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L’Operetta al Nero

di Paolo Repetto, 2001

La saletta è più affollata di quanto temessi; qualcuno addirittura è rimasto in piedi. La scena vorrebbe essere intonata al tema dell’evento, ma la povertà dei mezzi e quella del gusto suggeriscono un’atmosfera squallida, piuttosto che macabra. Lungo le pareti si consuma una fila di moccoletti sepolcrali, mentre in capo alla sala, su un tavolo nudo, un candelabro a tre bracci regge candele di cera rossa, ancora spente. Ai lati del candelabro, dagli sfondi bui di due piccoli dipinti su tela, occhieggiano teschi e ossami vari, diafani come ologrammi: una via di mezzo tra il barocco e il postmoderno (come del resto tutto ciò che si appresta ad accadere qui dentro). Accanto al tavolo un leggio in ferro nero è fiocamente illuminato dall’alto, mentre un impianto di amplificazione celato sotto il tavolo diffonde una litania catacombale, bassa e monotona, sulle prime inquietante ma alla lunga solo fastidiosa.

Anche il pubblico è in tono. Le prime file sono occupate da una pattuglia neroblusonata, volti pallidi e composti, qualcuno incorniciato da una barbetta alla Marianini, e maglioncini scuri a collo alto. Più indietro siedono i non iniziati e i semplici curiosi, che appaiono intrigati, ma non del tutto a proprio agio. Nella penombra della parete di fondo scorgo la sagoma allampanata di Mirko e quella un po’ stralunata di Biune. Anch’io ho la mia claque.

S’inizia alle ventuno e trenta, in perfetto orario. Marco è teso come una corda di violino. Si aggira per il retro della saletta in giacca nera di velluto e cravatta viola, i capelli sparati ad aureola. Apre e chiude la cartellina che raccoglie le sue poesie, con sovracoperta in viola quaresimale intenso, pendant con la cravatta. Abbiamo concordato la scaletta su due piedi (a dire il vero l’ho decisa io). Alterneremo la lettura dei suoi componimenti, quattro alla volta, con brevi interventi miei. Quindi sono previsti una introduzione, quattro sezioni di recitativo (l’ultima con cinque poesie, Marco è stato irremovibile sul numero complessivo – diciassette, naturalmente) separate da tre intervalli, ed un commiato. Tempi ristretti, massimo un’ora e venti. Tocca a me iniziare.

Se sono qui stasera è perché in fondo me lo sono voluto, anche se mi ostino a ripetermi di no. Quando la voce di Marco mi ha sorpreso per telefono, dopo un decennio di assoluto silenzio, per intrappolarmi in una serata di letture poetiche (versi suoi), ho fatto violenza al mio naturale istinto di fuga. Ho sempre problemi a rifiutare qualcosa del genere ad un amico o ad un ex-allievo; al telefono, poi, non ci provo nemmeno. Per telefono riuscirebbero a commissionarmi anche un omicidio, sono privo di difese. Così, colto a bruciapelo, con la forchetta ancora in mano, mi sono fatto incastrare da un assenso che speravo dilatorio, e che invece all’altro capo del filo suonava convinto. Solo più tardi, a mente fredda, mi sono reso conto di aver assunto un impegno, e ho dovuto cominciare a darmene una ragione. Facendo di necessità virtù mi sono detto che ogni occasione di questo genere, quali ne siano le finalità e il valore intrinseco, deve essere considerata la benvenuta, perché ci sottrae per un attimo ai grandi fratelli, quello televisivo ma soprattutto gli altri, quelli che condizionano ogni attimo della nostra giornata. Vada dunque per la session poetica, e amen.

Le perplessità si sono moltiplicate qualche giorno dopo, quando Marco l’ho incontrato ed ho letto le sue poesie. Già il titolo, Elegia del macabro ed estetica della malinconia, era una promessa: le poesie erano anche peggio. Mi sono stramaledetto, mi sono chiesto cosa cavolo avesse a che fare tutto questo con uno che si picca di essere un razionalista, un illuminista (per gli amici, uno scettico) e che nutre per queste cose uno sprezzo oraziano. Ma ormai era fatta; non potevo più tirarmi indietro, e a questo punto dovevo inventarmi ragioni meno vaghe, ben più serie.

Devo confessare che anche stavolta non ho faticato molto a trovarle. Sono incorreggibile. Al solito, ho scovato delle giustificazioni didattiche, e le ho legate ad una sfida. Non è detto che non si possa fare anche di una serata simile, con tali premesse, un momento di positiva riflessione. Il tema in fondo si presta ottimamente. Si tratta né più né meno di parlare del rapporto con la madre di tutte le culture, anzi, dell’idea stessa di cultura: di quel rapporto che l’uomo intrattiene, da quando ha acquisito la coscienza di esistere, con nostra signora morte, delle paure e delle fascinazioni che questa ha su di lui sempre esercitato, e di come queste paure e questo fascino si siano tradotti nei secoli in arte, in poesia, in musica, ecc…

Questo avrei voluto dire. Non lo dico, e vado invece dritto al tema, per introdurre (e sotto sotto neutralizzare) le poesie di Marco. Parto dunque dalla varietà degli atteggiamenti degli uomini di fronte alla morte, di come tali atteggiamenti differiscano a seconda dei tempi, dei luoghi, del tipo di civiltà e soprattutto dei singoli caratteri, e di come possano tuttavia essere ricondotti a tre attitudini di massima: l’esorcizzazione, la rimozione, il corteggiamento. Vado sinteticamente ad analizzarle.

Esorcizzare la morte significa in sostanza negarla. È quello che fanno le grandi religioni escatologiche, quelle che promettono un’altra vita. È un sistema semplice e sicuro, non fosse per un particolare: per funzionare deve sempre tener viva la percezione della morte stessa, deve dipingere quest’ultima a tinte fosche, agitarne costantemente lo spettro. Si deve parlare molto di ladri, se si vogliono vendere porte blindate. Quindi la negazione non implica una cancellazione, anzi: implica però un declassamento, dalla irreversibilità assoluta, eterna, alla reintegrazione nei ranghi del tempo.

C’è anche una forma di esorcizzazione laica. È quella, ad esempio, che affida alla storia il compito di traghettare la nostra vita al di là della morte. Noi superiamo la morte nel momento in cui la nostra vita è spesa per un ideale che ci trascende, che sopravvive alla nostra scomparsa, un ideale comune a gran parte o a tutta l’umanità. Tale assunto è esplicito nel Foscolo, ma in fondo è implicito anche in Marx, o in ogni ideologizzazione del “progresso”. In questo caso più che ad un declassamento della morte siamo di fronte ad una valorizzazione esponenziale, addirittura ad una transustanziazione, della vita.

Il secondo atteggiamento è quello della rimozione della morte. È l’atteggiamento della cultura consumistica, o comunque della civiltà attuale. La morte non è produttiva, se non per le imprese di pompe funebri, e anzi, interferisce nei processi di produzione, può distrarre, costituire un elemento non del tutto controllabile dal sistema. Va rimossa. Consideriamo ad esempio i tempi e i modi dell’elaborazione del lutto, oggi, e ce ne renderemo immediatamente conto. Non esiste più nessuna elaborazione del lutto, la salma è occultata immediatamente, passa dall’ospedale alla camera mortuaria, la si interra o la si crema il più sollecitamente possibile, la si dimentica più velocemente ancora. Non c’è tempo in questa cultura per pensare alla morte: bisogna vivere, produrre, consumare, soprattutto vivere senza pensare, e secondo certi modelli.

Ma la rimozione passa anche per altre vie, più subdole e paradossali. Mai come oggi si sono viste tante morti (apparenti), in televisione o al cinema, ma anche nella letteratura. È una rimozione per accumulo. Otto, dieci, venticinque morti in un’ora, debitamente spappolati da pallottole o schiacciasassi o tritacarne, riuscirebbero a mitridatizzare qualsiasi animo, anche il più sensibile, contro l’emozione della morte, ad abituare all’idea di un evento marginale, ripetibile a piacimento, come accade agli attori. A supporto viene anche l’informazione, che tratta il tema della morte solo in cifre: mezzo milione di trucidati nel Ruanda, ottantacinque vittime della strada nell’ultimo week end, quattro morti ammazzati in un regolamento di conti. Questa è la rimozione: statistiche, accumulo, esposizione esagerata e falsa dell’evento.

La terza attitudine è finalmente quella che a noi interessa. La morte può anche essere blandita. Può esercitare un fascino, più o meno morboso. E noi possiamo in varie forme soggiacervi. Vediamo in quali.

C’è nella poesia, nella letteratura in genere, una vera brama di morte. Può avere motivazioni religiose (Jacopone da Todi e tutti gli aspiranti al martirio o all’espiazione) o esistenziali. In quest’ultimo caso può essere vista come un porto (Petrarca, ma anche Foscolo) o come un abisso orrido e immenso, un buco nero (Leopardi). A volte è proprio la paura a produrre l’attrazione. L’insistenza del Barocco su immagini macabre, sia in letteratura (si pensi a Ciro di Pers) che nella pittura, non è legata soltanto alla ricerca di effettacci speciali; testimonia un terrore diffuso, alimentato magari dalla predicazione controriformistica (e prima ancora da quella riformistica) per qualcosa che ripugna e tuttavia inesorabilmente trascina.

C’è anche però chi con la morte un po’ ci gioca, con quella altrui (Cecco Angiolieri) o con la propria (Ernesto Ragazzoni), e la irride con una sghignazzata liberatoria (ma non troppo). Oppure chi si accosta al tema con animo più sereno, e ne trae soprattutto pretesto per una meditazione sul senso della vita ( Edgard Lee Masters, ad esempio, oppure l’Enzensberger di Mausoleum).

C’è infine, e questo ci riconduce al tema della serata, un rapporto di fascinazione che è quello che da sempre ha caratterizzato i poeti maledetti, da Francois Villon in poi. È un atteggiamento soprattutto romantico (Shelley, Novalis), ma anche antiromantico (gli Scapigliati, Tarchetti) e poi decadente, e ancora esistenzialista, fino ad arrivare al pulp e al postmoderno. Ma in questi ultimi entra già in gioco un altro fattore: qui la fascinazione è già rimozione, non c’è più malinconia.

 

E qui, per il momento, mi fermo. Ho contenuto il tutto in poco più di un quarto d’ora, il che la dice lunga sul livello di profondità cui mi sono spinto. Ora accendo ritualmente il candelabro e lascio il posto a Marco. Le luci vengono spente, la nenia sepolcrale riparte, e Marco da inizio alle letture, partendo da Macabra Operetta e procedendo con Esos Necroscopique, Aura Noir, Fiori di tenebra.

 

Ho l’impressione di non aver lasciato un gran segno. Mi rendo conto che molti dei convenuti sono amici di Marco, accorsi per dovere, più che per condivisione della sua poetica, e che auspicano solo tempi brevi. Altri, pochi, condividono con Marco non solo l’attrazione per il macabro, ma anche una certa pervicace povertà culturale, il disinteresse per una conoscenza un po’ più profonda, articolata e sistematica, almeno rispetto alle cose di cui si credono appassionati. Questo atteggiamento mi irrita. Non mi importa, almeno fino ad un certo punto, della direzione delle idee e degli interessi, e apprezzo gli intenti dilettantistici, anzi, apprezzo solo quelli, nel senso che non concepisco la poesia, la pittura, la letteratura come una “professione”: ma esigo professionalità nei modi. Non posso soffrire l’approssimazione, il pressapochismo. Se si fa una cosa occorre almeno cercare di farla bene. Se si cerca di farla bene è probabile che se ne colgano le incongruenze, oltre a svilupparne tutte le effettive potenzialità. Un atteggiamento poco serio non può che dar luogo ad una adesione superficiale ed acritica, e questa è paradossalmente all’origine di ogni forma di fanatismo. Conoscere un argomento significa padroneggiarlo, non esserne dominati.

 

Al secondo intervallo ho ormai capito che su questo versante la sfida è persa. Ho cercato di nobilitare le allucinate evocazioni di Scheletri o i languori di Reliquiario e del Sole morente aggrappandomi a Tarchetti e agli scapigliati, scomodando Auden e persino Rilke: ma mi accorgo che, oltre ad insultare la poesia, perdo solo del tempo. Ad ogni blocco di letture di Marco segue un compassatissimo e formale applauso: nessuno che si scuota, nessuno che si chieda cosa ci sta a fare lì. Al terzo intermezzo provo l’ultima carta, quella dell’ironia Ho in serbo Ragazzoni, con Il mio funerale, divertita ed irridente prefigurazione delle proprie esequie. Vorrebbe essere un invito: ragazzi, non prendiamoci troppo sul serio, non rimuoviamo la morte ma nemmeno facciamoci irretire da suggestioni pacchiane. Niente, non funziona nemmeno questo. Sui volti degli astanti non si contrae, non si rilassa un muscolo, non cambia una virgola nelle loro espressioni. Adesso comincio ad essere nervoso, davvero ho la sensazione di aver buttato una serata. Subisco con crescente insofferenza le ultime cinque poesie di Marco, mi irritano, a differenza delle prime, che mi infastidivano solo per la pochezza compositiva. Si ripete il rito dell’applauso, identico ai precedenti. Non un commento. Tutti fermi lì, quasi ad aspettare che compaia la parola fine.

 

Ma non posso lasciarli andare così. Una piccola vendetta per questa serata me la devo prendere. Riaccendo le luci, per l’ennesima volta faccio tacere i cori dell’Ade, e mi ripresento per il commiato. “Bene, è finita. Spero che non vi siate annoiati. Adesso andremo magari a farci un grappino, tanto per tirarci un po’ su. Ma voglio lasciarvi con un’ultima poesia, che chiuda degnamente la serata”. Nessun accenno di fastidio, niente. E allora, beccatevi questa. “Morirò di cancro alla colonna vertebrale …” esordisco. Alla buonora. Un movimento unico serpeggia per tutta la sala. Lo percepisco, anche se ho gli occhi fissi sul testo di Boris Vian. E distinguo bene la scena in prima fila. Uno dei blusonati, uno dei più attenti e partecipi, fa un saltino sulla sedia, porta le mani di scatto tra le gambe e sibila – oh, Cristo!

Ho la sensazione che tutto il pubblico abbia avuto la stessa reazione. Avevano abbassato la guardia, e il gesto che fanno all’unisono (anche perché le sedie in plastica non soccorrono in altro modo) mi fa pensare di averli beccati proprio lì. Proseguo imperterrito … accadrà una sera orribile … Morirò della putrefazione/ di certe cellule poco conosciute …, mi accaloro … Morirò per una gamba amputata / da un topo gigante sbucato da una fogna gigante … Morirò annegato nell’olio di spurgo / calpestato da bestie indifferenti … Morirò mangiato vivo / dai vermi … e corro verso la fine per non dare loro il tempo di prendere fiato. Rallento solo sul … Morirò un po’, molto, / senza passione ma con interesse / e poi quando sarà tutto finito …, e sono tutti lì, con le mani più o meno platealmente ancorate alle palle, una strizzata di gruppo. …Morirò. Buona notte.

Quando imbocco l’uscita, dopo aver stretto la mano a Marco che non si è reso conto di nulla, nessuno s’è ancora alzato. Devono uscire dall’apnea da strizzamento.

 

Mirko mi accoglie con un sogghigno. –”Magnifico!” – dice.

“Al bar”, rispondo. “Ho bisogno di una sambuca”. Poi ci guardiamo negli occhi, e seppelliamo la notte di via Cairoli sotto una fragorosa risata.

 

La poesia di Ferrucio Benzoni

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

La poesia di Ferruccio Benzoni è una poesia in bianco e nero, il diario-canzoniere di uno sguardo laterale sul mondo, attento però ai più piccoli indizi, ai più minuti enigmi, alle più brevi ombre della quotidianità e della memoria.

Sovrapposizione di elementi simbolisti e di ironico crepuscolarismo – attraverso celate citazioni, arcaismi e colloquialismi – la sua poesia possiede la complicità della malinconia, di uno spleen apparentemente pacato, avvinghiato ai ricordi come le ferite al dolore, incollato a piccole cose e a piccoli amori, ma privo di quel riscatto che unisce il presente, pur esile, a un futuro, pur caliginoso e indecifrabile. In Benzoni qualcosa di irrimediabile si è compiuto: il legame tra memoria e promessa, tra l’oggi e l’attesa è franato; i morti sono indefinibilmente prossimi, i vivi lamentano un’indicibile distanza.

Per questo la sua voce viene da un perenne passato, anche se recente, si muove tra conosciute e care ombre e un marginale sentire, tra una sospirata guarigione e una luce sempre malata, poiché il poeta, da Catullo a Baudelaire, non vuole guarire dalla passione della poesia.

 

Ferruccio Benzoni, nato a Cesenatico nel 1949, è morto nel 1997. È stato tra i promotori di una delle riviste più defilate e, allo stesso tempo centrali degli anni settanta: “Sul porto”. Ha pubblicato La casa sul porto (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1980), Notizie dalla solitudine (S. Marco dei Giustiniani, 1986), Fedi nuziali (All’insegna del Pesce d’Oro, 1991) e Numi di un lessico figliale (Marsilio, 1995).

 

Appendice a
“un tu non ipotetico e caro”

Devo dirti che non l’acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l’edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
– non sogni tastiere evocative – poiché
l’amore, l’imponderabile non vivono
che in te, trasfugati e spenti.
È dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m’assolvesti
quando un’esenzione chiedevo da quel grumo
d’angoscia cui sono innestato.
Non è l’amore un ragazzo cieco, violentato:
c’è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.

Confessioni per un autoritratto

Sui muri in fuga delle vecchie case
il vento perlustra i rovinosi crepi,
la calce viva, la muffa vile infradicita.

Qui ho vissuto e un male d’ombre ha attecchito
qui devo finire con la mia sete intatta.
A ingigantire è una segreta ombra che avanza
defilandomi: io vivo di profilo.

Dell’amore
amore la mancanza di libertà l’infinito
possesso, l’oscura cecità soave. M’angoscia
il viscido muschio che gli amanti schiumano
quando il riso muore con la carne ed è carie
la dolcezza, una sbadata bava. Così
la pelle tua franta a febbraio al muro di una
casa dalle marcite gronde.

(Intenerire era sapere più a fondo di più
l’effimera ferocia della mia verità

 

La poesia di Antonella Anedda

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Uno sguardo invernale è, organicamente, temperamento e memoria nella poesia di Antonella Anedda, una poesia asciugata da una parola essenziale e nitida, da una scrittura portatrice della propria ombra e di una grazia non leziosa. Pur nella sofferenza dello sguardo che si posa su ciò che è in procinto di congedarsi, di estenuarsi, di resistere, di essere escluso, c’è un pudore che rifiuta compiacimenti, disarmate amarezze e sentimentalismi, quasi si trattasse di un dolore anonimo. D’altra parte in questa poesia la condizione storica del poeta (“In nessun luogo c’è bisogno di noi/…/Nessun tempo ha bisogno di noi”) è quella dell’errante, dell’esiliato, del marginale (“Di lato c’era come un recinto/e lì duravano le cose”).

La forza della poesia di Anedda è sommessa, è nel cogliere gli oggetti oltre il confine, dopo la soglia; il suo realismo conferisce valore alle “cose” non nella quotidianità, ma nella loro quotidiana eternità: a testimonianza che la storia e il tempo sono i temi fondamentali della sua poesia.

Pur nella novità di questa scrittura – soprattutto nei confronti della poesia contemporanea – non è difficile cogliere tratti comuni con la tradizione poetica: da Rimbaud alla Achmatova, da D’Annunzio a Gatto e, più d’ogni altro, alla Cvetaeva, per il riconoscimento del presente e dell’esperienza del mondo come dato drammatico, per il comune procedere deciso ma sospeso, in attesa, forse, della caduta.

 

Antonella Anedda, collaboratrice de “il Manifesto”, “Micromega” e “Poesia”, ha pubblicato la raccolta poetica “Residenze invernali” (Crocetti) e la raccolta di saggi e racconti “Cosa sono gli anni” (Fazi).

1991

In nessun luogo c’è bisogno di noi
tra un mese l’anno
avrà una cifra baltica, bianca
millenovecentonovantuno
dove il mille indietreggia
fino a secoli-steppe
e l’uno, cavo,
tintinna

Nessuno ci ha chiamato
erano voci d’orto, fischi
per scacciare gli uccelli
la poca pioggia che cola
dai tubi della casa
deserta
come carta.
Ci sono solo i fiati
e il bacile appannato
e le noci che dicono
autunno moltiplicato sopra tavoli
pietre su posti vuoti.

In nessun tempo c’è bisogno di noi
Le notti verticali
e il viale dei tigli, la lepre
trasparente nel cespuglio
la schiena-ombra di chi allora sostava
ora soffiano stanchi
sulla tempia del secolo.

C’è un cibo serale, lampi
sulle foto scoscese
e noi beviamo tra le forchette brune
per la lenta paura che s’incide
sul gomito che alza una ghirlanda.
Nessun tempo ha bisogno di noi
nessuno dice
il numero dei colpi
l’esatta cifra dell’erba
né come l’aria
sferzandoci
ci farà dura pelle
scoiattoli

Lo slittare di foglie
la lontananza delle costellazioni
Non ho parole cupe
non cupe abbastanza
Il pino s’infossa nella notte
a fatica decifro la memoria.
Di lato c’era come un recinto
e lì duravano le cose.

 

La poesia di Alessandro Quattrone

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

La poesia di Alessandro Quattrone è poesia del movimento e insieme della stasi, onirica fino alla visionarietà, ma nitida, lirica e al tempo quotidiana.  Proviene da una stagione d’ombra in cui il movimento non è fuga, ma interrogazione dell’Altro, la stasi è instabile e residua, la visionarietà simbolica evoca le immagini che, pur senza contagiarsi, parlano del proprio passato come di un’epifania smarrita e prosciugata, ormai inidonea a gettare luce sul presente.

I veri soggetti della poesia di Quattrone non sono tanto l’io o il tu della consuetudine lirica, ma gli oggetti e gli affetti che abitano il suolo velato, ineguale e ruvido del sogno e della memoria.

Compito della poesia è richiamare queste voci dalle ceneri del trascorso e avvicinarle le une alle altre in un gesto che, riconoscendole, le contempli, le interroghi e le rinomini. Procedendo in questo tentativo di agnizione delle cose e della loro esperienza, la poesia si rivolge ad un aspro antropomorfismo – si pensi a Rimbaud per i toni di luminosa miniatura e a Rilke per comunanza di sensibilità – attingendo dal profondo, da quella condizione d’ombra che è figura del disorientamento, paesaggio interiore e presagio del mutare delle cose e del loro dileguarsi.

 

Alessandro Quattrone è nato a Reggio Calabria nel 1958, insegna a Como. Svolge un’intensa attività di traduttore: ha curato traduzioni di classici e di moderni, da Baudelaire a Coleridge, da Rimbaud a Ovidio. Ha pubblicato le due raccolte poetiche Interrogare la pioggia e Passeggiate e inseguimenti.

 

(in montagna)
Respirare in mezzo ai grandi spiriti

delle montagne,
e insieme agli amici e ai figli
estenuarsi a guardare le cime
e gli strapiombi con il batticuore,
si, rimanere poi nella radura
con la pelle silenziosa
con la memoria spenta e un’allegria
dispersa tra gli alberi,
mentre il mondo laggiù si avvicina
alle acque del lago
e un paese senza nome recita
la parte di chi tace, di chi è calmo,
e tutto congiura per fare
di te un filo d’erba felice.

(esplorazioni)
Inoltrandoci nel bosco noi esploriamo

la quiete; invece a riconoscere
i nostri antichi volti senza pace
non basta più l’indagine.
Cerchiamo profezie tra queste foglie,
una voce amica tra i castagni
che ci spieghi il passato e ci lasci
un messaggio oscuro per domani.
Assediati da arcieri leggendari,
da rami pronti a trafiggerci i ricordi,
procediamo scherzando per negare
l’ombra intima che ci sfugge a tratti.


(pomeriggio a Lugano)
Camminare lenti sotto i portici

attardarsi, farsi più discreti
rivestirsi di malinconia elegante.
Dalle case mute si diparte
un annuncio ardito, un’estasi
divenuta presto pura attesa.
E si esce nella piazza, più belli
per la bellezza prodiga di oblio
delle donne simili a oleandri,
delle donne belle d’altra quiete.
Poi si guarda il lago: i pedalò
sollecitano un’allegria importuna,
le anatre ignorano i battelli
e noi alla balaustra siamo il vento.

(farfalla immortale)
Quel miracolo che solo il sonno

sa fare mentre tace ogni cosa
nell’universo e nella stanza chiusa,
dalla febbre, ecco, mi ha liberato.
Ma nella luce aspra del mattino
ho ancora brividi, altre nostalgie.
Tu, farfalla presunta immortale,
che sfiori le mie foglie stamattina
non temendo la tempesta e il grido,
ti posi su queste mie parole
bianche, rosse, gialle, celestine,
e riprendi il volo già sapendo
la levità crudele del destino.

 

Attenti al gregge

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

In questo numero l’appuntamento con la “poetica” salta. Abbiamo constatato che ci sono in giro un sacco di poeti, ma che nessuno, o quasi, è disposto a fare i conti con se stesso, a porsi delle domande e a tentare delle risposte sulle motivazioni, sul senso e sui modi del proprio poetare. Tutto ciò vorrà anche dire qualcosa, ma ne lasciamo al lettore l’interpretazione.

Proponiamo invece un testo che può essere considerato un classico, almeno in relazione allo spirito che anima la rivista, almeno quanto On the road, e che ha in comune con quest’ultimo l’anno di composizione, il 1957. È una poesia di Hans Magnus Enzensberger, autore che ha già trovato spazio su queste pagine e la cui voce, checchè ne pensino Nanni Moretti e tutta l’intellighentia scazzata, rimane una delle poche che valga la pena ascoltare. La proponiamo perchè è introvabile, essendo comparsa in traduzione italiana nel 1964 da Feltrinelli (ma è stata composta nel 1957) nella raccolta “Poesie per chi non legge poesia”, e mai più ristampata. Forse perché in questi quarant’anni le cose sono cambiate, le coscienze si sono svegliate, le pecore hanno messo zanne e artigli? forse perché, come s’usa dire oggi, “non se ne può più” (!) di impegno e serietà? o forse, più probabilmente, perchè il miglior modo per non provare schifo di se stessi è nascondere gli specchi.

A proposito di voce: nelle “istruzioni per l’uso” allegate alla raccolta Enzensberger invita i “lettori impavidi” a leggere le sue poesie ad alta voce, “con quanta voce hanno in corpo”. Provateci. Vale la pena.

Difesa dei lupi contro le pecore

Deve mangiar viole del pensiero, l’avvoltoio?
Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
Che muti pelo? E dal lupo? Deve

da sè cavarsi i denti?
Che cosa non vi garba
nei commissari politici e nei pontefici?
Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?

Chi cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
trancia il cappone all’usuraio? Chi
fieramente si appende la croce di latta
sull’ombelico brontolante? Chi intasca
la mancia, la moneta d’argento, l’obolo
del silenzio? Son molti
i derubati, pochi i ladri; chi
li applaude allora, chi
li decora e distingue, chi è avido
di menzogna?

Nello specchio guardatevi: vigliacchi
che scansate la pena della verità,
avversi ad imparare e che il pensiero
ai lupi rimettete,
l’anello al naso è il vostro gioiello più caro,
nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando per voi.
Pecore, a voi sorelle
son le cornacchie, se a voi le confronto.
Voi vi accecate a vicenda.
Regna invece tra i lupi
fraternità. Vanno essi
in branchi.

Siano lodati i banditi. Alla violenza
voi li invitate, vi buttate sopra
il pigro letto
dell’ubbidienza. Tra i guaiti ancora
mentite. Sbranati
volete essere. Voi
non lo mutate il mondo.

HANS MAGNUS ENZENSBERGER

 

La poesia di Achille Serrao

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Quella di Serrao è una poesia di contrasti, petrosa e impervia, in un clima inusitatamente nordico: il dissolversi del tempo, la fuga delle cose e il defilarsi delle presenze sono i temi che l’attraversano. Una crepa (a’ cannatura) di senso, un assedio del vuoto, una sconfitta che è quella del Sud non vengono riscattate, se non occasionalmente e per il breve spazio di un respiro, nemmeno dal ricordo, momento intimo e segreto dove si rifugia la possibilità salvifica di esprimere la voce dell’amore.La questione del linguaggio è nella poesia di Achille Serrao assolutamente centrale. Il suo dialetto – precisamente quello di Caivano, un piccolo centro ai confini della provincia di Napoli – è aspro e stonato, l’uso antiletterario e antidiscorsivo.

Il suo Sud è quello dell’infanzia, ormai inesistente, mitizzato, ma che non si presta ad una ricostruzione in un modello esemplare: dalla poesia di Serrao emergono solo frammenti, schegge, frantumi e rottami. Il tutto è avvolto da una luce ispida e livida, scabra e lunare, e l’ora topica è quella sbandata che precede l’alba, in cui ci ferisce la dolorosa irreparabilità del giorno e la pena del suo sorgere. Il suo verso si frantuma in sussulti, inciampi, slabbrature e omissioni: tutto ciò a testimonianza della sofferta fatica della parola e del vivere, dell’offesa ferita di un passato indagato senza reticenze. Quello di Serrao è un paesaggio interiore: le cose, gli oggetti che definiscono frammentariamente i suoi orizzonti sono allusivi di qualcosa che sta dietro, che è oltre: poesia che, in questa dimensione di percorso interiore, è pervasa da un alito metafisico.

La materia è frequentemente di origine autobiografica, ma ostinata in un’ invernale impersonalità: più dell’io si avverte l’incalzare doloroso di una realtà che impone di essere detta in una poesia così autenticamente impervia da alterare il sangue, ma perciò così persuasiva.

Achille Serrao è nato a Roma nel 1936. Ha curato, per l’editore Campanotto di Udine, l’antologia di poesia neodialettale “Via terra”.

A st’ora chi simmo …
A st’ora chi simmo? I’ saglio

saglimmo senza
overamènte na sagliuta senza
piatà e arèto a na filara
d’arbere sfrunnate ‘a luna
sfrie comme sfriesse, ‘e luòtene
d’’e cane allérta c’’a neglia ‘ncanna … ‘o mare
nu retecà ‘e parole maje femute … Sàgliere,
‘o chiù malamènte d’’e mestiére,
saglimmo a careggràzia e … ‘o vvi’ llànno
‘o mare farfagliùso, chi suspira
‘e quante ccà ne simmo
nu viecchio sulamènte ammuinatore ‘o mare?

A quest’ora chi siamo / A quest’ora chi siamo Salgo / si sale senza / davvero una salita senza / misericordia e dietro un filare / d’alberi spogli la luna / sfrigola come sfrigolasse, i lamenti / dei cani all’erta con la caligine in gola … il mare / un andare e venire di parole incompiute … Salire, / il più crudele dei mestieri, / si sale per miracolo e … ecco / il mare balbuziente, chi suggerisce sospirando / di quanti ne siamo qui / un vecchio solo ammutinato il mare?

Trasette vierno
Trasette vierno ca ‘ntosseca ll’auciélle, pure

d’’o malaùrio, quanta aucelluzze
se fida ‘e ‘ntussecà picciuse
pe’ na cucchiarèlla ‘e semménte e a’ ggente
vascia, me darraje na voce
ggente d’’a mia ‘e piéde dint’â neve
‘nfi a che ‘a neve se mantène toma
‘ncopp’a stu muojo ‘e paciénza arresugliato
cu ll’uocchie ‘a luntano …
e nce siénte ‘e spicà
‘o silenzio si attòcca, nu sisco
‘e vocca
a malappena na tagliata d’aria.

E arrivò l’inverno … / E arrivò l’inverno che avvelena gli uccelli, perfino / del malaugurio, quanti passeri / ce la fa ad amereggiare lamentosi / per un mucchietto di semi e la gente / povera, te ne accorgerai / gente mia con i piedi nella neve / fino a quando dura la neve quieta / su questo moggio di pazienza raspato / con gli occhi da lontano … / e lì senti crescere / il silenzio semmai, un fischio / di bocca / a malapena uno sfregio d’aria.

 

Fare poesia è follia

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

  1. Non è vero che fare poesia è una necessità assoluta. Non è vero che fare poesia è inscritto nei geni di ciascuno di noi. Non è vero che fare poesia è un’attività di élite intellettuale. Fare poesia è follia.
  2. La follia? Un classico della poesia. I poeti hanno bisogno di referenti patologici e s’infiammano quando credono di individuare nel folle la loro punta di diamante. Come se la poesia potesse dipendere dalla vicenda umana di un individuo. Ma la follia della poesia non ha niente a che fare con le depressioni e le monomanìe.
  3. La follia della poesia è follia della parola. Della parola, non del poeta. Parola che scaturisce dal nostro sentire con un processo che ci appartiene soltanto nell’aspetto tecnico della trascrizione. La poesia non è un’intuizione soggettiva, è la capacità di cogliere oggettivamente l’universale.
  4. La parola ha un valore semantico che la moltiplica e la estende, ma il linguaggio recondito dell’esistenza non ha significati verbali. Indulgere alla cerebralizzazione del senso produce un’implosione poetica che distrugge il ritmo della scrittura. La poesia è musica e la stecca non riguarda i suoi significati.
  1. La carica emotiva di un testo poetico dipende dal metro della sua composizione. Solo una buona dimestichezza con la musica, tempi e ritmi del solfeggio, non ascolto maniaco e beota, consente di godere fino in fondo l’armonia di un verso e di una strofa.
  2. Tecnica e poesia non sono affatto antitetiche. L’acquisizione e l’interiorizzazione di strumenti sono premesse indispensabili alla produzione poetica. Che è fatica, solitudine, non il bacio di una dea.
  3. Scrivere poesia è sussurri e grida, angoscia e tremore, coraggio ed esaltazione. La prova generale di una prima. Scrivere poesia è un gesto estremo di sfida per catturare una voce che non ci appartiene. Scrivere poesia è un’avventura terrificante che ogni volta ci fa giurare che non lo faremo mai più.
  4. La poesia è voce tuonante, rauca, stridula, lamentosa, e come tale deve essere vissuta. Leggerla in silenzio vuol dire condannarla all’inesistenza. La poesia sulla carta non ha nessun significato.
  5. La poesia è eroismo, profezia, santità. Ma nessun poeta è eroe, profeta o santo. perché il poeta, non appena ha concluso la sua missione, è l’essere più insignificante della terra.

10.  La poesia è paradosso dell’esistenza. Chiamare qualcuno poeta è un insulto alla sua sofferenza.

È bello giacere con una donna
È bello giacere con una donna

che si conceda in tutte le maniere
fino all’esaurimento.
Ma se non posso gridare con lei
parole di liberazione
se non posso confondere con lei
la voce
in suoni e gemiti che rifondino il linguaggio
se non riesco a respirare con lei
fino ad ansimare in palpitante sincronia
se non ho con lei
le visioni del paradiso terrestre
che solo la santità e la buona droga sanno dare
allora sento un vuoto nell’anima
che si allarga a dismisura
e mi consuma con una radice feroce.

Farenheit 451
Un libro

è un baluardo
il forte Apache del nostro intelletto.
Un paese antico
ospitale
dove nessuno nega le nostre parole.
Un’avventura
un sogno
che ci difende dall’ultimo agguato.

Se macineranno i libri
per farne mangime per i polli
beccherò anch’io
la mia parte di parole.
Se li bruceranno
a cataste nelle piazze
raccoglierò le ceneri
come le spoglie di un amico.
Se mi tortureranno
per costringermi a negarli
sopporterò il dolore
cambiandolo in poesia.

Datemi un libro
ancora un libro
che parli al cuore
che parli anche alla mente
e accenda il filo di speranza
che muore ogni giorno dentro me.

 

La poesia di Beppe Salvia

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Non è frequente, nella poesia degli ultimi vent’anni, imbattersi in versi lievi eppure compatti, leggeri eppure solenni come quelli di Beppe Salvia. Sottile e fluida la sua poesia è lo specchio di un vuoto da cui, senza un grido, si figura un sentimento d’esilio che intride il sangue e lo guasta irreparabilmente.
Le ferite del poeta sono immedicabili, come per un veleno sottile o per invisibile contagio, eppure la voce preserva un tono pacato, il verso si distende in un endecasillabo gentile, da cui traspare come in filigrana un disperato desiderio d’essere dentro le cose, dentro la vita e, contemporaneamente, la consapevolezza di non esserne capace.
La vita sognata, l’“aerea vita” appare continuamente a portata di mano, attraverso i piccoli oggetti quotidiani, i brevi “sentimenti paghi di letizia”, ma nessuno riuscirà ad esserne all’altezza, ad essere cosa tra le cose, vita nella vita, a contenere – proprio in senso etimologico – l’insostenibile leggerezza, l’insopportabile superficialità della vita. La profondità del senso dell’esistere richiede alla nostra grevità una levità, una vaghezza di cui siamo incapaci.
Il vivere lamenta ad ogni passo una mancanza, un’assenza: la voce s’imbriglia in un sentimento di nostalgia, “nostalgia delle cose impossibili”, del vuoto e del nulla, di una condizione quasi prenatale, di ciò che non è stato e non sarà, di ciò che non nasce e quindi non s’infetta e non perisce.
La nostalgia in Salvia è lo scacco, la tragedia senza catarsi, poiché la nostalgia dell’assenza è al di là delle passioni e della vita, pur se la sua poesia è così felice-mente, e perciò dolorosamente, abitata di cose e colori, di odori e giorni, capaci di fermarsi ed indugiare il tempo innamorato di un ascolto.

Beppe Salvia è nato a Potenza nel 1957. Tra i fondatori della rivista “Braci”, ha pubblicato alcuni testi su “Nuovi Argomenti”. È sempre vissuto poveramente, mantenendosi con lavori occasionali e con l’aiuto di alcuni amici. È morto suicida a Roma, durante la Pasqua del 1985.

(Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
sulla mia schiena, faticavo tanto,
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m’affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l’animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
È primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere e per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

fui prigione di cifre d’alfabeto
e delle loro forme allineate
e dello sciocco mistero che non mai
muti maestri insegnano a noi.
mai mi fu detto e constenti imparai
che non v’è ossa e sangue nelle cose
morte, di che si possa, meravigliose
dimenticarne, eterne. E non più mai
le perfezioni del pensiero a queste
cose inanimate san provvedere
che sian così mutevoli e leggere
da non imprigionare i vivi. Tanto
noi siamo, d’aerea vita soltanto
nuda dimora della vita e tanto
basta ad aver caro il grave, il centro
imperfettibile, d’ignoto peso.

 

Ma allora esiste?

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

  1. La poesia esiste tuttora, vitale e numerosa, e continua a servirsi dei poeti, purché essi siano disposti all’incredibile sforzo che costa assottigliarsi tanto da ottenere la necessaria trasparenza.
  2. La ferita è al centro della poesia.
    Come una ferita le parole si aprono sempre più mentre la parola si chiude in un proprio arcaismo intimo. Accostate per ferirsi e scoprirsi, le parole non sono i guitti adatti all’avanspettacolo di un teatrino dell’io, ma compiono ritualmente i gesti crudeli che la sperimentazione liturgica richiede: urtandosi nei piccoli chiostri dei suoi metri, finiscono per scorticarsi, per perdere la superficie.
    Metafore nel senso più primordiale del termine, il cuore, il sangue, le ciglia, la bocca sono propriamente parti per il tutto: non devono ricongiungersi o accordarsi: compiono la fatica poetica, al tempo stesso non venendo meno all’inevitabile funzione di risarcimento della piaga esistenziale, della mancanza di un senso, cui accenna Blumenberg.
  1. Un verso è il luogo destinato alla missione delle assonanze, allitterazioni, reiterazioni: in quello spazio ristretto e sconfinato esse devono dire, pronunciare i loro couplets, le piccole ariette imbarazzate e legnose, cariche di furia, di garbo o di scontrosa ritrosia: marionette tinte nelle vernici futuriste o dada, ormai un poco essiccate o fanèes, o annerite nel sangue di un espressionismo poco caritatevole. La concentrazione del fuoco sulla bambolesca disperazione di questi espedienti retorici non fa che suscitare quanto vi è di viscerale nei taciuti, negli omessi corporei ed erotici di una poesia che non può che essere antilirica e rabbiosamente antiatmosferica: come un negromante il poeta circuisce ed allude, e tanto più mentre ostenta di stendere i tappeti della reticenza e della preterizione sul buio ed il terribile dell’assenza e della mancanza cui non si rimedia. Il poeta richiama le parole a formare le loro figure, le loro costellazioni, di danza e di rito, ed esse si scontrano, ognuna portatrice d’intrasmissibili malanni, senza contagiarsi mai, scambiandosi testimoni come in una gara di spietate coreografie.
  2. La serietà invernale delle narrazioni contenute nei versi denuncia quanto gravosa sia l’ipoteca mitica che il poeta ha acceso sul suo patrimonio lessicale ed iconografico.
    Dalla secca stenografia accostativa all’immagine di maternità surrealista, dalla rima infrequente sotto forma di titubante assonanza ai richiami camuffati all’interno del verso, la devozione notturna della poesia non lascia dubbi: non si tratta di mises indossate ad un defilè di tendenza, ma della sostanza profonda di un’originaria matrice magica ad essere rivissuta e messa in gioco.
  1. Sentinella di frontiera, trasferitasi interamente in quelle laboriose solitudini, il poeta ascolta il misterioso telegrafo del celato ticchettargli gesti, ritmi, cadenze con le quali comporre gli incendi subitanei delle sue miniature. Nel territorio della poesia parole, oggetti, fatti non gettano ombra: nonostante l’apparente éclat delle figure, nessun alone circonda e soffonde le minime mònadi che di volta in volta vengono a costituirla.
  2. Antiepica nelle forme, la poesia è epica nella sostanza più intima e, personalmente, prova ne sia il chiamare in causa la figura femminile, rigorosamente invocata in quanto assente. Invece di compiere incantesimi, essa raggruma le magie della poesia e contemporaneamente ci conferma quanto sia sostanziale l’esperienza dell’altrove assoluto nel quale si svolge l’atto dello scrivere. La poesia non può essere detta e risuonare senza il “tu” di questo femminile, che garantisce i pur brevi ristori di una narrazione. Soltanto dalla lontananza da costei si possono indirizzare i versi, soltanto nella lontananza i versi possono conservare la caratteristica, così effimera, di appunti del viandante, come in un lehrreise che ritorna sullo stesso, malinconico ossessivo percorso.
  3. La poesia esiste tuttora, e le ferite della memoria, che ci fanno vivere, sono tenute aperte soprattutto grazie ai poeti.

22.
Cuore che imprimi prèmiti

e impunito mi tieni
versi esilio nel torace e torci
il verso, il gesto breve.

Sbianca le labbra lo sguardo
così aspro da dire
dove cade il respiro e raggela
la parola, il pallore sottile.

9. (winterreise)
D’un inverno dimora d’ombra

sta come un cortile nel gelo
l’asciutto andare se corto
se incerto nel sogno sfigura
d’un tempo il malo modo
la premura il nodo al cuore.

XXVI.
Il primo polso si placa
ma incompiuto nella corta
quiete dell’osso e intende
a lungo tra la scheggia del cuore
e la pioggia volgersi e sostare.

10.
Divide il respiro e svoglia

tardiva memoria che veglia
sul disgelo la gola taciuta
saliva in filo che impiglia
e non vede e non veduta.

18.
È un’ombra questo andare
senza impronta tra crudi
congedi simile alla morte
questo andare immaginando
tra un corto sguardo che perde
il cuore ma nella saliva
cerca un filo per tornare.