Leopardi raccontato a mio nipote

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

È vero: avevo promesso di rispondere con la lotta armata a qualsiasi film o sceneggiato televisivo su Leopardi. Non ho registrato il messaggio come i kamikaze islamici, ma la dichiarazione è stata fatta in pubblico, di fronte agli amici. Per questo mi sento in obbligo, dopo l’uscita de “Il giovane favoloso”, di spiegare loro perché non mi sono ancora immolato in un cinema di provincia e come mai, malgrado ciò, non mi consideri uno spergiuro.

Non mi sono fatto esplodere e non ho mitragliato gli spettatori perché il film non è né blasfemo né orribile: è solo totalmente inutile, e inutile sarebbe stato immolarsi. In realtà lo sarebbe stato anche se il film fosse decisamente brutto o menzognero, o se ad interpretare Monaldo avessero chiamato Lino Banfi. Ma Il giovane favoloso non è nulla di tutto questo: anzi, è pieno di buona volontà e tenta persino, senza peraltro riuscirci, di essere filologicamente corretto nella storia, negli ambienti, nel linguaggio. L’attore che impersona Giacomo accuserà danni permanenti alla colonna vertebrale, tanto si è immedesimato. Alla fine però il racconto risulta soltanto noioso e, appunto, inutile. Dice nulla a chi Leopardi non l’ha mai amato (non posso dire non l’ha mai letto, o addirittura mai conosciuto, visto che a scuola sin dalle elementari qualcosa a tradimento te lo ammanniscono), perché ripropone in fondo lo stereotipo del gobbetto che sfoga le sue magagne parlando con la luna; e dice ancor meno a chi lo ha conosciuto un po’ più in profondità, magari complice qualche insegnante particolarmente illuminato o sensibile. In questo caso ad essere confermato è un altro stereotipo, di livello leggermente più raffinato, ma sempre del tutto inadeguato a percepire la vera grandezza del pensiero di Leopardi (è il livello di chi di Leopardi ama la “struggente poesia”). Ciò che viene offerto sono una serie di cartoline illustrate, immagini vagamente ispirate a Friedrich e a Carus, col protagonista di spalle a contemplare una natura, quella sì, favolosa, o lune di dimensioni equatoriali.

Non credo che chi ha visto questo film andrà a rivederlo, e nemmeno sarà indotto a leggere qualcosa di Leopardi, o a rileggerlo con occhi nuovi. Martone non ha creato alcun presupposto per una futura curiosità, per un ripensamento. Sembra piuttosto aver voluto chiudere una pratica rimasta sinora inevasa: non si poteva lasciare inutilizzata una biografia potenzialmente “cinematografica” come quella di Leopardi, e così, come già è stato fatto con Pavese o con Pasolini, il cinema ha voluto porgere il suo omaggio (avendo anche in mente, come vedremo, una favorevole congiuntura sul mercato anglosassone). Pratica chiusa, quindi (almeno, si spera), e tutto sommato ce la siamo cavata con un danno modesto. Poteva persino andar peggio.

Il film, come detto, si adagia sulla lettura corrente del personaggio, quella che ne è stata data per tutto l’Ottocento (con la parziale eccezione del buon De Sanctis) e che è stata trasmessa al secolo scorso dal pontefice Croce: Leopardi grande poeta, maestro delle immagini che toccano le corde del cuore, debolissimo o quasi inesistente pensatore. È l’accusa che dall’inizio alla fine del polpettone viene rivolta al povero Giacomo da amici e nemici, senza che mai da quest’ultimo arrivi una risposta, e se dovessimo giudicare da quel che Martone ci mostra parrebbe assolutamente fondata (uno dei tonfi di stile più significativi è la scena del dialogo con la natura, quest’ultima conciata come una lottatrice nel fango, di quelle che piacciono agli americani). Non c’è il minimo accenno al fondamento razionale, spietatamente razionale, delle convinzioni leopardiane sull’uomo, sulla natura, sul mondo; al fatto che a indurre il poeta a parlare con la luna non sia la disperazione, ma una superiore consapevolezza: al coraggio col quale affronta non una vita da menomato, ma una precocissima e raggelante lucidità. Senza tuttavia mai smettere, quella vita, di amarla.

È d’altro canto la stessa immagine riproposta, ormai sempre più stancamente, dalla scuola, purtroppo anche dagli insegnanti di buona volontà. Quella che passa per Il sabato del villaggio in quinta elementare (una volta almeno la si mandava a memoria), per A Silvia in terza media, sino a L’infinito e a La Ginestra in quinta superiore. Una sorta di mitridatizzazione, che stempera i possibili effetti del veleno attraverso una assunzione progressivamente dosata. Sufficiente a non farlo odiare come Manzoni (che viene iniettato direttamente in vena appena si sale il primo gradino delle superiori), ma anche a far sospirare, al terzo o al quarto incontro: “che palle, ‘sto pessimismo”.

La “normalizzazione” di Leopardi si effettua in questo modo. Dopo si può essere leopardiani allo stesso modo in cui si può essere interisti, per un sottile masochismo, per un’adesione non critica e meditata, sapendo che si godranno brevi momenti esaltanti e lunghe pause malinconiche. Di ciò che Leopardi davvero voleva dirci non rimane traccia.

Senz’altro non ne rimane nei manuali scolastici, anche nei più recenti, di storia della filosofia. Provate a cercare un capitolo, o almeno una finestra, dedicati al pensiero di Leopardi. Non ce n’è uno. Quando va bene viene citato per le intuizioni precorritrici rispetto a Schopenhauer, o perché Nietzsche ne aveva riconosciuta la straordinaria modernità, ma nulla che aiuti anche solo a sospettarne l’eccezionalità. Tutto questo mentre la traduzione dello Zibaldone in lingua inglese – dello Zibaldone, non del Passero Solitario – ha fatto esplodere una vera leopardimania, con gli anglosassoni letteralmente stupefatti per quanto riesce attuale il suo pensiero. Ora, anche dando per scontato che nessuno è profeta in patria, dietro questo secolare misconoscimento devono esserci ragioni più profonde. Cerco di riassumerle.

Per cominciare, c’è un problema di forma: e per forma intendo tanto il lessico che la confezione. Partiamo dal lessico, perché indubbiamente è uno dei fattori che generano maggiore ambiguità. Il linguaggio leopardiano è apparentemente semplice. Il fatto poi di trovare Il sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta serviti già alla mensa delle elementari induce a pensare che sia anche di facile assimilazione. In effetti è vero, è una forma più che commestibile. Per quanto ricordo, a dispetto del crine, della novella piova e dell’andamento discorsivo, in versi liberi e senza l’ausilio di rime baciate, le poesie erano poi facili sia da capire che da mandare a memoria. Ma non è detto fossero altrettanto digeribili: la comprensione del testo non implica automaticamente la percezione del significato. E c’è il rischio che quell’assaggio, una volta archiviato nella memoria, inibisca poi per sempre la curiosità di tornarci su per scoprire anche i retrogusti (il che non significa che le canzoni leopardiane debbano essere eliminate dalla dieta dei fanciulli: anzi, sono essenziali per l’educazione del gusto. Soltanto, andrebbero accompagnata da adeguate – e quasi mai presenti – istruzioni per l’uso, che aiutassero a tenerle distinte da … e lieve lieve / cade la neve / sull’alta pieve / di Pontassieve – peraltro bellissima). Le scelte linguistiche di Leopardi sono infatti tutt’altro che “popolari”: non mirano ad appagare il palato del pubblico, ma sono dettate dalla materia stessa, sono implicite nella natura del pensiero (quello che Antonio Prete ha definito “pensiero poetante”). L’apparente facilità è una conquista espressiva laboriosissima: ventotto diverse redazioni de L’infinito testimoniano un lavoro di scalpello sul conglomerato di conoscenze e di sensazioni del poeta che nemmeno Michelangelo!

Con Leopardi dobbiamo dunque sgombrare il terreno dallo stereotipo romantico della poesia che sgorga da un animo o da una mente surriscaldati. La sua poesia nasce dalla decantazione a freddo di materiali pazientemente accumulati (nello Zibaldone troviamo tutti i temi poi sviluppati nei Canti, e le immagini stesse attraverso le quali verranno proposti). È un procedimento alchemico di trasmutazione. La ragione raccoglie la materia, la sensibilità la filtra, il genio la anima. Una volta depurato, il magma del pensiero lascia sul fondo le manifestazioni più semplici e quotidiane della realtà, e il poeta può rappresentare le cose, l’uomo, il cosmo, la natura, nella loro primordiale essenza. Ma non lo fa fingendo di regredire allo stupore ingenuo del fanciullino o a quello superstizioso del primitivo: al contrario. L’essenzialità non la intuisce, ma la riconquista, arrivandoci dopo aver compiuto il giro più largo, che passa per un precocissimo e impressionante accumulo di conoscenze, di illuminazioni, di speranze e di disillusioni. La riconquista e la trasferisce nella lingua. Il lessico di Leopardi è infatti “primordiale”, il che spiega l’apparente facilità di comprensione (e di memorizzazione), e “anacronistico”, ciò che induce invece la sensazione di straniamento, di essere trasportati in una dimensione che sta allo stesso momento fuori e dentro il mondo e il tempo. È “primordiale” perché a significare cose o azioni Leopardi impiega i termini più prossimi alle radici classiche, quindi quelli temporalmente più lontani, ma semanticamente più ricchi, proprio per la loro indeterminatezza: ed è “anacronistico” non per l’impiego di lemmi e costrutti arcaici o obsoleti, ma perché quella terminologia e quella struttura del discorso sono davvero “classiche”, nel senso che si pongono al di fuori e al di sopra di ogni contingenza culturale, non pagano alcun tributo alle evoluzioni o involuzioni linguistiche e al trascorrere delle mode. Insomma, Leopardi distilla le parole, e le immagini, fino a renderle aeree, e crea con esse un mondo che somiglia come una goccia a questo, ma che a differenza di questo sembra immoto nel tempo. Solo in questo modo si può parlare della realtà assoluta, raccontarla al di là delle sue molteplici determinazioni. Non ci troviamo quindi, ad esempio, di fronte alla montagna ardua del linguaggio foscoliano, irta di concetti che si concatenano, perché Foscolo ci narra una realtà in divenire, mentre Leopardi ci mostra il suo persistere immobile. Ovvero, tornando alla metafora della scultura, Foscolo guardando allo Spirito ci scolpisce una Colonna Traiana, un divenire storico che con un movimento vichiano a spirale punta verso l’alto, mentre Leopardi di fronte all’impenetrabilità e all’indifferenza della materia si limita a sbozzare qualche immagine, e la sua Pietà è quella “non finita” (o indefinita) di palazzo Rondanini.

In sostanza: se il divenire è complesso e sfuggente, ma può comunque essere rappresentato (almeno, a condizione di essere Foscolo), l’essere è semplice e fermo, ma non può essere rappresentato: può al più essere evocato. La “semplificazione”leopardiana ha quindi alle spalle una navigazione tempestosa e conduce ad un paradossale approdo: la verità è accessibile attraverso quello che abbiamo quotidianamente di fronte, e che magari diamo per scontato e non notiamo.

Conseguentemente, e questo ci porta alla “confezione”, Leopardi non ha mai organizzato in una esposizione sistematica il suo pensiero. Non ha scritto una Critica della ragion pura, per intenderci, che preludesse a quella della ragion pratica, non si è interrogato sull’Ontologia, sulla Logica o sull’Etica, o sull’Etica che consegue logicamente all’Ontologia. Ha affidato il suo pensiero a stupende poesie, a un libretto di dialoghi e ad una raccolta di pensieri sparsi. Si potrebbe dire che se l’è voluta, perché la consorteria filosofica occidentale, da Platone in poi, considera solo le espressioni di pensiero formulate all’interno di uno schema canonico, che impone regole vincolanti e un particolare linguaggio. Quindi Leopardi si è autoescluso dal club. E io sostengo che lo ha fatto scientemente, e che non avrebbe potuto fare altrimenti. Non certo perché non fosse capace di sistematicità: a quattordici anni aveva già scritto una storia dell’astronomia classica, e negli intenti, almeno inizialmente, lo stesso Zibaldone era una raccolta di materiali, di appunti, che avrebbero dovuto essere sviluppati e ordinati. Soltanto, mentre per vent’anni va accumulando materiale, Leopardi si rende conto che non è necessaria né possibile alcuna sistematizzazione. La verità è li davanti, l’abbiamo di fronte tutti, talmente evidente ed immediata che ogni spiegazione non può che risolversi in un tentativo di depistaggio.

Perché il problema vero è quello di sostanza. Il pensiero di Leopardi è, nei suoi aspetti essenziali, un pensiero definitivo. Di quelli che non piacciono a Popper, che non consentono falsificazione. Se si accetta di dibattere sul suo piano, la discussione si chiude subito. E dopo c’è il nulla. O meglio, dopo c’èquello che saremo in grado di metterci noi. Ora, la filosofia è nata per indagare il senso, ed è andata avanti per due millenni e mezzo a proporre interpretazioni diverse di questo senso, grosso modo riconducibili a due scuole di pensiero, quella che lo cercava sulla terra e quella che lo cercava altrove: nella presunzione comunque che questo senso da qualche parte ci fosse, e nella convinzione che magari non lo si sarebbe mai trovato, ma che la ricerca già di per sé ne avrebbe prodotto almeno un surrogato. Bene, nel momento in cui arriva uno a dire che questo senso proprio non c’è, né qui ora né domani altrove, il tizio si pone al di fuori della filosofia, o almeno della sua interpretazione classica. Sta dicendo che è inutile procedere in questa direzione, che occorre prendere atto, azzerare tutto e non riformulare in altro modo le domande, ma cambiarle proprio. Per questo è giusto che Leopardi non compaia nei testi di Storia della Filosofia, e che abbia fatto nulla per entrarci. Con quella storia non c’entra, se non in quanto la conosce benissimo e trova che non porta a niente.

Ma a proposito di sostanza, cosa dice in definitiva Leopardi? Dice cose semplicissime, e le dice in maniera estremamente chiara. Primo: non c’è un disegno intrinseco alla vita. Tutta la realtà è frutto del caso, nasce dal nulla e torna al nulla, e noi facciamo parte di questa realtà e siamo frutto di questa insensatezza. Quindi, secondo: non c’è nulla oltre la vita. Né premi né punizioni. Non c’è un progetto divino che giustifichi la nostra esistenza, e al quale dobbiamo rispondere, e nemmeno uno storico o naturale.La somma delle insignificanze individuali è l’insignificanza della specie stessa, e della vita, e della materia tutta. Terzo: la conoscenza vera è la consapevolezza di questa “infinita vanità del tutto”. La storia dell’uomo, della sua cultura, è la storia del tentativo di sottrarsi con la cultura appunto alla consapevolezza. Quarto, e sono già troppi, la consapevolezza è il punto di partenza della nostra particolare storia, quella che ci fa “umani” e ci caratterizza come tali, ma ne è anche il punto di arrivo, perché la cultura ha il veleno nella coda, e quando alla fine ci conduce alla conoscenza vera ci riporta sull’orlo dell’abisso orrido, immenso, ove precipitando chiudiamo la ricerca.

Non è così complicata, la faccenda. Certo, non è un rospo facile da digerire. Ci vuole stomaco, e Leopardi è il primo a sapere che questo stomaco non tutti ce l’hanno, anzi, quasi nessuno, e nemmeno si può pretendere lo abbiano. Non propugna una dottrina della doppia verità. Si limita a constatare che gli altri animali sono “beatamente” inconsapevoli (il gregge), che anticamente il rapporto più stretto con la natura creava possibilità di consolazione e di giustificazione del dolore (le favole antiche), che da Copernico in poi anche questa possibilità è caduta, per cui non riusciamo più a nasconderci dietro il velo del mito e siamo diventati più irrequieti, e che le dottrine che predicano “magnifiche sorti e progressive” sono un sostituto meno innocente di quelle favole, sono un vile autoinganno, perché adesso non abbiamo più alibi.

La complicazione nasce come dicevo dalla forma in cui queste verità sono espresse. Nasce dalla poesia. Non che Leopardi usi la poesia per inzuccherare il bordo del bicchiere e aiutarci a trangugiare la medicina. Ciò che dice non è una medicina, può anzi avere un effetto tossico letale, e Leopardi lo sa benissimo. Ma sa anche che non può esprimerlo altrimenti, che il linguaggio razionale non sa raccontare l’angoscia. Ora, di ciò di cui non si può parlare è bene tacere, affermava Wittgenstein (in un senso meno lapalissiano di quanto sembri): ma questo vale per la scienza, e anche per la filosofia. Se sei in cerca della verità, non devi farti fuorviare da ciò che è dubbio. Ma se la verità l’hai già trovata, suggerisce Leopardi, e quella verità è il nulla, non puoi tacerne. E dato che il nulla per la scienza e la filosofia non esiste, puoi parlarne solo in termini poetici: anzi, è proprio la lancinante consapevolezza dell’assenza ad imporre una apprensione e una comunicazione poetiche.

Quindi cosa fa Leopardi? prende il più semplice dei diagrammi cartesiani, con lo spazio in ascisse e il tempo in ordinate, traccia dei confini spaziali e temporali (la siepe, lo stormir delle foglie), li valica e ci porta al cospetto de L’Infinito. Dove è chiarissimo ciò che accade: quel punto di intersecazione che ciascuno di noi rappresenta diventa sempre più insignificante mano a mano che da esso ci allontaniamo; ma è anche difficile non perdersi nella suggestione di quegli interminati spazi e infiniti silenzi e di quella profondissima quiete.Lo stesso vale per le notti in cui la luna stende la sua luce lattea sui tetti del villaggio o sulle steppe asiatiche, o quando “su la mesta landa/ in purissimo azzurro / veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,/ cui di lontan fa specchio/ il mare, e tutto di scintille in giro/ per lo voto seren brillare il mondo”. Nulla ci è più lontano di quegli astri freddi e indifferenti, che non ci accarezzano con il loro calore, non ci ustionano, non fecondano la terra: ma proprio per la distanza che avvertiamo, nulla può riuscire più struggente dello spettacolo di immensità e bellezza che ci offrono.

È evidente che un tale sentimento non sopporta le spiegazioni e le analisi. Il nulla dal quale tutto proviene non è ontologico, ma gnoseologico. Non sappiamo, e mai saremo in grado di sapere, cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo, e questo appunto equivale al nulla. Ciò che sappiamo, che constatiamo quotidianamente, è che siamo dentro questo meccanismo, ma ce ne sentiamo fuori. Questo spiega il rapporto di Leopardi con la natura. A più riprese la chiama “matrigna”, e l’accusa di ingannare i suoi figli, di illuderli e di perseguitarli (e mi risolvo a conchiudere – dice l’islandese – che tu sei nemica degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue). Ma in verità sin dalle prime canzoni gli è chiaro che facciamo tutto da soli. Interpretiamo il mondo, lo rimodelliamo a nostra immagine, creiamo aspettative e cominciamo a pretendere. Finché la risposta la dà direttamente la natura: ma tu, chi sei? Cosa vuoi? Immaginavi che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ovvero: Leopardi non può certo fingere che la natura non sia meravigliosa, che non ci ispiri speranze e struggimenti: ma gli è ben chiaro che questo è un problema nostro, non della natura. Ripeto, un problema, non una colpa.

Dunque, riassumendo. Leopardi esamina le risposte date ai nostri interrogativi fondamentali dalla scienza e dalla filosofia, e le smonta sulla base dell’evidenza. Noi ci raccontiamo delle storie, perché non siamo capaci di guardare in faccia la verità. È necessario un pensiero che “a sollevar s’ardisce / gli occhi mortali incontra / al comun fato”. Un pensiero lucido e coraggioso,adirci che possiamo girarla come vogliamo, ma il comun fato è il nulla.

Ora, il nulla, se assunto come prospettiva, certamente non è il massimo. Ma se provassimo invece – dice Leopardi – a leggerlo come condizione di partenza, a mettercelo alle spalle, anziché davanti? A dire: va bene, quello è il fato, e non dipende da me; ma per quanto dipende da me, da noi, non è proprio possibile fare qualcosa? Qui viene fuori la sua vera grandezza: perché invece di concludere: rassegnati, e spera che la vita, cioè il dolore, ti sia breve, chiede uno scatto di orgoglio, di dignità. E chiama gli uomini ad essere, se non felici, almeno solidali, ad assumersi la responsabilità di dare loro stessi alla vita un senso che sfugga all’abbraccio del nulla indifferente e indifferenziato. Li chiama ad un impegno etico assoluto, che non è alla fin fine molto diverso da quello di Kant, ma consegue da premesse opposte. Alla borsa del tempo le nostre esistenze nemmeno sono quotate, ma se le viviamo in un coerente impegno di reciproca solidarietà, che poi si chiama amicizia, rispetto, stima, tolleranza, siamo noi stessi a creare il sistema di valori che riconosce loro peso, gusto e consistenza.

Beh, no, si dirà, così è troppo riduttivo, troppo facile, addirittura semplicistico. Infatti. La verità è sempre semplice: siamo noi a complicarla, proprio per non vederla. Quanto al facile, proprio non direi, visto che quasi nessuno di questa responsabilità, quella di dare autonomamente senso alla propria vita, sembra volersi fare carico. È tutt’altro che facile accettare l’idea che ad ogni nostra azione positiva, ad ogni nostro sacrificio non corrisponda una qualche ricompensa, che ogni nostra sofferenza non venga riscattata da un Dio o dalla storia. Leopardi ci chiede di agire senza attendere alcunaricompensa, di non considerare sacrificio ciò che facciamo per il bene comune, di aiutarci reciprocamente ad alleviare la sofferenza, e di riscattare quest’ultima, almeno per quanto possibile, con la solidarietà. Può darsi sia semplicistico, ma se cominciassimo a crederci un po’ di più forse sarebbe sufficiente.

Devo fare una precisazione. Non è esatto pensare che nessuno in Italia abbia riconosciuto l’eccezionalità del pensiero di Leopardi. A partire dal secondo dopoguerra se ne sono resi conto in parecchi. Ma, e questo ha finito per vanificare la riscoperta, piegando Leopardi ad una lettura “progressista”, che in realtà quel pensiero lo stravolgeva. Soltanto Sebastiano Timpanaro, negli anni sessanta, aveva correttamente interpretato la posizione leopardiana, ma la sua era rimasta una voce isolata. Poi, verso la fine del secolo, è arrivato Emanuele Severino. Severino non ha dubbi: Leopardi è il più importante filosofo occidentale degli ultimi due secoli, e per dimostrarlo gli dedica due volumi che assommano a quasi mille pagine. Uno direbbe: allora è fatta. Invece no. Non è fatta perché Severino a sua volta dà di Leopardi una lettura “nichilista”, e lo ritiene il più grande filosofo occidentale non perché schiuda finalmente le porte alla verità, ma perché conduce sino in fondo, sino all’aporia insanabile, le conseguenze dell’impostazione del pensiero occidentale di due millenni. In pratica, dice Severino, Leopardi ha avuto il coraggio di guardare negli occhi non la verità, ma l’errore (o l’orrore) al quale ci trascina l’hybris tecnologico. Le porte alla verità, dopo la tabula rasa fatta da Leopardi, dovrebbe schiuderle semmai Severino stesso.Peccato che le mille pagine di strada per raggiungerle siano talmente disseminate di reticolati lessicali e di mine concettuali da riuscire impercorribili.

Leonardo ha sette anni. È un bambino sveglio, che sembra sgusciarti da ogni parte ma in realtà assorbe come una spugna. Mi chiedo come la prenderebbe se provassi a spiegargli Leopardi, ben immaginando che verosimilmente non gliene potrebbe fregare di meno. Ma mettiamo che lo faccia, e che lui mi ascolti. Mi chiedo se sarebbe una crudeltà da parte mia, visto che persino il poeta gli dice “godi fanciullo mio / stato soave / stagion lieta è codesta”. Se è un mio diritto, o addirittura un dovere, e se non avrebbe poi lui il diritto di odiarmi per tutta vita. Ma alla fine miritrovo a pensare che questo vuoto,questo abisso orrido e immenso lui lo ha già davanti, senza nemmeno aver iniziato il percorso del vecchierel bianco e infermo. Cosa potrei dirgli che non gli sia già stato detto da tutto ciò che lo circonda: che il futuro è un’illusione, che non avrà risposte alle sue domande, quando comincerà a porsele? Il futuro suo e della sua generazione è già stato tranquillamente azzerato in un eterno presente, e le domande ha già imparato a non farle nemmeno, visto che sono sistematicamente anticipate dalle risposte. Si sta abituando a ricevere senza neanche dover chiedere, ma sono altri a scegliere per lui, perché non gli è consentito desiderare in proprio. Se gli chiedessi a bruciapelo cosa desidera sarebbe in imbarazzo, e non nell’imbarazzo della scelta, come avrebbe potuto capitare a me, ma in quello dell’indifferenza, quello che si riassume in un: booh!

Mio nipote rischia di non conoscere l’attesa del sabato. Rischia molto altro, con i tempi che corrono: ma crescere senza un’attesa, senza il sottile piacere che danno le cose lungamente desiderate e faticosamente conquistate, è uno svuotamento che non lascia spazio nemmeno alla delusione, e alla conseguente comprensione del mondo e del suo nulla, e quindi alla volontà di riempire questo nulla. No, perdio! Questo non lo posso permettere. Non gli farò vedere“Il giovane favoloso” ma gli parlerò di Leopardi, cominciando proprio dal Sabato. Sono sicuro che prima che arrivi in quinta glielo rifilano, almeno nella versione non vietata ai minori; e quella può essere l’occasione giusta per trafugare le reliquie del poeta alla scuola e richiamarlo in vita attraverso la magia delle sue stesse parole. Sarà un segreto tra noi: cosa ha detto veramente Leopardi. Potremmo persino fondare una setta, quella dei sublimi maestri leopardiani.

E adesso mi aspetto solo un film su Camus. Ma stavolta, lo giuro, sparo sul serio.

Pullman azzurri nella sera

di Paolo Repetto, 10 ottobre 2013

Carissimo Mario,

lo so che devo trasmettere le mie impressioni immediatamente, senza lasciarle decantare, altrimenti rischio di perderle. Stavolta non ce l’ho fatta, e quindi ti scrivo a freddo. Ad essere sincero stavo quasi ormai per lasciar perdere, temevo di imbandirti una recensione. Per scrupolo ho però riaperto il libro di Nico, sono andato a rileggermi le poesie che mi avevano colpito, poi anche quelle che mi avevano toccato meno, e poi il resto. Ti confesso che è una cosa che non faccio mai: ho talmente poco tempo e tante cose ancora da conoscere, da capire e da godere che non riesco a costringermi a rileggere. E invece è così che andrebbe fatto. Nella prima lettura è più quello che perdi che quello che ti porti a casa. Sempre che ci sia qualcosa da portar via.

Dunque, le poesie di Nico. Parto dalle poesie perché, lo avrai capito, sono quelle che mi hanno più immediatamente toccato. Ed è strano, perché io non sono un gran lettore di poesia, anzi, non sono un lettore di poesia in assoluto. Temo sempre la fregatura, la parola un po’ peregrina che ti incanta e ti mette in soggezione, così che devi sospendere il giudizio e non riesci nemmeno più a goderti in pace quel che varrebbe la pena godere. Per questo mi sono dato parametri classici e sicuri, Leopardi e Foscolo, Montale e Saba: la garanzia di qualità me la dà la resistenza all’usura della scuola (Manzoni ad esempio non regge. Gozzano è meglio se non lo toccano). Comunque, se ami un poeta dopo che te lo hanno spiegato a scuola, deve essere davvero bravo.

Tuo fratello a scuola non me lo hanno spiegato, dubito che lo faranno coi miei nipoti anche dopo questa pubblicazione: ma l’ho amato subito. Due versi (li avevo colti, ricordi?, aprendo il libro a caso, mentre sorbivamo il caffè. Ma forse non era così ‘a caso’): “il legno del sedile mi era amico/e buono il caldo del termosifone” e mi sono ritrovato catapultato indietro di cinquant’anni esatti, all’epoca in cui nella sala d’aspetto di Ovada attendevo tutti i giorni per un’ora e mezza la corriera che mi avrebbe riportato a casa. Ho fatto i conti. In quella sala d’aspetto ho trascorso millecinquecento ore. Posso essere preciso perché alle superiori non ho mai perso un giorno per malattia, e gli scioperi erano di là da venire. Ti lascio immaginare quanto mi fosse amico il legno del sedile sul quale studiavo, e quanto caro il caldo del termosifone, mentre fuori c’era un freddo cane. Ma perché questa epifania, come la chiameresti tu, ha atteso tanto a presentarsi? Perché aspettava qualcuno che la racchiudesse in due endecasillabi perfetti: che fosse capace di farci stare dentro, senza nemmeno raccontarla, tutta la saletta, con la porta a vetri che speravi ogni volta ti riservasse una sorpresa (la fanciulla dei sogni: ma a che pro, se poi non le avresti nemmeno rivolto lo sguardo, e meno che mai la parola), con il tabellone degli orari, con il tavolo lungo a volte ingombro di pacchi e di cavagne. È la sala d’aspetto d’antan, tutt’altro che un non-luogo: i non luoghi non sono mai caldi, né amici. Era un luogo che anziché spronarti ad andare ti accoglieva. Il legno del sedile mi era amico, e buono il caldo. Magari tuo fratello l’ho visto anche, e mi sono chiesto cosa stesse leggendo. Magari anche lui ha notato un ragazzone che traduceva faticosamente e distrattamente dal greco, col vocabolario squadernato sul tavolo (mi portavo dietro, oltre i testi delle materie del giorno, anche quelli del giorno successivo. Avevo una borsa modello testimone di Geova, più capiente del bagagliaio della Panda, che a volte pesava come uno zaino zavorrato degli alpini).

Ma se il valore poetico si misurasse con la capacità di suscitare ricordi, le poesie la cederebbero ai biscotti. C’è ben altro, credo. “In cucina alle dieci del mattino / nella luce violenta del locale / (Dio non esiste, è un’elucubrazione)”. Deve essergli piaciuta da matti quella parola, per infilarla in un verso. Anzi, non infilarla: incastonarla. Nel tempo, nello spazio, nella coscienza: pensa quanto sarebbe tanto più facile (e ovvio) il contrario: “So che Dio esiste, è un’illuminazione”. E invece, ce la ficca a martellate, e ci sta dentro che è una meraviglia.

C’è altro, e sinceramente non so dirti cosa. Cos’è che ti si imprime, se leggendo “prendevo azzurri pullman nelle sere / della mia giovinezza, e attraversavo / la campagna d’estate delle Langhe” ti fermi e ti sorprendi a viaggiare con la mente, malgrado nelle Langhe di sera non abbia mai viaggiato, e poco anche di giorno? Oppure quando ti chiedi come mai ti abbia colpito “Inautentici gli altri mi irridevano / tra i banchi della scuola o nel cortile”, sensazione che conosci sì benissimo, e condividi, ma che trovi qui espressa con un quid di più: e poi ti accorgi che sono le otto “i” del primo verso, che messe in fila fanno il ghigno della iena (io una iena non l’ho mai vista, ma immagino che abbia un ghigno di quel tipo). Insomma : te li rivedi tutti “gli altri. senza stupore esistenziale”.

Penso che la poesia debba essere questo: ti dà il là, e poi parti. Avrai notato che il là a me lo danno soprattutto gli endecasillabi, ma cosa vuoi, sono malgrado tutto un po’ scolastico, e amo i sapori antichi. No, è che mi prende subito il distendersi del verso, e il suo arrestarsi proprio sull’orlo della sillaba che farebbe perdere l’equilibrio. L’endecasillabo è perfetto perché è in grado di contenere tutta un’immagine: la porzione minima di discorso in grado di stare in piedi da sola, così che il discorso potrebbe anche chiudersi lì. Ma non si chiude lì: perché, diciamocelo, di incipit belli sono capaci (quasi) tutti, ma è al secondo verso che casca l’asino. Per cui, se a “Il treno esce dal tunnel nella notte” segue “sbadiglio nel grigiore dell’aurora: / è fatto giorno”, non ricevi solo il là per staccarti: parti con Nico.

Le poesie di tuo fratello mi piacciono molto. Alcune, come “Mi piace anche l’inverno”, moltissimo. Mi intriga naturalmente anche l’immagine di lui che ne esce, e che mi sono fatto più sui versi che sulle prose (di queste parleremo un’altra volta). Doveva amare molto la vita, per attardarsi a radiografarla così, con uno sguardo da entomologo (io credo che gli entomologi siano degli entusiasti: il contrario della freddezza che si attribuisce loro). Quel giorno in cui forse ci siamo incrociati nella sala d’aspetto di Ovada avrei dovuto parlargli, conoscerlo. Lo avrei senz’altro sorpreso, e saremmo diventati amici. Questo l’ho capito dalla tua “prefazione”. Quando ho letto che Nico collezionava frasi fatte ero reduce da un mercatino dell’antiquariato, nel quale non avevo trovato nulla di interessante, ma dal quale mi portavo a casa un tris (“bottino ricco”) eccezionale. Ecco, adesso mi torna in mente perché avrei dovuto scriverti subito: ho dimenticato due di quelle frasi, eppure so per certo che erano fantastiche. La superstite è: “Non puoi immaginare cosa abbiamo mangiato. (pausa) Il minestrone!”

A presto, Mario: e grazie.

 

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Grazie per la risposta. ✨

L’Operetta al Nero

di Paolo Repetto, 2001

La saletta è più affollata di quanto temessi; qualcuno addirittura è rimasto in piedi. La scena vorrebbe essere intonata al tema dell’evento, ma la povertà dei mezzi e quella del gusto suggeriscono un’atmosfera squallida, piuttosto che macabra. Lungo le pareti si consuma una fila di moccoletti sepolcrali, mentre in capo alla sala, su un tavolo nudo, un candelabro a tre bracci regge candele di cera rossa, ancora spente. Ai lati del candelabro, dagli sfondi bui di due piccoli dipinti su tela, occhieggiano teschi e ossami vari, diafani come ologrammi: una via di mezzo tra il barocco e il postmoderno (come del resto tutto ciò che si appresta ad accadere qui dentro). Accanto al tavolo un leggio in ferro nero è fiocamente illuminato dall’alto, mentre un impianto di amplificazione celato sotto il tavolo diffonde una litania catacombale, bassa e monotona, sulle prime inquietante ma alla lunga solo fastidiosa.

Anche il pubblico è in tono. Le prime file sono occupate da una pattuglia neroblusonata, volti pallidi e composti, qualcuno incorniciato da una barbetta alla Marianini, e maglioncini scuri a collo alto. Più indietro siedono i non iniziati e i semplici curiosi, che appaiono intrigati, ma non del tutto a proprio agio. Nella penombra della parete di fondo scorgo la sagoma allampanata di Mirko e quella un po’ stralunata di Biune. Anch’io ho la mia claque.

S’inizia alle ventuno e trenta, in perfetto orario. Marco è teso come una corda di violino. Si aggira per il retro della saletta in giacca nera di velluto e cravatta viola, i capelli sparati ad aureola. Apre e chiude la cartellina che raccoglie le sue poesie, con sovracoperta in viola quaresimale intenso, pendant con la cravatta. Abbiamo concordato la scaletta su due piedi (a dire il vero l’ho decisa io). Alterneremo la lettura dei suoi componimenti, quattro alla volta, con brevi interventi miei. Quindi sono previsti una introduzione, quattro sezioni di recitativo (l’ultima con cinque poesie, Marco è stato irremovibile sul numero complessivo – diciassette, naturalmente) separate da tre intervalli, ed un commiato. Tempi ristretti, massimo un’ora e venti. Tocca a me iniziare.

Se sono qui stasera è perché in fondo me lo sono voluto, anche se mi ostino a ripetermi di no. Quando la voce di Marco mi ha sorpreso per telefono, dopo un decennio di assoluto silenzio, per intrappolarmi in una serata di letture poetiche (versi suoi), ho fatto violenza al mio naturale istinto di fuga. Ho sempre problemi a rifiutare qualcosa del genere ad un amico o ad un ex-allievo; al telefono, poi, non ci provo nemmeno. Per telefono riuscirebbero a commissionarmi anche un omicidio, sono privo di difese. Così, colto a bruciapelo, con la forchetta ancora in mano, mi sono fatto incastrare da un assenso che speravo dilatorio, e che invece all’altro capo del filo suonava convinto. Solo più tardi, a mente fredda, mi sono reso conto di aver assunto un impegno, e ho dovuto cominciare a darmene una ragione. Facendo di necessità virtù mi sono detto che ogni occasione di questo genere, quali ne siano le finalità e il valore intrinseco, deve essere considerata la benvenuta, perché ci sottrae per un attimo ai grandi fratelli, quello televisivo ma soprattutto gli altri, quelli che condizionano ogni attimo della nostra giornata. Vada dunque per la session poetica, e amen.

Le perplessità si sono moltiplicate qualche giorno dopo, quando Marco l’ho incontrato ed ho letto le sue poesie. Già il titolo, Elegia del macabro ed estetica della malinconia, era una promessa: le poesie erano anche peggio. Mi sono stramaledetto, mi sono chiesto cosa cavolo avesse a che fare tutto questo con uno che si picca di essere un razionalista, un illuminista (per gli amici, uno scettico) e che nutre per queste cose uno sprezzo oraziano. Ma ormai era fatta; non potevo più tirarmi indietro, e a questo punto dovevo inventarmi ragioni meno vaghe, ben più serie.

Devo confessare che anche stavolta non ho faticato molto a trovarle. Sono incorreggibile. Al solito, ho scovato delle giustificazioni didattiche, e le ho legate ad una sfida. Non è detto che non si possa fare anche di una serata simile, con tali premesse, un momento di positiva riflessione. Il tema in fondo si presta ottimamente. Si tratta né più né meno di parlare del rapporto con la madre di tutte le culture, anzi, dell’idea stessa di cultura: di quel rapporto che l’uomo intrattiene, da quando ha acquisito la coscienza di esistere, con nostra signora morte, delle paure e delle fascinazioni che questa ha su di lui sempre esercitato, e di come queste paure e questo fascino si siano tradotti nei secoli in arte, in poesia, in musica, ecc…

Questo avrei voluto dire. Non lo dico, e vado invece dritto al tema, per introdurre (e sotto sotto neutralizzare) le poesie di Marco. Parto dunque dalla varietà degli atteggiamenti degli uomini di fronte alla morte, di come tali atteggiamenti differiscano a seconda dei tempi, dei luoghi, del tipo di civiltà e soprattutto dei singoli caratteri, e di come possano tuttavia essere ricondotti a tre attitudini di massima: l’esorcizzazione, la rimozione, il corteggiamento. Vado sinteticamente ad analizzarle.

Esorcizzare la morte significa in sostanza negarla. È quello che fanno le grandi religioni escatologiche, quelle che promettono un’altra vita. È un sistema semplice e sicuro, non fosse per un particolare: per funzionare deve sempre tener viva la percezione della morte stessa, deve dipingere quest’ultima a tinte fosche, agitarne costantemente lo spettro. Si deve parlare molto di ladri, se si vogliono vendere porte blindate. Quindi la negazione non implica una cancellazione, anzi: implica però un declassamento, dalla irreversibilità assoluta, eterna, alla reintegrazione nei ranghi del tempo.

C’è anche una forma di esorcizzazione laica. È quella, ad esempio, che affida alla storia il compito di traghettare la nostra vita al di là della morte. Noi superiamo la morte nel momento in cui la nostra vita è spesa per un ideale che ci trascende, che sopravvive alla nostra scomparsa, un ideale comune a gran parte o a tutta l’umanità. Tale assunto è esplicito nel Foscolo, ma in fondo è implicito anche in Marx, o in ogni ideologizzazione del “progresso”. In questo caso più che ad un declassamento della morte siamo di fronte ad una valorizzazione esponenziale, addirittura ad una transustanziazione, della vita.

Il secondo atteggiamento è quello della rimozione della morte. È l’atteggiamento della cultura consumistica, o comunque della civiltà attuale. La morte non è produttiva, se non per le imprese di pompe funebri, e anzi, interferisce nei processi di produzione, può distrarre, costituire un elemento non del tutto controllabile dal sistema. Va rimossa. Consideriamo ad esempio i tempi e i modi dell’elaborazione del lutto, oggi, e ce ne renderemo immediatamente conto. Non esiste più nessuna elaborazione del lutto, la salma è occultata immediatamente, passa dall’ospedale alla camera mortuaria, la si interra o la si crema il più sollecitamente possibile, la si dimentica più velocemente ancora. Non c’è tempo in questa cultura per pensare alla morte: bisogna vivere, produrre, consumare, soprattutto vivere senza pensare, e secondo certi modelli.

Ma la rimozione passa anche per altre vie, più subdole e paradossali. Mai come oggi si sono viste tante morti (apparenti), in televisione o al cinema, ma anche nella letteratura. È una rimozione per accumulo. Otto, dieci, venticinque morti in un’ora, debitamente spappolati da pallottole o schiacciasassi o tritacarne, riuscirebbero a mitridatizzare qualsiasi animo, anche il più sensibile, contro l’emozione della morte, ad abituare all’idea di un evento marginale, ripetibile a piacimento, come accade agli attori. A supporto viene anche l’informazione, che tratta il tema della morte solo in cifre: mezzo milione di trucidati nel Ruanda, ottantacinque vittime della strada nell’ultimo week end, quattro morti ammazzati in un regolamento di conti. Questa è la rimozione: statistiche, accumulo, esposizione esagerata e falsa dell’evento.

La terza attitudine è finalmente quella che a noi interessa. La morte può anche essere blandita. Può esercitare un fascino, più o meno morboso. E noi possiamo in varie forme soggiacervi. Vediamo in quali.

C’è nella poesia, nella letteratura in genere, una vera brama di morte. Può avere motivazioni religiose (Jacopone da Todi e tutti gli aspiranti al martirio o all’espiazione) o esistenziali. In quest’ultimo caso può essere vista come un porto (Petrarca, ma anche Foscolo) o come un abisso orrido e immenso, un buco nero (Leopardi). A volte è proprio la paura a produrre l’attrazione. L’insistenza del Barocco su immagini macabre, sia in letteratura (si pensi a Ciro di Pers) che nella pittura, non è legata soltanto alla ricerca di effettacci speciali; testimonia un terrore diffuso, alimentato magari dalla predicazione controriformistica (e prima ancora da quella riformistica) per qualcosa che ripugna e tuttavia inesorabilmente trascina.

C’è anche però chi con la morte un po’ ci gioca, con quella altrui (Cecco Angiolieri) o con la propria (Ernesto Ragazzoni), e la irride con una sghignazzata liberatoria (ma non troppo). Oppure chi si accosta al tema con animo più sereno, e ne trae soprattutto pretesto per una meditazione sul senso della vita ( Edgard Lee Masters, ad esempio, oppure l’Enzensberger di Mausoleum).

C’è infine, e questo ci riconduce al tema della serata, un rapporto di fascinazione che è quello che da sempre ha caratterizzato i poeti maledetti, da Francois Villon in poi. È un atteggiamento soprattutto romantico (Shelley, Novalis), ma anche antiromantico (gli Scapigliati, Tarchetti) e poi decadente, e ancora esistenzialista, fino ad arrivare al pulp e al postmoderno. Ma in questi ultimi entra già in gioco un altro fattore: qui la fascinazione è già rimozione, non c’è più malinconia.

 

E qui, per il momento, mi fermo. Ho contenuto il tutto in poco più di un quarto d’ora, il che la dice lunga sul livello di profondità cui mi sono spinto. Ora accendo ritualmente il candelabro e lascio il posto a Marco. Le luci vengono spente, la nenia sepolcrale riparte, e Marco da inizio alle letture, partendo da Macabra Operetta e procedendo con Esos Necroscopique, Aura Noir, Fiori di tenebra.

 

Ho l’impressione di non aver lasciato un gran segno. Mi rendo conto che molti dei convenuti sono amici di Marco, accorsi per dovere, più che per condivisione della sua poetica, e che auspicano solo tempi brevi. Altri, pochi, condividono con Marco non solo l’attrazione per il macabro, ma anche una certa pervicace povertà culturale, il disinteresse per una conoscenza un po’ più profonda, articolata e sistematica, almeno rispetto alle cose di cui si credono appassionati. Questo atteggiamento mi irrita. Non mi importa, almeno fino ad un certo punto, della direzione delle idee e degli interessi, e apprezzo gli intenti dilettantistici, anzi, apprezzo solo quelli, nel senso che non concepisco la poesia, la pittura, la letteratura come una “professione”: ma esigo professionalità nei modi. Non posso soffrire l’approssimazione, il pressapochismo. Se si fa una cosa occorre almeno cercare di farla bene. Se si cerca di farla bene è probabile che se ne colgano le incongruenze, oltre a svilupparne tutte le effettive potenzialità. Un atteggiamento poco serio non può che dar luogo ad una adesione superficiale ed acritica, e questa è paradossalmente all’origine di ogni forma di fanatismo. Conoscere un argomento significa padroneggiarlo, non esserne dominati.

 

Al secondo intervallo ho ormai capito che su questo versante la sfida è persa. Ho cercato di nobilitare le allucinate evocazioni di Scheletri o i languori di Reliquiario e del Sole morente aggrappandomi a Tarchetti e agli scapigliati, scomodando Auden e persino Rilke: ma mi accorgo che, oltre ad insultare la poesia, perdo solo del tempo. Ad ogni blocco di letture di Marco segue un compassatissimo e formale applauso: nessuno che si scuota, nessuno che si chieda cosa ci sta a fare lì. Al terzo intermezzo provo l’ultima carta, quella dell’ironia Ho in serbo Ragazzoni, con Il mio funerale, divertita ed irridente prefigurazione delle proprie esequie. Vorrebbe essere un invito: ragazzi, non prendiamoci troppo sul serio, non rimuoviamo la morte ma nemmeno facciamoci irretire da suggestioni pacchiane. Niente, non funziona nemmeno questo. Sui volti degli astanti non si contrae, non si rilassa un muscolo, non cambia una virgola nelle loro espressioni. Adesso comincio ad essere nervoso, davvero ho la sensazione di aver buttato una serata. Subisco con crescente insofferenza le ultime cinque poesie di Marco, mi irritano, a differenza delle prime, che mi infastidivano solo per la pochezza compositiva. Si ripete il rito dell’applauso, identico ai precedenti. Non un commento. Tutti fermi lì, quasi ad aspettare che compaia la parola fine.

 

Ma non posso lasciarli andare così. Una piccola vendetta per questa serata me la devo prendere. Riaccendo le luci, per l’ennesima volta faccio tacere i cori dell’Ade, e mi ripresento per il commiato. “Bene, è finita. Spero che non vi siate annoiati. Adesso andremo magari a farci un grappino, tanto per tirarci un po’ su. Ma voglio lasciarvi con un’ultima poesia, che chiuda degnamente la serata”. Nessun accenno di fastidio, niente. E allora, beccatevi questa. “Morirò di cancro alla colonna vertebrale …” esordisco. Alla buonora. Un movimento unico serpeggia per tutta la sala. Lo percepisco, anche se ho gli occhi fissi sul testo di Boris Vian. E distinguo bene la scena in prima fila. Uno dei blusonati, uno dei più attenti e partecipi, fa un saltino sulla sedia, porta le mani di scatto tra le gambe e sibila – oh, Cristo!

Ho la sensazione che tutto il pubblico abbia avuto la stessa reazione. Avevano abbassato la guardia, e il gesto che fanno all’unisono (anche perché le sedie in plastica non soccorrono in altro modo) mi fa pensare di averli beccati proprio lì. Proseguo imperterrito … accadrà una sera orribile … Morirò della putrefazione/ di certe cellule poco conosciute …, mi accaloro … Morirò per una gamba amputata / da un topo gigante sbucato da una fogna gigante … Morirò annegato nell’olio di spurgo / calpestato da bestie indifferenti … Morirò mangiato vivo / dai vermi … e corro verso la fine per non dare loro il tempo di prendere fiato. Rallento solo sul … Morirò un po’, molto, / senza passione ma con interesse / e poi quando sarà tutto finito …, e sono tutti lì, con le mani più o meno platealmente ancorate alle palle, una strizzata di gruppo. …Morirò. Buona notte.

Quando imbocco l’uscita, dopo aver stretto la mano a Marco che non si è reso conto di nulla, nessuno s’è ancora alzato. Devono uscire dall’apnea da strizzamento.

 

Mirko mi accoglie con un sogghigno. –”Magnifico!” – dice.

“Al bar”, rispondo. “Ho bisogno di una sambuca”. Poi ci guardiamo negli occhi, e seppelliamo la notte di via Cairoli sotto una fragorosa risata.

 

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La poesia di Ferrucio Benzoni

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

La poesia di Ferruccio Benzoni è una poesia in bianco e nero, il diario-canzoniere di uno sguardo laterale sul mondo, attento però ai più piccoli indizi, ai più minuti enigmi, alle più brevi ombre della quotidianità e della memoria.

Sovrapposizione di elementi simbolisti e di ironico crepuscolarismo – attraverso celate citazioni, arcaismi e colloquialismi – la sua poesia possiede la complicità della malinconia, di uno spleen apparentemente pacato, avvinghiato ai ricordi come le ferite al dolore, incollato a piccole cose e a piccoli amori, ma privo di quel riscatto che unisce il presente, pur esile, a un futuro, pur caliginoso e indecifrabile. In Benzoni qualcosa di irrimediabile si è compiuto: il legame tra memoria e promessa, tra l’oggi e l’attesa è franato; i morti sono indefinibilmente prossimi, i vivi lamentano un’indicibile distanza.

Per questo la sua voce viene da un perenne passato, anche se recente, si muove tra conosciute e care ombre e un marginale sentire, tra una sospirata guarigione e una luce sempre malata, poiché il poeta, da Catullo a Baudelaire, non vuole guarire dalla passione della poesia.

 

Ferruccio Benzoni, nato a Cesenatico nel 1949, è morto nel 1997. È stato tra i promotori di una delle riviste più defilate e, allo stesso tempo centrali degli anni settanta: “Sul porto”. Ha pubblicato La casa sul porto (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1980), Notizie dalla solitudine (S. Marco dei Giustiniani, 1986), Fedi nuziali (All’insegna del Pesce d’Oro, 1991) e Numi di un lessico figliale (Marsilio, 1995).

 

Appendice a
“un tu non ipotetico e caro”

Devo dirti che non l’acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l’edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
– non sogni tastiere evocative – poiché
l’amore, l’imponderabile non vivono
che in te, trasfugati e spenti.
È dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m’assolvesti
quando un’esenzione chiedevo da quel grumo
d’angoscia cui sono innestato.
Non è l’amore un ragazzo cieco, violentato:
c’è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.

Confessioni per un autoritratto

Sui muri in fuga delle vecchie case
il vento perlustra i rovinosi crepi,
la calce viva, la muffa vile infradicita.

Qui ho vissuto e un male d’ombre ha attecchito
qui devo finire con la mia sete intatta.
A ingigantire è una segreta ombra che avanza
defilandomi: io vivo di profilo.

Dell’amore
amore la mancanza di libertà l’infinito
possesso, l’oscura cecità soave. M’angoscia
il viscido muschio che gli amanti schiumano
quando il riso muore con la carne ed è carie
la dolcezza, una sbadata bava. Così
la pelle tua franta a febbraio al muro di una
casa dalle marcite gronde.

(Intenerire era sapere più a fondo di più
l’effimera ferocia della mia verità

 

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La poesia di Antonella Anedda

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Uno sguardo invernale è, organicamente, temperamento e memoria nella poesia di Antonella Anedda, una poesia asciugata da una parola essenziale e nitida, da una scrittura portatrice della propria ombra e di una grazia non leziosa. Pur nella sofferenza dello sguardo che si posa su ciò che è in procinto di congedarsi, di estenuarsi, di resistere, di essere escluso, c’è un pudore che rifiuta compiacimenti, disarmate amarezze e sentimentalismi, quasi si trattasse di un dolore anonimo. D’altra parte in questa poesia la condizione storica del poeta (“In nessun luogo c’è bisogno di noi/…/Nessun tempo ha bisogno di noi”) è quella dell’errante, dell’esiliato, del marginale (“Di lato c’era come un recinto/e lì duravano le cose”).

La forza della poesia di Anedda è sommessa, è nel cogliere gli oggetti oltre il confine, dopo la soglia; il suo realismo conferisce valore alle “cose” non nella quotidianità, ma nella loro quotidiana eternità: a testimonianza che la storia e il tempo sono i temi fondamentali della sua poesia.

Pur nella novità di questa scrittura – soprattutto nei confronti della poesia contemporanea – non è difficile cogliere tratti comuni con la tradizione poetica: da Rimbaud alla Achmatova, da D’Annunzio a Gatto e, più d’ogni altro, alla Cvetaeva, per il riconoscimento del presente e dell’esperienza del mondo come dato drammatico, per il comune procedere deciso ma sospeso, in attesa, forse, della caduta.

 

Antonella Anedda, collaboratrice de “il Manifesto”, “Micromega” e “Poesia”, ha pubblicato la raccolta poetica “Residenze invernali” (Crocetti) e la raccolta di saggi e racconti “Cosa sono gli anni” (Fazi).

1991

In nessun luogo c’è bisogno di noi
tra un mese l’anno
avrà una cifra baltica, bianca
millenovecentonovantuno
dove il mille indietreggia
fino a secoli-steppe
e l’uno, cavo,
tintinna

Nessuno ci ha chiamato
erano voci d’orto, fischi
per scacciare gli uccelli
la poca pioggia che cola
dai tubi della casa
deserta
come carta.
Ci sono solo i fiati
e il bacile appannato
e le noci che dicono
autunno moltiplicato sopra tavoli
pietre su posti vuoti.

In nessun tempo c’è bisogno di noi
Le notti verticali
e il viale dei tigli, la lepre
trasparente nel cespuglio
la schiena-ombra di chi allora sostava
ora soffiano stanchi
sulla tempia del secolo.

C’è un cibo serale, lampi
sulle foto scoscese
e noi beviamo tra le forchette brune
per la lenta paura che s’incide
sul gomito che alza una ghirlanda.
Nessun tempo ha bisogno di noi
nessuno dice
il numero dei colpi
l’esatta cifra dell’erba
né come l’aria
sferzandoci
ci farà dura pelle
scoiattoli

Lo slittare di foglie
la lontananza delle costellazioni
Non ho parole cupe
non cupe abbastanza
Il pino s’infossa nella notte
a fatica decifro la memoria.
Di lato c’era come un recinto
e lì duravano le cose.

 

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La poesia di Alessandro Quattrone

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

La poesia di Alessandro Quattrone è poesia del movimento e insieme della stasi, onirica fino alla visionarietà, ma nitida, lirica e al tempo quotidiana.  Proviene da una stagione d’ombra in cui il movimento non è fuga, ma interrogazione dell’Altro, la stasi è instabile e residua, la visionarietà simbolica evoca le immagini che, pur senza contagiarsi, parlano del proprio passato come di un’epifania smarrita e prosciugata, ormai inidonea a gettare luce sul presente.

I veri soggetti della poesia di Quattrone non sono tanto l’io o il tu della consuetudine lirica, ma gli oggetti e gli affetti che abitano il suolo velato, ineguale e ruvido del sogno e della memoria.

Compito della poesia è richiamare queste voci dalle ceneri del trascorso e avvicinarle le une alle altre in un gesto che, riconoscendole, le contempli, le interroghi e le rinomini. Procedendo in questo tentativo di agnizione delle cose e della loro esperienza, la poesia si rivolge ad un aspro antropomorfismo – si pensi a Rimbaud per i toni di luminosa miniatura e a Rilke per comunanza di sensibilità – attingendo dal profondo, da quella condizione d’ombra che è figura del disorientamento, paesaggio interiore e presagio del mutare delle cose e del loro dileguarsi.

 

Alessandro Quattrone è nato a Reggio Calabria nel 1958, insegna a Como. Svolge un’intensa attività di traduttore: ha curato traduzioni di classici e di moderni, da Baudelaire a Coleridge, da Rimbaud a Ovidio. Ha pubblicato le due raccolte poetiche Interrogare la pioggia e Passeggiate e inseguimenti.

 

(in montagna)
Respirare in mezzo ai grandi spiriti

delle montagne,
e insieme agli amici e ai figli
estenuarsi a guardare le cime
e gli strapiombi con il batticuore,
si, rimanere poi nella radura
con la pelle silenziosa
con la memoria spenta e un’allegria
dispersa tra gli alberi,
mentre il mondo laggiù si avvicina
alle acque del lago
e un paese senza nome recita
la parte di chi tace, di chi è calmo,
e tutto congiura per fare
di te un filo d’erba felice.

(esplorazioni)
Inoltrandoci nel bosco noi esploriamo

la quiete; invece a riconoscere
i nostri antichi volti senza pace
non basta più l’indagine.
Cerchiamo profezie tra queste foglie,
una voce amica tra i castagni
che ci spieghi il passato e ci lasci
un messaggio oscuro per domani.
Assediati da arcieri leggendari,
da rami pronti a trafiggerci i ricordi,
procediamo scherzando per negare
l’ombra intima che ci sfugge a tratti.


(pomeriggio a Lugano)
Camminare lenti sotto i portici

attardarsi, farsi più discreti
rivestirsi di malinconia elegante.
Dalle case mute si diparte
un annuncio ardito, un’estasi
divenuta presto pura attesa.
E si esce nella piazza, più belli
per la bellezza prodiga di oblio
delle donne simili a oleandri,
delle donne belle d’altra quiete.
Poi si guarda il lago: i pedalò
sollecitano un’allegria importuna,
le anatre ignorano i battelli
e noi alla balaustra siamo il vento.

(farfalla immortale)
Quel miracolo che solo il sonno

sa fare mentre tace ogni cosa
nell’universo e nella stanza chiusa,
dalla febbre, ecco, mi ha liberato.
Ma nella luce aspra del mattino
ho ancora brividi, altre nostalgie.
Tu, farfalla presunta immortale,
che sfiori le mie foglie stamattina
non temendo la tempesta e il grido,
ti posi su queste mie parole
bianche, rosse, gialle, celestine,
e riprendi il volo già sapendo
la levità crudele del destino.

 

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Attenti al gregge

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

In questo numero l’appuntamento con la “poetica” salta. Abbiamo constatato che ci sono in giro un sacco di poeti, ma che nessuno, o quasi, è disposto a fare i conti con se stesso, a porsi delle domande e a tentare delle risposte sulle motivazioni, sul senso e sui modi del proprio poetare. Tutto ciò vorrà anche dire qualcosa, ma ne lasciamo al lettore l’interpretazione.

Proponiamo invece un testo che può essere considerato un classico, almeno in relazione allo spirito che anima la rivista, almeno quanto On the road, e che ha in comune con quest’ultimo l’anno di composizione, il 1957. È una poesia di Hans Magnus Enzensberger, autore che ha già trovato spazio su queste pagine e la cui voce, checchè ne pensino Nanni Moretti e tutta l’intellighentia scazzata, rimane una delle poche che valga la pena ascoltare. La proponiamo perchè è introvabile, essendo comparsa in traduzione italiana nel 1964 da Feltrinelli (ma è stata composta nel 1957) nella raccolta “Poesie per chi non legge poesia”, e mai più ristampata. Forse perché in questi quarant’anni le cose sono cambiate, le coscienze si sono svegliate, le pecore hanno messo zanne e artigli? forse perché, come s’usa dire oggi, “non se ne può più” (!) di impegno e serietà? o forse, più probabilmente, perchè il miglior modo per non provare schifo di se stessi è nascondere gli specchi.

A proposito di voce: nelle “istruzioni per l’uso” allegate alla raccolta Enzensberger invita i “lettori impavidi” a leggere le sue poesie ad alta voce, “con quanta voce hanno in corpo”. Provateci. Vale la pena.

Difesa dei lupi contro le pecore

Deve mangiar viole del pensiero, l’avvoltoio?
Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
Che muti pelo? E dal lupo? Deve

da sè cavarsi i denti?
Che cosa non vi garba
nei commissari politici e nei pontefici?
Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?

Chi cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
trancia il cappone all’usuraio? Chi
fieramente si appende la croce di latta
sull’ombelico brontolante? Chi intasca
la mancia, la moneta d’argento, l’obolo
del silenzio? Son molti
i derubati, pochi i ladri; chi
li applaude allora, chi
li decora e distingue, chi è avido
di menzogna?

Nello specchio guardatevi: vigliacchi
che scansate la pena della verità,
avversi ad imparare e che il pensiero
ai lupi rimettete,
l’anello al naso è il vostro gioiello più caro,
nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando per voi.
Pecore, a voi sorelle
son le cornacchie, se a voi le confronto.
Voi vi accecate a vicenda.
Regna invece tra i lupi
fraternità. Vanno essi
in branchi.

Siano lodati i banditi. Alla violenza
voi li invitate, vi buttate sopra
il pigro letto
dell’ubbidienza. Tra i guaiti ancora
mentite. Sbranati
volete essere. Voi
non lo mutate il mondo.

HANS MAGNUS ENZENSBERGER

 

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La poesia di Achille Serrao

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Quella di Serrao è una poesia di contrasti, petrosa e impervia, in un clima inusitatamente nordico: il dissolversi del tempo, la fuga delle cose e il defilarsi delle presenze sono i temi che l’attraversano. Una crepa (a’ cannatura) di senso, un assedio del vuoto, una sconfitta che è quella del Sud non vengono riscattate, se non occasionalmente e per il breve spazio di un respiro, nemmeno dal ricordo, momento intimo e segreto dove si rifugia la possibilità salvifica di esprimere la voce dell’amore.La questione del linguaggio è nella poesia di Achille Serrao assolutamente centrale. Il suo dialetto – precisamente quello di Caivano, un piccolo centro ai confini della provincia di Napoli – è aspro e stonato, l’uso antiletterario e antidiscorsivo.

Il suo Sud è quello dell’infanzia, ormai inesistente, mitizzato, ma che non si presta ad una ricostruzione in un modello esemplare: dalla poesia di Serrao emergono solo frammenti, schegge, frantumi e rottami. Il tutto è avvolto da una luce ispida e livida, scabra e lunare, e l’ora topica è quella sbandata che precede l’alba, in cui ci ferisce la dolorosa irreparabilità del giorno e la pena del suo sorgere. Il suo verso si frantuma in sussulti, inciampi, slabbrature e omissioni: tutto ciò a testimonianza della sofferta fatica della parola e del vivere, dell’offesa ferita di un passato indagato senza reticenze. Quello di Serrao è un paesaggio interiore: le cose, gli oggetti che definiscono frammentariamente i suoi orizzonti sono allusivi di qualcosa che sta dietro, che è oltre: poesia che, in questa dimensione di percorso interiore, è pervasa da un alito metafisico.

La materia è frequentemente di origine autobiografica, ma ostinata in un’ invernale impersonalità: più dell’io si avverte l’incalzare doloroso di una realtà che impone di essere detta in una poesia così autenticamente impervia da alterare il sangue, ma perciò così persuasiva.

Achille Serrao è nato a Roma nel 1936. Ha curato, per l’editore Campanotto di Udine, l’antologia di poesia neodialettale “Via terra”.

A st’ora chi simmo …
A st’ora chi simmo? I’ saglio

saglimmo senza
overamènte na sagliuta senza
piatà e arèto a na filara
d’arbere sfrunnate ‘a luna
sfrie comme sfriesse, ‘e luòtene
d’’e cane allérta c’’a neglia ‘ncanna … ‘o mare
nu retecà ‘e parole maje femute … Sàgliere,
‘o chiù malamènte d’’e mestiére,
saglimmo a careggràzia e … ‘o vvi’ llànno
‘o mare farfagliùso, chi suspira
‘e quante ccà ne simmo
nu viecchio sulamènte ammuinatore ‘o mare?

A quest’ora chi siamo / A quest’ora chi siamo Salgo / si sale senza / davvero una salita senza / misericordia e dietro un filare / d’alberi spogli la luna / sfrigola come sfrigolasse, i lamenti / dei cani all’erta con la caligine in gola … il mare / un andare e venire di parole incompiute … Salire, / il più crudele dei mestieri, / si sale per miracolo e … ecco / il mare balbuziente, chi suggerisce sospirando / di quanti ne siamo qui / un vecchio solo ammutinato il mare?

Trasette vierno
Trasette vierno ca ‘ntosseca ll’auciélle, pure

d’’o malaùrio, quanta aucelluzze
se fida ‘e ‘ntussecà picciuse
pe’ na cucchiarèlla ‘e semménte e a’ ggente
vascia, me darraje na voce
ggente d’’a mia ‘e piéde dint’â neve
‘nfi a che ‘a neve se mantène toma
‘ncopp’a stu muojo ‘e paciénza arresugliato
cu ll’uocchie ‘a luntano …
e nce siénte ‘e spicà
‘o silenzio si attòcca, nu sisco
‘e vocca
a malappena na tagliata d’aria.

E arrivò l’inverno … / E arrivò l’inverno che avvelena gli uccelli, perfino / del malaugurio, quanti passeri / ce la fa ad amereggiare lamentosi / per un mucchietto di semi e la gente / povera, te ne accorgerai / gente mia con i piedi nella neve / fino a quando dura la neve quieta / su questo moggio di pazienza raspato / con gli occhi da lontano … / e lì senti crescere / il silenzio semmai, un fischio / di bocca / a malapena uno sfregio d’aria.

 

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Fare poesia è follia

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

  1. Non è vero che fare poesia è una necessità assoluta. Non è vero che fare poesia è inscritto nei geni di ciascuno di noi. Non è vero che fare poesia è un’attività di élite intellettuale. Fare poesia è follia.
  2. La follia? Un classico della poesia. I poeti hanno bisogno di referenti patologici e s’infiammano quando credono di individuare nel folle la loro punta di diamante. Come se la poesia potesse dipendere dalla vicenda umana di un individuo. Ma la follia della poesia non ha niente a che fare con le depressioni e le monomanìe.
  3. La follia della poesia è follia della parola. Della parola, non del poeta. Parola che scaturisce dal nostro sentire con un processo che ci appartiene soltanto nell’aspetto tecnico della trascrizione. La poesia non è un’intuizione soggettiva, è la capacità di cogliere oggettivamente l’universale.
  4. La parola ha un valore semantico che la moltiplica e la estende, ma il linguaggio recondito dell’esistenza non ha significati verbali. Indulgere alla cerebralizzazione del senso produce un’implosione poetica che distrugge il ritmo della scrittura. La poesia è musica e la stecca non riguarda i suoi significati.
  1. La carica emotiva di un testo poetico dipende dal metro della sua composizione. Solo una buona dimestichezza con la musica, tempi e ritmi del solfeggio, non ascolto maniaco e beota, consente di godere fino in fondo l’armonia di un verso e di una strofa.
  2. Tecnica e poesia non sono affatto antitetiche. L’acquisizione e l’interiorizzazione di strumenti sono premesse indispensabili alla produzione poetica. Che è fatica, solitudine, non il bacio di una dea.
  3. Scrivere poesia è sussurri e grida, angoscia e tremore, coraggio ed esaltazione. La prova generale di una prima. Scrivere poesia è un gesto estremo di sfida per catturare una voce che non ci appartiene. Scrivere poesia è un’avventura terrificante che ogni volta ci fa giurare che non lo faremo mai più.
  4. La poesia è voce tuonante, rauca, stridula, lamentosa, e come tale deve essere vissuta. Leggerla in silenzio vuol dire condannarla all’inesistenza. La poesia sulla carta non ha nessun significato.
  5. La poesia è eroismo, profezia, santità. Ma nessun poeta è eroe, profeta o santo. perché il poeta, non appena ha concluso la sua missione, è l’essere più insignificante della terra.

10.  La poesia è paradosso dell’esistenza. Chiamare qualcuno poeta è un insulto alla sua sofferenza.

È bello giacere con una donna
È bello giacere con una donna

che si conceda in tutte le maniere
fino all’esaurimento.
Ma se non posso gridare con lei
parole di liberazione
se non posso confondere con lei
la voce
in suoni e gemiti che rifondino il linguaggio
se non riesco a respirare con lei
fino ad ansimare in palpitante sincronia
se non ho con lei
le visioni del paradiso terrestre
che solo la santità e la buona droga sanno dare
allora sento un vuoto nell’anima
che si allarga a dismisura
e mi consuma con una radice feroce.

Farenheit 451
Un libro

è un baluardo
il forte Apache del nostro intelletto.
Un paese antico
ospitale
dove nessuno nega le nostre parole.
Un’avventura
un sogno
che ci difende dall’ultimo agguato.

Se macineranno i libri
per farne mangime per i polli
beccherò anch’io
la mia parte di parole.
Se li bruceranno
a cataste nelle piazze
raccoglierò le ceneri
come le spoglie di un amico.
Se mi tortureranno
per costringermi a negarli
sopporterò il dolore
cambiandolo in poesia.

Datemi un libro
ancora un libro
che parli al cuore
che parli anche alla mente
e accenda il filo di speranza
che muore ogni giorno dentro me.

 

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La poesia di Beppe Salvia

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Non è frequente, nella poesia degli ultimi vent’anni, imbattersi in versi lievi eppure compatti, leggeri eppure solenni come quelli di Beppe Salvia. Sottile e fluida la sua poesia è lo specchio di un vuoto da cui, senza un grido, si figura un sentimento d’esilio che intride il sangue e lo guasta irreparabilmente.
Le ferite del poeta sono immedicabili, come per un veleno sottile o per invisibile contagio, eppure la voce preserva un tono pacato, il verso si distende in un endecasillabo gentile, da cui traspare come in filigrana un disperato desiderio d’essere dentro le cose, dentro la vita e, contemporaneamente, la consapevolezza di non esserne capace.
La vita sognata, l’“aerea vita” appare continuamente a portata di mano, attraverso i piccoli oggetti quotidiani, i brevi “sentimenti paghi di letizia”, ma nessuno riuscirà ad esserne all’altezza, ad essere cosa tra le cose, vita nella vita, a contenere – proprio in senso etimologico – l’insostenibile leggerezza, l’insopportabile superficialità della vita. La profondità del senso dell’esistere richiede alla nostra grevità una levità, una vaghezza di cui siamo incapaci.
Il vivere lamenta ad ogni passo una mancanza, un’assenza: la voce s’imbriglia in un sentimento di nostalgia, “nostalgia delle cose impossibili”, del vuoto e del nulla, di una condizione quasi prenatale, di ciò che non è stato e non sarà, di ciò che non nasce e quindi non s’infetta e non perisce.
La nostalgia in Salvia è lo scacco, la tragedia senza catarsi, poiché la nostalgia dell’assenza è al di là delle passioni e della vita, pur se la sua poesia è così felice-mente, e perciò dolorosamente, abitata di cose e colori, di odori e giorni, capaci di fermarsi ed indugiare il tempo innamorato di un ascolto.

Beppe Salvia è nato a Potenza nel 1957. Tra i fondatori della rivista “Braci”, ha pubblicato alcuni testi su “Nuovi Argomenti”. È sempre vissuto poveramente, mantenendosi con lavori occasionali e con l’aiuto di alcuni amici. È morto suicida a Roma, durante la Pasqua del 1985.

(Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
sulla mia schiena, faticavo tanto,
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m’affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l’animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
È primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere e per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

fui prigione di cifre d’alfabeto
e delle loro forme allineate
e dello sciocco mistero che non mai
muti maestri insegnano a noi.
mai mi fu detto e constenti imparai
che non v’è ossa e sangue nelle cose
morte, di che si possa, meravigliose
dimenticarne, eterne. E non più mai
le perfezioni del pensiero a queste
cose inanimate san provvedere
che sian così mutevoli e leggere
da non imprigionare i vivi. Tanto
noi siamo, d’aerea vita soltanto
nuda dimora della vita e tanto
basta ad aver caro il grave, il centro
imperfettibile, d’ignoto peso.

 

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