Io sono lento.

Prego, si regoli di conseguenza.

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

John Franklin aveva già dieci anni ed era ancora così lento da non riuscire ad afferrare la palla.

Così inizia La scoperta della lentezza, biografia romanzata, scritta da Sten Nadolny, dell’uomo che divenne nel secolo scorso uno dei più capaci e famosi ammiragli della gloriosa Marina Britannica. Franklin entrò nella storia per aver cercato il Passaggio a Nord-Ovest; quella rotta che partendo dall’Oceano Atlantico, e attraversando le infinite insenature situate a nord del Canada, raggiunge lo stretto di Bering, quindi l’Oceano Pacifico.

Pochi credevano nell’esistenza di una via per mare che congiungesse i due maggiori oceani, senza passare per la Siberia. John Franklin era uno di quelli; era un uomo che aveva un sogno e morì in vista della sua meta.

Strano: quanto più John si avvicinava alla meta, tanto più sentiva che non gli era più necessaria. […] Aveva soltanto il desiderio di poter essere in viaggio, proprio come ora, in viaggio d’esplorazione, sino alla fine della vita. Un sistema di vita e di navigazione “alla Franklin”.

Non riuscì nell’impresa in quanto il ghiaccio artico imprigionò l’Erebus e il Terror, le due navi da lui comandate; la fame e il freddo obbligarono l’equipaggio ad abbandonarle al loro destino e a dirigersi a sud, alla ricerca di insediamenti umani. Nessuno si salvò, e dopo molti tentativi di soccorso – organizzati in prevalenza dalla moglie – si trovarono solo dei resti umani disseminati in molte miglia quadrate, come se gli uomini della colonna fossero morti uno ad uno dopo una terribile agonia. Si ritiene addirittura che la fame abbia indotto molti al cannibalismo, ma neppure ciò servì a farli sopravvivere.

Franklin incarna un desiderio primordiale, che fa parte della natura stessa dell’uomo: il viaggio, inteso sempre e comunque come viaggio di esplorazione.

L’unicità di quest’uomo sta nel fatto che seppe navigare lungo una rotta che lo portò a scoprire la paura, la coscienza di essere diverso dagli altri, la consapevolezza di non riuscire a percepire gli eventi coi tempi di tutti.

Potrei qui descrivere le gesta di un uomo che indubbiamente permise un passo avanti nell’esplorazione di quelle zone impervie e sconosciute, ma credo che qualunque testo storico possa essere più esauriente. Mi è più caro porre l’accento, usando stralci dello stesso libro di Sten Nadolny, su come Franklin abbia inteso l’esistenza e come abbia saputo piegare le leggi della vita sociale al suo sistema di vita.

Già dalle prime pagine si capisce che l’uomo in questione non era comune. Aveva una differente percezione del tempo e dalle velocità in cui avvenivano i fatti, cosa che lo costringeva inizialmente a collezionare e memorizzare una serie di fatti e di relative reazioni, in modo da essere sempre più veloce – attingendo appunto al suo archivio mentale – quando doveva affrontare una situazione. Usò il proprio difetto mentale per ricucire meticolosamente ciò che il mondo caotico apriva, come un chirurgo fa con le ferite.

Amava la calma, ma era necessario anche saper fare le cose in fretta. Quando non ci riusciva, tutto gli si rivoltava contro. Dunque doveva riguadagnare terreno.

John sedeva tutto imbacuccato davanti alla baracca e guardava la tempesta autunnale che spazzava via a mucchi le ultime foglie dai rami. Fissava lo sguardo su una determinata foglia e aspettava finché cadeva. Spesso tutto ciò durava molte ore, durante le quali poteva meditare senza meta e senza fretta.

Non so se questa sua caratteristica sia documentata storicamente o se è un’invenzione dello scrittore, ma ciò non è importante al fine di comprendere la fattibilità di un metodo di vita sostanzialmente in antitesi con quello della società attuale, ingorda di tempo, nella quale il ritornello ricorrente sembra essere quello del coniglio bianco di Alice: “è tardi, è tardi!”.

Comunque, osservando un suo ritratto sono indotto a credere che Franklin fosse veramente così.

John Franklin era uno che faceva pause, anche quando non gli erano necessarie. Non era il navigatore ad avere bisogno della pausa, bensì la pausa ad avere bisogno del navigatore.

Quest’uomo si scosta indubbiamente dai canoni dell’eroe romantico in voga ai suoi tempi, ed ancor più da quelli odierni. L’incapacità di inseguire gli eventi che fagocitavano velocità lo portò a sviluppare un proprio metodo di apprendimento, basato sull’osservazione di un fatto per un tempo più o meno lungo, durante il quale rifletteva sul da farsi, per poi, con estrema semplicità, agire di conseguenza. E quando ciò accadeva, la sua scelta era sempre la più razionale e logica.

Tutti gli altri devono adattarsi al mio ritmo, perché è il più lento. Solo se questo punto viene rispettato possono subentrare la sicurezza e l’attenzione. Sono un amico di me stesso. Prendo sul serio ciò che penso e ciò che sento. Il tempo che mi occorre per questo non è mai sprecato. Lo stesso atteggiamento concedo anche agli altri. Se possibile, bisogna ignorare l’impazienza e la paura, il panico è severamente vietato.

La sua capacità di riflettere sulla situazione che si veniva a creare – fosse pure complicata e richiedesse un’azione immediata – faceva sì che l’affrontasse comunque con la calma dei saggi, la logica e la freddezza dei grandi.

La pazienza è eroica perché non ha nessuna apparenza d’eroico.    GIACOMO LEOPARDI

Una sola cosa era ancora peggiore: la campana della nave che si metteva a suonare da sola. Ma questo non succedeva mai, o non poteva più essere raccontato, perché allora le navi colavano rapidamente a picco con uomini e topi. […]

Subito dopo la dritta della nave andò a sbattere contro la massiccia banchisa. Tutti gli uomini andarono a gambe all’aria, nessuno riusciva a star ritto, era come se fosse stato tolto loro un tappeto da sotto i piedi. Poi ci fu un suono terribile, un segnale di morte: la campana della nave suonò. John si aggrappò con le unghie per rimettersi in piedi, indicò la coffa di trinchetto e gridò: “Mollare i terzaroli!” Tutti lo guardarono come se notassero i primi sintomi di una malattia mentale. Un altro cavallone tuonò lì accanto e sbatté di nuovo la nave contro la parete come un uovo in padella. Gli alberi si piegarono come steli. E in quel frangente uno doveva arrampicarsi sui pennoni e – come aveva detto? – “mollare i terzaroli”? La campana della nave suonava come un’ossessa. Naturalmente suonava! Era la fine! Avrebbe continuato a suonare finché fossero morti. Gli uomini si tenevano aggrappati a qualcosa, più nessuno si muoveva. All’ondata successiva, stessa cosa. La nave era perduta.

John Franklin era sempre più strano. Ora stava afferrando con la mano destra la spalla sinistra, tenne la presa e si mise a tirare con tutte le sue forze. Voleva togliersi i gradi o strapparsi in due pezzi? Comunque era diventato pazzo, questa era la prova. Gilbert bestemmiava, Kirby pregava, tutti pregavano. Chissà se Kirby avrebbe parlato ancora una volta delle ragazze?

Franklin si strappò la manica dalla giacca dell’uniforme, si arrampicò fino alla campana della nave e, tra un rovescio di tempesta e l’altro, disse al primo ufficiale: “Mr. Beechey, sia così gentile da far mollare i terzaroli sull’albero di prua.” Poi avvolse lo spesso panno dell’uniforme attorno al batacchio della campana, fece un nodo e tirò come se volesse strangolare un elefante. “Adesso staremo tranquilli!” disse contento, come se avesse imbavagliato anche la tempesta.

La peculiarità che mi affascina in questo personaggio è l’arte di saper ascoltare, merce rara al giorno d’oggi. Lo si scopriva a prestare eguale attenzione agli uomini come agli eventi, anche quando richiedevano una risposta immediata, come il rischio di un naufragio. Aveva il suo tempo per ogni cosa, dopodiché con la stessa naturalezza impartiva ordini o dava consiglio.

Un lunedì sera Richardson gli chiese: “ma lei non ha paura del nulla?” e John tacque, meditando fino a martedì. Poi il dottore chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?” Allora John rispose alla domanda del giorno precedente: “Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuò a tacere. Il mercoledì sera parlarono a lungo, perché era la volta della vita eterna. Richardson parlò della prospettiva di rivedere persone perdute. Questo interessò John a tal punto, che dimenticò completamente di rispondere a proposito dell’amore. Comunque, quando osservava Hood, gli sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. “Ci sono persone che stanno andando e persone che stanno arrivando. Ciò che arriva in fretta, passa anche in fretta. È come guardare dal finestrino di una carrozza, niente resta fermo. Di più non so dire.”

Un libro, un personaggio del genere rimane un sicuro approdo per coloro che ricercano l’isola dove abiti ancora la pazienza.

Ad Akaitcho non sfuggiva nulla. Né della delusione di John riguardo alle società per il commercio delle pellicce e alle stoltezze di Back, né delle tensioni all’interno del gruppo. Un giorno disse: “I lupi sono diversi. Si amano, si toccano col muso e si nutrono reciprocamente.” Adam tradusse.

John divenne un po’ incerto. Era difficile dare una risposta ad Akaitcho senza parlare più o meno dei suoi compagni di viaggio. Quindi si limitò a inchinarsi e a tacere. La sera aveva preparato la risposta: “Ho riflettuto molto sui lupi. Hanno il vantaggio di non poter parlare l’uno dell’altro.”

Ora fu Akaitcho ad inchinarsi.

Collezione di licheni bottone

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Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

 

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Percorsi bibliografici n. 5

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Le indicazioni bibliografiche che seguono, lungi da ogni pretesa di esaustività, sono solo suggerimenti per chi avesse la tentazione di assecondare curiosità, perplessità e spunti, soprattutto accostando l’“alterità” del passato e la “modernità” del presente, che la lettura di queste pagine ha suscitato.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Adriani, M. – L’utopia – Studium 1962
AA.VV. – Forme dell’utopia – La Pietra 1979
Hill, C. – Il mondo alle rovescia – Einaudi 1981
Brown, N. – La vita contro la morte – Il Saggiatore 1968
Bianciardi, L. – La vita agra – Rizzoli 1962
Bianciardi, L. – L’integrazione – Bompiani 1960
Bianciardi, L. – Il lavoro culturale – Feltrinelli 1957
London, J. – Il tallone di ferro – Corno 1966
Melville, H. – Billy Budd – Rizzoli 1965
Von Eichendorff, J. – Storia di un fannullone – Einaudi 1944
Walser, R. – La passeggiata – Adelphi 1966
Roth, J. – Ebrei erranti – Adelphi 1985
Chatwin, B. – Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi 1996
Pegoraro, S. – Nel solitario cerchio – Pendragon 1994
Salinger, J.D. – Il giovane Holden – Einaudi 1961
Kerouac, J. – Sulla strada – Mondadori 1959
Magris, C. – Itaca e oltre – Garzanti 1982
Benjamin, W. – Parigi capitale del XIX secolo – Einaudi 1986
Boitani, P. – L’ombra di Ulisse – Il Mulino 1992
Novalis – Enrico di Hofterdingen – Mondadori 1955
Amsun, K. – Misteri – Rizzoli 1979
Shelley, P.B. – Poesie – Rizzoli 1989
Ivanov, V. – Asvero – Sellerio 1992

SENTIERI DELLA POESIA
Serrao, A. – Mal’aria – All’antico Mercato Saraceno 1990
Serrao, A. – A’canniatura – Editori Associati 1993
Serrao, A. – Semmènta vèrde – Edizioni dell’Oleandro 1996
London, J. – Martin Eden – Bietti 1964
Kerouac, J. – I sotterranei – Feltrinelli 1958
Polillo, A. – Jazz – Mondadori 1975

SENTIERI DELLA FANTASIA
Storr, A. – Solitudine – CDE 1990
Herrigel, E – Lo zen e il tiro con l’arco – Adelphi 1975
Sfogliarini, E. – Il tiro con l’arco – De Vecchi Editori 1994
Galeano, E. – Las Palabras Andantes – Mondadori 1996

 

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Percorsi bibliografici n. 4

da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Nello spirito che anima questa rivista, che è quello di fornire elementi e stimoli per una crescita della qualità dei rapporti e del livello della discussione, riteniamo utile indicare brevi percorsi bibliografici, relativi agli argomenti di volta in volta trattati. È implicito che si tratta di suggerimenti molto personali, altrettanto sommari e forse anche abbastanza scontati. Valgano dunque per chi potrà ricavarne qualche piacevole scoperta: per gli altri potrebbero invece essere testimonianza di una sintonia (o magari conferme di una distanza). A qualcosa, insomma, serviranno.

SENTIERI DELL’UTOPIA

Baczko, B. – L’Utopia – Einaudi 1979
Mumford, L. – Storia dell’Utopia – Calderini 1969
Roventi, I. – Luoghi dell’utopia – D’Anna 1979
Servier, J. – Histoire de l’ utopie – Gallimard 1991
Adriani, M. – L’Utopia – Studium 1961
Bloch, E. – Spirito dell’Utopia – La Nuova Italia 1980
Baldini, M. – Il pensiero utopico – Città Nuova 1974
Galante Garrone, A. – Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’800 – Einaudi 1972
Masini, G. – Storia degli anarchici italiani – Rizzoli 1974
Del Carria, R. – Proletari senza rivoluzione – Savelli 1975
Enzensberger, H.M. – La breve estate dell’anarchia – Feltrinelli 1978
Joll, J. – Gli anarchici – Il Saggiatore 1970
Gorz, A. – Sette tesi per cambiare la vita – Feltrinelli 1977
Guevara, E. / Granado,A. – Latinoamericana – Feltrinelli 1993
Del Carria, R. / De Boni, C. – Gli Stati Uniti d’Italia – D’Anna 1991
Cattaneo, C. – Tutte le opere – Mondadori 1967
De Rougemont, D. – L’uno e il diverso – Ed. Lavoro 1995

SENTIERI DELLA POESIA

Salvia, Beppe – Cuore – Rotundo 1988
Lagazzi,P./Cecchini,S. – Una strana polvere – Campanotto 1994
Berardinelli,A./ Cordelli,F. – Il pubblico della poesia – Lerici 1975
Pontiggia,G. / Di Mauro E. – La parola innamorata – Feltrinelli 1978
Duras, M. – Scrivere – Feltrinelli 1993
Pennac, D. – Come un romanzo – Feltrinelli 1992
Jean, G. – La scrittura memoria degli uomini – Electa 1992
Canfora, L. – Libro e libertà – Laterza 1994
Morley, C. – Il Parnaso ambulante – Sellerio 1995
Borges, L. – Finzioni – Einaudi 1985
Gustave Flaubert – Bibliomania – Imaginaria & C.

SENTIERI DELLA FANTASIA

Fine, E. – La psicologia del giocatore di scacchi – Adelphi 1985
Acheng – Il re degli scacchi – Theoria 1989

 

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Che ci fa lui qui?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 2, dicembre 1992

Bruce Chatwin l’ho conosciuto “In Patagonia”. A dire il vero ero arrivato laggiù proprio insieme a lui; ma sulle prime questo non mi era sembrato importante, perché avevo scelto il libro per il titolo, non per l’autore. Quel titolo mi intrigava: la Patagonia per me ha da sempre equivalso all’altro capo del mondo, all’idea della fuga assoluta. E in effetti la Patagonia che cercavo l’ho poi trovata, in quelle pagine, con l’ossessione del vento, la solitudine, la desolante immensità degli spazi: tutte cose passate però in secondo piano, quando mi sono reso conto di aver trovato ben altro, di aver conosciuto uno scrittore vero, un viaggiatore vero, un amico. Non è stata una folgorazione: piuttosto un affetto cresciuto con la frequentazione. Dopo “In Patagonia” è stata infatti la volta de “Il Viceré di Ouidah”, opera apparentemente del tutto diversa dalla prima, che mi ha spiazzato, convinto com’ero di aver trovato con Chatwin un filone narrativo ben determinato. Mi sono ritrovato indietro di due secoli, nell’Africa della tratta, dei mercantiavventurieri, dei sovrani grotteschi e sanguinari di effimeri regni costieri. Ho faticato, in un primo momento, a ritrovare in quel brulichio di corpi e riti e teste mozze e harem il narratore dei silenzi della Patagonia: fino a quando non ho realizzato che non ero al cospetto di un serialista, ma di un autentico fenomeno, capace di attraversare gli spazi e i tempi e le storie più diversi mantenendo intatta la genuinità dell’interesse e la padronanza stilistica. La conferma, se ancora ce ne fosse stato il bisogno, è venuta con “Utz”. Ancora un’altra epoca, altri luoghi; dagli spazi immensi e aperti al chiuso di un appartamentino praghese, all’atmosfera soffocante di uno stato poliziesco. Un capolavoro di finezza, una storia minima eppure straordinaria di “resistenza umana”. Ormai entrato in sintonia, ho ricavato piaceri di lettura che mi erano negati da un pezzo da “Le vie dei canti” (l’opera più vicina, nell’impostazione, a “In Patagonia”), un pellegrinaggio lungo le “Piste del sogno” degli aborigeni australiani, e soprattutto da “Sulla collina nera”, storia povera di spazi, giocata com’è in un ristrettissimo lembo della campagna gallese, ma densa di avvenimenti e di inquietudini. Da ultimo, la raccolta di brevi articoli e di bozzetti “Che ci faccio qui” mi ha fatto avvertire una sensazione di intimità con Chatwin quale solo avevo conosciuto, forse, per Salinger. Eppure di lui, della sua vita, so ben poco. E mi accorgo che non mi interessa saperne di più. Chatwin non entra di prepotenza nei suoi libri. È già lì, e riesce naturale e scontato il fatto di trovarcelo. Non importa come sia finito in Patagonia, o in Australia, o a Praga, perché importano quello che vede, la gente che incontra, le vicende semplici e insieme esemplari che annota. Benché la sua ottica sia particolarissima, e i suoi interessi siano tutt’altro che comuni, non è la sua storia, la sua figura ad emergere: sono luoghi, persone, eventi proposti da un testimone intelligentemente curioso e intimamente partecipe, ma sempre discreto. Il fatto è che Chatwin rispetta sempre, pur senza essere acritico, i suoi interlocutori, anche quando è in presenza di scelte di vita singolari, e magari difficili da comprendere. Nelle sue pagine troviamo la loro voce, non le interpretazioni dell’autore. E questo significa rispettare anche il lettore, dargli credito di intelligenza e di autonomia di giudizio. Per questo non ha bisogno di andare in caccia di vicende o personaggi sensazionali: nell’era del reportage, dell’obbligo alla spettacolarità e della spettacolarizzazione dell’ordinario, egli racconta una quotidianità che diventa eccezionale ai nostri occhi solo per il fatto di essere quotidiana. Sentiamo che raccoglie dai suoi viaggi e dai suoi incontri quello che noi avremmo raccolto e che sarebbe stato ritenuto dal filtro della nostra memoria. Ci dà conforto, soprattutto, sapere che per il mondo girano, in mezzo a tanti imbecilli, uomini come lui: e che non è impossibile ogni tanto incontrarne qualcuno, magari non di persona, magari solo attraverso le pagine di un libro. È già molto, è già una risposta alla domanda posta a titolo dell’ultima raccolta dei suoi scritti: che ci faccio qui?

Bruce Chatwin è scomparso nell’89, non ancora cinquantenne. Le sue opere hanno cominciato a circolare in Italia nei primi anni ottanta, incontrando anche un certo successo, ma senza fornire mai lo spunto per l’esplosione di un “caso letterario”. Il che, se ho ben capito il personaggio, è esattamente ciò che l’autore voleva, o comunque è ciò che io amo pensare preferisse. (Così come non mi è affatto spiaciuto che nessuno dei sacerdoti della critica letteraria italiana si sia accorto della sua morte – e d’altronde neanche della sua opera – e che gli siano state risparmiate le aspersioni delle solite brode di ovvietà). In questo modo posso continuare a pensare a lui come ad un amico, ai suoi libri come a lunghe missive personali, condivise al più da una piccola cerchia selezionata. e se mi sono deciso scrivere queste poche righe che lo riguardano è proprio perché so che pochissimi le leggeranno.

 

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