Non solo bulli

di Paolo Repetto, 2008

Fingiamo uno scenario da “Invasione degli ultracorpi”, con gli alieni che vogliono impadronirsi della terra. Fossi in loro, sceglierei di partire dall’Italia, non perché ci sono il sole, la pizza, il PD e il papa, ma perché anche nello spazio sanno che qui si entra e si esce che è una meraviglia, e nessuno ti dice niente. Ora, mettiamo che prima di procedere all’invasione i nostri vogliano conoscere usi e costumi degli umani, e degli italiani in particolare. Per informarsi si rivolgerebbero, come giusto, ai mezzi di informazione: quindi leggerebbero i giornali, seguirebbero (con un po’ di fatica) la tivù e navigherebbero su Internet. Da bravi esseri superiori punterebbero soprattutto alle notizie riguardanti la scuola, perché questa offre il migliore spaccato di una società, oltre a costituire probabilmente l’ambiente più favorevole ad una infiltrazione clandestina. E qui rimarrebbero sconcertati.

A conoscerla attraverso i media, infatti, la scuola italiana appare come una sorta di girone infernale, popolato da mandrie di studenti idioti che vessano i compagni e filmano ogni loro bravata e da insegnanti non meno storditi che li lasciano e si lasciano filmare. I nostri studenti, a differenza delle squadre di calcio, delle scuderie motoristiche e delle pallavoliste, non vincono mai un accidente, e si piazzano anzi buoni ultimi in qualsivoglia campionato, europeo o mondiale. Il sistema scolastico stesso appare come un cantiere sempre aperto alle alzate d’ingegno di ministri che vogliono lasciare un segno del loro passaggio, e fanno e disfano ad ogni volgere di legislazione.

Non ci meraviglieremmo se a questo punto i poveri alieni cominciassero a dubitare dell’opportunità dell’invasione, e a guardarsi attorno per scegliere un altro paese, o forse un altro pianeta. Ma diamo loro credito: sono sì un po’ lunatici, ma non sono degli stupidi, e magari prima di lasciar perdere vorrebbero andare un po’ più a fondo, ignorando la cagnara mediatica ed entrando direttamente nelle scuole (e infatti, il sospetto che già lo stiano facendo qualche volta nasce …).

Bene, cosa troverebbero? Troverebbero ad esempio che non è poi così vero che gli studenti italiani siano i peggio preparati del pianeta, dal momento che quando vanno a completare gli studi all’estero e si confrontano con i coetanei di altri paesi (e soprattutto di quelli più sviluppati) scoprono di possedere una preparazione decisamente più ampia ed approfondita. E che i loro insuccessi nelle diverse prove comparative internazionali dipendono forse in primo luogo da come queste prove sono impostate, perché se ti alleni per la maratona hai poi qualche difficoltà a tenere il passo degli altri sui cento metri. Ma, primo, non è detto che i cento metri siano una disciplina atleticamente superiore alla maratona, e debbano costituire il parametro unico delle capacità: soltanto, sono una cosa diversa. Secondo, se si dedicano servizi di due facciate o quarti d’ora di notiziario ad ogni deficiente che allaga un cesso e si ignorano le medaglie d’oro in matematica, che pure ci sono, è difficile dare un’immagine meno disastrata.

Sempre più perplessi, gli aspiranti invasori troverebbero poi che la norma della vita scolastica non è affatto quella raccontata dai media, e che per ogni imbecille che filma le sue bravate e per ogni insegnante che lo lascia fare ci sono centinaia di migliaia di studenti e decine di migliaia di insegnanti che fanno, chi più chi meno, il loro dovere, dei quali non si parla mai perché la quotidianità positiva non fa né notizia né spettacolo.

Troverebbero che ogni giorno si ripete il miracolo di bambini, di ragazzi, di adolescenti che a blocchi di decine per classe e di centinaia per istituto convivono pacificamente, si rapportano tra loro e con gli insegnanti più civilmente di quanto non facciano i rappresentanti del paese in parlamento, stanno al loro posto per cinque o sei ore, o almeno per un bel po’ delle stesse, ascoltano, lavorano, prendono appunti, si cimentano in verifiche, rispondono se interrogati, e perlopiù tacciono quando viene loro richiesto. Il che dovrebbe apparire miracoloso non solo agli alieni, ma anche a quei troppi genitori che non riescono ad ottenere dai loro figli, e cioè da un singolo ragazzo, un secondo di attenzione, una risposta che non sia un grugnito e un briciolo di rispetto, salvo poi scaricare sulla scuola la responsabilità di una educazione che non c’è perché non sono stati in grado o non hanno avuto il tempo di impartirla.

Insomma, i nostri amici troverebbero un sacco di cose interessanti, ma molto diverse da quelle reperibili sui giornali.

Se poi scegliessero per loro missione spionistica proprio il “Doria-Boccardo” di Novi, avrebbero altro di cui stupirsi. Incontrerebbero ad esempio giovanotti e signorine tra gli undici e i vent’anni provenienti dai quattro angoli del mondo, allevati in lingue e tradizioni e religioni diverse, che non solo convivono senza spargimenti di sangue ma collaborano, scherzano, studiano, discutono, magari fanno magno, di comune accordo, e non danno spazio a nessuna manifestazione, né strisciante né eclatante, di razzismo: giovani che pur conservando la loro identità culturale non la usano come scudo, ma la mettono in gioco nel confronto. Ragazzi normalissimi, beninteso, lavativi a volte quanto basta, inclini come tutti gli studenti ad entrare un momento dopo e magari ad uscire un’ora prima, e a far slittare verifiche e interrogazioni; ma dediti, invece che a scannarsi vicendevolmente, ad aiutarsi, invece che a massacrare i loro compagni disabili, ad integrarli e a farli sentire protagonisti, invece che a scaricare immondizia sul Web, a lanciare messaggi di solidarietà semplici e genuini. Se i nostri visitors vedessero i due minuti e mezzo dello spot prodotto da questi ragazzi, quello che li ha portati ad essere premiati in un concorso nazionale sull’educazione alla legalità del quale nessun quotidiano o telegiornale ha pensato di dover dare notizia, beh, forse una mezza voglia di infiltrarsi proprio a partire di qui gli tornerebbe. O forse sono io a non essermi accorto di nulla, forse fuori la verità è davvero quella dei giornali, e quelli che incontro e che saluto qui dentro tutti i giorni sono già degli ultracorpi.

 

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Progetto “Amico libro”

Linee di indirizzo

di Paolo Repetto, 30 maggio 1999

Il problema

Si vendono sempre più libri, ma i giovani leggono sempre meno. L’incremento delle vendite è legato alla stabilizzazione di un nucleo consistente di lettori forti, che appartengono però alle fasce generazionali adulte o mature; la forbice tra questi e coloro che non leggono affatto continua in realtà ad allargarsi. Inoltre, l’aumento quantitativo ha un contraltare nell’abbassamento della qualità: la gran parte di ciò che viene pubblicato e venduto non si presta affatto ad educare ad una lettura consapevole, critica e creativa.

La scolarizzazione di massa è ormai realizzata, ma si devono fare i conti con un crescente analfabetismo di ritorno. Ciò significa che la scuola non riesce a creare e a trasmettere una consuetudine con la lettura che permanga nel giovane come scelta, come ricerca autonoma di un piacere.

 

Le cause

Se ragioniamo in termini realistici, nell’ottica nuda e cruda della domanda e dell’offerta all’interno del mercato della comunicazione e della formazione, il libro è una merce obsoleta. Come bibliomani avremmo magari diecimila ragioni per sostenere che non è vero, ma come operatori della formazione dobbiamo accettare la realtà. Beninteso, questo non significa arrendersi. Soltanto, si deve prendere atto della situazione, se davvero si vuole cercare di modificarla.

Perché il libro è obsoleto? Perché il calo internazionale non solo della lettura ma anche della semplice capacità di leggere segna il passaggio da una modalità di acquisto delle conoscenze ad un’altra. Di quali conoscenze, e se questo passaggio sia un bene o un male, è un altro discorso (anzi, è lo stesso, ma il fatto che siamo qui a parlare di un progetto di rilancio della lettura rende implicita la nostra opinione). Di fatto il passaggio sta avvenendo, anzi, è già avvenuto.

Se una merce che noi riteniamo ancora essenziale risulta obsoleta per il mercato, l’unico modo per evitarne la sparizione è la “ricollocazione”: vale a dire, l’offerta sotto altra forma, l’aggancio ad altri significati. Il libro è stato per oltre venticinque secoli l’unico strumento alternativo alla spada e al denaro per emergere. Impadronirsi della lettura ha significato per generazioni impadronirsi di uno strumento per sottrarsi o ribellarsi al potere, o magari per esercitarlo. Con la diffusione dell’alfabetizzazione (introduzione della stampa, riforma protestante ecc.), e quindi con la progressiva o almeno potenziale accessibilità di massa, questo significato strumentale si è prima modificato (l’occasione offerta a tutti di un avanzamento sociale), poi ha cominciato a venire meno. Il colpo di grazia lo ha dato l’irrompere dei moderni mezzi di elaborazione e trasmissione delle conoscenze.

In questo senso la funzione del libro è ormai finita, liquidata dalla immediatezza e dalla velocità degli altri strumenti comunicativi (e formativi), che meglio rispondono alle esigenze di una vita interpretata all’insegna appunto della velocità e delle conoscenze a rapido consumo. Il venir meno di questa funzione finalizzata in qualche misura al successo è oggi avvertito chiaramente (vedi ad es. sportivi, imprenditori, uomini di spettacolo e politici che si vantano di non aver mai letto un libro – cosa di cui fino a qualche anno fa si sarebbero vergognati). Il fatto poi che questo non sia vero, e che la dimestichezza con la lettura abbia anche una ricaduta in termini pratici – di successo, se la vogliamo mettere su questo piano – è difficilmente percepibile, soprattutto quando si è abituati a pensare la propria esistenza in tempi stretti, e non a proiettarla sul lungo periodo.

Per arrivare al dunque. Se la lettura non può più essere promossa come tramite al successo e neppure come strumento primario e imprescindibile della conoscenza (anche se noi sappiamo che lo è), occorre proporla sotto un’altra luce, cambiare strategia di marketing. Al valore utilitaristico va sostituito quello edonistico: all’utilità dello strumento la gratuità del piacere. L’utilità il lettore la scoprirà poi da solo.

 

Le responsabilità

Il piacere della lettura passa, tra le altre cose, anche attraverso la fisicità del rapporto col libro. Occorre pertanto lavorare anche su questo versante, sulla restituzione di uno specifico valore all’oggetto libro. Questo valore non è infatti oggi fisicamente intrinseco al prodotto. Ciò che da un lato ha facilitato o è parso facilitare l’accesso pratico alla lettura, l’editoria di massa, le collane economiche e più recentemente la vendita nelle edicole e nei supermercati, dall’altro ha sottratto al libro la sua aura e la sua specificità di prodotto diverso. Quello che un tempo era un bene di lusso, reso tale dalla non indispensabilità e da un valore aggiunto di status culturale, è stato eguagliato ai prodotti di rapido consumo (anche nella qualità e nella cura). Tra cinquant’anni sugli scaffali nostre case o delle ultime superstiti biblioteche ci saranno volumi di un secolo fa, ma ben pochi di quelli pubblicati oggi.

Una parte di “responsabilità” in questa trasformazione di immagine va ascritta, sia pure indirettamente, alla scuola. La polluzione dei libri di testo e soprattutto la loro obsolescenza quasi immediata, decretata dalle riedizioni costantemente “aggiornate” ma legata in parte anche alla necessità di inseguire affannosamente nuove filosofie e impostazioni didattiche, ha contribuito in larga misura a minare il rispetto per il libro come oggetto. Sino a qualche decennio fa il libro di testo doveva essere religiosamente salvaguardato, magari per poter essere riutilizzato dai fratelli minori. Oggi, consentendo o addirittura inducendo pratiche come quella dell’evidenziazione, che vanno a sommarsi ad una tendenza generalizzata all’incuria, ne viene sancita la condizione di prodotto usa e getta. E questa percezione si riverbera immancabilmente, oltre che sull’oggetto libro in generale, anche sui suoi contenuti.

In questa operazione la scuola ricopre un ruolo paradossale. Da un lato è il tramite, il supermercato che deve promuovere sui suoi scaffali il prodotto lettura. Dall’altro deve far dimenticare subito il legame tra il prodotto e il supermercato, pena il fallimento dell’intera operazione. Se non si riuscirà a sganciare l’immagine del libro da quella della scuola sarà tutto inutile. Il libro, la lettura vanno riversati il più possibile “fuori” della scuola, inseriti nei ritmi della quotidianità esterna, ma come cunei che esercitano nei confronti di questi ultimi un’azione frenante.

Un altro compito che la scuola può e deve assolvere è quello di filtrare i cascami dell’attuale polluzione libraria. Si sta moltiplicando il numero dei libri decisamente stupidi prima ancora che inutili, che non solo non concorrono ad una educazione alla lettura, ma alimentano la maleducazione linguistica e morale. Non è affatto vero che va bene tutto, purché si legga. Il genuino piacere della lettura nasce dalla scoperta delle molteplici dimensioni, diverse da quelle della quotidianità, nelle quali attraverso essa ci si può addentrare. La lettura non può risolversi in una perdita di tempo: al contrario, il tempo deve valorizzarlo, aiutandoci a spenderlo per conoscere altri luoghi, altri mondi, altre storie.

Nemmeno si può lasciare questo ruolo ad altre agenzie informative. Gli entusiasmi suscitati negli ultimi anni da alcune rubriche televisive di promozione libraria non tengono conto degli effetti collaterali di qualsivoglia proposta “mediatizzata”. Anche le trasmissioni più raffinate e più oneste (il Pickwick di Baricco, per intenderci), quelle che non si riducono a spot della “produzione culturale” più recente ma chiamano alla riscoperta di testi ormai classici, non si sottraggono al principio per cui il mezzo è di per sé una parte non marginale del messaggio. Inducono ad una lettura teleguidata, e in molti casi si sostituiscono alla lettura stessa. Quando l’effetto è esattamente lo stesso, vengano letti Pinocchio o Il giovane Holden, significa che a colpire l’interesse non è stato il libro, ma la sua presentazione.

Infine, per rispondere subito a quella che potrebbe essere una legittima obiezione, ovvero che anche la scuola in fondo veicola più o meno direttamente le scelte degli allievi (e la funzione di filtraggio che sopra le si attribuiva ne è l’esempio più probante), è necessario chiarire meglio quale dovrebbe essere il suo ruolo. La scuola non deve offrire pesci, ma insegnare a pescare. Non è suo compito suggerire le letture, o almeno non è quello primario, quanto piuttosto renderle possibili. La scuola deve quindi anzitutto insegnare a leggere, perseguire questa competenza come obiettivo primario: per farlo dovrà necessariamente scegliere i testi sui quali fare esercitare gli allievi, ed è certamente opportuno che al di là della funzione strumentale questi testi abbiano anche una valenza ludica e culturale, trasmettano una qualche conoscenza e il desiderio di ampliarla. Ma la cosa poi deve fermarsi lì: il piacere di leggere sta anche nelle scoperte che uno fa per conto proprio, seguendo un suo percorso particolare e singolare. La scuola deve spianare il percorso, non programmarlo o tracciarlo.

 

Quali rimedi?

Le strategie promozionali vanno diversificate, all’interno della scuola, non soltanto perché ci sono fasce d’utenza diverse, ma perché totalmente differente è l’obiettivo. Nel caso della scuola primaria l’operazione promozionale è intesa a creare una consuetudine ed una abitudine: può quindi far leva, se condotta con buon senso e con buoni materiali, su un approccio “quantitativo”. Nella scuola superiore deve essere mirata invece soprattutto al recupero, a contrastare una crescente disaffezione: e qui è necessario puntare sulla qualità. Anche se in entrambi i casi la concorrenza delle altre agenzie “formative” dispone di mezzi superiori, perché può giocare sulla “facilità” della visione rispetto alla “fatica” della lettura, quest’ultima mantiene per i piccoli il fascino della scoperta di una potenzialità, di una indipendenza: sarebbe quindi sufficiente coltivare bene questo fascino, stimolando una crescente autonomia nelle scelte e nel rapporto con il libro. L’intervento sulla fascia adolescenziale è invece più complesso, proprio perché volto a quell’utenza che lo stimolo proveniente dalla scoperta non lo prova più, e che sottoposta ad una molteplicità di input tende necessariamente a scegliere quelli che esigono un minore investimento in termini di tempo e di impegno. A meno che …

A meno che non si abbia il coraggio di ammettere che in una campagna di questo tipo il grande spiegamento di mezzi finanziari e strumentali, la pubblicizzazione, la creazione di eventi, pur se necessari, non sono affatto decisivi. È invece indispensabile il ricorso ad una strategia sottile, che deve far perno su un fattore che sfugge ad ogni quantifìcazione: l’elemento umano. Per trasmettere una passione non è sufficiente la professionalità: questa è indispensabile per mettere a disposizione dei ragazzi le esche e il combustibile: ma la scintilla, se non si vuole sperare soltanto nell’autocombustione e nella tradizione domestica, deve essere accesa dalla voglia indotta negli studenti di emulare, di consonanza.

Ciò significa ipotizzare uno spazio ed una modalità di intervento diversi per gli insegnanti. Senza evocare scenari da libro “Cuore” (ma solo perché non si danno le condizioni oggettive, in quanto Cuore rimane un bellissimo libro), è possibile ad esempio immaginare outing, dichiarazioni motivate, arricchite dal coinvolgimento diretto degli allievi per il ricorso ai testi. Tanto meglio se le dichiarazioni d’amore per la lettura verranno da docenti non sospetti di tirare acqua al proprio mulino, non appartenenti agli ambiti disciplinari formalmente più coinvolti. E se verranno sostanziate dall’esemplificazione di quella fondamentale ricaduta sulla percezione del sé e degli altri, sul senso da dare alla propria esistenza, sui valori sui quali fondare le proprie relazioni con gli altri, sull’apertura di sconfinati orizzonti spaziali e temporali entro i quali muoversi che solo i veri lettori conoscono. Per quanto possa apparire un fattore troppo vago e liquido e imponderabile, rimane l’indispensabile prerequisito per tradurre un’azione dimostrativa in un intervento di una qualche efficacia.

Al di là delle tante strade che possono essere intraprese, ciò che veramente preme è che chi opera nella scuola abbia chiari la direzione e il fine. La direzione è quella di un approccio del tutto nuovo al problema, più coraggioso e realistico, libero dai vincoli di un ritualismo che serve solo a riempire moduli e produrre relazioni finali. Il fine è la reinvenzione per il libro e per la lettura di uno status che li collochi fuori delle mode effimere e li sottragga al confronto impari con i nuovi media. Leggere non può essere più o meno divertente che guardare la televisione o giocare con la play station: la lettura fa accedere ad una dimensione totalmente diversa, e proprio su questo occorre insistere. “Con la lettura ci si abitua a guardare il mondo con cento occhi, anziché con due soli, e a sentire nella propria testa cento pensieri diversi, anziché uno solo. Si diventa consapevoli di se stessi e degli altri” ha scritto Sebastiano Vassalli. Va quindi promossa come “il” divertimento per antonomasia, che suppone e nel contempo deve tornare a garantire, come è stato per millenni, lo spazio in assoluto più idoneo per l’esercizio di una totale libertà.

 

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Problemi di meccanica natatoria

di Paolo Repetto, 1998

L’aula è illuminata dal sole meridiano, in una splendida giornata di fine inverno. Alla cattedra un insegnante. Legge alcuni versi, poi si alza e li commenta per gli allievi, camminando tra i banchi. Torna a sedersi e ricomincia. Il rito si ripete più volte. I ragazzi hanno tutti diciott’anni, qualcuno un paio in più. Seguono il testo sul manuale, poi alzano gli occhi, seguono l’insegnante e la sua spiegazione. Ogni tanto intervengono, per un chiarimento o per avere conferma di quanto hanno capito. Sembrano partecipi, concentrati nello sforzo di decrittazione, ma anche intrigati dall’argomento. Il testo è arduo, sono i primi versi dei Sepolcri.

Si parla del senso della vita (la bella d’erbe famiglia e d’animali, … la mesta armonia del canto …), del suo ineluttabile venir meno con la morte, dell’oblio che involve ogni cosa nella sua notte e del tempo che tutto traveste e cancella. È difficile scalare vette poetiche più alte, e guardare al tempo stesso con maggior disincanto all’umana condizione. La classe intera sembra trattenere il fiato, e la luce del sole, che prima chiamava ad una già primaverile gioia di vivere, appare illividita..

Ma è solo un attimo. Perché dovremmo negarci almeno un’illusione? – rilancia il poeta. E tutti tornano a respirare: così va meglio. L’insegnante sono io. Commento un’altra decina di versi, ma sento che il più è fatto. Li ho messi di fronte al volto di Medusa, non hanno distolto gli occhi. Hanno intravisto la verità: ora mi restano altre centinaia di versi per tornare a celarla.

Sono soddisfatto. Credo di aver evitato la retorica. Ho volato basso nella spiegazione: a tenere alto il tono ci pensava già Foscolo. E i ragazzi mi hanno aiutato con le loro interruzioni, con il richiamo costante alla chiarezza. Penso di essere stato chiaro, e non voglio guastare l’effetto mettendo troppa carne al fuoco. Chiudo il libro: ci fermiamo qui. Un sospiro generale di sollievo.

Ma forse no. Forse qualche dubbio c’è ancora. Dall’angolo si alza una mano. Si? – Ci scusi, prof, c’entra poco coi Sepolcri: È una discussione tra me e Raviolo. Secondo Lei, i fagiani, nuotano?

Le grandi occasioni di crisi, gli strappi al velo di Maia non scaturiscono mai da eventi eccezionali. Pirandello insegna. Sono le osservazioni e le situazioni più banali a scatenare il dramma. L’attacco al nostro precario equilibrio arriva quando meno lo aspettiamo, dalla parte che credevamo più sicura: e proprio per questo riusciamo così indifesi, così fragili.

Sono lì, annichilito. Sento che la mia maschera se la cava con un sarcasmo abbastanza banale da poter essere apprezzato da tutta la classe. Ma dietro è uno sfacelo. Non avevo ancora cominciato a planare dall’empireo della poesia, e improvvisamente mi ritrovo col sedere per terra. Eppure dovrei essere vaccinato. Quante volte l’ho vista alzarsi quella mano, in quasi venticinque anni, mentre stavo dipingendo per aria immagini poetiche, o lastricando solidi percorsi concettuali. – Si, dimmi. – Posso uscire?

Oggi però no, oggi non lo sopporto. Non è per Foscolo o per i Sepolcri in particolare, per una indignazione che pure sarebbe giustificata, anche se anacronistica, di fronte alla lesa poesia. Oggi per me quella domanda è la metafora del Tutto, misura la distanza tra il mio ambire e il mio essere, che per quanto uno ne abbia coscienza è sempre e comunque infinitamente maggiore. Mi passano davanti, in un lampo, come dicono accada ai morituri, migliaia di circolari su obiettivi cognitivi e formativi e trasversali, pomeriggi bruciati in seminari sulle strategie didattiche, sulla docimologia, sull’orientamento in itinere e il curricolo e l’interdisciplinarità, tutta l’incredibile congerie di belinate che da qualche anno a questa parte cercano di inocularmi a tradimento per ogni via. Ma questo può solo farmi sorridere, sono immunizzato per natura contro ogni virus di pianificazione educativa. Quel che brucia è ben altro, è l’accorgermi che in fondo ho sempre coltivato la segreta, inconfessa ambizione di lasciare un segno, di incidere su anime e teste, sia pure di legno: e oggi come non mai lo scalpello sembrava ben affilato, e la mano ferma.

Ora li guardo mentre cacciano libri e appunti e resti di merendine negli zaini assurdi, lordi di griffe e di decori insulsi. Mi appaiono trasfigurati. Tanti fagiani che sguazzano, zuppi e goffi e scagazzanti l’uno sull’altro, e tutti assieme su Foscolo e su di me. Mi pento di aver votato contro la caccia, e invoco un angelo sterminatore armato di doppietta. Poi finalmente, quando tutti sono volati fuori, mi trascino sino all’auto.

Mentre il motore si avvia ho ancora visioni di cadaveri piumati, appesi in bella fila lungo il muro. Solo dopo aver svoltato alla prima traversa, lasciandomi finalmente alle spalle loro e la squallida voliera che li accoglie ogni mattina, riprendo il controllo dei miei pensieri. D’accordo, sono bestie, su questo non ci piove. Ma non sarà che anche noi continuiamo a battere da tonti, non accettando l’idea che i nostri modelli non funzionano, e sono lontani dal loro universo anni luce? Rispetto al patrimonio culturale ed etico che ci intestardiamo a voler trasmettere questi ragazzi sono praticamente degli alieni: vivono ad un’altra velocità, e non solo su un’altra corsia, ma proprio su un’altra strada. O meglio, gli alieni siamo noi. Cantiamo i valori eterni, gli ideali che hanno retto, almeno nella letteratura, da Omero al partigiano Johnny: ma oggi il presidente degli Stati Uniti è Clinton, il candidato della sinistra è Rutelli, Mastella è l’ago della bilancia e la gran parte degli insegnanti è abilitata a parlare di virtù e di dignità da concorsoni truccati. Ci vuole un bella faccia tosta.

E allora? Mentre guido malinconico verso casa cerco una risposta che non arriva. Manca la concentrazione. Mi rendo conto che un tarlo, dapprima in sordina, poi sempre più nitido, ha continuato per tutto questo tempo a lavorarmi il cervello. Cerco di resistere, fingo di non sentirlo, ma quello che era un semplice fastidio all’improvviso diventa terrore. Mi accorgo che sottovoce, sullo sfondo dei miei pensieri, ho continuato a pormi la madre di tutte le domande: alla fin fine, questi fagiani, nuotano o no?

 

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Corinne ed Emma: il sogno e la caduta

L’educazione al femminile: Tre conversazioni

di Paolo Repetto, 1998

All’origine della “letteratura al femminile”, e quindi anche dei mutamenti nel concetto di “educazione al femminile” che si produssero nell’ottocento, si colloca indubbiamente Corinne, di Madame De Stael. Può apparire strano per una lettrice moderna che questo libro abbia esercitato tanta influenza, e non solo all’epoca in cui apparve, ma almeno per tutta la prima metà del XIX secolo, quando già circolavano opere di valore ben diverso come quelle delle Bronte, di Jane Austen e della Barrett Browning. E tuttavia proprio queste autrici, e con loro un’innumerevole schiera di altre letterate o “donne di genio”, sono le prime testimoni del ruolo fondamentale che il mito di Corinne ebbe sul risveglio sociale e letterario dell’“altra metà del cielo”. “Corinne fu nell’ottocento la lettura giovanile di un tipo particolare di fanciulle: le giovinette di intelligenza e talento superiori alla media e provviste dell’ambizione di rendersi celebri fuori della cerchia domestica” (E. Moers) Tutte queste giovinette, al di qua e al di là della Manica, ma anche dell’Atlantico, lo lessero, e tutte ne trassero lo stimolo ad uscire dal ruolo subordinato, intellettuale come sociale e politico, al quale la mentalità del tempo le confinava. Variava, naturalmente, il giudizio sul valore letterario dell’opera, ma era concorde quello sul suo effetto trascinante. Per Elizabeth Barrett Browning “Corinne è un libro immortale, che merita di essere letto settanta volte, cioè una volta l’anno per tutta la vita”; allo stesso modo la pensava Mary Shelley. Ad altre, come la Austen o Charlotte Bronte, una sola lettura era stata più che sufficiente, ma lo consideravano comunque un libro fondamentale.

In effetti la storia di Corinne, al contrario di quelle delle eroine letterarie da lei ispirate, appare oggi del tutto improbabile, e la lettura risulta molto faticosa. La bellissima “poete, écrivain, improvisatrice” entra in scena quando ha già raggiunto il culmine del successo, e addirittura al momento in cui viene incoronata in Campidoglio nel corso di una cerimonia tanto enfatica quanto assurda. Le informazioni sulla sua vita precedente ci vengono fornite attraverso vaghi e confusi flashback, e soprattutto in un finale che rende la vicenda alquanto rocambolesca. Corinne è figlia di un lord inglese e di una nobildonna romana, e proprio in Italia riceve, dopo la morte della madre, la prima educazione. Richiamata in Inghilterra dopo il secondo matrimonio del padre (lei ha quindici anni) soffre un rapporto freddo e ostile con la matrigna, la quale incarna tutta l’aridità e la chiusura nordica, e cerca di soffocare nella giovinetta ogni talento artistico e ogni vitalità “meridionale”. Dopo sei anni di questa prigionia Corinne fugge nuovamente in Italia e qui, non si sa come, perché il libro non ne parla, può dare sfogo alla sua genialità e raggiungere il successo. Non altrettanto felice è la sua carriera sentimentale. Si innamora infatti di un nobile scozzese, sceso nella penisola per il tradizionale Grand Tour, dal quale è inizialmente corrisposta, ma che sceglie alla fine un amore più tranquillo e convenzionale, proprio nella persona della sorellastra di Corinne, Lucile. L’esito della vicenda è poco felice per tutti i protagonisti. Oswald si annoia mortalmente nel matrimonio con Lucile (e non poteva essere diversamente, dopo che ha conosciuto la carica vitale di Corinne). Corinne muore dopo aver visto appassire, in seguito alla delusione amorosa, anche i suoi talenti artistici. La figlia di Oswald e Lucile, e nipote di Corinne, sembra più portata a seguire le orme della zia che i severi insegnamenti della madre, e quindi renderà difficilissima la vita a quest’ultima. Il tutto è condito di innumerevoli complicazioni, scene madri, citazioni classiche, paesaggi descritti alla maniera delle guide turistiche che cominciavano all’epoca ad andare di moda.

Da cosa nasce allora il fascino, il mito di Corinne? Direi più da quello che Corinne rappresenta che da quello che è, come figura letteraria. Nel romanzo sono già condensati tutti i grandi temi del dibattito sulla questione femminile, con la differenza, rispetto a A vindication of rights of women della quasi contemporanea Mary Wollstonecraft, che i problemi sono qui vissuti più sentimentalmente che razionalmente. Intendo dire che mentre nel testo della Wollstonecraft c’è una chiara consapevolezza della condizione femminile globale, e quindi si rivendica una emancipazione generalizzata, che derivi da un cambiamento non solo della mentalità, ma anche delle strutture socio-economiche e delle istituzioni politiche, nel romanzo della De Stael la consapevolezza è individuale, ristretta, e riguarda una condizione particolare, quella della “donna di genio”. Quando Corinna insiste a studiare e a coltivare il suo talento, la matrigna “mi aveva risposto che la donna […](pag. 304).

La soluzione, in questo caso, non sta nella trasformazione della mentalità e delle strutture, ma nel “cambiamento d’aria”: via dalla chiusura e dalle convenzioni delle civiltà più evolute, verso luoghi nei quali l’arretratezza sociale consente in realtà maggiore indipendenza, libertà d’azione e spregiudicatezza – quindi verso l’Italia. È come dire che l’emancipazione è possibile solo a livello individuale, e non forzando la mano al futuro, ma rifugiandosi nel passato (il che coincide perfettamente con l’atteggiamento dei primi romantici nei confronti del progresso e delle rivoluzioni sociali ed economiche di fine settecento).

Altro tema fondamentale è quello della scelta relativa al tipo di realizzazione da perseguire. In altre parole: la realizzazione artistica o culturale e quella sentimentale non possono coesistere, almeno in un mondo come quello in cui vivono Madame de Stael ma anche Jane Austen e Charlotte Bronte (unica eccezione, la Barrett Browning). Non possono coesistere perché il mondo maschile, perfettamente incarnato da Lord Oswald, non è pronto né disponibile ad un confronto paritario, e dalla donna si attende sottomissione e adorazione: può essere momentaneamente affascinato da una personalità femminile forte come da una cosa eccezionale e curiosa, ma non accetta di veder messo in discussione il suo ruolo anche intellettualmente dominante. Di fronte a questo atteggiamento le eroine di tutta la letteratura al femminile, da Corinne in avanti, che pure sembrano aspirare soprattutto al grande amore o alla “felicità” coniugale, in verità non hanno scelta. Sono già condannate dalla loro nuova consapevolezza al fallimento, che si esprime a seconda dei casi nella rinuncia o nella rassegnazione. O si rassegnano a non essere interamente se stesse, e si rifugiano, come Jane Eyre, all’ombra protettiva di un uomo magari non padrone, ma almeno guida indiscussa, o rinunciano come Corinne al sogno amoroso, per difendere una malinconica libertà.

E tuttavia, abbiamo visto che qualche eccezione sembra possibile. Ho già citato il caso della Barrett Browning, che vive anni (pochi, per la verità) di felicità coniugale e assieme di intensa creatività artistica: ma la sua è una situazione un po’ particolare, nel senso che anche all’interno di questa coppia c’è una personalità decisamente dominante, ed è la sua. Ancora più prossima ad una Corinne realizzata appare George Sand, che dopo aver fugacemente interpretati nella prima giovinezza i ruoli convenzionali di moglie e madre sceglie di vivere la realizzazione culturale, e ci riesce benissimo, conciliando il successo con i doveri materni e le passioni amorose con l’arricchimento e lo scambio intellettuale. Tanto la Barrett quanto la Sand diverranno, in modo diverso, figure di riferimento ideali per il mondo letterario femminile: ma ideali significa, per l’appunto, irraggiungibili ed inimitabili.

E le altre? Non mi riferisco alle “donne di genio”, alle aspiranti o affermate scrittrici, attrici, pittrici ecc., delle quali ho parlato sin troppo. Intendo tutte le altre, quelle alle quali la scelta non è nemmeno concessa e che per costrizione o per vocazione si sono accontentate dell’educazione convenzionale, sono state nutrite sin dall’infanzia di doveri, ruoli, modestia, soggezione. Cosa accade quando sono queste altre a non sopportare più il proprio stato? Anche se spiace dirlo, la migliore descrizione di una situazione del genere è offerta da un uomo, Gustave Flaubert, con il suo romanzo Madame Bovary.

All’educazione di Emma Flaubert dedica un intero capitolo. Essa si svolge all’interno di un convento, e si alimenta di letture che nulla hanno a che vedere con Corinna e con le eroine femminili del primo ottocento. Il capitolo sesto inizia proprio con “Emma aveva letto Paolo e Virginia, e aveva sognato la casetta di legno […]”. Più oltre si parla di Lamartine, o delle vite di donne sante, illustri e infelici. Insomma, tutto il repertorio romantico, quello legato al sogno, all’evasione, all’esotismo, digerito nella quiete sonnolenta del convento, e quindi più lentamente e profondamente assimilato. Da una simile intossicazione non si guarisce più: si può accettare momentaneamente la prosaicità della vita con Charles Bovary, magari per fuggire alla noia mortale della vita di campagna, ma si continua ad aspirare alla poesia: “Ma in fondo al cuore aspettava un avvenimento […] ogni mattina, nello svegliarsi, ella sperava per quel giorno, e ascoltava ogni rumore, si alzava di soprassalto, si stupiva che nulla accadesse. Poi, al tramonto, sempre più triste, desiderava trovarsi all’indomani”.

Emma finisce per non accontentarsi più dell’attesa. Fa in modo che le cose accadano, ogni volta confondendo il suo sogno con la realtà e ogni volta risvegliandosi più disillusa. Tutto nella sua vita viene trasfigurato dalla volontà ostinata di uscire dal pantano, tutto le ricade addosso. Accetta la propria gravidanza come una ulteriore occasione: “Desiderava un figlio: sarebbe stato forte e bruno, e avrebbe avuto nome Giorgio, e anche questa idea di avere un figlio maschio era come la rivincita, in speranza, di tutte le sue impotenze passate. Un uomo, perlomeno, è libero: può errare attraverso passioni e paesi, superare ostacoli, assaporare tutte le più remote felicità. Ma una donna è sempre vincolata, inerte e nello stesso tempo flessibile; una donna si trova di fronte alle mollezze della carne e, contemporaneamente, ai legami della legge. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordone, palpita a tutti i venti; c’è sempre qualche desiderio che la trascina, e qualche convenienza sociale che la trattiene […].

Partorì una domenica, verso le sei del mattino, allo spuntar del sole.

È una femmina! – disse Carlo.

Essa voltò il capo, e svenne” (cap. III, parte II).

Madame Bovary è letto generalmente come il romanzo della “povertà” spirituale della borghesia, che denuncia la mancanza di valori forti e radicati, il vuoto morale, l’ipocrisia e l’adesione a idealità di facciata tipici (secondo uno stereotipo che ha origine nel Romanticismo) di questa classe. Ora, è indubbio che Emma incarni molte delle caratteristiche attribuite alla piccola borghesia, provinciale e velleitaria: ma prima che un simbolo essa è una figura di donna vera, che in qualche modo cerca di ribellarsi al monotono e inutile scorrere dei giorni e chiede alla vita emozioni, sensazioni e significati più grandi. Il suo fallimento non è determinato solo da una debolezza del carattere, ma anche dalla mancanza di risorse culturali: è frutto di una società (e quindi di un modello educativo) che alla donna non geniale non lascia chance, non concede margini per una realizzazione diversa da quella domestica. Questo, Flaubert non ha bisogno di dirlo esplicitamente: lo dice la storia stessa, che corre verso la catastrofe finale con assoluta naturalezza, come lungo un percorso obbligato.

L’unica, magra consolazione (o forse un avvilimento ancor peggiore) deriva dal fatto che la realizzazione, in verità, non è concessa a nessuno, meno che mai ai rappresentanti del mondo maschile che ruotano attorno ad Emma, dal marito ai seduttori di turno. Tutte le vite che si intrecciano nel romanzo appaiono in fondo meschine, tutti i rapporti sono falsi e convenzionali, non c’è spazio neppure per sogni liberi e autentici, perché anche questi sono modellati sui clichés romanzeschi. Alla fine l’unica che ci muove veramente a compassione è la povera Berte, che finisce a lavorare in filanda, e avrà ancor meno possibilità di sua madre. Tuttavia la compassione va estesa anche alle sue probabili figlie, nipoti e pronipoti, per le quali i sogni saranno moltiplicati dal cinema e dalla televisione, anche se la realtà rimarrà desolatamente la stessa.

 

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Il pericolo viene dallo spazio

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Questo articolo è stato pubblicato vent’anni fa su una piccola rivista (CONTRO) animata dallo stesso spirito di SOTTOTIRO e, stanti i tempi, da qualche illusione politica in più. Ci è parso opportuno riproporlo perché si prestava ottimamente ad introdurre il discorso sulla “filosofia del post-umano”, anzi, ne costituiva già la prima parte. Chi lo ha scritto voleva cogliere – e bene o male, alla luce degli sviluppi successivi, pensa di essere riuscito nell’intento – le sottili e tutt’altro che banali implicazioni di un fenomeno che all’epoca veniva ignorato o liquidato con sufficienza dalla cultura di sinistra. Il ragguaglio che lo segue non fa che verificare la traduzione di tali implicazioni in realtà corrente. Il tono dei due articoli è molto diverso, e qualcuno troverà il secondo un po’ greve: ma due decenni lasciano tracce pesanti, sul carattere, oltre che sul mondo.

I compagni che hanno figli in età compresa tra i tre e i tredici anni capiranno subito di cosa sto parlando. Durante le ultime feste natalizie sarà capitato anche a loro di trovarsi di fronte il pargolo armato del suo nuovo Goldrake “più veloce della luce”; di aver sorriso e annuito distrattamente alla domanda: “Pa’, vuoi vedere come funziona?”; e di essersi così beccati in un occhio il doppio maglio perforante, o di aver avuto il setto nasale spostato da un colpo di alabarda rotante. Dove poi i nonni non hanno badato a spese per comprarsi l’affetto dei nipotini si è giunti probabilmente anche ad ustioni di vario grado, dovute all’impiego di mini-laser.

Bene, questi compagni devono armarsi di tanto coraggio, perché non siamo che agli inizi. Per il prossimo Natale sono previsti robot più sofisticati, astronavi anti-lampadario, dotate di mitragliera paralizzante, e contraeree al laser con gittata fino a cinquecento metri, per guerreggiare da un palazzo all’altro, o contro i passanti, alla faccia delle nuove leggi antiterrorismo. E si prevedono anche i primi morti, che se non altro avranno l’onore di essere le prime vittime accertate degli Ufo.

Però intanto qualche “scomparsa” la si può già registrare. Una è di minor conto, perché riguarda il buon senso degli adulti, babbi natale o befani, che già era latitante da un pezzo e sul quale non ci si facevano più soverchie illusioni. Più preoccupante appare invece un’altra miserevole constatazione, quella che concerne l’annichilimento della capacità reattiva e della fantasia infantili. Perché se è vero che sono stati gli adulti a comprare i Goldrake e i Mazinga, è anche vero che, a differenza di quanto accadeva in passato, per altri giochi altrettanto sofisticati e scemi, stavolta non hanno dovuto faticare per imporre la loro scelta. Al contrario, sapevano di andare a colpo sicuro, potevano far conto su indici di gradimento elevatissimi e proporzionali al livello di sofisticazione dell’aggeggio.

Ciò significa che qualcosa è cambiato in questi ultimi tempi: che quelle difese inconsce che spingevano i bambini a preferire l’orsetto di pezza alla bambola che canta, cammina e fa la pipì sono state disattivate: che l’immancabile trionfo della semplicità, almeno nell’ambito del gioco infantile (sul quale amava esercitarsi la retorica del “più poveri, più felici”, ma che in definitiva era un dato vero, e soprattutto confortante) appartiene già ad un’altra epoca. Probabilmente c’era da aspettarselo, anche se qualcuno sperava che anni e anni di caroselli avessero prodotta una sorta di immunità, come quella delle zanzare nei confronti del DDT. È avvenuto invece il contrario: le soglie di resistenza sono state poco alla volta sgretolate, e al momento opportuno si è dato il via ad una operazione più articolata e complessa, nei mezzi come nei fini. Questa operazione è cominciata proprio con Goldrake. Circa un anno fa. Un tentativo d’assaggio coronato da immediato successo, che ha spalancato le porte al cartoon fantascientifico giapponese ed ha innescato un vero e proprio bombardamento a tappeto del cervello infantile. Le antenne pubbliche e private fanno ormai a gara per diffondere il nuovo messaggio fantatecnologico, e i risultati non tardano a farsi vedere.

Ma il problema non è certo quello dello sfruttamento pubblicitario. Sarebbe troppo semplice. No, la verità è che questa operazione va molto più in là, sottintende significati nuovi di cui sarà bene prendere coscienza. Il lancio del robot-giocattolo costituisce in fondo solo una fase secondaria e integrativa, si potrebbe dire “di verifica”, dell’attacco più subdolo e micidiale che in questi ultimi anni sia stato sferrato contro la sensibilità pre-adolescenziale. È un attacco tutt’altro che occulto, un’azione in grande stile che si sviluppa a vari livelli, in perfetta combinazione tattica.

In primo luogo c’è lo sforzo, rozzo ma efficace, di calamitare l’attenzione del bambino coinvolgendone appieno oltre la sensibilità visiva anche quella uditiva, attraverso un ininterrotto susseguirsi di esplosioni, urla, fischi laceranti, tonfi, schianti e via di seguito: un’accozzaglia esasperante di rumori che fornisce già di per sé un’iniziazione efficace ad un futuro di fabbrica, di traffico automobilistico e di discoteca, immunizzando il ragazzino contro i traumi di impatto o di rigetto. Mi si obietterà che anche il vecchio cartoon stile Warner Bros liquidava il dialogo a favore dei rumori. Ma là si trattava di rumori orchestrati, di un vero e proprio contrappunto musicale. Il bip bip creava attesa, annunciava l’esplosione, e poi la irrideva e la vanificava: il felpato passo di danza di Silvestro saliva in un crescendo ritmico, sino allo scontro col ringhio del bulldog: il monotono e accattivante tema della Pantera Rosa scandiva e riassorbiva gli schianti e i crolli più rovinosi. Ogni rumore risultava funzionale e indispensabile alla vicenda, in quanto si iscriveva in una sorta di sovrasistema di segni acustici che traevano significato proprio dal loro ripetersi e dal legame con un personaggio o una situazione particolare. Erano quindi suoni carichi di senso (sia pure di un senso autonomo e non trasferibile nel quotidiano tridimensionale) assunti in un contesto a suo modo logico e tali da consentire alla mente una ricezione critica.

Goldrake propone invece il rumore puro, mutuato dalla realtà, amplificato e concentrato oltre ogni limite tollerabile e oltre ogni soglia critica: il rumore che non comunica, ma stordisce, non attiva la suspence ma disarma ogni capacità di razionalizzare la percezione: non ammicca e non allude, ma si impone brutalmente.

L’attacco non si esaurisce comunque nell’uso annichilente del rumore. Esso si sviluppa invece paracadutando sulle macerie della recettività infantile una serie di messaggi elementari e perentori, efficaci proprio perché inoculati in dosi massicce e continuative. Per cogliere nella sua importanza e pericolosità tutto il peso di questa operazione è forse opportuno tornare al confronto col cartone animato classico (intendo Tom e Jerry, Silvestro ecc…; la produzione disneyana vorrebbe invece un discorso più complesso). La storia di animazione vecchio stile si fonda sul presupposto di una dimensione a sé stante, di un trasferimento nel surreale suggerito e sottolineato dalla tecnica stessa del disegno. Personaggi e situazioni funzionano solo all’insegna di questo trasferimento e di una adesione incondizionata, proprio perché lucida e cosciente. Se accettiamo di seguire le vicende di Silvestro non dobbiamo poi porci il problema di come sopravviva all’esplosione del candelotto che teneva in mano, o riprenda forma dopo essere passato a sfoglia da un rullo compressore. Ora, in questa dimensione, proprio perché consciamente circoscritta come irreale, i veri eroi finiscono per essere i “malvagi”, gli sfortunatissimi persecutori che immancabilmente diventano vittime, ai quali se non altro vanno riconosciute una eccezionale perseveranza e una sincera dedizione alla causa. I confini tra bene e male sono pertanto dissolti dalla ottimistica ricomposizione nel gioco. Non solo. Figure come quella di Willie Coyote, sorta di apprendista stregone affetto ad un maniacale amore per le tecniche più raffinate e complicate e da una cieca fiducia nella razionalità, che puntualmente vengono disattesi e finiscono per ritorcersi contro di lui, costituiscono in fondo delle simpatiche notazioni autoironiche sui pericoli del tecnicismo. In ogni storia il risultato è scontato: il diabolico marchingegno messo in moto funziona in ritardo, o addirittura al contrario, ed è questo a far scattare il meccanismo umoristico: assieme al fatto che senza essere sfiorato da alcun dubbio, senza perdersi d’animo, solo ogni volta un po’ più malconcio, il nostro “eroe-suo-malgrado” torna all’attacco. Ciò che più importa, comunque, è che a determinare la sconfitta è sempre il caso, l’imponderabile, il non-senso, e non una superiore capacità razionale e tecnica dell’avversario.

Di tutto questo nel nuovo cartoon fantascientifico non rimane niente. Esso non ci proietta in un universo sganciato dalle categorie spazio-temporali, ma in una realtà futura, suggerita come possibile e probabile. Presuppone soltanto un trasferimento temporale, e perde così una delle caratteristiche precipue del gioco, optando invece per una relativa “serietà”. Il disegno stesso è di stampo banalmente realistico, e rivela che in questo caso l’uso del cartoon è solo un espediente per una produzione a costi bassi e a ritmi intensi.

Trattandosi di una possibile “realtà” non è consentito giocare con la positività o la negatività dei ruoli. Il confine tra bene e male è tracciato con precisione manichea. Da un lato gli invasori extragalattici, forti di un impressionante apparato bellico e votati alla distruzione del pianeta: dall’altro i terrestri, che non sono divisi in blocchi contrapposti ma mostrano di sapersi tenere al passo con armi sofisticatissime. Altro che accordi Salt!

L’arma decisiva è comunque costituita proprio da lui, dal nuovo robot-eroe, un misto formato gigante di samurai e di marine (in omaggio alla produzione e alla distribuzione). È il robot come necessità e speranza futura dell’uomo. Per esigenze spettacolari appare qui impegnato soltanto contro gli invasori spaziali, ma tutto lascia supporre che potrebbe risultare egualmente attivo ed essenziale e indispensabile contro le calamità naturali, il dissesto ecologico, la crisi energetica, il decremento delle nascite, ecc… e si badi bene a non liquidarlo come un surrogato o un epigono di Superman. È tutt’altra cosa, nasce da presupposti ben diversi. Il robot è il frutto della fiducia che l’uomo, reso edotto dalle enciclopedie mediche a dispense sui limiti naturali del suo fisico, va acquistando nei confronti del proprio potenziale mentale (o meglio, di quello collettivo). Superman apparteneva alla fantasia, al sogno: in fondo si trattava di un residuato mitologico, la trasposizione nel ventesimo secolo dell’antica “invidia” per gli Dei. Goldrake invece è il futuro, la realtà, il possibile. Anzi, l’ineluttabile. Come tale lo si è adattato, modellato, reso accettabile, conferendogli sembiante umano. Non ha nulla del robot-standard degli anni eroici, testa a cubo, corpo tozzo, movimenti a scatti … No, Goldrake è l’uomo-robot, quanto di più antropomorfico si possa immaginare nel campo della robotizzazione. Ha persino i suoi bravi problemi esistenziali e sentimentali (sotto il petto d’acciaio batte un transistor angosciato), e c’è pure la ragazzina che non lo molla un momento, in attesa forse che i sociobiologi elaborino una opportuna combinatoria genetica.

Proviamo ora ad immaginare che messaggi assimilerà, al di là delle vicende puramente contingenti e comunque sempre uguali, la mente-spugna del ragazzino in stato di trance. Non è difficile. In primo luogo la convinzione che il robot è positivo, una cosa buona per l’umanità. Se gli dicessero che a Torino, alla Fiat, fanno casino contro la robotizzazione, penserebbe ad una infiltrazione di emissari di Vega, e caldeggerebbe un pronto intervento di Agnelli armato di laser. Poi, la constatazione che tra uomo e robot non c’è in fondo quella gran differenza: che l’uno può trasformarsi nell’altro e viceversa, e che il processo è comunque sempre reversibile. È una disposizione mentale che avrà il suo peso, per chi andrà a lavorare tra 10 o 15 anni, e si troverà le braccia attrezzate a sparare non magli perforanti, ma bulloni. Infine, neanche tanto mimetizzato, l’ammonimento che il pericolo incombe sempre, e che un buon strumentario difensivo (magari Nato, e magari anche a livello atomico) non guasta. Non a caso l’unico a voler trattare, in questo cartoon, è un vecchio citrullo, deforme anche fisicamente, che finisce sempre nei guai e che solo una superiore e “democratica” pietà filiale impedisce di rinchiudere definitivamente in una casa di cura.

Questa la sostanza. E non mi si dica che esagero la forza di suggestione e l’influenza del goldrakismo. Basta vedere con che velocità Piccoli e i suoi soci, che non si perdono un episodio della serie, hanno fatto installare anche da noi un po’ di missili nucleari. Non si sa mai che idee abbiano su Vega, e i nostri Cozinga danno poche garanzie: non sono ancora allo stadio del corpo d’acciaio: per ora hanno solo la faccia di bronzo.

 

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C’è un nuovo sceriffo in città

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Vi proponiamo un testo che ci è parso esemplare di uno spirito aborrito dalla moderna pedagogia (e soprattutto dall’anti-pedagogia). A noi sembra bellissimo, sia letterariamente che come paradigma dell’unico vero rapporto possibile tra docente e discente. Chi ha la pretesa di insegnare deve far leva su una qualche abilità, congenita o acquisita, che gli garantisca il diritto di dettare le regole. Questa abilità ha da essere inerente non allo studio, ma alla “vita”, o meglio a ciò che è inteso come tale da chi dovrebbe ascoltare. Non è una condizione sufficiente, ma senz’altro è necessaria. Il resto, in genere, viene da solo.

L’autore del brano, Giovanni Mosca, era insegnante elementare negli anni ‘20. Ha lasciato una bellissima testimonianza di quel periodo nei “Ricordi di scuola”, che ci parlano di cose come l’amore per la propria funzione, la serietà, l’impegno, senza risultare stucchevoli o retorici. Quella di Mosca non è la scuola “possibile”, ma la scuola che è stata possibile e che mai si è realizzata. L’utopia di una scuola umana. Al confronto i vari Starnone, D’Orta e compagnia cantante si rivelano patetici giullari, che mentre si illudono di irridere il sistema con la demenzialità, titillano la stupidità di un pubblico che è già la caricatura di se stesso.

A proposito di demenza, Giovanni è il padre del famigerato Maurizio Mosca. Quando si dice la degenerazione della specie. Forse forse, Rousseau non fu così infame, ma solo preveggente.

Se non l’avessi sospirata per un anno, quella nomina, se non avessi avuto, per me e per la mia famiglia, una enorme necessità di quello stipendio, forse me ne sarei andato, zitto zitto, e ancora oggi, probabilmente, la V C sarebbe in attesa del suo domatore; ma mio padre, mia madre, i miei fratelli aspettavano inpazienti, con forchetta e coltelli, ch’io riempissi i loro piatti vuoti; perciò aprii quella porta ed entrai.
Improvvisamente, silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Seduti sui banchi, forse sorpresi dal mio aspetto giovanile, non sapendo ancora bene se fossi un ragazzo o un maestro, quaranta ragazzi mi fissavano minacciosamente. Era il silenzio che precede le battaglie.
Di fuori era primavera; gli alberi del giardino avevano messo le prime foglioline verdi, e i rami, mossi dal vento, carezzavano i vetri delle finestre.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per non dire niente: una parola sola avrebbe rotto l’incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa i leoni, e improvvisamente compresi che il capo, quel Guerreschi di cui mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila – piccolissimo, testa rapata, due denti di meno, occhietti piccoli e feroci – che palleggiava da una mano all’altra un’arancia e mi guardava la fronte.
Si capiva benissimo che nei riguardi del saporito frutto egli non aveva intenzioni mangerecce.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, strinse l’arancia nella destra, tirò indietro il braccio, lanciò il frutto, io scansai appena il capo, l’arancia s’infranse alle mie spalle, contro la parete. Primo scacco: forse era la prima volta che Guerreschi sbagliava un tiro con le arance, e io non m’ero chinato: avevo appena appena scansato il capo, quel poco ch’era necessario.
Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzo in piedi e mi puntò contro – caricata a palline di carta inzuppata con la saliva – la sua fionda di elastico rosso.
Era il segnale: quasi tutti contemporaneamente gli altri trentanove si drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma d’elastico comune, non rosso, perché quello era il colore del capo.
Mi sembrò d’essere un fratello Bandiera.
Il silenzio s’era fatto più forte, intenso.
I rami carezzavano sempre i vetri delle finestre, dolcemente. Si udì d’improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era entrato in classe, e quel moscone fu la mia salvezza.
Vidi Guerreschi con un occhio guardare sempre me, ma con l’altro cercare il moscone, e gli altri fecero altrettanto, sino a che lo scoprirono; e io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o l’insetto?
Tanto può la vista di un moscone sui ragazzi delle scuole elementari.
Lo conoscevo bene il fascino di questo insetto, ero fresco fresco di studi e neanch’io riuscivo ancora a rimanere completamente insensibile alla vista di un moscone.
Improvvisamente dissi:
– Guerreschi, – il ragazzo sobbalzò, meravigliato che io conoscessi il suo cognome – ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?
– È il mio mestiere – rispose Guerreschi, con un sorriso.
Un mormorio corse tra i compagni.
Le fionde puntate contro di me si abbassarono, e tutti gli occhi furono per Guerreschi che, uscito dal banco, prese di mira il moscone, lo seguì, la pallina di carta fece: den! contro la lampadina, e il moscone, tranquillo, continuò a ronzare come un aeroplano.
– A me la fionda! – dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla e, con la fionda di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone.
La mia salvezza, il mio futuro prestigio erano completamente legati a quel colpo.
Indugiai a lungo, prima di tirare:
– Ricordati – dissi a me stesso – di quando eri scolaro e nessuno ti superava nell’arte di colpire i mosconi.
Poi, con mano ferma, lasciai andare l’elastico: il ronzio cessò di colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
– La fionda di Guerreschi – dissi tornando immediatamente sulla cattedra e mostrando l’elastico rosso – è qui, nelle mie mani. Ora aspetto le altre.
                                                                                                                     GIOVANNI MOSCA

 

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