Introduzione a “Fenomenologia”

di Paolo Repetto, 2016

La Fenomenologia dello spirito lermese raccoglie piccoli tasselli di quella ininterrotta storia di me che ho cominciato a scrivere già sessant’anni fa, nei primi componimenti delle elementari. Considerazioni, racconti, aneddoti, ritratti di amici vivi o scomparsi, prendono lo spunto da vicende e persone reali, ma tendono sempre a trasfigurarsi, nella luce ovattata del ricordo, in immagini cinematografiche. È la vita che ho vissuto, raccontata probabilmente come avrei voluto viverla.

Questa seconda edizione, che arriva a quasi vent’anni dalla prima, appare molto rimaneggiata rispetto alla precedente: sono stati inclusi pezzi di recente composizione e ne sono stati esclusi altri, migrati nel frattempo in raccolte diverse. Spero solo che in questi due decenni non sia mutato troppo lo spirito che motivava la scrittura, e che l’assieme non faccia a pugni.

 

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Non aprite quella porta!

di Paolo Repetto, 2016

Autunno, cadono i miti. Già lo scorso anno avevo dato l’addio a quello della mia invulnerabilità: ieri sera è stata la volta dell’inviolabilità della casa. Un ammiratore ha pensato bene di dare un’occhiata all’interno senza disturbare. Per sapere che era deserta gli è bastato assicurarsi, dal portone spalancato del cortile, che non ci fossero auto e che le finestre fossero tutte buie. Ha caldamente ringraziato trovando aperto il magazzino (lo è sempre) e non ha creduto ai suoi occhi alla vista della scala componibile che avevo messo al riparo giusto un paio d’ore prima. L’ha portata sul retro, è salito all’altezza delle finestre del primo piano, ha rotto un vetro di quella che dà luce alla scala interna, ha bestemmiato perché non ho riparato la maniglia e quindi la finestra non si apre, si è spostato di un paio di metri e ha tentato con maggior successo quella della camera di mio nipote. La fortuna a questo punto si è un po’ distratta, ma non lo ha abbandonato del tutto. Aveva appena iniziato a rovistare nei cassetti quando è rientrato mio figlio. Emiliano non si è diretto immediatamente in casa sua: avendo visto una luce filtrare dalle persiane del piano superiore ha pensato che come al solito l’avevo dimenticata accesa, è salito al mio appartamento per spegnerla, e quando è ridisceso al suo ha trovato il portoncino socchiuso. Ha capito al volo, si è precipitato dentro, ma non ha trovato nessuno: mentre lui saliva da me l’intruso se la filava per le scale, uscendo sul retro.

A parte i vetri, nessun danno. Non manca nulla, anche perché in casa non c’erano né preziosi né denaro da prendere e il visitatore non era evidentemente un collezionista di soldatini o di supereroi. Si è mosso persino con una certa discrezione, scavalcando il campo di battaglia permanente che occupa il pavimento della camera di Leo senza abbattere nemmeno una fortificazione. Ha riposto ordinatamente per terra o sul letto gli indumenti che stipavano l’armadio e ha lasciato socchiusi ante e cassetti. Un professionista serio, o comunque una persona ordinata. È da pensare che lavorando al buio, o quasi, gli sia preso anche un mezzo coccolone quando si è visto fissare dagli occhi sbarrati di Spike, il coniglietto nero di Leo, che ormai è grosso come un cane. Comunque, è andata bene così, anche se è difficile non pensare a come avrebbe potuto finire se mio figlio avesse aperto subito la porta. Non sarei qui ora a scriverne e a filosofeggiarci sopra. Resta la ferita morale, ed è profonda. Lo sarebbe per chiunque trovi violata la propria abitazione, ma per me lo è doppiamente, e il motivo ora lo spiego.

L’inviolabilità della casa era davvero diventata un mito. Non ero il solo a coltivarlo. Mio padre faceva risalire il reverenziale rispetto che la circondava a quella volta in cui sorpresi in cortile due zingari, emergendo dal giardino completamente panato di sudore, di polvere e della fuliggine degli sterpi che stavo bruciando. Non fecero neanche a tempo ad accorgersi della roncola che tenevo in mano, tanto velocemente se la diedero a gambe. Lui aveva assistito alla scena dall’interno del magazzino, e sosteneva che avessero segnato il portone come l’angelo sterminatore le case degli ebrei in Egitto. Sembrava fosse davvero così, perché a dispetto dell’aumento esponenziale dei furti nelle abitazioni vicine e del fatto che tutto continuasse a rimanere aperto, non c’erano mai più stati tentativi. Io invece sono convinto che proprio il trovare le porte aperte induca al sospetto: i malfattori, che sono gente seria, non si fidano. Così nella casa, che rimane molto spesso incustodita, non ci sono porte blindate, sistemi d’allarme, telecamere o sensori. Non solo. Quando eravamo presenti la porta della mia abitazione non è mai stata chiusa, nemmeno di notte. Mi sarei sentito soffocare, e ho costretto all’idea anche chi abitava con me, non so quanto rassegnato o quanto contagiato dalla mia inossidabile sicurezza. La cosa si ripeteva persino in viaggio, negli alberghi, e un paio di episodi incresciosi (ubriachi completamente nudi che si materializzano alle tre di notte vicino al tuo letto) sono stati vissuti e poi raccontati come aneddoti comici.

Tutto questo fino a ieri. Ora, naturalmente, dovrei cambiare abitudini, non fosse altro per le pressioni esterne, anche se personalmente al fatto in sé non do un grosso peso. Lo do invece al risvolto tutto personale che una particolare circostanza gli ha fatto assumere. Ho davvero sempre nutrito una gran fiducia, in generale, nell’umanità, e ne sono stato ampiamente ripagato. Forse dicendo “in generale” mi sono allargato un po’ troppo: diciamo piuttosto che ho concesso un credito totale alle persone che mi ispiravano fiducia, e nessuno l’ha mai delusa. Sono convinto che in molti casi proprio la sorpresa di fronte a questo atteggiamento le abbia motivate a dare il meglio di sé, a responsabilizzarsi, anche quando magari l’attitudine iniziale era opposta. Nei confronti degli amici la cosa mi sembra ovvia, ma quelli te li scegli, e quindi va da sé: io l’ho invece sperimentata anche con vicini di casa, conoscenti occasionali, compagni d’avventura per un trekking o un imbarco, e nel lavoro con colleghi, studenti, ecc… Ha sempre funzionato, e resto più che mai convinto debba funzionare così.

L’aspetto più brutto di questa particolare vicenda è che so, praticamente con certezza, chi era il visitatore. Ho sommato quattro indizi e la soluzione è arrivata da sola, confermata poi dal fatto che mio fratello, per tutt’altra via, è approdato ad una identica conclusione. Non è una congettura dettata dalla rabbia e dall’emozione, perché sulle prime non mi era neppure passata per la mente, e quando si è affacciata mi sono sforzato sino alla fine di non crederci. Il visitatore è una persona cui avevo concesso fiducia, a dispetto della fama negativa che lo circonda in paese: una persona che mi era sembrata orgogliosa e grata di questa mia disposizione, diversa da quella di tutti gli altri. Ci siamo scambiati favori, è sempre stato disponibile, gli ho procurato lavoro. Al punto che ancora adesso, mentre scrivo, non voglio credere ad una intenzione malvagia (almeno nei miei confronti: infatti è entrato in casa di mio figlio, col quale i rapporti non sono altrettanto buoni).

Il risultato è che non ho nemmeno presentato denuncia ai carabinieri (del resto, quando abbiamo segnalato il fatto ci hanno fatto chiaramente intendere che sarebbe stato tempo perso) e non ho intenzione di fare alcunché – ho solo degli indizi, per quanto eloquenti. Ma probabilmente non lo farei neppure se avessi in mano delle prove. Ho solo sistemato uno di questi indizi, quello più evidente, in modo che l’amico sappia che l’ho trovato, e capisca che ho capito. Credo che questo sarà sufficiente a dissuaderlo da qualsiasi altro tentativo.

Penso comunque che anche la ferita morale si rimarginerà presto. Odio il perdonismo untuoso che cola dai pulpiti e dai teleschermi, ma questa è tutta un’altra faccenda. C’è di mezzo in qualche modo la stima, e non la concedo a fondo perduto. La persona di cui sospetto è più anziana di me, non ha alcun bisogno di rubare per vivere, perché lavora da una vita, è ancora incredibilmente attiva e non si tira certo indietro di fronte alla fatica. La sua è una malattia, una coazione all’accumulo che in effetti si manifesta anche per vie più innocue e che prevede in fondo anche una qualche redistribuzione. Non posso volerle male: non mi viene spontaneo e non mi darebbe alcuna compensazione. È probabile che il più imbarazzato, la prossima volta che la incontro, sia io. Spero di riuscire a sorriderle. E spero che capirà.

 

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Rottamazioni

di Paolo Repetto, 2016

Ho demolito il capanno vecchio. Stava in bilico sulla scarpata che precipita nel bosco, e visto dal basso sembrava ormai una catapecchia da fiaba. L’avevamo costruito quasi cinquant’anni fa. Con mio fratello avevo trascinato per settimane in fondo al giardino, lungo il sentiero ripido, a spalle o con le carriole, materiali di ogni tipo. Decine di metri cubi di ghiaia e di misto per la base e per il muro di contenimento a monte, più i sacchi di cemento, poi i montanti e i travi di testa, ricavati da vecchi pali del telefono, infine il tavolame per la chiusura laterale e le tegole per il tetto. Un lavoro da bestie, ma affrontato con determinazione, e soprattutto in allegria.

Dal punto di vista logistico era un controsenso. Non si poteva accedervi con alcun mezzo che non fosse una carriola, era difficile e addirittura pericoloso da raggiungere in inverno, col sentiero ghiacciato o scivoloso; tutto doveva essere portato laggiù a braccia. Ma all’epoca la cosa non ci dava pensiero, eravamo abituati: anche nel vigneto, data la pendenza, ogni lavoro costava in genere doppia fatica. Quelle che invece non mancavano erano le destinazioni d’uso. Dovevamo in qualche modo rimpiazzare la stalla e il fienile, sacrificati nella quasi forzata cessione al vicino di una parte del terreno attorno casa. L’idea di partenza era di ricavare all’interno un comparto per i conigli ed uno per i maiali, oltre a una zona adibita a deposito di materiali vari e a fienile.

In effetti per qualche tempo fu utilizzato a quello scopo. Ho una foto di mio padre, ripreso di spalle dalla finestra dello studio, che scende al capanno in mezzo a cumuli enormi di neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per gli animali. E ho nella schiena il ricordo di quando, dopo l’uccisione di un maiale di oltre due quintali e mezzo, risalii per due volte il sentiero innevato, curvo ad ogni viaggio sotto una metà del suino, fino al locale destinato alla macellazione. O ancora, del giorno in cui, temendo per una malattia che aveva cominciato a colpire i conigli dei vicini e rischiava di infettare anche i nostri, li abbattemmo tutti e li scuoiammo immediatamente per poterli congelare. Erano quarantotto, io e mio padre lavorammo di coltello tutto il giorno.

Nel frattempo attorno al capanno erano fioriti i progetti più svariati. Avevo chiuso la zona a stalla con la tecnica del “fasciame sovrapposto”, un doppio rivestimento di travi usato per la chiglia delle prime navi transoceaniche. L’avevo dotata una magnifica mangiatoia, di scolatoi e di finestrelle a scorrimento per l’aerazione. Con due tubi di gomma interrati lungo il muro di cinta l’avevo allacciata all’acqua e all’elettricità. Insomma, senza false modestie, era un gioiellino, calda e senza spifferi in inverno, fresca d’estate: una reggia per qualsiasi animale. Io sognavo di ospitarci un mulo, di quelli svenduti all’epoca dall’esercito, che avrebbe dovuto accompagnarmi nei vagabondaggi sull’Appennino. Ma non se ne fece nulla. Ero preso da troppe altre cose, e mio padre, che ha sempre ragionato in termini molto pratici, ci teneva ai maiali.

Per un certo periodo una parte della costruzione fu utilizzata persino come laboratorio-officina da mio cognato, che aveva il pallino del fai da te e si ostinava a riadattare motori di vecchie vespe, calderine in disuso, ecc …, salvo poi scoraggiarsi e lasciare immancabilmente sul posto i rottami che aveva trascinato sin laggiù. A quell’epoca era comunque già iniziato l’abbandono. Dopo l’ecatombe e dopo aver mangiato conigli per sei mesi, in tutte le possibili salse e varianti di cottura, rinunciammo all’allevamento; di lì a poco lasciammo perdere anche i maiali. Il capanno divenne sempre più un antro ove stivare le cose vecchie e inutili, quelle che “un giorno, chissà, potrebbero servire”: anch’io, come mio padre, non mi sono mai convertito all’usa e getta. Si riempì quindi di lavandini in pietra, di vecchie finestre e persiane, di testiere di letti in ferro e relative griglie, telai e ruote di carri agricoli, pompe di aspirazione e tubi di gomma: tutte cose che andavano ad accumularsi sopra le gabbie vuote dei conigli o nella mangiatoia.

Col tempo la gran parte dello spazio divenne inaccessibile. Poi ebbe inizio anche il cedimento strutturale: il tetto, pressato dalla vegetazione di sambuchi e di acacie cresciuta nel frattempo tutto attorno, e soffocato da una coltre d’edera dal gambo grosso come un braccio, si arrese ad un paio di nevicate particolarmente pesanti: alcune travi laterali avevano ceduto, le file di tegole si reggevano per un po’ in bilico e precipitavano progressivamente di sotto. Negli ultimi anni era ormai diventato solo il ricetto di una torma di gatti dalla fertilità sorprendente, compensata per fortuna dall’opera di selezione delle faine. Ero rimasto l’unico che si azzardasse ad entrare ogni tanto, per recuperare una tavola o un vecchio attrezzo. La sua esistenza non aveva più alcun senso, ma sembrava anche impensabile, data la difficoltà ad accedervi, sgomberarlo.

A smuovere (letteralmente) la situazione sono arrivate lo scorso anno le grandi piogge, quelle devastanti alle quali ci stiamo abituando (in realtà, ci stiamo solo abituando a considerarle devastanti, da quando ogni temporale fa scattare il bollino rosso dell’emergenza). Dopo quattro giorni di acqua a dirotto l’ultima fascia del giardino è smottata scivolando verso il bosco, portandosi appresso la fognatura e lasciando alle spalle una voragine profonda otto o dieci metri. Lo smottamento ha lambito anche il capanno, che è rimasto in piedi solo perché ingabbiato dagli alberi cresciuti nella scarpata, ma che si è comunque mosso, frantumando in lastroni la base di cemento. A questo punto, per arginare il danno e ripristinare la fognatura, è diventato necessario svuotarlo e abbatterlo.

Il mio nuovo status di pensionato non mi lasciava scusanti. Così in primavera ho cominciato con calma a smantellare la struttura. Via prima le tegole, badando a recuperarle, poi il tavolame laterale e i pali. Quindi ho iniziato lo svuotamento. Ferro, legname, gomme d’auto, plastica. Ho dovuto trascinare nuovamente tutto su, lungo il sentiero, per poi smaltirlo. Ho impiegato oltre un mese, ma alla fine ce l’ho fatta, vincendo tutte le giustificatissime perplessità mie e altrui. Ho pagato anche un prezzo piuttosto salato, perché proprio l’ultimo giorno mi è saltato un tendine della spalla, e ora sono un mezzo invalido: ma al di là di questo sono orgoglioso del mio lavoro. In alcuni momenti è stato addirittura eccitante: mentre scoperchiavo il tetto reggendomi in precarissimo equilibrio sulle travi mezze marce, o mi trapassavo il piede con un chiodo arrugginito saltando su una tavola, liquidando poi la cosa con una bestemmia, un po’ d’acqua e un bendaggio di fortuna, ho ritrovato lo spirito dei vent’anni, ho rinverdito per un attimo quel mito di invulnerabilità che avevo costruito con tanta cura da finire per crederci io stesso. Confesso però che quando ho iniziato non sapevo proprio come avrei potuto arrivare in fondo.

L’ultimissimo atto, la cancellazione definitiva, si è svolto oggi, a distanza di sei mesi, con la rimozione delle lastre di cemento, frantumate e poi sepolte alla base della nuova scarpata. Ho dovuto far aprire una strada in mezzo al bosco da uno scavatore, per rintracciare sotto la terra smossa la fognatura centrale, riallacciarmi e prevenire con una barriera a secco ulteriori smottamenti. Ed è lì che ho davvero elaborato il lutto. A vedere smuovere dalla benna quelle lastre spesse trenta centimetri, che rivelavano un sottostante fondo di ghiaia altrettanto spesso, sono riandato ai giorni nei quali il capanno lo edificavamo. Non ho recuperato solo il ricordo: ho rivissuto le sensazioni, i pensieri, i progetti. Nei giorni precedenti, mentre dopo tanto tempo lavoravo nuovamente fianco a fianco con mio fratello, ero stato ripreso da quella sensazione euforizzante che mi ha sempre aiutato ad affrontare i lavori più pesanti. Ma oggi non è più la stessa cosa. L’eccitazione ha lasciato il posto ad uno strano sfinimento morale.

È vero, abbiamo eretto una barriera che non sarà più duratura del bronzo, ma verrà senz’altro vista da almeno quattro o cinque generazioni a venire. Questo però lo pensavo anche al momento in cui costruivamo il capanno, e ho fatto in tempo invece a constatare come la natura prima o poi (in questo caso molto prima) si riprenda il suo spazio e inghiotta le opere degli uomini. È una consapevolezza che non dovrebbe coglierci impreparati, e tuttavia quando sei intento ad alzare muri o a gettare le fondamenta della tua vita non ti passa nemmeno per il capo, per fortuna. È quando vedi quei muri sgretolarsi e quelle fondamenta sollevarsi che tutto diventa maledettamente chiaro. Siamo qui per un caso, e spendiamo tutta la vita a cercare di dimenticarlo.

Per questo ci affanniamo a lasciare traccia. Mi rendo conto che su questa faccenda delle opere avevo sempre fatto molto affidamento per il mio lascito al futuro. Di quelle materiali, dell’aver messo a dimora centinaia di piante, spianato pendii, aperto strade, innalzato muri, costruito case, e il tutto senza quasi mai avvalermi degli ausili della moderna tecnologia, lavorando di braccia e di cervello; ma anche, sotto sotto, di quelle di pensiero. Ora so invece quanto tutto questo sia volatile. So di non essere invulnerabile, e di non essere immortale, in nessun senso.

Lo sapevo anche prima, certo: ma mi piaceva vivere “come se” così fosse. Mi piaceva mettermi alla prova, a volte anche sfidare la sorte. Per quanto stupido, una volta tutto questo aveva un senso: anche quando non cambiava nulla nella mia vita, il superamento della prova mi rafforzava nell’illusione che volendolo veramente avrei potuto cambiare, avrei potuto scegliere il mio futuro. Ora che il futuro non ce n’è più, sarebbe davvero solo stupido.

Comincio a sentirmi come il capanno. Travature che progressivamente cedono, basamenti che si sfaldano, l’edera della stanchezza che ti invade e ti soffoca: e dentro, un sacco di rottami ammucchiati, altrettanti progetti e speranze arrugginiti, che davvero sembrano appartenere ad un altro mondo e ad altri tempi.

Mi consola un fatto. Nello smantellare il capanno ho salvato ancora parecchie cose, tegole, tavolame, ferri, impalcature. Alcune le ho addirittura già riutilizzate: al posto del capanno c’è ora lo scheletro di un pergolato, che aspetta solo di essere arrembato dal glicine o dall’uva spina. Altre le lascio a chi verrà dopo di me, a supportare o a suggerire eventuali nuovi progetti. Magari assieme a tutti i miei libri. Forse né io né il vecchio capanno spariremo del tutto.

 

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Camus e Leopardi

Camus e Leopardi copertinaa cura di Paolo Repetto, 16 agosto 2016

Irene Baccarini – Leopardi e Camus: il tempo ultimo dell’amicizia. 3

Luigi Capitano – L’assurdo e la rivolta. Camus alla luce di Leopardi 12

Irene Baccarini

Leopardi e Camus:
il tempo ultimo dell’amicizia

Di Leopardi non si trova traccia nei taccuini di Albert Camus, eppure in un’intervista radiofonica a cura di Giovanni Battista Angioletti, per il settimanale RAI «L’Approdo», alla domanda «Quali sono gli autori italiani di ogni tempo con i quali lei ha avuto rapporti particolarmente profittevoli?», Camus rispose: «Quello che io citerò al di sopra di tutti gli altri, perché è quello che ho anzitutto letto di più e meglio, colui col quale mi sento più fraterno, è Leopardi». Il rapporto di fraternità confessato dallo scrittore francese colma il vuoto che il critico nota nei taccuini e conferma la vicinanza di pensiero tra i due scrittori. Una vicinanza, quella con Leopardi, che il lettore di Camus sospetta più volte, ipotizza, anche attraverso ascendenze filosofiche comuni.

Più di uno studioso, seguendo le tracce leopardiane presenti — pur in maniera più nascosta — nell’opera di Camus, si è soffermato sul confronto tra i due autori. Il contributo più recente è sicuramente quello di Luigi Capitano, apparso nel 2010 su questa stessa rivista.1 Molto prima, nel 1972, era apparso lo studio di Norbert Jonard Leopardi et Camus,2 in cui veniva effettuata un’analisi puntuale delle tesi leopardiane, così come emergono nei componimenti poetici e nelle prose filosofiche, e il riscontro che esse trovano in diversi passaggi dell’opera di Camus. Ciò che si nota dal confronto complessivo delle opere dei due autori è la somiglianza delle loro posizioni di fronte all’impossibilità di dare un senso al male, alla sofferenza e alla morte; in altre parole la reazione dei due scrittori all’assurdità dell’esistenza. Reazione di rivolta, in entrambi i casi, che porta tanto Leopardi quanto Camus ad un faccia a faccia con la terribile verità con cui l’uomo spesso rifiuta di confrontarsi, l’«arido vero» appunto.

Come sottolinea giustamente Capitano, la posizione leopardiana può essere ricondotta a quella che Camus definisce «rivolta metafisica». Leopardi, scrive Capitano,

ha avvertito per primo l’urto e la dissonanza fra la «domanda fondamentale» e il silenzio del mondo. […] la lucida coscienza dell’assurdo conduce invece ad un’inevitabile «rivolta metafisica» nel senso di Camus, ossia ad una «sfida» aperta contro il nonsenso del mondo. La rivolta metafisica di Leopardi rimanda a quella dimensione dell’assurdo che sola consente di misurare la distanza fra il nichilismo contemporaneo e le sue più o meno remote condizioni storico-genealogiche. Primo fra tutti i pensatori dell’Occidente, Leopardi ha illuminato la soglia dell’assurdo e al tempo stesso ha trovato il coraggio invincibile di venire, per dirla con Michelstaedter, ai «ferri corti» con la propria vita e con l’arcano dell’esistenza universale, al punto di sognare di poter stringere attorno alla «nobil natura» del genio poetico l’intero genere umano che «a sollevar s’ardisce / gli occhi mortali incontra / al comun fato…» (Giacomo Leopardi, La ginestra, vv. 111-113). Leopardi ha già compiuto il passo fatale dall’esperienza solitaria dell’assurdo a quella rivolta comune contro il male metafisico che finisce col dare un barlume di senso alla nostra vita.3

La rivolta diviene dunque comune: la protesta leopardiana presuppone la costruzione della «social catena», in nome della quale gli uomini possono ritrovarsi uniti contro il nemico della Natura. A questa stessa prospettiva di solidarietà umana arriva anche Camus, come si vede sia da L’uomo in rivolta sia dal romanzo La peste. «“Noi siamo” davanti alla storia, e la storia deve fare i conti con questo “Noi siamo” che, a sua volta, deve mantenersi nella storia. Io ho bisogno degli altri, che hanno bisogno di me e di ciascuno», afferma Camus con convinzione in nome di una «lotta», che è anche, soprattutto, «fiera compassione».4 Nel romanzo la peste diviene metafora di un male non solo storico, un male più grande, che è in ognuno di noi e che può tornare a colpire in qualunque momento. Come afferma Sergio Givone nel suo libro Metafisica della peste, in Camus l’epidemia diventa

l’occasione di un esperimento cruciale: dove si tratta di misurare la tenuta di una parola di verità, parola ferma, non controvertibile, nell’orizzonte in cui della verità sembra non essere rimasto più nulla. Tale sarebbe, ad esempio, una parola che osasse porre l’alternativa fra un dovere assoluto (il dovere dell’aiuto e della condivisione) e un assoluto oscuramento di ogni senso (l’assurdo).5

Questo «esperimento cruciale» consente a Camus, secondo Givone, di fare un passo in avanti: dall’etica dell’assurdo (Il mito di Sisifo) e dall’etica della rivolta (L’uomo in rivolta), si passa qui all’etica della resistenza al male. È su questa base che l’ateo dottor Rieux può trovarsi vicino al Padre Paneloux: «Noi lavoriamo insieme per qualcosa che riunisce oltre le bestemmie e le preghiere. Questo solo è importante»,6 risponde Rieux al prete, che riconosce nel medico la mancanza di una prospettiva di grazia. La lotta comune che i due devono affrontare, dunque, non è una rivolta, ma una prova di resistenza per sconfiggere il male, una prova che impone di salvare prima di tutto l’altro, come se la misura della vittoria sul male possa darsi da ciò che si riesce a fare non contro il male stesso ma per gli altri. Non si lotta più contro qualcosa, si resiste piuttosto, e si lotta per qualcuno. È questa la dimensione della solidarietà, che si rivela nella concretezza dell’urgenza.

Non è forse un caso che Givone, nella sua ricognizione delle forme e dei significati della peste, presenti anche Leopardi. Il critico riporta una lettera del 30 ottobre 1836, nella quale il poeta scrive a suo padre di non aver saputo in tempo della diffusione della peste fino ad Ancona e conclude: «Se lo avessi saputo nessuna forza avrebbe potuto impedirmi di non venire, anche a piedi, a dividere il loro pericolo».7 Questa affermazione, rileva Givone, «farebbe sorridere di tenerezza, se il pensiero non corrispondesse al pensiero più autenticamente leopardiano».8 In effetti, il desiderio di condivisione esplicitato del poeta, anche in questo caso originato da una situazione di pericolo, commuove il lettore e, al tempo stesso, gli permette di comprendere le ragioni che stanno alla base della posizione che Leopardi raggiunge ne La ginestra. In qualche modo, l’uomo che scrive la lettera è anche il poeta «progressivo» del grande componimento: questa relazione mostra tutti gli aspetti e la complessità di un sentimento poetico. Sentimento che non si riduce alla sola prospettiva della solidarietà, ma che possiamo riportare nella sfera dell’amicizia, in base ai diversi significati che questa assume in Leopardi.

In un bel saggio Alberto Folin ha messo in luce i diversi momenti della riflessione leopardiana sull’amicizia. Un primo momento da considerare è quello che «riguarda l’opposizione homònoia / philìa […] e cioè quella che separa l’amicizia intesa come concordia tra i cittadini della polis — virtù, per così dire politica — dall’amicizia intesa propriamente come philìa e concepita come rapporto interpersonale tra individui, e quindi tra singolarità finite».9 In tale direzione vi è una differenza tra gli antichi e i moderni. «Dopo che l’eroismo è sparito dal mondo — annota Leopardi nello Zibaldone –, e in vece v’è entrato l’universale egoismo, amicizia vera e capace di far sacrificare l’un amico all’altro, in persone che ancora abbiano interessi e desideri, è ben difficilissima».10 L’egoismo dei moderni è il risultato di una degenerazione dell’amor proprio, che ha portato gli uomini ad un eccessivo individualismo. Proprio ne La ginestra, invece, Leopardi torna a ipotizzare un legame che unisca il genere umano oltre l’egoismo, oltre la chiusa e sterile prospettiva individualistica. Folin sottolinea come ciò che il poeta esprime in questo componimento non possa essere ricondotto soltanto alla «guerra comune», ma abbia in realtà sfumature molto più sottili:

La comunità sembrerebbe fondarsi su un lavoro di «guerra comune» (v. 35) contro un nemico. Ma il legame, questa volta, non si costituisce nell’odio contro uno straniero «storico» e politicamente definito come diverso nel tempo e nello spazio, ma contro l’estraneità stessa avvertita nella sua essenza metafisica e in temporale. […] Questo legame comunitario, che prospetta un’amicizia sul confine tra essere e nulla, nella precarietà e fragilità degli enti, è tuttavia solo apparentemente simile a quell’homonònoia antica che Leopardi aveva nostalgicamente rimpianto negli anni giovanili. Qui il legame che viene auspicato unisce entità creaturali che hanno in comune un’identica «madre», e dunque sono associati da un rapporto in qualche modo «fraterno». Fratelli nel dolore, figli di un dio senza volto e senza nome, gli uomini potranno trovare una nuova solidarietà e una nuova philìa nell’accettazione della morte e della perdita, cioè nel fatto di essere tutti figli del nulla.11

Attraverso itinerari concettuali diversi, quindi, Leopardi e Camus suggeriscono una prospettiva che va oltre, che non si ferma a quella della rivolta, ma che piuttosto si fonda su un riscoperto legame tra gli uomini, capace di opporsi anche alla forza ignota del nulla, capace di resistere.

Ne La peste di Camus troviamo personaggi che incarnano questo sentimento, mostrando la difficoltà e la complessità di una determinata prospettiva esistenziale. Si è parlato prima del dottor Rieux e di Padre Paneloux, che divisi da «fedi» diverse, si trovano a combattere insieme la sofferenza inutile e ingiusta degli innocenti colpiti dal morbo. Tuttavia, il senso di quel sentimento fraterno di cui si parlava a proposito di Leopardi, l’importanza dell’amicizia come presupposto per qualsiasi lotta, per qualsiasi resistenza, si trova espresso ancora meglio nel dialogo tra Tarrou e il dottor Rieux. Si tratta di uno dei passi più significativi all’interno de La peste, che in qualche modo suggerisce la chiave di lettura dell’intero romanzo. È proprio il personaggio di Tarrou, infatti, che, raccontando la sua storia e la sua lotta personale contro la peste, arriva a denunciare il male che si insidia in ogni individuo:

Ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la pace. […] So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non esser più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace, o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dare sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, in po’ di bene.

[…] Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace.12

A questo punto Rieux chiede a Tarrou se abbia qualche idea sulla strada da prendere per raggiungere la pace: «Sì», risponde l’amico, «la simpatia».13 Qui il termine è naturalmente usato nel suo senso più profondo; e che cos’è la simpatia se non il fondamento dell’amicizia? Tarrou, infatti, poco dopo dice al dottore:

«Sa cosa dovremmo fare per l’amicizia?» disse. «Quello che lei vuole», disse Rieux. «Un bagno in mare […]». «Sì» disse Rieux, «andiamo». […] Poco prima di giungervi, l’odore dello jodio e delle alghe annunciò il mare; poi lo sentirono. […] Rivolto verso Tarrou, egli indovinò sul viso calmo e grave dell’amico la stessa gioia che non dimenticava nulla, neanche l’assassinio. […] Rivestiti, andarono via senza aver pronunciato una parola; ma avevano lo stesso cuore, e il ricordo di quella notte gli era dolce. Quando scorsero da lontano la sentinella della peste, Rieux sapeva che Tarrou si era detto, come lui, che la malattia li aveva dimenticati per un po’, che questo era un bene, ma che adesso bisognava ricominciare.14

Il bagno in mare, che sembra benedire la loro amicizia, concede ai due una tregua: è la peste a dimenticarsi di loro, non il contrario, come se nell’attimo stesso in cui si riconoscono amici, Rieux e Tarrou vivessero uno stato di grazia. Si sa quanto Camus stesso amasse il mare,15 questo passaggio è quindi esemplificativo: l’amicizia non rappresenta una sospensione dalla tragicità della situazione, ma è piuttosto un momento necessario per tornare ancora più uniti a combattere la malattia.

Queste sono pagine veramente poetiche, in cui Camus è riuscito a rendere tutta la dolorosa bellezza della verità; tutta la sua vita è stata una battaglia per l’amore, contro il male, e qui emerge la difficile ambiguità di tale prospettiva: bisogna credere più nell’amore per il quale si combatte o nel male al quale si è chiamati a resistere?

Vorrei ora soffermarmi su alcune pagine leopardiane, in cui il sentimento dell’amicizia mi sembra sia espresso con tono altrettanto poetico: mi riferisco al Dialogo di Plotino e Porfirio. In questa operetta viene «messo in scena» il dialogo che tra Porfirio, il quale vorrebbe suicidarsi, e Plotino, che con varie motivazioni cerca di distogliere l’amico da tale proposito.

L’inizio rivela subito il tono generale del dialogo: «Porfirio», dice in apertura Plotino, «tu sai ch’io ti sono amico […] e non ti dei meravigliare se io vengo osservando i tuoi fatti e i tuoi detti e il tuo stato con una certa curiosità; perché nasce da questo, che tu mi stai sul cuore».16 Porfirio confida allora all’amico il suo «fastidio della vita», la noia, e dunque il desiderio di morire. Plotino cerca prima di replicare all’amico seguendo il filo «ragionevole» delle sue considerazioni, ma poi va oltre: il suicidio potrebbe essere anche comprensibile, analizzando razionalmente lo stato di infelicità a cui sono condannati gli uomini, ma c’è qualcosa che spinge ad andare al di là di questa ragionevolezza. Ecco le parole di Plotino, alla cui voce Leopardi, emblematicamente, dà il compito di concludere il dialogo:

Sia ragionevole l’uccidersi […] E non dee piacer più, né vuolsi elegger piuttosto, di esser secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. E perché anco non vorremo noi aver considerazione degli amici; […] delle persone famigliari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere gran tempo; che, morendo, bisogna lasciar per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione […]? […] Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non voler esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. […] Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. […] E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.17

La grandezza e la profondità del discorso di Plotino stanno nel fatto che il filosofo concorda con l’amico, da un punto di vista razionale, sull’infelicità dell’esistenza umana, ma nel tempo ultimo, estremo, della separazione dalla vita, un pensiero mette in discussione ogni convinzione razionale: il pensiero delle persone che ci sono accanto, con le quali dobbiamo «portare quella parte che il destino ci ha stabilita». Anche in questo caso, lungi dal trovare una risposta al male, si può decidere di accettarlo, di resistergli; e dunque, anche qui, non più la rivolta, ma l’umile battaglia dei compagni, degli amici.

Ciò che mi sembra significativo nel confronto tra il dialogo leopardiano e il passo di Camus è proprio la misura intima e piena di calore. Nel passo dell’operetta appena citato troviamo una dimensione che non è quella “sociale”, nel senso etimologico, de La ginestra: si tratta veramente di due amici che parlano, che arrivano a conoscere l’uno le ragioni del cuore dell’altro, così come accade nel passo de La peste. «Tu mi stai sul cuore», dice Plotino a Porfirio, e di Tarrou e Rieux ci viene detto che «avevano lo stesso cuore»; leggere affermazioni del genere da due autori che hanno guardato in faccia il male, fa capire quanto la loro considerazione dell’uomo fosse incommensurabile. L’estrema ragione porta ad essere un mostro, afferma Plotino, verità che Camus sperimentò sulla propria pelle, quando, nel corso della sua vita, ribellandosi alla rigida ragione delle ideologie, fu accusato da tutti i fronti. Meglio allora cercare di essere uomini, umile ambizione confessata anche da Rieux; o forse provare ad essere santi senza Dio, come Tarrou. L’unica cosa che conta è non perdere mai la misura dell’uomo, lo sguardo dell’altro che viene a darci misura di noi stessi. Lo stesso Camus nel pensiero meridiano parla di rivolta e misura: «Se il limite scoperto della rivolta trasfigura tutto; se ogni pensiero, ogni atto che oltrepassi un certo punto nega se stesso, c’è infatti una misura delle cose e dell’uomo».18

Come esempio contrastivo di ciò che si è mostrato nel confronto tra l’operetta morale di Leopardi e il dialogo tra Rieux e Tarrou ne La peste, si può analizzare un passo di un altro romanzo di Camus, La caduta, opera controversa, in cui, a differenza de La peste, sembra proprio che la razionalità arrivi ad essere talmente estrema da diventare delirio. Nessuno è innocente, questa la conclusione a cui sembra giungere Camus nel romanzo, e allora meglio continuare a stare dalla parte dei giudici. Il protagonista, che ha usato gli altri per nutrire il proprio io — un degenerato amor proprio, direbbe Leopardi — quando scopre la realtà di ciò che è stato, non può che prenderne atto, accettando con lucidità feroce la sete di giudizio e potere che è insita in ognuno. Ne La caduta, quindi, la prospettiva è opposta; se ne La peste l’obiettivo era quello di fare il meno male possibile all’altro, cercando semmai di fargli un po’ di bene, qui, dal momento che nessuno è innocente, non c’è possibilità né di salvarsi né di salvare gli altri. Ecco la tragica confessione del protagonista:

Non ho più amici, ho solo complici. In compenso ne è cresciuto il numero, sono diventati il genere umano. […] Come so che non ho amici? È semplicissimo. L’ho scoperto il giorno in cui ho pensato di uccidermi per giocar loro un bello scherzo, per punirli, in certo modo. Ma punire chi? Qualcuno si sarebbe meravigliato, nessuno si sarebbe sentito punito. Ho capito che non avevo amici.19

La situazione del dialogo leopardiano è rovesciata: l’amicizia non svela il suo senso nel tempo ultimo di chi si trova a tu per tu con la morte, piuttosto viene negata all’estremo, perché la vita non è che un processo generale, in cui ognuno giudica l’altro.20 Il fine non è più il bene dell’altro, neppure nella tiepida speranza di sentire per un attimo la sua vicinanza in un bagno in mare; il fine è la sua condanna.

Ma ecco che proprio il verdetto pronunciato dal protagonista, terribile e «mostruoso» nella sua lucidità, suggerisce nuovi interrogativi:

Creda a me, le religioni sbagliano a partire dall’istante in cui fanno la morale e scagliano comandamenti. Dio non è necessario per creare la colpevolezza degli uomini, né per punire. Bastano i nostri simili, aiutati da noi. Lei accennava al giudizio universale. Mi permetta di ridere rispettosamente. Io l’aspetto a piè fermo: ho conosciuto il peggio, il giudizio degli uomini. […] E allora? Allora, la sola utilità di Dio consisterebbe nel garantire l’innocenza, e io la religione la vedrei piuttosto come una grande impresa di lavatura cosa che del resto è stata, ma per breve tempo, esattamente tre anni, e non si chiamava religione.21

Tre anni, il tempo in cui tutti poterono credere di essere innocenti, liberati da un giudizio di condanna definitiva. Tre anni, il tempo in cui un uomo, perché questo fu Gesù, poté pronunciare parole di perdono verso altri uomini. Quel tempo è durato solo tre anni, dopodiché la religione non ha fatto altro che codificare altri comandamenti, formalizzando giudizi e condanne. L’interpretazione di queste considerazioni di Camus è molto complessa, ma occorre continuare a leggere:

Ciò non toglie che lui, il censurato, non abbia avuto la forza di continuare. […] in certi casi continuare, nient’altro che continuare, è uno sforzo sovrumano, può credermi. E lui non era sovrumano, può credermi. Ha gridato la propria agonia, e perciò l’amo, quest’amico morto senza sapere. […] Oh l’ingiustizia che gli han fatta e che mi stringe il cuore.22

Era un uomo anche lui, un uomo condannato ingiustamente: dopo di lui non si può neanche più tentare di essere innocenti; dopo di lui non si può che portare avanti l’esercizio legittimo di condanna gli uni verso gli altri.

Il verdetto è terribile, l’abisso diventa più fondo, un interrogativo sempre più grande sale alla coscienza: che cos’è l’altro per me? Quello che resta è l’ultimo atto della fede, umanissima, di Camus, la fede in questo «amico», che non fu sovrumano, ma che poté portare una speranza di innocenza. La stessa fede umana che traspare dal testamento leopardiano de La ginestra.

«L’inferno è qui, da vivere. Gli sfuggono solo quelli che si estraniano dalla vita», scrive Camus in un appunto del 1952, e subito dopo si legge quest’altro appunto: «Chi testimonierà per noi? Le nostre opere. Ahimé! Chi allora? Nessuno, nessuno tranne quei nostri amici che ci hanno visto in quell’attimo del dono in cui il cuore si consacrava interamente a un altro. Insomma quelli che ci amano. Ma l’amore è silenzio: Ogni uomo muore sconosciuto».23

Nello stesso silenzio rimane Porfirio, eppure anche a lui Plotino aveva garantito il ricordo degli amici, la testimonianza di un legame che resta. Vengono in mente le parole di Gesù ai discepoli prima dell’addio, riportate dal Vangelo di Giovanni: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i proprio amici. […] Non vi chiamo più servi […] ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv. 15,12-15). Anche in questo caso l’amicizia ha un tempo ultimo, si rivela nel momento estremo prima della separazione: una speranza viene lasciata in eredità ai discepoli, la speranza di rivedere quell’«amico».

Per Leopardi e Camus tale speranza è negata; resta la fede silenziosa in un amore tra gli uomini, in un’amicizia che nasce sul finire, che, proprio nel momento in cui unisce, si oppone alla separazione, alla forza disgregatrice della morte. Restano le pagine, che continuano a testimoniare la necessità della vicinanza umana. Tanto Camus quanto Leopardi, nella loro visione dell’esistenza, ci insegnano che la vera amicizia si rivela sempre in un tempo ultimo, estremo, sul confine tra l’essere e il non essere: i veri amici testimonieranno per noi quando non ci saremo più; ma i veri amici, soprattutto, sanno restare e sanno farci restare, dandoci la forza per resistere un attimo di più. In ogni caso è una vittoria, benché umile, della vita sulla morte.

 

Note

  1. Luigi Capitano, «L’assurdo e la rivolta. Camus alla luce di Leopardi», http://mondodomani.org/dialegesthai/lca01.htm.
  2. Norbert Jonard, «Leopardi et Camus», Revue de littérature comparée, 1972, pp. 233-247.
  3. Luigi Capitano, «L’assurdo e la rivolta. Camus alla luce di Leopardi», cit.
  4. Albert Camus, L’uomo in rivolta, in Opere, a cura e con introduzione di Roger Grenier, Apparati di Maria Teresa Giavieri e Roger Grenier, Bompiani, Milano 2000, p. 942.
  5. Sergio Givone, Metafisica della peste. Colpa e destino, Einaudi, Torino 2012, p. 20.
  6. Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano 2002, p. 169.
  7. Giacomo Leopardi, Lettere, in Tutte le opere, con introduzione e a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Sansoni, Firenze 1969, vol. I, p. 1414.
  8. Sergio Givone, Metafisica della peste. Colpa e destino, cit., p. 115.
  9. Alberto Folin, Leopardi: l’amicizia che resta, in Il volto dello straniero da Leopardi a Jabès, a cura di A. Marsilio, Marsilio, Venezia 2003, p. 136.
  10. Giacomo Leopardi, Zibaldone, 104.
  11. Alberto Folin, Leopardi: l’amicizia che resta, cit.pp. 135-146: 145-146.
  12. Albert Camus, La peste, cit. pp. 196-197.
  13. Ivi, pp. 197-199.
  14. Tra le molte considerazioni di Camus sul suo rapporto col mare cfr. la seguente, che sembra riflettersi nell’azione e nelle parole dei due protagonisti de La peste: «In mare. Il mare sotto la luna, le sue distese silenziose. Sì, è qui che mi sento in diritto di morire tranquillo, è qui che posso dire: “Ero debole, e tuttavia ho fatto ciò che ho potuto”». Albert Camus, Taccuini 1951-1959, Bompiani, Milano 2004, p. 67.
  15. Giacomo Leopardi, Operette morali, a cura di Giorgio Ficara, Mondadori, Milano 1988, p. 236.
  16. Ivi, pp. 250-251.
  17. Albert Camus, L’uomo in rivolta, cit., p. 939.
  18. Albert Camus, La caduta, in Opere, cit., p. 1063.
  19. Sul tema della giustizia in questo e in altre opere di Camus rimando alle interessanti pagini di Fabio Pierangeli, Indagini e sospetti. Pirandello Camus Dürrenmatt Sciascia Betti, L’Epos, Palermo 2004. In particolare su La caduta si legge: «Schegge di pazzia, profonde verità, in questo personaggio eccentrico, seduto a cavalcioni tra il desiderio della gratificazione mondana e la dimissione definitiva dalle ambizioni personali. Il romanzo ha tuttavia offerto riflessioni sul tema dell’amministrazione della giustizia. Oscillanti e contradditorie, profonde» (p. 122).
  20. Albert Camus, La caduta, in Opere, cit., pp. 1083-1084.
  21. Ivi, pp. 1085-1086.
  22. Albert Camus, Taccuini 1951-1959, cit., p. 60.

 

Luigi Capitano

L’assurdo e la rivolta.
Camus alla luce di Leopardi

L’uomo in rivolta non chiede la vita, ma le ragioni della vita.

Camus

1. Il titanismo leopardiano e i suoi precursori

Rivisitare le categorie squisitamente camusiane di «assurdo» e di «rivolta metafisica» alla luce di un precedente rimosso quale Leopardi1 può risultare alquanto istruttivo, specie se si riesce a scorgere nel pensatore italiano non già un semplice anticipatore di Camus, bensì l’inauguratore di quell’orizzonte nichilista e assurdista con il quale Camus cercherà di confrontarsi nelle sue opere di maggior impegno filosofico.

Per quanto l’atteggiamento di Leopardi oscilli spesso fra rassegnazione e protesta, la sua rivolta contro l’assurdo non rinuncia mai reclamare il senso ultimo dell’esistenza. Come ha notato anche Walter Benjamin, «la presa di posizione spirituale verso il corso naturale del mondo in Leopardi assume sempre più la forma di una ribellione».2 Non per nulla si è potuto parlare di uno spirito ribelle che è stato definito, di volta in volta, «titanico», «eroico», «combattivo».3 Né è privo di significato il fatto che Leopardi si riconosca nella figura di Bruto, confessando di abbracciare per intero la sua «filosofia disperata» e i suoi sentimenti avversi al destino.4 Si tratta di una posizione di disprezzo per ogni facile consolazione che sarà rilanciata nella figura di Tristano posta da Leopardi a suggello delle Operette morali. Un simile atteggiamento è quello che Camus avrebbe definito «rivolta metafisica», ovvero «il movimento per il quale un uomo si erge contro la propria condizione contro l’intera creazione».5 La «rivolta metafisica»6 di Leopardi sembrerebbe aver conosciuto i suoi più lontani precedenti in Epicuro, Lucrezio, Giobbe; il più recente in Voltaire.7

Secondo Lucrezio, Epicuro fu «il primo uomo di Grecia» che «osò alzare» eroicamente «gli occhi mortali» contro la Religione opprimente, il «primo ad ergersi contro» il cielo con vittoriosa e «vivida forza dell’animo».8 Dopo aver cercato invano di addolcire «col miele delle Muse» la verità del divino maestro Epicuro, Lucrezio lasciò interrotta la sua opera sulla scena impressionante della peste che infuriava ad Atene e sulla vanità degli umani affanni di fronte alla malattia e alla morte. Camus osserverà che «non è un caso se il poema di Lucrezio si chiude su di una prodigiosa immagine di santuari divini gonfi di cadaveri accusatori delle peste».9 E mentre per lui «Epicuro, nell’epopea di Lucrezio, fu il magnifico ribelle che non era».10 con Lucrezio comincerebbe a serpeggiare l’idea di un «dio personale» «sordo»11 e «assassino» contro cui si renderebbe finalmente possibile una «rivolta metafisica». La tesi di Camus è nota: «la storia della rivolta nel mondo occidentale è inseparabile da quella del cristianesimo. Bisogna attendere infatti gli ultimi momenti del pensiero antico perché la rivolta cominci a trovare un suo linguaggio, in alcuni personaggi di transizione, e in nessuno più profondamente che in Epicuro e Lucrezio».12

Dai versi di Lucrezio traspare la polemica contro l’ottimismo e il provvidenzialismo degli stoici piuttosto che contro la natura noverca e matrigna,13 anche se non mancano in lui accenti che possono apparire sorprendentemente leopardiani, specie se riletti in una luce retrospettiva. Per Lucrezio, come già per Stratone di Lampsaco14 (l’autore immaginario del Frammento apocrifo), esiste nella natura una forza arcana che sorregge tutte le cose, giocando col mondo proprio come il «fanciullo invitto» di Leopardi. È tale forza che sembra beffarsi degli uomini quando fa tremare la terra e quando, a causa dei suoi scuotimenti, «cadono le città». La natura si mostra «nemica al genere umano»: con fatica è il nascimento ai viventi, e solo con lo sforzo del lavoro la terra concede i suoi frutti. Lucrezio dipinge lo sgomento di fronte alla furia degli elementi, alla crudeltà della natura, ai morbi e alla morte acerba che si aggirano per il mondo. Tali motivi,15 insieme all’apparente rivolta contro la natura avversa, anticipano con forza il tema leopardiano della natura matrigna.

2. Al di qua della «rivolta metafisica»

Secondo Camus la «rivolta metafisica»16 è un parto relativamente recente nella storia delle idee che non può, a rigore, essere fatta risalire a «prima della fine del Settecento».17 Egli pensa al marchese De Sade quale capostipite di quella galleria di ribelli metafisici che prosegue con i nichilisti dostojesvskijani, Stirner, Nietzsche, Lautréamont, Rimbaud, Breton, ecc. Al contrario, i Greci e gli antichi in generale non poterono accedere a una vera e propria «rivolta metafisica», dal momento che quest’ultima presuppone «una visione semplificata della creazione».18 E tuttavia, con Epicuro e Lucrezio anche a Camus pare che qualcosa cominci a muoversi in questa direzione; qualcosa di ignoto agli eroi tragici (si pensi a un Prometeo). Neanche il più ribelle fra i Greci avrebbe mai osato insorgere contro la natura o il cosmo, contro quello che ancora non poteva chiamarsi «creato». Ma rimane da chiedersi: ciò che ricade al di qua del creazionismo moderno-cristiano19 è fatalmente condannato a sfuggire al pensiero moderno della rivolta, oppure quelle condizioni di possibilità rimaste inavvertite nel passato possono emergere solo a posteriori?

Pensiamo a Giobbe. Fra i precursori più o meno problematici della «rivolta metafisica» è d’obbligo soffermarsi un attimo a riflettere anche su questa figura del tardo giudaismo che mise in questione la stessa teodicea, in un tempo in cui non esisteva la necessità (e nemmeno la possibilità) di alcuna teodicea. La sua denuncia dell’incomprensibilità del male e della vanità del tutto, ossessivamente presenti nel Libro di Giobbe e nell’Ecclesiaste, rimangono i motivi che hanno fatto vibrare in Leopardi le due più irriducibili corde dello scandalo biblico. Se Qohélet rimane l’emblema della vanità universale, ad uno sguardo ex post Giobbe assurge quasi a simbolo della lotta metafisica contro l’assurdo. Nel Canto del pastore errante, ad esempio, la domanda eterna e senza risposta di Giobbe («perché la luce è data a chi pena?») 20 si ripropone insieme a quella sul senso del dolore e della stessa esistenza:

Ma perchè dare al sole

Perchè reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura

Perchè da noi si dura?21

Leopardi osserva come «Giobbe si rivolse a lagnarsi e quasi bestemmiare tanto Dio, quanto se stesso, la sua vita, la sua nascita, ec.»,22 mentre «gli amici e la moglie di Giobbe lo stimarono uno scellerato, com’ei lo videro percosso da tante disgrazie».23 Lo spirito della lamentazione e dell’interrogazione jobica si trova diffuso in tutto Leopardi, e il pensiero corre subito alle figure dell’Islandese o a quella del pastore errante. V’è in Giobbe un’inesauribile e inappagata sete di senso che si infrange contro il misterioso silenzio di un Dio nascosto24 e lontano.25 Giobbe non si stanca di cercare le ragioni delle afflizioni che lo provano con furia tanto incomprensibile quanto ingiustificata. L’accusa di Giobbe e la sua rivolta contro l’assurdo26 sembrano precorrere da lontano la protesta di Leopardi,27 per non dire quella di Camus.

Si è ritenuto di poter ravvisare una vena d’assurdismo anche nell’Ecclesiaste28 laddove si legge che ogni occupazione dell’uomo è come un «pascersi di vento», un «inseguire il vento», testualmente: re’ut ruah, come dire un agire insensato e un vano agitarsi.29 Sennonché, il mondo dell’insensato e dell’invano non può ancora propriamente dirsi il mondo dell’assurdo, almeno finché vi sia un Dio che rimanga il garante del senso ultimo del Tutto e finché non si sia levato alcun lamento sulle rovine del senso. Pur non raggiungendo il grado di una coscienza pienamente nichilistica, la sapienza qohéletica contribuisce a porre una delle più remote premesse del nichilismo europeo. La persuasione della vanità/nullità del tutto rimane, infatti, il teorema fondante del nichilismo. A questo teorema la sapienza negativa di Giobbe avrebbe impresso, almeno secondo alcune interpretazioni, un’intonazione di segno assurdista. Ma la dimensione dell’assurdo evocata da Giobbe viene alla fine riassorbita dal mistero divino,30 né riesce a dissipare la struttura della provvidenza e della teodicea, pur mettendola coraggiosamente in discussione. Come si vede, la rivolta metafisica non scivola necessariamente verso il nichilismo più estremo. Per Leopardi piuttosto che un eroe nichilista, Giobbe rimane un ribelle metafisico e una figura sublime del titanismo antico. Gli antichi, infatti, nella loro eroica grandezza, arrivavano ad imprecare e perfino a rivoltarsi contro quelle divinità con le quali continuavano ad intrattenere un intimo legame religioso. Appena prima di nominare Giobbe Leopardi aveva accennato ai casi di Giuliano l’Apostata31 e di Niobe.32 Secondo la leggenda l’imperatore romano avrebbe scagliato contro il cielo il proprio sangue nel momento della sconfitta, maledicendo — pur ferito a morte — la vittoria del «Galileo». Il mito di Niobe è narrato nelle Metamorfosi di Ovidio.33 Niobe, che fino a poco tempo prima aveva osato allontanare i fedeli dall’altare di Latona (madre di Apollo e Diana), vantandosi con troppa audacia contro la dea della propria prolificità, è quindi costretta a compiangere, impietrita dal dolore, i suoi quattordici figli spietatamente colpiti a morte dalla punizione divina. Ma si può interpretare un atto di vana superbia quale quello di Niobe come un atto di rivolta contro il volere degli dèi? «Si professava vinta ma non cedente»,34 «si racconta, se non fallo». Così Leopardi.

Secondo Leopardi, una volta tramontato l’età eroica del mito, l’individuo si ritrovò da solo, e pertanto non potè rivolgere la propria protesta che contro se stesso, essendo svanite le figure estranee all’uomo personificanti il fato. Mentre uno spirito religioso come Giobbe, oltre a maledire se stesso, poteva ancora scagliare contro il cielo il suo lamento tanto più alto quanto più forte era rimasta la sua fede e nobile e alta la sua illusione.

Ma gli antichi, sempre più grandi, magnanimi, e forti di noi, nell’eccesso delle sventure, e nella considerazione della necessità di esse, e della forza invincibile che li rendeva infelici e gli stringeva e legava alla loro miseria senza che potessero rimediarvi e sottrarsene, concepivano odio e furore contro il fato, e bestemmiavano gli Dei, dichiarandosi in certo modo nemici del cielo, impotenti bensì, e incapaci di vittoria o di vendetta, ma non perciò domati, nè ammansati, nè meno, anzi tanto più desiderosi di vendicarsi, quanto la miseria e la necessità era maggiore. Di ciò si hanno molti esempi nelle storie. Il fatto di Giuliano moribondo, non so se sia storia o favola. Di Niobe, dopo la sua sventura, si racconta, se non fallo, come bestemmiava gli Dei, e si professava vinta, ma non cedente. […] . Tuttavia anche nella Religione di oggidì, l’eccesso dell’infelicità indipendente dagli uomini e dalle persone visibili, spinge talvolta all’odio e alle bestemmie degli enti invisibili e superiori: e questo, tanto più quanto più l’uomo […] è credente e religioso. Giobbe si rivolse a lagnarsi e quasi bestemmiare tanto Dio, quanto se stesso, la sua vita, la sua nascita ec.35

Da notare l’espressione: «eccesso dell’infelicità indipendente dagli uomini», che esprime nel modo più chiaro l’essenza del male del mondo, l’irreparabile condizione metafisica dell’uomo. Nel «Preambolo» al Manuale di Epitteto (1825) Leopardi porterà ancora un altro esempio di rivolta contro il fato e di volontà di «far guerra feroce e mortale al destino»: i Sette a Tebe di Eschilo. Qui infatti la partita non è solo contro gli uomini che hanno usurpato il potere, ma contro il destino che ha decretato fin dall’inizio la sconfitta degli eroi. Già nell’agosto del 1820 Leopardi aveva scoperto il pessimismo greco «della forza» tramite l’opera di Barthelemy Voyage du jeune Anacharsis en Grèce36. A proposito di Eschilo, poi, annota:

Ses héros aiment mieux être écrasés par la foudre que de faire une bassesse, et leur courage est plus inflexible que la loi fatale de la nécessité.37

Il coraggio degli eroi, più forte della stessa legge di Ananke, è ciò che affascina Leopardi, quel loro titanismo «inflessibile», che Nietzsche chiamerà «pessimismo della forza». Camus potrà dire analogamente, con lo sguardo rivolto al suo eroe assurdo: «non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo».38

Il «Preambolo» al Manuale di Epitteto chiarisce le due posizioni paradigmatiche — la ribelle e la rinunciataria — che rappresentano secondo Leopardi la grande alternativa fra «gli spiriti grandi e forti» dell’antichità e «gli animi di natura o d’abito non eroici» caratteristici, invece, della modernità.

L’uomo non può nella sua vita per modo alcuno né conseguir la beatitudine né schivare una continua infelicità. Che se a lui fosse possibile di pervenire a questi fini, certo non sarebbe utile, nè anco ragionevole, di astenersi dal procacciarli. Ora non potendogli ottenere, è proprio degli spiriti grandi e forti l’ostinarsi nientedimeno in desiderarli e cercarli ansiosamente, il contrastare, almeno dentro se medesimi, alla necessità, e far guerra feroce e mortale al destino, come i Sette a Tebe di Eschilo, e come altri magnanimi degli antichi tempi.39

La morale di Epitteto, con la sua esaltazione dell’indifferenza tranquillizzante e anestetizzante si attaglierebbe dunque più ai tempi moderni che a quelli antichi. Le pagine 503-507 dello Zibaldone testimoniano l’oscillazione irrisolta nell’anima di Leopardi fra titanismo e rassegnazione,40 eroismo e rinuncia, un’indecisione destinata a trascinarsi fino al cosiddetto ‘ciclo di Aspasia’. Nei suoi momenti peggiori Leopardi non trova la forza per opporsi al destino, ma non sa neppure rinunciare alla lotta. Neanche quando in lui il tono pessimista si fa più disperato, egli riesce ad abbandonare ogni speranza: «La disperazione medesima non esisterebbe senza la speranza».41 È quella «disperata speranza»42 che risuonerà anche nell’opera acerba del maggiore spirito leopardiano del primo Novecento: Carlo Michelstaedter. Cadono più che mai a proposito le parole di Walter Benjamin: «solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza».43

3. Due anelli mancanti: Voltaire e Leopardi

Nella ricostruzione camusiana della «rivolta metafisica» si avverte l’assenza di Leopardi come quella di Voltaire. Dietro il leopardiano Dialogo della Natura e di un Islandese si cela infatti l’atteggiamento pessimisticamente vitale di quel Voltaire che Thomas Mann non avrà difficoltà a riconoscere come un ribelle metafisico:

Voltaire si ribellò […]. Sì, ebbe un moto di rivolta contro il fatto e fato brutale, rifiutò di abdicare [“davanti alla potenza stupida, ossia alla natura”44] . Protestò in nome dello spirito e della ragione contro quello scandaloso eccesso della natura, del quale caddero vittime tre quarti di una città fiorente e migliaia di vite umane. […] questa è l’ostilità dello spirito contro la natura, la sua superba diffidenza contro di essa, la sua magnanima insistenza sul diritto di criticarla insieme con la sua maligna e irragionevole potenza.45

Voltaire […] in nome della ragione aveva protestato contro lo scandaloso terremoto di Lisbona. Assurdo? Anche questo era assurdo, ma, tutto ben considerato, si poteva benissimo […] vedere nell’assurdo l’aspetto spiritualmente onorevole.46

Nel Poema sul disastro di Lisbona, non riuscendo ad accettare la crudeltà e l’assurdità del fato, Voltaire vi si sarebbe rivoltato contro. Ma c’è da osservare come per Voltaire l’assurdo non consista tanto nel semplice silenzio della natura, quanto nel fatto che l’uomo continui ad interrogarla invano: «la natura è muta, vanamente l’interroghiamo».47 La protesta voltairiana risuonerà anche nel Dialogo tra il filosofo e la Natura (1771), in particolare là dove viene sollevata, accanto alla «domanda fondamentale della metafisica», la vecchia sapienza silenica e la denuncia della natura che divora ferocemente se stessa.48 Quello della natura carnefice di se stessa è un topos alquanto diffuso nel Sette-Ottocento: lo si ritrova in Hume,49 in Barthelemy,50 in Goethe,51 in Foscolo,52 nonché in Leopardi,53 Fichte54 e Schopenhauer. Quest’ultimo vedeva notoriamente il mondo come «un’arena di creature […] che esistono solo a condizione di divorarsi a vicenda».55 Nel citato dialogo voltairiano il filosofo si rivolge alla Natura con queste domande:

Mia cara madre, dimmi un po’perché esisti, perché esiste qualcosa? […] Il niente varrebbe meglio di questa molteplicità di esistenze fatte per essere continuamente dissolte, di questa moltitudine di animali nati e riproducentisi per divorarne altri ed essere a loro volta divorati, di questa folla di esseri senzienti formati per provare tante sensazioni dolorose e questa folla di intelligenze che così di rado intendon ragione? A che pro tutto questo, Natura?56

La Natura risponderà al filosofo che ella non ne sa nulla, e che tanto varrebbe rivolgere la domanda più in alto: «Interroga chi mi ha fatta».57 Che abbia un senso interrogare anziché no, sembra rimanere in tal modo garantito da Dio.

Un altro importante archetipo letterario che viene tenuto presente da Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese è quel Voyage du jeune Anacharsis en Grèce (1788) di quel Barthélemy che lo aveva riaccostato al pessimismo e al «nichilismo» silenico dei Greci:

Ma da dove viene ciò che esiste? da dove viene ciò che perisce, questi esseri? Che significano questi cambiamenti periodici che si succedono eternamente sul teatro del mondo? A chi è destinato uno spettacolo così terribile? forse agli dei, che non ne hanno alcun bisogno? forse agli uomini che ne sono le vittime? Ed io stesso, su questo teatro, perché mi hanno forzato a prendere un ruolo? perché trarmi dal nulla senza il mio consenso, e rendermi infelice senza chiedermi se consentivo ad essere? Io interrogo i cieli, la terra, l’universo intero. Cosa possono rispondere? eseguono in silenzio gli ordini di cui ignorano i motivi.58

Questo brano sembra ispirato al barone D’Holbach, che considerava gli uomini sventurati per essere stati jetés dans le monde sans leur aveu, «gettati in questo mondo senza il loro consenso».59

Nell’Uomo in rivolta Camus ha dipinto una variegata quanto memorabile galleria dei ribelli metafisici. Peccato non potervi incontrare figure come Voltaire e Leopardi. Per quanto riguarda gli eroi della mitologia classica, Camus ricorda Prometeo solo per avvertirci di non cadere nell’errore di scorgere in lui un eroe della rivolta metafisica: la teodicea tragica (sempre conciliante e comunque estranea all’idea della creazione da parte di un Dio personale) impedisce una simile interpretazione. Intanto la questione che Camus mi sembra lasciare in sospeso è un’altra: possiamo mettere sullo stesso piano tutti i personaggi della (vera o presunta) rivolta metafisica?

Il Dialogo della Natura e di un Islandese è l’operetta che per molti versi segna la svolta al cosiddetto ‘pessimismo cosmico’. L’Islandese è un viaggiatore errante come il pastore asiatico, poco meditativo e perseguitato dalla natura60 come il Candido di Voltaire dalla sfortuna Come Achille fra le ombre dell’Ade, o come l’Odisseo platonico nostalgico della sorte più trascurabile. Come Giobbe «colpevole […] di qualche ingiuria»61 a lui stesso ignota. Straniero al mondo come un’anima gnostica.62 Con l’Islandese Leopardi torna a protestare insieme all’Anima (del Dialogo della Natura e di un’Anima): che colpa ho commesso per venire «abbandonato dalla natura al caso»,63 in questo luogo inospitale ed ostico? Ma ora non c’è più la promessa insostenibile da parte della Natura di conferire col destino per riuscire ad ottenere una risposta. La Natura non ha più l’alibi di un fato che la sovrasta e può finalmente essere messa alle strette. Nell’omonima operetta l’Islandese appare perseguitato a partire dal Nord più glaciale del mondo abitato fino all’Africa subequatoriale più desertica come se fosse «colpevole» di qualcosa.64

La sfingea Natura, dalla «forma smisurata di donna»,65 romperà il silenzio solo per dire che lei non si avvede «se non rarissime volte»66 dell’infelicità da lei procurata ai viventi. Ma perché così raramente? Perché l’Islandese tocca qui inavvertitamente la Natura nel suo punto più nevralgico: la coscienza umana. L’uomo è divorato o avvolto definitivamente dal mistero sublime della Natura nel momento stesso in cui scopre di essere lui stesso Natura. Questa quasi umanizzazione di una natura mostruosamente indifferente alla felicità dei viventi è ciò che rende questo monologo dell’Anima con se stessa apparentemente tragico, poiché di un monologo inespresso si tratta, e soprattutto di un dialogo impossibile fra il tragico e l’assurdo, oltre che fra il drammatico interrogare dell’uomo e l’assurdo silenzio dell’Essere. Ma a sdrammatizzare l’aria da tragedia che pure sembra spirare nell’operetta rimane la sorte caricaturalmente e iperbolicamente antiprovvidenziale dell’Islandese e il finale scopertamente umoristico67 che lascia lo spazio a un sorriso tutto metafisico.

Lontana dal molesto consesso degli uomini, l’Anima dialoga con la Natura estranea per riuscire a scoprire la radice del dolore, nella vana speranza di poterla estirpare. L’Anima ha già disimparato a reclamare una «vita vitale», una «vera vita». Chiede solo, a costo di ridurre la propria vita al grado zero («non godendo non patire», quasi una degradazione dello stoico resistere astenendosi) di poter svelare il mistero del male nel mondo. Non pretende di essere «grande e infelice» (come avrebbe detto D’Alembert),68 ma come l’Achille omerico e l’Odisseo platonico reclama anzi una vita umile e priva di inutili inquietudini: «una vita oscura e solitaria» (per dirla con le parole dell’Ottonieri).69 In fuga da un mondo pessimisticamente percepito come «lega di birbanti»,70 l’Islandese si accontenterebbe di poter raggiungere, stoicamente, la «tranquillità della vita».71 Ma la Natura non gli dà tregua e lo incalza ad ogni piè sospinto. Inizia così la protesta dello spirito più rinunciatario, antieroico e disperato al mondo. Una denuncia resa ancora più drammatica e paradossale dal tono confidenziale che si deve ad una madre pure così algida: «tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia…»;72 «tu sei nemica73 scoperta degli uomini»; «sei carnefice della tua propria famiglia».74 La requisitoria ha il tono di una dolente lamentazione, ma anche quello di una ferma e virile protesta: le continue calamità e l’impossibilità di sfuggire alla furia della natura negano il fine naturale dell’uomo, il suo diritto alla felicità. La natura appare gnosticamente simile ad una prigione squallida e inospitale: «una cella tutta lacune e rovinosa».75 Di analogo tenore appaiono i versi della Quiete dopo la tempesta: «O natura cortese/ sono questi i tuoi doni?» o quelli di A Silvia: «O natura, o natura, / Perché non rendi poi/ Quel che prometti allor? Perché di tanto/ Inganni i figli tuoi?». Ma si può pure pensare ai versi della prima canzone sepolcrale: «Se danno è del mortale/ Immaturo perir, come il consenti/ […]?».76 Senza dimenticare quelli accorati dell’inno ad Arimane: «Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? L’amore? … per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri, e del tempo nostro passato, ec. / Mai io non mi rassegnerò ec.». La risposta della Natura è sconcertante quanto disarmante: «Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte».77 La Natura rimane ovunque «ignara»,78 indifferente e insensibile fuorché in un solo punto: l’uomo, «piccola parte» della Natura, come dice Voltaire nel Dialogo tra il filosofo e la Natura (che fa da sfondo all’analoga operetta leopardiana, in cui la parte del filosofo è svolta dall’Islandese). Come nel finale del Cantico del gallo silvestre il mondo si dissolve in un sublime silenzio prima che l’«arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale»79 venga inteso da alcuno, così pure la vita dell’Islandese si dissolve nel mistero: forse divorata da due macilenti animali feroci, due leoni (epilogo tragico) o forse coperta dalla sabbia del deserto (finale assurdo). Ad uccidere l’Islandese, al di là del finale umoristico che non riesce ad allentare la tensione tragica, è la stessa atmosfera dell’assurdo che si è ormai creata; è la fame del deserto, è il deserto stesso. Ad uccidere l’Islandese è il deserto del senso, la caduta di ogni teodicea e di ogni teleologia incentrate sull’uomo. Con la comparsa dell’assurdo scompare il senso del tragico.80 L’Islandese non è un eroe nichilista, ma è un’Anima disperata e rinunciataria che, quasi fosse stata istruita su un manuale stoico di vita,81 sarebbe ben disposta a venire a patti con la Natura pur di ottenerne in cambio la garanzia del quieto vivere. Al contrario, scopre che la sua è la tragedia di un mondo da cui è scomparso il tragico e che perciò si è tramutato in assurdo. A tale assurdo non si può sopravvivere quando si sia avuto l’ardire di guardarlo in faccia «nulla al ver detraendo». L’Islandese è l’anima antieroica del mondo nichilistico nel quale abbiamo fatto ingresso allorquando abbiamo scoperto che non esiste più il fato ed è dileguato il senso del tutto. La legge bronzea della natura parla di sé come di un meccanismo cieco: un cortocircuito di produzione e distruzione senza fine né meta. La richiesta di senso del viaggiatore metafisico cade dunque nel vuoto di fronte al silenzio della Natura. L’uomo solo, in fuga dall’infelicità, si trova alla resa dei conti con l’enigma ultimo del mondo; un enigma di cui, come dirà Nietzsche in Verità e menzogna, «la natura ha gettato via la chiave».82 Nietzsche ha di fatto esplicitato il senso della rivolta metafisica leopardiana quando ha scritto (a proposito del nichilista ingenuo e insoddisfatto): «non dovrebbe darsi un essere privo di senso e vano».83 Questa protesta rappresenta benissimo l’«iperbolica ingenuità» (ancora parole di Nietzsche), il candore dell’Islandese. È l’iperbolico candore di Leopardi (quello stesso che Bontempelli ritroverà in Pirandello), il suo inguaribile umanesimo antropocentrico a spingere l’Islandese ad intentare un vero e proprio «processo alla natura».84

Nell’interrogazione spasmodica e disperata dell’Islandese risuona non solo la protesta di Giobbe sul senso del dolore e della colpa, ma si annuncia anche quella «rivolta metafisica» che solo larvatamente aveva trovato in Lucrezio e in Voltaire dei pallidi quanto improbabili precursori. Ma laddove in Giobbe il male si traduceva in nonsenso (infine dissolto e riassorbito nel mistero divino), in Leopardi è il nonsenso che si risolve in irriducibile e inesplicabile male metafisico, e quindi in assurdo. Nietzsche dirà: «Il nichilismo appare ora non perché il dolore dell’esistenza sia maggiore di prima, ma perché si trova diffidenza a vedere un ‘senso’nel male della stessa esistenza».85

A dispetto dell’immagine spiritualizzante offertane da Mann, Voltaire non era certo quel titano della rivolta metafisica da lui dipinto, ma solo uno che si sarebbe accontentato di poter coltivare, metaforicamente parlando, l’utopia possibile del «giardino» della finitezza. Bisognava, insomma, poter immaginare Candido felice. Leopardi si associa bensì alla critica voltairiana dei filosofi ottimisti alla Leibniz, ma si discosta dall’illuminista francese allorché quest’ultimo lascia uno spiraglio aperto all’utopia del principio di speranza: «Un giorno tutto sarà bene, ecco la nostra speranza;/ Tutto è bene oggi, ecco l’illusione».86 L’antiprovvidenzialismo di Leopardi appare inoltre decisamente più spinto e di quello voltairiano, scevro com’è da ogni ipoteca divina. E tuttavia Leopardi rimane d’accordo con Voltaire almeno su un punto: dalla somma di tanti mali non potrà mai risultare un «bene generale». E soprattutto il Recanatese condivide la diagnosi pessimistica di Voltaire: «Bisogna ammetterlo, il male è sulla terra»;87 «il male esiste».88 Contro Rousseau, per Leopardi come per Voltaire, non esiste un Dio di bontà. Si tenga presente che il dilemma (o tetralemma) di Epicuro era stato a suo modo risolto da Voltaire (come gli avrebbe rimproverato Rousseau) 89 a danno della bontà e provvidenza di Dio: «perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà?»90 Resta tuttavia la grande differenza di fondo: laddove Voltaire contesta la teodicea leibniziana, Leopardi la capovolge. Per lui «tutto è male».91 La filosofia della catastrofe si rovescia in una catastrofe della filosofia. Siamo al collasso dell’ontoteologia e all’aperta crisi della fiducia metafisica nel finalismo antropologico e cosmologico. Non solo la vita manca del suo fine, ma ovunque il fine dilegua. Se «il terremoto di Lisbona fu sufficiente per guarire Voltaire dalla teodicea leibniziana»,92 esso bastò a trasformare il giardino di Voltaire, per non dire quello della Bibbia, in un universo malato.

Cosa certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che compongono l’universo (e quindi è ben difficile il supporre ch’ella non sia un male p. [er] l’universo intero, e ancora più difficile si è il comporre, come fanno i filosofi, De malheurs de chaque être un bonheur général. Voltaire, épître sur le désastre de Lisbonne […] . Non si comprende come dal male di tutti gl’individui senza eccezione, possa risultare il bene dell’universalità; come dalla riunione e dal complesso di molti mali e non d’altro, possa risultare un bene.93

Dopo Leopardi, e sulla sua scia, Schopenhauer prenderà una netta posizione contro l’ingiustificato «ottimismo» che impronta di sé il pensiero di Leibniz come quello di Rousseau,94 schierandosi nel dibattito sorto dal Poema sul disastro di Lisbona a favore di Voltaire.95 Di lì a poche pagine si trova la menzione di Leopardi che suggella la catena dei grandi pessimisti di tutti i tempi.

Se alcune condizioni del nichilismo possono essere ravvisate nel pensiero di Pascal (con la sua ipotesi di un mondo senza Dio) 96 e di Voltaire (con la sua denuncia della teodicea più ottimistica), l’orizzonte nichilista emerge solo grazie a Leopardi con un’evidenza senza precedenti. Leopardi, infatti, ha scoperto per la prima volta nella storia del pensiero occidentale che il mondo non è semplicemente irrazionale o infondato (in quanto privo di una ragione sufficiente, diceva anche Schopenhauer), ma che esso è, a rigor di termini, assurdo. Si tratta di una scoperta inaudita e di una tale portata da stentare ancora ad essere compresa. Leopardi ha scoperto non già l’insensatezza del mondo, bensì la sua assurdità, ossia la sua sordità rispetto ad ogni umano appello dei senso. Egli ha avvertito per primo l’urto e la dissonanza fra la «domanda fondamentale» e il silenzio del mondo. Laddove la semplice constatazione dell’insensatezza poteva portare alla «rassegnazione» quale «sola redenzione del mondo»,97 la lucida coscienza dell’assurdo conduce invece ad un’inevitabile «rivolta metafisica» nel senso di Camus, ossia ad una «sfida» aperta contro il nonsenso del mondo. Al contrario di Schopenhauer, Leopardi non si rassegnò mai, novello Bruto che «gl’infausti giorni/ virile alma ricusa».98 Protestò anche contro l’imperio di Arimane — in cui Dio, Natura e Fato si fondevano in una sola figura — contro cui scagliò parole veementi e titaniche: «Pianto da me per certo Tu non avrai: ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà […] Mai io non mi rassegnerò».99 Non si deve dire a questo punto che Leopardi ha svelto ben prima di Camus le radici dell’assurdo? Se sì, vediamo in che modo.

 

4. Alle radici dell’assurdo

Leopardi ha spesso utilizzato il termine «assurdo», pur limitandosi ad intenderlo in modo alquanto tradizionale, cioè senza distinguerlo bene dal controsenso, dal contraddittorio, dal paradossale. Intorno al 1820 egli poteva scrivere, ad esempio: «Pare un assurdo,100 e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni».101 Quando poi nello stesso anno scriveva che «il sistema della natura e delle cose è totalmente assurdo» si trattava solo di un’ipotesi ‘assurda’,102 ma questa volta in un altro senso della parola. Il giovane Leopardi non aveva ancora avvertito la crisi del sistema della natura, anzi si trascina ancora dietro l’illusione di una natura benefica corrotta dalla ragione così come l’illusione di una religione quale unico rimedio contro le assurdità di una vita destinata all’infelicità e tentata perciò dalla razionalità del suicidio. L’assurdo si affaccia così per la prima volta come un’ipotesi paradossale, quasi come una mostruosità da rimuovere. Il punto di svolta è rappresentato dalle Operette morali, in cui Leopardi progettava di illustrare «gli assurdi della politica, le sconvenienze appartenenti alla morale universale e alla filosofia».103 L’idea dell’assurdo in Leopardi si insinua soprattutto in un periodo compreso fra il 1823 e il 1825, attraverso tutta una terminologia e un fraseggiare vagamente pascaliano come: «vastità incomprensibile dell’esistenza»,104 «orribile mistero delle cose»,105 «contraddizione spaventevole»,106 «misterio grande da non potersi mai spiegare»,107 «mostruosità»,108 «arcano mirabile e spaventoso»,109 «arcana malvagità»110 del mondo. Absurdus vuol dire, alla lettera, «sordo», «dissonante», «stonato». Nei suoi versi Leopardi non avrebbe potuto essere più chiaro: «Dalle mie vaghe immagini/ So bene ch’ella discorda: / So che natura è sorda».111 Lo spirito umano erra «per mar delizioso, arcano»,112 finché un «discorde accento»113 non lo ferisce d’improvviso, ricacciando nel «nulla» quel «paradiso» che si era immaginato. Anche nello Zibaldone viene ben presto in chiaro il rapporto fra l’uomo e la natura: «Ella è cieca e sorda verso te, e tu verso lei»,114 a «ragione» del suo «gioco reo» rimane «chiusa» al «mortale».115

A proposito dell’antropomorfismo dettato dalla religione Leopardi nota che «l’assurdo si misura dalla dissonanza col nostro modo di ragionare».116 Tale osservazione può essere generalizzata. Quando, infatti, Leopardi parla del «nostro modo di ragionare», o anche delle «nostre idee»,117 si riferisce al senso comune o anche alla metafisica ricevuta, rispetto ai quali il suo «sistema» si pone in urto stridente e paradossale:

Questo sistema, benché urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello di Leibnitz, del Pope, che tutto è bene.118

«Assurdo», come dice lo stesso Leopardi, è ciò che «noi» «giudichiam» «fuor dell’uso»,119 ovvero ciò che esorbita in modo stridente e improvviso («tosto in effetto») 120 dalla nostra capacità usuale di giudizio e di pensiero.

Se con Leopardi una radicale meditazione sull’assurdo era già sorta all’alba del nichilismo contemporaneo, per una prima rigorizzazione della «filosofia dell’assurdo»121 si dovrà attendere ancora un secolo. Essa sarà affidata al leopardiano Giuseppe Rensi:

che cosa significa tale pungente e dolorosa sensazione che le cose avrebbero potuto andare altrimenti? Significa che il come sono andate, sotto il dominio di quei casi futili e ciechi, urta il nostro spirito, contraddice la nostra mente. Significa che per questa esse dovevano andare altrimenti. Ossia significa che quel procedere casuale e cieco è per noi sinonimo di assurdo.122

Nella prefazione al Mito di Sisifo, Camus annuncia che il suo libro — che non per nulla reca come sottotitolo: Essai sur l’absurde — parlerà di «una sensibilità assurda, che possiamo trovare diffusa nel nostro secolo, e non di una filosofia assurda (sic! ) che il nostro tempo, per dirla schietta, non ha conosciuta». Pare tuttavia che Jean Grenier avesse a suo tempo invitato il giovane Camus alla lettura di Rensi.123 Ad ogni modo, da un punto di vista genealogico nulla impediva a Camus di attingere alle stesse fonti di Leopardi, fra le quali spiccano Pascal (e più in generale i moralisti francesi) e Voltaire. Da Pascal Camus ha ripreso soprattutto l’atteggiamento di dignità e di superiorità della coscienza rispetto alla vastità incomprensibile del tutto: l’uomo è grande perché ha coscienza di essere piccolo (Pascal); può essere immaginato felice in virtù della lucida consapevolezza di trovarsi in un condizione assurda (Camus). Pascal non rimane forse il modello ideale di ogni «salto» nella fede o «suicidio filosofico» della ragione che sarà compiuto dai vari cavalieri dell’esistenzialismo: Kierkegaaard, Chestov, Jaspers? Non è stato Pascal a parlare (in anticipo su Leopardi) di una “infelicità naturale della nostra condizione”,124 di una «condizione dell’uomo» segnata dal divorzio tragico tra il suo bisogno di chiarezza e la possibilità di raggiungerla?125 E non è Camus stesso a spendere espressioni dal sapore pascaliano come «scommessa assurda»126 e «condizione ingiusta e incomprensibile»?127 Infine, non era il nietzscheano «movimento di Pascal»128 destinato a ricadere, insieme all’adempimento della profezia assurda di un mondo sdivinizzato, anche su Leopardi e Camus?

È rimarchevole come Voltaire nei Taccuini di Camus possa fare capolino quasi come un maestro del sospetto: “Voltaire ha sospettato quasi tutto. Ha affermato pochissime cose ma bene”.129 Non so se Camus conoscesse il voltairiano Dialogo tra il filosofo e la Natura, ma difficilmente poteva disconoscere il Poema sul disastro di Lisbona. Quand’anche, come pare, si fosse concesso il lusso di ignorare in buona fede un grande precedente come Leopardi, la letteratura francese dell’età illuministica e romantica, che di certo Camus ha ben presente, non era avara di poeti dalla sensibilità non tanto lontana da quella del poeta italiano: basti pensare alla triade Chamford, Vigny, Senancour.

Per venire a fonti più sicure, nel Mito di Sisifo Camus attinge agli archetipi classici dell’assurdo: da Sofocle130 a Kierkegaard e Dostoevskij, ai maestri dell’esistenzialismo. Contro ogni «salto» o «evasione» nella fede, si tratta per Camus di “vivere entro lo stato di assurdo”,131 senza sottrarsi a questa «evidenza»132 né alle sue conseguenze: prima fra tutte quella «privazione della speranza»133 che nella «rivolta» ci rende liberi da ogni «consolazione»;134 liberi perfino dalla disperazione, procurando all’«uomo assurdo» la pura gioia di essere cosciente.135 È notevole con quanta chiarezza una simile posizione sia stata raggiunta dall’ultimo Leopardi: «rifiuto ogni consolazione […] e ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita».136

Accanto alle tracce di una posizione scetticheggiante,137 si incontra nel pensatore francese un’importante «nozione» dell’assurdo dall’intonazione vagamente rensiana, e quindi leopardiana: «Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto quello che si può dire. Ma l’assurdo vero e proprio è solo nel confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona dal più profondo dell’uomo»;138 «l’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo»;139 «è il divorzio fra lo spirito che desidera e il mondo che delude».140 Camus vorrebbe distinguere da un lato il «senso dell’assurdo» dalla sua «nozione»,141 così come tiene dall’altro a che l’evidenza quasi cartesiana e solitaria dell’assurdo e della rivolta si completi nella «coscienza collettiva» capace di diventare «costante presenza dell’uomo a se stesso».142 È rimasta celebre la riformulazione camusiana del cogito: «mi rivolto dunque sono»; o anche: «mi rivolto, dunque siamo». Come si vede nel Mito di Sisifo e una volta di più nell’Uomo in rivolta, non c’è posizione assurdista che non postuli una «rivolta metafisica», e tuttavia una semplice «rivolta metafisica» non basta da sola ad assicurare una «filosofia dell’assurdo». Gli esempi di Giobbe, Lucrezio, Voltaire valgano per tutti. Nessuno di tali personaggi ha avuto accesso ad una vera e propria esperienza dell’assurdo e ad una conseguente «rivolta metafisica». Analogamente, non c’è assurdismo che non sia nichilismo, ma il nichilismo non si esaurisce certo nell’assurdismo. L’assurdismo, anzi, è la versione che il nichilismo assume alle soglie della nostra epoca proprio a partire da Leopardi. Esso consiste, come si è detto, nell’affermare che il mondo è non semplicemente insensato ma appunto anche assurdo, cioè sordo alle più profonde domande di senso sollevate dall’uomo. Dal canto suo, Camus terrà a precisare che ad essere assurdo non è il mondo come tale, ma appunto “il confronto disperato tra l’interrogazione umana e il silenzio del mondo”.143 Come abbiamo visto, questa rigorosa nozione di assurdo era già ben presente nella mente e nell’opera di Leopardi, e ancor più rigorosamente in quella di Rensi.

La rivolta metafisica di Leopardi rimanda a quella dimensione dell’assurdo che sola consente di misurare la distanza fra il nichilismo contemporaneo e le sue più o meno remote condizioni storico-genealogiche. Primo fra tutti i pensatori dell’Occidente, Leopardi ha illuminato la soglia dell’assurdo e al tempo stesso ha trovato il coraggio invincibile di venire, per dirla con Michelstaedter, ai «ferri corti» con la propria vita e con l’arcano dell’esistenza universale, al punto di sognare di poter stringere attorno alla «nobil natura» del genio poetico l’intero genere umano che «a sollevar s’ardisce/ gli occhi mortali incontra/ al comun fato…».144 Leopardi ha già compiuto il passo fatale dall’esperienza solitaria dell’assurdo a quella rivolta comune contro il male metafisico che finisce col dare un barlume di senso alla nostra vita.

Camus sembra accettare in un primo momento il destino assurdo di Sisifo con la saggezza meridiana e quasi nietzscheana di chi dice di sì alla vita, accettando la propria condizione e proclamandosi superiore al proprio destino. Ma alla fine, il solitaire solidaire perviene anch’egli, come il magnanimo «malpensante» nella Ginestra, ad un ethos della solidarietà umana capace di sorreggere nella «coscienza collettiva» quell’assurdo che resta la tenace «oscurità» sfidata dal sole,145 «l’ombra che misura la grandezza del piacere che ci è rifiutato», la «peste» che «non muore né scompare».146

 

Note

  1. Lo Zibaldone e le Operette morali di Leopardi verranno rispettivamente citate secondo le seguenti abbreviazioni: Z (seguita dal numero di pagina dell’autografo) = Zibaldone, 3 voll., edizione critica rivista da R. Damiani, Zibaldone, Mondadori, Milano 1997-20033; OM = G. Leopardi, Operette morali, a cura di C. Galimberti, Guida, Napoli 1998. I Frammenti postumi di Nietzsche (nell’edizione critica Adelphi) verranno abbreviati con la sigla FP. Il presente articolo riprende e sviluppa in una prospettiva nuova un paragrafo della mia tesi di dottorato: Leopardi e la genealogia del nichilismo (Palermo 2010).
  2. Benjamin, Ombre corte. Scritti 1928-1929, Einaudi, Torino 1993, p. 109.
  3. Basti ricordare qui la triade di critici: Umberto Bosco, Walter Binni, Sebastiano Timpanaro. Nella ricostruzione di Bosco (Titanismo e pietà in Giacomo Leopardi, Le Monnier, Firenze 1957) la rivolta contro il «fato indegno» e la «legge arcana» del Bruto Minore prelude già allo «specifico titanismo leopardiano» (ivi, p. 13). Il titano del pensiero non si ribellerebbe più contro gli uomini vili del suo tempo né cercherebbe di scuoterli dalla loro inerzia, ma si rivolterebbe contro il destino. Il «non domato nemico della fortuna» (ad Angelo Mai) cederebbe il passo alla «guerra mortale, eterna» al «fato indegno» con cui «il prode guerreggia» (Bruto Minore, vv. 38-39). Ma il titanismo si trasferisce «dall’azione al pensiero». Le Operette Morali (specie le prime venti) rappresenterebbero la piena espressione di questo «titanismo del pensiero» (Bosco, cit., p. 13), che affronta a viso aperto l’orrido vero. Il Preambolo al volgarizzamento del Manuale di Epitteto (1825) chiarisce le due posizioni — quella rinunciataria e quella ribelle — che rappresentano a suo avviso la grande alternativa fra «gli spiriti grandi e forti» tipici dell’antichità e «gli animi di natura o d’abito non eroici» caratteristici invece della modernità. La morale di Epitteto, con la sua esaltazione dell’indifferenza tranquillizzante e anestetizzante si attaglierebbe dunque ai tempi moderni piuttosto che agli antichi. Nei suoi momenti più bui Leopardi non riesce a ribellarsi al destino, ma non si abbandona neppure alla rassegnazione e alla disperazione. Da questo stato d’animo ambivalente il suo spirito cercherà di reagire e di risorgere nel biennio dei grandi Idilli (1828-’29). Così, il «pastore errante» non combatte «ma neppure accetta il destino», «riaffermando sbigottito e sconsolato l’incomprensibilità della legge di dolore che governa la vita» (Bosco, op. cit., p. 17). La filosofia di Tristano rappresenta per Bosco — e siamo d’accordo con lui — la forma più matura e definitiva del titanismo leopardiano, giacché affronta «la crudeltà del destino umano» (OM 497) «nulla al ver detraendo» (La ginestra, v. 115), compiacendosi della propria capacità di non venire «a patti» col destino e di non piegare il capo di fronte ad esso. Un simile titanismo trova la sua espressione più tipica nel ciclo di Aspasia. Nella «notte senza stelle» (Aspasia, v. 108) il poeta, sdraiato sull’erba, sorride quasi a volersi vendicare del mutevole spettacolo della natura. In Amore e morte si dichiara «renitente al fato», mentre nella Ginestra risuonano i famosi versi: «nobile natura e quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato». Questa è anche l’ultima parola di Leopardi: «non renitente» eppure «non piegato» al volere del fato. Timpanaro dal canto suo ha osservato come nel Bruto minore il «titanismo storico» si tramuti in «titanismo cosmico» (S. Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Nistri-Lischi, Pisa, 1969, pp. 148-149). Quello di Leopardi si configura come un pessimismo senza conciliazione in una superiore sintesi, un pessimismo irriducibilmente non dialettico, ma lucidamente e agonisticamente aperto alla lotta dell’uomo contro il comune nemico: la natura o il fato (ivi, p. 174; p. 182). Se già De Sanctis aveva considerato la morale eroica «la parte più poetica del pensiero leopardiano», Walter Binni esalterà la poesia eroica assumendo la categoria dell’eroismo come la più adatta a caratterizzare l’atteggiamento protestatario del Recanatese.
  4. Leopardi, lettera a de Sinner, 24 maggio 1832.
  5. Camus, L’uomo in rivolta, cit., p. 31.
  6. Prendiamo chiaramente a prestito tale espressione dal cap. II de L’uomo in rivolta di Albert Camus. L’immagine della «rivolta metafisica», anche senza alcun riferimento (esplicito) a Camus, è stata abbastanza sfruttata dalla critica leopardiana. Cfr. W. Binni, La protesta di Leopardi, Sansoni, Firenze 1989. p. 84; p. 126; p. 135; p. 218; p. 220; p. 224; pp. 228-229 e passim. Binni ha decifrato la posizione leopardiana come una «polemica metafisica» (p. 228) e una «protesta contro la realtà sbagliata» (pp. 84-85). È risaputo che già per Luporini il nichilismo attivo di Leopardi implica un momento di «ribellione» contro il fato (C. Luporini, Leopardi progressivo, Editori Riuniti, Roma 2006, p. 120; Id., Decifrare Leopardi, Gaetano Macchiaroli editore, Napoli 1998, p. 245; p. 269). Si vedano pure G. Casoli, Dio in Leopardi, Città Nuova Editrice, Roma 1985, p. 138; B. Biral, La posizione storica di Giacomo Leopardi, Einaudi, Torino 1997, p. 127; p. 145; p. 151. Sul versante filosofico o religioso, l’idea della «rivolta ontologica» è ben presente in A. Caracciolo (Leopardi e il nichilismo, Bompiani, Bologna, 1994, p. 38; pp. 114-115; Id., Nichilismo ed etica, Il melangolo, Genova 2002, p. 72), ma anche in S. Givone, Disincanto del mondo e pensiero tragico, Il Saggiatore, Torino 1988, p. 161), in Roberto Garaventa, che ha parlato anche lui di una «rivolta ontologica» (Il suicidio nell’età del nichilismo. Goethe, Leopardi, Dostoevskij, Franco Angeli, Milano 1994, p. 158; Id., La noia, Bulzoni, Roma 1997, p. 244). L’atteggiamento di “rivolta” o di “ribellione” di Leopardi era già stato avvertito bene da D. Barsotti, La religione di Giacomo Leopardi, San Paolo, Milano 2008, p. 73; p. 79; p. 221 e passim. Il recente saggio di F. Cassano Oltre il nulla (Laterza, Roma-Bari 2003) ispirato all’idea camusiana di una rivolta metafisica e solidale (cfr. Id. Il pensiero meridiano, cit., pp. 85-88).
  7. Basti pensare al Poema sul disastro di Lisbona.
  8. Lucrezio, De rerum natura, I, vv. 62-79. È stato già notato il debito di alcuni versi della Ginestra (vv. 111-114) nei confronti di questo «elogio di Epicuro» (S. Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, cit., p. 419 postilla alla p. 223 e n. 86). Sul pessimismo di Lucrezio vedi anche H. Bergson, Extraits de Lucrèce avec commentaire, études et notes, Delagrave, Paris, 1883; tr. it. Lucrezio, Medusa, Milano 2001, pp. 32-33. Per Epicuro il mondo è assolutamente privo di finalità: «nec ratione ulla nec arte (…) instructum» (apud Lattanzio). Cfr. E. Bignone, Lucrezio come interprete della filosofia di Epicuro, in Id., L’Aristotele perduto, Bompiani, Milano 2007, p. 1050.
  9. Camus, L’uomo in rivolta, cit., p. 41.
  10. Ivi, p. 40.
  11. Ivi, p. 39.
  12. Ivi, p. 37.
  13. E. Andreoni Fontecedro, Natura di voler matrigna. Saggio sul Leopardi e su natura noverca, Kepos, Edizioni, Roma 1993, pp. 35 ss. L’autrice nota come la formula natura noverca non derivi a Leopardi direttamente da Lucrezio (in cui essa è, in effetti, assente), bensì ad altri autori latini (come Cicerone e Plinio) nei cui vetusta placita risuonano gli antichi adagi del pessimismo greco, che giungono a Leopardi mediante Lattanzio e Angelo Mai (scopritore del De re publica di Cicerone).
  14. Stratone parla di una vis divina (Cicerone, De natura deorum, I, 35).
  15. Ivi, vv. 195 ss.
  16. Camus, L’uomo in rivolta, cit., p. 35.
  17. Modernità e cristianesimo sono parte di un unico movimento epocale: Benjamin Constant docet (I Padri della Chiesa, lo “Spettatore”, IX, Milano, 1817, pp. 559-564. L’articolo era già apparso sul “Mercure de France”). E si tratta di un autore noto a Leopardi come a Camus.
  18. Libro di Giobbe, 3, 20.
  19. Leopardi, Canto del pastore errante, vv. 52-56.
  20. Z 507.
  21. Z 3342-3343.
  22. La figura del Deus absconditus è comune tanto al Libro di Giobbe (13, 14; 23, 8-9) quanto all’Ecclesiaste. Cfr. Isaia, 45, 15; Salmi, 27, 8-9; 88, 47.
  23. Il Dio dei patriarchi, il Dio del patto e dell’alleanza si è eclissato. Il Dio di Giobbe, come il Dio del Qohélet, come in parte quello già annunciato dai profeti (per es. Geremia, 23, 23), è un Dio lontano, un Dio divenuto misterioso e incomprensibile. Tale sarà anche il Dio di Pascal.
  24. Libro di Giobbe, 40, 2; 13, 3; 23, 2.
  25. E. Niccoli – B. Salvarani, In difesa di Giobbe e Salomon. Leopardi e la Bibbia, Edizioni Diabasis, Reggio Emilia 1998, p. 144; L. Marcon, Giobbe e Leopardi. La notte oscura dell’anima, Guida, Napoli 2005, p. 63. E. Bloch in Ateismo nel cristianesimo (Feltrinelli, Milano 2005, pp. 156-157) parla con simpatia di Giobbe come di un «Prometeo ebraico» in rivolta titanica contro il vecchio e inumano Dio dell’«oblio dell’etica» (ivi, p. 157) e della natura mostruosa.
  26. Ecclesiaste, 1-2.
  27. Analogamente, nel mito orientale di Gilgames è detto che «I giorni dell’uomo sono contati, qualunque cosa egli faccia non è altro che vento» (Tavoletta di Yale, 141-142).
  28. S. Natoli, L’esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano 2002, p. 305: «L’esperienza del dolore che nel Libro di Giobbe tocca il limite del non senso è però collocata nuovamente in un orizzonte di comprensibilità, trova una sua giustificazione, almeno in linea di principio, nell’imperscrutabile disegno di Dio. Il misterium Dei restituisce, sia pure per via mediata, senso al dolore».
  29. Secondo una leggenda cristiana risalente a Teodoreto, l’imperatore Giuliano l’Apostata prima di morire sconfitto dai Parti, avrebbe scagliato al cielo il proprio sangue, esclamando: «Hai vinto, o Galileo».
  30. Una possibile fonte è la Corinne (cap. VIII) di M.me De Stäel (cfr. C. Luporini, Decifrare Leopardi, cit., p. 269 n. 19).
  31. Ovidio, Metamorfosi,VI, vv. 273-312.
  32. Z 505.
  33. Z 504-507.
  34. Leopardi cita dall’antologia: Leçons de littérature et de morale di Noël-Delaplace, vol. I, p. 488.
  35. Z 222.
  36. Camus, Il mito di Sisifo, p. 119.
  37. Leopardi, Poesie e prose, vol. II, a cura di R. Damiani, Mondadori, Milano 1988, p. 1046.
  38. Si tratta di quelle che S. Timpanaro ha chiamato le «due facce del pessimismo» leopardiano: «la rassegnata e la combattiva» (La filologia di Giacomo Leopardi, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 110).
  39. Z 1546.
  40. Z 1865. Sul topos letterario della «disperata speranza», si veda L. Sozzi, Il paese delle chimere, Sellerio, Palermo 2007, pp. 321-349.
  41. Benjamin, Le affinità elettive, in Angelus Novus, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1995, p. 243.
  42. T. Mann, La montagna incantata, Corbaccio, Milano 1994, p. 369.
  43. Ivi, p. 232.
  44. Ivi, p. 368.
  45. Voltaire, Poema sul disastro di Lisbona, 163.
  46. Voltaire, Dialogo tra il filosofo e la Natura, in Scritti filosofici, vol. II, UTET, Torino 1971, p. 628. Cfr. Id., Poema sul disastro di Lisbona, v. 118: «Nati per i tormenti, muoiono ciascuno a causa dell’altro».
  47. D. Hume, Dialoghi sulla religione naturale, Laterza, Roma-Bari 1983, p. 87: «una guerra perpetua divampa fra tutte le creature viventi».
  48. -J. Barthélemy, Voyage du jeune Anacharsis en Grèce, cit., cap. XXVIII, p. 425.
  49. Goethe, I dolori del giovane Werther, 18 agosto, in Id., Romanzi, a cura di Caruzzi, Prefazione di C. Magris, Mondadori, Milano 1979, pp. 59-61.
  50. Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Bompiani, Milano 1988, p. 108: «Ho già sentito tutta a tua bellezza […] Ma nella mia disperazione ti ho poi veduta con le mani grondanti di sangue; la fragranza dei tuoi fiori mi fu pregna di veleno, amari i tuoi frutti; e mi apparivi divoratrice de’ tuoi figliuoli adescandoli con la tua bellezza e co’ tuoi doni al dolore».
  51. Z 4258; Z 4485-4486; Z 4462; Z 4511; Dialogo della Natura e di un Islandese, OM 243; Paralipomeni, IV, 12, vv. 7-8. Per quanto riguarda la concezione pessimistica e autodistruttice della natura nella ‘triade’ Goethe, Foscolo, Leopardi, si veda G. Manacorda, Materialismo e masochismo. Il «Werther», Foscolo e Leopardi, La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 135-145.
  52. G. Fichte, La missione dell’uomo, in Id. La dottrina della religione, a cura di G. Moretto, Laterza, Roma-Bari 1970, p. 51 n.132.
  53. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Mondadori, Milano 1999, p. 1497.
  54. Voltaire, Natura. Dialogo tra il filosofo e la Natura, cit., p. 628.
  55. Barthélemy, cit., cap. XXVIII, p. 427 (tr. mia).
  56. D’Holbach, Il buon senso, Garzanti, Milano 2005, p. 79.
  57. G. Leopardi, OM 241-242. L’immagine della natura persecutrice rimarrà, d’ora in poi, un punto di non ritorno, come conferma, ad esempio il Dialogo di Plotino: «la natura, il fato e la fortuna ci flagellano di continuo» (OM 465), alcuni versi di Al conte Carlo Pepoli (vv. 78-84), e un pensiero del 1829 in cui la natura è chiamata «persecutrice e nemica mortale di tutti gl’individui d’ogni gen. E specie, ch’ella dà in luce» (Z 4486).
  58. Leopardi, OM 242.
  59. Anche in Camus, come in Leopardi e Rensi, sono presenti tracce di un certo gnosticismo, a partire da titoli di per sé eloquenti come: Lo straniero, La caduta, L’esilio e il regno. Cfr. F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 126.
  60. Z 1611. Cfr. G. Leopardi, Sopra un bassorilievo, vv. 77-78: «a tutti noi che senza colpa, ignari,/ né volontari al viver abbandoni».
  61. Leopardi, OM 242.
  62. Leopardi, OM 322. Forse una reminiscenza di Jean Paul (letto da Leopardi in De l’Allemagne di M.me de Stäel): «Davanti a lui sta immobile il mondo intero, come la grande sfinge egizia di pietra semisdraiata sulla sabbia» (Jean Paul, Discorso del Cristo morto, in Id., Scritti sul nichilismo, Morcelliana, Brescia 1997, p. 24).
  63. Leopardi, OM 244.
  64. Non si può dimenticare che Luigi Pirandello chiude la prima parte del suo saggio sull’Umorismo proprio evocando “quei certi dialoghi e quelle certe prosette del Leopardi” non tenute nel dovuto conto dall’Arcoleo. Si può anzi legittimamente sospettare un influsso delle Operette morali sulla teoria pirandelliana dell’umorismo.
  65. Sul «detto di D’Alembert», citato di seconda mano da Leopardi, cfr. le puntualizzazioni filologiche di E. Peruzzi, «L’edizione fotografica dello Zibaldone», in AA. VV., Lo Zibaldone cento anni dopo, Olschki, Firenze 2001, t. I, pp. 378-379.
  66. Leopardi, OM 335.
  67. Leopardi, Pensieri, I.
  68. Leopardi, OM 238; OM 241.
  69. Leopardi, OM 241.
  70. Leopardi, Paralipomeni alla Bratracomiomachia , IV, 12, 8.
  71. Leopardi, OM 243.
  72. Leopardi, OM 145.
  73. Leopardi, Sopra un basso rilievo antico sepolcrale, vv. 48-49.
  74. Leopardi, OM 244. Per illuminare il senso di quel «rarissime volte» si può ricorrere a Dostoevskij, laddove descrive il «suicidio logico» di un materialista annoiato della vita: «la natura non soltanto non mi riconosce il diritto di domandarle conto, ma non mi risponde per nulla, e non perché non voglia, ma perché non può rispondere; poiché mi sono convinto che la natura, per rispondere alle domande, ha destinato (inconsciamente) me stesso e mi risponde con la mia coscienza» di «querelante e querelato» (Diario di uno scrittore, Bompiani, Milano 2007, p. 609). Il ragionamento del suicida si spinge fino all’aperta «rivolta metafisica»: «condanno questa natura — che senza tante cerimonie mi ha creato per la sofferenza — a essere distrutta insieme a me» (ivi). Si tratta di un passo significativamente ripreso da Camus nel Mito di Sisifo, cit., pp. 101-102.
  75. Si pensi a G. Leopardi, La ginestra («dell’uom ignara»), nonché all’Inno ai Patriarchi («Di colpe ignara e di lugubri eventi»).
  76. Leopardi, OM 401.
  77. Il tragico muore a vantaggio dell’assurdo, mentre il senso non conciliato cede il passo al deserto del senso. L’esistenza del senso tragico della vita postula infatti l’esistenza di un Fato e di un Senso indecifrabile che il mondo secolarizzato non ammette più. Sul tema dell’impossibilità del tragico, che merita un discorso a parte, si vedano utili spunti in: P. Szondi, Teorie del dramma moderno, Einaudi, Torino 2002, p. 110; S. Givone, Disincanto del mondo e pensiero tragico, Il Saggiatore, Torino 1988, p. 144; G. Anders, L’uomo è antiquato, I, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 231; Id., L’uomo è antiquato, II, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 378; E. Niccoli – B. Salvarani, cit., p. 134; p. 148; p. 150; G. Garelli, Filosofie del tragico, Bruno Mondadori, Milano 2001, pp. 67-69; p. 87; p. 89; pp. 111-112; M. Cacciari, Dallo Steinhof, Adelphi, Milano 2005, pp. 59-60; S. Quinzio, La croce e il nulla, Adelphi, Milano 2006, pp. 191-192; S. Natoli, L’esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano 2002, p. 206; p. 358; Id., La salvezza senza fede, Feltrinelli, Milano 2008, p. 98; U. Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, Milano 1999, p. 686.
  78. Alludo al Manuale di Epitteto, che nelle intenzioni di Leopardi avrebbe dovuto costituire il punto di partenza per il suo progettato Manuale di filosofia pratica. Cfr. E. Bigi, Dalle «Operette morali» ai «Grandi Idilli», «Belfagor», XVIII, n. 2, 31 marzo 1963, p. 136 e n. 14. Sul rapporto critico di Leopardi con il pensiero stoico, cfr. V. Steinkamp, La filosofia pratica di Giacomo Leopardi, in AA. VV., Leopardi poeta e pensatore, Guida, Napoli 1997, pp. 148-153; S. Mainberger, Felicità come indifferenza: Leopardi, Melville, Beckett, in AA. VV., Leopardi poeta e pensatore, cit., pp. 451-457.
  79. La frase si trova già in incunabolo di questo scritto, apparso l’anno precedente col titolo Sul pathos della verità (1872), dove si sottolinea la tendenza nichilistica della conoscenza (che, separata dall’arte, conduce inevitabilmente verso la «disperazione» e l’«annientamento») di contro alla funzione occultante della natura, che «nasconde la maggior parte delle cose».
  80. Nietzsche, FP 1887-1888, 11[97].
  81. Campailla, La vocazione di Tristano, cit., pp. 145-174.
  82. Nietzsche, FP 1886-1887, 5 [71], 4.
  83. Voltaire, Poema sul disastro di Lisbona, vv. 219-220.
  84. Ivi, v. 126.
  85. Ivi, v. 139. Si tratta di quel malum mundi ammessa, in un’ottica cristiana, da Alberto Caracciolo come pure da Luigi Pareyson.
  86. Voltaire-Rousseau-Kant, Sulla catastrofe. L’illuminismo e la filosofia del disastro, a cura di A. Tagliapietra, Bruno Mondadori, Milano 2004, pp. XXIV-XXV; pp. 20-21 n. 47, n. 57; p. 24; p. 37 n. 10.
  87. Ivi, p. 24.
  88. Moneta, L’officina delle aporie. Leopardi e la riflessione sul male negli anni dello Zibaldone, Franco Angeli, Milano 2006, pp. 210-222.
  89. Adorno, Dialettica negativa, cit., p. 326. Cfr. Id., Metafisica. Concetto e problemi, Einaudi, Torino 2006, p. 126.
  90. Z 4175.
  91. Schopenhauer cita la Professione di fede del Vicario Savoiardo (Emilio), ma anche la Lettera sulla Provvidenza indirizzata a Voltaire. Cfr. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 1502-1503.
  92. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 1499-1503. Leopardi è ivi citato a p. 1507.
  93. Dedico un intero capitolo della mia tesi di dottorato al «movimento di Pascal» (come lo chiamava Nietzsche).
  94. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 27, tr. P. Savj-Lopez e G. De Lorenzo. L’edizione Mondadori, dalla quale citiamo, traduce, invece: «vera liberazione del mondo» (p. 232).
  95. Leopardi, Bruto minore, vv. 58-59.
  96. Leopardi, Ad Arimane.
  97. L’assurdo in Leopardi si affaccerà altre volte timidamente quale eccezione al «sistema della natura», fino a quando esso non verrà drammaticamente denunciato come la regola, inaccettabile da parte dell’uomo.
  98. Z 99.
  99. Z 364.
  100. Z 1393. Vedi la lettera a Giordani del 4 settembre 1820: «Consoliamoci della indegnità della fortuna. I questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche».
  101. Z 3171.
  102. Z 4099.
  103. Z 4129.
  104. Z 4174.
  105. Leopardi, Cantico del gallo silvestre, OM 401.
  106. Leopardi, Ad Arimane.
  107. Leopardi, Il risorgimento, vv. 117-119.
  108. Leopardi, Sopra il ritratto di una bella donna, v. 43.
  109. Ivi, v. 47.
  110. Z 2432.
  111. Leopardi, Palinodia, vv. 166-167.
  112. Z 1470.
  113. Z 4174.
  114. Leopardi, Paralipomeni della Batracomiomachia, IV, 20.
  115. Ivi (sott. mia).
  116. Va precisato che l’espressione «filosofia dell’assurdo» era già stata utilizzata in funzione polemica contro l’epigono di Schopenhauer Bahnsen (G. Invernizzi, Il pessimismo tedesco dell’Ottocento. Schopenhauer, Hartmann, Bahnsen e Mainländer e i loro avversari, La Nuova Italia editrice, Firenze 1994, p. 235).
  117. Rensi, La filosofia dellassurdo, Adelphi, Milano 1991, p. 197.
  118. Camus ebbe al liceo come insegnante di filosofia Jean Grenier (poi divenuto suo maestro e amico), che nel 1926 aveva già scritto in francese un saggio sullo scetticismo di Rensi nel contesto dei Trois penseurs italiens: Aliotta, Rensi, Manacorda («Revue philosophique de la France et de l’Étranger», LI, 1926, nn. 5-6, pp. 361-389). Lo scritto di Grenier si trova ora riproposto col titolo Giuseppe Rensi, le scepticisme come prefazione della Philosophie de l’absurde di Rensi, Allia, Paris 1996 (la postfazione Giuseppe Rensi et le miroir du nihilisme è di Nicola Emery). Secondo Nicola Emery (Giuseppe Rensi. L’eloquenza del nichilismo, Formello (RM) 2001, p. 99; p. 148), Grenier avrebbe consigliato a Camus la lettura di Rensi, finendo così con l’influenzare l’idea camusiana dell’assurdo. A parte il fatto che una reminiscenza adolescenziale (l’aver sentito parlare di Rensi da parte del suo primo maestro di filosofia) può avere giocato un suo segreto ruolo, resta il fatto che per varie vie — in primis Kierkegaard, Dostoevskij e Kafka — Camus aveva attinto ad una diffusa «sensibilità» già circolante sul tema, ignorando di fatto che una «filosofia dell’assurdo» era nata con Rensi a cento anni esatti dalla morte di Leopardi. Alle affinità fra Rensi e Camus ha accennato anche Sergio Givone, in una sua recensione del già citato volume di Emery: Rensi prima di Adorno e Camus. La via italiana al pensiero negativo, «L’Unità», 9 luglio 1997).
  119. È stato Sartre a notarlo (Spiegazione dell’«Étranger» di Camus, in Che cos’è la letteratura?, Il Saggiatore, Milano 1995, p. 208). Nel volume citato si trovano sparse alcune considerazioni sull’assurdo in Camus (ivi, pp. 207-212; p. 252). Il modo in cui l’assurdo è rappresentato al termine della Nausea segna tutta la distanza da Camus: per Sartre l’assurdo nasce dalla superfluità e gratuità del contingente e della fatticità, non già, come in Camus (ma, si badi, già in Leopardi e Rensi!), dal dissidio avvertito fra senso (preteso dall’uomo) e non senso (del mondo).
  120. Pascal, Pensées, 437 Brunschvicg. Cfr. G. Leopardi, Z 4099-4100; Z 4129 ss.
  121. Camus, Il mito di Sisifo, cit. p. 8.
  122. Ivi, p. 12.
  123. Nietzsche, FP 1887, 9 [182].
  124. Camus, Taccuini 1942-1951, Bompiani, Milano 1992, p. 271.
  125. Il poeta tragico è espicitamente nominato nella pagina conclusiva del Mito di Sisifo. Dal canto suo, un grande studioso della tragedia, Mario Untersteiner, attento lettore di Rensi, potrà dedicare una omonima monografia a Sofocle, leggendolo proprio alla luce della categoria dell’assurdo (Sofocle, Lampugnani Nigri, Milano 1974).
  126. Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. 39.
  127. Ivi, p. 46.
  128. Ivi, p. 51.
  129. Ivi, p. 55.
  130. Ivi, p. 58.
  131. Leopardi, OM 497.
  132. Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. 48: «Non so se il mondo abbia un senso che lo trascenda; ma so che io non conosco questo senso e che, per il momento, mi è impossibile conoscerlo. Che valore ha per me un significato al di fuori della mia condizione?». L’atteggiamento scettico di Camus è ribadito anche più avanti (ivi, p. 50; p. 52). Ma l’apparente rigidità di una «metafisica scettica» si allenta ben presto in una specie di scetticismo metodico che nell’Uomo in rivolta sarà destinato a mettere capo a un superamento del nichilismo posto sotto il segno del «pensiero meridiano» e della «misura». Intanto, ammesso che niente abbia un senso, la coscienza di questo stesso e la conseguente rivolta dovrebbero bastare, secondo Camus, ad assicurare un senso alla nostra vita (cfr. ivi, pp. 50-51). Analogamente, l’«assurdo» verrà presentato come «l’equivalente, sul piano dell’esistenza, del dubbio metodico di Cartesio» (L’uomo in rivolta, cit. p. 10). Infatti, «grido che a nulla credo e che tutto è assurdo, ma non posso dubitare del mio grido e devo almeno credere alla mia protesta» (ivi, p. 12). Da un simile «ragionamento» riemerge inoltre il valore, il senso della vita: «il ragionamento assurdo ammette la vita come solo bene necessario, in quanto essa ammette appunto il confronto: senza la vita, la scommessa assurda non avrebbe più appoggio alcuno. Per dire che la vita è assurda, bisogna che la coscienza sia viva» (ivi, p. 8).
  133. Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. 23.
  134. Ivi, p. 28.
  135. Ivi, p. 46.
  136. Ivi, p. 29. Per la verità, il tentativo di tenere distinti il sentimento o l’emozione dal concetto, l’esperienza o l’atteggiamento dall’analisi e dal ragionamento dell’assurdo non appare sempre così riuscito, specie nell’«Introduzione» all’Uomo in rivolta.
  137. Ivi, p. 51.
  138. Camus, L’uomo in rivolta, cit., p. 8. Eppure, ciò non impedisce a Camus di continuare a parlare di un “mondo assurdo” o “irrazionale” o simili, specie nel Mito di Sisifo (cit., p. 23; p. 28; p. 40; p. 43; p. 49; p. 65; p. 91; p. 106).
  139. Leopardi, La ginestra, vv. 111-113.
  140. Non può sfuggire l’altra profonda affinità che lega segretamente Camus a Leopardi: il tema camusiano della «solarità» corrispondente a quel genio meridiano e immaginativo che accompagna Leopardi senza ripensamenti in tutto l’arco del suo pensiero. Si tratta del polo positivo del nichilismo leopardiano: il solo in grado di assicurare una direzione e un senso alla sua rivolta metafisica.
  141. Camus, La peste, Bompiani, Milano 1980, p. 235.

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Un nuovo inizio

di Stefano Gandolfi, Kathmandu (Nepal), 30 aprile 2016

Un anno prima del mio licenziamento dall’Ospedale, mi ritrovai all’inizio di un percorso faticoso ma entusiasmante: la metabolizzazione della fine di una fase lunga e totalizzante della mia vita e dell’esordio di una nuova. Probabilmente non me ne rendevo nemmeno conto, poteva essere solo l’ennesimo viaggio in giro per il mondo.

Materialmente si è trattato semplicemente di comprare un biglietto on-line per il Nepal, viaggiare da solo fino a Kathmandu, trovarmi con gli amici e compagni della nostra associazione di volontariato, prendere contatti con i nostri referenti locali, caricare tutte le attrezzature necessarie sulle jeep, salire sulle stesse, fare un viaggio di 5 ore per un tragitto di 50 chilometri su strade sterrate sempre più impegnative e sconnesse, arrivare faticosamente nel villaggio a nord-ovest di Kathmandu ove avevamo il progetto di aiutare i bambini della scuola, distrutta dal terremoto, e la popolazione adulta del villaggio, offrendo a tutti loro due giornate di visite mediche gratuite, con la collaborazione di medici ayurvedici nepalesi, e un breve corso intensivo teorico-pratico, rivolto sia agli studenti sia agli insegnanti ed educatori, sull’igiene, sull’acqua e sui presidi sanitari di base.

Due notti a dormire nelle baracche del villaggio semi-distrutto dal terremoto, l’ospitalità stupenda, nella povertà materiale e nella ricchezza emotiva, della popolazione locale. E poi un giorno di trekking lavorativo camminando a lungo per i villaggi, girando capanna per capanna con la guida e le indicazioni dei nostri collaboratori, a visitare tutte le persone che potessero avere bisogno di un medico. Emotivamente… beh, semplicemente un terremoto, un viaggio sulla Luna e su Marte, qualcosa di apparentemente simile a tanti altri viaggi un po’ avventurosi fatti in passato, ma con prospettive, obiettivi completamente diversi. Non più turismo puro e semplice, certo la componente edonistica del viaggio rimane presente ma coniugata con motivazioni nuove. L’inizio di un nuovo, lungo percorso che sarebbe proseguito negli anni successivi.

Dal punto di vista medico è stata un’esperienza intensa a 360°, in tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Quelli positivi: il rapporto umano con le popolazioni locali, ospitali all’estremo, con i bambini curiosi, affettuosi e sempre di buon umore, con persone grate per ricevere anche pochissimo ma che per loro comunque è sempre più di zero, laddove zero è lo standard; persone che probabilmente, molte di esse perlomeno, non hanno mai visto un medico e non si aspettano di vederlo magari per tutta la vita, e che comunque devono pagarsi visite e cure sanitarie anche qualora possano raggiungere la città con gli ambulatori, gli ospedali, le strutture sanitarie esistenti. Persone per le quali è già una cosa rimarchevole essere ascoltati, anche solo per pochi secondi, a prescindere che da quell’ascolto possa derivarne qualcosa di utile e di concreto.

Gli aspetti negativi sono l’altra faccia della stessa medaglia: povertà estrema, difficoltà enormi anche solo nell’accesso ai villaggi, rete sanitaria inesistente, sporadici contatti con medici governativi, spesso praticanti medicina Ayurvedica che nella limitatezza dei mezzi a disposizione (senza entrare nel merito della validità scientifica di tale medicina tradizionale), può fornire poco più che un supporto psicologico, una buona “pacca sulla spalla” e qualche preparato naturale, erboristico, più a portata di mano e più economico delle medicine tradizionali.

Un nuovo inizio 02

La mia esperienza è stata nettamente distinta in due momenti: il primo, quello appunto in cui mi sono trovato fianco a fianco con un gruppo di medici ayurvedici di Kathmandu coi quali si è cercato di dare ascolto a tutta la popolazione dei villaggi radunata nel piazzale della scuola, almeno 200 persone all’incirca, ognuna delle quali esponeva velocemente un rapido elenco dei propri disturbi e altrettanto velocemente riceveva una prescrizione di qualche rimedio ayurvedico o, più raramente e in casi molto selezionati, qualche farmaco occidentale, nei limiti della piccola scorta portata al villaggio con i fuoristrada; ben presto ho capito che in queste circostanze non potevo interferire più di tanto con i colleghi locali, i quali oltretutto erano gli unici a poter avere un rapporto con le persone per via della lingua, mentre io dovevo per forza avere loro come intermediari, parlandoci in inglese. La possibilità di una visita medica, anche solo superficiale, era impedita sia dalla mancanza assoluta di privacy, con 4 medici e 20-30 persone stipate in una piccola baracca di lamiera di 4mx4m, sia dalla necessità di prestare attenzione a tutti nell’arco di una sola giornata al termine della quale i medici locali sarebbero ritornati in città.

Nel giorno successivo ho avuto invece la possibilità di muovermi a piedi, accompagnato dai compagni del gruppo, dalla dottoressa Roberta e dai maestri del villaggio, in un vero e proprio trekking sanitario che mi portava di volta in volta a incontrare persone lungo i sentieri, davanti alle loro capanne, per terra seduti o sdraiati nella polvere fra bambini curiosi, polli, caprette che razzolavano indisturbate, a visitarli con i pochi mezzi che avevo a disposizione, un fonendoscopio, un apparecchio per misurare la pressione, una pila per guardare in gola, un martelletto per provare i riflessi, un saturimetro per valutare l’ossigeno nel sangue…e mi sembrava già, rispetto al giorno precedente, di essere nel lusso e con sovrabbondanza di mezzi; e la piccola scorta di farmaci che avevo nello zaino, portati dall’Italia quasi in clandestinità perché non avevo un accredito ufficiale del governo nepalese né di qualche grande organizzazione internazionale, mi ha permesso di dare qualche piccola possibilità di fornire cure immediate e concrete.

Ben presto ho capito che era un’utopia l’idea dell’igiene e della sterilità, sopraffatto dalla polvere, dalla terra, dalla sporcizia storica delle persone che visitavo, e in poche ore ho fatto un salto indietro di secoli nell’atteggiamento mentale e fisico, abbandonando ogni remora e preoccupazione cercando di adeguarmi il più possibile, anche sotto questo punto di vista, alle condizioni locali.

Cosa è servita questa esperienza? Molto breve, nella limitatezza del tempo a disposizione, molto eroica non tanto per quello che ho fatto quanto per le condizioni logistiche, assolutamente piacevole nella scoperta di persone che in un’altra parte del mondo e con una lingua sconosciuta, esprimevano tuttavia le stesse semplici e basilari necessità di qualsiasi altra persone del mondo, che fosse in Africa, in Asia o in Sudamerica. Piacevole la consapevolezza di poter innescare un contatto e una comprensione quasi immediata, superando distanze siderali di cultura, religione o quant’altro… piacevole il riuscire a superare la diffidenza e il disagio dal primo contatto con uno sconosciuto venuto da chissà dove, che poi però si sedeva con loro per terra per visitarli.

Strano e inizialmente inquietante il rendersi conto che con tutta la cultura e la preparazione scientifica che ci portiamo dietro, nel momento in cui non abbiamo a disposizione esami di sangue, laboratori analisi, radiografie, ecografie, TAC e RMN, ci scopriamo a doverci reinventare un nuovo modo di ragionare che in realtà è vecchissimo e risale agli albori della medicina, quando bisognava fare affidamento solo sulle proprie mani, sugli occhi e sul cervello per discriminare ciò che si osservava: e ancora una volta piacevole scoprire che nei limiti di un aiuto immediato, si riusciva a dimenticare tutti i dubbi di questa privazione di mezzi, cercando di affinare le proprie intuizioni per una valutazione immediata, magari superficiale ed imprecisa ma finalizzata ad una decisione da prendere comunque subito. Agli antipodi della medicina difensiva che ormai è quasi la prassi odierna, quando si chiede qualsiasi esame disponibile al di là della reale necessità, per essere sicuro di non commettere errori od omissioni di cui si possa essere accusato.

Cosa dire, al di là della retorica che spesso si accompagna a queste esperienze? Che si riscopre, come sempre in un qualsiasi viaggio anche se solo per turismo o per trekking, in zone del mondo povere come questa, l’essenziale contrapposto al superfluo; si riscopre l’importanza di una confezione di antibiotico che può fare la differenza fra la vita e la morte in una banale, ma non troppo, polmonite: così come mi spiegava un medico coreano volontario in uno sperduto ambulatorio medico a 4000 metri a Kunde, un villaggio nella valle dell’Everest semidistrutto dal terremoto del 2015, nel quale al ritorno dal campo base dell’Everest io e un compagno di trekking medico abbiamo portato i nostri zaini carichi di farmaci da lasciare in dono.

Ma si scopre anche l’importanza di una ferrea organizzazione, in assenza della quale tutti gli sforzi o quasi si vanificano nel pantano della inefficienza, dell’inerzia, della burocrazia, per non dire anche di peggio, ovvero la corruzione e la furberia di chi si aspetta per diritto divino ogni genere di aiuto e di regalia come se fosse una cosa ovvia e scontata. Talvolta anche la malafede di chi è convinto che chiunque arrivi dall’occidente sia così ricco e carico di soldi da poterne elargire a pioggia in modo illimitato e perpetuo.

Si impara presto a selezionare su chi e cosa finalizzare gli sforzi, psico-fisici ed economici, si pensa ai bambini, agli studenti, che molto più dei loro genitori e nonni potrebbero avere una chance di cambiare la loro vita e il loro atteggiamento nei confronti del mondo. Si impara, perché no? e questo veramente in controtendenza rispetto all’ipocrisia della retorica, a essere cinici, magari anche duri, con chi ostacola o non capisce gli sforzi che si fanno. C’è molto da imparare, nel bene e nel male, da un viaggio e da un’esperienza come questa. E senza alcun dubbio ci si arricchisce e, questa volta in pieno ossequio alla retorica, si riceve molto più di quanto si dà.

Un nuovo inizio 03

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Postilla sulla leggerezza

di Paolo Repetto, 2 aprile 2016

(Avrei potuto titolarla Post dictum, perché è in effetti queste cose sono state dette in coda alla simpatica discussione seguita all’intervento. Le inserisco non per una coazione al riciclo, ma perché in maniera sia pur rozza riassumono il mio convincimento che la cultura o è impegno etico, o non è affatto)

Mi accorgo che il mio intervento (Leggeri come le pietre) ha sforato di molto i tempi previsti, risultando probabilmente tutt’altro che leggero. Il che mi fa sorgere un dubbio. A dire il vero è lo stesso che da qualche tempo torna sempre, qualsiasi argomento io affronti. Potrei tenermelo, ma non mi sembra corretto, e comunque ormai siamo in ballo. Quindi sarò irrituale e mi porrò io stesso la domanda: Va bene, noi scegliamo perché siamo “leggeri”. Ma fino a che punto siamo noi a scegliere di essere tali? Detto in soldoni: non è che leggeri, rispetto alla quotidianità dei rapporti come in letteratura, ci si nasce, e se non ci sei nato, hai voglia a diventarlo? Calvino giustamente questo dubbio non ce l’ha, o almeno non lo esprime; e in effetti c’entra poco con la sua lezione, che tratta la fenomenologia letteraria della leggerezza, la dà per scontata e parla di una sua applicazione. Ma io ho sconfinato, non solo dal tempo ma anche dall’ambito letterario, e allora mi viene spontaneo risalire a monte e chiedermi se è davvero possibile ‘educare alla leggerezza’. Non è una domanda oziosa. Ci riguarda da vicino, qui e adesso. Incontri come questo, al di là delle limitatissime capacità e competenze di chi li conduce, hanno un senso, sono in qualche modo costruttivi, oppure servono solo a raccontarcela tra noi, che presumiamo di essere leggeri e ce ne sentiamo gratificati? E di fronte ad atteggiamenti diversamente orientati nei confronti dell’esistenza, è una causa persa in partenza?

Non ho una risposta, né sono qui per darne. Infatti sto ponendo delle domande. Il dubbio rimane. Ma proprio la lettura di Calvino, le sorprese che continua a procurarmi ogni volta e le riflessioni che ha messe in moto da subito, mi rafforzano a credere che valga la pena. In fondo, siamo tutti “malati di speranza”. È la malattia che ci fa vivere. E comunque, non ci fosse altro, rimane il piacere di aver riletto le Lezioni americane e di condividere questa lettura.

Non solo quello, però. Io ritengo che intesa in senso ampio, come impegno conoscitivo e habitus etico, la leggerezza costituisca l’unico vero vaccino contro le più allarmanti patologie morali contemporanee: l’integralismo e l’arroganza. E che abbiamo un gran bisogno di farne scorta. L’integralismo è l’espressione più eclatante della pesantezza spirituale: nasce paradossalmente proprio dalla superficialità, dall’incapacità o dal rifiuto di cogliere la complessità del mondo. Nell’uno e nell’altro caso è una forma di arroganza, direttamente proporzionale all’ignoranza. Lo è stata sempre, ma lo è tanto più nella sua versione attuale. Non conoscere il mondo induce ad averne paura, e ad adottare di conseguenza un comportamento aggressivo, una forma di difesa preventiva che si risolve eminentemente nel rifiuto di sapere: appare rivolta contro gli altri, ma ha come vero avversario se stessi, l’”inconscia coscienza” della propria inadeguatezza, che invece di tradursi in consapevolezza, e quindi in spinta positiva a coltivarsi, si risolve in uno sprezzante arroccamento. Rifiutare la complessità del mondo, dopo averla conosciuta, è invece una forma di debolezza, di viltà, che al pari dell’ignoranza pura non può che portare al disprezzo di se stessi, e quindi allo stesso atteggiamento nei confronti degli altri.

Insisto su queste cose perché nelle diverse fenomenologie della presunzione, dell’aggressività, della maleducazione, dell’ignoranza spudoratamente e quasi orgogliosamente sbandierata, l’arroganza mi sembra davvero il male più diffuso tra le ultime generazioni. Un male che non solo non viene combattuto, ma è sempre più tollerato, ad esempio nelle scuole, in nome non si sa bene di quale nuovo progetto antropologico, ma più in generale in ogni ambito di rapporti umani: e viene addirittura coltivato nelle “scuole di management”, quelle dove si forgia la futura classe dirigente economica e politica.

Mi sforzo di credere che un qualche argine si possa fare: e quando tutto congiura a non lasciarmelo credere, mi dico che comunque la resistenza, quali possano essere le prospettive, è un dovere morale. E questo imperativo non può essere incrinato da alcun dubbio.

 

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Leggeri come le pietre

di Paolo Repetto, 2 aprile 2016

Non conosco nulla al mondo
che abbia tanto potere quanto la parola.
A volte ne scrivo una, e la guardo,
fino a quando non comincia a splendere.
Emily Dickinson

Carlo Levi ha titolato un suo romanzo-reportage Le parole sono pietre. Non so se si tratti di un conio originale o di una citazione: è comunque un bellissimo titolo, che si autolegittima immediatamente perché colpisce davvero come una pietra. E lascia il segno. Lo si può però interpretare in mille modi, e infatti da sessant’anni continua ad essere saccheggiato e piegato agli usi più diversi (è quello che sto facendo anch’io). Può significare, ad esempio, che le parole pesano, nel senso che sopravvivono a coloro che le pronunciano, spesso anche sfuggendo all’intenzionalità originaria; oppure che possono fare molto male, se scagliate con animo malevolo, o che buttate per aria a vanvera possono ricaderti in testa; o ancora, che sono un materiale da costruzione, e rimangono mucchio inerte quando manca un progetto, un’idea a legarle, ma diventano edificio se sapientemente disposte. Ciascuna di queste interpretazioni, nel giusto contesto, ha una sua validità. Occorre però distinguere tra la concretezza del significato, che è positiva, e la pesantezza del linguaggio, che è invece negativa.

Questa distinzione viene mirabilmente chiarita nella prima delle Lezioni americane di Italo Calvino, quella dedicata alla leggerezza. Calvino riabilita un termine che nell’uso corrente, almeno sino all’avvento delle pubblicità delle acque minerali e degli yogurt, ha sempre sofferto di un retrosapore acidulo. Si definisce ad esempio ‘leggera’ una donna disinvolta negli affetti e si qualifica come “leggerezza” un comportamento scorretto, quando si vuole essere benevoli, e l’aggettivo è in genere associato a immagini o concetti negativi, sia pure apparentemente per mitigarli: si parla di una “leggera” imperfezione fisica per usare un eufemismo, o di un pasto ‘leggero’ per non dire che era insufficiente, o consumato senza piacere. Anche il consiglio di “prendere la vita alla leggera” nasce dal presupposto che l’esistere non sia affatto leggero, mentre per converso si lamenta insostenibile la “leggerezza” dell’essere.

Applicando la categoria della leggerezza al campo della letteratura, un settore nel quale essa non gode di una considerazione molto migliore, si scompiglia l’ordine dei valori. Calvino lo fa viaggiando aereo attraverso i secoli e i capolavori e ci regala proprio col suo scritto la migliore esemplificazione di quanto va teoricamente affermando. Spazia nelle letterature mondiali, a partire da quelle classiche, e allinea in un’ideale continuità gli autori apparentemente più lontani (Lucrezio ed Ovidio, ad esempio). Quando poi arriva alla moderna letteratura occidentale identifica in essa due grandi filoni, l’uno facente capo a Cavalcanti, l’altro a Dante. Nel primo caso, dice, siamo di fronte a “una concezione del linguaggio come elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, nel secondo il linguaggio prende il peso, lo spessore, la concretezza dei corpi”.

Lo scrittore non prende partito per l’uno o per l’altro modello: il suo non è un manifesto di poetica. È una proposta di lettura (e di scrittura), nella quale tra l’altro riesce implicito che al di sopra di un certo livello la letteratura approda sempre alla leggerezza, e che i modi in cui lo fa sono diversi, ma non contrapposti. Quello che gli preme dimostrare è che la leggerezza non indebolisce il linguaggio, anzi, gli dà forza. Parla di una gravità senza peso, e per esemplificarla cita Valéry: “Essere leggeri come un uccello, e non come una piuma”. Ecco, essere leggeri non significa per Calvino volteggiare qua e là trascinati dal vento, ma librarsi in volo vincendo la resistenza dell’aria e quella della gravità, per guardare alle cose della terra col necessario distacco e da una sufficiente altezza. Per questo insiste sul Cavalcanti, proponendolo a modello sia come persona, quale è descritto nel famoso racconto di Boccaccio (sì come colui che leggerissimo era), sia come il poeta che ingentilisce passioni e sentimenti attraverso il teatrino degli spiritelli: ma solo per mostrare che in Cavalcanti l’idea di fondo è quella di una organicità del mondo, mentre in Dante prevale piuttosto quella di una organizzazione. Lo fa confrontando due versi quasi identici, che evocano entrambi quanto di più leggero e assieme concreto si può immaginare, la caduta dei fiocchi di neve: e riesce a farci percepire la diversa consistenza delle coltri lasciate dalle due nevicate.

Naturalmente non ho intenzione di seguire Calvino passo passo nella sua selva di spunti e di rimandi. Sarebbe inutile, perché la scrittura di Calvino non ha bisogno di esegeti. Si fa prima a leggerlo, e se ancora non lo aveste fatto, affrettatevi. Cercherò di non guastarvi il piacere. Mi limito quindi a mettere a fuoco ciò che la prima lezione americana ha suggerito a me. Non è un uso improprio: ho il beneplacito di Montaigne, uno che a Calvino piaceva molto, il quale diceva che la parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta. E allora, vado con la mia metà.

Parto proprio dal rifiuto della connotazione negativa: per arrivare ad intenderci è importante stabilire innanzitutto cosa la leggerezza non è. Come dice lo stesso Calvino, la leggerezza non va confusa con la superficialità. Per tenerci ad un recente titolo di successo, la scrittura “leggera” non è quella che viaggia “Tre metri sopra il cielo”. In questo caso la leggerezza non sarebbe nemmeno quella della piuma, al più quella della polvere: ma non è questo il punto. Ciò che a noi importa è che l’autentica “leggerezza” del linguaggio non ha niente a che vedere con la povertà o con l’inconsistenza dei contenuti: al contrario, ha la capacità di rendere accessibile una fondamentale intuizione del mondo. E non solo: ha anche il merito di renderla accettabile. Il linguaggio non è soltanto uno strumento. È il sistema che organizza e moltiplica le possibilità di significato delle parole, e in questo modo fa circolare – e prima ancora fa nascere – le idee. Le parole possono servire per erigere bastioni saldamente ancorati al suolo, pesanti e invalicabili, oppure ad innalzare cattedrali gotiche, con guglie che puntano verso il cielo e le sollevano da terra. Con esse si possono costruire muri, ma anche aprire finestre. Ecco, a noi interessa il linguaggio che alza muri solidi, ma apre in essi delle finestre.

Finestre su cosa, però? Su ciò che sta sotto la superfice. Sulla materialità e sulla complessità del mondo. Più lo sguardo scende nel profondo, più diventa chiara e visibile l’intima connessione delle cose, che sono riconducibili a pochi principi comuni, solo variamente combinati (l’esempio che Calvino porta è quello dell’atomismo e di Lucrezio). La complessità della materia rivela la sua fondamentale semplicità. La leggerezza nasce dunque da una conoscenza profonda: è un modo per sottrarsi alla indeterminatezza del caso, quella si insostenibile, o almeno per non arrendersi ad essa passivamente. Conoscere significa mettersi in condizione di sostenere la visione pietrificante della Medusa, ovvero l’idea dell’insignificanza oggettiva del nostro esistere, senza lasciarsi pietrificare. Calvino cita il mito di Perseo, che cattura l’immagine di Medusa attraverso uno specchio. Quello specchio è la mediazione culturale, che è assieme coscienza di appartenere al divenire naturale e consapevolezza di esserne stati in qualche modo espulsi. La mediazione ci ritaglia un minuscolo frammento di spazio e un infinitesimale lasso temporale nei quali possiamo esercitare la nostra libertà e dobbiamo assumerci la nostra responsabilità. Oggi l’immagine della Medusa la cattureremmo attraverso un obiettivo, saremmo addirittura noi a pietrificarla: ma questo della differenza tra lo specchio e l’obiettivo è un altro discorso, che riguarda una deriva della conoscenza, buono magari per una futura conversazione. Per stasera limitiamoci a dire che lo specchio è il linguaggio. E che il linguaggio è “leggero” quando non altera e non nasconde la verità, ma riesce a creare tra noi ed essa una zona di rispetto nella quale ci sia consentito costruire senso. Dalle finestre si vede la verità, ma si vede anche il cielo che le sta sopra. E non è necessario andare tre metri oltre.

Per poter essere comunicata e condivisa questa conoscenza deve tradursi, nella fattispecie letteraria, in chiarezza e in precisione. La chiarezza riguarda i contenuti. Lo specchio deve essere lucido. Le cose sono semplici, lo sono in una maniera che non ci piace, ma stanno così. E già sapere come stanno le cose comunque ci rassicura: ciò di cui abbiamo davvero paura è l’ignoto.

Ma cosa dobbiamo intendere per precisione? La cura pignola del dettaglio? Se così fosse Leopardi dovrebbe essere immediatamente espulso dal club (come suggeriva Pascoli, per via delle rose e delle viole), mentre ne è invece uno dei membri più autorevoli. In letteratura infatti la precisione non coincide col realismo. Quella che noi chiamiamo realtà è solo una delle sue possibili e momentanee manifestazioni. Un contadino medioevale catapultato nella nostra era rifiuterebbe di credere ai suoi occhi, ma anche lo stesso Pascoli dovrebbe digerire la compresenza sugli scaffali del supermercato di uva, ciliegie e arance al mese di febbraio. La precisione ha a che vedere piuttosto con la coerenza interna al testo, di qualsiasi natura esso sia. E dietro al testo deve esserci un sistema coerente di pensiero, chiaramente intuibile. Borges non ha mai scritto una riga di realtà, ma assieme allo stesso Calvino è l’autore più preciso e leggero che io conosca. La precisione non vieta dunque di inventarsi un mondo, ma impone che le regole che lo governano siano poi rispettate. Chi riesce a farlo, come Lewis Carroll o Tolkien o Philiph Dick, ma anche gli autori dei cartoni animati classici, da Silvestro al Vilcoyote, crea dimensioni che hanno la stessa dignità di esistere delle geometrie non euclidee.

Allo stesso modo, la precisione non vieta di rileggere la natura e la storia con occhiali agli infrarossi, che ne mostrano facce nascoste e inaspettate. Ariosto e Leopardi fanno proprio questo. Ma sanno dove puntare lo sguardo. E quindi, una volta constatato come le cose siano mutevoli e intercambiabili e quanto tutto sia effimero e vano (non solo le cose: pure i sentimenti, gli odi, le passioni, ecc., vanno e vengono e si trasformano), capiscono anche che, in ultima analisi, tutto in qualche modo si tiene, sia pure in una catena della quale noi siamo solo un anello, e abbastanza periferico.

La leggerezza non è tuttavia relativismo. Il fatto che tutto sia intimamente connesso e che ogni cosa possa trasformarsi in un’altra non significa affatto che una cosa vale l’altra: significa, piuttosto, che nulla va mai completamente perduto (altro esempio che Calvino porta è quello di Ovidio e delle Metamorfosi). Il relativismo è negare valore a tutto: la leggerezza è, al contrario, attribuirglielo. Non però alla maniera di certa “postmodernità”, ponendo tutto sullo stesso livello: piuttosto, attribuendo il valore attraverso un segno più o meno, in termini algebrici. Sto evidentemente parlando, a questo punto, non più della letteratura, ma della vita nel suo complesso. La leggerezza comporta, perché profondità, perché conoscenza, perché precisione, l’obbligo di scegliere: ed è un’opzione etica, non solo poetica.

Cerco di spiegarmi. Rimanendo nell’ambito letterario, possiamo affermare che la leggerezza sta nel trattare argomenti seri in modo che rimangano tali, senza per questo diventare grevi. Di conseguenza, non è mai volgarità: è anzi assoluta eleganza. Calvino la identifica, oltre che nel gesto di Cavalcanti, nel passo danzante di Mercutio e nella “melanconia” che caratterizza un po’ tutti i personaggi shakespeariani: la melanconia è tristezza diventata leggera. Come abbiamo già visto, questo alleggerimento non nasce dalla superficialità, ma dalla coscienza che la sostanza ultima del molteplice è un pulviscolo di atomi. Noi non governiamo le aggregazioni di queste particelle (di qui la nostra tristezza), possiamo però scegliere come raccontarle, e in qualche misura come muoverci al loro interno (di qui la melanconia). Porto anch’io un esempio, che mi è suggerito dai movimenti del valzer (non sono affatto un ballerino, ma ho rivisto recentemente 2001. Odissea nello spazio, e la danza cosmica di pianeti e astronavi al suono de Il bel Danubio blu mi ha affascinato). Il valzer fa levitare armoniosamente nell’aria i corpi, è sospensione della gravità. Si volteggia sfiorando appena il pavimento, in sincronia totale con le altre coppie, senza sgomitare, senza creare vicendevoli intralci. È una metafora della società ideale, e anche della narrazione ideale, quella che si realizza nella vorticosa coreografia del poema ariostesco. Al confronto le danze moderne sono pesanti, involgarite da gesti meccanici e bruschi, sovraccariche di un atletismo esasperato: fingono uno scatenamento liberatorio, ma anche il più acrobatico dei ballerini si stacca da terra solo per un momento, per poi ricadere pesantemente. Portano una sfida continua alla gravità, nella quale però alla fine la gravità vince sempre. E sono danze individuali, il cui unico scopo appare quello di guadagnare lo spazio centrale, calamitare l’attenzione, sottraendola agli altri. Non si potrebbe trovare metafora migliore della società attuale e della letteratura che ne sortisce, che hanno quale caratteristica più spiccata la confusione tra leggerezza ed esibizionismo becero.

Proprio perché elegante, invece, la leggerezza rifugge dall’esibizione: è anzi il suo contrario, è il sottrarsi ad ogni forma di spettacolarizzazione. Di sé come del mondo. Sta agli antipodi della smania di dare spettacolo di sé, di mostrarsi senza alcun imbarazzo anche nelle situazioni più degradanti, della disponibilità a lasciarsi umiliare, maltrattare, mettere alla berlina, pur di essere guardati, che sembra aver contagiato l’umanità intera (e non solo l’Occidente: anche gli anti-occidentali hanno ceduto al fascino dell’autorappresentazione). E, allo stesso modo, della compulsione a fare spettacolo di ogni cosa, incorniciandola, falsificandola, esasperandola. Questi sembrerebbero atteggiamenti legati al prevalere della cultura dell’immagine rispetto a quella scritta, e quindi estranei alla letteratura. Ma le cose non stanno così, perché la caduta di ogni inibizione a mettersi a nudo e la volontà di “spettacolarizzare” qualsiasi tema vanno a incidere anche, e pesantemente, sulla narrazione scritta. Il concetto di leggerezza va ridefinito dunque anche in questo ambito, perché in effetti la spettacolarizzazione alleggerisce la realtà, ma solo nel senso che le fa perdere consistenza: e non è questa la leggerezza di cui parla Calvino.

In letteratura il rifiuto dell’esibizione significa, ad esempio, che si può trattare qualsiasi argomento, anche quelli ritenuti più scabrosi, senza indulgere a noiosissime discese nelle cinquanta sfumature della meccanica copulatoria o nei cataloghi più o meno patinati delle fantasie “perverse”. Significa che in realtà non ci sono argomenti scabrosi, ma solo atteggiamenti grevi o stupidi nel trattarli. Che esiste un naturale senso del pudore, che non ha nulla a che fare con quello “comune”, e attiene ai modi, non ai contenuti. “La sventurata rispose” non è un capolavoro di reticenza, ma di eleganza allusiva. Viene da un autore che non parrebbe certo figurare tra le bandiere della leggerezza, ma la raggiunge attraverso quella forma positiva di autocensura che è il rispetto dell’intelligenza altrui (intendo di quella che agli altri si vorrebbe poter attribuire, e che va dunque coltivata e sollecitata).

Un discorso analogo vale per temi come quello della violenza o della morte, che mantengono la loro dignità e serietà solo quando vengono affrontati con una discrezione intesa non a rimuoverne o a celarne la drammaticità, ma a circoscriverne lo spazio, a conservarlo “sacro”. Voglio dire che è necessario salvaguardare quella famosa zona di rispetto, all’interno della quale siano poi chiamati a risvegliarsi e ad agire in ciascuno il senso dell’orrore e della vergogna e la capacità di sdegno o di compassione. Non si tratta di creare o difendere dei tabù: quelli semmai li genera l’ignoranza, che si alimenta del consumo crescente e bulimico di emozioni precotte (ma emozioni è troppo: diciamo di eccitazioni da montagne russe), e quindi necessita di sempre nuove barriere artificiali da abbattere. Si tratta invece di mantenere il controllo su ciò che viene mostrato, sulla qualità e sulla quantità, così da conservargli una leggerezza che lo innalzi a interagire col cervello, anziché con la pancia.

Il problema non è dunque marcare la distanza e la differenza nei confronti di altri argomenti, quelli impropriamente definiti “leggeri” (distanza che pure esiste). È capire che lo stile rappresenta già una metà del messaggio. La sciagurata battuta di Fantozzi sulla corazzata Potemkin non ha aperto la strada alla leggerezza, ma ai film di Pierino, allo squallore del trash e all’horror più truculento. La stagione di dissacrazioni a tappeto dalla quale veniamo ha spazzato via assieme ideologie e idealità, etichette obsolete e buon gusto: i bombardamenti non alleggeriscono mai il paesaggio, si lasciano solo alle spalle pesanti cumuli di macerie.

Dicendo cosa la leggerezza non è, abbiamo già anticipata la sua definizione in positivo.

La leggerezza è infatti allusione: pur nella precisione lascia libero spazio alla nostra capacità immaginativa, senza zavorrarla col peso di immagini e di informazioni superflue, quando non fuorvianti. Mi viene in mente un altro esempio tratto dalla quotidianità. Non so quanto appropriato, ma è il primo che trovo: la differenza che corre tra la saggezza meteorologica popolare, che butta lì consigli fondati quantomeno su una millenaria esperienza, lasciando però ampia facoltà di interpretarli, e la pretesa delle rubriche meteo-previsionali che furoreggiano in televisione, che al di là della spettacolarità sono assai meno affidabili dei proverbi, ma mirano a condizionare e indirizzare la vita, le scelte, le attività. E ci riescono, se è vero che ormai la maggior parte delle persone quando vuol conoscere la situazione del tempo non alza gli occhi al cielo, ma li fissa sul monitor o sul display.

Vi chiederete cosa c’entra con la letteratura. Bene, io penso che la letteratura non debba essere specchio della vita (di quale, poi?): se voglio sapere com’è la vita mi guardo attorno, non vado a leggerlo in un libro, così come se voglio sapere che tempo fa guardo fuori dalla finestra, e non al video. Non deve nemmeno diventare un manuale di istruzioni per vivere, né fornirci le previsioni dettagliate sul clima che andremo ad incontrare. Deve solo farci conoscere le infinite possibilità di sviluppo di quella trama unica per tutti che è appunto la vita, farcele scorrere davanti, rendercene partecipi, sì che possiamo dilatare e arricchire la nostra individuale esperienza, e confrontarla. Ma per ottenere questo effetto, per consentirci di entrare in tutte queste altre vite non può dettagliare, deve alludere, cogliendo in una estrema sintesi, come fanno i proverbi, ciò che l’esperienza ci dice comune, o almeno comunicabile.

Non solo. Deve anche guardare oltre, e immaginare. Cogliere quelle varianti della trama che la storia ancora non ha scritto, o sono state scartate in corso d’edizione, ma affollano la dimensione del possibile e vanno anche oltre. Se la conoscenza è indispensabile, perché riguarda il passato, l’immaginazione copre il futuro, e può nascere solo dalla prima, ma deve poi conquistarsi una sua autonomia. La leggerezza è dunque immaginazione.

Ovvero, è possibilità di utopia: è ciò che consente di immaginare mondi altri, o un altro mondo. Calvino ci fa viaggiare attraverso una letteratura che sospende i corpi per aria, li sottrae alla gravità, da Cyrano a Swift e al Barone di Münchausen. Non è un caso che si arresti proprio alle soglie della fantascienza ufficiale, anche se per un estimatore della scienza come Calvino potrebbe sembrare un paradosso. La scienza mette le ali alla nostra immaginazione, nel senso che di volta in volta ci mostra dei limiti e ci spinge a superarli: ma le sue ricadute tecnologiche quelle ali le tarpano. Se Astolfo viaggia su un cavallo alato e il Barone di Münchausen può ancora sollevarsi da terra tirandosi per il codino, da Verne in poi per andare sulla Luna sono diventate necessarie pesanti e complicate astronavi. L’utopia di cui stiamo parlando non implica la verosimiglianza: non ha nulla a che fare con le Utopie ufficiali, letterarie, scientifiche filosofiche o politiche, meno che mai con quelle che hanno tentato di tradursi in realtà. È utopia nell’accezione più letterale del termine, perché non pretende alcuna trasferibilità nel reale. E proprio per questo può tener conto del fatto che non tutti provano gli stessi bisogni o hanno le stesse aspirazioni, che l’abito che ad uno calza a pennello ad un altro va stretto, o casca da tutte le parti. Lo accetta, ma nel contempo non rinuncia a immaginare un mondo migliore, magari anche a comportarsi per quanto possibile “come se”; e nel farlo già alleggerisce e migliora questo.

C’è però anche un’altra dimensione “utopica”, questa più privata, che non riguarda i modi della relazione con gli altri, ma quelli della convivenza con se stessi. Mi riferisco alla capacità che abbiamo, e che la letteratura acuisce e alimenta, di trasfigurare le nostre esperienze, di trasporle in altri luoghi e in altri tempi, di caricarle di significati che ne cancellino ogni banalità o negatività. In questa dimensione la leggerezza della letteratura può davvero opporsi alla pesantezza del vivere. L’esempio che Calvino pesca in Kafka (ne Il cavaliere del secchio l’uscita alla ricerca di un secchio di carbone diventa un’avventura cavalleresca) ci dice da un lato quanto liberatorio possa essere lo sganciamento dalla realtà che la letteratura consente e ci dimostra dall’altro quanto la levità stessa del racconto già di per sé trasfiguri quella realtà. Non è un effetto consolatorio, si badi bene. Il racconto letterario, quando riesce a staccare dal qui ed ora, dallo specifico del fatto e della circostanza, dal peso di corpi e tempi che lo ingabbiano e lo schiacciano, diventa universalmente coinvolgente. In esso ci si rispecchia, si condivide il tutto estraendone la parte migliore.

Conosco l’esperienza descritta da Kafka: l’ho vissuta più volte, oserei dire che la vivo costantemente. È quella che mi consentiva ad esempio di trasformare i lavori agricoli più noiosi e ripetitivi, come l’azionare per intere giornate la pompa a mano per l’irrorazione, in fantastiche galoppate nella storia e nella letteratura. Stavo al fianco di Ben Hur incatenato ai remi sulla galera, così come negli assolati pomeriggi dell’aratura accompagnavo Lawrence nella traversata il deserto, alla guida del bue anziché del cammello, o sul ponte di una petroliera mi immedesimavo in Billy Budd. Ed è la stessa trasmutazione alchemica che ancora mi spinge, di fronte ad un pasto forzatamente frugale, ad addentare il pane e il formaggio con il gusto e il sollievo che avrebbero provato Primo Levi e i suoi sfortunati compagni, se avessero potuto farlo. Qualcuno potrà leggerci un segno di alterazione mentale. Per me è il modo di vivere tutte quelle vite che l’avarizia della natura non mi concede.

La leggerezza descritta da Calvino è insomma ironia: e anche qui, bisogna intenderci bene sul significato del termine, o almeno su quello che vorrei dargli stasera. Letteralmente ironia (da eirōneía, “dissimulazione”) indica uno stravolgimento del significato delle parole. Si riferisce cioè all’uso delle parole per dire altra cosa, a volte quella contraria, rispetto a quanto dovrebbero significare. È un uso ambiguo, e infatti può essere sfruttato anche per ingannare. Ma, a prescindere dalla bontà o meno delle intenzioni, sganciare le parole dal vincolo obbligato con le cose significa moltiplicare all’infinito le nostre possibilità Letto in positivo, e saltando tutta una serie di passaggi, questo atteggiamento consiste quindi nell’essere seri, ma senza prendersi troppo sul serio. Posizionarsi un po’ fuori della realtà, creando uno spazio ove far interagire ciò che è con ciò che vorremmo fosse, ma mantenendo ferma la coscienza che la realtà è quella. Non a caso l’autore di assoluto riferimento di Calvino è l’Ariosto.

Si impone un’altra precisazione. L’ironia intesa come capacità di distacco non comporta un rifiuto degli altri. Presuppone anzi un’attitudine benevola nei loro confronti: dà credito agli altri quantomeno di essere in grado di capirla. Per questo non va confusa col sarcasmo. Nel sarcasmo non c’è leggerezza, perché esso nasce dal disprezzo, non mira a correggere e addirittura nemmeno chiede di essere compreso, parte anzi dalla certezza di non esserlo. Non che il disprezzo non sia lecito: ma, come diceva Chateaubriand, sono talmente tanti quelli che lo meritano che andrebbe distribuito con estrema parsimonia. Per limitarci alla letteratura, la leggerezza non è provocazione, almeno come quest’ultima è intesa nella maggior parte dei casi dalle avanguardie, ovvero come una forma di sarcasmo, spesso arrogante. Alla letteratura, e alla poesia in particolare, la provocazione è già intrinseca nel momento stesso in cui chiama ad una attenzione diversa sulla realtà. Non è necessario caricarla di un surplus di aggressività, che la rende solo pesante, oltre che effimera. Per questo si leggono oggi persino le poesie di Carducci (altro insospettabile, quanto a leggerezza) e non quelle di Licini, e si continuerà in futuro a leggere le poesie di Caproni o di Vittorio Sereni, mentre saranno giustamente dimenticate quelle di Sanguineti o di Balestrini.

La leggerezza è, finalmente, gioco. Crea una sfera autonoma e può compiutamente dispiegarsi solo all’interno di essa. È una ricostruzione del mondo operata con i limitati materiali che il mondo ci offre ma attraverso l’illimitata arte combinatoria della nostra immaginazione. Tutta la cultura umana è in fondo gioco, ma la letteratura ne è a mio avviso (e anche a quello di Calvino) il campo simbolicamente più significativo. Il gioco non è illusione, ma anzi, assoluta consapevolezza. La sua sfera trascende la saggezza, ma non sconfina nella follia. Sta in mezzo. In essa valgono regole dettate da noi e una visione della realtà che siamo noi a scegliere come terreno. Quindi, una volta in campo, abbiamo più che mai il dovere di fare sul serio. Il gioco deve essere libero, disinteressato e ordinato. Si potrebbe aggiungere “esclusivo”, ma anche questo è un tema scottante, che necessita di una trattazione a parte.

Di conseguenza, per quanto possa sembrare paradossale, credo che la leggerezza passi anche attraverso una certa ritualità, quando questa non si riduce a esibizione cerimoniale. È piuttosto l’irritualità a tradursi sovente in puro spettacolo, in espediente per l’esibizione. Parlo della ritualità intrinseca a certi atti quotidiani, o a certe formule nelle relazioni interpersonali, che si spoglia di tutta la pesantezza formale quando non è fingere in vita ciò che è morto da tempo. Apparecchiare la tavola, per fare un esempio peregrino, anche quando si viva in totale solitudine, oppure l’uso della terza persona quando il livello superficiale della confidenza lo richieda, sono forme di ritualità che possono essere ricondotte a quelle regole di rispetto, di sé, degli altri, del mondo, che Manzoni applicava alla letteratura. Forme che non gravano sul vivere, e sullo scrivere, ma anzi lo alleggeriscono, fornendo dei punti fermi sui quali poggiare i piedi per procedere in sicurezza. I bambini amano sentirsi raccontare sempre la stessa favola, possibilmente con le stesse parole. Vogliono ritrovare ciò che si aspettano, perché questo li rassicura.

La letteratura in fondo fa proprio ciò, racconta sempre la stessa favola, solo lo fa con parole e protagonisti diversi: il che è già più che sufficiente a sorprenderci e a spiazzarci. Ma perché questo spiazzamento abbia un senso, e non spinga solo ad una rassegnata disperazione, è necessario che dalle pagine di un libro giungano indizi che costringano e aiutino ad ingegnarci per trovare la rassicurante intima connessione delle cose: e questi indizi devono stare sotto le pietre-parole, e queste devono essere sufficientemente leggere da poter essere sollevate. E disposte in maniera tale da lasciarci intuire un percorso.

Questa è per me la leggerezza.

Post scriptum. Ho interrotto per qualche minuto la trascrizione a memoria di questa conversazione per uscire a comprare le sigarette. Nel breve percorso sino alla tabaccheria ho incontrato giovani sudamericani dalle incerte occupazioni, i vicini di casa cinesi, il gruppo di anziani o di sfaccendati che si parcheggia regolarmente davanti al bar dell’angolo, due studenti in magno, oltre alle vecchiette che uscivano dal minimarket con le borse della spesa. Non ho potuto fare a meno di chiedermi che cosa potrebbero significare per loro queste parole. Ad esempio, la parola futuro. Al di là delle normali differenze comportate dall’età e dalle diverse collocazioni sociali, che bene o male potrebbero essere immaginabili in una società omogenea, qui si danno delle distanze siderali, che annullano ogni comune significanza dei termini. Le parole che hanno lastricato il cammino della nostra civiltà rischiano di diventare a breve solo le sue pietre tombali.

 

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Di spalle e con lo zaino

di Paolo Repetto, 2015 e e l’Album “A spasso con Pietro“ 

Ogni volta che salgo il Tobbio trovo un pezzo di Pietro Jannon. Non ossa o brandelli di equipaggiamento, ché purtroppo non è morto dove gli sarebbe piaciuto, ma spezzoni di memoria, fotogrammi di sentieri percorsi assieme. È capitato anche ieri, quando a metà percorso mia figlia, senza nemmeno allungare troppo, mi ha lasciato ad ammirarne le spalle e il passo deciso e a meditare mesto sul trascorrere del tempo. Ero chiaramente orgoglioso di lei, ma non nascondo che ero anche un po’ avvilito, sia pure considerando il mezzo secolo che ci separa.

È proprio lì che all’improvviso, per una qualche recondita associazione d’idee, certamente non giustificata dal cielo terso e dal sole tiepido, mi sono rivisto salire nella nebbia di un umidissimo novembre di trent’anni fa.

Negli anni eroici del CAI ovadese per un intero autunno ci ritrovammo ogni sabato, nel primo pomeriggio, al valico degli Eremiti, per trasferire in vetta sabbia, calce, cemento, taniche d’acqua, latte di impermeabilizzante per il tetto del rifugio. Ciascuno si caricava in base alle sue forze e alla sua buona volontà: qualcuno aveva anche in più una motivazione “sportiva”. Come sempre, tra me e Pietro si era ingaggiata una tacita gara: caricavamo lo zaino con una latta ed un sacchetto di sabbia, per un peso dai trenta ai trentacinque chili. Pietro però aveva scovato per l’occasione delle staffe di ferro, che non si capiva bene a cosa potessero servire e che in effetti poi non servirono a nulla, ma facevano comunque zavorra e fugavano ogni dubbio su chi portasse il carico maggiore. Si partiva in una lunga colonna, che dopo dieci minuti era già sgranata, e si saliva per il versante orientale, la via “classica”. Tutti, ma non Pietro. Non ho mai capito che percorso seguisse. Riusciva sempre a rimanere in coda e dopo i primi trecento metri era scomparso. Non credo intendesse accorciare, perché con trenta chili sulle spalle la direttissima è altamente sconsigliata, e comunque in genere arrivava contemporaneamente a noi. Solo, faceva un’altra strada.

Ecco, quando prima ho parlato di sentieri percorsi assieme mi sono allargato un po’ troppo. Potevi percorrere lo stesso sentiero, raggiungere lo stesso rifugio, ma non eri mai completamente “assieme” a Jannon. Diciamo che manteneva le distanze, e non solo in senso metaforico. Senza alcuno snobismo, per carità: ma aveva bisogno di uno spazio suo. Possibilmente tanto.

Come camminatore, Pietro mi pativa. Non fisicamente, perché era due volte più forte di me, ma perché io avevo capito certe sue manie, certi suoi punti scoperti, e mi divertivo a spiazzarlo, a scombinargli i programmi, a stargli sul collo, ciò che lo costringeva a dimostrare qualcosa anche quando non aveva granché voglia e non era il caso: e dal momento che il gioco lo conducevo io, a volte si imponeva degli sforzi inutili. Credo che per certi versi fosse persino un po’ in soggezione.

Fino a quel giorno, quando, deposto il carico e cambiata la maglietta fradicia, ho buttato lì: Quasi quasi, torno giù di corsa e faccio un altro viaggio. Gli altri mi hanno mandato giustamente a stendere, ma Pietro no. Si è rimesso la camicia a quadri e senza battere ciglio mi ha fregato: Dai, che se ci muoviamo siamo nuovamente qui prima di notte.

In effetti è andata così. Per stargli dietro quella volta ho dovuto mordere le rocce, perché davvero a metà salita non ne avevo più. Una volta in cima, dove per fortuna ci attendeva la stufa ancora accesa, ci siamo seduti uno di fronte all’altro, aspettando che arrivassero anche le nostre anime. Poi lui ha alzato gli occhi, mi ha guardato serio ed ha sbottato: Dì, ma noi due, saremo furbi?

Credo di aver riso per cinque minuti di seguito senza potermi trattenere, tanto ero stanco: e anche lui era scoppiato in una risata liberatoria. L’ho visto ridere così poche altre volte, e devo dire che rideva bene (io bado molto a queste cose: c’è gente che non sa nemmeno ridere).

E adesso capisco anche l’associazione d’idee. Io in fondo Pietro lo ricordo così: di spalle e con lo zaino. Mi pare giusto, perché tutti lo abbiamo sempre visto così, e non solo mentre salivamo Tobbio, ma anche quando lo incrociavamo al Posta, in libreria o al mercatino. C’era immancabilmente un impegno che lo chiamava da un’altra parte, una cornice, un libro, un pezzo di lamiera raccattato per strada che urgeva di essere portato altrove.

Mi manca, Pietro. Ci sono persone che toccano la tua vita apparentemente solo di striscio, camminano ai suoi margini: però ti ci abitui, sono un riferimento, sai che se ti giri le trovi là. Anche se nel suo caso magari sarebbe meglio dire “sono appena passate di là”. Era quello che ti suggerivano le tracce improvvise nella neve fresca, lungo il sentiero degli Eremiti, quando pensavi di essere il primo: o gli amici che lo avevano incontrato un attimo fa in via San Paolo, o la sera precedente al CAI. Poco alla volta questa inafferrabilità era entrata nella sua leggenda, insieme alle sue manie e ad un fisico e un carattere egualmente rocciosi. Per un certo periodo, quando lo conoscevo meno, ho anche pensato che la coltivasse volutamente. Invece era timidezza genuina, o se si vuole amore della solitudine.

Ci si vedeva raramente: per le mostre, per qualche ascensione, per un trekking. Non mi andava di disturbare la sua riservatezza, probabilmente perché il mio riferimento era proprio quello. Non ero mai io a cercarlo. Però sapevo che c’era, con tutte le sue stranezze, eppure solido, affidabile. Forse un po’ lo invidiavo, in positivo. Mi piaceva l’idea che qualcuno sapesse vivere come viveva lui, pur rimanendo consapevole che quello non era il mio stile. Pietro era una delle proiezioni nelle quali ambientavo le mie vite parallele. Probabilmente l’ho anche un po’ coltivato, come personaggio, e sono sicuro che non gli spiacesse quando epicizzavo le sue avventure. Anzi, qui era lui a condurre il gioco, e al ritorno dai suoi viaggi, quando mi telefonava o ci incontravamo in sede, mi buttava lì dei trailers risicatissimi del futuro racconto, che rimandava immancabilmente alla serata delle diapositive. Naturalmente le serate poi non c’erano, perché doveva scegliere tra diecimila scatti per ogni viaggio, e io sono rimasto con frammenti di tête à tête con orsi grizzly, di discese dello Yukon in canoa e di ponti sospesi nelle Ande mai legati in una narrazione coerente.

Ciò che però ci ha avvicinato maggiormente, all’inizio, era il suo lavoro artistico. Per quella che è la mia concezione dell’arte Pietro era un artista vero.

Era geloso delle sue opere. Le mostrava con riluttanza, e se ne staccava ancor più a malincuore. Salvo poi regalarti qualcosa per cui avevi manifestato un interesse particolare, quando sapeva che quell’opera sarebbe andata a vivere bene. Sarà una concezione minimalista, ma è una concezione genuina, così come minimalista e genuino era anche l’approccio materico e segnico di Pietro. Pochi segni, ridotti all’osso, e quindi tanto più significativi ed evidenti. Ho alcune creazioni sue che non scambierei con un Van Gogh, e noto che tutti coloro che le vedono per la prima volta ne rimangono incantati. Non ci sono messaggi nelle sue opere: ci sono delle semplici constatazioni, ma tanto immediate ed evidenti che ti chiedi come hai fatto a non renderti conto prima. Sul piano dell’arte, anziché patirmi, mi cercava invariabilmente. Era sorpreso da quello che vedevo in quadri che teneva ben riposti nel suo studio, nascosti dietro cumuli di tele e compensati e cornici, e che riuscivo ad ammirare solo perché mi infischiavo tranquillamente dei suoi “meglio di no, è roba vecchia”. Li riprendeva, li rigirava e rimirava, poi diceva: “però, magari ritoccando, aggiungendo …”: ma era ben felice quando gli intimavo di non azzardarsi a rimetterci mano. Dopo aver letto la prima presentazione che avevo scritto per una sua mostra mi telefonò la sera e disse semplicemente: “Io … grazie!” Non mi lasciò nemmeno il tempo di rispondergli: prego.

Avrei voluto fosse con noi, ieri. Avrebbe sorriso divertito, a vedermi in affanno dietro Elisa. E poi lo avrebbe raccontato, solo a quelli giusti: “Vedessi la figlia di Paolo. Ci ha mollati a metà salita”. E sarebbe stato orgoglioso, come se la figlia fosse sua.

 

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Giorni ariosi e vicoli oscuri

di Paolo Repetto, 2015 (Postfazione alla raccolta poetica “Sono nato una sera di Novembre”, di Tonino Repetto)

Un paese ci vuole. Non fosse altro per l’emozione di tornarci. Anche solo con la memoria, anzi, meglio solo con la memoria, se lo si vuole ritrovare.

Io non potrei scrivere poesie sul mio paese. Ho continuato a viverci dopo aver smesso da un pezzo di viverlo. L’ho visto dapprima lentamente trasformarsi, esplodere nell’ultimo quarto del secolo scorso e infine riaddormentarsi, ma di un sonno che somiglia molto al coma. Vivere dentro il cambiamento ha reso impraticabile la memoria: ha fatto sì che il passato si smarrisse nel presente. La poesia se n’è andata. Se voglio ritrovare qualche immagine devo scendere a valle: a San Giovanni riconosco ancora tutti, nelle foto sulle lapidi.

Per Tonino è diverso. Lerma è stata per lui ciò che Santo Stefano era per Pavese. L’ha vissuta nell’incanto infantile, l’ha sognata per lunghi inverni e l’ha ogni volta ritrovata nelle altrettanto lunghe estati dell’adolescenza. Ha gustato i profumi e i colori dei prati e delle vigne, cercato le penombre meridiane dei vicoli e dei boschi, goduto il refrigerio delle acque del Piota. L’ha colta in freddolosi flash invernali, in bianco e nero, sommersa dalla neve, comignoli fumanti e novena natalizia. L’ha disertata giusto in tempo per non vederla sparire.

I ricordi non sono diventati cartoline: anche quando si confondono con le illustrazioni del primo libro di lettura, o con le locandine dei film, rimangono impressioni. Nessuna edulcorazione, nessun ritocco. Niente pulcini pasquali, e nemmeno panorami in grandangolo dal belvedere. Sono dissolvenze appese alla memoria per un rumore di ruote sul selciato (o per un silenzio), per una luce che il vento fa filtrare tra le tende (o per un’ombra), per una panchina o per i pioli di una scala. Appena richiamate evocano Lerma, ma, e questo è il miracolo della poesia, non è già più la Lerma di Tonino: è anche la mia, la riconosco, finalmente.

E mi sorprendo. Mi sorprende soprattutto tornarci in corriera. Sulla corriera sono salito per otto anni, per nove mesi l’anno, alle sette meno un quarto del mattino. Mi risputava sulla piazza alle tre del pomeriggio, stanco, stravolto, nero dalla fame. L’avevo completamente rimossa. Per me viaggiare in corriera coincideva col tempo della scuola, con la necessità di lasciarlo, il paese, per entrare ogni giorno in un mondo estraneo, opprimente e incolore.

Per Tonino la corriera era invece il ritorno: già da Ovada, le vallate aperte dopo gli orridi e le gallerie dell’Appennino, e poi, passato Piota, la salita, le ultime tre curve già in piedi, a raccattar bagagli, il clacson prima della svolta finale, le mura del castello, la chiesa, la piazzetta, il ciapùn. Era il mezzo per viaggiare a ritroso nel tempo. Non solo: era il veicolo delle novità, ed egli stesso ad ogni ritorno era la novità.

Mi ero scordato il suono di quel clacson. Oggi i pullman non suonano più: non c’è più nulla da annunciare. Invece lo risento, e sono io quel viaggiatore in piedi che vede le galline e la scritta W BARTALI sul muro, e dice: “Che bello!” Caspita, avevo dimenticato anche la scritta, e persino le galline.

Perché per affinare i sensi e preservare la memoria ci vuole anche una città. Un luogo dal quale tornare. Meglio se esclusa allo sguardo da una corona di monti, ma rivelata di notte dal bagliore che riverbera sulle nubi, da una linea di luce soffusa che disegna a sud le creste. Chi rimane al paese può così immaginarla, trasferirci i suoi sogni: chi vi abita sa invece che il sogno lo ha lasciato alle spalle, e che Genova è il mondo. Aver chiara questa distinzione, affrontare, e magari periodicamente ripetere, il rito di passaggio, consente di staccarsi dall’infanzia senza perderla, riporla nel cassetto giusto, dal quale può essere ripescata intatta a distanza di tempo, come accade a Tonino. Significa prendere consapevolezza del mito, anziché continuare a viverci dentro, e rimanergli fedeli pur nella coscienza di vivere altrove. Nel mondo.

Quel mondo, la Genova di Tonino, è ancor meno cartolina della sua Lerma. La città è vista attraverso i vetri di finestre, finestrini di tram, lucernari, rigati da gocce di pioggia, nei crepuscoli o alla luce gialla dei lampioni: non ci sono né il Righi né la Lanterna, e neppure il porto. Non arriva mai il rumore del mare a stringerci il cuore. È soprattutto una città di interni: mura discrete di appartamenti, androni, scale, cinema “Cristallo”…. O quelle umide dei vicoli.

La claustrofilia di queste immagini non mi ha sorpreso, ma non l’ho letta come un contrappunto in negativo alle solarità lermesi. Certo, i viottoli che riescono alla cima dei poggi, a cieli azzurri o al fiume, lasciano il posto alle ombre crepuscolari dei vicoli, i vecchi seduti immobili contro il sole ai passanti frettolosi sotto la pioggia, il bianco della polvere o della neve alle brume e alle luci fioche delle auto e delle lampadine domestiche. Ma immagino che per un ragazzino di recente immigrazione Genova non potesse essere che così, non potesse che esercitare un fascino misterioso e diverso: attrarre e respingere al tempo stesso, indurre a cercare rifugio in casa e a coltivare sogni sui manifesti dei film, ma con l’orecchio curioso al fuori, ai passi sul marciapiede, all’ascensore che sale, al brusìo incessante del traffico. È Genova prima della sua scoperta.

Questa la città che Tonino ha riposto nel cassetto adiacente a quello lermese, prima ancora di uscire per strada e di incontrare il mondo, e di sapere che anche di lì si sarebbe allontanato. Una città autunnale, grigia e piovosa, vissuta in malinconia e solitudine; eppure squarci di sole rivelano dalla terrazza le torri, i campanili e i reticoli che attizzano la fantasia. Una promessa per la prossima primavera.

Nel buio di quei cassetti le sensazioni si sono conservate nitide, e Tonino può rievocarle senza il pericolo che virino in seppia. È il miracolo della poesia, dicevo. In realtà la poesia non è un miracolo: non scende dal cielo come la Pentecoste. È frutto di sensibilità, certamente, ma anche e soprattutto di educazione della parola e nei confronti della parola. Nasce dal non detto, più che da ciò che si dice: dall’umiltà di lasciare che siano le cose a parlare, nel loro linguaggio semplice, senza cacciare loro in bocca significati che le soffocano. Il miracolo semmai lo compie (ed è poesia, appunto, solo quando lo compie) se quelle cose, quelle immagini, quei suoni ti riescono immediatamente famigliari, che tu abbia vissuto o meno a Lerma, o a Genova, perché in qualche modo le hai comunque desiderate e sognate, e continui a rimpiangerle. Lo compie se ti porta a salire, come fanno i versi di Tonino, sulla corriera del tempo.

 

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Sulle ali della libertà

Taccuini di viaggio: Bolivia e Cile (2015)

di Stefano Gandolfi, Sudamerica, Bolivia e Cile, settembre 2015

Sulle ali della libertà copertinaHo pensato di titolare così la narrazione del viaggio in Bolivia e Cile, e so che si tratta di una scelta un po’ temeraria, perché esprime un enorme contrasto fra situazioni spirituali ed emotive personali e condizioni materiali che sono agli antipodi del concetto di libertà. Da una parte abbiamo meravigliose situazioni ambientali, paesaggistiche, panorami e spazi immensi riempiti di vuoto, di nulla, di aria, silenzio, vento, sabbia e montagne, distese di sale grandi come intere nostre regioni, lagune colorate talmente irreali da poter far pensare di essere su un altro pianeta, voli di fenicotteri ad alta quota sullo sfondo di montagne andine di 6000 metri di quota, tutte condizioni che danno immenso impulso ad un anelito di libertà spirituale e fisica; dall’altra parliamo di paesi abitati da popolazioni che nei secoli scorsi, e talune ancora adesso, non hanno mai potuto assaporare quella libertà che noi andiamo a cercare a casa loro; popoli che, come in Bolivia, detengono il record mondiale del numero di colpi di stato (più di 200…), popoli che in tempi recenti, come in Cile, hanno vissuto la tragedia della dittatura del generale Pinochet e che appena da poco tentano di risollevarsi dal passato.

Popoli poveri, laddove anche la povertà è un ostacolo alla libertà se è di tale misura da non permettere a una persona di sfamare sé e la propria famiglia e di fare progetti sulla propria vita. Eppure, paradossalmente, anche a causa di questo enorme contrasto, noi turisti e viaggiatori europei percepiamo ancora di più quella sensazione che da noi tante volte non riusciamo a vivere, pur avendone molte più possibilità di loro! Non assaporiamo più la libertà perché siamo stressati e oberati dal lavoro, siamo imprigionati in una ragnatela di impegni professionali, familiari, sociali, economici, e tutto ciò ci fa pensare di non poter godere e usufruire come vorremmo di quanto ci offre il nostro mondo, per giunta con tutti i problemi, peraltro anche seri, che stiamo vivendo in questo periodo storico.

Sulle ali della libertà (4)

Lungo le strade della Bolivia, fra Potosì e Uyuni: una famiglia ci osserva mentre la fotografiamo dalla jeep: curiosità, rispetto, sguardi gravati dal peso della povertà e della precarietà della vita, ma allo stesso tempo rivelano dignità, rassegnazione ed accettazione del loro destino.

Sulle ali della libertà (5)

Bolivia, altopiano fra Sucre e Tarabuco, a circa 3000 metri di quota: Cristina è una donna quechua che vive da sola, con polli e maiali; intreccia braccialetti che vende ai rari turisti; nessuno sa la sua età perché non è mai stata registrata a un’anagrafe, forse ha più di 90 anni!

Sulle ali della libertà (6)

Grandi spazi in alta quota: Salar de Atacama, Cile, a circa 3500 metri di altitudine

Anche gli spazi ci stano stretti: il nostro paese antropizzato, densamente popolato, anche quando magari andiamo in montagna o a contatto con la natura ci sembra spesso troppo poco conservato nella sua integrità naturale e privo di quella “wilderness” che appare sempre di più imprescindibile nella nostra esigenza di staccare dalla vita civilizzata. Ed ecco allora che i grandi spazi del Sudamerica appaiono di una magia senza uguali. Noi lo abbiamo vissuto in Patagonia, un grande contenitore pieno di nulla, solo di aria, vento e cielo; lo abbiamo sperimentato sui grandi altipiani tibetani, nelle incredibili dimensioni delle montagne himalayane, e quando siamo finalmente atterrati in Bolivia, e poi via terra passati in Cile nel deserto di Atacama, ci è sembrato di poter finalmente realizzare questo irrefrenabile impulso di perderci nell’immenso nulla di questi altipiani ad altissima quota. Ovviamente con tutto il rispetto e la sensibilità per le condizioni di vita della gente del luogo che, verrebbe di dire se non fosse il solito, abusato luogo comune, nonostante la durezza della sua condizione riesce sempre ad essere ospitale e cordiale, in Sudamerica come in qualunque altra parte del mondo.

Sulle ali della libertà (7)

Grandi spazi ad alta quota: un fenicottero si specchia nelle lagune salate del Salar de Atacama, Cile

Abbiamo avuto anche la possibilità, stante la vicinanza al cielo degli altipiani boliviani, di inserire in un viaggio sostanzialmente turistico una bellissima salita in cima a un vulcano di 6000 metri; una salita escursionistica e non alpinistica, senza difficoltà al di fuori di quelle correlate all’alta quota e all’ipossia, ma comunque un’altra grande esperienza portata a casa col ricordo degli incredibili panorami delle Ande.

Abbiamo toccato con mano anche le differenze esistenti fra popoli vicini e confinanti, come al passaggio di frontiera fra le due nazioni, con la immediata evidenza di come la società cilena sia nettamente più vicina rispetto a quella boliviana al mondo europeo. In Bolivia è evidente la distanza siderale che ancora ci divide, ma non sempre in senso negativo per loro: per esempio, fra i tanti aneddoti che potremmo raccontare, si può ricordare volentieri la ampissima diffusione del free wi-fi in qualsiasi bar, ristorantino, bettola anche nei posti più remoti, cosa che da noi nemmeno ci sogniamo e nei rari casi sia disponibile quasi sempre lo è a pagamento.

Sulle ali della libertà (8)

un confine tra Bolivia e Cile

Sulle ali della libertà (9)

Wi-Fi a 4000 m. in mezzo al nulla

Più che cercare di raccontare a parole la bellezza dei posti visitati, sperando che le fotografie possano farlo meglio, mi piace appunto raccontare un po’ di aneddoti che possono dire tante cose in poche parole. Per esempio un altro fatto che ci ha lasciato stupiti è l’assoluta mancanza di informazione su molte cose che succedono nel mondo occidentale; per esempio, quando raccontavamo dell’ ISIS e di tutte le tragiche vicende correlate, nessuno riusciva a capire di cosa stavamo parlando … Certo, loro avrebbero potuto raccontare a noi tantissimi dettagli su Pinochet, Videla, Stroessner, e poi di Evo Morales, di Hugo Chavez, dei narcotrafficanti … e tutto ciò basta e avanza per capire che se noi abbiamo dei problemi, loro ne hanno altri, sicuramente anche peggiori!

Sulle ali della libertà (10)

Bolivia, fra Sucre e Potosì: un pastore mostra orgoglioso i suoi gioielli

Parlando di libertà ci si accorge di quanto sia vicina la distanza fra paradiso e inferno. Quando siamo arrivati a Potosì, una città di 150.000 anime a oltre 4000 metri di altitudine, volevamo visitare le miniere di Cerro Rico, dove una volta si estraeva pregiatissimo argento esportato in tutto il mondo; ora l’argento è marginale, soppiantato dallo stagno e attualmente da zinco e piombo. Questa visita è stata una delle esperienze più impressionanti, una vera e propria discesa all’inferno, seppure a 4200 metri di altitudine, nelle viscere di una montagna dove si raggiungono i 46° gradi di temperatura nelle parti più profonde, si inalano gas tossici, agenti chimici nocivi, bisogna stare sempre attenti a non toccare le pareti incrostate di arsenico, a non scivolare nel fango che tappezza gli stretti camminamenti e non bisogna soffrire di claustrofobia, oltre a cercare di non andare in affanno per la sensazione psicologica ma anche reale di mancanza di ossigeno.

Sulle ali della libertà (11)

Bolivia, Potosi: la venditrice di foglie di coca, acquavite e dinamite nella sua minuscola bottega, punto di sosta obbligato prima dell’ingresso nella miniera di Cerro Rico

Non è una gita turistica, e lo si capisce fin da fuori, quando gli operai della cooperativa ti fanno vestire con le loro tute, sporche e lacere, con i loro stivali di gomma puzzolenti, ti fanno indossare i loro caschi metallici, pesantissimi e scomodi, ti mettono sulla schiena una batteria per alimentare le lampade frontali che sbilanciano ancora di più il casco; poi si attraversano le strade della città alta così abbigliati, si entra in un negozietto di 3 metri x 3 gestito da una vecchina di età indecifrabile, sicuramente con più anni che denti in bocca, con la schiena curva tanto quanto la strada ripidissima che porta alle miniere, e con assoluta naturalezza si comprano come di consuetudine dei regali da portare ai minatori che lavorano dentro. Vi chiedete cosa si regala ai minatori? semplice: 5-6 candelotti di dinamite, un pacco di nitrato di ammonio come detonante per la miscela esplosiva, una bottiglia di tossicissima acquavite da 70° fatta in casa e un pacco da 1 kg di foglie di coca; con tutta questa roba in mano si sale su una jeep, si raggiunge l’ingresso della miniera e ognuno di noi lascia il suo regalo al primo minatore che incontra. Sono tutti giovani, anche di 13-14 anni, non è una miniera per vecchi, anche perché muoiono quasi tutti a 30-40 anni per silicosi polmonare. All’ingresso, in una nicchia nella parete, ci si imbatte in una inquietante statua ad altezza naturale di un demone, che loro chiamano “zio”, al quale si rivolgono per invocare protezione e benevolenza. Per ingraziarselo gli si infilano una sigaretta accesa in bocca e spargono un po’ di alcol e di foglie di coca per terra; se la sigaretta si consuma tutta, anche per questo giorno sono stati fortunati e sopravvivono fino a domani. Poi, nelle viscere dell’inferno, si accendono una sigaretta e se la fumano mentre martellano la parete della montagna per infilarvi dentro un candelotto di dinamite e la sua miccia, con buona pace per la nostra legge 626 sulla sicurezza sul posto di lavoro. Incredibilmente siamo usciti incolumi a rivedere il sole e il cielo delle Ande, e abbiamo pensato che l’alcol e le foglie di coca per questa gente sono un dono inestimabile per sopravvivere fino al giorno successivo.

Sulle ali della libertà (12)

Bolivia, Potosì: nelle viscere delle miniere di Cerro Rico, a oltre 4200 metri di altitudine. Questo giovane minatore si chiama Cristian, all’epoca aveva 15 anni, è un vero eroe moderno, fiero e inconsapevole della breve durata della sua vita in quell’ inferno.

A colazione, la mattina dopo, abbondante infuso a base di foglie di coca, per combattere l’altitudine e i sensi di colpa al ricordo della miniera, e dopo una lunga traversata nel deserto un’altra città a 3700 metri di quota, Uyuni, che dà il nome al più famoso deserto salato del mondo, il salar de Uyuni. E prima di entrare nelle sue strade desolate, in un atmosfera da film di fantascienza apocalittico, genere post-atomico, ci siamo persi per due ore in un labirinto di locomotive, vecchi vagoni arrugginiti e abbandonati su binari che non portano più da nessuna parte se non a morire in mezzo al deserto: per chi ama il genere, e io lo amo moltissimo, si poteva immaginare di essere a fianco di Mel Gibson a combattere per la sopravvivenza nella saga di Mad Max; ma tutto questo era semplicemente il cimitero dei treni di Uyuni, ricordo di un tempo in cui si fabbricavano locomotive a vapore e vagoni che a un certo momento non servivano più, perché i continui terremoti delle Ande hanno completamente distrutto gli esili ponti e le infrastrutture che sorreggevano le strade ferrate, senza che ci fossero i soldi per ricostruirle. Con questo i boliviani persero l’ultima possibilità di avere (seppure con cospicui dazi doganali da versare ai cileni) un accesso ai porto di Antofagasta sull’oceano Pacifico, dopo che i cileni stessi lo avevano annesso con tutta la sua provincia, l’unica provincia affacciata sul mare e quindi di importanza vitale per l’economia boliviana. Fu una guerra durata cinque anni ma in realtà conclusasi in un unico giorno, il primo, il giorno di carnevale: e anche questo aneddoto, ammesso che sia vero, esprime tanto del carattere di questa gente, pacifica, un po’ indolente, rassegnata, ma anche capace di fare ironia su se stessa: perché la nostra guida di Sucre, per giustificare il fatto che non avevano opposto resistenza ai cileni il giorno dell’invasione, raccontava che dalla capitale, in risposta al disperato dispaccio proveniente dalla costa, avevano detto che per quel giorno non si poteva fare nulla perché era carnevale, la gente festeggiava e se mai se ne sarebbe riparlato il giorno dopo … quando tutto il danno però era già stato fatto: e addio sbocco al mare!

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Uyuni, 3600m. Augusta su una rudimentale altalena nello scenario post-atomico del cimitero delle locomotive, in un deserto tormentato dal silenzio assordante del vento

Altri ricordi indelebili: il Salar de Uyuni. Una distesa di sale di 12.000 kmq, come metà del Piemonte, a 3650 metri di quota. 10 miliardi di tonnellate di sale di litio, boro, potassio e magnesio. Abbacinante, irreale, non si può credere di correre con il fuoristrada per ore sul sale, duro, solido, a zolle, ma te ne accorgi subito, cosa vuol dire sale puro a quella quota, quando ti togli gli occhiali da sole e rimani accecato all’istante; come se fossi sui ghiacciai himalayani, ma lo sguardo può solo variare fra il bianco del sale e l’azzurro del cielo, e non si è più sicuri di niente, fra distanze completamente falsate e un orizzonte che a ogni istante sembra allontanarsi, deformarsi e svanire nel nulla. E quando alla sera entri in albergo e hai una sensazione strana, e ti chiedi di cosa è fatto l’albergo, beh, la risposta è semplice: è fatto di sale, costruito quasi completamente con solidissimi blocchi di sale… poi ci sono gli infissi, le finestre, i tavoli, le poltrone, ma tutto appoggiato sul sale vivo. Un albergo unico al mondo.

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Bolivia, Salar de Uyuni, 3650 metri: storditi dalla luce, immersi in un paesaggio surreale, fra realtà e miraggio

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E quando il giorno dopo si viaggia di nuovo sulle piste sabbiose (percorse poche settimane prima dagli equipaggi della Dakar) per arrivare alle lagune colorate, e si vedono le montagne sulle sfondo, montagne di 5000 metri, e si vedono chiazze bianche alle loro pendici, non bisogna chiedersi che cos’è quel bianco, perché non è ghiaccio, ma ancora sale, affioramenti di sale originati dall’evaporazione di un vecchio, gigantesco e profondissimo lago preistorico.

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Bolivia, dal Salar de Uyuni verso l’ Hotel Tayka del Deserto, 4523 metri, lungo le piste del rally Dakar. Una vigogna appare all’ improvviso: si ferma a guardarci o a meditare sulla direzione da prendere?

E poi parliamo della Laguna Colorada, un grande lago a 4200 metri, dove il rosso delle alghe e del plancton si riflette sul bianco del deposito di sodio, borace e gesso. E dove i fenicotteri di alta quota si sono adattati a vivere in un ambiente marziano, nel quale ogni logica depone contro la sopravvivenza, eppure si sopravvive e si vive ostinatamente e meravigliosamente; e poi la Laguna Verde a 4400 metri, dove i colori sono solo da fotografare perché derivano dallo zolfo, dall’ arsenico, e dal piombo, non un bel posto da farci un bagno, ammesso che uno ne abbia voglia, con venti a 70 km orari che congelano anche le dita che schiacciano il tasto dell’otturatore sulla reflex.

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Bolivia, Laguna Colorada

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Bolivia, Laguna Verde

In mezzo a tutto questo la salita a un vulcano isolato di 6020 metri, una delle tante vette altissime della Cordillera, in fondo a una valle dove vive il puma delle Ande, rarissimo; noi non lo abbiamo visto ma abbiamo camminato sulle sue orme, mentre lui sicuramente vedeva noi, appostato sulle alture rocciose di questa steppa desolata, in agguato per cacciare qualche preda, magari non un umano, troppo grosso e strano, sicuramente qualche lama o una tenera vigogna.

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Bolivia: oltre il paesino di Quetena Chico, ultimo avamposto umano ad altissima quota, a 4700 metri sulla steppa arida e ventosa della piana alle pendici del vulcano Uturuncu (sullo sfondo, 6008 metri s.l.m.), salito il giorno precedente. Poco lontano da lì l’emozione dell’avvistamento delle orme del rarissimo puma delle Ande, che ben nascosto sulle alture circostanti ci guardava con curiosità

La salita al vulcano Uturuncu realizzata in una sola giornata, è quasi incredibile, ma sulle Ande è realizzabile ciò che in Himalaya sarebbe impensabile: abbiamo passato una gelida notte in due desolate camerette di una piccola pensione in uno sperduto avamposto della civiltà a 4250 metri, il paesino di Quetena Chico, che sembra uscito dalla sceneggiatura di uno spaghetti- western, con le strade deserte battute dal vento, pochi bambini che escono dalla scuola e giocano nel nulla in mezzo alla polvere della steppa, una numerosa popolazione di lama che spadroneggia nella piazza del paese occupando il suolo pubblico fra il municipio e la chiesetta, vecchi fuoristrada e pick-up decrepiti e arrugginiti; mancano solo i pistoleros che affidano le anime a Dio e la musica di Morricone, in compenso se fai tre passi cominci a boccheggiare come un enfisematoso per la quota e pensi che forse anche Clint Eastwood avrebbe potuto sbagliare la mira a causa della confusione mentale provocata dall’ ipossia (che Sergio Leone mi perdoni!).

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Bolivia, Quetena Chico, 4500 metri. Comitato di accoglienza davanti al Municipio. Mezzogiorno di sputi?

Sveglia alle 6.30, colazione alle 7 e subito sulle jeep, su una strada che attraversa una vasta zona acquitrinosa e poi sale progressivamente su una sterrata sempre più ripida e rovinata (una volta serviva ai minatori delle miniere di zolfo della montagna, non certo ai turisti) Si comincia a camminare da 5300 metri fino ai 6020 della vetta, in mezzo ad affioramenti di lava consolidata e di zolfo: sotto la cima finalmente si calpesta un po’ di ghiaccio, si beve the per scaldarsi dal vento tesissimo, e infine non c’è più da salire, si può tirare il fiato e commuoversi con i grandi spazi aperti sulle Ande, le lagune, il bellissimo vulcano Licancabur di fronte, a sud-ovest, al confine col Cile; orizzonti che fanno quasi male tanto sono senza fine e senza misura. Poi una folle, vertiginosa corsa su terriccio e ghiaia e quindi su un ripidissimo versante sabbioso che taglia perpendicolarmente tutto il versante affrontato in diagonale, con molta più saggezza, in salita; sembra di essere sulle dune del deserto del Namib ma nulla ormai appare strano quassù; la jeep è laggiù in fondo, si corre ancora come dei matti per raggiungerla e alle 4 del pomeriggio si è di ritorno in tempo per mangiare pastasciutta al ragù nel paesino che sembra essere stato costruito il giorno prima dalla manodopera di Cinecittà per accoglierci e per essere smontato il giorno dopo, alla nostra partenza!

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Cile, Atacama: la Valle della Luna

E poi il confine col Cile: si lasciano i Toyota Land Cruiser maestosi e infaticabili, si lasciano coperti di polvere e si sale su un elegante SUV della Nissan tirato a lucido, e si capisce subito che siamo in un altro mondo: l’autista ci guarda come se fossimo dei pezzenti provenienti dalla preistoria, certo siamo un po’ sporchi, sudati, impolverati e poco lavati (ma con quale acqua?!) e lui al confronto è un damerino e forse ha paura che gli sporchiamo i sedili e i tappetini! Si scende a rotta di collo perdendo 2000 metri di dislivello in mezzora, su una strada incredibilmente dritta senza neanche una curva per attenuare la pendenza e la velocità, e si entra a San Pedro de Atacama; si torna indietro nel tempo, sembra di essere in una comunità hippie degli anni ‘60, una discreta ma evidente atmosfera rilassata con sottofondo di spinelli, birre, musica reggae, divertimento, relax e suggestioni a cavallo fra la psichedelia di “Zabriskie point” e la west coast acida dei Greateful Dead. La vita per i giovani turisti nordamericani inizia pigramente a mezzogiorno, ma per chi non vuole perdersi le emozioni vere la sveglia è di notte, per andare a vedere i geyser del Tatyo a 4200 metri, avvolti da coperte di lana gettate sopra i piumini, con la folle tentazione di avvicinarsi ai getti di vapore per scaldarci un po’, chi crede che l’ inferno sia caldo non è mai passato da lassù… e poi ancora vertiginosamente giù nel deserto di Atacama, la Valle della Luna con dune di sabbia in continuo movimento modellate dal vento, e poi ancora le lagune salate con i fenicotteri che volano davanti alle montagne, irraggiungibili nel loro anelito per la libertà.

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Cile, geyser del Tatyo, 4200m: un piccolo soffio di vapore bollente, ma subito gelido nell’ alba in alta quota

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Cile, Atacama: la Valle della Luna

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Un albergo più confortevole, una pizza spettacolare con musica popolare dal vivo, vecchi dischi dei Rolling Stone e di Bob Marley, un tenore di vita che si avvicina molto di più a quello dell’Europa (magari quella meno ricca), sicuramente fra i più elevati in tutto il Sudamerica. Ce ne accorgiamo anche e soprattutto a Santiago de Chile, metropoli moderna a poche decine di chilometri dalle montagne ove in tre quarti d’ora si può andare a sciare e a camminare e scalare.

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Cile, Salar de Atacama, 2400 metri

Un paese dove c’è ancora equilibrio fra l’offerta lavorativa e una popolazione sufficientemente scarsa da non dover competere per le risorse economiche, almeno nella capitale, dove vive più di un terzo di tutta la popolazione cilena.

Anche qui però si percepisce la tensione dei ricordi ancora vivissimi del passato recente: arriviamo al pomeriggio del giorno dell’anniversario della morte di Salvador Allende e della presa del potere da parte del dittatore Pinochet; sono passati 42 anni ma la memoria è vivissima, ce ne accorgiamo quando chiediamo a un tassista di portarci in centro per una breve visita della città storica; per lui è un guadagno veloce, 4 turisti per 4-5 km di tragitto, ma si rifiuta di portarci, dice che è troppo pericoloso, perché in questo giorno a Santiago ci sono in piazza le due fazioni, i nostalgici di Allende e quelli di Pinochet, e tutti gli anni ci sono scontri anche violenti: mi spiace, ci ripete, ma non vi porto in centro, non è sicuro per voi, quasi ci chiede scusa ma è irremovibile; ci rassegniamo a un giro nel quartiere moderno, bellissimo, grattacieli arditi, dalle forme e dal design innovativi; c’è una luce bellissima al tramonto con il sole che incendia di rosso le Ande distanti poche decine di km ed che fanno da sfondo allo skyline dei grattacieli; tutto è tranquillo, quasi idilliaco, ma ci sono camionette della polizia e dell’esercito, in centro anche mezzi blindati in assetto da guerra; da queste parti non scherzano con la sicurezza, se ci sono tensioni e scontri si interviene subito con altrettanta violenza, anche perché nessuno si può permettere il lusso che il passato ritorni alla ribalta: tutto potrebbe precipitare in poche settimane e si scivolerebbe indietro di 40 anni. Noi vediamo la superficie della società cilena, poi c’è tutto il resto sommerso come un iceberg. Anche in albergo al rientro ci chiedono se abbiamo avuto problemi, e non per pura cortesia. Poi, alle tre di notte, in pulmino all’aeroporto, strade deserte, esercito e mezzi blindati ancora schierati, ci dicono che questa volta è filato tutto liscio, se ne riparlerà l’anno prossimo.

Sulle ali della libertà (26)

Santiago de Chile: modernità, discreto benessere ma ancora forti tensioni sociali ai piedi delle Ande

Si torna col pensiero di un continente che non sa cosa sia l’ISIS e il terrorismo fondamentalista, ma conosce perfettamente tutta la storia recente di dittature sanguinose, di destra e di sinistra, tutte le formazioni dei clan di narcotrafficanti, le débâcle finanziarie di interi stati come l’Argentina o il Venezuela; però rimane il ricordo di uno stormo di fenicotteri che volava sul Salar de Atacama indifferente a tutti i nostri problemi, e di una struggente musica popolare che faceva volare in alto il suono dei flauti andini e le canzoni dei giorni di festa, di danze, di matrimoni, battesimi, funerali e di tutto ciò che è possibile inventarsi per festeggiare qualcosa, bere, masticare foglie di coca e dimenticare un passato e un presente pesanti come macigni; ma i fenicotteri volavano più in alto di tutte le miserie umane sulle ali della libertà, e non ci degnavano di uno sguardo.

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