mente.

È negativo invece quando viaggia fuori controllo nella direzione contraria, se cioè l’impulso parte da una mente surriscaldata e si scarica sui piedi. Ma naturalmente la cosa è più complessa: intanto, è sempre il cervello a fare la prima mossa, a chiedere il movimento liberatorio (solvitur), perché avverte uno stato di congestione, e nel momento in cui il rimedio funziona si crea un un effetto volano, una corrente di ritorno che alimenta l’impulso e ne chiede la reiterazione. Il guasto può verificarsi in questa fase, se la tensione della corrente indotta crea un sovraccarico nel cervello e disattiva gli stabilizzatori.

Per farla breve (e non dire altre stupidaggini), il confine tra il camminare come terapia e il deambulare ossessivo, prima come spia e poi come manifestazione più conclamata della malattia, è estremamente incerto. Esiste una larga striscia di confine, dalla quale vanno e vengono o nella quale stazionano quasi tutti i personaggi che ho citati.

Thomas de Quincey dice ad esempio di Wordsworth che ha percorse le incredibili distanze cui abbiamo accennato perché era

una modalità di sforzo che, in lui, aveva lo stesso effetto dell’alcol o di qualsiasi altro stimolante dello spirito; alla quale egli era obbligato per vivere una vita di felicità senza nuvole (e noi le siamo grati per ciò che vi è di eccellente nei suoi scritti).

In altre parole, era obbligato, dal suo corpo e dal suo spirito.

Thoreau ammetteva:

Non posso starmene nella mia camera per un solo giorno senza sentirmi subito arrugginire, e quando a volte mi riduco a poter fare una passeggiata in extremis solo alle quattro del pomeriggio, troppo tardi per riscattare la giornata, quando le ombre della notte già stanno cominciando a mescolarsi con la luce del giorno, sento come se avessi commesso qualche peccato che deve essere espiato.

Trevelyan lasciava la sua trepidante neosposina perché non poteva affrontare una giornata, fosse anche quella del matrimonio, senza sgranchirsi le gambe. Persino Dickens scrive: «Se non potessi camminare lontano e veloce, penso che dovrei semplicemente esplodere e perire».

Senza arrivare ai casi limite di Lenz e di Nerval, e per altro verso a quello di Nietzsche, i sintomi di una vera e propria dromomania sono ravvisabili un po’ in tutti. In alcuni, poi, si va ben oltre i sintomi: lo sconfinamento è continuo.

Arthur Rimbaud, «l’uomo dalle suole di vento», come Lenz a quindici anni era già considerato un genio, faceva man bassa a Charleroi di premi in composizione latina, e a sedici era in galera a Parigi per vagabondaggio.

I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo

con il mio pastrano diventato ideale;

sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale.

A diciannove scriveva le sue ultime poesie e dava inizio a una peregrinazione che lo avrebbe portato in tre anni in Belgio, in Inghilterra, in Germania, in Svizzera e in Italia, quindi in Austria, in Baviera, e di lì in Olanda (dove si arruolò nelle truppe coloniali, giungendo sino a Batavia e disertando immediatamente dopo).

Tornato fortunosamente in Europa ricominciò dall’Irlanda per passare a Liverpool, a Londra, rientrare a Parigi e l’anno successivo impiegarsi in un circo ad Amburgo, e con questo andare a Copenhagen e a Stoccolma. Ancora un imbarco, questa volta per l’Egitto, sbarco a Civitavecchia, rientro a Parigi, e poi ancora verso sud, ad Alessandria d’Egitto, passando per Svizzera e Italia. Il resto sono le avventure africane.

Buona parte di questi tragitti Rimbaud li compì a piedi, ma lo spirito non era quello di un Wordsworth. Non trovava la pace e non incontrava la natura, camminando: piuttosto, godeva l’ebbrezza di una libertà assoluta, che doveva essere però costantemente rinnovata.

Sono il pedone della strada maestra attraverso i boschi nani

il rumore delle chiuse copre quello dei miei passi

vedo lungamente il malinconico bucato d’oro del tramonto.

Nel suo camminare non c’era appagamento, ma accanimento. Questo spiega forse l’atroce sorte che lo vide a trentasette anni, dopo quindici di estenuanti marce nel deserto, subire la sorte peggiore, l’amputazione di una gamba. La morte deve essere stata per lui una vera liberazione.

La biografia di Rimbaud presenta molte analogie con quella di Dino Campana, che la patologia deambulatoria la eredita addirittura dalla madre. Non potendo permettersi altri mezzi di trasporto, stanti le precarie condizioni economiche della famiglia, deve necessariamente spostarsi a piedi per raggiungere da Marradi le valli più vicine, o per viaggi più lunghi, fino a arrivare a Firenze.

Gira quindi per quelle che all’epoca sono ancora le zone più selvagge della Toscana, cercando ospitalità presso i radi cascinali o nelle case dei montanari e scrive e studia soprattutto in montagna. I successivi vagabondaggi per l’Europa o nell’America Latina sono solo la prosecuzione di questo peregrinare. Al di là degli aspetti maniacali, la dromopatia di Campana si esprime poeticamente nei termini più semplici:

La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

La sua sarà anche una sindrome di determinismo ambulatorio, ma c’è in questi versi qualcosa che ci appartiene comunque come specie, e come specie pensante e desiderante.

Nell’ennesimo L’arte di camminare, scritto nel 1918 da Christopher Morley, un americano rende omaggio al modello inglese, proponendo una sua biblioteca ideale sull’andare a piedi che comprende la gran parte dei testi che ho citato, e stilando una vera e propria Hall of Fame che annovera come camminatori storici, oltre all’immancabile Wordsworth, i vari Tennyson, FitzGerald, Matthew Arnold, Carlyle, Kingsley, George Borrow, Meredith, Richard Jefferies, fino a Leslie Stephen, oltre ai suoi contemporanei Hilaire Belloc ed Edward Thomas. Alla fine commenta: «A volte sembra come se la letteratura fosse un co-prodotto di gambe e testa». Per un certo periodo, tra la rivoluzione francese e il primo conflitto mondiale, almeno per le letterature dell’Europa settentrionale è stato effettivamente così.

Mentre quello di Hazlitt, comparso quasi esattamente un secolo prima, era un manifesto programmatico, il contributo di Morley ha il sapore di un bilancio di fine stagione: tira le somme di un fenomeno nato nell’ambito e dalle scelte anticonformiste di una élite intellettuale, ma che sta assumendo nella sua epoca connotazioni e motivazioni molto diverse da quelle originarie.

Intanto è significativo che Morley non prenda in considerazione tra i grandi camminatori proprio i più famosi suoi connazionali, Thoreau e Muir, e nemmeno citi i loro scritti teorici, mentre dà largo spazio, ad esempio, a Vachel Lindsay. Sembra che l’afflato quasi religioso che ha caratterizzato le marce degli americani vada per Morley, pensatore decisamente laico, a guastare la purezza del gesto e che egli già intravveda le possibili derive di una militanza ambulatoria sacrificata ad altri fini, quali si sono manifestate effettivamente dopo il secondo conflitto mondiale.

Si schiera poi con la linea dura di chi sostiene convenga camminare da soli, ma è anche più esplicito, affermando chiaramente quello che altri – lo stesso Hazlitt, Stevenson e Stephen, ad esempio – avevano sempre soltanto sottinteso: pensare di poter fare una sana camminata assieme a rappresentanti del gentil sesso è una bestialità.

Non ne fa una questione di differente potenziale fisico (che dà evidentemente per scontato), ma sottolinea piuttosto il fatto che le donne sono più legate alle convenzioni sociali e non consentono quella assoluta libertà che costituisce invece a un tempo il premio e il modo del camminare.

Rispetto a un’attività che aveva coinvolto sin dai primissimi esordi Dorothy Wordsworth, sembra un atteggiamento un po’ drastico, ma se si prescinde dal politicamente corretto e si tiene conto dell’ottica “difensiva” di Morley, che teme lo snaturamento e le contaminazioni prodotte da una pratica di massa, non è del tutto immotivato.

Anche se Morley non ne era forse pienamente consapevole, a posteriori il suo elogio del camminare suona come un epitaffio. Proprio la sottolineatura di certi aspetti come caratterizzanti ci dice che il periodo d’oro è finito, che le cose non stanno più come un tempo, mentre i silenzi suggeriscono che i germi della trasformazione erano già presenti, appunto in autori come Thoreau e Muir.

Ciò che era nato come gesto di indisciplina nei confronti dell’esterno e di conseguente armonizzazione del corpo al desiderio spirituale di libertà, si sta traducendo in una disciplina imposta al corpo stesso con finalità prima quasi ascetiche, poi propagandistiche, agonistiche e professionali.

Siamo partiti da una riflessione di Rousseau sul camminare di natura squisitamente qualitativa. Una volta trapiantata oltremanica, e più ancora oltreoceano, questa riflessione diventa immediatamente anche quantitativa: si traduce anche in tempi e distanze, in omaggio alla tradizione sportiva e pragmatica anglosassone.

Thoreau non poteva fare a meno di camminare «per almeno quattro ore», mentre De Quincey, parlando di Wordsworth, calcola che abbia percorso nella sua vita almeno centottantamila miglia, qualcosa come trecentomila chilometri, quasi otto volte il giro della terra: e intende quelle macinate per scelta, non per necessità o esigenze naturali. Muir tiene quotidianamente il conto delle miglia macinate. Questa attenzione ai numeri, alle quantità, di tempo o di spazio, non rimane però a lungo una prerogativa dei camminatori di lingua inglese. È il portato di una nuova mentalità, quella “moderna”, che da Seicento in poi comincia a permeare ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Una mentalità fondata sulla “razionalizzazione” del mondo e dei rapporti con esso e tra chi lo abita. Nel corso del XIX secolo la dimensione quantitativa, a dispetto del bagaglio leggero rivendicato da Graham, si afferma, e in quello successivo finisce per prevalere.

11. La pratica del camminare per scelta esce nel Novecento dai circoli letterari e si diffonde in una versione non più genuinamente sportiva – nel senso di disinteressata, quale era ancora in Stevenson o in Trevelyan – ma, a seconda dei casi, “performativa” o “ideologica”.

Quest’ultima declinazione è riscontrabile già dalla seconda metà dell’Ottocento nella nascita e nelle intenzioni statutarie dei primi club alpinistici: esplode poi agli inizi del nuovo secolo nelle associazioni “naturistiche” giovanili, i Boy Scout in Inghilterra, il Wandervogel in Germania, la Naturfreunde in Austria, che del camminare a piedi fanno una pratica rituale e il prodromo a una coscienza nazionalistica dei propri legami col territorio. In America sono associazioni come il Sierra Club, fondato da John Muir, a promuovere lunghe escursioni nella natura selvaggia (le High Trip, camminate di gruppo di tre o quattro giorni).

Se per un verso questo può sembrare il periodo aureo del camminare, perché la scelta diventa davvero alternativa – è l’opzione per la lentezza in un mondo che si va sempre più velocizzando e fa della velocità il nuovo mito –, per un altro, quello che concerne la purezza del gesto, siamo invece in presenza di una evidente involuzione.

Dopo il secondo conflitto mondiale diventano impensabili imprese totalmente disinteressate come quella di Patrick Leigh Fermor (di cui si parlerà più ampiamente in una prossima pubblicazione), che viaggia a piedi da Londra a Costantinopoli sull’onda di una semplice suggestione letteraria, e non calcola una sola volta le distanze percorse, o una prassi come quella degli Inklings (un gruppo informale di scrittori oxfordiani e conservatori, che accoglieva tra gli altri John Ronald Tolkien, Clive Staples Lewis e Charles William) che negli anni Trenta da Oxford si recavano quasi ogni fine settimana a tenere conferenze nelle città vicine, affrontando trasferte sino a cinquanta e più chilometri a piedi, e concedendosi brevi pause a ogni pub incontrato per strada.

Non oso pensare a quel che poteva venire fuori in quelle conferenze, ma la cosa indubbia è che gli oratori vi arrivavano dopo aver avuto modo di stimolare al massimo i loro pensieri. Questa prassi è irripetibile, almeno nella sua versione genuina, perché nel frattempo il camminare è stato caricato di infinite altre valenze ed è tornato a essere strumento, mezzo anziché fine.

Come ha ben intuito Morley, la coazione alla performance arriva dall’America. È questione di spazi: lo era per la mistica della camminata ambientalista, lo è per la corsa ai record.

Nel 1884, a venticinque anni, Charles Fletcher Lummis viene assunto come giornalista dal Los Angeles Times. Abitando a Cincinnati, decide di arrivare al nuovo posto di lavoro dopo aver attraversato a piedi il continente, «sono americano e mi vergogno di conoscere così poco del mio paese»: percorre 2.200 miglia in 143 giorni e invia settimanalmente un reportage al suo nuovo giornale. Inutile dire che all’arrivo è già famoso. Raccoglierà poi i suoi scritti in A Tramp Across the Continent, pubblicato otto anni dopo.

Durante il viaggio scopre le bellezze del sudovest americano e se ne innamora, così come matura una profonda ammirazione per i nativi americani di quell’area, per la cui difesa e per preservare la cui cultura si batterà, prima come giornalista poi come editore, per tutta la vita. Lummis sembra sentire forte l’influenza della scrittura di Mark Twain, perché infarcisce il racconto di episodi comici, di bravate e anche di qualche esagerazione, per onorare l’impegno di dare in pasto ai suoi lettori qualcosa di divertente.

Ora, l’usanza di andare a piedi ad assumere un nuovo lavoro, per quanto lontano, era comune anche agli europei. Lo hanno fatto tra gli altri De Quincey e Borrow, lo fa anche il prussiano Johann Gottfried Seume. Ma quando in America il lavoro ti viene offerto dall’altra parte del continente, si parla di distanze enormi. Tutto è proiettato immediatamente una dimensione epica e questa dimensione si presta a essere tradotta in “spettacolo” per un vasto pubblico. I numeri cominciano a apparire già nei titoli dei resoconti: lo abbiamo visto a proposito di Muir. Nel secolo successivo saranno costantemente sottolineati, quali che siano la provenienza del camminante e lo spirito che lo anima.

Nel 1958 un inglese, Colin Fletcher, risale a piedi tutta la costa occidentale degli Stati Uniti e lo racconta in L’estate di un migliaio di miglia. Fletcher scrive tra l’altro anche un manuale “tecnico”, Il perfetto camminatore, che parafrasa nel titolo Izaac Walton. Incarna insomma appieno il nuovo profilo del camminatore: scelta mirata dei percorsi, programmazione minuziosa, valorizzazione delle distanze, attenzione per gli aspetti tecnici.

Un altro inglese, Peter Jenkins, a partire dal 1973 attraversa orizzontalmente gli Stati Uniti in un itinerario che diventa, ben oltre le aspettative del suo protagonista, di vita e di conoscenza: esperienza condensata poi in A Walk Across America. In questo caso non siamo di fronte a una concezione puramente atletica, alla caccia al record e alla performance, anzi la scelta di Jenkins è quella della camminata lenta che si concede lunghe pause ed è costantemente aperta all’ingresso di ogni aspetto più comune della vita (amicizie, innamoramenti, persino conversioni religiose). Il viaggio (di oltre tremila miglia) è sponsorizzato da National Geographic: da attività libera si è trasformato in una forma più o meno esplicita di lavoro.

Nell’ultimo quarto del novecento, le performances estreme si moltiplicano in ogni parte del globo: se Alan Booth percorre duemila miglia a piedi attraverso il Giappone (The Roads to Sata. A Two-Thousand-Mile Walk Through Japan) e Bernard Ollivier dodicimila chilometri per andare da Istanbul a Xiang sull’antica Via della Seta (La lunga marcia), George Meegan congiunge a piedi l’intero continente americano, dall’estremo Sud all’estremo Nord, percorrendo tra il 1977 e il 1983 quasi trentamila chilometri (il diario della traversata completa è condensato ne La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni).

Nei tre casi citati le imprese sono portate a termine senza il sostegno (almeno diretto) di sponsor, ma è evidente che il loro spirito viene forzato al conseguimento del risultato e che è quindi venuto meno il valore originario, quello dell’assoluta libertà, magari di staccare a metà o a un chilometro dalla meta.

Così Ollivier, nell’ultimo tratto che attraversa le immense pianure cinesi, confessa:

Camminare, accamparsi, mangiare, dormire, poi camminare ancora, questo è adesso il mio viaggio. Come occupare lo spirito in questo vuoto cosmico, in mezzo al nulla, in cui niente attira il mio interesse?

E Meegan stesso, che in sette anni vede due volte la moglie e i figli, arriva al termine della sua impresa completamente svuotato, nello spirito più ancora che nel corpo.

Ad altri è andata decisamente peggio. Nel 1970 i due fratelli Dave e John Kunst partono a piedi dal Minnesota in compagnia di Willie, un mulo da soma. Arrivano a New York e attraversano poi in aereo l’Atlantico, sbarcando a Lisbona. Sono intenzionati a diffondere in tutto il mondo il loro messaggio di pace (siamo in piena epoca hippie), percorrendo il globo da ovest ad est. Tutto funziona sino a che rimangono in Europa, va un po’ meno bene in Turchia e nell’Iran, precipita quando raggiungono le montagne dell’Hindu Kush. Qui John viene ucciso in un’imboscata, e il fratello è ferito. Ma non domo. Dopo essersi fatto curare in patria riparte per concludere il cammino, portandosi stavolta appresso un terzo fratello, Pete. Con varie interruzioni la faccenda va avanti per oltre tre anni, prosegue nel Pakistan, in India e nella penisola indocinese, arriva all’Australia (dove un innamoramento di Dave rischia di mandare a monte ciò che nemmeno la morte del fratello aveva interrotto), e si chiude finalmente con la traversata dell’altro pezzo dell’America, dalla costa del Pacifico al Minnesota.

Anche la lettura di L’uomo che fece il giro del mondo a piedi, nel quale Dave racconta tutta l’avventura, partendo proprio dal momento più drammatico, lascia l’impressione di un’impresa decisamente forzata, che ha perso per strada lo spirito originario e viene portata a termine solo perché ad un certo punto subentrano la visibilità mediatica e l’obbligo del record. Già in partenza, del resto, le motivazioni missionarie dei fratelli Kunst lasciano alquanto perplessi: i due danno piuttosto l’impressione di buontemponi che cercano l’avventura della vita, con conoscenze molto rudimentali della geografia e delle culture che andranno ad incontrare. Impressione che viene confermata nel corso della vicenda, quando alla fratellanza che volevano predicare subentra, soprattutto durante il percorso indiano, quasi il rifiuto, con la conseguente voglia di macinare le tappe e andarsene il prima possibile. Indimenticabile, e oggetto da sempre dei miei sogni, resta il mulo.

Ci sono anche, a dispetto di Morley o a conferma delle sue perplessità, a seconda dei punti di vista, le emule di Dorothy Wordsworth. Robyn Davidson affronta nel 1977 con quattro cammelli millesettecento chilometri di traversata del deserto australiano (Orme), naturalmente seguita da un fotografo e raccontata in diretta dal National Geographic; la nostra Carla Perrotti si fa a piedi i più grandi deserti del pianeta (Deserti) e Fyona Campbell in undici anni, dopo aver iniziato a diciotto e aver superato a fatica dei lunghi periodi di demotivazione, fa in pratica il giro del mondo (The Whole Story. A Walk Around the Word). Hanno alle spalle grandi aziende produttrici di abbigliamento sportivo o di alimentari, e sui berrettini e sulle magliette i loro loghi.

Qualche volta la sponsorizzazione è meno conclamata, ma molto più ambigua. Marina Abramovic e Ulay, due artisti-performers che facevano coppia da anni nella vita e nel lavoro, si sono prodotti in una performance ambulatoria partendo dai due estremi della Grande Muraglia Cinese per incontrarsi a metà strada. Quella camminata sarà anche in qualche modo classificabile come un gesto artistico, ma non ha portato una gran fortuna al loro sodalizio. Forse il movimento ha smosso i pensieri e portata nelle menti un po’ di luce: sta di fatto che al momento del rendez-vous avevano già deciso entrambi di separarsi, dopo aver comunque ottenuto quel rumore e quella visibilità che erano l’unico scopo del gesto.

Insomma, quello che era uno svago è diventato un lavoro, quali che siano le etichette, artistica, sportiva, ideologica che vogliamo appiccicargli: e a questo punto non è nemmeno così certo che il rapporto tra piedi e pensieri rimanga lo stesso. Bernard Ollivier scrive che

quando si raggiunge la media di trenta chilometri al giorno, l’allenamento fisico neutralizza la percezione del corpo. In quasi tutte le religioni, la tradizione del pellegrinaggio ha come obiettivo essenziale, attraverso il lavoro dell’essere fisico, l’elevazione dell’anima: i piedi sul suolo, ma la testa vicino a Dio. Da qui l’aspetto intellettuale del camminare che i beoti non sospettano.

Ciò che lui ancora non sospetta, perché queste cose le scrive all’inizio del viaggio, è che dopo cento giorni e tremila chilometri, se non c’è un Dio al quale guardare ma solo una determinazione che tende progressivamente a vacillare, la testa diventa pesante e viaggia all’altezza dei piedi. Ad accomunare i diari delle lunghe marce contemporanee è uno schema pressoché fisso: entusiasmo della partenza, progressiva assuefazione alla fatica, scoperta di ciò che davvero è essenziale nella vita, caduta delle motivazioni con conseguente crisi fisica, o viceversa, passaggio dall’osservazione esteriore all’introspezione, colpo di reni e di volontà finale. Per questo è difficile leggerne uno sino in fondo: la trama è scontata. A meno che l’autore sia capace di condire il tutto con una forte dose di autoironia.

È quanto fa ad esempio Bill Bryson, che racconta in Una passeggiata nei boschi il tentativo intrapreso da due autentici sprovveduti (uno naturalmente è lui) di percorrere l’Appalachian Trail. Il Trail è un sentiero di tremilaquattrocento chilometri che si snoda attraverso quattordici stati americani, dalla Georgia al Maine, ed è nei sogni di tutti gli amanti della natura e dell’avventura. Bryson naturalmente non lo percorre tutto, bontà sua, ma il racconto è esilarante, in pieno stile Jerome K. Jerome: già il chiamare “passeggiata” il sentiero degli Appalachi, con un involontario richiamo alla Passeggiata verso Siracusa di J. G. Seume, ce lo rende simpatico.

In Una passeggiata nei boschi non ci sono dichiarati intenti parodistici, ma ne esce comunque un quadro spassoso e disincantato degli sconquassi psicologici prodotti dalle mode culturali e dal culto ossessivo della prestazione: è uno sguardo che, pur senza averne le implicazioni drammatiche, potrebbe essere applicato all’odierna corsa di massa all’Everest.

Bryson, credo del tutto inconsapevolmente, fa nei confronti del trekking un’operazione paragonabile a quella a suo tempo condotta da Alphonse Daudet nei confronti dell’alpinismo, col suo Tartarino sulle Alpi. Smitizza una pratica nel momento stesso in cui questa, giocando sulla falsa suggestione di un’appartenenza quasi iniziatica, si sta diffondendo a livello di massa, e sta quindi elaborando norme e rituali sponsorizzati da un pantheon di supereroi.

Non è detto, però, che sia rimasto proprio nulla del vecchio spirito anglosassone. Qualcosa che sta a metà tra Stevenson e Muir, ma aggiornato alle più recenti seduzioni della wilderness, complici libri come Into the wild, e non indenne dal richiamo della performance estrema, lo ritroviamo ne La strada alla fine del mondo.

Erin Mc Kittrik, una biologa, e suo marito Hig, geologo, intraprendono, partendo da Seattle, una ricognizione delle coste nord-occidentali del Canada e dell’Alaska. La motivazione ufficiale è una ricerca ambientalistica, mirata a documentare tanto lo sfruttamento minerario e boschivo della zona costiera quanto l’esistenza di aree incontaminate che ancora possono essere preservate: in realtà il viaggio, che dura un intero anno e copre oltre seimila kilometri (la metà dei quali percorsi a piedi) si trasforma ben presto in una vera avventura, ma soprattutto nella scoperta di una dimensione esistenziale nuova. Tanto che i due decidono alla fine di rimanere a vivere in Alaska e lei, Erin si fa carico di raccontare l’eccezionale esperienza.

Gli ingredienti d’obbligo nella letteratura di viaggio contemporanea, quelli che caratterizzano il best seller, nel libro ci sono tutti: scenari mozzafiato, tra montagne, ghiacciai e scogliere sull’oceano, natura selvaggia, con foreste incontaminate, fiumi in piena e laghi ghiacciati, e persino un pizzico di lotta per la sopravvivenza, contro la fame, il freddo, gli orsi. E a quanto pare hanno funzionato, visto il successo. Ma c’è anche qualcosa di più: ci sono una naturalezza genuina, una semplicità ingenua e diretta del linguaggio che ricordano le sobrie notazioni di Doroty Wordsworth. Col trascorrere dei giorni e con l’alternarsi delle stagioni il tempo sembra perdere per i due giovani consistenza e significato, la meta risulta sempre più vaga e irrilevante, così come le distanze, mentre protagonisti diventano lo sguardo, le gambe e lo zaino. Tutto il resto è contorno.

Per finire, uno sguardo all’Italia. La moda del camminare è arrivata naturalmente anche da noi. D’importazione, al solito, e con un po’ di ritardo, perché prima c’era da soddisfare una vecchia fame di motorizzazione, su due o su quattro ruote, ma ci stiamo rapidamente allineando.

Lo facciamo senza un gran senso della misura, perché non abbiamo una tradizione di camminanti eccellenti cui fare riferimento e tutto è accaduto molto in fretta: tra mio nonno, che tolta la parentesi della Grande Guerra non è mai salito su un mezzo a motore, e io che cammino per passione, sono intercorse solo due generazioni e quella di mezzo aveva pensato di emanciparsi proprio attraverso il rifiuto di camminare.

Oggi gli italiani camminano di nuovo molto, nel loro paese e fuori, almeno a giudicare da quanto ne scrivono. È diventato difficile trovare qualcuno che non abbia percorso la via di Compostela (magari solo le ultime tappe), o non abbia partecipato a qualche camminata dimostrativa, di sensibilizzazione o di dissuasione e, soprattutto, che non lo abbia poi raccontato, in diretta o in differita, su qualche blog. Ci sono anche altri indizi di questa dilagante dromomania: nel settore dell’abbigliamento, ad esempio, l’unico segmento non in crisi è quello dell’equipaggiamento da marcia: magliette trasudanti, scarpe da escursionismo leggero e pesante, felpe e giacche antivento, zaini con telaio in fibra e serbatoio incorporato per le bevande, ultimamente bastoncini per il nordic walking.

È una buona notizia? Certamente. Chi cammina in genere non procura danni agli altri e se non è particolarmente scriteriato, nemmeno alla natura. Quindi c’è da augurarsi che questa moda non trascorra velocemente come le altre che periodicamente ci investono: i pattini, la zumba o l’hula hop. Se tutti gli italiani camminassero ci sarebbe un po’ di congestione sui sentieri, ma molta meno rabbia sulle strade. Sul fatto poi che tutto questo movimento abbia sempre un positivo impatto sul cervello, beh, qui ho invece qualche dubbio.

A differenza di Nietzsche non credo che si pensi perché si cammina, ma piuttosto che si cammina perché si pensa. Il camminare, per come lo intendo io, parte dalla testa, e non dai piedi. Con i piedi ci si muove, ci si sposta, ma se la testa è impegnata a controllare su un display la frequenza cardiaca, o la velocità, o la distanza percorsa e quella da percorrere; o se a portarci da un luogo all’altro non è il piacere di farlo, ma un dovere, un impegno, narcisistico o altruistico che sia: ebbene, tutto questo, signori, direbbero Hazlitt e Stevenson, nulla ha a che vedere col camminare.

Abbiamo visto come tra le esperienze corporee alle quali andiamo progressivamente rinunciando, o che ci vengono negate, o che scambiamo con dei surrogati (sesso virtuale, ecc.), quella sino a ieri più radicalmente sminuita fosse proprio il camminare: e come il venir meno della necessità e della continuità l’abbia almeno parzialmente trasformata in una scelta, operata in contraddizione con la tendenza del tempo.

Nel contesto della realtà contemporanea, il camminare dovrebbe quindi esprimere una forma di resistenza, essere un modo per ridare dignità a un corpo per il resto sempre più inutile o addirittura ingombrante, e questo a dispetto dell’attenzione quasi maniacale che sembra essergli oggi prestata che si esprime in palestre, chirurgia estetica, regimi dietetici, ecc.. In realtà queste attenzioni sono tutte dedicate a negare il corpo quale è e a uniformarlo a standard dettati dal dominio del consumo o da una considerazione tutta sociale e performativa. In un mondo dominato dalla fretta, perdere tempo a camminare costituisce un atto anacronistico. O meglio, dovrebbe.

Nella gran parte dei casi questo anacronismo ribelle è solo apparente. È stato anch’esso fagocitato e addomesticato alle stesse esigenze alle quali sembrerebbe opporsi: la performance, il record, l’omologazione a un trend, ecc.. Questo spiega la promozione e il successo dei vari “cammini”, con le motivazioni più diverse, religiose, sportive, culturali, nostalgiche, politiche, e il fiorire di pacchetti di camminata precostituiti, dietro i quali c’è un enorme business di ristorazione, strutture ricettive, abbigliamento, circuiti turistici e ammennicoli vari, non ultimo il particolare successo della letteratura specifica del camminare e il moltiplicarsi dei siti internet dedicati.

Siamo alle solite. In Qualcuno volò sul nido del cuculo, il capo indiano racconta che la sua tribù, disgraziatamente stanziata su un terreno petrolifero, era stata costretta dalle compagnie di trivellazione a continui spostamenti, e che a un certo punto non riusciva nemmeno più a spostarsi perché ogni possibile spostamento era già stato anticipato e qualcuno aveva già occupato quel nido.

Forse dovremmo rassegnarci: qualunque iniziativa possa venirti in mente oggi è già stata pensata da qualcun altro a tavolino, testata, attrezzata, brevettata, e ti viene restituita nella versione tutto compreso. O forse, invece, riappropriarcene. È più semplice di quanto crediamo. Basta non inseguire record di lunghezza, di durata, di tempi di percorrenza, di ripetizioni e nemmeno dover testimoniare per qualcuno o dimostrare qualcosa a se stessi. Per questo domattina salirò, forse per la millesima volta, il Tobbio.

1 Esiste nella cultura inglese una consuetudine agli spostamenti diversa da quella continentale, legata non solo alla condizione insulare del paese, ma anche alla libertà di movimento di cui, almeno sino all’avvento delle recinzioni, godono gli abitanti, che sono nella stragrande maggioranza uomini liberi (cfr. Due lezioni sulla storia inglese, Viandanti delle Nebbie, 2003).

2 Del più significativo camminatore europeo dei primi dell’Ottocento, il prussiano Johann Gottfried Seume, che percorse nel 1802, in nove mesi, oltre cinquemila chilometri per andare da Lipsia a Siracusa e tornare via Parigi, si parla in “L’Italia a piedi”.

3 Non è il solo. Verso la fine dell’Ottocento esplode, soprattutto in Inghilterra, un vero e proprio revival spiritualistico, che si esprime nelle direzioni più diverse, dalla teosofia allo spiritismo, alla scoperta della religiosità orientale.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Altre passeggiate

Appendice 1

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non ho notizia di altri che abbiano percorso a piedi l’intera penisola prima di Johann Gottfried Seume, né italiani né stranieri. Qualcuno l’avrà senz’altro fatto, ma con uno spirito diverso da quello che in queste pagine stiamo cercando di cogliere (penso a soldati, pellegrini, mercanti, ecc.), e proprio per questo non ne ha scritto.

A partire dalla fine del XVIII secolo sono invece diversi i viaggiatori che raccontano le loro camminate sul suolo italiano. Di Déodat de Dolomieu, che esplorò pietra per pietra l’intero arco alpino pochi anni prima del viaggio di Seume (e lo raccontò nei Viaggi sulle Alpi) si parlerà altrove. Ma il suo era un camminare da scienziato, e come lui uno stuolo di altri geologi o naturalisti o alpinisti nella prima metà del secolo successivo passò al setaccio buona parte del nostro territorio, vulcani e isole comprese, muovendosi esclusivamente a piedi. Non è di loro che intendo occuparmi in questa sede. Ho invece scelto di fare almeno un cenno ad alcuni viaggiatori non molto conosciuti, o poco ricordati, che ritennero come Seume di poter meglio conoscere il nostro paese coprendosi della polvere delle sue strade.

Per trovare un camminatore che si muova con spirito analogo a quello di Seume occorre comunque attendere almeno trent’anni. Nel 1833 il medico inglese George Hume Weatherhead, autore di studi fondamentali sulle febbri puerperali e sulle malattie infantili, percorre quasi per intero la via Francigena, attraversando la Francia e giungendo sino a Roma. Lo racconta l’anno successivo in A Pedestrian Tour Through France and Italy.

Weatherhead è indubbiamente influenzato dalle esperienze di William Wordsworth e della sua cerchia, e anche dal saggio di William Hazlitt sul viaggiare a piedi: ma non è affatto un wanderer nell’accezione romantica. È prima di tutto un uomo di scienza, accurato nella preparazione e nell’organizzazione del viaggio, e guarda alle cose con l’occhio clinico dello studioso, si tratti della realtà sociale o di quella naturale.

I suoi referenti non sono Goethe o Winckelmann e neppure Teocrito, semmai gli scienziati e i naturalisti dell’antichità. Scrive della Liguria:

In primavera, e a volte anche in estate, un vento freddo soffia dall’Appennino e refrigera improvvisamente l’aria. Questa era già un’osservazione di Plinio. – e più oltre – È mia convinzione, che molti pazienti, che potrebbero avviarsi con calma alla tomba altrove, corrano al galoppo verso il loro obiettivo recandosi in pellegrinaggio a Roma: il loro languore, infatti, aumenta sotto l’influsso deprimente di un’atmosfera così rilassante e così umida; la loro respirazione notturna diventa più frequente e affannosa, la loro espettorazione più faticosamente copiosa […].

Oppure, di fronte al mare di Nizza:

Eppure, questa è una residenza consigliata a quelli nei cui polmoni vuoti già risuona l’eco della morte! Se non fosse per queste improvvise variazioni di temperatura, Nizza sarebbe un rifugio desiderabile per gli ammalati: la situazione sulla riva del mare è deliziosa; la sua passeggiata unica; la brezza che soffia dal mare tempera il caldo eccessivo dei mesi più caldi […].

Coglie naturalmente anche quegli aspetti che tanto disturbavano tutti i visitatori, e non solo quelli inglesi, un refrain che si ripete da Montaigne in avanti:

Gli abitanti di una città avrebbero promesso a un Santo che se avesse allontanata la peste avrebbero espulso tutti gli ebrei. Questo è accaduto, per esempio, a Pavia nel 1527. In alcuni distretti perirono nove persone su dieci. Ma chi è schiavo della superstizione in molti casi non impara nulla. Gli ebrei furono comunque espulsi. D’altra parte, il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro è ancora oggi oggetto di credenza a Napoli.

Malgrado abbia potuto educare il proprio gusto sugli acquerelli di William Turner (che era stato in Italia due volte, un decennio prima, riportandone un eccezionale diario iconografico), Weatherhead non sembra particolarmente sensibile alle suggestioni del paesaggio.

Si confronti ad esempio la descrizione delle cascate del Velino fatta da Seume: «Mi misi seduto di contro, su una roccia, e per alcuni minuti dimenticai tutto quello che il mondo può avere di più bello e di più grande: difficilmente la mano dell’uomo avrebbe potuto creare qualcosa di più imponente, di più affascinante di quella cascata», con quella di Weatherhead (sembra stralciata da una delle tante guide turistiche che avevano cominciato a proliferare fin dagli inizi del Settecento, inaugurando un nuovo genere letterario):

Il miglior punto per godere la visita della cascata in tutta la sua sublimità è una grotta fatta di rami intrecciati, posta in basso di fronte alla massa d’acqua. Ma il visitatore non può provare piena soddisfazione osservando la caduta solo da una posizione, per quanto bella essa appaia. Rischiando di bagnarsi si faccia accompagnare da una guida fin sul balcone naturale da dove può osservare le caverne rocciose adornate di stalattiti, sedimenti inconsueti che si protendono fuori dai blocchi di tufo di cui le rocce sono formate; si fermi in una grande grotta in alto, il suo tetto è sostenuto da colossali colonne formate da stalattiti e guardi il Velino che si tuffa dal precipizio.

Pochi anni dopo è il turno di un altro inglese, Arthur John Strutt, archeologo, pittore e scrittore, che dopo essersi trasferito giovanissimo col padre, anche lui artista, a Roma, ha dato inizio a uno studio sistematico del paesaggio e delle tradizioni popolari dell’Italia Meridionale. Per documentarsi e trovare scenari sempre nuovi e diversi Strutt intraprende nel 1841 un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia in compagnia di un amico, partendo da Roma alla fine di aprile e giungendo a Palermo a metà dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria.

Le sue osservazioni e i suoi numerosissimi schizzi sono raccolti in un libro, A Pedestrian Tour in Calabria & Sicily (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che incontrerà in Inghilterra un notevole successo e che ancor oggi è considerato un’interessante fonte documentaria sui costumi del popolino e della nobiltà borbonica nel Regno delle Due Sicilie.

In questo caso lospirito è davvero nuovo, perché i due compari poco alla volta entrano nell’ordine d’idee di un allegro anche se faticoso vagabondare, nel quale gli scopi del viaggio finiscono in secondo piano, per lasciar posto al piacere di vivere giorno per giorno situazioni ed emozioni nuove:

Eccoci finalmente qui. Un proverbio italiano dice: – Vedi Napoli e poi muori!, ma io dico: – Vedi Napoli e vivi – perché c’è molto qui degno di essere vissuto.

Infatti si deve a Strutt e alle sue descrizioni buona parte dell’interesse che i britannici maturano verso la metà del secolo per l’Italia meridionale, ma anche dell’immagine da cartolina che ne ricavano. Raccontando la campagna sotto Roma scrive:

I pastori hanno un aspetto non meno ispido delle loro bestie: portano indumenti fatti di pelli di pecore o di capre con all’esterno la lana o il pelo. Raramente essi sono occupati in qualche lavoro […] Essi avevano un’idea favolosa delle pecore inglesi: le immaginavano grandi almeno quanto un asino! Così avevano sentito dire.

Ma le immagini di pastori che ci ha lasciato, e che corredano il libro, pur essendo realistiche evocano un clima arcadico piuttosto che una realtà di miseria e di ignoranza.

I due amici sono anche tra i primi a osare l’ingresso in quel mondo misterioso e pauroso che all’epoca era ancora la Calabria:

È qui la frontiera della Calabria e quindi l’ultima località della provincia della Basilicata. La padrona di casa ci avverte che domani non saremo più in grado di comprendere la lingua del luogo, tanto è difficile il dialetto calabrese. “Non parlano italiano come noi” – ci dice con sufficienza – pur non essendo, certamente, il suo italiano il più puro toscano. È bene, dopo tutto, aspettarsi il peggio, ed ella ci ha preparato per ogni evento, dicendoci che troveremo “brutta lingua e brutta gente”.

Strutt non si limita però a cogliere il lato folklorico o pittoresco: lascia intendere di aver ben compreso come funzionino le cose sul piano sociale e cerca di spiegarlo anche al lettore.

Temendo che non comprendiate la parola “Galantuomo” debbo informarvi che qui è usata per designare una certa classe di uomini che non sono assolutamente obbligati a lavorare per vivere. Disponendo, forse, di un carlino al giorno di rendita, essi sono in grado di vivere in ozio, per farla da padrone nel villaggio ed essere, come sono, “Galantuomini”.

Un altro pittore inglese, Edward Lear, più celebre in realtà come scrittore di limericks (una forma poetica mista di versi e disegni, che ha origine nella tradizione orale delle filastrocche ed è codificata in una struttura formale ben precisa, abbastanza simile a quella dei tanka giapponesi: cinque versi, tre di tre piedi e due di due), ha cominciato a frequentare l’Italia già dal 1837, per motivi di salute. A partire dal 1842 intraprende però una campagna di ricognizione a piedi delle regioni italiane meno conosciute, dettata da una vero e proprio innamoramento per il nostro territorio. Percorre inizialmente, per quattro estati consecutive, tutto l’agro laziale, la Ciociaria, l’Abruzzo e il Molise, riempiendosi gli occhi con i selvaggi paesaggi appenninici e il cuore con l’ospitalità degli abitanti e la persistenza delle tradizioni più antiche. Poi, nel 1847 e nel 1848, si dedica alla Calabria e alla Basilicata, calcando le orme di Strutt (del quale ha letto il Pedestrian Tour). Nel primo anno i disordini scoppiati a Reggio Calabria non gli consentono di portare a termine il suo progetto di esplorazione, che non viene abbandonato, ma semplicemente spostato in Sicilia. Tornerà l’anno successivo per percorrere gli impervi sentieri dell’area melfitana e dell’Irpinia.

Quello che vede (ma anche ciò che ascolta) è più che sufficiente a rinnovare il suo entusiasmo. Come il connazionale che lo ha preceduto, documenta iconograficamente il viaggio con numerosissimi schizzi, che diverranno in buona parte quadri dopo il rientro a Londra. Nel frattempo ha pubblicato (1846) l’opera che gli darà la fama, Il libro dei nonsense, una raccolta di limericks che anticipa i giochi di parole di Lewis Carrol e diventa da subito un classico per l’infanzia.

Terminata la campagna d’Italia, Lear continuerà ad essere animato dalla passione per il viaggio: visiterà ancora la Grecia, la Corsica, l’Albania, lasciandone dei succosissimi e illustratissimi resoconti.

Che viaggiatore (e che narratore) è Lear? È un camminatore decisamente tranquillo: del resto lo scopo delle sue peregrinazioni è quello di trovare degli scorci panoramici da dipingere, e la natura aspra dei luoghi che percorre non glieli fa certo mancare. A volte dà persino l’impressione di essere sopraffatto da tanta bellezza.

A notte la luna era piena; la grande vallata era silenziosa, a parte il cricchettio di miriadi di cavallette; una regione solitaria ma maestosamente bella.

Le frasi più ricorrenti nella sua narrazione sono “ci siamo fermati a disegnare una maestosa veduta”, e “davvero magnifica era la vista guardando da …”. Con questa disposizione non si cura molto delle distanze o di medie di percorrenza da rispettare. Ciò che gli preme è trovare alla fine della giornata di cammino un luogo confortevole dove riposare: e non ha difficoltà, munito com’è di innumerevoli lettere di raccomandazione per i notabili locali, che lo accolgono con entusiasmo, a volte anche troppo, nelle loro dimore.

La più grande penitenza di questa vita errante è lo stato di esaurimento e stanchezza in cui uno arriva la sera al suo rifugio; e siccome ci si sente obbligati a dimostrare cortesia per un certo tempo con chi ci intrattiene, la lotta tra il senso di dovere e un’opprimente inclinazione al sonno è molto penosa.

Le rare volte in cui ciò non accade, e deve adattarsi alla sistemazione in locande peggio che fatiscenti, racconta il disagio con albionica ironia.

La misera baracca dove eravamo alloggiati era per più della metà ingombrata dal letto di un uomo ammalato, con barili, con otri pieni di vino […]; in più c’era un buio infernale; e così, nell’oscurità, palpando mi sono seduto su un grande maiale vivo, che è sdrucciolato via, con mio disgusto, sotto di me, dando un portentoso grugnito, e portando l’agitazione ad un’orda di galline appollaiate in ogni posto, sopra e sotto.

In Calabria viaggia in compagnia di un amico, Proby, anche lui pittore, di una simpaticissima guida, che definisce “Turchi” tutti gli abitanti della costiera ionica, e di un asino. Incontra persone squisite, come i componenti della famiglia Scaglione, e personaggi grotteschi, come l’incontenibile conte Garrolo e la sua consorte, abati convinti che l’Inghilterra sia grande un terzo di Roma e divisa in due da un mare (sotto il quale corre però un tunnel) e baroni paranoici che temono spie ovunque: ma non avvalora alcuno degli stereotipi che facevano considerare ai suoi contemporanei la Calabria come una terra di nessuno. Non si imbatte in briganti, né subisce furti. Il pericolo maggiore è costituito semmai dalle cimici che infestano a migliaia i giacigli nelle locande:

Il numero di parassiti era così grande ed opprimente nelle camere da letto, che siamo rimasti svegli tutta la notte in attesa dell’alba, alla meno peggio, sui gradini dell’orribile spelonca.

La sua vocazione estetica non gli impedisce di cogliere, sia pure in brevi annotazioni, la situazione economica e sociale dei luoghi che attraversa, e non può fare a meno, per quanto cerchi di ignorarla, di avvertire i fermenti di quella politica. Tutto sommato ne ricava l’impressione di un equilibrio poverissimo, fondato su un immobilismo secolare e sulla distanza dalla “civiltà” che sta facendo capolino anche a Napoli: un equilibrio che appare in procinto di rompersi, con conseguenze probabilmente disastrose.

Lascio le sponde dalla Calabria con un sentimento takle di tristezza che non posso descrivere. Non è piacevole pensare l’incertezza del destino di tante gentili e gradevoli famiglie.

Ciò che lo colpisce maggiormente, e che avverte a rischio, è l’incredibile senso dell’ospitalità, che porta tutti, dai nobili ai contadini più poveri, a sentirsi in obbligo di condividere con i viaggiatori anche il loro nulla. Lo contraccambia con una simpatia schietta nei confronti della popolazione calabrese, espressa a volte, come accadeva per Seume, con una maliziosa galanteria:

Per quanto non fossimo molto attratti dalla bellezza delle donne calabresi dell’alta società, molte giovani contadine erano invece davvero belle.

E, a dispetto del suo spirito nomade e curioso, comprende perfettamente ciò che intende dire il buon vecchio Don Giovanni Rosa, che in vita sua non è mai andato oltre il paese vicino:

Perché dovrei andare? Se, quando morirò, come dovrò ben presto, troverò il Paradiso come Canolo, sarò molto felice. Per me “Canolo mio” è sempre stato come un Paradiso; mi sembra sempre un Paradiso, non mi manca nulla.

Nel 1844 è invece un giovanissimo poeta e giornalista americano (ha solo diciannove anni), Bayard Taylor, a essere inviato al di qua dell’oceano dal New York Tribune, per una serie di reportage da vari paesi europei (Inghilterra, Francia, Germania, Italia). Taylor assolve al suo compito muovendosi quasi sempre a piedi per due anni, durante i quali vive con sei centesimi di dollaro al giorno (e non manca di farlo presente ai lettori dei suoi articoli, e implicitamente all’editore).

Al ritorno in patria gli articoli sono raccolti nei due volumi di Views A-foot: or, Europe seen with Knapsack and Staff (Visto a piedi, o l’Europa vista con zaino e bastone, 1846), che lo rendono popolare presso un vasto pubblico. Da questo momento Taylor non si ferma più. Entra a lavorare stabilmente per il Tribune, che lo invia in California a seguire la febbre dell’oro, e approfitta dell’occasione per una puntata in Messico. Altro libro, altro successo. Il tour successivo si svolge nuovamente nel vecchio mondo, in Egitto e in Palestina. Poi è la volta dell’Estremo Oriente, India, Cina e Giappone, quindi ancora l’Europa, quella baltica e scandinava.

Nel frattempo conosce e fa pubblicare Henry David Thoreau e si afferma anche come poeta. Taylor naturalmente non viaggia più soltanto a piedi, ma appena gli è possibile rispolvera gli scarponi: ad esempio, per tenere una conferenza a San Francisco, nel 1859, riattraversa a piedi la Sierra. La sua carriera di camminatore lascia però a un certo punto il posto a quella di diplomatico (sarà anche ambasciatore a Berlino) e il suo nome, già legato agli innumerevoli libri di viaggio che ha tratto dalle esperienze fatte in mezzo mondo, si lega piuttosto, verso la fine dell’esistenza, a un’ottima traduzione del Faust di Goethe e al romanzo Joseph and His Friend: A Story of Pennsylvania, considerato il primo romanzo gay della letteratura americana.

Le impressioni che Taylor ricava dell’Italia (dove tornerà in più occasioni) non differiscono molto da quelle riportate da Seume, e prima ancora da Montesquieu e da quasi tutti gli altri viaggiatori stranieri. Riguardano lo spettacolo di un popolo oppresso in nome della religione, mantenuto nella povertà e nell’ignoranza da coloro che si professano intermediari tra l’uomo e Dio.

Ci sono anche aspetti legati alla sua ambiguità sessuale (a dispetto di due matrimoni, coltiva amicizie maschili molto strette e durature). A Milano, ad esempio, è toccato dalla visione di un bellissimo adolescente già infagottato nella “lugubre zimarra” del noviziato, e destinato quindi

[…] a una vita solitaria, senza gioie, in cui ogni affetto deve essere schiacciato come peccaminoso, e ogni piacere negato come un delitto! Eppure traspariva dal bel volto e dal tenero labbro di quel ragazzo che egli aveva un cuore caldo e desideroso di amore.

Nel complesso è comunque già un giornalista, molto bravo a sottolineare gli elementi di forte impatto emozionale e ad assecondare le aspettative di un grosso pubblico, ma senza alcun interesse ad approfondire i contatti e la conoscenza.

Di tempra molto diversa è un altro instancabile calpestatore delle strade italiane, lo scrittore, critico d’arte e traduttore di classici Samuel Butler. Butler è un personaggio a dir poco eccentrico: si diletta con competenza di tutto, dalla musica all’arte, dalle scienze naturali alla filologia e alla teologia, ed è soprattutto un bastian contrario per carattere e per vocazione.

Sostiene ad esempio, col supporto di un serissimo apparato filologico, che l’Odissea sia stata scritta da una donna (The Authoress of the Odyssey) e che le vicende narrate nel poema siano da ubicare non nell’Egeo ma nel Mediterraneo (ha personalmente identificato sulle coste o nelle isole siciliane tutti gli approdi di Ulisse).

Attratto dalla teoria evoluzionistica, polemizza però con Charles Darwin accusandolo di aver semplicemente divulgato idee che erano già del nonno Erasmus. Omosessuale abbastanza disinvolto per l’epoca, finirà implicato in una serie di vicende surreali e quasi farsesche, in seguito alle quali rinnegherà la sua identità sessuale per non fare la fine di Oscar Wilde.

Insomma, un tipo da romanzo, che a ventitrè anni ha lasciato la famiglia (lo volevano pastore anglicano) e l’Inghilterra per andare a fare l’allevatore di pecore in Nuova Zelanda, e che dopo cinque anni di vita bucolica è tornato in patria, dove ha conosciuto il successo con Erewhon, ovvero Dall’altra parte della Montagna, una “distopia” fantascientifica che attacca l’ottimismo tecnologico dei suoi contemporanei.

Negli ultimi due decenni dell’800 Butler frequenta assiduamente l’Italia, innamorandosene al punto da farsene entusiasta propagandista presso i suoi connazionali. Gira un po’ per tutto il paese, dalle Alpi alla Sicilia (dove a tutt’oggi è amato per le tesi sull’Odissea), ma si dedica infine particolarmente all’escursione dei Sacri Monti delle vallate alpine occidentali, sorbendosi a piedi tutti gli itinerari e raccontandoli poi in Alpi e santuari del Piemonte e del canton Ticino, illustrato dai suoi disegni. La riconoscenza che i valligiani gli tributano per aver fatto conoscere al mondo un fenomeno artistico sino ad allora ignorato, o declassato a curiosità folkloristica, è espressa nel ritratto dello stesso Butler che si trova all’interno della Cappella dell’Ecce Homo, al sacro Monte di Varallo.

La passione di Butler per l’Italia è indiscutibile, ma è forse meno genuina di quanto parrebbe. Proprio il suo carattere induce a pensare che sulla scelta di celebrare il nostro paese pesi anche, e molto, la volontà di contrapporsi al proprio, o almeno alle convenzioni vittoriane che lo gelano. Lo dimostra il fatto che pur tornando ripetutamente non pensa a stabilire qui la sua dimora.

Anche per quanto riguarda il Sud, il suo entusiasmo appare molto epidermico. Credo tuttavia che l’attivismo promozionale di Butler e il suo ambiguo fascino abbiano influenzato molti “irregolari” della generazione immediatamente successiva.

Solo qualche anno dopo altri “liberi viaggiatori” come George Gissing (Sulle rive dello Jonio. Appunti da un viaggio nell’Italia meridionale) e Norman Douglas (Vecchia Calabria e Alone. In viaggio per l’Italia), accomunati a Butler dall’amore per l’Italia e per gli individui del loro sesso, sceglieranno di eleggere proprio le aree più arretrate del paese a Eden ritrovato.

Nella primavera del 1901 ancora un inglese (ma di origini francesi), Hilaire Belloc, parte a piedi dalla Francia, attraversa la Svizzera e punta su Roma.

«Partirò dal luogo dove feci il soldato a sconto dei miei peccati» scrive all’inizio di La via di Roma, il diario di viaggio nel quale racconta l’impresa.

Si propone di non usare mai altro mezzo che le proprie gambe e di dormire all’addiaccio, per essere nella città santa entro il 29 giugno, percorrendo almeno quarantacinque chilometri al giorno.

Belloc è un formidabile polemista cattolico, poeta, scrittore di biografie e sostenitore, contro i modelli capitalistico e socialista, del distributismo (che prevede l’incentivazione della piccola proprietà e della piccola industria col ricavato della divisione e della redistribuzione dei grandi latifondi: in pratica un ritorno all’economia dell’Europa cristiana medioevale).

È legato da forte amicizia a Gilbert Keith Chesterton (quello di Padre Brown), col quale collabora per tutta la vita e a fianco del quale sostiene infuocate polemiche (e qui la sua componente francese lascia trapelare più che un’ombra di antisemitismo).

La motivazione del viaggio lo farebbe rientrare nel novero dei pellegrinaggi. Ma Belloc non lo interpreta come un percorso penitenziale di redenzione. Pensa, filosofeggia, qualche volta prega e ogni mattina, prima di mettersi in cammino, ascolta la messa ma si diverte anche un mondo, tanto che invoca a nume tutelare della sua scrittura François Rabelais «uno che sapeva vivere».

Pertanto ironizza, si guarda attorno, interroga la gente, ammira i paesaggi (come Butler, disegna lui stesso le illustrazioni) e mantiene un ritmo di scrittura vivace e brillante quanto doveva esserlo la sua camminata.

È un osservatore attento ma benevolo e alla fine, tutto sommato, l’Italia gli piace, paradossalmente proprio per i motivi che spiacevano a Taylor e a Seume, perché ritrova in essa il cuore profondamente cristiano di tutta la civiltà europea.

L’amore di Belloc per le camminate si manifesta anche, sul piano letterario, in una compilazione che cura dieci anni dopo il viaggio a Roma nel 1911, The Footpath Way: An Anthology for Walkers, nella quale raccoglie gli scritti teorici o i racconti di grandi camminatori, da Thoreau a De Quincey, da Stevenson a Borrow e a Stephen, e per la quale scrive un’appassionata introduzione, un vero epinicio all’andare a piedi. Perché:

Il camminatore diventa cugino o fratello di ogni cosa attorno a sé.

È interessante confrontare il viaggio di Belloc con quello compiuto poco prima della seconda guerra mondiale dal poeta olandese Bertus Aafjes, e narrato poi in versi nel 1946 nel poemetto Een voetreis naar Rome (Un pellegrinaggio a Roma).

Aafjes lascia il convento nel quale aveva pensato di prendere i voti perché vi respira un’aria troppo medioevale, una religiosità cupa, mentre lui è appassionato di classicità (all’inizio del poema chiama in aiuto tutte le Muse) e prova turbamenti che lo fanno dubitare della sua vocazione.

Da Amsterdam prende la via per Roma, senza avere in testa alcun itinerario preciso né piani di viaggio, confidando nel fatto che tutte le strade portano là. C’è meno energia nella sua camminata, e una spiritualità più sofferta e delicata, rispetto a quella sicura e spavalda di Belloc.

Scende lungo il Reno, passa per Colonia e Aquisgrana e arriva nel Tirolo (è lo stesso itinerario percorso da Patrick Leigh Fermor cinque anni prima). In un monastero sulle Dolomiti un abate provvede al suo bagaglio culturale regalandogli quattro libri: la Vita Nuova, le Bucoliche, l’Ars Amandi e l’Odissea.

In Italia i suoi dubbi sulla fermezza della vocazione trovano conferma: ospitato da una famiglia, le attenzioni della fanciulla di casa lo spingono a fuggire, e a Firenze respira a pieni polmoni un’aria di sensualità, dettata anche dal paesaggio (immagina ninfe e satiri in amore). Perde la sua verginità dopo una serata trascorsa con una cameriera a guardare le stelle, mentre attraversa gli Appennini.

A Roma non trova le messe pasquali, ma ha altri incontri con ragazze che lo turbano: i suoi sogni nella calura meridiana sono frequentati dalle Muse, che gli chiedono di non mortificare il proprio corpo se vuole essere al loro servizio.

È insomma esattamente l’opposto del pellegrinaggio di Belloc: là era una vera e propria marcia su Roma alla ricerca di un consolidamento della fede, qui è un vagabondaggio che la fede la mina del tutto. Non ci sono indicazioni sui tempi, sulle percorrenze, sulle tappe ed eventuali inconvenienti di viaggio. La scrittura poetica filtra e dissolve tutto questo.

Riservo da ultimo un po’ di spazio, saltando tutta la sfilza di pedestrian walkers che hanno esercitato nel secolo scorso la loro passione sulle strade italiane, a un contemporaneo: uno scrittore che potrebbe essere mio figlio, sia anagraficamente sia perché italiano. Enrico Brizzi è balzato alla notorietà giovanissimo, non ancora ventenne, con un “romanzo di formazione” in stile punk, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ed è poi transitato, con l’avvento della prima maturità, alla letteratura di viaggio.

Del viaggio a piedi Brizzi ha fatto una vera e propria religione, che non a caso lo ha portato a percorrere la via Francigena, da Canterbury a Roma, e l’itinerario medioevale per Gerusalemme, partendo da Roma. Si tratta di una religione laica, che ha i suoi rituali e le sue omelie tramite blog e nella quale il passo si traduce immediatamente in verbo.

Brizzi è indubbiamente figlio di una moda che ha in Chatwin l’ispiratore, ma è un professionista (nel senso che a questo punto del camminare ha fatto una professione) serio e fa le cose con metodo. Ha percorso infatti totalmente a piedi l’Italia in lungo, dall’Alto Adige alla Sicilia (Gli Psicoatleti) e in largo, dall’Argentario al Conero (Nessuno lo saprà), con uno spirito che non è certamente quello di Seume, né potrebbe esserlo, ma in sostanza per il piacere di farlo (anche se qualche volta sembra mutarsi in dovere). Allo stesso modo in cui è piacevole leggere i suoi libri, se non si ha la pretesa che dicano qualcosa sull’Italia di oggi.

Non è un problema di sensibilità o di capacità di racconto del viaggiatore: è proprio il camminare, e mi riferisco agli impegni su lunghe distanze che difficilmente potrebbero essere oggi definiti “passeggiate”, ad aver conosciuto una trasformazione, a essere diversamente inteso da chi lo pratica e percepito da chi, direttamente o attraverso la lettura, lo incrocia. Ma questo sarà l’argomento di una prossima puntata.

Per ora mi fermo qui, anche perché questa rassegna rischia di diventare un arido e noioso elenco di nomi e di libri. Inoltre i ripetuti accenni ai viaggi italiani di Goethe, di Montesquieu e di molti altri mi hanno tentato per un attimo ad allargarmi in un excursus sul Gran Tour, mentre quelli all’omosessualità di Taylor, Butler, Gissing e Douglas mi stuzzicano in merito al risvolto del turismo sessuale, tutt’altro che secondario in questa storia di viaggi e di viaggiatori. Ma credo che non se ne farà nulla. Per fortuna l’esistenza su entrambi gli argomenti di opere eccellenti, uscite recentemente e citate nella bibliografia, mi permette di indirizzare a esse chi volesse approfondire.

Una Bibliografia minima

AAFJES, B. – Een voetreis naar Rome – DE CEDER, AMSTERDAM 1947
AAFJES, B. – Capriccio italiano – MEULENHOFF, AMST. 2013
BELLOC, H. – La via di Roma – CANTAGALLI, 2012
BELLOC, H. – The Footpath Way: An Anthology for Walkers – NABU PRESS 2013 (ed. italiana: La Via del sentiero, a.c. di WuMing 2)
BRIZZI, E. – Nessuno lo saprà – MONDADORI, 2005
BRIZZI, E. – Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro – MONDADORI, 2007
BRIZZI, E. – Gli Psicoatleti – BALDINI e CASTOLDI, 2011
BUTLER, S – Alpi e santuari – PIEMME, 2004
LEAR, E. – Diario di un viaggio a piedi – RUBETTINO, 2009
LEAR, E. – Viaggio in Basilicata – OSANNA, 1984
SEUME, J. G. – L’Italia a piedi (1802) – LONGANESI, 1973
STRUTT, A. J. – Calabria Sicilia 1840. Avventure di un inglese nel Mezzogiorno borbonico – ED SCIENTIFICHE ITALIANE, 1970
STRUTT, A. J. – Un viaggio a piedi in Calabria – RUBETTINO, 2011
TAYLOR, B.– Views a-Foot: Or, Europe Seen With Knapsack and Staff – CORNELL UNIVERSITY LIBRARY, 2009
WEATHERHEAD, G. H. – A Pedestrian Tour Through France and Italy –BRITISH LIBRARY, 2015
WU MING 2 – La via del sentiero. Un’antologia per camminatori – EDIZIONI DEI CAMMINI, 2015

 

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