I regali di un tempo

di Paolo Repetto, 2013

Io ero stato mandato in Grecia
perché avevo studiato Omero,
e Kreipe aveva fatto otto anni di studi classici.
Sono cose che non esistono più.

Avevo già incontrato Patrick Leigh Fermor a dieci anni, ma senza riconoscerlo. Ho dovuto quindi attendere mezzo secolo prima di ritrovarlo.

Quella prima volta non lo riconobbi perché il film che le sue gesta avevano ispirato era modesto, la trama appariva improbabile e l’interprete, Dirk Bogarde, non mi era simpatico. Questo l’ho capito dopo, naturalmente, quando Leigh Fermor l’ho incontrato davvero: all’epoca non avevo memorizzato nemmeno il nome.

Il film si intitolava “Colpo di mano a Creta”. Apparteneva ad un genere “bellico” che andava per la maggiore alla metà degli anni cinquanta, giusto un decennio dopo la fine del conflitto, quando la gente aveva ormai digerito la paura, i reduci più o meno riadattati alla vita borghese avevano voglia di rivedersi in azione (e magari di far partecipi i figli di quel che avevano vissuto) e soprattutto i vincitori cominciavano a girarla in “epica”, profittando tra l’altro della marea di residuati, navi, aerei, carri armati, divise che si trovavano tra le scatole e che non sapevano come smaltire. (Ricordo altri titoli di film inglesi, come “Birra ghiacciata ad Alessandria” e “Un taxi per Tobruk”, che la dicono lunga sull’aplomb col quale la recente apocalisse veniva raccontata oltremanica, mentre gli americani ci andavano giù più pesanti: in “All’inferno e ritorno” Audie Murphy, presentato come il più decorato soldato d’America, vinceva in pratica da solo la guerra, sul fronte europeo prima e poi, sistemati i tedeschi, anche su quello del Pacifico, facendo più prigionieri del sergente York. Questo però mi era piaciuto).

Ma torniamo a “Colpo di mano a Creta”. Raccontava di un ufficiale dei servizi segreti britannici, paracadutato a Creta in piena occupazione nazista per collaborare coi partigiani greci, che concepisce un’azione clamorosa: il rapimento del comandante tedesco della piazza. L’azione riesce, e l’ufficiale inglese coi suoi amici greci scorrazzano per l’isola sfuggendo alla caccia dei nazi per una settimana, fino a quando non riescono ad imbarcare nottetempo per il Cairo il loro prigioniero.

A dispetto del mio scetticismo le cose erano andate davvero così. Leigh Fermor, l’ufficiale britannico interpretato da Bogarde, aveva vissuto a lungo in Grecia prima della guerra, finendo anche coinvolto nel 1935 negli scontri seguiti alla restaurazione monarchica. Parlava perfettamente la lingua (“milai ta ellinika farsì”, “parla il greco farsì”, dicevano di lui i greci) e amava profondamente tanto la natura come la cultura ellenica. Allo scoppio della guerra, nel ‘39, era rientrato in patria per arruolarsi, e quando i tedeschi avevano occupata la Grecia nella primavera del 1941 (correndo in aiuto dei soliti italiani, che dovevano spezzare le reni e invece si erano spezzati le corna) le sue conoscenze linguistiche e dei costumi della popolazione erano diventate improvvisamente essenziali.

Alla fine di aprile del ‘41 tutta la penisola e le isole dello Ionio e dell’Egeo erano in mano tedesca, tranne appunto Creta, dove nel frattempo erano state inviate in fretta e furia truppe inglesi e australiane. L’isola era considerata strategicamente fondamentale per il controllo del Mediterraneo, e quindi nel maggio dello stesso anno aveva avuto inizio la battaglia per il suo possesso. I tedeschi avevano attaccato con una divisione aviotrasportata, pagando un prezzo terribile: le prime ondate di paracadutisti erano state addirittura sterminate e tra le fila germaniche ci furono più morti che in tutto il resto della campagna greca. Alla fine comunque le truppe alleate erano state costrette alla resa o alla ritirata, e dopo dieci giorni l’isola era occupata. Non completamente, però. Da subito, nel corso della battaglia stessa, aveva avuto infatti inizio la resistenza della popolazione civile, che quando metteva le mani sui paracadutisti tedeschi li massacrava: il che aveva indotto il comando germanico ad attuare feroci rappresaglie (venne applicata per la prima volta la regola dei dieci nemici per ogni tedesco ucciso: o meglio, venne “formalizzata”, con la solita mania teutonica per la precisione. In realtà, rappresaglie del genere, magari praticate a spanne, le avevano sempre attuate tutti, compresi gli Americani nelle Filippine a inizio secolo o gli italiani in Etiopia).

Ed è qui che entra in scena Leigh Fermor. Dopo qualche mese Paddy (così lo chiamavano i commilitoni) viene infiltrato per prendere contatto con i partigiani greci che continuano le azioni di guerriglia, e si muove travestito da pastore (pare un fumetto, ma è proprio così). Sa di rischiare grosso, perché se lo beccano in abiti civili i tedeschi non avranno esitazione ad appenderlo e a scorticarlo vivo: ma è un rischio accettato e voluto. È l’uomo giusto per la situazione, un po’ come lo era stato Lawrence per il Vicino Oriente durante la prima guerra mondiale: e lo dimostra concretamente dopo l’8 settembre del ‘43, quando riesce a portar via sotto il naso dei tedeschi e a far rifugiare in Egitto un generale italiano. Il successo di questa azione lo porta a concepire un’idea ancora più audace: ripetere il colpo, ma questa volta impadronendosi di un generale tedesco. Il piano è stato architettato al Cairo, nell’appartamento di una aristocratica polacca, e sembra il frutto di una mente fuori controllo. Ma i precedenti di Leigh Fermor fanno sì che quando lo presenta allo stato maggiore dei servizi segreti venga preso sul serio, autorizzato e organizzato.

Il 4 febbraio 1944 viene dunque paracadutato sulle montagne dell’isola; poco dopo è raggiunto da un altro ufficiale, Billy Moss, altrettanto pazzo. Il 26 aprile Paddy e Bill, travestiti da militari della Wehrmacht, fermano nei pressi di Cnosso la Mercedes del generale Karl Heinrich Kreipe, comandante in capo delle truppe distaccate sull’isola. Mettono fuori uso la scorta, impacchettano l’ufficiale come un salame, lo nascondono nel bagagliaio (la Mercedes ha sempre avuto bagagliai capienti) e Leigh Fermor indossa la divisa del generale: parla un ottimo tedesco, e questo gli consente di superare almeno una ventina di posti di blocco (era la cosa che nel film mi aveva lasciato più perplesso: ma a quanto pare ai militari tedeschi era sufficiente la vista di un berretto gallonato per scattare sull’attenti). A questo punto l’auto, che ormai scotta, viene abbandonata sulla costa settentrionale dell’isola, con su un biglietto nel quale si precisa che il rapimento è un’azione militare condotta da commandos britannici. In questo modo Leigh Fermor, che ha una mentalità cavalleresca, spera (invano) di scongiurare rappresaglie sui civili. Poi i tre, ai quali si sono uniti due partigiani cretesi, si mettono in cammino a piedi e attraversano le montagne centrali dell’isola, diretti alla costa Sud. Sfuggendo a tutte le ricognizioni aeree e terrestri, che impegnano quasi trentamila uomini, nel giro di una settimana sono ad una rada dove li aspetta ogni notte, come convenuto, una imbarcazione a motore. Caricano Kreipe e il giorno successivo sono al Cairo.

Durante il tragitto naturalmente l’alto ufficiale tedesco cerca di essere il più possibile d’intralcio e mantiene un atteggiamento pesantemente sprezzante, nei confronti soprattutto dei partigiani greci. Ma quando sul monte Ida, dopo una gelida notte all’addiaccio e di fronte ad un’alba fantastica, si vede offrire da Leigh Fermor una sigaretta che crede sia l’ultima (e lo sarebbe senz’altro, se dipendesse dai greci), si lascia andare e comincia a recitare versi in latino. Leigh Fermor nelle sue memorie la racconta così: «Fumavamo in silenzio, quando il generale, quasi tra sé, disse lentamente: Vides et ulta stet nive candidum Soracte (“Vedi come il Monte Soratte spicca bianco di neve profonda”). Era l’apertura di una delle poche odi di Orazio che conoscevo a memoria. Ho continuato a recitare dove lui si era interrotto. “… nec iam sustineant onus silvae laborantes, geluque flumina constiterint acuto” (“e come i boschi affaticati non sostengano più il peso, e come i fiumi si siano fermati per l’acuto gelo”).Gli occhi blu del generale si volsero, lontano dalla montagna, verso di me, e quando ebbi finito, dopo un lungo silenzio, disse: “Ach so, Herr Major!” Fu molto strano. “Ja, Herr General”. Come se per un attimo la guerra avesse cessato di esistere. Ci eravamo abbeverati entrambi alla stessa fonte, tempo prima, e le cose furono diverse tra di noi, per il resto del nostro tempo insieme».

Questa scena nel film non l’avevo assolutamente colta, non so neppure se ci sia: ma se lo avessi fatto, all’epoca, nella disposizione con cui guardavo alla vicenda, con ogni probabilità mi avrebbe anche dato fastidio. A posteriori (l’ho conosciuta dopo che già di Leigh Fermor mi ero innamorato per altre ragioni) è stata la ciliegina sulla torta, perché io stesso, naturalmente in ben altra situazione, al tramonto e non all’alba, ho vissuto un’esperienza simile con alcuni versi di Dante, e ne è nata una grande amicizia.

I due invece per il momento non diventano amici, non c’è nemmeno da pensarci; ma hanno reciprocamente riconosciuto nell’altro il terreno, quello della cultura digerita e vissuta in un certo modo, sul quale le amicizie possono essere coltivate. In effetti si rincontreranno vent’anni dopo, in occasione di un programma televisivo della BBC, e in quella circostanza si abbracceranno, cosa che forse avrebbero voluto poter fare anche sul monte Ida.

In compenso la guerra non ha affatto cessato di esistere: i tedeschi scatenano contro i civili cretesi una repressione sanguinosa, che ottiene solo l’effetto di rendere questi ultimi ancora più determinati e ostili. Dal loro punto di vista i tedeschi hanno ben ragione di essere furibondi. Il colpo di mano di Leigh Fermor e soci risulta per loro più umiliante di qualsiasi sconfitta, perché ha il sapore dell’irrisione e dimostra che di fatto il controllo dell’isola è ancora in mano ai partigiani e agli alleati. Si può ovviare a qualsiasi rovescio, ma non al ridicolo: una volta che ha colpito distrugge ogni credibilità. Agli occhi dei cretesi il mito dell’efficienza e invincibilità germanica è infranto con una beffa, e questo offre loro il puntello morale per proseguire testardamente la lotta. Un altro ufficiale inglese, che come Leigh Fermor ha lavorato con i partigiani greci, racconta che la popolazione li invitava a colpire sempre più duro: dal momento che la repressione ci sarebbe comunque stata, almeno ne valesse la pena. Ci avrebbero pensato poi i cretesi stessi, verso la fine del conflitto, a prendersi le loro vendette, facendo a pezzi tutti i tedeschi che non erano riusciti a sganciarsi dall’isola.

La caduta di un mito ne crea dunque un altro: Leigh Fermor sarà d’ora in poi così famoso e amato dai greci da finire legato alla loro terra per tutta la vita.

A questo punto dobbiamo però chiederci chi è davvero questa sorta di Corto Maltese in ritardo di una guerra, che gira con i generali nel bagagliaio ed è in grado di cogliere e completare a memoria una citazione da Orazio.

Quando l’ho finalmente incontrato, oltre cinquant’anni dopo il film, anche Leigh Fermor aveva fatto un salto nel tempo. Ma all’indietro. Ho preso il suo Tempo di regali (A time of Gifts)solo perché parlava di un viaggio a piedi attraverso il vecchio continente, e mi sono trovato di fronte ad un ragazzo di diciott’anni che dopo l’ennesimo insuccesso scolastico piglia su senza pensarci troppo, parte da casa e si incammina, a piedi appunto, per attraversare tutta l’Europa del 1933 e arrivare in tredici mesi sino a Costantinopoli. Come incontrare in una sola persona Holden Caufield e il Dean Moriatry di On the road.

Per carità, può farlo: non viaggia “senza un soldo a Parigi e Londra” come Orwell, può contare su un modesto appannaggio (50 sterline l’anno) che gli viene accreditato in piccole rate; non deve mantenersi con lavori occasionali, anche se più di una volta gli capita (o è forzato) di cercarne qualcuno; nemmeno lascia a casa una famiglia in angoscia, perché la madre e il parentado sono tutte persone di mondo, e non si scompongono più di tanto; conosce più di una lingua, ed ha referenze presso famiglie altolocate un po’ dovunque; ma insomma, lo fa.

Diciamo che Patrick per cose di questo genere c’è nato. Le congiunture, astrali e non, ci sono tutte. C’è ad esempio l’anno della nascita, il 1915, per cui la madre e la sorella, che devono recarsi in India per raggiungere il padre, direttore del Geological Survey, temendo i siluramenti tedeschi lo lasciano in Inghilterra. Qui, ospite di una famiglia contadina, trascorre un’infanzia campagnola da sogno, priva di ogni regola (“era impossibile disobbedire agli ordini, perché nessuno ne impartiva”), che gli lascia però una indelebile refrattarietà ad ogni sorta di disciplina. Quando i suoi tornano trovano un selvaggio, incapace di resistere in qualsiasi scuola: per la disperazione lo inviano in una sorta di comunità per bambini disadattati, dove trova altri scatenati come lui e docenti adoratori della natura che li lasciano fare, al punto che a pochi mesi dal suo arrivo devono chiudere bottega. I tentativi di inserimento in una scuola normale falliscono uno dietro l’altro. In compenso, quando torna a casa trova porte dipinte da un vicino di casa, Arthur Rackham, il più fantastico illustratore di fiabe che io conosca, una madre che scrive opere teatrali o vola sui biplani e un padre che se lo tira appresso per escursioni naturalistiche sulle Alpi o per le pinacoteche italiane. È chiaro che la scuola, in certe situazioni, è veramente un di più, una perdita di tempo. Finalmente, ad un certo punto capita in un istituto a conduzione familiare dove, pur concedendogli ampi margini di sfogo (dorme per tutto un trimestre in una capanna costruita su un noce gigantesco, alla quale si accede con una scala di corda), lo mettono anche in condizione di superare a quindici anni gli esami per l’ammissione alla King’s School di Canterbury.

Del college gli piace tutto, dall’atmosfera di oscura e polverosa antichità agli insegnanti, e soprattutto alle cose che vi si insegnano. Impara e legge con avidità, si distingue nelle materie classiche e nel pugilato, pubblica poesie; ma non riesce a tenere a bada lo spirito ribelle. C’è molto esibizionismo nelle sue trasgressioni, ma c’è anche un’insofferenza genuina per il sistema di cerimoniali e per la sottile ipocrisia che comunque governa tutti i rapporti, con i compagni come con i docenti. Cerca la genuinità altrove, e la trova nella graziosa figlia di un fruttivendolo, che ha molti più anni di lui. Scoperto, viene cacciato. Ancora una volta ricomincia con lo studio privato, per preparare l’accesso all’accademia militare di Sandhurst, alla quale viene ammesso: e ancora una volta, dopo un breve periodo di tranquillità, alla quale segue una scatenata bohème, torna a galla il ribelle insoddisfatto.

A time of Gifts parte di qui.

Di punto in bianco Patrick prende coscienza che sta bruciando la propria vita. Il bilancio della sua carriera scolastica è disastroso, prospettive non ne vede e quelle che prova ad immaginare non gli piacciono affatto. Capisce che deve ricominciare tutto daccapo, e il modo migliore per farlo è tagliare i ponti con il passato, mettere la maggior distanza possibile tra sé e quel mondo nel quale ha dato il peggio (e fin qui, siamo in un topos classico della letteratura di viaggio). Questo allontanamento non deve però essere una fuga, quanto piuttosto una sorta di espiazione, un percorso iniziatico e rigeneratore, che gli faccia recuperare in conoscenza diretta tutto quello che si è perso con l’intemperanza scolastica. Ha letto i libri di Robert Byron, ed è rimasto affascinato dalla descrizione della “Bisanzio verde drago”. Vuole capire cosa significa, e questo gli dà una meta. Ma evidentemente non è tanto la meta ad attirarlo quanto il viaggio per raggiungerla, dal momento che sceglie la modalità di percorso più lenta e faticosa: arrivarci a piedi, realizzando, come scrive lui, “un viaggio da pellegrino o da palmiere, da chierico vagante o da cavaliere povero”.

Patrick si mette in viaggio con un paio scarponi chiodati ai piedi, un vecchio cappotto militare e uno zaino da alpinista. Lo zaino, tanto per capirci, ha già una sua storia alle spalle, perché ha percorso sul dorso di un mulo gli itinerari più impervi dei Balcani e della Grecia, guarda caso in compagnia di Byron. Dentro, anziché i ricambi di biancheria, ci sono l’Oxford Book of English Verse e, appunto, le Odi di Orazio, oltre ad una scelta di matite di marca con le quali riempire le pagine del diario. Insomma, Leigh Fermor non è un emigrante e nemmeno un uomo in fuga (se non da un futuro che gli si prospetta decisamente incerto).

È il dicembre del 1933, anno tragico per l’Europa. Patrick parte direttamente dai docks di Londra con un piccolo mercantile, che lo trasborda a Rotterdam. Di lì ha inizio il viaggio vero e proprio, in un’atmosfera prenatalizia nevosa, nebbiosa, umida e decisamente stralunata. L’incoscienza del gesto, l’apparire assolutamente disarmato rispetto alla enormità dell’impresa (“Vado a Costantinopoli”, continuerà a ripetere ai sempre nuovi sbalorditi interlocutori), gli creano attorno un’immediata simpatia, quasi una barriera protettiva: e non si può dire che faccia molto per evitarsi i rischi. Il primo giorno a Colonia lo chiude ubriaco in una bettola del porto fluviale; a Monaco sperimenta il Katzenjammer, i postumi della sbornia dura, e gli fregano anche lo zaino. Ma – è lui stesso a dirlo – sembrava che di ogni mondo mi toccasse in sorte la parte migliore. In tutto il viaggio non corre mai alcun vero pericolo, se non quello di perdersi a qualche crocevia in mezzo alla neve.

L’itinerario lo dettano i grandi fiumi che uniscono idealmente il nord e l’Asia bizantina, il Reno e il Danubio: risalendo il primo e costeggiando poi il secondo, a piedi, si compie una traversata naturale, una immersione nella profondità geografica, ma più ancora in quella storica, dell’Europa. E Patrick cerca proprio questa. I paesaggi rurali e gli scenari urbanistici e architettonici che incontra sono rimasti intatti per secoli, non sono ancora stati sconvolti dai bombardamenti del secondo conflitto e dalle successive non meno devastanti ricostruzioni. “Il mondo è avviluppato in un manto bianco che nasconde le strade moderne e i pali del telegrafo, mentre un paio di castelli appaiono in lontananza; ecco che tutto sembra tornare indietro di secoli … ogni cosa risalta in un cupo isolamento sullo sfondo della neve, nitida e solenne”. Mano a mano che avanza verso il centro del continente si sorprende a penetrare in una sorta di Europa originaria (e in effetti, davvero attraversa i luoghi di nascita dell’Europa quale noi la intendiamo), ne respira i tempi lunghi e la lenta continuità, che non può non confrontare con l’accelerazione inglese, ne coglie il crepuscolo, un attimo prima della tragedia, e sia pure confusamente avverte anche le nubi che si ammassano all’orizzonte. Appena entrato in Germania assiste ad una parata di SA che lo lascia perplesso, è incerto se considerarla patetica o minacciosa: e i sintomi si ripeteranno più oltre, sempre più inquietanti. Ma a dire il vero, Leigh Fermor, pur avendo trascritto i suoi diari diversi anni più tardi, non ha voluto attribuirsi una sensibilità premonitrice che all’epoca non gli apparteneva. Le avvisaglie dell’imbarbarimento certamente gli danno fastidio, ma più perché contrastano con la bellezza dei luoghi e delle persone, con l’ospitalità, con l’austera magnificenza delle architetture, con il sentore buono di passato, e di un passato davvero profondo, che per una effettiva sensazione di pericolo. Questa, al massimo, gli viene comunicata da alcuni degli occasionali conoscenti: e comunque, se una sensazione davvero ha, è che il nuovo regime sia guardato con fastidio e timore dalla maggioranza della popolazione.

La Germania che attraversa è ancora cosparsa di fienili e stalle persi nelle campagne, di villaggi nemmeno segnati sulla carta geografica, di soffitte piene di mele, di locande popolate da pacifici bevitori di birra, dediti al canto, ai racconti di gnomi e, soprattutto in Baviera, a fare dell’ironia sui prussiani (persino le SA, quando, finita la parata, si raccolgono attorno ad una tavolata nella sua stessa taverna ad intonare nostalgici lied o chiassosi ritornelli, gli sembrano molto meno truci). E anche, soprattutto nella parte austriaca, di castelli e di schloss: “Era raro che nel panorama mancasse un castello. Si profilavano in lontananza, raggruppati ai margini delle cittadine rurali, posati con sonnolenta grazia barocca su pianori coperti di boschi o sospesi a strapiombo sulle cime degli alberi”. In più d’uno di questi finisce a dormire, preceduto a volte da lettere di presentazione provenienti dall’Inghilterra, a volte semplicemente dal tam tam di villaggio che annuncia l’avvicinarsi di uno strano, giovanissimo viandante: e in essi ha modo di cogliere ancora, forse ultimo, le affascinanti sopravvivenze di un’aristocrazia cosmopolita, dispersa in tutta l’Europa dalla dissoluzione dell’impero asburgico e dalla trasformazione di quello russo. Più spesso, però, sono le locande, le fattorie o i fienili, ad accoglierlo, e Patrick gode e si imbeve allo stesso modo della compagnia o della solitudine.

Il mondo che vede non sarà più lo stesso appena dieci anni dopo. Se lo gusta a passo d’uomo, scorge di fronte a sé le torri della cattedrale di Colonia due giorni prima di arrivarci sotto, e lo stesso vale lungo tutto il viaggio, una sequenza ininterrotta di scatti che impressionano la sua memoria. “Camminai lungo sentieri, sopra cavalcasiepi, attraverso campi e lungo strade di campagna che attraversavano boschi bui per poi sbucare su campi coltivati e pascoli imbiancati. Le vallate erano punteggiate da villaggi che si accalcavano attorno ai tetti a scandole delle chiese, e tutti i campanili si rastremavano e poi si gonfiavano ancora in cupole dalle nervature nere a forma di cipolla che davano loro un aspetto vagamente russo. Per il resto, particolarmente quando alle nude foreste di latifoglie si sostituivano quelle di conifere, il décor era quello delle favole dei fratelli Grimm”.

Non ci sono tempi da rispettare, appuntamenti o luoghi obbligati. Quando vale la pena, o magari nevica troppo forte, o due splendide ragazze ti mettono a disposizione la casa in assenza dei genitori, si può tranquillamente prolungare la sosta. Ogni incontro è a suo modo rivelatore e fantastico: la fattoria isolata raggiunta nel cuore di una notte di neve, con la famiglia uscita da un’illustrazione medioevale che si raccoglie attorno alla tavola per guardare il viandante misterioso scongelarsi e ristorarsi; il pranzo in casa del borghese filonazista, ignorante e grossolano, che ha ricavato un portasigari da una Divina Commedia svuotata; le giornate di sosta trascorse nella dimora dei von Liphart-Ratshoff, discorrendo di libri e ascoltando il monologo di Marco Antonio recitato in quattro lingue. In tutte queste esperienze Patrick entra con occhi pieni di stupore, di curiosità e di gratitudine, e nel raccontarle si riserva la parte di Alice nel paese delle meraviglie. Ma proprio quel che non dice ci lascia intuire degli interlocutori intrigati da un ragazzotto così candido, così desideroso di imparare e al tempo stesso già così ricco di esperienze straordinarie e inusuali.

La riemersione nella realtà del suo tempo avviene soltanto nelle grandi città. A Monaco, ad esempio è colpito dagli effetti devastanti che l’eccesso di benessere e di birra produce nella classe borghese: le immagini che rimanda sembrano uscite dai disegni di Otto Dix o di George Grosz: “Il busto di questi crapuloni era largo come una botte. Lo spazio occupato dalle loro natiche sulle panche di quercia era di poco inferiore a un metro. Si diramavano ai lombi in cosce spesse come il busto di un ragazzo di dieci anni, e braccia di proporzioni analoghe parevano cuscini imbottiti … Mento e petto formavano un’unica colonna e ogni nuca, bella piena, si increspava nei suoi tre ingannevoli sorrisi”. A Salisburgo arriva nel bel mezzo della stagione sciistica, trova un sacco di inglesi e se la squaglia dopo una sola giornata.

Il cammino si snoda per tappe che vengono decise di giorno in giorno, a volte dagli incontri, a volte dal clima o dall’umore. Da Rotterdam muove verso Colonia, e poi su una chiatta fino a Coblenza, scivolando attraverso un panorama di castelli a picco sul fiume, di vigneti imbiancati, di guglie che spuntano da dietro le colline o in mezzo a foreste lontane. Il Natale lo trascorre a Bingen, forse per la prima volta nel calore materiale e spirituale di una vera famiglia; di lì passa a Magonza e si concede quindi una piacevole pausa a Stoccarda. Poi lascia il Reno per intravvedere una prima volta il Danubio ad Ulm. E via di questo passo: Augusta, Monaco, Salisburgo, Vienna, Praga, con in mezzo una miriade di borghi e cittadine che appaiono come visioni nel silenzio incantato della neve. La prima parte della narrazione si chiude qui, alle soglie dell’Ungheria, lasciandoci solo desiderosi di proseguire.

Insomma, davvero non si fa (e non ci fa) mancare nulla, il giovane Patrick. Ed è chiaro che del fascino di un libro come A time of Gifts non si può rendere neppur lontanamente l’idea. Per cui, leggetevelo: è stato tradotto in italiano da Adelphi, appunto come Tempo di regali, nel 2009. Ma sappiate che è solo il volume iniziale della trilogia del viaggio. Il secondo, Between the Woods and the Water, pubblicato nel 1986, è da tempo annunciato nella traduzione italiana, mentre il terzo non è mai stato portato a termine.

A time of Gifts è stato pubblicato solo nel 1977, a quaranta e più anni dallo svolgimento della vicenda, quando Leigh Fermor era già famoso come scrittore di viaggi, e non solo nel suo paese, da almeno venti (dalla pubblicazione di Mani, su cui torneremo). Il ritardo è dovuto ad un complesso di fattori, non ultimo la ricerca perfezionistica dell’autore, ma anche al fatto che la materia prima documentale era andata dispersa durante il conflitto, e ha potuto essere ricomposta successivamente, e solo in parte. Anche i taccuini del diario quotidiano del viaggio, infatti, hanno una storia rocambolesca. Quelli originali del primo tratto gli erano strati rubati a Monaco, assieme allo zaino: aveva dovuto ricostruire tutto affidandosi alla memoria durante le soste successive, ma è chiaro che molte sensazioni immediate sono andate perdute. Dopo l’arrivo a Costantinopoli Patrick, ormai ventenne, passa in Grecia, giusto in tempo, come abbiamo visto, per prendere parte ai combattimenti del ‘35. Di lì, dopo la restaurazione monarchica, va a vivere in Moldavia nel castello della pittrice Balasha Cantacuzene, una contessa conosciuta nell’ultima parte del viaggio, di sedici anni più anziana di lui, della quale si è innamorato. Quando nel ‘39 torna a Londra per arruolarsi lascia a lei i taccuini. Alla fine della guerra la Moldavia passa sotto il regime comunista, e Balasha viene sfrattata senza tanti complimenti dal suo castello, ma porta con sé i taccuini. Tuttavia non può uscire dal paese, né Patrick può entrarvi: quindi i diari torneranno in possesso di quest’ultimo solo diversi anni dopo.

Uno che ha vissuto con questa intensità il suo primo quarto di secolo, e ne ha davanti quasi altri tre, incontra indubbiamente qualche difficoltà a riempirli di altrettanta sostanza. Leigh Fermor lo fa dedicandosi appieno alle quattro cose che più ama: i libri (leggerli e scriverli), la Grecia, i viaggi e le donne. Partiamo da queste ultime. Il suo connazionale Somerseth Maugham, dopo averlo conosciuto ed esserne rimasto poco impressionato, lo definì “Un gigolò di mezza età per donne dell’upper class”. Va detto che Maugham era particolarmente acido, ma è anche vero che Patrick non ebbe mai problemi ad avvalersi dell’innegabile fascino che esercitava sulle donne, in particolare su quelle più mature (come già si era potuto constatare nella vicenda che portò all’espulsione); e in più di un’occasione, a partire dalla convivenza con la pittrice romena, la sua effettiva situazione era quella di un mantenuto.

Ora, sarebbe da stabilire prima di tutto, in linea di principio, se questa è una condizione disonorevole, e se si, perché lo è particolarmente per i maschi; ma nel caso di Leigh Fermor direi comunque che Maugham si sbagliava, perché tutto dipende da come la vivi, quella situazione. Patrick, da parte sua, non si sentiva affatto un gigolò: era un eccentrico, ma i suoi rapporti erano chiari, e lo fu anche quello quarantennale con Joan Monsell, che solo all’ultimo sarebbe diventata sua moglie e che per alcuni periodi provvide ad entrambi. Se si sta assieme si condivide quello che c’è: da ciascuno secondo le sue possibilità (e quando fu il suo turno rispettò il patto). In compenso stava decisamente stretto nei legami, e si sentiva libero di abbandonarsi ai suoi subitanei, molteplici e in genere poco duraturi innamoramenti. Era un gran bel ragazzo, come ci dicono le fotografie giovanili, e mantenne il suo fascino anche nella maturità: le donne gli piacevano, ma la sua scelta di una vita appartata, in un angolo sperduto del Peloponneso, non combacia affatto con l’immagine di un vanesio sciupafemmine. Io ci vedrei invece, tra le altre motivazioni, l’atto di volontà di chi, conoscendo bene se stesso e riconoscendo le proprie debolezze, si impone di non soccombere e di non buttare l’esistenza a rincorrerle. Magari concedendo ogni tanto alla volontà una vacanza.

Quanto ai viaggi, Leigh Fermor in effetti viaggia parecchio e preferibilmente a piedi, da un certo periodo in poi con la futura moglie Joan che gli trotterella dietro; ma non diventa uno scrittore di viaggio “professionista”, anche se oggi viene visto come l’erede di Robert Byron e l’ispiratore di Bruce Chatwin. La continuità tra i due la traccia piuttosto sul piano della ricerca stilistica che su quello del senso del viaggio. Con il secondo poi nasce una strana consonanza, strana proprio perché i due sono molto simili, non solo per la capacità di legare insieme e approfondire temi diversi, per la sensibilità artistica e per la solida cultura umanistica che hanno alle spalle, ma per il loro assoluto egocentrismo, che li rende a volte logorroici e tendenti sempre al protagonismo. Come Maugham aveva stroncato Leigh Fermor, Wilfred Thiesigher, l’altro grande viaggiatore ed esploratore, col quale invece Fermor ha pochissimo in comune, dirà di Chatwin: “parlò per tutto il pranzo e tutta la cena, dopodiché continuò a parlare seduto fuori dalla mia camera da letto, tenendomi sveglio, mentre io speravo che se ne andasse a letto” Avrebbe potuto benissimo dirlo di Leigh Fermor, se lo avesse frequentato.

Viaggia, ma non con l’urgenza di vedere tutto: preferisce vedere bene, e andare oltre le prime immagini e impressioni, scendere in profondità. A testimonianza del fatto che non è un superficiale scrive con parsimonia. Dei suoi lunghi viaggi nel Sudamerica, intrapresi subito dopo la guerra, lascia solo due resoconti: The Traveller’s Tree, del 1950, tradotto in italiano come “L’albero del viaggiatore: viaggio alle isole dei Caraibi”, e Three Letters from the Andes, apparso quarant’anni dopo (1991), oltre a un romanzo ambientato alle Antille (The Violins of Saint-Jacques, del 1953).

Leigh Fermor non è uno scrittore pigro: semplicemente non è mai del tutto soddisfatto del risultato, e ha quindi grossi problemi a pubblicare. Lo dimostra il mancato completamento della terza parte dei diari di Costantinopoli (ma qui c’entra forse il troppo tempo trascorso, la difficoltà di ricostruire i ricordi e, soprattutto, la distanza che ormai separa la nostra epoca da quel mondo). Eppure Mani. Travels in Southern Greece, pubblicato nel 1957 (è stato tradotto in italiano, nel 2006, da Adelphi: Mani. Viaggi nel Peloponneso), il libro che consacra la sua fama di scrittore e che fa scrivere a qualcuno che Leigh Fermor è “il più raffinato scrittore inglese del XX secolo”, oltre che “il più grande narratore inglese di viaggi”, è perfetto. In realtà Mani stenta ad essere contenuto negli schemi della letteratura odeporica. Quello che viene percorso a piedi e descritto è un mondo visto ma soprattutto intuito, ricostruito, dissepolto. Lo spirito col quale il viaggio viene intrapreso è lo stesso che, almeno nella ricostruzione a posteriori, informa il cammino per Costantinopoli: “Tra gli urti della Coca-Cola e della Cortina di Ferro, molto di prezioso e di venerabile, molte vive testimonianze del passato della Grecia vengono ridotte in polvere. Penso che valga la pena di osservare e registrare alcuni di questi aspetti meno famosi prima che il processo sia compiuto. … Mi è parso perciò opportuno attaccare il paese in certi punti prescelti e penetrare, per quanto ne ero capace, in profondità. Queste private invasioni della Grecia si indirizzano quindi alle regioni meno frequentate, spesso di più difficile accesso e di scarsa attrattiva per la maggioranza dei viaggiatori; perché è là che si trova ciò di cui io sono in cerca”.

Il Mani è la penisola centrale del Peloponneso, la più meridionale e la più isolata, un lungo promontorio montuoso che penetra nell’Egeo tra il golfo di Kalamata e il golfo di Lakonia. Le coste scoscese da un lato e l’asprezza del monte Taigeto dall’altro lo hanno reso pressoché inaccessibile tanto ai conquistatori quanto alle contaminazioni culturali con l’esterno. La vita delle sue popolazioni è rimasta inalterata nei secoli, anzi, nei millenni. «Fino al 1830 e oltre non c’era nel Mani una sola scuola e la regione è senza dubbio la più arretrata della Grecia. Donde la quasi totale assenza di letteratura e cultura. Le cupe tradizioni locali si sono mantenute incontrastate per secoli. A parte la generale concentrazione sulla vendetta e sulla morte, di queste tradizioni ci sono altre osservanze sintomatiche. La nascita di un figlio è sempre stata salutata con grande esultanza (“un altro fucile per la famiglia”) […] Per le femmine tutto il contrario. Niente doni, niente esultanza; le femmine servivano solo a procreare “fucili”, a faticare e a cantare lamenti funebri».

Il Mani è un mondo a parte, un’Arcadia selvaggia e violenta, decisamente maschilista. Ma anche il luogo dove è possibile respirare la purezza dei rapporti originari: “Molte cose in Grecia sono rimaste immutate dai tempi dell’Odissea, e forse la più notevole è l’ospitalità verso gli stranieri: più una regione è remota e montuosa, minore è il cambiamento a questo riguardo. […] Non esiste una descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Ulisse quando entra travestito nella casa del porcaio Eumeo ad Itaca. C’è ancora la stessa accettazione senza domande, l’attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome”. Non meraviglia che Leigh Fermor se ne sia innamorato, al punto da stabilirvi nella maturità la propria dimora; così come è stato affascinato anche da un’altra parte della Grecia, la zona montagnosa centrale nota anche con il nome di Rumeli, sovrastata dal Pindo e bagnata sia dall’Egeo che dallo Ionio, raccontata in Roumeli, del 1966 (non tradotto in italiano).

La produzione letteraria di Leigh Fermor è tutta qui: per uno vissuto novantaquattro anni non è molto. È giusto sufficiente ad assicurargli la fama, ma non sempre la pagnotta. E dal momento che Patrick non svolgeva altre attività, si capisce anche il perché ogni tanto abbia dovuto ricorrere ai “prestiti” delle sue compagne. Il fatto è che Fermor, prima ancora che raccontare la vita, amava vivere, e vivere alla sua maniera, sempre un po’ sopra le righe, ma sempre svincolato da obblighi di immagine pubblica. A settant’anni, ad esempio, attraversa a nuoto il Bosforo, ripetendo l’impresa di Byron (George, questa volta – che però l’aveva compiuta a venti): lo fa per avere una conferma dal suo fisico, non certo per aggiungere un tassello alla leggenda. Che non gli spiace, chiaramente, ma della quale non vuole essere schiavo.

A partire dagli anni cinquanta comincia a risiedere quasi stabilmente in Grecia, proprio ai margini del Mani, dove poco alla volta, coadiuvato da Joan, si costruisce con le proprie mani una casa in una piccola baia. Rientra in patria sempre più raramente; quando c’è non disdegna la frequentazione dell’ambiente aristocratico o delle vecchie biblioteche delle dimore nobiliari, e magari neppure le onorificenze: ma appena può se ne viene via, e cerca rifugio negli antichi monasteri e nei vagabondaggi. È affascinato dalle lingue (ne conosce una decina), dalle tradizioni, dall’idea che comuni origini remote possano ancora unificare gli europei al di là delle barriere nazionali. Il suo ideale rimane sempre quell’impero austro-ungarico del quale aveva potuto vedere e respirare le ultime vestigia durante il viaggio per Costantinopoli.

Un altro originale come lui, il politologo e saggista Christopher Hitchens, ha scritto che “finché Fermor sarà letto e ricordato, l’ideale di eroe sarà un ideale vivo”.

Ma esistono, gli eroi? Kipling (ma non sono sicuro fosse proprio lui) disse una volta che ci voleva più coraggio ad entrare in fabbrica ogni mattina per trent’anni che ad affrontare trenta afgani inferociti. Aggiungerei che per molti, per tutti coloro che convivono con situazioni proprie o familiari pesantissime, è già un atto eroico alzarsi ogni mattina. Il mondo è in effetti pieno di eroi sconosciuti, che anziché essere celebrati sono dati per scontati, e a volta addirittura infastidiscono perché creano interrogativi alla nostra coscienza. Ma anche volendo rimanere ad un livello meno generico, è altrettanto sconosciuta, e a volte addirittura volutamente dimenticata, la maggior parte di coloro che hanno saputo rispondere con coraggio a qualsiasi forma di oppressione e prevaricazione, e hanno pagato con la vita la scelta di non piegarsi. Quanti, non solo tra i nostri ragazzi, ma persino tra i loro insegnanti, conoscono la vicenda di Eric Musham o di altri oppositori tedeschi al nazismo, o sanno che in vent’anni in Russia furono fucilati centotrentamila preti ortodossi, i due terzi del clero, rei di non aver abiurato, o hanno sentito parlare di Camillo Berneri? E cito a caso, perché a voler computare coloro che coscientemente hanno rifiutato il baratto tra la dignità e la vita si stilerebbero elenchi sterminati.

Il fatto è che quando si guarda al corso cruento della storia (“la storia è una tabella di massacri”, scriveva Gunther Anders) è comunque difficile ricondurre quel sangue a specifici individui, quelle sofferenze a persone distinte: forse perché è troppo, ma forse anche perché, come dicevo, il confronto con le singole figure ci pone delle domande imbarazzanti. Eppure dovrebbero essere proprio queste a infonderci speranza, ad alimentare in noi la volontà di non subire passivamente, trincerandoci dietro la nostra debolezza e insignificanza, a ricordarci che se siamo qui ora, nella possibilità di parlare di queste cose, è perché qualcuno ha avuto il coraggio di dire no.

Raccontare un personaggio come Leigh Fermor potrebbe sembrare quindi una scelta incoerente, l’accettazione di un’immagine retorica e romanzesca dell’eroismo: quella, per intenderci, che non piace a Brecht quando definisce “beato” il paese che non ha bisogno di eroi. In realtà sono perfettamente d’accordo con lui, ma solo perché intende qualcosa di molto diverso da ciò di cui parlo io: un conto è infatti l’auspicio di non averne bisogno, cioè di non vivere in quelle condizioni che di norma gli eroi li creano, un altro conto il ritenere non opportuno educare i giovani a comportarsi come tali. Il che, naturalmente, non vuol dire accendere in loro l’anelito al martirio, ma semplicemente abituarli a rispettare se stessi, e in automatico gli altri, e ad esigere di essere rispettati.

Piuttosto, la scelta potrebbe apparire incoerente per uno che da sempre patisce la “sindrome di San Francesco”, il fatto cioè che ci sia gente che può permettersi di fare delle scelte, e viene celebrata quando le fa in una direzione “eroica”, ed altra, molta di più, che le scelte nella stessa direzione se le trova imposte, le subisce e non si vede riconosciuto nulla. Io penso invece che anche il coltivare la memoria di un Leigh Fermor abbia un senso, soprattutto in un’epoca nella quale eroi e miti tendono ad essere quelli dei campi di calcio o televisivi, che davvero con qualsiasi forma di eroismo, comunque la si voglia mettere, hanno nulla da spartire.

Cosa rappresenta dunque Leigh Fermor, che valga la pena di salvare e di trasmettere? Intanto la voglia di vivere una vita della quale, se pur non si può scrivere la sceneggiatura, senz’altro si scelga il soggetto. Il poterlo fare, come abbiamo visto, dipende da una fortunata combinazione di nascita e di condizione fisica. Ma il farlo, e il farlo in un certo modo, dipende invece da un atto di volontà e dagli strumenti dei quali ci si è dotati. Intendo dire che nel fatidico 1933 i diciottenni in condizioni economiche e sociali simili a quelle di Fermor sono probabilmente migliaia, ma solo lui arriva ad immaginare e a compiere un viaggio a piedi sino a Costantinopoli: e sarà lui a guidare il colpo di mano a Creta, perché si è dato la preparazione militare e linguistica per farlo, e ha il coraggio di farlo. Fatta la tara alle favorevoli condizioni di partenza, tutto il resto dipende poi dalle sue scelte. E le sue scelte, per quanto snobistiche, sono frutto di un particolare coraggio. Non solo. Sono frutto anche di una particolare sensibilità culturale, la stessa che lo porta a lasciare incompiuta la trilogia quando subentra in lui il timore di scadere, dalla testimonianza-documento di un’epoca e di un mondo, nel rimpianto senile.

Ho sentito la voglia di raccontarlo quindi per quattro ragioni, e direi che ce n’è d’avanzo: perché era un uomo coraggioso, perché era un intellettuale raffinato, perché era un grande camminatore e perché era uno snob quale solo gli inglesi sanno esserlo. Fermor appartiene alla dinastia dei Byron, George ma soprattutto Robert, quello de La via per l’Oxiana, e risalendo più in su ancora, del bucaniere Dampier, e allungando indietro lo sguardo, dei cavalieri della Tavola Rotonda. E anche di Orwell o di Auden, pronti a combattere per quella che ritengono la causa giusta, e a fermarsi appena hanno l’impressione che tanto giusta non sia, o che comunque non sia più la loro causa. Individualisti, per nulla disposti a sacrificare la loro autonomia di pensiero agli interessi di un’idea che, nel momento in cui non garantisce la massima libertà individuale, non riesce più accettabile.

Ecco, credo che stia lì la radice di tutto: crescendo nella lettura di Malory fin da ragazzino, in quella dei classici nell’adolescenza (ed è da notare che per gli inglesi i classici per eccellenza sono i greci, e non i latini, e l’autore classico più popolare e letto in assoluto è Plutarco. Col risultato che gli studenti italiani conoscono soprattutto Cicerone e Seneca, e per essi la classicità rimanda paradossalmente all’esistenza di uno stato, o comunque di una ragione esterna superiore, alla quale poi in realtà non credono perché se ne sentono vittime, e non protagonisti: mentre al contrario gli inglesi hanno il senso dello stato proprio perché esso sembra esistere apposta per garantire in primo luogo la loro libertà) e con i libri dei viaggiatori e degli esploratori, o comunque di gente che ha girato il mondo in lungo e in largo nella giovinezza (si pensi a Stevenson, a Kipling, a Conrad), se uno poco poco è permeabile si imbeve di un’idea della vita tutta particolare. Quella del mondo viene di conseguenza, ma direi che nella prospettiva inglese è secondaria. Mentre noi ci trinceriamo dietro il Fato, e ci arrendiamo senza troppe resistenze al condizionamento delle contingenze esterne, gli inglesi sono persuasi di poterle tranquillamente governare. Questo spiega perché la nostra letteratura veda come protagonisti di norma degli antieroi, inetti, sconfitti o annoiati, e perché il personaggio letterario che forse meglio rispecchia il nostro sentire sia Don Abbondio, mentre già un secolo prima gli anglosassoni si identificavano in Robinson Crusoe.

Dunque, la prima ragione è in verità che Leigh Fermor era un uomo libero, e questo lo iscrive di diritto nella galleria dei personaggi che vorrei contribuire a tenere in vita. In quanto libero, e intendo libero “dentro”, era di conseguenza coraggioso: al limite della temerarietà, ma non dell’incoscienza. Questo non perché dovesse provare a se stesso, o agli altri, il proprio coraggio: semplicemente, si divertiva. È un atteggiamento che non appartiene alla nostra cultura mediterranea, a dispetto della “solarità” che accampiamo e che gli stessi nordici ci attribuiscono. Noi crediamo di essere allegri, invece siamo solo poco seri e melodrammatici. Recitiamo costantemente una parte della quale non siamo convinti: e nemmeno sappiamo giocare lealmente. Gli inglesi in fondo chiamano “grande gioco” tutta la complicata vicenda che li vede contrapposti ai russi nel Medio Oriente nella seconda metà dell’ottocento. E sono coloro che hanno inventato il concetto moderno di sport, da non confondere con quello postmoderno di industria dello sport. In sostanza, per loro la vita è una cosa seria, e appunto per questo va valorizzata: ma è anche una cosa molto breve, e appunto per questo va presa con il giusto distacco – l’ironia – e con divertimento. Il divertimento nasce solo dal gioco leale, dal concordare delle regole e poi rispettarle. Quindi, gli inglesi prendono la vita come un gioco, e qui sta il loro snobismo, ma sono seri nel gioco, e qui sta la loro forza. (Non sto tessendo il panegirico dello stile britannico, anche se di fatto risulta tale: negli intenti è un panegirico di quello stile che vorrei permeasse qualsiasi atteggiamento esistenziale. Che, chiaramente, non appartiene solo agli inglesi: ma mentre inglesi lo apprezzano, dalle nostre parti – si veda il caso di Berneri – sembra addirittura dare fastidio).

Questo vale anche nei confronti della cultura. Fermor è un autodidatta, ma è anche un intellettuale raffinato, che ama il mondo classico, si crea (viaggiando, prima ancora che studiando) le basi per una profonda competenza artistica e vivifica quest’ultima con uno spirito critico ed intuitivo eccezionale. Non ha quindi remore a spaziare dall’architettura prebarocca tedesca all’arte bizantina, offrendone letture originali e talvolta spiazzanti (è ad esempio intrigante la “formula del lanzichenecco”, con la quale interpreta le costruzioni germaniche cinquecentesche). Ho scovato un’osservazione (negativa, ma al contempo illuminante) di Luciano Canfora a tale proposito (Leigh Fermor era caduto in trappola!), che contesta al viaggiatore inglese di aver peccato, almeno in una occasione, di una troppo affrettata e imprecisa attribuzione. Probabilmente, anzi, conoscendo Canfora, sicuramente il rilievo è fondato; ma non tiene conto del fatto che quella che può apparire solo eccessiva disinvoltura è in realtà coraggio intellettuale, capacità di mettersi in gioco, di azzardare interpretazioni che potranno magari essere confutate, ma che per intanto sollecitano l’interesse e la voglia di approfondimento. Leigh Fermor non si lancia senza paracadute e non fa divulgazione all’ingrosso, ma incuriosisce anche chi all’arte bizantina o all’architettura germanica prebarocca non aveva mai dedicato uno sguardo. Soprattutto, si approssima all’arte e più in generale alle diverse culture di cui parla viaggiando a piedi: il che significa non intrattenere con esse un rapporto puramente libresco, ma immergersi in esse lentamente, traendone oltre alle nozioni e alle conoscenze, delle genuine emozioni. E queste il lettore le sente.

Del camminatore ho già detto. Non è il camminatore classico, non è Thoreau e neppure Seume o Dolomieu. In tutto il racconto di Tempo di regali non c’è una indicazione chilometrica: Fermor non copre delle distanze, percorre degli itinerari, fisici ma anche mentali. Tra una tappa e l’altra non fa mai conti, e questo lo porta più d’una volta a trovarsi in piena notte lontano da qualsiasi centro abitato. Non si ferma quando ha raggiunto il chilometraggio prefissato ma quando è stanco morto, o in presenza di uno scorcio particolarmente suggestivo che gli comanda la sosta. Riempie appunto di profondità, e non di sola linearità, il suo cammino.

Quanto allo “snobismo”, per l’interpretazione che ne do io penso sia sufficiente una frase (dalla prefazione a Mani), che riassume così l’avventura di Creta e tutto ciò per cui Hitchens lo identifica con l’ideale di eroe: “La guerra non interruppe i miei viaggi, anche se ne modificò temporaneamente l’ambito e lo scopo”.

Io credo che gli eroi esistano, e ritengo che anche Leigh Fermor possa essere ascritto alla categoria, sia pure nella cerchia più esterna degli avventurieri; ma soprattutto sono convinto che in un’epoca di cialtroni come la nostra quella frase, che mi piacerebbe incisa sulla sua lapide, debba essere assunta a motto da chi davvero vuol percorrere con stile (che poi altro non è che dignità) il sentiero della vita.

 

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Introduzione a “Le serate della valle del Fabbro”

di Paolo Repetto, 2013

Una parte delle riflessioni e delle conversazioni ospitate in questo libretto era stata edita, diversi anni fa, in una raccolta dal titolo “Ragguaglio sulla coltura dei semplici”. Ho aggiunto alcuni testi che già comparivano in raccolte già edite, ed altri redatti in forma epistolare negli ultimi anni: altri ancora li ho eliminati o semplicemente spostati.

Ho anche cambiato la titolazione, un po’ per non sprecare quella destinata originariamente ad un lavoro che non sarà mai portato a termine, ma soprattutto perché gli spunti di molti di questi scritti sono venuti dagli incontri che si svolgevano a metà degli anni novanta al capanno dei Viandanti, nella Valle del Fabbro.

Quelle serate erano occasione di una convivialità genuina, libera e intelligente. Sono stati momenti molto fertili, e purtroppo irripetibili, che hanno lasciato intravvedere a tutti i partecipanti una possibilità di vita e di amicizia autentica. Per un brevissimo periodo quella possibilità l’abbiamo anche vissuta, ed è già molto.

Anche i pezzi più recenti sono occasionati da incontri e conversazioni che pur non avendo avuto luogo nella Valle del Fabbro in qualche misura ne hanno rinnovato lo spirito.

 

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Pullman azzurri nella sera

di Paolo Repetto, 10 ottobre 2013

Carissimo Mario,

lo so che devo trasmettere le mie impressioni immediatamente, senza lasciarle decantare, altrimenti rischio di perderle. Stavolta non ce l’ho fatta, e quindi ti scrivo a freddo. Ad essere sincero stavo quasi ormai per lasciar perdere, temevo di imbandirti una recensione. Per scrupolo ho però riaperto il libro di Nico, sono andato a rileggermi le poesie che mi avevano colpito, poi anche quelle che mi avevano toccato meno, e poi il resto. Ti confesso che è una cosa che non faccio mai: ho talmente poco tempo e tante cose ancora da conoscere, da capire e da godere che non riesco a costringermi a rileggere. E invece è così che andrebbe fatto. Nella prima lettura è più quello che perdi che quello che ti porti a casa. Sempre che ci sia qualcosa da portar via.

Dunque, le poesie di Nico. Parto dalle poesie perché, lo avrai capito, sono quelle che mi hanno più immediatamente toccato. Ed è strano, perché io non sono un gran lettore di poesia, anzi, non sono un lettore di poesia in assoluto. Temo sempre la fregatura, la parola un po’ peregrina che ti incanta e ti mette in soggezione, così che devi sospendere il giudizio e non riesci nemmeno più a goderti in pace quel che varrebbe la pena godere. Per questo mi sono dato parametri classici e sicuri, Leopardi e Foscolo, Montale e Saba: la garanzia di qualità me la dà la resistenza all’usura della scuola (Manzoni ad esempio non regge. Gozzano è meglio se non lo toccano). Comunque, se ami un poeta dopo che te lo hanno spiegato a scuola, deve essere davvero bravo.

Tuo fratello a scuola non me lo hanno spiegato, dubito che lo faranno coi miei nipoti anche dopo questa pubblicazione: ma l’ho amato subito. Due versi (li avevo colti, ricordi?, aprendo il libro a caso, mentre sorbivamo il caffè. Ma forse non era così ‘a caso’): “il legno del sedile mi era amico/e buono il caldo del termosifone” e mi sono ritrovato catapultato indietro di cinquant’anni esatti, all’epoca in cui nella sala d’aspetto di Ovada attendevo tutti i giorni per un’ora e mezza la corriera che mi avrebbe riportato a casa. Ho fatto i conti. In quella sala d’aspetto ho trascorso millecinquecento ore. Posso essere preciso perché alle superiori non ho mai perso un giorno per malattia, e gli scioperi erano di là da venire. Ti lascio immaginare quanto mi fosse amico il legno del sedile sul quale studiavo, e quanto caro il caldo del termosifone, mentre fuori c’era un freddo cane. Ma perché questa epifania, come la chiameresti tu, ha atteso tanto a presentarsi? Perché aspettava qualcuno che la racchiudesse in due endecasillabi perfetti: che fosse capace di farci stare dentro, senza nemmeno raccontarla, tutta la saletta, con la porta a vetri che speravi ogni volta ti riservasse una sorpresa (la fanciulla dei sogni: ma a che pro, se poi non le avresti nemmeno rivolto lo sguardo, e meno che mai la parola), con il tabellone degli orari, con il tavolo lungo a volte ingombro di pacchi e di cavagne. È la sala d’aspetto d’antan, tutt’altro che un non-luogo: i non luoghi non sono mai caldi, né amici. Era un luogo che anziché spronarti ad andare ti accoglieva. Il legno del sedile mi era amico, e buono il caldo. Magari tuo fratello l’ho visto anche, e mi sono chiesto cosa stesse leggendo. Magari anche lui ha notato un ragazzone che traduceva faticosamente e distrattamente dal greco, col vocabolario squadernato sul tavolo (mi portavo dietro, oltre i testi delle materie del giorno, anche quelli del giorno successivo. Avevo una borsa modello testimone di Geova, più capiente del bagagliaio della Panda, che a volte pesava come uno zaino zavorrato degli alpini).

Ma se il valore poetico si misurasse con la capacità di suscitare ricordi, le poesie la cederebbero ai biscotti. C’è ben altro, credo. “In cucina alle dieci del mattino / nella luce violenta del locale / (Dio non esiste, è un’elucubrazione)”. Deve essergli piaciuta da matti quella parola, per infilarla in un verso. Anzi, non infilarla: incastonarla. Nel tempo, nello spazio, nella coscienza: pensa quanto sarebbe tanto più facile (e ovvio) il contrario: “So che Dio esiste, è un’illuminazione”. E invece, ce la ficca a martellate, e ci sta dentro che è una meraviglia.

C’è altro, e sinceramente non so dirti cosa. Cos’è che ti si imprime, se leggendo “prendevo azzurri pullman nelle sere / della mia giovinezza, e attraversavo / la campagna d’estate delle Langhe” ti fermi e ti sorprendi a viaggiare con la mente, malgrado nelle Langhe di sera non abbia mai viaggiato, e poco anche di giorno? Oppure quando ti chiedi come mai ti abbia colpito “Inautentici gli altri mi irridevano / tra i banchi della scuola o nel cortile”, sensazione che conosci sì benissimo, e condividi, ma che trovi qui espressa con un quid di più: e poi ti accorgi che sono le otto “i” del primo verso, che messe in fila fanno il ghigno della iena (io una iena non l’ho mai vista, ma immagino che abbia un ghigno di quel tipo). Insomma : te li rivedi tutti “gli altri. senza stupore esistenziale”.

Penso che la poesia debba essere questo: ti dà il là, e poi parti. Avrai notato che il là a me lo danno soprattutto gli endecasillabi, ma cosa vuoi, sono malgrado tutto un po’ scolastico, e amo i sapori antichi. No, è che mi prende subito il distendersi del verso, e il suo arrestarsi proprio sull’orlo della sillaba che farebbe perdere l’equilibrio. L’endecasillabo è perfetto perché è in grado di contenere tutta un’immagine: la porzione minima di discorso in grado di stare in piedi da sola, così che il discorso potrebbe anche chiudersi lì. Ma non si chiude lì: perché, diciamocelo, di incipit belli sono capaci (quasi) tutti, ma è al secondo verso che casca l’asino. Per cui, se a “Il treno esce dal tunnel nella notte” segue “sbadiglio nel grigiore dell’aurora: / è fatto giorno”, non ricevi solo il là per staccarti: parti con Nico.

Le poesie di tuo fratello mi piacciono molto. Alcune, come “Mi piace anche l’inverno”, moltissimo. Mi intriga naturalmente anche l’immagine di lui che ne esce, e che mi sono fatto più sui versi che sulle prose (di queste parleremo un’altra volta). Doveva amare molto la vita, per attardarsi a radiografarla così, con uno sguardo da entomologo (io credo che gli entomologi siano degli entusiasti: il contrario della freddezza che si attribuisce loro). Quel giorno in cui forse ci siamo incrociati nella sala d’aspetto di Ovada avrei dovuto parlargli, conoscerlo. Lo avrei senz’altro sorpreso, e saremmo diventati amici. Questo l’ho capito dalla tua “prefazione”. Quando ho letto che Nico collezionava frasi fatte ero reduce da un mercatino dell’antiquariato, nel quale non avevo trovato nulla di interessante, ma dal quale mi portavo a casa un tris (“bottino ricco”) eccezionale. Ecco, adesso mi torna in mente perché avrei dovuto scriverti subito: ho dimenticato due di quelle frasi, eppure so per certo che erano fantastiche. La superstite è: “Non puoi immaginare cosa abbiamo mangiato. (pausa) Il minestrone!”

A presto, Mario: e grazie.

 

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La gita al foro

(Contro i viaggi-distruzione)

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

Sono stato un grande organizzatore di gite scolastiche. Negli anni settanta e ottanta ho guidato gli studenti di un istituto tecnico lungo i corridoi degli Uffizi, nei saloni del Louvre, alla cappella Sistina o per i percorsi contorti dell’Accademia. Fino a quando la succursale in cui insegnavo non ha ottenuto l’autonomia l’ho fatto in barba ad ogni regolamento, da solo o con un altro docente per sessanta allievi, e non ho mai contattato un’agenzia di viaggi. I ragazzi avevano la loro brava tessera degli ostelli e conoscevano tutti i trucchi e le agevolazioni per viaggiare quasi gratis sui treni. Riuscivamo a farci cinque giorni a Roma al prezzo di due biglietti per lo stadio. Ci si trovava casualmente, magari alla vigilia delle vacanze pasquali, alla stessa stazione alla stessa ora, si prendeva lo stesso treno, si scendeva alla stessa meta. Abbiamo dormito in ostelli sgangherati, in conventi di ordini religiosi scomparsi da secoli, in vecchi seminari, una volta nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria e un’altra contro il muro di cinta di un cimitero.

Erano gite di istruzione in senso lato. Partecipava il cento per cento della classe. Non se la sarebbero persa nemmeno se in coma. Prima di partire si tenevano due riunioni, una per chiarire il significato di bagaglio e abbigliamento essenziali, per definire il programma, per concordare i comportamenti in caso d’emergenza, l’altra per verificare che tutti avessero capito. All’epoca non ci si poteva affidare ai cellulari: ognuno doveva avere chiaro dove trovarsi ad ogni ora della giornata. Non ho mai perso un ragazzo, mai dovuto recuperare qualcuno in stato confusionale in un bar, o alla polizia, mai affrontata una linea di febbre (se c’era se la tenevano). Facevamo più chilometri noi a piedi che i giapponesi col pullman. La sera, quando passavo di camera in camera a chiedere chi volesse uscire, trovavo i ragazzi coi piedi dentro i lavandini, sotto l’acqua corrente. Il mattino seguente sveglia alle sette. Uscivo quasi sempre da solo.

Detta così può sembrare una cosa da legione straniera, modello “marcia o crepa”, o più probabilmente una ciarlatanata. Invece funzionava davvero in questo modo, e ci sono decine e decine di ex studenti a testimoniarlo. In effetti qualcosa di militaresco nell’organizzazione c’era, ma i ragazzi capivano che era necessario, e se non lo capivano si adeguavano comunque. Imparavano che con gli ostelli e con i bige si poteva viaggiare quasi gratis, che viaggiando sui treni di notte si recuperavano giornate, che quando sei fuori mangi quello che ti danno e non pretendi la sogliola impanata della mamma, che in gruppo sei tu che ti adegui al suo ritmo, e non viceversa. Si divertivano perché scoprivano che imparare, sapere, conoscere è divertente. In una delle ultime gite a Parigi ho portato una banda di veterani dell’istituto, pluriripetenti decorati per l’affezione all’esame di maturità, a visitare il Père Lachaise, col pretesto della tomba di Jim Morrison. Bene, dopo aver reso omaggio a Morrison abbiamo girato tutto il pomeriggio, hanno visto le tombe di Modigliani e della sua compagna, quelle di Oscar Wilde, di Proust e di Balzac, il tumulo di Chopin e il mausoleo di Delacroix, Quando sono usciti sapevano chi erano Cuvier e Gay Lussac, e soprattutto avevano scoperto Piero Gobetti. Uno di loro mi ha raccontato poco tempo fa che ancora oggi, dovendo girare mezzo mondo per lavoro, quando capita in una grande città non si fa mancare una visita ai cimiteri urbani.

Nei primi anni novanta, subito dopo la caduta del muro, ho continuato a condurre processioni di liceali già un po’ scazzati per i boulevards di Parigi o a Praga, nel ring di Vienna, a Budapest o a Strasburgo. Ma non era più la stessa cosa. Pullman, albergo minimo tre stelle, grandi manovre notturne. E soprattutto ragazzi assai poco motivati, a caccia di Mc Donald e di discoteche piuttosto che di musei o di monumenti. Tutto è poi precipitato il giorno in cui, al momento di salire sul pullman, ho aperto una mezza minerale maldestramente palleggiata da tre primini. Era gin. Tutti a terra, perquisizione degli zaini, saltano fuori altre bottigliette. Un carico di alcoolici da tempi del proibizionismo. Il primo istinto diceva di legarli al paraurti posteriore e farli trascinare per una decina di chilometri, poi mi sono limitato a spedirli direttamente a casa; ma dentro si era guastato qualcosa, e una notte di corvée a cacciare abusivi dalle camere, compreso qualche docente, mi ha convinto che quello delle gite era un capitolo chiuso.

Ho convogliato allora il mio entusiasmo sulle escursioni: Tobbio, in chiave propiziatoria prima degli scrutini o dell’esame, espiatoria dopo: Punta Martin, nel gelo di gennaio; traversate dell’Appennino, transumanze verso il mare come i pastori di d’Annunzio, rifugi nelle Marittime. Il coinvolgimento era più limitato, ma neanche troppo: un sacco di gente ha scoperto di essere in grado di percorrere quaranta e passa chilometri a piedi senza finire in ospedale. Nell’ultima uscita ho portato ai primi di maggio sessantasei ragazzi e ragazze al rifugio Livio Bianco, oltre i duemila metri. In quei giorni il Cuneese è stato devastato dalla peggiore alluvione dell’ultimo secolo, ci sono stati persino dei morti: siamo saliti sotto la pioggia e poi sotto la grandine battente per quattro ore (e ridiscesi il giorno dopo nelle stesse condizioni), ma il peggio erano i sentieri trasformati in ruscelli, con l’acqua che scorreva gelida dentro gli scarponi, e i fulmini che spaccavano le rocce sopra le nostre teste. I danni al cuore e al sistema nervoso li pago ancora oggi. Eppure, quando ho chiesto alla madre di una ragazza che avevo visto un po’ in difficoltà in mezzo a tuoni, lampi e grandine, mi ha risposto: non ha mai avuto tanta paura, non ha mai fatto tanta fatica, non si è mai divertita tanto.

Anche quella stagione è finita, per raggiunti miei limiti di età, per una diversa consapevolezza del rischio che il Livio Bianco mi ha lasciato, ma soprattutto perché i ragazzi sembrano avere altro per la testa che sudarsi una cima o un rifugio. I pochi che aderiscono alle escursioni proposte sono già scafati per una frequentazione scoutistica o famigliare della montagna, e non scoprono nulla di nuovo. Gli altri non sono interessati a scoprirlo, e se li trascini ti fanno rimpiangere mille volte di non averli lasciati a valle.

Allo stesso modo, credo che oggi un docente con un po’ di buon senso (perché tra gli accompagnatori ci sono anche quelli che non ne hanno affatto, e creano più problemi dei ragazzi stessi) finito in mezzo ad una gita scolastica abbia cento occasioni per darsi dell’idiota e per pentirsi della propria disponibilità. Se davvero è responsabile, deve prendere atto che le condizioni perché la gita sia “un momento di crescita culturale, civica e relazionale” non sussistono più, e soprattutto non deve più ricascarci.

Per aiutarlo ad opporre una legittima resistenza alle pressioni dall’alto e dal basso (perché quando si tratta di gite per una volta il fronte è compatto, studenti, genitori e colleghi, compresi quelli che poi se ne stanno a casa) vado ad elencare una mezza dozzina di ipocrisie facilmente smascherabili. So di non dire nulla di nuovo, sono litanie che vengono ripetute ad ogni collegio dei docenti e ad ogni rientro dalle famigerate “visite di istruzione”; ma appunto, sembrano ormai far parte di un rituale scontato, che tacita per un attimo la coscienza e non impedisce di ricominciare daccapo la prossima volta. Penso che invece possa essere utile mettere in fila le cose e farci sopra qualche riflessione seria.

a) La gita è la continuazione della “didattica” con altri mezzi. Per essere un momento didattico la gita dovrebbe in primo luogo coinvolgere tutti gli studenti della classe. Non accade mai. Ogni istituto indica nel proprio regolamento la quota minima necessaria, che va dalla metà più uno ai due terzi o ai quattro quinti, ma è un puro esercizio retorico perché poi questi vincoli vengono regolarmente disattesi: c’è il pullman da completare, non si può negare a quelli dell’ultimo anno, quelli di terza sono tanto bravi, e via dicendo. Naturalmente coloro che non partecipano non hanno un’offerta alternativa. In primo luogo buona parte dei loro docenti sono impegnati come accompagnatori. Quelli poi che rimangono in cattedra non possono svolgere una didattica regolare, perché penalizzerebbero i gitanti, e non possono programmare verifiche o interrogazioni, perché in tal caso penalizzerebbero gli studenti non partecipanti. Possono solo proporre, come recitano la normativa e i regolamenti interni, degli approfondimenti. Ma siamo seri: i ragazzi già stentano a seguire quando la lezione è regolare, figurarsi quando vengono raggruppati in pluriclassi, per affrontare nel migliore dei casi argomenti che non saranno oggetto di verifica. Di norma dopo il primo giorno, (ma qualcuno anche da subito) tendono a starsene a casa e a farsi un supplemento di vacanza. Alla faccia della didattica.

b) La gita ha una valenza culturale. Le gite di istruzione avevano un senso quando davvero costituivano un’offerta diversa di scoperta e di conoscenza. Quando per alcuni la prima occasione di uscire di casa era la chiamata al militare. Oggi tutti si muovono più facilmente, in buona parte i ragazzi hanno già toccato le mete proposte viaggiando con i famigliari: non c’è pericolo che abbiano davvero visto o imparato qualcosa, ma loro sono convinti del contrario e finiscono per subire l’effetto “Sabato del villaggio” (che studiato in quinta elementare inibisce ai più la comprensione del massimo poeta e filosofo italiano). Anche quelli che non hanno viaggiato non scoprono nulla, perché almeno in apparenza attraverso i media il mondo è diventato più vicino, e hanno costantemente davanti agli occhi più immagini di Los Angeles che della loro città o dei paesi nel raggio di venti chilometri. Capita quindi che, quando va bene, non vadano alla scoperta di qualcosa, ma a verificare che corrisponda a quanto hanno già visto in tivù; se non è così, e non lo è quasi mai, rimangono delusi, perché la realtà per loro è quella proposta dal monitor.

c) La gita ha uno scopo formativo. Quando va bene, dicevo, perché di norma partono già decisi a non vedere nulla, a opporre resistenza a qualsiasi sollecitazione. La vista di recalcitranti mandrie studentesche intruppate nei musei, nelle chiese o lungo i percorsi monumentali, gli occhi bendati dai telefonini, le orecchie ben tappate dagli auricolari, al seguito di guide pateticamente rassegnate a far trascorrere comunque il tempo di visita, è uno spettacolo che da solo dovrebbe indurre il bando perpetuo alle visite d’istruzione. La gita ideale è per i ragazzi quella che consente di girare per proprio conto in pattuglie precostituite, conoscere altri sbandati di altre gite, confrontare i prezzi e i modelli di I-pad o I-phone, mangiare al Mc Donald, trascorrere la giornata a messaggiare, tirare tardi la notte, fuori o in camera d’altri, possibilmente a bere (e se c’è qualche anima buona che ha provveduto le scorte, a spinellare).

d) La gita è un momento di crescita personale e civica. Essendo tutto organizzato e comunque tele-diretto via cellulare, i ragazzi non imparano una virgola, non riconoscono una via, non cercano punti di riferimento. Una città vale l’altra, e se li si sbarcasse a Vienna anziché a Parigi impiegherebbero due giorni a rendersene conto. Avviene anche per molti adulti, ma per loro è sicuramente così. Non solo. La distanza da casa, quella che un tempo aveva sui viaggiatori un effetto liberatorio nei confronti di convenzioni e ruoli sociali, produce negli studenti uno sbracamento direttamente proporzionale al chilometraggio. Si sentono liberi di fare quello che a scuola produrrebbe delle immediate sanzioni, e a casa anche qualche ceffone, e smontano porte, letti e armadi, divelgono lavandini, scassinano frigoriferi, sottraggono asciugamani e posate (non mi si dica che non è così, perché parlo di esperienze vissute).

e) La gita favorisce la socializzazione e le relazioni interpersonali. Non c’è nulla di più falso. Di norma accade esattamente il contrario. I gruppi si formano prima della partenza e si blindano nel corso del viaggio, i posti sul pullman e le ripartizioni nelle camere vengono decisi preventivamente, il processo è piuttosto quello dell’esclusione degli “sfigati” cronici o di quelli occasionali, che dovendo fare buon viso a cattiva sorte saranno per tutto il tempo a rimorchio degli insegnanti. Ma c’è di peggio.

Come recita la seconda legge di Cipolla, la percentuale degli idioti (e delle carogne, aggiungerei io) è perfettamente distribuita in tutte le classi sociali, a tutti i livelli di istruzione, su tutte le età. Compresa quella adolescenziale. Questo significa che il bulletto che ti ride in faccia quando lo riprendi non è uguale al povero cristo che suda sui libri perché vuole sapere e darsi una prospettiva di vita, o magari soltanto professionale, che non sarà amore puro della conoscenza ma è comunque un intento lodevole. Ora, questo ragazzo non solo è messo alla pari col cretinetto che lo vessa e lo prende in giro in classe, ma in caso di gita deve essere lui a rinunciare, se non vuole trovarsi l’altro tra i piedi ventiquattro ore al giorno, e in una situazione ancor meno controllabile. Si verifica pertanto che spesso alla gita rinunciano proprio i più miti, coloro che non hanno intenzione di sballarsi la sera col fumo o con l’alcool, e già sanno che per questo motivo sarebbero emarginati e canzonati dagli altri. Per quanto dobbiamo continuare a fingere di non sapere queste cose?

f) La gita è un momento di divertimento. Dipende per chi, e da cosa si intende per divertimento. In base all’assunto a) il divertimento dovrebbe consistere nell’apprendere cose nuove e farsene corredo, o almeno nel verificare di persona sul luogo nozioni che si sono apprese solo in teoria. Come abbiamo visto, questo è l’ultimo degli intenti che animano i partecipanti ad una gita scolastica. Il fatto che possano anche essercene uno o due davvero motivati non cambia nulla: sono una sparuta minoranza. In base alle concrete esperienze per i più il divertimento sembra invece consistere nello sballo: e in tal senso, misurandolo cioè in base al tasso alcoolico, al livello della maleducazione e al numero delle ore di sonno perse, è difficile trovare altri momenti più esaltanti. Ma non si capisce perché dovrebbe essere la scuola a favorirli, quando ci sono già altre benemerite istituzioni che provvedono e che a questi risultati sono espressamente votate. Quanto poi possano divertirsi gli accompagnatori è facilmente intuibile: volete mettere, avere la responsabilità di gente che è lì con la precisa determinazione di infrangere ogni regola, interna ed esterna, affiancati spesso da colleghi che non sono nemmeno responsabili per se stessi, girare tutta la notte per i corridoi degli alberghi o essere svegliati in piena fase REM dall’incazzatissimo addetto alla reception, cercare di giustificare o rifondere i danni prodotti e scoprire magari che quei “bravi ragazzi” per i quali si pensava valesse la pena assumersi il rischio una volta in branco non sono meglio degli altri? E stiamo parlando della norma, non di situazioni eccezionali.

Mi fermo qui perché sono tornato al punto di partenza, ma soprattutto perché mi rendo conto che il quadro disegnato può apparire apocalittico: invece è solo realistico. Ora, io non penso affatto che gli studenti siano una massa di idioti e di incoscienti. Se così fosse non starei nella scuola da quarant’anni. Penso solo che, nelle attuali contingenze, la gita scolastica sia un’ottima occasione offerta a quelli che lo sono per dimostrarsi tali, e a quelli che non lo sono per sembrarlo.

E allora mi chiedo: come mai un singolo incidente mortale avvenuto all’interno della scuola, dovuto al crollo di un elemento di struttura, ha scatenato un putiferio sulla sicurezza (certamente più che opportuno e giustificato, per carità), mentre i casi innumerevoli di studenti che durante le gite scolastiche o le settimane bianche si sfracellano nel transitare da una finestra all’altra degli alberghi, precipitano dalle seggiovie o rovinano fuori pista, oppure vengono ricoverati in coma etilico o intossicati dalle pasticche (e lasciamo fuori gli incidenti dei mezzi di trasporto), vengono fatti rientrare nel quadro della probabilità statistica e non suscitano alcun allarme?

Le ragioni fondamentali sono due, una di ordine economico e l’altra di carattere ideologico. La prima è risaputa. Mettere al bando le gite significherebbe intaccare un giro d’affari enorme, che coinvolge migliaia di agenzie, di aziende di autonoleggio e di alberghi, oltre ai musei, ai parchi di divertimento e all’indotto che gira loro attorno. Dal momento che nel nostro paese la scuola è considerata prima di tutto una riserva di posti di lavoro, poi un mercato per editori e per il settore informatico e multimediale (TIC, Scuola Digitale e tutto il resto della paccottiglia alla quale si confida l’innovazione), e solo in ultimo un luogo dove dispensare istruzione e coltivare educazione, è naturale che anche questo aspetto venga privilegiato rispetto a tutti gli altri.

L’assunto ideologico, che viene ormai sbandierato solo quando serve a ribattere le critiche, ma che comunque permane in sordina, è invece che tutti gli studenti siano uguali. Il che, come sa chiunque lavori nella scuola, e come dovrebbe essere evidente anche al di fuori, non è affatto vero. Gli studenti non sono tutti uguali: debbono invece godere tutti di eguali diritti. Ma non essendo i diritti, al di là di quello alla vita, fiammelle pentecostali che scendono una volta per sempre dall’alto, quanto piuttosto una conquista quotidiana da compiersi assolvendo ai doveri e da difendersi rispettando innanzitutto quelli altrui, anche all’interno della scuola vanno riconosciuti secondo criteri di reale equità. La scuola è una offerta di opportunità, e ormai da tempo anche nel nostro paese lo è per tutti. I tempi di Don Milani sono passati, anche se la sua lezione rimane valida, e chi è seriamente intenzionato a studiare e a darsi una base culturale oggi può farlo, quali che siano le condizioni sociali di partenza. In questo quadro la gita scolastica così come oggi effettivamente si svolge non costituisce affatto una offerta didattica integrativa: spesso risulta anzi discriminatoria nei confronti di chi, al di là delle ragioni sopra elencate che possono indurlo a disertarla, oggettivamente non se la può permettere.

Varrebbe allora la pena, al contrario, di considerare la gita non un diritto acquisito ma un premio conquistato, da riservarsi, magari incentivandolo con il concorso della scuola ad una parte della spesa, ai meritevoli, a coloro che tanto sul piano dell’impegno che su quello del comportamento hanno dimostrato di saper stare al mondo in maniera civile e consapevole. Ciò consentirebbe anche agli altri, a quelli che ne restano fuori, di dedicare la pausa didattica conseguente ad un recupero di cui hanno davvero un gran bisogno, e a meditare sulla vera natura dei diritti (che poi lo facciano davvero è un altro discorso: l’opportunità deve essere comunque data).

Non mi sembra così complicato, al di là dell’aspetto della contribuzione della scuola, che con questi chiari di luna è problematico ma che si può risolvere, soprattutto programmando spostamenti più contenuti e tempi più brevi. Questa soluzione consentirebbe di attuare concretamente, con un atto visibile e con un segnale senz’altro efficace inviato in positivo o in negativo agli studenti e alle famiglie (e probabilmente anche molto contestato; ma se ne farebbero una ragione), quella valorizzazione del merito di cui si blatera a destra e a manca e che viene poi quotidianamente negata da una scuola più impegnata a inseguire i riottosi che ad accompagnare i volenterosi. Non solo: cancellerebbe lo spettacolo squallido di greggi di studenti che vagano fuori controllo, annoiate e vocianti, per luoghi consacrati al sapere e alla bellezza, sostituendolo con quello di giovani e composti cittadini gioiosamente compresi dell’opportunità di piacere e di sapere di cui godono; eviterebbe agli albergatori la necessità di assumere energumeni per garantire un minimo di ordine notturno, e di mettere in conto a priori il vandalismo degli imbecilli, consentendo loro di abbassare anche le tariffe; invoglierebbe i docenti (quelli bravi e responsabili) ad attivarsi per offrire in tutta rilassatezza e con una gratificazione almeno morale una appendice concreta e divertente al loro insegnamento.

Non dovrebbe essere complicato: sarebbe sufficiente adottare un altro modello di scuola, definire una volta per tutte quale ha da essere la sua vera “mission”, al di là dell’attuale status di parcheggio, chiarire quali sono i ruoli al suo interno e come vanno interpretati, scegliere una identità magari impopolare ma qualificante, in luogo di adeguarsi pedissequamente alle pressioni e alle distorsioni esterne.

Davvero, penso non sia così difficile vedere realizzato questo modello: dovrei solo varcare il confine, scegliendo una direzione a piacere.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Fare le pulci

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

I motivi delle migliori azioni non devono essere ricercati troppo a fondo.
Si sa che la causa di moltissime azioni, buone o cattive, può essere
trovata nell’amore di se stessi. Ma l’amor proprio di certi uomini
li dispone a far piacere agli altri: e l’amor proprio di altri
è interamente impegnato nel far piacere a se stessi.
Jonathan Swift

In una storica puntata di “Bontà loro”1 (sto parlando di trentacinque e passa anni fa), schivando gli imbarazzi di un Costanzo visibilmente irritato Sergio Saviane riuscì a tessere un vero panegirico del pidocchio. Lo cantò come protagonista della storia patria, compagno dei nostri fanti nelle trincee della prima guerra mondiale, degli studenti nelle aule delle scuole elementari, degli emigranti sui piroscafi che traversavano l’oceano, di bimbi e adulti nelle povere cucine delle nostre campagne e dei suburbi industriali. Fu una performance epica, tanto che Saviane non venne più invitato in televisione e qualcuno dei suoi colleghi scrisse che si era bevuto il cervello (a quei tempi nelle pubblicità non c’era ancora spazio per le perdite vaginali o per i batteri fetidi di piedi e di ascelle). Saviane aveva invece aperto una finestra sul nostro passato più profondo, anche se il suo intento era solo quello di prendere per i fondelli il conduttore e i suoi ospiti. Riabilitando il pidocchio era andato all’origine della socialità umana e dei comportamenti che la caratterizzano.

Non ci crederete, ma in effetti nasce tutto di lì, dai pidocchi. Anzi, dallo spidocchiamento. Il primo gesto che possiamo definire davvero “altruistico”, e quindi sociale, è quello di liberare un proprio simile dai parassiti. Di per sé parrebbe una pratica molto diffusa in natura: ma lo è soprattutto nella forma simbiotica, quella ad esempio che assume nel rapporto tra i rinoceronti e le bufaghe (sono gli uccelli che nei documentari vediamo appollaiati sul dorso dei primi, a rovistare nelle pieghe della loro pelle) e che implica un vantaggio reciproco, alimentare per le une e igienico per gli altri. Io sto invece parlando della forma simpatetica, di un’attività apparentemente più ludica che utilitaristica: quella di prendersi cura di qualcuno per liberarlo da un disagio.

Come “pratica giocosa” lo spidocchiamento incontra un grande successo soprattutto tra i nostri parenti più prossimi, le scimmie antropomorfe, e viene esercitato tanto nei confronti della prole quanto tra gli adulti, indiscriminatamente e con evidente sollazzo reciproco. Tra i bonobo, quei simpaticissimi scimpanzé in formato bonsai che mandano in visibilio Piero Angela perché passano il loro tempo a fare sesso, costituisce l’attività “preliminare” per eccellenza. Quindi lo spidocchiamento giocoso non è un’attività specifica dell’uomo: lo precede e, come vedremo, prelude in misura significativa all’ominazione. Naturalmente non è nemmeno una pratica totalmente “ludica”. Nasce da una necessità, è la risposta ad un bisogno (nel caso dei bonobo, che i pidocchi se li mangiano anche, non si può però parlare di una motivazione alimentare: evidentemente sgranocchiare pidocchi è un valore ludico aggiunto, come quello del popcorn al cinema). Ma è una risposta che crea un rapporto di confidenza e di fiducia, e si traduce poi in un atteggiamento affettivo (nei bonobo molto affettivo), esteso ai più prossimi, ma anche all’intero gruppo. Nell’uomo col tempo questo rapporto si simbolizza, assume tratti diversi mano a mano che le sopravvenute abitudini igieniche e i modi di vita sterilizzano gli ambienti e diradano i parassiti. Da pratica naturale diventa pratica culturale, e una volta fatto il passo non si ferma più: nelle forme della compassione e della consolazione, della simpatia e della solidarietà, sia morale che pratica, invade tutti gli ambiti, da quello familiare e parentale a quello sociale, tanto da essere erroneamente letto alla fine come un prodotto specifico e precipuo della cultura (animale sociale è una definizione in cui l’attributo non consegue naturalmente al sostantivo, ma trae risalto proprio dalla contrapposizione).

L’empatia e la collaborazione all’interno di un gruppo non nascono naturalmente solo dalle pratiche giocose: concorrono altre necessità (la caccia, ad esempio, o la difesa) e altre risposte, ma in genere si tratta di comportamenti abbondantemente diffusi in quasi tutte le specie animali, dalle api ai castori, ai lupi, ecc …, sia pure con manifestazioni diverse. A noi in questa sede interessano invece quei comportamenti, riscontrabili solo a livello umano, che sembrano trascendere la determinazione istintuale, e ricadere in un campo diverso di riflessione: quelli cioè che riguardano un altruismo etico, ovvero “scelte” che non soltanto non appaiono immediatamente vantaggiose per l’individuo che le compie, ma in qualche caso risultano addirittura rischiose per sé e vantaggiose per gli altri.

Se ci mantenessimo nei termini della biologia evoluzionistica dovremmo chiederci: siamo altruisti in quanto animali, sia pure animali della specie homo, o siamo uomini in quanto altruisti? Andiamo veramente oltre il determinismo genetico, e quindi quella aggettivazione in noi prende altri significati, o rispondiamo semplicemente ad un determinismo più complesso? L’argomento è uno dei più controversi nello studio della evoluzione, e non ho certo intenzione di andare a cacciami in un simile ginepraio; non ho la minima competenza in proposito, ma soprattutto penso che al livello sul quale intendo sviluppare il mio ragionamento qualsiasi risposta potrebbe essere considerata ininfluente. Quindi sul piano scientifico non prendo partito per alcuna ipotesi. Ciò non toglie però che ritenga utile almeno ricordare quali sono oggi le posizioni, per avere comunque un riferimento.

Vediamo dunque di riassumere. Ad oltre un secolo e mezzo dalla pubblicazione de L’Origine delle Specie, nell’opinione comune il concetto evolutivo dominante è ancora quello della sopravvivenza dell’individuo più adatto. Tradotto in termini sociali questo concetto sembra suggerire che il successo arride sempre alle strategie egoistiche. Nella versione più aggiornata il “gene egoista” impone al suo temporaneo involucro-portatore, l’individuo, dei comportamenti che garantiscono la propria (del gene) salvaguardia e perpetuazione, procurandogli vantaggi riproduttivi: e dal momento che ogni vantaggio proprio ha un corrispettivo in uno svantaggio altrui, nella competizione di tutti contro tutti varrebbe il principio mors tua, vita mea.

Le cose però non funzionano proprio così. Già lo stesso Darwin prendeva atto che in natura esistono dei comportamenti in contraddizione con l’idea di un opportunismo egoistico assoluto: è quanto accade ad esempio nelle colonie di imenotteri, dove una parte degli individui non si riproduce e appare destinata alla schiavitù. Darwin si dava una spiegazione in termini di sopravvivenza della specie: “la selezione può applicarsi al complesso della famiglia, e non solo all’individuo”, scriveva ne “L’origine dell’uomo”. Era tutto ciò che poteva opporre, senza neppure troppa convinzione, dal momento che ignorava i meccanismi della genetica. Quando questi divennero noti, attraverso la riscoperta delle leggi mendeliane, fu possibile rivedere la questione sotto un’altra luce. E quando poi si cominciò a ragionare in termini di genetica delle popolazioni, introducendo nello studio dell’evoluzione la statistica, e a discostarsi dalla concezione ortodossa di una lenta gradualità evolutiva, per prendere in considerazione anche i fattori di discontinuità e le accelerazioni improvvise, i conti cominciarono a tornare.

Negli anni Trenta del secolo scorso J. B. S. Haldane faceva notare che se il parametro del successo fosse semplicemente quello del tasso riproduttivo i più adatti risulterebbero senz’altro i poveri, perché si moltiplicano molto più velocemente dei ricchi. Haldane è quasi più famoso per il suo sarcasmo e per le sue bizzarrie che per i fondamentali contributi dati alla “nuova sintesi” evoluzionistica, ma al di là del paradosso intendeva far capire che le leggi che regolano l’evoluzione sono ben più complesse e articolate. Ne “Le cause dell’evoluzione” (1932) inferiva quindi che deve intervenire qualche altro meccanismo. Alle stesse conclusioni era pervenuto un paio d’anni prima Ronald Fisher (La teoria genetica della selezione naturale, 1930). Entrambi si chiedevano a quali condizioni, in termini di economia genetica, il sacrificio “altruistico” di un individuo poteva vantare un “ritorno” vantaggioso: ed entrambi concludevano che ciò poteva accadere in presenza di gruppi compatti e strettamente imparentati, perché in questo caso il gene dell’altruista risulta diffuso nei soggetti che traggono beneficio dal suo sacrificio. Il calcolo è semplice, diceva Haldane: se muoio per salvare un figlio, che possiede la metà del mio corredo genetico, ho una fitness (è il parametro in termini di materiale ereditario) negativa, perché perdo il cinquanta per cento. Vado in pari se ne salvo due, raddoppio se ne salvo quattro. La cosa può essere estesa a nipoti, a fratelli e ad altri gradi di parentela, naturalmente con un progressivo dimezzamento percentuale del patrimonio genetico comune. In un gruppo abbastanza ristretto, dove tutti più o meno sono imparentati, la “convenienza” del sacrificio altruistico sarà sempre piuttosto alta. E non è tutto: la capacità di collaborare al di là di calcoli grettamente egoistici dà ai gruppi maggiormente coesi un vantaggio competitivo, e favorisce il loro successo.

Ma cosa succede rispetto a gruppi più grandi? Per questi bisogna attendere sino al 1964, quando William Hamilton rifà i conti inserendo il computo di tutti i possibili vantaggi (o svantaggi) che la fitness di un individuo può trarre dall’interazione con parenti e con estranei. Con una serie di modelli matematici complicatissimi, che fanno entrare in gioco alleli propri e altrui, dominanti e recessivi, egoisti o meno, e che vi risparmio non per bontà d’animo ma perché mi ci sono perso dopo la prima pagina e non ci ho capito nulla, Hamilton dimostra che il comportamento altruistico è, almeno statisticamente, sempre conveniente. I suoi modelli sono poi stati rivisti e perfezionati da altri (con la teoria dell’“altruismo reciproco” di Robert Trivers – L’evoluzione dell’altruismo reciproco, 1971 – ad esempio), ma la sostanza è rimasta quella: l’altruismo non è un portato “culturale”, ma uno stratagemma, o una strategia, “naturale”. Col che possiamo metterci il cuore in pace rispetto alla “eccezionalità” umana, e tornare al nostro tema di partenza: lo spidocchiamento.

Ciò che mi intrigava era infatti leggere l’altruismo alla luce dei comportamenti pratici diffusi, quelli che percepiamo nella quotidianità dei rapporti, e che spesso sono tutt’altro che in sintonia con i modelli matematici di Hamilton. Volevo insomma tentare una bozza di descrizione fenomenologica dell’altruismo umano, naturalmente senza alcuna pretesa di scientificità: raccontare semplicemente come lo vedo io.

Per farlo devo però necessariamente passare per quella che è stata la percezione “storica”, pre-evoluzionistica, dell’altruismo. In pratica si sono sempre contrapposte due scuole di pensiero, che per brevità riassumo nelle posizioni espresse dai maggiori filosofi inglesi agli inizi dell’era moderna: quella per cui gli uomini sono tenuti assieme dalla paura (Hobbes), e quella per cui sono spinti alla socialità da sentimenti di benevolenza e di simpatia (Hume, ma anche Locke e Smith). Nel primo caso evidentemente di altruismo non è il caso nemmeno di parlare; nel secondo, come dice Jonathan Swift nella frase che ho posta in esergo, è “l’amor proprio di molti uomini che li dispone a far piacere agli altri” (anche se non è così per tutti, perché “quello di altri è interamente impegnato nel far piacere a se stessi”). Swift, attraverso una considerazione apparentemente banale, ci fa entrare nel merito pieno della questione. Alla base, dice, c’è l’amore di sé (che è una maniera eufemistica per indicare l’egoismo, ma che introduce una sfumatura non trascurabile). Ora, dobbiamo chiederci, questo amore di sé porta inevitabilmente a sottrarre amore nei confronti degli altri? E l’amore per gli altri, comporta inevitabilmente un distacco da sé? Detto in altre parole, il vantaggio comune, quello che definiamo il bene generale, nasce per forza da una più o meno parziale rinuncia a sé?

La risposta “storica” a questa domanda è stata in genere univoca: la socialità nascerebbe da una serie di rinunce (relative alla libertà individuale) in vista di una serie di vantaggi o di garanzie (relativi alla sicurezza). Lo pensavano sia Hobbes che Hume e i suoi compagni della scuola scozzese. Quindi non si tratterebbe di una naturale disposizione altruistica. Questa convinzione informa tanto l’ottica cristiana (per la quale la capacità di rinuncia è infusa dalla grazia, quindi è voluta dall’alto ed è finalizzata alla salvezza) quanto la prospettiva laica, per la quale l’altruismo sarebbe in fondo solo una maschera dell’utilitarismo, una sorta di ipocrita tecnica di seduzione. Nell’uno e nell’altro caso, la motivazione è opportunistica. E tuttavia, afferma invece Hume, quasi rispondendo direttamente a Swift, “L’ipotesi che ammette una benevolenza disinteressata, distinta dall’amore di sé, ha realmente in sé maggiore semplicità ed è più conforme all’analogia di natura di quella che pretende di risolvere ogni sentimento di amicizia e di umanità nell’amore di sé”. Ovvero: gli uomini sono anche capaci di gesti e sentimenti che non possono essere spiegati con alcun tipo di vantaggio personale.

Ora, come Darwin anche Hume e Swift della genetica sapevano nulla, e in più non potevano nemmeno darsi una spiegazione di questi comportamenti in chiave evoluzionistica. Li analizzavano e li valutavano sulla scorta di una pura esperienza fenomenologica, come appunto vorrei fare io. E nel farlo confesso di trovarmi in una posizione un po’ confusa, perché penso che Hume abbia ragione a distinguere la benevolenza disinteressata dall’amore di sé, se di quest’ultimo diamo appunto una interpretazione opportunistica (egoismo); ci sono mille esempi che raccontano il contrario. Ma penso che abbia ragione anche Swift, quando dice che l’amor proprio di molti si esprime nel desiderare la felicità altrui, perché anche in questo caso è possibile portare un sacco di esempi a suffragio. Mi ha colpito, proprio mentre scrivevo queste considerazioni, la dicitura su una lapide dedicata ad un missionario alessandrino che ha operato ed è morto in Africa “… facendo si che la felicità altrui fosse l’unico obiettivo per il conseguimento della propria”. Non lo strumento, si badi bene, ma l’obiettivo: come a dire che l’una cosa non è possibile senza l’altra. Non so quanto la scelta del termine sia stata consapevole e ponderata: conoscendo gli amministratori pubblici nutro più di un dubbio. Ma certo la frase fa intravedere una possibile soluzione del problema. Possiamo infatti uscire dalla confusione riformulando così la domanda da cui siamo partiti: l’altruismo è una strategia o uno stratagemma, come dicono i biologi evoluzionisti, uno strumento, come dicono gli utilitaristi, o è invece un obiettivo, una forma “disinteressata” di amore di sé, come dicono con parole diverse Swift e Hume?

A questo punto, a dispetto della confusione di piani che ho creato, mi sembra che qualcosa, ad un livello teorico generale, si possa dare per acquisito: i nostri geni probabilmente non hanno coscienza del vantaggio altruistico, fanno la loro parte di geni e tirano a riprodursi il più possibile, senza perdersi nei calcoli di Hamilton. Ma noi, l’involucro, questa coscienza l’abbiamo, e sviluppiamo senza dubbio un sistema complesso e diverso di valutazioni di convenienza. Possiamo farlo in vista di un ritorno a breve termine, terreno, o di una ricompensa per il dopo, nell’al di là, ma in entrambi i casi la nostra è diventata una motivazione culturale, che nasce da una posizione religiosa o da una interpretazione “economica” dei rapporti umani.

Ora, stanti le premesse sul “significato etico” che stiamo cercando, potremmo chiudere qui il discorso e occuparci d’altro: ma la linea di confine sulla quale si situano taluni comportamenti è così labile e indefinita che mi sembra comunque opportuno renderne conto. Questo perché l’abito mentale costruito da millenni di cultura “umana” ha finito per aderire in maniera tale al nostro corpo da diventare una seconda pelle: ed è qui che si situa la terra di nessuno. Voglio dire che ci sono azioni, come quella di chi si butta in acqua per salvare persone che neppure conosce, e magari finisce lui stesso per annegare, che è difficile classificare come indotte dal determinismo genetico, ma anche leggere come gesti che abbiano una qualche giustificazione culturale opportunistica, religiosa o laica che sia. E non è nemmeno necessario arrivare al sacrificio della vita. Esistono diversi comportamenti “normali”, magari non comuni ma comunque diffusi, rispetto ai quali è opportuno fare un po’ di chiarezza.

Provo quindi a rispondere in base a quella che è solo una personalissima percezione. Molto all’ingrosso io distinguo tra due tipologie di altruismo: una “minimalista” ed una “massimalista”. Alla prima ascrivo coloro che applicano la formula “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Di per sé questo precetto, malgrado la sua evangelicità, sembra rimandare ad una visione piuttosto pessimista dei rapporti interumani, ad un cupo sfondo hobbesiano. L’altruismo di questo tipo lascia intravedere un atteggiamento difensivo e guardingo, che anche senza esprimersi in termini palesemente egoistici persegue una finalità egoistica: la salvaguardia del diritto alla libertà individuale. È un modello che potremmo quindi definire “liberale”, perché postula un altruismo poco invasivo e molto garantista. Ora, se interpretato e applicato alla lettera è anche un modello passivo: non è necessario fare alcunché di particolare, è sufficiente non fare qualcosa che possa danneggiare gli altri. Questo lo porrebbe addirittura al di fuori dei comportamenti etici di cui ho detto di volermi occupare.

Ma solo ad una analisi superficiale. A volte infatti anche il non intervento ha i suoi costi: può significare non approfittare di quel vantaggio che sarebbe a portata di mano spingendo un po’ più in là gli altri, giocare pulito, per dirla in termini sportivi, accettando il rischio e le probabilità di una sconfitta che ogni gioco pulito comporta. Ed ecco che già il quadro cambia: perché scegliere di giocare pulito, pur se in ossequio al più categorico degli imperativi etici, svincolato da ogni considerazione di opportunità, significa comunque accettare l’idea che anche gli altri possano farlo, e quindi concedere loro un credito di onestà. Non solo: significa ritenere che siano in grado di giocare, e quindi accreditarli di una potenziale competenza. Risponde pertanto ad una concezione laica e realisticamente ottimista, se non della vita in generale, almeno degli uomini. È il modello di chi, per aiutare un uomo affamato, anziché regalargli un pesce gli insegna a pescare: un modello severo, certamente, perché offre all’altro una chanche ma lo chiama anche ad assumersi le sue responsabilità. Potremmo quindi definirlo un atteggiamento “illuministico”, kantiano nei modi e leopardiano negli auspici (ma potrebbe calzare benissimo anche a Camus).

Vediamo invece cosa succede col secondo caso, quello che applica la formula: fai per gli altri quello che vorresti gli altri facessero per te. Questo è decisamente un modello molto più “cristiano”; racchiude in sé anche il primo precetto, ma lo declina poi in azione positiva e propositiva. Di primo acchito, anche se per le aspettative usa il condizionale in funzione ottativa, sembra supporre uno sfondo radioso, la fiducia nella bontà naturale dell’uomo. Non sono però così sicuro che le cose stiano in questo modo: anzi, a dirla tutta sono convinto del contrario. Il modello cristiano (ma potrei meglio definirlo come “romantico”, o meglio ancora escatologico, facendogli in tal modo comprendere anche tutte le religioni “secolari”, prima tra tutte il socialismo) è decisamente invasivo, perché fondandosi sulla fiducia in una perfettibilità umana (che sia raggiungibile sulla terra o no poco importa) induce appunto una volontà di redenzione universale. L’altruismo massimalista non si limita a garantire e rispettare le regole del gioco, dà per scontato che tutti debbano giocare, e magari offre anche “un aiutino” per invogliarli. Il fatto è però che non sempre quel che tu vorresti gli altri facessero per te piace anche a loro. Anzi, magari non vorrebbero proprio che per loro fosse fatto, come nello sketch della vecchietta e del boy scout che insiste per aiutarla ad attraversare la strada. Questo atteggiamento è quindi passibile di una deriva pericolosa, quella di volere il bene degli altri identificandolo con ciò che è il bene per noi. È quanto hanno fatto da sempre i grandi riformatori, salvo poi trovarsi costretti a pensare, di fronte alle deludenti reazioni al loro “altruismo”, che gli uomini non sono capaci di rigenerarsi da soli, ovvero di responsabilizzarsi, e che è quindi necessaria una bella scossa e soprattutto qualcuno che li guidi e li tenga in riga. È un altruismo del quale il beneficiario è l’Uomo, o meglio ancora una certa idea di uomo, anziché gli uomini nella loro diversità e magari povertà spirituale. E rischia di lastricare di buone intenzioni un sentiero che conduce all’intolleranza.

Vediamo ora di calare questi due modelli di comportamento nella quotidianità. Negli ordinari rapporti interpersonali (per quelli straordinari, nei quali entra in gioco ad esempio un sentimento come l’amore, il discorso si complica – anche se il succo rimane lo stesso) io identifico l’altruismo “a bassa intensità” con l’attenzione a creare il minor disturbo possibile agli altri, nel senso tanto di chiedere aiuto solo in situazioni di necessità assoluta quanto di usare molta discrezione nell’offrirlo. Può sembrare una disposizione scontata, ma non lo è affatto: le soglie dell’assoluta necessità sono molto variabili da un individuo all’altro, e direi che prevale piuttosto la tendenza al coinvolgimento altrui, in entrambi i ruoli. Un’attitudine più discreta rischia quindi spesso di essere interpretata come specchio di un’indole fredda e asociale: in realtà non è dettata dal disprezzo e dall’insofferenza nei confronti degli altri ma, al contrario, da un totale rispetto, che a sua volta può nascere solo da una sensibilità sincera. Chi preferisce appartarsi come i gatti per leccare le proprie ferite, fisiche o morali, non lo fa sempre e solo per orgoglio o per difesa: è una questione di misura, come si diceva sopra, che varia anche nei confronti del tasso di sollecitudine “in ingresso” considerato da ciascuno accettabile e compatibile con la propria libertà. Che poi la sensibilità eccessiva possa dar luogo ad una vera e propria sindrome, e il timore di creare disagio possa diventare esso stesso un disagio, e il tutto rovesciarsi in un atteggiamento puramente difensivo, è solo una deriva patologica: l’origine e l’intenzione sono positive.

Considero invece “massimalista” l’offerta spontanea ma invadente di soccorso, che è tale nella misura in cui non è strettamente necessaria, e che sottintende sempre una reciprocità. Anche quando non ci siano dubbi sulla buona fede, e a prescindere dalla stessa, credo che il vero altruismo debba essere sobrio, contenuto e assolutamente disinteressato. Non ho nulla contro l’altruismo reciproco di Trivers, ma penso che come per tutte le cose preziose occorra dosarlo. E, ripeto, in tutto questo non trovo alcun indizio di misantropia. Anzi: sono convinto che se si dà con giusta parsimonia e si chiede solo quando è indispensabile si risparmiano energie positive, proprie e altrui, che possono essere spese in più direzioni. In queste condizioni si riesce molto più aperti e disponibili verso gli altri in generale di quanto lo siano coloro che concentrano troppe energie su pochi oggetti di attenzione. Non si creano dipendenze, e soprattutto il saldo del dare e avere viene mantenuto entro limiti che non umiliano nessuno. Siamo nuovamente al discorso del rispetto, di sé e degli altri, che è poi evidentemente la chiave di tutto.

Nei rapporti quotidiani noi identifichiamo spesso l’altruismo con la compassione. Questa identificazione ha un riscontro ad esempio nella precettistica cristiana relativa alle “opere di misericordia”, spirituale e corporale (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, consolare gli afflitti, ecc …,); precettistica che è poi stata ripresa e secolarizzata dai vari socialismi e dalle politiche del welfare (per la parte corporale), dalla psicoanalisi e dalle rubriche di posta dei rotocalchi (per quella spirituale). Ora, non c’è dubbio che si tratti di ottimi precetti, ma io ritengo che il vero altruismo non sia rappresentato dalla “misericordia”, quanto piuttosto dal rispetto. E il rispetto non ha nulla a che vedere con la compassione. Quest’ultima infatti, a dispetto dell’etimo (cum pati), non nasce dalla considerazione dell’altro su un piano di parità: scaturisce piuttosto da un senso di superiorità, e ci gratifica due volte, perché ci rassicura sulla nostra condizione e ci consente di godere della riconoscenza altrui e del compiacimento con noi stessi. La compassione è quella che porta a regalare un pesce, o magari a moltiplicarli se gli affamati sono troppi, inducendo quindi questi ultimi ad aspettarsi che il miracolo si ripeta. È senza dubbio moralmente meno impegnativa, perché il rispetto imporrebbe invece di chiedere a tutti i convenuti come mai non hanno portato nulla da casa, di lasciarli a digiuno e di insegnare loro ad essere più previdenti la prossima volta. Allo stesso modo, la compassione è quella che ci porta ad assecondare o a giustificare le mattane di un amico in crisi sentimentale, mentre il rispetto è quello che ci induce a dargli una strigliata e invitarlo a non fare il cretino. Mi rendo conto che non è un atteggiamento molto popolare, e infatti le folle si radunano dove c’è promessa di miracolo, e gli amici dove c’è speranza di “comprensione”, mentre disertano chi li richiama alla responsabilità: ma non credo sia il successo la misura della bontà dell’altruismo.

Occorre anche distinguere tra altruismo etico e simpatia. Un altro scozzese, Adam Smith, sosteneva che gli uomini sono tenuti assieme dalla simpatia. “Per quanto egoista si possa ritenere l’uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l’altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di contemplarla”. Simpatia significa, etimologicamente (deriva dal greco sun pathein) mettersi nei panni degli altri. È un atteggiamento diverso da quello della compassione, malgrado l’identica origine etimologica, perché a differenza di quest’ultimo suppone un livello paritario tra l’agente e l’oggetto. Per un senzatetto che dorme su una panchina fasciato di cartoni possiamo provare compassione, difficilmente abbiamo un moto di simpatia. Proviamo simpatia di fronte a situazioni di sofferenza o di indigenza nelle quali in qualche modo almeno potenzialmente ci riconosciamo; ovvero quando riusciamo a immaginarci al posto degli altri. Questa identificazione ci induce a desiderare un mondo in cui situazioni del genere non si diano, e a sperare che se dovessero verificarsi per noi altri verrebbero in nostro soccorso. Ma difficilmente riusciamo a immaginare di vivere su una panchina, e meno che mai a confidare nell’aiuto di un barbone.

C’è anche un altro risvolto. Smith, da osservatore realista qual era, aggiungeva che noi in effetti siamo molto propensi a simpatizzare con le sfortune altrui, un po’ meno con le fortune. Malgrado la simpatia non siamo capaci di godere del tutto sinceramente della gioia degli altri, a meno che siano in gioco quei sentimenti che definiamo amore o amicizia (ma questo restringe di parecchio la rosa dei potenziali oggetti del nostro interesse). Sembra prevalere la sensazione che ciò che è dato loro in qualche modo sia sottratto a noi. Quindi, quando va bene rispettiamo i successi altrui, ma non ce ne sentiamo davvero partecipi, perché in realtà non siamo soddisfatti di noi stessi.

E questo in linea di massima è vero, vale per la maggior parte degli uomini e segna appunto il limite della simpatia. Non è nemmeno sufficiente il rispetto dell’altro, che nel caso della simpatia si professa ponendolo sul nostro stesso piano, a soddisfare i requisiti di un altruismo etico. Occorre salire un altro gradino, quello che attraverso il conquistato rispetto di sé conduce alla stima nei confronti dell’altro, e quindi al vero altruismo etico.

Io credo che questo livello esista. È quello in cui la simpatia si traduce in solidarietà: quello cioè in cui non solo si desidera il riscatto degli altri, ma si agevola il loro successo, perché la partecipazione è tale che lo si sente come proprio. Di qui la possibilità di un’attitudine disinteressata: non ci si attende alcun ritorno, alcuna contropartita, perché il ritorno è già implicito nella felicità altrui. Ciò che inconsciamente facciamo per diffondere o per salvaguardare un patrimonio genetico, attraverso la solidarietà lo facciamo per diffondere o salvaguardare un patrimonio etico. La solidarietà è dunque il livello al quale avviene davvero il distacco, lo sganciamento dalle ragioni del gene: la scelta si autonomizza e diventa totalmente “culturale”.

In questo senso leggo l’obiettivo del missionario alessandrino: la felicità altrui va intesa come presupposto, condizione necessaria, e non come strumento della propria. Non fatico a credere nella sincerità di questo intento: ho conosciuto più di un missionario, e in nessuno di loro ho mai trovato prevalenti le ragioni del proselitismo, l’impegno a realizzare conversioni e a salvare delle anime; erano motivati da una solidarietà molto concreta, dall’impegno a rendere più tollerabile la vita per i loro simili, appunto perché sentiti come simili. E a nessuno passava per la testa che quello fosse un modo per guadagnarsi il paradiso. Semplicemente, dopo aver conosciuto certe realtà sentivano che non avrebbero mai più potuto essere in pace con se stessi se non intervenendo in qualche modo per alleviarle; erano coscienti della quasi inutilità del loro sforzo, ma anche e prima di tutto dell’imperativo categorico a provarci, a qualsiasi costo.

Questa non è affatto compassione: in questo caso metti l’altro sul tuo stesso piano, anzi, sei tu che si poni sul piano suo, e non lo soccorri a distanza, donando un euro ad ogni campagna umanitaria, ma lo tratti da persona nella quotidianità, condividendone piccole gioie, grandi paure, spaventose povertà. I missionari che ho incontrato, religiosi o laici che fossero, erano la testimonianza vivente di quanto asserisce Hume, ma anche di quello che scrive Swift: il loro amore di sé era diventato amore degli altri. E non mi si venga a raccontare che c’è dietro il narcisismo, la necessità di sentirsi buoni, l’ambizione alla santità, ecc…. No, dietro stanno le stesse ragioni per le quali, al vedere qualcuno che sta annegando, ci si butta a soccorrerlo senza calcolare la velocità della corrente o la temperatura dell’acqua: per le quali molti si sono giocati la pelle per soccorrere un commilitone ferito e cercare di portarlo via da sotto il fuoco; per le quali molti alpinisti non avranno mai il coraggio di tagliare la corda alla quale è appeso un loro compagno, anche a rischio di precipitare insieme a lui. Perché uno, dopo, non riuscirebbe più a vivere, non potrebbe più rimanere un attimo solo con se stesso se non fosse corso in soccorso, se avesse visto il proprio simile precipitare, annegare o agonizzare per ore. E questo indipendentemente da vincoli particolari, di amicizia, di amore, di parentela, senza alcun calcolo di condivisione dei geni.

Ma, come dicevo, non è necessario arrivare a questi gesti estremi. La quotidianità offre tutta una vasta gamma di esempi e di situazioni eticamente altruistiche, dallo studente che non sopporta di vedere vessato un compagno, e lo difende contro l’idiozia altrui, al donatore di midollo che si sottopone ad un delicatissimo prelievo per salvare uno sconosciuto. Anche le scelte di adozione a mio parere ci rientrano, malgrado si tenda a pensare (soprattutto da parte di chi non ha avuto il coraggio di farle) che siano motivate da un egoistico bisogno di essere amati. Ma, al di là del fatto che il bisogno di essere amati è connaturato in tutti, e quindi sta sotto, in qualche modo, a qualsiasi nostro gesto, il meccanismo non è affatto quello. Qui il determinismo naturalistico alla perpetuazione del gene non c’entra. Se qualcosa si mira a trasmettere è semmai una continuità culturale, e si sceglie di farlo. L’investimento dal punto di vista genetico è tutto a perdere: a motivare è la ricerca di un senso per la propria esistenza, e il senso (ovvero la felicità propria) viene identificato nella felicità altrui.

Non credo sia il caso di dilungarsi ancora. Gli esempi che ho proposto, sia pure in ordine sparso, mi sembrano sufficienti a confermare che l’altruismo, quand’anche fosse geneticamente determinato, assume poi nella complicazione dei rapporti interumani una curvatura tutta particolare. Diventa il prodotto di quella cultura che nella versione “misericordiosa” era aborrita da Nietzsche e in quella solidaristica era affermata da Camus, e che tutto sommato ha contribuito al successo della specie in maniera sin troppo efficace. Siamo dunque eticamente altruisti perché uomini, e siamo diventati uomini perché animali eccezionalmente altruisti.

Ciò non significa naturalmente che tale disposizione sia universalmente diffusa. Così come è evidente, a volerla cogliere, l’esistenza di un altruismo etico, non occorre un grosso sforzo per vedere quale parte preponderante abbia l’egoismo nei comportamenti collettivi. Ma il mio assunto era cercare di capire (contravvenendo in ciò al monito di Swift) quanto in queste attitudini sia frutto di natura e quanto di cultura. Bene, sono arrivato a realizzare che una disposizione genetica all’altruismo c’è, ma viene poi enfatizzata (o in qualche caso repressa) dalla “cultura” nella quale si cresce, fino al punto da farle dimenticare o sconfessare la propria origine biologica. Quel punto coincide con il traguardo della consapevolezza, che una volta digerita e accettata diventa coscienza; e se anche non segna una emancipazione totale dal determinismo, ne limita assai la portata. Varcato quel traguardo siamo liberi di scegliere, ma siamo altresì obbligati ad assumerci la responsabilità delle nostre scelte.

Mi sembra che, dopo quella delle lucciole, l’eclisse (parziale) del pidocchio sia un altro segnale forte della trasformazione ecologica e antropologica in atto. Ma le lucciole piano piano stanno tornando, segno che si sono adattate al nuovo ambiente. E se l’ombra della crisi che stiamo attraversando dovesse allungarsi, cosa più che probabile, presto torneranno anche i pidocchi2. Sarà quella la rivincita della natura sulla cultura? o sarà forse la ripartenza della socialità perduta e dell’altruismo?

Saviane ne sarebbe entusiasta. E non vi dico i bonobo!

1 Bontà Loro fu il primo talk show della televisione italiana. Era condotto da Maurizio Costanzo, all’epoca celibe e ancora lucido, andava in onda ad ore tardissime, sulla seconda rete nazionale, e prevedeva un solo ospite per ogni puntata.

2È da rilevare, per inciso, che la riabilitazione del pediculum incontra oggi un’accoglienza molto più entusiasta di quella ricevuta nel salotto televisivo di Costanzo: un certo integralismo naturista, legato alla cultura new age, vede nello spidocchiamento un felice momento di coesione familiare, da contrapporsi all’atomizzazione prodotta dalle serate televisive. Persino la profilassi ufficiale non lo demonizza più, e fa buon viso al fatto che non si riesce comunque ad evitarne la periodica ricomparsa. L’isteria da pidocchio sembra ormai confinata nel mondo delle madri ansiose, e legata più ad un problema di immagine sociale che di preoccupazione igienica.

Mi concedo anche una notazione lessicale. Nel dialetto lermese esistono due termini derivati da “sgöggiu” (pidocchio): “sghigiùn”, che significa pidocchioso, ma nell’accezione più spirituale che materiale di persona limitata e testarda, o anche avara, e “sghigìn”, che sta per schiacciatore maniacale di pidocchi: quello fastidiosamente puntiglioso, che fa letteralmente le pulci a tutti e a tutto. A dimostrazione di quale potenza e varietà di significati consenta il dialetto, anche attraverso alterazioni leggerissime dei suoni.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Un elogio del dilettantismo

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

I pavoni nascondono a volte agli occhi di tutti
la loro ruota – e ciò è la loro superbia.
F. Nietzsche

Immagino che il titolo di questa conversazione susciti qualche perplessità. Vengo a tesservi l’elogio del dilettantismo in un’epoca in cui da ogni parte si fa appello alla professionalità: se non di un’eresia, potrebbe avere il sapore di una provocazione e, quel che è peggio, di una provocazione del tutto gratuita. È meglio quindi sgombrare subito il campo da aspettative o interpretazioni fuori misura. La mia sarà una semplice riflessione ad alta voce, nel corso della quale parlerò di cose in cui credo davvero, e che naturalmente possono essere non condivisibili. Di questo avremo modo, se lo riterrete, di discutere. Se invece dovesse risultare proprio un’eresia, vorrei che apparisse almeno motivata e consapevole.

Come chiede lo spirito di questi incontri, racconterò di una passione, quella della scrittura, che coltivo al di fuori della mia occupazione ufficiale, e che tuttavia con quest’ultima ha naturalmente più di un rapporto. Lo faccio volentieri perché raccontare mi piace, in fondo è stato per anni il mio mestiere, e perché l’impegno a parlare di questa passione mi costringe a riflettere sul significato che attribuisco ad alcuni termini e sui comportamenti che conseguono a tale attribuzione.

Partiamo dunque dalla terminologia.

In questa e nelle precedenti serate sono chiamati in gioco due concetti, quelli di professionismo e dilettantismo. Nel modo comune di sentire a questi concetti corrispondono i due diversi atteggiamenti che possono essere assunti, per scelta o per necessità, rispetto ad attività specifiche, ma oserei dire anche rispetto all’esistenza nel suo assieme. Da essi derivano poi i sostantivati professionista e dilettante e gli aggettivi professionale e dilettantesco. Ora, mentre per i concetti e i sostantivati sopravvive bene o male una distinzione neutra, nel senso che non implicano un giudizio di valore ma indicano solo diverse modalità di approccio (che poi nell’utilizzo corrente dei termini il giudizio di valore entri comunque è un altro discorso), per quanto concerne gli aggettivi questi vanno ormai decisamente a connotare nel primo caso un approccio serio, un impegno continuativo e profondo, una conoscenza robusta, nell’altro un interesse quanto meno non prioritario, un impegno sporadico e superficiale, una conoscenza limitata, quando non lacunosa. A monte c’è una separazione tra professione e diletto che oserei dire tutta e solo moderna, e alla cui origine varrebbe la pena dedicare uno specifico incontro: ma non voglio annoiarvi con un’esegesi storica e semantica nella quale affogherei dopo due bracciate. Mi importava solo mettere sullo sfondo alcune delle sfumature che i concetti di dilettantismo e professionismo possono assumere e delle ambiguità cui possono dare origine.

Definito lo sfondo, torno ad occuparmi del tema specifico della serata: la mia passione per la scrittura. Alcuni giorni fa ho provato a redigere una bibliografia di quel che ho scritto nell’ultimo quarto di secolo. Ho recuperato un centinaio di titoli, per cose che variano in consistenza da una a trecento pagine: mi ci sono volute due ore. Provo ora a riassumere l’elenco, limitandomi agli argomenti e ai temi principali, perché l’insieme mi ha lasciato perplesso. Dunque: per lo scaffale filosofia e storia delle idee ho scritto tra l’altro su Pico e Bacone, sull’etica di Kant, sulle origini dell’idea di progresso, sulle rappresentazioni del male nel medioevo, sul mito del buon selvaggio e sulla nascita del razzismo. Per quello di storia sugli eretici e sugli ebrei nel medioevo, sulle esplorazioni geografiche e sul colonialismo, sulla rivoluzione inglese e sugli utopisti del Settecento. E poi, una storia dell’alpinismo e una del fumetto western, una storia della scuola e una della scrittura al femminile nell’800: e biografie di viaggiatori, esploratori, scienziati, anarchici, uomini politici, avventurieri e filosofi, oltre a quella di mio padre, e implicitamente alla mia. E mi fermo qui, perché avrei fatto prima ad elencare quello che non ho scritto. O almeno, che non ho ancora scritto. Perché non è finita. Esiste anche un elenco di quello che non sono riuscito a scrivere. Non preoccupatevi, ve lo risparmio.

Non vorrei che questo inventario fosse letto come una fiera di erudizione: mi sembra ci si possano scorgere piuttosto i sintomi di un notevole disordine mentale, di un cervello che fa più giri di un frullatore e rischia di ottenere gli stessi risultati, un omogeneizzato di neuroni. Di positivo c’è però un fatto: non ho spacciato in giro questa roba. Il che non vuol dire che le cose che ho scritto non abbiano una circolazione: significa semplicemente che non ne ho “pubblicata”, nel senso di “messa sul mercato”, una sola riga. In compenso provvedo io stesso ad editare dei volumetti artigianali (questi appunto che vedete), in tirature nell’ordine delle unità, fascicolati e pinzati a mano, operazione che mi procura un particolare piacere sia fisico, tattile e visivo, che psicologico. Inoltre gli scritti sono reperibili da qualche tempo, in questo stesso formato, sul sito dei Viandanti delle Nebbie; per cui tutto quello che andrò ora a dire ha senso solo sino ad un certo punto, solo all’interno di una concezione appartenente al secolo scorso, che vedeva nella pubblicazione a stampa la certificazione di una qualità “professionale”, e quindi alta, della scrittura.

In sostanza: queste cose girano, sia pure entro un circuito molto ristretto, ma non sono in vendita, non vengono distribuite ad un euro in più rispetto al costo del quotidiano e neppure sono edite a spese di qualche ente pubblico o fondazione bancaria.

Ora, è chiaro che di per sé la mancata pubblicazione non significa niente: a dispetto di tutto, credo che solo in questo paese gli aspiranti autori siano qualche milione. Ciò che restringe alquanto l’apparentamento è il fatto che la pubblicazione non l’ho mai cercata (ma anche qui, siamo ancora in parecchi), o l’ho semplicemente declinata quando mi è stata proposta (e qui direi che diventiamo invece pochini).

Perché non ho cercata, o ho in alcuni casi rifiutata, la pubblicazione? Un’amica mi ha detto che questo mio “disinteresse” è frutto di un atteggiamento snobistico (accreditandomi peraltro di uno snobismo molto sottile, perché in genere, contrariamente a quanto ora sto facendo, non lo ostento). Dal momento che la mia amica è una persona ironica e intelligente presumo abbia assolutamente ragione, e che la sua non volesse affatto essere una critica. Forte poi del fatto che non ho mai ben capito cosa sia snob, io l’ho preso per un complimento: se vuol dire quello che intendo io, mi iscrivo da subito tra i candidati alla qualifica di snob.

Non sono infatti una persona semplice, come sanno tutti quelli che mi conoscono, ma sono paradossalmente troppo sbrigativo, o forse solo troppo pigro, per complicarmi la vita con calcoli del tipo “mi si noterà di più se pubblico o se non pubblico”. E nemmeno mi si addice l’atteggiamento dell’incompreso che difende orgogliosamente la sua dignità: “meglio primo tra gli inediti (ma qui è una bella lotta) che ultimo tra i pubblicati”. Per la carità! È tutto molto più banale (anche se, a rifletterci bene, il mio modo di vedere la cosa è davvero un po’ complesso – che è comunque diverso da complicato).

Non so se sono uno snob, ma sono certamente sotto alcuni aspetti presuntuoso. Presumo, o meglio, pretendo da me (il “tu devi” kantiano) livelli alti. Le misure naturalmente le detto io. Ora, nella scrittura i livelli sono determinati da due fattori: ciò che hai da dire, e come lo dici. Io non credo di avere da dire nulla di particolare. Per quel che concerne la saggistica, in primis gli interessi storici, non ho raccontato alcunché di nuovo e non ho elaborato teorie o interpretazioni innovative. Le cose che ho scritto sono in fondo ovvie, al più le ho magari messe in fila in maniera un po’ diversa, e presentano un colpo d’occhio differente. Ma nulla per cui valga la pena davvero sbattersi a diffonderle. Se sotto sotto un intento c’era, era quello di divulgare divertendo: ma, come vedremo, un intento del genere cozza almeno in parte con la concezione della cultura che coltivo, questa forse davvero snobistica.

Per la narrativa vale invece un’altra considerazione. Qui la forma è quasi (o senza quasi) più importante del contenuto, perché in fondo quelle che si raccontano da duemila e cinquecento anni a questa parte sono sempre le stesse storie, e quindi ciò che conta sono le varianti nell’insaporitura e nella presentazione del piatto. In questo campo credo di avere almeno un dono: so riconoscere la mano felice, e distinguere tra chi ha la mano felice e chi scrive bene. Chi scrive bene fa dei compiti onesti e corretti, chi ha la mano felice regala coinvolgimenti ed emozioni. Bene, io ho capito, molto presto per fortuna, di essere uno scrivano diligente e ordinato, al più talvolta un po’ bizzarro, ma di non avere “il dono”. È stato intuitivo, ma ne ho avuto poi la conferma in più di una occasione, quando ho letto i libri che avrei voluto scrivere io, o che addirittura in parte avevo già scritto, e ho capito che non avrei mai saputo dire le stesse cose altrettanto bene.

Secondo voi, quando uno ha questa duplice consapevolezza, di non aver nulla di così importante da dire e di non avere le qualità per dire le cose in maniera così affascinante e diversa da valer la pena trasmetterle agli altri, che deve fare? Si lascia morire d’inedia o si iscrive a una scuola di samba? No, se come me ama il cibo ed è goffo nei movimenti continua a scrivere, disgiungendo questa attività dalla prospettiva di essere pubblicato. Continua a scrivere per sé, anche se poi, nel momento stesso in cui scrive, lo fa pensando ad ipotetici lettori. Intanto però si gode il fatto di non dover tenere conto di lettori reali, ma di un pubblico perfetto, di non soggiacere allo stress di adattare il proprio pensiero a quello degli altri, perché i suoi lettori ideali sono tanto sensibili e intelligenti da capire senza problemi ciò che sta dicendo.

Questa libertà non è cosa da poco. Chi scrive per sé immagina di rivolgersi ad un ideale pubblico di lettori, e ciò lo aiuta a decidere come impostare il discorso, che sviluppi dargli, ecc…, ma poi in realtà scrive quello che vuole, quello che gli passa per la testa: solo cerca di metterlo in riga in una forma strutturata, discorsiva, argomentativa, convincente, insomma, vedete un po’ voi. Può suonare come un esercizio sofistico fine a se stesso, e magari lo è, ma alla fin fine anche per rispettarsi un po’ di disciplina ci vuole. Personalmente quando mi metto davanti al foglio a quadretti ho già in testa il succo del discorso, so dove voglio arrivare, ma in genere non ho la minima idea di come farlo. Le cose vengono poi da sole. Scrivo di getto, fino a che non ho tirato fuori tutto. Poi riverso quello che ho scritto sul computer, e magari cambio completamente l’ordine, ma quasi nulla della sostanza.

Questo del passaggio al computer è però un argomento particolare, cui vorrei dedicare qualche minuto. Devo innanzitutto confessare che non è del tutto vero che non ho mai pubblicato nulla. Moltissimi anni fa, quasi quaranta, ho collaborato alla scrittura di un’opera a carattere storico a molte mani, che finì per occupare dieci volumi, pubblicati nel giro di cinque o sei anni, e alla quale contribuirono anche nomi importanti, quasi tutti stranieri (ecco una possibile ulteriore motivazione del mio “disinteresse” attuale per la pubblicazione. Diciamo che ho già dato, ho già avuto e non ho bisogno di provare nuove ebbrezze. Ma in questo momento mi serve per parlare di un’altra cosa). All’epoca scrivevo come oggi a mano, correggevo e riscrivevo, battevo poi su una Olivetti 22 e ricorreggevo ancora; infine trascrivevo il testo risultante in tre copie, con la carta carbone. Sembrano secoli, succedeva invece fino a venticinque anni fa.

Bene, questo procedimento imponeva un ordine mentale completamente diverso. Per ogni capitolo stendevo una scaletta, ordinavo gli eventi e le argomentazioni, li sviluppavo, curavo poi le cuciture, ci tornavo per la lucidatura linguistica definitiva. Un lavoro certosino, che comportava lunghe riflessioni su ogni frase, su ogni rigo, prima di passare alla trascrizione. Ricordo ancora l’emozione che provai nel vedere stampato il mio primo capitolo: non mi sembrava neppure più mio, l’ultima volta che lo avevo riletto era tutto rabberciato dalle correzioni che andavano a sovrapporsi alle battute sbiadite di un nastro usato per dritto e per rovescio. Ora era lì, ordinato e disteso in sedicesimo su fogli di carta levigata, in file ordinate, senza lettere spostate in alto o in basso, senza sbavature o spazi superflui. Aveva acquisito l’autorevolezza della parola stampata, che lasciava supporre dietro ben altre conoscenze e anni di ricerche di quelli che io sapevo esserci in realtà.

Oggi quell’autorevolezza, se uno sa impostare un layout editoriale, cosa che è estremamente semplice, le tue parole ce l’hanno subito: ma paradossalmente il fatto di poterle cancellare o spostare o tagliare e ricucire, ecc …, finisce per togliergliela. Non so se riesco a spiegarmi. Il computer induce a scrivere (e infatti!), ma non induce a ripensare e a meditare molto su ciò che si scrive, e alla fine neppure a crederci. Vedi già l’effetto che fa, e questo ti ruba (almeno, lo ruba ad uno snob come me) il piacere e l’affanno di scoprire quello che potrebbe fare. Inoltre, che la destinazione sia o meno quella della stampa, la facilità e la velocità stesse con cui si arriva ad un’alta definizione “visiva” del testo finiscono per fartelo considerare un prodotto di rapido consumo, e quindi a farti curare piuttosto i dettagli della confezione che non la genuinità degli ingredienti. È sufficiente andare a consultare qualche voce su siti di prestigio, che dovrebbero fornire garanzie di accuratezza (provate quello della Treccani, ad esempio), per averne la prova. Chiusa la parentesi.

Torniamo invece alle motivazioni. Insisto, io scrivo per il piacere di scrivere. Quando scrivo un pezzo cerco di salvaguardare i diritti tanto del respiro mentale quanto di quello fisico, di dargli scorrevolezza; voglio che la superficie risulti liscia come quella di un piatto ben lavato. Mi disturbano le scabrosità, e ripasso più volte la spugnetta. Poi, quando finalmente riesco a staccarmene, di norma molto prima di esserne davvero soddisfatto, lo faccio alla maniera dei lupi. È un figlio che deve andare per la sua strada, ho già in mente altro. In genere non rileggo volentieri le cose che ho scritto, perché ogni volta cambierei e rifarei tutto, ma sostanzialmente perché non mi interessano più. Non che non mi interessi più l’argomento: solo, quel pezzo era una sorta di riassunto mentale di cui avevo bisogno per riordinare le mie idee, utilizzabile magari anche per un confronto ristretto con quelle altrui. È normale che dopo qualche tempo, ci sia stato o meno il confronto, mi appaia superato.

Un’altra motivazione del mio … chiamiamolo riserbo, è che ritengo che le cose che scrivo siano strettamente legate alla mia persona e alla mia storia, forse troppo per poter essere lette da chi non mi conosce. Anche qui, non so se considerare questo come un esito o come un presupposto. Voglio dire che quando scrivo, e mi scelgo il mio pubblico, posso dare per scontate certe conoscenze, relative sia ai fatti, ai personaggi o agli argomenti che tratto, sia a chi li tratta. Dato che in genere mi accosto alle cose con un certo disincanto, che io vorrei fosse ironia, e dato che non sempre sono sicuro che si capisca che sto usando quel metro, mi rassicura poter pensare che chi mi conosce sa che sono così, e che uso quel metro. Tutto ciò mi permette anche di civettare col mio lettore ideale, facendo riferimenti o allusioni a ipotetiche conoscenze o esperienze comuni (ecco, il mio pubblico ideale potrebbe essere quello di una cerchia ristretta cui leggere le mie cose, sul modello di Tolkien e degli Inklings. In questo caso il dominio sulla materia sarebbe totale, perché sarei padrone anche dei toni e delle pause. Lo so, questa è già patologia).

A questo punto si sarà capito quanto autocompiacimento c’è dietro quello che scrivo. E come ciò sia incompatibile con una possibile “mercificazione” delle mie cose, perché la pubblicazione è anche questo. Le cose che scrivo non possono avere un prezzo di copertina: nessuno può acquistare il diritto di leggerle per qualche euro. Entrano in un giro di scambio che suppone l’amicizia e la reciprocità. Soprattutto, voglio mantenere una posizione di forza nel rapporto: se non ti piacciono, non ti sono comunque costate nulla, non puoi lamentare una delusione. Non è però solo una deviazione mentale: io ho davvero questa concezione dello scambio culturale, che vale per tutto, dall’arte alla musica. Non concepisco un “professionismo” culturale che non sia quello connesso ad una attività specifica legata alla cultura: l’insegnamento, la ricerca, l’organizzazione. Il mestiere di scrittore per me non esiste. Sebastiano Timpanaro, una delle figure più eminenti della nostra cultura del secondo novecento, diceva: io faccio il “revisore di bozze” (in realtà faceva ben altro, come curatore editoriale; ma dovendo qualificarsi con un’attività concreta, vedeva giusto quella).

Quindi, certo, c’è un sacco di autocompiacimento. D’altro canto, se non ci fosse non si capisce perché perdere tanto tempo (in verità neanche poi tanto) a scrivere. E comunque, per arrivare a questa conclusione ho avuto bisogno della presente seduta di autoanalisi, perché in realtà non ci avevo mai pensato seriamente prima: e forse mi sono inventato tutto per l’occasione.

No, non è così. Mi spiace di avervi fatto perdere tutto questo tempo per arrivare a dire una cosa tanto semplice, anzi, a ribadirla. Scrivo perché mi diverto, mi diverto un mondo. E badate, non ho una visione ristretta del divertimento. Ho saputo e so divertirmi in tanti modi, anzi, a dispetto del mio disincanto ho avuto la fortuna di trovare sempre la vita, tutto sommato, divertente, o almeno di saperne cogliere gli aspetti divertenti. Mi piace stare solo e stare con gli amici, camminare in montagna e rannicchiarmi nel mio studio: ma soprattutto mi piace leggere, e ancor più mi diverte scrivere (per forza, perché qui ho una parte più attiva nel gioco). Quindi mi riesce difficile immaginare una concezione penitenziale della scrittura, il tormento dello scrittore, il rovello della pagina bianca, tutte quelle cose lì che fanno tanto folklore. Non che non ci creda, per carità: immagino che chi ritiene di aver molto da dire voglia farlo nella maniera più incisiva, più perfetta, più definitiva possibile. È giusto, è serio che sia così. Ma, al di là del fatto che dovrebbe essere il traguardo anche di chi da dire ha poco, tutta questa drammatizzazione non è per me. Non ho mai creduto che Pavese si sia suicidato per impotenza creativa, di qualsiasi tipo. Se uno davvero si sente così stanco, ha mille altri motivi più validi per scendere dal treno.

Questo ci riporta comunque al dilettantismo. Dicevo che il dramma creativo non è il mio caso perché sono un dilettante, nel senso appunto che mi diletto. Davanti ad una pagina bianca non mi assale il tormento dello scrittore, casomai una compulsione a riempirla. Se non so cosa scrivere o come scriverlo, disegno: mi piace molto anche disegnare, e riempio fogli su fogli di paesaggi montani con piccole baite (n.d.r: non ho mai dipinto, né reso pubblico un mio disegno). Davanti al monitor mi diverto a cambiare le parole o la loro disposizione. Quando non mi diverto più, faccio dell’altro. E qui torniamo al discorso iniziale: non ho alcuna urgenza di comunicare alcunché al mondo. Ma si badi, sono cosciente che anche questa è a suo modo presunzione. Voglio dire: credo che mi impegnerei fino in fondo per far arrivare il mio verbo al maggior numero di persone possibile se ritenessi che fosse qualcosa di indispensabile, che potrebbe cambiare in meglio la vita di qualcuno. Oggettivamente so che non è così, quindi non vale la pena affannarmi più di tanto. So anche che se tutti la pensassero a questo modo non esisterebbe, o quasi, la letteratura e sarebbe ridotta al minimo la saggistica, perché la prima esiste anche per offrire divertimento e consolazione, e la seconda per assecondare anche le piccole e private curiosità. Per fortuna non è così, direi anzi che prevale l’idea che tutti abbiano qualcosa di significativo da dire, e godiamo di un’ampia scelta.

Sono infine un dilettante perché ho troppi interessi. L’ho già detto, ma ora vorrei chiarire che non penso che l’avere tanti interessi sia sempre un male, anche se è difficile stabilire il confine tra i tanti e i troppi (e nel mio caso poi lo è in modo particolare). Questa attitudine corrisponde evidentemente ad un modo di concepire la vita. In effetti io sono curioso di quasi tutto, e quindi non riesco a concentrarmi su qualcosa in particolare: non so rinunciare a niente che mi intrighi. Ma, ripeto, non credo che questo significhi per forza essere superficiali, e neppure che crei sempre una inconcludente dispersione. Nei casi positivi può rimandare ad esempio all’idea che sotto sotto tutto si tenga, che tra la storia del fumetto western, quella dell’alpinismo e l’etica di Kant corra un sottile legame. Magari poi l’unico legame sarà proprio il fatto che tutte e tre queste cose mi intrigano: e vorrà dire che se non c’era l’avrò creato io. In definitiva, fatte le debite proporzioni, direi che questo è un atteggiamento “enciclopedico”, sul tipo di quello degli ultimi grandi illuministi, del mitico Humboldt. Per forza mi sono innamorato di quell’uomo. Non conosceva per ragioni anagrafiche il fumetto western, ma l’etica kantiana e l’alpinismo li aveva messi assieme eccome.

Ecco, Humboldt – tanto ormai l’ho giocato e conviene quindi andare fino in fondo – è la dimostrazione che si può essere intrigati da tutto senza per forza essere superficiali e approssimativi. Se le cose che ti interessano fanno parte per te di un “grande disegno” (che non è affatto il disegno intelligente dei creazionisti, ma quello più modesto che hai in mente tu) non è necessario che vada a trovare il particolare o il dettaglio inedito per dare un senso al tuo lavoro, a meno che si tratti di un particolare che cambia tutto il quadro. Diciamo che ti riservi un lavoro di sintesi, mentre quello dell’analisi lo lasci agli altri, ai professionisti. L’importante è che qualsiasi parte ci si riserva venga poi interpretata con serietà. Occorre essere molto seri col proprio dilettantismo, perché il diletto può venire solo dalla coscienza di essere “filologicamente” inappuntabili, come avrebbe detto il solito Timpanaro. Non vedo d’altro canto che piacere si possa trarre dall’approssimazione, o dal millantare conoscenze che non si possiedono: visto che uno può scegliersi i lettori ideali, immagino vorrà sceglierli intelligenti, e voglia offrire loro cose quantomeno precise nei contenuti e corrette e accattivanti nella forma. Sono anzi convinto che il vero dilettante, a differenza del professionista, sia in una condizione che non gli consente assolutamente di barare, se non vuole prendere in giro proprio il primo e il solo lettore veramente ideale, cioè se stesso. Quindi, diletto negli intenti, ma professionalità nei modi e negli strumenti.

A chi destinare poi un lavoro svolto con questi principi è un problema secondario; se si ritiene valga la pena, sia almeno dignitoso o sia decisamente importante, lo si partecipa in qualche modo anche ad altri. Ma in genere chi si dedica a questo tipo di ricerca non lo fa per gli altri. Lo fa per rispondere ad un bisogno proprio, se vogliamo ad una propria presunzione: quella di voler capire (nei casi più gravi, di aver capito) il senso del tutto.

Ammetterete che chi si è preso un impegno simile non ha tempo da perdere con la pubblicazione.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Il cielo stellato e l’etica di Alan Ladd

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

Non c’è cosa più difficile del far comprendere ad uno studente il senso e la grandezza del “tu devi” kantiano. Non certo per colpa di Kant, che ce l’ha messa tutta per spiegarsi, riuscendoci peraltro benissimo. E nemmeno va tirata in ballo l’inadeguatezza degli insegnanti: ce ne sono anche alcuni (pochi, in verità) che Kant lo hanno capito e lo amano, ma quando si tratta di trasmetterne la lezione etica incontrano gli stessi scogli. Io credo che il problema sia un altro, e che valga per l’etica pressappoco quello che sant’Agostino diceva del tempo: cos’è dunque? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. (Da notare che sant’Agostino non diceva di non saperlo: confessava solo di non essere in grado di spiegarlo).

Ora Kant, che era uno tosto, e a dispetto delle sue cautele davanti al noumeno pensava che in un modo o nell’altro si potesse spiegare tutto, si è messo di buzzo buono per arrivare ad una definizione razionalmente corretta e coerente dei fondamenti della morale (lui chiama così quella che io preferisco chiamare etica, e più sotto spiegherò il perché. Ma mi sembra etico non attribuirgli un uso lessicale che non è suo): e lo ha fatto svolgendo non una ricerca conoscitiva, ma un’indagine critica, sapendo cioè già perfettamente dove voleva arrivare, e quindi lavorando per esclusione, chiarendo semmai che cosa non è la morale, cosa non attiene alla sua sfera. Si potrebbe dire che ha fatto un giro completo per tornare al punto di partenza, ma che nel corso del giro ha fatto pulizia di un bel po’ di false idee. Il problema della gran parte degli studenti (e anche degli insegnanti) è dunque questo: lungo il giro si perdono per strada, e non sono più in grado di tornare là da dove sono partiti. Vediamo se una trattazione del tema “morale” in forma meno “filosoficamente corretta” può rivelarsi utile.

Prima di procedere, però, penso siano opportuni un paio di chiarimenti lessicali: riguardano l’uso che farò in questo discorso di voci apparentemente sinonime. Il primo chiarimento riguarda una voce verbale: per quel che mi concerne, un conto è capire, un altro è comprendere. Non sono affatto sinonimi, tanto che è possibile capire senza comprendere o, viceversa, comprendere senza capire. Nel nostro caso quando si parla di capire si intende decifrare, aver chiaro quello che Kant dice; quando si parla di comprendere si intende “farlo proprio, viverlo”. E se capire il ragionamento di Kant tutto sommato non è così difficile, farlo proprio, o meglio, ri-conoscerlo come proprio, non è da tutti. Il passaggio alla comprensione avviene infatti in maniera paradossale: si comprende Kant quando ci si accorge che il suo ragionamento non ci serve più. Ci ha portati sulla strada giusta, ma adesso dobbiamo camminare da soli (un po’ come Dante con Virgilio).

Il secondo chiarimento riguarda invece, come ho anticipato, i termini etica e morale. Nell’accezione più diffusa la morale viene definita come un insieme di valori condivisi in particolari epoche storiche da particolari gruppi sociali, e delle regole che vengono elaborate per affermarli e praticarli. L’etica, o filosofia morale, sarebbe invece la dottrina filosofica che ha per oggetto queste regole e questi valori, ma che all’aspetto “normativo” (l’indicazione dei valori e dei criteri) unisce anche un aspetto “descrittivo” (dei valori di fatto a cui si ispira). Insomma, la seconda sarebbe una sorta di narrazione della prima, e l’una e l’altra vanno comunque storicamente contestualizzate.

Io preferisco un uso forse filosoficamente meno corretto, ma che ha una sua ragion d’essere. Mi rifaccio direttamente all’etimologia dei termini, per ricavarne il riferimento a due sfere distinte. Etica ha la sua radice nel greco ethos, parola che indica l’abitudine (non a caso i romani la traducevano con habitus, il modo di apparire), il modo costante di comportarsi. L’habitus si riferisce alle persone singole, e d’altra parte nella cultura greca classica l’individuo veniva prima della collettività. Quindi, per me, l’etica concerne il comportamento di un singolo essere umano nei confronti dei suoi simili.

Morale deriva invece dal latino mos, (costume, usanza), e si riferisce appunto all’insieme dei costumi e delle usanze ereditate dagli antenati. Perfettamente in linea con il modo di pensare romano, che anteponeva la collettività all’individuo. Perciò la morale riguarda le norme di un gruppo, mentre l’etica riguarda il singolo. Se costui non si sintonizza sulle consuetudini e sulle norme comuni, quindi sulla morale del gruppo, non per questo sarà privo di una sua etica. Al contrario, chi si adegua pedissequamente a questa morale collettiva, senza viverla in modo problematico, non ha alcuna idea di cosa sia l’etica.

Solo per correttezza nei confronti di Kant utilizzerò quindi in queste pagine i due termini come sinonimi, ad indicare entrambi quella che io considero comunque una dimensione etica.

Ora possiamo finalmente tornare a Kant. Dire che oltre un certo punto non ci serve più non è infatti un buon motivo per buttarlo fuori. Anzi, Kant vive e ragiona con noi. Certo, non staremo qui a ripercorrere tutta la trattazione ordine geometrico demonstrata che fa nella Critica della Ragion Pratica: non è questo il tema che mi ero proposto e comunque la dimostrazione la si può trovare già bella e farcita in qualsiasi manuale di filosofia, o su Internet. Mi azzardo a dire che, ai fini del mio discorso, che è quello della comprensione, potrebbe riuscire persino inutile. Vediamone però almeno i passaggi fondamentali.

Intanto Kant definisce i limiti del suo campo di indagine, e taglia subito la testa al toro. In primo luogo non è suo compito dimostrare che esiste una coscienza, che quindi l’uomo ha in sé una dimensione morale, perché questo è un dato di fatto. Ci sarebbe magari da discutere sull’evidenza della cosa (e lo faremo), ma sul dato di fatto non ci piove. Almeno sino a quando ci si riferisce all’uomo nei termini generici della specie. Comunque, Kant parla di qualcosa che attiene allo specifico della natura umana: come uomini siamo mossi indubitabilmente da una inclinazione al male (altrimenti non si spiegherebbe perché il mondo funziona come funziona), ma siamo anche caratterizzati dalla coscienza del bene. Ciò significa che per lui il senso morale è innato. Non è dettato da una rivelazione, non si è educato storicamente, non dipende, come pensavano molti dei suoi contemporanei, dal clima, dall’ambiente, dalla tradizione. È in noi, e potrebbe anche bastarci il sapere che c’è.

Cerchiamo tuttavia di capire meglio. Il fatto che in ogni uomo esista un senso morale innato non vuol dire secondo Kant che esiste un pacchetto di valori ben precisi, perfettamente definiti: esiste invece quella che un neuropsichiatra contemporaneo, Mark Hauser, riprendendo la terminologia di Chomsky relativa al linguaggio, definisce una grammatica morale, ovvero una disposizione naturale della nostra mente a valutare positivamente o negativamente certe azioni e certi comportamenti. Non voglio fare di Kant un precursore della moderna neurobiologia, anche se la tentazione è forte: lasciamogli dire solo quello che ha effettivamente detto. E ciò che ha detto è che questa disposizione in noi c’è, non importa che ce l’abbia messa il padreterno o chi per esso, ed è tale per cui noi siamo portati ad esprimere un giudizio morale, ad adottare una scala di validità o meno rispetto alle nostre (e per estensione anche alle altrui) azioni. Ma il giudizio, e la scala stessa di valori, non ci sono suggeriti dall’esterno: la scelta è nostra, ed è operata in base alla nostra razionalità.

Qui azzardo un termine che Kant non usa, ma che è implicito. Il termine è: “evidenza”. Sta a voler dire che, razionalmente, la bontà o la negatività di certi comportamenti è evidente. Siamo in grado di distinguere benissimo se ciò che stiamo facendo è bene o male: se pianto alberi perché tengano su la terra delle colline, e lo faccio alla mia età, quando so già che non li vedrò crescere, sto agendo moralmente; se maltratto un disabile o faccio violenza ad un bambino, so che sto agendo male. Non c’è bisogno di tante spiegazioni: è evidente, e non c’è barba di cultura diversa che tenga.

In secondo luogo Kant non intende nemmeno proporre un nuovo sistema di valori, ma solo spiegare a quali condizioni quella che potremmo definire una generica consapevolezza diventa coscienza morale. Per questo motivo è stato accusato di ridurre la morale ad un puro esercizio di forma: in fondo, si dice, si limita a identificare le condizioni che rendono possibile l’esistenza di una morale, senza dirci poi quale questa morale ha da essere, cosa è bene e cosa è male. E per fortuna, vien da aggiungere: ce ne sono già troppi, da Ratzinger a Komeini e a tutti gli altri, che ce lo spiegano. Kant invece dice: non hai bisogno che te lo spieghi io, lo sai già, te lo detta la tua coscienza.

Certo, messa così pare il cane che si mangia la coda. Noi abbiamo una coscienza, ce lo dice il fatto che sappiamo distinguere tra il bene e il male, e sappiamo distinguere tra il bene e il male appunto perché abbiamo una coscienza. Non fa una piega. Ma non potremmo allora chiamarlo un “istinto morale” e darci un taglio? No, dice Kant, lo chiamiamo coscienza perché l’uomo non solo è consapevole, ma è addirittura legislatore di se stesso e arbitro delle proprie scelte: ciò significa che per quanto concerne la sfera morale è perfettamente autonomo, indipendente da ogni determinazione naturale e dalla soggezione a qualsivoglia autorità o finalità. A differenza degli altri animali l’uomo può scegliere, e scegliere suppone appunto la possibilità di decidere in perfetta autonomia tra vari comportamenti alternativi. Questi comportamenti possono essergli “dettati” da necessità o forze esterne, ma non imposti. È sempre lui, in ultima istanza, a decidere: e lo fa sulla base di un codice che lui stesso si è dato. Direi che è qualcosa di più del libero arbitrio: questa è “libertà”. Dopo coscienza, questo è dunque il secondo termine chiave: possiamo operare delle scelte perché siamo liberi.

Ma questa affermazione può essere ancora accettata, oggi, alla luce degli ultimi sviluppi delle conoscenze genetiche, neurologiche e psicologiche? I “falchi” della genetica non sarebbero d’accordo: i nostri comportamenti – direbbero – sono in realtà determinati per una percentuale altissima, tanto alta da consentirci solo una semi-libertà. Le “colombe” addolcirebbero la pillola: noi siamo certamente più liberi di qualsiasi altro animale, perché da un lato il nostro sistema nervoso è troppo complesso per poter essere determinato in ogni suo dettaglio dai geni, dall’altro perché siamo i depositari di una evoluzione culturale che sollecita uno spettro enorme di comportamenti possibili, e quindi garantisce una grande libertà. Ma non una libertà assoluta.

Ebbene, replicherebbe Kant, non mi importa un accidente di quanto siamo o meno determinati. È vero, siamo soggetti ad una serie di condizionamenti naturali, sociali, affettivi, ecc…; ma questo non significa che nel nostro intimo non ci rendiamo conto di come dovremmo agire, al di là di questi condizionamenti. E che volendolo davvero, non possiamo agire proprio così. Ora, delle due l’una: o pensiamo che Kant sbagli, e che non tutti possiedano una coscienza privata capace di dettare quei comportamenti che all’ingrosso chiamiamo morali, e allora dobbiamo assumerci i rischi e la responsabilità di questa nostra convinzione (che si fa? studiamo un test per identificare i senza coscienza, e poi si sterilizzano o si eliminano, oppure li tolleriamo, sperando che si estinguano per via naturale?): oppure crediamo abbia ragione, e allora come e perché questa coscienza si sia formata, e quali meccanismi la regolino, ai fini del nostro discorso ha in fondo un’importanza relativa. Ribadisco, a Kant interessa solo fino ad un certo punto il perché uno poi faccia o non faccia determinate scelte: vuole essenzialmente che sia chiaro che la scelta è possibile, e che se facciamo qualcosa che sotto sotto non ci piace, lo abbiamo voluto noi.

Il terzo termine è infatti “volontà”. Non solo noi possiamo scegliere. Noi vogliamo scegliere. Le scelte si possono fare anche controvoglia, per necessità, per debolezza, per ignoranza. La scelta morale è invece perfettamente consapevole: so di aver dettato io la norma, il che potrebbe anche indurmi a scendere a compromessi con me stesso: invece voglio essere coerente e adempiere sino in fondo al mio mandato morale. E questo a costo di qualsiasi sacrificio, perché è in verità la realizzazione del me che volevo essere quando ho dettato, consapevolmente e razionalmente, la norma. Quindi, l’atteggiamento morale non ha a che vedere con l’effetto, con il risultato, ma con il modo, o meglio, con l’intenzione.

La discriminante per Kant è proprio questa. Addirittura qualunque comportamento mirante ad ottenere un risultato positivo (un premio), o a evitarne uno negativo (una punizione), per lui non è morale. Non dice che non sia buono, auspicabile o addirittura encomiabile: semplicemente, non possedendo il requisito di una totale autonomia decisionale, non ricade nella sfera della moralità. Lo stesso vale per qualsiasi azione dettata dal sentimento, anche quando si tratti di amore o pietà o altri moti positivi dell’animo. Nemmeno la ricerca della felicità, che parrebbe un ottimo fine, risponde all’imperativo morale assoluto, “categorico”, come lui lo chiama: è condizionata infatti da una miriade di variabili, da ciò che intendono per felicità persone diverse, o le stesse persone in momenti e in situazioni diversi: e quand’anche non fosse la ricerca “egoistica” di una felicità individuale, ma quella “altruistica” di una felicità collettiva, varrebbero gli stessi limiti. Anche in questo caso, non vuol dire che non sia giusto cercare la felicità, massime se si cerca di realizzare quella di tutti: semplicemente, questo non ha a che fare con la legge morale.

Cosa cavolo è dunque questa legge? La legge morale è riassunta da Kant in una formula secca: il “tu devi”, appunto. Una formula che non ti dice “cosa” devi fare, che è slegata da ogni situazione specifica, da ogni valutazione di opportunità e conseguenze; ti dice “come” devi agire. La legge constata e certifica l’esistenza della norma. Non “di una” norma: “della” norma. Vediamo di capire, perché questo è il punto delicato.

Cosa significa che esiste una norma? La risposta contemporanea potrebbe essere che l’uomo, dovendo surrogare quegli istinti che dettavano “naturalmente” ai suoi antenati i comportamenti da adottare e da evitare, ha elaborato “culturalmente” delle norme comportamentali funzionali alla sopravvivenza della specie. Il che è più che plausibile, ma suona anche molto relativistico: perché la funzionalità è comunque un vincolo, è soggetta nel tempo a trasformarsi e ad essere diversamente interpretata, risponde a criteri quantitativi piuttosto che qualitativi, non è quindi cogente in assoluto. Una risposta del genere infatti a Kant non sarebbe bastata. Per lui la legge morale esiste solo per il fatto di esistere, in quanto tale, indipendentemente dagli scopi, dagli effetti, dai “contenuti”. Se vogliamo, è piuttosto quella forma che dà senso al contenuto: non supplisce ad un mancato adattamento biologico all’ambiente, al fatto che l’uomo sia l’unico animale a nascere “inadatto”; non garantisce la sopravvivenza della specie, semmai ne giustifica l’esistenza. È una presa d’atto dell’eccezionalità umana, e insieme un regolatore contro le derive possibili di questa eccezionalità. Come se l’uomo, orgoglioso ma anche spaventato della potenza che il suo cervello, la sua razionalità gli mettono a disposizione, proprio attraverso questa razionalità avesse deciso di disciplinare tale energia, di renderla costruttiva anziché distruttiva (in fondo è quello che dice Freud rispetto ad altre energie, quelle inconsce, quelle della libido).

Ora, teniamo conto del fatto che Kant pensava queste cose più di duecento anni fa. Nel frattempo c’è stato Darwin, c’è stata la genetica, c’è stato Freud, appunto, le neuroscienze hanno completamente rivoluzionata la conoscenza dei meccanismi di funzionamento della nostra mente. Tutto questo potrebbe indurci a ringraziare Kant per le sue belle parole, ma a liquidarlo come portatore di una visione antropocentrica, formalistica e utopistica, totalmente superata dai tempi. E invece credo che vada letto in altro modo. L’idea che Kant ha della legge morale in realtà prescinde da ogni possibile successivo aggiornamento o adeguamento o rivoluzionamento delle conoscenze: queste possono infatti aver contribuito a farci capire qualcosa di più su come essa sia nata, ma non hanno modificato granché per quanto concerne la consapevolezza che noi abbiamo della sua esistenza.

In sostanza: navigando a braccio tra le legittime nebbie del linguaggio e delle formule kantiane, che non potevano essere che quelli, alla fine arriviamo in vista di una concezione di questo genere: siamo uomini, e questo, a dispetto della simpatia per gli oranghi che andava di moda nei suoi anni, marca una differenza; e siamo adulti: ciò significa che abbiamo nelle nostre mani il nostro futuro, e dobbiamo assumercene la responsabilità. Possiamo sbagliare, ma non possiamo più permetterci di scaricare su altri, e neppure di giustificare con la nostra ignoranza e debolezza, la responsabilità dei nostri errori. Sappiamo quel che dobbiamo fare, perché ci è evidente; sappiamo come dobbiamo farlo, perché noi stessi dettiamo le regole. Sappiamo anche che se ci comportiamo in maniera eticamente corretta diamo un senso alla nostra esistenza, altrimenti la buttiamo. E che farlo o non farlo dipende solo dalla nostra volontà. Mi sembra che sia tutto quello che è necessario e sufficiente sapere. D’altro canto, l’orologio vivente di Köenisberg non scrive un manuale per l’installazione e il corretto uso della lavatrice. Ti dice come devi usarla, come impostare i programmi, come va fatta la manutenzione, ma sotto c’è una filosofia: usala, perché fossero anche solo stracci, nel pulito si vive meglio.

E veniamo all’altra accusa rivolta a Kant, quella di un eccessivo rigorismo: l’imperativo “tu devi” dettato dalla razionalità (perché in fondo la coscienza non è altro che razionalità, lucidità assoluta) sembra non lasciare spazio alcuno alle ragioni del sentimento, o per dirla alla Kant del sentimentalismo etico. Anche qui, credo che il problema sia nell’interpretazione, nel fatto che troppi sono più kantiani di Kant stesso. Il nostro professore non dice affatto che non dobbiamo lasciare spazio al sentimento: è invece infastidito da quello che chiama il “fanatismo morale”, ovvero dalla pretesa che l’uomo sia buono per natura e non debba compiere sforzi per mantenere un comportamento eticamente corretto. Conosce benissimo gli uomini, sa che appena possibile si comportano, e soprattutto si giustificano, secondo i dettami del cuore, o delle viscere, piuttosto che quelli del cervello. Facciano pure: ma non vengano poi a dire che “dovevano” comportarsi così, che l’impeto del cuore era più forte di loro, che non c’era altra scelta. Non è assolutamente vero, insiste Kant: per quanto elevati e nobili, non possono essere i sentimenti a determinare la volontà: la scelta l’hai sempre, altrimenti non potremmo parlare di morale. Ciò che dovresti fare, per comportarti moralmente, lo sai benissimo. La moralità è autodisciplina: e la soddisfazione, il senso, possono venire solo al termine di una lotta dura con se stessi, come avviene ad esempio in montagna, con la tentazione continua di mollare tutto e scendere. Poi vedi un po’ tu, ma non cercare scuse. Questo non è rigorismo: è solo dire le cose come stanno.

E qui entra in ballo un ultimo termine, che mi sembra il più significativo anche per chi lamenta il puro formalismo di Kant. Il termine è “rispetto”: rispetto di sé, rispetto degli altri, rispetto della norma. Il rispetto della norma, dato che questa è autonomamente dettata dalla nostra razionalità, e dato che la razionalità è ciò che ci caratterizza e ci distingue come “umani”, è in automatico rispetto di se stessi in quanto umani. E dato anche che la stessa norma appartiene a tutti gli uomini, al di là di ogni differenza di colore, di cultura, di status, è in automatico rispetto degli altri in quanto umani. Quindi, per riassumere, la norma etica è il rispetto stesso della norma. Che non c’entra un accidente con il freddo formalismo.

D’altro canto, a mostrare come stiano poi davvero le cose ci pensa la vita. La morale “aspra e fredda” di Kant, messa alla prova nei rapporti umani, ne esce molto meglio di quella “calda” dei suoi romantici detrattori. Prendiamo ad esempio il rapporto e la differenza tra Kant e Fichte.

Il primo, apparentemente ancorato ad una rigida e formale ritualità, ad una “normalizzazione” totale dell’esistenza e dei rapporti, metodico nei modi e metodista nel sentire, è poi quello che ha convitati tutte le sere per cena, per il puro piacere di stare con gli amici, o che presta soldi ai suoi studenti senza alcuna garanzia di rivederli. È aperto, comprensivo, pacato anche nel disaccordo. Proprio perché ha fiducia nella norma estende questa fiducia a tutti, e ciò in qualche maniera induce gli altri a ripagarla, a meritarsela. Per questo uno studente gli restituisce un prestito dopo trent’anni, e si fa dare informazioni per saldare un altro suo debito: ha continuato a sentire per tutto quel tempo la voce del “tu devi”, e ora è fiero di obbedirle.

Fichte, al contrario, che è un tipo agitato da caldi sensi e da vibranti entusiasmi, finisce per litigare con chiunque, per vivere un’esistenza acida e rancorosa, per non accettare la minima critica, per rendersi villano e ingiusto nei confronti di chi non la pensa come lui (e dello stesso Kant, del quale inizialmente era un entusiasta ammiratore). Parte ateo, giacobino, difensore del contratto sociale, della sovranità popolare, del diritto alla rivoluzione, e finisce spiritualista e codino. Il primo dovere “formale” citato nella sua Dottrina morale è “agisci secondo la tua coscienza”, che sembra Kant, ma è distante anni luce: perché Kant dice “agisci secondo le regole dettate dalla tua coscienza”, e intende una volta per tutte, mentre la coscienza di Fichte, e la sua storia lo dimostra, è piuttosto ballerina. Lo so benissimo che la natura incalza, se c’è uno che lo sa sono proprio io che non sono mai riuscito a tenerla a briglia: ma resta il fatto che cominciare ad appellarsi a questa (ed è ciò che Fichte fa nei Fondamenti del diritto naturale), trarre dall’inclinazione naturale la materia e da quella spirituale la forma della morale, significa già avere rinunciato alla vera libertà, quella almeno di pensare “qui e ora” ad un mondo “giusto”, ad una vita “come se”, e non farne solo il limite ideale cui tendere. Perché rimandare sempre al futuro la “moralità” induce a sacrificarle anche pesantemente il presente e chi lo abita, e a pretendere che sia condivisa da tutti, invece di assumersi la responsabilità di viverla subito, indipendentemente da come la mettono gli altri.

È allora davvero solo “forma” la morale kantiana? non è che la forma, se rispettata e fatta propria per intima convinzione e non per un ossequio fariseo ai rituali, diventi stile, e senso stesso dell’esistenza? Che il rispetto della forma sia comunque il primo passo necessario per introiettare il rispetto di sé, e conseguentemente degli altri?

Spero si sia capito che qui volevo arrivare. La lezione di Kant, almeno quella che ne ho tratto io, è: comincia da te stesso. Comincia tu a comportarti eticamente, visto che sei in grado di sapere come farlo e di scegliere se farlo, senza lasciarti condizionare da tempi, ambienti, credenze, convenienze e tradizioni. In questo senso voglio intendere il suo uso di trascendente: quello della norma che trascende ogni contingenza, che non può mai essere messa in sonno, nell’attesa o addirittura in funzione di tempi migliori.

Ora possiamo davvero congedarci da Kant, immagino con somma gioia e sollievo di studenti, insegnanti o esperti kantiani, per provare a camminare con le nostre gambe. Confesso di avvertire già un po’ di fatica, perché quando mi sono messo a scrivere volevo partire da quattro righe su Kant per poi parlare d’altro, e ora mi ritrovo ad aver tirato giù una decina di pagine. Tutto sommato, però, per quanto mi riguarda non è stato inutile (non so per chi legge). Sono stato costretto a ripensare a quello che ho letto di e su Kant, e soprattutto a chiedermi quanto e come l’ho capito. Perché una certa tendenza a interpretare le cose a modo mio l’ho sempre avuta, ed è possibile che abbia prevalso anche stavolta.

Quello che davvero volevo raccontare non era naturalmente Kant, ma piuttosto come sia possibile riconoscere il bene e il male, e l’imperativo categorico, anche molto tempo prima di incontrare Kant e di leggere la Critica della ragion Pratica. Che è poi la dimostrazione più lampante di quello che Kant nella Critica dice: tieni occhi ed orecchie aperte, e impara l’alfabeto della ragione. Sentirai parlare la tua coscienza, e potrai tradurre nei termini giusti la sua voce.

Dal momento che tratto di senso etico, parlo naturalmente a titolo individuale: ma credo che lo stesso avvenga, in un modo o nell’altro, per tutti. Io ho riconosciuto l’imperativo categorico molto precocemente. Avevo si e no otto anni, e l’ho incontrato sotto le spoglie di Alan Ladd, lo Shane de Il Cavaliere della valle solitaria. Descrivere oggi cosa poteva significare un film negli anni cinquanta per un ragazzino di campagna, e un film western per di più, e quel western in particolare, è impossibile. Infatti non ci provo nemmeno, e mi limito a dire di cosa si trattava.

Shane arriva con un vecchio giaccone con le frange nel tipico villaggio del West; non sappiamo da dove venga, e lui sembra non sapere dove intende andare. Trova momentanea ospitalità in una fattoria, il padre agricoltore, la moglie biondina e carinissima, un bambino più o meno della mia età all’epoca: e poi la casa in tronchi di legno, la stalla, i recinti. Si sdebita aiutando nei lavori: ma è capitato nel bel mezzo di una guerra tra contadini e allevatori, e deve prenderne atto alla veloce. Ogni volta infatti che un contadino si reca al villaggio, dove accanto al magazzino c’è naturalmente il saloon (in realtà il paese è tutto lì, magazzino e saloon), i cow boys del grande ranch escono a provocare, e scoppiano i guai. Quando ci si trova in mezzo Shane mostra di che pasta è fatto, e aiuta il suo ospite Van Heflin a dare una ripassata a suon di cazzotti ai prepotenti. I prepotenti però le lezioni non le capiscono: mandano quindi a chiamare un famoso pistolero, che non ricordo come si chiami ma è interpretato da un giovane e già cattivissimo Jack Palance, il quale non perde tempo e ammazza un colono vicino della famiglia. A questo punto Shane deve scegliere: non avrebbe alcuna voglia di essere coinvolto in una guerra, probabilmente ne è uscito da poco; non è la sua causa, non deve difendere la sua terra né la sua famiglia. Non lo riguarda sotto alcun aspetto. Sa però che tirandosi indietro manderebbe diritto a farsi ammazzare il suo nuovo amico, determinato a difendere a costo della pelle i suoi diritti. E allora prende la decisione: olia la pistola, indossa il cinturone, rende l’agricoltore inoffensivo e si presenta al suo posto per la resa dei conti. Naturalmente si rivela più veloce e più preciso di Jack Palance, e lo fa secco. Poi sale a cavallo, raccoglie i suoi quattro stracci, saluta il ragazzino e riparte. Camus avrebbe detto: solidaire, solitaire.

Un classico. C’era dentro tutto, in continuità con quello che avevo appreso e amato nell’infanzia, le fiabe di Grimm con soldati o animali musicanti, l’angelo della giustizia divina, i primi fumetti western, e già in proiezione verso quello che avrei amato nell’adolescenza, Ettore e il sergente Blueberry, Corto Maltese e il giovane Holden. Ma c’era anche qualcosa di nuovo, perché i protagonisti delle fiabe agiscono comunque per un fine materiale, la mano della principessa o la conquista di un regno, quelli testamentari per ristabilire un ordine divino, mentre Shane agiva solo per coerenza con se stesso e con un personalissimo e insieme universale senso della giustizia. Di nuovo c’era l’ombra di Kant. Diceva in fondo le stesse cose, e questo spiega perché al liceo, quando ho incontrato Kant, non ho scoperto nulla, ho avuto solo delle conferme. Io tra l’altro, data l’età e un ritardo tutto mio di sensibilità per queste cose (ho sempre considerato la presenza femminile nei western un inutile impiccio), non avevo colto le implicazioni sentimentali, in realtà piuttosto intuibili, tra Shane e la moglie carina dell’agricoltore: le ho scoperte solo più tardi, leggendo il libro dal quale il film era stato tratto. Non erano un fattore secondario, rispetto alla scelta morale: Shane sceglie di rinunciare ad una donna di cui si è innamorato (e che a sua volta è combattuta tra l’affetto per il marito e un confuso sentimento che non conosceva), salvando la vita del suo uomo. Se non agisse così non avrebbe più rispetto per se stesso, lo mancherebbe agli altri, non rispetterebbe la norma. Sceglie quindi di agire nel modo più totalmente disinteressato, a dispetto dei sentimenti (l’amore, l’egoismo, la paura), delle leggi degli uomini e di quelle divine. Si comporta in modo perfettamente autonomo: è un uomo giusto, un uomo etico. Quando si tratta di prendere una decisione non è nemmeno sfiorato dal dubbio: gli è tutto evidente. Gli è evidente perché vede la situazione attraverso gli occhi del ragazzino: sa che il ragazzo lo ha eletto a suo eroe e a suo modello. Il ragazzo guarda il padre, lo ama, lo ammira, ma capisce che non è del tutto libero di agire come vorrebbe. Guarda Shane, e sa che Shane può scegliere. Il ragazzino è la voce della coscienza, una coscienza nitida, pulita, semplice. Che gli dice: “tu devi”.

È stato tutto semplicissimo. Io ero quel ragazzino, che in prima fila fremeva: avanti, tira fuori dagli stracci questa benedetta pistola e dagli una lezione. Non era difficile capire per chi fare il tifo, la regia aveva predisposto tutto: da una parte Alan Ladd, biondo e occhi azzurri, dall’altra Palance, con il volto di cuoio e gli occhi strizzati e cattivissimi. Ma non si trattava solo di questo: da una parte c’erano la prepotenza, la slealtà, la viltà di chi se la prende coi più deboli, dall’altra il coraggio, la dignità, la generosità. Era tutto estremamente evidente. E anche se più tardi ho cambiato radicalmente i miei gusti fisiognomici, e Jack Palance è diventato uno dei miei attori preferiti, quelli etici sono rimasti tali. Il che, al postutto, non significa che poi mi sia sempre attenuto all’etica di Shane, ma che quando non l’ho fatto ero cosciente di non farlo, e non mi piacevo affatto.

Io non so se nel nostro corredo genetico sia prevista una grammatica morale. Credo di si, credo che come siamo predisposti (o meglio, lo siamo diventati per via evolutiva) a cogliere particolari colori, particolari frequenze sonore, particolari forme, allo stesso modo siamo portati a preferire particolari valori. Il che non significa che siamo “moralmente determinati”, e questo lo può capire chiunque, basta guardarsi attorno. Significa che sappiamo quel dovremmo fare, e possiamo scegliere di farlo o di non farlo. Non sto parlando di scelte epocali, di vita o di morte: l’etica si esercita nella quotidianità, in un rispetto degli altri che è prima ancora rispetto di sé: è etico, se si è dato appuntamento ad una certa ora, arrivare puntuali, perché in caso contrario non si rispetta il tempo altrui, e prima ancora non si rispetta un impegno liberamente preso con noi stessi. È etico fare bene il lavoro che si è tenuti a fare, per gli altri, chi ne beneficia, chi ce lo commissiona, ma prima ancora per se stessi, perché facendo bene le cose si conferisce loro dignità, e questa dignità, indipendentemente dal fatto che venga apertamente riconosciuta, si riverbera su di noi, in quanto ci dà la coscienza di aver adempiuto al “tu devi”.

Credo quindi che esista una grammatica morale, ma credo anche che in molte menti sia stampata a caratteri poco visibili, o con molti refusi. Kant direbbe: non è possibile, in quanto uomini siamo tutti esseri razionali, e in quanto razionali siamo tutti dotati di una coscienza, e questa coscienza è uguale in tutti. Ma Kant stesso era cosciente di parlare con la voce dell’ottimismo, dell’ottimismo della volontà, del dover essere. Tutta la sua opera è un inno alla gioia per l’uscita dell’uomo dalla minorità. Questo non significa che non si rendesse conto di quanti “minori” ci sono in realtà: solo, sperava diventassero maggiorenni.

Non è stato così. Non lo sarà mai. Ma questo non inficia la grandezza e la validità dell’analisi morale di Kant. Il fatto è che Kant parla dell’uomo, e il mondo è abitato dagli uomini. Kant parla di Shane, e il mondo è abitato anche dai Jack Palace, o peggio ancora, dai suoi mandanti, che non hanno nemmeno il coraggio di affrontare Shane di persona. Ma è abitato soprattutto da un sacco di persone che si ritengono costantemente in credito nei confronti della vita, che non hanno capito che la vita non consta di quello che ti è dato, ma di quello che riesci a farne, che riesci a metterci di tuo: e quindi si sentono sempre defraudati, incavolati con se stessi e con gli altri, e non si piacciono perché intuiscono che la norma c’è, ma non capiscono di esserne loro stessi gli autori, e non si sentono tenuti a rispettarla. Si perdono la bellezza del senso del dovere (ecco un altro termine chiave), il piacere di sentire che alla vita si deve qualcosa, la si deve vivere anziché limitarsi a farla trascorrere, l’idea che l’esistenza è un’opportunità, e che noi abbiamo la straordinaria responsabilità di lasciarci alle spalle qualcosa che insieme le dia un senso e permetta anche a chi verrà dopo di noi di darglielo.

Ora, il fatto che non tutti lo capiscano va tenuto presente (sarebbe difficile far diversamente), così come quello che l’indicazione di Kant è un traguardo ideale: ma nulla di tutto questo deve diventare un alibi per tirarsi indietro.

Dicevo che il ragazzino capisce che Shane può scegliere perché è solo, libero da impegni affettivi o di altro genere. Shane ha per tetto un cielo di stelle, lo stesso cui Kant guardava con ammirazione e venerazione. Ma quella di Shane non è solitudine: è libertà e autonomia piena, e questa libertà, anziché sgravare dalle responsabilità, ne crea una ancora più grande, perché non consente alcun alibi. Shane non lascia un’eredità biologica, che è controllabile fino ad un certo punto, dipende dalla combinazione dei geni: ne lascia una etica, e di questa, direbbe Kant, ha il controllo totale.

 

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Epifanie sotto vetro

di Paolo Repetto, 22 Aprile 2013

Valenza, 19 aprile (a Mario Mantelli)

Carissimo Mario,

avrei dovuto buttare giù queste riflessioni a caldo, la sera stessa dell’incontro-conferenza-conversazione (o che diavolo era). Sono uscito dal centro di cultura con la testa piena di domande – e di risposte – che facevano ressa: domande che ti avrei posto subito, non fosse stato per l’urbanità minima di lasciare un po’ di spazio anche agli altri (a dire il vero non ne abbiamo lasciato molto, e pochissimo anche a te. Ad un certo punto avevi l’aria di un maestro che ha scatenato la discussione tra gli allievi e non sa se essere compiaciuto o preoccupato della piega che sta prendendo).

Oggi purtroppo, a distanza di una settimana, che significa sette giorni di allievi petulanti e docenti postulanti e genitori recriminanti, oltre che di circolari ministeriali, la testa non è più la stessa. Non è sempre vero che le cose vadano lasciate decantare: funziona solo con le bacinelle, non nell’acqua corrente. Provo comunque a recuperare qualcosa di ciò che urgeva all’uscita, cercando di essere schematico (e già questo mi farà pensare e dire cose diverse da quelle che avrei detto). Hai posto l’altra sera tre questioni. Ricostruisco a memoria, ma mi sembra fossero nell’ordine:

  1. Quanto può essere importante la fotografia per la difesa del territorio, e nella fattispecie in quella di luoghi o scorci “magici” che stanno scomparendo?
  2. Può, e se si, come, la fotografia cogliere il “carattere” di un luogo?
  3. Può la fotografia fermare e cogliere un’epifania?

 

  1. Credo che nelle tue intenzioni il primo interrogativo fosse insieme retorico e reale. Certo, la documentazione fotografica ha un ruolo fondamentale nella difesa del territorio. Per i luoghi o per gli scorci “magici” poi l’importanza è ancora maggiore, perché certifica l’esistenza di un particolare “valore aggiunto”. E questa risposta era già implicita nella domanda retorica. Ma, e questa era la domanda vera, riveste davvero per tutti la stessa importanza? Evidentemente no. Prima di certificarli i luoghi occorre vederli, e per coglierne certi particolari o sfumature occorrono occhiali speciali, tipo quelli per il 3D al cinema. Questi occhiali appunto trasfondono la magia: e non sono molti ad indossarli. Cerco di spiegarmi, perché mi rendo conto di rasentare pericolosamente la banalità, ed è anche possibile che ci sia già caduto dentro. Allora, è probabile che davanti alle immagini fotografiche delle piazze, dei campanili, dei porticati di paesini della Val Borbera o dell’Alto Monferrato che hai evocati l’altra sera un sacco di gente esclamerà: ma guarda che bello. Il che è quanto la documentazione fotografica si proponeva, e va molto bene – ma, tu mi capisci, non sarà la stessa cosa. Non sarà “quella cosa” che vale per noi, e capisco che questo sia normale, ci mancherebbe, ma capisco anche che si corre il rischio, nel più ottimistico dei casi, di mettere cornici alle finestre per dire che sono quadri. Non voglio quadri, voglio poter aprire le finestre per guardare fuori, e vedere quelle cose lì. È lo stesso discorso che per vale il dialetto. Io amo il dialetto, perché lo parlo (ormai quasi solo con mio fratello), impreco in dialetto, ragiono in dialetto (e questo tra l’altro mi ha sempre impedito di sintonizzarmi col pensiero filosofico “alto”): ma penso che scrivere in dialetto sia un assurdo. Il dialetto nasce ed esiste solo come strumento di comunicazione orale, e si possono inventare tutti i segni e le convenzioni fonetiche che si vogliono, non può essere tradotto per iscritto. I vocabolari, i glossari, le raccolte di poesia dialettale sono certamente dei documenti, e non li brucerò sulla pubblica piazza: ma sono un falso. In quei grafemi non c’è nulla delle tonalità, delle asprezze, delle mollezze, degli strascicamenti, della perentorietà, della gestualità specifica del dialetto. Allo stesso modo nella fotografia non c’è nulla dei profumi, dei suoni, dell’aria torrida o ghiaccia o umidiccia di quel pomeriggio nella cui cornice hai visto i portici o che altro. La funzione documentaria rimane, ma riduce il tutto a due dimensioni e ad un senso. Si potrebbe obiettare che allora questo vale anche per la pittura: ma la pittura non ha una funzione documentaria. La pittura crea, o ricrea, una realtà, la fotografia si limita a coglierla. Certo, è possibile scegliere l’angolazione, le condizioni di luce, il particolare da cogliere: ma si sceglie entro una realtà data, non se ne crea un’altra. E quando si tenta di farlo non si parla più di fotografia, si entra in un ibrido (“sembra un dipinto” – è il caso delle immagini di questa mostra, per altro bellissime), e gli ibridi, almeno in natura, non sono fecondi.
    A me sembra importante non perdere di vista la funzione per la quale la fotografia è nata. La fotografia è nata da una rivoluzione tecnologica, da una combinazione di chimica e di meccanica, ma soprattutto da una rivoluzione mentale. È figlia dell’accelerazione, come il treno (del quale è contemporanea), e infatti accelera (oggi addirittura azzera) i tempi necessari a “fermare”, a “fissare” gli spazi o le persone. Nasce dalla prosaica necessità di buttare solo pochi minuti a posare per un ritratto, perché il tempo nella società borghese è denaro, mentre non lo era in quella nobiliare. Nasce quindi da un rapporto diverso col tempo, nel quale produzione e consumi devono diventare sempre più rapidi e sono finalizzati al presente, magari ad un presente un po’ più esteso, ma che non è comunque il futuro. Quelle foto, che per noi vorrebbero “fermare” il futuro, sono per i più un semplice, magari “molto carino”, istante del presente.
  2. Vale quello che ho già detto per il punto precedente. Il documento fotografico non è una carta d’identità. L’identità è data dalla somma di caratteri eterogenei. Per rilasciarti quella personale ti chiedono quando sei nato (dato storico) e dove, dove risiedi (dati geografici), quanto sei alto, quanto pesi, di che colore hai occhi e capelli (dati morfologici) se sei sposato o meno, che lavoro fai (dati sociologici) e se hai segni particolari. L’altezza, la professione, la residenza, l’età, lo stato civile e il colore degli occhi sono dati disgiunti che acquistano un senso solo se incrociati (sarebbe bizzarro un sessantenne zoppo, alto come Brunetta, che dichiarasse come professione la pratica sportiva della pallacanestro). Ti chiedono poi anche la fotografia, che è in ultima analisi lo strumento indispensabile all’identificazione (oggi in realtà non più: siamo all’impronta digitale o addirittura al DNA), ma non dice nulla sul tuo stato civile o su quello sociale, e meno che mai sul tuo carattere. Certo, la foto di Ruskin poggiato al caminetto e quella di Clay mentre atterra Liston dicono molte differenze, o almeno le fanno intuire. Ma resta il fatto che noi sappiamo molto dell’uno e dell’altro, e la differenza la mettiamo noi (altrimenti, per quel che vale la documentazione fotografica, Hemingway sarebbe stato un campione dei massimi – mentre come pugile in realtà valeva ben poco). Ovvero, la “magia” dei luoghi di cui parlavi ha un retroterra di storia e di storie, che solo chi possiede ancora il senso del passato (e per abbrivio, quello del futuro) può usare per colorare immagini “in bianco e nero”, intese come puro documento (o anche per fare l’operazione inversa).
  3. e vengo alla terza domanda, quella che più mi ha colpito ed intrigato. Chiedevi (e ti chiedevi) se la fotografia può cogliere un’epifania. In parte ho già risposto l’altra sera, in parte nei punti precedenti. Decisamente no. Dell’epifania le manca una dimensione, la profondità del tempo. La foto coglie lo spazio, ma del tempo impressiona solo un attimo. L’epifania è certo un attimo, ma un attimo preparato nel tempo. È suscitata da una tua particolare disposizione, da una tua sensibilità in quel momento a cogliere “presenze”, non so come altro chiamarle, che popolano di senso quello che stai vedendo e vivendo: e questa disposizione può nascere per contrasto (non te l’aspettavi) o per accumulo, dolce o scabro che sia, come quello dannunziano in Maremma o montaliano alle Cinque Terre. Di tutto questo la macchina fotografica non sa nulla. Quando ti affidi non più all’occhio ma all’otturatore lasci fuori tutto ciò che ha condotto nel tempo alla magia, oltre a quello che concorre nello spazio (i profumi, l’umidità, un refolo di vento o un grido lontano, o lo stesso profondissimo silenzio). Come dicevo l’altra sera, la macchina coglie appunto la realtà, mentre l’epifania è la verità. La realtà è l’uno, l’epifania è il molteplice, anzi, è il tutto.
    Ho anche azzardato che siano possibili epifanie a posteriori, che sortiscano dalla foto. Ma la foto in questo caso non è neppure un mezzo, è solo il pretesto per un’operazione tutta mnemonica di trasposizione di altre esperienze. È quindi un atto mentale, sia pure inconscio, del soggetto, mentre l’epifania il soggetto, attraverso i sensi, la subisce.

Credo che a questo punto mi convenga fermarmi: ho ingarbugliato tutto, e non è nemmeno un decimo di quel che avrei voluto dire l’altra sera: gli altri nove me li sono già persi.

Piuttosto, un’altra cosa mi è passata per la testa, mentre scendevo con guida dolce verso Valmadonna. Uno egli amici presenti ti ha definito “l’unico vero maître à penser dell’alessandrino”. Concordo pienamente, e credo di non essere il solo. Ma mi sono anche chiesto: perché Mario è un veritable maître à penser, mentre io, ad esempio, non potrei mai esserlo? (bada, la domanda non era “come posso diventarlo?” perché credo ci si nasca, non ci si diventi, e quindi non c’era invidia, solo curiosità). Bene, prima degli Orti mi ero già dato le necessarie spiegazioni.

Il termine maître in francese ha una vasta gamma di significati, che sfumano in italiano da “padrone” a “maestro”. Maestro è colui che insegna a pensare, conduce a riflettere, non dispensa pillole di saggezza e non spaccia dosi di pensiero. Tu incarni questo primo significato, perché anche quando non usi l’interrogativo poni delle domande, e non scolpisci risposte: al più le suggerisci, ma con l’accortezza di renderle talmente personali da implicare “questa è la mia risposta. Ora, per favore, cercatene una tua”. Nel mio caso, invece, prevale la sfumatura “padronale”. Sciorino pensieri, ma non aiuto affatto a pensare. Se avessi fatto io quella presentazione, le cose che ho espresso ora le avrei dette nella stessa forma asseverativa, e gli astanti, invece di andarsene con la testa piena di stimoli, avrebbero pensato: “Come parla bene”, oppure “Che coglione!”, e sarebbe finita lì. Anch’io dico “questa è la mia risposta”, ma con un tono che sembra (non è così, ma so che lo sembra) sottintendere, “e della vostra non mi importa un fico”. Che non è esattamente il modo migliore per stimolare qualcuno a pensare.

Ripeto, non me ne faccio un problema, mi sono semplicemente data una spiegazione. Penso tra l’altro che tu sia un maître à penser proprio perché non sai di esserlo, e se lo sapessi non ci crederesti, o addirittura ti darebbe fastidio. Ma non ti preoccupare: sono i profeti o i messia a fare danni, a sguinzagliare discepoli. I maître, per loro e nostra fortuna, hanno solo amici.

A presto, Paolo.

P.S. Avevo scritto questa lettera “a mano”, ma ho poi sentito la necessità di trascriverla sul computer. È un sintomo, credo, e piuttosto grave: dice di una dipendenza, della perdita di confidenza nel rapporto diretto, o quasi, tra cervello e carta. Queste pagine rischiano di essere delle istantanee, invece che degli schizzi. À bientôt.

 

Caro Paolo.
ti ringrazio per le parole molto belle e gratificanti; soprattutto per l’attenzione portata agli argomenti, ai contenuti. E chi se lo ricordava più un atteggiamento di questo tipo? Devo risalire al tempo della mia prima giovinezza per ricordare un tale interessamento al dialogo e alla discussione (poi un giorno o l’altro mi spiegherai come hai fatto a preservare, per tanto tempo e ancora oggi, questa enclave di comportamento adolescenziale dove vige tuttora la morale di Kant e dell’Intrepido).

Ammiro anche molto la tua facilità di scrittura e come si accompagna costantemente alla qualità. Non mi stupisco allora della gran mole di scritti che hai scritto, come spieghi nel secondo pezzo del libretto.

Ciò, a dire la verità, non ti esimerebbe dal pubblicare almeno un’antologia, senza venire meno alle tue opinioni su dilettantismo e professionismo. A me pare che i tempi siano maturi, anche perché questa raccolta sembra già costituirla in piccolo.

Un Repetto secondo Repetto, per argomenti: didattica, Ego, etica, evoluzionismo (la e mi pare predominante), padre, viaggi, “(così) vittime di ogni attualità possibile” (questa è di De Piaz) ecc. Una cosa come i Sillabari di Parise, ma con più attenzione alla giustificazione di sé e della propria storia (vedi sopra).

Pensaci seriamente, nel frattempo ti auguro buona settimana.
Mario

 

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Il mondo che abbiamo perduto

Una natura e una cultura che i nostri figli non conosceranno

Il mondo che abbiamo perduto copertinaimmagini di Elisabetta Goggi e Pietro Ruffini, una mostra a cura dell’istituto Secondario Superiore “B. Cellini” di Valenza
Valenza, 18 -25 marzo 2013

La titolazione “Il mondo che abbiamo perduto” accomuna in una mostra che l’IIS “Cellini” propone a partire dal 18 marzo al Centro Comunale di Cultura di Valenza (e che verrà poi ospitata nei locali dell’Istituto stesso) le testimonianze fotografiche realizzate da due nostri docenti. Il titolo è comune perché le realtà rappresentate in questa mostra, la natura, la cultura, la tradizione, sono tutte egualmente in pericolo, quando non già compromesse.

Pietro Ruffini

Il mondo che abbiamo perduto 03Sono nato a Tortona nel 1968 e da quasi dieci anni insegno Lettere presso il Liceo “Alberti” di Valenza.
La mia passione per la fotografia, in particolare per quella naturalistica, inizia molto presto: a sette anni ho ricevuto la prima macchina fotografica, a undici la seconda ed a sedici, dopo aver supplicato in tutti i modi possibili i miei genitori per convincerli a comperarmi finalmente il motorino … la folgorazione: ho “barattato” l’acquisto dello scooter con quello della prima fotocamera reflex (con grande sollievo di tutta la famiglia). Da allora ho sempre fotografato, anche se in modo piuttosto approssimativo e casuale.
Nel gennaio 2011 ho incontrato Bruno De Faveri, uno dei più bravi fotografi naturalisti italiani, ma soprattutto una persona eccezionale sul piano umano (vi consiglio una visita al suo sito fotografico!). Sotto la sua guida e grazie alla sua amicizia ho iniziato a scattare in modo tecnicamente più corretto e consapevole.
Le immagini che propongo, una carrellata del percorso di questi ultimi due anni, vogliono cercare di esprimere l’idea che la pace e la libertà che la nostra vita frenetica ci fa tanto desiderare, spesso, si trovano nel più profondo del nostro cuore, nella nostra capacità di stupirci per la bellezza che ci circonda, anche a poca distanza dalle nostre case …

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Elisabetta Goggi

Il mondo che abbiamo perduto Elisabetta GoggiCon una passione genetica per la fotografia trasmessale dal padre, Elisabetta Goggi ha realizzato i suoi primi scatti con una reflex. In principio si è occupata principalmente di reportages; dopo la laurea in Storia dell’Arte, e il Dottorato di ricerca con una tesi sulla storia della fotografia, “Genova: l’idea di città attraverso dei fotografi tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento”, ha seguito le lezioni di fotografia dell’Accademia Ligustica ed ha collaborato per due anni con una galleria d’arte di Genova, partecipando a diverse mostre. Il primo premio al concorso “Acqua e Ferro” l’ha indirizzata verso le foto di archeologia industriale, agraria e urbana, senza però farle trascurare altri temi, come il paesaggio e i riflessi.

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Il Collegio “San Giorgio” a Novi Ligure

Il prestigioso e antico Collegio, situato a Novi Ligure e soggetto della mostra,
fu fondato all’inizio del secolo scorso da don Orione e destinato all’educa-zione e alla formazione di migliaia di allievi provenienti dalle zone del Basso Piemonte e della Liguria. Le immagini realizzate da Elisabetta Goggi dopo la chiusura documentano lo stato di abbandono del nobile edificio e contemporaneamente intendono sottolineare il vuoto che si è venuto a creare nella città Novi Ligure in ambito religioso, sociale e culturale. La precarietà delle strutture storiche e l’incertezza della sua destinazione fanno sì che sia importante mantenerne vivo il ricordo e l’interesse presso l’opinione pubblica.

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Quelli che dormono sulla montagna

di Paolo Repetto, 2012

Quando i Viandanti delle Nebbie si misero alla ricerca di riferimenti ideali si imbatterono quasi per caso negli Yamabushi. I riferimenti ideali sono importanti, soprattutto se sono abbastanza lontani nel tempo e nello spazio da rimanere ideali. Per noi gli Yamabushi erano perfetti: stavano dall’altra parte del globo ed erano praticamente spariti dalla circolazione da almeno un secolo e mezzo. In più, anche in piena New Age li conosceva nessuno (tanto che per un attimo l’idea di riesumarli ci ha sfiorato, e resto convinto che avremmo trovato adepti) e i loro rituali erano impegnativi solo sul piano fisico. Adoravano come noi le montagne, le salivano come noi, come noi le rispettavano, senza provare alcun bisogno di domarle e di sconfiggerle. Non c’era da cambiare una virgola nel nostro atteggiamento e nei nostri comportamenti. Gli Yamabushi sono quindi rimasti giustamente in Giappone, ma il loro spirito ha camminato e cammina tuttora con noi, le rare volte che ancora riusciamo ad accostarci ai monti. E, in fondo, anche quando non riusciamo a farlo.

Il testo che segue è tratto dalla prima presentazione del movimento, comparsa in forma ridotta sulla rivista “Sottotiro” e poi raccolta nell’opera fondamentale del sublime maestro Olao P., gli “Appunti per una riforma della filosofia Yamabushi”. Da allora la filosofia yamabushi non è stata riformata, il nostro modo di pensare la montagna, e la vita, forse si.

A differenza di quanto accade in Occidente, il mondo orientale sviluppa precocemente un sentimento positivo della sacralità della montagna, e lo mantiene poi intatto. Il culto delle cime e delle alture è testimoniato nell’Asia orientale già a partire dall’età prestorica, ed è diffuso un po’ dovunque: ma assume un rilievo particolarmente significativo nella cultura religiosa del Giappone. La geografia delle montagne giapponesi disegna un reticolo sacro di derivazione shintoista. I monti sono considerati i troni e le dimore dei Kami, le divinità shinto, che scendono benevole in pianura durante la stagione del raccolto e si ritirano a riposare sulle cime nei mesi più freddi. Tra le vette primeggia naturalmente il Fuji, oggetto da sempre di una timorosa venerazione (in fondo è un vulcano, e fino alla fine del settecento era piuttosto vivace), nonché meta di pellegrinaggi che possono svolgersi con le modalità e le finalità più diverse. Gli adepti della setta shinto Dusokyo lo scalavano ad esempio traducendo man mano l’ascensione fisica corporea in ascesi spirituale, invocando di tappa in tappa la purezza della vista, dell’udito, dell’odorato, del sentimento, e infine quella della percezione non corporea.

La diffusione del buddismo, a partire dal VI/VII secolo, avvenne attraverso la costante contaminazione con lo shintoismo preesistente, facilitata dal comune atteggiamento di rispetto e di attenzione nei confronti della natura. Ebbe successo in particolare una versione autoctona del buddismo, quella Shingon, più esoterica e settaria, e senz’altro più congeniale alla mentalità e alla cultura nipponica, che cercava la via dell’illuminazione nell’isolamento, nella contemplazione della natura e del sé interiore e nelle pratiche di resistenza fisica. Per tutte queste cose la montagna era evidentemente l’ambiente ideale. Si moltiplicarono quindi le scelte di vita isolata e ascetica e i romitaggi negli anfratti di rilievi particolarmente suggestivi e selvaggi, come il monte Hiei, vicinissimo a Kyoto, o il monte Koya, prossimo ad Osaka. Sempre nei pressi di Osaka sembra essersi svolta nel VII secolo d.C. la lunga esperienza eremitica e sciamanica di En-no-Gyoja, figura semi-leggendaria alla quale veniva attribuito, oltre alle doti taumaturgiche e alle reincarnazioni plurime (con vite anteriori sempre interessanti, come imperatore del Giappone o discepolo diretto del Budda), il merito di aver salito per primo (o meglio: di essere volato su) la vetta del monte Fuji. En-no-Gyoja ebbe moltissimi seguaci. I primi e i più antichi agivano isolatamente, vivevano come il maestro da perfetti eremiti ed erano conosciuti con il nome di hijri (i santi). Poi, poco alla volta, seguendo una parabola simile a quella del primo monachesimo cristiano, cominciarono a riunirsi in gruppi e a darsi rigide regole disciplinari, sotto la guida di sendatzu, o capi spirituali.

Dalla fusione di diversi riti shinto col buddismo nacque quindi lo Shugendō (la via dei cimenti: shu è l’illuminazione iniziale, gen la comprensione totale, dō la via che porta al Nirvana). Lo shugendō era praticato dai “maghi della montagna” o yamabushi (“i bivaccatori”,”coloro che giacciono sulle montagne”), i quali ben presto si divisero in due scuole, quella più rigorista del monaco Shobo (IX secolo) e quella “riformata” del monaco Zoyo (XI secolo). I seguaci della prima badavano piuttosto all’interiore redenzione che all’acquisto di poteri, all’identificazione con il Buddha cosmico che alla dominazione dei demoni: quelli della seconda erano più attenti agli aspetti liturgici e ritualistici, erano riuniti in confederazioni monastiche associate a singoli templi e coinvolte nelle vicende politiche. La versione più radicale di questo ramo dello Shugendō contemplava anche lo studio e la pratica delle arti marziali, e finì per assimilare i suoi praticanti ai monaci guerrieri delle tante sette che si confrontavano, destreggiandosi tra la corte imperiale e lo shogunato, nella tormentatissima storia del Giappone. (Balza agli occhi il parallelismo con la vicenda francescana, la divisione in spirituali e conventuali. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che si tratta di uno schema ricorrente, di un processo comune a tutti movimenti). Non sono questi però gli aspetti dello spirito yamabushi che a noi interessano.

Ciò che davvero importa è che tutti condividevano una ideologia proto-alpinistica, che prevedeva lunghi periodi di permanenza in montagna, pratiche ascetiche spinte e anche forme di alpinismo quasi acrobatico. Lungo alcuni strapiombi si trovano ancora oggi pioli o catene di ferro vecchi di secoli, che agevolavano il superamento dei punti critici. Ma, soprattutto, gli Yamabushi cercavano nelle montagne la rigenerazione spirituale non aggredendole, non cavalcandole in rapide performances fisiche, ma vivendole con lentezza, con un approccio riverente e intimo al tempo stesso.

Il rituale tipico dell’ascensione era complesso e bizzarro, ricco come abbiamo visto di simbologie legate ai gradi dell’ascesi verso la perfezione. Facendosi preventivamente flagellare e purificare dalle acque gelide di una cascata, lo yamabushi risaliva poi i vari livelli della realtà: progressivamente si identificava con l’inferno, il mondo degli affamati, delle belve, dei titani e degli uomini. Via via che si inerpicava, calzando sandali e munito di un bordone, si fermava ai vari stupa per compiervi il sacrificio del fuoco e per recitare mantra o formule sacre evocanti i poteri delle divinità.

Quando il pellegrinaggio non era solitario, ad un certo punto della salita tutti i componenti del gruppo venivano sospesi a testa in giù sopra un precipizio, perché contemplassero la natura transeunte di tutte le cose e si pentissero del male compiuto. Gli Yamabushi raggiungevano infine una capanna o un tempietto, situati di norma presso le rocce sommitali, spesso appesi su un alto burrone isolato, vi si rinchiudevano nel buio assoluto e immaginavano di morire e di entrare nel grembo della montagna stessa. Nell’ultima notte del rituale essi bruciavano ceppi rappresentanti le ossa del corpo precedente, riducendo così in cenere quanto rimaneva delle loro passioni e illusioni. Il mattino seguente, al momento di scendere dalla montagna, si rannicchiavano in posizione fetale e balzavano in piedi con un grido acuto, simbolo del momento estatico della rinascita e dell’ingresso in una nuova vita che li avrebbe condotti all’illuminazione.

Durante il periodo medioevale molti Yamabushi, dopo aver acquisito poteri ascetici nei luoghi consacrati dello Shugendō, si dedicarono a sviluppare presso le comunità di valle il culto nei confronti di una particolare montagna delle vicinanze. Tra le cime più venerate c’erano il Dewa Sanzan e lo Yudono, e soprattutto lo Ontake-san. A piccoli gruppi di due o tre persone, indossando tuniche bianche, giravano di paese in paese annunciando il loro arrivo col suono caratteristico di buccine, le horagai, ricavate da grandi conchiglie. Erano ricercatissimi come indovini, guaritori, maghi e astrologi. Diffondendosi in questo modo, lo shugendō divenne la forma di religione predominante tra la gente umile del Giappone, fino a quando la restaurazione nazionalistica Meji del 1868 bandì ogni credenza diversa dallo shintoismo puro.

Fu però la rapidissima industrializzazione del paese a liquidare l’arcaica funzione degli Yamabushi. Essi sopravvivono oggi solo come associazioni folklorico-religiose, che hanno lo scopo di mantenere vive antiche tradizioni, come quella dei sacri fuochi. Anche i pellegrinaggi al Fuji continuano, ma sotto la forma di un perenne flusso turistico d’alta quota, agevolato anche da una linea ferroviaria che si inerpica sin oltre la metà della salita. La più sacra delle montagne del Giappone, il luogo per eccellenza del divino e dell’autoliberazione e il simbolo stesso dell’identità nipponica, è diventata, come i grandi santuari occidentali, il più classico dei non-luoghi.

 

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