Parola all’immagine

ovvero l’arte della ricerca iconografica

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Gli articoli comparsi finora sulla rivista hanno contratto un debito che è venuto il momento di pagare. Un debito nei confronti degli artisti che, loro malgrado, hanno contribuito a rendere più accattivanti i testi. E non è improbabile che, spesso, le immagini abbiano espresso molto più chiaramente i concetti di quanto potessero fare le parole scritte.

I testi nascono da una mozione interna alla denuncia, alla riflessione e alla constatazione.

Le immagini arrivano dopo, e spesso l’autore dell’articolo non se ne cura. Paolo ed io, di conseguenza, ci improvvisiamo “art director” e cominciamo a scartabellare nella sua variegata e ricca biblioteca, alla ricerca dell’adeguato corredo iconografico.

Le immagini devono essere preferibilmente in bianco e nero, avere un sapore di antico e finito, e collegarsi ovviamente, anche solo per assonanza, all’argomento trattato.

Le ricerche iniziano sempre dai fumetti. Ken Parker e Corto Maltese, oltre ad essere modelli di vita, sono fonti inesauribili di citazioni.

Poi saccheggiamo i libri “vecchi”, quelli che non avevano pagine patinate e colorate, ma erano ricchi di riproduzioni di stampe, litografie e incisioni.

I libri d’arte e quelli sul vecchio west sono infine nostro pane quotidiano.

Così la razzia iconografica incomincia …

I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi.   ALBERTO MANGUEL

È impossibile qui ringraziare tutti gli autori, a volte sconosciuti, che hanno arricchito la rivista. Ma credo che il migliore dei ringraziamenti sia proprio il fatto di averli citati.

Sarebbero anche state necessarie didascalie chiarificatrici, ma probabilmente avrebbero meritato più spazio dell’articolo stesso.

Scusandoci dei nostri furti ci limitiamo quindi a commentarne una, quella che accompagna questo pezzo.

L’immagine riprodotta ha una particolarità che la rende unica: mentre i nostri articoli nascono sempre con la stesura del testo – la ricerca delle immagini è successiva – in questo caso è avvenuto l’opposto.

Ricercando, appunto, immagini per questo numero di Sottotiro mi è capitata tra le mani una stampa che illustra il libro Una storia della lettura di Alberto Manguel, e mi è nato il desiderio di scrivere un articolo che la commentasse.

Tratta dal Practical Magazine di New York del 1873, è la più antica raffigurazione di un lector  in una fabbrica di sigari.

Il lector era l’operaio che durante la metà dell’Ottocento veniva pagato dai colleghi per leggere nelle fabbriche cubane di sigari.

Inizialmente questi “operai specializzati” leggevano il bollettino del primo sindacato cubano, ma presto si trasformarono in voce del popolo ignorante (il 75% della popolazione era analfabeta). Il lector leggeva libri di storia, di narrativa, di poesia e persino di economia politica.

La noia per i gesti ripetitivi del sigaraio era scacciata dalla voce del lector, che leggeva quotidiani al mattino e romanzi al pomeriggio.

Ogni commento era proibito, si doveva aspettare il termine della lettura per le considerazioni.

Pare che il libro di maggior successo fosse Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, tanto che gli operai chiesero e ottennero dall’autore il permesso di intitolare i sigari fabbricati col nome del protagonista.

Ovviamente questa attività fu molto presto proibita, perché “distraeva” i lavoratori dalle loro mansioni.

Collezione di licheni bottone

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Progetto “Amico libro”

Linee di indirizzo

di Paolo Repetto, 30 maggio 1999

Il problema

Si vendono sempre più libri, ma i giovani leggono sempre meno. L’incremento delle vendite è legato alla stabilizzazione di un nucleo consistente di lettori forti, che appartengono però alle fasce generazionali adulte o mature; la forbice tra questi e coloro che non leggono affatto continua in realtà ad allargarsi. Inoltre, l’aumento quantitativo ha un contraltare nell’abbassamento della qualità: la gran parte di ciò che viene pubblicato e venduto non si presta affatto ad educare ad una lettura consapevole, critica e creativa.

La scolarizzazione di massa è ormai realizzata, ma si devono fare i conti con un crescente analfabetismo di ritorno. Ciò significa che la scuola non riesce a creare e a trasmettere una consuetudine con la lettura che permanga nel giovane come scelta, come ricerca autonoma di un piacere.

 

Le cause

Se ragioniamo in termini realistici, nell’ottica nuda e cruda della domanda e dell’offerta all’interno del mercato della comunicazione e della formazione, il libro è una merce obsoleta. Come bibliomani avremmo magari diecimila ragioni per sostenere che non è vero, ma come operatori della formazione dobbiamo accettare la realtà. Beninteso, questo non significa arrendersi. Soltanto, si deve prendere atto della situazione, se davvero si vuole cercare di modificarla.

Perché il libro è obsoleto? Perché il calo internazionale non solo della lettura ma anche della semplice capacità di leggere segna il passaggio da una modalità di acquisto delle conoscenze ad un’altra. Di quali conoscenze, e se questo passaggio sia un bene o un male, è un altro discorso (anzi, è lo stesso, ma il fatto che siamo qui a parlare di un progetto di rilancio della lettura rende implicita la nostra opinione). Di fatto il passaggio sta avvenendo, anzi, è già avvenuto.

Se una merce che noi riteniamo ancora essenziale risulta obsoleta per il mercato, l’unico modo per evitarne la sparizione è la “ricollocazione”: vale a dire, l’offerta sotto altra forma, l’aggancio ad altri significati. Il libro è stato per oltre venticinque secoli l’unico strumento alternativo alla spada e al denaro per emergere. Impadronirsi della lettura ha significato per generazioni impadronirsi di uno strumento per sottrarsi o ribellarsi al potere, o magari per esercitarlo. Con la diffusione dell’alfabetizzazione (introduzione della stampa, riforma protestante ecc.), e quindi con la progressiva o almeno potenziale accessibilità di massa, questo significato strumentale si è prima modificato (l’occasione offerta a tutti di un avanzamento sociale), poi ha cominciato a venire meno. Il colpo di grazia lo ha dato l’irrompere dei moderni mezzi di elaborazione e trasmissione delle conoscenze.

In questo senso la funzione del libro è ormai finita, liquidata dalla immediatezza e dalla velocità degli altri strumenti comunicativi (e formativi), che meglio rispondono alle esigenze di una vita interpretata all’insegna appunto della velocità e delle conoscenze a rapido consumo. Il venir meno di questa funzione finalizzata in qualche misura al successo è oggi avvertito chiaramente (vedi ad es. sportivi, imprenditori, uomini di spettacolo e politici che si vantano di non aver mai letto un libro – cosa di cui fino a qualche anno fa si sarebbero vergognati). Il fatto poi che questo non sia vero, e che la dimestichezza con la lettura abbia anche una ricaduta in termini pratici – di successo, se la vogliamo mettere su questo piano – è difficilmente percepibile, soprattutto quando si è abituati a pensare la propria esistenza in tempi stretti, e non a proiettarla sul lungo periodo.

Per arrivare al dunque. Se la lettura non può più essere promossa come tramite al successo e neppure come strumento primario e imprescindibile della conoscenza (anche se noi sappiamo che lo è), occorre proporla sotto un’altra luce, cambiare strategia di marketing. Al valore utilitaristico va sostituito quello edonistico: all’utilità dello strumento la gratuità del piacere. L’utilità il lettore la scoprirà poi da solo.

 

Le responsabilità

Il piacere della lettura passa, tra le altre cose, anche attraverso la fisicità del rapporto col libro. Occorre pertanto lavorare anche su questo versante, sulla restituzione di uno specifico valore all’oggetto libro. Questo valore non è infatti oggi fisicamente intrinseco al prodotto. Ciò che da un lato ha facilitato o è parso facilitare l’accesso pratico alla lettura, l’editoria di massa, le collane economiche e più recentemente la vendita nelle edicole e nei supermercati, dall’altro ha sottratto al libro la sua aura e la sua specificità di prodotto diverso. Quello che un tempo era un bene di lusso, reso tale dalla non indispensabilità e da un valore aggiunto di status culturale, è stato eguagliato ai prodotti di rapido consumo (anche nella qualità e nella cura). Tra cinquant’anni sugli scaffali nostre case o delle ultime superstiti biblioteche ci saranno volumi di un secolo fa, ma ben pochi di quelli pubblicati oggi.

Una parte di “responsabilità” in questa trasformazione di immagine va ascritta, sia pure indirettamente, alla scuola. La polluzione dei libri di testo e soprattutto la loro obsolescenza quasi immediata, decretata dalle riedizioni costantemente “aggiornate” ma legata in parte anche alla necessità di inseguire affannosamente nuove filosofie e impostazioni didattiche, ha contribuito in larga misura a minare il rispetto per il libro come oggetto. Sino a qualche decennio fa il libro di testo doveva essere religiosamente salvaguardato, magari per poter essere riutilizzato dai fratelli minori. Oggi, consentendo o addirittura inducendo pratiche come quella dell’evidenziazione, che vanno a sommarsi ad una tendenza generalizzata all’incuria, ne viene sancita la condizione di prodotto usa e getta. E questa percezione si riverbera immancabilmente, oltre che sull’oggetto libro in generale, anche sui suoi contenuti.

In questa operazione la scuola ricopre un ruolo paradossale. Da un lato è il tramite, il supermercato che deve promuovere sui suoi scaffali il prodotto lettura. Dall’altro deve far dimenticare subito il legame tra il prodotto e il supermercato, pena il fallimento dell’intera operazione. Se non si riuscirà a sganciare l’immagine del libro da quella della scuola sarà tutto inutile. Il libro, la lettura vanno riversati il più possibile “fuori” della scuola, inseriti nei ritmi della quotidianità esterna, ma come cunei che esercitano nei confronti di questi ultimi un’azione frenante.

Un altro compito che la scuola può e deve assolvere è quello di filtrare i cascami dell’attuale polluzione libraria. Si sta moltiplicando il numero dei libri decisamente stupidi prima ancora che inutili, che non solo non concorrono ad una educazione alla lettura, ma alimentano la maleducazione linguistica e morale. Non è affatto vero che va bene tutto, purché si legga. Il genuino piacere della lettura nasce dalla scoperta delle molteplici dimensioni, diverse da quelle della quotidianità, nelle quali attraverso essa ci si può addentrare. La lettura non può risolversi in una perdita di tempo: al contrario, il tempo deve valorizzarlo, aiutandoci a spenderlo per conoscere altri luoghi, altri mondi, altre storie.

Nemmeno si può lasciare questo ruolo ad altre agenzie informative. Gli entusiasmi suscitati negli ultimi anni da alcune rubriche televisive di promozione libraria non tengono conto degli effetti collaterali di qualsivoglia proposta “mediatizzata”. Anche le trasmissioni più raffinate e più oneste (il Pickwick di Baricco, per intenderci), quelle che non si riducono a spot della “produzione culturale” più recente ma chiamano alla riscoperta di testi ormai classici, non si sottraggono al principio per cui il mezzo è di per sé una parte non marginale del messaggio. Inducono ad una lettura teleguidata, e in molti casi si sostituiscono alla lettura stessa. Quando l’effetto è esattamente lo stesso, vengano letti Pinocchio o Il giovane Holden, significa che a colpire l’interesse non è stato il libro, ma la sua presentazione.

Infine, per rispondere subito a quella che potrebbe essere una legittima obiezione, ovvero che anche la scuola in fondo veicola più o meno direttamente le scelte degli allievi (e la funzione di filtraggio che sopra le si attribuiva ne è l’esempio più probante), è necessario chiarire meglio quale dovrebbe essere il suo ruolo. La scuola non deve offrire pesci, ma insegnare a pescare. Non è suo compito suggerire le letture, o almeno non è quello primario, quanto piuttosto renderle possibili. La scuola deve quindi anzitutto insegnare a leggere, perseguire questa competenza come obiettivo primario: per farlo dovrà necessariamente scegliere i testi sui quali fare esercitare gli allievi, ed è certamente opportuno che al di là della funzione strumentale questi testi abbiano anche una valenza ludica e culturale, trasmettano una qualche conoscenza e il desiderio di ampliarla. Ma la cosa poi deve fermarsi lì: il piacere di leggere sta anche nelle scoperte che uno fa per conto proprio, seguendo un suo percorso particolare e singolare. La scuola deve spianare il percorso, non programmarlo o tracciarlo.

 

Quali rimedi?

Le strategie promozionali vanno diversificate, all’interno della scuola, non soltanto perché ci sono fasce d’utenza diverse, ma perché totalmente differente è l’obiettivo. Nel caso della scuola primaria l’operazione promozionale è intesa a creare una consuetudine ed una abitudine: può quindi far leva, se condotta con buon senso e con buoni materiali, su un approccio “quantitativo”. Nella scuola superiore deve essere mirata invece soprattutto al recupero, a contrastare una crescente disaffezione: e qui è necessario puntare sulla qualità. Anche se in entrambi i casi la concorrenza delle altre agenzie “formative” dispone di mezzi superiori, perché può giocare sulla “facilità” della visione rispetto alla “fatica” della lettura, quest’ultima mantiene per i piccoli il fascino della scoperta di una potenzialità, di una indipendenza: sarebbe quindi sufficiente coltivare bene questo fascino, stimolando una crescente autonomia nelle scelte e nel rapporto con il libro. L’intervento sulla fascia adolescenziale è invece più complesso, proprio perché volto a quell’utenza che lo stimolo proveniente dalla scoperta non lo prova più, e che sottoposta ad una molteplicità di input tende necessariamente a scegliere quelli che esigono un minore investimento in termini di tempo e di impegno. A meno che …

A meno che non si abbia il coraggio di ammettere che in una campagna di questo tipo il grande spiegamento di mezzi finanziari e strumentali, la pubblicizzazione, la creazione di eventi, pur se necessari, non sono affatto decisivi. È invece indispensabile il ricorso ad una strategia sottile, che deve far perno su un fattore che sfugge ad ogni quantifìcazione: l’elemento umano. Per trasmettere una passione non è sufficiente la professionalità: questa è indispensabile per mettere a disposizione dei ragazzi le esche e il combustibile: ma la scintilla, se non si vuole sperare soltanto nell’autocombustione e nella tradizione domestica, deve essere accesa dalla voglia indotta negli studenti di emulare, di consonanza.

Ciò significa ipotizzare uno spazio ed una modalità di intervento diversi per gli insegnanti. Senza evocare scenari da libro “Cuore” (ma solo perché non si danno le condizioni oggettive, in quanto Cuore rimane un bellissimo libro), è possibile ad esempio immaginare outing, dichiarazioni motivate, arricchite dal coinvolgimento diretto degli allievi per il ricorso ai testi. Tanto meglio se le dichiarazioni d’amore per la lettura verranno da docenti non sospetti di tirare acqua al proprio mulino, non appartenenti agli ambiti disciplinari formalmente più coinvolti. E se verranno sostanziate dall’esemplificazione di quella fondamentale ricaduta sulla percezione del sé e degli altri, sul senso da dare alla propria esistenza, sui valori sui quali fondare le proprie relazioni con gli altri, sull’apertura di sconfinati orizzonti spaziali e temporali entro i quali muoversi che solo i veri lettori conoscono. Per quanto possa apparire un fattore troppo vago e liquido e imponderabile, rimane l’indispensabile prerequisito per tradurre un’azione dimostrativa in un intervento di una qualche efficacia.

Al di là delle tante strade che possono essere intraprese, ciò che veramente preme è che chi opera nella scuola abbia chiari la direzione e il fine. La direzione è quella di un approccio del tutto nuovo al problema, più coraggioso e realistico, libero dai vincoli di un ritualismo che serve solo a riempire moduli e produrre relazioni finali. Il fine è la reinvenzione per il libro e per la lettura di uno status che li collochi fuori delle mode effimere e li sottragga al confronto impari con i nuovi media. Leggere non può essere più o meno divertente che guardare la televisione o giocare con la play station: la lettura fa accedere ad una dimensione totalmente diversa, e proprio su questo occorre insistere. “Con la lettura ci si abitua a guardare il mondo con cento occhi, anziché con due soli, e a sentire nella propria testa cento pensieri diversi, anziché uno solo. Si diventa consapevoli di se stessi e degli altri” ha scritto Sebastiano Vassalli. Va quindi promossa come “il” divertimento per antonomasia, che suppone e nel contempo deve tornare a garantire, come è stato per millenni, lo spazio in assoluto più idoneo per l’esercizio di una totale libertà.

 

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Non di solo pulp (2)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

G.T. è un giovane valtellinese di 34 anni, che lavora attualmente come fattorino in una banca di Milano. Ha studiato sino alla terza ragioneria, poi ha smesso per andare a lavorare, prima come contadino e poi come camionista. Non aveva più preso la penna in mano dall’ultimo giorno di scuola. Due anni fa, all’improvviso, ha iniziato un carteggio con un suo amico professore. Ecco lo stralcio di una delle sue lettere.

Cari professori,
… la vita mi va abbastanza bene, il lavoro mi piace (è sicuro) e riesco ad apprezzarlo maggiormente provenendo da una realtà lavorativa piuttosto dura e sempre incerta per il futuro. Un mondo duro, che però mi dava delle soddisfazioni, specie quando con il mio camion fuoristrada 6X& andavo in posti impensabili, con il pericolo sempre in agguato, e la paura che mi assaliva le gambe per salire su fino al cuore, per poi fermarsi in gola, dove si arrestava con la consapevolezza di liberare la mente per dare il massimo e non farsi prendere dal panico nei momenti in cui serviva tutta la concentrazione possibile. Però alla sera tornando a casa mi sentivo soddisfatto, orgoglioso del mio operato; anche questa volta ce l’avevo fatta senza alcun danno o addirittura senza essermi rovesciato o peggio (alcuni dei miei colleghi, poveretti, non possono più raccontarlo). Ero il “Tavio”, uno che non si è mai tirato indietro davanti a niente, un colpo di clacson, un cenno ai colleghi con la mano valevano più di mille parole, ero qualcuno.

Ora tutta questa stima per me stesso sul lavoro non l’ho più, sono un semplice commesso a Milano, in un mondo dove onestà, sincerità, buon cuore, altruismo lasciano il posto a carriera a colpi di spalla e piedi in testa, conformismi moderni che lasciano quello che trovano (cioè niente) invidia, falsità e buon viso a cattivo gioco per arrivare un giorno alla pensione con una buona posizione sociale, qualche soldo in più e una vita bruciata da tappe che non ti danno il tempo di godere la vita per quello che offre. Tutto questo per non essere meno degli altri. Questo nuovo ambiente mi ha preso impreparato e da un po’ di tempo è nata in me la voglia di fare qualcosa per emergere non come uomo in carriera, ma come persona. Essere buoni e bravi non basta, bisogna saper parlare e farsi valere con parole e discorsi appropriati. Ho letto e sto tuttora leggendo libri di psicologia, per capire soprattutto me e gli altri, libri che pesco un po’ a caso in una grossa libreria di Milano …

Un’altra cosa della quale avrei voluto parlarvi oggi e che risponde alle parole “Novità, G.?” tutte le volte che sento L: al telefono, riguarda una stupenda bambolina milanese dai lunghi capelli dorati, per la quale sono in ginocchio con il cuore a pezzi. È arrivata in banca circa un anno fa e da allora è iniziata la mia rincorsa, la mia voglia di cambiare, di migliorare per potermi adeguare alla situazione. Sapevo fin dall’inizio che la strada sarebbe stata in salita, e così è stato. In salita per tante cose: innanzitutto per l’ambiente di lavoro, per i suoi 10 anni in meno e poi, diciamolo francamente, sarò bravo e buono, ma assomiglio poco ad Alain Delon, il soprannome che mi avevano dato in un silos per la camicia bianca che indossavo guidando il camion. La concorrenza in banca non è mai stata spietata, forse per quel faccino angelico che ispira solo tenerezza, A vedersi sembra una madonnina. Siamo diventati subito amici, tutti i giorni mi fermavo a parlarci, qualche piccolo regalo banale, un paio di giorni siamo anche andati in piscina assieme. Intanto mi preparavo. Ho migliorato il modo di vestire, il taglio dei capelli, ho eliminato la barba e ho addolcito il linguaggio valligiano …

Tutto andava bene, lei si fidava di me, dei miei apprezzamenti gentili, del mio interessamento senza mai chiedere niente in cambio (e anche la differenza di età esercitava un certo fascino su di lei, le davo sicurezza), D’altro canto cercavo di prendere tempo, di migliorare, di lasciarla crescere e di non bruciarmi subito come hanno fatto alcuni colleghi …A quanto pare, però, devo aver preso troppo tempo; tre mesi fa è arrivato in banca un nuovo impiegato, suppergiù della sua età, un giovane di bell’aspetto, e qui è arrivata la fregatura, la bambolina in tutto questo tempo è maturata, si è trasformata in una donna meravigliosa, sia nel portamento che nel vestire, e si è anche rivelata molto saggia e piena di sentimenti. Rientrando dalle ferie mi sono accorto di aver perso il controllo della situazione: alla bambolina piace un sacco il giovane scudiero (scudiero=giovane cervo che accompagna il capobranco e che ogni tanto fa fesso il vecchio e gli frega una cerva), A questo punto mi sono visto perso, in preda alla disperazione ho accelerato i tempi, complice il fatto che il giovane ha la morosa e anche da parecchio tempo. Poi un bel giorno accade una cosa bruttissima, una di quelle cose che non dovrebbero mai succedere. Un nostro collega di 24 anni è morto in preda ad un attacco d’asma mentre in autostrada stava tornando a casa dal lavoro. L’hanno trovato nella scarpata con ancora la bomboletta in mano, morto solo come un cane per un attacco d’asma e per il freddo. Era un bravo ragazzo, si era appena diplomato alle serali con 42, e per il suo aspetto un po’ grassottello tutti lo schernivano bonariamente, senza sapere che quel gonfiore era dovuto al cortisone che prendeva per tirare avanti. Ma lui di tutto questo non s’era mai lamentato con nessuno. È morto da eroe, nel silenzio di chi soffre. Penso che tra tutti i colleghi chi ne ha sofferto di più siamo stati proprio io e la bambolina… Era la prima volta che piangevo in età adulta, non l’ho fatto nemmeno quando è morta la nonna, la mia seconda mamma; ma a 84 anni fa parte del gioco, morire, a 24 no. Non ho pianto neanche quando sono morti in tempi e luoghi diversi 2 colleghi, compagni dei precedenti lavori. Colleghi padri di famiglia, dei duri però, che avevano osato sfidare la morte più di una volta. Ma questa volta era diverso, era morto un collega buono dall’aspetto gracile, forte però della volontà di continuare a lottare malgrado la malattia che gli toglieva le forze.

Quindici giorni dopo, nel frattempo le ero stato parecchio vicino per quello che era successo, forte del fatto che lo scudiero fosse già impegnato, le ho chiesto di uscire, magari anche di domenica se avesse avuto problemi la sera. Non era un semplice invito ad uscire, tremavo come una foglia secca al vento d’ottobre … Ci ha pensato un po’, facendo roteare quei due stupendi occhietti, sorridendo senza scomporsi. Ha detto che ci pensava e che mi avrebbe fatto sapere, le spiaceva dirmi di no subito; però le si leggeva in faccia che era così. Allora le sono andato incontro dicendole che non importava. “Non te la prendere” mi ha detto. E io le ho risposto: “no, figurati, siamo sempre amici”.(Per me non è mai stata un’amica, ma un sogno. Ma i sogni difficilmente si realizzano, specie con una ragazza così speciale) In quel momento ho sentito come la lama di un coltello che mi entrava nel petto e mi apriva il cuore a metà …

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Non di solo pulp (1)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Abbiamo prima accennato a diverse possibilità della letteratura nel rispondere ad esigenze profonde di trasformazione. I racconti di Alessandro Milanese che seguono indicano il tentativo di interloquire con il proprio presente, le sensibilità, le tendenze e anche le mode correnti contemporanee misurandosi, magari inconsapevolmente, con l’ingombrante memoria della letteratura e sfuggendo ad ogni subordinazione espressiva e ideologica. Il linguaggio di questi racconti, proponendo la bellezza e insieme il malumore di una provincia archetipica, rivendica lo spazio e il ruolo specifico della scrittura, recuperando la tradizione del romanzo di formazione in un confronto con i tempi, i miti, i sentimenti e gli stereotipi di una cultura giovanile, dove convivono rapporti difficili da capire, amori più o meno infelici, relazioni più o meno distanti con gli adulti e un irrisolto riconoscimento con il mondo e con la sua illusoria compiutezza.

 

L’inserzione

Di che gruppo era il cantante Morrissey.

Gli Smiths.

Bravo.

La voce femminile dall’altra parte del filo sembrava stupita per l’ennesima risposta giusta, promise di farmi chiamare al più presto per comunicarmi l’esito.

.La sera stessa mi telefonarono e mi fissarono un appuntamento per la mattina seguente alle dieci. Quelle a cui avevo appena risposto erano una decina di domande di un questionario per essere assunti come magazziniere in un ingrosso di dischi. Era stata mia madre a notare l’inserzione su un giornale locale.

“CERCASI ESPERTO DI MUSICA POP-ROCK”

Io esperto non potevo esserlo di sicuro, visto che non avevo mai lavorato in vita mia, ma le centinaia di dischi che avevo a casa, frutto di creste colossali sulla spesa dei miei dovevano ben servire a qualcosa

Durante la notte non chiusi occhio pensando a quello che significava per me un vero lavoro: tutto sarebbe cambiato all’improvviso.

Al mattino feci una lunga doccia, misi la meno brutta delle mie camicie, un paio di Levi’s, le Clarks, e piangendo raggiunsi quello che sarebbe diventato il mio posto di lavoro.

 

Domenica mattina

Quella stupida lucidapavimenti faceva più rumore del solito, la donna alla guida aveva un camice rosso e la faccia di una persona che avrebbe preferito la miniera a quel corridoio d’ospedale, la domenica mattina.

Io mi trascinavo a stento fra quei muri bianchi e l’odore di cloroformio.

Dentro l’ascensore fissavo con insistenza i miei occhi azzurri circondati dal viola riflessi nel vetro.

Non avevo dormito molto negli ultimi giorni, un po’ per il cambio di stagione e un po’ per tutti quei problemi che la primavera si porta dietro ogni anno. Dovevo salire all’ottavo e ultimo piano in medicina 2, era quello il reparto in cui mio nonno trascorreva le sue giornate da più di due mesi.

Dopo aver dato l’ultima rapida occhiata alla mia faccia uscii dall’ascensore incamminandomi nel reparto.

Due infermiere parlavano ad alta voce della questione albanese:

-Dovrebbero affondarli tutti. Disse una.

-Non dirlo a me, ho paura persino ad uscire di casa. Rispose l’altra.

Pensai che anche il più scellerato di Albanese si sarebbe guardato bene dal toccare quella specie di cassapanca parlante, ma era domenica mattina e non avevo alcuna voglia di fare delle discussioni inutili.

Arrivato in camera trovai mio nonno disteso sul letto e mia nonna accanto.

Lanciavano urla in dialetto monferrino, sembravano inviperiti.

-Ciao nonno.

-Ah ciao.

-Ma perché siete sempre dietro a litigare?

-Ma, sai com’è, passa il tempo più in fretta se facciamo qualcosa.

.Sorridendo mi avvicinai alla finestra.

A qualche centinaio di metri la città viveva la sua giornata.

Nel parco, proprio davanti all’ospedale, c’erano cani che rincorrevano bastoni lanciati da padroni, giovani in bici con anziani che leggevano.

Erano tutti così lontani da quella stanza di Medicina 2 all’ottavo piano.

Erano tutti così lontani da me, che appoggiato al marmo del termosifone li guardavo mentre vivevano la loro vita.

accompagnata da un’ironia consapevole diventa compiacimento, esibizione, spettacolarizzazione – ingenua e fragile a dire il vero – circa un sottoprodotto per nulla sconvolgente della ferocia e dell’atrocità gratuite del tempo che intende descrivere.

 

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Senza Testo

di Marta Della Croce, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Il sipario si apre lentamente. Sulla scena, due personaggi. A sinistra, il Presunto Lettore [PL], che vestirà una calzamaglia nera, l’altro, a destra, sosterrà la parte della Pagina [P], per cui la sua calzamaglia sarà bianca e interamente scritta. Poco prima che il dialogo inizi, i due camminano avanti e indietro per la scena. Si osservano con titubanza, quasi studiandosi a vicenda. Ah, dimenticavo, la parte della Pagina sarà sostenuta da un’attrice molto giovane. La sua testa sarà di cartone, priva di lineamenti, simile in tutto a quella di un manichino.

P:   Il mio unico difetto è che non riesco ad imparare le battute a memoria. Non ci riesco proprio … [esita] … non sono come te … io … io … non ho memoria … Io non ho testa … Io non ho cercello …

PL:            [interrompendo] Cervello! non cercello.

P:   Oh, sì, sì, cervello, sì chiama così, già … già … dunque, non avendo memoria né testa né cer-ve-llo, è evidente ch’io non abbia neppure una fronte due occhi un naso una bocca due orecchi … dei capelli … oh, come sarebbe bello avere dei capelli … non ho neppure quelli!

PL:            Lo vedo!

P:   L’unica cosa che ho è questa specie di covetta.

PL:            Dalli! Vocetta! volevi forse dire.

P:   [timidamente] Sì.

PL:            Bé, quella la sento. E allora dimmi un po’, ma chi sei?

P:   [allarga le braccia] Sono una pagina, una pagina scritta.

PL:            E da me cosa vuoi?

P:   Perbacco, essere letta!

PL:            Perbacco!

P:   Perbacco sì o perbacco no.

PL:            Perbacco no. Non so leggerti.

P:   Ma … tu ha memoria, cercel … pardon … cervello testa capelli fronte occhi naso bocca e orecchi!

PL:            E con ciò?

P:   Come! E ti sembra poco?

PL:            Sei una pagina complicata …

P:   [interrompendo] Complicata? Non mi far ridere, che non ho la bocca. [tra sé] Complicata. Ma se sono fatta di semplice carta bianca, liscia … [avvicinandosi] … guarda, mi hanno strappata da un quadernino dove c’erano altre pagine bianche, lisce come me. Ho lasciato le mie sorelle per farmi leggere da te e tu … tu ora non mi vuoi. Ingrato! [singhiozza leggermente]

PL:            Non fare così. Va bene, via, ti leggo. Dove sono i miei occhiali? [si allontana, va verso le quinte, torna di nuovo, esclama:] – Dove ho messo gli occhiali! – [finalmente si tocca la testa] Ah, eccoli [si avvicina alla pagina, fa l’atto di toccarla]

P:   Bravo, prendimi tra le dita.

PL:            Uhm …

P:   Ma non leggi? E leggi!

PL:            [leggendo] “La vera ragione per cui sono al mondo è che io non volevo affatto essere al mondo. Il mio parere evidentemente non interessava un gran che ……. Come vedi, hanno finito per avermi con loro, ma …” [smette di leggere, si toglie gli occhiali] Lo vedi, anzi, lo senti quanto sei complicata. Ti avevo già sbirciata, sai? … Che vuol dire, su, dimmi che vuol dire.

P:   E che ne so io, io non ho mica cervello testa capelli fronte occhi naso orecchi e bocca, come te. Io sono solo una pagina scritta, liscia, anzi, liscia liscia. Non ho neppure i capelli!

PL:            [incrociando le braccia sul petto] Se non capisco, non ti leggo.

P:   Suvvia! Hai letto solo tre righe, va’ avanti. Può darsi che leggendo, come si dice, l’appetito vien mangiando. Non si finisce mai d’imparare.

PL:            Che pagina ostinata. Testarda!

P:   Lo sono sempre stata. Sono fatta di una sostanza buona, mica di velina. Su, continua!

PL:            [rimettendosi gli occhiali. Continuando] “… ma forse il mondo aveva bisogno che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda come questa” …

P:   Eh? Che ti dicevo … parla anche di me. Va avanti.

PL:            Ma se m’interrompi.

P:   Hai perfettamente ragione.

PL:            [riprendendo] Uhm … “che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda” …

P:   Perché ti fermi? Continua.

PL:            Ma perché, bugiarda?

P:   E che ne so io, non ho mica cervello testa capelli fronte occhi naso orecchi e bocca, come te.

PL:            Come sarebbe! Vorresti dire che siccome io ho memoria cervello testa capelli … sì, insomma tutte quelle cose lì, sono un bigiardo?

P:   Questo non l’ho detto.

PL:            L’hai pensato.

P:   Nemmeno.

PL:            L’hai immaginato.

P:   Forse … un tantino … gli uomini.

PL:            Uh, davvero? Adesso ti metti anche a giudicare? Non siamo tutti uguali, noi uomini. Ora perché sei una pagina scritta, per giunta a macchina, chi credi di essere, la Divina Commedia? Ci vorrebbe poco per distruggerti, basterebbe non leggerti, basterebbe appallottilarti, stracciarti, farti a striscioline sottili sottili e gettarti nel fuoco e là … non esisteresti più … Cenere, cenere! Chi credi di essere per giudicare, eh? chi credi di essere.

P:   [mortificata] Quand’ero tutta bianca, anonima, dimenticata nel cassetto in mezzo ad altre pagine simili a me, non sapevo che con le parole si potesse fare il giro del mondo e perché no, parlare anche con te [una pausa]. Pensa, pensa a quante cose io, umile pagina bianca, se scritta, posso diventare … Posso diventare un libro, un diario, una semplice, ma non per questo meno importante, lettera d’amore. Ah, l’amore, l’amore! … quante volte sono rimasta gelosamente piegata in quattro sul seno di una donna e quanto palpitavo su quel cuore, quanto palpitavo! Ho imparato ad esprimermi, a farmi capire, a dire cose serie e cose buffe, e questo grazie alle parole …

PL:            [interrompendola] Ma non a giudicare. Questa funzione spetta a noi uomini. E poi l’hai detto e ripetuto mille volte che tu non hai memoria cervello testa eccetera, eccetera.

P:   Sicuro! Ma non colui che m’ha scritta. Anzi, a dir la verità, io ho qualcosina in più rispetto a colui che m’ha scritta.

PL:            E sarebbe?

P:   L’immortalità.

PL:            [ridendo] Oh, ah, questa è bella … l’immortalità! Parola grossa, cara mia, che ne sai tu, paginuzza, dell’immortalità?

P:   [in tono evasivo] L’ho vista scrivere tante volte …

PL:            Ah, ecco, l’hai vista scrivere, ma il significato eh? il significato eh? il significato … me lo sai dire, il significato?

[qui la pagina non risponde; si piega in due, quasi volesse chiudere il discorso. L’uomo insiste:] Bè, allora? Sto’ significato?

P:   [rialzandosi] Di preciso non lo so, posso soltanto ripetere le parole che ha scritto l’inchiostro, ma ripeto, non ho memoria, tenterò. Dunque, il significato … [come cercasse le parole] … il significato sta nel grado di dolore … nella vita … nelle parole che uno sa mettere insieme … nel concetto … ecco, sì! nell’essenza dell’anima.

PL:            Ma guarda un po’, ho davanti una pagina filosofica.

P:   Ti sbagli. Io non so niente. Sta scritto nella vita irreale il significato delle cose e le cose, a loro volta, fanno la vita reale. Io credo che l’uomo per vivere la vita debba dimenticarla. Anzi, bisognerebbe persino che dimenticasse di vedersi vivere nella vita. In una parola: dimenticarsi. Ossia, dimenticare la vita reale per viverne un’altra: inafferrabile e gigantesca, proprio come quando ti guardi nello specchio e osservi te stesso in carne e ossa, eppure se allunghi una mano e sfiori quel vetro non ti senti, non ci sei, non esisti, se non come immagine riflessa, raggiungibile solo con lo sguardo, col pensiero, con l’immaginazione. Così è la vita di colui che si dimentica. Si cerca nell’ignoto per ritrovarsi sotto forma di idea. [d’un tratto si zittisce, poi riprende] Ma perché voi uomini esistete?

[qui il dialogo assume un tono confidenziale]

PL:            Mi hai confuso, cara, ma questa è una bella domanda. Ebbene, il perché non lo so. Chi ci comanda è qualcuno più grande di noi, e forse è il passato che ci spinge a vivere, quelle lunghe mani degli anni, della vita che non è più … [sospira]

P:   Non capisco … ma allora l’uomo è costretto a vivere una vita di ricordi e una di speranza, come dire, sta in mezzo: tra una vita morta e una davanti che sta per morire?

PL:            Pressappoco.

P:   Ecco perché torno a ripetere che il significato delle cose resta nascosto nella vita irreale.

PL:            Spiegati, il significato o l’immortalità.

P:   Tutt’e due. Sono la medesima cosa. Se una cosa “significa” vuol dire che ha in sé una storia e allora è viva. Ne consegue che la sua verità verrà tramandata. E con che? Con gli scritti!

PL:            [un po’ ironico] E tu credi di contenere dei validi pensieri?

P:   Io non credo, io sono … sono soltanto una paginetta scritta e forse anche male, altro non conosco. Tocca a te, uomo, farmi nascere o morire.

PL:            In che modo. Come?

P:   Leggendomi! Giudicandomi! Elaborandomi!

PL:            Io non leggo un gran che. Leggo così.

P:   Così … come?

PL:            Così.

P:   Ah … così!

PL:            Sì, così!

P:   Bè, sono stanca. Oggi sono uscita pensando di trovare qualcuno che mi potesse leggere e rileggere. Qualcuno che mi portasse al mare, in tram, a letto oppure in giardino. Qualcuno che mi portasse con sé. Qualcuno con cui fantasticare un’oretta. [una pausa] O che hai da fissarmi a codesto modo?

PL:            Ti leggo.

P:   Allora fallo a voce alta, così mi ascolto.

PL:            Uhm … vediamo, dov’ero rimasto? Ah, sì, ecco qua … “che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda come questa, ma non fraintendetemi, non bugiarda nel senso che esprime menzogne, no davvero! [ripetono queste ultime battute insieme] Bugiarda, perché quello che volevamo dire l’abbiamo detto e bugiarda perché sulla Pagina nulla di ciò che abbiamo detto v’era scritto.

[La Pagina si avvicina al proscenio, si rivolge al pubblico]

P:   La vita è fatta di piccole conquiste e di grandi sconfitte. Se quello che abbiamo detto v’è piaciuto, raccontatelo. A noi ci basta così. [sipario]

 

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Pudore e sudore

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

In genere sulle alte montagne, quelle più famose, si arriva in due maniere: a piedi o con la funivia. Sono due modi completamente diversi di salire.

Una volta sulla vetta, certo, lo scenario che ci si presenta è lo stesso. Una distesa splendida di cime innevate, l’aria tersa, un paesaggio da favola che nella sua maestosità ci affascina e ci da una stretta al cuore.

Ma – e questo è solo il primo ma del nostro breve ragionamento – a seconda di come si è saliti lo sguardo col quale lo si abbraccia, lo spirito col quale lo si contempla sono diversi.

Credo sia chi ha faticato di più, lo scalatore, a godere maggiormente del panorama. Egli è arrivato lassù con fatica, a volte correndo pericoli, salendo sentieri tortuosi, tagliandone alcuni e percorrendone anche di sbagliati. Ma è arrivato contando solamente sulle sue gambe e sulla sua volontà. Sul suo modo di vedere e godere la montagna influisce il cumulo delle emozioni della salita.

Chi ha usato la funivia invece appare più riposato, non è stravolto dalla fatica, non si è sforzato per nulla ed ha raggiunto la vetta semplicemente in virtù dei quattro soldi del biglietto. Di lassù vede le stesse cose, certo, ma non sono sicuro che le apprezzi fino in fondo. Non ha conquistato, non si è guadagnato nulla, e il panorama è quasi un dono immeritato.

A pensarci bene la stessa cosa vale per la lettura e per la cultura in generale. Se vogliamo, anche in questo caso si è realizzata una piccola utopia: due persone, l’una figlia di contadini o operai, l’altra proveniente da una famiglia di dottori, di professori, comunque di intellettuali, possono oggi parlare infatti nella stessa lingua e delle stesse cose. Ma non illudiamoci: in realtà non è mai la “stessa” cosa, non saranno mai due persone “eguali”.

Mettiamo che queste persone con origini diverse possano avere entrambe una ricca biblioteca ed essere lettori modello: non credo affatto che apprezzino alla stessa maniera il piacere della lettura e della conoscenza. Non sono sicuro che concetti come cultura, conoscenza dei fatti e opinioni politiche abbiano per esse lo stesso significato.

Chi trova tutto già pronto, tutto realizzato, non deve fare altro che andare nello studio e prelevare dai ricchi scaffali della biblioteca di famiglia un libro; ma con “quale” piacere lo leggerà? E soprattutto, cosa ne trarrà?

Io credo infatti che la ricerca di un testo particolare debba essere un itinerario personale, faticoso, tortuoso, difficile, in definitiva splendido, e che assuma un valore che travalica quello del libro stesso. Chi non possiede già una biblioteca arriva necessariamente ad ogni libro attraverso altri libri, ad uno scrittore attraverso altri scrittori, ad una idea grazie a mille piccole idee sparse qua e là.

Anche la mia biblioteca è cresciuta lentamente (e sottolineo che la mia è una storia come tante altre) ed ogni libro in essa accolto è il risultato di un percorso e, a volte ha costituito anche un traguardo. Altro che biblioteche di famiglia più o meno ricche, altro che padri e madri che ti invitano alla lettura e ti conducono per mano nel labirinto delle mille biblioteche possibili. Questa esperienza mi porta a pensare che le persone “bibliodotate” dall’infanzia, malgrado conoscano più libri, li abbiano più a portata di mano, leggono con uno sguardo diverso le cose del mondo rispetto al lettore selfmade. Quel mondo, infatti, lo hanno conosciuto solamente attraverso i libri. Questo è vero soprattutto quando si parla del mondo del lavoro.

Il lavoro, e quando parlo di lavoro intendo quello nero e maledetto, quello subordinato, quello che esige la testa chinata di fronte agli ordini dei superiori e per il peso della fatica, è la cosa più materiale che ci sia, la più lontana dal pensiero “puro”. Per chi nasce in famiglie che non conoscono o non vivono il lavoro, come supplizio

quotidiano, è difficile concepire quanta umiliazione, frustrazione, abbruttente ripetitività esso comporti. Costoro hanno letto sui libri che esiste il lavoro, hanno visto con i loro occhi il lavoro (cioè, gente che lavorava), ma non hanno mai lavorato. Né per costruirsi una biblioteca, né per sopravvivere. Si può dire che in genere chi ha vissuto a contatto sin dall’infanzia coi libri e con ambiente culturalmente stimolanti non ha mai bisogno di lavorare (e mi riferisco sempre al lavoro inteso in un’unica accezione: quella manuale). Le famiglie di questo tipo si riproducono di gene-razione in generazione, e i figli occupano sempre (salvo ribellioni o incidenti) le posizioni dei padri. Nel loro DNA viene inscritto un codice culturale di-verso da quello della gente “normale”, ed essi partono quindi già con un notevole margine di vantaggio.

È difficilissimo, di conseguenza, per un figlio di operaio o di contadini assurgere all’olimpo della cultura, diventare un intellettuale. Il DNA di questi ultimi è povero e vuoto, e quando accade a chi ha origini “modeste” di arricchirlo, di acculturarsi, non gli è comunque facile godere serenamente di questo patrimonio. O fa della cultura un’arma di riscatto economico-sociale, e ne tradisce pertanto tutte le più genuine valenze, o subisce un’ulteriore discrimina-zione, quella creata dall’urgenza di mettere a frutto bene o male, in genere più male che bene, le competenze acquisite. Sempre che almeno questo gli sia consentito: basterebbe infatti una piccola indagine statistica sulla provenienza sociale dei ricercatori universitari (non parliamo dei docenti!), di coloro cioè che possono permettersi il lusso pluriennale di un’attività sottopagata in attesa del “posto”, per farci dubitare anche di quest’ultima possibilità.

E allora godiamoci almeno la soddisfazione di aver sollevato la fronte, di aver rialzati gli occhi affaticati per posarli – magari – su un libro, su qualcosa che si sceglie per crescere e migliorare, di aver tentato di inverare la piccola utopia della parità tra persone di origini diverse e con storie diverse, della parità tra persone più o meno fortunate. Una parità, un’eguaglianza di diritti che si rivela solo teorica, che si realizza sulla carta ma scompare quando si verifica la solidità delle basi di partenza di ognuno. Da un lato stanno coloro che hanno avuto ogni tipo di faci-litazione (economica, intellettuale, di frequentazio-ne) e dall’altro color che hanno dovuto costruirsi con fatica ogni minima possibilità. E in fondo non è che la parità mi interessi poi molto. Preferisco rimanere ciò che sono, un selfmade man nel campo della cultura (e della lettura), con un padre dalle mani grandi e nere, scavate da anni di lavoro duro, mani ormai insensibili al freddo e al caldo, incapaci di sfogliare un libro o di fare una carezza.

Ma che importa: il libro lo leggerò io (e per mio padre sarà un po’ come se lo leggesse lui) e le carezze, beh, quelle non le farebbe mai, anche se avesse mani di fata, per pudore.

C’è troppo pudore in chi lavora duramente per lasciarsi andare ad una carezza, si pensa quasi di non averne il diritto.

Mio padre, ad esempio, non ha mai letto da nessuna parte la parola pudore, non sa neppure che esista, ma – dovreste vedere – sa cos’è il pudore.

 

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