Elisa nella stanza delle meraviglie

di Paolo Repetto, 21 giugno 2017 (edito nell’autunno 2005, aggiornato nel 2017)

Carissima Elisa,

trovo finalmente il tempo per scrivere queste pagine e dedicartele. L’idea c’era da un pezzo, ma continuavo a rimandare. Ora mi rendo conto di doverlo fare subito, prima che sia troppo tardi.

Non ti allarmare: non devo fare penose confessioni e non sono preoccupato per la mia salute. Sto bene e sono trasparente come l’acqua. È invece di te che mi preoccupo; stai crescendo troppo in fretta, e tra un paio d’anni non potrò più illudermi che tu abbia voglia di ascoltarmi. Perché voglio parlarti di libri, dei miei libri, e soprattutto di quella parte della mia vita che ho vissuto con e attraverso i libri. E allora capisci perché devo farlo ora, mentre ancora coltivo qualche speranza.

Quindi, tranquilla. I libri sono un pretesto. Ma lo sono fino ad un certo punto. La verità è che vorrei continuare a parlarti, non solo “dopo”, anzi, possibilmente “prima”, e credo di poterlo fare anche tramite loro. Avrei magari preferito parlarti attraverso libri scritti da me, ma non ne sono capace, sono pigro e al tempo stesso troppo esigente (con me come con gli altri), e nemmeno credo che tutti debbano scrivere libri. Così mi accontento di parlarti attraverso quelli che ho letto, e che spero tu leggerai. Qualcosa di me lo troverai senz’altro. Qualche sottolineatura, qualche punto esclamativo, a volte persino qualche commento. So per esperienza quanto sono rivelatori certi segni rispetto a chi ti ha preceduto nella lettura, dei suoi gusti, delle sue idiosincrasie, delle sue manie.

Il lascito è pesante. Forse non è nemmeno giusto caricare qualcun altro delle nostre passioni, soprattutto di quelle librarie. Forse, o senz’altro, sarebbe meglio consentire a ciascuno di farsi (o non farsi) la propria biblioteca, così come è accaduto a me. Ma i libri ci sono, ed egoisticamente vorrei che rimanessero e continuassero ad avere un senso. Quale, sta a te darglielo. Io posso solo raccontarti quale e quanto ne hanno avuto per me.

INDICE

Elisa nella stanza delle meraviglie1) RAGGUAGLIO SULLA FISICITÀ DEI LIBRI
Sulla consistenza
Sulle infrastrutture (leggi: scaffali)
Sui criteri di collocazione
Sulla manutenzione
Una riflessione

2) LETTERATURE
La cameretta
Lo studio
Letterature: gli Italiani
Letterature: iberici, latinoamericani, ebrei ed altri
Letterature: russi, scandinavi e tedeschi
Letterature: i francesi
Letterature: gli americani
Letterature: gli inglesi

3) ALTRE LETTERATURE
Moderni e postmoderni
Altre letterature: i classici

4) VIAGGI, SCALATE, ESPLORAZIONI

SAGGISTICA 1) La storia
Le civiltà extraeuropee
La storia sociale
La sociologia
Utopisti ed eterodossi
Extravaganti, maschi e femmine
Emarginati ed esclusi
Eretici ed esoterici
Ebrei

SAGGISTICA 2) Storia delle idee
Semiotica e storia dei linguaggi
Psicologia e psicoanalisi
Filosofia

SAGGISTICA 3) Storia della Scienza

RITORNO ALLA STANZA DELLE MERAVIGLIE (Appendice 2017)

Stipare
Viaggiare (a piedi e non)
Salire
Raffigurare
Indagare
Pensare
Ricordare

 

 Prima giornata

1) RAGGUAGLIO SULLA FISICITÀ DEI LIBRI

Sulla consistenza

In questo momento la mia biblioteca dovrebbe ospitare circa settemila volumi. Non lo so con esattezza, ho smesso di contarli anni fa. Non li ho mai catalogati (anche se ho intrapreso più di un tentativo) e riesco ad avere un’idea della quantità solo calcolando una media per scaffale. Credo comunque che oltre una certa cifra i numeri non abbiano più importanza. Sono già significativi del passaggio dall’amore per i libri alla bibliomania. Amare i libri comporta possederne tanti quanti se ne sono letti o si ha realisticamente l’intenzione di leggere, mentre la bibliomania è uno stato patologico, che sfocia in un accaparramento fine a se stesso, in una accumulazione molto “capitalistica”. Io sono un bibliomane, e te ne darò le prove.

Seimila volumi accumulati negli ultimi trent’anni (tra i quindici e i venticinque ero arrivato a circa un migliaio) significano una media di duecento libri l’anno. Calcolando che sono un lettore velocissimo, ma tenendo conto che nel frattempo ho anche lavorato – nella scuola e più ancora in campagna –, ho praticamente costruito un paio di case, ho scritto sui temi più disparati, ho scalato montagne e fatto cene con gli amici, e non ultimo ho avuto tre figli e due famiglie, posso aver letto tra i sessanta e gli ottanta libri l’anno. Almeno due terzi dei libri che possiedo, quindi, non li ho letti.

In compenso li conosco. Non ho mai riposto un libro negli scaffali senza averne assaggiato qualche pagina, oltre ad aver letto i risvolti di copertina, l’indice e qualche volta l’introduzione. Posso affermare di sapere, almeno per sommi capi, di cosa parla ciascun libro della mia biblioteca. E quindi posso fare ad esso riferimento in qualsiasi momento, quando se ne presenti l’opportunità.

Un caso a parte è costituito dai libri di saggistica (che sono la maggioranza). Spesso ne ho letto solo alcune parti, o passi specifici che potevano tornarmi utili per qualche ricerca. Quindi in fondo non è vero che non li abbia letti: ho letto quello che mi serviva.

Quanto alla sindrome dell’accumulo, che comunque esiste, ha anch’essa una parziale giustificazione, anzi, ne ha diverse. Ci sono libri che prendi in un momento nel quale non hai assolutamente tempo o disposizione per leggerli, ma che ti riprometti di leggere al più presto – e magari il tempo e la voglia non arrivano mai più. Altri ancora, specie quelli particolarmente ponderosi, li metti da parte “per l’inverno”, in vista di non augurabili ma possibili lunghe degenze o convalescenze, o addirittura detenzioni (non sto scherzando. Non del tutto, via. Secondo le statistiche nessuno legge quanto i ricoverati o i carcerati – per ovvi motivi. E personalmente ho il ricordo di un isolamento di trentadue giorni per epatite, negli anni sessanta, senza il quale non avrei mai letto “Guerra e pace”).

Ci sono infine quelli che “devi” avere per completezza. I nomi che ti si sono stampati nella mente studiando le storie delle diverse letterature hanno un’aura particolare: sai benissimo che non leggerai mai “La desinenza in A”, che pure ti aveva intrigato da studente, ma ritieni che la tua sezione di letteratura italiana non sarebbe sufficientemente completa senza quel volume. Questo vale naturalmente per le opere letterarie. Per la saggistica è più facile che il libro che acquisti ti intrighi davvero, anche se a breve non avrai il tempo di affrontarlo, perché ritieni possa rivelarsi utile in vista di possibili o probabili ricerche. In qualche modo cerchi di riempire la dispensa di saperi che siano a portata di mano per ogni evenienza.

A non avere spiegazioni di alcun tipo, se non connesse alla sindrome maniacale, sono invece quei titoli che possiedi in due o più edizioni, perché li avevi acquistati ed utilizzati magari in economica e li hai poi trovati in una veste più lussuosa, rilegata o comunque accattivante. Quando il numero delle edizioni possedute supera il tre conviene cominciare a preoccuparsi e pensare a qualche terapia (che non esiste).

Settemila volumi sono davvero tanti. Anche se si trattasse di sole edizioni economiche, con un peso medio (verificato) attorno ai tre etti, si arriverebbe ad un paio di tonnellate di carta. Dal momento che oltre la metà sono edizioni rilegate, con peso medio attorno agli otto etti, posso stimare un ordine di quattro-cinque tonnellate. Un bel carico, pure se distribuito perimetralmente. Non sarebbe male fare ogni tanto delle verifiche strutturali sui muri maestri e sulle solette.

Nella cifra – e nel peso – ho incluso quasi tutto il mio patrimonio librario, compresi i libri per la gioventù, l’antiquariato, i vari dizionari (una quindicina, per undici lingue – di cui tre morte e sette che non conosco) e le enciclopedie; ho escluso invece le raccolte di riviste storiche, antropologiche e scientifiche, e tutto il settore scolastico, che stante la mia professione è piuttosto consistente.

Questa mole di roba occupa anche un notevole spazio. Qui posso essere più preciso. Le scaffalature per i libri occupano circa cinquanta metri quadri di pareti, distribuiti su quattro locali. Altri otto metri sono occupati in un rustico che ho riattato in aperta campagna.

C’è infine un altro aspetto da considerare, quello patrimoniale. Ho provato a calcolare quanto ho speso in più di quarant’anni per i libri, e quale potrebbe essere il loro attuale valore, facendo le debite rivalutazioni dei prezzi. Ho tenuto conto di tutta una serie di variabili (acquisti scontati, metà prezzo, regalie, ecc…) e credo di poter arrivare a una valutazione credibile, senz’altro approssimata per difetto, tra i sessanta e gli ottanta milioni di vecchie lire (il prezzo medio di un economico, oggi, è attorno ai dieci euro, ventimila vecchie lire). Se dovessi buttare il tutto sul mercato dell’usato riuscirei a spuntare (data la qualità e lo stato di conservazione) venti milioni. A conti fatti, anche come investimento prettamente economico si è mostrato senz’altro superiore a quelli nei Bond argentini o nei titoli tecnologici.

Una spesa di due milioni l’anno in libri (non una tantum, ma per quarant’anni) può sembrare un tantino esagerata. In realtà, se ci si riflette, è nulla rispetto ai sette e passa milioni annui che mi è venuto a costare nello stesso periodo l’uso dell’auto, tra svalutazione, benzina, assicurazioni e accidenti vari, ed è pari a quanto ho buttato letteralmente in fumo per la disperazione dei miei polmoni. Senza contare i vantaggi collaterali, seme di ordine puramente economico, che ha comportato, come ad esempio il non dover investire in quadri o in mobili per riempire le pareti. Quel problema è stato infatti risolto con semplici scaffalature.

Bada che è un aspetto tutt’altro che secondario. Chi entra in una casa zeppa di libri, fosse anche la più pettegola delle amiche, deve sospendere i normali criteri di giudizio relativi all’arredo di interni. L’arredo dominante sono i libri stessi, quindi o li ama, e allora si immerge e gode, e non gli frega nulla se i mobili sono antichi e se c’è l’idromassaggio, oppure non li ama ma li teme, e capisce di essere in una dimensione altra, nella quale non ha alcun senso esibire megaschermi o divani in pelle di lucertola, e si arrende. Ma vallo a spiegare alle mogli che si lamentano per l’invadenza dei libri dei mariti (non conosco mariti che si lamentino per l’invadenza dei libri delle mogli).

Sulle infrastrutture (leggi: scaffali)

La storia della mia biblioteca può essere raccontata anche partendo dagli scaffali. Ne possiedo di diverse tipologie. Quella passata nel rustico è la prima scaffalatura seria che ho potuto permettermi, pressappoco attorno ai venticinque anni. In precedenza mi arrangiavo con trespoli del Postal Market, che si ordinavano via catalogo, erano in truciolato sottile rivestito di formica e assumevano ben presto le curvature più incredibili. Ricordo che dovevo rivoltare sottosopra i ripiani almeno una volta al mese. Ma il mio primo scaffale in assoluto era stato un pensile, realizzato da un falegname del paese che aveva in mente come unico modello una piattaia, e nessuna cognizione del suo uso. Avevo dodici o tredici anni. Lo riempii subito con tutto ciò che di cartaceo avevo a disposizione, giornalini compresi. Dopo pochi mesi cominciò ad essere abitato da un tarlo, anzi, da generazioni successive di tarli, che la notte mi facevano impazzire (era appeso in camera). Mi alzavo e pestavo sul legno con scarpe, libri, con tutto ciò che avevo a portata di mano. Taceva per dieci secondi e poi riprendeva. Tutto questo è andato avanti per anni, nella più assoluta inconsapevolezza di mio fratello, che continuava beatamente a russare, a volte in sintonia col tarlo. Oggi quello scaffale lo trovi appeso in magazzino. I tarli sono stati uccisi dal freddo.

I primi scaffali seri erano comunque assolutamente poco funzionali e ingombranti, alti solo due metri, profondi quasi mezzo, adatti per disporre i libri su tre file, con pianali fissati rigidi: ciò che di peggio può essere immaginato per un bibliofilo. Ma erano anche i più economici.

Il salto di qualità l’ho realizzato quasi quindici anni dopo, quando ho fornito lo studio di una scaffalatura dignitosa, con ripiani mobili e robusti. Ho risolto il problema della profondità con una complicata operazione di taglio e riassemblaggio di montanti e ripiani, che mi ha consentito di aumentare di un terzo la metratura quadrata.

Negli ultimi anni, a seguito anche delle disavventure familiari, ho potuto realizzare un doppio sogno: quello di invadere con i libri anche il “tinello”, partendo dalla copertura della parete di fondo, e quella di costruirmi personalmente anche gli scaffali, in legno massiccio. Ne vado particolarmente fiero. Ad uno sguardo attento non possono sfuggire le imperfezioni, ma il colpo d’occhio immediato è notevole, i pianali sono robustissimi, la profondità è quella giusta per risultare pienamente funzionale e non ingombrante.

Esiste infine una quarta scaffalatura, ereditata, che assomma ai difetti di dimensione dell’arredo da ufficio una fastidiosa lamella metallica a vista, e che quindi è stata relegata in una camera decentrata. Ed altri pezzi sparsi, tra i quali due pregevoli (per me, almeno) vetrinette, perfette per i libri d’antiquariato.

Non prevedo, al momento ulteriori acquisizioni strutturali. Non saprei dove metterle. Il corridoio è stretto, il bagno è microscopico, in camera tua non c’è più spazio. Se vorrai continuare nell’opera dovremo inventarci qualcosa.

Sui criteri di collocazione

I miei libri sono disposti secondo un ordine ben preciso. Per discipline la saggistica, per aree linguistiche la letteratura. Sono poi ordinati secondo diversi criteri di suddivisione. Per la letteratura ho adottato il criterio cronologico: per ogni area parto dalle origini e procedo per autori, in successione biografica (quindi non in base alle date di pubblicazione dei testi, ma a quelle di nascita degli autori). Per la saggistica mantengo il criterio cronologico per alcune discipline, mentre procedo per aree, per assonanze o per temi in altre, oppure combino assieme i vari criteri. Ad esempio: i testi storici e le biografie sono disposti in base al periodo storico di riferimento, ma in alcuni casi questo criterio si associa alla suddivisione per aree geografiche (popoli extraeuropei) o tematiche (biografie di rivoluzionari, di scienziati, ecc…). Lo stesso accade per Filosofia e per la Storia delle idee.

I criteri di collocazione dei libri possono essere svariati. Non tutti sono sensati, anche se danno l’impressione di riuscire funzionali. Trovo ad esempio irritante la collocazione per ordine alfabetico. Può andare bene in una biblioteca pubblica, o in una libreria, dove l’utenza va in cerca di un’opera ben precisa e deve poterla facilmente reperire. Ma è assurda in una biblioteca privata. La biblioteca privata non è una raccolta di libri. È un archivio della memoria che riveste funzioni ben diverse da quella pura e semplice del contenitore. Deve offrire un quadro ragionato delle possibilità, suggerire percorsi, raccontare storie. Se ho in mente un tema, e voglio approfondirlo cercando di sapere come lo hanno trattato autori diversi in diverse aree linguistiche, devo poter fare scorrere lo sguardo su titoli che seguono un certo ordine temporale, magari partendo da un preciso periodo o limitandomi ad un’area specifica. Una volta rintracciato in un autore il tema in questione, saranno le parole stesse di quest’ultimo a evocarmi il ricordo di altre pagine, a rimandarmi ad altri autori. Più che mai questo criterio è importante per la saggistica, storica, letteraria o scientifica che sia.

Naturalmente, una collocazione di questo tipo presuppone che si abbia un’idea piuttosto precisa, ad esempio, della biografia o almeno dei dati anagrafici degli autori. Ma questo, per chi possiede settemila volumi, è implicito.

Al di là comunque dei criteri generali di collocazione ne esistono altri, più particolari e più soggettivi, nei quali non ha molta importanza la funzionalità, ma entra in scena la rappresentazione. I libri che possiedi non solo sono una parte di ciò che sei, ma lo dicono anche. Parlano a te, ma parlano anche di te a chi è capace di ascoltarli. E allora è naturale che scattino anche malizie di depistaggio, che si cerchi cioè di farli parlare non solo di ciò che si è, ma anche di come si vorrebbe apparire. Esistono quindi criteri di collocazione che sono motivati in parte da ragioni estetiche, in parte da intenzioni comunicative.

La motivazioni estetiche possono riguardare ad esempio le dimensioni o il colore. Tomi piuttosto voluminosi ed alti stonano se collocati al centro del ripiano, magari stretti da ambo i lati da volumetti di formato più ridotto. Anche quando non lo suggeriscono ragioni di opportunità e di equilibrio nella distribuzione dei pesi, come non caricare al centro per evitare la deformazione del legno, dovrebbe intervenire il buon gusto. Lo stesso vale, quando è possibile, per gli accostamenti di colore. Non disturbano tre o quattro volumi della stessa collana, ma è piatto e orribile un intero ripiano riempito con volumi dalla stessa veste editoriale.

Le intenzioni comunicative creano equilibri e determinano scelte molto più complesse. Già nel loro assieme i libri esibiscono un nostro vero o presunto sapere, dispiegano la varietà e la molteplicità delle nostre conoscenze, o concentrano invece sulla loro specificità e profondità. Duemila volumi di psicologia ci qualificano in maniera ben diversa da quattromila sparsi su venti discipline: i primi parlano di uno specialista, i secondi di un enciclopedico dilettante. Nel primo caso il problema delle sub-collocazioni preferenziali evidentemente non si pone. Nel secondo è invece fondamentale. Su scaffalature di quasi tre metri di altezza, mediamente divise in sette-otto spazi orizzontali, bisogna considerare pienamente utili in termini comunicativi tre o quattro spazi, escludendo i due più alti e i due più bassi. È difficile che qualcuno si inginocchi per andare a sbirciare i titoli posti rasoterra, o salga su una sedia per decifrare quelli al soffitto. Si concentrerà su quelli ad altezza d’occhi, nelle due posizioni in piedi o seduto. Occorre quindi fare una prima scelta delle discipline o delle sezioni che si ritiene ci rappresentino poco o non ci rappresentino più, ed esiliarle negli spazi più decentrati (d’altro canto, è lo stesso criterio col quale vengono valutati i prezzi per i loculi cimiteriali: quelli delle file centrali sono più cari). In genere questo criterio ha anche delle motivazioni funzionali: se si ritiene che un determinato settore ci rappresenti poco è perché in quel momento lo frequentiamo poco, quindi abbiamo minore necessità di ricorrere alle “schermate” o di cercarvi titoli particolari.

Esempio pratico: nella mia libreria il settore dottrine politiche, dottrine economiche, marxismo ha goduto per lungo tempo di una collocazione centrale. Poi ha cominciato gradualmente a perdere posizioni, sospinto verso l’alto dall’ingresso di nuovi interessi e priorità. Ben prima della caduta del muro di Berlino o dell’abiura al comunismo della sinistra italiana era arrivato ad occupare l’ultimo ripiano in alto, nella posizione d’angolo. Credo di non avere più pescato un libro di lassù negli ultimi quindici anni. Li sposto solo per togliere la polvere (ma so di biblioteche dove è andata ancor peggio, e certe sezioni sono proprio scomparse). La stessa sorte è toccata alle sezioni di storia delle religioni, scivolata nei ripiani a terra, e di antropologia, esiliata in alto. In compenso hanno conquistato posizioni centrali le biografie (quelle degli “irregolari”, da Saint-Just a Camus), l’ebraismo, la letteratura di viaggio, la storia delle idee. Si potrebbe ricostruire la vicenda culturale di una generazione, seguendo questi spostamenti.

Esistono poi ulteriori e sottili malizie. Si possono riservare un paio di ripiani, quelli assolutamente centrali, più accessibili, maggiormente in luce, all’attualità (degli interessi). Agli ultimi libri che hanno suscitato entusiasmi o riflessioni, che si vogliono partecipare agli altri e condividere. Una sorta di vetrinetta delle novità, con i volumi non troppo pressati per essere facilmente estraibili dal visitatore curioso, che ti domanda di che si tratta e com’è. In questi spazi c’è posto naturalmente anche per le stravaganze, quelle chicche che è difficile trovare in circolazione e che tanto suggeriscono del tuo fiuto speciale e della tua appartenenza al gruppo iniziatico dei “veri conoscitori”. Questa vetrina deve essere un autentico fiore all’occhiello, va rinnovata con discrezione, con piccoli spostamenti, sporadiche rimozioni e oculati innesti. È fondamentale.

Sulla manutenzione

La vita fisica media dei libri editi dopo la seconda guerra mondiale non supererà, secondo gli esperti, il mezzo secolo. Responsabili di questo rapido degrado sono la pessima qualità della carta, che per lo più è riciclata o ricavata dagli stracci, gli inquinanti atmosferici, che agiscono sui libri come su tutto il resto, ma soprattutto l’idea stessa di merce di consumo che ha investito anche la cultura, e che porta a risparmiare al massimo sul materiale e sulla cura nella confezione. Si prospettano quindi visioni apocalittiche, intere biblioteche che andranno in polvere e patrimoni di sapienza che saranno dispersi al vento. Non so se le cose stiano veramente così, ho l’impressione che le previsioni siano un tantino allarmistiche e influenzate anche dalla voglia di informatizzare tutto, ma è certo che la durata di un libro non può essere indefinita, e che a differenza di quelli antichi, fatti con carta particolarmente resistente e curati nell’edizione, quelli attuali, compresi i miei, dureranno decisamente poco. Sono già costretto a constatare che gli economici tendono a scollarsi, a disfarsi e a perdere pagine, e temo che la malattia non tarderà ad aggravarsi.

Questo sta nel naturale destino delle cose, e noi non possiamo farci nulla, o quasi. Possiamo però evitare di accelerare lo sfascio con un’attenzione ed una manutenzione che non richiedono un grosso sforzo, adottando pochi ma essenziali accorgimenti. Cerca dunque di aprire bene le orecchie, se intendi continuare a frequentare il mio studio.

Il primo accorgimento riguarda le modalità fisiche della fruizione, per intenderci il modo in cui vanno maneggiati i libri. Un libro non lo si spalanca, le pagine non sono persiane: lo si apre. Ogni volta che sento un crack da apertura di libro provo un lancinante dolore fisico, come se mi schiacciassero una vertebra. Lo stesso vale per il lancio dei libri, sul tavolo, per terra o sul divano. I libri non si lanciano, si posano, e non spalancati, ma chiusi. Un libro va poi tenuto possibilmente con entrambe le mani, anche perché così si è impossibilitati a fare qualsiasi altra cosa, come mangiare o bere, col rischio di sporcarlo, e questa è la condizione unica e ideale per leggere.

Un altro accorgimento è quello di evitare assolutamente orecchie o piegoni vari per segnare le pagine. Esistono segnalibri di tutte le misure e per tutti i gusti, sulla scrivania ne trovi un’intera collezione, con pezzi anche pregiati; ogni volta che preleverai un libro da questi scaffali premurati di procurarti anche un segnalibro, e di riporlo poi a lettura ultimata. Un libro unto e spiegazzato ferisce la mia sensibilità come una bella ragazza trasandata, e contrasta con la mia idea di ordine cosmico.

Un malvezzo altrettanto abominevole, da scoraggiare e da stroncare sul nascere, è quella della sottolineatura, soprattutto quella di sottolineare i libri altrui. Mi obietterai che a me capita di sottolineare qualche parte, soprattutto nei libri di saggistica: ma accade raramente, per testi che uso per lavoro o che prevedo torneranno utili, e soprattutto lo faccio con i libri miei. La sottolineatura è come un tatuaggio, se la pelle è tua puoi decorarla come vuoi, quella degli altri no, e comunque sai che oltre un certo limite finisci per deturparla.

Più scellerata ancora è l’abitudine recentemente invalsa, soprattutto tra gli studenti, di evidenziare con colori fluorescenti. Purtroppo hai già perso l’innocenza e hai cominciato a farlo anche tu. Ora, a parte il controsenso di una pratica che porta in genere ad evidenziare tutto, il che equivale a non mettere nulla in evidenza e soprattutto a non aver capito affatto cosa meritava davvero di essere colto, quelle pagine sconciate da strisce o da interi quadrilateri gialli e verdi risultano illeggibili e ti respingono.

L’ultimo accorgimento è infine quello di dare in prestito i propri libri solo a persone fidate, o meglio ancora non darli in prestito affatto. In più di un’occasione per recuperarli ho dovuto sudare sette camicie, ricorrere alle minacce e rompere delle amicizie, e ciò nonostante molti non mi sono tornati, o troppe volte sono tornati disfatti, macchiati e sottolineati. In questo caso non si tratta di insana gelosia, ma di sacrosanto e conseguente senso del rispetto. Sono dell’idea che i libri esistano per essere letti, e quindi vadano fatti circolare: ma proprio per poter circolare debbono essere conservati integri.

Ancora una cosa. I libri tendono a raccogliere polvere, che date le modalità e gli spazi ristretti dello stoccaggio non è facile rimuovere. Si possono ripassare con una certa frequenza con il braccio snodato dell’aspirapolvere, o con gli appositi piumini, e già questo quando ne hai settemila è un lavoro, ma è necessario anche ogni tanto smuoverli uno per uno, magari con la scusa di un avvicendamento o di una revisione dei criteri di collocazione. È una prassi utilissima, intanto perché ravviva la confidenza fisica con i volumi e ti aiuta a ricordare cos’hai, o a scoprire magari che un libro tanto desiderato lo possedevi già, poi perché ti aggiorna sullo stato dei tuoi interessi e delle tue preferenze. Potresti magari iniziare ad allenarti sin da ora, sotto la mia supervisione, anche solo per acquisire la corretta manualità nel trattarli: hanno giusto bisogno di prendere un po’ d’aria.

Una riflessione

Cara Elisa, nel caso abbia avuto la costanza di leggere quello che precede ti starai chiedendo se vale la pena continuare e, soprattutto, se tuo padre è davvero quella persona seria che vorrebbe apparire. Diciamo che almeno in parte il dubbio è motivato. C’è in effetti una componente di gioco, o se vuoi una motivazione narcisistica, nel disporre una biblioteca.

E meno male, aggiungo. Sai che noia se tutti quei libri fossero lì solo per fasciarti in un involucro ovattato, per insonorizzare le stanze e permetterti di scegliere le aree e le ere nelle quali vivere. I libri sono lì anche per gli altri. Sono un tramite di comunicazione non solo tra chi scrive e chi legge, ma anche nella comunità di questi ultimi. I titoli, la loro disposizione, l’evidenziazione, gli accostamenti, sono altrettanti messaggi in cifra. Se qualcuno li raccoglie sai di avere trovato un interlocutore, forse un amico.

Tu questi libri li hai già visti, li hai visti talmente tante volte che forse ormai non li vedi nemmeno più. Forse per te fanno già parte delle pareti, tendono a diventare tappezzeria. È proprio questo che voglio evitare. Voglio richiamarli in vita ai tuoi occhi, presentarteli, almeno qualcuno, perché tu sappia che non sono ormai carta imbalsamata, ma sono vivi e sanno e possono parlare. E allora dammi la mano e accompagnami in questo viaggio attorno alla mia libreria. Forse sarà meno noioso di quanto tu tema.

2) LETTERATURE

La cameretta

Prima di penetrare nel sacrario, di immergerci nel mare di carta stampata dello studio, potremmo procedere a una graduale acclimatazione, magari partendo da un luogo che ben conosci: la tua cameretta. Non so quale ricordo potrai avere da adulta di questa camera, ma probabilmente sarà molto buono, perché legato all’estate o comunque a periodi di vacanza.

A me evoca invece l’idea del mistero, del proibito. Era la camera della zia Lina, sorella di mia madre, un personaggio piuttosto strano già di suo e reso ancora più misterioso dalla perpetua assenza (era “dama di compagnia” di una bisbetica baronessa tedesca, che viveva tra Nervi e Gressoney, e le aveva trasmesso molto del suo carattere sospettoso e misantropo – o forse s’erano semplicemente trovate). La camera era sempre chiusa, e anche le rare volte che mia zia si tratteneva per qualche giorno ci era severamente proibito accedervi. Sarebbe bastato molto meno per accendere la mia curiosità e la mia inventiva, e per farmi trovare una chiave che con un po’ di manovre riusciva a violare la porta. Anche se ufficialmente non ero molto sveglio (questa era almeno la versione che circolava per casa; intelligente ma imbranato), se qualcosa mi intrigava davvero non c’erano serrature capaci di fermarmi. Sono tornato quindi più volte in quella camera, affascinato dai bauli chiusi da marchingegni o da lucchetti che riuscivo miracolosamente ad addomesticare. C’era davvero di tutto, dagli orologi da taschino ai binocoli da teatro, e poi banconote da cinque marchi del periodo della grande crisi, con la stampigliatura “un miliardo”, e vecchie riviste e calendari tedeschi. Non ho mai sottratto niente, e me ne pento ancora oggi, perché dopo la morte della zia è sparito tutto. Mi è rimasto solo il ricordo della magia, (saranno stati gli abiti anni venti e le cappelliere, o le foto dei paesaggi innevati nei calendari) e dell’odore penetrante della naftalina.

Quella è rimasta comunque sempre, anche dopo, la camera delle ragazze, di mia sorella Francesca prima, poi di Chiara e Sara, ora la tua. Oggi in essa c’è un solo scaffale (lo avevo dimenticato! altro acquisto remoto) ormai zeppo, che contiene i libri di tre generazioni (anzi, di quattro). Ci sono i miei, quelli dei tuoi fratelli e i tuoi. Più quelli che io stesso ho ereditato da altri, con le più disparate provenienze. E forse è proprio la loro la storia più bella.

I tuoi nonni paterni, cara Elisa, non erano affatto benestanti. Anzi. Si erano sposati nell’immediato dopoguerra e prima dell’arrivo del boom avevano messo al mondo tre figli. Tiravano avanti in una dignitosa ristrettezza, e solo il fatto che all’epoca questa condizione fosse comune a tutti quelli che si conoscevano li manteneva un gradino al di sopra della povertà. Non ci è mai mancato nulla di indispensabile, ma nel bilancio non erano previste, né erano possibili, spese per i libri (anche se la nonna era stata una forte lettrice, nel periodo in cui era a servizio presso famiglie della borghesia genovese, e ancora leggeva tutto ciò che le capitava sottomano). Non ho ereditato quindi alcuna biblioteca, mentre in compenso mi è stata geneticamente tramandata una precocissima passione per i libri, e probabilmente anche lo struggimento per il fatto di non potermeli permettere. A pensarci bene l’amore per i libri ha preceduto in me persino quello per la lettura (e questo spiega forse molte cose).

Ho imparato a leggere all’età canonica, in prima elementare, ma avevo cominciato molto prima ad andare in trance di fronte a qualsiasi pezzo di carta che contenesse illustrazioni o parole stampate (i calendari tedeschi di trent’anni prima della zia Lina, le vecchie Domeniche del Corriere che ci passava un’altra zia, o la Famiglia Cristiana, unico investimento culturale della famiglia). Per questo quando mi sono trovato in mano i libri scolastici li ho subito amati. Li attendevo con ansia dal momento in cui li ordinavamo, e in genere prima che iniziasse l’anno scolastico avevo già ripassato al completo i testi di storia e di geografia e le antologie letterarie. La cosa si è ripetuta sino alla fine delle superiori.

Per fortuna il tam tam parentale, imbeccato da mia madre, aveva diffuso questa mia fama di lettore vorace ed onnivoro, e ho cominciato presto a ricevere libri di fiabe per Natale e per i compleanni. Andersen, i Grimm e Perrault sono stati i mentori della mia prima infanzia, con una preferenza spiccata per i secondi, probabilmente perché erano più suggestive le illustrazioni, ma anche perché le storie erano ambientate in foreste o manieri misteriosi. Le esigenze però non hanno tardato a farsi più serie. Alla fine della seconda elementare avevo divorato ormai fiabe di ogni tipo ed ero pronto al salto nei racconti lunghi. Sono passato in un anno da “L’acciarino magico” a “La capanna dello zio Tom”, attraverso “Pinocchio”, “Ciondolino”, “Fridolino tasso birichino” e “Cuore”.

Cara bambina mia, alla faccia di Umberto Eco e di tutta la dissacrazione di questi ultimi decenni, sono ancora convinto che questo fosse il migliore dei percorsi possibili. Non è assolutamente vero che si tratti di letture ipocrite, reazionarie e strappalacrime. Potranno apparire tali a chi non le ha fatte al momento giusto, o con lo spirito giusto, o a chi era già troppo smaliziato per lasciarsi prendere e trascinare. Non lo erano senz’altro per me, che smaliziato non lo sono nemmeno oggi, che non parteggiavo per Franti ma per i bravi ragazzi, che ho letto lo zio Tom col cuore che palpitava contro l’ingiustizia, la prepotenza e il razzismo, e che mi sono costruito lì sopra i primi rudimenti, quelli pure confusi ma solidi e destinati a segnare tutto il mio futuro, di coscienza civile. Non sono diventato un nazionalista per aver letto la piccola vedetta lombarda, né un moralista per colpa di Pinocchio. Mi hanno trasmesso un minimo di coscienza, un senso dell’onore e della dignità che sarà magari fuori moda, ma al quale tengo moltissimo. E sono rimasto innamorato dei tassi, anche senza averne mai visto uno vivo.

Poi è arrivato “Lo zio di Svezia”, di Nadal. Non lo troverai citato in nessuna storia della letteratura per ragazzi. Forse sono il solo a ricordarlo. Era edito in una collana della Salani, quella che oggi pubblica “Pippi Calzelunghe”, ne “La biblioteca dei miei ragazzi”. Arrivò per Natale. Ora, tu immagina un bambino sognatore com’ero io, che legge un libro nel quale si parla di tre orfanelli che lasciano l’Italia per raggiungere in Scandinavia uno zio mai visto né conosciuto. Si trovano immersi nella neve, tra foreste incantate, sono persino inseguiti dai lupi la notte di Natale, mentre con slitta e lanterne si recano alla chiesa del villaggio vicino per la messa di mezzanotte. Io leggevo e fuori nevicava, quell’anno cadde a metri, e immaginavo quella notte freddissima e bellissima, in un paese di sogno, con tutta la gente che arrivava con slitte e fiaccole e lanterne dalle lontane fattorie, e tutto attorno il silenzio della neve, rotto solo dall’ululato dei lupi. Ce n’era a sufficienza per restarne marchiati a vita, e così è stato: credo che di lì discendano il mio esotismo, la predilezione per gli ambienti freddi e nordici, per la neve e le foreste di pini, per i dipinti di Friedrich, e anche il fatto di non aver mai voluto visitare i paesi scandinavi. Voglio conservarne quella immagine, è uno dei ricordi più belli che ho (tra parentesi, temo che questo della costruzione di immagini, ambientali ma anche umane, desunte da fantasie librarie sia uno dei motivi del mio disagio costante a vivere la realtà – o viceversa).

Lo zio di Svezia mi ha introdotto ad un tipo nuovo di fruizione del libro: certo, anche Cuore e lo zio Tom mi avevano preso, mi ero sentito coinvolto, ma in fondo lì non potevo fare altro che seguire le vicende dei personaggi da spettatore (anche perché prevaleva l’ambientazione storica, e le descrizioni paesaggistiche vi avevano pochissimo spazio). Nella foresta scandinava ero invece diventato protagonista, fremevo per non poter essere accanto ai ragazzi (alla ragazzina, la maggiore dei fratelli, soprattutto) per difenderli. Avevo scoperto la lettura-immersione.

Ormai la diga era aperta, e la lettura era diventata una fiumana. Sarebbe stato difficile soddisfare la domanda, anzi, la fame, con i soli regali natalizi. Per fortuna mi è venuto in soccorso un cugino di città, di una decina d’anni più anziano, che in quanto figlio di una portinaia riusciva a raccattare dagli inquilini del palazzo un sacco di roba. E sono state rivelazioni, una dietro l’altra. Il Salgari di “Alla conquista di un Impero” ma soprattutto di “Alle frontiere del Far-West”, il Verne de “Al polo australe in velocipede” e di “Michele Strogoff”, e poi Stevenson, London, Kipling, “Saturnino Farandola” di Robida, la prima fantascienza con “Olimpiadi tra le stelle” e i primi resoconti di viaggi ed esplorazioni in ”Con Magellano attorno al mondo” .

Oggi confondo evidentemente la successione delle letture, ma tra gli otto e i quindici anni ho senz’altro dato una buona ripassata a tutta la letteratura giovanile in circolazione, comprese un sacco di riduzioni per ragazzi di classici come il “Robinson Crusoe” o “David Copperfield” (ciò che poi mi ha impedito di rileggerli nelle versioni integrali). Mi è comunque abbastanza facile ricostruire i percorsi e le trasformazioni nelle preferenze. È sufficiente andare a scorrere gli elenchi che sempre si trovavano in ultima o in penultima di copertina (“Sono già apparsi in questa collana:…”), pieni di segni e di rimandi, con le indicazioni dei libri che già possedevo e di quelli desiderati, con tanto di ordine di priorità (uno, due, tre puntini). Ci sono libri come “I misteri della Jungla nera” che ho potuto leggere solo dopo l’adolescenza, o addirittura dopo la laurea, e che ho continuato a sognare e ad “appuntare” per anni.

Spero che questo cumulo di ricordi non ti abbia già annoiato, Elisa. In fondo sto rispondendo a una tua probabile domanda. Già ora mi chiedi spesso com’ero da bambino, com’era la mia vita. Bene, te ne sto raccontando una metà, quella passata sui libri e con i libri. L’altra, quella trascorsa sui fumetti, la lasciamo per un’altra occasione. Ero così, un giorno Yanez e un giorno Josè il peruviano (in genere non mi identificavo con il protagonista, ma con il miglior amico del protagonista – e anche questo, a ben guardare, era già significativo –, e preferivo giocare in solitudine perché gli altri ragazzini non conoscevano niente dei miei eroi, e se anche li avessero conosciuti non avrebbero corrisposto all’idea, avrebbero rotto l’incantesimo dei mondi che mi costruivo. Era una dimensione sacra, e sacri erano i testi sui quali si fondava: non a caso li trovi lì, ancora oggi, sottratti all’incuria e allo scempio dei miei e dei tuoi fratelli.

Troverai anche, ma da un’altra parte, nella sezione viaggi ed esplorazioni, dei vecchissimi volumetti rossi, ancora eleganti nella loro semplice rilegatura, a dispetto della consunzione. Sono i libri della Romantica Mondiale Sonzogno, editi negli anni Venti e Trenta (e qualcuno forse anche dopo la guerra). Di alcuni non ricordo la provenienza, ma quattro o cinque erano scampati allo svuotamento di una casa gentilizia del paese, acquistata dal macellaio dopo la morte dell’ultimo discendente. Ho ancora davanti agli occhi il carro dello straccivendolo stracolmo di libri, finiti poi probabilmente al macero o in qualche discarica, io che corro a casa piangente e mia madre che si mette all’inseguimento e torna con una bracciata di volumi, tutti quelli che era riuscita a ramazzare. C’erano saggi storici dei primi dell’ottocento, un paio di classici e, soprattutto, gioielli come “Martin Eden” di London o “La foresta in fiamme” e “Il paese di là” di James Oliver Curwood.

London già lo conoscevo per “Il richiamo della foresta”, e di lì a poco mi avrebbe aperto ad un rudimentale socialismo con “Il tallone di ferro”: ma Curwood era una novità, e che novità. Il suo Canada ha costituito l’anello di congiunzione perfetto tra la Svezia di Nadal e le Langhe innevate di Fenoglio, le sue intrepide giubbe rosse erano già l’incarnazione di quell’ideale eroe solitario e nomade che avrei riamato di volta in volta nel partigiano Johnny, in Holden, in Kerouac e poi negli esploratori e negli alpinisti dell’ottocento. Prova a leggerli, ti prego: ci troverai un’immagine di forza e di dolcezza assieme che niente ha a che vedere con la vita che ci circonda e tanto invece con quella che vorremmo, e proprio per questo crea struggimento, insofferenza e ribellione per ciò che è stupido e volgare. Non ti sogno laureata o famosa o felicemente sposata: ti sogno schietta, curiosa e insofferente.

Ma adesso usciamo, lasciamo in questa camera i primi ricordi, facciamo un po’ di pausa e poi ripartiamo dal cuore pulsante della mia biblioteca.

Lo studio

Questo che oggi è lo studio è stato per venticinque anni la camera mia e di mio fratello. Nel corso del tempo l’avevamo tappezzata di manifesti cinematografici (da “Là dove scende il fiume” sino ad “Arancia meccanica”), di foto dei Beatles, di tavole fluorescenti tratte da “L’astronave corsara”, che di notte ci facevano navigare in mezzo a mondi e galassie lontani. Nel buio, quando taceva il tarlo, arrivavano le voci lontane dei cani dalle cascine della Colma, ad evocare distanze minori ma mondi non meno misteriosi: mentre durante il giorno il silenzio era rotto solo dai cori dei merli o dai colpi lenti dei contadini che martellavano i ferri. Le litigate che ti divertono tanto, il raglio dell’asino che ci fa sobbalzare il mattino, il cantiere edilizio perennemente aperto sono arrivati più tardi, con i nuovi vicini. Ogni epoca ha i suoi suoni, a te toccano questi.

Entrando nello studio abbiamo di fronte, nella parete opposta, perfettamente centrata, la finestra che dà sul giardino, sulle colline e poi sui monti. Guardando verso il Tobbio e la Colma non c’è traccia di case: solo boschi e prati, e poi altri boschi sulle colline, e infine l’Appennino. Da quella finestra rivolta a mezzogiorno entra per trecento giorni l’anno una luce intensa, gioia per gli occhi ma sottile pericolo per i libri che coprono tutte e quattro le pareti.

Gli scaffali si dipartono a destra della porta d’ingresso (la chiameremo da ora per comodità parete A), fanno angolo, corrono lungo l’intero muro laterale (parete B), girano ancora sino ad incontrare la finestra e ripartono poi oltre quest’ultima (parete C). Altro angolo, e infine la parete D, occupata per metà, al centro, da un caminetto, e ai lati di questo da altri scaffali. All’interno di questo spazio ci sono una scrivania grande, che dà le spalle alla parete B, e disposto ad angolo rispetto a questa un tavolinetto per il computer. Il tutto, scaffali compresi, in legno chiaro, solido e spesso, leggermente arrotondato agli angoli. Di fronte alla scrivania c’è una vecchia sedia a dondolo, molto apprezzata dagli amici in visita e per l’uso della quale io e te abbiamo ingaggiato sin da quando eri piccolissima epiche battaglie. La parete sopra il caminetto è coperta di foto e di quadri, e da una grande carta geografica dell’Europa vecchia di centocinquanta anni, che rappresenta forse il mondo in cui avrei voluto nascere.

E finalmente, i libri. Perché gli scaffali, la scrivania, persino il legno sopra il caminetto sono naturalmente zeppi di libri. Godiamoci un primo colpo d’occhio, poi passeremo ad un esame più sistematico. Tutto sommato non mi pare che l’assieme sia opprimente. Malgrado le pareti siano quasi interamente coperte, i libri non sembrano grondare, incombere sul malcapitato visitatore. Credo che la distribuzione sia abbastanza leggera, un po’ per l’uso degli spazi liberi, un po’ per la collocazione ordinata e riservata. Per come li vedo io, stanno tutti al proprio posto.

Letterature: gli Italiani

Consiglierei di partire dalla letteratura. È la naturale prosecuzione dell’itinerario intrapreso nella tua cameretta, cioè delle tappe di svolgimento del mio rapporto con i libri. Dobbiamo quindi guardare a sinistra. Lo scaffale che vedi, seminascosto dalla porta quando è aperta, è occupato per più della metà dalla letteratura italiana. Si parte dagli stilnovisti e si procede in ordine cronologico. Coi primi due ripiani dall’alto si arriva all’Alfieri, altri due sono riservati all’ottocento, due al ‘900. Gli ultimi tre verso il basso ospitano rispettivamente la letteratura ispanica, quella ebraica e orientale in genere e infine testi di critica letteraria. La gran parte della letteratura italiana del secolo scorso, e tutta quella più recente, si trova in un’altra sala.

L’ambizione che sta sotto a questa come a tutte le altre sezioni letterarie è quella della completezza: si traduce poi, più semplicemente, nell’avere rappresentati almeno tutti gli autori che hanno meritato di entrare in una storia della letteratura per licei (si parla naturalmente di autori non contemporanei). Un’altra ambizione, non necessariamente in subordine, è quella di aver rappresentati anche quelli che non ci sono entrati. Il peso specifico dei singoli autori, in termini di rappresentatività e quindi di presenza, lo decido io.

I maggiori qui ci sono tutti, almeno con le opere più importanti, e il primato per lo spazio occupato spetta naturalmente a Leopardi. Del conte non manca proprio nulla. Ma sono i minori il mio orgoglio. Ti assicuro che puoi trovare qui cose che difficilmente troveresti in una media biblioteca pubblica. Arcadi semisconosciuti, romanzi storici e libri di memorie dell’ottocento che nessuno legge più da un secolo, per la gran parte in edizioni ottocentesche.

Nella sezione novecentesca le preferenze saltano subito agli occhi. Ci sono autori presenti sin con i conti della spesa ed altri citati al più con un’opera, tanto per ricordare che esistono. Tra i primi senz’altro Fenoglio, Meneghello, Calvino, Levi, Rigoni Stern, Bianciardi. Poche le donne: ma checché se ne dica in giro, non è questione di misoginia. Il contributo femminile alla letteratura italiana è modesto.

Sono molti i libri di questa sezione che hanno una storia particolare, e che hanno segnato la mia storia. “Il partigiano Johnny”, ad esempio. L’ho acquistato subito dopo aver superato l’esame di latino, al primo anno di università. Avevo studiato per mesi, giorno e notte, rompendomi le palle sui “Remedia amoris” e volgendo in noia quel piacere che otto anni di studio del latino erano finalmente riusciti a risvegliare in me. Sentivo la necessità di togliermi di dosso il sentore di vecchiume e di inutilità che lo studio “filologico” in voga alla facoltà di Lettere mi aveva fatto percepire. Fenoglio fu una autentica rivelazione: mi sembrava finalmente di rientrare nel mondo, nella vita vera, nel tipo di esperienze che la letteratura deve trasmettere. Non avevo affatto capito che si trattava di una moderna versione dell’epica. O forse, l’avevo intuito senza capirlo, ed era proprio questo che mi piaceva tanto. Fu una di quelle letture appassionate, dodici, quindici ore filate, che ho riservato a pochi altri libri, in genere quando sentivo il bisogno di mostrarmi che avevo ripreso possesso del mio tempo – e il superamento di un esame è la situazione tipica.

Singolare è anche la storia del mio rapporto con Primo Levi e con ”Se questo è un uomo”. Possedevo il libro da tempo, sapevo tutto sulle sue origini e le sue traversie, e su quelle dell’autore, ma in realtà non lo avevo mai letto, anche se ero convinto di averlo fatto. Era finito ormai tra i libri che bisogna avere e conoscere, e che si danno per scontati. Poi, un anno, nei giorni precedenti le vacanze natalizie mi venne restituita da un allievo la copia in dotazione alla biblioteca scolastica. La misi in borsa e la dimenticai lì. Venne fuori la sera della vigilia, mentre mettevo un po’ d’ordine. Iniziai a leggerlo in tarda serata, mentre il resto della famiglia era alla messa notturna. Non riuscivo più a staccarmene. Quando gli altri rientrarono andai a dormire, ma non ci fu verso a prendere sonno. Dovetti tornare in cucina, riattizzare il fuoco e continuare a leggere sino alla fine. La rivelazione fu letteraria, più ancora che umana. Sapevo cosa raccontava, ma non immaginavo lo si potesse raccontare così. “Se questo è un uomo” è rimasto nella mia hit, e si è trascinato appresso tutte le altre opere di Levi. La scoperta mi ha anche spronato a leggere “Il sergente nella neve”, altro libro che avevo classificato nel reducismo senza degnarmi di scorrerlo, e che ho voluto invece andare a verificare. Un effetto valanga. Rigoni  si è portato dietro Revelli e tutti gli altri, io ho imparato ad essere più umile e rispettoso, almeno nei confronti dei libri.

La svolta revisionista nei criteri di lettura mi ha consentito di superare tutta una serie di pregiudizi che mi avevano accompagnato per anni. Ad essere sincero non ricordo cosa mi aspettassi dalla letteratura, ma senz’altro facevo una netta distinzione tra memorialistica e letteratura vera e propria, e la prima sembrava non interessarmi affatto. Forse per questo leggevo soprattutto autori stranieri e romanzi ottocenteschi: tutto ciò che riconoscevo come troppo vicino alla quotidianità, e all’esperienza negativa che ne avevo, non mi sembrava degno dell’Olimpo letterario. Chiedevo cose che mi portassero lontano nel tempo e nello spazio. Devo dire che l’incontro con Levi è stato davvero sconvolgente. Oggi non sono più in grado di leggere con piacere qualsiasi cosa che non abbia un fondo di realtà vissuta, e spesso il fondo non mi è nemmeno sufficiente. Mi si sono invece spalancati nuovi sentieri, ho scoperto dall’oggi al domani Meneghello, un outsider che mai avevo sentito nominare e che con “Libera nos a Malo” è balzato immediatamente in testa alle classifiche, ripetendosi subito dopo con “I piccoli maestri”. E più tardi la cosa si è ripetuta con Bianciardi. Conoscevo vagamente “La vita agra”, per via del film con Tognazzi che ne era stato tratto, e l’avevo derubricato tra i romanzi della generazione post-neorealista, quella che aveva dimenticato l’epica per fare assurgere il quotidiano più squallido agli onori letterari. Era una letteratura che non mi interessava, avevo bisogno di eroi. E poi c’era appunto il fatto del cinema. Storie interpretate da Tognazzi o da Sordi diventavano immediatamente commedie all’italiana, e io ne avevo fin sopra i capelli degli italiani, li pativo già tutti i giorni. E così niente Bianciardi, niente Mastronardi. Salvo poi leggerli, magari solo per effetto di trascinamento, e scoprire impensabili sintonie.

Lo scaffale degli italiani racchiude però anche altre storie. Sono quelle legate ai libri scovati in un preistorico Remainder’s, nel vicolo che scendeva da De Ferrari alla Kasbah di San Matteo, a Genova. Era un buco polveroso che riservava scoperte da favola, una sorta di caverna di Alì Babà guardata da un genio sdegnoso e tutt’altro che simpatico, stipata all’inverosimile, il che ti costringeva a contorsioni da circo equestre per leggere i titoli. Le novità, da una volta all’altra, erano poche, anche perché in certi periodi ci tornavo praticamente tutti i giorni: ma ad ogni passaggio usciva fuori la cosina strana, per due o trecento lire, quella che non leggerai mai, ma che hai voglia di possedere. Soprattutto certe edizioni semirilegate dei minori ottocenteschi, Rovani, Guerrazzi, ecc…

Quel Remainder’s è stato il primo di infiniti altri, scovati e battuti in tutte le città d’Italia (ma anche in Austria, in Francia, in Germania, persino a Praga) Appartiene ad una fase in cui la bibliomania era ancora funzionale alla lettura, anche se era già scattata la sindrome del possesso. Dalla frequentazione dei Remainder’s ho imparato molte cose. Il colpo d’occhio immediato, ad esempio. Riconoscere i dorsi delle varie case editrici, sapere al volo quali non presenteranno mai nulla che possa interessarti e quelle che invece riservano sorprese. Attivare il sensore che ti fa leggere un titolo che interessa in mezzo ad altri mille, sui quali lo sguardo scorre senza trasmetterti nulla. E poi la necessità di prendere subito quello che ti colpisce, perché se rimandi e non lo ritrovi ti rimane un vuoto che continua a tormentarti, e ritrovare quel titolo diventa quasi un’ossessione.

Tra le scoperte tardive divenute amori totali rimane ancora Augusto Monti. Attorno ai suoi “Sanssòssi” ho girato per qualche anno. Esisteva soltanto in un’edizione molto costosa e difficilmente reperibile – e ancora oggi è così – e la mancanza assoluta di citazioni in qualsiasi storia letteraria faceva nascere qualche dubbio sull’opportunità della spesa, malgrado l’autore fosse intrigante. L’ho poi reperito fortunosamente a metà prezzo, ed è partita immediatamente una caccia al tutto-Monti (Monti era l’insegnate di Lettere di Pavese e di un sacco di altri ragazzotti che sarebbero diventati di lì a poco il nerbo dell’antifascismo torinese). Da allora ne ho comprate e regalate almeno un altro paio di copie, e continuo a sognare studenti in grado di leggerlo e di apprezzarlo (anche se so che non sarà mai più possibile).

Un intero ripiano è occupato da raccolte di poesia del novecento. Forse non è giusto dire “un intero”: quaranta volumi di poesia, rispetto alla produzione italiana di questo secolo, non sono molti. Anzi, sono decisamente pochi. La verità è che io non sono un patito della poesia. O meglio, lo sono quando si tratta di Saba, di Gozzano, di Trilussa, di molto Montale, di Caproni o magari di Ernesto Ragazzoni: ma la sopporto bene solo quando sento l’ironia, il gioco. Non riesco a prendere sul serio i poeti che si prendono troppo sul serio (con qualche eccezione, naturalmente): almeno per quanto concerne l’ultimo secolo, e segnatamente per gli italiani. Provo una elementare reazione di fastidio di fronte a cose che vengono inutilmente complicate, quando potrebbero essere dette più semplicemente in prosa: una sindrome da ermetismo, direi. Ho il sentore di qualcosa di trombonesco, di falso: un po’ come di fronte al cinema italiano odierno, o agli sceneggiati televisivi: senti sempre lo sforzo della recitazione, la drammaturgia invece della drammaticità. È difficile a spiegarsi così, ma è sufficiente confrontare una poesia di Auden o di Robert Frost (che troverai in questa biblioteca) con una di Quasimodo (che non troverai, alla faccia del Nobel) per capire.

Nella speranza che un giorno tu legga Gozzano, Saba, Montale e Caproni (Trilussa lo amavi già quando avevi tre anni: ricordi “C’è un’ape che se posa/ su un bottone de rosa:/ lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità/ è una piccola cosa” – è sua), devo però dirti qualcosa di Ernesto Ragazzoni, che non troverai in nessuna antologia. Non è un “grande” poeta, anzi. Ma è quello che scrive cose come “Ben tappati dentro i poveri/ ma fidati lor ricoveri/ mentre, lento, sui tizzoni/ cuoce il lor desinaruzzo/ i pacifici Lapponi/ bevon l’olio di merluzzo”. Anche questa, la ricordi? È eccezionale. Non sto scherzando. È l’uso elementare del verso, anzi, della poesia, quello che facevamo anche noi nel costruire le nostre strampalate filastrocche, che ci ha stampato nella memoria “il rinoceronte/ passa sopra il ponte/ salta e balla/e gioca alla palla”, primo componimento in rima in assoluto cui riesco a riandare, e che ti ho immancabilmente trasmesso.

La letteratura è anche questo, Elisa. C’è un bel dire che ha il compito di testimoniare, di anticipare, di chiudere, di dire l’indicibile, ecc… Certo, sono tutte cose buone e giuste, ma la letteratura è favola. Leggi “Lo zio di Svezia” e vorresti essere lì con gli orfanelli, ti prende uno struggimento terribile. Leggi degli orsi bianchi che fuori “sono pallidi/ per il gran freddo”, e ti vien voglia di stare tra i Lapponi a mangiare e bere (olio di merluzzo) e dormire “in catasta attorno al fuoco”. Leggi “Il sabato del villaggio” e senz’altro c’è la metafora della vita umana, e della felicità che non esiste ma è solo speranza: ma c’è anche la piazzetta dove i ragazzini fanno un lieto rumore, c’è tuo padre che torna dalla vigna, c’è la tua infanzia lì dentro.

Questo vale più che mai per la poesia. Un tempo essa aveva anche una funzione comunicativa: costituiva lo strumento ideale, il più adatto alla memorizzazione, quando la cultura era trasmessa soprattutto oralmente, cioè in pratica fino all’introduzione della stampa. Ha poi mantenuto una valenza estesa, nel senso che si rivolgeva ad un uditorio ampio e aveva un vasto repertorio di utilizzo, almeno fino ai tempi di Leopardi e di Foscolo, quando esisteva ancora un pubblico educato a quel linguaggio per forza di cose allusivo, evocativo e zeppo di riferimenti. La poesia poteva raccontare, denunciare attraverso lo sdegno o l’ironia, infiammare di idealità, suscitare emozioni. Lo faceva evocando con immediatezza delle immagini, metaforiche o meno, da sostituire al lento processo del ragionamento. Oggi quel racconto, quella denuncia possono essere fatti direttamente attraverso le immagini, miste ai suoni, manipolate in tutti i modi: la cultura odierna ce le serve già pronte.

Che ruolo rimane allora alla poesia? Non sono in grado di darti una risposta precisa. Ma credo di poterti dire almeno ciò che per me non è (“…ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”: questo è poesia) con un esempio. Edoardo Sanguineti assembla in una sua composizione in versi tutte le scritte pubblicitarie e le insegne che si possono leggere percorrendo una particolare (ma potrebbe essere una qualsiasi) via cittadina. Una dietro l’altra, senza commento: farmacia, la bottega del pane, il sapone delle dive, ecc… Sono due strofe lunghe: la via è percorsa coscienziosamente avanti e indietro, su entrambi i marciapiedi. Ecco cosa intendo: con una telecamera si può fare la stessa cosa, e meglio. Si, certo, c’è l’effetto straniante del riportare queste scritte all’uniformità dei caratteri, fuori dal loro naturale contesto. C’è la possibilità mentale di paragonare questo elenco arido a quello vivace e animato che si otterrebbe da una passeggiata in campagna. Ma anche così, non sarebbero più efficaci e significative le immagini? E poi, soprattutto, questo ha davvero a che vedere con la poesia?

Io ritengo che oggi abbia senso ricorrere alla forma poetica solo per ciò che non può essere espresso del tutto, o meglio, in altra forma. La gioia spontanea e spensierata di una filastrocca, ad esempio. Il dolore e lo schianto di una perdita irreparabile (“…sei nella terra fredda, sei nella terra negra/ né il sol più ti rallegra/ né ti risveglia amor”). Il resto, lo straniamento, l’uso del verso a significare la frantumazione e la dissoluzione delle possibilità comunicative, mi sembrano pure operazioni cerebrali, l’equivalente delle sculture realizzate assemblando rottami. Esprimeranno anche con immediatezza il concetto, ma poi muoiono lì, non ti danno qualcosa da portarti dietro, o dentro, per sempre.

Nel dire queste cose, naturalmente, so di essere semplicistico, e ho anche paura di fare qualche danno. Non certo nei confronti della letteratura, queste sono opinioni mie e valgono come il due di briscola, ma nei tuoi confronti. Oggi la poesia e la letteratura tutta hanno già vita stentata, vista la concorrenza, e se a scuola le affronterai partendo da questi presupposti siamo fritti. E tuttavia sono convinto, anche se ti parrà paradossale col mestiere che faccio, che con il nostro discorso la scuola abbia poco a che vedere. Noi stiamo parlando di amore per la lettura e per i suoi supporti materiali, i libri. Ora, io non credo che la scuola possa fare più di tanto nel promuovere questo amore: può educarlo, fornirgli degli strumenti più raffinati, allargarne gli orizzonti (raramente). Ma l’amore, la passione, la disposizione sono fattori genetici, o ci nasci o puoi al più diventare un lettore diligente.

È sintomatico che in questo pellegrinaggio alle sorgenti delle mie passioni letterarie il ruolo della scuola non sia ancora venuto fuori. Eppure ho frequentato un Liceo classico di quelli ante-riforma, quando ti portavi alla maturità il programma di tre anni per tutte le materie, e l’Italiano prevedeva anche tutta la Divina Commedia, con i canti da riconoscere e commentare ad apertura di testo. Forse il motivo è proprio questo. La letteratura italiana, a scuola, rimaneva una materia di studio, non diventava un’occasione di piacere, di innamoramento. Non attribuisco colpe all’insegnante, una donna intelligente e di eccezionale umanità, che mi ha indubbiamente aiutato, non fosse altro per la rara capacità di farmi a volte sentire un imbecille senza offendermi e senza demoralizzarmi. Credo anche che quella disciplina nello studio, quell’addestramento a interminabili manovre di commento dantesco e di analisi semantica, fossero indispensabili per non buttarsi poi allo sbaraglio sui testi: lo erano soprattutto per me, che avevo bisogno di essere costantemente tenuto coi piedi per terra e guidato alla cavezza. Lei sapeva farlo con garbo, e le sono grato ancora oggi, ovunque sia, per certe benevole lezioni di ironia e chiarezza.

Penso però di doverle ben poco per quanto concerne le scoperte e gli amori letterari. Le ragioni sono in parte oggettive, perché all’epoca il programma di studi non arrivava nemmeno a Pirandello, quindi dei contemporanei non c’era occasione di parlare, e in parte soggettive, perché per i classici avevo già scovata un’altra fonte cui abbeverarmi, e giocavo sempre d’anticipo sulle presentazioni scolastiche.

Dal momento che soffro della sindrome di Woody Allen, secondo il quale se a qualcuno bisogna ispirarsi conviene scegliere direttamente Dio, io traevo ispirazione per le mie scelte e le mie interpretazioni niente che meno che dalla “Storia della Letteratura Italiana” di Francesco De Sanctis. Qualcosa di paragonabile al Vangelo, nel campo della critica letteraria, fino a cinquant’anni fa. Era stato il mio primo acquisto librario “adulto” dopo l’uscita dalle medie, giustificato dal conseguimento di una borsa di studio e soprattutto dal fatto che era edita in due volumi nell’Universale Feltrinelli per sole milleseicento lire. Come un vangelo l’ho letta, e credo di portarne ancora le conseguenze. Era quanto di più “romantico” si potesse desiderare, nell’ispirazione e nei criteri di lettura, e io desideravo proprio quello, e naturalmente cercavo poi di riversare nei temi e nelle interrogazioni tutto quel fervore. In seguito ho impiegato anni a liberarmi di certi stereotipi, soprattutto di quelli negativi, ma nella sostanza credo di aver sempre insegnato secondo il modello desanctisiano, con tutto ciò che nel bene e nel male la cosa comporta. I due volumi sono ancora lì, stranamente non li ho sostituiti con un’edizione rilegata: forse ci sono particolarmente affezionato, o forse non lo ristampano nemmeno più.

Devo dare atto comunque che il primo e il miglior antidoto alla mia intossicazione da De Sanctis me lo ha fornito proprio uno degli strumenti di supporto scolastici: non la storia letteraria del Sapegno, piuttosto barbosa, ma l’antologia di Gianni e Ballestrieri, che premetteva alle diverse epoche dei quadri introduttivi di incredibile lucidità, e ti faceva finalmente capire che la letteratura aveva anche a che vedere con la storia, con la politica, con l’economia. Non possiedo più l’originale, deturpato e ridotto in brandelli dall’uso sciagurato che ne ha fatto mio fratello, ma sono riuscito a procurarmene un’altra copia. Sono sei magnifici volumi rilegati: se starai buona, ogni tanto te li lascerò sfogliare.

Letterature: iberici, latinoamericani, ebrei ed altri

La sto tirando un po’ per le lunghe, quindi spostiamoci verso il basso, dove troviamo la letteratura in lingua spagnola. Ci sono cose interessanti, soprattutto tra gli ispano-americani. Dalle opere complete di Borges – un doppio Meridiano Mondadori: edizioni lussuosissime, care come il sangue, che si finisce per non utilizzare, un po’ per la paura di sciuparle, un po’ perché è proprio difficile leggere quelle pagine finissime e fittissime, in carta di riso, semi-trasparenti – a quelle di Garcia Marquez, uno dei molti casi in cui l’entusiasmo per la prima opera mi ha poi impedito di leggere le altre, per il timore e la quasi certezza di andare incontro a delusioni. Ma trovi soprattutto Osvaldo Soriano, altro grande amore, di quelli cui tengo particolarmente perché scoperto ben prima che diventasse un autore di culto. Avevo trovato “Triste, solitario y final” in una scassatissima edizione della Vallecchi, e mi aveva letteralmente conquistato. C’erano dentro Ollio e Stanlio e Philiph Marlowe, l’investigatore di Chandler di cui torneremo a parlare. C’era ironia, distacco, citazione, c’era quella meta-realtà che costituisce l’essenza stessa e la giustificazione ad esistere della letteratura. A Soriano è accaduto poi quello che accade invariabilmente ai miei grandi amori (letterari). Prima o poi li scoprono tutti, ci si buttano i media, ne fanno pappetta. Stanno riscoprendo persino il mio buon Humboldt (ma per fortuna c’è la fama del fratello linguista che crea un po’ di confusione e depista gli intrusi). Non ne sono così geloso da volerli tenere solo per me, anche se la tentazione è forte, ma vorrei poter scegliere io, trasmetterli solo a quelli fidati, quelli che ne faranno buon uso.

Nel ripiano della letteratura in lingua ebraica stranamente non troverai alcun libro che “debba” essere assolutamente letto. Stranamente, dico, stante la mia passione per tutto ciò che concerne l’ebraismo. Ma in realtà, almeno per quanto riguarda la letteratura, gli ebrei in quanto tali non riescono a trasmettermi molto. Sono eccezionali quando raccontano l’essere ebreo di fronte a qualcos’altro: allora vengono fuori Kafka, Roth, Heine, Levi ecc… La lucidità unica del loro sguardo si esercita soprattutto rispetto alle culture che hanno abbracciato, ma sempre conservando un certo distacco, e che li respingono: quando si raccontano come popolo, somigliano a tutti gli altri popoli.

 

Lo stesso vale per le letterature orientali o africane. Ho difficoltà a sentirmi partecipe di un certo modo di pensare, anche se magari mi interessa capire. Sono appunto interessanti, non entusiasmanti. Spero che ti renda conto che non c’entra per nulla il pregiudizio o, peggio, il razzismo. Il mio razzismo concerne solo gli italiani – dato che sono i più vicini. Quelle che entrano in ballo sono invece un’idea di letteratura e un’onesta accettazione della diversità. Nella letteratura cerco dei modelli, degli esempi di resistenza e di partecipazione a questa nostra società: e non voglio esempi che mi prospettino possibilità di fuga in una cultura che non è la mia, che come tutto ciò che è esotico ti affascina perché non ne conosci i retroscena.

L’unica “perla” esotica di questo ripiano è un’edizione rilegata de “Le mille e una notte”, in due volumi. Nulla di speciale, per carità, è un’edizione del Club degli Editori, il cui valore per il vero bibliomane è pari a zero, ma ha almeno due pregi: le splendide illustrazioni di Dulac, che sono l’equivalente di quelle di Doré per la Divina Commedia, e il fatto di essere uno dei tantissimi libri-regalo che sono riuscito a far sganciare al Club. Le modalità di iscrizione al Club degli editori, come quelle di tutti gli altri club consimili, del libro, dei lettori, ecc…, sono da sempre le stesse: al momento in cui ti iscrivi ricevi in regalo tre volumi a scelta in una rosa del catalogo, e ti impegni ad acquistarne almeno tre o quattro tra quelli proposti entro il primo anno. Ci sono tutta una serie di trucchi, ad esempio ti inviano automaticamente i libri in uscita ogni mese se non rifiuti entro un certo periodo, ma in realtà non c’è nulla di tassativo: penso che contino soprattutto sull’inerzia degli iscritti, sul fastidio di dover riportare in posta i pacchi ricevuti e cose del genere.

Una volta che hai capito l’antifona, può diventare un Eldorado. Io sono arrivato a iscrivere una ventina di persone, tutta la mia famiglia e poi, quando l’indirizzo cominciava a scottare, parenti vari fino al terzo grado, saccheggiando il catalogo delle opere più costose e prestigiose e riuscendo a non acquistare mai un solo libro. C’era gente come mia zia Rosetta che non aveva mai letto un libro in vita sua e che ha continuato per anni a ricevere inviti a presentazioni librarie, convegni, mostre e fiere del libro, e ne era lusingata. Credo che ad un certo punto abbiano ricostruito il mio albero genealogico con tutti i rami collaterali, perché agli ultimi tentativi di adesione non hanno nemmeno risposto. Tutti quei libri che vorrebbero sembrare elegantemente rilegati ma risultano un po’ pacchiani, e non portano l’indicazione dell’editore sul dorso, come quel doppio Pirandello che sta un paio di ripiani sopra, vengono di lì.

Nello scaffale di fondo invece, quello che ospita la saggistica letteraria, potrai pescare un sacco di cose interessanti, sempre che il tuo interesse per la letteratura scenda un pochino più in profondità. Ti confesso che a dispetto della mia professione e della devozione al De Sanctis io non amo molto la critica letteraria: non troverai alcun testo di esegesi testuale e filologica. Mi piacciono invece i grandi affreschi in cui la letteratura (ma anche la pittura, la musica) viene utilizzata per tratteggiare un’epoca, per ricostruire le modalità del sentire. Oppure per sottolineare le curiosità, le stranezze. Ti consiglio ad esempio un bellissimo libretto di Calvino, “Collezioni di sabbia”, una serie di brevi reportage sulle mostre più strane e meno conclamate, ma rivelatrici della incredibile capacità umana di costruirsi i sogni con qualsiasi materiale. Quando ti sarai fatta una bella scorpacciata di letteratura americana potrai poi leggere i saggi di Leslie Fielder, “Il ritorno del pellerossa” o “Amore e morte nel romanzo americano”, a volte più godibili delle opere stesse di cui trattano. Oppure, per capire qualcosa di come siamo noi occidentali, e perché, potrai farti aiutare da “L’amore e l’occidente” di Denis de Rougemont; e se maturerai la mia stessa insofferenza non per l’America ma per le americanate sarai confortata da “Nessuna passione spenta”, di George Steiner. Quello della critica letteraria è un mondo indubbiamente pieno di cialtroni, ma ci trovi anche delle menti sublimi, e qualcuna è ospitata in questo scaffale.

Letterature: russi, scandinavi e tedeschi

Conviene però tornare alla materia prima, alla letteratura, e per farlo dobbiamo scavalcare il caminetto e passare agli scaffali ad angolo tra le pareti C e D, a sinistra della finestra. Qui trovi da un lato tutta l’anglistica e dall’altro le letterature russa, tedesca, scandinava e francese. Questo settore potrei considerarlo “storicamente” (nel senso cioè della mia storia libraria) il più antico, e in esso puoi ancora trovare dei veri reperti archeologici. Sono quei libretti di piccolo formato, disposti orizzontalmente in antefila qua e là sui ripiani, collocati dove rimane una profondità sufficiente per non farli debordare. Qualcuno è ancora nudo nella sua copertina anonima e grigiastra, altri sono rivestiti di una sovracoperta cartonata che io stesso ho creato, per cercare di difenderli ma più ancora per dare loro maggiore dignità. Sono i libri della vecchia BUR, progenitrice dell’editoria economica del secondo dopoguerra, che ha consentito ad un sacco di gente come me di aprirsi alla lettura e al possesso dei classici. Li vedi, sono quanto di più spartano si possa immaginare, non concedono davvero nulla al piacere qualitativo del possesso: ma avevano prezzi favolosi, sessanta lire il volume unico, centoventi il doppio, e via così. Il costo di un gelato, all’epoca, o poco più. C’erano dentro le sette meraviglie, il meglio di ogni letteratura, e si avvalevano anche di introduzioni ben fatte, essenziali ed esaurienti. Sono arrivato a possederne qualche centinaio, poi spariti mano a mano che ero in grado di permettermi edizioni un po’ più ricche: ma ne ho un ricordo bellissimo. La soddisfazione materiale, ripeto, era poca, ma supplivi con la quantità. Uscire dalla libreria con dieci o quindici volumetti significava riempire un sacco di spazi vuoti nel tuo mosaico letterario.

E qui, giacché l’ho aperta, approfitto per allargare un po’ la parentesi sulle edizioni economiche, che sono poi uno degli argomenti che conosco meglio. La BUR esisteva dalla fine degli anni ’40, ma offriva un prodotto in qualche misura ancora di nicchia, nel senso che era reperibile solo in libreria e soprattutto si fermava alla letteratura di fine ‘800. Lo stesso valeva anche per gli economici di Feltrinelli, che pure spaziavano dalla letteratura alle scienze umane e a quelle naturali. Entrare in libreria semplicemente per “dare un’occhiata”, senza cercare qualcosa di preciso, non era consuetudine (almeno nelle librerie di provincia che conoscevo io).

La rivoluzione è arrivata col ’65, con la prima serie economica concepita per la vendita anche in edicola, gli Oscar Mondadori. Il formato, la veste erano più dignitosi, e l’ambito era più recente: in genere si trattava di “classici” del Novecento. Ma la novità più importante stava nel fatto che erano visibili, sapevi che erano usciti, potevi covarli con gli occhi, valutare, fare i tuoi calcoli. Tuttavia non furono gli Oscar a dare una svolta al mio percorso: quasi contemporaneamente cominciarono ad essere pubblicate altre collane, e il mio riferimento divenne quella dei “Grandi Capolavori” della Sansoni, che riproponeva in fondo quello che già si trovava nella Bur, ma in una veste decisamente più accattivante. Stendhal, Dostoevskij, Poe, Hoffman, li ho conosciuti tutti in quella collana, e come puoi vedere ancora li possiedo. La cadenza bisettimanale mi consentiva di mettere da parte quelle trecentocinquanta o quattrocento lire con le quali conquistare un nuovo territorio, e dal momento che nel frattempo uscivano altre cose, Hemingway negli Oscar, Conrad nella Mursia, ecc…, arrivavo anche a permettermi degli acquisti settimanali, qualche volta addirittura doppi.

La cosa funzionava così. A quei tempi frequentavo il liceo ad Acqui. Dovevo fermarmi due volte la settimana per i rientri pomeridiani di educazione fisica, con la necessità di pranzare fuori. La scuola aveva una sorta di convenzione con una trattoria, dove per trecentocinquanta lire ti servivano un primo ed un secondo. La sera precedente io aspettavo che tutti fossero a dormire, mi preparavo un bel panino con burro e zucchero e lo nascondevo nella sacca da ginnastica. Nell’intervallo di pranzo me ne andavo poi ai giardini oppure, se pioveva o nevicava o c’era un freddo boia, nella sala d’aspetto della stazione, dove sgranocchiavo il mio panino e mi coccolavo il libro acquistato all’edicola con i soldi destinati al pasto. Ho tirato avanti così per quasi un anno, poi mia madre ha scoperto i libri, che tenevo nascosti, mi ha fatto raccontare tutto e ha deciso, per l’anno successivo, di finanziare almeno un investimento librario settimanale. Il risultato fu che continuai a mangiarmi il panino e acquistai un libro in più per settimana.

Spero che questo ti aiuti a capire perché sono tanto attaccato ai miei libri, perché non sopporto che vengano maltrattati o che addirittura, dati in prestito, non tornino più. Non si tratta di fissazioni maniacali: i libri sono veri pezzi della mia pelle, e scriverci sopra, spiegazzarli, distruggerne i dorsi è come incidere nella mia carne.

Torniamo agli scaffali. Devi guardare in su, o salire sullo sgabello, perché i russi partono dall’alto. In questo caso non è un declassamento: da qualcuno bisognava cominciare (anche se è vero che li ho letti prima dei tedeschi e degli scandinavi, i quali occupano ora giustamente lo spazio centrale degli interessi più recenti). I titoli importanti ci sono tutti, con un monumentale “Guerra e pace” che troneggia in cofanetto (anche questo avrebbe una storia interessante, legata ad una brevissima e grottesca esperienza come venditore di enciclopedie della Mondadori: ma te la risparmio). Se trovi il tempo, e in questo caso te ne occorre tanto, dai loro un’occhiata. Ma un paio te li voglio segnalare, per ragioni diverse. Il primo, “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, semplicemente perché è bellissimo, è totalmente russo nelle atmosfere e magicamente surreale nell’impianto. Il secondo, “L’abisso” di Leonid Andreev, perché è incredibilmente inquietante e rivelatore, o almeno lo è stato per me (ma credo anche per altri. Io l’ho letto in una edizione della BUR che prendeva il titolo, “I sette impiccati e altri racconti”, dal racconto più lungo. L’edizione che vedi adesso, che è della nuova BUR e riporta gli stessi racconti e la stessa traduzione, titola invece “L’abisso e altri racconti”, segno che qualcosa nella valutazione dell’importanza o dell’impatto dei testi è cambiato). Rivelatore di cosa? Del lato oscuro che c’è dentro ognuno di noi, del quale non vorremmo ammettere l’esistenza ma che ci attrae morbosamente. Io confesso di esserne stato turbato, e di essere tornato più di una volta a rileggere quelle pagine, ufficialmente per verificare se la mia reazione cambiava, in realtà per riviverla: e si ripeteva infatti sempre identica.

Mentre ne parliamo e faccio scorrere lo sguardo sui dorsi, casomai mi fosse sfuggito qualche titolo tosto, mi rendo conto che i russi non stanno lì in alto per caso: li sento proprio lontani. O forse è solo lontano il tempo in cui ne ho fatto scorpacciate, riuscendo a digerire veramente di tutto, compreso “Oblomov”, e il ricordo si è un po’ annebbiato. Eppure sono certo di aver letto con passione “Delitto e castigo” e i romanzi di Tolstoj, con gusto le novelle di Cechov e le “Memorie di un cacciatore”, e poi più avanti con partecipazione i racconti di Gorkij, “Il dottor Zivago” e “Una giornata di Ivan Denisovic”. Mi incuriosiva quell’universo di personaggi strampalati e fuori misura, nel bene e nel male, pope, monaci ortodossi, pellegrini, ambulanti ebrei, ribelli e briganti che popolava le storie di Leskov e di Lermontov: e tuttavia se dovessi darti oggi delle ragioni speciali per leggerli, sarei in difficoltà. Evidentemente c’è una stagione per tutti gli amori, anche per quelli letterari.

Di un sentimento molto più fresco andiamo a parlare adesso. Scendendo di un paio di ripiani (e dallo sgabello) troviamo infatti gli scandinavi. Sono tutte acquisizioni piuttosto recenti, a dispetto dello zio di Svezia, anche perché recente è il risveglio di interesse per quella letteratura, pilotato egregiamente dall’editrice Iperborea, e quindi la possibilità di accedervi. Qui i pezzi pregiati sono Stig Dagermann e Lars Gustafsson. C’è ben poco nei loro libri della favolosa Scandinavia dei miei sogni. Si va in una direzione totalmente opposta. C’è tutto il peso di un luterano senso di colpa, l’angoscia di una vita inautentica (che Dagermann non ha retto, finendo per suicidarsi a trentun anni), ma nel contempo c’è quel sussulto privato di dignità oscura, antieroica e antispettacolare che già costituisce un riscatto (l’unico possibile?). Il mio recente entusiasmo per questi due autori è un’ulteriore riprova che nella letteratura, come in tutte le altre cose, trovi solo quello ci porti. Venti e passa anni prima avevo letto Strindberg e Ibsen e Hamsun, e avevo anche visto i film di Dreyer e di Bergman (all’epoca, quasi un obbligo), che dicevano né più né meno le stesse cose, rappresentavano le stesse atmosfere: e non avevo colto altro che i drammi sociali o familiari o di coppia, che c’erano anche, per carità, ma nascevano proprio da questa lacerazione interiore. A Dagerman e Gustafsson sono arrivato dopo una rilettura seria di Camus, e tutto mi è parso evidente e condiviso. Non vorrei che questa presentazione si rivelasse dissuasiva: guarda che i racconti de “Il viaggiatore” e le storie de “Il pomeriggio di un piastrellista” e “Morte di un apicultore” sono tra le cose più godibili che tu possa trovare qui dentro, nell’accezione di godimento che ho io della letteratura. Ti lasciano proprio secco, come direbbe Holden.

I tedeschi (ma c’è un po’ di tutto, austriaci, svizzeri, cechi, ungheresi, croati: tutta la mitteleuropa e dintorni, non sufficientemente rappresentata da poter ambire ad uno spazio proprio). Molto Ottocento, molta poesia, più contenuto il Novecento. Le preferenze anche qui sono visibili e marcate: tutto Boll, tutto o quasi Heine, tutto e doppio Enzensberger, molto Roth. Poi le chicche. Una te la consiglio da subito, anzi, per essere sicuro te la leggerò direttamente quanto prima, magari a puntate: è “Cristalli di rocca” di Adalbert Stifter, storia di due bambini sperduti tra i ghiacci di una montagna in una tempesta di neve, la vigilia di Natale (ma guarda un po’!). L’ho letto quando avevo quasi cinquant’anni e mi ha preso come se ne avessi cinque. Poi ci sono i “Racconti umoristici e satirici” di Boll e “La promessa” di Durrenmatt, entrambi piuttosto famosi, anche se non risaputi, e il meno conosciuto “L’italiano”, di Thomas Bernhard, tutti da leggere con un’avvertenza: piuttosto in là negli anni, quando sarai (o dovresti essere) abbastanza smagata.

Infine la chicca delle chicche, “La parete” di Marlen Haushofer, un’austriaca. Una donna rimane tagliata fuori dal mondo ed è costretta a confrontarsi con la natura. Sopravvive a una batosta dietro l’altra, ogni volta più svuotata ma ogni volta più dura, facendosi natura e applicandone le leggi essa stessa. Mi sembra una delle figure femminili più vere e forti della letteratura di ogni tempo, di quelle donne che non potrei mai amare perché potrebbero benissimo fare a meno di me, ma alla cui amicizia terrei immensamente. Anche questo, aspetta a leggerlo un po’ più tardi.

Quel libricino elegante dalla copertina verde ci porta invece in tutt’altra atmosfera. Racconta di “Mozart in viaggio verso Praga”, è stato scritto da Eduard Morike ed è una cosina graziosa ed elegante, non molto di più. Te lo segnalo perché possiedo anche l’edizione tedesca, e la possiedo perché è l’ennesimo libro sul quale mi sono proposto di imparare il tedesco. Quella del tedesco sembra la storia dell’ultima sigaretta di Zeno. Ogni tanto, a intervalli ormai regolari, mi assale la convinzione che per i miei interessi (tutti, in generale) la conoscenza del tedesco sia praticamente indispensabile, e decido di dedicarmici sul serio. Ho stabilito che il miglior modo per impararlo – visto che non ci sono problemi di pronuncia – è quello di passare direttamente alla lettura, con l’ausilio di un buon dizionario e un minimo di infarinatura grammaticale. E ogni volta scelgo un libro nuovo da cui partire. Una volta erano i “Reisebild” di Heine, quella successiva il “Cosmos” di Von Humboldt, un’altra ancora il “Viaggio in Italia” di Goethe. A questo punto ho già una discreta bibliotechina in lingua, e il giorno in cui mi deciderò sul serio potrò almeno svariare da un testo all’altro.

Quasi dimenticavo: Nadolny. Il libro è “La scoperta della lentezza”, una biografia romanzata dell’esploratore John Franklin. Non so quanto ti possa fregare di esplorazioni, ma qui si parla in realtà di qualcos’altro, di un modo particolare di prendere e di interpretare la vita, e questo, oltre ad una splendida scrittura, potrebbe intrigarti.

Letterature: i francesi

Ti intrigherà senz’altro la letteratura francese (senti che fiducia!). Oltre a “Madame Bovary”, che ti farò leggere, dovessi tenerti una pistola puntata alla tempia, i francesi si sono dati un gran daffare, soprattutto nell’ottocento, per garantire i piaceri della letteratura. Hai solo da scegliere, Stendhal, Balzac, Merimée, Rimbaud, Maupassant e mi fermo qui perché non finirei più. Più che da scegliere hai da metterti di buzzo buono e farli passare un po’ tutti, compreso quel simpatico libricino che reca il titolo “Viaggio attorno alla mia camera”. Se guardi poco oltre lo troverai nell’edizione francese, e questo illeggibile è invece il titolo dell’edizione svedese (Xavier De Maistre – Nattling rasa i min kammare). Cosa me ne faccio? Il “Viaggio” mi aveva conquistato, quando l’avevo scoperto nella BUR. È un pezzo di bravura delicato e straordinariamente schietto, per essere opera un romantico, e tra l’altro parla del godimento di libri e biblioteche. Avevo poi dato la caccia a lungo all’edizione francese, anche a Parigi, ma sembrava che i suoi compatrioti avessero dimenticato il più giovane dei De Maistre (e anche il più vecchio, a dire il vero). L’ho trovata finalmente pochi anni fa, e quasi contemporaneamente è arrivata l’edizione svedese, sottratta da uno scaffale all’IKEA, dove era ignominiosamente finita a fare la comparsa. Mi ero quasi convinto a imparare lì sopra lo svedese, e ho anche comprato il dizionario.

Un paio di edizioni le possiedo anche de “Il grande amico Meaulnes”, di Alain-Fournier, e almeno tre o quattro copie le ho regalate. Alain-Fournier è morto a soli ventotto anni, all’inizio della prima guerra mondiale: “Il grande amico” era il suo primo e rimane il suo unico romanzo. Come quasi tutti i primi romanzi è un racconto di iniziazione, del passaggio fanciullezza-adolescenza, e di rimpianto per una stagione perduta e irripetibile. Se si esclude Manzoni (e la cosa non è casuale), ogni autore dal pre-romanticismo in avanti ha prima o poi rievocato gli anni splendidi o terribili della propria giovinezza. Ma alcuni ci sono riusciti in modo particolarmente efficace, quelli soprattutto che dalla giovinezza non hanno voluto o potuto uscire, o che ne conservavano più fresca la nostalgia. Se dovessi compilare una classifica personale metterei al primo posto “Il giovane Holden”, ma Meaulnes sarebbe sul podio, a pari merito con i libri su Malo di Meneghello e subito prima di “Altre voci, altre stanze” di Truman Capote, del “Ritratto dell’autore da cucciolo” di Dylan Thomas e de “L’isola di Arturo” della Morante (a pensarci bene, però, il podio potrebbe essere anche più affollato).

Non mi vengono in mente libri di passaggio “al femminile”: o meglio, senz’altro ne ho in mente un sacco, da Jane Eyre in poi, fino allo splendido “Il cuore è un cacciatore solitario” della Carson Mc Cullers e a “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy, ma mi sembrano tutti virati al triste. Voglio dire che per quanto malinconici i libri che trattano di infanzie e adolescenze maschili finiscono per mitizzarle in positivo: un’amicizia, un’esperienza, qualcosa insomma di cui avere nostalgia rimane (persino in Pavese, l’Anguilla rimpiange e cerca di rivivere gli anni di miseria più nera – solo il Fenoglio de “La malora” non pare d’accordo). In quelli al femminile mi sembra invece di avvertire quando va bene un sospiro di sollievo per essere uscite da quell’inferno, familiare o scolastico o che altro, quando va male l’astio per un periodo al quale si fa risalire la responsabilità per l’attuale infelice condizione. Probabilmente le donne sono più realiste nella memoria, o vivono davvero peggio la loro infanzia e adolescenza, oppure scrivono più facilmente sull’onda di una frustrazione. O forse è solo un’impressione mia, generata dai miei soliti pregiudizi o da esperienze con donne che sembrava avessero sempre e solo riserve da fare sul nostro rapporto. Spero che tu non sia tra queste, e se hai qualcosa da recriminare fallo subito, invece di scrivere poi libri pieni di amarezza.

Comunque ho qui pronto un esempio clamoroso di questa differenza di atteggiamento. Casca a fagiolo. Vedi che ci sono almeno una dozzina di volumi dei romanzi di Camus (i saggi sono in un’altra sezione). In realtà di romanzi Camus ne ha scritti solo tre: questo significa che qui trovi gli stessi in italiano e in francese, rilegati e in economica, accoppiati e spaiati. Una vera monomania. Bene, Camus non ha una visione particolarmente ottimistica della vita. È il più grande filosofo francese del Novecento, così come Leopardi è stato il più grande filosofo italiano degli ultimi due secoli (o forse l’unico). Ma a lui come a Leopardi l’essere anche un grandissimo scrittore ha precluso l’accesso alla storia della filosofia. Comunque, sta di fatto che, sempre come Leopardi, guarda dritto in faccia all’assurdità dell’esistenza, e la descrive. Il risultato sono “La peste”, “Lo straniero” e “La caduta”.

Nel primo si racconta una epidemia di peste vissuta attraverso le reazioni di coloro che la combattono, atei o laici, divisi dall’interpretazione dell’evento ma uniti in una solidale resistenza contro la condizione umana. Il secondo presenta un uomo talmente “autentico”, talmente consapevole dell’assurdo da apparire del tutto insensibile agli occhi degli altri, degli “ignari” (ma invece è capace di disobbedire a quelle ipocrite “regole del gioco” alle quali soggiace l’etica dei più). Ne “La caduta” è rappresentato l’uomo “inautentico”, cinico e nichilista, che volge al proprio fine persino la coscienza della propria inautenticità. Non c’è da stare allegri, mi diresti, se fossi già in grado di capire di cosa sto parlando. Per niente, ti risponderei: e tuttavia, bada che Camus non è banalmente “un pessimista”. I personaggi dei suoi libri ti affascinano, l’eroico medico Rieux come l’apparentemente stordito Meursault o il logorroico Clamence ti fanno complice perché non accettano supinamente la loro, e la generale, condizione. Reagiscono, in un modo o nell’altro. Altro che nichilismo. Questo lo si può dire dei personaggi di un Moravia, e più ancora di Moravia stesso. Ma Camus è ben altra cosa. Di lui e della sua immagine dell’uomo si potrebbe ripetere quel che diceva De Sanctis a proposito di Leopardi e della natura: “chiama la natura matrigna, e te la fa amare…” Capisci cosa intendo dire? Prova a cercare altrettanta passione, altrettanta voglia di ribellione, malgrado tutto, nella scrittura della Yourcenar e della Woolf (entrambe presenti qui in blocco).

Apparentabile a Camus, per qualità letteraria e per tematiche, è l’altro grande “resistente” della letteratura francese di questo secolo: Andrè Malraux. A differenza di quelli di Camus i suoi personaggi son sin troppo agitati, si muovono sempre nel cuore dell’avventura e della battaglia, e tuttavia vivono la stessa irriducibile umiliazione dell’uomo braccato dal suo destino. Forse ti sarà più difficile identificarti con loro, perché Malraux è scrittore piuttosto “macho”, alla Hemingway: ma come per Hemingway, se superi questa corazza trovi dietro esseri perennemente in lotta con le proprie debolezze, esseri umani, piuttosto che maschi.

Come ogni regola, tuttavia, anche quella del coraggio, dell’eroismo e della dignità ha le sue eccezioni. Esiste un nichilista assoluto nella letteratura francese, ed è Louis Ferdinand Céline. Assolutamente e disperatamente nichilista e assolutamente grande scrittore. Non so se sia giusto consigliarti il “Viaggio al termine della notte”, ho sempre avuto qualche dubbio con gli amici e più ancora con i miei studenti. Se lo leggi rendendoti conto che è tutto un urlo di disperazione, che quella di Céline è la cattiveria di chi non trova il coraggio di rialzarsi, e lo sa, e la rivolge quindi prima di tutto contro se stesso, allora è trascinante: ma se lo prendi troppo sul serio, e credi a quel che dice, allora è nauseante. Te lo lascio lì, non scappa.

Chiudiamo lo scaffale francese con qualcosa di più leggero, proprio quello da cui potresti partire. È un libretto forse nemmeno tanto estraneo alla nascita di questo scritto. Si intitola “Come un romanzo”, è dello scrittore Daniel Pennac. Pennac è diventato famoso per la saga interetnica di Belleville e della tribù Malaussène, portata avanti in una serie di romanzi divertentissimi, da “Il paradiso degli orchi” a “La fata carabina” (tutti presenti nella sezione umoristica), che potrai leggere con diletto già tra cinque o sei anni. In “Come un romanzo” spiega nella maniera più semplice e divertente perché leggere, come convincere gli altri a leggere e perché e come esercitare i propri diritti di lettore. Ha scritto il libro che avrei voluto scrivere da sempre, e gliene sono grato, perché non l’avrei mai scritto. Almeno lo leggo. E almeno puoi leggerlo anche tu.

Letterature: gli americani

Riprendi lo sgabello, perché lasciamo i francesi e passiamo agli americani, e occorre risalire. Più sopra ho parlato di insofferenza per l’”americanismo” o per le americanate. Adesso mi spiego. Io sono impastato di cultura di provenienza americana. Libri americani, cinema americano, musica americana, carte geografiche degli States, storia della colonie, della guerra civile, della frontiera. Non mi sogno nemmeno di rinnegare i John Ford e i John Wayne di “Sentieri selvaggi” e de “I cavalieri del Nord-Ovest”, o Paul Newman o Clint Eastwood, e meno che mai Walter Matthau o i fratelli Marx. La mia canzone di sempre, quella che vorrei accompagnasse il mio funerale è “Wanderi’n star” cantata da Lee Marvin, la musica che ascolto più volentieri viaggiando è quella di Jim Croce o di Johnny Cash, i film che ho rivisto più volte sono probabilmente Jeremy Johnson di Pollack e tutti quelli di Al Ashby. Voglio dire, è dura sospettare che abbia delle pregiudiziali anti-americane, come si dice dei no-global e di tutti quelli che non amano il presidente Bush. Anzi, non amo il presidente Bush proprio perché amo l’America, o una mia idea dell’America, e lui, insieme a circa duecentottanta milioni di suoi connazionali, me la rovina (come diceva Nicholson in “Easy Ryder”: “questo è un grande paese. Peccato che ci siano gli americani”). No, sul serio: amo l’America perché la mia America è quella che viene fuori da questo scaffale, da questi libri, da centinaia di film e da migliaia di canzoni, e quindi esiste e non me la sono inventata io, e anche se mi stupisce ogni giorno il miracolo di un popolo tanto idiota che produce cose tanto belle (anche quello italiano è idiota, ma si comporta più coerentemente), devo ammettere che è così.

Prendiamo i libri, appunto. Si parte da Washington Irving e da Cooper (ci sono le versioni integrali dei ridotti che abbiamo visto nella tua cameretta, “L’ultimo dei Mohicani” e “La prateria”, altre letture di sogno) per passare poi a Hawthorne e a Poe. Come dire, prendi a caso che va comunque bene, di qui sino in fondo. Mi limito quindi a qualche segnalazione speciale. Ti risparmio quei tomi enormi con su scritto Melville, ma in compenso richiamo la tua attenzione su questo piccolino, dello stesso autore, che ha per titolo “Bartleby lo scrivano”. È una storia assurda e spiazzante, quella di un uomo che ad un certo punto comincia a dire: no. A tutto. Non è un prepotente né una vittima, non è un ribelle né un eroe, ma è incredibilmente saldo nei suoi propositi: è anche molto educato, non urla, non piange, si barrica semplicemente dietro un cortese “preferirei di no”, fino alla morte. Ti sembra un po’ suonato? Tanto suonato? E allora cosa dobbiamo pensare di quelli che avrebbero preferito di no un sacco di volte, ma non l’hanno mai detto, per viltà, per malinteso senso del dovere, per cercare dei compromessi incruenti o per attendere la decorrenza dei termini? Prova a leggerlo, e poi mi saprai dire se continuerà a sembrarti così suonato.

Melville scrive questa storia a metà dell’ottocento. Per trovare un personaggio della letteratura italiana che faccia una cosa simile occorre arrivare sino al Bellodi di Pirandello, ne “Il treno ha fischiato”, che finisce in manicomio e torna praticamente lobotomizzato. Come faccio a non amare quel paese? Tanto più che in quel paese è nato Jack London, che a dire il vero se ne andava appena poteva, e che non ha scritto solo “Zanna bianca” ma anche quei quattro volumi di racconti del grande Nord e di mare, nonché tutti gli altri che vedi lì. E poi c’erano gli umoristi, da quelli caciaroni come Mark Twain a quelli “neri” come Amboise Bierce, che andavano in giro per il mondo e magari denunciavano anche lo sfruttamento bestiale degli abitanti del Congo, oppure sparivano nel nulla durante la rivoluzione messicana. Ti ho citato un solo umorista nella letteratura italiana dell’ottocento? Neanche l’ombra, e di andare un po’ in giro, poi, non se ne parlava. Cerca di capire. I ragazzi americani di cento e passa anni fa leggevano “Huckleberry Finn” e “Tom Sayer”, quelli inglesi “L’isola del tesoro” o “Un capitano di quindici anni”, mentre da noi il massimo della trasgressione era Pinocchio, debitamente castigato dalla vita ogni volta che si allontanava di casa. È andata avanti così da sempre, e questo spiega perché gli altri facevano il Gran Tour prima dei vent’anni e i nostri non vogliono andarsene di casa fino ai quaranta.

Ma torniamo agli umoristi, anzi, ad un particolare umorista che è legato nel mio ricordo ad uno straordinario film natalizio, “Racconti da O’Henry”. Nel film c’era la trascrizione cinematografica di tre o quattro racconti, lo avevo visto proprio una sera di vigilia da mia zia, tra le prime a possedere un televisore in paese. Avrò avuto dodici anni. Vent’anni dopo, quando uscì “Le memorie di un cane giallo”, corsi a cercare quei racconti, e non ne rimasi deluso. Uno di questi, “Il rapimento di Capo Rosso”, ho cercato anche di leggerlo in classe ai miei allievi, rimediando delle figuracce, perché ogni volta nei momenti clou scoppiavo a ridere e dovevo interrompermi. Anche questo te lo prometto per le serate di lettura invernali.

La “generazione perduta” te lascio scoprire da sola. Piuttosto mi piace raccomandarti Ring Lardner, che avevo incontrato casualmente da ragazzino sulle pagine di “Annabella” e ho ritrovato qualche anno fa con una antologia di racconti (“Il meglio di…”). Non è un autore da urlo, è leggero come la Vitasnella ma senz’altro più fresco, e in alcune pagine riesce delizioso. Ma soprattutto è uno degli scrittori di culto di Holden Caufield, e questo basterebbe a giustificarne la lettura.

Holden Caufield è il protagonista de “Il giovane Holden”, di J.D. Salinger. Qui ne trovi una copia, prima edizione italiana, di Einaudi, scovata nell’usato, ma di là ce ne sono altre due, e tre o quattro sono in giro (e probabilmente ci rimarranno). È il libro del quale ho posseduto più copie in assoluto, a parte le “Divine Commedie” rifilatemi dai rappresentanti, e probabilmente anche quello che ho letto più volte. Non so se sia un capolavoro, e francamente non mi importa: so che è stato e continua ad essere una rivelazione per milioni di ragazzi, sia per quelli che già amavano la lettura che per quelli che credevano di non amarla. L’ho usato come specchietto per le allodole con un sacco di studenti, e la percentuale di successi è stata altissima. Senz’altro lo userò anche con te, quindi non sto a raccontarti di più.

Invece voglio parlarti di quegli altri libri di Salinger che vedi in sua compagnia. Il mito di Salinger lo vuole autore di un solo libro, uscito esattamente a metà del secolo scorso con immediato ed enorme successo, e rimasto sino ad oggi figlio unico. Dico sino ad oggi perché Salinger è ancora vivo, anche se è letteralmente sparito dalla circolazione da più di cinquant’anni, e pare che per tutto questo tempo abbia continuato a scrivere senza pubblicare mai nulla. Il paradosso è dunque che oggi ci sono milioni di suoi fanatici ammiratori, me compreso, che non vedono l’ora che tiri le cuoia nella speranza di poter leggere qualcosa di suo. In verità, però, Salinger non ha scritto solo l’Holden: aveva pubblicato ancor prima i “Nove racconti”, che sono, questi si, un capolavoro. Vanno letti a mio giudizio dopo Holden, dopo aver fatto un po’ il palato alla scrittura del nostro, ma garantiscono un tasso di piacere spropositato. Ricordo una studentessa che mi è capitata in casa un paio d’anni dopo la maturità, in crisi di astinenza, scongiurandomi di trovarle qualcosa che le ripetesse una simile emozione. Gli altri due libri che vedi lì, “Franny e Zooey” e “Alzate l’architrave, carpentieri”, sono solo per salingeriani malati, stanno all’Holden come lo Zibaldone sta ai Canti.

Per arrivare a Salinger abbiamo però saltato un intero ripiano, quello che ospita la letteratura della prima metà del secolo. Qualche nome, da Fitzgerald a Hemingway, lo conosci o lo conoscerai senz’altro: ma la maggior parte ti rimarranno probabilmente ignoti. Vorrei che questo non capitasse per John Steinbeck, per più di un motivo. Uno dei motivi è di carattere oggettivo: Steinbeck scrive bene, è facile ed accattivante, ti aiuta a leggere. L’altro è decisamente soggettivo: è probabilmente il primo vero scrittore “adulto” che ho incontrato, o meglio il primo che ho letto con attitudine da “adulto”. London e Curwood, e persino Alain-Fournier, li ho letti in fondo come fossero i naturali proseguimenti di Verne e di De Amicis; ma Steinbeck, anche a quattordici o quindici anni, non lo puoi leggere così. Ti mette di fronte al mondo della realtà, anche se te lo racconta con magia. E magicamente ti fa passare dal divertimento picaresco di “Pian della Tortilla” alla denuncia sociale di “Furore” e de “La battaglia”, senza apparente soluzione di continuità.

Subito dopo Salinger, invece, trovi la sezione Kerouac, biografie comprese. Il rapporto che mi lega a Kerouac è complesso, ambiguo. L’ho scoperto l’ultimo anno di liceo, prestato da un compagno e arrivato sottobanco, come fosse un giornalino pornografico. Ho letto “Sulla strada” e ho realizzato che la mia vita era uno schifo, che uno non poteva trascorrere sui libri di scuola il novanta per cento del suo tempo, che ci si doveva muovere, viaggiare. L’estate successiva ero già in giro a fare l’autostop, e intanto mi ero letto “I sotterranei” e “Big Sur”, avevo conosciuto anche Allen Ginsberg e Ferlinghetti e avevo diffuso il verbo di Kerouac in famiglia (guadagnando l’adesione sin troppo entusiasta di tuo zio).

Ho creduto per un sacco di tempo che “Sulla strada” mi avesse cambiata la vita, ma in verità non è stato così. Non sono tipo da on the road, e non lo ero nemmeno quarant’anni fa. Non che non mi piaccia viaggiare, e non che non abbia viaggiato – e persino navigato – alla Kerouac: ma ho sempre avuto un posto dove tornare, non mi sentivo cittadino del mondo ma abitante di un luogo ben preciso, e se poi quello di cui si andava in cerca era la libertà di ubriacarsi o di farsi come cammelli, beh, a me quel tipo di libertà non interessava affatto. Al massimo poteva intrigarmi una certa disinvoltura sessuale (rigorosamente etero, per carità!), ma sotto sotto nemmeno quella, perché il vero sogno è sempre rimasto quello del Grande Amore. Quindi non mi ha cambiato la vita (mentre credo che altri libri lo abbiano fatto), anche se mi ha certamente aiutato a cercare un mio modo più autentico di vivere.

Ho provato anche a rileggerlo, e ti confesso che non ce l’ho fatta. Paradossalmente mi ritrovo di più in “Big Sur” o in altri libri collaterali, che un tempo avevano senso solo in funzione del primo. Mi ha dato l’impressione di qualcosa di datato, come tutto il movimento beatnik, di quelle feste dove tutti sono apparentemente felici e vitali perché pieni d’alcool, ma che il giorno dopo lasciano solo cocci e mal di testa. Finito l’effetto della benzedrina, Jack e Dean e i loro amici continuano a girare a vuoto e finiscono per annegare (letteralmente) in un bicchiere. Con questo, credo che senz’altro lo leggerai, e ti piacerà anche, se lo farai prima dei vent’anni.

Se però vuoi il meglio dello spirito degli anni sessanta non è ai beatniks che devi rivolgerti, ma a Ken Kesey. Il suo è uno strano destino. Dalla sua opera migliore hanno tratto un film talmente bello che ha fatto passare in second’ordine il libro stesso. Ma il libro è veramente strepitoso, si tratta di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, membro del ristretto club di quelli presi in mano e posati solo dodici ore dopo, a lettura terminata (sono quasi quattrocento pagine). Anche questo è da leggere presto, non per rischio di scadenza, ma per cibarsene il prima possibile.

Non darti scadenze nemmeno per gli ultimi libri di questo ripiano, quelli che chiudono la sezione di americanistica (in realtà parleremo ancora di altri romanzi americani, ma più in là, in sezioni speciali). Potrai goderli in qualsiasi momento. Questo piuttosto esile è “Canto della neve silenziosa”, di Hubert Selby jr, e raccoglie quindici racconti. Varrebbe la pena comunque, anche se i livelli sono piuttosto diseguali. Ma almeno tre, e soprattutto quello che dà il titolo al libro, sono degni del miglior Boll o del miglior Salinger. Subito accanto trovi “L’invenzione della solitudine”, di Paul Auster. Due racconti lunghi, il primo, “Ritratto di un uomo invisibile”, di perfezione assoluta, quasi imbarazzante (per me almeno, che non ho saputo scrivere nulla su mio padre). Infine c’è “In mezzo scorre il fiume”, di Norman MacLean. L’ho messo accanto a quello di Auster perché mi aiuta a mitigare un po’ l’imbarazzo, dal momento che l’autore l’ha pubblicato a settantaquattro anni, come opera d’esordio (e rimasta anche unica, perché è scomparso poco dopo). Mi aiuta a credere che in fondo ci sia sempre tempo, se uno ha voglia di raccontare qualcosa – il problema è: ce l’ho questa voglia?

Riflessione: mentre ti stavo presentando questi libri mi rendevo conto sempre più nitidamente che le americanate che non sopporto sono solo una degenerazione dell’americanismo che amo, non una cosa diversa. È che gli americani hanno bisogno di fare sempre le cose in grande, il loro è il regno della quantità, e quindi se fanno un viaggio coast to coast viaggiano per tremila chilometri, mentre se lo facciamo noi, Tirreno-Adriatico, nel punto più largo, non sono neanche trecento. Kerouac qui da noi sarebbe finito a Rimini, altro che Kansas city o San Francisco. Ora, fino a che tutto questo rimane nei confini già ampi delle dimensioni reali, è americanismo, prevalenza del senso dello spazio (e quindi della superficie e della quantità) su quello del tempo (che non hanno alle spalle, e che è profondità e qualità): quando viene invece ancora dilatato dagli effetti speciali, di tutti i tipi, compresa la mano sul cuore al canto dell’inno, allora è americanata. Non hai capito? Hai tempo, tu sei italiana; capirai, spero.

Letterature: gli inglesi

Lasciati gli americani rimangono, last, but not least, i loro cugini inglesi. Mi accorgo solo adesso che la letteratura inglese è quella che occupa il maggior numero di ripiani. Così su due piedi non saprei dartene una spiegazione. È evidente che gli inglesi hanno scritto molto di più rispetto ai rumeni o agli estoni, proporzionalmente e in assoluto: ma qui sono rappresentati in misura doppia anche rispetto ai francesi, ai russi, ai tedeschi e agli americani. E questo non è più un rapporto proporzionalmente oggettivo, dice di preferenze e di interessi soggettivi.

La mia consuetudine con la letteratura inglese è indubbiamente remotissima, dura ormai da cinquant’anni. Come già ti dicevo i classici per la gioventù me li sono fatti tutti (tranne Peter Pan, ora che ci penso: chissà perché nessuno ha mai pensato a regalarmelo. O forse ci hanno pensato, e poi han ripensato bene?) e probabilmente la spiegazione sta proprio lì. Nessun’altra letteratura offre tanti spunti e occasioni diverse per fantasticare (e per innamorarsi quindi dei libri) ai fanciulli e agli adolescenti. Ma c’è dell’altro. Con gli inglesi sei da subito in bilico tra la letteratura giovanile e quella adulta, anzi, entri immediatamente in quest’ultima perché leggi cose scritte per adulti ma facilmente riconducibili alla misura di un ragazzo. Uno dei primi libri che ho letto si intitolava “Racconti da Shakespeare”, erano riduzioni a novella delle sue tragedie. I contemporanei italiani di Shakespeare si chiamano Tasso e Marino: al di là del fatto che sfido chiunque a ridurre l’”Adone” per i ragazzi, se mai lo si fosse fatto per la “Gerusalemme liberata” (e comunque sarebbe risultato altrettanto difficile) si sarebbe gridato allo scandalo. Non parliamo poi de “I promessi sposi”!

Gli inglesi invece scrivono Kim e Alice nel paese delle meraviglie, che puoi leggere con eguale soddisfazione a dieci o a sessant’anni, o le storie dei cavalieri della Tavola Rotonda, o le avventure di Robinson Crusoe e di Oliver Twist. Sono libri che non ti senti in dovere di nascondere, appena accedi alla letteratura adulta, come accade invece con Salgari, perché non sono bollati come appartenenti a generi “minori” o marginali. Fanno parte integrante della letteratura di quel paese, ti accompagnano nella tua maturazione lungo un percorso ininterrotto sui sentieri della fantasia. Nelle scuole inglesi degli anni cinquanta e sessanta i miei coetanei leggevano Kipling, Conan Doyle, Stevenson: a me, se mi trovavano sotto il banco un romanzo di Scerbanenco, mi cacciavano dalla scuola.

Vedi Elisa, torna in ballo la questione che abbiamo già affrontato a proposito della poesia: ci sono popoli che hanno saputo coltivare il piacere della cultura, del farla come del consumarla, ed altri che ne hanno invece sempre riverito e sofferto il “peso”. C’entrerà la religione, o il clima e gli inverni lunghi, non lo so: sta di fatto che l’ultimo libro di poesie di Tom Hugues ha venduto in sei mesi seicentomila copie, mentre “Ossi di seppia” non le ha vendute in ottant’anni.

Nei confronti della letteratura inglese non c’è stata quindi una vera e propria “scoperta”, ma un passaggio graduale e conseguente. Forse potrei far coincidere l’ingresso nella fase totalmente “adulta” del rapporto con la lettura de “Il ritratto di Dorian Grey”, che mi ha preso a dispetto dell’inconsistenza della storia, per puro innamoramento dello stile e dell’arte del paradosso. Non so quanto abbia retto il romanzo a questi ultimi quarant’anni: ogni tanto c’è qualche studente che me lo chiede, forse perché intrigato dalla fama di libro un po’ “scandaloso”, ma quando lo riportano non vedo brillare nei loro occhi nessuna scintilla di entusiasmo. Io ormai non lo ricordo nemmeno più, ma ricordo che lo snobismo di Wilde, il suo culto dello stile, una qualche impressione deve avermela fatta, se mi ha spinto a leggere poi con gusto anche tutto il suo teatro, nonché i saggi (tra i quali è godibilissimo, e quanto mai attuale, “La decadenza della menzogna”).

Questa dello stile, di vita intendo, oltre che letterario, è una fissazione comune un po’ a tutti gli autori inglesi, non solo a Wilde. E forse questa è l’altra spiegazione del primato della presenza inglese nei miei scaffali. Vedi, io ho vissuta nella fanciullezza un’intensa militanza da chierichetto, precettata da tua nonna ma anche in parte sentita. Per cinque o sei anni ho sbaragliato la concorrenza nelle classifiche a punti del servizio, per poi, quando la superiorità era ormai manifesta e schiacciante, perdere inesorabilmente la fede. Non è stato facile, non tanto resistere alle pressioni materne, quanto imparare a convivere con principi che ormai si erano radicati, ma che non avevano più nessuna giustificazione in un quadro morale ben definito. Dovevo costruirmi un’etica, non mi bastava più De Amicis e non potevo certo chiedere soccorso a Pellico o Manzoni. Quelli giusti erano Conrad e Kipling, insieme magari a London. L’etica del dovere e della solidarietà, e l’orgoglio della solitudine. Guarda che non so scherzando: probabilmente sono state più che altro delle conferme, trovavo lì la perfetta corrispondenza con ciò che sentivo, ma è indubbio che hanno contribuito a rafforzare le mie inclinazioni (e diciamo anche le mie manie: dopo aver letto Lawrence d’Arabia spegnevo i cerini e le candele con i polpastrelli delle dita, per temprarmi a resistere alla tortura).

Sono molti, in effetti, gli autori inglesi che vale la pena conoscere: praticamente tutti quelli che trovi qui, più gli altri distribuiti nelle sezioni “speciali”. Messi assieme occuperebbero un intero scaffale, da cima a fondo (ma è anche da dire che quattro o cinque come Dickens o Conrad, o come Kipling e Stevenson, per non parlare di Shakespeare, portano via da soli tre quarti dello spazio, soprattutto se si ha la pretesa di raccogliere praticamente tutto quel che è stato tradotto). Non è certo il caso che te li presenti uno ad uno: quando arriverà il momento incontrerai quelli giusti, si faranno avanti da soli. Al più posso segnalarti qualche lettura particolare, di quelle meno scontate. Ad esempio questo libretto di Kipling, “Qualcosa di me”, dove viene rievocata un’infanzia prima favolosa (è nato in India) e poi tristissima (è stato spedito a sei anni a studiare in Inghilterra), ma dove si capisce soprattutto perché un poeta inglese che canta l’imperialismo rimane un poeta, mentre un italiano che fa altrettanto (pensa a D’Annunzio) diventa un trombone. Anche Stevenson ha scritto cose “minori” simpaticissime: il suo “Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino” mi aveva quasi convinto a recuperare un mulo dell’esercito per farne un compagno di escursioni. E poi c’è Jerome, “Tre uomini in barca”. Una volta era considerato un classico dell’umorismo, oggi, per palati educati alla comicità demenziale, potrebbe avere un sapore di stantio. Ma non è così: prova a godertelo nelle condizioni giuste, sotto un albero in aperta campagna, lontano da televisione e walkmen, e riassaporerai il gusto perduto della finezza (anche qui, è questione di stile).

Naturalmente, le donne. Ci stavo arrivando. Nella letteratura inglese non si può prescindere dalla scrittura al femminile, nemmeno io ho il coraggio di farlo. Sono passato per la Mary Shelley, per le Bronte, per Jane Austen, per la Barrett, su su fino ad arrivare alla Mansfield e a Virginia Woolf (e poi basta, però. Le voci femminili importanti sembrano fermarsi agli anni venti. Deve essere accaduto qualcosa alle donne inglesi). Beh, queste devi leggertele tutte, non si scappa. Magari scegliendo, “Senso e sensibilità” ad esempio, o “Jane Eire”, se vuoi farti un’idea. E per entrare in argomento puoi iniziare con “Flush”, della Woolf, e proseguire subito dopo con “Una stanza tutta per me”, che della scrittura al femminile è un po’ il manifesto.

Io non credo di essere il lettore più adatto a cogliere tutte le sfumature di una sensibilità femminile (te n’eri già accorta? Meglio così), per cui se mi chiedi cosa mi attiri veramente in queste autrici temo di darti delle spiegazioni deludenti. Ho l’impressione che tutte queste storie, anche quelle apparentemente più pacifiche della Austen, siano in realtà tese come corde di violino, giocate su un minimalismo dei fatti e un massimalismo della loro interpretazione che nella scrittura maschile sono assenti. Le storie al maschile sono più piane, più distese, anche quando sono infarcite di massacri e violenze e peregrinazioni: in quelle femminili il massacro è continuo, sottile, apparentemente incruento, la tensione non cade mai. E questo mi piace, lo capisco fino ad un certo punto, cioè capisco fino ad un certo punto come si possa vivere e pensare così, ma letterariamente mi piace.

Per questo mi piace molto anche un autore come E.M. Forster, perché ha una sensibilità molto prossima a quella femminile, ed è uno dei pochi (assieme a Flaubert e ad Henry James) in grado di rappresentare uno sguardo femminile sul mondo (se poi ci riesca davvero, ripeto, non lo so. A me pare di si). Prova a leggere “Camera con vista”, tra qualche anno, e magari ne discuteremo. Ma mi rendo conto che sono le chicche quelle che aspetti. Allora, salta quei venti volumi di Conrad (nel senso non di scartali, ma di acquistali in blocco), mettendo magari da parte per un primo assaggio “I duellanti” (di là c’è anche la videocassetta del film che ne hanno tratto, può essere interessante, dopo) ed estrai quel libricino azzurro. Si, sono poesie, il titolo è “Grazie nebbia”, il poeta è W.H. Auden. Scegline una a caso, e prendi a metà: “Ma il Tempo, il dominio dei Fatti / richiede una Grammatica complessa / con molti Modi e Tempi / e in primo luogo l’Imperativo. / Noi siamo liberi di sceglierci la strada / ma scegliere dobbiamo, non ha importanza / dove conduca, e le storie che raccontiamo / del passato hanno da essere vere.” Hai capito? Via, non pretendiamo troppo, intendevo dire se hai capito perché mi piace: perché dice le cose più vere con le parole più semplici. Lì accanto ci sono gli altri volumi delle sue poesie “La verità, vi prego, sull’amore” e una raccolta antologica. Quando dovessi chiederti se esiste e cos’è la poesia, aprine uno.

Auden ha combattuto in Spagna, al tempo della guerra civile, nelle Brigate Internazionali. C’era anche Orwell in quelle brigate, come militante anarchico, mentre Auden era comunista. Orwell è famoso per “La fattoria degli animali”, che puoi leggere anche subito, e per “1984”, che ti consiglio di affrontare più in là. Ma qui ci sono anche i suoi saggi, “Sul leggere”, “Sullo scrivere”, “Sul chiedere e sul non chiedere”, “Sul vivere e sul morire”, raccolti sotto il titolo “Nel ventre della balena”. In realtà non sono veri e propri saggi, sono raccontini autobiografici di fattura squisita e di eccezionale sostanza etica, come l’autore, del resto.

Io in genere non riesco a fare distinzione tra l’autore e l’opera. Dicono che non è giusto, che occorre leggere senza condizionamenti biografici, che se la mettiamo così anche Leopardi era un golosone e Foscolo uno sciagurato e Salgari si perdeva se usciva da Verona: ma non è a queste stupidaggini che mi riferisco, anzi, le trovo gustose. Voglio coerenza nelle cose importanti. Se uno scrive l’”Emilio” e manda cinque figli a morire al brefotrofio, ho delle difficoltà a dargli credito. Se uno (come Sartre) che non ha mosso un dito per gli ebrei durante l’occupazione nazista si riscatta, dopo la guerra, con un saggio sull’antisemitismo, e dopo aver attaccato nella maniera più feroce Koestler e Camus perché antistalinisti si scopre libertario nel ’68, quale obiettività è possibile? Si salta a piè pari. Bene, Orwell è tra quelli che dimostrano che la coerenza è possibile, e che è quindi giusto pretenderla.

Un’eccezione però riesco a farla. Per Chatwin. Come uomo Chatwin doveva essere di un’antipatia unica, l’ultima persona che vorresti avere come compagno di viaggio. Ho dovuto interrompere la lettura di una sua biografia (tra l’altro, scritta da un certo Nicholas Shakespeare) per eccesso di avvilimento. Ma come scrittore, di viaggio e non, è superbo. “Utz” e “Sulle colline nere” sono due gioiellini, il secondo non sfigura accanto ai libri di Thomas Hardy. È possibile che io non sia granché obiettivo nel giudizio, ma in senso favorevole all’autore, perché c’è di mezzo anche un mio diritto di prelazione: credo di essere stato uno tra i primissimi a leggere in Italia il libro che lo ha reso famoso, “In Patagonia”, subito dopo l’editore e i correttori di bozze, e per qualche mese ne ho tenuto l’esclusiva. E sai quanto godo di queste cose!

Sono arrivato piuttosto tardi invece a “Il signore degli anelli”. Tardi, ma sempre con largo anticipo sulla cultura di sinistra, che per anni lo ha ostracizzato o ignorato e poi ne ha conteso il culto alla destra. Tardi, ma d’un fiato. Neppure tu, con le tue innate doti di pervicace rompiballe, saresti riuscita a distrarmi quando ho cominciato il viaggio con Gandalf e Frodo Baggin. Spero che l’aver visto il film non ti dissuada, come mi sembra stia accadendo ad un sacco di ragazzi. Sono millecinquecento pagine, ma quando arrivi in fondo avresti solo voglia che fossero il doppio.

Tra l’altro, sempre a proposito di coerenza, nello scaffale opposto, dove arriveremo più tardi, c’è un librone di Humprey Carpenter, “Gli Inklings”. È una sorta di biografia collettiva di un gruppo di amici, tra i quali lo stesso Tolkien, C. S. Lewis, Charles Williams, tutti docenti ad Oxford negli anni Venti e Trenta, raccolti in circolo informale sotto il nome appunto di Inklings, che invece di cacciarsi le dita negli occhi a vicenda come in genere avviene nell’ambiente universitario si trovavano tutti i giovedì sera per discutere, leggere ciò che avevano scritto in settimana, farsi qualche bicchiere di Porto o di scotch. Quando uno di loro doveva tenere qualche conferenza nelle città vicine era una festa collettiva: partivano a piedi nel week-end, arrivavano a farsi anche cento chilometri, con frequentissime soste nelle osterie sul cammino, tornavano alla stessa maniera e riprendevano il loro lavoro accademico. Dove sta la coerenza? Nell’amicizia Elisa, nella capacità di non sacrificare l’amicizia alla loro professione o alla loro vocazione di scrittori. Non sapevo nulla di tutto questo quando ho letto “Il signore degli anelli”, ma non potevo fare a meno di accorgermi che chi scriveva conosceva davvero il valore dell’amicizia.

Gli Inklings sono diventati anche il modello per un’esperienza personale di questo tipo. Per qualche anno, poco prima che tu nascessi, è esistito un gruppo di amici che si ritrovava a cenare ritualmente, quasi ogni settimana, al nostro capanno, e tirava tardi discutendo di cinema e di politica, facendo pettegolezzi e progettando escursioni, mettendo in cantiere mostre e redigendo riviste. L’unica cosa in comune con gli Inklings era probabilmente il tasso alcolico, ma i “Viandanti delle Nebbie” hanno corrisposto ad uno dei periodi più autentici della mia vita. Il gruppo, come motore di iniziative, non esiste più, ma gli amici sono rimasti: e a tenerli legati è, ancora e sempre, il comune amore per la letteratura.

E adesso chiudiamo, perché bisogna pur arrivarne ad una e perché ho bisogno di una pausa per il caffè. Non prima però di averti fatto notare questo libretto di racconti di Alan Sillitoe, “La solitudine del maratoneta”. Negli ultimi vent’anni credo lo abbiano letto solo i miei studenti, non lo trovo citato in alcuna antologia o bibliografia sulla condizione adolescenziale. Ma è perfetto, nella sua secchezza, nella capacità di evocare il peso di una condizione carceraria senza ricorrere a trucchi granguignoleschi, nel gesto finale autolesionistico di dignità e di coerenza. Malgrado il traino di un film altrettanto bello che ne è stato tratto, qui da noi non ha avuto una grossa fortuna nemmeno negli anni della contestazione. Troppo inglese, troppo elegante, troppo aristocratica come etica, evidentemente.

3) ALTRE LETTERATURE

Moderni e postmoderni

Per proseguire la ricognizione sulle letterature dobbiamo ora spostarci nel tinello. È il territorio più recentemente aperto all’inarrestabile invasione dei libri, fresco di conquista e di scaffali assemblati su misura. L’occupazione del tinello ha risolto un enorme problema logistico, perché nello studio era ormai diventato impossibile muoversi e raccapezzarsi, ma ne ha creato in compenso uno psicologico. Se è infatti piacevole ritrovarsi comunque in compagnia dei libri, passando da un locale all’altro, mi crea tuttavia un po’ di angoscia, quando sono qui, l’idea che la gran parte dei miei libri è di là, non averla sott’occhio e sotto diretto controllo. Non fare commenti, mi rendo conto benissimo che è una sindrome maniacale avanzata, e intravedo il rischio di trascorrere la mia vecchiaia deambulando da una stanza all’altra: ma sappi che c’è di peggio, perché coltivo da anni il progetto di abbattere un paio di muri e di unificare il tutto.

Per il momento mi limito ad applicare anche in questo ambiente le norme d’arredo spartane del bibliomane. Un paio di riproduzioni da Friedrich, un divano che arriva direttamente dall’arca di Noè, il grande tavolo centrale che usi per disegnare e quello più piccolo, contro il muro, che ingombri con le tue carabattole. Il resto dello spazio è occupato da due scaffalature a soffitto, una distesa lungo l’intera parete di fondo, l’altra sacrificata tra la porta d’ingresso e quella che immette nella cucina. Nella rimanente metà della parete, verso la finestra, ci sono due vetrinette contenenti libri antichi. L’unica concessione al superfluo è costituita da sei soldatini di gesso, come quelli che possedevo un tempo, indiani Abenaki o Penobscot, con l’acconciatura all’irochese, per intenderci, distribuiti qua e là a guardia degli scaffali. Li ho desiderati da quando avevo sei anni, pensavo in realtà che nemmeno esistessero, li ho trovati quasi a sessanta in un incredibile bazar del tipo “tutto a un euro”. Come dire, anche i sogni più assurdi a volte si avverano. O forse, solo quelli.

Il tutto risulta accogliente e funzionale, almeno per me; ma vedo che anche gli amici, quando vengono a cena, si trovano perfettamente a proprio agio e nell’attesa, invece di intralciare il mio lavoro ai fornelli, si dilettano a curiosare tra i titoli (e giocherellano con i soldatini).

I primi scaffali nei quali ci imbattiamo, vicino alla porta d’ingresso, ospitano gli autori italiani che non hanno trovato posto nello studio. È tutta letteratura del ‘900, in parte canonica (c’è persino Moravia), ma per lo più corrispondente a scelte e gusti molto personali. Non è una sezione particolarmente ricca, e non è certo una di quelle che caratterizzano la mia biblioteca. Negli ultimi tempi mi sono alquanto disamorato della letteratura in genere e di quella italiana in particolare, probabilmente per una saturazione indotta da trent’anni di insegnamento, ma anche perché trovo che offra poco di nuovo. Solo il tam tam degli amici mi consente di leggere ogni tanto le cose giuste: in mezzo alla straripante produzione letteraria attuale non è facile districarsi, e a differenza di quanto accade per la saggistica qui i percorsi non si impongono da soli.

Ciò non toglie che anche questo scaffale possa riservarti delle sorprese piacevoli: ci sono ad esempio dei piccoli classici “sempreverdi” come “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg, “Le redini bianche” di Quarantotti Gambini, “L’isola di Arturo” della Morante, insieme ad altre cose che potrai leggere ed apprezzare già tra qualche anno. Oppure ci sono opere di Cassola, di Bigiaretti e di Bilenchi, anch’esse adatte ad una lettura precoce ma che vanno gustate al tempo giusto, possibilmente durante le vacanze estive, perché non meritano la reazione di rigetto che di solito la scuola induce. Sarei tentato di segnalarti anche i libri di Tondelli (non tutti, ma senz’altro “Un Week end postmoderno”) e poi narrazioni legate all’ambiente scolastico, come “Registro di classe” di Sandro Onofri e “Il supplente” di Fabrizio Piccinelli, o altre ancora accomunate dal ricordo nostalgico di luoghi, epoche e atmosfere di un passato più o meno prossimo, come le “Memorie lontane” di Guido Nobili, le “Cronache epafaniche” di Francesco Guccini o “La vita in campagna” di Bino Samminiatelli: ma nel mio gradimento gioca molto in questo caso la consonanza con esperienze personali, e ritengo quindi improbabile che queste letture possano trasmettere a te le stesse emozioni.

Lascia dunque che sia io a crogiolarmi nella nostalgia e goditi invece il divertimento allo stato puro garantito da Stefano Benni. Ci sono i suoi primi racconti, quelli di “Bar sport” e de “Il bar il mare”, che lo hanno consacrato tra gli autori di culto della generazione di mezzo tra la mia e la tua, assieme al romanzo “Terra” e alle poesie di “Prima o poi l’amore arriva” (cose tipo: “La giraffa ha il cuore/ lontano dai pensieri/ si è innamorata ieri/ e ancora non lo sa”). Ho cercato di diffonderlo tra gli studenti leggendo in classe i brani più spassosi, nella vana speranza che per qualcuno fosse fonte di ispirazione nonché di stile, perché ero stufo di correggere compiti banali e scorretti. Oggi non ci provo nemmeno più, un po’ per scoraggiamento, un po’ perché credo che anche lui abbia fatto il suo tempo. La verità è che non ho neppure letto i suoi ultimi libri, e forse sono io a non aver più testa a prendere il mondo troppo in ridere.

Questo dell’umorismo è un tema che merita un minimo di riflessione. Tu sei nata in un’epoca in cui non si sa più nemmeno ridere, giustamente, da un lato, perché con questi chiari di luna c’è poco da stare allegri, ma anche, all’opposto, perché c’è troppa voglia di divertirsi e di divertire a tutti i costi. Bada che non ho nulla contro l’umorismo, e che anzi considero la capacità di prendere le cose con ironia e distacco il primo e fondamentale segno di intelligenza. Ma è proprio per questo, perché associo la risata e il sorriso all’intelligenza, che non sopporto di vederli usurpati dall’imbecillità. L’umorismo nasce dallo stare al di sopra delle cose, il resto, lo sganasciamento compulsivo e forzato, scaturisce dall’esserne irrimediabilmente schiacciati. Vorrei che imparassi a distinguerli, e ho buone speranze, perché già dai l’impressione di preferire la comicità sottile delle parole, delle battute pungenti, magari più sarcastiche che ironiche, a quella sguaiata dei gesti o del linguaggio demenziale.

I titoli che possono soddisfare una voglia di umorismo intelligente li trovi sparsi qua e là, non li ho raccolti in una specifica sezione. Oltre i già citati Jerome, O’Henry e Pennac ci sono ad esempio Mark Twain e Amboise Bierce per l’ottocento, Wodehouse, Richard Powell e “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” per il novecento, tutte cose che puoi cominciare a leggere in pratica da domani. In una delle storie di Wodehouse c’è persino un gangster che si chiama Joe Repetto, incredibilmente imbranato e pasticcione. In “Vacanze matte” di Powell ci sono invece due terribili gemelli che sconfiggono sia il governo degli Stati Uniti che una banda di malviventi, sullo stile di “Mamma, ho perso l’aereo”. Più avanti, ma non molto, potresti dilettarti con “La zia Julia e lo scribacchino” di Vargas-Llosa, con l’esilarante “Comma 22” di Heller e con le storie strampalate di Woody Allen. Ci sono anche altri italiani, ad esempio Domenico Starnone, che in “Fuori registro” e “Ex cathedra” parla di scuola, ma in termini che senz’altro non ti annoieranno. Per dimostrarti che non sono prevenuto cito persino un’autrice, Carmen Covito, con “La bruttina stagionata”: magari da leggere un po’ più in là, quando sarai abbastanza matura da gustare anche i “Racconti umoristici e satirici” di Boll o “Il lavoro culturale” di Bianciardi, dei quali ti ho già parlato.

Infine, se imparerai il latino potrai assaporare la quinta satira di Orazio, quella del seccatore. Solo in latino, perché nella traduzione si perde il novanta per cento del gusto comico. L’estate dopo la maturità portavo Orazio anche al fiume, lo rileggevo e scoppiavo a ridere, alla faccia della lingua morta. Gli amici davano un’occhiata al libro, bagnavano un asciugamano e me lo avvolgevano attorno alla testa. Non sapevano cosa si stavano perdendo. Ma temo che non lo saprai nemmeno tu: quindici anni di riforme scolastiche hanno fatto più danni di venti secoli di storia.

Se invece non sei dell’umore e preferisci una via di mezzo tra il disimpegno e la serietà ci sono alcuni autori il cui successo è molto televisivo, non soltanto nel senso che compaiono più o meno frequentemente in televisione ma perché si sono conquistati un fascia di pubblico che ha un’educazione multimediale, l’abitudine ad un particolare linguaggio, magari anche colto, ma tagliato sui ritmi e sui modi della recitazione in telecamera. Ci metto dentro personaggi come Aldo Busi, o come Alessandro Baricco, la cui scrittura ricorda un po’ la cucina cinese, molto scoppiettante e accattivante, ma che quando esci ti lascia insaziato, e ti ritrovi a desiderare un panino. È un po’ la sensazione che patisco in tutta la letteratura contemporanea.

Baricco costituisce un caso a parte, perché comunque lo stimo una persona più intelligente dei libri che scrive. Dopo un’effimera fiammata nei primi anni ’90, con “Oceano mare” e “Castelli di rabbia”, è poi scaduto a parodia di se stesso, tanto da riverberare all’indietro, sulle sue prime opere, l’inconsistenza delle ultime. Ma di suo devi leggere almeno “Barnum”, una raccolta di scritti per una rubrica che compariva il mercoledì su “La stampa”, nei quali ha dato forse il meglio.

Visto che difficilmente ti porterai le “Satire” di Orazio al fiume, puoi portare questi. Sono letture balneari, consentono di leggere ogni tanto qualche battuta anche alle amiche e di essere sicura che la capiscano. In caso di depressione non grave, infine, da lettura un po’ più solitaria, c’è Andrea De Carlo. Non può fare danni, è omeopatico.

Spostandoci di un solo ripiano verso il basso cambiamo del tutto atmosfera e livello di consistenza, perché finiamo nella la memorialistica di guerra e concentrazionaria. L’accostamento non è granché appropriato, ma non penso ti disturbi più di tanto. Per questa sezione il problema potrebbe essere piuttosto quello dell’appartenenza o meno alla letteratura, se si tratti cioè di opere letterarie o di documenti storici, o di qualcosa che sta a metà. Io credo ci siano dei casi nei quali la pregnanza stessa delle cose raccontate liquidi ogni dubbio, sempre che abbia un senso porsi la questione. Se un libro mi trasmette delle emozioni, oltre che fornirmi delle conoscenze, sta di diritto nella letteratura. Si da poi il caso che quelli che trovi qui, anche se non arrivano tutti ai livelli letterari di Primo Levi, di Solzenicyn o di Jean Amery, sono scritti in maniera particolarmente efficace, perché quando hai da dire cose davvero importanti la forma è dettata direttamente dalla verità, perlomeno da quella delle tue emozioni. Tra i tanti mi limito a segnalarti Livio Bianco e Nuto Revelli. Bianco l’ho scoperto per via del rifugio a lui dedicato in val di Gesso, nelle Alpi Marittime, un luogo di sogno dove prima o poi ti porterò. Era un partigiano e un alpinista: ha salvato la pelle durante la Resistenza, l’ha poi lasciata in un incidente sulle sue montagne. Il suo “Guerra partigiana” è la riprova di quanto ti dicevo prima. Non c’è bisogno di molte parole per raccontare la guerra: bastano quelle giuste. Leggi un paio di poesie di Ungaretti, “Veglia” ad esempio, e ti ci trovi immersa dentro.

Il che non significa che, letto uno di questi libri, si possano dare gli altri per scontati. Al contrario, la guerra la combattono gli uomini e ognuno ci porta la sua umanità, la sua storia, i suoi affetti, le sue paure. Se riesce anche a riportarli a casa assieme alla pelle, dopo, la sua guerra l’ha vinta. È importante leggere e rileggere queste cose, viste e raccontate da angolazioni e da esperienze diverse, proprio per ricordare che sono uomini quelli che combattono e che soffrono, e non abituarsi all’arida contabilità delle cifre.

Durante uno degli ennesimi pellegrinaggi al rifugio intitolato a Livio Bianco ho avuto modo di incontrare personalmente Revelli, che già conoscevo come autore, e da allora credo di poter dire di essere stato onorato della sua amicizia. Era davvero un uomo formidabile, sdegnoso e intollerante nella misura giusta, ostinato nella verità e sincero negli affetti. È sufficiente che tu legga “La guerra dei poveri” per sincerartene, ma ho anche un paio di videocassette che ne trasmettono egregiamente il carattere e la determinazione.

So bene, Elisa, che non lo farai; so che non avrai mai il tempo, quand’anche ci fosse la voglia, per andare a ripescare tutti questi personaggi e le loro opere. Ed è proprio per questo che te ne parlo, che insisto a soffermarmi su di loro. Voglio che tu sappia, almeno, che ci sono stati, ci sono e si spera ci saranno ancora degli uomini capaci di giocarsi la pelle in nome della dignità, capaci di affermare senza grandi strombazzamenti, solo con la coerenza e la fermezza del loro comportamento, il valore prioritario della libertà. Tu sai che non mi piace la retorica e che tendo a ironizzare su tutto, sin troppo; ma su questi uomini, così come su Gobetti, sui Rosselli, su Leone Ginzburg, su tutti gli antifascisti e i resistenti di ogni tempo e paese le cui opere e biografie incontreremo tra poco nello studio, non tollero alcun tono leggero, alcun dubbio o, peggio ancora, la cortina di silenzio dietro la quale si tenta di farli sparire. Sono figure scomode, perché sono la dimostrazione concreta che ad ogni forma di oppressione, di violenza e di ingiustizia ci si può ribellare, e che non nessun alibi vale a giustificare la resa. La loro scelta si chiama eroismo, senza mezzi termini, e se pure non è necessario né pensabile che tutti debbano essere eroi, è almeno giusto che quelli che lo sono vengano riconosciuti come tali. E bada che il loro eroismo non è legato alla prigionia, alle torture, in molti casi al martirio, queste cose attengono ad una contingenza storica, ma alle motivazioni della scelta e alla determinazione nel portarla avanti. Di tutto questo tra un po’ riparleremo più diffusamente, ma voglio sperare ti sia accorta che in realtà ne stiamo parlando sin dall’inizio.

Adesso cambiamo invece addirittura scaffale e passiamo a quest’altro accanto, più largo e colmo di libri dai dorsi vivaci. Qui si trova quella che un tempo era classificata come letteratura d’appendice, che più recentemente è stata ribattezzata “di genere” e che infine è stata accolta ufficialmente nel giro che conta: ovvero la giallistica, l’horror e la fantascienza. Paradossalmente, a dimostrazione che non sono le patenti a fare la qualità, le cose migliori in tutti e tre i generi sono state scritte quando questi non avevano cittadinanza negli scaffali delle biblioteche serie, e chi leggeva i Gialli Mondadori o quelli Garzanti con la copertina rigida nera li teneva negli scatoloni o nel ripostiglio. I miei li trovi in un’altra camera, ma per motivi di spazio, sono centinaia, e perché le cose migliori sono state ristampate in altre collane.

Non ho mai nutrito una passione specifica per il gotico o per la fantascienza, né in letteratura né al cinema. Mi considero un minimalista della fantasia, non nel senso che ne ho poca, anzi, ma perché preferisco esercitarla sul concreto, sul piccolo. Questo non mi ha impedito naturalmente di raccogliere un buon numero di “classici” dei due settori e di apprezzare quelle opere che per le tematiche o per la qualità della scrittura uscivano dalla nicchia specialistica. Credo ad esempio che antologie come “Il breviario del brivido” e “Universo a sette incognite” raccolgano alcuni tra i più bei racconti mai scritti, da “Il giorno dei trifidi” a “Il terrore della sesta luna”.

La fantascienza mi ha intrigato comunque molto più per la sua parentela con la letteratura utopistica e per la capacità di leggere in profondo ciò che fermenta nel presente che per gli stilemi suoi propri. È la ragione per cui agli scrittori alla Asimov, che narrano cicli di fondazione e imperi galattici, preferisco quelli più inquietanti, come Ballard e Philiph Dick, che possono essere classificati tra i distopisti, i profeti di sventura. (Ballard ha anche scritto un romanzo bellissimo e amaro sulla sua detenzione in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, “L’impero del sole”). Prova a leggere tra qualche anno, ad esempio, “Il vento dal nulla” o “Condominium” di Ballard, o ancora, un po’ più in là, “La svastica sul sole” di Dick e “I reietti dell’altro pianeta” di Ursula Le Guinn. Ti renderai conto che la fantascienza non ha a che vedere solo con i marziani, ma anche con i lunatici, i quali sono già qui e hanno invaso la terra, e non hanno la pelle verde ma bianca o rossa o nera o gialla, proprio come quella dei terrestri. Che gli alieni, in sostanza, e i peggiori nemici di noi stessi, siamo noi.

Per quanto riguarda invece l’horror o “romanzo nero”, potresti iniziare classicamente l’apprendistato con i racconti di Poe, oppure risalire ancora a ritroso, fino a “Il monaco” di Mattew Lewis e ai grandi romanzi gotici, e passare poi per “Frankenstein” di Mary Shelley. Qui sono raccolti anche tutta una serie di notevoli autori dell’ottocento, come Bram Stocker, quello di “Dracula”, o Artur Machen: ma c’è soprattutto Lovecraft.

Il mondo di Lovecraft non è certamente consigliabile per una fanciulla dal palato delicato, pieno com’è di creature viscide e puzzolenti, verdastre e impiastrate di mucillagini varie: ma conoscendoti una certa propensione per le schifezze e una notevole solidità di stomaco penso potresti esserne conquistata. Se devo confessarti la verità non ho mai trovato una lettura di questo tipo che mi procurasse qualche brivido, neppure quando giovanissimo leggevo i racconti dell’orrore di Poe: ripeto, mi fa molto più inorridire la quotidianità della cattiveria e dell’ignoranza, l’idea del male visibile e tollerato che circola alla luce del giorno.

Credo di essere stato vaccinato contro le paure del buio, dell’invisibile e del misterioso da un’efficace terapia d’urto infantile. Dall’età di sette anni ogni sera, dopo cena, mi sono trasferito dal retro-cucina della bottega di ciabattino del nonno Menego, al centro del paese, in questa casa vecchia, enorme, isolata e, tranne che da noi, totalmente disabitata. Salutavo i miei che si fermavano a lavorare sino a tardi, davo la mano a mio fratello, che aveva tre anni, percorrevo i cento metri che separavano le due abitazioni, passavo per il cortile deserto e salivo le quattro rampe di scale al buio, perché l’impianto elettrico risaliva all’ottocento e non ha mai funzionato, trattenendo letteralmente il fiato e aspettandomi ad ogni svolta qualche terribile apparizione. Una volta in camera ci infilavamo veloci sotto le coperte ed attendevamo che arrivasse mia madre, al buio, con gli occhi spalancati e le orecchie tese agli incredibili rumori che provenivano da quei muri secolari e dagli infissi fatiscenti, scivolando poi pian piano nel sonno a dispetto della paura. Ti assicuro che dopo un paio d’anni di questa cura ero in grado di dormire tranquillo anche in un cimitero. Questo spiega la mia scarsa sensibilità al sottile piacere del brivido: e tuttavia qualche inquietudine Lovecraft me l’ha creata, se non altro al pensiero che per immaginare esseri simili doveva vivere in una sorta di incubo costante, di effetto da delirium tremens.

Se dovessi assegnare nell’ambito del noir un premio per la qualità della scrittura, intesa come capacità di evocare perfidia e di far percepire sulla pelle la tensione, lo assegnerei comunque a Patricia Higsmith. Penso che solo una donna possa conoscere così perfettamente i meccanismi di questo gioco al veleno, e tu mi sembri in grado di apprezzarla. Se vuoi provarci ti consiglio soprattutto “Sconosciuti in treno” e “Il grido della civetta”.

Tra gli autori più recenti l’unico che conosco e qui rappresentato è Stephen King. Quello di King è un caso controverso. Viene accusato di fare della letteratura di puro consumo, prodotta con miscele in dosi industriali di pochi ingredienti di base e finalizzata a procurare artificiali scariche di adrenalina. Il che in parte è vero, perché è improbabile che un narratore riesca a sfornare un libro tra le seicento e le milleduecento pagine ogni anno se non dispone di una catena di montaggio, e quindi si tratta di una scrittura industrializzata: ma questo non toglie che la qualità rimanga quasi sempre piuttosto alta, e che almeno un paio di libri di King non possano essere ignorati. Uno è senza dubbio “Stagioni diverse”, una raccolta di racconti lunghi tutti ugualmente belli, che comprende tra gli altri il favoloso “Ricordo di un’estate”, quello da cui è stato tratto il film, altrettanto indimenticabile, “Stand by me” . Personalmente ho trovato coinvolgente anche un polpettone come “IT”, un caso clamoroso, l’unico libro di oltre mille pagine, insieme al “Signore degli anelli“, che ho visto leggere da un sacco di allievi, e anche da tuo fratello.

Resta comunque il fatto che il mio rapporto con la letteratura dell’orrore è piuttosto tiepido, e le motivazioni per le quali apprezzo alcuni degli autori di questo genere non hanno mai a che fare con il brivido, ma con aspetti collaterali, come l’ambientazione o la rievocazione di una particolare età della vita.

Di vera passione posso invece parlare per la letteratura poliziesca. Non è sempre stato così. Ho iniziato infatti con la giallistica classica, Edgard Wallace, Agatha Christie e Rex Stout, trovati in edizioni vecchissime, di prima della guerra (e sono ancora lì), e successivamente sono passato a Maigret e a Early Stanley Gardner, quello di Perry Mason, per via degli sceneggiati e delle serie televisive: ma era un interesse solo di testa, volevo misurarmi con l’autore e mettere alla prova le mie capacità di intuizione e di logica.

Poi è arrivato Chandler. Non riesco a ricordare come mi sia capitato di leggere il primo libro suo, forse per suggerimento di un amico. Era “Il lungo addio”. Un colpo di fulmine. L’investigatore di Chandler, Philiph Marlowe, sembrava pensato su misura dei miei sogni – ma evidentemente era della stessa taglia e dello stesso modello dei sogni di altra gente, perché è conosciutissimo e amatissimo. Marlowe è disincantato, scettico, sarcastico e solitario, gioca persino a scacchi da solo, ma ha dei valori e dei principi nei quali si ostina a credere e ai quali non vuol venire meno, primi tra tutti l’amicizia e la lealtà, e subito dopo la giustizia. Viene deluso negli uni e negli altri, sa di combattere una battaglia disperata, di essere un anacronistico donchisciotte, ma la sua etica non gli consente di mollare. È tutt’altro che un moralista, bada bene, perché la morale è quella dettata dalla società, o dal branco, e Marlowe è un lupo solitario, che agisce eticamente, cioè in base a ciò che gli detta il suo animo. Non è diverso dagli eroi di Camus, come loro si batte contro le pesti dell’ingiustizia e dell’ipocrisia, senza la presunzione di vincerle ma per affermare con la sua lotta che ingiustizia e ipocrisia non sono ancora i parametri unici dei rapporti umani.

È un eroe al tempo stesso pre e post-moderno; è anacronistico nel senso che sarebbe fuori sintonia in qualsiasi epoca, e questo gli consente di non rimpiangere un mondo che non c’è mai stato e di non sognarne uno che non ci sarà mai. Anch’io sono sempre un po’ fuori tempo, in tanti sensi. Lo dimostra il fatto stesso di scrivere queste cose, o la pretesa di far entrare Vico nelle zucche dei miei studenti. Ma vedi, sto appunto cercando di dirti che una camera come questa è magica, ti permette di sintonizzarti con tutti coloro che in ogni epoca si sono sentiti stranieri in terra straniera, e di sfondare la misera bolla temporale nella quale sei confinato. Se così non fosse, se davvero dovessi pensare che ha senso solo quello che vedo e sento quotidianamente, sarei già finito nei titoli del telegiornale per strage.

Chandler mi ha suggerito un primo punto d’arrivo per il mio concetto, letterario e non, di eroismo. Ero già passato per tutta una serie di eroi, storici, cinematografici, letterari e sportivi, da Sandokan a “Hurricane” Carter, immancabilmente accomunati dal segno della sconfitta, ma anche dalla speranza del riscatto. Con il malinconico Marlowe ho realizzato invece che il riscatto è già insito nella lotta, e che non è quindi necessaria, e nemmeno possibile, la vittoria: ho capito quello che prima avevo solo intuito, che essere sconfitti non significa essere dei perdenti, e l’ho applicato alla mia interpretazione della storia e dei comportamenti umani.

Proprio in fondo a questo scaffale ci sono due ripiani consacrati ai fumetti, che tra l’altro hai già iniziato a saccheggiare, dove trovi la testimonianza di quanto questo personaggio abbia influito sull’immaginario di almeno due generazioni, o lo abbia comunque impersonato. La gran parte dei protagonisti sono delle trasposizioni dell’investigatore di Chandler, a partire da Corto Maltese. L’eroe di Pratt è un Marlowe con tanto esotismo in più, gettato nella storia invece che nella quotidianità, sbalzato dai Caraibi alla Siberia, dal Sahara all’Irlanda, che attraversa guerre mondiali, rivoluzioni russe, belle époque e si infila negli interstizi tra i grandi eventi, incrociando tutti i relitti che il naufragio dei sogni lascia alla deriva. Assomma veramente tutte le caratteristiche che ho sempre attribuito all’alter-ego dei miei sogni, prima tra tutte la possibilità di vivere in un’epoca nella quale sono ancora possibili l’avventura e lo stupore della scoperta.

I discendenti di Marlowe nella narrativa a fumetti sono moltissimi, così come nel cinema. Cercherò di farti leggere appena possibile le storie di Ken Parker, sperando di incontrare lo stesso entusiasmo mostrato a suo tempo da tuo fratello. E, a seguire, un sacco di altri. Ma ho qualche dubbio. Credo che la grande stagione del fumetto sia ormai finita da un pezzo, uccisa dalla televisione e dai cartoni animati, e che sia onesto prenderne atto, senza pretendere che le generazioni odierne debbano e possano riviverla. Ma è una storia che conto di raccontare un’altra volta.

Torniamo invece alla letteratura poliziesca. Vale quello che ti ho detto poco fa, e cioè che le cose migliori sono state scritte da un pezzo. Tutto documentato: questi ripiani ti offrono un vero florilegio, dalle storie di Dashiel Hammett a “La fine è nota” di Holiday Hall, fino agli intrighi spionistici di John Le Carré. Negli scrittori polizieschi di qualità, e ti assicuro che sono moltissimi, a dispetto delle puzze sotto il naso con le quali sono stati a lungo liquidati, si ritrovano atmosfere che dicono di un’epoca molto più degli studi sociologici. Non è solo il caso di Simenon, o più ancora del Durrenmatt de “La promessa”: persino in Italia abbiamo avuto negli anni sessanta e settanta autori come Scerbanenco o piccoli gioielli come “La mazzetta” di Veraldi e “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, che insaporivano il dramma e l’indagine con degli ironici e puntuali scorci d’ambiente. E prima ancora, negli anni quaranta, ci sono stati casi come quello del misconosciuto Augusto de Angelis. Sono tutti a tua disposizione.

Negli ultimi decenni l’uscita del triller dal ghetto ha invece un po’ complicato la faccenda. L’indagine è ormai diventata un luogo comune letterario, una sorta di scorciatoia per arrivare a parlare di qualsiasi cosa: e se a qualcuno, come ad esempio ad Umberto Eco ne “Il nome della rosa”, l’operazione è perfettamente riuscita, in molti casi si è invece rivelata solo pretestuosa. L’esplosione quantitativa del genere non ha comunque prodotto solo degli incroci sterili: su questi ripiani trovi tutta la saga di Pepe Carvalho, un Marlowe catalano, quindi più politicizzato e più buongustaio, che mi ha riacceso vecchi entusiasmi, e autori italiani come Camilleri e Lucarelli, che al di là del successo di pubblico si sono già ritagliati un posto nelle storie letterarie.

C’è rimasto, di questo scaffale, solo un ultimo ripiano: quello di centro. Secondo le regole di collocazione enunciate in apertura dovrebbe ospitare le scoperte e gli entusiasmi più recenti, e anche qualcuno di lunga durata. Infatti è così. Si tratta di autori molto dissimili, e non solo per le diverse provenienze, ma per temi e atmosfere. Il primo da sinistra è Hornby, inglese, ormai famosissimo dopo un poker di romanzi sempre in crescendo, da “Febbre a 90°” a “Come diventare buoni”, il meno conosciuto ma probabilmente il più bello. Solito discorso. In Italia la generazione dei trenta-quarantenni viene descritta nei film di Muccino o in romanzi che gli somigliano: viene fuori un gregge di psicopatici più o meno pericolosi, caciaroni e patetici, occupati in professioni e in storie sentimentali del tutto improbabili. Hornby li racconta invece con leggerezza ed ironia, e alla fine risultano più credibili, oltre che più divertenti, dei nostri yuppies sgangherati.

Altrettanto divertente, e molto più caustico, è Alan Bennett, l’autore di questi libricini dell’Adelphi, “La cerimonia del massaggio” e “Nudi e crudi”. Sono esempi magistrali di umorismo distillato, controllato e sotterraneo, e sono irresistibili. È sufficiente metterne a confronto la mole con quella dei romanzi di Paco Ignacio Taibo, che stanno poco più in là, per capire che arrivano da mondi diversi. Taibo racconta alla maniera sudamericana, straripante e grottesca, e le sue storie di rivoluzioni e complotti non riescono (perché non vogliono) ad essere tragiche nemmeno quando si concludono in un massacro. I protagonisti sembrano volersi prendere, almeno sulla pagina, la rivincita su una realtà che li ha sempre visti sconfitti.

Saltiamo questi altri, Mutis, Franzen, Tibor Fischer, Martin Amis, e andiamo agli ultimi in fondo, gli americani. Sono tutti e tre in qualche modo epigoni della letteratura western – ma in fondo lo è tutta la letteratura americana, compresi Hemingway e la beat generation. Il discendente più diretto e dichiarato è Cormac Mc Carty, l’autore di “Oltre il confine” e di “Cavalli selvaggi”. Siamo in piena storia del West, cavalli, fucili, lupi, Messico oltre il Rio Grande, solo ritardata agli anni trenta di questo secolo. Ogni libro è un incessante vagabondaggio, motivato da niente e che si risolve in niente: ma in mezzo ci sono pagine bellissime. Nelle prime centosessanta di “Oltre il confine” compaiono solo due personaggi, un ragazzo e una lupa, e succede poco o nulla, eppure si leggono al volo.

La stessa cosa capita con le storie di Jim Harrison, almeno con quelle che a me piacciono di più, altrettanto solitarie e lente ma ambientate sul confine opposto degli States, verso il Canada: “Un buon giorno per morire”, “Luci del nord” e “Lupo”. Harrison vive in una fattoria nel Michigan e se ho capito il personaggio immagino si stia rodendo il fegato ad essere rappresentato nel mondo da George Bush, padre e figlio. È stato più fortunato (ma mica tanto: è morto alla fine degli anni ottanta e si è beccato tutto Reagan) Edward Abbey, l’autore de “I sabotatori” e di un altro libro del quale parleremo. Mi piace chiudere questa scorribanda nelle letterature con Abbey. Nel corso del romanzo i suoi eroi fanno saltare in successione macchinari, strade, ponti, tutto quello che incide il marchio deturpante del profitto sulla natura. Sono arrabbiati e determinati, come Revelli, come il partigiano Johnny, come Sandokan. Penso che piaceranno anche a te.

Altre letterature: i classici

I contemporanei ci hanno fatto correre parecchio. Dobbiamo prendere un po’ di respiro. No, non pensavo ai cartoni animati: intendevo passare a cose più tranquille, o almeno, più classiche. In effetti, sinora non abbiamo quasi fatto cenno alle letterature che stanno all’origine di tutte le altre, quelle del mondo classico: ma è evidente che l’assenza di una sezione apposita sarebbe impensabile, soprattutto nella biblioteca di uno che ha studiato il latino per dieci anni e il greco per cinque, e alla maniera di una volta. Infatti la sezione c’è, e se ti volti la trovi proprio di fronte, nel primo scaffale a sinistra. Riempie tre ripiani, uno con edizioni moderne, gli altri con vecchi volumi che fanno parte del tesoro librario rinvenuto tra queste mura.

Già, perché è accaduto anche questo.

Vivo in questa casa da sempre. I miei avevano in affitto questo piano; il pianterreno e quello nobile erano riservati ai padroni, l’Ingegnere, l’Avvocato e la Signorina, tre fratelli torinesi usciti direttamente dagli anni e dai versi di Gozzano, che rispuntavano all’inizio di ogni estate su una microscopica Bianchina, caricata all’inverosimile. Impiegavano quasi una giornata per il trasferimento, perché evitavano l’autostrada per via del pedaggio e non superavano mai i cinquanta all’ora, e ripartivano poi ai primi di settembre, dopo giorni di discussioni per risistemare il carico.

In realtà non eravamo i soli affittuari: un paio di camere di questo piano sono state abitate durante la mia infanzia da una vecchietta quasi centenaria, che cucinava degli indimenticabili gnocchi, e da un personaggio un po’ losco, che trafficava nel porto di Genova e ci regalava ogni tanto intere balle di stoccafisso, e successivamente dai miei nonni paterni con la zia Rosetta, quella dei club letterari. Alcuni contadini avevano poi in uso la cantina, mentre altri utilizzavano la stalla e la cascina, ora scomparse. Questo andirivieni mi lasciava sconcertato, e non ho mai capito bene quali fossero i rapporti e i confini esistenti nell’edificio. Una cosa soltanto era certa e tassativa: durante l’estate sui due piani inferiori gravava un’aura quasi sacrale, al punto che davanti ai portoncini d’ingresso istintivamente ci zittivamo e rallentavamo la corsa per le scale. Anche il giardino e il cortile, che nelle altre stagioni erano il terreno di scontro di tutta la marmaglia del paese, diventavano tabù.

Col tempo, e col crescere della famiglia, abbiamo finito per occupare tutto il piano, una camera alla volta, e poi anche la cantina e le dipendenze. I miei erano diventati i fiduciari dei Filippa, che ormai prolungavano il più possibile il loro soggiorno, conquistati dalla devozione e dalle cure di mia madre, e che a metà degli anni settanta ci hanno venduto l’intero caseggiato per una cifra quasi simbolica (in rapporto al valore reale, non certo alle nostre possibilità finanziarie), conservandone l’usufrutto. I tabù a quel punto erano almeno in parte caduti: ma ho dovuto tenermi ancora per un pezzo, sino alla scomparsa dell’ultima superstite, una curiosità che si rinnovava ad ogni primavera, quando si ripeteva il rito della riapertura e del riassetto del piano nobile, e che riguardava un misterioso armadio a muro, perennemente ed ermeticamente chiuso. La lealtà di mia madre verso la sua Signorina non ammetteva deroghe, per accostarmi all’armadio avrei dovuto passare sul suo cadavere. L’attesa è stata comunque ripagata, e più di quanto avessi mai osato sperare. Dentro, assieme ad un paio di sciabole, c’erano centinaia di volumi, quasi tutti in ottimo stato di conservazione, i più recenti risalenti alla fine dell’Ottocento, i più antichi addirittura al Cinquecento. L’armadio non era stato più aperto da almeno un secolo. I pezzi migliori sono ora al sicuro, dietro vetri oscurati, in quella parte dello scaffale dello studio che tu chiami “la cabina telefonica”. Gli altri sono sparsi qui, nei ripiani più alti e nelle due vetrinette che occupano metà della parete opposta, sul lato della finestra.

Perché questa digressione? Perché la gran parte di quei volumi erano naturalmente edizioni o traduzioni di classici latini e greci, e oggi arricchiscono e impreziosiscono questo settore. Non ho intenzione di farti qui l’elogio dei classici. Per queste cose lascio la parola a gente molto più brava di me, e ti rimando direttamente a “Perché leggere i classici?” di Calvino o agli scritti di George Steiner e di Harold Bloom (ma se vorrai delle motivazioni potrai trovarne ovunque, partendo da Dante, in Petrarca, in Machiavelli, in Leopardi, ecc…). Per quanto mi concerne, non tengo autori greci e latini sul comodino. Ho perso quasi totalmente la consuetudine con entrambe le lingue, dopo essere arrivato a tradurle a vista, e soprattutto a capire perché quegli autori, a differenza dei contemporanei, abbiano un senso solo se letti nell’idioma originale. Tuttavia sono egualmente convinto di aver digerito e assimilato appieno quello studio. Il greco e il latino mi sono entrati sottopelle, hanno strutturato la mia ossatura linguistica e definito la mia muscolatura argomentativa. Sono strumenti che una volta acquisiti diventano d’uso, anche quando non li coltivi e non li lubrifichi costantemente.

Se ti raccontassi però che in gioventù ho letto i classici con quel piacere di cui parlano Machiavelli e Montaigne, e che mi aspetto sempre dalla lettura, sarei un ipocrita. Forse malgrado l’impegno il livello di padronanza linguistica non era ancora sufficiente, o forse più semplicemente non mi è mai stato consentito, neppure all’Università, di dissociarli da un uso scolastico e punitivo (traduzione letterale, analisi logica, declinazioni, coniugazioni, periodo ipotetico e così via). È un discorso già fatto.

Qualcuno da amare, però, oltre che da tradurre e da analizzare linguisticamente, l’ho trovato lo stesso. Ti ho già raccontato di Orazio. Se non fosse un latino Orazio sarebbe un inglese, lo zio di Swift e di un sacco di altri scrittori che guardano con disincanto ed ironia al proprio tempo e alla condizione dell’uomo in generale. C’è un filo che corre lungo la letteratura, attraverso le epoche e le lingue, anche quella italiana, e che unisce ad esempio idealmente Orazio con Ariosto, con Leopardi, con Porta, con Calvino. È il filo del buon senso e di una razionalità un po’ scettica ma non fredda, umana e in fondo benevola, e Orazio ne tiene senz’altro un capo. Potrei dire che riassume il mio rapporto maturo con la classicità.

Senofonte ha rappresentato invece a suo tempo il tramite per un appassionato rapporto adolescenziale. Più di Omero, che mescolava uomini e divinità e mi rendeva piuttosto problematica l’identificazione, e meglio di Cesare, che raccontava l’eterno trionfo dell’organizzazione e della forza, l’“Anabasi” era sinonimo di avventura. Dopo i primi timidi assaggi scolastici in lingua originale sono corso a cercare la traduzione della BUR, e l’ho letta d’un fiato. Non aveva nulla da invidiare a “La pattuglia sperduta” e a “L’assedio delle sette frecce”, e addirittura forniva quello schema narrativo ben preciso – avanzata, scontro, ripiegamento tra agguati e diserzioni, arrivo in salvo dei superstiti – che trovavo ripetuto puntualmente nei miei film di culto, da “Passaggio a Nord-Ovest” a “Tamburi lontani”, a “Obiettivo Burma”. Del fatto che Senofonte avesse creato l’archetipo più diffuso nella narrazione letteraria o cinematografica d’avventura mi sono reso conto in verità solo più tardi, dopo la visione de ”I guerrieri della notte”: ma evidentemente a livello inconscio l’avevo già percepito al momento della scoperta ginnasiale.

Quella di Plutarco è stata al contrario una scoperta tardiva, nel senso che le poche letture scolastiche non mi avevano lasciato un gran segno. L’ho riaccostato di recente arrivandoci di sponda, alla ricerca di un modello narrativo per delle mini-biografie comparate, e sia pure con grande fatica, usando a fronte due vecchie traduzioni, ho finalmente assaporato l’essenzialità e la forza dello stile. Mi intriga, al di là delle singole vicende, il concetto di esemplarità, l’idea di fondo che una vita, almeno nella interpretazione che ne dà il biografo greco, si giustifichi di per sé, non abbia bisogno di riscatti storici o religiosi. Credo che finirò per tenere Plutarco, debitamente tradotto, sul comodino.

Ultimo, e poi chiudo, viene Apuleio. Ho scoperto “L’Asino d’oro” attorno ai sedici anni, anche questo in una vecchia traduzione della BUR. Nelle antologie scolastiche era a malapena citato, ma quel poco, la fama di mago del suo autore, la definizione di “romanzo picaresco”, non potevano non incuriosirmi. Abituato alle tirate retoriche o moralistiche di Quintiliano o di Seneca, quando ho letto l’esordio non credevo ai miei occhi: “Me ne andavo dunque in Tessaglia in sella ad un cavallo dal mantello candido…”. Era piena atmosfera peplum, quella dei film storici italiani degli anni cinquanta, con Steve Reeves che faceva di volta in volta il gladiatore, il console romano o lo schiavo fuggiasco. Anzi, era meglio, perché evitava anche quel linguaggio paludato che nei peplum si metteva in bocca persino ai plebei. Era divertimento allo stato puro, con avventurieri, bricconi, maghi, vagabondi, un’autentica storia on the road catapultata duemila anni addietro, con intermezzi di sesso esplicito impensabili nel cinema e nelle letture di quegli anni. Che Apuleio fosse, o si piccasse di essere, anche un filosofo l’ho scoperto solo diverso tempo dopo, così come il fatto che le trasformazioni del giovane Lucio erano la metafora di un percorso mistico neo-platonico. A me interessavano i percorsi reali, le strade della Tessaglia, i vicoli malfamati delle città e la loro fauna, nonché naturalmente le grazie della calda Fotide. Scoprivo che il mondo classico raccontatomi dalla scuola, tanto remoto da sembrarmi appartenere ad un altro pianeta, era solo la versione patinata: come se si volesse capire la realtà quotidiana di una classe dalla foto ufficiale di fine anno.

Non ho letto una sola riga di Apuleio in latino e credo che non lo farò mai. Ci sono cose che hanno un linguaggio universale, che mentre leggi traduci comunque in immagini mentali tue, quali che siano i termini usati e l’ordine in cui vengono disposti. Se vuoi capire “un” mondo particolare devi conoscerne e usarne la lingua: ma se vuoi reinterpretare a tuo modo “il” mondo, qualsiasi idioma va bene.

4) VIAGGI, SCALATE, ESPLORAZIONI

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!”

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc..), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Thesiger (“Sabbie arabe”), Dougty (“Arabia deserta”), Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

E adesso chiudiamo davvero, almeno per oggi. Come dici? Che a te non piace viaggiare, che stai benissimo qui, che non vuoi andartene più?

È quello che temevo.

Seconda giornata

 SAGGISTICA 1) La storia

Coraggio, Elisa. Hai dormito come un ghiro e stamattina ti sei scatenata in giardino. Sei pronta per la seconda tappa. Ora torniamo nello studio, volgendo però le spalle alla letteratura e al caminetto. In questo modo inquadreremo tutto il settore della saggistica, che occupa per intero con quattro scaffali la parete B e si allarga con altri tre sulle due ali. Volendo puoi metterti comoda sulla dondolo, preferibilmente senza dimenarti troppo, ma soprattutto senza quella faccia da funerale. Non staremo qui una settimana.

Vediamo intanto come muoverci. I libri che hai di fronte sono collocati secondo un ordine, che tuttavia esiste più nella mia testa che sugli scaffali: per evidenziarlo non posso seguire la semplice continuità spaziale, come ho fatto con la letteratura. Proverò invece a rievocare i passaggi che hanno dato corpo nel tempo ai diversi settori, e in questo modo alla fine dovrebbe saltare fuori un percorso logico, o quanto meno una direzione. Ci tufferemo pertanto ancora una volta all’indietro, ripescando nella memoria.

La memoria ci ha raccontato ieri di un ragazzino che nei libri cercava una via di fuga, la possibilità di vivere un’esistenza parallela. Questo l’hai capito anche tu. Ma non chiedermene il motivo, perché non lo so. Penso di aver trascorso un’infanzia normale: abitavo in un paesino tranquillo, la famiglia era unita e numerosa, non ero vessato da fratelli maggiori e ho goduto per un po’ di qualche privilegio. I problemi sono semmai venuti dopo, nell’adolescenza, quando già ero un lettore accanito. Quindi l’ambiente c’entrava poco, la spiegazione è riconducibile più probabilmente a una patologia caratteriale. Diciamo che sono un sognatore nato ma, tanto per complicare un po’ le cose, anche un sognatore atipico.

Non ho mai proiettato infatti i miei sogni in mondi totalmente fantastici: viaggiavo con la testa nelle nuvole, ma i piedi li tenevo poggiati su “questo” mondo. Devo essere stato sin da bambino un bel rompipalle (a qualcuno dovevi pur somigliare), perché a dispetto della natura visionaria inclinavo decisamente allo scetticismo e allo spirito critico. Ero più affascinato dai ricordi di guerra o di caccia degli zii che non dalle favole della nonna, e facevo il palato a quei racconti, con la conseguenza che pretendevo poi “realismo” e una certa plausibilità anche dalle prime letture: amavo le storie con cavalieri, segrete di castelli, foreste notturne e battaglie, mentre tutto ciò che implicava fate e incantesimi e animali parlanti disturbava la mia immagine del mondo, perché introduceva delle presenze e delle pratiche improbabili. Qualche anno dopo, ad esempio, ero l’unico tra i miei coetanei a non entusiasmarsi per le prodezze televisive di Lassie, Campione e Rintintin, così come non mi piacevano i fumetti dei supereroi americani. Volevo situazioni verosimili ed eroi umani, capaci di risolvere tutto con armi e abilità accessibili anche a me.

Da allora non sono cambiato granché (confermi?), salvo il progressivo e naturale slittamento indotto dall’età, che mi ha reso sempre meno sognatore e sempre più critico. Il fatto poi che oggi mi diverta più di te con i cartoons del Vilcoyote e che mi sia appassionato dopo i trent’anni alla saga degli hobbit non mi sembra in contraddizione. In questi casi si tratta infatti di mondi fondati su una struttura logica diversa ma perfettamente conseguente, come le geometrie non euclidee. Voglio dire che mentre gli incantesimi delle tue fiabe preferite stravolgono la realtà naturale, e poi è sempre necessario scioglierli per ripristinarla, Bip Bip da questa realtà prescinde totalmente, non viola nessuna legge della natura, semplicemente se ne fa un baffo. Quanto a “Il signore degli anelli”, suppone un universo così perfettamente congegnato e definito in ogni particolare, con spazi, storie e tempi perfettamente autonomi, che non puoi fare altro che svestirti dei tuoi abiti, dei tuoi ruoli, della tua storia personale, per calarti completamente in quell’altra dimensione: ma senza per questo rinunciare ad un ordine e a una logica. Soltanto, si tratta di un ordine e di una logica diversi. Si, è un po’ complicato, ma non è di questo che adesso dobbiamo occuparci.

Ciò che mi preme invece farti capire è che non sempre l’atteggiamento di cui ti parlavo è positivo. Lo spirito critico unito alla disposizione a sognare può dar luogo ad una miscela micidiale: non rinunci a sognare, ma non consenti mai ai tuoi sogni di decollare. E c’è di peggio: infatti chi si immerge totalmente nel fantastico, se non è un idiota (ed è pur vero che ce ne sono tanti), rimane in genere cosciente di viaggiare in un’altra dimensione, e dà per scontato che il mondo reale sia diverso e destinato a rimanere tale; mentre chi sogna sforzandosi di tenere gli occhi aperti rischia di confondere un po’ le cose, e talvolta ha la pretesa di far coincidere la realtà con la sua fantasia. Esatto, come faccio io: ma anche tu, credimi, stai venendo su bene.

In un primo momento comunque la mia pretesa era un’altra: volevo conoscere il più possibile delle epoche e dei mondi nei quali i racconti e le letture mi trasportavano. Negli ultimi anni delle elementari ho cominciato a ricevere qualche risposta dai “sussidiari” scolastici, e poi alle medie dai manuali di storia: ma non mi bastavano. Trascuravano particolari che per me erano invece determinanti (com’era morto Giovanni delle Bande Nere? che fucili avevano i garibaldini?) e per i quali dovevo rivolgermi ad altre fonti, alle raccolte di figurine, ai fumetti de “Il Vittorioso” o alle rievocazioni della “Domenica del Corriere”. Ho continuato così, sempre giocando d’anticipo sulla scuola e sempre facendo viaggiare i miei interessi storici a rimorchio delle suggestioni letterarie. Per storia intendevo in pratica ciò che intendi tu quando mi chiedi di raccontartene una: la pura e semplice narrazione degli avvenimenti, il racconto di quel che era successo, piuttosto che la spiegazione del perché. Volevo fatti, date e nomi, e nulla mi sembrava ad esempio più concreto di una battaglia o di una guerra. Credo sia una curiosità naturale per un quasi-adolescente: traduceva in una forma più “adulta” lo spirito dei giochi collettivi che inscenavamo nei boschi attorno al paese, e più ancora di quelli individuali, nei quali mi divertivo a ricostruire le manovre e gli scontri con stati maggiori di soldatini (ne avevo pochi) e truppe di grette a buon mercato. Privilegiavo quindi la storia militare, che si tirava poi appresso quella politica: in definitiva il tipo di impostazione che ha caratterizzato il racconto storico da Erodoto sino alla metà del ‘900.

Il risultato lo vedi nei due scaffali di centro. Storie generali, storie di particolari periodi, storie di nazioni, di popoli, di dinastie, di ordini monastici e cavallereschi, di repubbliche e dittature, di rivoluzioni e restaurazioni, e poi storie di conflitti, dalle guerre del Peloponneso a quella del Vietnam; e anche un sacco di atlanti storici. Occupano quindici ripiani, ed hanno appendici negli scaffali laterali con le biografie dei maggiori protagonisti, da Pericle a Hitler. Se il gusto per la storia è un carattere ereditario avrai di che sbizzarrirti. Sono acquisti distribuiti nell’arco di quarant’anni; alcune storie nazionali specifiche le ho aggiunte solo pochi mesi fa. Il nucleo, il grosso, è stato però assemblato nel primissimo periodo, e il criterio è rimasto sempre lo stesso: riempire tutti i vuoti possibili.

Se dovessi suggerirti un percorso qui in mezzo mi troverei in difficoltà. Trattandosi di storia l’ordine delle letture parrebbe imporsi automaticamente, ma so che non è quasi mai così. Si procede per simpatie, per interessi del momento, che possono essere dettati da un romanzo, da un film, qualche volta persino dalla scuola. Agli inizi, poi, si attinge molto più semplicemente da ciò che si ha a disposizione.

Il mio rito di passaggio, ad esempio, il salto di qualità che mi ha trasformato da simpatizzante in adepto delle discipline storiche, è avvenuto tramite la “Storia Universale” di Cesare Cantù. È una delle perle di questa biblioteca, dodici volumi rilegati con dorso in pelle e titoli in oro, editi a Napoli nel 1859, che si trovano nella vetrinetta laterale, quella dei libri d’antiquariato. L’ho avuta in regalo attorno ai tredici anni da uno dei tanti viceparroci che hanno attraversato la mia fanciullezza e la mia adolescenza, come compenso per l’attività di proiezionista che svolgevo nel cinema parrocchiale. Non ho idea da dove arrivasse, forse dalla biblioteca della canonica, o da quella del santuario della Rocchetta, e penso comunque che nel suo spirito di redistribuzione evangelica don Nanni sapesse bene quel che stava facendo, perché mai dono è stato più gradito ed azzeccato.

Nel mio percorso Cantù ha rappresentato per la storia l’equivalente di De Sanctis per la letteratura. Ho lasciato gli occhi su quelle migliaia di pagine: passavano in rassegna tutte le civiltà del presente e del passato, quelle almeno conosciute all’epoca, e anche se infarcite di lacune e forzature davano l’idea di un’erudizione mostruosa. Il linguaggio, poi, era talmente arcaico da evocare tutta la profondità dei tempi. In quell’oceano di fatti avevo finalmente la sensazione di poter pescare nel profondo, di aggirare le reticenze dei miei manuali scolastici.

Da questa lettura ho sicuramente contratto il gusto per i recessi, per quelle vicende e quei personaggi che la storiografia più rigorosa nemmeno cita. Cantù in queste cose ci sguazzava. Trattava con eguale disinvoltura dinastie egizie e ribelli caucasici, procedendo inarrestabile dall’antichità biblica ai giorni suoi, anche se oggi sospetto che in qualche caso inventasse di sana pianta. Immagino avesse letteralmente conquistato i suoi lettori tardoromantici: dava loro quello che volevano, esotismo, storie bizzarre, oscuri protagonisti, che era poi esattamente ciò che cercavo anch’io.

Quel gusto mi è rimasto, e mi ha probabilmente impedito di diventare uno storico “serio”. Ancora oggi mi elettrizzano vicende semisconosciute come quella di padre Boetti, un frate domenicano che arrivò verso la fine del ‘700, nelle vesti del profeta Al Mansur, a costituire un effimero impero nel Caucaso, fondando una nuova religione e trascinandosi dietro folle entusiaste: o quella dei Kazari, la tredicesima tribù di Israele, che nemmeno si sa bene se sia esistita o meno. Allo stesso modo ho sempre preferito i comprimari ai grandi protagonisti: parteggiavo per Aiace Telamonio invece che per Achille ai tempi della lettura scolastica dell’Iliade, molto prima di conoscere i Sepolcri, e non ho mai letto una biografia di Napoleone, mentre so tutto su Gordon Pascià.

Non devi dunque pensare che la curiosità per i fatti d’arme fosse dettata da una natura prepotente e rissosa, o da un latente spirito di rivalsa: non sarò un pacifista ad oltranza, non offro volentieri l’altra guancia, ma non sono nemmeno mai stato un fanatico delle uniformi e delle carneficine. Certi conflitti, come ad esempio la guerra dei Trent’anni, avevano cominciato a intrigarmi soltanto perché era difficile saperne qualcosa; su quella vicenda ho raccolto un numero di studi che sarebbe sufficiente per una ricerca professionale, semplicemente perché nel mio testo di storia del liceo era liquidata in quattro righe. A me trent’anni di guerra sembravano un’eternità, era il doppio del tempo che avevo vissuto prima di sentirne parlare, e mi chiedevo quali eventi terribili ed esaltanti potessero starci dentro.

L’interesse per la guerra dei Sette anni data invece dalla lettura de “L’ultimo dei Mohicani” e dalla visione di “Passaggio a Nord-Ovest”, il film con Spencer Tracy. Era naturale che ne rimanessi affascinato. In questi scaffali la trovi raccontata per dritto e per traverso, soprattutto la fase americana, ma se davvero volessi un giorno saperne di più ti consiglio di partire dagli inquadramenti storici che Hugo Pratt premette ai suoi fumetti e, naturalmente, dalle sue storie e dai suoi disegni. Per me è entrata nell’epos, come l’Iliade o la guerra dei Sette contro Tebe.

C’erano infine le guerre “servili”, dalla rivolta di Spartaco alla guerra tedesca dei contadini, tutte accomunate da un esito disastroso per i rivoltosi. Non era tanto la componente di rivendicazione sociale a motivarmi, anche se indubbiamente l’idea degli oppressi che si sollevano mi entusiasmava, quanto l’ammirazione per una sfida disperata, portata contro avversari che avevano tutti i vantaggi e le probabilità di vittoria. L’interpretazione politica è arrivata dopo, come avremo modo di vedere, ma non ha mai scalzato la priorità dei fattori umani, del coraggio, dell’altruismo e della lealtà verso i compagni.

A dispetto della tua natura bellicosa dubito che le guerre o le vicende diplomatiche ti interesseranno molto. Il gradimento degli studenti per la storia è decisamente in calo. Volendo avresti tuttavia l’opportunità di scoprire come si possono raccontare la guerra dei Cento anni, il primo conflitto mondiale o la diplomazia della Restaurazione rendendoli più appassionanti di un romanzo, senza per questo sacrificare nulla dell’esattezza. Quando avrai terminato di leggere tutto il ciclo di Harry Potter, e a questi ritmi ci vorranno anni, quindi sarai nell’età giusta, tenterò di farti immergere in “Uno specchio lontano” o ne “I cannoni d’agosto”, di Barbara Tuchman. Esatto, una donna, che sa raccontare l’orrore della guerra proprio perché la detesta.

Le civiltà extraeuropee

L’interesse per le civiltà extraeuropee è nato allo stesso modo, da una insoddisfazione scolastica. Fino a qualche anno fa l’attenzione dei manuali per questo argomento era praticamente pari a zero. Raccontavano qualcosa sull’India, sulla Cina o sull’Africa solo in funzione del loro rapporto con l’Occidente. Che queste aree avessero visto prosperare civiltà sotto molti aspetti più avanzate della nostra sembrava un dato di scarsa importanza.

Ogni nuova scoperta in questo senso, proveniente dalla letteratura, dal cinema o dai fumetti (ma anche dalla televisione, dai telefilm mai più rivisti di “Jim della Jungla” o dei “Lancieri del Bengala”) apriva quindi spazi sconosciuti, che esigevano immediate esplorazioni. Per intanto mi costruivo delle mappe mentali accurate e minuziose, che spesso diventavano mappe cartacee vere e proprie, come quelle che ancora oggi disegno con te, con tanto di rosa dei venti e di bordi sfrangiati: poi, appena possibile, andavo a verificarle nel confronto con altre letture e con i testi storici, fino a che col tempo, passando attraverso motivazioni diverse, questo interesse è diventato dominante. Sono stato un cacciatore di suggestioni esotiche, poi un terzomondista piuttosto tiepido, e oggi coltivo il rimpianto coscientemente reazionario per un mondo nel quale le culture erano ancora tante e ben distinte. Una buona metà dei testi che trovi nel settore Storia riguarda infatti i popoli extraeuropei e le vicende del colonialismo, e possiamo aggiungere tutti quelli del settore Antropologia ed Etnologia, e la maggioranza di quelli del settore Viaggi ed Esplorazioni.

Scegliere tra questi titoli è anche più difficile che per la storia generale; a me sembrano tutti egualmente importanti, dipende da quel che si sta cercando. Se un giorno ad esempio vorrai godere di una prospettiva inedita sulla storia dell’Africa devi cercarla in opere come “Regni africani” di Lucy Mair o “L’antico regno del Congo” di W.G. Randles. Scoprirai che fino a quando non sono arrivati gli occidentali a mandare tutto all’aria in quel continente prosperavano forme originali di organizzazione economica, istituzioni, consuetudini sociali, che non sempre erano il massimo, ma almeno funzionavano. I documentari che passano in tivù ti hanno invece abituata a considerare l’Africa come una specie di paradiso degli animali e di inferno degli umani, con zebre ed elefanti e bambini scheletrici mangiati dalle mosche, e l’unica idea che puoi esserti fatta è quella di popoli che hanno perso il treno della storia e si trascinano mendicando gli aiuti umanitari. Non c’è dubbio che oggi la situazione sia questa, ma lo è per ragioni ben precise, la più importante delle quali è che quelle popolazioni sono state tirate a forza dentro un modello di sviluppo che non apparteneva loro e non era compatibile né con il loro ambiente né con il loro modo di concepire la vita e il mondo.

So di entrare in argomenti troppo complessi per la tua età, ma non importa; avrai tempo a tornarci su e a capire un’altra volta. Io li butto lì, e spero che un giorno ne germoglierà qualcosa. Anzi, ti segnalo anche un paradosso che ci consentirà di fare qualche riflessione su come si racconta la storia. Il paradosso sta nel fatto che, pur essendo opera di studiosi europei, i testi che ti ho segnalato colgono l’aspetto di fondo del problema molto meglio di quelli degli storici africani (ad esempio Hosea Jaffe per l’Africa meridionale ed Endre Sik per quella centrale). Vedo che la cosa non ti turba particolarmente: se le cose stanno in questo modo, ti stai dicendo, basta leggere i primi anziché i secondi. Invece non è così semplice. Secondo la logica, per sapere come è andata veramente in quel continente non dovrebbe esserci nulla di meglio che ricorrere ad uno sguardo “africano”, assumere cioè il punto di vista di chi è stato vittima degli eventi. Sono rimasto a lungo convinto della necessità di questo tipo di approccio, e la presenza di tanti prodotti della giovane storiografia africana sta a dimostrarlo. Col tempo ho dovuto però cambiare idea: ho realizzato che spesso questo punto di vista finisce per essere ancor più distorcente di quello occidentale.

Mi spiego: gli storici africani tendono a dimostrare che uno sviluppo “moderno” dell’Africa era già in atto ed è stato bloccato dal colonialismo, vale a dire che l’Africa era in corsa verso il modello sociale ed economico che poi è risultato vincente, ed è stata proditoriamente fermata. Questo atteggiamento nasce, a mio giudizio, non da un sentimento di fierezza, ma una sorta di complesso di inferiorità che gli intellettuali africani formatisi nelle scuole europee non potevano non maturare, ed è viziato alla base dalla volontà di cercare il riscatto nel confronto potenziale con l’Occidente, piuttosto che nel recupero di valori e percorsi autonomi.

Riflessione: non sempre il giusto risentimento degli oppressi e degli sconfitti è garanzia di una valutazione obiettiva, sul piano storico. Anzi, a dire il vero non lo è quasi mai. Quindi, un conto è comprendere le ragioni di una particolare interpretazione, altra cosa è assumere quest’ultima a verità legittimandola emotivamente.

Questi libri ti aiuteranno a capirlo, se vorrai: stanno nello scaffale centrale, in alto, assieme a testi classici come “Madre nera” di Davidson, sul commercio degli schiavi, o alla “Storia delle civiltà africane” di Frobenius, e alle opere della giovane storiografia africana.

Sotto c’è invece un intero ripiano consacrato all’Asia. Se ti avvicini e scorri i titoli ti renderai conto che la parte del leone la fanno l’India e la Cina, soprattutto la seconda. La cosa è giustificata dal peso demografico, oltre che culturale, di questi due paesi, ma torna anche il discorso di quanto valgano le simpatie, magari assolutamente irrazionali, nel determinare gli interessi. La storia giapponese è ad esempio scarsamente rappresentata, perché quella cultura non mi ha mai attratto in modo particolare, se non per la pittura di Hiroshige e Hokusai e per il culto religioso delle montagne. Quando ho provato a leggere Mishima l’ho sentito lontanissimo, non reggo il teatro Kabuki e quello No e arrivo all’intolleranza violenta nei confronti dei cartoni animati e dei manga. Provo in generale la sensazione di un formalismo vuoto, ma talmente radicato da essere divenuto sostanza. Per capirci, ho l’impressione che per un giapponese non sia importante il perché fare una cosa, quanto piuttosto farla bene. Questo non c’entra nulla con la storia, ma vale probabilmente a spiegare la mia scarsa disponibilità di testi sulla storia giapponese.

Ho problemi di sintonia anche nei confronti della mentalità cinese, ma il rapporto è diverso; l’ interesse è stimolato in questo caso dall’incredibile sequela di movimenti di rivolta che caratterizzano la storia della Cina, o dal contrasto tra il livello delle conoscenze e delle abilità scientifiche e tecnologiche raggiunto e la scarsa propensione alle innovazioni. Probabilmente però quello che soprattutto mi intriga è l’immensità e varietà territoriale, l’idea di un paese nel quale puoi trovare la cima più alta e la depressione più profonda della terra, e il fatto che pur essendo abitata da un miliardo e mezzo di persone, un quarto dell’umanità, risulta ancora in qualche modo una terra sconosciuta, una macchia bianca nel nostro atlante.

Non è dunque un caso se trovi qui tutta una serie di libri sulle società segrete e sulle rivolte (“Le società segrete in Cina”, “La rivolta dei Tai-Ping”, “La rivolta dei Boxer”, “La tragedia della rivoluzione cinese 1925-27”, ecc), e accanto ad essi quelli di Needham sulla scienza e sulla medicina cinese. Anche su queste curiosità hanno indubbiamente influito la letteratura e i film: la lettura adolescenziale dello straordinario “Tribolazioni di un cinese in Cina”, di Verne, e più tardi quella de “La condizione umana” e de “I conquistatori” di Malraux, nonché la visione, sempre nella prima adolescenza, di “Cinquantacinque giorni a Pechino”.

Non troverai invece studi specifici sulle misteriose sette dell’India, sui Tughs, per intenderci: preferisco conservarli nella memoria come me li ha raccontati Salgari, con i templi sotterranei ai quali si accede dagli alberi cavi. In compenso ci sono diversi testi sulle tappe della conquista e sull’organizzazione del dominio inglese, e naturalmente sulla lunga e tormentata marcia verso l’indipendenza. Mi fa però uno strano effetto leggere resoconti attuali sulla situazione indiana. Non riconosco più quel mondo. L’ho conosciuto attraverso Salgari, che non l’aveva mai visto, e soprattutto attraverso Kipling, che lo vedeva con gli occhi del sahib, e non c’è verso: la mia India è rimasta quella.

A differenza che per l’Africa, non possiedo studi di autori asiatici sulla storia del loro continente (tranne un classico, forse un po’ datato, di Kavalam Panikkar sulla “Storia della dominazione europea in Asia”). È senz’altro una lacuna mia, ma ho l’impressione che sia anche la situazione a presentarsi diversa. Nel caso dell’Africa infatti abbiamo un paio di generazioni di studiosi che si sono formati nelle università europee, inglesi e francesi soprattutto, ed hanno adottato un modello occidentale di interpretazione storica. La stessa cosa non è avvenuta per gli asiatici, che disponendo di scuole proprie e di una originale tradizione di scrittura della storia hanno conservato almeno in parte i loro modelli e criteri particolari. Quindi è probabile ci siano un sacco di storici asiatici, ma difficilmente vengono tradotti e diffusi in occidente, perché la loro impostazione, i loro metodi, il concetto stesso che hanno di storia non sempre sono compatibili con i nostri schemi. In altre parole, la storia che io ho studiato, e che tu studierai, è molto diversa da quella che conoscono o conosceranno i nostri rispettivi coetanei cinesi o giapponesi.

Il che ci conduce ad una ulteriore riflessione: quando si parla di storia occorre tenere presente che si tratta in realtà di una categoria eminentemente occidentale. E ancora: il concetto di storia, nell’accezione che comunemente oggi ne diamo, è entrato solo di recente anche nella cultura dell’occidente. Parlare di storia significa quindi parlare di una particolare concezione del tempo e degli eventi che lo abitano, che non è affatto uguale per tutti i popoli e per tutte le civiltà, e varia nelle diverse epoche.

Sono riflessioni, beninteso, che nascono da una consuetudine con l’argomento poco più che dilettantesca, e quindi valgono come un discorso da bar. Ma te le ho comunicate, anche se so che ti è ancora impossibile seguirmi, per farti capire che la lettura storica non va affrontata solo con buona volontà e curiosità, non è così asettica come potrebbe sembrare: necessita di strumenti appropriati e non facili da acquisire, di capacità di discernimento, di interpretazione e di collocazione. Quando si legge un testo storico occorre aver sempre la consapevolezza che quello che leggiamo non è la storia, ma il racconto della storia, fatto da uomini che sono motivati dalle ragioni e dalle finalità più diverse: e ancora, che quel racconto non è mai definitivo, ma costantemente aperto a nuove interpretazioni, e che nuove significa qualche volta più veritiere, ma altre volte no. Insomma, ciò che leggiamo va filtrato con una giusta dose di buon senso, di umiltà e di conoscenza. E bada che è meno ovvio di quanto sembri: io ho impiegato un sacco di tempo a capirlo davvero, a difendermi dalla riverenza e dalla suggestione di autorità che un testo storico induce, e ti garantisco che le sorprese ancora oggi non mi mancano.

Il problema di una incompatibilità delle letture non esiste in compenso per la storia americana. In questo caso abbiamo infatti solo le versioni dei vincitori, che magari negli ultimi tempi hanno recuperato anche le voci degli sconfitti, ma integrandole in un modello interpretativo collaudato. Lo spazio riservato in questi scaffali al continente americano è decisamente ampio. Ci sono soprattutto testi sulle civiltà precolombiane, sulle vicende della conquista spagnola e portoghese e sulla colonizzazione del Nord, perché la storia coloniale americana è un argomento attorno al quale ho lavorato parecchio. Rispetto a quanto è accaduto in Africa qui le vicende sono più conosciute, ma si tratta in genere di una conoscenza superficiale. È diffusa ad esempio l’idea di uno sterminio totale, di un continente desertificato dai conquistadores, il che, una volta espressa la dovuta esecrazione per costoro e tanta pietà per i vinti, in qualche modo autorizza considerare chiuso il capitolo delle popolazioni amerindiane. La realtà è ben diversa, e se vorrai capire perché l’America latina sia così instabile dovrai tenere presente che ha continuato ad esistere uno strato di popolazione, quello più consistente, assoggettata, sfruttata e tenuta fuori dalla storia da quell’altro, quello che la storia la faceva e la scriveva.

La storia sociale

Siamo passati dunque dalla storia delle guerre a quella delle conquiste, e poi a quella dei popoli conquistati. A questo punto abbiamo in mano il bandolo dal quale prendere le mosse: è chiaro che la storia è all’origine ed è rimasta al centro di tutti i miei interessi, ma anche che nel corso degli anni questi interessi hanno assunto direzioni e significati decisamente diversi.

Per forza, mi dirai: per quanto uno ami giocare coi soldatini e inscenare battaglie e parate, se proprio non è un idiota prima o poi dovrebbe cominciare a rendersi conto di quale sia la realtà della guerra. Dovrebbe capire che i buoni non schivano le pallottole e non vengono colpiti solo di striscio, e che dietro ad ogni eroe che torna vittorioso ci sono un sacco di poveri cristi che non tornano affatto, e che avrebbero anche fatto a meno di partire. In effetti è stato così. Ad un certo punto, essendo portato per natura e per educazione letteraria alla simpatia per gli sconfitti, e aiutato magari dalla visione di “Orizzonti di gloria” o dalla lettura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’ho capito anch’io. Mentre andavo accumulando testi su testi di racconto dei “fatti” ho cominciato a percepire il quadro storico come una tabella dei massacri, a passarlo ai raggi X e a scoprire le infinite metastasi dell’ingiustizia e della sopraffazione.

Stai sorridendo. Vedo che il mio accaloramento nel parlare di queste cose ti diverte. È vero, non è molto “scientifico”. Ma è difficile mantenere un atteggiamento neutrale sapendo quali e quanti orrori sono descritti in quei libri. Il distacco interpretativo è un conto, ma la non partecipazione mi sembrerebbe addirittura inumana. Forse è davvero ora di staccarci per un momento da questi scaffali, e di abbozzare un primissimo bilancio.

È piuttosto difficile da spiegare. Hai presente quel gioco che facevamo qualche anno fa, quando costruivamo un’immagine riempiendo uno spazio regolare, un quadrato, un rettangolo o un cerchio, con tante lineette verticali, tutte uguali e tutte perfettamente allineate in righe successive? Se l’allineamento era totale si otteneva un’immagine statica, mentre era sufficiente spostare una lineetta, al centro o di lato, mettendola in obliquo, perché l’insieme paresse muoversi, ruotare su se stesso, e risultasse comunque completamente squilibrato.

L’impressione è quella. La storia dell’umanità appare come un repertorio di massacri, carneficine, ingiustizie, che vengono ricordati perché si notano, costituiscono l’anomalia, e sono perpetrati da una parte infinitesimale degli uomini, ma ricadono su tutti, creando una squilibrio generale. La stragrande maggioranza degli umani vivrebbe in pace, ma è trascinata dagli egoismi, dalle ambizioni, dalla cattiveria vera e propria o dalla semplice stupidità di una minoranza in un inferno di sopraffazione e di orrori. Come in un castello di carte, è sufficiente che se ne muova una per fare crollare tutto.

Questo a mio giudizio non ha nulla a che vedere con le leggi della sopravvivenza, con le leggi naturali. E nemmeno può essere letto, come fa qualcuno, come il motore primario dello sviluppo della civiltà (quello per capirci che mette in moto tutto il quadro, che altrimenti rimarrebbe statico). L’umanità avrebbe già di per sé un sacco di problemi da affrontare e da risolvere nel suo rapporto con la natura, non avrebbe bisogno dei conflitti per essere stimolata a “migliorarsi”. Il conflitto, nella misura in cui va oltre quella che può essere considerata lotta per la sopravvivenza (che esiste in tutto il regno animale e vegetale), è un “disvalore aggiunto”, uno specifico umano che fa pensare talvolta che l’uomo sia davvero solo un tragico errore della selezione naturale. Su queste cose torneremo. Per ora mettiamo fine della parentesi e torniamo alla lettura ai raggi X.

La “radiografia” della storia è quel procedimento d’indagine che ce ne mostra gli aspetti meno superficiali e appariscenti. Quando è prevalentemente descrittivo, e si occupa ad esempio degli aspetti della produzione, dell’alimentazione e della cultura materiale, si chiama “storia della quotidianità”, mentre quando interpreta le persistenze e le trasformazioni prende il nome di “storia sociale”. Tutti i testi di autori francesi che trovi nei ripiani della storia medioevale e moderna, Bloch, Duby, Le Goff e compagnia, applicano questa modalità di lettura. L’hanno inventata loro. Gli inglesi e gli americani sono invece più portati ai grandi affreschi e agli eventi epocali, crociate e invasioni, i tedeschi alle biografie e agli studi sulle classi dominanti.

Poco alla volta, leggendo questi testi e adottando questo “sguardo”, ho spostato il mio interesse dai cavalieri ai contadini e agli artigiani, e poi agli operai; a quelle insomma che vengono definite classi subalterne, che lavorano per gli altri dietro le quinte della storia, che subiscono sempre, siano dalla parte dei perdenti o dei vincitori, e non hanno nemmeno il riscatto della memoria. Ho letto libri sulla schiavitù nel mondo antico, sui servi della gleba nel medioevo e sui proletari nell’età industriale, trovando conferma che tutti, in un modo o nell’altro, avevano cercato di scrivere una propria storia, di ribellarsi alle diseguaglianze e all’ingiustizia sociale. Era chiaramente questa parte, quella che rompeva la quotidianità dello sfruttamento, ad interessarmi.

Queste letture sono arrivate con l’inizio della frequentazione universitaria, quindi ad un certo livello di maturazione, ma si depositavano su un sostrato confuso, nel quale gli eroi di Plutarco convivevano con gli avventurieri di Salgari, gli orfanelli di Dickens con i giustizieri del West. Per molti aspetti non ero che un adolescente un po’ in ritardo, che si indignava perché nella storia reale i torti quasi mai vengono raddrizzati: e ognuno di questi torti lo vivevo come fosse stato fatto a me. Non credo le cose stiano ancora così – non mi riferisco all’ingiustizia, quella è sempre tale – che cioè gli adolescenti di oggi la mettano giù allo stesso modo: mi sembrano invece piuttosto rassegnati a convivere con le brutture del mondo, e soprattutto molto annoiati. Io almeno non mi annoiavo: avevo il mio daffare ad aggiornare l’elenco dei ribelli e andavo scoprendo gli utopisti. Era una storia iniziata con lo zio Tom, se ricordi, ed era poi passata attraverso Sandokan e London, per approdare infine a Spartaco e a Thomas Münzer. Ora però la passione per i ribelli stava diventando adulta: era arrivato il tempo dei rivoluzionari.

Come gli altri della mia generazione (loro però sembrava avessero già letto tutti il Capitale) a vent’anni avevo idee molto approssimative sulla dinamica dello scontro di classe e dello sfruttamento. In realtà non mi ponevo nemmeno seriamente la domanda (come ovviare all’ingiustizia?), convinto com’ero di conoscere già la risposta. Non c’erano santi: il nemico era il sistema capitalistico, il mezzo la rivoluzione, il fine una società egualitaria, o quantomeno più equa.

Per trarre queste conclusioni non avevo avuto bisogno di leggere né il Capitale né altro, mi bastava vedere in che stato tornava mio padre da una giornata di lavoro e sapere quanto gli costava permettermi di studiare; ma anche confrontare la mia situazione con quella dei miei compagni del Liceo, che invidiavo e disprezzavo ad un tempo. La coscienza di classe nasce in questo modo, si alimenta dell’esclusione più che del senso di appartenenza. Il resto, i testi che ti spiegano che è stato così sempre, ma da domani non lo sarà più, possono solo offrirti conforto e darti delle conferme. Quando scopri che non sei il solo a sentirti così pensi di poter unire la tua rabbia a quella degli altri e tradurla in azione. Almeno fino a quando non ti accorgi che tutti quelli che hanno teorizzato queste cose non provenivano dalla tua classe sociale, ma da quella dei tuoi compagni di liceo.

Comunque, questo spiega l’allargamento di interesse verso la storia sociale, e ci porta un altro po’ avanti col nostro filo. Ci sono, a lato degli scaffali riservati alla storia, almeno quattro ripiani interamente dedicati alla letteratura politica “rivoluzionaria”, da Marx a Kropotkin, da Gramsci ai Situazionisti: una parte di questa letteratura la trovi là in alto, confinata in una posizione di margine, mentre un’altra è invece qui in basso, ben visibile. Il perché di questa consistente presenza già lo sai, quello delle differenti collocazioni vedo ora di spiegartelo.

Per farlo devo aprire un’ennesima parentesi: ma ormai ti è chiaro che la biblioteca rappresenta solo un pretesto per raccontare altro. La mia maturazione politica ha coinciso con l’esplodere di un periodo piuttosto caotico, quegli anni della contestazione che sono poi passati direttamente nella leggenda, volutamente coltivata dai protagonisti. In sostanza la mia generazione, quella nata nell’immediato dopoguerra, ha avuto la percezione che tutto ciò per cui sembravano lottare i suoi padri, una sicurezza economica e un po’ di benessere, casa, macchina, lavatrice, non fosse sufficiente a giustificare l’esistenza, e soprattutto non fosse compatibile con il persistere di differenze sociali ed economiche che anziché ridursi andavano aumentando.

La contestazione dei valori della generazione precedente non era in sé una novità; ad ogni ricambio generazionale i figli ripudiano i padri, ed io e te stiamo già adesso costantemente a litigare su come ti comporti e come ti dovresti comportare. La novità era invece nel carattere “globale”, nel fatto cioè che fossero coinvolte nello stesso tipo di rifiuto tutte le classi sociali, i figli dei proletari accanto a quelli dei borghesi o dei padroni – e già questo avrebbe dovuto suscitare qualche diffidenza, sia sulla reale coesione dello schieramento contestatore che sulla reale consistenza degli obiettivi. Questa apparente unità di intenti era resa possibile dal fatto che per la prima volta in teoria tutti quanti potevano accedere agli stessi livelli di istruzione, e sembravano avere garantita almeno un’accettabile sopravvivenza.

Ora non sto qui a farti la storia di quegli anni, ne esistono già troppe, e se ti interessa puoi leggertela nei due libri di Ginsborg (“Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi” e “L’Italia del tempo presente”) o in altri testi sull’Italia contemporanea e sul Sessantotto che trovi lì in basso: ti basti sapere come li ho vissuti io, in bilico continuo tra la voglia di partecipare a manifestazioni, occupazioni, assemblee e tutto il folklore dell’epoca, e una sensazione di marcata estraneità nei confronti degli slogan, delle parole d’ordine, delle citazioni di Lenin e dei libretti rossi che vedevo sventolare. Ce la mettevo tutta per credere che con la rivoluzione mondiale e l’avvento del socialismo le cose sarebbero andate meglio, ma quando mi guardavo attorno e consideravo che il socialismo avrei dovuto farlo con “quelli”, beh, ti confesso che mi cadevano le braccia. Può sembrare presunzione, ma io preferisco considerarlo buon senso pratico: a dispetto della mia natura di sognatore credo di aver ereditato da tuo nonno almeno la capacità di valutare la credibilità e l’affidabilità della gente, con una certa tendenza al negativo.

Ecco allora come si spiegano le diverse collocazioni. Da un lato, anzi, lassù, ci sono i testi sacri, i libri canonici della dottrina rivoluzionaria: si va da Marx – tutto, da solo o in coppia con Engels, compreso naturalmente “Il Capitale”, nell’edizione più economica che mai sia apparsa, stampata in anastatica con doppia facciata: in pratica ad apertura di pagina ti trovi davanti quattro facciate, il che scoraggerebbe alla lettura anche il miglior intenzionato (e infatti…) – dall’opera omnia di Marx, dicevo, alle opere scelte di Lenin nell’edizione moscovita, quelle che vendevano sottocosto nei festival dell’Unità, ben rilegate ma tradotte in un italiano pittoresco, fino agli scritti di Trotzki e addirittura di Labriola, di Kautsky e di Lu Hsun. E poi i “Quaderni del Carcere” di Gramsci. Non ci sono invece, e soprattutto non ci sono mai stati, gli scritti di Stalin o quelli di Mao. Questi libri stanno a testimoniare che la volontà di credere c’era, così come una certa serietà nell’andare direttamente alle fonti, e lo dico senza vergognarmene e senza liquidare il tutto come ingenuità giovanile.

La sociologia

Che lo sforzo fosse serio lo confermano i volumi di Storia delle dottrine e dei movimenti politici che riempiono un intero spazio a fianco dei precedenti, ma più ancora quelli di Sociologia che stanno immediatamente sotto. Ci sono tutti i maestri di questa disciplina, appartenenti alle più diverse scuole di pensiero, da Durkheim a Weber, da Tonnies a Wright Mills e a Parson, nonché alcuni veri e propri capisaldi del mio personalissimo itinerario di coscienza socio-politica. Primo tra tutti, e direi anche insuperato, rimane “La teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, una lettura che ha profondamente inciso sulla mia formazione, offrendomi una spiegazione del perché si porti la cravatta e del come la cultura possa essere un consumo vistoso. Credo davvero che Veblen sia tra gli autori che mi hanno cambiato la vita: ha fatto nascere in me la passione per la sociologia, che in quanto disciplina di studio è rimasta poi confinata agli anni universitari, ma ha modellato il mio modo di percepire e di inquadrare ogni tipo di evento e di fenomeno, fornendomi degli schemi che applico automaticamente ancora oggi. E inoltre, non ho mai più portato la cravatta.

Devo dire che all’epoca chiedevo alla sociologia qualcosa di più degli schemi: chiedevo delle risposte, nella convinzione che i problemi dell’umanità fossero frutto semplicemente di una cattiva organizzazione sociale, e che sarebbe stato possibile risolverli individuando i modelli e i comportamenti sociali più giusti. Non ero il solo: gli anni sessanta-settanta hanno fatto registrare un boom degli studi sociologici e una polluzione delle facoltà universitarie di sociologia, dalle quali tra l’altro era partita la contestazione del Maggio francese e doveva uscire la maggior parte degli ideologi delle Brigate Rosse. L’equivoco mio, di confondere degli strumenti di studio per i fondamenti di una dottrina, era dunque comune un po’ a tutti.

Vedi quella serie di volumi, quasi tutti dell’Einaudi, che occupa un intero ripiano alle spalle della scrivania? Sono tutti autori collegati in qualche modo alla Scuola di Francoforte, o studi sulla scuola stessa. Si va da Adorno a Horkeimer, a Benjamin, a Marcuse, a Lowenthal, tutti nomi in auge fino ad una ventina di anni fa, che hanno prodotto analisi fondamentali della società contemporanea e della modernità in genere, ma hanno goduto di grande fama solo fino a quando sono stati travisati. Adorno, ad esempio, nella “Dialettica dell’illuminismo” critica a fondo i presupposti della società borghese, ma non certo in nome di un suo superamento rivoluzionario. Nel sessantotto prendeva ad ombrellate i contestatori che andavano a chiedergli lumi. Ciò che i francofortesi evidenziavano era il progressivo slittamento verso l’uniformazione delle idee, dei gusti, delle aspettative, dei comportamenti (“L’uomo a una dimensione”, di Marcuse), ciò che denunciavano erano i rischi di una democrazia nella quale l’omologazione si andava sostituendo al consenso, capitalistica o socialista che fosse. Forse dovrei rileggerli tutti con calma, invece di darli per scontati.

Utopisti ed eterodossi

Il fatto che le testimonianze di questo impegno ci guardino impolverate di lassù è comunque sintomatico: dalle aspettative di redenzione allargate a tutta l’umanità ho ben presto ripiegato su speranze di riscatto più modeste e più compatibili con la mia natura, quelle ristrette ai singoli individui.

Mi riferisco a questi ripiani più bassi, dove trovi la storia e la letteratura dell’anarchismo, inteso in senso molto lato, a comprendere tutti coloro che hanno pensato “contro” tenendosi al di fuori dell’ortodossia social-comunista. Qui ci sono quelli “storici”, da Goodwin a Bakunin, a Kropotkin soprattutto, su su fino a Malatesta, a Camillo Berneri e a Bookchin. Qui sotto invece stanno tutti gli altri irregolari del pensiero di sinistra, da Pisacane fino a Castoriadis e a Krippendorf. La simpatia per gli anarchici non implica che condividessi in pieno la loro analisi politica e il loro progetto (sempre che di un progetto si possa parlare). C’entra piuttosto, ancora e sempre, la simpatia per i perdenti, non fosse altro perché non avendo mai vinto non hanno mai potuto tradurre in “anarchismo reale” il loro sogno, e quindi farne un incubo: e c’entra soprattutto quel margine ampio concesso all’individualità al quale non ho mai saputo rinunciare. Solidale si, ma solitario, come dice Camus.

Della vicenda dell’anarchismo mi hanno in sostanza intrigato sempre più la personalità e le disavventure dei singoli che non gli esiti del pensiero (tranne nel caso di Kropotkin). Forse non ho sufficiente fiducia negli uomini per pensare che possano convivere senza una qualche autorità a tenerli buoni, anche se ritengo che debba comunque essere questo l’obiettivo di una educazione e di una crescita politica. Ma, ripeto, ad affascinarmi sono personalità come quella di Amilcare Cipriani, che esce dal carcere dopo otto anni di segregazione, inscena una manifestazione politica e torna in galera nella giornata stessa. Oppure episodi come quello del congresso di Vallombrosa, con i delegati che scappano da Firenze, dove sono braccati, provano a riunirsi a Scandicci, dove vengono immediatamente rintracciati, si spostano a Vallombrosa, dove la polizia fa irruzione nella locanda che li ospita, e tengono infine la loro assemblea, i pochi rimasti, nei boschi, a Novembre, per due giorni sotto un diluvio continuo. Lo capisci anche tu che non posso non sentirmi anarchico.

Nei quattro ripiani centrali, dal lato opposto, trovi infine le propaggini laterali di questo percorso, quelle che si sono sviluppate a destra e a sinistra. Uno è occupato per intero dai classici della letteratura utopistica, da Moro (Tommaso!) a Cyrano, a Etienne Cabet, a Butler (e ci sono anche le distopie, come “1984”, “Farheneit 451” e “Il mondo nuovo” di Huxley), e un altro da decine di saggi che trattano l’argomento per dritto e per traverso (almeno quattro “Storia dell’Utopia”, tre “L’Utopia”, e poi “I luoghi dell’utopia”, “Spirito dell’Utopia”, “Utopia e socialismo”, “Utopia e illuminismo”, “Utopia e Civilizzazione” e via di questo passo). Raccontano di un interesse quasi maniacale, protrattosi per tutta una vita.

Quella con i creatori di visioni utopiche era evidentemente un’affinità elettiva, per un ragazzo dalle caratteristiche di sensibilità (o suscettibilità?) sociale e, diciamolo, di immaturità qual ero io. Ho cominciato ad appassionarmi ai mondi utopici, alle società “possibili” sin da bambino. Credo ci fosse anche lo zampino di “Orizzonti perduti”, che avevo visto al cinema parrocchiale prima ancora dell’età scolare. Col tempo mi si è sviluppata un’antenna speciale, un sensore che si attivava immediatamente nei confronti di tutto ciò che avesse un vago sembiante di utopia, compresi i mondi arcadici di Virgilio o le repubbliche dei filosofi greci. Ho continuato a raccogliere materiale per quasi quarant’anni, coltivando il sogno di scrivere un giorno pagine definitive sull’argomento. Adesso vado avanti per inerzia, come penso accada prima o poi ad ogni collezionista. Ho partorito un paio di striminziti articoletti sul tema, e mi sembra di non aver altro da dire.

L’interesse nei confronti della letteratura utopistica ha assunto infatti poco alla volta un significato diverso: ho cominciato intanto a realizzare che di utopie, appunto, si trattava, quindi di ipotesi campate letteralmente per aria, e poi che forse quei mondi possibili non erano così auspicabili come inizialmente avevo creduto. Ho finito per leggere la letteratura utopistica come la spia di un certo sviluppo della modernità, quello che si risolve in massificazione e annullamento dell’individualità. Il che non significa che oggi non ci sia, e forse più che mai, bisogno di utopie. Soltanto, occorre riconsiderarne il significato: la meta degli utopisti “classici” era una società perfetta capace di rendere migliori gli uomini, la nostra dovrebbe essere quella di uomini migliori capaci di rendere più vivibile la società. E per ottenere questo risultato non si devono rincorrere modelli di società ideali, ma riscoprire e riproporre le figure e il pensiero di uomini esemplari.

Per esempio, quelle che vedi nel ripiano a fianco sono le opere e le biografie degli esponenti del pensiero liberal-democratico o liberal-sociale, da Benjamin Constant ai fratelli Rosselli e agli altri esponenti dell’antifascismo democratico, principalmente quelli di “Giustizia e Libertà”. Quanto ad esemplarità, non hanno nulla da invidiare alle figure più limpide dell’anarchismo, rispetto alle quali possono vantare senz’altro un maggiore realismo nell’analisi e nella progettualità politica. Non godono di una grossa popolarità nel dibattito (si fa per dire) politico odierno, né a destra né a sinistra. Vengono tirati in ballo raramente, e quelle poche volte a sproposito, oppure per prendere le distanze dal loro “integralismo” etico. In altre parole la loro onestà, intellettuale e personale, viene considerata obsoleta, pallosa, improponibile in un’età disinvolta e volgare come quella attuale.

Quanto a numero di testi ed evidenza dell’impatto in questo settore la fanno da padroni Alexis de Tocqueville e Piero Gobetti: accostamento singolare, ma che ha le sue ragioni. Tocqueville, al di là del suo pensiero, che mi ha affascinato per lucidità e concretezza, mi ha letteralmente conquistato attraverso una raccolta delle sue lettere, che già nel titolo aveva tutti i requisiti per diventare un breviario: ”L’amicizia e la democrazia”. Io non so se credo molto nella democrazia, devo crederci per forza perché è la migliore delle forme politiche possibili, ma non sono affatto entusiasta – come non lo era Tocqueville – di molte delle sue implicazioni, e ne temo le derive populiste e demagogiche.

Credo invece assolutamente nell’amicizia, forse perché ho avuto la fortuna di conoscerla, quella vera, e probabilmente anche la capacità di non caricarla di aspettative eccessive. Ho trovato in questo libro una sintonia totale, la meraviglia di scoprire un uomo che in mezzo ad incarichi altissimi di governo, a rivolgimenti politici fondamentali, allo sforzo di un’analisi lucidissima e insuperata delle trasformazioni in atto alla sua epoca nel vecchio e nel nuovo continente, ha saputo coltivare come valore fondamentale e irrinunciabile della sua esistenza quello dell’amicizia.

Nei confronti di Gobetti vale invece l’ammirazione per la genialità e la vitalità. Uno che a diciott’anni ha già fondato una rivista militante alla quale collaborano le teste più fini della cultura italiana, che a venticinque oltre a dirigere e in pratica a redigere da solo le uniche due riviste libere del tempo ha anche messo in piedi una casa editrice, e che nemmeno la brutalità riesce a far tacere, fino a quando non arriva all’assassinio, non può che meritarsi una nicchia speciale nel mio cuore e nella mia biblioteca.

Extravaganti, maschi e femmine

In quest’altro ripiano infine ci sono gli scritti di personaggi della cultura e della politica che definirei “extravaganti”, da Herzen a Orwell, a Camus, a Boll, a Isaiah Berlin, a George Steiner, ad Enzensberger (si, proprio quell’Enzensberger che già conosci, quello de “Il Mago dei numeri” e di “Ma dove sono finito?”): tutta gente accomunata dal coraggio delle proprie opinioni e dal rifiuto di conformarsi alle idee e alle ideologie dominanti. Dei saggi di Orwell, e della sua figura, ti ho già parlato, così come di Camus. Tutti gli altri qui ospitati meritano di essere conosciuti, sia per la statura etica che per il valore culturale, ma due in particolare te li raccomando.

Uno è Eric Muhsam, un anarchico ebreo tedesco morto tra i primissimi nei campi di concentramento nazisti, dopo essere stato sottoposto per mesi alle sevizie più atroci, e morto due volte perché bellamente dimenticato, in patria e fuori, dopo la caduta del nazismo. Muhsam era un non violento, ma di quelli che fanno paura davvero al potere, per la fermezza con cui praticano i loro principi e per l’implacabilità nella denuncia di ogni sopraffazione. Non a caso è stato preso a bersaglio immediatamente, e ha fatto incattivire in maniera bestiale i suoi aguzzini. Non ho mai sentito pronunciare né letto il suo nome nel revival pacifista e non violento di questi ultimi anni. Almeno tu, che tanto pacifista non sei, ora lo conosci.

L’altro è Furio Jesi. Una storia completamente diversa, una precocità intellettuale straordinaria, tanto che non ha nemmeno frequentato le scuole regolari e l’università, per non perdere tempo. C’è stato un periodo nel quale non potevo accostarmi ad un libro o ad un argomento che mi interessasse senza scoprire che l’aveva scritto o tradotto o curato lui. Mi rimane il rammarico di averlo mancato per un pelo. Era finito ad insegnare nell’università di Genova, all’inizio degli anni ottanta, ed morto per un banalissimo incidente nel momento in cui mi ero deciso a contattarlo. Mi sarei nuovamente iscritto e avrei frequentato i suoi corsi, imparando forse finalmente il tedesco.

Rimane Enzensberger. È un po’ una fissa della mia vita, assieme a quella di Humboldt. È la perfetta incarnazione di ciò che dovrebbe essere un intellettuale, secondo l’accezione che do io del termine. Ha un equivalente in Italia solo in Calvino. Non ha scritto romanzi, ma saggi e poesie, e alcune di queste ultime, come quelle di “Mausoleum” o de “La fine del Titanic”, sono dei saggi in poesia. Infatti li trovi qui, e non nella sezione letteraria. È di una puntualità impressionante nell’anticipare gli sviluppi ancora non visibili delle situazioni, nel vedere la faccia nascosta di tutte le mode culturali imperanti e nel metterle allo scoperto, sempre voce fuori dal coro, ma senza lo snobismo della controtendenza, per pura onestà intellettuale. A differenza di Salinger, spero viva almeno altri vent’anni, per continuare a leggere i suoi interventi.

Accidenti, stavo quasi per dimenticare Galois. Questo Elisa non te lo devi perdere, assolutamente. Stavo dimenticandomene perché non è classificabile sotto alcuna etichetta: non era anarchico, non era comunista, era un ribelle e basta. Evariste Galois è morto a vent’anni, in un finto duello da lui voluto e combinato con un amico per far esplodere una insurrezione. L’insurrezione non c’è stata e lui è morto inutilmente dopo due giorni di agonia. Era una mente matematica fuori dell’ordinario, un vero genio, e non è mai riuscito a far pubblicare i risultati delle sue ricerche: o glieli rifiutavano, perché non li capivano, o li perdevano per distrazione o per disgrazia. È comprensibile che a vent’anni fosse talmente esasperato contro tutto e tutti da cercare almeno un riscatto nella morte. Sta di fatto che gli unici scritti suoi rimasti sono stati buttati giù in tutta fretta la notte precedente il duello, e daranno lavoro ai matematici per altri duecento anni. Ci sono un paio di sue biografie nello scaffale specifico, ma c’è anche un romanzo, “Il matematico francese”, che è attendibile nei fatti quanto avvincente nella ricostruzione. È evidente che Galois non c’entra per nulla con la mia formazione, avevo quattro di matematica e comunque l’ho scoperto piuttosto tardi. No, te l’ho ricordato solo perché potrebbe darti un’idea dello stato mentale in cui mi trovavo a vent’anni, matematica esclusa.

Come dici? Se è un caso che non abbia citato nemmeno una donna? No, non è un caso, è una dimenticanza, e grave. Hai ragione. Sarei quasi tentato di risponderti che in fondo non ci sono state figure femminili di particolare rilievo nella mia formazione politica e culturale, ma non è affatto vero. Ne ho invece incontrate diverse, a varie riprese, e alcune di esse mi hanno letteralmente folgorato.

La prima è stata senza dubbio Simone Weil. Non poteva, del resto, essere che lei. Aveva tutti i requisiti giusti. Ebrea, ma vicina alla lettera del vangelo al punto da considerarsi cristiana, e al tempo stesso da non farsi battezzare per solidarietà con i propri correligionari perseguitati. Borghese colta e raffinata, ma capace di lasciare il lavoro di insegnante e di rompere con la sua famiglia e la sua classe sociale per immergersi nella condizione proletaria, andando a lavorare nelle officine della Renault. Volontaria in Spagna durante la guerra civile e militante sempre nella sinistra, senza mai legarsi ad alcun partito o movimento particolare. Emigrata in America, subito dopo la sconfitta francese, per sfuggire alle persecuzioni, ma capace di tornare quasi immediatamente in Europa per essere vicina ai connazionali e rendersi utile in qualche modo. Morta infine di stenti e di fatica a trentaquattro anni, per essersi prodigata fino allo sfinimento malgrado i gravi problemi di salute.

Come puoi immaginare, è stato amore a prima vista, tanto che ho scelto la sua figura e il suo pensiero per la mia prima ed unica esperienza di “docente” universitario, moltissimi anni or sono. I testi che commentavo per i miei quattro uditori erano “La prima radice” e “La condizione operaia”. Ma sai anche che non sono molto stabile con i miei amori. Proprio quel commento, quell’analisi approfondita mi hanno fatto percepire una distanza, l’impossibilità mia di credere tanto visceralmente in una causa, e quella sua di essere sufficientemente realista da non trasformarla in una fede. Credo sia nata proprio in quell’occasione la mia “sindrome di san Francesco”, quella che mi fa sempre irrigidire un po’ quando mi trovo di fronte a figure che hanno scelto volontariamente la povertà, e che riescono così esemplari, così eccezionali, perché hanno potuto scegliere, e perché scegliere in una certa direzione fa notizia. So di essere ingiusto, so che scegliere gli stenti quando si ha possibilità di vivere negli agi è semmai un doppio merito: ma mi rimane sempre l’impressione di una reversibilità che è negata agli altri, a quelli che non hanno la possibilità di scegliere e non avrebbero dove tornare. Mi spiego: in fondo la Weil, non avendo retto la sua salute all’esperienza operaia, è tornata a fare l’insegnante, ed è rientrata in Europa dopo aver sfruttato la possibilità di fuggire in America. Milioni di altri ebrei questa possibilità non l’hanno avuta. Non mi da fastidio che sia tornata, anzi: ma mi da fastidio il fatto che la radicalità di certe esperienze finisca poi per costituire un parametro esemplare ed inarrivabile, rispetto al quale non puoi non sentirti un po’ in colpa e in difetto. Con tutto questo, è evidente che ti spingerò appena possibile a leggere la Weil, e continuerò a leggerla io stesso.

Non ho provato le stesse emozioni contrastanti quando ho approfondito il pensiero e la personalità di Rosa Luxemburg. Non mi sono innamorato della Luxemburg come mi era accaduto con la Weil, ma proprio per questo, probabilmente, la mia devozione è rimasta immutata nel tempo. Sono convinto che l’analisi della società moderna che sviluppa ne ”L’accumulazione del capitale” sia in assoluto la più lucida tra quelle prodotte all’interno dell’ortodossia marxista (“all’interno” si fa per dire, anche se è poi vero che la sua posizione era molto più genuinamente marxista di quelle di Lenin e di tutti gli altri teorici della rivoluzione).

Ma non mi pare il caso di discutere con te di teorie del comunismo. Sappi soltanto che Rosa Luxemburg era un’intellettuale ebrea polacca, decisa sostenitrice di un coinvolgimento totale e continuo delle masse nel movimento rivoluzionario, anche a livello decisionale, e contraria a delegare a delle élites politicizzate la guida della rivoluzione e ad una burocrazia di partito la sua gestione. Era una insomma che voleva “fare” la rivoluzione, non “guidarla”. Quando la rivoluzione la lanciarono gli altri, il partito comunista tedesco filobolscevico, la Luxemburg oppose tutta una serie di argomentazioni di buon senso e di opportunità, ma quando il movimento fu sconfitto rimase al suo fianco, a differenza di coloro che lo avevano scatenato, e venne massacrata e giustiziata.

Vedo che la faccenda ti interessa. In effetti, con quella faccia e con quel carattere, mi sembri più in linea con la Luxemburg che con la Weil. E poi, a te la povertà decisamente non piace. Devo invece farti presente che la figura della Luxemburg non ha suscitato molti entusiasmi nel movimento femminile degli ultimi decenni (nemmeno quella della Weil, a dire il vero). Ho quasi l’impressione che sotto sotto le si rimproveri la stessa cosa che le rimproveravano molti maschi, quella di fare una parte da uomo. La Luxemburg non era un uomo con sembianze femminili: era una donna in tutto e per tutto (per quel che può voler dire) che affrontava i problemi e le scelte non con atteggiamento maschile o femminile, ma con intelligenza. E aveva anche ben chiaro il ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione, senza fare troppe confusioni. Ognuno porta nella rivoluzione quello che sa fare, non è necessario travestirsi da proletari per avere l’abito di scena adatto. Il tempo ha dimostrato che le sue speranze rivoluzionarie erano infondate, ma questo non toglie nulla né alla sua statura etica, che non è mai stata in discussione, né ai suoi contributi teorici.

E arriviamo ad Hannah Arendt. Guarda la combinazione, è un’intellettuale ebrea tedesca, profuga prima in Francia e poi in America. Ha scritto opere fondamentali, come quei tre volumi in bella vista su “Le origini del totalitarismo” e quello verde, vicino, ”Vita Activa”. Altre sue cose sono sparse qua e là nelle diverse sezioni. Un’intelligenza superiore, di quelle di fronte alle quali uno non può nemmeno provare sentimenti, tanto le sente inarrivabili. Fin troppo, forse. È strano il mio rapporto con la Arendt. In questo periodo è senza dubbio tra i tre o quattro autori ai quali faccio maggior riferimento, ma sotto il calore intellettuale continuo a sentire del gelo. Ho provato a scaldarmi leggendo la storia del rapporto con Heidegger, che è stato suo insegnante universitario e poi amante, prima di schierarsi apertamente col nazismo e tenerla lontana in quanto ebrea. Peggio che andar di notte. La Arendt non lo ha mai ripudiato, lo ha difeso dopo la guerra, ha mantenuto i rapporti con lui e con la di lui arianissima moglie: cosa che sembrerebbe parlare di una passione al di là di ogni logica, e che la renderebbe umanissima, e amabile. Ma non l’ho sentita così. Mi è parsa una passione di testa, quasi una sfida intellettuale.

È inutile che mi guardi di sbieco. So già dove vuoi arrivare. Quando parlo di intelligenze o di esperienze di vita al femminile inserisco sempre qualche “ma”. È vero, e sarei un’ipocrita se non lo facessi. Non credo di essere un grande conoscitore della psicologia femminile, dubito che possa esserlo qualsiasi maschio e sono anche fermamente convinto che vada bene così, almeno in linea generale. Certo, non mi spiacerebbe ogni tanto capire cosa ti frulla nella testa, ma credo che potremo andare avanti abbastanza bene se impareremo almeno, tra un conflitto e l’altro, a rispettare le nostre diversità.

Quanto alle tre nostre amiche, vale un po’ per tutte il discorso fatto per la Weil: per un verso o per l’altro dal loro modo di pensare traspare una “volontà di credere” che ha caratteristiche quasi religiose. Forse dipende dal fatto che sono di origine ebraica, o ancora di più, che con questa origine tutte sono in conflitto, una per ragioni religiose, l’altra per motivi politici e la terza per una sorta di superamento intellettuale, ma alla fine nessuna la ripudia. O forse, più semplicemente, dal fatto che sono donne. Hanno una gran fiducia nell’umanità, beate loro, nelle potenzialità inespresse dell’uomo, nella sua capacità di essere sociale mantenendo la sua dignità individuale. Hanno quello che ai maschi in genere manca, o che viene comunque bilanciato da una componente di egoismo individualistico, anche quando si esprime negli ideali più altruistici. In sostanza, si danno ad una causa sino in fondo, il che sarebbe l’ottimo, ma credono (e pretendono) che anche gli altri, i loro corrispettivi maschili, siano pronti a fare altrettanto, il che invece non è del tutto vero. Tu sei già fatta così, lo si capisce benissimo, e non dire di no perché non sai nemmeno di cosa stiamo parlando.

Emarginati ed esclusi

In effetti sembri un po’ disorientata, oltre che stanca. È più che comprensibile, ci stiamo muovendo in mezzo ad argomenti tutt’altro che leggeri, e non deve essere facile tenermi dietro in questo andirivieni nella memoria. Sono confuso anch’io. Comunque, abbiamo già fatto un bel pezzo di strada; un altro piccolo sforzo e ci prenderemo nuovamente una pausa.

Per aiutarti a rientrare in sintonia ricapitolo brevemente le tappe che ci hanno portati sin qui. Siamo partiti dal mio interesse generalizzato per la storia e abbiamo constatato come ne siano discese delle ramificazioni specifiche, vuoi per inclinazione, vuoi per passaggi naturali e conseguenti. Da queste a sua volta ha preso l’avvio un percorso piuttosto accidentato, ma sostanzialmente lineare, attraverso le idealità politiche e sociali. Potremmo chiudere questo capitolo intitolandolo un po’ pomposamente “Come la conoscenza storica si traduce in consapevolezza politica”. Per tua sfortuna solo di un capitolo si tratta, e appena voltata pagina ne troviamo un altro: “Come l’autentica consapevolezza politica ti faccia disperare della politica”.

Ci sono infatti aspetti della storia che inducono una attitudine più sentimentale che politica, nel senso che spingono ad una partecipazione emotiva, ma non possono essere ricondotti ad un progetto politico di riscatto. Potremmo definirli le “cause perse”, e farvi rientrare tutte quelle opzioni che la storia ha scartato. L’Ariosto, quando spedisce Astolfo sulla luna a recuperare il senno di Orlando, dice che lassù si trova tutto quello che sulla terra è andato perduto: sogni, illusioni, speranze, oltre naturalmente alla Fama, alle mode e ad altri valori effimeri. A me è sempre piaciuto camminare un po’ sulla luna, e andare a rovistare tra le scorie depositate lì dalla storia. Ci trovi appunto tutte quelle suppellettili dimenticate come il regno dei Kazari o l’impero di Al Mansur, oppure la vita disperata di Galois, insomma, le mie bizzarrie personali, ma ci trovi anche cose che in qualche modo possono essere riciclate, se non politicamente, almeno eticamente.

Una buona fetta del suolo lunare è stata ad esempio esplorata da uno storico inglese tra i miei preferiti, Eric J. Hobsbawm. È uno studioso “di sinistra”, ma tutt’altro che allineato, ed è quello che ha coniato il concetto di “secolo breve” relativamente al ‘900 (è il titolo della sua opera forse più famosa, che vedi in bella vista nello scaffale di centro). Bene, H. ha esordito come storico con una serie di studi dedicati a “I ribelli”, “I banditi” e “I rivoluzionari”, che stanno lì vicino. Li ho letti tutti, partendo dall’ultimo, e naturalmente le mie preferenze sono andate invece al primo, che raccontava personaggi e movimenti dimenticati o addirittura mai studiati (tra questi anche David Lazzaretti, il profeta dell’Amiata, un Al Mansur in sedicesimo che non ha fondato un impero ma una chiesa, e che è stato freddato dai carabinieri durante una processione). Ultimamente Hobsbawm ha raccolto sotto il titolo significativo e provocatorio di “Gente non comune” una serie di brevi saggi, che si occupano appunto di uomini ai margini della storia, pescando dovunque, dal mondo contadino al jazz.

Ecco, penso che questo tipo di storiografia si presti benissimo a esemplificare ciò che intendevo parlando di interesse per le “cause perse”. In uno dei saggi, “Calzolai radicali”, Hobsbawm indaga il ruolo che questa categoria ha svolto nella storia delle sinistre, e constata come i calzolai abbiano avuto nel mondo preindustriale una parte di primo piano nell’elaborazione e nella diffusione di idealità radicali. Spiega il fenomeno chiamando in causa diversi fattori: dalle caratteristiche della professione, che era itinerante e consentiva quindi di stabilire contatti e di acquisire conoscenza di situazioni diverse, oltre che di conversare e discutere durante il lavoro, a quelle fisiche dei calzolai stessi, che spesso erano zoppi o comunque menomati agli arti inferiori, e quindi impossibilitati a svolgere un’attività salariata, a quelle psicologiche, perché i calzolai, a differenza dei contadini e dei lavoranti artigianali erano assolutamente liberi, non dipendevano da nessuno. Di fatto sino alla metà dell’ottocento questa categoria risulta incredibilmente rappresentata, e in posizioni di guida, in ogni movimento insurrezionale o gruppo dissidente.

Di questo loro ruolo non è rimasto nulla, sono praticamente scomparsi dalla scena quando hanno cominciato a nascere le prime organizzazioni operaie, i partiti e i movimenti della sinistra, e l’avvento dell’industria li ha spazzati via. Sono il tipico esempio dei dimenticati dalla storia, ma sono proprio quelli che a me interessano maggiormente. In questo caso c’entra senz’altro il fatto che mio padre facesse il calzolaio, e assommasse proprio tutte quelle caratteristiche fisiche e psicologiche che Hobsbawm individua: ma in fondo attraverso il riscatto della sua memoria penso di voler riscattare tutti gli altri dimenticati.

È chiaro che la dimensione di questo riscatto può essere al più etica, e che il suo valore si definisce inversamente al venire meno delle speranze politiche. In altre parole: fino a quando continui a pensare che sia possibile cambiare il mondo presti attenzione a vicende, a personaggi e a forme di pensiero che supportino questa fiducia, quando invece hai abbandonato ogni speranza di un cambiamento rivoluzionario guardi con interesse ad esperienze di vita e di azione che non hanno sortito risultati politici, ma rimangono esemplari a livello di scelta etica. È il caso dei miei calzolai come di molti anarchici o degli eterodossi in genere, che se non altro, proprio in quanto non devono piegare l’interpretazione dell’uomo e dei meccanismi sociali ai loro progetti di riorganizzazione, risultano più lucidi e tolleranti, e mostrano una grande caratura etica perché si comportano in un certo modo indipendentemente dalla prospettiva o dalla possibilità di conseguire dei risultati.

“Cause perse” sono però per me anche quelle che vedono altri protagonisti, questi del tutto involontari, ai quali in genere non è concesso alcun riscatto. Vengono dopo gli ultimi, quando la parata sociale è ormai ufficialmente chiusa: sono gli esclusi, gli irregolari, quelli che la storia non solo ha lasciato in ombra, ma ha addirittura cacciato dal teatro. Sono i mendicanti, i vagabondi, gli eretici, gli ebrei, ma anche i malati, i pazzi, i devianti, tutti quelli cioè che non rientrano in alcun ordine sociale costituito, ma nemmeno sono contemplati in quello prefigurato dalla rivoluzione o dall’utopia.

Questi sono gli sconfitti per eccellenza, e naturalmente, vedo che l’hai già capito, non potevo lasciarmeli scappare. Anche in questo caso l’input è venuto dalla storia sociale francese, e ha trovato subito terreno fertile in una mia precoce predilezione per i pittori tedeschi e fiamminghi del primo cinquecento (complici ancora una volta i calendari della zia Lina, ma soprattutto i soggetti stravaganti e non molto lontani dalle movimentate illustrazioni delle mie letture giovanili). Gli affreschi della società medioevale di Le Goff e di Geremek sembravano le trascrizioni della pittura di Brueghel e di Bosch, e raccontavano la storia dei poveri, dei vagabondi, dei malati e dei criminali: questa a sua volta apriva altri campi di indagine (la storia del cibo e dell’alimentazione, quella delle malattie e della medicina, quella della violenza e delle istituzioni repressive, quelle della follia, dei costumi sessuali, ecc…) e si intrecciava infine con quella dei devianti per eccellenza, gli eretici.

Era una catena infinita, che ha disperso il mio interesse in una miriade di rivoli, ma che ad un certo punto ha cominciato a configurarsi come una rete, con agganci che tenevano e che permettevano di intravedere una trama complessiva. Le forme dell’esclusione, mano a mano che si definivano, tracciavano anche il profilo di una società che si trasformava in maniera sempre più evidente, e si addentrava a ritmi accelerati nella modernità.

Abbi pazienza, mi sono fatto prendere la mano. Ciò che intendevo dire è che cinquecento anni fa non esistevano ospizi, manicomi, ospedali e prigioni, almeno come li intendiamo noi. No, nemmeno le scuole e neanche le mense. Tutto quello che oggi chiamiamo servizio pubblico non c’era. Come facevano? Si aggiustavano. In qualche modo facevano: ad esempio, i vecchi non li mandavano al ricovero ma li tenevano in casa. E così i malati, a meno che fossero lebbrosi, e anche i matti. I delinquenti li mettevano alla gogna, oppure li giustiziavano. I poveretti? Beh, loro mendicavano e morivano di fame, come oggi. Solo che allora erano di più, qui in occidente, e forse un po’ meno dalle altre parti. Insomma, era una vita dura, non posso stare qui adesso a spiegartela, e comunque per noi è difficile da concepire.

Una cosa però la devi sapere: in quel tipo di società si accettava e si giustificava, almeno in teoria e fatta salva qualche eccezione, ogni diversità. I pazzi erano considerati la voce di Dio, i poveri l’immagine di Gesù, i vecchi i depositari della saggezza, persino i lebbrosi, i malati, gli storpi erano anime che purgavano già sulla terra i loro peccati, e quindi destinate immediatamente al paradiso. In teoria, ripeto, perché poi nella realtà non funzionava proprio così: ma almeno tutti costoro erano considerati parte della società.

Poi le cose hanno cominciato a cambiare, e tutti quelli che non erano in grado di lavorare, o creavano disordini, oppure necessitavano di cure, in definitiva quelli che intralciavano il lavoro degli altri o avevano comportamenti diversi sono stati poco alla volta isolati e concentrati in luoghi di degenza o di detenzione, dove potevano essere tenuti sotto controllo. Sono nate le istituzioni sanitarie, quelle repressive e i ghetti. All’uscita dal medioevo (che in pratica è sancita solo dalla rivoluzione francese) il nuovo ordine che si andava costituendo aveva già prese le misure a tutte le categorie di diversi e di irregolari, ed era pronto a contenerle o a riassorbirle.

C’è un settore specifico della mia biblioteca che racconta la storia di questo cambiamento, e raccoglie studi che svariano dalla repressione sessuale a quella della follia e del vagabondaggio, dagli sviluppi paralleli di tolleranza e intolleranza alle diverse forme di discriminazione e di razzismo rivolte all’interno, ad esempio verso le donne o gli omosessuali, alla criminalizzazione della povertà, ecc… È l’altra faccia di uno scavo storico che è diventato negli ultimi anni ossessivo, quello inteso a rintracciare le origini della modernità, e del quale troverai tracce sparse un po’ dovunque.

Eretici ed esoterici

Questo scavo era iniziato diversi anni fa, ma in direzione di un’altra devianza, che persino nel Medioevo era considerata inaccettabile: quella ereticale. Per uno che andava in caccia di sconfitti gli eretici erano l’equivalente di un safari. In questo senso devo davvero molto al Cantù, che sparava malignamente a zero su quei poveracci ma intanto ne parlava, e mi dava modo di conoscere Fra Dolcino e i Catari e tutti gli altri minori della fauna ereticale. Al contrario era piuttosto difficile, almeno sino alla fine degli anni settanta, reperire qualcosa di soddisfacente nella storiografia moderna; non perché non esistessero degli studi, ma perché in genere circolavano solo tra gli specialisti del settore, che tendevano a formare essi stessi una conventicola. Il boom dell’interesse per i movimenti ereticali è venuto dopo, sull’onda del successo de “Il nome della rosa” ma anche di una più generale tendenza all’attenzione per fenomeni di questo tipo, non sempre motivata soltanto da finalità storiche.

La storia degli eretici medioevali è raccontata oggi in tutte le salse e con tagli radicalmente diversi, a seconda della posizione e delle intenzioni degli autori. La trovi in almeno una ventina di quei volumi che vedi in basso a destra. Si va da studi classici come “I fanatici dell’Apocalisse” di Norman Cohn alla “Storia notturna” di Carlo Gisburg, passando per la “Nascita dell’eresia” di Manteuffel e per “Medioevo ereticale” di Capitani. Ci sono interpretazioni apologetiche ed altre sociologiche, e c’è anche il tentativo di ricondurre all’eresia e al millenarismo l’origine del pensiero radicale moderno, e addirittura di quello totalitario. Una trattazione riassuntiva, ma penso nel complesso accettabilmente onesta, è sviluppata in uno dei pochi lavori miei di cui sono soddisfatto. Spero che troverai la voglia un giorno di dargli un’occhiata, e magari di usarlo, almeno per la scuola.

Quella degli altri, degli eretici di ogni tempo e rispetto ad ogni forma di pensiero, dottrina o ideologia codificata, come hai già visto è contenuta un po’ in tutti gli scaffali, in questi come in quelli dedicati alla letteratura e negli altri che vedremo: è il filo conduttore di tutta la mia biblioteca, la sua ragion d’essere.

Non vorrei comunque che equivocassi. Fare una scelta “ereticale” non significa votarsi ad essere un bastian contrario, ad essere “contro” per partito preso – per intenderci, ad assumere quella irritante posizione disfattista che troppo spesso tendi a prendere tu e che mi fa simpatizzare per il padre di Pollicino. L’eretico è contro in nome di qualcosa che ha da proporre in positivo, in nome di una alternativa, non in nome del nichilismo. Per questo considero ad esempio Camus un vero, grande eretico, perché guarda in faccia senza tante storie l’angoscia dell’esistenza, ma poi dice diamoci da fare, mentre non ho stima del pensiero di coloro (ne cito uno per tutti, quel Cioran del quale trovi là in basso diverse opere, accumulate in un periodo in cui avevo le idee piuttosto confuse), che godono di grande considerazione perché magari hanno scoperto che gli uomini sono cattivi e che la vita è una grande fregatura, e per dimostrarlo continuano a scrivere volumi su volumi.

Gli eretici medioevali si raccoglievano solitamente in sette iniziatiche, molto chiuse e il più possibile clandestine. Questa forma di organizzazione era imposta dalla necessità di sfuggire alla caccia spietata dell’Inquisizione, ma si rifaceva anche ad una tradizione ermetica molto antica: ogni minoranza dissidente si mantiene infatti più facilmente compatta se i suoi adepti sono convinti di essere gli unici depositari della verità, di appartenere ad un gruppo ristretto di illuminati, destinati alla salvezza. Guarda ad esempio il caso degli ebrei.

Il settarismo è senza dubbio uno dei fattori che hanno indirizzato la mia curiosità verso i fenomeni ereticali, perché l’interesse per le società segrete era già radicato in me molto tempo prima di incontrare questi ultimi. Datava dalla lettura dei fumetti di Gim Toro, eternamente in lotta contro la Hong del Drago, e de “La storia dei Tredici” di Balzac, oltre che dal tifo patriottico per i Carbonari: ma era stato poi riaggiornato dall’amicizia con un ragazzo straordinario, pluriripetente alle superiori ma incredibilmente più colto di me e di tutti i miei compagni, conosciuto e perso poi per sempre in una sola estate. Era effettivamente un po’ fuori della norma, nel senso ad esempio che stava riscrivendo la Bibbia, anche se era fermo da diverso tempo al primo capitolo della Genesi: ma tutt’altro che un pazzo esaltato. L’estate era quella della maturità, uscivo da un incubo durato cinque anni, ero infarcito di nozioni insipide digerite alla meno peggio: lui mi apriva gli occhi su una dimensione completamente diversa della cultura, della storia, del senso da dare alla propria esistenza. Mi ha fatto conoscere cose strampalate come “Il mattino dei maghi”, che potevo comunque leggere senza pericoli e persino con diletto, perché ero immunizzato dal mio scetticismo, ma anche la storia dei Rosacroce (naturalmente, nella sua versione) o quella della filosofia occulta, e soprattutto “Il ramo d’oro” di James Frazer. Sono quei tre volumetti in cofanetto, lassù in alto. Rappresentava per l’epoca il mio record di spesa, ma li valeva tutti.

Frazer mi ha fatto guardare alla storia delle religioni con un taglio antropologico, riconciliandomi con una materia che avevo cancellato dai miei interessi. Ho scoperto così di lì a poco Mircea Eliade, forse il più grande studioso novecentesco dei fenomeni religiosi, le cui opere non erano all’epoca rintracciabili in Italia perché nel clima degli anni sessanta era considerato praticamente un fascista. È stato e rimane ancora oggi uno dei miei numi tutelari. Raccoglievo in Eliade, e poi in Guenon, in Dumezil e in tutti gli altri studiosi del sacro che si è tirato dietro, gli indizi di una controstoria, di qualcosa che si era svolto al di sopra e al di sotto della storia ufficiale. Un libro come “Il regno della quantità e il segno dei tempi” di René Guenon, ad esempio, totalmente ispirato al recupero della Tradizione, quindi in poche parole decisamente reazionario, coglie molto più in profondità lo spirito del moderno di tante analisi sociologiche “progressiste”.

La storia delle religioni ha avuto una parte tutt’altro che secondaria nella mia formazione, naturalmente nell’ottica laica che avevo abbracciato. C’è ad esempio lì in basso un’intera sezione dedicata alle diverse concezioni della morte e dell’al di là, alla demonologia e alle credenze apocalittiche. Alcuni sostengono che quando si instaura una certa consuetudine con un argomento, fosse anche la figura di Hitler o di Jack lo Squartatore, si finisce in qualche modo per cambiare prospettiva, per simpatizzare. A me, nei confronti della religione, non è capitato nulla di simile.

La curiosità per le sette si è invece estesa poco alla volta a tutti i movimenti sotterranei della storia moderna, passando dai Rosacroce agli Illuminati di Baviera, fino alla massoneria e ad infaticabili tessitori di trame nascoste e di organizzazioni segrete come Filippo Buonarroti. I libri che ne parlano stanno infatti sullo stesso ripiano di quelli sull’eresia, e confinano con quelli sulla filosofia occulta e sul pensiero di destra. Non so quanto sia corretto questo accostamento, – senz’altro non lo è per Buonarroti – ma gli agganci tra un argomento e l’altro sono forti, anche se quelli con l’eresia sono di norma solo pretestuosi. Credo in effetti che il confine tra un interesse puramente storico per il mondo delle sette e una sua deriva ideologica, in direzione di un pensiero reazionario, sia molto incerto; e penso anche che la tentazione dell’appartenenza ad una cerchia ristretta di iniziati sia stata scongiurata, da parte mia, più che dal rigore dello studioso, dal fatto che la cerchia per me non è mai abbastanza ristretta.

Marx (Groucho) diceva che non si sarebbe mai iscritto ad un club che lo avesse accettato come socio: io non mi sono mai iscritto ad alcun club, tranne quello alpino, perché leggo subito anche l’altra faccia dell’appartenenza. Ho cercato di trincerarmi dietro un motto che credo sia di Bobbio (o almeno, l’ho trovato in un suo scritto), “aristocratico nel pensare, democratico nell’agire”, ma ogni tanto ti confesso che mi assale il dubbio: sono di Destra? O meglio, visto che quelli che si fregiano di questa etichetta sono in genere solo una mandria di imbecilli, che non pensano del tutto o si aggrappano ad una Tradizione che non esiste, o più semplicemente ci marciano, e considerato che non sopporto Bertinotti, sono io la vera Destra?

Guarda che sto scherzando, Elisa; mi piace questa tua indignazione, perché credo che nella tua innocenza abbia ancora chiaro il vero concetto distintivo. Stai a sinistra quando sei dalla parte degli oppressi, stai a destra quando stai dalla parte degli oppressori. Solo che le cose oggi non sono più così semplici, e forse non lo sono mai state. Gli oppressi sono tali solo quando si rendono conto di esserlo, e quindi vogliono non esserlo più: ma spesso questa coscienza non c’è, e l’egoismo degli ultimi non è diverso, se non quantitativamente, da quello dei primi. Camus diceva di non voler essere né vittima né carnefice, ma non volere essere vittima significa ribellarsi a questa condizione, e non accontentarsi del fatto che ci sono altri prima di noi destinati al sacrificio. Io credo che gli ultimi, nella società di oggi, siano quei mentecatti che affollano gli ingressi delle emittenti televisive per partecipare ai grandi fratelli o fare lo spettatore alle buone domeniche, e che il loro riscatto lo cercano lì. Gli altri, gli esclusi, sono quei tre o quattro miliardi di esseri umani che stentano a sopravvivere da un giorno all’altro, e dei quali agli ultimi non potrebbe fregare di meno.

Gli oppressi, infine, sono coloro che hanno coscienza di questa situazione, e la rifiutano, anche quando rientrano in qualche modo, se pur precariamente, come noi, tra i garantiti. Costoro hanno scelte diverse di resistenza: possono andare a fare i missionari nel terzo mondo, possono fare i rivoluzionari o i contestatori nel primo, possono cercare di fare il loro dovere, difendere la loro libertà e la loro dignità nel loro piccolo e nel loro privato, magari trasmettendo con l’esempio qualcosa anche ad altri. Ognuna delle opzioni è valida, ognuna ha le sue controindicazioni: la terza, la mia, è piuttosto elitaria, anche se pare la più facile, perché parte dal principio di salvaguardare la propria dignità senza arrecare danno agli altri, di non rompere le scatole a nessuno, per intenderci, e di non permettere a nessuno di rompertele. Il che mal si accorda con l’idea di appartenenza ad un gruppo, ad un club, mentre è più compatibile con una condivisione molto allargata e poco vincolante di idealità.

Cosa c’entra questo con gli eretici, con le sette e con tutto il resto? C’entra, soprattutto con il resto. Tutta questa parte della mia biblioteca, ma anche l’altra, quella letteraria, e quella che ancora dobbiamo esplorare, raccontano, pur nella dispersione e nella confusione dei temi, un percorso. So di ripetermi, ma sto cercando di tirare un po’ di fila, di riprendere fiato prima di affrontare le ultime tappe. Grosso modo possiamo dire che sono partito dal concetto para-marxista per cui il progresso materiale si sarebbe tradotto col tempo in progresso sociale, in una società più giusta, ed all’interno di questa in progresso culturale, e sono approdato alla constatazione che il progresso materiale lascia un sacco di vittime sul suo cammino, e non si traduce in una società migliore, e meno che mai porta necessariamente con sé un progresso culturale. Sono passato dalla fiducia in un movimento di massa, in un riscatto comune, alla difesa della possibilità di un riscatto singolo, della individualità. Dalla gestione rivoluzionaria del progresso all’opposizione all’idea della crescita.

In questo cammino sono stato spinto dapprima in avanti dalla fiducia rivoluzionaria e dai sogni degli utopisti, ma ho cominciato a scorgere ogni tanto, e poi sempre più frequentemente, dei segnali triangolari, che avvertivano della pericolosità della direzione intrapresa: e questi segnali venivano tanto da Tocqueville, dalla scuola di Francoforte, da Berlin e dai situazionisti quanto, molto spesso, dalla cosiddetta cultura di destra. Bada che è normale: chi non ha sogni da realizzare, ma solo privilegi da difendere, è molto lucido nello scorgere e nel denunciare i rischi del cambiamento. Per questo vedi lì “Il tramonto dell’Occidente” o “Le serate di Pietroburgo” o addirittura il “Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane”, oltre alle opere di Guenon e di Eliade. Perché i libri, come gli esseri umani, non possono essere classificati di destra o di sinistra: o sono intelligenti, o sono stupidi.

Ebrei

Ho volutamente lasciata per ultima, nel parco degli esclusi, una speciale categoria che abbiamo già incontrato più volte lungo questo percorso: gli ebrei. Gli ebrei sono stati infilati a forza molto presto nel mio immaginario dalla frequentazione del catechismo, in quella forma ambigua e confusa che è sempre stata propria dell’insegnamento della Chiesa. Erano i protagonisti del Vecchio Testamento, i profeti e i connazionali di Gesù, e al tempo stesso erano i suoi carnefici e gli emblemi della incomprensione e del tradimento. Devi ammettere che per un bambino diventava piuttosto difficile orizzontarsi in queste contraddizioni. A quel punto bastava davvero poco per spingerti sul versante dell’ammirazione o su quello del disprezzo: io sono stato gettato letteralmente nel primo.

Un tempo si svolgeva a Lerma, il giovedì santo, una processione notturna molto suggestiva, che richiamava gente anche dai dintorni. Si usciva dalla chiesa e si percorrevano salmodiando le vie del paese, illuminate soltanto da ceri esposti a tutte le finestre, comprese quelle dei comunisti e dei mangiapreti. I ceri ardevano dentro lanterne di carta colorata semitrasparente dalle fogge più strane, e creavano straordinari giochi di luce nelle strade semibuie. Ogni tanto le lanterne andavano a fuoco, suscitando ilarità tra i fedeli e scompiglio nelle case: ma al di là di questi diversivi, ti lascio immaginare l’effetto delle luminarie e delle voci. La processione era aperta dai bambini, più o meno inquadrati, anch’essi pericolosamente muniti di ceri portatili. Seguivano poi su due file parallele le donne, che cantavano le laudi rispondendo al sacerdote. Infine venivano gli uomini, che non mantenevano alcun ordine di schieramento, e urlavano ogni tanto “Crucifige! Crucifige!”, magari traducendo lo scherno in dialetto e amplificandolo con espressioni colorite. Era una sorta di Via Crucis, reminiscenza di qualche antica sacra rappresentazione, e gli uomini interpretavano la parte dei cattivi giudei.

Bene, la massima aspirazione di ogni bambino era quella di retrocedere il più presto possibile nelle fila dei giudei, un po’ per vedere sancito il proprio passaggio all’età adulta, un po’ perché era più facile al termine della processione sgaiattolare nella piazzetta ed evitarsi le due ore buone di funzione religiosa che seguivano. Lo è stata a lungo soprattutto per me, che a differenza dei miei compagni non ho potuto anticipare il passaggio per via dell’implacabile controllo materno, e ho quindi dovuto attendere fino a dodici anni per diventare un vero giudeo e gridare “Crucifige!”. Giusto in tempo, perché di lì a poco, non ricordo se per il nuovo rituale o per il nuovo parroco, che inorridiva di fronte a una manifestazione così blasfema, la processione è stata soppressa.

Mi era stata data comunque l’opportunità di aspirare ardentemente ad una giudaizzazione, molto prima di essere in grado di identificare i giudei con gli ebrei. Una cosa analoga, quella di tifare per gli ebrei senza saperlo, era avvenuta forse prima ancora, ai tempi della guerra di Suez, quando i giornali e i notiziari radiofonici parlavano di Israele come del nuovo Davide che sconfiggeva Golia: ma l’interesse vero per la storia e la cultura ebraica è nato dopo, quando sono stato in grado di percepire l’orrore e le dimensioni della shoah, ed è poi divenuto centrale quando ho cominciato ad approfondire gli studi sull’esclusione medioevale. Su tre ripiani dell’ultimo scaffale, quello più vicino alla porta nella parete D, trovi la conferma di una continuità di ricerca che si è protratta per decenni (ho anche redatto una bibliografia sull’argomento che conta diverse centinaia di titoli). Ci sono storie generali del popolo ebraico, storie dei diversi approdi della diaspora, in Italia, in Europa, in America, in Russia, nei paesi dell’est, in Germania, storie degli ebrei sotto il fascismo, il nazismo, il comunismo, storie delle persecuzioni, delle cacciate e del ritorno alla terra promessa.

Dapprima si trattava della solita simpatia per le vittime, moltiplicata per la durata della persecuzione e per i numeri dello sterminio; non potevo non simpatizzare con un popolo che aveva subito nel corso di duemila anni uno stillicidio continuo di discriminazioni, espulsioni, accuse inverosimili, pogrom, ghettizzazioni, da parte dei potenti come delle masse, dalle istituzioni religiose come da quelle politiche, dai reazionari e dai rivoluzionari. Che aveva funzionato da capro espiatorio in ogni occasione, sino ad arrivare ad un passo dallo sterminio totale. Ero indignato per ogni manifestazione di antisemitismo, passata e presente, e non mi capacitavo che argomenti così rozzi e palesemente falsi potessero trovare un uditorio. Al di là dell’offesa agli ebrei, era l’offesa all’intelligenza quella che mi irritava, la constatazione che nell’antisemitismo si coniugavano i più squallidi strumenti per la gestione del potere e i più bassi istinti di cattiveria e di stupidità degli umani.

Ben presto però questo sentimento si è trasformato in una stupefatta ammirazione, quando ho cominciato a capire che gli ebrei non erano degli sconfitti, ma dei vincitori. Sarebbe bastato a dimostrarlo il fatto che dopo duemila e passa anni di persecuzioni, alcune delle quali particolarmente accanite – e non mi riferisco soltanto allo sterminio nazista – fossero ancora lì, ben presenti sulla scena e soprattutto protagonisti, nel bene e nel male. Ma c’era in più la constatazione che almeno negli ultimi due secoli li si trovava costantemente in prima fila in tutti i campi della cultura, dalle arti alla fisica, alla politica. La metà degli autori che ti ho citato sin qui sono ebrei, e non abbiamo parlato di cinema, di pittura, di musica.

Questa eccellenza poteva essere spiegata con la necessità per una minoranza soggetta a una simile pressione di dotarsi di strumenti culturali superiori, per sopravvivere e per poter essere competitiva, e col vantaggio che ciò aveva comportato al momento dell’emancipazione. Non è mai stato facile vivere da ebreo, meno che mai come ebreo della diaspora: la selezione doveva essere fortissima, e se non eri più che sveglio e disposto a faticare il triplo degli altri le possibilità si riducevano a zero. Questa era la prima spiegazione che mi davo. Ma alla fine sono approdato ad un’altra convinzione. Gli ebrei sono stati i protagonisti della cultura moderna perché la cultura moderna è essenzialmente di matrice ebraica.

È un argomento troppo complesso da trattare qui, ho in mente da tempo di scrivere qualcosa in proposito, e quindi ti rimando a quello. Non c’è nulla di originale in questa scoperta: nei tre ripiani dedicati alla storia e alla cultura ebraica ci sono libri come “Ebraismo e modernità” della Arendt o “Le radici ebraiche del moderno” di Sergio Quinzio che forniscono tutte le indicazioni del caso. Ma c’è soprattutto un saggio vivacissimo e sorprendente di Thomas Cahill, “Come gli Ebrei cambiarono il mondo”, che se fosse stato scritto quarant’anni fa mi avrebbe risparmiato un sacco di fatica (ma mi avrebbe anche privato dei tanti piccoli piaceri di una progressione verso la luce: perché alla conclusione che le radici del moderno fossero ebraiche c’ero arrivato per conto mio molto prima di incontrare questi libri). Il saggio di Cahill offre l’ennesima conferma del fatto che nulla è mai troppo difficile da spiegare, se davvero lo si vuole: è il lavoro di un erudito che ha digerito benissimo la sua erudizione, e ne ha tratto la capacità di essere chiaro, semplice e sostanziale. Lo si dovrebbe adottare come lettura obbligatoria nelle scuole, già a partire dalla prima superiore.

Adesso però ti ho incuriosita, e capisco che non posso cavarmela così. Qualcosa su queste benedette radici ebraiche devo provare a spiegartela. Spero di non fare danni. Dunque, io credo che i fattori fondamentali della diversità ebraica, intesa nel significato positivo, vincente, siano il senso del tempo, l’idea di creazione e l’attesa della redenzione. Quello ebraico è sempre stato un popolo nomade, dapprima magari per scelta (anche se avevano poco da scegliere: vivendo nei deserti della Palestina, potevano giusto pascolare capre e cammelli), poi per costrizione: se dai un’occhiata alla Bibbia li vedi andare avanti e indietro come palline da flipper, sempre deportati da qualche parte, sempre reduci da qualche deportazione, e sempre in guerra coi loro vicini. Già il fatto che si reputassero gli eletti da Dio ti dice che non doveva essere facile conviverci: erano un popolo incredibilmente orgoglioso e solitario, tant’è che anche quando li deportavano li rispedivano a casa prima possibile.

Se a questo stato perenne di precarietà aggiungiamo il fatto che distinguevano tra un dio creatore e un mondo creato, non consideravano cioè divina la natura, come facevano invece i popoli sedentari, e vivevano il mondo come un luogo di espiazione, una specie di penitenziario, arriviamo a capire perché invece di diventare un popolo dello spazio, legato cioè ad una terra particolare e alle sue divinità naturalistiche, gli Ebrei siano diventati il popolo del tempo. Il loro sguardo non era ad alzo terra, fisso sul presente e sul passato, ma sempre rivolto in alto, verso il futuro, nell’attesa che Dio mantenesse la sua promessa di redenzione. In “Profeti senza onore” Frederic Grunfeld racconta di un suo nonno che ogni mattina, all’alba, saliva sulla collina dietro casa per vedere se per caso non fosse in vista il Messia. Capisci, a loro in fondo non importava dove attendere la redenzione (il nonno di Grunfeld viveva in Polonia) ma quando questa sarebbe arrivata. Inoltre erano anche il popolo della parola (e della musica). Gli altri dipingevano, tiravano su piramidi, scolpivano statue, loro invece, per paura dell’idolatria ma anche perché, sempre in viaggio com’erano, non potevano portarsi dietro niente di ingombrante, scrivevano. Si portavano dietro solo il libro, la Bibbia, e i rotoli della Torah. Sono il popolo del libro. Ecco che cominci a capire dove sta l’inghippo.

No, questo serve solo a spiegare il mio interesse. Ciò che invece veramente importa è per esempio che gli Ebrei non erano legati alla terra, sia intesa come patria, perché non ne avevano una, sia intesa come agricoltura, perché nei paesi della diaspora non era loro consentito possederne: e quindi erano più pronti degli altri a buttarsi nelle attività del settore secondario, finanza, commercio e industria, e meno legati degli altri ad una appartenenza territoriale e statale, cioè più cosmopoliti. L’idea di un mondo creato, staccato da Dio, li portava inoltre ad una visione molto laica della natura, cioè a non venerarla come divina e intangibile, ma a considerarla come materia imperfetta e manipolabile, e il mondo tutto come perfettibile: il che significa avere la mente aperta al concetto di progresso. E questi sono requisiti fondamentali di un’attitudine “moderna”.

Ma ci sono altri requisiti meno scontati, di carattere psicologico, che discendono dal modo di concepire il tempo. A differenza dei cristiani gli Ebrei non pensano che la redenzione sia già avvenuta, e che ora sia un problema dei singoli guadagnarsi il paradiso: attendono più o meno dai tempi di Adamo un cambiamento che deve avvenire su questa terra, un riscatto di tutto il loro popolo, in altre parole una rivoluzione. Inoltre hanno un rapporto diverso con l’autorità, a cominciare da quella divina. Dal momento che sono il popolo eletto, mantengono una speciale confidenza con Dio, che in effetti parla solo a loro, e anche una notevole coscienza dei propri diritti: ciò che li porta a vivere il loro rapporto con il creatore in maniera sempre piuttosto conflittuale e recriminatoria. Nessun altro popolo si azzarderebbe a rivolgersi a Dio dicendogli, in mezzo alle disgrazie: e allora, quando la finiamo? Figurati quindi che rispetto possono avere delle autorità terrene. E visto che si sono comprensibilmente stancati di aspettare che Dio si decida, e che non si sentono vincolati alle tradizioni e alle istituzioni di paesi e popoli che li hanno comunque sempre trattati da stranieri, hanno cominciato a pensare di smuovere un po’ le acque, aderendo con entusiasmo ad ogni cambiamento, o promuovendolo essi stessi. Sono diventati i rivoluzionari per eccellenza. Basta scorrere un qualsiasi elenco di nomi dei critici più radicali della società tradizionale, dei teorici e dei capi delle rivoluzioni più importanti dalla metà dell’ottocento in poi, da Heine a Marx, a Trotzkj, a Liebknek e alla Luxemburg, giù giù fino ad Adorno e Benjamin e a tutta la scuola di Francoforte, o degli innovatori nei campi dell’arte, della musica e della letteratura, per rendersene conto.

Questo dovrebbe essere sufficiente a spiegare i tre ripiani di letteratura sull’ebraismo: ma non basta ancora a dare ragione di una vita intera a invidiare quella speciale appartenenza. Tieni presente che questa invidia si è per lo più tradotta, lungo tre millenni, in antisemitismo, mentre in me è diventata ammirazione e partecipazione incondizionata. Eppure gli Ebrei sono dei rivoluzionari, potresti obiettarmi, e io invece sono riapprodato, dopo un giro molto largo, ai ribelli. La verità, cara Elisa, è che gli ebrei sono molto di più che dei rivoluzionari o dei ribelli. Sono davvero “l’altro”, il pastore errante dell’Asia, che non ha casa in nessun luogo di questo mondo ma nemmeno in nessuna idealità, che è all’avanguardia di ogni causa e di ogni movimento ma ne viene poi immediatamente escluso, o si esclude lui stesso perché anche la migliore delle cause, quando trionfa e comincia ad istituzionalizzarsi, diventa uno strumento di oppressione. Guarda a quel che è accaduto nelle più importanti rivoluzioni della storia, quella cristiana e quella bolscevica: si sono, e li hanno, chiamati fuori non appena hanno cominciato a dire “ma, veramente, non pensavamo dovesse finire così”. L’ebreo si ribella perché è stufo di essere vittima, ma poi si ribella anche al suo nuovo status di carnefice, perché è stufo che ci siano delle vittime. Ogni volta si ritrova a guardare da spettatore disingannato, e ogni volta riprende il suo esodo verso nuovi ideali. L’ebreo incarna l’unica utopia possibile, quella di un uomo vero, di un uomo libero, di un “profeta senza onore”, come lo definisce Grunfeld, perché non ha radici nei luoghi e nelle tradizioni che lo legittimino agli occhi degli altri, ma vuole legittimare da sé la sua esistenza. Non è moderno, non almeno nel significato che si dà oggi al termine, legato ad un’epoca particolare. Lo è in senso molto più lato, quello di una posizione sempre sbilanciata in avanti, rispetto a qualsiasi epoca. Non è quindi moderno, ma eterno: e infatti, mentre gli antisemiti devono rinnovare di volta in volta le sembianze, prima faraoni o imperatori babilonesi o filosofi latini, poi crociati, sovrani spagnoli o gesuiti, e poi ancora plebi russe, reazionari francesi, proletari sovietici, sterminatori tedeschi, razzisti americani, europei, islamici e idioti di ogni genìa, l’ebreo rimane fedele a se stesso, al suo essere “contro”.

Capisci, adesso? Quella ebraica non è una razza, è una metafora. Almeno lo spero, perché nella razza non potrei rientrarci, nella metafora magari si.

SAGGISTICA 2) Storia delle idee

E adesso lasciamo gli ebrei, ma solo per modo di dire, perché passiamo alla terza ed ultima sezione di questa camera, quella che raccoglie la storia della scienza, la storia della filosofia e la storia delle idee, e ce li ritroveremo costantemente tra i piedi. Il fatto che tu abbia cominciato ad alzarti e a stiracchiarti mi dice che devo darci un taglio e procedere più speditamente. Vedrò di provarci, ma non ti prometto nulla.

Nella storia della scienza faccio rientrare discipline o ambiti che potrebbero essere considerati a buona ragione “umanistici”, come l’antropologia e l’etnologia, e nella “storia delle idee” tutto quello che non appartiene alla storia della filosofia in senso stretto, ma che non saprei come definire diversamente. La verità è che riesce difficile stabilire ad esempio se il darwinismo sia piuttosto una teoria scientifica che una concezione filosofica, o appartenga invece più in generale alla storia delle idee; e comunque ha poco senso. È evidente che tutto si tiene, e che per quanto mi riguarda uso questi schemi in maniera molto elastica, solo per sapere dove diavolo devo cacciare “La civilizzazione dei costumi” di Norbert Elias o la “Storia delle buone maniere a tavola”, e soprattutto dove cercarli quando ne ho bisogno. Per facilitarci un po’ le cose (a me, soprattutto) faremo una sorta di rapida videata delle sottosezioni.

Semiotica e storia dei linguaggi

Dunque, quella che ho chiamato “storia delle idee” occupa tutto lo scaffale a fianco della finestra (parete C). Sotto la sezione dedicata alle dottrine politiche, della quale abbiamo già parlato, c’è un ripiano occupato dalla semiotica e dalla storia dei linguaggi in generale, con cose tipo “I linguaggi dell’umanità” di Michel Malherbe, quello dal quale abbiamo tratto gli alfabeti per il nostro codice segreto, compresi lo khmer, il gujrati e l’etiopico, oppure la “Storia e potere della scrittura” di Henry-Jean Martin, o “La ricerca della lingua perfetta” di Eco. In questo settore ci sono alcuni testi davvero fondamentali, come “Gli strumenti del comunicare” o “La galassia Gutemberg” di Marshall McLuhan, e il “Trattato di semiotica Generale”, sempre di Eco, ma anche “Le rivoluzioni del libro”, di Elizabeth Eisentein, sui mutamenti indotti nella cultura occidentale dall’introduzione della stampa, o “La terza fase” di Raffaele Simone, sugli ulteriori sviluppi provocati dall’informatizzazione. Altre opere, come “Una storia della lettura” di Alberto Manguel o “L’arte della memoria” di Frances Yates, o anche la “Decadenza dell’analfabetismo” di Josè Bergamin, affrontano da angolazioni originali, a volte decisamente controcorrente, il cambiamento nei modi di trasmissione della cultura.

Non ti vedo particolarmente entusiasta, e in effetti queste possono sembrarti tematiche specialistiche, per addetti ai lavori: ti garantisco invece che si intrecciano con la realtà quotidiana molto più di quanto tu immagini. Per esempio, ciò che sto facendo in questo momento, lo scrivere un’interminabile lettera sulla mia biblioteca, non lo avrei probabilmente fatto quando non possedevo un computer. O meglio, magari lo avrei fatto, riempiendo della mia scrittura fitta fitta un quadernone dalla copertina nera, e forse lo avresti anche apprezzato di più, lo avresti conservato come una reliquia, come faccio io con le vecchie lettere degli amici. Ma sarebbe stata un’altra cosa: senz’altro più spontanea e intima, per cominciare. Ed era partita così, in effetti: ho davvero iniziato a scrivere sul quadernone nero, e sono andato avanti per una ventina di pagine. Poi ho pensato che questa sorta di testamento avrebbe potuto interessare non solo te, ma anche i tuoi fratelli, o qualche amico, e che per consentirgli un minimo di circolazione dovevo trasferirlo sul computer. Dal momento in cui ho cominciato a battere sulla tastiera la cosa mi si è trasformata tra le mani, perché è scattata la possibilità di darle un respiro e una diffusione più ampi, e di conseguenza la necessità di curarne sia pur minimamente la forma e la struttura.

Trent’anni fa non mi sarebbe neppure passato per la mente di battere a macchina tutti questi fogli in triplice copia, usando la carta carbone, per raccontarti cose simili. Un lavoro del genere lo avrei fatto, e l’ho fatto effettivamente, solo per argomenti decisamente più “seri” ed importanti. Conservo ancora decine di bloc notes con le successive versioni di ogni singolo capitolo, zeppe di correzioni e cancellature e asterischi di rimando: una fatica di Sisifo. Oggi invece sono stimolato ad andare avanti dalla possibilità di dare immediatamente a ciò che scrivo una forma diciamo editoriale, di tornare più volte sul testo, modificarlo a mio piacimento, tagliare, incollare e leggerlo in tempo reale in una possibile stesura definitiva: posso in pratica produrre un libretto che ha la dignità, almeno per quanto concerne la confezione, di una qualsiasi opera a stampa, e controllarne completamente ogni fase, dall’ideazione alla diffusione. Questo mi rende più libero e mi induce a scrivere, indipendentemente dalla destinazione. Se poi aiuti o meno a scrivere cose sensate, è un altro problema. Ho ancora l’impressione che il computer, proprio perché conferisce immediatamente alla scrittura l’autorevolezza della stampa, non consentirà mai di distillare capolavori come “Il rosso e il nero” o “Guerra e pace”, e sia piuttosto adatto a produrre piatti da fast food, per un consumo superficiale e frettoloso; ma forse è solo un mio pregiudizio, o forse la scrittura non può davvero che riflettere lo spirito del tempo.

Il fatto è che l’introduzione del computer ha cambiato il rapporto con ciò che si scrive. Era già accaduto nel medioevo con quella della carta, che facendo crollare i costi del materiale di supporto aveva consentito un enorme sviluppo della scrittura lirica e intimistica, e nel Rinascimento con il passaggio alla stampa, che aveva creato il mercato editoriale, rivolgendosi ad un nuovo pubblico e rivoluzionando l’attitudine sia degli autori che dei lettori. Anche l’argomento di cui ti parlo, una biblioteca, rientra in questo settore, quello della conservazione, della memoria del sapere. Vedi quindi che ci siamo dentro fino agli occhi.

Ma c’è di più, e riguarda strettamente te. Ti ho seguito con curiosità nei tuoi primi approcci alla scrittura e alla lettura, e nella evoluzione rapida che ti ha portato in questi due anni ad essere cittadina di un altro mondo, quello degli alfabetizzati. A dispetto della tua testardaggine e di una certa pigrizia, che ti porta a preferire che sia io a leggerti qualcosa, ho notato quanto sia avida di parole, tanto che credo conosca già buona parte dei titoli di questo studio, perlomeno quelli che ti suonano un po’ strani: ma soprattutto mi accorgo che è cambiato anche il tuo rapporto con le cose, dopo che le parole che le indicano hanno preso una consistenza scritta. Sei passata da una cultura uditiva ad una visiva.

Più in basso, nello stesso scaffale, un’intera fila di volumi è dedicata ad uno dei temi chiave per lo studio della modernità, quello della percezione del tempo. Cose come la “Storia del tempo” di Landes, “L’ordine del tempo” di Pomian, “Tempo privato” della Nowotny, “La freccia del tempo” di Coveney, “Computus” di Borst, “Le macchine del tempo” di Cipolla, e almeno un’altra ventina. Ho coltivato per anni una vera ossessione per la storia delle concezioni del tempo, ossessione che correva parallela a quella per l’ebraismo e che oggi finalmente si è risolta nella constatazione che si trattava in sostanza dello stesso tema. Ma qui entriamo davvero in un argomento tutt’altro che abbordabile. Facciamo come sopra, lasciamo perdere gli ebrei e la modernità e vediamo come influisce la percezione del tempo sulla nostra vita quotidiana.

Dopo aver letto decine di volumi al riguardo, oggi, rispetto a cosa sia il tempo, ne so meno di prima: ma so almeno come è stato interpretato il concetto nelle varie epoche e nelle varie civiltà, e che per un Tupi-Guarani o un nordafricano non ha senso la puntualità come noi la concepiamo, perché non ha senso l’idea dell’ora e del minuto. Può sembrar banale, ma è uno dei fattori principali di incomprensione tra le diverse culture, e quando non se ne ha consapevolezza non esistono nemmeno i presupposti per accettare gli altri. Questo vale soprattutto per persone come me e te, maniache della puntualità e sempre un po’ in anticipo, a scalpitare perché gli altri la prendono comoda.

Voglio dire che fin che rimaniamo all’interno della nostra cultura e del nostro schema di vita l’impegno alla puntualità e la pretesa che siano puntuali anche gli altri sono doverosi, perché se si conviene di giocare ad un certo gioco, nel quale valgono determinate regole, chi non le rispetta viola un tuo diritto, non rispetta nemmeno te. E su questo ritengo si debba essere intransigenti. Ma è importante ricordare che non si tratta dell’unico gioco possibile, e che in presenza di altre culture e altre tradizioni occorre essere elastici, e magari accettare di cambiare o di allentare un po’ le regole. I libri che vedi non parlano esattamente di questo, ma lo fanno capire nel momento in cui ti raccontano come sono state create le regole del gioco al quale stiamo giocando. E ora, per rispetto delle regole e del tuo tempo, procediamo.

Subito sotto il ripiano degli studi sul tempo viene il settore che raggruppa campi di indagine vari e peregrini, quelli cui ho già accennato parlando di emarginati e devianti, cose tipo la “Storia dei costumi sessuali” o la “Storia del cibo” di Tannahill, con tutti gli altri titoli che ruotano lì attorno. Non hai che da scegliere: sotto il nome di Piero Camporesi trovi ad esempio “Il pane selvaggio”, “Il paese della fame”, “Il sugo della vita”, “La carne impassibile” e “Le officine dei sensi”, ma poi ti puoi sbizzarrire con “La fame e l’abbondanza” di Montanari o “Le pentole del Diavolo” di Meldini, o addirittura con la storia della patata, del caffè, del tabacco, dei generi voluttuari, delle droghe e così via. Lo stesso per la sessualità, magari tra qualche anno: puoi partire da “Il sesso e l’Occidente” o da “Sesso e società alle origini dell’età cristiana” e andare avanti, attraverso la “Storia della sessualità”, “Secondo natura” e tutto il resto, fino all’immancabile “La volontà di sapere” di Michel Foucault. E poi, per tirarti su il morale, ci sono storie delle malattie, delle epidemie, dell’anoressia, dell’igiene, “La peste nella storia” e “Sport e civilizzazione” di Elias (ecco dov’era finito!).

Se invece vuoi davvero saperne di più rispetto a quello che ti ho detto io sulla “Storia del fantasticare” puoi cominciare proprio da quel titolo di Elémire Zolla, o meglio ancora, da “Il regno segreto” di Robert Kirk, un bizzarro ecclesiastico del seicento che sa tutto su fate, elfi, gnomi e compagnia, e poi spostarti a “L’immaginario medioevale” di Le Goff e a tutto un ripiano su “Demoni, mostri e meraviglie”, che spazia dalla demonologia alla stregoneria, al ritorno dell’anticristo e agli apocalittici, alle concezioni della morte nelle varie epoche e presso i diversi popoli, fino alle svariate rappresentazioni dell’aldilà. Insomma, avrai capito che c’è di tutto un po’ e che raccontarlo nel dettaglio significa solo saltare cose tutte altrettanto importanti e godibili. Non voglio guastarti il piacere di scoprirle, a suo tempo, poco alla volta.

Psicologia e psicoanalisi

Proprio in fondo, seminascosto dalla scrivania allo sguardo del visitatore, trovi infine il settore dedicato a Psicologia e Psicoanalisi, che comprende oltre ai testi di carattere generale le opere di Freud, di Jung e di Adler, nonché quelle di Lacan, di Ferenczi, di Laing e anche due o tre “Psicologie del sesso”. Sarà perché da queste ultime, malgrado tutte le migliori intenzioni, non ho ricavato niente, nel senso che ho rinunciato a darmi una spiegazione dei meccanismi psicologici e delle differenti impostazioni nel rapporto tra i sessi, o forse semplicemente perché conosco diversi psicologi e psicanalisti: sta di fatto che non ho in gran simpatia queste discipline. Lo so che questi non sono argomenti corretti per giustificare un rifiuto, e che gli psicanalisti televisivi stanno a Freud come Badget-Bozzo sta a Cristo: ma, proprio come per il cristianesimo o il comunismo, credo che tutto ciò che può essere così banalizzato, e stravolto da promessa di liberazione a strumento di potere, nasconda un vizio d’origine.

Non voglio complicarti la vita, e se da grande oltre che la ballerina vorrai fare anche la psicologa o la psicoanalista non metterò becco. Sappi però che mentre ritengo illuminante la lettura di Freud, soprattutto di quello maturo de “Il disagio della civiltà” e di “Mosé e il monoteismo”, sono decisamente scettico sulle applicazioni terapeutiche delle sue teorie, e anche molto infastidito dalla tendenza, per fortuna in calando, a interpretare in termini edipici qualsiasi sospiro. Per capirci, mi irritano quelle persone che leggono in ogni tuo gesto o parola, fosse anche il piacere di lavorare in campagna, significati reconditi e pulsioni sessuali represse, e più ancora quegli studiosi che applicano lo stesso decoder alla letteratura o alla storia.

Ma questi sono fattori che discendono da una scorretta applicazione della teoria, o dalla trasformazione di quest’ultima in una dottrina. Il difetto d’origine che imputo invece più in generale alle discipline dell’ambito psicologico consiste nella tipizzazione, cioè nella necessità di ricondurre i comportamenti individuali entro schemi di lettura generalizzanti, che per quanto elastici sono comunque delle gabbie. Non che questi strumenti e questi schemi interpretativi siano privi di fondamento, ma è bene aver sempre chiaro che dal momento che ingabbiano la realtà sono applicabili giusto ad uno zoo, e non alla libera savana. Voglio dire che quando accampano la pretesa di spiegare tutto sono attendibili come la fisiognomica o l’astrologia, e che questa pretesa l’hanno accampata troppo spesso. Non mi riferisco agli psicologi da baraccone che vengono interpellati dai telegiornali ogni volta che cambia il tempo, ma alla presunzione di certe interpretazioni storiche, ad esempio, o letterarie, che spiegano le campagne di Napoleone o le favole di Andersen con l’omosessualità latente o manifesta.

Ho anche l’impressione che le quotazioni di queste discipline nella borsa della cultura siano in rapida discesa, e questo naturalmente comporta il solito rischio di buttare via l’acqua col bambino dentro. Ma è un problema che tocca un po’ tutti gli ambiti culturali, anche quelli in apparente salita, e nasce dalla stessa confusione tra il divulgare e il banalizzare di cui ti parlavo a proposito della storia.

In definitiva, confesso che non sarei in grado di darti indicazioni per un percorso di avvicinamento. Posso al più sconsigliarti Lacan, o Deleuze e Guattari, ma solo perché non ci ho capito letteralmente nulla, e magari consigliarti Freud, perché scrive decentemente, e Morin o Piaget, perché dicono cose chiare e più che sensate. Ti prego soltanto di una cosa, prendimi come sono, non ti sforzare di analizzarmi troppo, magari a partire da queste pagine.

Filosofia

Di una posizione di ben altro rispetto, almeno per quanto concerne materialmente la collocazione, gode la Filosofia, che occupa la gran parte del primo scaffale da sinistra della parete B. Ho parlato poco di Filosofia sino ad ora, per la più semplice delle ragioni: non ho molto da dire. Non ho avuto la fortuna di incontrare al Liceo uno di quegli insegnanti che ti appassionano, che ti fanno scalare lezione dopo lezione le vette dell’ingegno e godere le meraviglie della speculazione umana: uno alla Augusto Monti, per intenderci. Il mio era senz’altro preparato, per carità, dava l’idea di conoscere tutto di prima mano, da Talete a Croce, ma non aveva alcun senso dell’ironia, nei confronti nostri e soprattutto nei propri. Pretendeva uno studio mnemonico, la ripetizione pedissequa di appunti presi praticamente sotto dettatura, e non tollerava il minimo accenno di riflessione personale. Magari aveva anche ragione, sarebbe stata solo presunzione discutere di cose delle quali si aveva una conoscenza del tutto superficiale, e così facendo ci insegnava un po’ di utilissima umiltà: ma gli fosse una volta capitato di farsi sfuggire che dietro quelle idee c’erano delle teste, e dei corpi, e delle storie, che Schopenhauer aveva buttato dalle scale la padrona di casa e Spinoza era morto praticamente di fame. Niente. Mai un pettegolezzo, mai un dubbio.

Era anche il mio insegnante di Storia, ma per Storia avevo l’antidoto del Cantù (e infatti, non c’era nulla che lo facesse andare fuori dei gangheri come i miei tentativi di insaporire un po’ le cose), mentre il manuale che avevo in uso per filosofia somigliava a chi lo aveva adottato, grigio, pesante, con biografie in nota di quattro righe, da leggersi con la lente. Ho dovuto attendere l’uscita in economica della “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell, per riconciliarmi con il pensiero filosofico. Ma è stato un riavvicinamento freddo: forse non ho acquisito gli strumenti adatti, o forse, più probabilmente, ho dei limiti congeniti di disposizione, sta di fatto che dopo aver provato a leggere Hegel ho sofferto di cefalee per quattro anni, e Kant e Heidegger li ho mollati al primo sintomo, cioè grosso modo dopo dieci pagine. C’entra senza dubbio anche in questo caso la mia soggezione alle simpatie personali, che prescindono dal valore intrinseco del pensiero e sono motivate dalle ragioni più stravaganti: tant’è vero che sono invece riuscito a leggere Spinoza, Bruno e Vico, che quanto a chiarezza e semplicità te li raccomando. Per altri autori, come Platone, Montaigne e Nietzche, è stato decisamente più facile, ma in quei casi se non altro la scrittura era nitida e affascinante.

Insomma, pur partendo da una preparazione di base squadrata da ogni lato e da quaderni di appunti in bella copia che parevano lo Zibaldone, devo confessare che non sono stato in grado, dopo, di compiere un percorso sistematico o minimamente logico nel pensiero filosofico. Sono tornato ad interrogare la Filosofia solo occasionalmente, di sponda, sulla scorta di rimandi provenienti da altre discipline, e allora mi è magari capitato di scoprire con rammarico che in quei testi c’erano già tutte le risposte che stavo cercando da un pezzo. Così ad esempio è stato per la filosofia dell’umanesimo, quando ho dovuto scendere un po’ più in profondità in funzione di un lavoro storico, o per il pensiero illuministico, al quale mi hanno ricondotto gli interessi per il razzismo e l’utopismo.

Ho notato comunque che le risposte significative venivano piuttosto dagli autori marginali, spesso da pensatori in prestito alla filosofia, piuttosto che dai grandi edifici concettuali. La perfezione delle linee del pensiero di persone degnissime come Kant ed Hegel mi ricorda un po’ i dipinti sulle città ideali del Rinascimento: bellissime, perfette, ma disabitate. Si sente che quello che disturberebbe il quadro sono gli esseri umani con la loro vita, le loro attività, il loro vociare.

Non voglio però farla troppo lunga, soprattutto dopo aver affermato all’inizio che non ho niente da dire. I testi ci sono, di pilastri come Platone o Kant trovi senz’altro le opere più significative, solo Nietzche è rappresentato pressoché al completo, e in più ci sono alcune ottime storie del pensiero filosofico, che mano a mano hanno integrato quella di Russell: Cassirer, Chatelet, De Ruggiero, Reale, ecc. Per quanto concerne me torno a dire che le risposte di fondo le ho trovate in autori non citati in queste storie, come Leopardi o Camus, e ultimamente in un pensatore che rifiuta esplicitamente la qualifica di filosofo, Isaiah Berlin. Rispetto al pensiero di Leopardi sono stato anche un precursore, perché la sua rivalutazione come filosofo è di quest’ultimo decennio, mentre io lo leggevo come tale quaranta anni fa. Cercherò di impedire che la scuola ti guasti il piacere della sua frequentazione, come in genere purtroppo accade, quindi avremo modo presto di riparlarne. Per adesso sappi che ciò che allora, a sedici o diciassette anni, me lo faceva sentire vicino, non solo come poeta ma come pensatore, era la constatazione di una identità di sentimenti in situazioni di vita tanto diverse. A vent’anni scoppiavo di salute, la campagna mi aveva irrobustito ed ero tutt’altro che timido e impacciato con l’altro sesso, eppure sapevo, o meglio sentivo, che quella era la mia visione del mondo, che non c’entrava per nulla il pessimismo, che Leopardi non era uno sfigato ma un uomo coraggioso, capace come nessun altro di guardare in faccia la verità e di non distogliere lo sguardo. E la conferma che questa affinità non ha nulla a che vedere con una condizione di vita ma discende da una consapevolezza esistenziale l’ho trovata successivamente in Camus.

Quanto a Berlin, si tratta invece di un acquisto tardivo. Ho scoperto Berlin attraverso le sue letture del pensiero di Vico e di quello di De Maistre. Al contrario di quanto accaduto con Leopardi, a Berlin potevo arrivare solo alla fine di un lungo percorso, perché non propone una visione della vita, ma una interpretazione dei fenomeni culturali, del pensiero, e quindi parla a chi con questi temi abbia un minimo di dimestichezza. Ne “Il legno storto dell’umanità” e “Il riccio e la volpe”, che ti consiglio di leggere tra circa trent’anni, a meno che non abbiamo la ventura di farlo prima assieme, trovi delle verità semplicissime, evidenti, ma forse proprio per questo non considerate degne della speculazione filosofica. Il che mi porta a pensare che poi tutto sia molto più semplice di come appare, e che ogni tentativo fatto dall’uomo di complicarlo sia un modo di sfuggire, tramite la cultura, proprio alla consapevolezza.

SAGGISTICA 3) Storia della Scienza

 Se fai un ultimo sforzo (giuro!) e sposti lo sguardo verso la parete D trovi finalmente la storia della scienza. Come puoi constatare è suddivisa in due sezioni. La prima, sulla sinistra, comprende la storia della scienza vera e propria: ci sono trattazioni generali sulle origini e sugli sviluppi del pensiero scientifico, storie delle diverse discipline (affascinante quella della matematica: se me l’avessero raccontata al liceo non sarei diventato un Galois, ma probabilmente mi sarei evitato il quattro) o monografie su protagonisti e momenti particolari delle stesse. Tra qualche anno potresti essere intrigata soprattutto da queste ultime. Ad esempio da uno studio di Giorgio di Santillana, “Il mulino di Amleto”, che cerca di dimostrare come già in tempi remotissimi nel vicino Oriente fosse conosciuta la precessione degli equinozi. Non so quanto possa fregartene, e nemmeno quanto siano attendibili le conclusioni, ma senza dubbio è trascinante la cavalcata attraverso i miti cosmologici arcaici e la loro interpretazione. Molto bello è anche “I sonnambuli” di Koestler, sui protagonisti della rivoluzione astronomica del ‘500: un conto è conoscere le leggi di Keplero, un altro è immergersi nella vita disperata e avventurosa del loro scopritore, e constatare come le intuizioni più geniali possano discendere da stravaganti fantasie. O ancora, per farti un’idea di quale verminaio sia talvolta l’ambiente scientifico, di quali giochi di invidie e di potere si celino dietro il confronto tra le diverse teorie, e ne determinino spesso il rifiuto o l’accettazione, potrai leggere “Costantinopoli 1786”; è il resoconto di una controversia settecentesca, ricostruita con divertita malizia da uno studioso che tu stessa già conosci, Paolo Mazzarello. Il fatto è che quando vengono raccontate con passione e intelligenza (vale a dire rispettando le motivazioni e le curiosità elementari del profano) diventano coinvolgenti persino la storia dello “Zero” di Robert Kaplan o la “Breve storia dell’infinito” di Zellini: per non parlare poi di cose come “L’ultimo teorema di Fermat” e di “Codici e segreti” di Simon Singh, o dei libri di Guejdi, “Il teorema del pappagallo” e “Il meridiano”, scritti con l’occhio al grosso pubblico. C’è una grande fioritura in questi ultimi anni, un vero e proprio boom della divulgazione scientifica, soprattutto relativa alla matematica. L’unico problema è che in genere questi libri vengono letti da chi di divulgazione non avrebbe bisogno. Si ha addirittura l’impressione di un spreco, perché coloro cui sarebbero davvero utili non sanno che farsene.

A destra c’è invece la sezione più ricca, sulla quale ci soffermeremo un po’ più a lungo. È dedicata alla storia naturale, ma in senso molto lato, perché come ti ho anticipato comprende testi di antropologia e di etnologia, che di norma sono collocati tra le scienze umane. Si tratta anche del settore più giovane: mi sono adattato tardi all’idea che per capire qualcosa dell’uomo lo si deve accettare innanzitutto come animale. Probabilmente sono un po’ lento di mio, ma credo che abbiano avuto il loro peso anche l’ambiente e l’educazione.

In gioventù non ero attratto dalle scienze naturali. La natura la davo per scontata, mi piaceva e ci vivevo immerso tutti i giorni, ma non mi incuriosiva più di tanto. Non ero di quelli che raccolgono e classificano le pietre o le farfalle. Le pietre preferivo lanciarle, ero anche piuttosto bravo, e le farfalle le lasciavo volare. Ancora oggi riconosco un film da un paio di fotogrammi e molti libri da un solo paragrafo, ma non ho imparato a distinguere le varietà di pesci che popolano il Piota o quelle delle erbacce che infestano la vigna.

Nemmeno dai tuoi nonni arrivavano incoraggiamenti in questo senso. Vivevamo di agricoltura, ma solo col tempo mi sono reso conto di quanto mio padre amasse e conoscesse la sua terra. All’epoca mi sembrava che considerasse la natura piuttosto una forza da combattere, domare e talvolta subire: grandinate, malattie delle viti, raccolti sempre in pericolo. Mia madre poi pativa particolarmente questa situazione: aveva per me altre ambizioni, mi voleva colto e affermato, e anche molto salesiano, alla san Domenico Savio, tutto spirito e niente carne.

Meno che mai, naturalmente, ero stimolato dalla scuola. Ho mandato a memoria elenchi interminabili di ordini, generi, specie e sottospecie, dicotiledone e monocotiledone, vertebrati e invertebrati, giusto per il tempo di superare una interrogazione, e senza trovare una sola volta un motivo valido per non dimenticarli. Avrei avuto bisogno di un approccio un po’ più “storico”, ma i testi di scienze delle medie e del liceo non menzionavano affatto Darwin o l’evoluzionismo, e i miei insegnanti si sono guardati bene dal farlo. Anche se non esisteva alcun divieto specifico persisteva l’impostazione data quarant’anni prima da Gentile, e veniva applicata la più efficace delle censure, quella del silenzio. O forse era pura e semplice ignoranza. Allo stesso modo i manuali di storia non prevedevano, con perfetta coerenza, un minimo di riferimento alla preistoria: non rientrava nell’ambito disciplinare. Ho creduto per anni che i dinosauri fossero un parto della fantasia di Giulio Verne. Sul serio.

Quale ne fosse la causa, resta comunque il fatto che questo disinteresse naturalistico ha profondamente segnato la mia formazione. Anche dopo la grande apostasia dei dodici anni, quando ho cominciato a professarmi non credente, non avevo rinunciato alla speranza che il genere umano fosse qualcosa di speciale, che esistesse se non un’anima almeno una dimensione spirituale discesa da chissà dove, e che il mondo e la nostra esistenza fossero comunque iscritti in un disegno. Per me la vicenda dell’uomo era una crescita lineare più o meno continua dalla barbarie alla razionalità, una versione laica dell’ascesa dalla materia allo spirito, dal peccato alla salvezza. C’entravano senz’altro l’educazione cattolica e l’istruzione di stampo ottocentesco, ma c’era anche molta attitudine congenita.

Capirai che, messa la questione in questi termini, tutto ciò che riguardava il non-umano, il pre-umano o il pre-storico non mi interessava. Le conferme di un cammino necessario dell’umanità verso la perfezione le trovavo nella storia, nelle arti, nella letteratura. Ogni nuova lettura mi portava sulla tracce di questo disegno, anzi, costituiva essa stessa una traccia: e anche i primi dubbi non sono nati da una improvvisa conversione scientifica, ma dalle suggestioni letterarie e poetiche leopardiane. Il percorso successivo, quello che mi ha portato a riconsiderare l’uomo sotto la sua specie animale, è stato compiuto tutto a ritroso (ma forse è proprio così che si compiono tutti i percorsi veri: si parte dalle certezze per approdare infine ai dubbi).

Quel sospiro mi dice che boccheggi, rassegnata a sorbirti un altro spiegone. Non hai più nemmeno la forza per protestare, e ne approfitto. Capisco che ne abbia le scatole piene, ma se mi interrompo adesso non ti becco più. Per cui mettiti buona e seguimi ancora per poco. Tra l’altro andiamo su argomenti con i quali hai già una certa confidenza: abbiamo chiacchierato più volte dell’evoluzione e nella bibliotechina della tua cameretta ci sono almeno sei o sette libri che ne parlano. So di comportarmi un po’ come mia madre, ma in compenso non ti nego anche un’educazione religiosa. Spero non abbia difficoltà, tra qualche anno, a scegliere.

Non quante ne ho avute io, perlomeno. Ho cominciato a dubitare della strada a corsia unica che avevo imboccato, quella dell’interesse storico-politico, appena si è trattato di fare concretamente politica e di approfondire seriamente la storia. Altro che perfezionamento: una vera schifezza. Ma non è stata un’illuminazione folgorante: ero piuttosto ostinato (si, è l’equivalente di zuccone: anche questo l’hai preso da me), per cui il ripensamento è stato lento, ha fatto un giro largo e ha disegnato i contorni di quello che a scuola voi chiamate un insieme, includendovi conoscenze e discipline (la genetica, la biologia evolutiva, la paleontologia e la paleo-antropologia, l’etologia, la neurofisiologia, ecc…) che al momento della partenza mi erano assolutamente estranee.

Va bene, la pianto con le metafore. Stavo solo cercando il modo per renderti comprensibile un percorso tutt’altro che lineare, e ora mi accorgo che quello più semplice è seguire la collocazione dei volumi: non ci avevo mai fatto caso, ma raccontano anche visivamente l’evolversi di un interesse. Come vedi vanno da “Tristi Tropici”, primo a sinistra del ripiano in alto, ad “Armi, metalli e malattie”, ultimo a destra, tre ripiani sotto. Da un classico dell’antropologia alla genetica delle popolazioni. Quindi seguiamo quest’ordine.

Avevo inserito Antropologia ed Etnologia nel piano di studi universitario essenzialmente perché gli esami erano abbordabili (l’unico tipo di antropologia che mi aveva attratto fino a quel momento era quella della “Comédie humaine”), ma forse anche per bilanciare un po’ le astrattezze delle varie Filosofie Teoretiche e Filologie Romanze. Gli antropologi studiano infatti l’uomo nella sua dimensione culturale “totale”, gli etnologi mettono a confronto le diverse culture; ciò che li differenzia da altri studiosi dell’uomo, ad esempio gli storici o i sociologi, è il fatto che il loro lavoro non si svolge a tavolino, ma sul campo, cioè in mezzo alle popolazioni studiate. Quindi si tratta di una concretezza di metodo, prima ancora che di contenuti. Quanto a questi ultimi, in genere l’antropologia e l’etnologia si occupano di culture primitive o elementari (non sempre, ma prevalentemente), e studiano l’uomo nel suo stato primordiale.

Ho trovato queste discipline sorprendentemente interessanti, anche se i corsi erano noiosi e i docenti si facevano vedere di rado: gli studi di Malinowski, di Levi-Strauss, di Evans Pritchard o di Marcel Mauss davano risposte nuove alla mia curiosità per il diverso e riempivano molti degli spazi lasciati vuoti dal lavoro storico, perché parlavano in fondo proprio dei “perdenti”, di quei popoli che il treno lo avevano perso. Il fatto è che leggevo ancora ogni diversità semplicemente come un ritardo. Simpatizzavo per i primitivi e per i “selvaggi” con il cuore, non con la testa: non mi sfiorava il dubbio che avessero il sacrosanto diritto di rimanere tali e di essere fieri della loro cultura. Ero persuaso che se aiutati e trattati in un certo modo avrebbero potuto civilizzarsi e apprezzare i vantaggi del modello occidentale (il che in qualche modo giustificava la missione dell’occidente). In fondo arrivavo dalle letture di Verne e di Kipling. Mi credevo un romantico, ma senza saperlo ero un illuminista e un positivista: confidavo nella forza della ragione e in quella dell’elettricità.

In questo non ero poi così lontano dagli altri della mia generazione; per un verso o per l’altro il fenomeno del terzomondismo, che ha caratterizzato il periodo tra la metà degli anni sessanta e la fine dei settanta, era un modo per trasferire altrove speranze e utopie che in occidente non avevano più storia. Si guardava ai popoli del terzo mondo non per quello che erano, ma per ciò che sembravano ancora in grado di fare e di diventare, naturalmente a patto di sposare ideologie e comportamenti politici appresi dall’occidente.

In sostanza le diverse culture, il loro sviluppo, le ricorrenze e le similitudini mi interessavano non in sé, ma perché ero alla ricerca di un comune denominatore tra le forme di organizzazione sociale: quello che avrebbe dovuto costituire la base di una struttura organizzativa buona per tutti gli uomini e tutti i popoli. Paradossalmente invece questa ricerca, che mi metteva di fronte a modelli alternativi di civiltà proprio mentre andavo scoprendo le nefandezze dei “civilizzatori” occidentali, mi ha portato a guardare alla diversità in maniera nuova, a capacitarmi del fatto che non è possibile ricondurre a un’unica soluzione tutte le situazioni, e a considerare determinante non tanto la permanenza delle strutture, quanto quella dei comportamenti.

Mi spiego: le strutture, le forme di organizzazione dei rapporti sociali, politici, familiari, possono dipendere dai tempi e dai luoghi, dalle situazioni di isolamento o di prossimità con altre culture, dal livello tecnologico, ecc…, insomma da fattori variabili, mentre i comportamenti di base dipendono da qualcosa di più costante e radicato, da una natura umana che è plasmabile dall’ambiente fino ad un certo punto, ma mantiene inalterati sul lungo periodo determinati caratteri fondamentali: il che comporta la possibilità nelle scienze dell’uomo, a differenza di quanto accade nelle scienze esatte, di trovare prodotti, risultati, livelli e direzioni di sviluppo diversi quando gli stessi fattori sono disposti in un ordine differente, ma anche di individuare all’interno delle differenze una continuità.

L’aver capito questo ha determinato lo spostamento dei miei interessi dalla storia prettamente “culturale” a quella naturale. Di lì sarebbe poi venuta la comprensione che i due cammini non sono affatto così distinti come si vorrebbe, anche se i binari sui quali viaggiano ad un certo punto si sono separati e soprattutto è cambiata la velocità di marcia sull’uno e sull’altro.

È stato un percorso lungo, tutt’altro che lineare, “puntinato” direbbero i neo-darwinisti, caratterizzato cioè da lunghe stasi e da improvvise mutazioni, corrispondenti ad incontri illuminanti. Niente di sistematico. Un po’ come quando si compone un puzzle: ci sono anche quelli che hanno metodo, partono dai bordi o che so io, ma di norma almeno all’inizio si va alla rinfusa, si combinano tessere in settori diversi, fino a quando non si intuisce grosso modo l’immagine e si può procedere sapendo quel che serve. Così viaggiavo io: una tessera tirava l’altra, e questa mi rimandava ad altre immagini e direzioni. Da Marvin Harris (“Cannibali e re”, “La nostra specie”, “Buono da mangiare”) ho appreso ad esempio che la sacralità delle vacche indiane non è il retaggio di una religiosità delirante, ma uno strumento per garantire la sopravvivenza. Molto interessante, mi dirai: ma poi? Poi c’è che ho dovuto riconsiderare il ruolo della religione, convincermi che non è solo oppio dei popoli, alla maniera di Marx, ma ha un suo preciso ruolo economico e sociale, attraverso la sacralizzazione di certi comportamenti, la creazione di tabù, ecc. Era un esempio di come la cultura pieghi e addomestichi la natura. Le indicazioni in questo senso che avevo trovato nei libri di Eliade e René Guénon non mi avevano convinto, perché la loro interpretazione del fenomeno era totalmente spiritualistica. Ora mi davo spiegazioni accettabili.

Ma Harris, che è un antropologo con una preparazione ed uno sguardo a trecentosessanta gradi, mi ha anche insegnato che il sistema di raffreddamento del corpo umano è diverso da quello degli altri mammiferi, che perché il sudore evaporando dissipi tutto il calore prodotto in eccesso è importante che la nostra pelle sia per la gran parte glabra, o che i peli siano cortissimi, e che tutto questo è legato alla stazione eretta e al fatto che l’homo erectus per sopravvivere doveva correre sulle lunghe distanze, per cacciare o per fuggire. Di qui tutta una serie di altre conseguenze, sulle scelte sessuali, sulla nascita di canoni estetici, ecc…, che ci dicono quanto la natura condizioni la cultura. Insomma, mi ha fatto capire che ogni presunzione di interpretare la storia dell’uomo doveva almeno fondarsi sulla conoscenza delle sue origini e della sua preistoria.

Allo stesso modo, “I draghi dell’Eden” di Carl Sagan mi ha fatto intravedere per la prima volta il funzionamento del cervello, la determinazione naturalistica dei nostri comportamenti. Ho cominciato così a pormi anche in termini biologici il problema di come interagiscano e si combinino nell’uomo cultura e natura. Tutte le letture successive sono state mirate a sciogliere questo nodo, cercando indizi sia nella direzione biologica che in quella evoluzionistica (biologia e paleontologia), alla ricerca del quid che ad un certo punto ha staccato la specie umana da tutte le altre e ne ha fatto un caso eccezionale, nel senso di eccezione, non in quello di superiorità.

Le risposte più immediate non potevano venire che dalla paleontologia. La lettura de “L’evoluzione dell’uomo e della società” di C. S. Darlington mi ha convinto della necessità di risalire ancora un po’, per cercare una spiegazione al mistero: ma l’incontro che ha definitivamente orientato il mio “nuovo corso” è stato senza dubbio quello con “Il gesto e la parola”, di André Leroi-Gourhan. Lì ho trovato per la prima volta una descrizione esauriente del processo di “ominazione”, dalla liberazione della mano a quella della memoria. È un testo che risale a oltre quarant’anni fa, scritto da un etno-linguista, ed oggi la ricostruzione che offre dell’evoluzione culturale è almeno in parte superata: ma conserva intatto il fascino di un tentativo di sintesi insieme scientificamente corretto e coraggioso. Leroi-Gourahn ha inaugurato una sorta di “periodo francese” dei miei interessi, quello che mi spinto ancora più all’indietro, verso le teorie generali degli esseri viventi. Ho letto in successione una serie di studi comparsi in Francia nei primi anni settanta e riguardanti l’ereditarietà, le trasformazioni e le mutazioni a livello genetico, a partire dal fondamentale “Il caso e la necessità” di Jacques Monod e passando poi per Pierre-P. Grassé (“L’evoluzione del vivente”) e Francois Jacob (“La logica del vivente”). All’epoca queste nuove interpretazioni del darwinismo basate sui più recenti apporti della genetica avevano dato uno scossone al mondo scientifico, riaccendendo un dibattito che si era un po’ assopito. Lo stesso effetto lo hanno avuto su di me una decina d’anni dopo. Non so dirti quanto abbia veramente capito di tutti quei passaggi, digiuno com’ero di qualsiasi conoscenza di base in biologia: ma l’effetto generale senz’altro è rimasto, un’idea di come funzionava la faccenda me la sono fatta.

Queste letture hanno provocato poi due effetti indotti. Il primo è stato la spinta a risalire alle fonti, a leggere finalmente Darwin (e devo dire che le cose che ho trovato più interessanti sono l’autobiografia e la relazione del viaggio con la Beagle, com’era prevedibile). Il secondo è stato l’interesse per il dibattito sul darvinismo, sulle sue interpretazioni nel corso di un secolo e mezzo. Quest’ultimo mi ha portato, oltre che ad avere più chiari gli sviluppi della teoria, a incontrare personaggi stravaganti ed affascinanti, ma soprattutto capaci di rendere comprensibili persino a me i punti fondamentali delle loro tesi.

La palma in questo campo spetta senz’altro a J. B. S. Haldane. Haldane è un genetista inglese della prima metà del ‘900, che incarna in pieno la capacità della cultura anglosassone di tenere i piedi per terra e di combinare il rigore scientifico col piacere umanistico. Esattamente come accade per il suo contemporaneo Auden nella poesia, o per Hobsbawm negli studi storici. Tra qualche anno, quando dovrai affrontare gli scogli delle scienze naturali alle medie o nelle superiori ti farò leggere “Della misura giusta”. In mezzo ad una serie di interventi che toccano tutti i temi più svariati e apparentemente peregrini, dalla religione alla produzione del lievito, dalla non violenza alle fiabe e alla sterilizzazione, accomunati però da una visione disincantata del ruolo dell’uomo e della scienza, e soprattutto da uno stile paradossale e sarcastico, ti spiega ad esempio la funzione dell’emoglobina nel sangue in venti righe, concludendo così: ”Se infilate la testa in un forno a gas, dopo che siete morti le vostre labbra assumeranno un bel colore rosato. Ma il sangue che rimane rosso non serve a nulla, e voi sarete morti proprio perché il vostro sangue è rimasto rosso”. Leggendolo capisci cosa significa essere cresciuto nel paese di Swift e di Hornby, invece che in quello di Manzoni e di Moravia.

Non si tratta di snobismo o di esterofilia ipercritica: è solo la sconsolata constatazione della realtà della nostra cultura e della nostra scuola. Probabilmente c’è anche un po’ la rabbia per non aver goduto al momento opportuno di maestri di questo genere. Dove lo trovi uno scienziato e un docente universitario italiano che scriva così? Da noi il divorzio tra le due culture, probabilmente per influsso della controriforma, perché fino alla fine del cinquecento anche i nostri artisti erano al tempo stesso scienziati e umanisti, ha pesato moltissimo. La scienza si è ritirata nel suo gabinetto privato, ha elaborato un suo linguaggio iniziatico, è rimasta asservita al potere o ai poteri, quali che fossero. Negli anni in cui Haldane scrive queste cose in Italia gli scienziati firmano il manifesto sulla razza.

Faccio una digressione per esemplificarti la specificità negativa italiana. Quasi contemporaneamente ai saggi di Haldane avevo letto “Il tabù dell’incesto” di Fabio Ceccarelli, uno dei pochissimi studiosi nel nostro paese ad aver tentato una lettura originale del processo di ominazione, e lo avevo trovato ricchissimo di spunti, di intuizioni, di interpretazioni forse discutibili, ma senz’altro stimolanti. Per quanto ne so il libro non ha avuto nessun riscontro nella cultura ufficiale e nel dibattito scientifico nostrano, il che ti dà un’idea del muro di indifferenza nel quale cozzano da sempre in Italia coloro che hanno davvero qualcosa da dire. È altrettanto vero però che lo stile argomentativo di Ceccarelli è tutt’altro che piano e scorrevole, richiede una concentrazione continua e totale e un’aspirina alla fine di ogni capitolo, proprio per la radicata consuetudine italiana in base alla quale certi argomenti possono essere affrontati solo col taglio “alto”. Dubito che riuscirai a leggere “Il tabù dell’incesto”, e mi spiace, perché il libro vale e l’autore, che ho poi conosciuto, era una di quelle persone schive e genuine che si incontrano sempre più raramente.

Ma torniamo al nostro percorso. L’ultima parte è legata soprattutto alla scuola anglo-americana, rappresentata da paleontologi come Gould ed Eldridge e da biologi come Wilson e Dawkins. Prima ancora di Haldane potresti leggere “Il pollice del panda”, di Stephen Jay Gould, altro straordinario esempio di come si possa raccontare la scienza con stile, chiarezza ed humor. Anche qui si spazia tra gli argomenti più disparati, e viene raccontata ad esempio l’evoluzione dell’uomo servendosi di quella della figura di Topolino. Ti sfido a non capire e a non divertirti. Ma sotto il divertimento c’è una precisa visione dei meccanismi che portano all’emergere di nuove specie, di come operi la selezione e di come le bizzarrie della natura siano tali solo per i limiti della nostra capacità di comprendere.

Gould rimane indubbiamente lo studioso dell’evoluzione più famoso e letto degli ultimi decenni, ed oltre ad essere un ottimo divulgatore è anche esponente di una corrente della biologia evoluzionistica, quella “naturalistica”, che ha formulato la teoria più innovativa rispetto al darwinismo tradizionale, quella degli “equilibri punteggiati”. La sua posizione nell’ambito degli studi evoluzionistici è considerata “di sinistra”, perché concede largo spazio alla determinazione ambientale, oltre che a quella genetica, e perché non manca di denunciare l’uso della scienza a scopi discriminatori o razzisti. Al contrario viene considerata “di destra” la posizione dei “sociobiologi” o ultradarwinisti, un’altra corrente che riconduce ogni comportamento animale (e quindi anche umano) ad una competizione riproduttiva, all’egoismo genetico.

Proprio il dibattito seguito alla pubblicazione del saggio “Sociobiologia. La nuova sintesi”, di E.O. Wilson, all’inizio degli anni ottanta, mi ha fatto capire quanto pesino anche in campo scientifico i preconcetti. Avevo seguito la querelle sulle pagine de “Il Manifesto”, l’unico giornale libero al quale ci si potesse aggrappare negli anni del riflusso. La cultura di sinistra, scientifica e non, accusava Wilson, che è un entomologo, studioso delle società degli insetti, di voler applicare alle società umane gli stessi criteri interpretativi adottati per quelle delle formiche, considerando le une e le altre esclusivamente come cooperative per la riproduzione, finalizzate al gioco del “gene egoista”. È un po’ complicato da spiegare, ma la sostanza del contendere alla fine era questa: se si spinge alle estreme conseguenze il riduzionismo biologico, cioè la determinazione genetica dei nostri comportamenti, e si ritiene che questi siano esclusivamente controllati dalla competizione riproduttiva, ogni ipotesi di progresso sociale, di educazione all’altruismo, alla convivenza pacifica tra individui o gruppi o etnie va a farsi benedire, diventa una bella favola. Si giustifica la lotta, l’ineguaglianza, l’esistenza di gerarchie. E questo, evidentemente, è duro da accettare.

Qualcosa però non quadrava. Si capiva sin troppo bene che il rifiuto della sinistra era pregiudiziale, e nasceva il sospetto che troppi parlassero della questione senza conoscere di prima mano le argomentazioni e le teorie. Non sono arrivato a leggere il libro di Wilson che aveva scatenato il putiferio, per la ragione molto semplice che era introvabile e carissimo, ma ho apprezzato altre sue opere, quelle che trovi qui, come “L’armonia meravigliosa”, “Biodiversità” e “Il fuoco di Prometeo”: e ho scoperto che Wilson non diceva affatto quello che gli era attribuito, anche se diceva cose che potevano essere interpretate in quel senso. Ma non si può fare la guerra alle possibili interpretazioni sbagliate o forzate screditando un lavoro di per sé innovativo e rigoroso: si deve semmai cercare di darne una che ci sembri corretta. Non sto parlando di neutralità della scienza, non ci credo e non esiste: la scelta di una ipotesi, e prima ancora di un argomento o addirittura di un campo di indagine è una dichiarazione di parte. Semplicemente, penso che l’onestà intellettuale imponga di ascoltare almeno, e se possibile anche capire, le argomentazioni degli interlocutori.

Le ultimissime acquisizioni, quelle in fondo al ripiano più basso, vanno in una direzione che sembrerebbe mettere d’accordo naturalisti e sociobiologi. “Il pavone e la formica”, di Helena Cronin e “Uomini, donne e code di pavone” di Geoffrey Miller prendono le mosse da un aspetto a lungo trascurato della teoria darwiniana, quello relativo alla selezione sessuale, e ne documentano l’importanza ai fini della sopravvivenza della specie. Lo studio di Miller spinge un po’ oltre la cosa, in maniera volutamente provocatoria, fino a leggere ogni manifestazione culturale come una forma di “corteggiamento”, uno strumento per garantirsi il successo riproduttivo. Per quanto concerne le finalità sembrerebbe quindi sposare appieno le tesi degli ultradarwinisti, ma essendo l’autore uno psicologo e non un biologo finisce per riconoscere le modalità di azione della cultura proposte dai naturalisti.

Come vedi, alla fine tutto torna. La cultura umana nasce in risposta ad imperativi biologici, ma la componente biologica viene a sua volta modificata dall’evoluzione genetica, e questa evoluzione avviene anche in risposta alle innovazioni culturali. Due ottime sintesi dell’intero dibattito, che arrivano per l’appunto a questa conclusione, le puoi trovare ne “La lepre e la tartaruga”, di David Barash, un altro psicologo, e ne “Il cammino dell’uomo” di Jan Tattersall, un paleoantropologo. Il primo segue i percorsi paralleli e insieme incrociati dell’evoluzione biologica e di quella culturale, cogliendone implicazioni che toccano la demografia, l’ecologia, la tecnologia, ecc.: il secondo ricostruisce tutto l’albero evolutivo della specie umana. Sono testi talmente chiari e scorrevoli da entrare di diritto tra le mie ideali letture per scuole: forse otterrebbero un gradimento maggiore rispetto a “I promessi sposi”.

Andiamo a chiudere: ma ho il dovere di segnalarti ancora due studiosi, questa volta italiani, e non soltanto per salvare un po’ la faccia. Luca Cavalli-Sforza è un genetista di fama mondiale, e naturalmente lavora e insegna in America. Il suo “Storia e geografia dei geni umani”, quel volumone verde che sta a metà del ripiano, è ormai un classico della genetica delle popolazioni. A meno che non scelga di diventare una specialista del settore non lo leggerai mai, ma potrai trovarne un’ottima sintesi in “Geni, popoli e lingue”. Gli studi di Cavalli Sforza hanno fatto piazza pulita di tutti i falsi presupposti genetici sui quali si fondava il razzismo moderno. Oggi chi si appella ancora al presunto rapporto tra diversità naturali e inferiorità nei comportamenti o è in assoluta malafede o è un perfetto imbecille. Comunque, se vuoi saperne di più, a sinistra del volume verde trovi tutta una sezione di studi sul razzismo e sulla biodiversità.

Edoardo Boncinelli è invece un biologo, e rappresenta l’eccezione che conferma la regola italiana di cui sopra: è infatti un formidabile divulgatore e riesce a rendere chiare le cose più astruse, come il funzionamento del cervello e i meccanismi biologici. Leggendo il suo “Le forme della vita” ho avuto l’impressione che a dispetto di un cammino ancora lungo e probabilmente pieno di sorprese la scienza sia già molto avanti nella spiegazione del mistero umano, e che le conoscenze di cui dispone siano già sufficienti a delineare almeno il quadro generale.

Per intanto, quello che ho capito io di tutta la faccenda è che senza arrivare a considerarci delle macchine da riproduzione dovremo d’ora innanzi mettere in conto, in tutti i nostri progetti sociali per il futuro e nelle analisi storiche del passato, il peso enorme del fattore “natura”: questo naturalmente non per giustificare l’esistente, e quindi la rinuncia a ogni tentativo di miglioramento, ma per tenere i piedi per terra e affrontare realisticamente i problemi. Ormai sappiamo che l’evoluzione non è finalizzata ad uno scopo e che il suo strumento, la selezione naturale, non segue semplicisticamente la legge del più adatto: se così fosse, come diceva Haldane, i più adatti risulterebbero essere i poveri, che si moltiplicano decisamente più dei ricchi. Esistono anche delle retroazioni ambientali, dei fattori indotti che orientano in maniera diversa il cammino evolutivo. Nel caso dell’uomo il principale di questi fattori è la cultura, che modifica e imbriglia in molti modi quelle che sarebbero le spinte naturali. La forte determinazione genetica dei comportamenti umani è ormai comprovata dalla decifrazione della mappa del genoma: ma questo non cambia di una virgola il fatto che la cultura ci consente e ci impone un’assunzione di responsabilità. A noi i casi dell’evoluzione hanno dato la possibilità di scegliere, di sottrarci alla tirannia dell’istinto. Non so se sia un privilegio o una condanna: la Bibbia propende per la seconda ipotesi, ma io credo che visto che l’abbiamo dovremmo tenercela ben stretta, e usarla per il meglio.

Ora anche tu vorrai poter fare la tua scelta, e immagino già che sarà in direzione del giardino. Seguirai la tua spinta naturale, l’istinto geneticamente trasmesso a far capriole, ad arrampicarti sugli alberi e a dare la caccia ai gatti. Se però domani, o tra dieci anni, ti verrà voglia di entrare in questo studio non solo per giocare col computer, ma per sottrarre un libro agli scaffali e leggerlo, questa sarà una scelta culturale: vorrà dire che l’ambiente, pareti tappezzate di volumi, nomi e titoli che occhieggiano dai dorsi, un padre che non si muove senza avere con sé almeno due libri, per pararsi contro ogni emergenza, può addomesticare anche la natura più riottosa e selvaggia. Darai ragione a sia a Wilson che a Gould, e a me tanta felicità e un po’ di speranza.

E adesso, fila.

Appendice 2017

RITORNO ALLA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Carissima Elisa,

sono trascorsi quindici anni da quando ti ho coinvolta nella prima scorribanda attorno alla mia biblioteca. All’epoca ne eravamo usciti entrambi abbastanza bene: io senz’altro, perché ero stato costretto a ripensare tutto il percorso che c’era dietro e sopra gli scaffali, ed era stato un po’ come ripercorrere la vita intera: tu abbastanza provata, ma con l’embrionale coscienza che quei volumi non erano un complemento d’arredo, avevano una storia e un senso propri, tutti da scoprire.

Da allora, dopo che ti avevo rispedita a giocare in giardino, nello studio sei tornata sempre più spesso, prima per necessità scolastiche o per semplice curiosità, poi, poco alla volta, per pescare autori e titoli che ti avevano intrigato (tra i primi Calvino e Pavese: ma primo fra tutti, ricordo, L’amante dell’Orsa maggiore). Naturalmente hai disatteso le mie raccomandazioni, non dando notizia delle sottrazioni e non lasciando alcuna indicazione del trasferimento di quei volumi ad altro luogo (la tua cameretta, i tuoi scaffali), creandomi in questo modo ansie e costringendomi ad affannose ricerche: ma alla fine va bene anche così. A un certo punto hai poi iniziato a manifestare la sindrome del possesso, a quanto pare ereditaria, per cui ricompri i libri che ti piacciono o che ti sono piaciuti e stai creando una biblioteca parallela: in questo modo i doppioni si sono moltiplicati, e tuttavia non posso dire che la cosa mi spiaccia.

La biblioteca-madre è ancora lì, ma sia lei che tu siete nel frattempo molto cresciute (per parte mia, temo di aver smesso di crescere da un pezzo). Ti invito allora ad una nuova ricognizione, sia pure meno minuziosa: diciamo un semplice aggiornamento. Questa rimpatriata ha un senso perché i tuoi interessi, alla maniera tua, molto riservata e a volte persino indecifrabile, sembra stiano prendendo quella piega che nell’intimo avrei auspicato, ma che sinceramente non speravo; e perché in questi interessi i libri hanno una parte fondamentale. È bene dunque rinverdire la conoscenza di alcuni settori della biblioteca che avevo trattato più superficialmente, anche in considerazione della tua età, di approfondire quella di altri e di rendere giustizia, per completezza, a quelli che dal nostro primo viaggio erano rimasti proprio esclusi.

 

Prima però ti devo qualche chiarimento sulla direzione che hanno preso da allora gli interessi miei, per spiegare la filosofia che sta dietro i nuovi apporti alla biblioteca. Nel viaggio precedente avevamo parlato soprattutto di letteratura, per la ragione che ho già citato: il primo approccio ai libri passa invariabilmente di lì. In quegli anni poi la letteratura rientrava ancora nelle mie discipline di insegnamento. Da allora però il suo peso nei miei equilibri culturali è andato gradatamente scemando, e oggi arriverei a dire che non ne ha quasi più alcuno. O meglio, mi spiego: non mi interessa granché ciò che di nuovo sta uscendo, perché al di là del diletto ho sempre cercato nella narrativa anche indizi per penetrare lo spirito, il clima di una società o di un’epoca: e la letteratura ne era necessariamente, assieme alle arti figurative, la spia più autorevole (della musica, sinceramente, so troppo poco per azzardarmi a parlarne). Oggi però la produzione letteraria si è totalmente adeguata alle logiche di mercato, al consumo rapido e alla ripetizione seriale, nel tentativo persino un po’ patetico di non essere spazzata via dai nuovi media: e non rispecchia quindi, se non in maniera molto distorta e preconfezionata, le tendenze di una società, ma solo le scelte furbesche di una industria. Ma c’è dell’altro: forse nemmeno più mi interessa capire dove stiamo andando, perché quel che capisco non mi piace. A dirla tutta, insomma, non sono più di quattro o cinque i libri di narrativa che ho letto sino in fondo, con gusto e con interesse, in questi quindici anni: e quasi tutti sono stati scritti più di mezzo secolo fa. Comunque, al di là delle mie preferenze e delle mie idiosincrasie, credo che ultimamente ben poco di nuovo e di significativo sia stato prodotto. In questo settore non potrò segnalarti molte novità.

 

Vedo peraltro che anche tu sei molto più orientata alla lettura dei classici, anche se ancora non ho capito se lo fai per genuino piacere o mossa da una sorta di senso del dovere. Quelli naturalmente ci sono tutti, già c’erano all’epoca della nostra prima visita, ma ora sono presenti in edizioni più accurate, più riccamente annotate e senz’altro più eleganti. Del Don Chisciotte, ad esempio, trovi ben tre diverse edizioni che hanno sostituito quella economica precedente, scassata e quasi illeggibile per la piccolezza dei caratteri. Ora, quando lo vorrai (so che ancora non lo hai fatto), potrai goderlo senza rovinarti gli occhi. Non hai più alibi.

Le entrate davvero nuove riguardano solo quei testi che un tempo consideravo marginali, e che oggi invece mi intrigano più delle opere di narrativa, cose come Il diario di uno scrittore di Dostoevskij, gli scritti polemici di Turgenev e di Chesterton, i Diari di Kafka e di Musil. Allo stesso modo i classici antichi sono presenti ormai tutti nell’edizione con testo a fronte, e questo, alla luce di quel poco che il liceo classico ti ha fornito, lo potrai apprezzare.

 

Hanno conosciuto invece un grande sviluppo i settori dedicati alla storia e alla filosofia, e nell’ambito del primo un sottogenere che in precedenza mi lasciava piuttosto freddo, le biografie. A esplodere letteralmente sono state però la storia della scienza e quella delle idee. Qui dovremo soffermarci un po’ più a lungo.

 

Mi rendo conto che in queste pagine non troverai le sorprese e le meraviglie che speravo di suscitarti nel corso del primo viaggio: ma sai benissimo che le sto scrivendo per me, prima ancora per che per te. Dovrebbero servire a fissare sommariamente le tappe più recenti del mio percorso di lettore, augurandomi che non siano le ultime, e a contrastare gli incipienti sintomi di Alzheimer che percepisco. C’è anche un’altra motivazione: spero che conoscendo la storia di questi libri avrai qualche difficoltà in più, nella remota ed esecrabile ipotesi che pensassi di farlo, a liberartene. So che sembra paradossale e anche un po’ paranoide, ma mentre non mi pongo il problema di cosa sarà di me “dopo”, mi assilla invece l’incertezza per la loro sorte. È il rovello del bibliomane. Non c’è cura, se non trasmettere a qualcuno il ruolo di vestale del tempio. Questo nuovo viaggio potrebbe rappresentare la cerimonia ufficiale di investitura.

Possiamo quindi cominciare.

Stipare

Vorrei procedere con ordine, riprendendo il criterio topografico seguito nel viaggio precedente. Questa volta però partiamo dal soggiorno. La definizione più appropriata per questo locale sarebbe “tinello”, perché comunica con la cucina e viene usato anche come sala da pranzo: ma è un termine ormai desueto, credo di impiegarlo solo io. Con la sistemazione attuale dell’arredo – ci sono solo libri e quadri – ed essendo l’unico nel quale è presente un apparecchio televisivo, potremmo cavarcela all’inglese, con living room.

Le scaffalature che lo caratterizzano (in senso stretto: danno un carattere diverso da quello originario) le ho costruite con le mie mani, come sai benissimo perché lo ripeto a tutti i visitatori. Ne vado particolarmente orgoglioso. Credo che uno scaffale ti rappresenti quasi quanto i libri che ci stanno sopra. Mi creano ansia i ripiani che si incurvano sotto il peso, cosa tipica ad esempio delle scaffalature Billy dell’Ikea: la trovo una mancanza di rispetto per i libri, per la loro importanza e per il loro diritto ad essere degnamente alloggiati. Allo stesso modo non posso soffrire gli scaffali metallici, o di qualsiasi altro materiale che non sia il legno (peggio che mai i ripiani di vetro). Sono materiali freddi, incompatibili con la carta. E ancora, assolutamente da escludere sono le scaffalature colorate o troppo lavorate, o quelle il cui valore antiquario soffoca quello culturale dei volumi ospitati. I libri, come gli umani, per vivere a loro agio hanno bisogno di dimore solide, calde, eleganti e funzionali nella loro semplicità, ma non ingombranti. Dimore come queste, appunto.

Ti sarai accorta (davvero te ne eri accorta?) che rispetto alla volta scorsa le collocazioni sono un po’ cambiate: ho sistemato un nuovo scaffale contro la parete che divide il locale dalla cucina, sfruttando al millimetro uno spazio che sarebbe rimasto inutilizzato per l’ingombro d’apertura della porta d’accesso. Questo mi ha consentito di trasferire qui in blocco tutta la letteratura italiana, e di riservare finalmente un intero ripiano (quello centrale, ovviamente) a Leopardi. Le edizioni dello Zibaldone, dell’Epistolario e delle Operette morali si sono nel frattempo moltiplicate. Non è stata una decisione semplice, ero abituato da decine d’anni ad avere quei volumi a portata immediata di sguardo: mi soccorrevano nei momenti di incertezza, senza nemmeno il bisogno di sfogliarli. Ora di Leopardi nello studio sono rimasti solo il piccolo busto in gesso che sta sulla mensola del caminetto e un ritratto giovanile appeso lì di fianco. Non è la stessa cosa: ma il trasferimento si imponeva, per conservare una parvenza di logica al percorso. Di positivo c’è che in questo modo Giacomo è entrato definitivamente in famiglia: partecipa alle nostre cene con gli amici, assiste alle nostre discussioni (immagino si diverta anche, e qualche volta si arrabbi) e soprattutto compensa come polo positivo quello negativo rappresentato dal microscopico teleschermo.

Ciò che ci interessa ora sta però nella parete di fronte, che in parte ti avevo già descritta all’epoca. Qui, come pure nello studio, sono intervenuto con operazioni di “ottimizzazione” (una bruttissima parola, ma in questo caso efficace) degli spazi, recuperando in pratica un ripiano per ogni colonna. Non si direbbe, perché rimane comunque la congestione dei libri in doppia fila, anche se quelli davanti sono disposti orizzontalmente e consentono di leggere i titoli di quelli dietro, o almeno di indovinarli. Ma figurati quale sarebbe la situazione se non avessi creato spazi nuovi. Gli sbarchi in questo settore sono stati davvero tanti.

Dal nostro precedente viaggio non ho più tentato di contare i libri (e meno che mai di catalogarli, cosa che invece allora mi ripromettevo). Mi limito a marchiare con il mio ex-libris col Viandante tutto ciò che entra, rimandando la creazione di un catalogo a tempi di carestia o eventualmente alla tua buona volontà. Stimo comunque che la dotazione complessiva sia aumentata di almeno un terzo, il che ci porterebbe tra i dodici e i tredicimila volumi. Mi avvicino alle cifre della biblioteca di Monaldo.

Ciò non significa però che in questo periodo abbia letto a ritmi industriali. Ho semplicemente accumulato testi, per lo più, come ti dicevo, di saggistica, che o erano funzionali a ciò di cui ho scritto nel frattempo (e gli argomenti affrontati sono parecchi, dalla storia del viaggio e delle esplorazioni a quelle dell’alpinismo, del cinema western, della democrazia greca, ecc…) o potevano diventare tali in vista dei progetti in cantiere. In molti casi hanno fornito essi stessi lo spunto per nuove investigazioni.

C’è poi da aggiungere che la frequentazione ormai assidua dei mercatini ha moltiplicato le occasioni di acquisto. Su un bancone di libri a un euro trovi sempre qualcosa che vale la pena di essere portato a casa. Ultimamente le scoperte più interessanti sono arrivate proprio di lì, da opere fuori commercio da decenni, che magari nemmeno conoscevo e che ho scovate per caso, attratto a volte solo dalla suggestione del titolo. Quei libri hanno fornito risposte a domande che stavo formulando da tanti anni. O meglio, penso che il segreto sia questo: mi hanno dato le risposte che avrei voluto trovare tanti anni fa, e mi hanno confermato che già allora avrei potuto trovarle. Il che crea un po’ di rimpianto, ma anche se in molti casi le risposte sono superate, l’averle finalmente ricevute ha colmato retroattivamente dei vuoti che mi portavo dietro da troppo tempo.

Viaggiare (a piedi e non)

Per una fertile combinazione di motivi (le cose che ho trovato per caso, quelle che ho ostinatamente cercato e quelle che ho scritto) la letteratura di viaggio ospitata nella parte destra della scaffalatura a tutta parete ha continuato in questi anni a debordare verso sinistra, a conquistare prima nuovi ripiani e poi interi scaffali e a costringermi a periodiche risistemazioni.

Dovessi scriverlo oggi, quindi, il capitoletto sul viaggio occuperebbe almeno il doppio di pagine. Le nuove scoperte, sia per quanto concerne le opere che per i personaggi, riguardano soprattutto la storia delle esplorazioni e dei viaggi scientifici. Provo a dartene sommariamente conto.

Scienziati-viaggiatori – Innanzitutto, i protagonisti. Ad Alexander von Humboldt ho dedicato un piccolo saggio biografico (glielo dovevo) e nel frattempo ho acquisito tutto ciò che di suo era reperibile, comprese le edizioni in italiano, in tedesco e in francese del Cosmos (e anche una parziale in inglese). Le lacune ora riguardano solo la corrispondenza: non esiste una raccolta completa in francese, e quella tedesca, in fase di edizione e tutt’altro che prossima al completamento, occupa già dieci volumi: in compenso ho trovato in Francia una scelta abbastanza ampia delle lettere scambiate con Bonpland, (A. von Humboldt, A. Bonpland – Correspondance 1805-1858, a cura di Nicolas Hossard), nonché una biografia di Bonpland (Aimè Bonpland, mèdecin, naturaliste, explorateur en Amerique du Sud, dello stesso Hossard), l’unica che conosco e che possiedo. A differenza di quarant’anni fa, quando è partita la mia Humboldt-mania, e quando era praticamente sconosciuto in Italia e dimenticato in patria, oggi lo scienziato-viaggiatore tedesco conosce un piccolo ritorno di popolarità grazie anche a due recenti biografie: Federico Focher ha scritto A. von Humboldt. Abbozzo di una biografia, mentre Andrea Wulf, già autrice de La confraternita dei giardinieri, gli ha dedicato quel volumone dal titolo L’invenzione della natura, sul quale, ti confesso, ho molte riserve. Insomma, anche il mio personalissimo eroe comincia ad essere macinato dall’industria culturale.

Sull’onda delle ricerche dedicate a Humboldt è cresciuta la curiosità per le biografie di altri scienziati-esploratori. Darwin, naturalmente (del Viaggio di un naturalista attorno al mondo possiedo quattro diverse edizioni, e due dell’Autobiografia, oltre alla biografia classica di Desmond e Moore, a quella leggermente più romanzata di Irwing Shaw, L’origine, e ai Taccuini); ma anche, e soprattutto, il suo corrispondente-amico-antagonista Alfred Douglas Wallace, un po’ meno ignoto anche agli italiani da quando il buon Federico Focher ne ha scritto una avvincente storia (L’uomo che gettò nel panico Darwin). Wallace è un personaggio che riserva un sacco di sorprese: oltre che esploratore, cercatore di specie, scienziato autodidatta, era un socialista umanitario, pronto a battersi per ogni causa, soprattutto per quelle perse, e un convinto spiritista, tanto solare e disposto a mettersi in gioco quanto Darwin era riservato e pieno di dubbi. Dei suoi scritti è stato finalmente tradotto L’arcipelago malese, divertente e commovente resoconto di quattro anni di avventure (e soprattutto disavventure) a caccia di nuove specie vegetali nel sud-est asiatico. Lo trovi accanto ai libri di e su Darwin (e a quello sullo spiritismo, che ho scaricato dalla rete).

La passione per la montagna mi ha aiutato a scoprirne il miglior interprete e precursore in Déodat de Dolomieu, l’“inventore” delle Dolomiti. Dolomieu ebbe un’esistenza che definire avventurosa è riduttivo. Fece le esperienze più disparate, da un duello mortale (per l’avversario) a sedici anni fino a venti mesi di assoluto isolamento in una fetida e piccolissima cella di un carcere borbonico, poco prima di morire: ma compì soprattutto una ricognizione minuziosa e completa di ogni vallata alpina. Era un camminatore formidabile, capace di sfiancare non solo i compagni di percorso ma anche i muli e i cavalli da soma, e uno spericolato arrampicatore, che tuttavia nei Viaggi sulle Alpi non rivendica alcuna delle innumerevoli vette da lui per primo conquistate. Per conoscerlo mi sono avvalso di una monumentale (ma piuttosto confusa) biografia scritta da Luigi Zanzi (Dolomieu, un avventuriero nella storia della natura) e ho poi ricostruito il resto attraverso la lettura diretta dei suoi resoconti di viaggio (Viaggi nelle Alpi).

Del tutto fortuita è stata invece la conoscenza dell’opera e della vita di Guido Boggiani. Attraverso un volume dedicato principalmente alla sua pittura (Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, di Maurizio Leigheb) ne ho scoperto una seconda esistenza, quella di etnologo e viaggiatore (raccontata da Boggiani stesso nei Viaggi di un artista nell’America meridionale), che lo ha portato a vivere per anni ai margini del Gran Chaco paraguagio e a morirvi, ucciso da un indigeno, prima dei quarant’anni.

Altre storie come la sua, o come quelle di Wallace e di Dolomieu, ho trovato in un paio volumi piuttosto stagionati, I cacciatori di piante di Thaylor Whittle e Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica di Victor von Hagen, e in uno recentissimo, Cercatori di specie, di Richard Conniff. Quella del viaggio a scopo scientifico è una vera e propria epopea, naturalmente poco conosciuta e per niente celebrata nelle nostre scuole, che ha cambiato non solo lo sguardo ma anche la quotidianità della vita dell’Occidente. I libri che ho appena citati offrirebbero ai nostri demotivati studenti, e non solo a loro, ben altri stimoli rispetto alle ricostruzioni politiche e militari, o a quelle della “cultura materiale”, cui si riduce in genere l’insegnamento della storia, e li aiuterebbero a coltivare un minimo di passione per le scienze e ad acquisire qualche fondamento etico.

Lo dico contro ogni apparente evidenza. Sai benissimo, ne sei anzi un esempio concreto, che anche nella tua generazione ci sarebbero potenziali lettori “veri”, da non confondere con i consumatori di thriller o di romanzetti da spiaggia, se solo qualcuno avesse il coraggio di proporre loro dei percorsi più impegnativi, ma proprio per questo più gratificanti. In realtà non è solo questione di coraggio: ci vorrebbero anche una conoscenza e una professionalità che alla stragrande maggioranza degli insegnanti non appartiene affatto: col che il discorso appare chiuso in partenza. Ma a monte di tutto questo c’è di peggio: c’è lo stupido convincimento, prodotto dalle cantonate sull’egualitarismo prese dalla mia generazione, che la cultura debba essere “facilitata”, distribuita a pioggia, anziché resa possibile e promossa come conquista individuale e come premio a se stessa.

Avventurieri ed esploratori – Torniamo però ai nostri viaggiatori. Attraverso un gioco di rimandi sono arrivato ad alcuni personaggi davvero singolari, avventurieri nel senso più letterale del termine. L’ultimo in ordine di comparsa, ma primo per collocazione storica, è Lodovico de Varthema. Ne ho trovato traccia nei testi di Herrmann e di Brilli di cui parlerò tra breve, ho poi acquisito una sua biografia (Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda) e ho scovato infine le recentissime edizioni del suo Itinerario e del Viaggio alla Mecca. De Varthema si trovava già a Calicut quando, nei primissimi anni del ‘500, ci arrivarono i Portoghesi. Dalle mie parti si usa dire che quando Colombo approdò in America ci trovò i mandrogni che già gestivano un ben avviato giro d’affari. Bene, i lusitani trovarono senz’altro un bolognese che già aveva girato tutto il Medio Oriente e visitato le Isole della Sonda, pronto a far fruttare le informazioni accumulate e ad acquisirsi meriti (al ritorno in Europa fu insignito dal re del Portogallo della dignità nobiliare, oltre che di una pensione). Anche se probabilmente molte delle sue avventure sono enfatizzate, soprattutto per il gusto di inserire situazioni boccaccesche delle quali è immancabile protagonista, resta il fatto che quelle terre le aveva realmente visitate e che per esserne tornato vivo e vegeto doveva avere senz’altro la scorza dura.

Non quanto Enrico Tonti, o Henry de Tonti, però. Tonti è stato una vera folgorazione. Non lo avevo mai sentito nominare sino a dieci anni fa, e vengo poi a scoprire che è stato uno dei protagonisti dell’esplorazione nordamericana, al fianco di Chevalier De La Salle. Non esiste una sua biografia in italiano (che mi risulti, nemmeno in francese), ma le notizie essenziali sulle sue incredibili avventure si possono ricavare da L’Europa alla conquista dell’America, un bellissimo libro di Raymond Cartier che racconta nel dettaglio le guerre indiane sui Grandi Laghi tra Sei e Settecento – quelle de L’Ultimo dei Mohicani, per intenderci, o di Ticonderoga -, o da Mississippi di Mario Maffi. “Mano di ferro”, come lo chiamavano gli indiani, fu uno dei pochi che mise in soggezione persino gli Irochesi, che quanto a ferocia e coraggio non la cedevano a nessuno, e fu determinante per l’esplorazione del bacino del Mississippi, consegnato poi nelle mani della corona francese. Su questo tema e sulla storia di De La Salle è appassionante La Louisiana per il mio re, di Hans Otto Meissner, così come interessanti sono altri libri di memorie legati alla fase americana della guerra dei Sette Anni: ad esempio il diario anonimo di un soldato francese che ha partecipato a tutte le fasi della campagna e alla caduta di Montreal (Oltre le cascate del Niagara).

Altrettanto singolare, e secondo nemmeno agli Irochesi per determinazione, è il personaggio di Augusto Franzoj. Militare, disertore, giornalista radicale sempre in cerca di rogne e capace di sopravvivere ad oltre cinquanta duelli, Franzoj attraversò nella seconda metà dell’Ottocento mezza Africa centro-orientale per andare a recuperare le spoglie di un esploratore italiano morto nel paese dei Galla. L’Africa fu per lui inizialmente un rifugio, ma divenne poi una vocazione. Sebbene non avesse alcuna necessità di spostarsi per vivere pericolosamente, l’Etiopia gli offrì il teatro ideale per una avventura che più pazza e disperata è difficile immaginare. Ne uscì, e la raccontò, naturalmente con tutti gli aggiustamenti del caso, in Continente nero, che nella sua ostentata “obiettività” è davvero un resoconto spassosissimo: ma per conoscere anche gli altri particolari della sua vita sempre sopra le righe occorre leggere Un viaggiatore in brache di tela, di Felice Pozzo.

Queste ed altre figure altrettanto avvincenti sono balzate fuori dalle pagine di diverse opere sulla storia generale delle esplorazioni da tempo fuori commercio, alle quali solo recentemente ho potuto arrivare attraverso il mercato on line. Pur restando fermo sulla mia linea di principio, secondo la quale l’eccessiva facilità nel reperire testi ritenuti a lungo introvabili sottrae una buona fetta di piacere al gioco, quella dell’attesa, della ricerca febbrile sulle bancarelle e magari dell’incredula sorpresa di un ritrovamento, devo ammettere che la diffusione di siti dedicati alla compravendita dei libri ha reso accessibili cose che mai mi sarei sognato di poter un giorno possedere. È il caso della fondamentale trilogia di Paul Herrmann (Sulle vie dell’ignoto, Sette sono passate e l’ottava sta passando e Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu) o di La conquista della terra di Giotto Dainelli, opere edite più di mezzo secolo fa. Mentre il libro di Dainelli lo conoscevo (e lo desideravo) da tempo, quelli di Herrmann sono stati un’autentica rivelazione. Soprattutto mi ha stupito il non averne mai sentito parlare in precedenza, il non avere mai colto alcun rimando. Forniscono una messe incredibile di informazioni, ma sono anche di lettura piacevolissima: avrei voluto averli tra le mani a quindici anni, e forse mi avrebbero cambiata la vita.

Ma sarebbe stato probabilmente sufficiente poter disporre per tempo di opere divulgative illustratissime come Il grande libro delle esplorazioni o Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo, che a dispetto dell’apparente destinazione a fare tappezzeria nei salotti forniscono un racconto dettagliato ed esauriente delle grandi imprese di esplorazione. Ne ho fatto incetta, e adesso mi ritrovo a confrontare le diverse narrazioni, a scovare le imprecisioni e a sommare i piccoli tasselli forniti da ciascuna per costruirmi un quadro il più vasto e completo possibile.

In che senso la precoce conoscenza di opere del genere può dare una svolta diversa ai tuoi percorsi? Beh, intanto perché consente di affinare lo sguardo sulle vicende storiche, di sottrarlo ai condizionamenti che le letture ideologiche legate al clima di un particolare momento immancabilmente ne danno.

Faccio un esempio. Come ben sai, ho cominciato molto presto, attraverso i fumetti del grande Blek e di Hugo Pratt e i libri di Fenimore Cooper, ad appassionarmi alle vicende settecentesche delle tribù indiane della zona dei grandi laghi. Ho quindi approfondito appena possibile la storia e la civiltà del popolo irochese, o meglio, della Società delle Cinque Nazioni, e l’ho fatto anche attraverso la lettura di “Dovuto agli irochesi”, di Edmund Wilson, un classico di quello che Pascal Bruckner chiama “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Wilson racconta di una cultura avanzatissima sotto il profilo politico e sociale, che non ha nulla da invidiare alle coeve istituzioni occidentali, ed esprime un accorato rimpianto per la sua distruzione da parte degli invasori bianchi.

Bene, leggendo i diari di Tonti, di De La Salle e di padre Hennepin, che con gli Irochesi ebbero a trattare direttamente, nonché le testimonianze di quei pochi gesuiti e francescani che riuscirono a sopravvivere ad una caccia spietata, e pur facendo la debita tara alla consueta demonizzazione del nemico (ma quanto riferito dagli inglesi, che con gli Irochesi erano alleati, non differisce molto), viene fuori un quadro ben diverso: quello di una popolazione dai costumi ferocissimi, che provava un sadico gusto nella lenta tortura dei prigionieri, delle cui carni spesso e volentieri si cibava, e che per un secolo e mezzo costituì un vero e proprio incubo per tutte le altre nazioni indiane dell’area dei grandi laghi. L’accusa di cannibalismo non è affatto pretestuosa, come si è affannata invece a dimostrare nella seconda metà del Novecento l’antropologia terzomondista, e lo dimostra il fatto che i nostri testimoni non hanno esitazione a raccontare come questa pratica fosse fatta propria comunemente, nelle situazioni di necessità, anche dagli occidentali. Quanto al diritto sul suolo, gli Irochesi erano degli invasori al pari degli occidentali: arrivavano da un’altra area, non combattevano per difendere le proprie terre, ma per conquistare nuovi territori sterminandone sistematicamente gli abitanti.

Lo stesso vale per la complessa vicenda dello schiavismo. I diari degli esploratori africani ci mettono di fronte alla realtà di una pratica istituzionalizzata da millenni, tanto comune all’interno delle singole popolazioni quanto normale nei confronti di quelle esterne, e a quella di una tratta araba che ebbe sulla demografia del continente un impatto ben più devastante di quella europea, e che per motivi ideologici viene sempre sottaciuta o minimizzata. Certo, i portoghesi prima e poi via via tutti gli altri hanno intensificato questa pratica, hanno incanalato il flusso addirittura verso un altro continente: ma non hanno inventato nulla. Al più hanno fornito armi e incentivi per intensificare una tragedia presente da sempre, in ogni epoca e presso ogni civiltà: e a partire da un certo periodo, almeno dalla prima metà dell’Ottocento, hanno almeno teoricamente combattuto la tratta. Questo non assolve certamente l’occidente dalle sue colpe: spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi, tedeschi, e non ultimi gli italiani, si sono resi responsabili di veri e propri genocidi: ma quando Franzoj ci testimonia dal vivo (è arruolato più o meno a forza come osservatore) che nel corso di una delle periodiche campagne di guerra Menelik fa almeno cinquantamila morti e conduce via quasi il doppio di prigionieri, ovvero di schiavi, la storia lascia spazio a sfumature interpretative un po’ diverse.

Queste sfumature sono state volutamente ignorate nell’ultimo settantennio, a causa di un preconcetto ideologico, purtroppo radicato in quella che continua ad autodefinirsi “cultura di sinistra”, che ha condizionato costantemente la narrazione storica. Ti faccio un altro esempio. Nel 2008 è uscito in Francia il saggio Le génocide voilé (Il genocidio nascosto), di uno studioso di origine senegalese, Tidiane N’Diaye. In esso, con un calcolo certamente approssimato per difetto, N’Diaye dimostra che nel corso di tredici secoli, arrivando praticamente sino ad oggi, sono stati ridotti in schiavitù e deportati verso il Medio Oriente o verso la fascia mediterranea del continente almeno diciassette milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana. Di costoro, ed è questa la cosa che dovrebbe far maggiormente riflettere, non è rimasta praticamente traccia, mentre ad esempio negli Stati Uniti o nell’America del Sud i discendenti dei nove milioni di schiavi deportati tra il cinquecento e l’ottocento sono oggi più di settanta milioni. Ciò si spiega col fatto che gli schiavi deportati dagli arabi venivano castrati o uccisi, e non potevano lasciare alcuna discendenza. Ora, tutto questo non significa affatto che gli schiavi in America fossero trattati umanamente, non diminuisce lo scandalo della tratta: ma mi pare lecito chiedersi come mai si parli solo di quest’ultimo, e non dello schiavismo arabo, e come mai mentre questo scandalo la cultura occidentale lo ha bene o male denunciato ed esecrato, nessuno storico arabo lo abbia mai ammesso a carico del suo popolo. E anche perché questo dato venga costantemente ignorato in qualsiasi dibattito sulle colpe dell’Occidente.

L’altro aspetto, più personale, riguarda un qualche esito professionale che avrebbe potuto scaturire dai miei interessi. C’è stato un momento, al termine degli studi universitari, in cui ho dovuto scegliere tra strade diverse per il mio futuro. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, ma forse una conoscenza di questi argomenti non legata più soltanto alle letture di Salgari e Verne o del vecchissimo Cantù mi avrebbe reso più determinato ad inseguire quella che era già allora una passione profonda (col rischio magari, come accade per ogni passione che diviene professione, di vedere poi spento ogni entusiasmo).

Ma torniamo all’oggi. I percorsi di questi ultimi anni mi hanno indotto a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio che avevo espresso a suo tempo in “Perché non esiste una letteratura di viaggio in Italia”. L’assenza di interesse riguarda a quanto pare soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione). Gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi, e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali. Ma nella prima metà del novecento, per le ragioni opposte, questo interesse c’era, e lo testimonia ad esempio una iniziativa editoriale della Paravia dedicata a “I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni trenta, dello sciovinismo di regime: ma avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, e anche degli adulti, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle storie di Colombo, Magellano e Cook, quelle di Humboldt, Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Lodovico de Varthema. Le sto raccogliendo con cura, e una buona parte le trovi qui.

Sempre nella prima metà del secolo (ma anche nell’immediato dopoguerra) hanno goduto di una certa popolarità i libri di Vittorio G. Rossi (quella G puntata mi ha sempre fatto impazzire: essendo il mio secondo nome Giuseppe, ho continuato per anni a firmarmi Paolo G. Repetto, fino a quando esigenze di “razionalizzazione” dell’anagrafe non mi hanno costretto a tenermi un solo nome). Alcuni titoli sono curiosi, altri suggestivi (Pelle d’uomo, L’orso sogna le pere, Il cane abbaia alla luna). Rossi era uno scrittore atipico, almeno per l’epoca: di mestiere faceva altro, era un navigante, e in questa veste ha visitato praticamente tutto il mondo. Poi riversava nei libri (tra il il 1930 e il 1980 ne ha scritti più di due dozzine) quello che aveva visto e quello che aveva provato, dando spesso spazio, soprattutto nell’ultimo periodo, a considerazioni a ruota libera di filosofia spicciola. Per un sacco di tempo è stato lo scrittore di viaggio più venduto e più conosciuto in Italia, poi, complici da un lato una certa ripetitività e dall’altro l’ostracismo decretatogli dopo gli anni sessanta per i suoi trascorsi politici, è stato totalmente rimosso. Anche nel suo caso sto recuperando tutto il possibile. Prova a leggerlo. Non credo ti appassionerà, non è un grande scrittore, ed è chiaro che per me vale l’aura particolare della quale lo rivestivo da ragazzino, una sorta di precursore di Corto Maltese: ma è un ottimo testimone di come l’occidente guardasse al resto del mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, e del fatto che tutto sommato questo sguardo era meno velato dall’ipocrisia di quello dei futuri crociati dell’antioccidentalismo.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, alla quale già accennavo nell’articolo citato poco sopra ma che attribuivo soprattutto ad una moda di importazione, ha invece dato in questi ultimi anni dei frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va soprattutto ad autori come Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura di viaggio raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico. (In questo è stato preceduto però da Wilhelm Buescher, che in Germania, un viaggio percorre uno stralunato itinerario invernale seguendo l’ormai scomparsa linea di demarcazione tra est ed ovest).

Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata anche da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Brizzi viaggia rigorosamente a piedi, e percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli per intenderci della via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Non so se ne abbia tratto ispirazione, ma ha dei precedenti illustri: nel 1802 lo scrittore tedesco J. G. Seume (altro bel personaggio: arruolato a forza nelle truppe vendute dal sovrano dell’Hannover agli inglesi per combattere in America, poi disertore, quindi ufficiale nelle truppe russe impegnate in Polonia, curatore di edizioni di classici, libero pensatore), si è fatto a piedi tutta la penisola, diretto a Siracusa, e lo ha poi raccontato in un gustosissimo L’Italia a piedi, ormai quasi introvabile ma che ho fortunosamente rimediato in un’asta mediatica.

Rimanendo nel campo dei camminatori, una scoperta sensazionale è stata quella di Patrick Leight Fermor, scomparso recentemente in tardissima età e protagonista di vicende degne di un Tonti. Nel corso del secondo conflitto mondiale Fermor venne impiegato dagli inglesi, per le sue conoscenze linguistiche e culturali della Grecia, come agente di collegamento con i partigiani ellenici che operavano a Creta. Bene, in quella veste organizzò e condusse a termine personalmente il rapimento del comandante delle truppe tedesche che occupavano l’isola, portandoselo a spasso per settimane in barba a tutti i rastrellamenti. Ma di possedere la stoffa Fermor lo aveva dimostrato già diverso tempo prima, a diciotto anni, quando intraprese da solo un lunghissimo viaggio a piedi che lo portò dall’Inghilterra a Costantinopoli, lungo la linea del Reno prima e del Danubio poi, attraverso un’ Europa che stava appena entrando negli anni oscuri del nazismo. Di questo passaggio e del clima nel quale si stava svolgendo Fermor è un testimone anomalo e interessantissimo in Tempo di regali, dove raccoglie le ultime vestigia di un mondo, soprattutto quello asburgico, che stava ormai rapidamente scomparendo, e avverte tutte le inquietudini e le ombre di ciò che stava arrivando.

Altro formidabile camminatore, questo, come Rumiz, più o meno mio coetaneo, è Bernard Ollivier, un giornalista francese che al momento di andare in pensione si imbarca in un’impresa titanica, la traversata dal Mediterraneo alle porte della Cina attraverso l’Anatolia e il Medio Oriente, in pratica una variante dell’antica via della seta, resa ancor più ardua di quanto non fosse secoli fa dalla situazione politica interna ai diversi paesi. Il percorso è raccontato in una trilogia che comprende La lunga marcia, Il vento delle steppe e Verso Samarcanda.

Stavo però parlando della diffusione della letteratura di viaggio anche in Italia. È indubbia, i viaggiatori-narratori pullulano e le collane nelle quali possono trovare spazio si moltiplicano. Sin troppo, per i miei gusti. Allo stesso tempo è in atto anche una riscoperta e ripubblicazione delle opere del passato che consente di avvicinare cose ormai scomparse addirittura dalla memoria (un caso emblematico è proprio quello di Lodovico di Varthema). A questa rinascita di interesse, a livello storico oltre che di pura evasione, ha dato un fortissimo contributo l’insieme dell’opera di Attilio Brilli, che per certi aspetti può essere considerato l’equivalente italiano di J. Leed, e per altri lo ha sicuramente sopravanzato. Brilli sta sfornando uno dietro l’altro studi avvincenti e documentatissimi sulla storia del viaggio, partendo da quello in Italia, dal Gran Tour sette-ottocentesco (Il viaggio in Italia, Quando viaggiare era un’arte, Un paese di romantici briganti, Il viaggiatore raffinato), per spaziare poi su tutto il globo con Il viaggio in Oriente, Mercanti e avventurieri, Dove finiscono le mappe.

È il segno di un passaggio di interesse, di una raggiunta maturità anche nei confronti di una pratica, quella del viaggio, che dagli italiani è stata sempre considerata piuttosto una costrizione che una scelta. Ma è anche, come tutte le forme di bilancio che si possono fare sulle varie attività umane, il segno di un suggello finale, la manifestazione della coscienza che un’epoca, e un modo di interpretarla, è ormai finita. E che può essere rivissuta, e rimpianta, solo attraverso le tracce lasciate sulla carta.

Salire

 Sembra andare in questa direzione anche la letteratura alpinistica. Proprio nel momento in cui le è riconosciuto uno status diverso da quello di “genere” (con Otto montagne Paolo Cognetti ha vinto lo Strega in Italia e il Médicis in Francia) non pare più in grado di produrre quel coinvolgimento genuino che caratterizzava le relazioni scarne degli inglesi dell’800, quelle semplici di Kugy all’inizio del secolo successivo o quelle di Pete Boardman che mi avevano entusiasmato alla fine degli anni settanta. La “qualità” della scrittura si è senz’altro innalzata, ma a non convincere è la corrispondente crescita delle ambizioni. Ora, una certa tendenza a filosofeggiare è implicita da sempre nella letteratura alpinistica. In fondo uno che rischiava la pelle o quantomeno si sottoponeva a prove fisiche estenuanti, spesso in totale solitudine, senza neppure lo scopo di dare spettacolo per una platea plaudente, nel momento in cui queste cose le raccontava doveva in qualche modo cercare di spiegare, e prima di tutto a se stesso, perché lo facesse. Quindi la retorica era un ingrediente fisso delle narrazioni di ascensione: andava messa in conto, e quando non era esasperata (come nel caso di alcuni alpinisti tedeschi, tipo Guido Lammer, o anche italiani, come Guido Rey) e non alterava troppo il gusto la assumevi come una spruzzata di spezie. Ma oggi, quando ogni passaggio, ogni appiglio, persino ogni volo sono documentabili con una videocamera grande come un pacchetto di sigarette, e ogni gesto è compiuto proprio in funzione di quella telecamera, quindi di potenziali spettatori, ricorrere a spiegazioni filosofiche mi sembra decisamente pretestuoso, oltre che superfluo.

Avrai insomma capito che sono piuttosto riluttante a parlare di filosofia dell’alpinismo. Per più motivi.

Il primo, forse banale, ma neanche troppo, è il costume tutto contemporaneo di voler distillare filosofia da ogni attività umana, nella fattispecie da pratiche sportive come il camminare, il nuotare, l’andare in bicicletta, ecc … L’alpinismo già di per sé, per ragioni che puoi facilmente intuire, l’ambiente suggestivo ed ostile, la disposizione ascetica dei praticanti, lo spirito di cordata, è l’attività che meglio si è sempre prestata ad essere letta come metafora dell’indagine sul senso del mondo e della vita: e in effetti fin da subito, fin dagli esordi con Petrarca, ha vantato un approccio “filosofico”. Per carità, certamente dietro ogni pratica che comporta uno sforzo in teoria totalmente gratuito e fine a se stesso una qualche motivazione psicologica deve esserci: ma questo con la filosofia ha poco a che vedere. Mentre quest’ultima è letteralmente l’arte di porre domande, l’alpinismo sembra più interessato a dare risposte (so che sembra uguale, ma non lo è). Io credo che in montagna uno trovi solo quello che ci porta (così come dalle altre parti), ma abbia poi l’impressione di averlo trovato, o di poterlo trovare, solo lì. Si rischia cioè di confondere il mezzo (la scalata) con lo scopo.

In compenso, dovessi consigliarti qualcosa per invogliarti ad una pratica che hai troppo presto abbandonato, ti indirizzerei senz’altro ad opere che danno una lettura storica dell’alpinismo, senza addentrarsi in troppi tentativi di interpretazione: come ad esempio Cime misteriose, di Fergus Fleming. Anche il giovane autore che già ti avevo segnalato per Come le montagne conquistarono gli uomini, Robert Mac Farlane, ha scritto due nuovi libri molto belli (Luoghi selvaggi e Le antiche vie) dedicati però più in generale al viaggio a piedi.

Tra gli italiani un buon lavoro “divulgativo” lo stanno facendo Enrico Camanni (Alpi ribelli, Il desiderio di infinito) e Marco Albino Ferrari (Alpi segrete, Le prime albe del mondo), che riescono a raccontare mantenendo un profilo basso, poca retorica e molti fatti concreti. Penso che il loro tipo di approccio potrebbe piacerti. Ma penso soprattutto che dovresti riprendere a dialogare direttamente con le montagne.

Raffigurare

Se la letteratura di viaggio e i libri di montagna occupano ormai più di metà della scaffalatura a tutta parete, i ripiani restanti sono dedicati interamente alla sezione artistica, che comprende i libri d’arte e quelli sul cinema e sui fumetti. Nella prima edizione di Elisa nella stanza delle meraviglie questo settore l’avevo saltato a piè pari, perché già c’era troppa carne al fuoco, ma anche perché l’avevi scoperto ormai per conto tuo, andando a sfogliare, sotto il mio nervoso controllo, quei volumoni carichi di immagini affascinanti. Visto che il tuo interesse non solo è rimasto vivo, ma è diventato in qualche modo prevalente negli ultimi anni, penso sia arrivato il momento di raccontarti come è nata questa raccolta e di chiarire i criteri che ne determinano la composizione.

Il fascino delle immagini l’ho subito da sempre, fin dalla primissima infanzia. E ho cominciato molto presto a produrle io stesso. Da qualche parte (probabilmente nel baule di ferro, in magazzino) debbono esserci album e quaderni di sessanta e passa anni fa pieni di disegni. Mia madre conservava tutto: aveva in mente per me un grande avvenire, e in quella prospettiva ogni testimonianza della mia precoce genialità diventava preziosa. Si tratta per lo più di raffigurazioni di battaglie, con un segno che ricorda decisamente quelli delle grotte di Altamira e di Lascais. Con l’esercizio mi sono affinato, e prima dei quindici anni producevo già degli album a fumetti, nel formato striscia: ma credo di non averne portato a temine nemmeno uno. Non ero un talento, ma un discreto imitatore. Una banconota da diecimila lire riprodotta a biro (e intercettata) durante la lezione di greco mi costò al ginnasio una furibonda lavata di capo da parte del preside, che alla fine mi fece però i complimenti e se la tenne. Più tardi sono passato alla paesaggistica, adottando un tratto veloce, quasi alla action painting, un po’ per carattere, perché non riesco a dedicarmi ad alcuna cosa con calma, un po’ perché oggettivamente di tempo ne ho sempre avuto poco. Così questa mia arte si è espressa essenzialmente nei tempi morti di collegi dei docenti, consigli di classe, convegni o conferenze, in bozzetti stilografici di panorami montani o di marine al tramonto. Insomma, una passione inconcludente ma antica, e vera.

Che non sarebbe però bastata a farmi intraprendere questa collezione, perché i libri d’arte costano in genere piuttosto cari, ed esulavano dalle mie potenzialità di spesa. Ho dovuto attendere una spinta, che è arrivata dalla signorina Emiliana, l’anziana che abita qui di fronte e che tu ben conosci. Come in una favola. Un giorno, saranno ormai quarant’anni, mi ha chiesto timidamente se potevano interessarmi alcuni libri doppi che si trovava per casa e che non poteva portarsi appresso in un trasloco. Avrei voluto poter fotografare la mia faccia quando li ho visti: l’intera collezione dei classici dell’arte Rizzoli, una sessantina di volumi rilegati, i capolavori di tutti i tempi. Ci misi un attimo a procurarmi uno scatolone e a riempirlo, temendo che ci ripensasse. Pesavano più di mezzo quintale, ma credo di averli sollevati e trasportati con braccio solo, con l’Emiliana che seguiva tutta l’operazione a bocca aperta.

Quando parti così è naturale che scatti la frenesia di riempire i vuoti, di coprire tutti i buchi. In me è diventata una vera e propria sindrome: i miei progetti di conoscenza ambiscono sempre alla completezza, voglio avere un quadro il più possibile esauriente, per non dire completo, di ogni forma di sapere e di ogni espressione di cultura. La cosa ha tanto più senso (se ne ha uno) in un ambito come quello dell’iconografia, per muoversi nel quale è fondamentale poter accedere direttamente e velocemente a una molteplicità di immagini. Tieni presente che all’epoca Internet era ancora fantascienza, e comunque a me non basta la possibilità di accesso virtuale, concepisco solo il possesso cartaceo, concreto. Questo non spiega la presenza di altre collane che raccolgono in fondo le stesse immagini (quella della Sansoni, ad esempio, che consta anch’essa di sessanta volumi, di formato più ridotto): ma qui scivoliamo in un altro terreno, quello della compulsione maniacale. Oltre alle monografie trovi naturalmente diverse storie dell’arte (di quella più prestigiosa, dell’Einaudi, sono a quota sette tomi), che raccontano non solo il percorso artistico occidentale ma anche quelli dell’estremo oriente, dell’Asia minore e delle civiltà andine. Queste opere si prestano senza dubbio anche al puro godimento estetico, ma almeno inizialmente in me ha prevalso l’interesse storico-antropologico. Voglio dire che la motivazione principale per la quale le ho raccolte è senz’altro documentaria.

Nulla meglio dell’iconografia può raccontare e rappresentarti con immediatezza empatica le paure, i sogni, le speranze di un’epoca o di un popolo, le continuità e le rotture che caratterizzano spazi e tempi diversi. Basta darsi gli strumenti per leggere queste cose tanto nella singola opera come nel confronto trasversale. Io, ad esempio, mi sono sbizzarrito, anche per motivi professionali, a seguire l’evoluzione e le trasformazioni dell’immagine del drago e di quella del demonio, così come della percezione del paesaggio: e poco alla volta sono entrato in una relazione “emozionale”, quasi sensibile, con argomenti che rischiavano di essere impoveriti in una fredda trattazione razionale.

L’uso documentario non impedisce quindi che entrino in gioco poi anche i criteri “estetici”, intesi molto semplicemente come assecondamento del gusto personale. Ci sono opere, talvolta l’intera produzione di un particolare artista, rispetto alle quali scatta qualcosa di diverso dal semplice interesse: ci trovi un valore aggiunto che si chiama consonanza, una affinità elettiva. Quanto questo valore abbia a che fare con l’educazione, ovvero con come si è stati educati a vedere e a cogliere il bello, e quanto invece dipenda da una disposizione personale, questo non lo so. C’entrano senz’altro entrambe le cose: e comunque credo sia importante che ciascuno coltivi un suo personalissimo criterio estetico, per evitare di farsi imporre quelli dettati dalle mode o dai mercati. Mi raccomando: nel campo dell’arte impera una voluta confusione, una nebbia nella quale tutti i gatti sono grigi, per dirla alla Hegel, ed è diventato facilissimo spacciare per prodotti artistici dei vuoti giochetti concettuali. Spero che di questo ti sia già resa conto. Quando si comincia a parlare della funzione provocatoria dell’arte, del ruolo di rottura dell’artista, spesso e volentieri si stanno gabellando delle gran ciofeche. La rottura l’artista la produce contrapponendo il bello alla bruttura del mondo, e il bello non necessita di didascalie che lo spieghino.

Come avrai già capito, nella mia biblioteca d’arte troverai pochissima “avanguardia”, o sedicente tale: l’arte vera non sta mai davanti o dietro, sta fuori del tempo. È proprio questo che la distingue dalla normale documentazione iconografica.

E fuori del tempo stanno molte delle cose che vorrei segnalarti: alcune forse abbastanza ovvie, altre decisamente meno. Come puoi capire dalle tante e piuttosto corpose monografie ad essa dedicate, le mie “passioni” estetiche riguardano prevalentemente la pittura nordica, a partire da quella del periodo umanistico-rinascimentale (Dürer, Bosch e Bruegel, per fare qualche nome). Sarà perché questi artisti non trattano sempre santi e madonne, e valorizzano il fattore ambientale piuttosto che quello individuale, o perché rappresentano un universo onirico, sta di fatto che le loro opere mi affascinano: non mi stancherei mai di studiarle, e ogni volta scopro qualche dettaglio, qualche particolare che mi stupisce. Gran parte di questi dipinti ho potuto vederli dal vivo, li ho inseguiti per i musei di mezza Europa, e ho sempre ritrovato attorno ad essi un’aura magica particolare. A Vienna sono rimasto tre ore nella sala dedicata a Bruegel, davanti a cose come la Lotta tra Carnevale e la Quaresima, i Giochi di bambini, la Torre di Babele e i Cacciatori nella neve, creando un certo allarme tra il personale (a un certo punto sono venuti a chiedermi se stavo bene e se avevo bisogno di qualcosa).

In questo caso non è certamente il valore documentario (che pure è pure altissimo) a intrigarmi: mi piacciono proprio i colori, il calligrafismo delle immagini, gli equilibri sottilissimi interni alle composizioni. Ciò che più mi affascina è proprio la capacità di tenere assieme mondi formicolanti di vita e di colori in una orchestrazione compositiva perfetta, che consente il totale controllo su un apparente disordine.

Con un salto di tre secoli arrivo ad altri nordici, agli esponenti del romanticismo più puro e originario. Su tutti, naturalmente, Caspar David Friedrich, l’autore di quel Viandante su un mare di nebbia che campeggia nella parete di fianco (e dal quale ha preso spunto, nella reinterpretazione datane da Renzo Calegari, il simbolo del mio sodalizio). Per Friedrich mi è capitata la stessa cosa che per Bruegel, questa volta ad Amburgo. Sono entrato nel museo quasi per caso, senza alcuna meta fissa, e mi sono ritrovato in una sala ottagonale dove ogni parete offriva cose dalle quali non potevi staccare gli occhi. Ho capito lì cosa si intende quando si parla di sindrome di Stendhal. Come puoi constatare le monografie su Friedrich si sprecano, ce ne sono di tutte le taglie. E penso che ormai le conosca quasi a memoria.

Una fantastica sintesi tra Friedrich e Humboldt la trovi invece in quel volume gigante che in omaggio al secondo reca il titolo Cosmos. L’arte alla scoperta dell’infinito. L’ho corteggiato per un anno, perché il prezzo era proibitivo, e l’ho ottenuto poi pagandolo la metà per sfinimento del libraio. Era l’edizione inglese. Com’era da attendersi, pochi mesi dopo ho trovato quella italiana, già scontata, in un mercatino, e ora le possiedo entrambe.

Ma non c’è solo Friedrich. In una mostra che mi ha indotto finalmente a visitare Ferrara ho scoperto tutto un mondo di artisti norvegesi che, al contrario degli scrittori, continuano ad essere da noi dei perfetti sconosciuti. Pittori come Christian Dahl, Thomas Fearnley e Peder Balke ti immergono nel paesaggio e più ancora nell’animo del mondo scandinavo, un mondo che per me ha sempre ha conservato, come ti ho raccontato a proposito de Lo zio di Svezia, una connotazione fantastica e misteriosa. Quegli artisti puoi incontrarli nel volume Da Dahl a Munch, Romanticismo, realismo e simbolismo nella pittura di paesaggio norvegese. Ma è più che probabile che già ti siano familiari.

C’è poi il romanticismo “nero”, quello raccontato in un altro catalogo, L’ange du bizarre. È una pittura che ha il suo pendant letterario nei romanzi gotici di Matthew Lewis (Il monaco), di Ann Radcliffe (L’italiano) o di Horace Walpole (Il castello di Otranto), ambientati guarda caso in Italia o in Spagna, paesi cattolici che gli autori non avevano mai visitato, ma che i protestanti consideravano dominati dalla più nera superstizione e dall’implacabile controllo della chiesa. Pittura animata da mostri, incubi e figure paurose, che trovano poi una traduzione nei vampiri di John Polidori e di Bram Stocker, nel Frankenstein di Mary Shelley, nelle angosce e nelle ambiguità raccontate da Poe e da Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hide). Anche queste cose le conosci, perché la mostra l’abbiamo visita assieme al Louvre e i racconti di Poe e H.P. Lovecraft li hai letti praticamente tutti.

Non poteva mancare, naturalmente, Turner. Anche di lui sai già molto, per via di un film che ne ricostruiva abbastanza fedelmente la vita. Se vorrai approfondire la conoscenza della sua opera hai solo l’imbarazzo della scelta tra tre volumi tutti altrettanto esaurienti. Per quanto riguarda me, mi ha conquistato con gli acquerelli realizzati a mo’ di diario di viaggio durante un paio di traversate delle Alpi. Ho gusti molto infantili, che definirei pre-critici.

Un settore meno conosciuto e valorizzato, almeno dalle nostre parti, è quello della pittura paesaggistica americana dell’800. In genere questa viene snobbata come un’appendice del tardo romanticismo europeo, o peggio ancora come anticipazione di quel gusto spettacolare e “colossal” che si esprimerà nel secolo successivo soprattutto nel cinema. In realtà, pur essendo innegabili i rapporti, e probabilmente anche le dipendenze, nei confronti della pittura europea, la tendenza che si esprime a partire dalla Hudson River School, nella prima metà dell’800, presenta dei caratteri originali. Decisamente originale rispetto a quello europeo è d’altra parte il panorama che si offre agli occhi di coloni, artisti e viaggiatori che percorrono il continente americano, i quali non mancano mai di rimarcare questo aspetto. Come scrive in una sua lettera uno dei rappresentanti della scuola dell’Hudson, Asher Brown Durand, “I laghi solitari e tranquilli cinti da antiche foreste, i monti inviolati che li circondano con le loro coperture dalla ricca trama, le praterie oceaniche dell’ovest e altre forme della natura ancora risparmiate dalle manipolazioni della civilizzazione, sono una garanzia per una reputazione di originalità che potreste cercare a lungo altrove senza trovarla”. C’è un po’ di voluta confusione tra l’originalità del paesaggio e quella della pittura che lo rappresenta, ma il concetto sotteso sostanzialmente è questo: una natura inedita esige per essere rappresentata anche una diversa angolazione dello sguardo e soluzioni tecniche innovative.

Ho scoperto questa pittura molti anni fa in un piccolo volume di una collana della Fabbri, e da allora è stata una caccia ininterrotta. Ho cominciato raccogliendo i due cataloghi che vedi là in basso a sinistra, The American West. L’arte della frontiera americana (1830-1920) e Maestri americani della Collezione Thyssen-Bornemisza, ma la risposta esaustiva è arrivata solo con America! Storie di pittura dal Nuovo Mondo, una mostra eccezionalmente ricca, che ho visitato due volte, nel 2007, a Brescia. Il catalogo è quel tomo di quasi 600 pagine che campeggia tra Bruegel e Hokusai.

Al momento non possiedo le monografie di tutti gli autori più significativi, perché gli editori europei tendono a ignorarli, ma grazie al commercio on line ne ho reperito già un buon numero, e soprattutto quelle dei due artisti che mi avevano maggiormente colpito, Thomas Cole e Albert Bierstadt.

Bierstadt lo conosci da un pezzo: uno dei paesaggi più suggestivi da lui dipinti fa da sempre da sfondo sul monitor del mio computer. In effetti è un pittore che concede molto alla spettacolarità, ritrae albe e tramonti nei luoghi più belli di quelli che diverranno, anche grazie alle suggestioni trasmesse dai suoi quadri, i parchi naturali più famosi del mondo. Organizzava lui stesso mostre itineranti, strutturate come diorami e animate dalla presenza di animali imbalsamati, che riscuotevano un enorme successo di pubblico. Assieme ad Albert Smith, che faceva la stessa cosa per le Alpi, è in fondo l’inventore delle mostre multimediali. Ma il fascino di quei luoghi esiste davvero, ed è stato colto attraverso i suoi occhi da molti registi, primo tra tutti John Ford.

Cole è più legato alla scuola paesaggistica europea, è più internazionale quindi (ha dipinto anche in Italia) e per questo apparentemente meno originale. Appartiene alla generazione precedente, ed è lui a dare una prima visibilità alla pittura americana. Non è meno bravo di Bierstadt, ma non crea gli stessi effetti speciali.

I prossimi acquisti riguarderanno Frederic Edwin Church, Thomas Moran, e George Catlin. Li conosco attraverso le moltissime riproduzioni delle loro opere sparse qui e là, ma non possiedo le monografie specifiche. Di Catlin ho invece l’autobiografia. Ha dipinto dal vero la maggior parte dei ritratti di pellerossa che trovi sulle copertine dei volumi sulla cultura dei nativi americani, durante un lunghissimo vagabondaggio nelle terre dell’Ovest che lo portò a contatto con le tribù più importanti. In molti casi quei ritratti sono le uniche testimonianze rimaste dell’esistenza di interi popoli.

Altri però avevano già fatto un percorso analogo a quello di Catlin. Nei primi anni trenta dell’800, contemporaneamente ai viaggi di Tocqueville e di Beltrami, un principe della casa d’Asburgo aveva girovagato per alcuni mesi nel West con una vera e propria spedizione scientifico-culturale. Il resoconto iconografico di quella esperienza è affidato ad un magnifico volume che ha titolo “Travels in the interiors of north america”, ed è opera del pittore tedesco Karl Bodmer. Sono centinaia di tavole bellissime, che documentano gli usi e l’abbigliamento di numerose tribù, ma sono soprattutto vere opere d’arte, un trionfo del disegno e del colore. Un amico in visita, appassionato d’arte e collezionista in proprio, ci fece una mezza malattia, soprattutto quando conobbe il prezzo al quale l’avevo acquistato. Me lo invidia ancora oggi.

Altri pezzi pregiati sono i due volumi dedicati a Remington e quello sulla pittura di Charles Russell. Li ho trovati in Francia: al solito, da noi queste cose non vanno, o meglio, non si pubblicano, tanto che mi chiedo che gente lavori nelle case editrici. Con Remington e Russell si esce dal paesaggismo e si entra in pieno mito del West: cow boys, indiani, cavalleria, rodei, bivacchi notturni. I due ne hanno creata l’immagine ufficiale, quella che ha ispirato nel secolo successivo tutti gli illustratori, i fumettisti (anche il tuo amato Pratt ha pescato abbondantemente dalle loro opere) e i registi cinematografici, e che purtroppo è spesso scaduta a stereotipo.

Sull’altra sponda dell’oceano, ma stavolta di quello Pacifico, l’Ottocento ha espresso autori e prodotto capolavori che non la cedono agli americani, pur esprimendosi in maniera del tutto differente. Il più famoso pittore giapponese è Hokusai, che conosci benissimo per aver visitato almeno due delle mostre che gli sono state dedicate negli ultimi anni, delle quali trovi qui i cataloghi. Nei suoi confronti vanto un diritto di prelazione, perché il titolo di una sua serie di serigrafie Le trentun vedute del monte Fuji, mi aveva colpito già moltissimi anni fa, al punto che l’ho ripreso poi a metà anni ’90 per una mostra fotografica storico-naturalistica dedicata al Tobbio. In effetti il Fuji è per Hokusai un po’ quello che il monte saint Victoire è per Cezanne (e il Tobbio per me), una sorta di ossessione visiva, di sfondo obbligato per la sua pittura. Ma nel caso di Hokusai non si tratta di un’ossessione privata: il Fuji è il simbolo dell’intero Giappone. Per quanto poi mi riguarda possiede un ulteriore valore aggiunto, perché è la montagna sacra degli Yamabushi, che lungo le sue pendici celebravano i loro stravaganti rituali. E agli yamabushi si sono idealmente ispirati sin da subito i Viandanti.

Meno conosciuto ma non meno interessante di Hokusai è Hiroshige, che ha redatto come Turner un bellissimo “taccuino di viaggio”, realizzando una sorta di mappa per immagini del percorso da Tokio ad Edo, la vecchia capitale imperiale, e suddividendola in trenta stazioni. Ho sempre sognato di fare un viaggio a piedi, in compagnia di un mulo, lungo la cresta appenninica portandomi appresso un album e le matite, e di fare una cosa simile. Ma il mulo non l’ho poi comprato, il viaggio non l’ho fatto (in realtà ne ho fatto un tratto, dalla Liguria all’Umbria, ma al posto del mulo c’era lo zio Gianni) e le matite ho smesso del tutto di usarle.

Un altro straordinario artista, Utagawa Kuniyoshi, ha creato un mondo fantastico e visionario, pieno di samurai, di briganti e di eroi mitici, ma anche di pesci giganteschi e di mostri e di gatti, oltre che di bellissime cortigiane. Si è guadagnato così il titolo di “maestro del mondo fluttuante”.

Certamente per noi occidentali il confronto con l’arte pittorica giapponese è spiazzante: sono completamente diversi le tecniche, i supporti e i soggetti. Si è costretti a rivedere molte convinzioni che si davano per scontate. A capire, per esempio, che in un paese dove le abitazioni, persino i palazzi imperiali, sono per lo più di legno, e in genere sono minuscole rispetto ai nostri standard, non può fiorire una tradizione di pittura murale come quella del nostro affresco medioevale, e neppure una pittura ad olio di grandi dimensioni, con cornici pesanti e di grande ingombro. L’arte pittorica si esprime piuttosto in forma quasi miniaturistica, un po’ come accade, nella letteratura, con gli haiku.

Questo è uno degli elementi formali (quelli spirituali li indagherai per conto tuo) che spiegano come mai la tentazione realistica sottesa a tutta la storia dell’arte occidentale, attraverso la conquista di volta in volta della prospettiva, dei volumi, delle trasparenze, del gioco della luce, fino alla cattura dell’impressione precedente la messa a fuoco, nell’estremo oriente non abbia mai avuto corso: gli orientali hanno mantenuta volutamente netta la distinzione tra realtà e immagine, sottolineando il calligrafismo dei contorni e usando colori piatti e omogenei, e lo hanno fatto anche perché le dimensioni delle loro opere non consentivano giochi di volumi o di chiaroscuri.

Per quanto mi concerne, dopo aver conosciuto queste opere ho completamente rimosso l’idea di un Giappone chiuso ed arretrato, rimasto medioevale fino alla “restaurazione” operata nella seconda metà dell’Ottocento dalla dinastia Meij. Si tratta per lo più di xilografie pensate per alte tirature, fruibili da un pubblico molto allargato: prodotti artistici replicabili, privi di quel requisito dell’unicità che per noi è rimasto a lungo una caratteristica irrinunciabile dell’opera d’arte. Ma questa produzione seriale testimonia dell’esistenza in Giappone (e in Cina) di una industria culturale estremamente avanzata, per certi versi più moderna di quella occidentale. E forse aiuta a comprendere anche altri aspetti del successo giapponese in un mondo totalmente industrializzato.

Anche la pittura cinese ha un suo fascino particolare. Se sfogli quel grande volume dal titolo Mille anni di pittura cinese capirai il perché. Sono immagini essenzialmente naturalistiche, e allo stesso tempo quei paesaggi, quelle piante, quei fiori sembrano uscire dalla naturalità e trasferirsi in una dimensione quasi aerea. Va sottolineata anche un’altra caratteristica: la presenza umana nei paesaggi è assolutamente marginale, spesso manca proprio. Mentre in Europa il paesaggio ha fatto almeno sino all’800 solo da cornice alle vicende umane (e a quelle soprannaturali), nella mentalità orientale il rapporto si inverte: l’uomo diventa insignificante di fronte alla grandezza della natura (certo, se si pensa all’odierno atteggiamento cinese nei confronti dell’ambiente c’è da mettersi le mani dei capelli).

Non è tuttavia lo stesso spirito che anima i paesaggisti americani, che pure riservano anch’essi alla presenza umana spazi microscopici e decentrati. Ad essere diversa è proprio l’attitudine: Bierstadt e Cole propongono lo spettacolo della natura, mentre i pittori cinesi sembrano volerne cogliere l’anima.

Un certo accostamento potrebbe essere fatto piuttosto con i divisionisti italiani, con pittori come Segantini e Maggi. Nei dipinti di questi ultimi però la figura umana rimane centrale, sia pure in condizione totalmente sottomessa, e la natura è solo metafora di una forza che sta oltre.

Quella che più si accosta allo spirito “cinese” del dominio della natura è naturalmente la pittura di montagna. E qui c’è veramente di che sbizzarrirsi. La montagna è materia pittorica per eccellenza, e in questo campo ho i miei criteri di valutazione. Il primo è legato alla capacità dell’opera di evocare lo “spirito” della montagna. Non ha niente a che vedere con la resa realistica, per quella c’è la fotografia. Sto parlando della capacità di restituire l’effetto che la montagna ha su chi la guarda, o meglio ancora su chi la sta salendo. In questo senso i dettagli realistici non hanno alcuna importanza, anzi, in genere, se non sono governati da un quid che li supera generano solo freddezza. Voglio dire che l’immagine finale deve essere ben più della somma dei dettagli. I diversi volumi che trovi nel ripiano più basso dello scaffale di mezzo consentono di verificare questo esito. In Cattedrali di pietra, ne La seduzione delle montagne ecc trovi approcci completamente diversi, che sono frutto di diverse epoche e di differenti esperienze, ma in genere il risultato è quello. Segno che esiste un “canone” indipendente da ogni appartenenza di età, di cultura e di stile, che è condiviso da tutti coloro che con la montagna hanno un rapporto non superficiale.

Dicevo che la montagna è materia pittorica per eccellenza, e infatti è stata usata già a partire dal Rinascimento per animare gli sfondi di qualsiasi paesaggio, persino di quelli fiamminghi, che nella realtà sono piatti come biliardi. Fornisce una cortina naturale per chiudere gli spazi dell’opera e mettere al centro di questi spazi il soggetto. Ma quando si va al di là dell’uso puramente scenografico, l’apparente facilità d’effetto creata da rocce e cime e boschi diventa quasi sempre un boomerang. Tutto si ferma lì. E tuttavia, proprio perché è un soggetto tanto praticato, è anche facile trovare a livello dilettantistico chi riesce di tanto in tanto a catturare lo spirito di cui parlavo prima. Uno dei miei sogni legati all’ipotetica vincita di cento milioni al superenalotto è la costituzione di una galleria dei dipinti di montagna che ho visto girovagando per i mercatini, alcuni davvero bellissimi.

L’ultimo scaffale a sinistra ci fa compiere un altro salto temporale e spaziale. Siamo al Novecento, e qui riesce più difficile trovare una coerenza nelle suggestioni che mi fanno preferire alcuni artisti ad altri. I due volumi su Picasso, ad esempio, credo di non averli mai sfogliati, o di averlo fatto solo per ragioni “di servizio”. Quelli su Schiele, su Max Ernst e su Kandinski sono invece consumati dalle visualizzazioni, così che ne ho dovuti prendere di nuovi.

Nei confronti dell’arte contemporanea non riesco a bilanciare la mancanza di entusiasmo “estetico” con l’interesse storico. Questo perché ritengo che la storia dell’arte, come percorso dotato di un suo senso e di una sua direzione, si sia conclusa con l’ impressionismo (che infatti qui è rappresentato solo nei termini essenziali, ci sono tutti quelli che “devono” esserci e nulla più). Faccio un’eccezione per la pittura italiana, che con i macchiaioli e i divisionisti sposta un po’ più avanti il tramonto e lascia ai Futuristi scrivere la parola fine. Dopo, il percorso è esploso in una galassia di contaminazioni che non consentono più di usare il termine arte, la categoria dell’artistico, come in precedenza. Il perché di questa mia convinzione l’ho spiegato già altrove e non è il caso che lo ripeta adesso. Sta di fatto che mi pongo di fronte all’arte del Novecento in una condizione di spiazzamento totale, privo di qualsiasi strumento o criterio critico: il che torna alla fine anche comodo, perché mi evita di sospendere il giudizio nei confronti di ciò che non mi piace e che non capisco, di dover contestualizzare, di raccontarmi troppe storie. Ritengo che l’arte contemporanea abbia come referente principale, quando non unico, il mercato. Ne accetta quindi tutte le leggi, e questo accade anche quando sembra mettersi di traverso (le famigerate “avanguardie).

Comunque, puoi vedere tu stessa quali sono gli artisti che “a pelle” mi intrigano. Kandinski e Schiele appunto, e poi Max Ernst e Gustav Klimt, ma anche Magritte e Yves Tanguy. Magritte mi piace un po’ meno da quando ho visitato il museo a lui dedicato a Bruxelles: il ripetersi dei soggetti e la necessità di stupire a tutti i costi alla lunga scoprono il gioco. Per gli altri, al contrario, le mostre hanno confermato i motivi di interesse e hanno naturalmente stimolato l’acquisizione di nuove monografie. Tra i miei preferiti non c’è nemmeno un italiano? No, uno c’è, ed è naturalmente Savinio, un autore che mi incuriosisce tanto quanto suo fratello, Giorgio De Chirico, mi annoia.

C’è qualcosa in comune tra tutti costoro? Immagino di si, al di là del fatto di essere più o meno tutti dello stesso periodo, e per la gran parte di area nordica. Credo tuttavia che quello che li accomuna ai miei occhi sia il carattere “illustrativo” della loro pittura. Questo è magari immediato per Max Ernst, per Schiele e per Tanguy, mentre è un po’ più difficile da capire per Kandinski. Eppure, dovessi scegliere delle “illustrazioni” a corredo di un articolo o di un saggio, sceglierei proprio lui. Questo la dice lunga sul valore “di denuncia” o di “anticipazione” che attribuisco all’arte contemporanea.

La funzione “illustrativa”, che non va confusa con quella decorativa, mi pare invece fondamentale. E questo spiega la presenza di tante monografie dedicate ai migliori illustratori, soprattutto a quelli ottocenteschi, a partire da Doré per arrivare a Dulac, a Rackam, ad Aubrey Beardsley e a Karel Thole. Sono i libri che sfogliavi avidamente già quindici anni fa, e temo che una certa attitudine eccessivamente sognatrice sia stata alimentata proprio da quelle immagini. Conosco bene quella sindrome, ne ero affetto anch’io (e a dispetto dell’età lo sono ancora). Non è curabile, ma va tenuta sotto controllo: se i valori superano un certo livello può creare sconquassi. Come dice Corto Maltese, chi sogna ad occhi aperti rischia troppo spesso di confondere il sogno con la realtà In sostanza, un uomo (o una donna) è libero di sognare, deve anzi farlo, ma è poi responsabile dei propri sogni. Al di sotto però del livello di guardia il disturbo origina soltanto una leggera e costante asincronia nei confronti dei ritmi del mondo, che si manifesta di volta in volta in atteggiamenti ironici o malinconici. Bada che ci si convive, è una patologia alla quale ci si affeziona e che viene ogni volta rinnovata, come succede per i raffreddori, dagli spifferi creati nell’aprire un libro o nel voltarne le pagine.

Ricordo anche che a cinque anni eri affascinata da un tipo particolare di illustrazione, quella naturalistica, che trovavi ad esempio nel grande libro sugli uccelli di Audobon o, in una singolare versione quasi fantascientifica, in Animali dopo l’uomo di Dixon.

Oggi questa fascinazione può essere rinnovata da alcune chicche che ho rinvenuto nei mercatini. Ad esempio da un manuale tedesco di etologia degli anni trenta, dal titolo impossibile (Schmeil Grundisz der Tierkunde, 1930), che contiene delle splendide tavole a colori fuori testo e delle altrettanto stupende raffigurazioni di animali disegnati in bianco e nero. È inutile: per quanto bella possa essere una fotografia, nulla può alimentare l’immaginazione come un disegno. E il compito vero di queste pubblicazioni, a dispetto della destinazione didattico-scientifica, era evidentemente quello di smuovere la fantasia, di incuriosire. Dopo aver visto una foto hai l’impressione di conoscere ormai il soggetto: davanti a disegni come questi ti viene la voglia di conoscerli. Probabilmente Konrad Lorenz ha sfogliato durante la sua adolescenza opere di questo genere.

Oppure come Sketches in Stable and Kennel, di Lionel Edward. Questo splendido album, datato 1933, è concepito con un intento ben diverso: immagino che stante la passione degli inglesi per i cavalli abbia conosciuto un grande successo di mercato. È un’opera che racchiude tutta una serie di caratteristiche anglosassoni, che sono poi proprie anche del tipo di illustrazioni: una eleganza molto semplice, ma proprio per questo tanto più efficace, una dichiarata concessione alla assoluta inutilità, e quindi al puro piacere estetico, una iconizzazione del soggetto attraverso i suoi tratti più semplici. Così come un racconto efficace non ha bisogno di troppe parole (e infatti quelle del testo sono misuratissime), allo stesso modo la raffigurazione non ha necessità di troppi dettagli.

Quanto a me, ho potuto invece ritrovare immagini della mia infanzia in quegli splendidi due volumi sugli “Eroi del romanzo popolare prima del fumetto”. Raccolgono copertine e tavole degli albi periodici di “dime novel” usciti negli anni venti e trenta. Alcuni non mi erano nuovi: ogni tanto arrivavano misteriosamente nella bottega di mio padre storie di Buffalo Bill o di Joe Petrosino stampate venti anni prima, con fantastiche copertine disegnate da Tancredi Scarpelli e da altri illustratori che avevo già imparato a riconoscere nelle tavole fuori testo dei libri d’avventura. Davvero non ho mai capito da dove sbucassero: e questo ne ha probabilmente enfatizzato l’alone di mistero.

Quanto dicevo sopra a proposito delle immagini di animali non significa che disdegni la fotografia. A fare pendant con i libri sulla pittura alpestre, ad esempio, ci sono un sacco di volumi sulla fotografia di montagna. Siamo nell’ordine di diverse decine. Non vale naturalmente lo stesso discorso che per i primi: qui il pregio maggiore è la conoscibilità, o la riconoscibilità, della montagna, e la funzione è prima di tutto documentaria. Ma anche in questo caso accade ci siano scatti, e non casuali, che riescono a trascendere quello che nell’immagine è raffigurato. Tutti quei volumi del Museo-montagna di Torino, ad esempio, che raccolgono per la maggior parte documentazione d’epoca, danno modo di cogliere l’aura sprigionata dalle foto di maestri come Vittorio Sella o Filippo de Filippi. Non so se sia questione di tempi di esposizione o di lastre all’argento, se si tratti cioè di un effetto meramente tecnico, oppure del fatto che le montagne, i ghiacciai, le cime stesse ritratte non sono più le stesse, e che quindi noi vediamo quello che non c’è e ne siamo consapevoli, ma insomma, quelle foto esprimono una bellezza che le fa essere ben altro che semplici documenti.

La parte alta dell’ultimo scaffale di sinistra è dedicata alla storia del cinema e a quella del fumetto. In realtà parlare di storia del cinema non è del tutto esatto: quasi tutti i libri che la occupano riguardano la storia del cinema western. È una fissazione, ne ho diffusamente parlato ne “La più grande avventura” e quindi troverai là le motivazioni e la storia. Qui ti segnalo soltanto, per un primo approccio, nel caso avessi ereditato anche qualche spicciolo di questo interesse, Il mito del West, di Tullio Kezich.

Giacché siamo in tema di western, però, devo fare una digressione sulla narrativa. Tra le pochissime sorprese di lettura degli ultimi anni c’è senz’altro Il grande sentiero, di A. B. Guthrie. È un romanzo scritto nel 1930, uscito in Italia alla fine degli anni quaranta e immediatamente dimenticato, malgrado fosse stato trasposto in un film di un certo successo, interpretato tra gli altri da Kirk Douglas. Ha subito la stessa sorte dei paesaggisti americani: classificato western, quindi serie B. Si tratta invece di uno dei più bei romanzi che io abbia mai letto. C’è dentro tutto quello che ho sempre cercato nella letteratura. Mentre lo leggevo avevo l’impressione di riconoscere ciò che mi aveva affascinato in Salinger, in Kerouac, in Kasey, in Abbey, fino a Cormac Mc Carty, e stavolta nella versione originale. La parte migliore della letteratura americana del secondo novecento sembra discendere di lì. E aumentava il rammarico di non averlo scoperto prima, tanto più che gli indizi per la ricerca li avevo avuti in mano tutti, a partire dal film. Ma si consolidava anche l’idea che la mia educazione letteraria (e non solo la mia), a dispetto della disposizione a uscire dagli schemi e dai canoni, sia stata pesantemente condizionata dall’impasto tra idealismo crociano e realismo gramsciano che ha pesato e continua a pesare sulla nostra cultura. Per noi ragazzi italiani Mark Twain era rappresentato da Tom Sawyer, e Huckleberry Finn dovevi andartelo a cercare quasi clandestinamente.

Per i giovani americani invece il filone western ha rappresentato sin dall’epoca di Fenimore Cooper una lettura di prima importanza. Oggi, dopo un periodo di leggero calo, dovuto alla identificazione da parte della cultura “progressista” di tutto ciò che attiene al West e alla sua vicenda come fascista, c’è una netta rinascita, trainata soprattutto dal successo dei libri di Cormac Mc Carty e dalla riscoperta di autori rimasti in ombra nel periodo dell’ostracismo.

L’impressione è però che prevalga ormai la maniera, come accade anche nei film. Le ultime cose che ho tentato di leggere odoravano sin dalla prima pagina di scrittura cinematografica, erano sceneggiature già pronte, non era necessaria alcuna fantasia per proiettarli idealmente su uno schermo. C’è un tempo per tutto, e forse è venuto anche quello di mettere la sordina al mito del west, se non lo si vuole degradare a videogioco.

Prima di lasciare questa sezione voglio comunque ricordarti un altro scrittore, un classico, che avevo trascurato e che in effetti ho riscoperto solo recentemente. Si tratta di Washington Irving. Trovi qui accanto, nella sezione della letteratura di viaggio, un libricino fantastico, Viaggio nelle praterie del West, resoconto di una spedizione nei territori di frontiera cui l’autore ha partecipato nel 1830. Nella sua semplicità è un piccolo capolavoro. Ma Irving è grande soprattutto ne Il libro degli schizzi, del quale forse qualcuno in Italia ha sentito parlare, ma che pochissimi in realtà hanno letto. Cerca di essere tra questi ultimi.

Sul fumetto credo di avere poco da aggiungere a quanto già sai. Nella tua cameretta e nell’altra, di Chiara, che da qualche anno stai occupando abusivamente, è distribuita tutta la mia dotazione, o almeno quel che ne rimane dopo i prelievi effettuati da tuo fratello. Hai quindi già presa molta confidenza con queste cose e hai maturato le tue preferenze. Ciò che trovi su questi ripiani sono invece enciclopedie e studi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi protagonisti. Almeno un paio di questi ultimi voglio segnalarteli: si tratta di Guardare le figure e soprattutto de La storia dei miei fumetti, di Antonio Faeti. Se si vuole capire cosa ha significato il fumetto nella creazione dell’immaginario adolescenziale (ma non solo) prima della televisione, e rendersi magari anche conto di quanto si è perso in creatività onirica dopo il suo declassamento e la sua trasformazione in sottoprodotto letterario o cinematografico, questi testi sono indispensabili. E probabilmente lo saranno anche se un giorno vorrai capire qualcosa di più di me.

Direi che a questo punto le matrici del mio gusto estetico sono più che evidenti. Mi sono educato sul fumetto e sull’illustrazione, oltre che sugli schermi cinematografici, e questo spiega la preferenza per immagini calligrafiche e per colori nitidi, mentre mi lasciano piuttosto indifferente gli impressionisti, tranne Monet, e la pittura astratta.

A testimoniarlo è ciò che coabita con i libri nei due principali santuari della mia biblioteca. Proprio un paio di giorni fa, seduto oziosamente sulla dondolo, consideravo le immagini che riempiono ogni porzione di parete sgombra dai libri (soffro dell’horror vacui). Nello studio gli spazi liberi da scaffalature sono davvero pochi, in pratica solo quelli sopra il caminetto e sopra la porta. Questi spazi sono coperti in prevalenza da immagini fotografiche, che a loro modo documentano sia il percorso culturale che quello esistenziale. A lato e sopra la porta si allineano le fotografie di voi ragazzi. Tu a un anno, Chiara forse a due, e poi io con Emiliano di cinque-sei anni, e ancora con Leonardo molto piccolo sulle spalle. Tra queste ultime due foto sono trascorsi quasi trent’anni. Completa la parete un disegno a carboncino riportato moltissimi anni fa da un viaggio, non ricordo dove. Raffigura un Don Chisciotte piuttosto stilizzato che si lancia contro i mulini a vento. Il disegno a dire il vero non è granché, ma col tempo mi ci sono affezionato: e comunque, come simbolo e riassunto di una vita, mi sembra azzeccato.

Sopra il caminetto si concentra invece la sezione iconografica “culturalmente” più significativa. A scendere da sinistra, in senso antiorario, la copia di un ritratto di Diderot eseguita da un’allieva del liceo artistico di Valenza, una foto di Emi ragazzino seduto accanto a mio padre su una pila di pali scortecciati e un’opera di Pietro Jannon. A destra, a risalire, un dipinto di Sergio Fava, un disegno ottocentesco di una vecchia dimora, trovato insieme a molti altri in quella che un tempo era la soffitta delle meraviglie, un Tobbio di Anselmo Carrea e una foto di mio padre che scende verso il vecchio capanno in mezzo alla neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per i maiali. Questa foto l’ho scattata proprio dalla finestra dello studio, e nel suo piccolo è diventata celebre: è conosciuta ed è stata apprezzata anche da professionisti.

In mezzo a queste due file verticali troneggia una grande carta geografica dell’Europa risalente al 1851 (è un cento per settanta, ma rappresenta solo la metà della dimensione originale – la carta era divisa in quattro parti, ne possiedo tre). In basso sono riportate una scala delle distanze tra le principali città europee e la prima parte di un riquadro contenente tutte le bandiere di quel periodo. Devo confessare che è un’Europa che mi affascina, con la Germania ancora divisa in più di trenta principati, l’Italia preunitaria con i suoi stati regionali, l’impero asburgico appena uscito da una grave crisi ma ancora estremamente solido, forse al massimo della sua estensione. È un’Europa, fatta eccezione per l’Inghilterra, ancora preindustriale. Quella di cui ho intravvista da bambino l’ultima sfocata immagine.

Dalla mensola del caminetto ci guardano infine una foto di Camus, una di Camillo Berneri ed una di Darwin. In mezzo il piccolo busto di Leopardi. Appesi al montante dello scaffale di sinistra ancora un ritratto di Leopardi e quello di Gobetti disegnato da Casorati. Direi che la galleria dei miei affetti è al completo.

Nel soggiorno le pareti completamente libere, almeno nella parte alta, sono due. E qui si concentra ciò che non ha a che vedere con gli affetti o le passioni intellettuali, ma col gusto. Da una parte tutta serie di dipinti di montagna, olii, acquarelli, tempere, tenuti assieme dai soggetti (ma c’è anche un bel pastello che ritrae il mio capanno). Dall’altra quadri di piccole dimensioni di Sergio Fava e di Pietro Jannon, oltre a due paesaggi di formato maggiore, un notturno marino e un interno di bosco in stile “illustrazione”, entrambi recuperati nei mercatini.

La storia del primo val la pena di essere raccontata. L’ho adocchiato al mercatino di Nizza, in una mattinata che prometteva pioggia. Mi ha preso subito, perché ricordava certe tele di Friedrich. La richiesta di riscatto era alta per i miei parametri, per cui ho sono tornato a trattare più volte, facendola scendere sin quasi alla metà: ma ancora non c’eravamo. Ad un certo punto è scoppiato un acquazzone violentissimo che ha provocato un fuggi fuggi generale, con gli espositori che si affrettavano a cercare di mettere in salvo la loro merce. Sono rimasto praticamente solo in mezzo alla piazza, e bagnato fradicio mi sono ripresentato al venditore per vedere se c’erano stati ripensamenti. Me lo ha quasi tirato dietro, l’ho portato via sborsando un quarto rispetto alla richiesta iniziale, avvolto nel kway per salvarlo dall’acqua. Quando sono salito in macchina l’ho allagata, ma ero felice come una pasqua. Ne avevo qualche ragione. A casa ho scoperto che si tratta di un’opera dipinta a metà ottocento da un artista inglese. Non è famoso, non ne ho trovato notizia su internet, ma non mi importa. Il quadro è bello, ed è il gioiello della mia collezione.

Indagare

Torniamo adesso allo studio, dove le cose sono molto cambiate dalla nostra prima visita guidata. Anche qui ho ricavato degli spazi nuovi, inserendo altri ripiani e alzando la scaffalatura sino al soffitto. Gli interventi sembrano discretamente riusciti, il nuovo si è integrato bene col vecchio. Il cambiamento strutturale ha imposto l’adozione di una scaletta per arrivare ai ripiani più alti, anche questa opera di bricolage, dopo che per mesi avevo cercato invano qualcosa che rispondesse sia alle esigenze pratiche che a quelle estetiche. Il risultato mi soddisfa: la scala è leggera, solida, sicura e poco ingombrante, dello stesso legno degli scaffali. Dovrei brevettare il modello, perché ho l’impressione che i designers non abbiano in casa una biblioteca e sappiano nulla dei problemi di un bibliomane.

È stato necessario naturalmente anche ricollocare tutti i volumi secondo i criteri di visibilità, di frequenza d’accesso e di significatività che ti avevo già esposto a suo tempo. Tutto sommato anche i libri che sono stati sospinti lassù, oltre i due metri e settanta, rimangono discretamente visibili. Riesco ancora a leggerne i titoli senza gli occhiali, e quelli che non leggo li riconosco comunque dal dorso e dalla veste editoriale.

La migrazione ha riguardato soprattutto il comparto letterario: come abbiamo visto la letteratura italiana è transitata in blocco nel soggiorno, quelle straniere sono stipate in due scaffali d’angolo, sia pure forti di dieci ripiani ciascuno. La gran parte della narrativa però, segnatamente quella contemporanea, è ormai confinata nella camera di disimpegno o in quella di Chiara, e in più ci sono i libri direttamente trasferiti in camera tua, dove hanno gradualmente sostituito la letteratura per l’infanzia e per l’adolescenza.

I ripiani liberati da queste migrazioni sono stati spartiti come la Polonia tra i settori in forte espansione: la storia della scienza, la storia delle idee e la storia tout court, con una ricca appendice di biografie. Anche la Filosofia si è però ritagliata spazi nuovi o ha trovato qualche enclave in quelli altrui. Rispetto a quindici anni fa ne ho di molto rivalutato il peso, anche per motivi professionali, e di conseguenza ho provveduto ad assicurarmi la disponibilità delle opere fondamentali. Puoi constatarlo tu stessa: chiedi e ti sarà dato (in prestito). Ho comunque l’impressione che per la filosofia accada un po’ quello che è avviene ormai da un pezzo per la musica operistica. Si rigirano sempre gli stessi autori, tutti antecedenti la metà del Novecento, perché tra i contemporanei le idee e le riflessioni più significative arrivano o direttamente da altre “discipline” o dalle contaminazioni tra queste ultime. La Filosofia, quella con l’iniziale maiuscola, come “merce” culturale è in auge (le edicole sono invase da collane che raccontano i maggiori filosofi o ne ripropongono le opere), e rimane un alimento di base fondamentale, ma un po’ alla maniera della dieta mediterranea: irrinunciabile, ma non particolarmente fertile nel fornire stimoli nuovi al gusto e alla ricerca.

Quegli stimoli provengono piuttosto, come ti dicevo, dal versante scientifico. Sulla storia della scienza avevamo viaggiato nella puntata precedente un po’ di corsa. Eri stanca, e oggettivamente non me la sentivo di proporti percorsi che richiedevano un notevole impegno e una buona preparazione di base. Speravo li avresti scoperti strada facendo. Adesso però le basi bene o male le hai, e si aggiunge il fatto che nel frattempo i percorsi sono stati di molto facilitati, con la diffusione anche da noi di una letteratura scientifica divulgativa degna di questo nome.

Partiamo da un paio di indicazioni per un approccio “storico” alle discipline scientifiche. Negli ultimi anni ho regalato decine di copie della Storia di (quasi) tutto scritta da Bill Bryson (si, proprio lui, quello dei più divertenti libri di viaggio attualmente in circolazione). Alla Guanda si chiedono ancora oggi da dove arrivassero quegli ordinativi massicci: erano il premio speciale della direzione per gli studenti del mio liceo che avessero ben meritato, in qualsiasi campo o occasione. Ne sono rimasti tutti entusiasti. È una storia della scienza moderna scritta alla Bryson, quindi facile a capirsi, esilarante a leggersi, zeppa di aneddoti e di personaggi bizzarri, ma anche del tutto affidabile nei contenuti. E visto che siamo tornati a parlare di lui, ti segnalo che Bryson ha scritto una Storia della vita privata altrettanto divertente e altrettanto ricca nei contenuti e precisa nell’ informazione.

Molto scorrevole è anche L’avventura della scienza moderna di John Gribbin, più canonica nell’impostazione ma accattivante comunque alla lettura. Un classico da affrontare il prima possibile, ma già con un piccolo bagaglio di conoscenze specifiche alle spalle, è invece La nascita della scienza moderna in Europa, di Paolo Rossi. Tienilo presente: le generalità stesse dell’autore offrono un paradigma perfetto dello stato delle conoscenze e dei criteri di visibilità in questo disgraziato paese. L’abbinata Paolo e Rossi è quella che ricorre più frequentemente nell’anagrafe italiana –tanto da essere diventata quasi un esempio di mediocre normalità: ma per la stragrande maggioranza dei nostri connazionali, compresi quelli con una laurea alle spalle, identifica un calciatore o un comico, mentre uno tra i maggiori storici novecenteschi della scienza non lo conosce nessuno. Eppure Rossi era, prima ancora che un “sapiente”, una persona di buon senso spicciolo, che ha combattuto per tutta la sua carriera contro la prevalenza postmoderna delle interpretazioni sui fatti e ha scritto cose che oggi più che mai trovano una completa conferma.

Per fortuna non è stato l’unico. Nella prima puntata avevo accennato a J. S. Gouldcome al padre della divulgazione scientifica contemporanea. Bene, a lui e alla sua lezione si ispirano tutta una serie di discepoli, nostrani ed esteri, che stanno rendendo entusiasmante l’approccio ad argomenti un tempo riservati solo agli specialisti. Ne cito qualcuno, ma bada che tutti i ripiani ad altezza di sguardo alla tua destra sono pieni di libri che potresti leggere con profitto e con diletto senza alcuna necessità di conoscere la formula dell’ozono o la mappa del DNA.

Alcuni la prendono larga e partono dalla formazione dell’universo. Lo fanno ad esempio il celeberrimo Stephen Hawking in Dal Big Bang ai buchi neri e John Barrows con Le origini dell’universo. Addirittura Igor e Grichka Bogdanov azzardano ipotesi su cosa c’era Prima del Big bang. Anche se in una certa misura risultano superati dalle ultimissime ricerche sulle onde gravitazionali, sono ormai testi classici, e nelle grandi linee sono ancora le fonti migliori per capire cosa è accaduto quasi quindici miliardi di anni fa.

Altri raccontano invece le diverse concezioni cosmologiche, ovvero le idee che nel tempo l’uomo si è fatto della nascita dell’universo: è il caso de Le maschere dell’universo, di Edward Harrison, che ti consiglio caldamente per fart un’idea del rapporto che intercorre tra mitologia e scienza. Queste concezioni nascono dalla precocissima attenzione che gli uomini hanno rivolta al cosmo, quella raccontata ne I primi osservatori, di James Cornell. La trasformazione di questa attenzione in una scienza, col passaggio dall’astrologia all’astronomia, la trovi poi raccontata ne I re del sole, di Stuart Clark, ma anche ne I sonnambuli, di Arthur Koestler. In questo ambito c’è molto spazio per le tentazioni esoteriche, o quantomeno per interpretazioni piuttosto azzardate. Quando va bene ne escono libri come Il mulino di Amleto, di Giorgio di Santillana, che suggerisce ipotesi sulle conoscenze dei popoli mesopotamici di cinquemila anni fa difficilmente credibili, ma rimane comunque un’opera affascinante e suggestiva. Quando va male trovi invece messe in discussione tutte le conoscenze scientifiche attuali, “smascherate” come funzionali ad una sorta di complotto che va avanti da millenni. L’esempio più eclatante di quest’ultimo caso è Archeologia proibita, di Cremo e Thompson.

Puoi immaginare come io abbia in orrore i roghi dei libri, ma per questo farei un’eccezione, perché gli autori sparano panzane pseudoscientifiche in maniera così spudorata da non meritare nemmeno l’ironia. Credo si debba rispettare un limite, se non altro dettato dal buon gusto, anche nel dire o nello scrivere scemenze. Ho letto anch’io nell’adolescenza testi che ventilavano origini extraterrestri della nostra civiltà, o addirittura della nostra specie, e mi sono pure divertito: se non altro mi stimolavano ad approfondire in maniera corretta sempre nuove conoscenze, e non millantavano un credito scientifico farlocco con continui rimandi in nota ad una bibliografia sterminata. Erano i libri di Peter Kolosimo, autore piuttosto in voga negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, cose tipo Terra senza tempo o Non è terrestre; oppure Il mattino dei maghi, di Pawels e Bergier. Qui ancora li trovi, anche se in una biblioteca seria dovrebbero essere accolti solo previa indicazione ben stampata in copertina del tasso di nocività o di inattendibilità: credo però che anche le panzane debbano essere conosciute, se le si vuole efficacemente combattere. E credo che in certi casi possano essere addirittura utili ad avvicinare alle letture scientifiche le giovani menti assetate di mistero, di una conoscenza e di una appartenenza iniziatica che le apra a segreti millenari: sempre che, naturalmente, imparino poi subito a riconoscere le sorgenti non inquinate.

Lo spazio più consistente in assoluto di questa sezione è comunque quello dedicato alla paleontologia (e in questa faccio rientrare un po’ tutto ciò che ha a che fare con lo studio degli sviluppi più recenti della storia della vita, quelli relativi ai primati e alle vicende dell’ominazione).

Lo specifico della condizione animale, e segnatamente il punto di rottura per il passaggio a quella umana, lo trovi trattato da Robert Foley in Gli umani prima dell’umanità. Frans De Waal ne La scimmia che siamo e Robin Dunbar ne La scimmia pensante sottolineano in modo diverso la nostra appartenenza a pieno titolo alla specie dei primati. È ciò che fa anche Jared Diamond con Il terzo scimpanzé, in una impostazione di più ampio respiro, che attinge un po’ a tutto, dalla biologia alla sociologia e alla linguistica, per arrivare ad una conclusione tutt’altro che ottimistica. Per Diamond siamo scimmie in fondo “sbagliate”, che si portano dietro, come scoria ineliminabile dell’intelligenza e dei progressi materiali, il seme di una distruzione suicida. Difficile dargli torto.

Il nodo della “ominazione”, del salto di qualità che si verifica ad un certo punto (non all’improvviso, naturalmente: stiamo parlando di un processo lungo milioni di anni) e che con una differenziazione di poco più dell’un per cento nel corredo genetico ci rende così diversi dai nostri cugini scimpanzé, rimane l’enigma più affascinante della storia umana: e credo rimarrà tale. Probabilmente si è trattato di una successione di piccoli mutamenti, l’uno conseguente l’altro, indotti dalla necessità di adeguarsi a condizioni ambientali sempre mutevoli (glaciazioni, desertificazioni, ecc …): non di un processo lineare, quindi, ma di una serie di tentativi – anche se la parola non è esatta, perché sembrerebbe sottintendere una volontarietà, mentre qui si parla sempre di casualità o di risposte adattive.

Si può leggere questa storia come un romanzo giallo, nel quale gli indizi sono moltissimi, ma indirizzano in direzioni diverse, le prove certe sono ben poche e gli investigatori sembrano orientati a seguire le piste più svariate a seconda della loro appartenenza a corpi di polizia ben distinti. A differenza dei romanzi gialli classici, questo pare non avere una soluzione: e paradossalmente sta proprio qui il suo fascino.

Tra gli autori che ti ho segnalato (come tra tutti gli altri che non sto ad elencare, hai a disposizione sette ripiani zeppi per sbizzarrirti) c’è chi sottolinea soprattutto i passaggi biologici, e chi invece, come appunto Diamond, attribuisce grande peso alle acquisizioni culturali. Non è una differenza da poco. Significa nel primo caso ritenere che continui a prevalere anche negli umani una sorta di determinismo, che può essere inteso come prettamente biologico (il famoso Gene egoista di Dawkins) o più genericamente come ambientale. Oppure, nel secondo caso, considerare lo sviluppo culturale come un capitolo a parte della storia naturale, addirittura un’appendice che ne riscrive totalmente i modi e ne inverte la direzione.

Alcune cose sono comunque chiare. È un passaggio biologico l’adozione della postura eretta, e lo è anche la nascita della funzione fonetica che sembra conseguirne: ma ciò che viene dopo, il linguaggio e il pensiero simbolico, vanno già annoverati tra i portati culturali. In linea di massima funziona tutto così. Naturalmente in mezzo ci stanno poi tutti gli accidenti e le occasioni prodotti dall’ambiente: oltre alle glaciazioni e alle desertificazioni, le malattie, i terremoti e altre manifestazioni dell’attività della natura che possono avere inciso sull’evoluzione: nonché la concorrenza con gli animali o con le altre forme, quelle ormai estinte, della nostra specie (parlo di specie homo in generale perché ormai sembrano comprovate le ibridazioni: e questo aggiunge pepe alla vicenda). Insomma, è una gran bella storia, incredibilmente avventurosa.

Bella almeno per noi, perché nella sua ultimissima fase ha preso una piega poco piacevole per tutte le altre specie e per l’ambiente in generale. Ma se si vuole contribuire a indirizzarla verso un lieto fine è necessario conoscerla. Cominciando dai dati che abbiamo a disposizione: nel recentissimo Ultime notizie sull’evoluzione, di Giorgio Manzi, trovi ad esempio un riassunto estremamente semplice e aggiornato di quanto di nuovo è stato scoperto negli ultimi vent’anni: e si tratta di novità che ci hanno costretti a modificare tutte le precedenti chiavi di lettura, e a ripensare anche le derive e le possibili conseguenze dei nostri attuali comportamenti.

Un tentativo di riassunto storico-naturalistico globale lo ha azzardato Yuval Noah Harari in Da animali a dei (seguito poi da Homo deus, molto meno convincente). Non è il primo, perché già Jan Tatterstal (con Il cammino dell’uomo e Il mondo prima della storia) e altri lo avevano fatto: ma è quello forse più coraggioso (e come tale, magari, non sempre attendibile), sufficiente comunque a mettere in riga quanto già accertato e a farne un racconto coerente. Se vuoi invece scendere nel dettaglio, soffermandoti sugli “inizi”, devi vederti sia La specie imprevista di Henry Gee, un paleontologo che fa le pulci alla sua stessa disciplina, e La vita inaspettata di Telmo Pievani, attualmente il più battagliero evoluzionista italiano, una sorta di “mastino di Darwin”. Sapere che la nostra specie non era affatto “necessaria”, che non costituiamo la fase più alta di un disegno intelligente, ma il frutto di una casualità, di una pura contingenza (o quasi), è una bella lezione di umiltà. È la premessa necessaria a tutto quanto puoi poi leggere su cosa è successo dopo che quella condizione affatto improbabile si è verificata.

E qui hai da sbizzarrirti. Ann Gibson racconta ad esempio, ne Il primo uomo, come si sono affermati in brevissimo tempo alcuni tratti peculiari dell’uomo attuale, come la corporatura, la dieta alimentare, il colore della pelle. La stessa cosa fa, in maniera ancor più approfondita, Daniel Lieberman ne La storia del corpo umano. Altri si concentrano invece sulle caratteristiche psicologiche: di come funziona il nostro cervello parlano Ken Richardson in Che cos’è l’intelligenza e Gary Marcus ne La nascita della mente, mentre Boncinelli con Il cervello, la mente e l’anima mette i puntini sulle i sulle diverse funzioni emozionali e cognitive. Particolarmente intrigante, e dibattuta, è l’origine dei comportamenti morali: trovi tre diverse spiegazioni, ad esempio, fornite da Emanuele Coco in Egoisti, malvagi e generosi, da Frans De Waal in Naturalmente buoni e da Marc Hauser in Menti morali. O ancora, interessantissima è la ricerca sulle origini e soprattutto sul peso del linguaggio nella svolta evoluzionistica verso il primato della “cultura”: vedi ad esempio Dalla nascita del linguaggio alla babele delle lingue, di Robin Dunbar o Origini del linguaggio.

Possono poi risultare intriganti alcuni studi sulla specificità di genere: L’animale donna, di Desmond Morris è “politicamente” molto corretto, ma fa un ritratto esauriente delle caratteristiche “zoologiche” femminili, mentre L’origine della donna, di Elaine Morgan, risente di una smaccata impostazione femminista (è stato scritto agli inizi degli anni settanta dello scorso secolo), ma offre anche intuizioni illuminanti e una scrittura molto divertente.

Se poi vuoi andare oltre, o meglio, risalire più indietro ancora, leggiti per iniziare La mente animale, di Enrico Alleva.

Quanto ai testi classici dell’evoluzionismo, quelli ci sono proprio tutti. Al solo Darwin è consacrato un intero ripiano, tra le cose sue (cinque diverse edizioni de L’origine della specie)e l’infinita serie di titoli che lo chiamano in ballo, che va da Darwin e le Galapagos fino a Colpa di Darwin, passando per La sacra causa di Darwin, Gli errori di Darwin e Ripensare Darwin).

La storia dell’evoluzionismo è invece raccontata in Una lunga pazienza cieca di Giulio Barsanti, e ne La sacra causa di Darwin, di Desmond e Morris, i due maggiori biografi dello scienziato inglese. Una narrazione riassuntiva puoi trovarla anche in uno dei tanti libri di Giorgio Odifreddi, In principio era Darwin.

È una storia tutt’altro che noiosa. Intanto l’evoluzionismo è stato combattuto da ogni sponda, da destra e da sinistra, dalle religioni e dalle ideologie. In alcuni stati degli USA ancora oggi non viene insegnato nelle scuole. Ma soprattutto ha dato origine a molte interpretazioni forzate, lontanissime da quella originaria di Darwin, alcune delle quali avvallano il razzismo. Come questo abbia potuto accadere lo spiega il solito Gouldin Intelligenza e pregiudizio, ma trovi poi qui molti altri testi sull’argomento, da L’invenzione della razza di Guido Barbujani a Il razzismo di Pierre-André Taguieff e Lo spazio del razzismo di Michel Wierviorka. E con essi cambiamo scaffale e ci addentriamo nella storia delle idee.

Pensare

Alla storia delle idee avevo riservato quindici anni fa uno spazio ancora più ristretto. Non che considerassi questo settore meno importante di altri, ma mi sembrava un po’ prematuro per un tuo possibile interesse. E anche, lo confesso, perché tutto sommato riesce difficile circoscriverne l’ambito. Ci provo ora, sperando di non fare troppa confusione.

La storia delle idee si situa ad una specie di crocevia dove confluiscono diverse discipline: indaga praticamente tutti i campi del sapere, dalla storia della filosofia a quelle della letteratura e della scienza, dalla storia delle religioni o delle arti a quella politica e sociale, cercando di mettere in luce gli schemi, i codici, i paradigmi che le orientano e analizzando le dottrine e le ideologie che ne conseguono. Coglie di quegli schemi e di quei codici le evoluzioni, le persistenze, le discontinuità, e mostra come le rotture “concettuali” trovino poi riscontro sul piano materiale, nell’economia, nelle istituzioni politiche, nei rapporti sociali. Insomma, per dirla in parole povere, si occupa di identificare i fili che tengono assieme un po’ tutto l’agire umano, e che gli trasmettono un senso. Non è una quindi una disciplina, ma una sovra-disciplina, che si nutre di tutte le altre.

Di conseguenza qui puoi trovare autori che assommano competenze disparate e rappresentano il meglio del pensiero della seconda metà del secolo scorso. La gran parte di essi sono, naturalmente, ebrei.

Di Isaiah Berlin ti ho già ampiamente parlato, ma vale la pena tornarci. Ha svolto la sua riflessione a cavallo tra politica e filosofia, ponendo essenzialmente il problema della convivenza di valori fondamentali come libertà e giustizia, che sono compatibili, ma solo quando si trova la giusta ricetta e il giusto dosaggio degli ingredienti. Essendo un realista e un “moderato”, che prendeva le distanze da ogni ideologia e cercava di far lavorare il buon senso, non gode in Italia di una grande popolarità. Il che di per sé non sarebbe un male, perché un pensatore non deve essere popolare (essere popolare significa di solito o pensare in maniera poco originale o cercare volutamente il consenso attraverso la stravaganza). Ma Berlin non è popolare nel senso che non lo leggono nemmeno coloro che trattano gli stessi suoi temi e dovrebbero comunque confrontarsi con lui, avendo senz’altro molto da imparare. Se proverai a seguire il dibattito politico, cosa che mi pare improbabile (e ti capisco), dubito che lo sentirai nominare. Eppure i suoi scritti, quelli che trovi raccolti in Quattro saggi sulla libertà, ne Il legno storto dell’umanità e ne Il riccio e la volpe rimarranno fondamentali. Bada però di non attenderti analisi entusiasmanti: anzi, a dirla tutta l’entusiasmo, quello che facilmente scivola nel fanatismo, nella pretesa di perfezione, è proprio ciò contro cui ci mettono in guardia. Berlin è un fautore del compromesso, non di quello basso e meschino, bensì di quello intelligente, che nasce dall’uso della razionalità e dal senso di responsabilità. Per questo dalle nostre parti non incontra.

Un’altra mente coi fiocchi è quella di George Steiner. Tecnicamente Steiner sarebbe un critico letterario: in realtà nei suoi saggi, sotto le specie di radiografie dei più importanti temi letterari, passano diagnosi impietose sullo stato generale della nostra società. Come puoi constatare, a breve avrà diritto anche lui come Leopardi e Darwin ad un ripiano tutto suo, perché gran parte delle sue opere le avevo già reperite in francese prima che fossero pubblicate anche in Italia, e naturalmente le ho poi prese anche nella nostra lingua. Non sto ad elencarti tutti i titoli, sono lì: posso però dirti che potresti trovare già oggi interessanti almeno alcuni dei saggi contenuti in Dopo Babele, dove parla del linguaggio, in Nostalgia dell’assoluto, conversazioni sull’utopia, e in Nessuna passione spenta, che a dispetto del titolo analizza la tristezza del pensiero contemporaneo.

Steiner ha anche scritto uno dei libri che avevo in mente di scrivere io e che non ho mai scritto. Si intitola, guarda un po’, “I libri che non ho scritto”. Tuttavia l’impostazione non è esattamente quella che io avrei dato, per cui l’alibi cui mi aggrappo sempre (lo hanno già fatto altri, e meglio) non regge. In sostanza sviluppa la traccia di quelli che avrebbero potuto essere saggi fondamentali, ma lo fa in maniera tale che le tracce diventano esse stesse fondamentali. Prendi ad esempio uno degli argomenti che più mi hanno da sempre intrigato, la natura dell’ebraismo e le cause remote dell’antisemitismo. Per Steiner queste ultime sono da ricondurre all’introduzione del monoteismo, che responsabilizza in maniera pesante gli uomini nei confronti di Dio, mentre il politeismo concede maggiori margini di libertà, lascia delle scappatoie. Ovvio che sotto sotto gli umani rimpiangano quest’ultimo. E così quando, come alla fine del Settecento e poi nuovamente dell’Ottocento, le trasformazioni economiche e sociali si fanno pesanti e le illusioni illuministiche e positivistiche relative al progresso crollano, si crea lo sconcerto, la paura di una perdita di senso (quello che Leopardi chiama “il tedio”), e scatta la caccia al capro espiatorio. “Meglio le tenebre della noia” è il grido di battaglia che informa tutto il Romanticismo e le sue appendici novecentesche, innescando un impulso suicida che sfocerà nelle due guerre mondiali: e in questo quadro di autodistruzione si inserisce anche il genocidio ebraico.

Mi sono attardato a riassumere questa interpretazione perché credo possa essere tranquillamente (insomma!) applicata ai tempi nostri: per dimostrarti cioè come queste letture possano fornirti gli strumenti per una interpretazione del presente che nessuna analisi politica o sociologica sarà mai in grado di fornirti. Pensatori come Steiner o Berlin non partono mai dalla declinazione attuale di idee, idealità o ideologie. Vanno direttamente alla matrice, alla sostanza: identificano degli archetipi.

Lo stesso vale per le opere di Sebastiano Timpanaro. Quelle che trovi qui sono frutto di una ricerca appassionante e frenetica. La figura di questo filologo è infatti diventata per me addirittura un’ossessione, quasi come per Humboldt. Un’ossessione perché i suoi libri erano, e sono tuttora in gran parte, praticamente introvabili, e perché avendolo scoperto con colpevole ritardo – Timpanaro lo conoscevo, ma solo superficialmente, come uno dei tanti nomi della critica leopardiana, e non lo avevo mai letto con attenzione – ero impaziente di rifarmi, e di rendergli giustizia. Anche lui è molto più considerato all’estero che in Italia, probabilmente perché pur essendo “di sinistra”, addirittura un militante, risulta scomodo per una cultura di sinistra che si nutre ormai solo di slogan e di ignoranza.

Perché questa infatuazione per Timpanaro? Per vari motivi. Uno è di carattere etico. Era una persona incredibilmente schiva, onesta e coerente, tratti assolutamente non comuni negli intellettuali italiani (ma anche più genericamente negli intellettuali tout court). Poi c’è il suo rapporto con Leopardi. È il critico che lo ha capito meglio, e che ha saputo sottrarlo anche alle interpretazioni “progressiste” di una sinistra che lo ha scoperto solo dopo centocinquant’anni, e restituirlo alla sua assoluta laicità. C’è anche il rapporto col marxismo. Magari in questo sono un po’ meno consonante, ma devo ammettere che ne dà una interpretazione innovativa e onesta. C’è ancora l’importanza attribuita alle scienze naturali per la comprensione della storia. E infine c’è lo smascheramento di quel grande bluff che è stata nel secolo scorso la psicanalisi. Avrai capito adesso perché è diventato un mio imprescindibile referente.

Questi sono i fondamentali: ma gli autori che possono dare un contributo particolare alla tua comprensione del mondo non riempiono solo i due ripiani d’angolo, sono poi sparsi un po’ dovunque, in tutte le altre sezioni. Non è il caso di citarli tutti. Spero che a breve tu scopra Christopher Lasch (Il paradiso in terra, La rivolta delle élites) o Elias Canetti, del quale in realtà ti avevo già parlato (cominciando dall’autobiografia, La lingua salvata, Il frutto del fuoco), o Harold Bloom (Il canone occidentale). E a quelli che mi sembrano i tuoi interessi preminenti può dare risposte immediate Norbert Elias (La civiltà delle buone maniere, Humana conditio). Insomma, non ti basterà una vita per goderti tutti questi tesori, come non è bastata a me. Ma tu almeno potrai scegliere per tempo.

La storia delle idee percorre strade diverse. A volte l’analisi parte dalla storia del costume ma va poi oltre, perché non si limita a testimoniare le trasformazioni ma cerca di interpretarle e di coglierne le ricadute a livello dei modi di pensare, oppure di indagare le continuità che caratterizzano determinati popoli e culture. Direi che rimane attualissimo ed esemplare in questo senso il Discorso sullo stato presente degli italiani del Leopardi, e che in Italia la fustigazione dei costumi è stata sempre uno sport molto diffuso. Ma per capire il mutamento antropologico e quello paesaggistico ambientale negli anni ottanta dello scorso secolo ti conviene leggere La prevalenza del cretino, di Fruttero e Lucentini e magari il Viaggio in Italia di Ceronetti. Garantisco che ti divertirai.

Ricordare

 E arriviamo finalmente all’ultima sezione, la più consistente di tutta la biblioteca, quella che le che le dà l’impronta e che dovrebbe interessarti in maniera particolare, visto che hai deciso recentemente di passare alla facoltà di Storia. Confesso di non aver ben capito quali considerazioni ti abbiano indotto a questa scelta, ma certamente non erano di carattere opportunistico. Sotto il profilo degli sbocchi lavorativi è un autentico salto nel buio. È vero anche che il non puntare a uno sbocco preciso consente di tenersene aperti molti: ma in questo caso occorrerà, al momento giusto, che tu abbia idee su ciò che intendi fare della tua vita molto più chiare di quanto non sembrino oggi. Detto ciò, e sperando che la maturazione arrivi il prima possibile, ti confesso che la cosa in fondo mi ha molto gratificato. Se non altro il patrimonio librario specifico che ho accumulato in sessant’anni continuerà ad avere un senso. Se poi lo vorrai, potrai approfittare anche di quel po’ di conoscenze che ne ho tratto.

Per il momento, non volendola tirare troppo in lungo, mi limito a segnalarti alcune cose che mi sembrano interessanti, oltre che per il valore intrinseco, per le lezioni di metodo che potrebbero fornirti.

Le ultime acquisizioni nella sezione di Storia spaziano dalle origini al mondo contemporaneo, ma sono state significativamente condizionate da una lunga ricerca sulle origini della pòlis (La vera storia della guerra di Troia). Ho raccolto quindi soprattutto opere relative alla storia greca, ma anche a quella delle donne, oltre che alla filosofia e al teatro greco comico e tragico. E ho vista confermata per l’ennesima volta una verità che viene ripetuta almeno a partire dal Rinascimento: ad ogni rilettura i classici ti offrono l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo. Questa verità la diamo talmente per scontata che poi non la traduciamo in una prassi: in spiccioli, non li rileggiamo quanto dovremmo, a volte non li rileggiamo affatto e ci fermiamo ad una conoscenza puramente scolastica (che significa svogliata e imbalsamata). Ora, di per sé i classici, se ti rivolgi a loro come a busti di marmo, ovviamente non parlano: sta a noi cercare di rianimarli con una frequentazione calda e non reverenziale, e guadagnarci quella confidenza che consente di porre le domande in una maniera nuova: le risposte in questo caso arriveranno sempre, spesso molto diverse da quelle che ci si attendeva.

Su questi argomenti hai adesso a disposizione, oltre a edizioni filologicamente accurate di tutti i testi fondamentali, una piccola biblioteca tematica, nella quale spiccano una volta tanto gli studiosi italiani: ci sono i saggi di Luciano Canfora (ad esempio La crisi dell’utopia, Aristofane contro Platone, o ancora Il mondo di Atene e Il viaggio di Artemidoro), che non mi trova sempre in sintonia per quanto concerne le interpretazioni ma è senz’altro uno dei migliori studiosi in assoluto del periodo; nonché quelli di Eva Cantarella, a partire da L’ambiguo malanno a Secondo natura, e poi Itaca e Ippopotami e sirene. Sono autori che possiedono il dono di una scrittura semplice e di una trattazione coinvolgente, soprattutto la Cantarella, che è la meno ideologicamente orientata. Altri in realtà mi convincono solo in parte: Piero Boitani, ad esempio, e tutta la serie di opere sue molto “patinate” su Ulisse o sulla mitologia greca, che comunque rimangono un’utile miniera di spunti.

Le vere illuminazioni arrivano però da E. Dodds. Ne I greci e l’irrazionale ti porta a rileggere in una chiave completamente nuova cose che già credevi di conoscere. Ne vengono fuori interpretazioni di atteggiamenti, credenze e paure del mondo ellenico antico che appaiono immediatamente come le più logiche, addirittura ovvie, ma alle quali non avevi affatto pensato. E soprattutto lo fa senza eccessivi squilli di tromba: non vuole spiazzare e stupire il lettore, ma semplicemente aiutarlo a capire. È un ottimo esempio di quanto ti dicevo poco sopra.

Più controverso è invece Atena nera, dove Martin Bernal sostiene la tesi di una figliazione diretta della cultura occidentale, attraverso quella greca, dalla tradizione sapienziale afroasiatica (quella degli Egizi e dei Fenici in particolare). Il legame è stato negato o minimizzato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento da quello che Bernal chiama “modello storiografico ariano”, che come puoi ben immaginare rimanda invece la paternità alle migrazioni indoeuropee e sposa l’idea di una civiltà europea originaria. Ora, in effetti i Greci stessi attribuivano a tutti i loro sapienti, da Solone a Pitagora, esperienze di tipo quasi iniziatico in Oriente, ciò che confermerebbe in linea di massima la bontà della tesi di Bernal: ma quest’ultimo si affida a una serie di azzardi filologici ed etimologici talmente forzati da perdere ogni credibilità scientifica. Ciò che sembra importargli non è tanto ricostruire la realtà di quegli influssi quanto affermare una sorta di primogenitura africana della civiltà. Lo fa in qualche modo gridando la sua verità, come se il tono di voce potesse da solo compensare la carenza di rigore e di conoscenze, un po’ come accade ormai in tutti i confronti, specialmente in quelli televisivi: e così anche quel che c’è di vero e di stimolante nella sua ricostruzione viene banalizzato dalla forzatura ideologica.

Il dibattito suscitato da questa opera è emblematico. Da un lato stanno gli specialisti accademici europei, che esigono che ogni tesi, per poter essere presa in considerazione, debba essere sorretta da argomentazioni filologicamente corrette, dall’altro gli intellettuali di colore, soprattutto quelli statunitensi, che accusano la scienza storica “tradizionale” di fondarsi su criteri che esaltano di per sé l’eccezionalità “bianca” e i suoi esiti, materiali e morali. Per colmo di paradosso qualcuno è arrivato anche a tacciare Bernal di sudditanza nei confronti della cultura occidentale, perché avrebbe posto la cultura africana su una linea di continuità con la prima, come a cercare di nobilitarla, invece di concederle una dignità autonoma.

Capisco che la diatriba ti parrà noiosa e per qualche aspetto anche patetica, ma se ti occuperai di storia certe cose devi fissartele subito in testa: la storia non è una scienza esatta, non può esserlo per la natura stessa dell’oggetto di cui tratta, ma nemmeno può essere ridotta a pura opinione. C’è una via di mezzo, che va garantita non solo dall’onestà intellettuale ma anche dalla professionalità dello storico. In questo caso specifico, ad esempio, la figliazione non la si può ignorare, ma è anche innegabile che la cultura dell’occidente ha preso ad un certo punto una strada tutta sua, buona o cattiva che la si voglia considerare. In senso più generale, occorre diffidare di ogni interpretazione che piega i fatti al servizio di una causa: quando anche quella interpretazione potesse apparirti intuitivamente vera, non sarebbe comunque corretta. I fatti non devono essere “piegati”, ma “spiegati”. L’unica causa giusta per lo storico è quella dell’approssimazione alla verità, e l’unica verità per lo storico è quella della ricostruzione il più possibile accurata e fondata di quanto è accaduto. Spero che tu abbia sempre delle opinioni, che le coltivi autonomamente anziché lasciartele imporre e che abbia la forza di esprimerle e di difenderle: ma spero anche che se abbraccerai questo lavoro saprai tenerle al loro posto.

Non vorrei con questo aver guastato il tuo entusiasmo per la storia. Intendevo solo ribadire che fare le cose con passione è bello, ma il vero piacere sta nel farle bene. Per tornare a noi, io ho cercato ad esempio in quest’ultimo periodo di coprire con un po’ più di metodo tutte le aree bianche, le terre che erano rimaste inesplorate nel mio atlante storico. E così la sottosezione di Storia romana, che era già piuttosto ampia e coperta, si è arricchita soprattutto di biografie, da quelle di Cesare e di Augusto a quelle dei grandi nemici di Roma, Annibale e Spartaco in testa, fino a Cicerone, a Plinio e a Lucrezio.

Le biografie, quando non sono raffazzonate o puramente pettegole, ti consentono di guardare ai fatti da un’altra angolatura. La nostra immaginazione storica ci porta a visualizzare ciò che è accaduto duemila e passa anni fa come un grande scenario animato sullo sfondo da conflitti, congiure, trattati, o da attività che percepiamo solo come cifre e dati economici. Ma quando questo scenario è attraversato in lungo e in largo da un personaggio vengono in primo piano i particolari, ci si avvicinano, si definiscono. Dopo aver letto l’Augusto di Luciano Canfora mi sembrava di aver vissuto per cinquant’anni nella Roma del massimo splendore.

Lo stesso vale per ogni periodo, e quindi anche per la storia medioevale. In questa sezione però, anche se le biografie hanno dato un apporto consistente, le novità più interessanti riguardano le storie delle varie popolazioni e delle diverse culture che con quella europea sono venute a contatto nel corso di un millennio: Unni, Goti, Avari, Arabi, Normanni, Saraceni, Mongoli, Turchi, ecc … Bernal non potrebbe dire che mi manchi l’interesse per le culture non europee. In verità c’è di mezzo senz’altro anche un esotismo ancora eurocentrico, la curiosità per mondi, personaggi, vicende e tradizioni che ho conosciuto quasi sempre solo di sponda, quando facevano irruzione nella storia del nostro continente. Leggendo Gli arabi e l’Europa, di Norman Daniel, o I mussulmani alla scoperta dell’ Europa, di Bernard Lewis, o ancora Girotondo cinese, di Jonathan Spence, e ultimamente Il divano di Istanbul di Alessandro Barbero, ho sentito diminuire notevolmente la distanza, sia temporale che spaziale, e ho anche capito la consonanza che entrambi abbiamo avvertito nel corso del recente viaggio in Turchia (temo però che oggi l’avvertiremmo molto meno).

Al momento comunque mi sembra che al centro dei tuoi interessi ci sia la nascita della modernità. Bene, l’argomento ha trovato trattazioni eccellenti soprattutto nella storiografia inglese e in quella francese. In un volume che ho preso, lo confesso, solo per il richiamo del titolo (Tour de France), Richard Cobb studia il periodo immediatamente precedente o immediatamente successivo la rivoluzione in un’ottica che si discosta molto da quella dei suoi colleghi di qua della Manica. Ma in generale è interessante vedere come le stesse vicende assumano una diversa coloritura a seconda delle scuole storiografiche. I punti di vista adottati la dicono lunga sul carattere e sulle tradizioni di studio delle varie culture nazionali.

Prendi L’ancien régime, di Pierre Goubert, e Il mondo che abbiamo perduto, di Peter Laslett. Parlano dello stesso periodo, la società preindustriale tra XVII e XVIII secolo: ma mentre il francese analizza il clima istituzionale, i poteri, la demografia, i regimi di proprietà, ovvero gli aspetti più marcatamente quantitativi, il secondo racconta la quotidianità della vita, la fame, la condizione dei figli illegittimi, i livelli di istruzione, ecc … E soprattutto, pone l’accento sulla trasformazione. Questo è senz’altro spiegabile col fatto che in quei due secoli l’Inghilterra, sotto la spinta della rivoluzione industriale, ha letteralmente cambiato pelle, al contrario della Francia dove la situazione è rimasta cristallizzata e a scuoterla è dovuta arrivare, in ritardo di duecento anni, una rivoluzione politica: ma c’è dietro anche una attenzione tutta anglosassone per i fattori di mutamento, laddove i francesi guardano più alla continuità. Il tema magari non ti appassionerà molto, ma se guardi ad esempio alla storiografia militare trovi opere come La rivoluzione militare di Geoffrey Parker o Caccia al potere di William Mc Neill che ti fanno perfettamente comprendere quali ricadute sociali, economiche e culturali possano avere le innovazioni negli armamenti e la conseguente adozione di tattiche e di strategie completamente diverse. In genere non ci riflettiamo molto, ma c’è una sinistra correlazione tra la crescita dell’aspettativa di vita, che sottintende miglioramenti economici, politici e culturali, e lo sviluppo quantitativo e qualitativo della capacità di dare la morte.

Gli inglesi sono inoltre, a dispetto del loro sciovinismo, molto curiosi di ciò che accade a casa d’altri, per cui troverai grandi affreschi sulla storia italiana, francese, tedesca o russa, cose come L’impero degli Asburgo di C. A. Macartney o la Storia della Germania di Alan Taylor. E prendono anche posizione, nel senso che una vicenda, un personaggio, un pezzo di storia li squadrano da ogni lato e poi danno un giudizio, tirano una conclusione, spesso molto anticonformista (qualcuno direbbe che esprimono in questo modo la loro radicata presunzione di superiorità). Taylor, ad esempio, ha suscitato un sacco di polemiche arrivando alla conclusione poco “politicamente corretta” che i tedeschi, stante la loro storia, erano praticamente destinati a scivolare nel nazismo.

I continentali invece, e i francesi in particolare, sulla scorta della tradizione delle Annales guardano maggiormente alla “cultura materiale” e tendono a scorgere nei mutamenti economici, di grande o di piccolo impatto, gli indicatori più significativi: ma lasciano poi che le conclusioni uno se le tragga da solo. A loro volta i tedeschi prestano attenzione soprattutto ai cambiamenti istituzionali e religiosi: se vuoi degli studi accurati sulle trasformazioni della nobiltà, o sulla nascita delle istituzioni statali, puoi rivolgerti a Otto Brunner, Vita nobiliare e cultura europea, mentre per il luteranesimo dovrai leggere almeno la Storia della riforma di Joseph Lortz e Erwin Iserloh. E visto che ho accennato all’importanza delle biografie, tieni presente senz’altro Franz Herre, che ha raccontato con precisione davvero tedesca le vite di Francesco Giuseppe, di Bismarck e di Metternich.

Ora, è chiaro che sto schematizzando molto all’ingrosso, e che poi ciascuno ha i suoi interessi particolari, un suo metodo per svilupparli e un suo modo per raccontarli: ma credo che un po’ di verità in queste categorie ci sia, e che in fondo sia anche utile andarle di volta in volta a verificare. Credo però soprattutto che il carattere nazionale, frutto di una tradizione culturale che per gli inglesi è ormai millenaria, si manifesti nel loro caso in una naturale ironia, intesa come capacità di distacco (loro lo chiamano understatement), che non è superficialità, al contrario, è rigore applicato al lavoro senza che il lavoro stesso diventi una “causa”.

Il risultato è una scrittura storica leggibile e coinvolgente, ma che non sacrifica nulla alla completezza. Non potrai fare il confronto con i goffi tentativi di imitazione nostrana rappresentati ad esempio dalla Storia d’Italia di Montanelli e Gervaso, volutamente esclusa da questi scaffali, perché sto parlando di studi e di studiosi seri, che non vanno a rovistare nei comodini da notte. La differenza però la avverti anche rispetto a storici la cui competenza è garantita. Prendiamo ad esempio quell’Alessandro Barbero che già conosci per aver letto libri suoi ed averlo ascoltato, anche dal vivo. Barbero cerca di raccontare la storia senza appesantirla di apparati di note o di un linguaggio troppo tecnico o paludato: è un tentativo lodevole, lui è bravo, conosce bene le cose di cui parla (anche se si occupa in effetti di un arco di tremila anni), tende giustamente a “sdrammatizzare”. Il risultato sono buoni libri, che possono indurre a leggere storia anche persone che non coltivino un interesse specifico per la disciplina: un’ottima divulgazione, insomma. Eppure, in questo tipo di scrittura “all’inglese” io colgo qualcosa di forzato. Si sente che Barbero “vuole” essere divertente. Non è un difetto suo, è un tratto del carattere italiano. Don Abbondio direbbe che chiaramente se uno l’understatement non ce l’ha non se lo può dare. Noi non lo abbiamo, loro per il momento ancora si. Per questo la grande storia è quella inglese, e se vorrai entrare nel suo tempio prima o poi dovrai migrare a Cambridge.

Devo poi tornare su un tasto che avevo già toccato quindici anni fa e sfiorato un paio di pagine sopra, ma solo per segnalarti che non è cambiato nulla; troverai qui pochissime opere di autori asiatici, arabi o africani. Non sono io a discriminare: il ritardo in questo campo rimane enorme, studi di autori extraeuropei proprio non se ne pubblicano, e quelli pubblicati spesso non reggono affatto ad un esame critico, sono solo lavori propagandistici o atti di accusa.

Questo ripropone il problema: perché i non europei, con la parziale esclusione degli americani, sembrano non amare la storia? Davvero la storia come è stata scritta sino ad oggi in occidente è un falso clamoroso, oppure proprio non è compatibile col loro modo di pensare e di valutare i fatti? Cercare la risposta in una sorta di millenaria “esclusione” è davvero un atteggiamento molto eurocentrico: prima che l’occidente tra pause e scatti in avanti arrivasse a dominare (per meno di un secolo) tutto il globo la storia ha continuato a svolgersi anche in ogni altra parte del mondo. Solo, non è stata registrata e raccontata, o lo si è fatto in maniera molto parziale.

Non è un problema da poco: soggettivamente, perché mette in discussione l’oggetto di una passione che ha informato per tutti questi anni la direzione dei miei interessi, che ha dato senso oserei dire a tutta la mia vita culturale, e che a quanto pare potrebbe darla anche alla tua; e oggettivamente perché rimette in discussione il senso di tutta una civiltà. Io credo che non vedrò ormai grandi cambiamenti nell’approccio alla narrazione storica, ma colgo nitidamente quello già in atto, che considero decisamente negativo, di una abdicazione alla storia in favore della memoria: e temo che se questa deriva non verrà arginata l’oggetto dei tuoi studi, domani, sarà molto diverso da quello che ti ha spinto ad essi oggi.

Mi spiego. Sopra ho parlato di “esclusione dalla storia”. Bene, se c’è qualcuno che è stato escluso, non dalla storia ma senz’altro dal suo racconto, sono le donne. Oggi mi risulta che tra gli iscritti alla tua facoltà le femmine siano in maggioranza, ma certamente le cose non stavano così almeno fino a una quarantina d’anni fa. Il motivo era banale: le ragazze erano molto più interessate alla letteratura, che era anzi diventata un tramite attivo o passivo di emancipazione, che non ad una storia nella quale le donne sembravano non aver avuto alcuna parte. L’emergere negli ultimi tempi di storiche di livello come Eva Cantarella o Chiara Frugoni è legato alla apertura nell’alveo storico di nuovi ambiti, primo tra tutti appunto la storia delle donne. Ora, la Cantarella ad esempio, dopo aver esordito con studi sulla condizione femminile nel mondo greco o romano, da Un ambiguo malanno a I bassifondi dell’antichità, è poi passata a trattare temi di ordine molto più generale, nei quali la connotazione “di genere” ha un rilevo molto minore.

Ho però l’impressione che per il momento siano ancora poche le studiose in grado di fare come lei il salto di prospettiva. Forse è ancora troppo urgente l’esigenza di portare alla ribalta un ruolo femminile sino ad oggi misconosciuto, ma forse si tratta proprio di una diversa disposizione, apparentabile in un certo qual modo a quella delle culture non europee.

Rischio a questo punto davvero di annoiarti. Procedo quindi, non senza averti però fatto notare che il settore è stato ultimamente arricchito anche da acquisizioni “di pregio”: volumi di fattura elegante, editi da Franco Angeli, che non avrei mai potuto permettermi se non mi si fosse presentata un’autentica occasione. Una serie raccoglie le testimonianze di esploratori, mercanti, diplomatici o semplici viaggiatori in paesi esotici, o che tali apparivano comunque tre o quattro secoli fa, corredate da raffinatissime illustrazioni fuori testo. Sono opere che nella sostanza appagano molto più l’occhio che la sete di conoscenza, ma aprono comunque degli spiragli su aspetti curiosi o meno conosciuti della storia. Un’altra serie racconta invece gli antichi stati italiani, dalla repubblica di Venezia ai granducati vari, e anche in questo caso il valore dell’iconografia è molto superiore a quello storiografico. Il vero “pregio” a mio giudizio sta nel fatto che stimolano a sfogliarli anche per pura curiosità, o alla ricerca di un godimento estetico, senza che debba esserci dietro una precisa motivazione di ricerca: e fatalmente inducono poi a una lettura che non era nelle intenzioni originarie, quella dalla quale arrivano in genere le sorprese e le scoperte più gradite.

Andiamo comunque finalmente a concludere. Rimane solo la storia contemporanea. Qui la grande scoperta, purtroppo anche questa molto tardiva, è costituita da Tony Judt. Judt è (era: purtroppo è già scomparso) un mio coetaneo, del quale dovrai leggere prima o poi, possibilmente prima, Postwar, quel volumone di mille pagine che in questo momento è ancora accampato sulla mia scrivania. È uno splendido esempio di come si dovrebbe scrivere la storia. Ma leggiti anche Il tempo dell’oblio, che ti farà conoscere molti di quei protagonisti “poco ortodossi” delle vicende e del pensiero più recenti che nei manuali non compaiono mai, così come Novecento ti condurrà per mano alla conoscenza della storia culturale di un intero secolo.

Judt scrive: “Non solo non siamo riusciti a imparare granché dal passato … ma ci siamo convinti che il passato non ha nulla di interessante da insegnarci”. È la fotografia dell’atteggiamento diffuso oggi nei confronti della storia. Ma non si limita alla triste constatazione: si impegna poi in prima persona a dimostrare che è ancora possibile fare storia senza cedere alle tentazioni della polemica di parte e alle scappatoie della narrazione per compartimenti.

Il passato, che comprende anche quello prossimo, avrebbe moltissimo da insegnarci, se solo provassimo a distogliere lo sguardo dai nostri piedi per vedere come le tracce che lasciamo incrocino quelle di tanti cammini diversi. Se lo sguardo lo alzerai su questi scaffali, se lo farai scorrere su questi volumi, potrai riconoscere molti di quei cammini: dorsi di ogni colore, titoli in caratteri diversi, edizioni rilegate o cartonate, tutti contenuti però in uno spazio in fondo angusto, e orientati nella stessa direzione. E capirai allora che questi scaffali sono la visibile, concreta metafora del faticoso e travagliato cammino dell’umanità.

 

Con questo approdo si conclude il nostro secondo viaggio. Mi ero ripromesso di portarlo a termine in una ventina pagine, e infatti ne ho scritte il triplo. Come sempre. Ti prometto comunque che non ce ne saranno altri. I prossimi aggiornamenti li farai da sola.

In assenza di beni materiali e immobili significativi, questa è l’eredità che ti lascio. Senza altri vincoli se non quello che ho posto all’inizio, di non disperderla. Ne farai un po’ l’uso che vorrai: non deve esserti d’ingombro. Io te la affido perché qualcosa di simile avrei voluto fosse stato fatto con me. Intendiamoci: dai miei ho avuto moltissimo, non mi hanno lasciato libri ma mi hanno trasmesso dei valori, e nei libri ho in fondo cercato solo un riscontro a quei valori. Ma più di una volta, in tutti questi anni, leggendo le biografie degli autori e dei pensatori che più mi hanno interessato, ho provato a pensare come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto a disposizione questo patrimonio nell’età della formazione. Non sarebbe cambiato molto, sul piano pratico: chi aveva i numeri, gente come Gorkij, Hamsun o Camus, li ha tirati fuori a dispetto di una infanzia povera e di famiglie tutt’altro che acculturate. Io quei numeri non li ho mai posseduti, e quindi non ho nulla da recriminare: ma la curiosità, quella l’ho avuta da sempre, e il poter precocemente rispondere ad alcune domande mi avrebbe senz’altro aiutato.

A fare che? Ma a “sapere”. È questo tutto ciò che conta, che non viene inficiato dalla nostra insignificanza nel tempo. Per quanto limitata, per quanto risibile possa sembrare la mia ricerca, un senso l’ho comunque trovato: e sta proprio nella ricerca stessa, che mi ha portato a capire quante cose non so. Sono un uomo socratico. Almeno so di non sapere. E questa è una conoscenza certa, incontestabile.

Alla fine, ho vinto io.

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Tre vagabondi: Bibliografia

di Paolo Repetto, 2014

Tutte le opere citate nel testo sono disponibili in traduzione italiana, tranne quelle di Nekrasov, di G. Borrow, di Hans Kinck, di Ernst M.Arndt e di W.H. Riehl.

Opere di Gorkij

Makar Čudra – EDITORI RIUNITI, 1976
Schizzi e racconti – EDITORI RIUNITI ,1976
Le città del diavolo giallo – LIBERILIBRI, 1998
Bassifondi – BARBÉS, 2009
La Madre – EDITORI INT. RIUNITI, 2013
Infanzia – RIZZOLI, 2009
Tra la gente – EDITORI RIUNITI, 1976
Le mie università – EDITORI RIUNITI , 1976
Pensieri Intempestivi – JAKA BOOK, 1978
L’affare degli Artamanov – CASINI, 1965
Autobiografia – ED. PAOLINE, 1970
Opere scelte (10 voll.) EDITORI RIUNITI, 1980
Storia di un uomo inutile UTET, 2009

Opere di London

Il lupo dei mari – LONGANESI 1972
Il tallone di ferro CORNO 1966
Martin Eden SONZOGNO, 1965
Radiosa Aurora SONZOGNO 1928
La strada CASTELVECCHI 2011
Il popolo dell’abisso – SONZOGNO 1970
Guerra di classe – GWYNPLAINE 2009
Rivoluzione MATTIOLI 1885

Opere di Hamsun

Fame – FABBRI, 1969
La vita culturale dell’America moderna ARIANNA 1999
Misteri RIZZOLI 1979
Pan ADELPHI, 2001
Sotto la stella d’autunno IPERBOREA, 1995
Un Viandante suona in sordina – IPERBOREA, 2005
Il risveglio della terra ELI, Milano 1945
Vagabondi MONDADORI, 1941

Opere su Gorkij

FERRARI, C. – Gorkij. Fra la critica e il dogma – ED. RIUNITI, 2002
STRADA, V. – Letteratura sovietica – EDITORI RIUNITI 1964

Opere su London

DYER, D. – Jack London: vita, opere e avventure – MATTIOLI ,2013
NORTH, D. – Il marinaio nella neve CDA&VIVALDA, 2007
BOSIO, R. – Il richiamo degli ultimi – BRADIPOLIBRI, 2007
STONE, I. – Jack London – CASTELVECCHI, 2013

Opere su Hamsun

HANSEN, T. – Processo ad Hamsun – IPERBOREA, 2013

Opere di altri autori disponibili in italiano

ABBEY, E. – Deserto Solitario – MUZZIO, 1993
CASSADY, N. – Vagabondo – SAVELLI, 1980
DARRÈ, W. – La nuova nobiltà di Sangue e Suolo – RITTER
DAVIES W. H. – L’autobiografia di un super tramp – RIZZOLI 1948 EICHENDORFF, J. V. – Vita di un perdigiorno RIZZOLI
HESSE, H. – Vagabondaggio NEWTON COMPTON, 1981
HESSE, H. – Peter Camezind – NEWTON COMPTON, 1974
HESSE, H. – Knulp – MONDADORI, 1977
JENSEN, J. – Storie dell’Himmerland UTET, 1969
KEROUAK, J. – Sulla strada – MONDADORI 1961
KLAGES, L. L’uomo e la terra – MIMESIS, 2002
KOROLENKO – Il sogno di Makar –PAOLINE, 1961
KOROLENKO – In cattiva compagnia – PAOLINE, 1965
LESKOV, N. Il Viaggiatore incantato GARZANTI
LINDGREN, A. – Rasmus e il vagabondo SALANI , 2008
LO-JOHANSON, I. La mia vita di vagabondo in Francia – MARTELLO 1961
MACHEN, A. – L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio – TRANCHIDA, 2010
MARTINSON, H. La strada per Klonkike – UTET, 1978
NEKRASOV, N. A. – Chi vive bene in Russia? – DE DONATO 1968
PUSKIN, A – Gli zingari – MONDADORI
TWAIN, M. – Hukleberry Finn GARZANTI
VON HEIDENSTAM, V. – Anni di peregrinazioni e vagabondaggio – UTET, 1970

 

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Sentieri in utopia (bibliografia)

di Paolo Repetto, 2013

Classici del pensiero utopico

Andreae, Johann Valentin – Descrizione della repubblica di Cristianopoli (1619) – Napoli, Guida 1983
Bacon, Francis – Nuova Atlantide – Novara, De Agostini 1966
Bellamy Edward – Nell’anno 2000 – Milano, Treves 1891
Boulle, Pierre – Il pianeta delle scimmie – Milano, Mondadori 1978
Boulwer Litton, Edward – La razza ventura – Carmagnola, Arktos 1980
Bradbury, Ray – Fahrenheit 451 – Milano, Mondadori 1958
Brantenberg, Gerd – Le figlie di Egalia (1977)
Brendano (san) – Viaggi di San Brendano
Butler Samuel – Ritorno in Erewhon – Milano, Adelphi 1988
Butler, Samuel – Erewhon – Milano, Adelphi 1988
Cabet, Etienne – Viaggio in Icaria – Napoli, Guida 1984
Cajanov, A.V. – Viaggio di mio fratello Aleksei nel paese dell’utopia contadina – (1920) Torino 1979
Campanella, Tommaso – La città del Sole – Milano, Feltrinelli 1991
Capek, Karel. – R.U.R. (1921) – Torino 1971
Cavendish, Margaret – Descrizione di un nuovo mondo – in Les Voyages Imaginaires, Laffont, Paris 1994
Crucè, Eméric – Il nuovo Cinea (1623) – Napoli, Guida 1980
Cyrano de Bergerac – L’altro mondo, ovvero stati e imperi della luna (1657) Roma, Theoria 1990
De Fontenelle, Bernard – Storia degli Agiaoiani (1768) – Napoli, Guida 1982
De Foigny, Gabriel – La terra australe (1676) – Napoli, Guida 1978
Desfontaines, Pierre-Francois – Le nouveau Gulliver (1730)
Diderot, Denis – Supplemento al viaggio di Bougainville – Roma, Salerno 1978
Doni, Anton Francesco – I mondi … – in Scritti politici del ‘500 e del ‘600 – Rizzoli 1964
Dossi, Carlo – La colonia felice (1874)
Donnelly, Ignatius – Caesar’s Column (1890)
Efremov, Ivan – Andromeda (1958)
Fenelon, François – Le avventure di Telemaco (1699) – Guida 1982
Goodwin, Francis – L’uomo sulla luna (1638) – in Les Voyages Imaginaires, Paris, Laffont 1994
Graves, Robert – Sette giorni tra mille anni – Milano, Mondad. 1976
Hall, Joseph – Mundus alter et idem (1605) (The discovery of a New World, 1609)
Harrington, John – Oceana (1700)
Hudson, William H. – Un’era di cristallo (1887) – Napoli, Guida 1983
Huxley, Aldous – Il mondo nuovoRitorno al m. n. – Mondadori 1991
Huxley, Aldous – L’isola – Milano, Mondadori 1979
Jeffries Richard – Dove un tempo era Londra (1885) – Milano, Serra e Riva 1983
Junger, Ernst. – Sulle scogliere di marmo (1939) – Milano 1942
Junger. Ernst. – Heliopolis (1949) – Milano 1949
Lem, Stanislav – Solaris (1961)
Lewis, C. S. –Lontano dal pianeta silenzioso – Milano, Mondad. 1978
London, Jack – Il tallone di ferro (1908) – Milano, Feltrinelli 1990
Luciano di Samosata – Storia vera
Mercier, Louis-Sébastien – L’an 2440 (1771)– Bordeaux 1971
Manley, Delarivier – The New Atlantis (Londra 1709)
Mantegazza, Paolo – L’anno 3000. Sogno (1897)
More,Thomas – Utopia (1516) – Napoli, Guida 1990
Morelly, Codice della natura – Roma, editori Riuniti 1975
Morris, William – Notizie da nessun luogo – Milano, Garzanti 1984
Neville, Henry– The isle of pines (1668)
Orwell, George – 1984 – Milano, Mondadori 1989
Orwell, George – La fattoria degli animali – Milano, Mondadori 1984
Perkins Gilman – Charlotte – Herland (1914)
Rand, Ayn – Antifona (1938)
Restif de la Bretonne – La scoperta australe – Milano, Mondad. 1980
Robida, Albert – La guerre au Vingtiéme siècle (1887)
Scott, Sara – Millenium Hall (Londra 1772)
Seriman, Zaccaria – I viaggi di Enrico Wanton ai regni delle scimmie e dei Cinocefali (Venezia 1749)
Shakespeare, William – La Tempesta
Shelley, Mary –L’ultimo uomo (1826)
Swift, Jonathan – Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo (1726) – Milano, Rizzoli 1981
Verne, Jules – L’isola misteriosa (1874)
Verne, Jules – I cinquecento milioni della Bégun (1879)
Voltaire – Candido, ovvero l’ottimismo (1759) – Torino, Einaudi 1983
Wells, H.G. – Un’Utopia moderna (1905) – Milano, Mursia 1990
Wells, H.G. – La macchina del tempo (1895)
Wells, H. G. – Il risveglio del dormiente (1899)
Wilkins, John – Discovery of a New World in the Moone (1638)
Zamjatin, E. – Noi (1924) – Milano, Feltrinelli 1990

Opere generali sulla storia dell’utopia

AA. VV.– Forme dell’utopia – Milano, La Pietra 1979
AA. VV. – voce “Utopia” in Alla ricerca della politica – To. Bollati Boringhieri 1995
Adriani, M.. – L’utopia – Roma, Studium 1963
Atwood, M. – In Other Worlds – Virago, London 2003
Backzo, B– L’utopia – Torino, Einaudi 1979
Backzo, B – voce “Utopia” in Enciclopedia Einaudi. Vol. XIV – Torino 1979
Baldini, M. – Il pensiero utopico – Roma, Città Nuova 1974
Baldini, M. – Storia delle Utopie – Armando, 1996
Bartolommei, S.– Illuminismo e utopia – Mi., Il Saggiatore 1978
Berlin, I. – Il legno storto dell’umanità – Adelphi 1994
Bignami, M. – Il progetto e il paradosso. Saggi sull’Utopia in Inghilterra – Guerini 1990
Bloch, E. – Spirito dell’utopia – Firenze, La nuova Italia 1980
Boguslav, R. – I nuovi utopisti – Torino 1975
Buber, M.– Sentieri in Utopia – Milano, Comunità 1967
Callembach, E. – Ectopia – Milano 1979
Castagneto, P. – Utopia nera – Genova, Graphos 1994
Colombo, A.– L’Utopia – Dedalo 1998
Creagh, R.– Laboratori d’utopia – Milano, Eleuthera
Dahrendorf, R. – Uscite dall’Utopia – Bologna 1971
Dumont, R. – L’utopia o la morte – Bari 1974
Fest, J. – Il sogno distrutto (Fine delle Utopie) – Garzanti 1992
Fortunati, V. – La letteratura utopica inglese – Longo, Ravenns 1979
Fortunati, V. Trousson, R., – Dictionary of Literary Utopias – Champion, Parigi 2000
Grassi, G. – Utopia morale e utopia politica – Messina-Firenze, D’Anna 1980
Kolakowski, L. – Utopia e antiutopia – Milano 1983
Kumar, K. – Utopia e antiutopia – Longo 1987
Lapouge, G. – Utopie et civilisations – Paris, Flammarion 1981
Mannheim, K. – Ideologia e utopia – Bologna 1957
Marcuse, H– Eros e civiltà – Torino 1964
Marcuse, H. – La fine dell’utopia – Bari 1968
Matteucci, N. – L’Utopia e le sue forme – Bologna 1982
Melchiorre, V. – La coscienza utopica – Milano 1970
Menghi, M.– L’utopia degli Iperborei – Iperborea, Milano 1998
Mumford, L. – Storia dell’utopia – Bologna, Calderini 1969
Nozick, R. – Anarchia, stato e utopia – Firenze 1981
Pagetti, C. – I sogni della scienza – Editori Riuniti 1993
Petrucciani, A. – La finzione e la persuasione – Roma, Bulzoni 1983
Pitocco, F. – Utopia e riforma religiosa nel Risorgimento – Laterza , Bari 1972
Popper, K. – Congetture e confutazioni – Firenze 1972
Popper, K. – La società aperta e i suoi nemici – Armando, Roma 1974
Quarta, C. – Tommaso Moro. Una reinterpretazione dell’Utopia – Dedalo 1992
Roventi, I. – Luoghi dell’utopia – Messina-Firenze, D’Anna 1979
Ruyer, R. – L’Utopie et les utopies – Paris 1950
Servier, J. – Histoire de l’utopie – Paris, Gallimard 1967
Servier, J. – L’Utopia nel mondo moderno – D’Anna, Firenze 1969
Soriano, O. – Ribelli, sognatori e fuggitivi – Einaudi 2001
Tundo, L. – Kant.Utopia e senso della storia – Bari, Dedalo 1998
Tousson, R.– Viaggi in nessun luogo – Ravenna, Longo 1992
Verra, V.– “Utopia” in Enciclopedia del ‘900 vol. X – Ist. Enc. Italiana, 1996

Articoli e citazioni significativi

Cacucci, P. – Utopia in Topolabampo – da “La polvere del Messico” – FELTRINELLI 1992
Enzensberger, H. M. – Andature. Un codicillo all’Utopia – da “Zig Zag” – EINAUDI 1999
Losurdo, D. – L’Utopia – in http://www.emsf.rai.it /Archivio/Testi
Magris, C. – Utopia e disincanto – da “Utopia e disincanto” – GARZANTI 1999
Pezzini, I. – La noia dell’Utopia – da “Corto Maltese” anno 3, n.2 Milano

 

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Viaggi di carta. La letteratura dei viaggi e delle esplorazioni

Tracce per un itinerario bibliografico sul tema

di Paolo Repetto, 2013

Questa bibliografia non pretende di essere “ragionata”, ma ambisce a risultare quanto meno “ragionevole”: nel senso che propone, con un paio di eccezioni, opere disponibili nella traduzione italiana e abbastanza facilmente reperibili o acquistabili. Che siano tali lo dimostra il fatto che io le ho acquistate o reperite.

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio
Sulla storia del viaggio
Guide al viaggio o riflessioni sul viaggio
Storia delle esplorazioni
Storie romanzate di viaggiatori o esploratori
Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (dopo il 1950)
Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio

AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria – GUIDA, 1990
AA. VV – Il viaggio nei classici italiani. Storia ed evoluzione di un tema letterario – LE MONNIER, 2011
AIME, M. – Sensi di viaggio – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
ANDERSON, N. – Il Vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora – DONZELLI, 1994
ATTALI, J. – L’uomo nomade – SPIRALI, 2006
AUGÉ, M. – Non luoghi – ELÉUTHERA, 1993
BARBER, R. – Pellegrinaggi – ECIG, 1995
BENJAMIN, W. – Il viaggiatore solitario e il flaneur – MELANGOLO, 2001
BLUMBERG, H. – Naufragio con spettatore – BOLOGNA, 1985
BLUMBERG, H. – La leggibilità del mondo – IL MULINO, 1984
BOCCONI, A. – Viaggiare e non partire – GUANDA, 2002
BOITANI, P. – L’ombra di Ulisse – IL MULINO, 1992
BOITANI, P. – Sulle orme di Ulisse – IL MULINO, 1998
BOITANI, P. – Parole alate – MONDADORI, 2004
BRIL, J. – La traversata mitica – ECIG, 1993
BRILLI, A . – In viaggio con Leopardi – IL MULINO, 2000
CAMASSA, C. – FASCE, S. – Idea e realtà del viaggio – ECIG, 1991
CARLA’ M. , MERLANTE R. – Il viaggio – PALUMBO, 1996
COLLINI, P. – Wanderung. Il viaggio dei Romantici – FELTRINELLI, 1996
DEMETRIO, D. – Filosofia del camminare – CORTINA, 2006
D’AGOSTINI, M.E. – Viaggi in Utopia e altri luoghi – MILANO, 1989
D’AGOSTINI, M.E. – La letteratura di viaggio – MILANO, 1987
DISCACCIATI, R. – Invito al viaggio – ARCHINTO, 2010
DISCACCIATI, R. – Il dottor Livingstone, suppongo – ARCHINTO, 2011
FARINELLI, F. – La crisi della ragione cartografica – EINAUDI, 2009
FARINELLI, F. – L’invenzione della terra – SELLERIO, 2007
FISSET, E. – L’ebrezza del camminare. Piccolo manifesto in favore del viaggio a piedi – EDICICLO
FASANO, P. – Letteratura e viaggio – LATERZA, 1999
FEGA, W. –Il viaggio. Mito e scienza – BONONIA U.P., 2006
GARGANO, A. SQUILLANTE, M. – Il viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005
GASPARINI, G. – Il viaggio – EDIZIONI LAVORO, 2000
GOTT, R. – Viaggiare nel tempo – MONDADORI, 2002
GROS, F. – Andare a piedi – GARZANTI, 2013
GUARNIERI, L. – Viaggio, nonostante tutto – ANIMA, 2009
GUEDJ, D. – Il meridiano – TEA, 2002
LAVARINI, R. – Viaggiatori. Lo spirito e il cammino – HOEPLI, 2005
LEED, E. – La mente del viaggiatore – IL MULINO, 1992
LEED, E. – Per mare e per terra – IL MULINO, 1994
MASPERO, A. – A come Avventura – FBE ED., 2005
MAZZOLENI, G. TIBALDI, M. – Il mito delle Isole Felici – D’ANNA, 1976
MENZIO, P. VATTIMO, G. – Il viaggio dei filosofi. La metafora del viaggio – CIRVI, 2000
MILANI, R. – Il paesaggio è un’avventura – FELTRINELLI, 2006
MONTANDON, A. – La passeggiata. Ritualità e divagazioni – SALERNO, 2006
NORTHJ, J. – Il segreto degli ambasciatori – RIZZOLI, 2005
PELLEGRINO, F. – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA, 2006
PIERANGELI,F. PAPI,F. – Il viaggio nei classici italiani – LE MONNIER, 1987
PRATO, P. – TRIVERO, L. – Viaggio e modernità – SHAKES. e C., 1989
QUAINI, M. – La mongolfiera di Humboldt – DIABASIS, 2002
RIVA, G. – Filosofia del viaggio – CITTÀ NUOVA, 2008
SCARAMELLINI, G. – La geografia dei viaggiatori – UNICOPLI, 1993
SCARPI, P. – La fuga e il ritorno – MARSILIO, 1992
SOBEL, D. – Longitudine – RIZZOLI, 1996
TEROUX, P. – Il tao del viaggio – Dalai, 2012
VIRILIO, P. – L’orizzonte negativo – COSTA e NOLAN, 1989
ZANETTO, G. – Entra di buon mattino nei porti – B. MONDADORI, 2012
ZUMTOR, P. – La misura del mondo – Bologna, 1995
WINCESTER, S. – La mappa che cambiò il mondo – TEA, 2001
WINCESTER, S. – Il fiume al centro del mondo – NERI POZZA, 2001
WINCESTER, S – Atlantico – ADELPHI, 2014

Sulla storia del viaggio

AA. VV – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA 2006
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. Le Americhe – ELECTA-NBA 1987
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. L’Oriente – ELECTA-NBA 1985
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . L’Africa – ELECTA-NBA 1986
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . EUROPA – ELECTA-NBA 1988
AA. VV. – Schiavi e negrieri. La grande tratta – ELECTA GALL. 1996
AA. VV. – Il turismo. Dal Grand Tour alle grandi organizzazioni – ELECTA GALLIMARD 1995
AA.VV. – I viaggi della storia – DEDALO 1988
AA. VV. – Le rotte degli schiavi – TOURING CLUB, 2001
AA VV – Il Viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005.
AA.VV. – Hic sunt leones. Geografia fantastica e viaggi straordinari – Milano 1983
AA VV – Viaggi e viaggiatori nel Medioevo – JAKA BOOK 2008
BARRIE, D – Il viaggio del sestante – RIZZOLI 2014
BAXTER, S. – Storia del mondo in 500 viaggi in treno – RIZZOLI 2018
BELLEC, F. – La navigazione – NUOVA ERI, 1990
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PRESTON, D. – Scott, l’eroe dei ghiacci – MONDADORI 2000
QUILICI, F. – Esploratori ed esplorazioni – SEI 1973
REDIKER, M. – Sulle tracce dei pirati – PIEMME 1995
REDIKER, M. – Canaglie di tutto il mondo – ELEUTHERA, 2005
RHO, F. – Kenia, Ruwenzori, Kilimangiaro – NORDPRESS 2007–
RODITI, E. – Magellano nel Pacifico – MURSIA 1974
ROSSI, L. – Il signor Stanley e le sue tre vite – EDT 2005
ROSSI, L. – L’altra mappa. Esploratrici, viaggiatrici, geografe – DIABASIS 2005
ROUX, J.P. – Gli esploratori nel Medio Evo – GARZANTI 1990
SACCHI, M. – Terra in vista! Le grandi esplorazioni oceaniche europee (1414-1521) – EFFEMME 2011
SANGUIGNI, M. – Vittorio Bòttego – PARAVIA, 1952
SCARAMELLINI, G. – Paesaggi di carta, paesaggi di parole – GIAPPICHELLI 2008
SCARIN, E. – Esplorazione e conoscenza dell’Asia – BOZZI, 1961
SCHREIBER, H. – Le vie della civiltà –GARZANTI, 1960
SEPPILLI, A. e T. – L’esplorazione dell’Amazzonia – UTET 1964
SHACKLETON, E. – Ghiaccio – RIZZOLI 2000
SILVERBERG, R. – Alla ricerca dell’Eldorado – PIEMME 1994
SILVERBERG, R. – Navigatori dell’ignoto– PIEMME
SIRACUSA CABRINI, E. – Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda – PARAVIA 1932
SIRACUSA CABRINI, E. – A. Cecchi alle frontiere del Kaffa – PARAV 1930
SNELLING, J. – Il monte sacro – Il SAGGIATORE 2008
SOLMI, A. – Acque tragiche – RIZZOLI 1975
SOLMI, A. – I conquistatori degli oceani – DE AGOSTINI 1984
SOLMI, A. – Gli esploratori del Pacifico – DE AGOSTINI 1985
SOLMI, A. – Il passaggio a nord-est – DE AGOSTINI 1986
SOUHAMI, D. – L’isola di Selkirk – SPERLING & KUPFER 2001
SOZIMA, S. – L’orizzonte dell’Eldorado – ERREEMME 1992
SPOTE, O.H.K. – Storia del Pacifico – EINAUDI 1988
SYKES P. – Storia delle esplorazioni – Garzanti 1939
TAILLEMITE, E. – Nei mari del Sud – ELECTA GALLIMARD, 1995
TENDERINI, M. SHANDRIK, M. – Vita di un esploratore gentiluomo – CORBACCIO 2006
TENDERINI, M. – Le nevi dell’Equatore – CDA 2005
TENDERINI, M. –Isabelle, amica del deserto –OGE 2010
TENDERINI, S. – Viaggio in Persia – CDA-VIVALDA ,. 2005
TOMASELLI, C. – Luigi Balzan nelle regioni centrali del Sud-America – PARAVIA, 1928
TREVES, A. – Giovanni da Pian del Carpine alla scoperta della Tartaria – PARAVIA, 1926
TREVISANI, P. – Sven Hedin nel Tibet inesplorato – PARAVIA, 1953
TSUBAKI, R. – Il viaggio di Peter Kalm in America – EUROPA 2016
UHLIG, H. – La via della seta – GARZANTI 1991
VANNUTTELLI, L. CITERNI, C. – Esploratori – SUGARCO 1988
VASQUEZ , E.– Aguirre alla ricerca dell’Eldorado – SAVELLI 1980
VENTRICE, I.–Il viaggio di Rabbi Petachiah di Ratisbona –GIUNTINA 2009
VERNE, J. – I grandi navigatori del XVIII secolo – NAT. GEOGRAFIC
VILLERS, A. – Il favoloso capitano Cook – BARBERA 2005
VINCENT, B. – Perché l’Europa ha scoperto l’America – EDT 1992
VIVIANI, A. – Guido Boggiani – PARAVIA 1955
VON HAGEN, V. – L’Eldorado – RIZZOLI 1976
VON HAGEN, V. – Alla ricerca dei Maya – RIZZOLI 1990
VON HAGEN, V. – Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica – RIZZOLI 1981
VON HAGEN, V. – La grande strada del sole – EINAUDI 1973
VON HAGEN, V. – Darwin e le isole incantate – RIZZOLI, 1982
WILLIAMS N.J., Navi perdute – NERI POZZA 2016
427.         WINCHESTER, S. – Atlantico – ADELPHI            , 2012
WITTLE, T. – I cacciatori di piante – RIZZOLI 1980
WRIGHT, RAPPORT H, I grandi esploratori – LE MASCHERE 1957
WULF, A. – La confraternita dei giardinieri – PONTE ALLE GRAZIE 2011
ZANZI, L. – Dolomieu Un avventuriero nella storia della natura – J. BOOK 2003.
ZAVATTI, S. – Alla scoperta del mondo – MURSIA 1972
ZAVATTI, S – L’esplorazione dell’Antartide –UTET 1960
ZAVATTI, S. – Uomini verso l’ignoto – BAGALONI 1972

Storie romanzate di viaggiatori o esploratori

BACCINO PONCE DE LEON, N. – Maluco – ANABASI 1995
HALL, R. – Alla scoperta di Stanley – MURSIA 1979
HANSEN, T. – Arabia felix – IPERBOREA 1990
HANSEN, T. – Il capitano Jens Munk – IPERBOREA 2000
HANSEN, T. – La costa degli schiavi – IPERBOREA 2005
HANSEN, T. – Le navi degli schiavi – IPERBOREA 2008
HANSEN, T. – Le isole degli schiavi – IPERBOREA 2009
HARRISON, W. – Le montagne della luna – SONZOGNO 1989
KEHLMANN, D. – La misura del mondo – FELTRINELLI 2006
MICHENER, J.A: – Colorado – BOMPIANI 1990
MICHENER, J.A.. – Texas – BOMPIANI 1986
MICHENER, J.A. – Alaska – BOMPIANI 1998
NADOLNY, S. – La scoperta della lentezza – GARZANTI 1985
RANSMAYR, C. – Gli orrori dei ghiacci – LEONARDO 1991
ROBERTS, K. – Passaggio a Nord-Ovest – MONDADORI 198098
STANGERUP. H. – Lagoa Santa – IPERBOREA 1989
ZATTERIN, M. – Il gigante del Nilo – MONDADORI 2000

Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori

AA VV – Giornale illustrato dei viaggi – SONZOGNO, 1980
AA VV – Amazzonia. Mito e letteratura del mondo perduto – ED. RIUN. 1988
AA. VV. – Notizie di viaggi lontani – GUIDA 1986
AA VV – Diari di esploratori dell’Africa Orientale (1843-1929) –LONGANESI 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Lhasa – FMR 1988
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Pampa – FMR 1991
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Mauritia – FMR 2000
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Il reame di Coorg – FMR 1985
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Wingandacoa, la colonia perduta – FMR 1992
AA. VV. – In mezzo ai ghiacci. Viaggi celebri al Polo Nord – N. GEO, 2008
AA VV – La Mecca rivelata (a c. d. A. Brilli) – SELLERIO 2015
ABRAMOV, V. – Nella terra della morte bianca – TEA 2001
ALMAZY, L. – Sahara sconosciuto – BEAT
ALVISE DA MOSTO – Le Navigazioni atlantiche – IST ED IT 1956
AMEDEO DI SAVOIA – La Stella Polare Mare Artico – PIEMME 2005
ARSERN’EV, V. N. – Derzu Uzala – MURSIA 1990
BALZAN, L. – Viaggio di esplorazione scientifica di alcune regioni interne dell’America meridionale – ANTILIA 2011
BARTOLI, D. – Missione al Gran Mogol – PAOLINE 1972
BELTRAMI, G. C. – La scoperta delle sorgenti del Mississippi – BIBL, DEL VASCELLO, 1983
BELZONI, G. B.– Viaggio e scoperte in Egitto e in Nubia – NAT. GEO, 2006
BLIGH, W. – Gli ammutinati del Bounty – NATIONAL GEO., 2005
BOLTZMANN, L. – Viaggio di un professore tedesco all’Eldorado – IBIS 1998
BOUGAINVILLE, H. L. – Viaggio attorno al mondo – LONGANESI 1974
BONATTI, W. – In terre lontane – BALDINI E CASTOLDI 1997
BONATTI, W. – Un mondo perduto– BALDINI E CASTOLDI 2009
BOTTEGO, V. – L’esplorazione del Giuba – GRECO E GRECO 2003
BOTTEGO, V. – L’esplorazione del Giuba – NATIONAL GEO., 2007
BOVE, G. – Viaggio alla terra del fuoco – ECIG 1991
BURTON, R. – Viaggio a Medina e alla Mecca – IBIS, 2007
BYRD R. E.– L’Antartide esplorata – MONDADORI, 1931
BUSSOLI N. – Esplorazioni polari (1773-1938) – BOMPIANI,1943
CABEZA DE VACA – Naufragi – EINAUDI 1989
CAILLÈ, R. – Viaggio a Timbuctù – BIB. DEL VASCELLO 1991
CARLETTI, F. – Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo – MURSIA 1986
CEI, G. – Viaggio e relazione delle Indie (1539-1553) – BULZONI 1993
CERRUTI, G.B. – Tra i cacciatori di teste – ECIG, 1992
CHASE, O. – Il naufragio della baleniera “Essex” – SE, 2002
CHERRY- GARRARD, A. – Il peggior viaggio del mondo – RIZZOLI 2004
CLARK, L. – I fiumi scendevano a oriente – VALLARDI 1985
CLARK, L. – Alle sorgenti del fiume giallo – EDT 1998
CLERICI, L. (a c. di) – Scrittori italiani di viaggio – vol. 1 (1700-1861) – MONDADORI 2008
CODAZZI, A. – Le Memorie – IST ED IT, 1960
COLOMBO, C. – Giornale di bordo – MONDADORI 1973
COOK, J. – Giornali di bordo – TEA 1997
CORTÉS, H. – ANÀHUAC – FMR 1994
DAMPIER, W. – Memorie di un bucaniere – MURSIA 2012
DANA, R. H. – Due anni a prora – DE AGOSTINI 1960
DARWIN, C. – Viaggio di un naturalista attorno al mondo – EINAUDI 1989
DAVID-NEAL, A. – Viaggio di una parigina a Lhasa – VOLAND 1996
DE FILIPPI, F. – Il Duca degli Abruzzi e F.De Filippi nell’Himalaya – NAT. GEO, 2006
DE GERLACHE A. – Quindici mesi nell’Antartico – Voghera, 1902
DE LA CONDAMINE, CH. M. – Voyage sur l’Amazone – LA DECOUVERTE 1993
DE VARTHEMA, L. – Itinerario – ED. DELL’ORSO (AL) 2011
DE VARTHEMA, L. – Itinerario – IST ED IT 1958
DE VARTHEMA, L. – Viaggio alla Mecca – SKIRA 2010
DE VARTHEMA, L. –Itinerario dallo Egypto alla India– LA SCUOLA, 2010
DE VILLALON, C. – Viaggio in Turchia – PAOLINE, 1963
D’OLLONE, H. – La Lolozia proibita – FMR 1986
DOLOMIEU, D. de – Viaggi nelle Alpi (a cura di Enrico Rizzi) – FONDAZIONE ENRICO MONTI, ANZOLA D’OSSOLA 2006
DOSSENA G. , SPAGNOL M. – Avventure e viaggi di mare – TEA 199
DOULS, C. – Il finto musulmano – EDT 2000
DOUGHTY, C. – Arabia Deserta – GUANDA 2003
DUPEYRAT, A. – Nel paese degli uccelli Paradiso – MASSIMO, 1956
FAWCETT, P. H. – Esplorazione Fawcett – BOMPIANI 1958
FORSTER, G. – Viaggio attorno al mondo – LATERZA 1991
FRAY GASPAR DE CAVAJAL – La scoperta del Rio delle Amazzoni – STUDIO TESI 1988
FRANKLIN, J. – Viaggio di Franklin al Nord-Ovest – ECIG 1992
GAETA F. – LOCKHART L. (a c. di) – I viaggi di Pietro della Valle. Lettere dalla Persia – LIBRERIA DELLO STATO, 1972
GASPARRINI LEPORACE T. (a c. di) – Le navigazioni atlantiche del veneziano Alvise da Mosto – LIBRERIA DELLO STATO, 1966
GESSI, R. – Sette anni nel Sudan egiziano – MESSAGG. PONTREM.1987
GHIGLIONE, P. – Dall’Artico all’Antartico – SEI 1963
GIOVANNI DA PIAN DEL CARPINE – Viaggio ai Tartari – IST ED IT, 1957
HAKLUYT, R. – I viaggi inglesi ( 3 voll.) – LONGANESI 1971
HEDIN, S. – Il lago errante – CIERRE 1997
HEDIN, S. – Dalla Persia all’India – TREVES,1912
HEDIN , S. – Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet – TREVES, 1910
HEYERDAHL, T. – Kon-Tiki – RIZZOLI 1999
HUMBOLDT, A – Viaggio alle regioni equinoziali – PALOMBI 1986
HUMBOLDT, A – Voyages dans l’Amérique équinoxiale – LA DÉCOUVERTE 1993
HUMBOLDT, A – Reise durchs Baltikum nach Russland und Sibirien – ERDMANN (Stuttgard)1983
HUMBOLDT, A – Die Reise nach Sudamerika – LAMUV 2001
HUMBOLDT, A – L’invenzione del Nuovo Mondo: critica della conoscenza geografica – LA NUOVA ITALIA 1992
IBN BATTUTA – I viaggi di Ibn Battuta – GARZANTI 1993
IBN BATTUTA – I viaggi – EINAUDI 2007
KINGLAKE, A.W. – Eothen. Viaggio a Oriente – EDT 2010
LAFOND De LURCY, G. – Manilla – FMR, 2000
LA PEROUSE, J. F. – Viaggio attorno al mondo – RIZZOLI 1982
LEONE AFRICANO – Viaggio in Marocco – SINNOS 2011
LEVAILLANT, F. – Primo viaggio all’interno dell’Africa – LE LETT. 1994
MANDEVILLE, J. – Viaggi in Oriente – LONGANESI 1973
MANZONI, R. – El Yemen – EDT 1995
MIANI, G. – Diari e carteggi – LONGANESI 2002
MONNERET DE VILLARD , U. (a c. di) – Liber peregrinationis di Jacopo da Verona – LIBRERIA DELLO STATO, 1950
MONOD, T. – Lo smeraldo dei Garamanti – BORINGHIERI 2006
MONOD, T. – Il viaggiatore delle dune – BORINGHIERI 2007
MONOD, T. – In pieno deserto – BOLLATI BORINGHIERI, 2011
MORIER, J.J. – Gulistan – FMR 1987
NANSEN F. – Fra ghiacci e tenebre. La Spedizione Polare Norvegese 1893-1896 –VOGHERA, 1897
NOBILE, U. – L’“Italia” al Polo Nord – NATIONAL GEO. 2006
ODORICO DA PORDENONE – Viaggio – IST ED IT 1957
PARK, M. – Voyage dans l’intérieur de l’Afrique – LA DÉCOUVERTE, 1996
PARK, M.– Viaggio verso il cuore dell’Africa,1795-1797- La casa Usher, 1990
PETECH L. (a c. di) – I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal – LIB. DELLO STATO, 1953
PETECH L. (a c. di) – I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal. Ippolito Desideri – LIB. DELLO STATO 1956
PIAGGIA, C. – Due anni tra i cannibali – SEI 1981
PICCARD, B – JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2002
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – Mondo Nuovo – IST ED IT 1958
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – De orbo novo. I viaggi di Cristoforo Colombo – LOGART PRESS 1998
PINTO, A.– Peregrinazione – LONGANESI, 1974
PINTO O. (a c. di) – Viaggi di C. Federici e G. Balbi alle Indie Orientali – LIB. DELLO STATO, 1962
POLO, M. –Il Milione – MONDADORI 1982
RAMUSIO, G.B. – Delle navigazioni et viaggi ( 5 voll.) – EINAUDI 1988
RICCI, (p.) M. – Imperatori e mandarini – SEI. 1981
RICCI ,(p.) M. – Storia dell’introduzione del cristianesimo in Cina – LIBR. DELLO STATO 1942
ROSSELLI, F. – Esplorazioni spagnole in Mesoamerica e nell’oceano Pacifico – PONTE ALLE GRAZIE 1991
ROUSSELET, L. – Malwa – FMR 2001
SAGARD, G. – Grande viaggio nel paese degli Uroni – LONG. 1972
SLOCUM, J. – Solo, intorno al mondo – MURSIA, 1999
SPEKE, J. H. – Viaggio alle sorgenti del Nilo – NAT. GEOGRAFIC 2007
STADEN Hans – La mia prigionia tra i cannibali – EDT 1996
STADEN Hans – Tùpia – FMR 1994
STANLEY, H.M. – Come trovai Livingstone – SAVELLI 1981
STANLEY, H. M. – Alla ricerca di Livingstone – NAT. GEOGRAFIC, 2005
STANLEY, H. M. – Diari dell’esplorazione africana – DALL’OGLIO 1963
SYMES, M. – Viaggio a Pegù (1795) – FMR, 1988
THESIGER, W. – Sabbie arabe – MONDADORI 1991
THESIGER, W. – Quando gli arabi vivevano sull’acqua – NERIPOZZA 2004
T’SERSTEVENS, A.(a c. )– I precursori di Marco Polo – GARZ.1982
TUCCI, G. – Dei, demoni e oracoli – NERI POZZA, 2006.
TUCCI, G. – Nepal: Alla scoperta del regno dei Malla – NEW COMPT 1978
TUCCI, G. – Tra giungle e pagode – NEWTON COMPTON 1979
TUCCI, G. – A Lhasa ed oltre – NEWTON COMPTON, 1980
TUCCI, G. – Tibet ignoto – NEWTON COMPTON 1978
TUCCI, G. – La via dello Swat – NEWTON COMPTON 1979
VINCI, A. – Samatari – L. DA VINCI, BARI, 1956
VINCI, A. – L’acqua, la danza e la cenere – RIZZOLI 1973
XU XIAKE – Peregrinazioni in luoghi sublimi – RIZZOLI 1997
WALLACE, A. D. – L’arcipelago malese – MIMESIS 2014
WALLACE, A. D – Travels of the Amazon and Rio Negro – LONDRA 1890

Eccellenti le antologie LES VOYAGES , edite da ROBERT LAFFONT (Parigi)
Interessante la AA VV – Biblioteca illustrata dei viaggi intorno al mondo per terra e per mare. N. 1 – La Gujana Francese. L’isola del diavolo N. 2 – Cuba e Portorico N. 3 – Il tetto del Mondo viaggio al Pamir N. 4 – I fiordi della Norvegia N. 5 – La Cina cinese N. 6 – Le Filippine N. 7 – In Tunisia N. 8 – Il Siam N. 9 – I Barcelonnettes nel Messico N. 10 – L’Isola Maurizio N. 11 – Attraverso le Pampas (Repubblica Argentina) N. 12 – Le Nuove Ebridi N. 13 – Suriname (Gujana Olandese) N. 14 – Nel Klondyke N. 15 – Darjiling (Himalaya) N. 16 – Il Marocco N. 17 – Chicago N. 18 – Madagascar N. 19 – Ceylan N. 20 – In Palestina N. 21 – L’Ararat N. 22 – Il Paese del Fiume Azzurro N. 23 – Le Steppe Kirghise N. 24 – Bombay la città dei Parsi N. 25 – In Lapponia N. 26 – Gli antropofagi del Perù N. 27 – Il Brasile N. 28 – Gli Annamiti N. 29 – Tangeri (La città dei cani) N. 30 – I Boubous del Congo – SONZOGNO, 1899

Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)

AA. VV. – Viaggiatori del Settecento – UTET 1962
AA. VV. – Viandanti e viaggiatori – ROBIN, 2008
AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria (4 voll.) – GUIDA 1988
AA. VV. – I narrabondi – EDITORI RIUNITI 1991
AA VV. – Il mediterraneo pittoresco – SONZOGNO 1892 (ried. LIRITI 2003)
AA VV– Viaggiatori dell’Ottocento e del Novecento – IST. POL. STATO 2003
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Babilonia – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Tsu-Ching-Cheng– FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Argovia e Brisgovia – FMR 1989
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Carpazia – FMR 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Vulcania – FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Beciuania – FMR 1994
AA. VV. (a c.Guadalupi G.) – Ingermanlandia (Sankt Peterburg) – FMR 1992
AA.VV. (a c. Guadalupi G.) – Vicereame della Nuova Spagna – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Etèria – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Palatinato di Masovia – FMR 1993
AAFJES, B. – Un viaggio a piedi sino a Roma (poemetto) – OLANDA 1946
ALGAROTTI, F. – Viaggi di Russia – GARZANTI, 2001
ALLAN, M. – I viaggi di Byron – BIBL. DEL VASCELLO 1992
ANDREANI, P. – Giornale 1790 (al paese deli Irochesi) – CLUEB 2005
ANDREANI, P. – Viaggio in Nord America – SCHEIWILLER 1994
ANDREANI, P. –Giornale di viaggio – CDA VIVALDA 2003
ANGIOLINI, L. – Lettere sopra l’Inghilterra, la Scozia e l’Olanda– MODENA 1990
ANONIMO – Racconti di un pellegrino russo – RUSCONI 1973
APPELIUS, M. – La sfinge nera. Dal Marocco al Madascar – 1924
APPELIUS, M. – Asia gialla – 1926
APPELIUS, M. – Il cimitero degli elefanti – 1928
APPELIUS, M. – Le isole del raggio verde – 1929
APPELIUS, M. – Da mozzo a scrittore: attraverso il mondo – 1934
APPELIUS, M. – La crisi di Budda: due anni tra i Cinesi – 1935
APPELIUS, M. – Asia tragica e immensa – 1940
ARDEMAGNI M. – Viaggio alla Terra del Fuoco e in Patagonia – AGNELLI, 1929
ARNAUD, J.F. – Viaggio nel regno della regina di Saba – SELLERIO 2007
BACCHELLI, R. – Mal d’Africa – 1933
BACHOFEN, J.J. – Viaggio in Grecia – MARSILIO, 1993
BADIA y LEBLICH, D. – Viaggio in Siria e Palestina – NOVECENTO 1991
BARETTI, G. – Narrazione incompiuta di un viaggio in Inghilterra – BIB. DEL VASCELLO 1995
BARRILI, B. – Il viaggiatore volante – MUZZIO 1999
BARILLI B. – Il sole in trappola. Diario del periplo dell’Africa (1931) – SANSONI
BARZINI, L. – Viaggio in Terrasanta – EDITORI RIUNITI, 2004
BARZINI, L. – Sotto la tenda – RINFRESCHI (PC), 1915
BARZINI, L. – Nell’estremo oriente – LIB. ED. INTERNAZIONALE, 1904
BARZINI L. – Dall’impero del Mikado all’impero dello Zar – RINFRESCHI,1914
BELLOC, H. – La via per Roma – CANTAGALLI, 2012
BELYI, A. – Da Venezia a Palermo – CASTELVECCHi 2008
BELZONI, G. B. – Viaggi in Egitto e Nubia – HARMAKIS 2019
BENJAMIN, W. – Il mio viaggio in Italia – RUBBETTINO 2000
BEONIO-BOCCHIERI, V. – Dall’uno all’altro Polo – 1934
BEONIO-BOCCHIERI, V. – Vita selvaggia – 1938
BEONIO-BOCCHIERI, V. – In volo traverso i secoli – 1941
BERNIER, F. – Viaggio negli stati del Gran Mogol – IBIS 1991
BERTARELLI, L.V. – Insoliti viaggi – TOURING 2004
BIRD, F. – Una lady nel West – EDT 1998
BORSANI, A. – Stranieri a Samoa – NERI POZZA, 2006.
BOTTA, P. E. – Viaggio intorno al globo – FIBRENO, NAPOLI 1841
BRYDONE, P. – Il grand tour – AGORA’ 2002
BURCKHARDT, J. – Viaggio in Giordania – CIERRE 1994
BYRON, G. – Lettere italiane – GUIDA, 1985
BYRON, R. – Gente di pianura, dei della montagna – BIB. DEL VASC 1993
BYRON, R. – La via per l’Oxiana – ADELPHI 1996
BYRON, R. – Monte Athos. Viaggio alla montagna sacra della Grecia – IBIS, 2006
BYRON, R – L’Europa vista dal parabrezza –  EXCELSIOR 1881
CARROL ,L. – Viaggio in Russia – IBIS 2001
CARVER J. – Voyage dans l’ interieure de l’Amerique Septentrionale 1766-1768. r – YVERDON, 1842
CASTI, G. B. – Viaggio a Costantinopoli (1802) – IL POLIFILO, MI 2005.
CASTIGLIONI, L. – Viaggio negli Stati Uniti dell’A. Sett. – MUCCHI, 2001
CHAMISSO, A. von – Viaggio attorno al mondo – GUIDA 1988
CHATEAUBRIAND, R. – Viaggio in America – PINTORE 2007
CHATEAUBRIAND, R. – Viaggio in Italia – CAROCCI 2010
CHATEAUBRIAND, R. –Memorie d’oltretomba – CAROCCI 2010
CIARLANTINI, F. – Viaggio nell’Oriente mediterraneo – MILANO 1935
CIPOLLA A. – Su gli altipiani dell’Iran –ALPES, 1926
CIPOLLA A. – Sulle orme di Alessandro Magno – MONDADORI,1933
COLLINS, W. – DICKENS, C. – Il pigro viaggio di due apprendisti oziosi – SELLERIO 2003
CORBETT, J. – Il leopardo che mangiava gli uomini – MONDADORI, 1951
DAVID NEEL, A. – Viaggio di una parigina a Lhasa –BIB. DEL VASCELLO 1995
DE AMICIS, E. – Spagna – MUZZIO 1992
DE AMICIS, E. – Sull’Oceano – IBIS 1991
DE AMICIS, E. – Costantinopoli – TOURING 1997
DE BIANCHI, A. – Viaggio in Armenia, Kurdistan, Lazistan (1859) – ARGO 2005
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Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (dopo il 1950)

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ASCOLI, L. – Alesià mon amour. Alla ricerca delle origini di Venezia – Roma, EREDI BARDI, 2005
ARNESEN, L. BANCROFT A. – Nessun orizzonte è troppo lontano – TEA 2005
AUTISSIER, I. – Sola intorno al mondo – TEA 2006
BANHAM, R. – Deserti americani – EINAUDI, 2006.
BARBINI, T. – Le nuvole non chiedono permesso –FI POLISTAMPA, 2006.
BARBINI, T. – I giorni del riso e della pioggia – VALLECCHI, 2009
BARBINI, T. – Il cacciatore di ombre – VALLECCHI, 2011
BARROSO, M. REYES-ORTIZ, I. – Cronache dai Caraibi – FELTRIELLI 1998
BERG, N. I. – Fiumi di terra rossa – TEA, 2003
BETTINELLI, G. – In vespa – FELTRINELLI 1997
BETTINELLI, G. – La Cina in vespa – FELTRINELLI 2002
BETTINELLI, G. – Brum brum – FELTRINELLI 2005
BETTINELLI, G. – Rapsody in black – FELTRINELLI 2007
BETTIZA, E. – L’anno della tigre: viaggio nella Cina dei Deng – 1987
BIONDI, M.– Gule Gule Parti con un sorriso – P. ALLE GRAZIE. 2004
BIONDI, M. – Strade bianche per i monti del cielo – PONTE G. 2005
BOCCONI, A. – Di buon passo – GUANDA 2007
BOCCONI, A. – Il giro del mondo in aspettativa – GUANDA 2005
BOCCONI, A. – Viaggiare e non partire – GUANDA 2002
BOCCONI, A. – La tartaruga di Gauguin – GUANDA 2005
BORGHESE, A. – Ritorno in India – PIEMME,2006.
BRANDI, C – Persia mirabile – ELLIOT 2016
BRESSAN, A. – Lettere dal Sudan – Udine, KAPPA VU, 2005
BRIZZI, E. – Il pellegrino dalle braccia tatuate – MONDADORI 2007
BRIZZI, E. – Nessuno lo saprà – MONDADORI 2005
BRIZZI, E. – Gli psicoatleti – MONDADORI 2011
BRYSON, B. – America perduta – FELTRINELLI 1996
BRYSON, B. – Una passeggiata nei boschi – CORBACCIO 2000
BRYSON, B. – In un paese bruciato dal sole – GUANDA 2001
BRYSON, B. – Una città o l’altra – GUANDA 2002
BRYSON, B. – Notizie da un’isoletta – GUANDA 2004
BRYSON, B. – Diario d’Africa – GUANDA 2005
BUESCHER, W. – Germania, un viaggio – VOLAND 2009
BULDRINI, C. – In India e dintorni – PIEMME 1999
CACUCCI, P. – La polvere del Messico – FELTRINELLI 1992
CACUCCI, P. – Camminando – FELTRINELLI 2003
CACUCCI, P. – Demasiado corazon – FELTRINELLI, 1999
CACUCCI, P. – Un po’ per amore, un po’ per rabbia – FELTRINELLI 2008
CAGNAN, P. – Con tutti i posti che ci sono … –VALLECCHI, 2009
CAMUS, A. – Viaggio nell’America del Sud – CITTÀ APERTA 2008
CASELLA, M. – Nero-Bianco-Nero. Tra le montagne e la storia del Caucaso – CGE 2013
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CAVALLARI, A. – La Cina dell’ultimo Mao – 1975
CAVALLI, E. – Il divano del nord – FELTRINELLI 2005
CAVALLO, G. – Una vita diversa – FBE ED, 2006
CECCHI, U. – Le ceneri del baobab – VALLECCHI, 2008
CEDERNA, G. – Il grande viaggio – FELTRINELLI 2005
CELATI, G. – Avventure in Africa – Feltrinelli, 1998
CHATWIN, B. – In Patagonia – ADELPHI 1982
CHATWIN, B. – Che ci faccio qui ? – ADELPHI 1990
CHATWIN, B. – La via dei canti – ADELPHI 1988
CODECASA, M. S. – Metà cielo e mezza luna – VALLECCHI, 2005
COHN, N. – Avventure nell’altra Inghilterra – FELTRINELLI 2001
COLOANE, F. – Una vita alla fine del mondo – GUANDA 2005
COMISSO, G.– Cina, Giappone – 1932
CONDÈ, M. – Le muraglie di terra – IL LAVORO, 2003
COTLOW, L. – Zanzabucu, safari pericoloso – DEL DUCA 1956
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ELIOT, J. – Una luce inattesa (Afganistan) – NERI POZZA 2005
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EMANUELLI, E. – Giornale indiano – 1955
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FERGUSON, W. – Autostop col Buddha – FELTRINELLI 1998
FERMOR, P.L.– Mani – ADELPHI 2006
FERRARI, M.A. – In viaggio sulle Alpi – EINAUDI 2009
FERETTI, G., ZAMBONI, M. – In Mongolia in retromarcia – GIUNTI 2000
FIUMI, C. – La strada è di tutti – FELTRINELLI 1999
FIUMI, L. – La bottiglia sotto il sole di mezzanotte – 1965
FLANNERY, T. – L’ultima tribù – TEA 2005
FRÉDÉRIC, L. – L’India mistica e leggendaria – NERI POZZA, 1998
FUCHS. P. – Nel paese degli uomini velati – BOMPIANI 1\955
FULLER, E. – Quando vedi un emù in cielo – TEA, 2005
FULTON, R. E. – One man caravan – ELLIOTT, 2014
GANDOLFI,A. MAUGERI,M. – A est di Hamilton Road(Kurdistan) – EDT 2000
GIFFORD, R. – Cina. Viaggio nell’impero del futuro – NERI POZZA 2008
GIARDINA, R – L’altra Europa – BOMPIANI 2004
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GOSS, P. – Corsa nel vento – TEA 2006
GRANT, D. – Capre bianche e api nere – MURSIA 1982
GREENFIELD, O. – Alla ricerca dell’unicorno – FELTRINELLI 1993
GUEVARA, E. – GRANADO, A. – Latinoamericana – FELTR.1993
HALL, T. – Alla ricerca del cimitero degli elefanti – TEA 2005
HALLBERG, ULF P. – Lo sguardo del flaneur – IPERBOREA 2001
HAMILTON-PATERSON J. – Sette decimi (In viaggio per i mari) – GUANDA 2001
HANSEN, E. – In viaggio con Mohammed – FELTRINELLI 1997
HANUT, E. – La strada per Guadalupe – PONTE ALLE GRAZIE 2003
HEAT-MOON, W. L. – Strade blu – EINAUDI 1991
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HEAT-MOON, W. L. – Nikawa – EINAUDI 2000
HILLARY, E. –Appuntamento al Polo Sud – DE AGOSTINI 1962
HOLMSEN, S. – Gli alisei della Polinesia – MARTELLO 1954
HORN, Mike– Sulla linea dell’equatore. Milano, CAIRO, 2006
HÖST, P. – Ciò che ho visto nel mondo – MARTELLO, 1955
KEAY, J. -HORN, M. – Sulla linea dell’equatore. Milano, CAIRO, 2006
IVE, R. – Gobi – BONANNO, 2005
IYER, P. – C’era una volta l’Oriente – NERI POZZA 2000
KAPUSCINSKI, R. – Ebano – FELTRINELLI 2000
KAPUSCINSKI, R. – In viaggio con Erodono – FELTRINELLI 2004
KAPUSCINSKI, R. – Lapidarium – FELTRINELLI 1997
KAPUSCINSKI, R. – Shah-in Shah – FELTRINELLI 2001
KERTSCHER, K. – Africa solo – TEA 2003
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LATHAM, A – Il leopardo di ghiaccio – FELTRINELLI 1991
LAURENT, A. – Desiderio di deserto – FELTRINELLI 2003
LE CLEZIO – Il continente invisibile – INSTARLIBRI 2008
LEONELLI, L. – Siberia per due – FELTRINELLI 2005
LEVI, P. – Il giardino luminoso del re angelo. Viaggio in Afghanistan con Chatwin – EINAUDI 2002
LEWIS, N. – La dea delle pietre – FELTRINELLI 1991
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LEWIS, N. – Niente da dichiarare – Adelphi 2000
LEWIS, N. – Un’idea del mondo – EDT 2016
LILLI, V. – Penna vagabonda – SEI 1952
MAGRIS, C. – Danubio – GARZANTI 1986
MALAURIE, J. – Magia bianca – BALDINI & CASTOLDI 1956
MANERA, D. –Yuruparí: i flauti dell’anaconda celeste –FELTRINELLI 1999
MANGANELLI, G. – Esperimento con l’India – 1992
MANGANELLI, G.– Cina e altri orienti – 1974
MANGANELLI, G. –L’isola pianeta e altri settentrioni – ADELPHI, 2005
MANN, M. – Sul Gringo Trail – TEA 2003
MARCENARO, G. – Passaporti. Un viaggio esoterico – Il Saggiatore 2020
MAROSO, A. FIORIN, A. – Strade d’Oriente – EDICICLO 2007
MASON, V. – Il profumo del tè alla menta. Diario di viaggio in Alto Atlante – NORDPRESS 2006
MATTHIENSEN, P. – Meridiano blu – SPERLING & KUPFER 1999
MATTHIENSEN, P. – Il leopardo delle nevi – SPERLING & KUPFER 1999
MAYLE, P. – Un anno in Provenza – EDT 1993
MAYLE, P. – Toujours Provence– EDT 1993
MC CARTHY, P. – La scoperta dell’Irlanda – GUANDA 2004
MC GREGOR, E. BORMAN, C. – Long way round – MOND. 2005
MC KITTRICK, E. – La strada ai confini del mondo(Canada) – BORIN. 2010
MEEGAN, G. – La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni – MURSIA 2012
MERTON, T. – Diario Asiatico – GARZANTI 1975
MEHTA, S. – Maximum City. Bombay città degli eccessi – EINAUDI 2006
METZELIN, S. – Polvere nelle scarpe – CORBACCIO 2006
MICHAUX, H. – Ecuador – THEORIA, 1987
MILLIMAN, L. – Estremo nord – GARZANTI 1991
MOORE, P. – La strada sbagliata – FELTRINELLI 2003
MOORE, T. – Adagio su due ruote – TOURING, 2006
MOORE, T. – Due baffi sottozero – TOURING 2004
MORAND, P. – Nient’altro che la terra – CORBACCIO 2002
MORAVIA, A. – Un’idea dell’India – BOMPIANI, 1962
MORAVIA, A. – Passeggiata africana – BOMPIANI 1987
MORELLO, M. – Mekong story. Lungo il cuore d’acqua del Sud-est Asiatico – TCI, 2005
MORTARI, C. – Islanda, inferno spento – SEI 1965
MURCUTT, M. – Lost in Tibet. Cinque yankee alla corte del Dalai Lama – BOROLI, (MI) 2006
MURPHY, D. – In Etiopia con un mulo – EDT 2000
NAIPAUL, V.S. – Tra i credenti – RIZZOLI 1983
NAIPAUL, S. – A nord del sud – SERRA E RIVA, 1989
NADOLNY, S. – Biglietto aperto – EINAUDI 1997
NEHBERG, R. – Avventura sul Nilo azzurro – TEA – 2006
NOOTERBOOM, C. – Verso Santiago – FELTRINELLI 1997
NOOTERBOOM, C. – Il Buddha dietro lo steccato – FELTRINELLI, 1997
NOVELLI, L. – In viaggio con Darwin – ECIG, 1992
O’ HANLON, R. – Nel cuore del Borneo – FELTRINELLI 1993
OLLIVIER, B. – La lunga marcia – FELTRINELLI 2003
OLLIVIER, B. – Il vento delle steppe – FELTRINELLI 2006
OLLIVIER, B. – Verso Samarcanda – FELTRINELLI 2002
ORIZIO, R. – Tribù bianche perdute – LATERZA 2000
ORSENNA, E. – Ritratto della corrente del Golfo –P. ALLE GRAZIE 2006
QUILICI, F. – Nelle isole del Sud-Pacifico – REPORTER, Roma 1968
QUILICI, F. – I serpenti di Melqart – MONDADORI, 2003
PACE, F. – Controvento – EINAUDI 2017
PACI, P. – Evitare le buche più dure. Vent’anni di viaggi al contrario – FELTRINELLI 2006.
PARIANI, L. – Patagonia blues – EFFIGIE, MI 2006
PASOLINI, P.P, – L’odore dell’India – GARZANTI 1962
PELLEGRINO, A.M. – In Transiberiana – STAMPA ALTERNATIVA 1990
PEISSON, E. – Poli – BALDINI & CASTOLDI, 1954
PERROTTI, C. – Deserti – CORBACCIO 1998
PERROTTI, C. – Silenzi di sabbia – CORBACCIO 2006
PETTERSON, H. – Con l’Albatross intorno al mondo – BALDINI & C. 1951
PICCARD, B., JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2001
PICCOLO, F. – Allegro occidentale – FELTRINELLI 2003
PIOVENE, G. – Viaggio in Italia – BALDINI & CASTOLDI, 1993
PISTONE, F. – Uomini renna – EDT, 2004
POPESCU, P. – Dove comincia il tempo – TEA 2005
PORTELLI, A. – Taccuini americani – MANIFESTOLIBRI 1991
PORZIO, G. – Cuore nero – FELTRINELLI 2001
POSITANO DE VINCENTIIS, F. – Tre donne sulla Transiberìana – MARNA, 2006
PROSPERI, F. – Gran Comora – GARZANTI, 1955
RAMAZZOTTI, S. – Vado verso il Capo – FELTRINELLI 2001
RAMAZZOTTI, S.– Afrozapping. Breve guida all’Africa – FELTR. 2006
RAWICZ S. – Tra noi e la libertà – CORBACCIO 1999
RAVIZZA, V. – Ai confini della vita – GIUNTI 2008
RICHARD, L. – Viaggio nella Cina proibita – TEA 2006
RIGATTI, E. – Minima pedalia – EDICICLO 2005
RIPELLINO, A.M. – Praga magica – EINAUDI 1991
RODRIGUEZ, S.L. – Fior di Norvegia – MAGENES, 2004
ROGGERO, A. – Australian cargo – FELTRINELLI 1998
ROGGERO A. – La corsa del levriero – FELTRINELLI 2002
RUGGERI, C. – Farfalle sul Mekong – FELTRINELLI 2002
RUGGERI, C. – Viaggio in Nuova Guinea – FELTRINELLI 2000
RUMIZ, P. – Oriente – FELTRINELLI, 2003
RUMIZ, P. – La leggenda dei monti naviganti – FELTRINELLI 2007
RUMIZ, P. – Trans Europa Express – FELTRINELLI 2012
RUMIZ, P. – Annibale – FELTRINELLI 2008
RUMIZ, P. ALTAN, F. – Tre uomini in bicicletta – FELTRINELLI 2004
RYTCHEU, J. – Un sogno ai confini del mondo – MURSIA 1983
SARAMANGO, J. –Viaggio in Portogallo – BOMPIANI, 1996
SARNO, L. – Il canto della foresta: la mia vita fra i pigmei – GARZANTI, 1995
SCHILDT, G. – Vent’anni di Mediterraneo – Milano, MAGENES, 2005
SEBALD, W. G. – Gli anelli di Saturno – ADELPHI 2010
SEBALD, W. G. – Gli emigrati – ADELPHI 2007
SEBALD, W. G. – Il passeggiatore solitario – ADELPHI 2006
SEPULVEDA, L. – Patagonia Express – GUANDA 1995
SETH, V. – Autostop per l’Himalaya – EDT 1990
SHAND, M. Viaggio in India in groppa al mio elefante – N. POZZA, 2005
SHAND, M. – Il fiume, il cane e il fumatore d’oppio – N. POZZA, 2006
SIMON, T. – I viaggi di Juppiter – LONGANESI 1979
SINGE, M. – Vagabondo in Irlanda – MATTIOLI 1885
SNYDER, G – Nel mondo selvaggio – RED, 1992
SOLINAS, S. – Da Parigi a Gerusalemme– VALLECCHI, 2011
SOMMERVILLE, C. – Lo scalino d’oro (Creta) – EDT 2001
SOSNINA, E. B. – Le Verste italiane di Ivan Cvetaev – CIRVI, TO 2005
SPARKS, N. – Tre settimane, un mondo – FRASSINELLI, 2006.
STEWART, C. – Una casa tra i limoni – TEA 2006
STEWART, C. – Un pappagallo sull’albero del pepe – TEA 2007
STEWART, R. – In Afganistan – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
TAYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA 2003
TAYLER, J. – In Congo – NERI POZZA 2000
TERZANI, T. – Mustang. Un viaggio – FANDANGO 2011
TERZANI, T. – In Asia – MONDADORI 1997
TESSON, S. – Baku, elogio dell’energia vagabonda – EXCELSIOR, 2007
TESSON, S. – Nelle foreste siberiane – SELLERIO 2011
TESSON, S. – Piccolo trattato sull’immensità del mondo – GUANDA 2006
THAPA, M. – Forget Kathmandu – Vicenza, NERI POZZA, 2006
THEROUX, P. – Bazar Express – RIZZOLI 1986
THEROUX, P. – Il gallo di ferro – BALDINI E CASTOLDI 2001
THEROUX, P. – Dark star safari –BALDINI E CASTOLDI 2006
THEROUX, P. – L’ultimo treno della Patagonia – BALD. E CAST. 2001
THEROUX, P. – Da costa a costa – FRASSINELLI 1985
TODISCO, A. – Viaggio in India – MONDADORI, 1962
TOLSTOJ. A. – L’ultimo segreto sulla via della seta – FBE EDIZIONI, 2003
TOMASSINI, S. – Amor di Corsica : viaggi di terra, di mare e di memoria – FELTRINELLI 2001
THUBRON, C . – In Siberia – PONTE ALLE GRAZIE 2000
THUBRON, C. – Oltre la Muraglia – PONTE ALLE GRAZIE 2001
THUBRON, C. – Nel cuore dell’Asia – PONTE ALLE GRAZIE 1998
THUBRON, C. – Ombre sulla via della seta – PONTE ALLE GRAZIE 2006
THUBRON, C. – Viaggio tra i Russi – PONTE ALLE GRAZIE 2003
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TORRES, M. – Amor America: un viaggio sentimentale in America Latina – FELTRINELLI, 1996
TILMANN, H. W. – Himalaya dal Nepal – BALDINI & CASTOLDI, 1954
TREVI, E. – L’onda del porto. Un sogno fatto in Asia – LATERZA, 2005
TRILLARD, M. – Cabotage e altri vagabondaggi. Capo Verde e il respiro dell’Atlantico – TCI, 2005
TULLY, M. – Sabarmati express. Nel cuore del gigante indiano – SARTORIO, 2006
TURRI, E. – Viaggio a Samarcanda – DIABASIS, 2003
TUZZI, H. – In Irlanda – TOURING 2004
TYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA, 2003
TYLER, J. – Congo – NERI POZZA 2001
VERGANI, O. – 45 gradi all’ombra – SEI 1958
VERNI, P. – Mustang, ultimo Tibet – CORBACCIO 2000
VERONESE, P. – Africa : reportage – LATERZA, 1999
VOGEL A. A: – Papuasi e Pigmei – BALDINI & CASTOLDI, 1953
WAUGH, E. – Etichette. – Milano, ADELPHI, 2006
WILL, R. – Il viaggiatore innocente. Avventure nel Pacifico del Sud – GUANDA 2006
WRIGHT, R. – Spagna pagana – MONDADORI 1962

Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

CASTELLANETA, C. – Viaggio col padre – MONDADORI 1976
CONRAD, J. – Cuore di tenebra – EINAUDI 1980
CONRAD, J. – Racconti di mare e di costa – NEWTON COMPTON 1992
CONRAD, J. – Romanzi della Malesia – NEWTON COMPTON 1993
CONRAD, J . – TifoneIl negro del “Narciso” – BOMPIANI 1955
CONRAD, J. – Lord Jim – MURSIA 1965
FAST, H. – Gli emigranti – EST 1996
FORSTER, E.M. – Passaggio in India – EINAUDI 1981
FORSTER, E.M. – Camera con vista – RIZZOLI 1963
GIONO, J. – Nascita dell’Odissea
GOLDING, W. – Riti di passaggio – MONDADORI
GUTHTRIE, A. B. – Il grande cielo – MONDADORI 1956
GUTHTRIE, A. B. – Il sentiero del west – MONDADORI 1960
HUXLEY, A. – Isole – MONDADORI
KING, S. – Stagioni diverse – SPERLING E KUPFER 1982
KEROUAC, J. – Sulla strada – MONDADORI 1959
JEROME, K. J. – Tre uomini in barca – RIZZOLI 1960
JEROME, K. J. – Tre uomini a zonzo – RIZZOLI 1963
LARSSON, B. – Il cerchio celtico – IPERBOREA 1999
LAWRENCE, R.D. – Sulle piste del grande Nord – MURSIA 1984
LESKOV, N. – Il viaggiatore incantato – GARZANTI 1985
LONDON, J. – Racconti del Pacifico e dei mari del Sud – NEW.CO. 1992
LONDON, J. – Racconti del Grande Nord –NEWTON COMPTON 1992
LONDON, J. – Avventure di mare e di costa – NEW. COMPTON 1992
MALAUF, B. – Leone l’africano
MALRAUX, A. – La via dei re – MONDADORI
MC CARTY, C. – Cavalli selvaggi – EINAUDI 1995
MC CARTY, C. – Oltre il confine – EINAUDI 1996
MELVILLE, H. – Moby Dick – EINAUDI 1974
MELVILLE, H. – Giacchetta bianca – SANSONI 1967
MELVILLE, H. – Billy Budd – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Le isole incantate – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Taipi – RIZZOLI 1965
MICHENER, J.A. – Il viaggio – BOMPIANI 1993
MOORE, B. – Manto nero – PIEMME 1992
MUTIS , A. – Trittico di mare e di terra – EINAUDI
OMERO – Odissea – EINAUDI 1995
PIRSIG, R. – Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta –ADELPHI 1981
PLATONOV, A. – Ricerca di una terra felice – EINAUDI 1980
POE, E. A. – Gordon Pym – SANSONI 1965
REPETTO, G.L. – Careghé – GUARALDI 1996
RIDER-HAGGARD, Le miniere di re Salomone – NEW.COMPTON 1995
SEBALD, W. – Gli emigranti – BOMPIANI 1999
SENOFONTE – Anabasi – RIZZOLI 1974
SEPULVEDA, L. – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore – GUANDA 1994
STERNE, L. – Viaggio sentimentale – RIZZOLI 1995
STEVENSON, R.L. – Mare e avventura – CURCIO 1978
STEVENSON, R. L. – L’isola del tesoro – CASINI, 1963
STIFTER , A. – Cristalli di rocca – ADELPHI 1982
SWIFT, J. – I viaggi di Gulliver – FELTRINELLI 1997
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TOLKIEN, J.R.R. – Il signore degli anelli – RUSCONI 1970
TOURNIER, M. –Venerdì, o il limbo del Pacifico – EINAUDI 1993
VERNE, J. – Il giro del mondo in ottanta giorni – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Viaggio al centro della terra – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Cinque settimane in pallone – RIZZOLI 1991
VOLTAIRE – Candido – SANSONI 1968
YURIK, S. – I guerrieri della notte – MONDADORI 1983
WHITE, P. – L’esploratore – MONDADORI 1979

 

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Viaggiare (a piedi e non)

Postilla

di Paolo Repetto, 2013

Per una fertile combinazione di motivi (le cose che ho trovato per caso, quelle che ho ostinatamente cercato e quelle che ho scritto) la letteratura di viaggio ospitata nella parte destra della scaffalatura a tutta parete ha continuato in questi anni a debordare verso sinistra, a conquistare prima nuovi ripiani e poi interi scaffali e a costringermi a periodiche risistemazioni.

Dovessi scriverlo oggi, quindi, il capitoletto sul viaggio occuperebbe almeno il doppio di pagine. Le nuove scoperte, sia per quanto concerne le opere che per i personaggi, riguardano soprattutto la storia delle esplorazioni e dei viaggi scientifici. Provo a rendertene sommariamente conto.

Innanzitutto, i protagonisti. A Humboldt ho dedicato un piccolo saggio biografico (glielo dovevo) e nel frattempo ho acquisito tutto ciò che di suo era reperibile, comprese le edizioni in italiano, in tedesco e in francese del Cosmos. Le lacune ora riguardano solo la corrispondenza: non esiste una raccolta completa in francese, e quella tedesca, in fase di edizione, occupa già oltre dieci volumi: in compenso ho trovato in Francia una scelta abbastanza ampia e significativa delle lettere scambiate con Bonpland, (A. von Humboldt, A. Bonpland – Correspondance 1805-1858, a cura di Nicolas Hossard) e una biografia di Bonpland (Aimè Bonpland, mèdecin, naturaliste, explorateur en Amerique du Sud, dello stesso Hossard), l’unica che conosco e che possiedo A differenza di trent’anni fa, quando è partita la mia humboldt-mania, e quando era praticamente sconosciuto in Italia e dimenticato in patria, oggi lo scienziato-viaggiatore tedesco conosce un piccolo ritorno di popolarità grazie anche a due recenti biografie: Federico Focher ha scritto A. von Humboldt. Abbozzo di una biografia, mentre Andrea Wulf, già autrice de La confraternita dei giardinieri, gli ha dedicato quel volumone dal titolo L’invenzione della natura, sul quale, ti confesso, ho molte riserve. Insomma, anche il mio personalissimo eroe comincia ad essere macinato dall’industria culturale.

Sull’onda delle ricerche dedicate a Humboldt è cresciuta la curiosità per le biografie di altri scienziati-esploratori. Darwin, naturalmente (del Viaggio di un naturalista attorno al mondo possiedo ormai quattro diverse edizioni, e due dell’Autobiografia, oltre alla biografia classica di Desmond e Moore, a quella leggermente più romanzata di Irwing Shaw, L’origine, e ai Taccuini); ma anche, e soprattutto, il suo corrispondente-amico-antagonista Alfred Douglas Wallace, un po’ meno ignoto anche agli italiani da quando il buon Federico Focher ne ha scritto una avvincente storia (L’uomo che gettò nel panico Darwin). Wallace è un personaggio che riserva un sacco di sorprese: oltre che esploratore, cercatore di specie, scienziato autodidatta, era un socialista umanitario, pronto a battersi per ogni causa, soprattutto per quelle perse, e un convinto spiritista, tanto solare e disposto a mettersi in gioco quanto Darwin era riservato e pieno di dubbi. Dei suoi scritti è stato finalmente tradotto L’arcipelago malese, divertente e commovente resoconto di quattro anni di avventure (e soprattutto disavventure) a caccia di nuove specie vegetali nel sud-est asiatico. Lo trovi accanto ai libri di e su Darwin, e a quello sullo spiritismo che ho scaricato dalla rete.

La passione per la montagna mi ha aiutato a scoprirne il miglior interprete e precursore in Déodat de Dolomieu, l’”inventore” delle Dolomiti. Dolomieu ebbe un’esistenza che definire avventurosa è riduttivo. Fece le esperienze più disparate, da un duello mortale (per l’avversario) a sedici anni fino a venti mesi di assoluto isolamento in una fetida e piccolissima cella di un carcere borbonico, poco prima di morire, ma compì soprattutto una ricognizione minuziosa e completa di ogni vallata alpina. Era un camminatore formidabile, capace di sfiancare non solo i compagni di percorso ma anche i muli e i cavalli da soma, e uno spericolato arrampicatore, che tuttavia nei Viaggi sulle Alpi non rivendica alcuna delle innumerevoli vette da lui per primo conquistate. Per conoscerlo mi sono avvalso di una monumentale (ma piuttosto confusa) biografia scritta da Luigi Zanzi (Dolomieu, un avventuriero nella storia della natura) e ho poi ricostruito il resto attraverso la lettura diretta dei suoi resoconti di viaggio.

Del tutto fortuita è sta invece la conoscenza con l’opera e la vita di Guido Boggiani. Attraverso un volume dedicato principalmente alla sua pittura (Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, di Maurizio Leigheb) ho scoperto una seconda esistenza, quella di etnologo e viaggiatore (raccontata da Boggiani stesso nei Viaggi di un artista nell’America meridionale) che lo ha portato a vivere per anni ai margini del Gran Chaco paraguagio e a morirvi, ucciso da un indigeno, prima dei quarant’anni.

Altre storie come la sua, o come quelle di Wallace e di Dolomieu, ho trovato in un paio volumi piuttosto stagionati, I cacciatori di piante di Thaylor Whittle e Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica di Victor von Hagen, e in uno recentissimo, Cercatori di specie, di Richard Conniff. Quella del viaggio a scopo scientifico è una vera e propria epopea, naturalmente poco conosciuta e per niente celebrata nelle nostre scuole, che ha cambiato non solo lo sguardo ma anche la quotidianità della vita dell’Occidente. I libri che ho appena citati offrirebbero ai nostri demotivati studenti, e non solo a loro, ben altri stimoli rispetto alle ricostruzioni politiche e militari alle quali si riduce in genere l’insegnamento della storia, e li aiuterebbero a coltivare un minimo di passione per le scienze e ad acquisire qualche fondamento etico.

Attraverso un gioco di rimandi, di letture di sponda, sono poi arrivato ad alcuni personaggi davvero singolari, avventurieri nel senso più letterale del termine. L’ultimo in ordine di comparsa, ma primo per collocazione storica, è Lodovico de Varthema. Ne ho trovato traccia nei testi di Herrmann e di Brilli di cui parlerò tra breve, ho poi acquisito una sua biografia (Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda) e ho scovato infine le recentissime edizioni del suo Itinerario e del Viaggio alla Mecca. De Varthema si trovava già a Calicut quando, nei primissimi anni del ‘500, ci arrivarono i Portoghesi. Dalle mie parti si usa dire che quando Colombo approdò in America ci trovò i mandrogni che già gestivano un ben avviato giro d’affari. Bene, i lusitani trovarono senz’altro un bolognese che già aveva girato tutto il Medio Oriente e visitato le Isole della Sonda, pronto a far fruttare le informazioni accumulate e ad acquisirsi meriti (al ritorno in Europa fu insignito dal re del Portogallo della dignità nobiliare, oltre che di una pensione). Anche se probabilmente molte delle sue avventure sono enfatizzate, soprattutto per il gusto di inserire situazioni boccaccesche delle quali è immancabile protagonista, resta il fatto che quelle terre le aveva realmente visitate e che per esserne tornato vivo e vegeto doveva avere senz’altro la scorza dura.

Non quanto Enrico Tonti, o Henry de Tonti, però. Tonti è stato una vera folgorazione. Non lo avevo mai sentito nominare sino a dieci anni fa, e vengo poi a scoprire che è stato uno dei protagonisti dell’esplorazione nordamericana, al fianco di de La Salle. Non esiste una sua biografia in italiano (che mi risulti, nemmeno in francese), ma le notizie essenziali sulle sue incredibili avventure si possono ricavare da L’Europa alla conquista dell’America, un bellissimo libro di Raymond Cartier che racconta nel dettaglio le guerre indiane sui Grandi Laghi tra Sei e Settecento – quelle de L’Ultimo dei Mohicani, per intenderci, o di Ticonderoga –, o da Mississippi di Mario Maffi. “Mano di ferro”, come lo chiamavano gli indiani, fu uno dei pochi che mise in soggezione persino gli Irochesi, che quanto a ferocia e coraggio non la cedevano a nessuno, e fu determinante per l’esplorazione del bacino del Mississippi, consegnato poi nelle mani della corona francese. Su questo tema e sulla storia di La Salle è invece appassionante La Louisiana per il mio re, di Hans Otto Meissner, mentre interessanti sono alcuni libri di memorie legati alla fase americana della guerra dei Sette Anni: ad esempio il diario anonimo di un soldato francese che ha partecipato a tutte le fasi della campagna e alla caduta di Montreal (Oltre le cascate del Niagara).

Altrettanto singolare, e secondo nemmeno agli Irochesi per determinazione, è il personaggio di Augusto Franzoj. Militare, disertore, giornalista radicale sempre in cerca di rogne e capace di sopravvivere ad oltre cinquanta duelli, Franzoj attraversò nella seconda metà dell’Ottocento mezza Africa centro-orientale per andare a recuperare le spoglie di un esploratore italiano morto nel paese dei Galla. L’Africa fu per lui inizialmente un rifugio, ma divenne poi una vocazione. Sebbene non avesse alcuna necessità di spostarsi per vivere pericolosamente, l’Etiopia gli offrì il teatro ideale per un’avventura che più pazza e disperata è difficile immaginare. Ne uscì, e la raccontò, naturalmente con tutti gli aggiustamenti del caso, in Continente nero, che nella sua ostentata “obiettività” è davvero un resoconto spassosissimo: ma per conoscere anche gli altri particolari della sua vita sempre sopra le righe occorre leggere Un viaggiatore in brache di tela, di Felice Pozzo.

Queste ed altre figure altrettanto avvincenti sono balzate fuori dalle pagine di diverse opere sulla storia generale delle esplorazioni da tempo fuori commercio, alle quali solo recentemente ho potuto arrivare attraverso il mercato on line. Pur restando fermo sulla mia linea di principio, secondo la quale l’eccessiva facilità nel reperire testi ritenuti a lungo introvabili sottrae una buona fetta di piacere al gioco, quella dell’attesa, della ricerca febbrile sulle bancarelle e magari dell’incredula sorpresa di un ritrovamento, devo ammettere che la diffusione di siti dedicati alla compravendita dei libri ha reso accessibili cose che mai mi sarei sognato di poter un giorno possedere. È il caso della fondamentale trilogia di Paul Herrmann (Sulle vie dell’ignoto, Sette sono passate e l’ottava sta passando e Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu) o di La conquista della terra di Giotto Dainelli, opere edite più di mezzo secolo fa. Mentre il libro di Dainelli lo conoscevo (e lo desideravo) da tempo, quelli di Herrmann sono stati un’autentica rivelazione. Soprattutto mi ha stupito il non averne mai sentito parlare in precedenza, il non avere mai colto alcun rimando. Forniscono una messe incredibile di informazioni, ma sono anche di lettura piacevolissima: avrei voluto averli tra le mani a quindici anni, e forse mi avrebbero cambiata la vita.

Ma sarebbe stato probabilmente sufficiente poter disporre per tempo di opere divulgative illustratissime come Il grande libro delle esplorazioni o Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo, che a dispetto dell’apparente destinazione a fare tappezzeria nei salotti forniscono un racconto dettagliato ed esauriente delle grandi imprese di esplorazione. Ne ho fatto incetta, e adesso mi ritrovo a confrontare le diverse narrazioni, a scovare le imprecisioni e a sommare i piccoli tasselli forniti da ciascuna per costruirmi un quadro il più vasto e completo possibile.

In che senso una precoce conoscenza di opere del genere può riuscire determinante? Beh, intanto perché consente di affinare lo sguardo sulle vicende storiche, di sottrarlo ai condizionamenti che le letture ideologiche legate al clima del momento immancabilmente ne danno. Faccio un esempio. Ho amato molto presto la storia e la civiltà del popolo irochese, o meglio, della Società delle Cinque Nazioni, attraverso la lettura di “Dovuto agli irochesi”, di Edmund Wilson, un classico di quello che Pascal Bruckner chiama “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Wilson racconta di una cultura avanzatissima sotto il profilo politico e sociale, che non ha nulla da invidiare alle coeve istituzioni occidentali, ed esprime un accorato rimpianto per la sua distruzione da parte degli invasori bianchi. Bene, leggendo i diari di Tonti, di De La Salle e di padre Hennepin, che con gli Irochesi ebbero a trattare direttamente, nonché le testimonianze di quei pochi gesuiti e francescani che riuscirono a sopravvivere ad una caccia spietata, viene fuori un quadro ben diverso, quello di una popolazione dai costumi ferocissimi, che provava un sadico gusto nella lenta tortura dei prigionieri, delle cui carni spesso e volentieri si cibava, e che per un secolo e mezzo costituì un vero e proprio incubo per tutte le altre nazioni indiane dell’area dei grandi laghi. L’accusa di cannibalismo non è affatto pretestuosa, come si è affannata invece a dimostrare nella seconda metà del novecento l’antropologia terzomondista, e lo dimostra il fatto che i nostri testimoni non hanno esitazione a raccontare come questa pratica fosse fatta propria comunemente, nelle situazioni di necessità, anche dagli occidentali. Quanto al diritto sul suolo, gli Irochesi erano degli invasori al pari degli occidentali: arrivavano da un’altra area, non combattevano per difendere le proprie terre, ma per conquistare nuovi territori sterminandone sistematicamente gli abitanti.

Lo stesso vale per la complessa vicenda dello schiavismo. I diari degli esploratori africani ci mettono di fronte alla realtà di una pratica istituzionalizzata da millenni, tanto comune all’interno delle singole popolazioni quanto normale nei confronti di quelle esterne, e a quella di una tratta araba che ebbe sulla demografia del continente un impatto ben più devastante di quella europea, e che per motivi ideologici viene sempre sottaciuta o minimizzata. Certo, i portoghesi prima e poi via via tutti gli altri hanno intensificato questa pratica, hanno incanalato il flusso addirittura verso un altro continente: ma non hanno inventato nulla. Al più hanno fornito armi e incentivi per intensificare una tragedia presente da sempre, in ogni epoca e presso ogni civiltà: e a partire da un certo periodo, almeno dalla prima metà dell’Ottocento, hanno almeno teoricamente combattuto la tratta. Questo non assolve certamente l’occidente dalle sue colpe: spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi, tedeschi, e non ultimi gli italiani, si sono resi responsabili di veri e propri genocidi: ma quando Franzoj ci testimonia dal vivo (è arruolato più o meno a forza come osservatore) che nel corso di una delle periodiche campagne di guerra Menelik fa almeno cinquantamila morti e conduce via quasi il doppio di prigionieri, ovvero di schiavi, la storia lascia spazio a sfumature interpretative un po’ diverse.

Queste sfumature sono state volutamente ignorate nell’ultimo settantennio, a causa di un preconcetto ideologico, purtroppo radicato in quella che continua ad autodefinirsi “cultura di sinistra”, che ha condizionato costantemente la narrazione storica. Ti faccio un esempio. Nel 2008 è uscito in Francia il saggio Le génocide voilé (Il genocidio nascosto), di uno studioso di origine senegalese, Tidiane N’Diaye. In esso, con un calcolo certamente approssimato per difetto, N’Diaye dimostra che nel corso di tredici secoli, arrivando praticamente sino ad oggi, sono stati ridotti in schiavitù e deportati verso il Medio Oriente o verso la fascia mediterranea del continente almeno diciassette milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana. Di costoro, ed è questa la cosa che dovrebbe far maggiormente riflettere, non è rimasta praticamente traccia, mentre ad esempio negli Stati Uniti o nell’America del Sud i discendenti dei nove milioni di schiavi deportati tra il cinquecento e l’ottocento sono oggi più di settanta milioni. Ciò si spiega col fatto che gli schiavi deportati dagli arabi venivano castrati o uccisi, e non potevano lasciare alcuna discendenza. Ora, tutto questo non significa affatto che gli schiavi in America fossero trattati umanamente, non diminuisce lo scandalo della tratta: ma mi pare lecito chiedersi come mai si parli solo di quest’ultimo, e non dello schiavismo arabo, e come mai mentre questo scandalo la cultura occidentale lo ha bene o male denunciato ed esecrato, nessuno storico arabo lo abbia mai ammesso a carico del suo popolo. E anche perché questo dato venga costantemente ignorato in qualsiasi dibattito sulle colpe dell’Occidente.

L’altro aspetto, più personale, riguarda un possibile esito professionale che avrebbe potuto scaturire dai miei interessi. C’è stato un momento, al termine degli studi universitari, in cui ho dovuto scegliere tra strade diverse per il mio futuro. Forse non sarebbe cambiato nulla, ma forse una conoscenza di questi argomenti non legata più soltanto alle letture di Salgari e Verne o del vecchissimo Cantù mi avrebbe reso più determinato ad inseguire quella che era già allora una passione profonda (col rischio magari, come accade per ogni passione che diviene professione, di vedere poi spento ogni entusiasmo).

 

Ma torniamo all’oggi. I percorsi di questi ultimi anni mi hanno indotto a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio che avevo espresso in “Perché non esiste una letteratura di viaggio in Italia”. L’assenza di interesse riguarda a quanto pare soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione). Gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi, e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali. Ma nella prima metà del novecento, per le ragioni opposte, questo interesse c’era, e lo testimonia ad esempio una iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni trenta, dello sciovinismo di regime: ma avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, e anche degli adulti, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle storie di Colombo, Magellano e Cook, quelle di Humboldt, Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Lodovico de Varthema. Le sto raccogliendo con cura, e una buona parte le trovi qui.

Sempre nella prima metà del secolo (ma anche nell’immediato dopoguerra) hanno goduto di una certa popolarità i libri di Vittorio G. Rossi (quella G puntata mi ha sempre fatto impazzire: essendo il mio secondo nome Giuseppe, ho continuato per anni a firmarmi Paolo G. Repetto, fino a quando esigenze di “razionalizzazione” dell’anagrafe non mi hanno costretto a tenermi un solo nome). Alcuni titoli sono davvero suggestivi (Pelle d’uomo, L’orso sogna le pere, Il cane abbaia alla luna). Rossi era uno scrittore atipico, almeno per l’epoca: di mestiere faceva altro, era un navigante, e in questa veste ha visitato praticamente tutto il mondo. Poi riversava nei libri (e tra il 1930 e il 1980 ne ha scritti più di due dozzine) quello che aveva visto e quello che aveva provato, dando spesso spazio, soprattutto nell’ultimo periodo, a considerazioni a ruota libera di filosofia spicciola. Per un sacco di tempo è stato lo scrittore di viaggio più venduto e più conosciuto in Italia, poi, complici da un lato una certa ripetitività e dall’altro l’ostracismo decretatogli dopo gli anni sessanta per i suoi trascorsi politici, è stato totalmente rimosso. Anche nel suo caso sto recuperando tutto il possibile. Prova a leggerlo. Non credo ti appassionerà, non è un grande scrittore, ed è chiaro che per me vale l’aura particolare della quale lo rivestivo da ragazzino, una sorta di precursore di Corto Maltese: ma è un ottimo testimone di come l’occidente guardasse al resto del mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, e del fatto che questo sguardo fosse meno velato dall’ipocrisia di quello dei futuri “terzomondisti”.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, alla quale già accennavo nell’articolo citato poco sopra ma che attribuivo soprattutto ad una moda di importazione, ha invece dato in questi ultimi anni dei frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va soprattutto ad autori come Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura di viaggio raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (È oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico. (In questo è stato preceduto però da Wilhelm Buescher, che in Germania, un viaggio percorre uno stralunato itinerario invernale seguendo l’ormai scomparsa linea di demarcazione tra est ed ovest).

Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata anche da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Brizzi viaggia rigorosamente a piedi, e percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli per intenderci della via francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Non so se ne abbia tratto ispirazione, ma ha dei precedenti illustri: nel 1801 lo scrittore tedesco J. G. Seume (altro bel personaggio: arruolato a forza nelle truppe vendute dal sovrano dell’Hannover agli inglesi per combattere in America, poi disertore, quindi ufficiale nelle truppe russe impegnate in Polonia, curatore di edizioni di classici, libero pensatore), si è fatto a piedi tutta la penisola, diretto a Siracusa, e lo ha poi raccontato in un gustosissimo L’Italia a piedi, ormai quasi introvabile ma che ho fortunosamente rimediato in un’asta mediatica.

Rimanendo nel campo dei camminatori, una scoperta sensazionale è stata quella di Patrick Leight Fermor, scomparso recentemente in tardissima età e protagonista di vicende degne di un Tonti. Nel corso del secondo conflitto mondiale Fermor venne impiegato dagli inglesi, per le sue conoscenze linguistiche e culturali della Grecia, come agente di collegamento con i partigiani ellenici che operavano a Creta. Bene, in quella veste organizzò e condusse a termine personalmente il rapimento del comandante delle truppe tedesche che occupavano l’isola, portandoselo a spasso per settimane in barba a tutti i rastrellamenti. Ma di possedere la stoffa Fermor lo aveva dimostrato già diverso tempo prima, a diciotto anni, quando intraprese da solo un lunghissimo viaggio a piedi che lo portò dall’Inghilterra a Costantinopoli, lungo la linea del Reno prima e del Danubio poi, attraverso un’Europa che stava appena entrando negli anni oscuri del nazismo. Di questo passaggio e del clima nel quale si stava svolgendo Fermor è un testimone anomalo e interessantissimo in Tempo di regali, dove raccoglie le ultime vestigia di un mondo, soprattutto quello asburgico, che stava ormai rapidamente scomparendo, e avverte tutte le inquietudini e le ombre di ciò che stava arrivando.

Altro formidabile camminatore, questo, come Rumiz, più o meno mio coetaneo, è Bernard Ollivier, un giornalista francese che al momento di andare in pensione si imbarca in un’impresa titanica, la traversata dal Mediterraneo alle porte della Cina attraverso l’Anatolia e il Medio Oriente, in pratica una variante dell’antica via della seta, resa ancor più ardua di quanto non fosse secoli fa dalla situazione politica interna ai diversi paesi. Il percorso è raccontato in una trilogia che comprende La lunga marcia, Il vento delle steppe e Verso Samarcanda.

Stavo però parlando della diffusione della letteratura di viaggio anche in Italia. È indubbia, i viaggiatori-narratori pullulano e le collane nelle quali possono trovare spazio si moltiplicano. Allo stesso tempo è in atto anche una riscoperta e ripubblicazione delle opere del passato che consente di avvicinare cose ormai scomparse addirittura dalla memoria (un caso emblematico è proprio quello di Lodovico di Varthema). A questa rinascita di interesse, a livello storico oltre che di pura evasione, ha dato un fortissimo contributo l’insieme dell’opera di Attilio Brilli, che per certi aspetti può essere considerato l’equivalente italiano di J. Leed, e per altri lo ha sicuramente sopravanzato. Brilli sta sfornando uno dietro l’altro studi avvincenti e documentatissimi sulla storia del viaggio, partendo da quello in Italia, dal Gran Tour sette-ottocentesco (Il viaggio in Italia, Quando viaggiare era un’arte, Un paese di romantici briganti, Il viaggiatore raffinato), per spaziare poi su tutto il globo con Il viaggio in Oriente, Mercanti e avventurieri, Dove finiscono le mappe.

È il segno di un passaggio di interesse, di una raggiunta maturità anche nei confronti di una pratica, quella del viaggio, che dagli italiani è stata sempre considerata piuttosto una costrizione che una scelta. Ma è anche, come tutte le forme di bilancio che si possono fare sulle varie attività umane, il segno di un suggello finale, la manifestazione della coscienza che un’epoca, e un modo di interpretarla, è ormai finita. E che può essere rivissuta, e rimpianta, solo attraverso le tracce lasciate sulla carta.

 

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Bibliografia de “Lo zio Micotto e le cattive compagnie”

di Paolo Repetto, 2012

La bibliografia sull’anarchismo è naturalmente sterminata. Cito soltanto le opere che ho maggiormente utilizzato per questi scritti

ADAMO, P. – Camillo Berneri. Anarchia e società aperta – M&B

AA VV – Gli Anarchici – Classici del Pensiero, UTET 1985

AA VV – L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico 1 – Jaka Book 2012

BERNERI, C. –Epistolario inedito – Arch. Famiglia Berneri 1984

BERNERI, C. – Guerra di classe in Spagna – RL, Genova 1979

BERNERI, C. – Pensieri e battaglie – Parigi 1938, (RL Napoli 1945)

BERNERI, C. – Mussolini grande attore – Arch. Fam. Berneri 1983

BERNERI, C. – Umanesimo e anarchismo – E/O,1990

BERNERI, C. – Il lavoro attraente – Ginevra, 1938 (LiberLiber)

BERNERI, C. – L’ebreo antisemita – Parigi 1934 (LiberLiber)

BERNERI, C. – Il federalismo libertario – LiberLiber, progetto Manuzio

BERNERI, C. – Il cristianesimo e il lavoro – LiberLiber, progetto Manuzio

BERNERI, C. – L’emancipazione della Donna (La Garçonne e la madre) – 1926

BERTI, G. – Un’idea esagerata di libertà – Milano 1998

BERTI, G. – Il pensiero anarchico dal settecento al Novecento – Lacaita, 1998

CAFIERO, C. – Compendio del “Capitale” – Demetra, 1996

CANCOGNI, M. – Gli angeli neri; storia degli anarchici italiani – Firenze 1994

CARR, E. – Bakunin – Rizzoli, 2002

CASAS, J. G. – Storia dell’anarcosindacalismo – Jaka Book, 1975

DEL CARRIA, R. – Proletari senza rivoluzione – Savelli, 1975

DE MARIA, C. – Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo – Franco Angeli 2004

D’ERRICO, S. – Anarchismo e politica – Mimesis, 2006

EMILIANI, V. – Gli anarchici: vite di Cafiero, Costa, Malatesta, Cipriani, Gori, Berneri, Borghi – Milano 1973.

GUILLEMINAULT, G. /MOHÈ, A. – Storia dell’anarchia – Vallecchi, 1974

KROPOTKIN, P. – Memorie di un rivoluzionario – Feltrinelli 1961

KROPOTKIN, P. – La conquista del pane – Feltrinelli 1961

KROPOTKIN, P. – Il mutuo appoggio – Feltrinelli 1961

KROPOTKIN, P. – La morale anarchica– Stampa alternativa, 1999

JOLL, J. – Gli anarchici – Il saggiatore, 1970

MALATESTA, E. – L’Anarchia – Datanews, 2001

MALATESTA, E. – Individuo, società, anarchia – E/O, 1998

MANIAS, G. A. – Camillo Berneri tra Carlo Rosselli e Antonio Gramsci – Firenze 2007

MASINI, P. C. – Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta – Rizzoli 1969

MASINI, P. C. – Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati – Rizzol 1981

NATALINI, G. – Amilcare Cipriani, la vita come rivoluzione – Firenze Libri 1987

ORWELL, G. – Omaggio alla Catalogna – Mondadori 1982

PANI, F. / VACCARO, S. – Il pensiero anarchico – Demetra 1997

 

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La tentazione dell’inutile

Un’introduzione alla storia dell’alpinismo

di Paolo Repetto,28 febbraio 2012

A Franco, capocordata da sempre
Ad Augusta, a Stefano e a Giorgio,
portatori sani del virus della montagna

Quella che segue non è una storia dell’alpinismo. È un abbozzo di storia del rapporto fisico e spirituale intrattenuto dall’uomo con le montagne, con particolare riferimento al XIX secolo. Come tale è ben lungi dal pretendere di essere esaustivo: anzi, l’intento era quello incuriosire, di offrire degli “assist” per approfondimenti che poi ciascuno porterà avanti come vuole. Spero di esserci almeno in parte riuscito, e soprattutto di non annoiare gli amici che vorrebbero raccoglierli.

La tentazione dell'inutile copertina

E vanno gli uomini
Ri-scoperta e riappropriazione
L’assalto alla montagna
Finalmente in vetta
La montagna romantica
La montagna dipinta
La montagna illustrata
La montagna colonizzata
Mondi e monti lontani
Penne e piccozze
La guerra nell’Alpe
La guerra con l’Alpe
La morte dell’impossibile
Scendere a valle
Salire. Bibliografia essenziale per una letteratura dell’alpinismo
STORIA DELL’ALPINISMO
STORIA E ANTROPOLOGIA DELLA MONTAGNA
MONOGRAFIE SULLE PRINCIPALI VETTE
FILOSOFIA ED ETICA DELL’ALPINISMO
LETTERATURA ED ESTETICA DELL’ALPINISMO
BIOGRAFIE DI ALPINISTI
CLASSICI DELLA LETTERATURA ALPINISTICA
LETTERATURA ALPINISTICA MODERNA
NARRATIVA

E vanno gli uomini …

Amo di folle amore i monti fieri e sublimi!
[…] Non producono niente, sono inutili:
son solo belli, e la bellezza è un nulla
Ma io li amo più dei campi grassi e fertili
Ma lontani dal cielo – dove Dio non si vede.
Th. Gautier

Non si può chiudere questo racconto di viaggi, scoperte ed esplorazioni senza accennare a un risvolto solo apparentemente marginale: la conquista delle vette alpine[1]. È una vicenda particolare, rappresentativa di una estremizzazione, individuale o collettiva, dello spirito errabondo e conquistatore dal quale abbiamo preso l’avvio: ma esemplifica e testimonia anche la subordinazione progressiva della curiosità originaria a logiche economiche, strategiche e politiche che ne snaturano l’“innocenza”.

Mi soffermo su questa vicenda – anche se altrettanto significative, sia pure con ricadute diverse, potrebbero essere considerate l’esplorazione degli abissi marini, la corsa ai poli e la gara per lo spazio – intanto perché è maggiormente legata al periodo trattato nella mia narrazione, e poi perché quelli montani sono rimasti gli unici spazi abbordabili da tutti, nei quali il confronto con la natura ha conservato molte caratteristiche invariate; nei quali cioè quello spirito della sfida, ma anche della scoperta e della conquista, dal quale siamo partiti, ha ancora modo in qualche misura di esprimersi.

Questo a dispetto del fatto che l’interesse per la montagna e per la sua esplorazione non sia un carattere biologicamente radicato, e nemmeno si possa dire sia stato “storicamente” acquisito molto presto[2]; è piuttosto un portato della modernità, anche se non mancano le testimonianze di ascensioni impegnative affrontate in età medioevale o prima ancora in quella classica[3]. Vale il solito discorso: si possono retro-datare all’infinito i sintomi o gli indizi di una rivoluzione negli atteggiamenti mentali, ma in tal modo si forza il significato di avvenimenti occasionali e si perde di vista la novità prodotta dalla trasformazione.

In effetti, nella prima lunga fase di nomadismo che ha portato la specie umana a popolare tutti i continenti, e che in sostanza si è protratta sino al basso medioevo, le catene montuose non sono mai state considerate come mete: erano piuttosto degli ostacoli. Non si cercava la vetta, ma il valico. Gli storici antichi, da Erodoto a Strabone, ci raccontano drammatiche traversate di passi impervi piuttosto che epiche scalate. Lo scopo di eserciti, carovane commerciali, popoli migranti, pellegrini o viaggiatori solitari non era salire le montagne, ma lasciarsele alle spalle, compiendo rituali propiziatori prima di affrontarle e ringraziando per lo scampato pericolo dopo averle superate. Tutti i popoli dell’antichità, in qualsiasi parte del globo, hanno da sempre consacrato le vette a dimora della divinità (l’Olimpo, il Sinai, il Fuji, il Kailash, ecc.), per motivi facilmente intuibili, che vanno dalla maestà del paesaggio al mistero dell’ignoto, dal timore nei confronti di ciò che appare immensamente grande al fascino di cime che si nascondono tra le nubi e sembrano attingere, nel senso proprio di toccare, ad un’altra dimensione: e comunque ne vietavano la frequentazione agli umani. L’ostilità degli elementi, il pericolo costante e la difficoltà di sopravvivere alle alte quote costituivano già di per sé un notevole deterrente[4]: fino a tutto il XVI secolo i resoconti atterriti dei viaggiatori che valicano i passi alpini, da Benvenuto Cellini a Montaigne, da Francesco di Sales a John Evelyn, ci parlano solo dello spavento indotto dalle valanghe e dai crepacci. Ma la deterrenza veniva rafforzata e in qualche modo resa accettabile dalla superstizione. In tal senso, anche quando nel passaggio occidentale dall’età classica al medioevo il rapporto con la montagna ha cambiato nettamente segno, e le vette e tutto l’ambiente montano si sono popolati di presenze demoniache e le interdizioni si sono moltiplicate, si è rimasti nell’ambito del sacro: le divinità erano in fondo le stesse, anche se rilette in negativo dal monoteismo cristiano.

La salita in vetta costituiva comunque una “profanazione”, un gesto presuntuoso e sacrilego, sia in Oriente o nell’Occidente classico, dove si esigeva una devota reverenza per la dimora della divinità, sia nell’Occidente cristiano, che scorgeva in ogni dirupo e anfratto un ricettacolo di demoni e di mostri. Questo sacro timore finiva per investire, rovesciandosi in disprezzo, anche coloro che le montagne le abitavano, con le rare eccezioni riservate agli asceti o agli eremiti. I montanari sono stati bollati in tutte le epoche e nelle diverse aree come rozzi e primitivi, in qualche caso come subumani[5]: e le leggende relative all’uomo selvatico, universalmente presenti dalle Alpi alle Ande all’Himalaya, documentano la diffusione e la persistenza della considerazione negativa. Proprio tra queste genti, tra l’altro, che pure con la montagna e le sue insidie e i suoi misteri avevano maggiore dimestichezza, le superstizioni erano particolarmente diffuse: lungo tutto l’arco alpino sono centinaia i toponimi che rimandano alla presenza di giganti, di streghe, di draghi o di enormi serpenti, quando non addirittura del Diavolo in persona, magari esiliato nelle “ghiacciaie” per liberare i valichi (come accade ad esempio nel caso di San Bernardo e del passo omonimo), e tutto il massiccio del Monte Bianco era conosciuto fino al Settecento dai valligiani come “Montagnes Maudites”.

Ciò non toglie che vadano immaginati tra questi anche i primi salitori delle vette, trascinati dai lunghi inseguimenti di caccia o dalla ricerca di cristalli, o magari da rituali pagani sopravvissuti sotto le specie del folklore e del gioco.

Oltre alle interdizioni religiose, nel medioevo hanno senz’altro contribuito ad una particolare disaffezione nei confronti della montagna anche i cambiamenti climatici: l’irrigidimento del clima verificatosi tra il IX e il XIV secolo ha esteso i ghiacciai e resa decisamente più dura la vita oltre una certa altitudine[6]. In quest’epoca quindi, più che mai, e in Europa a differenza di quanto accade nelle altre parti del mondo[7], alle montagne vengono associati il male, il mistero e l’orrore, e la frequentazione delle zone che si trovano al di sopra dei limiti naturali della caccia o del legnatico viene letta non solo come un atto di sfida inutile e fine a se stesso, ma anche come un segnale di inclinazioni malefiche.

Se l’età medioevale sostituisce il demoniaco al divino, la vera e propria “desacralizzazione”, ovvero la sottrazione della montagna alla sfera religiosa, positiva o negativa che sia, e l’instaurazione di un rapporto se non laico, perché quello con la montagna non è mai tale, almeno disincantato, sono invece molto più tardi: occorre attendere l’età moderna[8].

Il primo alpinista moderno, sia pure solo in ispirito, è tuttavia un uomo medioevale. È Francesco Petrarca. L’aretino non compie una grande impresa: il Mont Ventoux, sul quale sale nel 1336, è in realtà un panettone dalla cima spelacchiata; l’ascesa è solo una lunga camminata, disturbata in prossimità dalla vetta da uno sferzante mistral. Ma è lo spirito quello che conta. Petrarca sale per il piacere di salire, di arrivare in vetta e di guardarsi attorno da lassù: “oggi, spinto solo dal desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza […][9]. Non ha la presunzione di “vincere” la montagna, perché si rende conto benissimo che la scalata è alla portata di tutti. Semmai vuole vincere la propria pigrizia, quella disposizione melanconica e inibente che chiama “accidia”, e che si nutre, a proprio alibi, anche dei tabù. Un pastore che lo incontra alle prime pendici del monte gli racconta di essere salito da giovane in vetta, e cerca di dissuaderlo: “ma cosa ci vai a fare? In cima non c’è niente”. E invece il Petrarca sulla cima trova se stesso, trova un significato proprio nello sforzo che si è imposto per violare un tacito divieto interiore. Nella lettera-relazione a Dionigi da Borgo San Sepolcro si affretta poi a rinnegare questo impulso, a deprecare la vanità delle aspirazioni umane: cita il celebre passo di Agostino ([…] e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, […] e trascurano se stessi) e cerca una giustificazione nel desiderio di approssimarsi di qualche metro a Dio. Ma la realtà è un’altra. Petrarca sa di aver compiuto un gesto di ribellione, di autonomia: ne ha un po’ paura, ma è arrivato comunque in vetta, e soprattutto lo racconta, lasciandoci il primo resoconto alpinistico della storia, inaugurando un genere e, con largo anticipo, una tendenza.

Dopo Petrarca, gli episodi di ascensioni testimoniate, alcune anche di difficoltà tecniche non indifferenti, si infittiscono, già a partire dall’ultima parte del medioevo. Le motivazioni sono le più disparate: può trattarsi di una pratica mistica o penitenziale (la salita nel 1368 di Bonifacio Rotario, che porta sulla vetta del Rocciamelone un trittico di bronzo), di un espediente militare (la traversata invernale del Kimmler Tauern compiuta da Rodolfo IV d’Austria nel 1363), di una curiosità estetico-scientifica (l’ascesa di Leonardo da Vinci al monte Bo), o di un gesto politico (la volontà di affermare un possesso integrale, fisico, e non solo teorico, del territorio sul quale si ha giurisdizione: la scalata del Mont Anguille, nel Delfinato, ordinata da Carlo VIII ad Antoine de Ville, nel 1492). Ma lo spirito dell’esplorazione fine a se stessa, quello per intenderci anticipato da Petrarca, è più tardo: si affermerà solo col Romanticismo. Per intanto la dissacrazione passa invece per un’altra via, quella della “riscoperta” scientifica della terra.

Ri-scoperta e riappropriazione

Nel 1555 Conrad Gessner, un naturalista svizzero, intraprende come gesto esplicito di sfida l’ascensione al monte Pilatus, vicino a Lucerna: va a gettare pietre in un lago che si riteneva abitato da draghi e da spiriti maligni[10]. Gessner è indubbiamente mosso dallo spirito antisuperstizioso della Riforma, ma è anche uno che scrive: “asserisco che è nemico della natura colui che non reputa le alte montagne degne di studio”. E, soprattutto, che quando aggiunge: “Le regioni più alte delle più elevate vette sembrano essere al di sopra delle leggi che regolano il mondo sottostante, quasi appartenessero ad una sfera diversa[11]” intende dire che le leggi fisiche operano in maniera diversa: la neve che sfida i raggi del sole, l’aria che è più limpida e rarefatta, i colori, la temperatura, ecc… Si apre un campo nuovo all’indagine, e non c’è posto per i draghi. Un amico di Gessner, Benedikt Marti, nella sua Courte description du Stockhorn et du Niesen (1557), oltre a ribadire la bellezza del paesaggio, la religiosità del silenzio, la salubrità dell’aria e dello stile di vita, arriva a proclamare la superiorità “civica” dell’uomo di montagna. Concetti analoghi sono rintracciabili in un poema del francese Jacques Peletier, La Savoye, del 1572. La montagna è innanzitutto il luogo della libertà, nel quale lo spirito può distendersi e spaziare: “Luoghi isolati, altezze vertiginose / gelidi paesaggi e sentieri gibbosi / Là dove, quanto più lo sguardo si trova prigioniero / più trova spazio e trova libertà[12].

Lo stesso spirito anima pochi anni dopo (1574) il “De Alpibus commentarius” di Josias Simler, altro svizzero, professore di esegesi neotestamentaria a Zurigo, che fornisce una descrizione storico-geografica di tutta la catena alpina. Simler dedica molta attenzione anche alle tecniche e ai problemi degli spostamenti in montagna, dando l’avvio ad una ricognizione, e quindi ad una secolarizzazione sistematica, del territorio, sia pure nei limiti di una conoscenza che è agli esordi: paradossalmente, infatti, in tutta la sua opera non viene mai citato il monte Bianco. È caduto un tabù, e se anche nel Seicento l’attenzione per il mondo alpino rallenta, perché una nuova repentina glaciazione prodottasi verso la fine del XVI secolo[13] si somma alle condizioni generali di insicurezza politica create dalla guerra dei Trent’anni e rende meno facili e frequenti gli spostamenti, la strada è ormai aperta. Sotto l’azione combinata della Riforma e della Controriforma, che mirano a sradicare ogni residuo di paganesimo superstizioso, delle scienze naturali che cercano di dare spiegazione dei fenomeni di cui parlava Gessner, e in particolare della nascente geologia, che proprio dallo studio delle rocce trae gli elementi per dilatare la profondità temporale del mondo, viene rimossa la patina protettiva di sacralità e si avvia la domesticazione delle cime.

La geologia come autonoma scienza della terra, svincolata da idee precostituite e da principi primi costitutivi dell’universo e dotata di metodi d’indagine propri, basati sull’esperienza in campo aperto e di ricerca sul terreno, nasce da un viaggio, da una fascinazione e da uno scarto[14]. Il viaggiatore è Thomas Burnet, un ecclesiastico inglese che compie nel 1671 il suo Grand Tour continentale, rimane affascinato dalle Alpi ed elabora sulla scorta di quell’esperienza una singolare teoria orogenetica, che viene enunciata nella Telluris theoria sacra del 1681. Secondo Burnet la terra era in origine perfettamente liscia e pianeggiante, e gli attuali rilievi e cicatrici, monti e fiumi, baratri e precipizi sono il risultato di una immane inondazione provocata dalla rottura della crosta terrestre. La terra non è dunque che un rozzo ammasso di rovine, un mondo in pezzi: ma proprio questo sfacelo è testimonianza della potenza divina.

Al di là della scontata conclusione, la teoria di Burnet contiene degli elementi di rivoluzionaria novità, soprattutto se confrontata con i Principia di Newton, apparso sei anni dopo, e con i cartesiani Principia Philosophiae di quarant’anni prima. Rispetto a entrambi, che trattavano il “problema montagne” (in sostanza: come si concilia il loro disordine con un cosmo perfettamente regolato da leggi eterne e immutabili? perché ci sono, a dispetto di un ordine universale che non le prevede?) da un punto di vista teorico-matematico, come variabili da far rientrare nel quadro ordinato di una lettura meccanicistica del mondo, e lo liquidavano o riconducendo la singolarità, l’irregolarità e la diversità dei fenomeni ad astratti modelli teorici, o attribuendole sbrigativamente ad atti divini non necessitanti di spiegazione, il vescovo inglese introduce il fattore “disordine”. Le montagne scompigliano il quadro, e non possono essere considerate solo un elemento di disturbo nella teoria, ma ne costituiscono addirittura la chiave. La rottura d’equilibrio postulata da Burnet all’origine della loro formazione, pur fissando la terra al momento in cui si era svolto l’evento catastrofico, ha il merito rispetto alla concezione di Newton di immettere comunque un cambiamento: è in qualche modo, molto timidamente, una storicizzazione. Le montagne sono riscoperte “nel tempo” e quel tempo non è ciclico, non è costituito dal ripetersi di eventi simili, ma lineare, profondo, irreversibile. Ciò che da Bacone in poi valeva per la storia umana, vale ora anche per quella naturale.

Ma c’è dell’altro: una concezione simile non può essere finalistica. Il mondo è un ammasso di rovine, non un’armoniosa costruzione. La potenza divina non opera necessariamente “al servizio” del mondo, finalizzata alla sua stabilità e al suo ordine: anzi, al contrario nel tempo la terra attraversa successive metamorfosi e alterazioni, ma il prodotto finale di ogni fase sono appunto solo rovine. Per capire tutto questo (Burnet non lo dice, ma lo pensa) le montagne bisogna vederle, conoscerle da vicino. Bisogna provare quello strano, contradditorio sentimento insieme di entusiastica attrazione e di fantastico terrore che fa dimenticare ogni estetica delle simmetrie per spingerti verso quella delle rovine.

Il nuovo concetto di “tempo della natura”, inconsapevolmente introdotto da Burnet nel momento in cui lo sgancia da quello umano, è comunque già maturo al momento della comparsa della Theory. Una dozzina di anni prima il danese Nicola Stenone ha fatto scandalo proponendo nei Prodomi[15] una lettura dell’origine dei fossili che prende spunto proprio dallo studio delle montagne. Ciò che si rinviene negli strati calcarei messi a nudo dalle frane o dall’erosione non sono giochini artistici cui si è abbandonato Dio, ma testimonianze di forme di vita antichissime, molte delle quali definitivamente scomparse, depositatesi nell’arco di tempi lunghissimi nei fondali marini e sollevate poi dai movimenti tellurici. Stenone è immediatamente costretto dalla reazione della chiesa danese a ritrattare le sue idee, ma queste vengono riproposte quasi contemporaneamente dall’inglese Hooke, e con diverso successo. Anche se ufficialmente, almeno sino ai primi dell’ottocento, la datazione dell’antichità del mondo rimarrà quella stabilita nel 1650 dal vescovo Ussher (per l’esattezza, il mondo è stato creato 4004 anni prima della nascita di Cristo)[16], di fatto gli studiosi, soprattutto quelli che come Burnet hanno l’occasione di un approccio diretto con le formazioni montuose più giovani, cominciano a pensare in termini di tempi ben più profondi. Nel 1695 Woodward pubblica il Saggio sopra la storia naturale della terra[17], col quale intende confutare l’ipotesi “catastrofista” di Burnet: ma nel farlo finisce a sua volta per mettere implicitamente in discussione il computo basato sulla interpretazione letterale della Bibbia.

Queste intuizioni sfoceranno, alla fine del secolo successivo, in due teorie orogenetiche contrapposte, il nettunismo di Werner e il plutonismo di Hutton. In questo dibattito lo studio delle montagne farà la parte del leone e fornirà la chiave interpretativa di tutta la storia della terra[18]: per il momento però importa cogliere un altro nuovo portato dell’approccio di Burnet. Lo scienziato deve andare alla montagna, se vuole comprendere davvero il senso profondo. Deve quindi farsi esploratore, e l’esplorazione, oltreché geografica, si fa storica. Nasce una nuova figura, quella del naturalista-viaggiatore, che si applica ad una indagine non più solo orizzontale, di superficie, ma verticale, di profondità e di altitudine, e quindi storica. Lo stesso Woodward pubblica nel 1696 un manualetto contenente Brevi istruzioni per fare osservazioni in ogni parte del mondo[19], nel quale si spiega cosa osservare, come e con quali strumenti. Ci aveva già pensato più di un secolo prima Bacone, e lo faranno cinquant’anni dopo anche Linneo, con l’Instructio peregrinatoris[20], e in Italia Lazzaro Spallanzani. Nel 1849 verrà pubblicato in Inghilterra addirittura un volume collettaneo di istruzioni, affidato per le diverse discipline ai più eminenti protagonisti degli studi scientifici, da John Herschel per l’astronomia a Hooker per la botanica, a Richard Owen per la zoologia. Lo stesso Darwin redige la parte relativa alla geologia. In tutte queste opere uno spazio sempre più considerevole, mano a mano che i protocolli delle diverse scienze si definiscono, è riservato alla vulcanologia e all’orogenetica.

L’assalto alla montagna

Il vero e proprio assalto alle vette scatta nel Settecento, ed è preceduto nella prima parte del secolo da un totale ribaltamento nella percezione del paesaggio montano: da luoghi del maleficio e del proibito le montagne si avviano a diventare gli scenari ideali di un più genuino rapporto con la natura, e conseguentemente, tra gli uomini. I fattori che concorrono al mutamento radicale di prospettiva sono svariati e complessi, e hanno incidenza diversa rispetto alle diverse culture. Alcuni sono di ordine squisitamente pratico, legati ad esempio all’opera di rilevazione cartografica del territorio avviata dai sovrani, in particolare da Luigi XIV e dal suo ministro Colbert, a fini amministrativi, strategici e fiscali. A cavallo tra il Sei e il settecento l’area alpina sud-occidentale è aspramente contesa tra la Francia e il Ducato di Savoia, con gli Svizzeri partecipi e preoccupati spettatori: risale a questo periodo la costruzione dei più importanti sistemi di fortificazione dei valichi e delle cime (da Fenestrelle a Exilles). La conoscenza del territorio si rivela in tal senso determinante: nella battaglia dell’Assietta i francesi perdono 6.000 uomini perché non hanno idea della conformazione del terreno dello scontro. Pur non comportando di per sé alcun coinvolgimento emozionale, la ricognizione “strategica” delle montagne contribuisce fortemente a laicizzarne l’immagine e ad abbattere i residui tabù psicologici e fisici (ad esempio, quello della impossibilità di sopravvivenza per lunghi periodi alle alte quote).

C’è poi il crescente successo della Svizzera (soprattutto di Ginevra) nella considerazione da parte dell’opinione pubblica (prima inglese e poi francese e germanica), che con effetto alone si allarga successivamente a tutta la zona alpina. I monti che fanno corona ai laghi e alle piccole e virtuose comunità calviniste sembrano preservare queste ultime dagli influssi negativi del resto del continente, appaiono come un baluardo della purezza religiosa e della libertà politica. E conseguentemente, con il diffondersi della moda del Grand Tour, che sguinzaglia in giro per l’Europa e porta a contatto con le Alpi i giovani irrequieti rampolli delle classi dominanti inglesi, le montagne vere, il regno delle nevi eterne, sono visti con uno sguardo nuovo, curioso e disincantato.

I viaggiatori d’oltremanica colgono dell’ambiente montano l’aspetto pittoresco, attraverso una percezione sentimentale che è stata educata lungo il XVII secolo dalla disposizione “libertina” nei confronti del nuovo e del diverso: quella che fa scrivere ad Addison, che inaugura idealmente nel 1701 l’elenco dei nuovi pellegrini settecenteschi, che le Alpi “sono interrotte da così tanti salti e precipizi da riempire la mente di una gradita forma di orrore e costituire uno degli scenari più irregolari e disarmonici della terra[21]. Si fa strada il sottile e ambiguo piacere dell’orrido. Addison stesso fa riferimento peraltro alle impressioni di un “gradevole stupore della mente” riportate dai viaggiatori che lo avevano preceduto negli ultimi anni del ‘600, come il vescovo Burnet o il letterato John Dennis (“Ho la sensazione di essere transitato, in senso letterale, sull’orlo della distruzione. La percezione di ciò produsse in me […] un delizioso orrore, una terribile gioia, e godendone immensamente, al tempo stesso tremavo”). Ma è lui a fissare lo stereotipo che informerà per tutto il secolo le lettere e i resoconti di viaggio dei “touristes” britannici, a prescindere dalla direzione che daranno alle loro impressioni. Thomas Gray riconcilierà il paesaggio alpestre con la presenza divina, alla maniera di Burnet (“ci sono scenari che indurrebbero un ateo a credere senza bisogno di altri argomenti”), mentre a Lady Montague “l’aspetto prodigioso delle montagne coperte di nubi eterne, le nubi sospese sotto i piedi […]”, tutto ciò sembrerà “solenne e dilettevole”. Il tutto mitigato appena da un realistico appunto, molto femminile: “se avessi sofferto meno per il freddo”.

La contemplazione meravigliata non tarda però a lasciare il posto all’azione esplorativa. Quattro decenni dopo Addison una bizzarra pattuglia di giovani scavezzacollo britannici, guidati da un aristocratico cultore della boxe, William Windham, e da un ricco borghese giramondo, Richard Pococke, spediti sul continente dalle rispettive famiglie per tenerli lontani dai guai, invece di limitarsi ad ammirare le Alpi dalle sponde del Lemano sale a calpestare le “nevi eterne”. Sfidando lo scetticismo dei valligiani guadagnano la Mer de Glace, scendono sul ghiacciaio e a dispetto dello spirito da bravata che li anima aprono la strada all’esplorazione vera e propria. Già l’anno successivo infatti la loro spedizione è ripetuta da uno studioso ginevrino decisamente più serio, Pierre Martel, che sale con lo scopo preciso di studiare la struttura del ghiacciaio e di fornirne una descrizione scientifica. Martel incarna un’ulteriore motivazione, quella fornita dal crescente interesse per la glaciologia, sia in rapporto alle controversie scientifiche di cui faremo cenno sia in ragione di un fenomeno, quello dell’avanzata dei ghiacciai, che aveva assunto una tangibile e preoccupante rilevanza pratica, dopo che nel 1712 un intero villaggio era stato inghiottito, con i suoi abitanti, da un improvviso sommovimento ed altri erano stati frettolosamente abbandonati.

Queste due ascensioni, delle quali lo stesso Martel pubblica più tardi a Londra una relazione congiunta (1742)[22], sono significative del duplice percorso lungo il quale si svilupperà d’ora innanzi l’approccio con la montagna. Quello britannico, “umanistico” e curioso prima, sportivo e avventuroso poi; e quello continentale, o franco-svizzero, scientifico e filosofico. Windham e Pococke salgono armati di pistole, pugnali e bottiglie di buon vino, e una volta sul ghiacciaio si divertono a saltare i crepacci; Martel è accompagnato da un pittore e da un biologo, si porta dietro un barometro, col quale calcola l’altitudine e i dislivelli, compie osservazioni naturalistiche, esegue rilievi topografici e abbozza una classificazione geografica delle cime circostanti il mare di ghiaccio, oltre a darne una prima rappresentazione iconografica.

La “seriosità” dell’approccio continentale si riscontra anche nei suoi esiti letterari e filosofici. Le montagne esordiscono da protagoniste nella letteratura dell’Europa continentale (mentre in Inghilterra rimangono a margine, a fare da sfondo o confinate nel genere “letteratura di viaggio”) nel 1732 con il poema Die Alpen, di Albert von Haller; vengono poi consacrate da Rousseau nella Nouvelle Héloïse del 1761 e trovano un appassionato cantore e propagandista nel pittore, naturalista, storico ed etnografo Marc-Theodore Bourrit. Haller ripropone tutti gli stilemi descrittivi del paesaggio montano già fatti circolare dagli inglesi, compreso il fascino esercitato dal “terrificante”: ma ci aggiunge lo stereotipo del montanaro povero e virtuoso, in contrapposizione al cittadino corrotto (laddove Windham, dieci anni dopo, descrive gli abitanti di Chamonix come imbroglioni, ostili e poco amanti della fatica)[23]. E sarà questo stereotipo a caratterizzare, soprattutto nella versione di Rousseau (che in verità amava assai poco la montagna e i montanari, ma aveva letto Haller) l’immagine letteraria del secondo settecento. (“Sulle alte montagne dove l’aria è pura e sottile, la respirazione è più agevole, il corpo più agile, lo spirito più sereno, i piaceri meno ardenti, le passioni più moderate. Le meditazioni assumono lassù non so che carattere grande e sublime, proporzionato agli oggetti che ci colpiscono, una non so che voluttà tranquilla che non ha niente di acre e di sensuale. Si direbbe che, alzandosi al di sopra del soggiorno degli uomini, ci si lascino tutti i sentimenti bassi e terrestri, e che a mano a mano che ci si avvicina alle regioni eteree, l’anima sia toccata in parte dalla loro inalterabile purezza[24]). A monte (è il caso di dirlo) c’è l’illuminismo, con l’interesse nuovo per la diversità dei costumi, delle leggi, delle credenze, e con l’uso polemico della contrapposizione.

È comunque l’approccio scientifico ad informare i primi veri tentativi di ascensione. Gli studi geografici e naturalistici, soprattutto quelli dedicati all’inesplorata dimensione dei ghiacciai, si moltiplicano nella seconda metà del secolo, e vanno ad inserirsi nella fioritura di interesse per la ricerca geologica e orogenetica. Nell’ottica di una scientificità finalizzata agli aspetti pratici, l’Enciclopedie riserva alla natura dei ghiacciai e alle cause della loro formazione uno spazio prevalente all’interno della trattazione delle montagne[25]: e anche la Royal Society, autorevolissimo indicatore degli interessi e delle sensibilità prevalenti nella ricerca, ospita numerose comunicazioni relative alle Alpi, incentrate però in particolare sul problema della misurazioni delle altitudini. Nel complesso la montagna viene letta come depositaria della storia geologica, una storia molto profonda, che rimanda ad ere incredibilmente lontane: ed essendo nel frattempo comparse opere che mettono in discussione l’interpretazione biblica dei tempi e dei modi della formazione della terra, il supporto “documentario” offerto dalla morfologia alpina diventa determinante. Nel 1741 Anton Lazaro Moro pubblica a Venezia De’ crostacei e degli altri marini corpi che si truovano sui monti, che conosce larga diffusione anche fuori d’Italia e può essere considerato l’atto battesimale della moderna paleontologia[26].

Con le acquisite credenziali di luoghi per eccellenza deputati allo studio dell’antichità della terra le montagne conoscono, soprattutto nella seconda metà del Settecento, un nuovo tipo di frequentazione. Ogni scienziato che si rispetti, quale che sia il campo di interesse specifico, dalla fisica alla biologia, alla mineralogia, deve pagare un qualche tributo alle cime.

In questo periodo due studiosi si distinguono per la continuità e la sistematicità dell’interesse dedicato all’orografia, alla geologia e in definitiva a tutte le peculiarità naturalistiche dell’ambiente alpino: Horace Benèdict de Saussure nelle Alpi Occidentali e Déodat de Dolomieux in quelle Orientali. Il primo soprattutto diventa, assieme a Bourrit, ma con intenti più scientificamente fondati, il promotore di un vero e proprio assedio al Monte Bianco, e ispirerà direttamente (anche mettendo in palio un premio) l’assalto finale. Il secondo incarna nella sua più compiuta fenomenologia la nuova figura dello scienziato-viaggiatore: nel corso di un quarto di secolo percorrerà le Alpi palmo a palmo, in una serie di escursioni condotte spesso in solitaria, animate da una determinazione ferrea e sorrette da un fisico instancabile.

 

Finalmente in vetta

Nel 1786 arriva la capitolazione di quella che è diventata la montagna simbolo e l’ossessione di De Saussure. I primi due salitori, Jacques Balmat e Michel Paccard, dovrebbero puntare secondo il mandato di De Saussure alla misurazione della pressione barometrica in vetta e alla conseguente determinazione dell’altitudine, piuttosto che alla conquista. In realtà non sono mossi dagli stessi intenti. Paccard, medico e naturalista dilettante, ha già effettuato diverse ascensioni significative mirate a verifiche sperimentali, e ha dato prova in più occasioni di una rara onestà intellettuale e di una motivazione scientifica genuina. Balmat, cercatore di cristalli, ha in mente solo il primato e la ricompensa. È inevitabile che ne nasca una diatriba sulla paternità della conquista, relativa in particolar modo all’individuazione della via. La prima salita del Monte Bianco è quindi all’origine anche della prima polemica, e inaugura un costume di antagonismi che accompagnerà poi sempre l’alpinismo.

L’anno successivo alla prima, De Saussure ripete l’ascensione portandosi dietro uno stuolo di studiosi e una strumentazione adeguata. Ma se l’ufficialità scientifica è stavolta pienamente rispettata (“Nel momento in cui raggiunsi il punto più alto della neve che sovrasta quella vetta la calpestai più con collera che con un sentimento di piacere. Del resto, il mio scopo non era soltanto quello di raggiungere il punto più alto; dovevo soprattutto compiere le osservazioni e gli esperimenti che, soli, davano un senso a quel viaggio”)[27], la conquista della cima è diventata in realtà da subito una gara sportiva. De Saussure stesso, e come lui Bourrit, al di là dei trionfali proclami rilasciati in nome della scienza all’indomani della salita di Paccard e Balmat, nei quali non mancano di sottolineare i loro rispettivi ruoli di ispiratori e di organizzatori, sono in realtà alquanto dispiaciuti di non essere stati della partita (e questo spiega il credito ingiustamente dato alla versione dei fatti di Balmat, che in effetti, non essendo uno scienziato, dava loro meno ombra). Pochi anni dopo lo stesso Alexander von Humboldt, prototipo dello scienziato puro, mosso solo dalla volontà di toccare con mano, di sperimentare sulla propria pelle, non riesce a celare, dietro il suo aplomb razionalistico, l’orgoglio di essere salito sul Chimborazo ad una altitudine mai toccata prima da altri uomini (e che non sarà superata per oltre mezzo secolo).

Questo spostamento di obiettivo è d’altro canto naturale: eseguite una volta le misurazioni, al massimo replicate una seconda per la conferma, la salita a scopo scientifico ha esaurito la sua significatività. E infatti la terza ascensione al Bianco è compiuta da un gentiluomo inglese, che il barometro non ce l’ha, ma vuole semplicemente provare a farcela. Quelle successive non fanno che confermare il prevalere di nuovi moventi alle scalate: il fascino romantico dell’avventura e l’imperativo della moda. Nel 1808 sale in vetta la prima donna, Marie Paradis, una valligiana amica di Balmat, e trent’anni dopo la prima nobildonna, Henriette d’Angeville, una regina dei salotti parigini[28]. In mezzo ci sono decine di altre salite, e nel 1820 anche la prima tragedia, con tre alpinisti sepolti da una valanga; ciò che invece di dissuadere dai tentativi di ascensione sembra aumentarne il richiamo, aggiungendo il fascino ambiguo del rischio. Nascono naturalmente anche le polemiche nei confronti di una moda che a molti appare assolutamente insensata: nelle riviste dedicate ai viaggi, che verso la metà del secolo si contano già a decine, e sulla stampa quotidiana, si comincia a giocare sugli effetti sensazionalistici. Quando gli incidenti e le tragedie si infittiranno la stessa regina Vittoria chiederà a Gladstone di intervenire in qualche modo per scoraggiare i cittadini inglesi dal mettersi a repentaglio per un assurdo capriccio: solo per sentirsi rispondere che sono liberi di giocarsi la pelle come vogliono, e che tutto sommato le Alpi sono una buona palestra per gente destinata a costruire degli imperi. Resta comunque ferma la dominanza inglese: trentasette delle prime cinquanta ascensioni, tra il 1786 e il 1854, sono di viaggiatori britannici: e tra il Monte Bianco e il Cervino, ma in pratica lungo tutta la fascia alpina occidentale, per le guide e per i valligiani chiunque ami scalare le montagne è “un inglese”.

L’Ottocento vede però anche nascere una nuova generazione di scienziati-alpinisti, per lo più franco-svizzeri, esemplarmente rappresentati da Louis Agassiz. Accompagnato da una pattuglia di studiosi giovanissimi Agassiz dimora per diverse estati successive sul ghiacciaio svizzero di Unteraar, in un pittoresco rifugio ricavato sotto una sporgenza rocciosa e destinato a diventare famoso come Hotel des Neuchatelais, per compiere studi sulla composizione e stratificazione del ghiaccio e soprattutto sui suoi movimenti, e a tempo perso scala vette come la Jungfrau e il Wetterhorn. Per certi aspetti la sua motivazione è più simile a quella di Wyndham che a quella di De Saussure: la vetta è un corollario, la vittoria è proprio la sopravvivenza al di sopra della quota delle nevi eterne. Con uno spirito analogo si muove James D. Forbes, vero e proprio esploratore, fisicamente poco adatto alla pratica alpinistica vera e propria, ma determinato a percorrere alla maniera di Dolomieu la fascia alpina occidentale dal Delfinato e dalla Savoia al massiccio del Bianco e al gruppo del Rosa, identificando e percorrendo tutti i valichi possibili. Come Agassiz, presso il cui hotel soggiorna anche per un breve periodo ma del quale non condivide le teorie sull’origine glaciale delle vallate alpine, Forbes vive la fase eroica, genuina e spensierata della nuova passione per la montagna, ancora indenne dai guasti della moda e dall’esasperazione competitiva. La prima parte del secolo offre un florilegio aneddotico e una galleria di personaggi incredibili, per l’incosciente entusiasmo col quale affrontano una natura tutt’altro che facile e per la strabiliante fortuna che li assiste in imprese che, stanti le condizioni, le conoscenze e l’equipaggiamento dell’epoca appaiono oggi eccezionali.

Nel corso delle sue peregrinazioni sui ghiacciai della Brenva e del Miage[29], Forbes conosce e frequenta anche alcuni dei pionieri dell’alpinismo italiano. Si tratta di personaggi come l’alagnino Giovanni Gnifetti, primo a raggiungere la cima del Rosa che oggi porta il suo nome, e il valdostano Georges Carrel, salitore dell’Emilius (quest’ultimo è in contatto anche con molti altri alpinisti inglesi, da Tyndall a Tuckett, a Coolidge, e con lo stesso Agassiz). In comune essi hanno, oltre alla passione per la montagna, il fatto di essere dei sacerdoti.

Il ruolo dei curati di montagna, dei canonici, degli abati, nella scoperta e nella “domesticazione” delle montagne è fondamentale[30], sia sotto il profilo dell’azione alpinistica vera e propria, sia per il ruolo svolto nella promozione dell’immagine dell’ambiente alpino. Il parroco svizzero Elie Bertrand, in una serie di Saggi sull’utilità delle montagne[31] pubblicati quasi un decennio prima de La Nouvelle Heloïse, sostiene che “i monti sono la testimonianza dell’armonia del mondo”: è il ribaltamento della teoria di Burnet e delle spiegazioni dei catastrofisti, oltre che di quelle di Voltaire. Ma è soprattutto il segno di un atteggiamento positivo verso la montagna che caratterizza tutto il mondo ecclesiastico delle vallate alpestri. Questo atteggiamento ha diverse spiegazioni: in primo luogo è legato ad una più ampia azione della Chiesa, di matrice controriformistica, volta a liquidare le sacche di credenze popolari paganeggianti o le forme di religiosità deviata che resistono in particolare proprio nelle vallate alpine, in ragione del lungo isolamento in cui queste ultime hanno vissuto e del fatto che in esse hanno trovato rifugio durante il medioevo alcuni tra i più importanti movimenti ereticali, dai valdesi ai dolciniani. Le autorità ecclesiastiche sono determinate a riprendere (o a prendere per la prima volta) il controllo di queste aree, e agiscono col tramite di un clero locale ben diverso da quello del seicento, formato attraverso percorsi culturali più severi e legato alla propria parrocchia da vincoli di origine e da obblighi di ufficio più stretti.

Mentre altrove il processo di secolarizzazione avviato dai sovrani illuminati estromette gradualmente il clero dai ruoli civili, in queste zone, e persino nell’area orientale delle Alpi, quella di pertinenza asburgica, avviene il contrario. Il clero rurale svolge mansioni di registrazione anagrafica, di prima conciliazione, di tramite con le autorità e la burocrazia di valle, oltre a curare la memoria storica e a vigilare sulla pubblica moralità. Queste nuove figure di sacerdoti, dotate di una cultura superiore ed impegnate anche nell’alfabetizzazione dei fedeli, finiscono per essere quasi necessariamente sensibili al nuovo spirito illuministico-scientifico, per cui spesso coltivano interessi naturalistici a buon livello, e trovano in essi lo stimolo all’esplorazione di montagne e ghiacciai.

C’è infine una terza ragione, legata allo spirito campanilistico. I curati si fondono in un tutt’uno con le popolazioni dei villaggi loro affidati, e ne sposano, o a volte addirittura ne stimolano, rivalità, ambizioni, retaggi. In più di una situazione li troviamo ad organizzare ascensioni, o a condurle in proprio, per conquistare le vette circostanti prima degli abitanti (e dei curati) dei villaggi vicini. È un movente tutt’altro che trascurabile, che ad un certo punto, quando si afferma l’alpinismo turistico e sportivo, assumerà anche significati economici. Il futuro di un paese o di una valle, la sua appetibilità turistica e quindi il suo sviluppo, sono legati anche alla fama delle sue guide e ai diritti di prelazione sulle vette che queste si sono conquistati.

Oltre ai curati, un ruolo fondamentale lo svolgono naturalmente i monaci, i canonici e gli abati dei diversi ospizi posti al culmine dei valichi alpini. I più attivi, e i più famosi, non fosse altro che per l’aura particolare costruita attorno a loro dalla letteratura romantica, sono naturalmente quelli dell’Ospizio del San Bernardo, che quotidianamente vivono a contatto con un ambiente selvaggio e al cospetto di scenari suggestivi, e finiscono inevitabilmente per subirne il richiamo[32]; ma lo stesso vale per quasi tutti i religiosi che vivono negli avamposti sparsi ai piedi o nel cuore delle montagne, che sono naturalmente portati ad esplorarle e a conquistarsi dalle vette uno sguardo d’assieme.

Sul piano della pratica “alpinistica”, poi, gli esempi di religiosi impegnati nell’ascensione alle vette sono innumerevoli, e riguardano l’intero arco della catena. Nella zona del Bianco abbiamo già incontrato nel 1779 l’abate Murith sulla vetta del Velan (3734 m): nel vallese opera Jean-Maurice Clément, salitore nel 1788 della Dent du Midi (3260 m), possessore di un’enorme biblioteca specializzata nei resoconti di viaggio e di esplorazione ed amico personale di De Saussure (che a casa di Clement quasi ci lascia la pelle, per essere stato colpito in testa proprio da uno dei tomi dei suoi Voyages dans les Alpes); nel salisburghese e poi nella valle dell’Isonzo si esercita l’alpinismo preromantico di Valentin Stanig, facente parte del gruppo dei primi salitori del Grossglokner, ma autore anche di numerosissime prime ascensioni in proprio. Nei Grigioni troviamo a partire dal 1792 Placidus Spescha, un monaco benedettino che segna decine di prime ascensioni oltre i tremila metri, tra le quali lo Stocgron (3418 m), quasi sempre in solitaria perché non trova nessuno che voglia accompagnarlo; che viene deportato in Tirolo per ragioni politiche (simpatizza per la rivoluzione) e ne approfitta per scalare le montagne di quella zona, trascinandosi dietro altri preti; che a settanta e passa anni compie l’ennesimo tentativo (ci aveva già provato altre sei volte) di vincere il Tödi (3614 m), arriva sotto la vetta e spinge a salirla i due cacciatori che lo avevano accompagnato; che scrive infine una Guida per intraprendere viaggi tra i monti piena di ottimi consigli, anche perché legati ad una incredibile serie di esperienze, e di incidenti, dal fulmine alle slavine, vissuti sulla propria pelle.

Potrei citare altre decine di esempi. Ma quel che importa è sottolineare come questi sacerdoti da un lato rappresentino e guidino la reazione locale alla nascita dell’alpinismo, fungendo da mediatori tra i touristes e la popolazione locale, offrendo informazioni, procurando le guide, spesso accompagnando loro stessi gli stranieri. E come siano anche i primi a cogliere il risvolto economico che l’alpinismo può indurre, i benefici che possono derivare alla popolazione delle comunità alpine[33]. Dall’altro, come testimonino quel particolare interesse per le montagne che caratterizza la politica della Chiesa, espresso inizialmente nelle iniziative di singoli mossi da un misto di interesse scientifico, di competitività e di spirito religioso, e che in seguito si definisce più ufficialmente, per il potenziale educativo e morale, e quindi di controllo, che la frequentazione organizzata della montagna può offrire. Se ne riparlerà a proposito dell’associazionismo.

La montagna romantica

Il successo della corsa al Monte Bianco si riverbera comunque ben presto, in termini tanto di promozione “alpinistica” che di ingresso nell’immaginario collettivo, sull’intera catena alpina. Prima del 1860 sono state ormai scalate tutte le principali vette oltre i quattromila, eccezion fatta per il Cervino[34]. Il resto lo fanno la pittura e la letteratura romantica, che scoprono la morbosa attrazione del pericolo e della fatica: la montagna torna mistero, ma mistero da violare e da svelare.

Sono i romantici a fare della montagna un autentico topos letterario, sia nell’ambito di una più generalizzata sensibilità per tutti gli aspetti della natura, sia per le valenze fortemente simboliche che la montagna e l’ambiente montano possono rivestire[35]. Col Romanticismo giunge a compimento quella rivalutazione che era iniziata alla fine del Seicento con Burnet e con i catastrofisti, e che porta a rileggere “in positivo” ciò che prima era visto come negativo, il disordine e la complessità della natura selvaggia e irregolare. Questi aspetti non vengono negati o minimizzati: vengono anzi enfatizzati. “Lontano in alto, trafiggendo il cielo infinito / il Monte Bianco appare – calmo, innevato e nitido – / i monti suoi vassalli ammassano attorno / le loro forme non terrene, ghiaccio e roccia … in che congerie orrenda / sono ammassate le sue forme! Ruvide, nude e alte, / spettrali, deturpate e infrante” scrive Shelley[36]. Ma l’enfasi sulla “congerie orrenda”, su caratteristiche come la solitudine tetra, i siderali silenzi, la verticalità densa di minacce, e sui contrastanti sentimenti che esse inducono è congeniale a quell’estetica del sublime che travalica ogni canone e si nutre non di statiche armonie e di regolarità geometriche, ma del dinamismo scomposto e dell’irregolarità[37].

Per i romantici questo tipo di percezione è riservato a pochi, solo agli animi capaci di un più alto sentire, che proprio per questo vivono a disagio nella quotidianità meschina e ripetitiva e trovano invece conforto negli spazi misteriosi e solitari, depositari di arcani e incanti, o anche semplicemente adatti ad una liberazione e ad una ripartenza per un’esistenza nuova, autentica. Shelley infatti aggiunge: “Questo deserto ha una sua lingua misteriosa / che insegna un dubbio terribile, o una fede così dolce, / così solenne e serena, che solo grazie ad essa / l’uomo può essere riconciliato alla natura; superbo monte, la tua voce può abrogare / vaste leggi di frode e di dolore; non tutti la comprendono / ma i saggi e i grandi e i buoni / l’interpretano, o la fanno sentire, o la sentono profondamente”. L’ambiente inquietante, irregolare, misterioso, diventa simbolo della perfezione originaria, primordiale, non contaminata dall’opera di “valorizzazione” dell’uomo: oppure specchio dell’animo irrequieto, testimone e partecipe del conflitto spirituale che lo spinge a fuggire la vista degli umani[38]. “Alfine eccomi in pace! – Che pace? Stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è tronchi¸ aspri e lividi macigni¸ e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati” fa dire Foscolo a Jacopo Ortis. “[…] La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo regno tutti i viventi”: o almeno tutti coloro che non hanno l’animo predisposto a coglierne, nella solitudine e persino nella desolazione, la superiore grandezza.

Lo scenario montano, quello svizzero per la precisione, fa da sfondo all’opera più significativa di questo modo di sentire, il Frankenstein dell’altra Shelley, Mary. “Al tramonto scorgemmo catene immense e dirupate che ci dominavano da ogni parte, e udimmo il rumore del torrente che scorreva tra le rocce e si frangeva in mille cascate … mano a mano che ci portavamo più in alto la valle assumeva un aspetto meraviglioso”. Ma non è solo un fondale: per il protagonista è una sorta di grembo originario cui tornare: “Il peso che gravava sulla mia anima si alleggeriva mano a mano che mi addentravo nella gola dell’Arve. Le montagne e i vertiginosi strapiombi che mi circondavano da ogni parte, il rumore del torrente che infuriava tra le rocce e lo scroscio delle cascate intorno mi parlavano di una forza immensa come l’Onnipotente […] Persino i venti sussurravano con accenti sommessi e la natura materna mi invitava a non piangere più”. Per la sua creatura è un luogo d’elezione, il regno della desolazione dove trovano rifugio i reietti, i banditi dalla società. Entrambe le facce del “doppio” umano (tematica che sarà sviluppata poi da Stevenson e da Wilde), quella avida di conoscenza e quella oscura della trasgressione disumanizzante, sono chiaramente simboleggiate nell’ambivalenza dell’ambiente montano.

Non tutti, naturalmente, sono così entusiasti. Chateaubriand dice che “ai paesaggi di montagna si attribuisce un carattere sublime, che deriva probabilmente dalla grandezza delle cose. Ma … perché possiamo godere della loro bellezza, devono trovarsi nella giusta prospettiva; altrimenti tutto, forme, colori, proporzioni, svanisce. In mezzo alle montagne, poiché siamo vicini all’oggetto, e poiché il campo ottico è troppo ristretto, le dimensioni, necessariamente, si riducono […] La tanto decantata grandezza delle montagne è reale solo per la fatica che vi costa[39]. Da buon bretone preferisce evidentemente il mare: ma il suo stizzito disincanto, che si allarga anche agli abitanti, coglie nel segno quando mette in rapporto il piacere procurato dalla montagna con il suo costo in fatica e con la sensazione e l’orgoglio di esserselo pienamente guadagnato[40].

Nemmeno Hegel, prima di lui, si era fatto commuovere dalla “monotona rappresentazione” di “massi eternamente morti[41]. Forse pesano sul suo giudizio le aspettative create dai resoconti dei viaggiatori tedeschi che lo avevano preceduto: ma è anche vero che nell’economia del suo viaggio alle radici dello Spirito le montagne non rappresentano assolutamente nulla, non rivestono alcun significato simbolico o concettuale. Per Hegel la vita è essenzialmente attività, e l’attività ha da essere produttiva, e non c’è nulla di meno “produttivo” della scalata di un monte (ma anche della sua contemplazione).

Al tramonto della stagione romantica la montagna è comunque ancora protagonista in un delizioso racconto di Adalbert Stifter, Cristallo di Rocca (1845)[42]. Lo spunto è offerto da un’escursione compiuta dall’autore in compagnia di Friederich Simony, un geografo e geologo amante delle scalate e dei ghiacciai, un emulo di Agassiz. Simony gli parla di una meravigliosa grotta di ghiaccio che ha scoperto nelle sue peregrinazioni invernali sul ghiacciaio, e Stifter ne fa il luogo centrale di una vicenda piena di pathos e di incanto, nella quale la natura alpestre è rappresentata senza forzature o idealizzazioni, dura e pericolosa, ma non matrigna.

Qui la bellezza della montagna non è data dalla grandiosità, ma al contrario, da una quotidianità armoniosa e ripetitiva, che proprio per questo dà sicurezza. “Tutto l’anno, d’estate e d’inverno, s’affaccia sulla valle con le sue rocce sporgenti e le sue distese bianche”: se ne ha quindi una percezione ben diversa da quella del viaggiatore alpinista che la incontra all’improvviso e viene per violarla. Stifter descrive così la piccola comunità del villaggio: “tutti gli abitanti formano un mondo a sé. Si conoscono tutti per nome e sanno le storie di tutti dai tempi del nonno e del bisnonno, si affliggono tutti se uno muore, sanno come si chiama se uno nasce, parlano un linguaggio che differisce da quello del piano, hanno le loro liti, che appianano da sé, si aiutano tra loro e si riuniscono tutti quando avviene qualcosa di straordinario”. È, né più né meno, la comunità ideale cui facevano riferimento gli anarchici del Giura, che a quanto pare tanto utopisti non erano: non volevano cambiare il mondo, volevano semmai che non cambiasse.

In alcuni passaggi il racconto sembra ambientato in una boccetta di vetro natalizia, di quelle che capovolte creano l’effetto di caduta della neve: “possono comodamente guardare attraverso le finestre il paesaggio invernale, dove cadono lentamente i fiocchi di neve o un velo di nebbia fascia le montagne o scende all’orizzonte il freddo sole color sangue”. Ma altrove si ritorna alla prosa: “La montagna, oltre ad essere la meraviglia del paese, dà anche un utile reale agli abitanti, ché quando arriva una comitiva di alpinisti per darne la scalata partendo da quella valle, gli abitanti fanno da guida, ed essere stato una volta guida, aver sperimentato questo e quello, conoscere questo e quel punto, è un segno di distinzione che ognuno è fiero di mettere in mostra”.

Il romanticismo dei monti aspri, minacciosi e solitari ha fatto il suo tempo, e Stifter paradossalmente, mentre descrive un ambiente e un paesaggio che saranno quelli ripresi e diffusi per tutto il secolo a seguire da cartoline e calendari illustrati, ne decreta anche la fine, cominciando ad intravvedere le potenzialità turistiche ed economiche che alla montagna e ai suoi abitanti si schiudono (o volendo, che su di essi incombono).

All’evoluzione dell’immagine letteraria si accompagna quella della colonna sonora che viene associata all’ambiente alpestre. Luogo del silenzio per eccellenza, la montagna ha, per chi si rende disponibile ad ascoltarla, una sua voce, che non può essere trasmessa altrimenti che con la musica. Il romanticismo offre in questo senso la formula perfetta: assomma la disposizione ad interpretare ogni aspetto della natura secondo una superiore consonanza spirituale ad una acutissima sensibilità musicale.

Il primo approccio con la musica della montagna passa naturalmente attraverso il recupero di quegli strumenti, di quei suoni e di quelle melodie che caratterizzano la cultura delle popolazioni alpine, e che fino a tutto il settecento sono stati considerati troppo rozzi per poter essere associati alla grande musica, o vi sono entrati come curiosità e concessione bizzarra ad un gusto barbaro. Solo dopo Rousseau i canti di montagna, le composizioni tipiche (la ranz des vaches), gli strumenti musicali della tradizione vengono recuperati e integrati in un disegno molto più ampio di “riabilitazione” dell’ambiente naturale, antropologico e culturale montano. Nel 1805 vengono addirittura istituiti a Berna dei corsi di corno di montagna, che diventa anche il simbolo della confederazione elvetica.

Questi suoni, queste melodie sono dunque fatti propri e riproposti, in genere attraverso un’opportuna rielaborazione, ma spesso anche nella loro semplicità originaria, dalla musica “colta” romantica. Al di là dell’interesse per l’aspetto folklorico, che è connesso al recupero della cultura popolare, e quindi anche alla costruzione o ricostruzione di una identità nazionale, agisce nei romantici l’attenzione alla maestosità degli scenari e alle suggestioni sonore che dall’ambiente montano possono venire, tanto se inteso come territorio ostile, infido e pericoloso (il rumore della valanga) quanto nella sua accezione bucolica (la voce del ruscello affidata al pianoforte nei lieder di Die Schöne Mullerin, di Franz Schubert). L’approdo della montagna alla grande musica passa quindi per un doppio canale. Da un lato attraverso l’ambientazione: l’ambiente alpestre ritorna con regolarità, nelle forme musicali più diverse, dalla sinfonia alla sonata (la Pastorale di Beethoven, Die Berge di Schubert), al melodramma (il Guglielmo Tell di Rossini, il Manfred musicato da Schumann, l’Aroldo di Berlioz), al poema sinfonico (Una notte sul monte Calvo di Musorgskij, la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss), alla romanza (Le chant du Berger di Meyerbeer); dall’altro, strettamente correlato al primo, attraverso l’utilizzo delle sonorità vocali e strumentali e delle tipicità melodiche. Haydn (e dopo lui moltissimi altri) introduce il corno di montagna, Mahler arriva a utilizzare i campanacci delle mucche nell’organico orchestrale.

La montagna ha inoltre spesso un ruolo fondamentale per l’ispirazione creativa: Richard Strauss e Mahler, per esempio, sono compositori che alla montagna non devono soltanto singole suggestioni, ma della sue atmosfere hanno bisogno per vivere e per pensare. Accade per i musicisti quel che vedremo accadere per i pittori: una volta viste le Alpi non riescono più a togliersele dal cuore. Quanto a farle entrare in quelli altrui, oltre ad ottenere un risultato “promozionale” la musica ha il valore di una consacrazione del ribaltamento di immagine: diventando metafora del sublime le montagne entrano a pieno diritto in quella dimensione spirituale alta e ristretta alla quale per sua natura la musica attinge.

La montagna dipinta

A partire dalla metà dell’‘800 (potremmo anche stabilire una data esatta, il 1853, che è per inciso proprio quella della pubblicazione di Cristallo di rocca), la montagna cessa di essere uno spazio di riferimento per eccentrici ed entra davvero nell’immaginario (e nel desiderio) collettivo. Il Monte Bianco comincia a godere di un’improvvisa popolarità anche tra le fasce sociali escluse dal Grand Tour, e tutto questo è dovuto all’intraprendenza di un giornalista, naturalmente inglese, Albert Smith, che consacra la propria esistenza al sogno di scalare la montagna e che una volta toccata la vetta se ne erge a profeta. Tornato in patria Smith affitta una sala e per nove anni, con duemila repliche, propone ai suoi concittadini uno spettacolo “panoramico” che ha per tema proprio la salita, con proiezioni di lanterna magica, camosci e cani vivi o imbalsamati, rifugi alpini di cartone e tutti gli ammennicoli che servono a creare un’atmosfera pseudo-alpina. Il successo è enorme, e gli emuli si moltiplicano. Solo due anni dopo arrivano in vetta le prime macchine fotografiche, e partono le prime mostre itineranti.

Qui occorre però aprire una parentesi e fare un passo indietro. Smith ha pubblicizzato il Monte Bianco presso il grande pubblico, ma non ne ha certo inventata l’iconografia. Allo stesso modo, la scoperta del paesaggio alpestre nella pittura non è prerogativa della sensibilità romantica. Anche in questo caso si possono trovare gli indizi di un mutamento nei modi della percezione già a partire dal medioevo, dallo stesso Giotto, anche se i paesaggi assumono una verosimile fisionomia alpina solo nel Rinascimento[43]. Ciò accade principalmente perché la fioritura italiana richiama dal Nord una quantità di artisti che per raggiungere la penisola, da qualunque paese provengano, devono valicare le Alpi. E si tratta di un’esperienza che lascia tracce profonde.

Lo constatiamo già con Albrecht Dürer, che mette sullo sfondo del suo autoritratto o di alcuni dipinti religiosi cime innevate e ghiacciai. Per Leonardo poi il paesaggio montano diventa un vero e proprio campo di ricerca, tanto da indurlo, come abbiamo già visto, a salire in vetta al monte Bo (che non si sa bene quale sia, perché con questo nome era indicato genericamente all’epoca tutto il massiccio del Rosa). Le sue montagne, quelle famosissime della Vergine delle Rocce ma soprattutto quelle che sono oggetto di studi specifici, realizzati con matite rosse, manifestano un’idea di intima potenza e contemporaneamente di equilibrio. Leonardo intuisce le forze che sommuovono dall’interno la terra, calcola quelle che la levigano dall’esterno e ne riproduce l’equilibrio, in una concezione armonica. Al contrario, la violenza delle forze naturali appare ancora incontrollabile nelle tele e nelle pale di Lucas Cranach e di Albrecht Altdorfer: l’atteggiamento protestante nei confronti di Dio si manifesta nel misto di stupefazione e di terrore di fronte alla potenza distruttiva che egli può scatenare. In compenso si avverte benissimo che quelle rappresentate sono montagne “culturali”, lette nella Bibbia piuttosto che conosciute.

In chi l’ha vissuta da vicino, in Brueghel il Vecchio ad esempio, la montagna diventa incantesimo (si veda Cacciatori sulla neve). Il passaggio delle Alpi lo ha impressionato al punto da indurlo, sulla via del ritorno, ad un soggiorno prolungato, per catturare in una corposa serie di studi e schizzi le immagini montane che riverserà nei fondali delle sue tele più suggestive.

Il gusto secentesco del paesaggio fa invece nuovamente sparire la montagna dietro le quinte: c’è piuttosto la ricerca di ambientazioni storiche ben definite, o ricreate e inventate, con una focalizzazione sui personaggi, sul primo piano. Soltanto i fiamminghi prestano attenzione allo sfondo: ma sono i panorami delle Fiandre o della Zelanda. Nel passaggio al Settecento lo sguardo degli artisti si apre nuovamente su prospettive spaziali più ampie, ma vengono predilette ambientazioni armoniche, equilibrate, idealizzate: il modello è quello dell’idillio campestre di Poussin. Le eccezioni, costituite da Salvator Rosa o da Vermeer, guardano più ad una natura marina di falesie e scogli che ad un ambiente montano. È tuttavia proprio il primo, che conosce in Inghilterra un grande successo postumo, a diffondere il gusto per paesaggi in cui rocce e rovine si confondono, quasi un corrispettivo visivo delle teorie catastrofiste di Burnet. Ne Il sogno di Giacobbe, ad esempio, le rocce hanno una funzione teatrale, scenografica, e non riflettono affatto il sentimento della natura: quello che viene evocato è piuttosto il senso di solitudine del protagonista.

In compenso, la scoperta dei ghiacciai avviene prima sulla tela che nei testi scientifici. Le immagini dei fronti dei ghiacciai corrispondono perfettamente a quell’ideale artistico di grandezza e semplicità che Winckelmann predicava invitando all’imitazione dei classici. A raffigurarli sono naturalmente pittori svizzeri come Felix Meyer o Ludwig Abuli, o il già citato Marc-Théodore Bourrit: ma a dare loro dignità di vero e proprio topos estetico è soprattutto Caspar Wolf. A dispetto di una concezione “spettrale” della montagna, e dei ghiacciai in particolare, Wolf tiene a bada il sentimentalismo e non scade nel gioco dell’orrore: i suoi paesaggi montani sono luminosi, aperti, immersi in una sorta di siderale silenzio. La sua pittura prelude a quella sorta di “riconsacrazione”, questa volta artistica, che delle montagne farà Caspar David Friedrich.

Il primo grande paesaggista alpino è comunque Jean-Antoine Link, che raffigura esclusivamente la catena del Bianco, da ogni possibile punto di vista. Link supera le rappresentazioni imprecise e fantasiose dei suoi predecessori, per fissare invece in innumerevoli acquarelli e tempere la realtà “geologica” delle montagne, i seracchi, le pareti, i nevai, le morene, i crepacci: lo fa con uno sguardo sobrio e libero da ogni costrizione canonica o stereotipo preromantico. La precisione e la definizione dei particolari sono frutto di lunghe e solitarie sedute di contemplazione e di trasposizione in schizzi della natura nella sua nudità. Linck non vuole esprimere alcuna particolare filosofia paesaggistica, alcuna simbologia; nelle sue rappresentazioni il senso è già intrinseco alla natura rappresentata. L’esatto opposto di quanto fa Friedrich.

Friedrich non è mai stato sulle Alpi, e lo si capisce subito: anche le sue vedute da Chamonix sul monte Bianco sono riprese da stampe dell’epoca. Eppure quell’idea “platonica” di montagna che cerca espressione (e tutto sommato la trova) nelle sue tele, e che non è mutuata da nessuna precedente modalità di rappresentazione, ma le riassume tutte, è entrata nell’immaginario collettivo a rappresentare non una forma, ma una essenza. Nella sua immaginazione le montagne coperte di ghiaccio bluastro si trasformano in una metafora del lontano, dell’inaccessibile: coglie leopardianamente della natura una certa frigidità, la tristezza e il vuoto, cose che nessun pittore che disegni dal vero coglierà mai. È il rapporto di attrazione-repulsione che abbiamo visto adombrato anche nella letteratura dell’epoca, in tutti i generi, che vanno dal romanzo gotico alla Shelley sino alle fiabe e alle leggende su misteriose (e malvagie) regine delle nevi.

William Turner invece le Alpi le ha attraversate, e come Brueghel ne ha tratto un’impressione indelebile. Nell’estate del 1802, a ventisette anni, quando già è considerato il miglior paesaggista inglese, lascia per la prima volta la Gran Bretagna per raggiungere il continente, e in particolare l’Italia. L’anno precedente ha scoperto i paesaggi montuosi della Scozia e del Galles, e le montagne lo hanno letteralmente affascinato. Ora, di fronte allo spettacolo grandioso e sempre diverso che giorno dopo giorno le Alpi gli offrono, non sa più da che parte guardare: riversa le sue emozioni in schizzi rapidissimi, in carboncini, in guazze e in acquerelli, che saranno poi in parte tradotti sulle tele, ma che meglio ancora trasmettono nella loro immediatezza il senso di gioia e di stupore che non lo abbandona per tutto il viaggio. Turner non può neppure immaginare quale successo avranno queste immagini; una volta tornato in patria dovrà dipingerne una miriade di copie per soddisfare le continue richieste dei clienti, e il suo sguardo entusiasta e nostalgico contribuirà in maniera determinante ad influenzare l’immaginario collettivo. E nemmeno immagina quanto la lezione cromatica e formale delle Alpi segnerà per sempre la sua tecnica.

Nessun pittore prima di lui, e nessuno dopo di lui, è in effetti riuscito a trasmettere in maniera così autentica ed immediata le sensazioni dettate dalla grandezza delle montagne, dalla loro anche brutale bellezza, dalla solitudine. Turner esplora nel dettaglio tutta la regione, e la sequenza dei suoi scorci diventa una sorta di diario fotografico di viaggio. Ma ciascuna immagine ha forza propria; ci parla ora della calma serena dei laghi di Thun, Brienz e Ginevra, ora dell’asprezza del Monte Bianco, della tortuosità delle gole, dei valichi innevati, dei massi erratici e dei pascoli. Il risultato complessivo è quello di una sommessa ma stupefacente epopea della natura alpestre. Le Alpi rimarranno per lui un ricordo così forte che trentaquattro anni dopo, ormai anziano, vorrà tornare nei luoghi che tanto lo avevano impressionato, con l’obiettivo di portare a compimento l’esplorazione dell’area del Monte Bianco e della Valle d’Aosta.

L’esecutore testamentario di Turner (non solo ideale, perché riceve questo mandato, per quanto concerne l’immensa collezione di schizzi e abbozzi e acquerelli ricavati dai viaggi sulle Alpi, direttamente dall’artista) è John Ruskin. Ruskin ha maturato proprio sulle tele di Turner un vero culto estetico per il paesaggio e per il mondo alpestre, prima ancora di incontrarli in Italia. Nel 1833, a 14 anni, soggiorna per la prima volta a Chamonix, e da questo momento le Alpi diventano per lui un appuntamento fisso e l’oggetto primo della sua celebrazione della bellezza. Non ha né il fisico né il carattere dell’alpinista, e non salirà mai oltre i tremila metri: ma non manca di percorrere in lungo e in largo tutta la catena occidentale, attraversando valichi e ghiacciai e interessandosi, oltre che alla natura, agli abitanti, alle tipologie abitative, alle tradizioni e ai mestieri artigianali. Guarda alle montagne come un artista e a chi le abita come un antropologo, ma anche come un riformatore politico, sociale e morale che elegge a modello proprio i ritmi e i modi della vita alpigiana. L’unica cosa che non lo interessa, e che anzi lo esaspera, sono le imprese degli scalatori: “Considerate le Alpi stesse, che così appassionatamente i vostri poeti hanno amato, come alberi da cuccagna, sui quali vi ritenete in dovere di salire per poi discenderne lanciando urla di gioia. Quando non potete neppure più urlare […] riempite il silenzio delle valli con il vostro fracasso e tornate a casa, rossi per l’orgoglio, e così felici da singhiozzare convulsamente per la vanità soddisfatta”.

Le pagine migliori dedicate da Ruskin all’estetica delle montagne si trovano nel quarto libro dei Modern Painters (1856) e nel Sesame and Lilies (1865). Ecco un frammento della descrizione del Cervino, che a ragione egli considerava il capolavoro delle Alpi: “Il luogo è così immutabile, così silenzioso, così al di là non solo della presenza dell’uomo ma anche di quella dei suoi pensieri, così sprovvisto di ogni vita di albero o di erba, e così incommensurabile nella sua raggiante solitudine di una morte maestosa, che sembra un mondo dal quale si sia ritirata ogni presenza umana e anche spirituale, e dove gli ultimi arcangeli, innalzando quei monti a monumenti funerari, si siano sdraiati nella luce del sole per un eterno riposo, ognuno avvolto in un drappo bianco […] Le pareti del Cervino […] non sono avanzi di guglie frastagliate che cedono, lastra per lastra, strato per strato, ad un’usura continua. Sono al contrario un monumento inalterabile, apparentemente scolpito da lunghissimo tempo, e di cui tuttavia le immense muraglie conservano la forma del primitivo aspetto. Si innalzano come un tempio egizio dal delicato frontone, dalle tinte sfumate, su cui da epoche remote si levano e tramontano i soli che proiettano sempre, da est a ovest, la stessa linea d’ombra […]”.

È l’occhio di un architetto, di un esteta e di uno storico dell’arte quello che si esercita sulla natura alpina. Soprattutto è l’occhio di chi le montagne le ha amate prima ancora di conoscerle davvero, attraverso le suggestioni letterarie o iconografiche; come tale non può fare a meno di leggerle col filtro costante della citazione, di caricarle del rimando ad altro. Ma questo, come abbiamo già visto, è appunto il destino della montagna, in ogni epoca: ciascuno vi trova esattamente ciò che vi porta[44].

Anche in quelle più remote. Il nuovo sguardo col quale si coglie la montagna non rimane infatti confinato alle Alpi. L’orizzonte cui volgerlo si dilata immediatamente. Agli inizi dell’Ottocento due intrepidi viaggiatori, Alexander von Humboldt e Aimée Bompland, rientrano in Europa reduci da un viaggio “alle regioni equinoziali” (vale a dire nell’America Latina) durato cinque anni. Hanno risalito fiumi, attraversato deserti, convissuto con giaguari, mosquitos e caimani, ma soprattutto hanno percorso in lungo e in largo la parte settentrionale della catena andina. Hanno anche stabilito un record di altitudine, scalando il Chimboranzo sino a 5.900 metri e arrestandosi solo a poche centinaia di metri dalla vetta. Tornano portando con sé decine e decine di “vedute” panoramiche, che andranno a formare l’Atlas pictoresque annesso agli studi compiuti da von Humboldt su ogni aspetto naturalistico, antropologico, geografico e politico delle aree visitate.

Humboldt ha idee particolari sull’uso della veduta. Il paesaggio deve trasformarsi per lui da idea estetica in concezione scientifica: in un indistinto nel quale gli oggetti convivono come avvolti in una leggera nebbia, che fa da collante per suggerire una organica armonia. E sono soprattutto le montagne, a partire dal Pico de Teide, a Tenerife, 3.700 metri scalati quasi di corsa, fino al Chimborazo e agli innumerevoli vulcani saliti sulle Ande e in Messico, a fornirgli il materiale più interessante per lo studio, ad esempio, della distribuzione della vegetazione alle diverse altitudini, o per quello delle stratificazioni rocciose. L’Atlas Pictorésque è redatto con queste finalità, ma acquisisce una sua autonomia estetica e diventa un classico dell’iconografia montana; assieme alla relazione di viaggio costituirà per i viaggiatori della prima metà del secolo una sorta di Bibbia. Non ce n’è uno (Darwin per primo) che non lo citi tra i suoi libri ispiratori.

L’esempio di Humboldt è contagioso. Tutta una schiera di studiosi e di pittori formatisi sui suoi testi si riversa in America latina. Sono in gran parte tedeschi, da Johann Moriz Rugendas a Carl Gustav Carus: ma sono anche statunitensi, primo tra tutti Frederic Edwin Church, che dai suoi viaggi sulle Ande trae tele di enormi dimensioni, come Nel cuore delle Ande e Monti dell’Ecuador, e le espone poi al grande pubblico in mostre-evento che riscuotono un grande successo (Smith ha fatto scuola molto rapidamente). Attraverso Humboldt, ma anche nella prospettiva di un buon ritorno economico, gli americani imparano a guardare con occhi nuovi la natura e il paesaggio che li circonda.

Anche la parte settentrionale del continente ha infatti le sue montagne, per molti versi più spettacolari delle Ande. Non hanno ancora conosciuto la popolarità delle Alpi perché per tutta la prima metà dell’800 continuano a costituire una barriera, e sono battute da personaggi ben diversi dagli aristocratici perdigiorno inglesi. A renderle famose e ad ammantarle di mito ci pensa però dopo la metà del secolo un gruppo di artisti che accompagna e a volte precede lo spostamento ad occidente della frontiera: i pittori della Hudson River School.

Il più prolifico e quotato è Albert Bierstadt, originario della Prussia ma trasferitosi presto in America, e di lì poi tornato a studiare pittura in Germania per qualche anno. Bierstadt è quindi cresciuto tanto alla scuola di Friedrick quanto a quella dei pittori dello Hudson: nei confronti di questi ultimi ha il vantaggio di una tecnica molto più raffinata, oltre che di uno sguardo “storicamente” educato. Il resto ce lo mette lui: si accoda ad una spedizione militare che attraversa il continente, poi gira per conto proprio a fotografare e a realizzare schizzi delle meraviglie naturali che incontra. Racconta gli spazi immensi della Sierra Nevada e della Yosemite Valley[45], dove tutto, dagli alberi alle pareti a picco è malato di gigantismo: e lo fa con uso sapiente, anche se un tantino esagerato, della luce. Il risultato è davvero spettacolare, e talmente emozionante che in seguito al successo riscosso dalle vedute della Yosemite tutta l’area sarà dichiarata parco nazionale[46]. Quella che riversa nelle sue numerosissime tele (più di quattrocento) è l’idea di una natura immane ma benevola, nell’ambito della quale le montagne non costituiscono un ostacolo ma una corona, una barriera protettiva posta a guardia di piccoli angoli di paradiso terrestre: ma ciò che a noi più importa, è che Bierstadt già a partire dal 1860 queste vedute le fa girare, le porta in tour per tutti gli States e poi in Europa, raggruppandole a costituire un fantastico diorama che incontra un notevole successo. Dopo l’operazione di Smith rispetto al Monte Bianco, questa è la consacrazione definitiva dell’uso spettacolare, e per ricaduta turistico, della veduta montana. Prelude immediatamente all’uso promozionale e pubblicitario.

 

La montagna illustrata

Infatti. Una volta violate le altitudini proibite, calpestate le cime vergini, dissacrata la montagna liberandola dei suoi sortilegi e dei suoi demoni e recuperandola ad una consuetudine non più timorosa e penitenziale, la si va ora a riempire di significati economici, culturali ed anche politici nuovi. L’ingresso della veduta montana nelle alte sfere dell’arte ha un suo corrispettivo a livello “popolare”, tra la metà del XVIII e quella del XIX secolo, nella proliferazione di immagini-souvenir, inizialmente piccole stampe ad acquaforte e bulino, destinate ai “signori escursionisti” che vogliono portarsi a casa un ricordo di quanto hanno visto, ma più ancora una sorta di certificazione del viaggio che hanno compiuto (quello che un tempo era il sigillo del pellegrino. Per i più arditi ci sono dei veri e propri “certificati di ascensione”, almeno relativi al Monte Bianco). Queste vedute, che privilegiano gli aspetti canonici del paesaggio alpino (le cascate, gli orridi, le cime, i panorami, gli alpeggi) si standardizzano velocemente e sono le immediate precorritrici della cartolina e della foto-ricordo. In fondo, gli acquarelli di Turner ne erano soltanto una versione di livello artistico superiore.

Quando la colonizzazione turistica e commerciale delle montagne si consolida, dopo la metà dell’800, le immagini passano ad assolvere anche ad un altro ruolo, quello della pubblicizzazione dei prodotti immediatamente legati al turismo di montagna (gli alberghi) o alle tradizioni alimentari (liquori, formaggi, ma anche profumi ed essenze). E ciò consente un’istruttiva lettura di come il nuovo mito positivo della montagna si intersechi con i sistemi di valori socio-culturali che scandiscono le tappe successive dell’avanzata del moderno.

In una prima fase l’immagine pubblicitaria punta essenzialmente a trasmettere un messaggio bucolico, caratterizzato da alcuni elementi fissi (vette e ghiacciai sullo sfondo, castelli arroccati o deliziosi masi in campo medio, pastorelli o animali, o il prodotto pubblicizzato, in primo piano) e comunque dall’assoluto protagonismo della natura. I nomi stessi dei prodotti suggeriscono la provenienza da luoghi di per sé garanti di purezza e genuinità, spacciano l’appartenenza ad una tradizione connaturata e strizzano l’occhio ad una idea di vita sana e morigerata, di virilità e salute degli abitanti che ne sono gli originari consumatori e produttori. Non solo: quel che viene venduto, proprio per la relazione con un ambiente comunque difficile, isolato rispetto alle normali vie di traffico, in qualche modo esotico, è anche un concetto di rarità. Quindi l’immagine risulta completamente ribaltata rispetto agli inizi del settecento: ciò che viene dalle montagne è genuino, è bello, è raro ed è quindi prezioso.

Con la nascita delle prime catene alberghiere e l’estensione delle reti ferroviarie parte verso la fine del secolo il reclutamento dei turisti. Il veicolo è in questo caso soprattutto il manifesto pubblicitario, che ha tra le caratteristiche peculiari quella di portare in primo piano proprio il luogo da pubblicizzarsi: la montagna non fa più da sfondo, ma diventa essa stessa protagonista dell’immagine. Si passa dalla pubblicizzazione dei derivati del mondo alpestre a quella dell’Alpe stessa: e ciò paradossalmente induce una ulteriore standardizzazione. Per esercitare un immediato richiamo l’immagine deve accordarsi il più possibile con lo stereotipo iconico della montagna ormai invalso: quello della piramide di roccia e ghiaccio. È Friedrich, piuttosto che Turner, a fornire il modello ideale: quello reale è offerto dal Cervino.

Quest’ultima immagine mitica della montagna è però giocata dalla pubblicità anche su un altro versante. Se all’assalto della montagna c’è l’uomo, e se è lui, nella veste eroica dell’alpinista e dell’esploratore, il protagonista, l’associazione simbolica si fa più sottile e si sovrappone alla rappresentazione naturalistica. Ad essere pubblicizzati non sono più luoghi o sapori, ma valori: anzi, uno specifico valore, quello della virilità. La moderna frequentazione della montagna è stata connotata da subito in senso molto “maschio”, ma questa virilità viene accentuata proprio nel periodo che stiamo considerando, di pari passo con la focalizzazione dell’interesse da parte del mondo alpinistico sulle difficoltà, sulle performances sportive, sulle tecniche, e con l’abbandono di ogni motivazione o pretesto naturalistico, scientifico o antropologico. Le immagini commerciali di liquori, ad esempio, o di energetici come il cioccolato, puntano sul doppio nesso virilità uguale ardimento e ardimento uguale rischio; il nesso ulteriore è quello col prodotto, che aiuta a superare il pericolo, o consente di celebrarlo degnamente una volta scampato.

In questa direzione l’immagine della montagna che viene proposta non è più quella idilliaca di un grembo accogliente, ma quella maschia di una palestra di ardimento, superba e bellissima, ma nemica. In fondo non è che la traduzione per il grande pubblico della filosofia di Lammer, di Rey, di Welzembach e di tutti i protagonisti dell’“alpinismo eroico” che andremo a conoscere, banalizzata quanto si vuole, ma efficace nel creare l’assuefazione ad un linguaggio icastico e nell’educare a valori perentori. E questa è la direzione che verrà percorsa, come vedremo, da un altro tipo di propaganda, quella politica, e soprattutto da quei sistemi totalitari che la propaganda impareranno ad utilizzare in maniera massiccia. La retorica del sacrificio, del coraggio e della conquista trovano nella montagna un repertorio sterminato: il gesto eroicamente virile dell’impresa sportiva è anche funzionale ad un addestramento militare.

Una parziale mediazione tra le due immagini pubblicitarie della montagna, quella eroico-sportiva e quella idillico-pastorale, che corrispondono poi all’immaginario diffuso e contribuiscono a loro volta a corroborarlo, verrà imposta a partire dagli anni trenta dalla comparsa del turismo sciistico. Lo sci è una pratica sportiva, e la sua immagine necessita di rimandi all’azione, alla velocità: ma, a differenza dell’alpinismo, non può far leva su una forte connotazione virile. Anzi. Lo sci di massa, quello turisticamente più significativo, promette le facili emozioni della discesa, non la dura conquista della salita: è aperto a tutti, non seleziona élites fisicamente e spiritualmente “superiori”: e deve quindi diversificare il messaggio, pubblicizzare la sua universalità inserendo nell’immagine presenze femminili e alludendo ad una possibile fruizione familiare. Anche gli sfondi debbono suggerire una libertà condizionata, quella di cui si gode sulle piste, e comunque una natura addomesticata, pendii rasati anziché dirupi o pareti. Da questa mediazione nasce una nozione completamente diversa dell’andare in montagna, agli antipodi di quella coltivata, ad esempio, in quegli anni da Julius Evola[47]. “L’alta montagna è luogo propizio al manifestarsi dell’impersonalità attiva, in quanto ci abitua ad un’azione che fa a meno degli spettatori, e di un eroismo che rifugge dalla retorica e dal gesto”.

Nell’iconografia della stampa periodica prevale invece decisamente la versione “tragico-spettacolare” dell’immagine della montagna. In tutta l’Europa sono diffuse già a partire dalla metà dell’Ottocento riviste “specializzate” come la Revue des Deux Mondes o il Giornale illustrato dei viaggi, o semplicemente popolari come Le Petit Journal e Le Petit Parisien in Francia, o La Tribuna illustrata e più tardi La Domenica del Corriere in Italia, che giocano sugli effetti di richiamo emozionale delle immagini di copertina: e la montagna, soprattutto i drammi che vi si consumano, si presta benissimo sotto questo profilo a suscitare forti sensazioni e ad alimentare altrettanto forti polemiche. I periodici illustrati dell’epoca ci vanno a nozze, proponendo tutte le possibili varianti della tragedia, corde spezzate, valanghe, assideramenti, ecc…, senza trascurare i pericoli legati alla fauna selvatica, assalti di lupi, aquile che rapiscono bambini, orsi, persino stambecchi impazziti. Riesce difficile oggi, a palati assuefatti a vivere in diretta gli eventi più drammatici e spettacolari, valutare il peso enorme che questa iconografia ha nella creazione di una sensibilità “borghese” o popolare per la montagna, quella che dopo la metà dell’ottocento rimpiazza l’aristocratico understatement dei touristes inglesi. Anche se qualche volta, molto più raramente, vengono celebrate le imprese alpinistiche, con bandiere nazionali sempre in bella vista, e durante i conflitti vengono raccontate le audaci imprese degli alpini, dei Chasseurs des Alpes o dei Kaiserjager, la reiterazione dell’immagine drammatica contribuisce a creare una distanza tra quel mondo di pazzi e di incoscienti che vanno a rischiare la pelle e il mondo normale; anziché avvicinare le masse alla fruizione alpinistica della montagna, le allontana. E nello stesso tempo, quando agisce in positivo, quando cioè crea interesse e curiosità, lo fa soprattutto negli animi più irrequieti, e prepara la strada ad una concezione “eroica” che tornerà a rappresentarsi la montagna come nemica.

Esemplare è la vicenda del Cervino. La tragedia della cordata di Whymper viene enfatizzata tanto dalla stampa inglese, che come abbiamo visto si fa portavoce della preoccupazioni per l’insana passione dei giovani britannici, sia da quella continentale, per motivi meno nobili: gli italiani per sottolineare che la vera vittoria è quella di chi è salito e ridisceso indenne, i francesi, gli svizzeri e i germanofoni per stigmatizzare come le richieste dei clienti britannici siano sempre più esasperate e la loro incoscienza di fronte al pericolo metta a repentaglio le vite delle povere guide. Gustave Doré dipinge un paio d’anni dopo la Sciagura sul Cervino, un dittico nel quale al momento della gloria e della superbia fa drammaticamente da contraltare quello della tragedia, rappresentata quasi come una punizione inflitta dalla potenza della montagna ai piccoli esseri umani che l’hanno profanata. È una sorta di prototipo al quale faranno riferimento tutti gli illustratori successivi, che tradurranno in un linguaggio iconico semplice e stereotipato la percezione romantica del mistero e del rischio. Lo faranno come portavoce di un perbenismo borghese che rifiuta l’idea del pericolo corso gratuitamente, ma nell’accondiscendere alla fame di spettacolarità dei lettori contribuiranno a costruire attorno alla montagna e ai suoi sfidanti un’aura in cui si mescolano pazzia, coraggio e sprezzo del pericolo, e della quale in fondo l’ambiente alpinistico si compiace. Tanto che ad un certo punto, da Lammer in poi, la farà volutamente propria.

 

La montagna colonizzata

Nel corso dell’800 le Alpi diventano il “terreno di gioco dell’Europa”, secondo la definizione di Leslie Stephen[48]: in realtà sono per tutta la prima metà del secolo, e quasi sino alla fine della seconda, il terreno di gioco dei rampolli dell’aristocrazia e della borghesia d’oltremanica a caccia delle emozioni offerte dal nuovo “turismo di montagna”. Ma a partire dagli anni sessanta comincia a cambiare il significato che al gioco viene dato: il “turismo di montagna” lascia il posto all’alpinismo. Nello stesso anno in cui Whymper vince il Cervino una cordata britannica scala il versante italiano della Brenva, e poco dopo è la volta della parete est del Rosa. Non si cercano più le cime, ma le vie più ardite alle cime; non ci si accontenta più di salire le normali al semplice scopo di raggiungere la vetta e gustare il panorama, ma ci si rivolge ai versanti ed alle pareti vergini, e ciò, assieme ad una professionalizzazione di sempre maggior livello delle guide, e successivamente anche alla rinuncia alle guide stesse, sancisce il passaggio dall’esplorazione allo sport. Il livello delle difficoltà affrontate sale dal terzo al quarto grado superiore, e l’attenzione si sposta sulle grandi pareti glaciali nelle Alpi Occidentali e su quelle di roccia delle Dolomiti. L’approccio sportivo ha ragione anche di quelle cime che per la loro difficoltà non erano state salite nel periodo precedente (il Dru, il Grépon, la Torre Winkler, ecc…).

I nomi associati a questi prime sono quasi tutti inglesi: ma Whymper, Mummery e gli altri britannici che una dopo l’altra cancellano l’inviolabilità delle vette alpine non si muovono in un’ottica “nazionale”. Sono battitori liberi, fieri senza dubbio di essere inglesi, convinti che solo gli inglesi possano riuscire in certe imprese: ma rappresentano se stessi. Anche in questo senso però le cose stanno cambiando, e lo si vede proprio in occasione dell’assalto all’ultima grande vetta. Nella gara per il Cervino, infatti, vinta da Whymper sulla guida valdostana Jean-Antoine Carrel per poche ore, la competizione si è spostata dal piano individuale a quello nazionale. I due nuovi stati formatisi tra il ‘60 e il ‘70, l’Italia e la Germania, devono inventarsi un’identità e sono determinati a riconsacrare in senso nazionalistico il “patrio suolo”, calpestandone in prima esclusiva ogni zolla. Mentre dietro Whymper non c’è nessuno, e al suo fianco ci sono spesso dei dilettanti incoscienti (anche se tra le vittime della caduta durante la discesa dal Cervino figurano una guida particolarmente esperta e uno degli alpinisti più forti dell’epoca, il reverendo Hudson), dietro Carrel c’è un futuro ministro delle finanze, che oltre a praticare l’alpinismo in proprio (è tra i primi salitori del Monviso) vede nel tricolore issato sulle poche vette ancora inviolate una via alla costruzione di un’identità italiana “forte”. Sarà proprio Quintino Sella a volere la fondazione del Club Alpino italiano, e a conferirgli i crismi di una istituzione che rappresenta un intero popolo e soprattutto una nuova “nazione”.

La vittoria di Whymper è per gli italiani un vero schiaffo: avevano preparato con ogni cura il tentativo alla montagna-simbolo dell’alpinismo, arrivando anche a soffiare all’inglese la migliore guida in circolazione. Ora debbono accontentarsi di “andare a issare lassù la nostra bandiera – come scrive Felice Giordano a Quintino Sella – altrimenti saremo non solo battuti, ma anche beffati”. L’abate Amé Gorret, uno dei partecipanti al tentativo dal versante italiano che viene ripetuto a tre soli giorni dalla prima scalata, dice: “Andavamo volontari per riscattare l’onore del nostro paese, era una spedizione di vendetta nazionale”.

Questo atteggiamento esasperato finisce per stravolgere tutte le regole che fino ad ora avevano governato la “competizione” alpina. La necessità di far risultato ad ogni costo diventa tale che qualche anno dopo, nel 1882, il Dente del Gigante verrà conquistato da una cordata italiana (tra l’altro, tutti membri della famiglia Sella) dopo che un gruppo di guide ha attrezzato per giorni il percorso: tanto che alpinisti come Mummery, che avevano tentato invano in precedenza la salita, parlano chiaramente di “un imbroglio”, e stigmatizzano il ricorso tipicamente italiano alle furberie.

Al di là della vicenda Cervino, che il clima sia cambiato lo dimostra proprio il passaggio a metà secolo dalla fase totalmente dilettantistica dell’alpinismo a quella organizzata. È questo infatti il periodo in cui nascono i vari club alpini nazionali: il primo è naturalmente quello inglese (1857), seguito nel volgere di poco più di un decennio da quelli svizzero, italiano, austriaco e tedesco. Ma mentre nel caso degli inglesi, che per le Alpi possono nutrire solo un interesse sportivo, lo spirito rimane quello ludico, di un consesso di aristocratici e dandy disponibile ad accogliere chiunque se lo sia meritato (e ne abbia i mezzi, perché la quota di iscrizione è piuttosto salata), indipendentemente dalla nazionalità, per gli altri entrano in ballo i motivi legati alla recente unificazione (per italiani e tedeschi), ad una sorta di diritto di prelazione (svizzeri) o addirittura all’urgenza di un riscatto di fronte a gravi rovesci internazionali (francesi e austriaci). Gli eccentrici dilettanti inglesi lasciano quindi gradualmente il posto ad una nuova generazione alpinistica, soprattutto germanica e italiana, tecnicamente e spiritualmente agguerrita, che dalla lotta con l’Alpe di Guido Rey passerà rapidamente alla lotta per l’Alpe. Le Alpi diventano lo scenario di una gara i cui protagonisti, a dispetto delle forti personalità individuali, devono portarsi in vetta il ruolo e le responsabilità di simboli nazionali, nei quali interi popoli si identificano; ma soprattutto di una competizione che ad un certo punto non avrà più come obiettivo una presa di possesso ideale, ma una rivendicazione fisica e politica.

La propaganda dei club alpini rivela da subito il nuovo “intento civile”. A quasi vent’anni dalla fondazione del club alpino italiano Quintino Sella scrive: “La nostra gioventù dell’Alta Italia mi pare da qualche anno più robusta, più ardita, più virile: all’ozio della città, nella state, sostituisce ormai l’aria pura dei monti, le ascensioni difficili, ove ci s’impara a indurare nelle fatiche ed a sentirci solidali”. La “politica alpina” mira a creare una classe dirigente dinamica e coraggiosa, dei lavoratori robusti, dei cittadini e dei soldati animati da amor di patria e cameratismo: e in tal senso sarà rivolta, a partire da fine secolo e limitatamente alle aree del primo sviluppo industriale, anche alle classi inferiori e al proletariato, con l’ulteriore intento di combattere l’alcoolismo diffuso e di promuovere abitudini di vita più compatibili con le esigenze del nuovo modo di produzione.

Anche il Club francese, che nasce immediatamente dopo la disfatta del 1870, manifesta nella sua carta d’intenti il proposito esplicito di “strappare i giovani all’ozio snervante delle città, condurli in montagna ed educarli mediante sane emozioni al culto della bellezza e della libertà, all’amore del sacro, della terra natale e delle sue meraviglie”. In questo senso tra le iniziative più caldeggiate c’è proprio quella della organizzazione di “carovane scolastiche”, gite o soggiorni in montagna che portino gli studenti a contatto diretto con la natura, con la fatica, con il senso del dovere e della disciplina. Il successo di queste iniziative sarà però scarso, e in Francia l’alpinismo organizzato rimarrà a lungo una pratica per pochi iniziati, reclutati, come in Inghilterra, attraverso una selezione in funzione delle ascensioni effettuate, sia pure su una base sociale più larga. Alla vigilia del primo conflitto mondiale il numero degli iscritti al sodalizio non supererà i settemila, contro gli oltre centomila dell’omologo tedesco.

Il risultato è che, nato in un contesto politico difficile e da uno scatto d’orgoglio patriottico, il club alpino francese si avvia a vivacchiare per mezzo secolo come un’istituzione di seconda serie, riflettendo in ciò lo scarso interesse che i francesi mostrano per il turismo alpinistico delle loro valli, almeno sino all’avvento dello sci. Il ritratto dell’alpinista che i francesi hanno presente è piuttosto quello disegnato da Alfonse Daudet in Tartarino sulle Alpi[49] che non quello dell’eroe conquistatore: “Sdirenato, la testa vuota come una zucca, le gambe ciondoloni, cadeva da tutte le parti, e le guide dovevano prenderselo una da un lato una dall’altro, e sostenerlo portandolo a braccia fino alla fine del muraglione di ghiaccio”. Dove in realtà il sarcasmo è rivolto, oltre e più che alla spacconeria dei connazionali, a quei gentlemen inglesi che inanellano cime una dietro l’altra per il solo gusto di spuntarne i nomi dalla loro lista: “Il pensiero di essere ammirato su quella vetta da tutti gli alpinisti di laggiù, le misses, il riso e le susine illustri coi loro occhialini occhialoni e cannocchiali puntati su di lui, richiamarono d’un colpo Tartarino alla coscienza e alla grandezza della propria missione. Saltò in piedi, e strappata dalle mani della guida la bandiera di Tarascona, la fece sventolare una due tre quattro cinque volte; ficcò quindi la piccozza dentro la neve, ci si mise a sedere sopra colla bandiera spiegata nel pugno e la faccia superba e calma: marmorea. Era sul tetto del mondo”.

Lo stesso Daudet ci aiuta però a comprendere l’atteggiamento “rilassato” dei francesi nei confronti della montagna: “Se mai avete trascorso una notte sotto le stelle sapete che, quando si dorme, un misterioso mondo si desta dalla solitudine e dal silenzio. Tutti gli spiriti della montagna vagano liberamente, e vi sono nell’aria fruscii, impercettibili rumori, quasi si udissero i rami crescere, l’erba spuntare. Di giorno sono gli esseri a vivere, di notte vivono le cose. Quando non si è abituati, si ha paura”. Tradotto in musica, questo è Debussy: è una concezione armonica, leggera, malinconica della vita, quella di un popolo che dopo Luigi XIV e Napoleone non ha più da dimostrare nulla, e soprattutto non ha più voglia di farlo. Confrontiamolo con questo brano di Lammer: “Che bel ritmo già in questa suddivisione di salita, riposo in vetta e discesa, la quale ultima può essere altrettanto ricca di tensione e di esperienza quanto la salita! L’epica serena si dilata nella drammatica tempestosa, indi la dolce e solenne lirica della cima, poi ancora lotta drammatica che si attenua in un finale epico-lirico […] Non si tratta di un’armonia a buon mercato: i pinnacoli più bizzarri, gli abissi più terrificanti, l’ululato della tempesta più violenta, le valanghe annientatrici si compongono in un’unità perfetta col più dolce raggio di sole, col velo più tenero di nebbia […]” Questo è Wagner: una visione conflittuale, eroica e tragica; quella di chi invece sente di dover dimostrare molto, a se stesso e al mondo.

I francesi hanno quindi nella seconda metà dell’800 una concezione “debussiana” della montagna, e sostanzialmente l’hanno mantenuta tale sino ad oggi. Ciò non toglie che la frase pronunciata da Pierre Gaspard al compimento della conquista della Meije (1877), unica impresa di rilievo a firma d’oltralpe in tutto l’ottocento: “Non saranno delle guide straniere ad arrivare per prime!”, sia la stessa che avrebbe voluto poter incidere Carrel sulle rocce sommitali del Cervino.

Nell’area germanica, al contrario, in entrambi gli atti di fondazione dei due diversi club (quello di Vienna e quello di Monaco, che di lì a poco saranno riunificati in un organismo unico, il DÖAV (Deutscher und Österreicher Alpenverein), si insiste su una presa di distanza dalle motivazioni politiche: il movimento alpinistico più forte è in effetti inizialmente quello austriaco, ispirato ad una concezione dell’alpinismo molto intellettualistica e ristretto ad una frequentazione altoborghese, che non trova grossi stimoli nazionalistici nella difesa dello status quo praticata dall’impero asburgico. Ma anche la “scuola di Monaco”, che ha una connotazione decisamente più “sportiva” e tende a facilitare e a propagandare l’avvicinamento alla montagna (impegnandosi ad esempio nella costruzione di rifugi), propugna un cameratismo che nasca sulla parete, e non negli uffici dell’anagrafe.

In realtà poi le implicazioni politiche sbucano fuori da ogni parte, prima tra tutte la rivendicazione dell’appartenenza storica delle Alpi orientali all’area germanica, opposta al nascente irredentismo italiano. Dopo la fusione tra i due sodalizi il club alpino diventa per forza di cose veicolo di un pangermanesimo declinato inizialmente solo nell’accezione “culturale”, ma destinato a tradursi in breve tempo in una istanza politica. In Austria inoltre è da subito forte la componente ideologica razzista, che riflette il sentimento della superiorità tedesca diffuso nell’impero delle undici etnie, e che si manifesta naturalmente nell’antisemitismo. Nello statuto del club vengono introdotti già ai primi del novecento, in largo anticipo rispetto alle leggi razziali naziste, dei “paragrafi ariani” che impediscono l’iscrizione agli ebrei. Il tentativo di creare una sezione staccata ebraica, che raccoglie migliaia di adesioni, viene liquidato con l’espulsione di tutti i “non ariani” dal club.

Il club alpino tedesco diventa in sostanza, a dispetto dell’apoliticità professata, la prima palestra delle ideologie razziali che vanno maturando nella Germania wagneriana ma più ancora nella Vienna di Karl Lueger, e che si sostanziano attraverso una lettura assolutamente forzata e impropria della filosofia di Nietzche. La montagna offre il pretesto per un arroccamento in “sfere non inquinate dall’impurità del moderno[50], dalla piatta uniformità della massa”; salire è approssimarsi al regno della divinità, marcare le distanze soprattutto nei confronti di coloro che sono ritenuti i subdoli portatori della disgregazione dei valori: “Mentre la nostra civiltà priva di cultura disintegra e isola ogni cosa, nella grande natura alpina che respira in Dio ogni singolo essere si fonde in un cosmo[51].

Mentre i diversi club alpini conducono per conto dei contrapposti nazionalismi una sorta di guerra a bassa intensità, il loro monopolio, se non sulle vette almeno sul terreno montano, subisce la concorrenza di altre organizzazioni, religiose e laiche, socialiste o conservatrici. In palio c’è il controllo di un numero sempre più significativo di persone, soprattutto di giovanissimi, che attraverso la scolarizzazione, il servizio militare, il recupero di tempo libero consentito dalle nuove professioni, la velocizzazione e la maggior facilità negli spostamenti, possono essere opportunamente guidate a scoprire il fascino della montagna, sottraendo l’alpinismo alla sia pur recente tradizione aristocratica ed elitaria. La soddisfazione espressa da Sella ricalca quasi parola per parola i propositi enunciati dall’Abbé Gorret, quello che abbiamo incontrato nella seconda salita al Cervino, che sostiene che l’andare per monti deve “sottrarre i giovani ai piaceri, ai divertimenti e alle gozzoviglie snervanti delle città”. Nascono, come abbiamo già visto, a margine del crescente movimento socialista e in opposizione all’alpinismo istituzionalizzato del club, associazioni sportive ed escursionistiche operaie: ma quelle che conoscono un maggiore successo e avranno per il futuro un peso importantissimo sono le associazioni giovanili.

Il movimento associazionistico giovanile più rilevante e più precoce è quello tedesco. Nel risorto Reich è lo stato stesso a creare direttamente o a ispirare attraverso la scuola e l’esercito la nascita di associazioni che cementino il cameratismo, inculchino e pratichino l’amor di patria e trasmettano una mentalità e un’educazione di tipo militare. Ma si sviluppa anche, già nei primissimi anni del novecento, una forma di associazionismo spontaneo, la Jugendbewegung, che recluta i suoi associati tra gli studenti delle superiori e che almeno nella fase iniziale riesce a mantenere una reale autonomia, scegliendosi i capi tra i giovani stessi. Una delle attività preminenti dell’associazione è quella escursionistica, da praticarsi appena possibile nella zona alpina e intesa come forma di autoeducazione alla natura, ma soprattutto come fuga dalle città e dalle famiglie. La spontaneità di questi sodalizi ha vita breve: la prima guerra mondiale chiama la gioventù a ben altre esperienze, e consente alle istituzioni di assumerne il controllo; dopo l’avvento del regime nazista finiranno fagocitate nel programma di addestramento e indottrinamento della gioventù hitleriana, o saranno soppresse.

La risposta inglese alla Jugendbewegung è lo scoutismo. A differenza di quella tedesca l’associazione creata da Baden-Powell non lascia nulla allo spontaneismo, ha anzi un ordinamento gerarchico e paramilitare. Inoltre non contempla, per ovvie ragioni, attività negli scenari alpini. Ma combinando l’educazione al contatto con la natura e allo spirito avventuroso con lo spirito di gruppo prepara, oltre che i dominatori coloniali, i futuri partecipanti alle grandi spedizioni himalayane. Il corpo degli scout, costituito a partire dal 1907, dopo soli due anni dopo accoglie anche le ragazze. L’apertura al mondo femminile è una caratteristica che sul continente rimarrà riservata alle associazioni di ispirazione confessionale o a quelle socialiste, mentre l’associazionismo laico rimane più maschilista.

In Italia la politica del CAI, almeno per quanto concerne la frequentazione sportiva della montagna, è pur sempre quella dell’associazione elitaria, anche se non manca la promozione dell’escursionismo popolare. Un’altra istituzione detiene nella penisola il controllo del mondo giovanile, ed è la Chiesa. La Chiesa, come abbiamo già sottolineato raccontando dei moltissimi abati e preti che partecipano alla prima fase dell’esplorazione delle vallate e dei ghiacciai alpini, manifesta un precoce interesse per il fenomeno di disincantamento e rivalorizzazione secolare delle montagne, paradossalmente riempiendone di croci e madonnine le cime. Questo interesse rimane vivo e induce diversi religiosi alla pratica alpinistica anche nella fase successiva, nella seconda metà dell’Ottocento e nel nuovo secolo: è sufficiente ricordare, tra moltissimi altri, oltre all’Abbé Gorret, l’Abbé Henry, alpinista formidabile[52], il prete-geologo-alpinista Antonio Stoppani e lo stesso don Eugenio Ratti, il futuro Pio IX, che compie diverse nuove ascensioni e che cercherà anche in tutti i modi di farsi accogliere nella spedizione polare del duca d’Aosta. Negli anni venti del novecento una delle figure più limpide del cattolicesimo laico e dell’antifascismo militante, Piergiorgio Frassati, sarà un alpinista appassionato. Questa frequentazione, come quella dei primordi dell’alpinismo, non rimane legata ad una passione individuale ma si sostanzia di una specifica finalizzazione educativa.

In questo senso la chiesa parte da una posizione di vantaggio: dispone di tutta una serie di punti d’appoggio, monasteri, abbazie, conventi, eremi, ospizi, oratori e canoniche sparsi alle pendici o spesso nella parte più alta delle vallate alpine, che supportano l’educazione e il convogliamento ad una pratica escursionistico-alpinistica molto allargata, ospitando gruppi parrocchiali provenienti anche dalle città della pianura. La maggior parte dei giovani che si accostano alla montagna sino a tutta la metà del ‘900, anche nel periodo fascista, lo fa attraverso questo tramite.

La concezione di base di tutte queste forme associazionistiche è la stessa che si era andata affermando già dal Settecento, a partire da Haller e da Rousseau: quella di una montagna risanatrice, spiritualmente e fisicamente, che educa al culto della bellezza, dell’ardimento, della lealtà e dell’amicizia. Cambiano invece le finalità rispetto alle quali viene declinata. La cultura cattolica dà naturalmente un’interpretazione molto più soft del rapporto con la montagna: mentre l’alpinismo classico si carica di valenze nazionaliste e si nutre di ideologie superomistiche, l’alpinismo cattolico si caratterizza come un alpinismo spirituale, pacifico; non propugna la lotta contro la montagna, ma la lotta che l’alpinista ingaggia quasi con il suo corpo, con il peso delle sue debolezze che lo tira verso il basso. A fronte della ricerca del rischio assoluto e dello sprezzo del pericolo, esaltati dalla scuola austro-tedesca, o del gioco temerario e un po’ incosciente dell’interpretazione anglosassone, l’alpinismo cattolico si caratterizza come un alpinismo della prudenza: “L’alpinismo vero non è già cosa da scavezzacolli, ma al contrario tutto e solo questione di prudenza, e di un po’ di coraggio, di forza e di costanza, di sentimento della natura e delle sue più riposte bellezze” scrive il futuro papa Pio XI.

Anche l’alpinismo inglese, che mantiene un profilo distaccato e superiore fino a che si tratta di Alpi, non tarda ad assumere una connotazione e una valenza “politica” quando il “gioco” si trasferisce dall’Europa all’Asia. Ai confini dell’impero coloniale l’assalto alle montagne entra a far parte tacitamente della strategia britannica di difesa “attiva”, basata sulla costante dilatazione delle zone di rispetto attorno alle aree direttamente governate. L’Himalaya diventa quindi “affare inglese”, e i suoi esploratori sono tutti quanti, più o meno consapevolmente, agenti di quello che viene appunto definito il “grande gioco”.

La diversione rispetto alle Alpi è peraltro già iniziata sin dagli anni ‘60, con l’avvio della esplorazione sistematica delle montagne del Caucaso[53]. Anche in questo caso, trattandosi di un’area di confine dell’impero russo, che sino alla prima guerra mondiale è appunto il rivale del dominio britannico nel “grande gioco” sullo scacchiere asiatico, l’interesse alpinistico si porta appresso dell’altro. Lo stesso vale per i primi approcci alle montagne africane, ai Monti della luna (la catena del Ruwenzori) raggiunti da J. H. Speke già negli anni cinquanta e visitati poi da Stanley alla fine degli ottanta. Dietro la ricerca delle sorgenti del Nilo c’è la corsa a “segnare” la maggior parte possibile del territorio, e la conquista delle vette lascia un segno particolarmente visibile, marca un diritto di prelazione su tutto ciò che di lassù lo sguardo può abbracciare. Al di là di questo, comunque, è lo spirito stesso dell’alpinismo a mutare: se Mummery era ancora un solitario e romantico vagabondo delle cime, Mallory, Irvine e tutti gli altri dopo di loro si muoveranno nel contesto di grandi spedizioni volute, organizzate e finanziate direttamente dai governi o da istituzioni culturali che a questi ultimi fanno capo.

 

Mondi e monti lontani

Fino alla prima metà del Settecento della regione himalayana si sapeva poco o nulla: l’area era resa praticamente inaccessibile, oltre che dalla conformazione del territorio, da impedimenti religiosi e politici, ed era rimasta quindi sempre esclusa dagli itinerari commerciali del medioevo. Le prime notizie attendibili si hanno a partire dagli inizi del settecento, quando la catena viene attraversata dal padre gesuita Ippolito Desideri, probabilmente il primo italiano ed europeo a mettere piede nel Tibet in tempi moderni, e comunque senz’altro il primo a lasciarne traccia. Il padre è inviato dalla Compagnia al di là dell’Himalaya per verificare le antiche notizie relative all’esistenza di una comunità cristiana in quelle zone. Naturalmente non trova alcun riscontro di una precedente evangelizzazione, ma da buon gesuita impara il tibetano, visita e studia a fondo le regioni del Kashmir e del Tibet e ne produce una descrizione che per i tempi è molto precisa.

Per una conoscenza più approfondita occorre però attendere la metà dell’800[54], quando il Servizio Geologico dell’India avvia un imponente lavoro di rilevazione a fini strategici di tutta la zona confinaria settentrionale della colonia indiana (con una decisa tendenza a sconfinare), che porterà a una determinazione abbastanza esatta dei lineamenti geografici della regione. È in questa occasione che viene data per la prima volta notizia dell’Everest (1856), mentre viene compiuta nel Karakorum la rilevazione del K2 ed ha luogo (nel 1861) la prima vera e propria spedizione sul ghiacciaio del Baltoro.

A precedere o a completare il lavoro del servizio geologico ci sono naturalmente le iniziative di esploratori e avventurieri, private o commissionate dal governo coloniale. Tra i primi i fratelli tedeschi Hermann, Adolf e Robert Schlagintweit, discepoli di Humboldt, che dopo essersi fatti le ossa nelle Alpi scalando il Monte Rosa ricevono dalla Compagnia delle Indie l’incarico di una prospezione generale dei sistemi montuosi che chiudono a nord il Deccan. Durante l’esplorazione dell’Himalaya, nel 1854, Adolf e Robert raggiungono sul monte Kamet la ragguardevole quota di 6770 metri. Adolf prosegue poi da solo e viene ucciso nel Turkestan, mentre gli altri due fratelli fanno ritorno in patria e scrivono una relazione dei loro viaggi che suscita nel mondo germanico una curiosità, non solo sportiva.

Le esplorazioni a carattere dichiaratamente alpinistico hanno inizio più tardi, verso la fine del secolo. Con la conquista nel 1882 della prima vetta nel Karakorum, il Pioneer Peak (6890 m) da parte di William Conway, ha inizio una vera e propria gara a battere i record di altitudine. L’anno successivo la spedizione Graham al Nanda Devi ha ancora un carattere misto scientifico-alpinistico, ma non manca di corteggiare una delle vette più alte e delle montagne più belle della catena himalayana. Ormai si punta decisamente agli ottomila. Nel 1895 è lo stesso Mummery a guidare una spedizione al Nanga Parbat; raggiunge e supera quota settemila, ma muore poi con due sherpa nel tentativo di passare sull’altro versante. Con questa tragedia il Nanga Parbat inaugura la sua sinistra fama: prima di essere conquistato, nel 1953, ha già fatto trentun vittime. Al volgere del secolo è ancora un alpinista inglese, Douglas Freshfield, ad effettuare il primo periplo documentato del Kangchenjunga: con lui c’è, come fotografo ufficiale, l’italiano Vittorio Sella.

Un’altra montagna tanto appetita quanto maledetta è il K2. È stata raccontata nella sua bellezza solo alla fine degli anni ottanta, dal colonnello Younghusband, il primo a forzare il passo Mustang nella sua marcia su Lhasa, e conosce già un tentativo di ascensione nel 1902, da parte di Aleister Crowley e di Oscar Eckenstein; la spedizione arriva ad una quota di circa seimilaseicento metri, ma è costretta a ritirarsi per il maltempo[55]. Nel 1909 una spedizione italiana guidata dal duca degli Abruzzi, ed accompagnata dall’immancabile Vittorio Sella, scopre una via di salita lungo lo sperone est della montagna, ancora oggi noto come “Sperone degli Abruzzi”. Ripiega poi sul Chogolisa, senza raggiungere la vetta ma arrivando a settemilacinquecento metri, primato di altitudine dell’epoca. Il Karakorum diventa la catena degli italiani, presenti ancora negli anni immediatamente successivi con spedizioni esplorative dirette da Mario Piacenza e da Filippo de Filippi.

Non c’è però solo l’Himalaya. La fine del secolo vede una corsa affannosa a porre il sigillo su tutte le vette di un qualche rilievo sparse per il mondo. Nell’America settentrionale la prima ascesa del Mc Kinley viene effettuata (spedizione Hudson Stuck) nel 1913[56], mentre nel 1897 una spedizione del Duca degli Abruzzi ha salito con condizioni climatiche proibitive il Monte Saint Elias (la prima ripetizione si avrà solo cinquant’anni dopo).

In quella meridionale la vetta dell’Aconcagua, dopo essere stata tentata già nel 1883 da una spedizione tedesca (del geologo ed esploratore Paul Gussfeld, che arriva a 6.500 m), è raggiunta per la prima volta dalla guida svizzera Matthias Zurbriggen, membro di una spedizione britannica (Briton Edward Fitzgerald).

In Africa il primo europeo ad esplorare a fondo il massiccio del Ruwenzori è Henry Morton Stanley, nel 1889, ma la cima è raggiunta solo nel 1906 dall’ennesima spedizione del Duca degli Abruzzi. Il picco Uburu del Chilimangiaro è salito invece già nel 1889 dai tedeschi Meyer e Purtscheller, subito dopo la creazione della colonia del Tanganika. La prima ascensione al monte Kenia è del 1899.

Il plateau sommitale dello Kinabalu, il monte più alto del sud-est asiatico, era stato raggiunto fin dal 1851 da un funzionario della amministrazione coloniale inglese, ma la vetta è toccata solo nel 1888.

Allo scoppio della prima guerra mondiale rimangono inviolate in pratica solo le vette himalayane superiori ai settemilacinquecento metri. Il limite non è nemmeno più psicologico, ma puramente fisico.

La guerra interrompe solo momentaneamente la corsa. Nel frattempo l’Himalaya ha inaugurato un modello di alpinismo che si è portato appresso motivazioni nuove: ma né l’uno né le altre, fino a secolo inoltrato, vengono accettati nell’ambiente alpinistico ortodosso. Quando nel 1920 si comincia a parlare di una spedizione “pesante” all’Everest, con una organizzazione quasi militare, nell’Alpine Club si grida allo scandalo. Si avverte che una cosa del genere chiuderà per sempre l’epoca dell’alpinismo classico, al quale, essendone stata quasi unica protagonista, l’associazione inglese è profondamente legata. In effetti è così, anche se i segni del cambiamento erano già avvertibili in quanto stava accadendo sulle Dolomiti.

Tentativi come quello di Mummery e quello di Crowley sono in fondo ancora la trasposizione dello spirito alpino in un ambiente diverso; ma quello del Duca degli Abruzzi appartiene già ad una dimensione e a uno spirito totalmente nuovi. Il teatro himalayano non presenta soltanto problemi tecnici, ma anche e soprattutto problemi logistici: le distanze, le altitudini, i tempi sono dilatati su una scala enorme, le possibilità di rifornimento sono remote, occorre soggiornare a lungo in quota, tanto per l’avvicinamento che per l’acclimatazione. C’è inoltre il problema della mancanza di ossigeno, e dei suoi devastanti effetti fisici e psicologici, e ci sono condizioni climatiche estreme, da sopportarsi per periodi lunghissimi. Si impone la necessità di una organizzazione per trattare con le autorità locali, per coordinare le linee di rifornimento, per organizzare i campi in quota e spingere sherpa e portatori sempre più in alto.

L’utilizzo di questi ultimi è qualcosa che cozza completamente con il contemporaneo rifiuto dell’uso delle guide sulle Alpi. E l’interazione con le popolazioni locali, insieme alla violazione di tabù, alla dissacrazione dei luoghi, porta ad un rivoluzionamento dei costumi e delle economie, alla rottura di equilibri, alla disgregazione culturale di mondi rimasti a lungo immobili, che proprio per le particolari condizioni ambientali sono spesso molto fragili e delicati. Infine, in queste imprese la prestazione del singolo individuo o della singola possibile cordata non hanno più senso: è la squadra a vincere, nel caso, è la disponibilità di attrezzature e materiali sempre migliori. È il trionfo dell’organizzazione e della tecnica. Hanno ragione di scandalizzarsi, gli aristocratici e conservatori membri dell’Alpine club: in effetti si tratta di qualcosa di completamente diverso da ciò che essi cercano e vedono nell’alpinismo.

Cambia anche l’immagine della montagna. L’Himalaya non viene conosciuto dagli occidentali con la preventiva mediazione della pittura, come le Ande e le Montagne Rocciose, ma direttamente attraverso la fotografia. E la fotografia, soprattutto quella in bianco e nero, la lastra al nitrato d’argento, rispetto all’immagine dipinta crea un’atmosfera decisamente più fredda. Nella pittura c’è rumore, nella fotografia c’è silenzio. Il dipinto parla, la fotografia mostra. Alle altitudini himalayane poi, anche quando la fotografia è in movimento, nelle prime immagini cinematografiche, si respira un’atmosfera diversa, in senso sia letterale che metaforico. I movimenti sono più lenti, ogni cosa appare ovattata: Mallory e Irvine che partono dall’ultimo campo, prima di sparire sull’Everest, sembrano muoversi sulla luna. Gli spazi, le dimensioni, sono enormi; al confronto quelli alpini, che tanto entusiasmavano nell’Ottocento, sono fazzoletti. E c’è la distanza: le Alpi in fondo per gli occidentali sono lì, alla portata di tutti. Come vedremo è sufficiente possedere una bicicletta per raggiungerle: le montagne asiatiche rimangono invece, almeno sino alla seconda metà del Novecento, un sogno proibito per quasi tutti. Sono tanto remote da poter ospitare mondi perduti, la favolosa Shangri-la o le dimore sotterranee dei mitici arii: ma appartengono alla dimensione del sogno, appunto, sono altro dalla quotidianità possibile dell’escursione o della scalata nel calcare o nel ghiacciaio.

Appena chiusa la parentesi bellica, in un periodo nel quale le altre potenze, vincitrici e vinte, si leccano le ferite, gli inglesi tornano dunque all’attacco. Dalla loro base indiana indirizzano verso l’Everest tre successive spedizioni, nel 1921, nel 1922 e nel 1924. Ma i tempi non sono maturi. Non è ancora previsto il ricorso all’ossigeno. Nel corso di un tentativo alla vetta lungo la parete Nord George Mallory ed Andrew Irvine, i due alpinisti più forti, scompaiono dopo aver superata la quota di ottomila e cinquecento metri. Il mistero della loro fine, e più ancora il dubbio su un loro possibile arrivo in vetta, alimenterà la letteratura alpinistica per tutto il secolo successivo. Ci sono anche polemiche, inevitabilmente: ma ormai, dopo il carnaio della guerra, le tragedie della montagna hanno un impatto ridimensionato. Si polemizza semmai sull’organizzazione, sulla logistica, sul mancato risultato: e le figure degli alpinisti diventano oggetto di una mitizzazione mediatica che gioca volentieri con le scomparse premature. In più, non ci si può tirare indietro proprio quando gli altri incombono. Alla fine degli anni venti tornano infatti nel Karakorum gli italiani, sia pure con missioni geografico-esplorative, quella di Aimone di Savoia Aosta nel 1929 e quella di Giotto Dainelli nel 1930. Nel 1934 una spedizione internazionale diretta dal geologo Dyrenfurth tocca le prime vette oltre i 7200 m, conquistando il Sia Kangri (7422 m). Ma, soprattutto, si muove la macchina da guerra alpinistica tedesca, in parallelo con quanto accade nel frattempo sulle Alpi.

Si comincia nel 1929 dal Kangchenjunga, che viene preso d’assalto per tre anni consecutivi, con il solo risultato di diverse vittime e di ritirate dovute a maltempo, malesseri o defezioni. Si cambia poi obiettivo: dal 1932 è la volta del Nanga Parbat. La prima spedizione non sale molto, ma torna casa integra. Due anni dopo, invece, nel 1934, il tentativo si conclude in tragedia, con la morte per assideramento di tre alpinisti, tra i quali Willo Welzembach, e di sei sherpa. I tedeschi ci riprovano nel 1937, con un enorme spiegamento di mezzi, che comprende anche l’uso dell’aviazione, ma l’esito è ancora una volta tragico: una valanga uccide sette alpinisti e nove sherpa. Si ripete nel 1938, e stavolta il nemico è il maltempo. Infine nel 1939 un’ennesima spedizione guidata da Heinrich Harrer, reduce dalla salita della nord dell’Eiger, è bloccata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Harrer stesso finisce in un campo di prigionia in India, dal quale evaderà per rifugiarsi in Tibet.

Alla fine degli anni trenta entrano in scena anche le spedizioni statunitensi. L’obiettivo è il K2. Nel 1938 raggiungono la quota di 7800 m, l’anno successivo toccano gli 8200 m, ma registrano anche la prima di una serie di vittime che faranno di questa montagna la più pericolosa del mondo. Poi è nuovamente guerra vera.

Sullo spostamento di interesse verso le montagne asiatiche, e in particolare verso la catena himalayana, non influiscono solo la ricerca di vette e terreni nuovi d’alpinismo (come potrebbe essere per il caso di Mummery) o la voglia di cimentarsi con altezze quasi doppie rispetto a quelle delle Alpi, o ancora gli interessi politici inglesi: agisce anche un clima spirituale e ideologico particolare, che caratterizza gli ultimi anni del ottocento e la prima parte del secolo successivo. Del nazionalismo abbiamo già parlato, e ci si tornerà ancora per quelli che saranno i suoi funesti sviluppi. Allo stesso modo si è fatto cenno a componenti ideologiche come il razzismo, anch’esse gravide di esiti drammatici. Ma accanto, e spesso a monte di queste, c’è una temperie più vaga e indeterminata, diffusa senza distinzioni nei diversi strati o ambienti sociali, quasi un presentimento del declino che incombe sull’Occidente. Nell’ambito artistico-letterario questa atmosfera prende il nome di Decadentismo, e il termine può essere esteso ad ogni aspetto del sociale: implica una pressante ricerca di senso, legata allo smarrimento di fronte ai primi cedimenti della certezza scientifica e ai primi conflitti sociali moderni. Comporta soprattutto un ostentato rifiuto della razionalità, e la ricerca di spiegazioni e di emozioni nelle pieghe oscure dell’occultismo, nella teosofia, nelle “corrispondenze” segrete e magiche. Tutto questo viene a combinarsi perfettamente con la necessità di costruirsi un’epica da parte dei popoli recentemente unificati, di giustificare la loro lunga assenza dal palcoscenico della storia, di riscattare o inventare una tradizione. Trova il terreno più fertile, naturalmente, in Germania: ma l’alone copre tutta l’Europa.

Nella seconda metà dell’800 si diffondono in tutto l’Occidente società esoteriche che fanno riferimento, nella simbologia e nella pratica, alla montagna. Una rete intricatissima di rimandi fa discendere dagli studi di indoeuropeistica coltivati da Schlegel, da Shopenhauer e da Max Muller l’elaborazione di una mitologia “ariana” e l’anelito a ricostruire l’unità perduta delle genti “arie”, la cui culla è identificata nelle montagne inaccessibili che stanno al centro dell’Asia[57]. Questo indurrà, a partire dai primi del novecento, molti europei (uno di questi è senza dubbio Crowley) a guardare alla zona himalaiana con un interesse che va ben oltre quello alpinistico. Soprattutto in Germania miti come quello del popolo della “terra cava” verranno fatti propri prima da società iniziatiche e poi addirittura dal regime nazista. Le spedizioni himalayane degli anni Trenta sono dettate principalmente dalla ossessiva volontà di Hitler di trovare una “fonte perenne di sangue ariano”, che contrasti la crescente ibridazione del popolo tedesco. È addirittura fondata la Deutsches Ahnenerbe (Eredità tedesca degli antenati), una società di studi che organizza in cinque anni più di cento spedizioni scientifiche, non solo in Asia, per effettuare ricerche storiche e archeologiche e studiare i costumi di gruppi etnici eredi presunti di antiche culture[58]. L’ultima di queste spedizioni è proprio quella che vede coinvolto Harrer.

Penne e piccozze

Dobbiamo ora fare nuovamente un passo indietro. Se agli inizi dell’800 si afferma una vera e propria “pittura di montagna”, che fiorisce nell’area del romanticismo nordeuropeo (inglese, tedesco e scandinavo) e viene rinverdita verso fine secolo dalle opere dei divisionisti italiani (Segantini in primis), a cavallo del secolo successivo nasce anche una “letteratura di montagna”. Anche se rimane confinata nel genere diaristico, adattato alla nuova formula del “récit d’ascension”, questa letteratura esercita un influsso notevole soprattutto sulle giovanissime generazioni, ed è destinata ad avere un impatto che prescinde dal reale valore artistico. Consente tra l’altro di leggere attraverso le diverse concezioni dell’alpinismo, e più in generale del rapporto con la montagna, ciò che va maturando nelle contrapposte culture europee. In questo senso due opere sono particolarmente significative, per il successo che hanno conosciuto, e quindi per l’influenza che hanno esercitato, e per la differente impostazione del rapporto.

La prima è Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso (1895), di Albert Frederick Mummery, destinata ad essere il filtro di lettura dell’alpinismo per le giovani generazioni anglosassoni[59]. È un libro che più anglosassone non si può, pieno di humor e di autoironia, ma al tempo stesso capace di trasmettere una concezione “dilettantistica” nel senso più alto e più letterale del termine, quello di un puro piacere estetico e spirituale e di un rapporto insieme confidenziale, leale e riverente con l’ambiente. Mummery non ingaggia epiche battaglie, non ci pensa nemmeno a sfidare o ad attaccare la montagna: la studia e cerca “dolcemente” di salirla, anche quando, come nel caso del Grépon, di dolce la montagna non ha proprio nulla (ma Mummery la ripaga con la sua ironia, sintetizzandone così le successive immagini: una montagna inaccessibile; la più difficile scalata delle Alpi; una facile ascensione per signore!). Vuole divertirsi, rimanendo in armonia con un ambiente che gli piace, provando gusto nell’arrampicata e lasciando a valle ogni condizionamento o finalità ideologici. E ha della montagna una visione cosmopolita, che lo porterà infatti a cercare altre emozioni nel Caucaso prima e in Himalaya dopo (e a lasciarci la pelle). Non scala le montagne perché “deve”, per un imperativo categorico, ma perché sono lì, come avrebbe detto il suo discepolo Mallory: sono belle, promettono emozioni e allora tanto vale provarci. L’alpinismo come puro gioco, ma non per questo eticamente meno solido (o forse proprio per questo; la bellezza del gioco sta proprio e solo nel vincere rispettando le regole).

Mummery sarà anche uno dei primi a scalare senza guide, ma fino a quando lo fa col suo fidato e inseparabile Alexander Burgener non ha alcun ritegno ad attribuirgli la maggior parte del merito, anche se di fatto è in genere lui a guidare la cordata. Il tenore del racconto di Mummery, e verosimilmente il suo modo di vivere le situazioni, è questo: “La mia posizione stava diventando molto seria. È cosa nota (attestata da tutte le autorità ecclesiastiche delle valli di Susa, Zermatt e Anzasca) che chiunque ha scorto uno Spirito muore certamente entro le ventiquattro ore! Dissi a Burgener che, stando così le cose, non c’era alcun vantaggio a fare ritorno; infatti o si trattava veramente di Spiriti, ed allora fatalmente saremmo morti, o non si trattava di Spiriti, e allora potevamo benissimo proseguire il nostro cammino. Le guide accettarono il dilemma, ma espressero l’opinione che, anche nel caso peggiore, scalare una montagna con la prospettiva di essere buttati giù da uno Spirito malevolo non era precisamente un’allegria[60].

Quello di Mummery è forse il momento più equilibrato e limpido della “conquista” delle montagne. La sua moderazione è senz’altro anche voluta; può tranquillamente minimizzare le imprese, ben sapendo che chi legge avrà poi modo di verificare direttamente la realtà e il livello delle difficoltà affrontate. Ma senza dubbio esprime e riassume al meglio lo spirito col quale per oltre un secolo i suoi connazionali, da Windham in poi, avevano percorso in lungo e in largo le valli alpine. “Sebbene forse l’alpinismo non sia più pericoloso di altri sport, suscita sicuramente un senso più vivo del pericolo, in verità del tutto sproporzionato rispetto al rischio reale”. Il suo understatement verrà attaccato violentemente dagli alpinisti di nuovo stampo sfornati dai club alpini tedeschi, quasi rappresentasse una forma di irrisione sprezzante per quelle vette e per quelle sfide mortali che stanno invece diventando per loro lo strumento di dimostrazione di una superiorità razziale. Con Mummery, che pure sotto molti aspetti è un innovatore e un precursore, possiamo davvero dire che si chiude l’alpinismo classico di conquista, quello la cui finalità era ancora raggiungere la vetta per la via più logica.

Ben diversa è infatti la concezione della montagna che troviamo in Fontana di giovinezza (1922)[61] di Guido Lammer, comparso un quarto di secolo dopo il libro di Mummery e intriso di forti tensioni ideali, di gusto estetizzante, di esaltazione virile. Intanto, prima ancora che come resoconto di imprese alpine il libro si propone come un saggio spirituale e filosofico. La montagna offre lo sfondo ideale a chi vuole confrontarsi col rischio, con la morte, con la solitudine, ma soprattutto con se stesso, con le proprie paure e con il proprio anelito al trascendente. “Per me il risultato supremo è il modo dell’attività sportiva, l’essere senza guida, il giocare la vita”. E rispetto a questo assunto la montagna è lo sfondo, appunto, un pretesto, un fichtiano non io cui contrapporsi per spremere da sé il meglio, per costruire la propria vita come un’opera d’arte. “Quasi ogni ascensione è un’opera d’arte vissuta, è come una materia già artisticamente formata: questo vale specialmente per le ascensioni grandiose, turgide di pericoli e d’avventura e soprattutto per i viaggi d’esplorazione”. Lammer non racconta la montagna: la interpreta. La montagna è il luogo non contaminato dall’azione uniformante dell’uomo e lontana dalle meschinità del mondo, lo scenario perfetto per compiere gesta eroiche, la palestra per la costruzione di una personalità superiore, che emerga dalla mediocrità della massa. “Non conosco altra attività umana la quale, come il cimento con le difficoltà della montagna, prosciughi spesso sino agli estremi residui e tenda variamente in mille nuove complicazioni tutte le energie del corpo e molte dell’intelletto e dell’anima. Difficilmente in altre circostanze i nostri sentimenti vengono così sconvolti, la nostra volontà così duramente forgiata come in questo duello col monte”. Tanto più è tale, quindi, quanto più è difficile, pericolosa, repulsiva. Non esiste una bellezza della montagna, quanto piuttosto la bellezza “artistica” del gesto compiuto in montagna. Questa tentazione di pensarsi come diversi rispetto ai comuni mortali, nel senso almeno di dotati di un coraggio, di uno sprezzo del pericolo, di una forza, di una resistenza superiore, ma anche di una sensibilità, di una purezza testimoniata dalla gratuità del gesto, dello sforzo e del rischio affrontato, appartiene in realtà a tutti coloro che praticano l’alpinismo, ma è di norma tenuta nascosta; qui viene invece proclamata come il senso ultimo dell’alpinismo. “Per una lunga vita, giovane e adulto, io ho venerato solo l’individualità, ho lavorato a scalpellare la mia personalità”.

Si van ben oltre la concezione sportiva, qui si parla di sfida esistenziale: «Ogni qual volta attraverso lo sforzo e il terrore riuscii a conquistarmi una prima ascensione oppure una nuova via, vidi splendere davanti a miei occhi queste parole di fiamma: “ora io sono diventato più forte dell’onnipotenza divina”». È evidente che Nietzsche ispira ogni singola parola del libro, e si potrebbe leggere Fontana di giovinezza come una sorta di compendio divulgativo del credo nietzschiano, in una interpretazione distorta, esasperata ed esaltata. La montagna è essenzialmente “nemica”, nella concezione di Lammer: e non nemica fredda e inerte, ma personificata: «nel centro dell’azione compaiono “eroi” veramente drammatici, uomini che lottano, soffrono, gioiscono […] ed avversari realmente drammatici, esseri demoniaci come nelle fiabe: la strega dei crepacci in agguato, il lanciatore di blocchi gigantesco, la fata malvagia delle valanghe, il mostro delle tormente, il mago della vertigine che stordisce i sensi, l’aquila delle folgori di Giove, i neri corvi delle nebbie di Wodan».

C’è anche una terza via, quella che trova forse la migliore espressione nell’austriaco Julius Kugy. Non a caso Kugy arriva alla montagna animato non dalla volontà di lotta ma dallo spirito scientifico, dall’amore per la botanica, né più né meno di quanto De Saussure o Dolomieu lo fossero da quello per la geologia: anche fisicamente non incarna l’immagine ascetica ed atletica propagandata da Lammer (è un omone massiccio e tozzo). Il titolo del suo ultimo libro, “Dal tempo passato[62], riassume perfettamente la sua nostalgia per un’epoca, e non solo per una montagna, che appare nel ricordo ricca di certezze e densa di sentimenti genuini. La montagna non viene da Kugy né sfidata né dominata: è percorsa e vissuta con delicatezza e serenità, goduta e ringraziata per le gioie che offre, affrontata con il rispetto che merita, sempre in compagnia delle guide. La conquista della cima non è mai un’ossessione, non diventa un imperativo morale, anche perché Kugy ha altre passioni, la musica e la botanica in primis, che equilibrano ed armonizzano il suo sentimento.

Eppure quest’uomo ha salito, partendo dalle Alpi Giulie, nel corso di una serie innumerevole di campagne, tutte le vette più importanti della catena alpina. Il suo alpinismo, a dire il vero, non sembra tanto appartenere ad un altro tempo, quanto essere fuori dal tempo: è romantico, ma è anche positivo, è disincantato e talvolta distaccato, come quello inglese, ma è anche caldo, eticamente ispirato, portatore di valori come quello italiano o tedesco; solo molto più equilibrato. In opposizione a Lammer, che ringraziava l’alpinismo di avergli fatto “sorseggiare il più dolce dei godimenti che la vita possa offrire: aver bagnato le labbra alla coppa della morte”, egli scrive: “I monti non devono essere i nostri nemici. La base dell’alpinismo deve essere sempre il puro amore della natura e dei monti, un’intima penetrazione nella loro vita, nella loro essenza, nella loro anima. Certe arrampicate disperate che oggi si usano sono contrarie al mio modo di sentire. Io amo l’equilibrio, la salute, in una parola il bene della vita[63]. Kugy rifiuta il concetto stesso di “sport alpino”, la ricerca delle difficoltà fini a se stesse, la conquista della vetta come affermazione personale e superomistica, per valorizzare invece la bellezza del camminare, del contemplare, del muoversi con lentezza sulla roccia e sul ghiaccio, per godere davvero di tutto ciò che un’ascensione può offrire. Per questo, al contrario di Lammer, che tra le due guerre risulta con Fontana di giovinezza l’autore più letto in Germania dopo Dio e Hitler, e dello stesso Mummery, che ai primi del Novecento è un autore di culto per gli alpinisti di tutto il mondo, anglosassone e non, Kugy rimane un autore “per pochi”: così come di pochissimi è rimasto il suo modo di rapportarsi alla montagna.

 

La guerra nell’Alpe

L’atmosfera che si respira in montagna ai primi del Novecento è dunque ben diversa da quella di un secolo prima. La rincorsa tedesca al recupero militare e industriale nei confronti dell’Inghilterra ha i suoi risvolti anche nell’alpinismo. La “corsa agli armamenti” si traduce nell’ingresso della tecnica nella pratica alpinistica. Il chiodo, il moschettone, la corda doppia, i ramponi, l’abbigliamento specialistico rivoluzionano le modalità dell’approccio e aprono ad una ulteriore ricerca delle difficoltà. A questo si aggiunge l’allenamento specifico e sistematico praticato soprattutto a partire dalla “scuola di Monaco”. L’età dell’oro dell’alpinismo classico di stampo inglese, che rifuggiva da ogni mezzo artificiale, si chiude per lasciare il posto all’età del ferro e della tecnica. Non senza polemiche, naturalmente: sulla liceità dell’uso del chiodo c’è un dibattito aspro, che vede da un lato i “puritani” come Paul Preuss, capace di scalare in libera assoluta il Campanile Basso, dall’altro chi è disposto a compromessi in nome della sicurezza o del “divertimento”. Naturalmente sarà quest’ultima posizione a trionfare, e da un timido uso delle corde e dei chiodi si passerà ben presto all’elaborazione di una vera e propria tecnica di arrampicata artificiale. Ma le polemiche sono anche legate alle sempre più accentuate rivalità nazionalistiche, che arriveranno all’esplosione con la prima guerra mondiale.

Ci sono due figure di alpinisti, entrambi marcatamente “italiani” che riassumono molto bene la coesistenza tra le diverse concezioni, le loro differenze e insieme il filo che le lega. E tanto più si prestano in quanto spesso e volentieri si ritrovano a scalare assieme.

L’alpinismo conservatore, rigorosamente praticato con le guide, concepito come pratica elitaria, è rappresentato da Guido Rey. Rey non può essere collocato tra i grandi alpinisti: o almeno, non è tra quelli che aprono vie e prospettive nuove. Arrampica con le guide (anche se quello di confessare la propria assoluta dipendenza dalle stesse appare un po’ un vezzo, perché in realtà compie alcune ascensioni non facili in solitaria) e mantiene un suo distaccato aplomb nei confronti della novità e della “trasgressione”, anche quando non disdegna il ricorso alle tecniche di arrampicata più recenti. È un pronipote dei Sella, “ricco e romantico”, come viene definito in una recente enciclopedia dell’alpinismo, che conosce prima e dopo il conflitto mondiale una grandissima fama, anche internazionale, tale da procurargli la qualifica di socio onorario dell’Alpine Club e la Legion d’Onore francese. La sua celebrità è legata senz’altro più ai suoi “récits d’ascension” che alle imprese in parete: opere come Alpinismo acrobatico (1914) sono per tutta una generazione alpinistica italiana l’equivalente di quel che rappresenta Fontana di Giovinezza per i tedeschi. Eppure, a rileggerle oggi, grondano retorica e lirismo declamatorio da ogni pagina, e non basta la giustificazione di un amore immenso per la montagna a riscattarle letterariamente.

Rey ha una concezione ottocentesca, aristocratica, dell’alpinismo. La montagna diventa nella sua rappresentazione un avversario mitico e proteiforme da sottomettere e l’alpinista un san Giorgio votato alla lotta e al sacrificio: la frase conclusiva della dedica di Alpinismo acrobatico: “Io credetti e credo nella lotta con l’Alpi utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede” (che tra l’altro è stata il motto del CAI fino alla fine del secolo scorso) riassume perfettamente i valori che Rey si porta appresso nello zaino e che, praticati necessariamente al livello più alto nel confronto con la montagna, segnano lo spartiacque tra l’eroe semidivino e l’uomo comune: “Montanvert è il vestibolo di uno dei templi più grandi e più venerati dell’Alpi: il punto di contatto, la frontiera tra una piccola oligarchia di alpinisti e una grande repubblica di non alpinisti […] lì si incontrano quelli che scendono dalle pericolose cime con quelli che salgono dalla valle senza alcun desiderio di arrivare più in alto”.

Ad incarnare il nuovo atteggiamento, ribelle, polemico e dissacratorio nei confronti di ogni tabù, nessuno invece meglio di Tita Piaz, una delle più famose, forse la più famosa in assoluto, tra le guide italiane delle Alpi orientali. Intanto Tita è una guida molto particolare: sceglie lui i clienti, invece di essere scelto, fa solo le ascensioni che gli piacciono e chiarisce da subito che il protagonista sarà lui[64]. Poi non esita di fronte a nulla, per arrivare a quello che gli preme. Dopo aver realizzato una traversata volante tra la torre di Misurina e la Guglia De Amicis, quest’ultima mai violata, aggrappato come una scimmia ad una corda sospesa, così commenta: “Non ho mai preteso di negare per lo meno la comicità di un tale sistema di scalare le montagne; non ho mai chiesto che esso venisse preso sul serio, ho riconosciuto il più ampio diritto di critica a tutti: ma per l’amor del cielo, non lapidatemi se una volta ho dimostrato praticamente come Darwin non avesse avuto torto a spendere la sua vita per costruire l’albero genealogico della specie umana, cominciando dai gorilla”. Col che si fa una risata di tutte le polemiche, ma dice anche che ormai il fine giustifica qualsiasi mezzo[65].

Piaz testimonia però anche l’uscita della rivalità italo-tedesca dai limiti di una competizione sportiva: un po’ perché da buon valligiano di Fassa sente fortissima la contrapposizione di confine tra le due culture (e tra i due nazionalismi); un po’ perché è proprio la sua indole a ribellarsi al “perbenismo” e alla mistica che la concezione germanica dell’alpinismo va propugnando. Sempre a proposito della guglia De Amicis scrive: “I filistei mi gridarono addosso il loro piccino livore di omuncoli. I puritani dell’alpinismo videro nella pazzesca scalata un pericoloso pervertimento sportivo. I rocciatori seri fecero dell’ironia, dichiarando l’impresa funambolismo da palestra, indegna di un rocciatore come Piaz, ma i più ameni furono i nostri pangermanisti purosangue, i maschi vestali dell’intero progresso umano, che vi scorsero un’inequivocabile manifestazione di irredentismo, e proposero alla Sezione Centrale dell’Alpenverein delle sanzioni esemplari contro un simile ribaldo […]”.

La “guerra” sul fronte alpino (e alpinistico) comincia quindi ben prima del 1915, non conosce interruzione durante le operazioni militari vere e proprie e prosegue poi, è il caso di dire “con altri mezzi” e a dispetto di tutte le alleanze e simpatie politiche, nel ventennio che intercorre tra i due conflitti. In un primo momento, e limitatamente alle Alpi Orientali, l’iniziativa rimane nelle mani degli alpinisti di lingua tedesca, che come abbiamo visto privilegiano l’arrampicata tecnica, su roccia, veloce e verticale, rispetto alle lunghe ascensioni su ghiacciaio. Sino alla guerra personaggi come Preuss e Dülfer saranno in questo settore i dominatori assoluti, rinunciando, secondo i dettami della “scuola di Monaco”, a servirsi delle guide dolomitiche, superando il quinto grado e realizzando imprese che rapportate all’epoca appaiono incredibili, il primo senza alcun ausilio artificiale, il secondo facendone un uso “eticamente” tollerabile. Ad essi rispondono sul fronte italiano Piaz e Angelo Dibona, che al di là della qualifica conservano ben poco della figura della guida, e sono invece ormai alpinisti professionisti. Per questo breve periodo il vecchio e il nuovo convivono ancora, come accade per molti altri aspetti della società e della cultura.

La guerra rallenta naturalmente l’attività alpinistica, ma non rappresenta solo una parentesi di sospensione: crea infatti le condizioni per un diverso rapporto delle masse con l’ambiente montano. Dispiegandosi il fronte italo-austriaco essenzialmente nell’area alpina orientale[66], centinaia di migliaia di uomini che non avevano mai visto prima una montagna vera da vicino vengono a contatto loro malgrado con le Alpi e scoprono luoghi di una bellezza incomparabile. L’esperienza e l’occasione non sono di quelle che invoglino, ma qualcosa del fascino delle Alpi si trasmette: maledette o rimpiante, entrano comunque di prepotenza nell’immaginario popolare. Inoltre, la rilevanza strategica di valli e montagne fino a quel momento quasi irraggiungibili produce una moltiplicazione dei collegamenti, la costruzione di strade carrozzabili, ponti, gallerie che renderanno successivamente queste zone accessibili allo sport e al turismo. Allo stesso modo, la necessità di facilitare l’accesso delle truppe a posizioni dominanti porta ad attrezzare numerosissime vie ferrate, aprendo ad un tipo di fruizione che dieci anni prima sarebbe sembrata disonorevole e scandalosa.

Nell’immaginario patriottico entrano certamente, sotto l’impulso della propaganda bellica, le truppe di montagna, che per preparazione, addestramento e spirito di corpo costituiscono l’élite delle forze armate dell’uno e dell’altro schieramento. Nel corso delle ripetute offensive vengono compiute da ambe le parti imprese alpinistiche notevoli, che al pari di quelle aviatorie si prestano in modo eccellente all’uso propagandistico: i protagonisti sono individui eccezionali che operano in contesti speciali, lontani dal carnaio degli assalti frontali e dal fango e dalla rassegnata disperazione delle trincee. L’eroe più celebrato nell’epopea austriaca del dopoguerra, assieme al Barone Rosso, è Sepp Innerchofler, un alpinista di prim’ordine che viene ucciso al termine di una scalata quasi impossibile compiuta per sorprendere alle spalle gli italiani. E al quale, peraltro, i nemici stessi che lo hanno abbattuto, i nostri alpini, tributano l’onore delle armi andando a recuperarne il corpo, e rischiando a loro volta la pelle, per poterlo seppellire sul monte Paterno, teatro della sua performance. È un residuo di cavalleria che fa della “guerra bianca” una guerra speciale, reso possibile dal fatto che a fronteggiarsi sono uomini che molto spesso si conoscono, se non di persona almeno di fama, e si stimano, perché amano in fondo le stesse cose. L’ambiente in cui operano si presta poi all’azione individuale o di piccoli gruppi, e impone lunghe pause tra un’azione e l’altra, o soste invernali di mesi e mesi. In esso si muovono alpinisti del calibro di Andreoletti, Giuseppe Gaspard, Gunther Langes e Antonio Berti, e le azioni militari diventano spesso delle vere e proprie performances di arrampicata[67]. Questi personaggi, queste imprese, lasciano una traccia indelebile nell’ambiente alpinistico del dopoguerra, soprattutto in quello germanico, fornendo dei modelli di riferimento nei quali il valore sportivo e la determinazione individuale si coniugano opportunamente con il senso della disciplina e con quello dell’appartenenza nazionale[68].

Le elevate quote altimetriche toccate dalla linea del fronte comportano di combattere in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche estreme, alle quali in precedenza era ritenuto impossibile sopravvivere. In inverno i combattimenti cessano quasi del tutto e la lotta contro il maltempo e gli assideramenti è assai più importante della lotta stessa contro il nemico. I combattenti incappano anche, per colmo di sfortuna, in due inverni tra i più freddi e nevosi del secolo, e sono impegnati a difendersi dalla neve, a guardarsi dalle valanghe e a mantenere i collegamenti con il fondovalle per non lasciar venir meno i rifornimenti di cibo e di legna. Si organizzano con la costruzione di baracche, di ricoveri, di caverne nella roccia e di teleferiche per i rifornimenti, o addirittura, come fanno gli austriaci, costruendo sotto il ghiacciaio della Marmolada chilometri di gallerie e ricoveri per uomini, viveri e munizioni, nei quali la temperatura si mantiene attorno allo zero anche quando all’esterno ci sono venti gradi di meno.

Le esigenze militari inducono inoltre a lasciar cadere ogni pregiudiziale antitecnicistica e ad adottare una mentalità performativa: in guerra ciò che importa è il risultato, e a tal fine viene fortemente incrementata la ricerca di soluzioni tecniche. Sotto il profilo militare, questo significa che alla natura non viene risparmiato proprio nulla, e le montagne sono sfregiate in ogni modo, bucherellate da gallerie e camminamenti, tagliate da trincee, incatenate da reti di teleferiche, devastate da bombardamenti e scoppi di mine che in alcuni casi cambiano per sempre il volto del paesaggio. Applicato all’alpinismo si traduce da un lato in innovazioni o miglioramenti nell’equipaggiamento, attraverso lo studio dei materiali (corde, chiodi, ramponi, piccozze, abbigliamento, sistemi di assicurazione, alimentazione), dall’altro in nuovi sistemi di rilevazione e nell’aggiornamento della cartografia.

Ma non è tutto: l’esperienza bellica produce conseguenze anche sul piano psicologico. Per chi ha vissuto per anni esposto ad un livello di rischio altissimo e continuativo la percezione delle soglie cambia drasticamente: quello che era ritenuto insensato ed inaccettabile fino a dieci anni prima viene ora affrontato senza remore, anzi, con una sorta di euforia.

Infine, tramonta completamente un costume, quello del ricorso alle guide. Il conflitto segna infatti la fine della loro epoca d’oro: la crisi economica del dopoguerra dirada quella clientela facoltosa e insieme capace e motivata che aveva animato sin dagli esordi l’alpinismo, e lo aveva anzi reso possibile. Per l’economia alpina legata al turismo di ascensione è un bruttissimo periodo, che verrà superato solo nella seconda metà degli anni trenta, quando farà la sua comparsa un nuovo modello di fruizione della montagna, quello dello sci e del turismo di massa.

 

La guerra con l’Alpe

Ciò che accade dopo il primo conflitto mondiale ha qualcosa al tempo stesso di epico, di tragico e di sconcertante. Si parla di “alpinismo eroico”, ma si pensa ad una forma di esaltazione talvolta prossima all’invasamento. Il modello vittoriano dell’alpinismo colto e aristocratico, per il quale “andare in montagna è uno sport, come la pesca e la caccia, come il cricket o il canottaggio” (Leslie Stephen), è definitivamente accantonato a favore della sfida all’impossibile e della ricerca della “bella morte” lanciate dalla scuola di Monaco. Gli inventori del rapporto sportivo con la montagna, gli inglesi, si ritraggono da una competizione che stravolge ogni precedente assunto etico. Continuano a frequentare le Alpi come terreno di allenamento, anche ad alto livello: ma il loro interesse e le loro ambizioni si sono già spostati altrove. Per motivazioni analoghe, rafforzate dalle resistenze “corporative” opposte dalle guide locali, appaiono defilati anche i francesi e gli svizzeri, che non accettano di buon grado il trasferimento del modello dolomitico nei santuari storici dell’alpinismo, le guglie e le pareti nord del gruppo del Bianco e dell’Oberland.

Sul “terreno di gioco” rimangono dunque i germanofoni e gli italiani. L’attività da parte degli alpinisti austriaci e tedeschi diventa frenetica, quasi a cercare una sorta di rivincita rispetto alla perdita di una vasta area alpina e a riaffermare, soprattutto a se stessi e a dispetto di una sconfitta ritenuta sleale (la pugnalata alle spalle), il convincimento di una superiorità razziale, nazionale e culturale. Sono loro, cresciuti alla scuola del “mordi e fuggi”, dell’arrampicata pura, tecnica, veloce e marcatamente competitiva, a interpretare un nuovo tipo di rapporto con la montagna e a dettarne le regole.

L’esasperazione nazionalistica contagia anche l’alpinismo italiano, che non avrebbe in realtà nulla da riscattare, ma si impegna in una competizione a tratti persino rabbiosa con quello germanico. Sotto il profilo sportivo i risultati di questa rivalità sono indubbiamente eccezionali, con un numero impressionante di vie nuove di estrema difficoltà collezionate da un gruppo di fuoriclasse dell’arrampicata[69]: ma sul piano della cultura alpinistica il discorso cambia. Il Club Alpino Italiano è uno dei primissimi sodalizi ad essere fagocitati nell’orbita della politica del regime fascista. Pur senza arrivare ai deliri mistico-eroici dell’omologo tedesco, l’alpinismo ufficiale italiano fa proprie le istanze nazionalistiche del regime, la vena di rivalsa legata alla “vittoria mutilata”, la chiamata della gioventù all’ardimento e al sacrificio: e nemmeno si astiene dalle notazioni razziste. C’è persino un’elaborazione autoctona delle teorie razziali e superomistiche, quella incarnata da Julius Evola, che affonda le radici in un esoterismo più raffinato rispetto a quello tedesco, ed attinge pertanto anche nei confronti dell’alpinismo ad esiti meno devastanti: ma è un modello che tanto per scelta quanto per necessità rimane confinato a pochi “iniziati”[70].

Per quanto concerne il DÖAV, abbiamo già visto come non solo i suoi indirizzi siano in linea con le finalità del regime nazista, ma addirittura le abbiano anticipate e in qualche modo anche create. In un articolo comparso agli inizi degli anni venti sul suo organo ufficiale si legge: “L’alpinismo fu una scuola dura e seria in preparazione della guerra. La piccozza e lo scarpone sul campo di battaglia furono altrettanto importanti del fucile e della baionetta”. È una sintesi perfetta di quello che il nazismo chiederà.

L’avvento dei regimi totalitari favorisce e stimola dunque, dall’una e dall’altra parte, l’uso strumentale dell’alpinismo a sostegno delle ideologie razziali e imperialistiche sulle quali gli stessi si fondano. Ma c’è un terzo fattore che entra in gioco nella costruzione del modello della nuova società totalitaria, e che coinvolge di sponda l’ambiente alpinistico: è la crescente “sensibilità ambientale”, destata degli sconquassi ormai evidenti della rivoluzione industriale, che nasce nei paesi anglosassoni ma in Germania ha una sua particolare declinazione. Non è un caso che sia un tedesco, e che sia proprio Ernst Haeckel, considerato uno dei teorici fondatori del razzismo germanico[71], ad introdurre il termine “ecologia”[72].

Nel sostrato ideologico comune ai due fascismi (con tutte le distinzioni e le differenze qualitative e quantitative del caso), al mito del sangue (Blut) si sposa infatti quello del suolo (Boden), inteso quest’ultimo sia come imperativo del ripristino dei “sacri confini” della patria (e qui i due regimi vengono a confliggere, perché esistono aree territoriali per le quali le rivendicazioni si sovrappongono) sia come impegno alla valorizzazione del territorio e incentivo al radicamento dei suoi abitanti. Nel caso italiano il fascismo persegue una “valorizzazione” più prosaica, finalizzata a recuperare alla produttività vaste zone incolte o sottoutilizzate (la politica delle bonifiche, il mito dell’autarchia); in quello tedesco c’è un’accezione più “arcadica”, legata appunto alla diffusione di una mentalità proto-ecologista, ad un vincolo più tradizionalmente radicato con la terra d’origine, che comporta un’attenzione particolare all’ambiente.

È significativa in questo senso la presenza ai vertici del Reich di un ministro dell’agricoltura come Walther Darré, che nel testo “La nuova nobiltà di sangue e suolo” del 1930 (Neuadel aus Blut und Boden), teorizza un rinnovamento spirituale e razziale tramite una riconversione all’economia agraria, il distacco dall’industria e il ritorno ad un rapporto più diretto con la natura[73]. In pratica Darré vagheggia il ripristino delle condizioni economiche e ambientali precedenti la rivoluzione industriale, che è esattamente il contrario di quanto vorrebbe Mussolini. La sua posizione alla fine risulta sconfitta, perché anche il Terzo Reich punta decisamente a riconquistare la supremazia industriale: ma per intanto la politica “ruralista” di Darré si concretizza nella destinazione di una notevole fetta del territorio tedesco ad area naturalistica protetta (viene rimboschita, ad esempio, e in buona parte completamente reinventata la Selva Nera, attraversata da una miriade di percorsi escursionistici) e in una speciale attenzione verso le zone per eccellenza incontaminate, quelle montane. Ne consegue naturalmente che su queste zone vada rivendicato un diritto: e il diritto si acquisisce non solo conquistando le vette, ma vincendone ogni resistenza, ogni spigolo e ogni parete.

Mentre l’attenzione per l’alpinismo in Germania è motivata dalla combinazione di tutti questi fattori (educazione alla virilità, componente razziale, preparazione militare, superomismo e diritto al dominio, sensibilità ambientale), e quindi rispecchia un sentire in qualche modo diffuso, in Italia, per la natura comunque elitaria dell’associazionismo alpinistico e per la situazione di ritardo economico, gli elementi di base per una sensibilizzazione popolare nei confronti della montagna (e della natura in genere) mancano totalmente[74]. Al di là di qualche isolata iniziativa per allargare alla massa la pratica alpinistica[75], la politica del regime si risolve principalmente nell’uso cerimoniale delle vittorie (le medaglie d’oro) e in quello propagandistico dei personaggi. L’attenzione mediatica riservata agli alpinisti è tra le due guerre pari a quella per i ciclisti, per i calciatori e per i giganti del ring.

Il fatto è che sulla percezione della montagna continua a pesare in Italia una radicata ambiguità. In un paese che vanta quasi ottomila chilometri di coste, e nel quale la distanza dalla spiaggia più vicina è raramente superiore ai duecento chilometri, è naturale che il divertimento e la vacanza si identifichino col mare. L’Italia è però anche un paese innervato da oltre duemila e cinquecento chilometri di massicci e di catene montuose, che occupano il 35% del territorio: eppure l’associazione della montagna con l’idea del divertimento è solo recente, ed è legata quasi esclusivamente agli sport invernali. La montagna non sciistica, estiva, quella che consente a tutti di praticare di un minimo di alpinismo, rappresenta nella prima parte del Novecento un tipo di vacanza ancora elitario, riservato a ceti benestanti e colti. E fino alla metà del secolo l’immagine della montagna rimane addirittura associata a necessità di salute (diffusione di sanatori o di stabilimenti di cure termali) e quella dei suoi abitanti a carenze psichiche o a deformità congenite.

L’alpinismo eroico italiano degli anni trenta è quindi in buona misura un’operazione d’immagine. A differenza di quanto accade in Germania, dove la strumentalizzazione è forse ancor più marcata, ma gioca su una forma di partecipazione diffusa, di consonanza già acquisita, l’icona dello scalatore indomito e temerario, incurante del rischio, votato alla vittoria o alla morte, non rispecchia il sentire e tantomeno l’essere degli italiani. Più che indurre all’emulazione, funge come altre immagini sportive da motivo di consolatorio orgoglio: anche un popolo di piagnoni trova sempre un Bartali o un Carnera che lo riscatta. La “lotta con l’Alpe”, che già era bandita da Guido Rey in una versione molto meno esasperata rispetto a quella teutonica, viene poi interpretata con sfumature diverse dai più forti alpinisti italiani degli anni trenta, o almeno dai più famosi: Comici, Boccalatte e Gervasutti.

Emilio Comici non è un “vitalista” faustiano dello stampo di Lammer, anche se molte frasi del suo “Alpinismo eroico” parrebbero scritte dal tedesco: “È bello, immensamente bello arrampicare tutto libero, su una parete che strapiomba, vedere fra mezzo alle tue gambe il vuoto, e sentirsi di poterlo dominare con le tue solo forze. Io quando arrampico da solo guardo sempre in giù per inebriarmi del vuoto, e canto dalla gioia. Se non ho fiato per cantare, perché il passaggio difficile me lo stronca, allora il canto continua muto nel mio interno[76]. È piuttosto un esteta. Ama la plasticità del gesto, e nelle foto che lo ritraggono in azione si coglie una ricerca plateale di teatralità: “Io intendo l’alpinismo soprattutto come arte… come, per esempio, la danza o, se vuoi, l’arte del violino… Perché se sei padrone assoluto della tecnica dell’arrampicare, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza”. La sua vis teatrale, frutto paradossale di introversione e sensibilità, lo rende perfettamente idoneo a incarnare il supereroe da stampa popolare nel quale l’uomo della strada vorrebbe identificarsi, capace di imprese e di uno stile di vita sempre al limite (almeno per i parametri del tempo), che nella versione italiana non esclude anche un contorno di soldi e bella vita. Comici è forse il primo alpinista italiano a monetizzare i suoi successi e l’immagine di “uomo ragno” che gli è stata costruita addosso, collezionando conferenze e sponsorizzazioni: il che lo fa entrare in una dimensione totalmente nuova, quella dell’alpinismo professionistico.

Gabriele Boccalatte parrebbe dei tre quello maggiormente ancorato al modello ottocentesco, mentre in realtà l’assoluta libertà dagli schemi e la naturale leggerezza del gesto ne fanno un precursore degli arrampicatori contemporanei[77]. Non è un asceta dell’alpinismo, e nemmeno un superuomo; ha una vita completa, è un concertista di buon livello e arrampica molto spesso con la sua compagna, Ninì Pietrasanta. Non gli interessano le prime o le ripetizioni difficili per sé, vuole solo che si tratti di salite belle. Il suo è un estetismo interiore, tanto quanto quello di Comici è esteriore[78].

Gervasutti rappresenta invece la potenza, la forza della volontà. “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio[79]. Arriva dalle Dolomiti e porta nelle Alpi occidentali una tecnica che fa invecchiare immediatamente tutti i vecchi parametri di difficoltà. Ha una personalità difficile, tormentata, irrequieta: al termine di una delle sue imprese più eclatanti scrive: “[…] ci stendiamo al sole. Fa caldo e abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno diventato realtà. Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai”. Gervasutti è quello che in maniera più convinta accetta e vive la sfida con i tedeschi, a partire da quella persa sulla Nord delle Grandes Jorasses. Diventa l’alfiere dell’alpinismo italiano anche fuori dai “sacri confini”, andando ad arrampicare e ad aprire nuove vie nelle Alpi francesi e a salire vette inviolate sulle Ande. Lo fa coniugando le proprie motivazioni interiori con quelle politiche e propagandistiche del regime fascista: “Noi viviamo di sensazioni, intese nel senso più nobile della parola. Ognuno ha le proprie, altrimenti la vita sarebbe inutile e vuota. Ma per vivere compiutamente bisogna pure arrischiare qualcosa. Il Duce ha insegnato così”.

Nell’uso propagandistico di queste figure il regime non incontra granché resistenza. In qualche caso approfitta del disinteresse degli alpinisti per la politica, in qualche altro del loro sincero consenso. Non tutti però si lasciano strumentalizzare. Vedremo che c’è chi non nasconde il proprio dissenso, come Riccardo Cassin, chi rifiuta di essere coinvolto nella fiera celebrativa, come Ettore Castiglioni, e chi semplicemente va per la propria strada, come Giovan Battista Vinatzer, rinunciando ad ogni notorietà e conquistandosi, forse proprio per questo, la stima e la simpatia di tutti coloro che arrampicano con lui. Tutto sommato, trattandosi di un ambiente particolare, caratterizzato da un livello culturale molto alto e da un sentire sensibilissimo alla libertà e all’indipendenza personale, la reazione all’allineamento agli scopi del regime potrebbe sembrare sin troppo tiepida: ma non credo si possa parlare, al di là della fascistizzazione del sodalizio ufficiale, di una reale acquiescenza. Per il momento gli alpinisti il loro spazio di libertà se lo ritagliano individualmente sulle montagne: quando verrà il momento, sempre sulle montagne, sapranno anche difenderlo.

La strumentalizzazione politica dell’alpinismo non ne fa in Italia una pratica diffusa a livello popolare, come è da sempre in Austria o è divenuta dai primi del Novecento in Germania, mentre crea senza dubbio uno zoccolo di scalatori di ottimo livello e impone, sotto la pressione del confronto e nell’urgenza di sbandierare risultati, una mentalità alpinistica per certi aspetti sin troppo prosaica e disinvolta. La base dei praticanti si allarga, in termini sia numerici che di coinvolgimento sociale o territoriale, ma la distanza tra un’eccellenza ormai semiprofessionistica e la truppa dei dilettanti risulta ancor più marcata. L’alpinismo italiano non ne esce insomma con una identità forte: ma questo non fa che rispecchiare la natura di un popolo da sempre individualista e anarcoide.

Il bagaglio tecnico maturato da tedeschi e italiani nella zona dolomitica viene dunque trasferito alla fine degli anni ‘20 sulle grandi montagne occidentali e all’arrampicata su ghiaccio. L’antesignano di questo trasferimento è Willo Welzenbach, senza dubbio il più forte alpinista tedesco tra le due guerre, che dopo essersi fatto le ossa sulle vie di misto delle Alpi orientali si volge all’Oberland Bernese e dà inizio ad una straordinaria campagna di superamento delle pareti nord. Al di là delle sue straordinarie capacità alpinistiche, Welzenbach è emblematico del nuovo spirito tedesco, proprio perché tra tutti i protagonisti di questa breve ed intensa stagione appare il più equilibrato, il meno emozionalmente squinternato. Eppure quest’uomo, che ha un regolare lavoro e quattro settimane di ferie l’anno, in quindici anni di attività sale 949 cime e compie 43 nuove ascensioni, queste ultime tutte di eccezionale livello. Significa aver dedicato alla montagna tutti i fine settimana e tutti i giorni di ferie, estate e inverno, con la pioggia o col bel tempo, averne fatto il significato unico dell’esistenza. Significa anche aver minuziosamente programmata la propria attività, aver redatto piani stagionali delle salite, quote di risultati da ottenere, calcoli di dislivelli e di difficoltà. A questo proposito, Welzenbach è anche il primo a proporre una scala delle difficoltà (quella appunto che contempla una progressione sino al sesto grado). Un approccio alla montagna a questo punto lucidamente pianificato, ma al di sotto del quale c’è una concezione non meno forsennata di quella di Lammer. Involontariamente, Welzenbach suggerisce un po’ l’idea di quella che sarà la follia lucidamente perseguita dalla Germania hitleriana (che peraltro si manifesta anche direttamente in campo alpinistico, con le spedizioni al Nanga Parbat).

La progressione in artificiale e l’uso di nuovi materiali (soprattutto i chiodi da ghiaccio) consentono a lui e ai suoi numerosissimi emuli di superare limiti risalenti all’epoca di Mummery e di restringere velocemente il campo a quelli che vengono definiti gli ultimi grandi problemi delle Alpi: le pareti Nord del Cervino, delle Grandes Jorasses e dell’Eiger. Con gli anni Trenta ha inizio pertanto una gara esaltante e dissennata, che rischia di trasformare la passione alpinistica in una folle corsa al suicidio, ma che produce anche performances davvero degne del Walhalla.

Prima a cadere è la Nord del Cervino, che viene salita nel 1931 dai fratelli austriaci Franz e Toni Schmid. Nella loro storia c’è tutto l’alpinismo anni Trenta, tutta la sua distanza dal vecchio “gioco” un po’ snobistico dei viaggiatori inglesi. I due fratelli arrivano da una discreta pratica dolomitica, ma non hanno alle spalle un curriculum particolarmente significativo. Caricano sulle loro biciclette tutta l’attrezzatura, peraltro piuttosto datata, partono da Monaco di Baviera, arrivano dopo tre giorni a Zermatt (sotto la pioggia), salgono per la Nord con un solo bivacco (ancora con condizioni atmosferiche avverse), ridiscendono fradici sino al bivacco (dove dormono per due giorni mentre fuori infuria la tempesta), riguadagnano Zermatt, inforcano nuovamente le biciclette e tre giorni dopo (pedalando sotto la pioggia) sono nuovamente a Monaco. È difficile stabilire se siano stati più bravi o fortunati, dal momento che la via percorsa si sviluppa sotto un’incessante gragnuola di pietre, e che ad un certo punto si sono cacciati in una situazione di non ritorno, dalla quale cui l’unica via d’uscita è la vetta: ma indubbiamente il piglio, la determinazione, la rapidità, il coraggio anche incosciente col quale la salita è effettuata si prestano a creare un modello, tanto nuovo quanto pericoloso. E in effetti, malgrado non siano neppure i primi, la risonanza dell’impresa è enorme, e gli imitatori fioriscono a frotte.

Il prossimo fronte sul quale questi ultimi possono cimentarsi è la Nord delle Grandes Jorasses: a partire dal 1931 la parete è oggetto di innumerevoli attacchi, da parte di cordate francesi, austriache ed italiane. L’assalto è tutt’altro che incruento. Nel 1934 quattro cordate, una italiana con Gervasutti e Chabod, una francese ed una tedesca si trovano contemporaneamente in parete, impegnate a scavalcarsi reciprocamente per toccare per prime la cima. Quando il tempo volge al peggio tre abbandonano, mentre quella tedesca persiste nel tentativo, “fortemente decisa – come scrive Renato Chabod –, a imprimere sulla sconfitta parete la croce uncinata”. Uno degli alpinisti, Rudolf Haringer, viene tramortito da un fulmine e precipita; l’altro, Rudolf Peeters, rimane in parete sei giorni e viene salvato in extremis, ma ci riprova l’anno successivo, e stavolta arriva in vetta con Martin Meier. Il loro successo non viene riconosciuto da tutti, perché la via seguita non conduce direttamente alla cima principale. Ci pensano tre anni dopo gli italiani Cassin, Tizzoni ed Esposito a tracciare l’itinerario diretto lungo lo sperone Walker.

Rimane la terribile parete Nord dell’Eiger, che per gli alpinisti austriaci e tedeschi diventa una vera ossessione, alimentata dalla propaganda del regime nazista, e che esige uno spropositato tributo di sangue. In tre anni ci sono sette morti appesi in parete, e il comitato centrale del club alpino svizzero arriva ad annunciare che le guide non saranno tenute a soccorrere eventuali alpinisti in difficoltà. Nel 1936, dopo che altri tre tentativi si sono conclusi in tragedia, è la volta di due giovanissimi alpinisti bavaresi, Andreas Hinterstoisser e Toni Kurz, che hanno a lungo preparato l’impresa e ci provano durante una licenza. Trovano in parete un’altra coppia, due scalatori austriaci, e decidono di salire di conserva, mentre in tutta la Germania la radio di Goebbels propone in diretta quello che dovrà essere il trionfo dei “ragazzi del Reich”. Si mette male subito, il tempo e la montagna si mostrano inclementi, ma gli scalatori non ripiegano. L’epilogo è tragico per tutti e quattro, con l’ultimo che rimane appeso per giorni, in agonia, a pochi metri dai soccorritori che non riescono a raggiungerlo. Solo due anni dopo la parete è scalata da una cordata mista tedesca ed austriaca, della quale fa parte Heinrich Harrer.

Alla fine degli anni trenta i più importanti ed evidenti “problemi delle Alpi” sono di fatto risolti. L’alpinismo classico è già tramontato da un pezzo: la guerra verrà a porre fine anche a quello “eroico”. I “problemi”, per un bel pezzo, saranno altri.

Mentre l’alpinismo classico è iconograficamente narrato da immagini statiche, pittoriche o fotografiche che siano, in armonia tutto sommato con la plasticità dell’ambiente, a partire dal primo dopoguerra l’immaginario collettivo della montagna è dettato, prima ancora che dai libri di Lammer, sempre più dal cinema. I primi documenti cinematografici relativi a scalate arrivano già assieme al nuovo secolo. Dai brevissimi spezzoni girati nel 1901 sul versante svizzero del Cervino si passa in dieci anni a veri e propri documentari, realizzati portando sin sulla vetta della montagna una ingombrantissima attrezzatura del peso di oltre trenta chili[80]. Nel frattempo Vittorio Sella racconta con la cinepresa la spedizione del Duca degli Abruzzi al K2 (1909). Si tratta inizialmente di documenti destinati ad una utenza molto ristretta: nelle produzioni mirate al consumo popolare il materiale girato negli ambienti montani si riduce a poco più che cartoline turistiche, nelle quali le montagne fungono solo da pretesto e da sfondo: ma per intanto, il solo ingresso del cinema nel regno dei ghiacciai e della roccia calcarea ne cambia la percezione.

Una divulgazione più ampia di immagini cinematografiche alpine è indotta durante il conflitto dalla propaganda bellica: la documentazione cinematografica militare privilegia il realismo di sentieri, salite, cordate, ecc., e forma una nuova generazione di fotografi e cineasti che imparano a lavorare in alta quota. Non a caso, dopo la guerra ci sarà soprattutto in area tedesca una notevole fioritura della filmografia di montagna.

A partire dagli anni Venti, infatti, registi come Arnold Fanck, con Il monte del destino del 1924, e La montagna sacra del 1926, e soprattutto Luis Trenker (che esordisce come attore nei film di Fanck e interpreterà anche tutti quelli realizzati come regista), a partire da Montagne in fiamme, del 1931 fino a Il grande ribelle, del 1933 – che tra parentesi piace molto a Goebbels e allo stesso Hitler – e poi a La grande conquista del 1938 e a Il ribelle della montagna del 1939, sviluppano accanto ai temi mielosi del “repertorio” montano quello della mistica dell’eroismo alpino, che si incontra con quella dell’eroismo militare. Le immagini di alpinisti indomiti, che affrontano la furia degli elementi e il rischio estremo per far trionfare su terrificanti pareti di ghiaccio e di roccia la propria volontà di conquista, sono perfettamente congeniali all’ideologia e alla propaganda naziste. Ma si va anche oltre. In un film di Trenker rievocativo della conquista del Cervino, La sfida, si avalla la versione secondo la quale Whymper avrebbe tagliato la corda che reggeva i suoi quattro compagni. In un colpo solo si scredita tutto l’alpinismo britannico dell’età dell’oro.

Il cinema è giustamente considerato da Goebbels l’arma propagandistica più efficace, e questo induce il regime a patrocinare direttamente i bergfilm e a mettere a disposizione risorse finanziarie, pubblicitarie e umane straordinarie. Trenker e Leni Riefensthal, ottima alpinista e protagonista fissa dei film di montagna, prima di diventare lei stessa regista, sono forse gli attori più popolari del cinema tedesco tra le due guerre. Dal punto di vista spettacolare si tratta di opere di sicuro effetto, con immagini girate direttamente in parete e con l’utilizzo di mezzi tecnici d’avanguardia per l’epoca. Ma i costi non sono soltanto finanziari, perché durante la lavorazione la percentuale degli incidenti, spesso mortali, è altissima.

Nella promozione della versione eroica della montagna non troviamo, a differenza che nella prima metà dell’Ottocento, la pittura. Le ragioni sono evidenti: l’immaginario visivo è ormai determinato da altre fonti, quelle che abbiamo sopra descritte, l’illustrazione, la stampa, i calendari, ma soprattutto, verso la fine del secolo, la fotografia. Ciò non toglie che nella seconda metà dell’800, e fino almeno alla prima guerra mondiale, ci sia una vera e propria esplosione di pittura di montagna, eguagliata per quantità forse solo dalle marine. La veduta montana, l’ambientazione alpestre rispondono ai gusti estetici della società borghese, oltre ad offrire anche ai pittori amatoriali un’infinità di soggetti di facile effetto. Si diffonde quindi quella produzione di maniera che riempirà i salotti buoni delle famiglie benestanti, allo stesso modo in cui le stampe o le illustrazioni dei calendari riempiranno le case delle classi meno abbienti. Anche il manierismo riesce comunque ad esprimere autori ed opere di notevole livello, sia quando interpreta col filtro di Ruskin la sacralità estetica della montagna (la produzione anglosassone, e soprattutto Elija Walton) sia quando accetta la sfida del realismo fotografico esaltando le luci e i colori, come nel caso della paesaggistica elvetica e del vedutismo di Alexandre Calame.

Al di là di questo, però, si opera una trasformazione nella pittura di montagna, ed è l’alpinismo stesso ad indurla. Una volta violate e conquistate, o rese facilmente accessibili dai nuovi mezzi di trasporto, le vette non sono più le stesse, non trasmettono gli stessi sentimenti. Non c’è più spazio per il titanismo romantico, che in fondo si crogiola nella sconfitta, mentre adesso sono le vette a cadere. Viene meno anche il gusto dell’esotico e del pittoresco, perché le montagne sono ormai uno spettacolo alla portata di tutti. Per quanto concerne il realismo documentario c’è la concorrenza della fotografia, che anche nei limiti imposti dal bianco e nero fornisce una documentazione incomparabilmente più ampia e più puntuale nel dettaglio. Viene intrapresa quindi la via di una ricerca cromatica o di forme che prescinde da finalità di rappresentazione informativa o emozionale, e al limite anche dal soggetto stesso rappresentato. Lo si vede soprattutto in Arnold Böcklin. Le montagne tornano a caricarsi di simbologie, come in Friedrich, ma in questo caso sono simbologie oscure e inquietanti.

Più solare è invece, al di qua delle Alpi, Giovanni Segantini, che utilizzando i colori puri del divisionismo restituisce l’atmosfera dell’alta montagna, le tonalità nitide e chiare di cieli e nevai. Sotto una superficie distesa e composta la sua pittura è però densa di malinconia: nel famoso trittico “Nascere, vivere, morire” la primavera, l’estate e l’inverno della vita sono rappresentati attraverso i mutamenti stagionali dello scenario e delle semplici e primitive occupazioni dei contadini, ma la cornice montana rimane silenziosa spettatrice sullo sfondo, estranea al tempo che scorre in primo piano: un simbolismo giocato proprio sul racconto fatalisticamente oggettivo della quotidianità.

Il passaggio finale si ha con Ferdinand Hodler: anche a lui preme raccontare il destino degli uomini, ma lo fa o stagliandoli contro una luce naturale quasi magica, o addirittura progressivamente escludendoli dall’immagine e cogliendo l’insieme della montagna in un’unica linea, attraverso la caratteristica ricorrente del ripetersi di forma e colore, secondo un suo personale “principio del parallelismo”: il che ci riporta alle origini, a Giotto, e chiude il cerchio[81].

Dopo, infatti, c’è l’astrattismo, che con le montagne non ha più nulla a che vedere. O meglio: non ha a che vedere con quello di cui abbiamo parlato sinora, mentre potrebbe rappresentare benissimo ciò che oggi è diventata la montagna, e lo sguardo col quale la si coglie.

Il processo che aveva avuto inizio centosessant’anni fa all’Egyptian Hall di Londra, dove Albert Smith esponeva il suo diorama dell’Ascensione al monte Bianco, è arrivato a compimento oggi con la possibilità di attraversare tutto il massiccio del Bianco senza fare un passo. La funivia più alta del mondo consente di arrivare con un’ora di viaggio dall’aeroporto di Caselle alla stazione di partenza, e di essere un’ora dopo ad oltre quattromila metri, su una terrazza panoramica con vista sulla vetta. La montagna che ci viene incontro mentre stiamo seduti nella cabina è non solo addomesticata, ma piena di cicatrici, segnata da impianti di risalita, ristoranti, rifugi, alberghi, parcheggi di fondovalle, bivacchi d’appoggio, strade di servizio. La sua fisionomia è stravolta, i suoi scenari si stanno velocemente standardizzando, come tutto il resto del nostro mondo e delle nostre vite. Si può scendere sulla vetta del Cervino da un elicottero, anziché salirci lungo la Cresta del Leone. L’idea di montagna sulla quale si fondava l’alpinismo, che al netto di tutte le intenzioni delle quali la si caricava aveva un fondamento quanto mai concreto, solido e immutabile, è diventata un’astrazione. Certo, esistono anche luoghi quasi incontaminati, ma proprio per questo sono meta sempre più frequente di chi ancora si illude di sfuggire all’omologazione, e nel farlo se la porta appresso e ne diventa lo strumento. Si ripete su scala di massa quel che è avvenuto nell’ottocento per piccole élites. L’alpinismo non è certo il maggior responsabile di questo scempio: ne è anzi inorridito, e per quanto possibile cerca di frenarlo. Ma è altrettanto vero che ne è stato, per oltre un secolo, l’avanguardia.

Questo, e tutto il resto, ciò che accade dopo l’Eiger attorno e sopra le montagne, non rientra più nostro racconto. La mia introduzione alla storia dell’alpinismo potrebbe tranquillamente chiudersi qui, con il confronto tra due scuole di pensiero (e soprattutto d’azione) che a lungo si fronteggiano e cedono poi entrambe il passo al nuovo. Il nuovo sono le sponsorizzazioni, la performance fine a se stessa, gli ottomila con l’ossigeno prima, senza ossigeno dopo, le concatenazioni a raffica di vie, le salite di corsa al Cervino e le discese con gli sci dall’Everest, fino all’arrampicata libera sulle facciate dei palazzi. Non è di questo che volevo parlare.

Aggiungerò quindi, per dovere di completezza, una breve appendice sul ruolo della montagna nella seconda guerra mondiale e sugli ultimi sessant’anni di alpinismo, ma sarà pura cronaca. In effetti, soprattutto quest’ultima parte non mi interessa molto. La mia concezione dell’alpinismo è rimasta ferma a un secolo fa, a quella di Mummery; il mio modello umano di alpinista è Kugy: l’alpinismo è anche una pratica sportiva, ma è soprattutto un piacere, e per essere tale non deve cercare il pericolo eccessivo, deve calcolare le difficoltà, e utilizzare più che la forza l’intelligenza e la forza di volontà. Se praticato in questo modo, non ha bisogno di cercare motivazioni e di darsi un’etica: le porta già con sé.

 

La morte dell’impossibile

Per un paio d’anni, verso la fine del secondo conflitto mondiale, “salire in montagna” assume un significato ben diverso da quello sportivo o turistico. La montagna, e le Alpi soprattutto, diventa la zona operativa delle formazioni partigiane, un rifugio per renitenti e sbandati, una via verso la salvezza per ebrei e oppositori del regime che cercano scampo in Svizzera.

A differenza che nel primo conflitto le Alpi sono solo per un brevissimo periodo scenario di una guerra regolare, e questo a dispetto della intensa preparazione che a partire dal 1935 il regime fascista da un lato e il governo francese dall’altro avevano avviato. La lezione della grande guerra, nella quale le formazioni alpine altamente specializzate avevano svolto un ruolo cruciale, ha indotto infatti gli stati maggiori a ripensare le strategie difensive. Tutta la zona di confine è stata attrezzata sui due versanti con opere di fortificazione e sono state rese accessibili anche le postazioni più impervie. Sul piano dell’addestramento specifico delle truppe, nel 1935 è stata aperta la scuola militare di alpinismo di Aosta, mentre in Francia già funzionava dal 1932, a Chamonix, l’École de Haute Montagne (EHM).

La militarizzazione anche simbolica e propagandistica della montagna segue a ruota. Nel giugno del 1935 gli allievi della scuola militare di Aosta prestano il giuramento di fedeltà alla patria sulla vetta del Monte Bianco, e due anni dopo si svolge sempre sul Bianco una imponente esercitazione dimostrativa. I francesi replicano nel 1938, con una manovra di massa di tutte le loro truppe d’alta montagna e un “grand rassemblement” sulla cima del Bianco.

Tutta questa preparazione alla resa dei conti si rivela inutile. La guerra alpina dura due settimane, nel giugno del 1940, e vede gli italiani impegnare per il tentativo di occupazione della Savoia una forza tre volte superiore rispetto a quella francese, ma ottenere alla fine una penetrazione di pochissimi chilometri, a prezzo di un alto numero di caduti. I problemi più grossi sono dati dalla temperatura e dal maltempo, che mettono a nudo la scarsa preparazione e l’inadeguato equipaggiamento dei soldati italiani.

La montagna torna invece protagonista, questa volta non per due settimane ma per due anni, dopo l’armistizio dell’8 settembre. In realtà sul versante francese delle Alpi Marittime e del massiccio del Bianco il maquis aveva già cominciato ad organizzarsi nella primavera del 1943. Nell’autunno anche quello italiano comincia a popolarsi dei primi gruppi armati, e dopo una iniziale diffidenza i due movimenti finiscono per cooperare. Sono soprattutto i partigiani italiani, dopo i rastrellamenti della primavera e dell’estate del ‘44, a trovare rifugio in terra di Francia, in una zona che a dispetto di massicce e cruente azioni di “bonifica” da parte tedesca rimane sostanzialmente terra di nessuno. La conoscenza del territorio e l’abitudine alla pratica alpinistica di molti capi si rivela fondamentale per la sopravvivenza delle formazioni partigiane. Quelle che riescono a sfuggire ai rastrellamenti sono guidate da personaggi come Nuto Revelli, che ha una formazione militare alpina, o Livio Bianco, che ha trascorsi di alpinismo di buon livello.

Il massiccio del Bianco, e più in generale l’Alta Savoia, sono anche teatro di alcuni episodi di guerra ad altissima quota. Una vera e propria battaglia si svolge attorno al Rifugio Torino, e in un’altra occasione le truppe tedesche sono costrette ad abbandonare Chamonix. Ma la norma degli scontri è quella della guerra per bande, e l’azione dei resistenti ha essenzialmente lo scopo di disturbare le linee di comunicazione tedesche e di rappresentare, anche simbolicamente, una presenza minacciosa nelle retrovie, oltre che di dare di assistenza ai profughi e ai renitenti. Quest’ultimo ruolo viene svolto con efficacia da alcuni dei nomi più prestigiosi dell’alpinismo italiano degli anni trenta. Ettore Castiglioni facendo base in una baita in Valpelline, sopra Aosta, guida verso la Svizzera attraverso le montagne centinaia di profughi, oppositori del regime, tra i quali la futura “regina di Maggio” e Luigi Einaudi, ed ebrei[82]. Lo stesso fanno Riccardo Cassin e Vittorio Ratti[83] nelle Alpi Centrali, e ad essi si uniscono Gino Soldà e l’ormai anziano Tita Piaz. Leopoldo Gasparotto[84] diventa il comandante delle formazioni di Giustizia e Libertà per la Lombardia, viene catturato e torturato dai tedeschi, finisce nel campo di Fossoli, dove organizza fughe di detenuti e dove alla fine viene ucciso. Attilio Tissi opera nel Bellunese, dove ha l’incarico di distribuire ai partigiani le armi lanciate dagli alleati: anche lui viene catturato e torturato per un mese, ma alla fine riesce a scamparla[85]. L’elenco potrebbe allungarsi parecchio, ma credo che questi nomi bastino a far intendere non solo quale parte attiva abbiano svolto gli alpinisti nell’unico episodio non infamante della nostra storia recente, ma soprattutto come la lotta per libertà sia in fondo congenita in chi ama questo mondo.

Come ogni dopoguerra anche l’ultimo è caratterizzato da importanti novità tecniche: si comincia bene, con l’utilizzo delle nuove suole in gomma Vibram, che in effetti rivoluzionano l’approccio ad ogni tipo di percorso, limando mezzi gradi nella scala delle difficoltà e aprendo le vie meno difficili ad una frequentazione molto più allargata, per arrivare poi invece all’introduzione dei chiodi a pressione, e in qualche caso addirittura all’uso del compressore, che consentono di violare in artificiale ciò che la natura da sempre aveva vietato. Il resto lo fanno i nuovi materiali plastici, le corde in sintetico, sempre più leggere, i tessuti impermeabili e termici.

Queste novità hanno una ricaduta importante sull’alpinismo di punta, favorendo prima gli exploit oltre gli ottomila e consentendo da ultimo il ritorno a perfomances di altissimo livello con equipaggiamento leggero; ma rivoluzionano anche quello di massa, consentendo a un numero crescente di appassionati di affrontare in sicurezza livelli di difficoltà superiori.

L’avvicinamento alla montagna passa anche, letteralmente, per le possibilità di accesso. In questo senso lo sviluppo delle reti ferroviarie e stradali di comunicazione (e per quanto concerne l’alpinismo extraeuropeo quello delle linee aeree) consente a chiunque di frequentare, anche per periodi brevissimi, rifugi e vette. L’aumento del tempo libero, con l’introduzione della settimana corta e delle ferie pagate, fa il resto.

Una serie di vicende tragiche risveglia l’attenzione dei vecchi e dei nuovi media, che alla maniera di quelli ottocenteschi cercano soprattutto la polemica. D’altro canto proprio l’aumentata frequentazione e l’eccesso di confidenza creato dalla fiducia nelle attrezzature moltiplica la possibilità di incidenti. Ma ormai l’idea di un tributo annuale di vite da versarsi alla montagna, così come alle autostrade, è universalmente accettata: per gli eroi della verticale, poi, essendo nel frattempo diventato l’alpinismo uno sport professionistico, sembra quasi che la morte in parete sia inserita a contratto. Fa molto più notizia la sopravvivenza di alpinisti estremi come Cassin o Bonatti che la scomparsa della gran parte dei loro colleghi.

Sul piano di quella che è ancora negli anni cinquanta pura competizione nazionale il dominio tedesco per cause di forza maggiore si allenta (anche se la vecchia scuola austriaca esprime ancora alcune individualità di caratura altissima), e salgono alla ribalta soprattutto gli alpinisti francesi. La scuola francese era rimasta nell’ombra negli anni trenta, ma aveva allevato una generazione di rocciatori fortissimi, con una grande propensione alla verticalità e alle imprese invernali, ma soprattutto al lavoro in cordata. Ora si risveglia dal letargo: uomini come Rebuffat, Lachenal, Terray, Desmaison, Couzy, Livanos portano l’alpinismo francese ai vertici su ogni terreno, d’estate e d’inverno, in Europa e fuori. A favorirli sono appunto le caratteristiche di gruppo, la capacità di conciliare e valorizzare al massimo, ai fini della complementarità, le differenze di attitudine e le diverse propensioni.

Anche la scuola italiana continua ad esprimere personalità eccezionali, del livello di un Bonatti o di un Mauri, capaci di exploit indifferentemente sul calcare o sul ghiaccio, in Alpe o in Himalaya: ma è sempre caratterizzata dalle polemiche e dalle rivalità interne, che guastano persino risultati importanti come quello del K2.

Nelle spedizioni extraeuropee tornano infine in gioco gli inglesi, i quali tuttavia, una volta conseguito sulla vetta più alta quel successo che la morte di Mallory aveva reso obbligato, mantengono un certo distacco e tornano al vecchio terreno di gioco alpino. Nei limiti consentiti dall’evolvere della tecnica e dell’attrezzatura cercano di conservare intatto lo spirito di Mummery o di Geoffrey Winthrop Young.

Potremmo definire quella iniziata nel primo dopoguerra la fase coloniale o imperialistica dell’alpinismo: la corsa a piantare la bandiera per primi su qualsiasi altura significativa in ogni parte del globo, a stabilire o a sancire una sorta di primato occidentale sul mondo e di superiorità etnica o nazionale all’interno dell’occidente. Questa corsa conosce un’accelerazione esasperata che legittima l’utilizzo di qualsiasi tecnica artificiale, e termina solo negli anni cinquanta, quando in rapida successione vengono conquistate tutte le vette superiori agli ottomila metri, Si comincia con l’Annapurna, nel 1950, salito appunto dai francesi Herzog e Lachenal; si prosegue nel 1953 con il più alto, l’Everest, scalato da Hillary e Tenzing, e con il più crudele, il Nanga Parbat, quello cui i tedeschi avevano pagato negli anni trenta un tributo di ventotto vittime, che viene vinto con un’incredibile ultima tratta di diciotto ore in solitaria dal formidabile austriaco Hermann Buhl. Nel 1954 cadono quello considerato più difficile, il K2, salito da Compagnoni e Lacedelli, e il Cho Oyu vinto dagli austriaci Tichy e Jochler, insieme allo sherpa Pasang Dawa Lama.

Il Kanchenjunga, terza vetta più alta, viene salito nel 1955 dagli inglesi George Band e Joe Brown, che hanno alle spalle trecentodieci portatori e trenta sherpa d’alta quota. Nello stesso anno i francesi Lionel Terray e Jean Couzy, seguiti da altri sei compagni un giorno dopo, salgono il Makalu. La cima del Lhotse è raggiunta da Ernst Reiss e Fritz Luchsinger, alpinisti di punta della forte spedizione svizzera diretta da Albert Eggler, nel maggio 1956. Nello stesso anno c’è il primo exploit di una spedizione non europea: dopo due tentativi falliti i giapponesi raggiungono la vetta del Manaslu con Toshio Imanishi e lo sherpa Gyaltsen Norbu. A seguire, in rapida successione: nel 1956 gli austriaci Moravec, Larch e Willenpart salgono la vetta del Gasherbrum II; nel 1957 altri austriaci, tra cui Kurt Diemberger ed Hermann Buhl, sono sulla vetta del Booad Peak, con una spedizione molto leggera, senza portatori nel tratto finale; nel 1958 arrivano anche gli americani, primi sul Gasherbrum I; nel 1960 ancora sei alpinisti austriaci, tra i quali Diemberger, sul Dhaulagiri, questa volta con abbondanza di mezzi, compreso un piccolo aereo per i rifornimenti in alta quota (che peraltro si schianta). Rimane solo il Shisha Pangma, che i cinesi hanno riservato per sé e che scalano nel 1964, in piena rivoluzione culturale, portando in vetta dieci alpinisti, e impiegandone centoventicinque.

Malgrado siano ancora occupati nella ricostruzione postbellica, i governi europei si buttano nella corsa organizzando vere e proprie spedizioni di stampo militare, che impegnano centinaia di portatori, richiedono un grande sforzo logistico, prevedono l’uso sistematico dell’ossigeno, la preparazione delle vie con corde fisse e una serie di campi avanzati da piazzarsi progressivamente. Sfruttano in fondo le esperienze organizzative maturate durante il conflitto, si avvalgono di uomini rotti ormai ad ogni disagio e a vivere le situazioni più rischiose, utilizzano i materiali testati per sei anni sotto il fuoco. Ne nascono indubbiamente delle grandi imprese, anche sotto il profilo umano, ma la parentela con l’alpinismo classico è piuttosto laterale. L’impressione è che in questa corsa ci sia l’affanno a conquistarsi un pezzo di gloria e a liberarsi finalmente di un problema, e che dell’elemento ludico, del piacere di cui parlavano Kugy e Rey, ma anche Comici, e della passione pur ambigua di Lammer non sia rimasta nemmeno l’ombra.

La “decolonizzazione” parte negli anni sessanta. Ormai non rimane più nulla da conquistare: l’alpinismo può conservare un significato solo se scopre o si inventa una nuova dimensione etica. Questa dimensione viene individuata nel “rispetto” per la montagna, nella sua riconsacrazione attraverso un approccio più naturale, meno invasivo. È quello che viene definito, da uno storico dell’alpinismo, un “Nuovo Mattino”. Contribuisce a indurre questo ripensamento l’entrata in scena degli americani, non in virtù di una loro particolare sensibilità ecologica (anche se Thoreau, Emerson e Muir sono indubbiamente su questa direzione dei precursori) ma perché non hanno alle spalle alcuna tradizione alpinistica, e non si preoccupano quindi né di rispettarla né di dissacrarla. Sono portatori di un individualismo anarchico, in una connotazione però assai diversa da quella degli italiani: la loro irriverenza non è mai astiosa o polemica; semplicemente, se ne infischiano. E assieme a loro arriva sulle montagne anche l’eco dello spirito del sessantotto, delle lotte di liberazione, del terzomondismo, da ultimo della new age. È il compimento di un ciclo, e il ciclo è lo stesso che abbiamo già visto svolgersi nel racconto delle esplorazioni e della colonizzazione.

Il modello dominante torna dunque ad essere dopo gli anni cinquanta quello dell’alpinismo anglosassone, ma in due versioni diverse. Gli inglesi, che hanno riscoperto le Alpi con personaggi come Chris Bonington e Dough Scott, praticano un’etica molto severa quanto a protezioni, e quindi accettano una componente di rischio elevatissima. Non è cosa da tutti, perché include anche tutte le altre componenti tradizionali dell’alpinismo: freddo, fatica e paura. E infatti, rimane circoscritta ad una élite di puristi.

Gli americani portano invece, con Gary Hemmings e con la sua brigata di hippies cresciuta nella Yosemite Valley, una ventata innovativa, alle cui spalle c’è una trasformazione radicale di mentalità. Intanto rifiutano l’arrampicata artificiale come mezzo sleale, in nome di performance condotte in perfetta armonia con la natura, cosa che può attuarsi solo attraverso l’arrampicata libera. Di conseguenza bandiscono il chiodo ad espansione e riducono anche all’essenziale l’uso dei chiodi tradizionali, a favore delle moderne protezioni veloci (stopper, eccentrici, poi friends, etc.). La parete deve essere lasciata come la si è trovata. Infine rivalutano l’arrampicata a bassa quota, innalzandola da pratica complementare di allenamento ad attività fine a se stessa. Sono tuttavia americani, e si portano appresso, anche quando cercano la wilderness, un connaturato tecnicismo (micronut, cliff, etc), che aggira “quantitativamente” il nodo dell’artificiale, nel senso che è molto meno invasivo, ma “qualitativamente” non sposta granché il discorso. E questo aspetto in Europa viene colto, e malignamente rinfacciato dai puristi. Tutto sommato comunque il modello yosemitico, meno spartano, animato più dalla voglia di divertimento immediato che dall’etica del sacrificio, si sposa meglio col nuovo spirito dei tempi e incontra un successo ben maggiore di quello inglese. Col risultato, però, di creare in molti casi dei puri fenomeni di moda, o di inaugurare pratiche che con l’alpinismo hanno in comune solo la verticalità.

Quando questo modello viene invece adottato (ma per taluni aspetti si potrebbe anche dire anticipato) con senso critico e indipendenza nelle scelte, come modo di pensiero ed abito etico piuttosto che come canone tecnico e stilistico, i risultati sono eccezionali (sto pensando a Messner, alla determinazione e alla velocità delle sue realizzazioni alpine e himalayane). I gradi della scala Welzenbach saltano come birilli, a dispetto di resistenze e polemiche. Non è tanto il progresso tecnologico, a questo punto, a fare la differenza, quanto quello atletico e soprattutto quello psicofisico. L’allenamento in arrampicata, e anche quello alla scalata su ghiaccio, una volta coniugato ad una buona acclimatazione mentale e fisica alle quote più alte rende percorribili in velocità vie che erano considerate vent’anni prima di difficoltà estrema ed erano rimaste prerogativa di pochi eletti, spostando sempre più lontano la linea d’orizzonte dell’impossibile. Proprio questo balzo in avanti, però, che si traduce prima in ripetizioni invernali o in solitaria di itinerari proibitivi, poi nella corsa agli ottomila senza ossigeno e infine nelle concatenazioni e combinazioni più peregrine e massacranti (due o tre ottomila in successione, con trasbordo in elicottero, salite classiche e discese con gli sci o col parapendio, maratone ai limiti della troposfera, ecc.) distrugge il confine tra l’alpinismo e lo spettacolo circense o l’esibizione ginnica.

Anche la nuova etica dell’alpinismo, d’altra parte, vive davvero solo lo spazio di un mattino. Le istanze sincere di cambiamento si riducono rapidamente ad atteggiamenti vuoti e modaioli, e hanno una ricaduta commerciale piuttosto che comportamentale. L’esplosione dell’arrampicata sportiva in falesia induce al contrario il ritorno al chiodo ad espansione e all’attrezzatura sistematica del percorso, in nome di una visione puramente estetica e sportiva che necessita di arrampicare con protezioni sicure. Questo crea l’abitudine mentale a considerare “palestra” ogni parete, e tale abitudine non tarda ad essere trasferita in montagna, soprattutto nelle Alpi occidentali (nelle Dolomiti incontra molta più resistenza).

Ci troviamo pertanto di fronte oggi a quello che potrebbe essere definito l’ennesimo “ultimo problema delle Alpi”, e che rischia stavolta di esserlo sul serio. La parola d’ordine che circola ormai in maniera sempre più insistente e inquietante è “risanamento”: che significa mettere in sicurezza, riattrezzandole a spit, le grandi vie classiche, per consentire un “consumo” rapido e sicuro delle pareti e garantire il divertimento a tutti. È un progetto assurdo, che parrebbe aver nulla a che vedere con l’alpinismo, ma che nasce comunque da un’esasperazione e da uno stravolgimento della performance che serpeggiano nell’ambiente alpinistico. Il virus è diffuso in alto, ma qualche linea di febbre l’abbiano un po’ tutti. Non sarebbe male, ogni tanto, magari al momento in cui scendiamo dall’auto o lasciamo il rifugio per affrontare una salita, fermarci a riflettere su come siamo bardati e sullo spirito con quale ci stiamo muovendo. Qualora ci scoprissimo disposti a prenotare o a pagare il biglietto per salire in giornata il Petit Dru, sarebbe ora di tornare a casa.

 

Scendere a valle

Non sono un alpinista, neppure mediocre, se per poter essere considerato tale occorre vantare un ricco palmares di quattromila. Sarò salito si e no cinque o sei volte oltre quella quota. In compenso amo la montagna, e se vedo una cima voglio arrivarci, se incrocio una roccia che tira in verticale mi piace salirla, ho esperienza di corde e di rifugi, e più ancora di letteratura alpinistica: ma tutto si ferma lì. Le mie credenziali per tirare le somme della vicenda che ho raccontato sono davvero scarse, se si esclude il coraggio di averci provato. Ma forse, al contrario, è davvero questa la miglior condizione per farlo: uno sguardo “laico” su un’attività che troppo spesso, da ludica che dovrebbe essere, è diventata e continua ad essere vissuta come religiosa.

Non c’è dubbio che dal punto di vista naturalistico, che è quello della specie, l’alpinismo rappresenti uno spreco insensato: di tempo, di energie, di uomini e di mezzi. Non è nemmeno uno strumento di selezione positiva, anzi: paradossalmente ad essere scartati dalla selezione sono in questo caso quasi sempre i più arditi e i più forti. Meno che mai è un’attività che arreca un qualche beneficio collettivo: quando va bene non metti a repentaglio la vita di altri, compagni, soccorritori, ecc. e ti porti a casa una scaglia di roccia come souvenir. A voler essere generosi si può pensare che si scarichino su pareti e ghiacciai energie e tensioni che a valle potrebbero essere perniciose: e questo forse, sempre dal punto di vista della specie, un qualche vantaggio lo porta. C’è comunque da chiedersi se quella che ho sommariamente descritta non sia la storia di una insana passione, indotta da un progressivo aumento del benessere e della sicurezza di vita. Quando la percentuale di precarietà e di rischio nella vita quotidiana scende sotto una certa soglia i più sensibili, quindi i più irrequieti, ne patiscono l’assenza, e sono indotti a ricrearne in qualche modo le condizioni. Gli alpinisti sarebbero quelli che lo fanno nella maniera socialmente meno dannosa, perché in fondo mettono in gioco e a rischio solo se stessi.

In realtà non penso che si tratti solo di questo. Ci deve essere molto di più per spingere qualcuno non tanto a rischiare (questo lo fanno anche gli idioti che si gettano in piscina dalla finestra, o che si sdraiano sui binari: e comunque, quanto al rischio, c’è in ogni attività, dal guidare un’auto o una bicicletta al buttarsi in mare) quanto a faticare, a patire il freddo, a esporsi al congelamento, ecc.

Su questo tema si sono già sbizzarriti milioni di appassionati, ciascuno portando la sua brava motivazione, e devo dire che quelle che ho letto mi sono sembrate tutte altrettanto convincenti. Ma si trattava comunque di motivazioni individuali. Ciò che a me interessa, e che in queste pagine ho cercato di indagare, è invece il secondo livello, quello nel quale le singole motivazioni si sommano e danno origine ad un fenomeno sociale e culturale. L’assunto era questo: l’alpinismo non scaturisce da una naturale spinta biologica. Questa spinta non esiste in natura perché non risponde ad alcuna strategia di sopravvivenza o riproduttiva. Nessuno stambecco ha mai sentito il bisogno di salire in vetta al Gran Paradiso, pur vivendo appena mille metri più in basso. Il desiderio di scalare una montagna appartiene solo all’uomo: può essere giustificato, a seconda delle epoche, in maniere diverse, con motivazioni politiche, religiose, scientifiche, nazionalistiche, superomistiche, sportive, economiche o legate al successo: ma è comunque frutto di una elaborazione culturale. In due sensi: nel primo perché l’assenza di fini concreti in un’azione che richiede sacrificio, impegno, dispendio energetico, e al limite anche assunzione di rischio, è misura della distanza di questa azione dai dettami dell’istinto. Nel secondo perché penso che l’affermazione vada presa anche alla lettera; non è un caso se la gran parte degli alpinisti ha un livello di cultura superiore, e se un tempo la cosa poteva dipendere dalla diversa disponibilità di tempo e di denaro nelle differenti classi sociali, oggi questo discrimine non esiste più.

L’alpinismo è dunque una forma di cultura, per un verso soggetta al variare dei climi culturali, storicizzata, per l’altro legata ad un modo d’essere “naturalizzato” degli umani, effetto reversivo dell’evoluzione. I modi della variazione li abbiamo visti: provo ora ad enucleare sinteticamente quelle che proprio nello scrivere queste pagine mi sono parse essere le matrici costanti, indipendenti dai tempi.

  1. a) L’irrequietezza. Non ci piove. È un bisogno connaturato (questo sì) all’uomo quello di andare un po’ più in là. È un problema di spazio, già a livello primitivo. Come ogni animale l’uomo ha bisogno di spazio per sopravvivere: ma a differenza di ogni altro animale, e in ragione del suo eccezionale successo evolutivo, ne ha necessità poi anche per vivere. In un pianeta che si avvia a diventare sovraffollato gli spazi orizzontali sono praticamente ormai tutti occupati. Rimangono solo, almeno in parte, quelli verticali. Siamo animali sociali, ma non gregari: almeno, alcuni di noi non lo sono. Hanno bisogno del contatto, ma ne hanno altrettanto di uscire dal gruppo. Lammer centrava il problema quando diceva che la solitudine era la condizione e la molla dell’alpinismo. Solo, avrebbe dovuto usare gli articoli indeterminativi.
  2. b) Il confronto con se stessi, la necessità di conoscersi. Siamo talmente condizionati dal ruolo, dall’ambiente, dalla famiglia, dal lavoro, che non sappiamo quasi nulla di noi stessi. A volte ce ne accorgiamo, e desideriamo metterci alla prova. Soprattutto, vorremmo capire quali sono i nostri limiti. L’alpinismo ti offre condizioni estreme, nelle quali non ti puoi raccontare palle. Vai o non vai. E non è detto che il responso debba essere sempre positivo. Solo, è importante che sia chiaro: questo fa per me, questo no; fin qui ci arrivo, più in là no. Può darsi che ci siano altri modi altrettanto efficaci per conoscersi: ma la situazione nella quale ti mette l’alpinismo è senz’altro la più semplice e la più pulita. Non consente trucchi.
  3. c) Il rapporto con la natura. La nostra cultura ha steso sulla terra una seconda pelle. Tutto ciò che facciamo è condizionato dall’artificio, o è addirittura virtuale. L’alpinismo (quello vero, naturalmente) non si concede alcun artificio (e non classifico come tali le misure di sicurezza; diverso è il discorso dell’attrezzatura dei percorsi). Ti immerge in una situazione nella quale il manico lo tiene la natura. Il rapporto si ribalta: ti devi affidare ad essa (clima, tenuta del terreno su cui arrampichi), sei nelle sue mani. È un ritorno nel suo grembo.
  4. d) Ma alla fine, non sarà la competitività la vera molla dell’alpinismo? Se la cultura è sublimazione degli istinti, lo sport è la sublimazione per eccellenza dell’aggressività e della competizione. Massimo Mila, che ha scritto sulla montagna pagine bellissime, dice che è inutile girarci attorno: arrivare per primo su una vetta che non è mai stata toccata da altri, o salire una via che non è mai stata percorsa, è il sogno di ogni alpinista. Il confronto non è solo con se stessi, ma anche con gli altri. In effetti, le vicende che abbiamo incontrato in queste pagine parlano di uomini che hanno cavalcato cime vergini o tracciato itinerari inediti: sono loro che hanno fatto la storia dell’alpinismo. Io la trovo tuttavia una componente non necessaria, e forse neppure sufficiente. Può darsi che segni la differenza tra fare dell’alpinismo o andare in montagna: ma se così fosse, l’alpinismo sarebbe davvero solo uno sport. Penso che ci sia già soddisfazione completa nell’arrivare in vetta, indipendentemente dal fatto che qualcun altro vi sia stato prima (meglio, naturalmente, se non vi ha piantato una croce o costruito un cippo).

E qui, finalmente, mi fermo. Fossi davvero su una vetta, ora proverei quel sentimento che più di ogni altro penso appartenga agli alpinisti. Io lo definirei “struggimento”, i Romantici parlavano di “sehnsucht”: l’angoscia sottile che prende quando si arriva a vedere il mondo da un punto che lo fa apparire fantastico, e si sa di non poter rimanere lì per sempre, o tornarci ogni volta che si vorrà. È la percezione della nostra finitezza spaziale e temporale rispetto all’infinità e all’eternità di quanto ci circonda: un sentimento che ci turba, ma ci fa anche ringraziare la natura per averci, sia pure per un attimo, fatti sentire partecipi di tanta meraviglia.

Quando ricordo però che Gervasutti parla di “amarezza per il sogno diventato realtà”, e non accenna affatto al guardarsi attorno, il dubbio ritorna: forse davvero non sono un alpinista, forse sono solo un sognatore, e ho raccontato fino ad ora un mio sogno. E allora me ne scuso con chi mi ha letto, ma io il sogno me lo tengo.

 

Salire. Bibliografia essenziale per una letteratura dell’alpinismo

STORIA DELL’ALPINISMO

AA VV – Alpinismo italiano in Karakorum – Museomont. – To 1991
AA VV – Dal Polo al K2 – Museomontagna, To 1984
AA VV – De Saussure e il Monte Bianco – Museomontagna, To 1987
Amy, Bernard – L’alpinismo – Dall’Oglio, Milano
Ardito, Stefano – Le grandi scalate – Newton Compton, 2014
Ballu, Yves – Gli alpinisti – Mursia, Milano 1987
Ballu, Yves – Naufragio sul Monte Bianco – Vivalda, Torino 2000
Buscaini, G. Metzeltin, S.– Patagonia – Corbaccio 1998
Camanni, Enrico – Di roccia e di ghiaccio –Laterza 2003
Camanni, Enrico –Nuovi mattini – Vivalda 1998
De Agostini, A. M. – Ande Patagoniche – Vivalda 1999
De Filippi, Filippo – La spedizione nel Karakoram – Zanichelli 1981
De Filippi, F.–La spedizione del Duca degli Abruzzi al Sant’Elia– Milano 1996
Desio, Ardito – La conquista del K2 – Marsilio, Venezia 1988
Engel, C. E. – Storia dell’alpinismo – Einaudi 1965
Fantin, Mario – Tricolore sulle più alte vette – Tamari, Bologna 1970
Fleming, Fergus – Cime misteriose – Carocci, Roma 2001
Ferrari, Marco A. – Freney 1961 – Vivalda 1998
Ferrari, Marco A.– Le prime albe del mondo – Laterza 2014
Frison-Roche, Roger – Storia dell’alpinismo – Corbaccio, Milano 1993
Franco, J.- Terray, L. – Battaglia per lo Jannu – Tamari, Bologna 1969
Garobbio, A. – Rusconi, G. – L’alpinismo – Sansoni, Firenze
Heckmair, Anderl – I tre ultimi problemi delle Alpi – CDA 2001
Herzog, M. – Le grandi avventure dell’Himalaya – De Agostini, 1983
Herzog, Maurice – Annapurna, I primi ottomila – Corbaccio 1994
Holzel, T., Solkeld, A. – Il mistero della conquista dell’Everest– S&K.1999
Keay, J. – Quando uomini e montagne si incontrarono – Neri Pozza 2005
Kurz, Marcel – Alpinismo invernale – Vivalda, Torino 1994
Joutard, Philippe – L’invenzione del Monte Bianco – Einaudi 1993
Lopez Marugan, A. – Corde ribelli – CDA, 2001
MacFarlane, R. – Come le montagne conquistarono gli uomini – Mondadori 2005
Masciandri, F. – Storia dell’alpinismo europeo – Com. Naz. Sc. Alp. 1989
Motti, Gian Piero – Storia dell’alpinismo – Vivalda, Torino 1997
Monzino, Guido – Spedizioni d’alpinismo in Africa – Mondadori
Monzino, Guido – Spedizioni d’alpinismo in Groenlandia – Mondadori
Monzino, Guido – Italia in Patagonia – Martello 1958
Pesci, Eugenio – La scoperta dei ghiacciai – CDA/Vivalda 2004
Shipton, E. – Quel mondo inesplorato – CDA/Vivalda 2002
Sposito, Livio – Il mondo dall’alto – Sperling & K. 2000
Spreafico, G. – Enigma Cerro Torre – CDA &Vivalda 2006
Tenderini, Mirella – Le nevi dell’Equatore – CDA 2001
Zannini, Andrea – Tonache e piccozze – CDA/Vivalda 2004

STORIA E ANTROPOLOGIA DELLA MONTAGNA

AA VV – La Montagna. Grande Enciclopedia Illustrata – De Agostini, Novara 1987
AA VV – L’uomo e le Alpi – Vivalda, Torino 1993
AA VV – Rapporto sullo stato delle Alpi – CDA, Torino 1998
Bocca, M. – Centini, M.– Le vie della fede attraverso le Alpi –Pr/Verl, 1994
Camanni, Enrico – Storia delle Alpi – Bibl. dell’Immagine, MI 20017
Dainelli, G. – Le alpi. L’ambiente naturale. L’ambiente umano – Utet, 1963
Guichonnet, Paul – Storia e civiltà delle Alpi – Jaka BooK 1984
Mari, A. – Kindl, U. – La montagna e le sue leggende – Mond. 1988
Maraini, Fosco – Segreto Tibet – Bari 1951
Neale, Jonathan – Le tigri delle nevi – CDA & Vivalda 2004
Ries, Julien – Montagna sacra – Jaka Book, 2010
Tenderini, Silvia –Locande, ospizi, alberghi sulle Alpi – CDA/Viv 2002
Tenderini, S. – La montagna per tutti – CDA/Vivalda 2004
Tenderini, S. – Ospitalità sui passi alpini – CDA/Vivalda 2005

MONOGRAFIE SULLE PRINCIPALI VETTE

AA VV – K2 – Museomontagna, Torino 1994
AA VV – Free K2 – Pescara 1991
Ardito, Stefano – Le regine d’Africa – Vivalda, 2003
Bernardi, Alfonso – Il Gran Cervino – Zanichelli, Bologna
Bernardi, A. – Il Monte Bianco. Un secolo di alpinismo – Zanich, 1966
Bernardi, Alfonso – La grande Civetta – Zanichelli, Bologna 1969
De Agostini, Alberto M. – Ande patagoniche – Vivalda, Torino 1999
Fantin, Mario – Cervino 1865-1965 – Tamari, Bologna 1965
Fava, Cesarino – Patagonia. Terra dei sogni infranti – CDA 1999
Ghiglione, Pietro – Monte Bianco – De Agostini, Novara 1978
Gillman, Peter – Everest – Vallardi 1994
Gogna, Alessandro – Grandes Jorasses, sperone Walker – Tamari, 1994
Gugliermina, F. – Il Monte Bianco esplorato – Tamari, 1991
Mazzotti, Giuseppe – Grandi imprese sul Cervino – L’Eroica, MI 1934
Messner, R. – Annapurna. Cinquant’anni di un ottomila – Vivalda 2000
Miotti, Giuseppe – Bernina, questo sconosciuto – Vivalda 1998
Rey, Guido – Il Monte Cervino – Viglongo, Torino 1962
Unswort, Walt. – Everest – Mursia 1991

FILOSOFIA ED ETICA DELL’ALPINISMO

Ardito, Fabrizio – Di pietra e acqua – Vivalda 2000
Berhault, P. – Giani, B. – Il gesto e la pietra – Ivrea 1986
Bernbaum, G. – Le montagne sacre del mondo – Leonardo, Milano 1991
Biancardi, Armando – La voce delle altezze – Cappelli, Bologna
Bianchi, Marco – Montagne con la vetta – Vivalda 1999
Bonatti, Walter – Un modo di essere – Dall’Oglio, Milano 1989
Camanni E – Nuovo mattino. Il singolare sessantotto degli alpinisti– Vivalda 1998
Camanni, Enrico – Sogni scelti per alpinisti classici – Vivalda 1995
Del Zotto, Giancarlo – Alpinismo moderno – Il Castello
Diemberger, Kurt – Gli spiriti dell’aria – Vivalda 1999
Diemberger, Kurt – Cime e segreti – Zanichelli, Bologna 1982
Edlinger, P. – Ferrand, A. – Lemoine, M. – Arrampicare – Zanichelli, 1985
Edlinger, P. – Kosicki, G. – Rock Games – Zanichelli
Evola, Julius – Meditazioni delle vette – Ed, del Tridente, La Spezia 1974
Ferrari, Marco A. – Attraverso il decennio dei cambiamenti – Vivalda, 1994
Forno, Oreste – Il paradiso può aspettare – Mountain Promotion 2001
Forno, Oreste – Sherpa, conquistatori senza gloria – Dall’Oglio 1990
Forno, Oreste – Compagni di cordata – Mountain Promotion 1998
Gherzi, Andrea – La musica delle montagne – CDA 2000
Giglio, Pietro – La montagna dei preti alpinisti – Vivalda, Torino 2000
Gobetti, Andrea – Una frontiera da immaginare – Dall’Oglio, 1976
Gogna, Alessandro – Cento nuovi mattini – Zanichelli 1981
Gogna, Alessandro – La parete – Zanichelli, Bologna 1981
Gogna, Alessandro – Rock story – Il Melograno, Genova 1983
Gogna, Alessandro – Un alpinismo di ricerca – Dall’Oglio, Milano 1975
Kugy, Julius – La montagna che strega – Vivalda, 1998
Livanos, George – Al di là della verticale – Tamari, Bologna 1964
Mazzotti, Giuseppe – Alpinismo e non alpinismo – Treviso 1946
Messner, Reinhold – L’avventura alpinismo – Athesia, 2005
Messner, Reinhold – La montagna è il mio mondo – Corbaccio 2009
Mestre, M. – Le Alpi contese. Alpinismo e nazionalismi – CDA/Viv 2003
Mila, Massimo – Scritti di montagna –Einaudi, Torino 1997
Miotti, Giuseppe – Il ritorno del classico – Vivalda, 2002
Motti, Gian Piero – I falliti – Vivalda, Torino 2000
Prada, Sandro – Alpinismo romantico – Tamari, Bologna, 1974
Rebuffat, Gaston – Gli orizzonti conquistati – Zanichelli, 1988
Reinhard, Karl – Montagna vissuta. Tempo per respirare – Vivalda 2001
Rey, Guido – La fine dell’alpinismo – ed. Montes, Torino 1939
Simpson, Joe – Ombre sul ghiacciaio – CDA, Torino 2004
Stenico, M. – Alpinismo Perché – ed. Ghedina 1981
Zolla, Elèmire – Lo stupore dell’infanzia – Adelphi, Milano 1991

LETTERATURA ED ESTETICA DELL’ALPINISMO

AA VV – Le seduzioni della montagna – Electa 1998
AA VV – Le cattedrali della terra – Electa 2000
AA VV – Le montagne della satira – Museomontagna, Torino 1994
AA VV – Le montagne della pubblicità – Museomontagna, Torino,1989
AA VV – Ritratto di alpinista –Museomontagna, Torino 1992
AA VV – John Ruskin e le Alpi – Museomontagna, Torino 1990
AA VV – Il Monte Bianco nelle immagini e nelle relazioni dell’800 – Torino 1986
AA VV – Alpi gotiche – Museomontagna, Torino 1998
AA VV – Alpi Giapponesi – Museomontagna, Torino 1998
AA VV. – Simbolico e concreto – Museomontagna, Torino 1999
AA VV – Ecuador. Le Alpi dipinte – Museomontagna, Torino 1998
Audisio, A. – Rinaldi, R – Montagne e letteratura – Museomontagna, 1983
Audisio, A. – Rinaldi, R – Letteratura dell’alpinismo – Museomont, 1985
Camanni Enrico – La letteratura dell’alpinismo – Zanichelli, 1975
Christoffel, U– La montagne dans la peinture – CL. ALP. SUISSE, 1963
Dumas, Alexandre – In viaggio sulle Alpi – Vivalda 1998
Festi, R. – Manzati, E. – Le Dolomiti nei manifesti – Ivrea 1990
Garimoldi, G., Jalla, D. – Alpi di sogno – Silvana, Milano 2006
Gherzi, Andrea – La musica delle montagne – CDA/Vivalda 2003
Giardina, Andrea – Le parole della montagna – Baldini & Castoldi 2003
Mazzotti, Giuseppe – La montagna presa in giro – L’Eroica, Varese 1936
Mazzotti, G. – La montagna nel manifesto pubblicitario – Canova, 1959
Pesci, Eugenio – La montagna del cosmo – CDA, Torino 2001
Schama, Simon – Paesaggio e memoria – Mondadori, Milano 1997

BIOGRAFIE DI ALPINISTI

AA VV – Guido Rey. Dall’alpinismo alla letteratura – Museomont, 1986
AA VV – Ai limiti del mondo. Alberto De Agostini– Museomont., 1992
AA VV – Sant’Elia 1897. Il Duca degli Abruzzi – Museomont, 1997
AAVV – L’ultima scalata – Newton Compton 2010
AAVV – Sul tetto del mondo – Newton Compton 2009
Bonington, Chris – Ho scelto di arrampicare – Vivalda, Torino
Borgognoni, A. – Titta Rosa, G. – Scalatori – Hoepli, Milano 1985
Camanni, E. – Ribola, D. – Spirito, P. – La stagione degli eroi – Vivalda. 1994
Camanni, E. – Cieli di pietra. La vera storia di Amé Gorret – Torino 1997
Camanni, E. – Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti – Laterza, 2017
Casara, Severino – Preuss, l’alpinista leggendario – Milano 1970
Casara, Severino – L’arte di arrampicare di Emilio Comici – Hoepli, 1957
Cassarà, Emanuele – Un alpinismo irripetibile – Dall’Oglio, Milano
Cassin, Riccardo – Capocordata. La mia vita di alpinista – Vivalda 2001
Cassin, Riccardo – Cinquant’anni di alpinismo – Dall’Oglio, Milano 1977
De Amicis, Ugo – Piccoli uomini e grandi montagne – Treves, 1924
Ferrari, Marco A. – Il vuoto dietro le spalle – Vivalda 2000
Ferrari, Marco. A. – La storia di Ettore Castiglioni – TEA 2008
Gervasutti, Giusto – Il fortissimo – Il Melograno, Milano 1985
Hiebeler, Toni – Tra cielo e inferno – Tamari, Bologna
Kugy, Julius – Dalla vita di un alpinista – L’Eroica, Milano 1932
Livanos, George – Cassin. C’era una volta il sesto grado – Dall’Oglio, 1984
Maestri, Cesare – Arrampicare è il mio mestiere – Garzanti, Milano 1961
Mazzarelli, Paola – G. W. Young, l’ultimo alpinista vittoriano – Vivalda
Mazzarelli, Paola – Il setacciatore delle Alpi – Vivalda
Messner, R.- Hofler, H. – Hermann Buhl in alto senza compromessi– Vivalda 1998
Messner, Reihnold – La libertà di andare dove voglio – Garzanti, 1992
Miotti, Giuseppe – Sulle tracce di Piero Ghiglione – Vivalda
Rebuffat, Gaston – La montagna è il mio mondo – Vivalda, Torino, 1997
Roberts, Eric – Willo Welzenbach – Vivalda 1992
Tenderini, M – Gary Hemming, Una storia degli anni sessanta– Vivalda, 1994
Trenker Luis – Eroi della montagna – Dall’Oglio, 1982

CLASSICI DELLA LETTERATURA ALPINISTICA

Boccalatte, G. – Piccole e grandi ore alpine – L’Arciere/Vivalda, 1992
Bonatti, Walter – I giorni grandi – Zanichelli, Bologna 1971
Bonatti, Walter – Montagne di una vita – Baldini e Castoldi, 1995
Bonatti, Walter – Le mie montagne – Rizzoli, Milano, 1983
Bonatti, Walter – Il caso K2 – Baldini e Castoldi, 1996
Bonington, C. – Ho scelto di arrampicare – Vivalda 1997
Buhl, Hermann – È buio sul ghiacciaio – Il Melograno, Milano 1984
Buzzati, Dino – Le montagne di vetro – Vivalda
Buzzati, Dino – Sulle Dolomiti – 2005
Cassin, Riccardo – Mc Kinley – CDA, Torino
Cassin, Riccardo – In Grigna! – Domus 2005
Castiglioni, Ettore – Il giorno delle Mesules – Vivalda 1993
Chabod, R. – La cima di Entrelor – Zanichelli 1969
Comici, Emilio – Alpinismo eroico – Vivalda, 1996
D’Angeville, Henriette – La mia scalata al Monte Bianco 1838 – Vivalda 2000
De Amicis, Edmondo – Nel regno del Cervino – Vivalda, Torino 1998
De Amicis, Ugo – Alpe mistica – Milano 1926
Desmaison, Renèe – La montagna a mani nude – Dall’Oglio, 1972
Desmaison, R – 342 ore sulle Grandes Jorasses – Dall’Oglio, 1973
Diemberger, Kurt – K2. Il nodo infinito – Dall’Oglio, Milano 1988
Diemberger, Kurt – Tra zero e ottomila – CDA, Torino 1995
Dingle, G. – Hillary, P. – La traversata dell’Himalaya – De Agostini 1985
Dumler, Helmut – Le tre cime di Lavaredo – Tamari, Bologna 1972
Frison-Roche, Roger – Primo di cordata – Vivalda, Torino 1994
Gervasutti, Giusto – Scalate nelle Alpi – SEI, Torino 1966
Gervasutti, G. – Scalate nelle Alpi – CDA/Vivalda 2005
Gervasutti, G. – Il Fortissimo – Il Melograno, MI 1985
Harrer, Heinrich – Parete Nord – Mondadori 1999
Hillary, Edmund – Arrischiare per vincere – Dall’Oglio, Milano
Klucker, Christian – Memorie di una guida alpina – Tararà, Verb. 1999
Kugy, Julius – Dal tempo passato – Libreria Adamo, Gorizia 1982
Javelle, Emilio – Ricordi di un alpinista – Canova, Treviso 1947
Lammer, Eugen Guido – Fontana di giovinezza – Vivalda, Torino 1999
Maestri, Cesare – …E se la vita continua – Baldini e Castoldi 1996
Maestri, Cesare – Duemila metri della nostra vita – Garzanti 1972
Maraini, Fosco – Gasherbrum IV – Vivalda, Torino 1996
Marchi, Rolly – Le mani dure – Vivalda 1997
Mauri, Carlo – Quando il rischio è vita – La Sorgente 1975
Muyr, John – La mia prima estate sulla Sierra – Vivalda, 1997
Mummery, A. F. – Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso – Torino 1965
Piaz, Titta – Mezzo secolo d’alpinismo – Il Melograno, Milano 1986
Rebuffat, Gaston – Tra la terra e il cielo – Bietti, Milano 1965
Rebuffat, Gaston – Stelle e tempeste – Zanichelli, Bologna 1981
Rey, Guido – Alpinismo acrobatico – CDA, Torino 2001
Samivel – Amatore d’abissi – Zanichelli, Bologna 1984
Stephen, Leslie – Il terreno di gioco dell’Europa – Vivalda 1999
Terray, Lionel – I conquistatori dell’inutile – Dall’Oglio, Milano 1977
Tilman, H.W. – Uomini e montagne – CDA, 2001
Tyndall, J – Un gentleman in cima al Weisshorn – Domus 2005
Zurbriggen, Mattia – Dalle Alpi alle Ande – Vivalda, 2001
Wymper, E. – Scalate nelle Alpi La conquista del Cervino –Viglongo, 1963

LETTERATURA ALPINISTICA MODERNA

Ardito, Stefano – Le grandi scalate – Newton Comp. 2014
Ardito, Stefano – Dodici quattromila e mezzo – Vivalda, Torino
Ardito, Stefano – Il primo orso non si scorda mai – Vivalda, Torino
Ardito, Stefano – Ramponi all’ascolana – Vivalda
Bizzarro, Paolo – Vietato volare – CDA Vivalda 2005
Boardman, P. – Montagne sacre – Dall’Oglio, Milano 1983
Boardman, P. – La montagna di luce – Dall’Oglio, Milano 1978
Boivin, Jean Marc – L’uomo dei ghiacci – Dall’Oglio, Milano 1985
Bonicelli, Piero – Pukajirka ‘81 – CEDIS, Bergamo 1983
Bonington, Chris – Annapurna parete sud – Dall’Oglio, Milano 1973
Bonington, Chris – Everest parete sud-ovest – Dall’Oglio, Milano 1975
Brevini, Franco – Rocce – Mondadori 2004
Brevini, Franco – Ghiaccio – Mondadori 2002
Bukreev, A. – Weston, G.– Everest 1996 – CDA & Vivalda 2004
Calcagno, Gianni – Stile Alpino – Vivalda, Torino 2000
Camanni, Enrico – La guerra di Joseph – Vivalda, Torino 1998
Cassin, R. – Nangeroni, G. – Lhotse ‘75 – Zanichelli, Bologna 1977
Cesen, Tomo – Solo – Dall’Oglio, Milano 1991
Cognetti, Paolo – Otto montagne – Einaudi, Milano 1916
Drury, Bob – Una stagione da eroi – Corbaccio, 2001
Ferrari, Marco A. – In viaggio sulle Alpi – Einaudi Milano 2009
Ferrari, Marco A. – Alpi segrete –Laterza 2012
Ferrari, Marco A. – La via del lupo – Laterza 2014
Ferrari, Marco A. – Il sentiero degli eroi – Rizzoli 2016
Giovannini, Franco – Tibet e dintorni – CDA 1999
Gogna, Alessandro – Mezzogiorno di pietra – Zanichelli
Harrer, Heinrich – Sette anni in Tibet – Mondadori 1998
Haston, D. – Verso l’alto – Dall’Oglio, Milano 1978
Hiebeler, Toni – Eiger, parete Nord – Tamari, 1972
Kammerlander, Hans – Malato di montagna – Corbaccio 2000
Kammerlander, Hans – Discesa al successo – Publilux 1991
Krakauer, Jon – Aria sottile – Corbaccio 1998
Jackson M. – Stark E. – Tende tra le nuvole – TEA 2005
Lauwaert, Anna – La via del drago – CDA, Torino 2003
Lightner, Sam – Altitudini sconosciute – Il Saggiatore, 2001
Mazzotti, G. – La grande parete – Nuovi Sentieri, Belluno
Messner, Reinhold – Corsa alla vetta – De Agostini 1986
Messner, Reinhold – Tutte le mie cime – Zanichelli 1995
Messner, Reinhold – Il settimo grado – De Agostini 1992
Messner, Reinhold – Nanga Parbat in solitario – De Agostini, 1979
Messner, Reinhold – Orizzonti di Ghiaccio – De Agostini, Novara 1983
Messner, Reinhold – Due e un ottomila – Dall’Oglio 1977
Messner, Reinh. –Sopravvissuto: i miei 14 ottomila –De Agostini, 1987
Messner, Reinhold – Ritorno ai monti – Athesia, Bolzano 1971
Messner, Reinhold – Il limite della vita – Zanichelli 1989
Moro, Simone – Cometa sull’Annapurna – Corbaccio 2003
Norgai, Tiensin – Lo sherpa – Corbaccio 2006
Perlotto, Franco – Giungla verticale – Vivalda, Torino 1998
Pieropan, Gianni – Due soldi di alpinismo – Tamari, Bologna 1970
Pietrasanta, Ninì – Pellegrina delle Alpi – CAI, MI 2011
Reinhart, Karl – Yosemite – Dall’Oglio, Milano 1986
Ryan, Tom. – Con te in cima al mondo – Sperling&K. 2011
Simpson, Joe – La morte sospesa – Vivalda, Torino 1994
Simpson, J. – Queste storie di fantasmi. Storie vere di un sopravvissuto – Torino 1994
Thurman, R. – Wise, T. – La montagna sacra – Neri Pozza 2000
Unterkircher, Silke – L’ultimo abbraccio della montagna – BUR 2012
Wingall, Sidney – La spia sul tetto del mondo – Pratiche, Milano 2001
Zannini, Gianfranco – Arrampicate di confine – Vivalda, Torino, 1998

NARRATIVA

Bertolotto, G. – Il camoscio bianco –ArabaFenice 2010
Buzzati, Dino – Barnabò delle montagne – Mondadori, Milano 1981
Cagna, A. – Alpinisti ciabattoni – Baldini e Castoldi, Milano 2000
Daudet, Alphonse – Tartarino sulle Alpi – Rizzoli 2002
Daumal, René – Il monte Analogo – Adelphi 1968
Frison–Roche, Roger – Primo di cordata – Garzanti 1960
Haushofer, Marlene – La parete – E/O, Roma 1989
Stifter, Adalbert – Cristallo di rocca – Adelphi 1984

NOTE

[1] Questo saggio è nato come capitolo finale dello studio “In capo al mondo e ritorno”, dedicato ai viaggi di scoperta, alle esplorazioni e alla colonizzazione europea del mondo nell’età moderna. Non ho ritenuto di modificarne l’incipit per l’edizione separata.

[2] È significativo il fatto che l’unico nome latino rimasto per un monte delle Alpi sia quello del Mons Vesulus, il Monviso. Seneca definisce coloro che ammirano le Alpi intelletti incostanti e insensibili. Strabone dice però che anche i Romani, nella loro politica di sottomissione delle popolazioni alpine, cercavano “la gloria delle cime”.

[3] La prima scalata “certificata”, in questo caso da Tito Livio, sembra essere quella di Filippo di Macedonia al monte Emo, in Tessaglia, nel 181 a.C.

[4] Livio e Silio Italico parlano del terrore deli uomini di Annibale, Claudiano di quelli di Stilicone durante le campagne di quest’ultimo nelle Alpi Centrali.

[5] Con qualche eccezione. Strabone, ad esempio, vedeva nella rozzezza dei montanari, se mitigata e combinata con l’intelligenza degli abitanti delle pianure, una virtù.

[6] Le piccole glaciazioni si ripeteranno nel XVII e nel XVIII secolo, spingendo a valle gli insediamenti e facendo scomparire interi villaggi e vaste zone di pascolo. Una leggenda alpina racconta che le zone dei ghiacciai fossero un tempo fertili, abitate e coltivate, e che siano state ricoperte dai ghiacci per punizione divina.

[7] I soggetti prevalenti nella pittura cinese del periodo Sung (corrispondente alla parte centrale del nostro Medioevo) sono i corsi d’acqua e le montagne, perché queste due entità incarnano non solo i due poli della natura, ma anche quelli della sensibilità umana: e sono poli entrambi positivi. Secondo un detto di Confucio “l’uomo di cuore si incanta davanti alla montagna: l’uomo di spirito gode dell’acqua”.

[8] Le Alpi continuano tuttavia ad essere interessate anche durante il Medioevo da un traffico costante. Per l’intero periodo rimangono aperti quasi tutti i passi già frequentati in epoca romana, dal Col di Tenda al Monginevro, al Grande e al Piccolo San Bernardo, al Moncenisio, allo Spluga e al Brennero. A percorrerli sono eserciti che scendono in Italia, papi con il loro seguito che si recano a concili, pellegrini che si muovono a volte in processioni di massa, mercanti che viaggiano con carovane di muli. I disagi che costoro incontrano sono dati dalla scarsa o nulla manutenzione dei percorsi, mentre i pericoli, oltre che dai fenomeni naturali, valanghe, tempe-ste di neve, fulmini, precipizi, arrivano dal diffuso banditismo o dagli animali (soprattutto dai lupi). Ad attenuare questa pericolosità c’è il diffondersi dei castelli, costruiti in genere all’imbocco delle valli, di ospizi, al culmine dei passi, e di abbazie, eremi e monasteri, nelle zone più alte e recondite delle vallate.

[9] Epistulae Familiares, VI, 1

[10] E non è l’unico. Nel suo Itinera per Helvetiae alpinas regiones, pubblicato nel 1723, il naturalista Jacob Scheuchzer fa un censimento di tutti i draghi svizzeri, dandone per scontata l’esistenza e annoverandone diverse decine, classificati per dimensioni e caratteristiche.

[11] C. Gessner, Libellus de lacte et operibus lactariis.Cum epistola ad Jacobum Avenium de montium  admiratione, Zurigo 1541

[12] Peletier sottolinea anche la differente disposizione che abitanti e viaggiatori hanno nei confronti dei luoghi: “I savoiardi che l’onesto avvenire / ammonisce quietamente alle fatiche / restando in pace guardano gli stranieri / andare e venire, ciechi ai pericoli / Sono a casa loro, e per restarvi faticano / guardando quelli che, per faticare, restano”. Una rappresentazione icastica di quello che sarà il rapporto tra gli alpigiani e gli alpinisti nel XIX e nel XX secolo.

[13] Il precedente periodo di riscaldamento climatico, tra la metà del XV e la fine del XVI secolo, aveva molto favorito la frequentazione delle Alpi, e di conseguenza il mutamento della loro percezione. Il traffico di viaggiatori era aumentato, imponendo anche il ripristino e la manutenzione di numerose vie di valico, ed erano state riscoperte, ad esempio, località termali già note ai Romani.

[14] In effetti, il vero fondatore della geologia moderna è considerato James Hutton, che pubblica la sua Theory of the Earth nel 1785, ad un secolo dal libro di Burnet. Hutton è fra i primi a comprendere il ruolo fondamentale degli agenti esogeni nel modellamento della superficie terrestre e intuisce il ruolo determinante del fattore tempo in geologia, facendo risalire l’antichità della Terra a molti milioni di anni.

[15] Nicola Stenone, De solido intra solidum naturaliter contento dissertationis prodromus Firenze, 1669. Stenone interpreta correttamente la natura dei fossili come resti di animali vissuti precedentemente, e sulla base dei suoi criteri interpretativi riesce a fornirne anche una scala crono-logica. L’adozione sistematica del principio stratigrafico secondo il quale gli strati geologici sovrapposti rappresentano una successione nel tempo lo porta a conclusioni in grado di rivoluzionare le idee sulla formazione e l’evoluzione della Terra.

[16] Iames Ussher, Annales Veteris Testamenti, a prima mundi origine deducti, 1650

[17] John Woodward, Essai toward a Natural History of the Eart, 1695

[18] I plutonisti, seguaci delle teorie di James Hutton, pensavano che le rocce (basalti e graniti) fossero di origine magmatica, formate cioè da depositi di lava, creati e mescolati da una attività vulcanica e tellurica continuativa. In ciò essi si opponevano ai cosiddetti nettunisti, legati alle teorie di Abraham Gottlob Werner, che ritenevano che le rocce si fossero formate per sedimentazione in un grande oceano che dopo il diluvio aveva ricoperto la terra. Hutton sosteneva che la fuoriuscita del calore terrestre attraverso periodiche eruzioni vulcaniche avesse determinato un innalzamento del suolo; che i successivi processi erosivi avessero ridotto l’altezza dei rilievi e trasportato i detriti in mare; e che per il calore interno della Terra, i sedimenti marini si sarebbero fusi nuovamente e sarebbero stati spinti nuovamente verso l’alto, iniziando in tal modo un nuovo ciclo.

[19] John Woodword, Brief Instructions for making Observations in all Parts of the World, 1696

[20] Carl Nilsson Linneo, Fundamenta botanica et Instructio peregrinatoris, 1736

[21] Joseph  Addison, Remarks on several parts of Italy, 1702

[22] Oggi tradotta in: Eugenio Pesci, La scoperta dei ghiacciai, Torino 2001

[23]Distanti dal vacuo affanno degli affari /e dal fumo delle città, essi vivono in pace / tempra le forze fisiche la loro vita attiva, / ignorano la noia che fa crescere la pancia. / Li desta e ne quieta gli animi il lavoro / che salute e piacere rendono più lieve. / Nelle loro vene scorre sangue sano, non viziato / da veleni ereditari, né viziato dall’ansia …

[24] J.J. Rousseau, Nouvelle Héloïse, 1761, parte I, lett. XIII

[25] Nella voce “Géographie”, vol. VII

[26] La vera natura dei fossili era già stata intuita addirittura nel VI secolo a.C. dai filosofi naturalisti greci (in particolare da Senofane). Successivamente Eratostene aveva dedotto dalla presenza di fossili marini in luoghi lontani dal mare che le linee costiere dovevano essersi spostate col tempo. Nel Medioevo tuttavia era invalsa la teoria che fossero prodotti da una vis plastica intrinseca alla Terra, quasi degli “scherzi della natura”, o al limite che si trattasse dei resti di animali uccisi dal Diluvio universale. L’antica teoria che si trattasse di resti fossilizzati di animali e piante era stata ripresa in Italia da Leonardo da Vinci alla fine del ‘400 e nel XVI secolo da Girolamo Fracastoro.

[27] Honoré Benedict De Saussure, Voyages sur les Alpes, Neuchâtel 1796

[28]Quel cielo così straordinario, quel caos di montagne immani, quelle nubi traforate e sormontate da picchi grigiastri, la neve eterna, il silenzio solenne di quel deserto, l’assenza di qualunque rumore, di qualunque essere vivente, di vegetazione […] tutto si unisce per creare l’illusione di un mondo nuovo, di essere trasportati alle ere primigenie. Per un attimo ho creduto di assistere allo spettacolo della creazione che sorge dal grembo del caos”. (Henriette. d’Angeville, Mon excursion au Mont Blanc, 1838)

[29] Narrati in Travels through the Alps of Savoy, 1843

[30] Cfr. Andrea Zannini, Tonache e piccozze, CDA-Vivalda 2004

[31] Elie Bertrand, Essais sur les usages des montagnes, 1754

[32] Da tener presente anche che a partire dal 1817 sul colle e sulle vette più prossime vengono installate apparecchiature di misurazione meteorologica, i cui dati vengono rilevati e pubblicati dai religiosi dell’ospizio.

[33] Gnifetti nelle Nozioni topografiche del Monte Rosa inserisce una descrizione della Val Sesia che ha tutte le caratteristiche di un depliant pubblicitario. Carrel sulla “Feuille d’annonce d’Aoste”, primo giornale valdostano, scrive: “Viaggiatori che cercate nuovi divertimenti, lasciate la monotonia delle pianure e visitate le alte Alpi”.

[34]   Tra le principali il Grossblochner nel 1800, la Punta Giordani del Rosa e il Breithorn nel 1801, l’Ortles nel 1804, la Jungfrau nel 1811, il Bernina nel 1829. Ultime a cadere sono il Pelmo nel 1857, il Monviso nel 1861 e le Grandes Jorasses nel 1863.

[35] Con la mediazione, però, di personaggi che assommano nella loro vita e nella loro opera tanto l’illuminismo scientifico che il romanticismo: primo tra tutti Goethe. “Monti enormi mi circondavano, abissi mi stavano davanti, torrenti vorticosi rovinavano a valle; sotto di me scrosciavano i fiumi, il bosco e la montagna echeggiavano, ed io vedevo, operanti insieme e creatrici, nelle profondità della terra, tutte le imperscrutabili energie, ed ecco, di sopra alla terra e di sotto al cielo, il brulicar delle generazioni di diversissimi esseri”. (I dolori del giovane Werther)

[36] Percy.B. Shelly, Il Monte Bianco, 1816

[37] La montagna ben rappresenta ciò che Kant identificava nei due volti del sublime, quello matematico che nasce dalla contemplazione della natura immobile, atemporale, dove l’uomo, non la natura, è parte attiva attraverso la propria ragione e morale, e quello derivato dalla forza della natura, ove l’uomo è drammaticamente succube, concezione quest’ultima che ha ispirato intere generazioni di artisti e poeti romantici. La dimensione spirituale, per Kant, nasce attraverso la contemplazione dello spettacolo naturale dove la mente prende coscienza del proprio limite razionale e riconosce la possibilità di una dimensione sovrasensibile.

[38] Ma già Petrarca scriveva: “Per alti monti e selve aspre trovo / qualche riposo: ogni abitato loco / è nemico mortal de gli occhi miei.” (Canzoniere, Di pensier in pensier, di monte in monte)

[39] René de Chateaubriand, Viaggio sul Monte Bianco, 1806

[40] L’atteggiamento di Chateaubriand riflette un più generalizzato atteggiamento francese, se non di indifferenza, di disincanto o di fredda compostezza nei confronti del fascino della montagna. Lo ritroviamo in Stendhal, in George Sand, in Sainte-Beuve, in Victor Hugo.

[41] G.W.F. Hegel, Diario di viaggio sulle Alpi Bernesi, 1797

[42] Inserito nel 1853 nella raccolta di racconti Bunte Steine (Pietre colorate).

[43] Nell’iconografia medioevale la centralità è riservata evidentemente alla figura umana, anche perché si tratta in genere di santi. Lo sfondo montano, che troviamo appunto da Giotto al Beato Angelico a Benozzo Gozzoli, è sommariamente schematizzato in semplici e confuse geometrie. La prima rappresentazione realistica delle Alpi la troviamo in una pala d’altare di Conrad Witz, La pesca miracolosa (del 1444). Nel Rinascimento sono soprattutto i pittori veneti, da Giorgione a Cima da Conegliano, a inserire nel panorama le cime del Cadore o delle Dolomiti, sia pure interpretandole o reinventandole molto liberamente.

[44] Tra le altre cose che Ruskin si porta appresso c’è una certa conoscenza dell’arte cinese. Anche se nell’800 non sono più di moda, le “cineserie” diffuse dal gusto rococò hanno lasciato una traccia nell’arredo delle dimore aristocratiche o altoborghesi e nella fantasia dei giovani che le abitano. “Uomini di cuore”, i romantici sono colpiti, ma anche un po’ inquietati, da rappresentazioni che quasi escludono la presenza umana e che tolgono peso alla montagna, facendola galleggiare costantemente sopra una coltre di nebbie. Gli stessi acquarelli di Turner sembrano debitori di questa leggerezza.

Allo stesso modo, sembra debitrice delle Centoun vedute del monte Fuji, di Hokusai, la rappresentazione ossessiva nelle tele di Cèzanne della montagna di Saint Victoire, unica presenza montana di rilievo nella pittura impressionista, a dispetto della teorizzazione del plein air. La montagna simbolo del Giappone, che ha da sempre mantenuto la sua importanza sacrale, tanto da aver dato vita ad una vera e propria religione delle montagne (lo Shu gen do) ricorre in pratica nell’opera di tutti gli artisti giapponesi, è imprescindibile.

[45]In questo momento sono qui, in quello che io chiamo il giardino dell’Eden. Il luogo più splendido in cui io sia mai stato”.

[46] Quello che Bierstadt fa per Yosemite, testimoniarne al grosso pubblico l’esistenza e la bellezza, e quindi nei limiti del possibile preservare quest’ultima, Thomas Moran, suo contemporaneo e concorrente, lo farà in seguito per Yellowstone.

[47] Julius Evola, Meditazioni delle vette, 1972

[48] Leslie Stephen, The Playground of Europe, 1871

[49] Alphonse Daudet, Tartarin sur les Alpes, 1885

[50]L’alpinismo, così poliedrico, è un elisir magico per salvarci, per ovviare allo storpiamento dovuto alla divisione moderna del lavoro”. (Eugen Guido Lammer, Fontana di giovinezza, 1922)

[51] ibidem

[52] E autore di L’alpinismo e il clero valdostano (1905)

[53] La cima est dell’Elbrus (5.621 m), era già stata scalata per la prima volta nel 1829 da una spedizione russa. I primi alpinisti occidentali a raggiungerla sono gli inglesi A.W. Moore, Charles Comyns Tucker e Douglas Freshfield, nel 1868.

La vetta ovest, la più alta (5642 m),viene scalata per la prima volta nel 1874, da una cordata di quattro inglesi con guida russa.

[54] L’esplorazione dell’Himalaya e del Karakorum ebbe inizio, nel XIX secolo, ad opera di singoli viaggiatori, Tra questi, nella prima metà del secolo possono essere ricordati Thomas Manning (1811-12), i fratelli Alexander, James e Patrick (1812-23), William Moorcroft e George Trebeck (1812-29), J. Baillie Fraser (1814-15), G.Thomas Vigne (1835-38), A. Cunningham (1847) e Richard Strachey (1848).

[55] La vita di Aleister Crowley sarebbe incredibile anche se raccontata in un romanzo. Mago, teosofo, consumatore di droghe in quantità industriali, truffatore, affiliato a società segrete e cacciato per malversazioni, è stato per un certo periodo, una decina d’anni, anche un formidabile arrampicatore. Nel corso della spedizione al K2, quando a 6400 un alpinista viene colpito da edema polmonare Crowley è l’unico a intuire la gravità della situazione e a imporre al resto del-la squadra di ritirarsi e portare il malato a valle. Nel 1905 partecipa ad un’altra spedizione, al Kanchenjunga, che si conclude con la morte di quattro membri, travolti da una valanga. In questa occasione il suo comportamento è opposto, non si muove in soccorso dei colleghi, giustificandosi poi col fatto che sono stati loro a provocare l’incidente, e la sua carriera alpinistica è stroncata con infamia.

[56] In precedenza, nel 1903, Frederick Cook aveva sostenuto di aver scalato per primo il monte, ma si scoprì in seguito che l’affermazione era falsa.

[57] Attraverso la mediazione delle teorie razziali di De Gobineau si arriva al pensiero “ariosofico” di Guido Von List e di Lanz von Liebenfels. Nel 1871 il romanziere britannico Ed¬ward Bul-wer-Lytton, nel suo The Coming Race, descrive una razza superiore (“Vril-ya”) che vive sotto la superficie terrestre e progetta di con¬quistare il mondo con la sua energia psicocinetica (“Vril”). Il francese Louis Jacolliot traduce la fantasia di Lytton in termini pseudo-scientifici nel suo Les Traditions Indo-Européeenes (1876), legando il “Vril” ai popoli della mitica Thule. Un tocco ulteriore viene apportato trent’anni dopo dal nazionalista indiano Tilak, che in The Arctic Home of the Vedas attribuisce ad una migrazione degli abitanti di Thule verso sud la nascita del popolo ariano. L’idea di una razza iperborea superiore finisce per innestarsi in Germania sulla linea del superomismo nietzchiano, creando un cocktail esplosivo di fantasia e pseudoscienza. Molti tedeschi si convincono di essere i discendenti degli Iperborei Ariani, e soprattutto di esse-re destinati a diventare i padroni del mondo. Tra questi il generale Basil Hausofer, futuro sponsor di Hitler, che fonda la sovietà Vril, dedita alla meditazione e alla ricerca delle origini ariane. Da questa scaturisce la Società Thule, fondata con intenti culturali ma presto, nelle mani del barone von Sebottendorf, anti-semita e anti-comunista sfegatato, divenuta organizzazione politica. Da essa ha origine nel 1919 il “Partito dei Lavoratori Tedeschi”, che l’anno successivo avrà alla sua testa Hitler.

[58] Un forte stimolo alle ricerche dell’Ahnenerbe è dato dalle teorie dell’esploratore svedese Sven Hedin, che tra il 1893 e il 1908 compie numerosi viaggi in Tibet, rimanendo affascinato dalla cultura buddista e riscontrando in essa affinità con l’originario spirito germanico.

[59] Prima di quello di Mummery, il libro di alpinismo più famoso fu senza dubbio quello di Edward Whymper, Scalate nelle Alpi (1871), che ebbe una diffusione popolare enorme, aiutata anche dalle numerose conferenze che l’autore tenne nei college e nelle sale pubbliche di tutta l’Inghilterra.

[60] Albert F. Mummery, My climbs in the Alps and Caucasus, 1895

[61] G. Lammer, Jungborn: Bergfahrten und Höhengedanken eines einsamen Pfadsuchers,1922

[62] Julius Kugy, Aus vergangener Zeit, 1943

[63] Julius Kugy, Aus dem Leben eines Bergsteigers (Dalla vita di un alpinista), 1925

[64] Guido Rey lo descrive così: “Piaz non è una guida come le altre: sarei per dire che non è una guida. È l’esponente di una formula nuova di alpinismo, il maestro di tutta questa scuola di arrampicate brevi ma intense che si svolgono sul confine tra il difficile e l’impossibile” (Alpinismo acrobatico).

[65] Così la racconta Guido Rey: “Gli dà ombra una guglia intatta, umanamente inaccessibile? Piaz riesce su una vetta vicina: di lassù, a tradimento, lancia per aria una corda che avvince al collo la superba e, afferrata la corda con piedi e mani, strascinandosi sospeso sulla profonda valle, giunge sulla guglia e le dà un nome. Egli ha compiuto in quel girono una delle più belle follie dell’alpinismo!” (Alpinismo acrobatico)

[66] Il fronte attraversa i gruppi montuosi più elevati delle Alpi orientali, dall’Ortles Cevedale all’Adamello e alla Presanella: scende di quota in val d’Adige,tocca il Pasubio e la zona di Asiago, risale lungo la catena dei Lagorai, distendendosi poi dalla Marmolada sino alle Alpi Carniche.

[67] Come la conquista del passo della Sentinella o gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello, o la conquista, da parte di una pattuglia d’alpini, della Marmolada d’Ombretta (3153 m).

[68]L’impegno alpinistico e sciistico dei militari in montagna si attesta all’interno di quegli esercizi fisici collettivi che si caratterizzano come forme di una esemplare liturgia nazionale. In tal modo appartenenze nazionali e consapevolezze patriottiche si imprimono sul corpo fisico di quegli ufficiali e di quei soldati che superano difficili passaggi su roccia per eseguire ricognizioni e per individuare posizioni tatticamente rilevanti da conquistare e da presidiare. […]

Lo sport si configura come un elemento che contribuisce a definire e a qualificare l’identità delle élites e delle masse tra il tardo Ottocento e il primo Novecento, passando attraverso la fa-se cruciale dal 1914 al 1918. Questo intreccio di ideologia, cultura e corporeità risalta in modo esplicito negli anni del conflitto aperto ma si riflette – almeno nel caso italiano – negli anni del dopoguerra e del fascismo sia sul piano delle percezioni dell’alpinismo che su quello delle sue acquisizioni tecniche ed operative”. (Alessandro Pastore, Alpinismo e storia d’Italia dall’Unità alla Resistenza, 2001)

[69] Alcune di queste salite (Vinatzer in Marmolada, Carlesso alla Trieste, Andrich alla Punta Civetta, Comici alla Grande, Cassin ancora alla Trieste) rappresentarono dal punto di vista dell’arrampicata libera il livello massimo raggiunto, almeno in Dolomiti, fino agli anni ‘70.

[70] Julius Evola, Meditazioni delle vette. La via interiore alla montagna, 1972

[71] La sua formula secondo la quale “l’ontogenesi segue la filogenesi” fornisce un pretesto scientifico alla teoria sulla superiorità della razza ariana. Infatti le etnie prive di determinati caratteri sarebbero su questa base ad uno stadio evolutivo inferiore. A suo parere le differenze sulle “razze” non sono solo legate a caratteristiche fisiche, ma anche alle potenziali capacità intellettive e «la differenza fra la ragione di un Goethe, di un Kant, di un Lamarck o di un Darwin, e quella del selvaggio più basso… è molto maggiore della differenza di grado esistente fra la ragione di quest’ultimo e quella dei mammiferi “più razionali”, le scimmie antropoidi».

[72] Haeckel utilizza il termine “ecologia” nel 1866, definendola come studio dell’economia della natura e delle relazioni degli animali con l’ambiente organico e inorganico.

[73] Dal 1931 Darré dirige l’“Ufficio per la razza e le colonie”, nell’ambito delle SS.

[74] Negli anni venti, comunque, anche in Italia qualcosa comincia a muoversi, grazie soprattutto all’estensione della pratica sciistica amatoriale. Una sensibilità ambientale e una nuova attenzione alla montagna trovano riscontro nel 1923 nella creazione del primo grande parco italiano, il Parco nazionale d’Abruzzo.

[75] Già a metà degli anni venti nasce ad esempio una speciale sezione del Club Alpino, l’ESCAI, dedicata all’escursionismo scolastico.

[76]La prima cosa che si deve curare nell’arrampicamento, è lo stile” (in Alpinismo eroico, p. 138).

[77] Anche nel metodo di allenamento sulle palestre di roccia delle valli piemontesi, Boccalatte è un anticipatore.

[78] Gabriele Boccalatte, Piccole e grandi ore alpine, 1939. Lo stile del suo unico libro è come il suo alpinismo: pulito, onesto, concreto.

[79] Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, 1945

[80] Cervino. (Ascensione sulla via normale), 1911, realizzato da Mario Pazienza, che gira anche nello stesso anno Ascensione al Dente del Gigante. Nel 1913 viene girato da una troupe inglese un altro “Cervino”, che verrà programmato anche nelle sale pubbliche.

[81] Hodler afferma: “La mia particolarità consiste nel combinare monumentalità e leggerezza”. Nelle sue tele sono rappresentate continuamente le cime dell’Eiger, del Mönch e della Jungfrau, irradiate da una luce che è energia luminosa allo stato puro.

[82] Castiglioni muore nel marzo del 1944, a soli trentacinque anni di età, sulle Alpi svizzere. Dopo una prima detenzione in Svizzera con successiva espulsione, viene catturato nuovamente oltre il confine e rischia l’internamento in un campo di prigionia. Riesce a fuggire nella notte, senza pantaloni e senza scarponi, con i ramponi legati ai piedi scalzi. Verrà ritrovato tre mesi dopo, appena oltre il confine, morto congelato.

[83] Vittorio Ratti viene ucciso in uno degli ultimissimi scontri, il 26 aprile 1945.

[84] Gasparotto aveva partecipato nel 1929 ad una delle prime spedizioni italiane nel Caucaso. L’anno precedente insieme a Castiglioni aveva sfiorato la grande impresa, compiendo un serio tentativo alla parete nord delle Grandes Jorasses, Altrettanto pionieristica la spedizione sulle coste orientali della Groenlandia, nel 1934.

[85] Tissi, come Livio Bianco, morirà in montagna, durante una scalata, pochi anni dopo la fine della guerra.

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Viaggi, scalate, esplorazioni

di Paolo Repetto, 2005, estratto da Elisa nella stanza delle meraviglie

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc…), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Wilfred Thesiger (“Sabbie arabe”), Charles Dougty (“Arabia deserta”), Theodor Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

 

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Per una storia della letteratura di viaggio in Italia

di Paolo Repetto, 2002

I percorsi e le scoperte (letterari) di questi ultimi anni mi hanno portato a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio. Giudizio che avevo espresso diverso tempo fa e che ho volutamente riportato nel mio precedente articolo.

L’assenza di interesse cui mi riferivo caratterizza soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, quello della mia formazione), quando gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali.

Ma nella prima metà del Novecento, per ragioni opposte, questo interesse c’era stato, e lo testimonia ad esempio un’iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni Trenta, dello sciovinismo di regime: avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, ma non solo, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle biografie di Colombo, Magellano e Cook, vicende come quelle di Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Ludovico de Varthema. A giudicare da ciò che trovo nei mercatini dovette godere di una certa diffusione, almeno nelle librerie delle case borghesi, ed è l’unico mio motivo di rammarico per non essere nato in una famiglia benestante (in verità ce n’è un altro, legato alle riduzioni a fumetti dei grandi classici della letteratura avventurosa che anni dopo la Magnesia San Pellegrino distribuiva in omaggio ai clienti: a casa mia nessuno aveva problemi di digestione).

Rivista oggi, sotto un’altra luce, e ferme restando le differenze qualitative e quantitative rispetto a tradizioni letterarie come quelle inglese e francese, la letteratura italiana rivela in realtà un rapporto intenso col tema del viaggio, soprattutto fino al XVIII° secolo. Una breve carrellata lo dimostra.

Si può idealmente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico, ma per il resoconto di viaggi reali occorre attendere Petrarca. Quest’ultimo è costantemente a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee, e quindi visita Parigi, le Fiandre e i paesi della valle del Reno: ma nel frattempo attraversa anche a cavallo la selva delle Ardenne, e scala il Monte Ventoso (Ventoux). La sua irrequietudine è documentata nelle Epistole Familiari (I, 4 e 5).

È però già possibile ravvisare un atteggiamento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Cavalcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (lo confessa nel Canzoniere). Ed è questo, tra l’altro, l’unico motivo per cui abbiamo notizia del pellegrinaggio.

Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è invece quello di Giovanni dal Pian del Carpine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viaggio ai Tartari). Tira un po’ sul meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente attendibile. Descrive il clima e l’estensione del paese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimentazione, l’organizzazione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi ecc… Per essere un religioso medioevale, si dimostra assolutamente libero da pregiudizi.

Un quarto di secolo dopo (1271) ha inizio il viaggio di Marco Polo, narrato poi (in francese) nel Livre des merveilles, e oggi conosciuto come Il Milione. Dal momento che il libro non fu scritto da Marco stesso, ma dettato a Rustichello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo. Ma il risultato non cambia. È una pietra miliare nel genere, e sorprende un po’ costatare che non ha trovato imitatori (almeno in Italia) per oltre due secoli.

Un piccolo boom della letteratura di viaggio si ha invece nel periodo rinascimentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Machiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spagna), mentre raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna). Tuttavia quando parla dei suoi viaggi reali (nelle Satire) Ariosto non manifesta grandi entusiasmi.

L’elemento cruciale di novità è però la scoperta di un continente nuovo. Cominciano a fioccare i resoconti dei viaggi oltre oceano, a partire da quelli di Cristoforo Colombo (Diario), di Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e di Giovanni Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Francia, 1524), destinati a diventare dei classici del genere. Sono altri però, molto meno noti, a lasciare le tracce più succose e intriganti del nuovo spirito nomade e avventuroso che anima il Cinquecento. Tra questi spicca il già citato Lodovico de Varthema (Itinerario dallo Egypto alla India, 1512), un incredibile avventuriero che arriva in India prima dei Portoghesi stessi, viaggiando per via di terra e attraversando tutto il mondo mussulmano. È difficile distinguere nel racconto di de Varhema la verità dalle millanterie, ma anche queste sono divertenti, di fatto comunque la gran parte delle sue avventure è testimoniata da riconoscimenti ufficiali.

Un secolo dopo il romano Pietro della Valle percorre un itinerario quasi identico (narrato nel Diario di viaggio in Persia), ma reso più complicato dal fatto che buona parte del percorso la fa in compagnia della salma imbalsamata della giovane moglie. Credo sia un’esperienza unica nella storia della letteratura di viaggio.

Il grande coordinatore di quest’ultima è Giovan Battista Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Navigazioni e viaggi, dove sono raccolti tutti i materiali editi ed inediti relativi ai viaggi di scoperta del mezzo secolo precedente. Tra questi, la drammatica Relazione del primo viaggio attorno al mondo, scritta dal vicentino Antonio Pigafetta, compagno di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa. La circumnavigazione è ripetuta verso la fine del secolo da un fiorentino, Francesco Carletti, che la descrive nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, (editi solo nel 1701), magari meno emozionanti del racconto di Pigafetta ma di grande interesse per le descrizioni dei popoli delle Americhe e dell’Asia e delle loro culture.

Nel Seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccontare le missioni evangelizzatrici proprie, come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, 1608)), o altrui, come Daniello Bartoli (Missione al Gran Mogor, 1653). Per il resto, non essendosi sviluppata in Italia una cultura “libertina”, il tema del viaggio è relegato in secondo piano.

Un risveglio si ha nel secolo successivo. Gli stimoli che arrivano dall’Illuminismo, il clima cosmopolita e il desiderio di entrare nel Grand Tour invertendone la direzione inducono nuovamente i letterati italiani a muoversi. Lo fanno animati da un forte spirito critico nei confronti del proprio paese, ma non mancano di esercitarlo anche verso gli altri. E soprattutto lo riversano nei loro diari. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande divulgatore scientifico e viaggiatore lungo un ventennio per tutti i paesi del Nord-Europa, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Quasi contemporaneamente Giuseppe Baretti lascia nelle Lettere familiari ai suo’ tre fratelli (1762) delle pungenti annotazioni sui suoi itinerari attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Baretti quando è in giro non fa sconti a nessuno, ma è evidente che a stargli stretta è proprio l’Italia (e sceglierà infatti di rimanere in Inghilterra). Un altro bello spirito, Vittorio Alfieri, gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia, e ce ne dà conto ne la Vita scritta da esso. Ne ricaviamo poco sulla situazione dei vari paesi, ma del carattere del conte alla fine non ignoriamo più nulla. Così come di Giacomo Casanova, che fa avanti e indietro per tutta la vita, battendo l’intero continente e raccontandolo (nella Storia della mia vita, 1798) da un punto di vista senz’altro singolare.

Meno attento a sé e più a ciò che lo circonda è Luigi Angiolini, che lascia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, coglie l’occasione per lamentare il degrado culturale e civile dell’Italia a confronto con i paesi europei del Nord. Altri, come Giovan Battista Malaspina (Relazione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non mancano di sottolineare i ritardi italiani.

Il romanticismo nostrano, a differenza di quello europeo, non segna un ritorno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I nostri maggiori romantici magari si spostano all’estero (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Manzoni in Francia), ma non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al focolare domestico, ai tetti e al campanile. Chi si sposta in genere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Altoviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo) o un emigrante. E solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno a quest’ultimo tema. Edmondo de Amicis è l’unico autore italiano a raccontare, in Sull’oceano, un fenomeno che forza milioni di persone a cambiare latitudine o emisfero. Fioriscono in compenso le pubblicazioni periodiche destinate ad un pubblico di media e bassa cultura (il Giornale illustrato dei viaggi), infarcite di esotismi da salotto e di inverosimili peripezie, ed esplode il viaggio immaginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari.

Tra i resoconti genuini di viaggi di esplorazione qualche valore anche letterario hanno La scoperta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi, Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e soprattutto il Viaggio allo Yemen di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il confronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

Ancora nella prima metà del Novecento il racconto di viaggio rimane confinato in un genere minore. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vagabonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori. In qualche caso, come per il Viaggio in India (1966) di Alfredo Todisco, sono le profonde trasformazioni intervenute nel frattempo a rendere interessante la fotografia di un mondo scomparso. In altri, come per Un’idea dell’India e Passeggiate africane di Moravia, ma anche L’odore dell’India di Pasolini, riesce fin troppo evidente come spesso nei viaggi si trovi null’altro che ciò che ci si porta.

Solo nell’ultimo scorcio del secolo il rinnovato interesse per l’argomento ha portato alla creazione di veri capolavori (come Danubio, di Claudio Magris), oltre che alla emersione (o in qualche caso, riemersione) di un paio di generazioni di bravi narratori di esperienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (Incontro con l’Asia), Tiziano Terzani (In Asia) e Giorgio Bettinelli (In Vespa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e Alessandro Portelli (Taccuini americani), a quelle africane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane).

Si è ridestato anche l’interesse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Stefano Malatesta (Il cammello battriano, Il mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (a partire da Quando viaggiare era un’arte). Brilli è il grande maestro della loggia dei viaggiatori “in su le carte”, una enciclopedia ambulante (appunto) della letteratura odeporica, e ha al suo attivo un numero straordinario di titoli.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, che nell’articolo sopra citato attribuivo soprattutto ad una moda di importazione (e confesso che sostanzialmente ne sono ancora convinto), ha dato nel nuovo secolo frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va ad autori del calibro di Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura, raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico.

Anche in Italia incontrano infine un crescente successo i “viaggiatori estremi”, in sostanza quelli che si muovono a piedi su lunghe distanze. Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Quella longitudinale, dall’Argentario al Cònero, l’aveva già narrata in Nessuno lo saprà. Brizzi percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli della Via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Come Rumiz, e come tutti gli altri citati, sa scrivere bene. E questo è sempre un vantaggio per la letteratura, se non una condizione imprescindibile, ma per quella di viaggio può costituire anche un rischio. Perché chi ama le narrazioni di viaggio in realtà bada molto più alla sostanza che alla forma, vuole identificarsi con i luoghi e con le storie, più che lasciarsi coinvolgere dalla malìa delle parole. Oggi i viaggi vengono intrapresi sempre più solo per poterne poi scrivere, e c’è il rischio che il piacere letterario lasci poco spazio a quello della fantasia. Quando si legge per immaginare noi stessi a compiere il viaggio un racconto troppo perfetto ci esclude, non consente di figurarci qualcosa di diverso da ciò che viene raccontato.

È quanto sembra aver capito molto bene Roberto Giardina, che in due poderosi volumi (L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici dell’Europa di ieri e di oggi e L’Europa e le vie del mediterraneo ha condensato un repertorio vastissimo di itinerari possibili e di suggestioni storiche da inseguire. Pochissime pagine per ciascuna tappa, descrizioni all’osso, rimandi storici a vicende e personaggi spesso sconosciuti: un liofilizzato di indicazioni che l’autore consegna al lettore come una possibilità, un ricettario con gli ingredienti essenziali: il gusto, sembra dirgli, ora devi mettercelo tu.

 

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Percorsi bibliografici n. 9

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Come da consuetudine vi segnaliamo le ultime letture che hanno suscitato in noi, se non entusiasmo almeno interesse. Anche se non sembra sono legate da un filo: quel filo che consente di comunicare a distanza, senza saperlo e senza conoscersi, con chi condivide il piacere di quelle pagine.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Fiumi, C. – La strada è di tutti – Feltrinelli 2000
Sackville-West, V. – Il più personale dei piaceri – Garzanti 1982
Thoubron, C. – Il cuore perduto dell’Asia – Feltrinelli 1994
Bryson, B – Una passeggiata nei boschi –Guanda 2000
Sepúlveda, L. – Raccontare, resistere – Guanda 2002
Singer, P. – Una sinistra darwiniana – Comunità 2000
Rorty, R.  – Una sinistra per il prossimo secolo – Garzanti 1999
Revelli, M. – Oltre il Novecento – Einaudi 2000
Galimberti, U. – Psiche e tecne – Feltrinelli 1999
Boockchin, M. – L’ecologia della libertà – Eléuthera 1984
Menghi, M. – L’utopia degli Iperborei – Iperborea 1998
De Tocqueville, A. – L’amicizia e la democrazia – Ed. Lavoro 1987
Monti, A. – Il mestiere di insegnare – Arabafenice 1994
Ausseur, C. – Parigi. Passeggiate letterarie – E/o 1999
Miller, G. – Uomini, donne e code di pavone – Einaudi 2002

SENTIERI DELLA POESIA
Flaubert, G. – Bibliomania – Immaginaria 1992
Löwenthal, L. – I roghi dei libri – Il Melangolo 1991
Bettini, M. – Con i libri – Einaudi 1998
Manguel, A. – Una storia della lettura – Mondadori 1997
Diliberto, O – La biblioteca stregata – Robin Edizioni 1999
Huizing, K. – Il Mangialibri – Neri Pozza 1996
Vila-Matas, E. – Bartleby e compagnia – Feltrinelli 2002

SENTIERI DELLA FANTASIA
Winchester, S. – L’assassino più colto del mondo – Mondadori 1999
Brera, G. – Addio bicicletta – Rizzoli 1980
Brera, G. – Coppi e il diavolo – Baldini & Castoldi 1994
Fiumi, C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Clarke, W.R. – Sesso e origine della morte – MacGraw Hill 1998

 

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