Povera lingua!

di Paolo Repetto, 10 febbraio 2026

Dal lato opposto dello spogliatoio arrivano brandelli di conversazione. Sono due tizi sulla trentina, hanno parlato sino ad ora di auto, di cavalli (motore), di diavolerie elettroniche. Poi arriva lo sbraco: “Se avrei i tuoi soldi, sai cosa farei …”. Una fitta al cuore, immediata. È una deformazione professionale, davanti a tanto abominio non riesco a farmi i fatti miei. A scuola avrei minacciato il malcapitato di fustigazione sulla pubblica piazza. Qui mi limito ad apostrofare i due, rimanendo di schiena: “Se avessi, cavolo! Se avessi! Attenti ragazzi: si comincia ceffando il congiuntivo e si finisce a letto con un congiunto”. Si zittiscono. Probabilmente – anzi, sicuramente – non hanno capito nulla, ma si affrettano a rivestirsi e se ne vanno senza salutare. Immagino pensino di avere a che fare con uno svitato. Non ho volutamente spiegato nulla, perché non c’era nulla da spiegare. Non avrebbero capito comunque, perché la lingua è musica, e se non ti accorgi già dal suono di aver preso una stecca significa che non hai proprio orecchio.

(Mi è venuto però il sospetto che forse ero io a non aver capito nulla. Forse il vituperio che avevo loro predetto non li turbava più di tanto, e il mancato rispetto del congiuntivo era non un prodomo ma una conseguenza della caduta del tabù parentale.)

All’ingresso della stessa palestra, dietro il banco di quella che una volta era l’accettazione (lo è ancora, ma ora si chiama reception) ci sono sempre un paio di ragazzi o ragazze molto giovani, probabilmente pagati una ciocca, che quando passo loro davanti mi salutano: “Ciao”. Hanno l’età di mio nipote, sono apparentemente normali, anzi, danno l’idea di essere piuttosto svegli, ma ormai frequento questo luogo da quasi un anno, e ogni volta dico loro in ingresso “Buon giorno”, e all’uscita “Arrivederci”, e loro imperterriti ricambiano con “ciao”. Questo non per una confidenza indotta dalla consuetudine: mi hanno accolto così sin da subito, quando sono andato ad iscrivermi.

Da un sacco di tempo ormai ogni volta che entro in un ambiente nuovo mi sento interpellare alla seconda persona singolare. Soprattutto dai giovani, ma anche da quelli della generazione di mezzo, e persino della mia. E ogni volta provo frustrazione e fastidio. Ho continuato per tutta la vita a rivolgermi alle persone più anziane, e anche a quelle della mia età o più giovani, usando la terza persona, almeno fino a quando non si fosse sviluppata tra noi una certa familiarità. E in terza persona sono stato sempre interpellato nell’ambito del mio lavoro, dagli studenti prima, come insegnante, dai docenti in ultimo come dirigente. Ha funzionato benissimo, era un modo per definire implicitamente non delle gerarchie ma la natura reciprocamente rispettosa dei nostri rapporti. Coi nonni paterni usavo addirittura il “Voi”, visto che lo usavano essi stessi tra di loro, e mio padre e gli zii nei loro confronti.

Sentirmi salutare col “ciao” da uno sconosciuto non mi scalda il cuore, non mi illude su un aspetto giovanile che non avevo neanche a vent’anni, non mi fa sentire più partecipe, più vicino all’umanità che mi circonda. Non è questione di freddezza né di formalismi: è che non sopporto tutto ciò che nei rapporti finge condizioni di conoscenza, di intimità che in realtà non esistono. Il formalismo è semmai implicito, alla rovescia, proprio in questa pseudo-confidenza, nei baci e negli abbracci distribuiti a destra e a manca, che falsano la realtà dei rapporti stessi. Se davvero ci si vuole capire, e stabilire relazioni sociali autentiche, prima ancora di lasciare corso all’empatia e alle altre svariate “competenze” emotive che oggi vanno per la maggiore dobbiamo aver chiaro ciascuno lo spazio e la posizione da cui muoviamo. Altrimenti si creano solo ipocrisia e confusione.

Si potrebbe pensare che l’uso universale della seconda persona sia legato all’ingresso nelle nostre comunità di popoli nel cui corredo linguistico non è contemplato quello della terza; è parzialmente vero, e sin qui sarebbe comprensibile e giustificabile. In realtà dalle nostre parti è dovuto principalmente all’adozione di tattiche relazionali mirate a creare un falso effetto di familiarità, da usarsi nella promozione di prodotti o di idee. Si è trattato quindi di una “evoluzione” linguistica tutt’altro che spontanea e funzionale a migliorare i rapporti: è stata studiata a tavolino e diffusa e resa applicativa attraverso la gazzetta ufficiale dei media, dove tutti si danno del tu come avessero frequentato assieme l’asilo. Coniugare i verbi alle sole prime due persone in apparenza semplifica il discorso, in realtà lo impoverisce, perché esclude la possibilità di esistenza di diverse sfumature nel rapporto. Non avvicina “l’altro”, ma lo disperde in una moltitudine indifferenziata (che con buona pace di Toni Negri e della French Teory non è condizione “rivoluzionaria”, ma solitaria al massimo grado).

Comunque, per capire davvero cosa sta succedendo occorre risalire ancora più a monte. Perché indipendentemente dalla seconda o terza persona i verbi andrebbero coniugati: e questo ci riporta al paragrafo d’apertura, alla eliminazione dei modi, a partire da quella del congiuntivo. In questo caso però non sembra trattarsi di una strategia elaborata all’interno di un qualsivoglia disegno, ma di un impoverimento quasi spontaneo, dovuto all’arretramento dell’intelligenza umana. Tale arretramento, stante il rapporto diretto esistente tra pensiero e linguaggio, è perfettamente testimoniato dalle vicissitudini di quest’ultimo.

Il congiuntivo è il modo della soggettività, dell’incertezza, dell’opinione e del desiderio (è retto infatti da: io penso, io credo, io vorrei che …). Liquidarlo è come appiattire la linea dell’encefalogramma. Viene meno tutto il mondo delle subordinate, resta comunicabile solo la pura denotazione, né più né meno come ai primordi dello sviluppo del linguaggio. Scompare ogni margine di interpretazione, ogni condizione ottativa, rimangono solo le cose, le azioni, i dati bruti, e non la riflessione sulle cose. A ripensarci, vista da questa angolazione la faccenda, viene da sospettare che la mano di un qualche disegno esterno non sia così improbabile.

La stessa cosa è già accaduta con l’abbandono del condizionale, che ha sancito l’esclusione di possibili alternative al nostro modo di pensare e di vivere. Il condizionale, soprattutto se usato nel periodo ipotetico del terzo tipo, era il modo dell’utopia. Consentiva di supporre altri tempi, altri spazi, altre situazioni, altri tipi di azione e di reazione. Reggeva la trama di quella vita parallela che ciascuno di noi si costruisce per alleggerire la pesantezza e la monotonia di quella reale, apriva a mondi e possibilità infinite. Una lingua senza il condizionale racconta un’esistenza totalmente già determinata, nella quale non c’è margine alcuno per la scelta.

Persino l’imperativo sembra in via di estinzione, o almeno non ha più il senso di una volta. Lasciamo perdere quello categorico, che il povero Kant non avrebbe mai immaginato potesse essere così stravolto, e limitiamoci a quelli consueti, quotidiani. Si è persa completamente la consapevolezza che noi abbiamo anche dei doveri, e che il dovere non è la negazione del diritto ma il suo complemento, anzi, è ciò che garantisce il diritto a tutti e lo giustifica. Mia madre non mi avrebbe mai detto: “Potresti andare a prendere un po’ di legna?” Diceva, senza tanti giri di parole: “Vai a prendere un po’ di legna”. Anche se ero impegnato coi compiti, o più facilmente nella lettura di qualche fumetto o a giocare coi soldatini, sapevo benissimo che quella consegna non era procrastinabile. Lo sapevo perché se volevo che la pasta o il minestrone cuocessero, o che la cucina rimanesse abbastanza calda da consentirmi di studiare o di giocare, quella legna era indispensabile: non mi sentivo affatto maltrattato o costretto, anzi, ero corresponsabile del pranzo o della cena, e mangiavo con la coscienza di essermeli almeno in parte guadagnati.

Mio padre usava un’altra tattica: si coinvolgeva sempre nell’azione che ordinava, così che il verbo suonava alla prima persona plurale: ma il suo facciamo questo, prendiamo quello, andiamo là, non era un indicativo, dava per scontato che si facesse, si prendesse o si andasse. Dava l’ordine e dava l’esempio, vi ottemperava per primo: e stanti le sue condizioni fisiche[1] per me la sua non risultava un’imposizione dettata dall’esterno, ma richiamava dall’interno un imperativo morale.

Provateci oggi. Oggi se dai un ordine a un bambino chiamano il telefono azzurro, se lo dai ad un adulto ti manda a quel paese o ti denuncia. Questo non può condurre che a una totale deresponsabilizzazione: di chi l’ordine lo dà, perché sa di non averne più riconosciuta l’autorità, e di chi l’ordine lo riceve, che non è più incentivato nemmeno a metterlo in discussione, a capirne o a impugnarne le ragioni. Semplicemente se ne frega.

Potrei continuare lamentando la sorte degli articoli e degli avverbi, dei pronomi e delle preposizioni, ma non è il caso. Volevo solo sottolineare come l’inaridimento della lingua e il suo stravolgimento conducano ad esiti letali per la nostra intelligenza. E vado ad esemplificare cosa determina poi negli atteggiamenti e nei comportamenti quotidiani.

Una prima scomparsa, ampiamente documentabile, è quella dell’ironia. Se oggi servi a qualcuno una battuta sono minime le probabilità di vederti tornare la pallina. Molti non la vedono nemmeno passare, altri sospettano subito che tu voglia usarli come bersaglio. La vera ironia, quella non forzata, gioca invece sull’effetto stemperante che si ottiene nell’esprimere il contrario di quel che si pensa o si vuole comunicare. È un esercizio di elasticità mentale, che mira ad evidenziare certe assurdità o contraddizioni, a sdrammatizzare situazioni pesanti, e che naturalmente supporrebbe una analoga elasticità nell’interlocutore. Una condizione che ormai non incontri quasi più, proprio in ragione del fatto che le parole e le frasi sono ridotte alla univocità, che non viene concesso spazio alla pluralità dei significati, che è sparita la capacità critica di decodificare qualsiasi discorso.

Sull’ironia ho costruito praticamente tutto il mio lavoro di insegnante e i miei rapporti con amici e conoscenti, ma oggi mi ritrovo completamente spiazzato. Vedo interpretare come serie certe mie provocazioni palesemente scherzose, e addirittura nascerne assurdi risentimenti: atteggiamenti che a volte mi lasciano di stucco, ma al tempo stesso, come nel caso della grottesca imputazione di misoginia che spesso mi è contestata, mi spingono a insistere ancor più nel gioco delle parti che è venuto a crearsi (e confesso che la cosa non mi costa nemmeno troppa fatica). Capisco che dovrei contenermi, per evitare fraintendimenti, ma così sarei ancor meno autentico: oltretutto la mia condiscendenza sarebbe, quella si, offensiva per gli altri: e allora mi riduco a giocare solo con amici di comprovata elasticità neuronale.

Qualche tempo fa al bar ho chiesto ad uno di questi, ottimo pallettaro e notorio scrutacentesimi, che non vedevo da un pezzo, se avesse svernato ai Caraibi, e mi sono sentito rispondere che si, c’era un’offerta della Costa per croceristi a mezza pensione disposti a collaborare al servizio, e che si era praticamente pagata la vacanza col risparmio sulle spese domestiche di riscaldamento. Questa io la chiamo una risposta di rovescio secco sulla linea d’angolo: tanto di cappello. Il fatto è che un terzo astante ha preso la cosa sul serio ed è andato a raccontarla in giro via social, col risultato di farsi prendere per il sedere da una metà dei suoi contatti e di scatenare nell’altra metà una ridda di commenti sarcastici e indignati. Alla fine ha tolto il saluto a me e all’amico. (Faccio presente che il tizio non è – o non era – lo scemo del villaggio, gode – o forse godeva – di un certo prestigio, sia pure d’origine tutta economica. Ma rispetto alle sottigliezze dell’ironia è un convinto obiettore di coscienza).

A queste cose mi riferisco. Non parliamo poi dell’autoironia. Se mancano le basi lessicali e la capacità di connetterle in una struttura discorsiva corretta e coerente, essendo il linguaggio ad un tempo lo specchio e l’organizzatore del pensiero, anche quest’ultimo riesce appannato e confuso. Segnatamente poi quando oggetto della riflessione è il soggetto stesso: privato degli strumenti che potrebbero consentirgli di prendere le distanze senza drammatizzare eccessivamente, finisce per smarrire ogni capacità di mettersi scherzosamente in gioco.

Un’altra significativa scomparsa riguarda l’utopia, e questo l’avevo già anticipato. L’utopia è il sogno di ciò che non è possibile, ma è auspicabile, così come l’ironia è l’ingresso consapevole e voluto nel paradosso. L’una e l’altra rimandano a una potenzialità eccentrica del pensiero: la capacità di formulare concetti o di immaginare situazioni che non trovano posto nella realtà, o che addirittura la ribaltano. Hanno dunque una valenza tutt’altro che denotativa, e necessitano di un linguaggio complesso (ma non complicato), che offra uno spettro amplissimo di possibili combinazioni.

Senza il modo condizionale però l’utopia non esiste. E anche gli aggettivi derivati vanno usati con criterio. Se non faccio distinzione tra utopico e utopistico rischio di contraddire la connotazione positiva o negativa che vorrei dare di idee o progetti di società perfette. Se definisco utopica una società assolutamente serena e armoniosa, infatti, la colloco nello scaffale dei bei sogni coscienti di essere tali, mentre se definisco utopistici un piano concreto o un progetto specifico li etichetto e li liquido come irrealizzabili. Oggi sia il lemma originario che entrambe le aggettivazioni derivate sono invece usati sempre in una valenza negativa, sia pure con tonalità variamente sfumate. Questo ci dice che il termine, coniato originariamente per indicare l’ideale traguardo al quale andrebbe mirata ogni trasformazione politico e sociale, o per definire un parametro sul quale misurare i progressi della civiltà, è stato ristretto a designare la vanità di ogni nostro sforzo di perfezionamento o quantomeno di cambiamento. Ci dice insomma che non siamo più capaci di sognare e ci stiamo perdendo anche le parole (e i concetti che sottendono) per farlo.

Ma forse sto volando un po’ troppo alto. Forse non è necessario cercare il polso della situazione in queste sottigliezze. Il problema sta nel fatto che se è oggettivamente difficile mantenere in vita il sogno di una futura armonia sociale, lo è ancor più raccapezzarsi rispetto a quanto accade nella sin troppo reale disarmonia che ci circonda. Altro che utopia e magnifiche sorti: ciò che vedo io è che stiamo regredendo allo scatenamento degli istinti peggiori, quelli che una volta si sarebbero definiti belluini e che oggi trovano giustificazione come rabbia sociale, emersione del profondo, ritribalizzazione, rifiuto dei “valori forti” e delle “rigide convenzioni”. E non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo i black bloc, le maranze o i centri sociali: sto parlando di quella che ormai è considerata la quotidiana normalità.

Provate a partecipare ad una assemblea condominiale. Non ero più stato coinvolto in un’esperienza del genere da almeno cinquant’anni, e ne sono uscito sconvolto. Ho sentito sciorinare un campionario di costrutti sintattici che avrebbero strabiliato Piranesi ed Ensor, di anacoluti, di mancate concordanze e storpiature, di strafalcioni concettuali e grammaticali, per di più urlati e ruggiti in una babelica continua sovrapposizione di voci. Mi sono chiesto se questo mezzo secolo l’ho vissuto fuori dalla storia. Non che non avessi sentore del degrado, anzi, avevo costantemente occasioni di prenderne atto: ma ero convinto si trattasse in fondo solo di un problema di stupidità e di ignoranza, grave senz’altro, a rischio costante di overdose, ma almeno in teoria curabile con una buona prevenzione e una sollecita rieducazione. Invece non è così: non è più un problema di quantità, qui si è fatto un salto qualitativo. È questo a lasciare sconcertati. Siamo alla mutazione antropologica, che passa anche (e direi in prima battuta) attraverso la brutalizzazione e lo svilimento del linguaggio.

Quella serata mi ha spiegato Trump e Putin e tutti gli altri meglio di qualsiasi dotta dissertazione, perché era solo la versione in miniatura di quanto accade a livello di relazioni internazionali, dove è venuta meno anche l’ipocrisia comunicativa formale e ogni più insulsa e sguaiata idiozia diventa subito un “meme”. Pensavo che se non riusciamo a concordare una soluzione mentre ci piove letteralmente addosso, possiamo attenderci ben poco quando sono in ballo e si contrappongono malintesi diritti o “interessi nazionali”, branditi da mentecatti che a loro volta sono stati eletti da altri milioni di imbecilli.

Non sto andando fuori tema. Pensate che tutto questo abbia poco a vedere con lo smottamento linguistico in atto? Il livello del dibattito condominiale (che è poi tale e quale quello dei salotti televisivi, o degli “incontri al vertice”) evidenzia il contrario. Quando i duellanti hanno come sola arma il tono di voce, come sola strategia il parlare sopra gli altri, come unico argomento l’insulto, significa che hanno abdicato ad ogni potenzialità comunicativa, esplicativa e persuasiva del linguaggio.

Ma non è finita qui. Se assieme all’utopia si perde il futuro, l’impoverimento del linguaggio ci impedisce anche di effettuare una corretta manutenzione della memoria, di trarre alimento dal passato. Intanto per le ragioni già esposte, perché la memoria va oliata con il lubrificante giusto e questo è appunto rappresentato dalla complessità del pensiero, che si traduce e si esprime nella ricchezza del linguaggio, mentre oggi una comunicazione dominata dal consumo rapido di immagini finisce per imporre anche una trasmissione telegrafica dei contenuti. Poi perché per lo stesso motivo le testimonianze e le documentazioni storiche vanno disperse in un unico calderone assieme alle banalità dell’intrattenimento e ai messaggi pubblicitari e propagandistici, dei quali condividono i tempi e spesso mutuano purtroppo anche i modi, compresa la povertà linguistica e la ricerca dell’effetto sensazionalistico; così da guadagnarsi alla fine la stessa scarsa attenzione e da attestarsi allo stesso infimo livello di credibilità.

Insomma, per non tirarla troppo in lungo: non voglio addentrarmi nella contrapposizione generazionale, nello scambio reciproco di accuse tra gli anziani e i giovani. È una costante storica, si ripropone da millenni, anche se indubbiamente negli ultimi tempi ha trovato più occasioni di esprimersi e una maggiore visibilità. Nemmeno credo di aggrapparmi a nostalgie puriste, di dare voce al rifiuto di chi non sa stare al passo coi tempi. Semmai è piuttosto la lucidità consentita a chi i tempi del mutamento li ha vissuti tutti da dentro, e sa che quello del linguaggio è la prima spia di una riorganizzazione ben più profonda delle forme del potere. D’altro canto, lo aveva già visto e raccontato benissimo Orwell.

La neolingua immaginata da Orwell non è semplicemente uno strumento espressivo “altro”, che adotta strutture linguistiche e forme lessicali più adatte a esprimere una nuova visione del mondo e a svecchiare le abitudini mentali. È un vero e proprio strumento repressivo, nel senso che rende impossibile l’elaborazione di ogni altra forma di pensiero, e annulla ogni libertà di coscienza. Per ottenere questi effetti si costruisce un lessico che definirei “palindromo”, per cui ogni termine può essere letto in due significati diametralmente opposti (questa è la base del bispensiero): ciò che dà la possibilità a chi detiene il potere di imporre di volta in volta l’interpretazione a lui più favorevole. Al tempo stesso si semplifica il lessico di base introducendo locuzioni che indicano tanto un’azione quanto l’oggetto dell’azione, eliminando le forme irregolari e uniformando le regole per la formulazione dei plurali (i per tutti i maschili ed e per tutti i femminili) o delle forme verbali, liquidando per ogni termine rimasto in adozione tutti i sinonimi, creando attraverso le abbreviazioni delle parole composte (un po’ come nella lingua tedesca, non a caso) che riassumano significati complessi.

L’obiettivo della neolingua è in sostanza quello di ridurre ogni discorso ad una serie di suoni deprivati di ogni significato, che non abbiano relazione con una attività cerebrale: ad un “ocoparlare” che coinvolga solo le corde vocali, come lo starnazzare delle oche. Di impedire cioè la formulazione di un qualunque pensiero contrario ai principi dettati dal potere, di qualsiasi affermazione sovversiva, per il semplice fatto che non esistono più gli strumenti per farlo, e soprattutto quelli per darne una motivazione.

Ci sarebbe moltissimo ancora da aggiungere, a partire ad esempio, da come l’inglese, candidato a diventare (e già di fatto investito del ruolo) il passepartout linguistico per tutto il globo, non sia più quello di Stevenson e dello stesso Orwell, ma si sia inaridito a linguaggio puramente strumentale e denotativo (il basic english), adatto a tutti i palati e alla facile digestione delle pappine omogeneizzate, ma inidoneo a trasmettere segnali pur flebili di intelligenza. Ma ho già debordato sin troppo, e vado a stringere.

Mi pare che oggi ci stiamo avvicinando di gran carriera ai risultati cui la neolingua mirava, e senza neppure più che il grande fratello abbia bisogno di incarnarsi in qualche figura dispotica. Anzi, per certi versi li abbiamo già superati, e almeno in apparenza facendo tutto da soli. Siamo smarriti nella nostra lingua, che ci sta diventando da un lato estranea, dall’altro sin troppo familiare, nel senso che a furia di semplificazioni si è ridotta a un lessico elementare che non attiva più alcun lavorio cerebrale. Siamo al punto che per comunicare (ma che cosa?) non è più necessario né articolare parole né scriverle. L’intelligenza artificiale e chi la controlla ci risparmiano anche questo. Dobbiamo solo scegliere tra i simpatici (!) pittogrammi (gli emoticon o emoji) che ci vengono proposti.

Temo allora che se un barlume di utopia, un briciolo di memoria e un velo di ironia vorremo conservarceli dovremo tornare su questi argomenti il più spesso possibile, pur nella consapevolezza che si tratta di battaglie di retroguardia, di resistenze destinate a spegnersi assieme a noi, nativi pretelevisivi, nel giro di pochi anni.

Per ora tuttavia, dal momento che ancora ci è consentito camminare fuori pista, arrivederci a tutti.


[1] Vedi Su una gamba sola.

Sul riordino

luglio 2025

di Paolo Repetto, 21 novembre 2025

Ma bene, andiamo avanti così.
Si comincia facendo il pesto con le noci e si finisce a letto con i consanguinei!
da “Accoglienza ligure”

Quelli che non studiano la storia sono condannati a ripeterla.
E quelli che la studiano sono condannati a vedere come la storia si ripeta
per colpa di coloro che non la studiano.
George Santayana

Ho trascorso l’intera mattinata a mettere ordine in magazzino. In questa stagione la mattinata è lunga, inizia alle 6:30, quindi avevo grandi aspettative. Il risultato però non è all’altezza. Quando a mezzogiorno esco, volgendo indietro un ultimo sguardo per vedere l’effetto, stento a capacitarmi di aver trafficato per sei ore lì dentro, visto che non ho sistemato alcunché e il grande sgombero ha prodotto solo uno striminzito sacchetto di rifiuti.

Il problema è che il magazzino non è un vero magazzino: lo chiamo così per distinguerlo dal garage, ma in realtà è un deposito per tutti gli utensili, metà dei quali fuori uso, un ricovero per mobili che si tarlano in attesa di restauro e per imballaggi e materiali di scarto che “potrebbero sempre tornare utili”, un laboratorio per riparazioni, verniciature, bricolage, fantasiosi assemblaggi. Le pareti sono occupate da scaffalature e da armadi di varia natura, che nelle intenzioni avrebbero dovuto consentire la reperibilità al primo colpo di ciò che vai a cercare, ma nella realtà si sono andati stipando col tempo in maniera tutt’altro che sistematica. Così oggi mi capita quasi sempre di sapere che un dato oggetto ce l’ho, ma non avere la minima idea di dove cercarlo. Purtroppo è quel che comincia a capitarmi anche coi libri, malgrado per questi un certo ordine di collocazione l’abbia mantenuto.

C’è anche un altro settore nel quale inizio a perdere colpi. È quello della manutenzione della memoria. A volte gli amici si meravigliano del fatto che ricordi nomi e situazioni lontani nel tempo, che mi sovvenga di cose che ho vissuto o che ho letto o che ho visto al cinema sessant’anni fa; e aggiungo che mi meraviglio anch’io, soprattutto quando si tratta di roba di poca o nessuna rilevanza (il nome di un autore, di un personaggio, di un attore, il titolo di un film). Questo nel momento stesso in cui ad esempio non rammento il titolo del libro che sto leggendo, o mi accorgo che le pagine lette non mi si stampano affatto in testa.

Sto divagando, ma mica poi troppo. Il tema voleva essere quello dell’ordine, sul quale peraltro ho già scritto, anche recentemente (vedi Essere …). Solo che vorrei trattarlo da un altro punto di vista.

L’ordine di un magazzino, di un’officina, di un laboratorio, così come quello di una biblioteca, o volendo anche di un cervello, dovrebbe essere finalizzato a semplificare l’attività cui in quel luogo o con quello strumento ci si dedica. Non sempre però lo scopo è quello. Spesso l’ordine è fine a stesso, oppure ha una funzione di rappresentanza. In genere comunque è specchio della personalità dell’ordinante. Ne Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta Robert Pirsig identifica due tipologie di officina meccanica, quella “classica” e quella “romantica”.

Nella prima tutti gli strumenti sono ordinatamente disposti in sedi apposite, nella seconda sono buttati a casaccio sul carrello o sul piano di lavoro. Ma non per questo, secondo Pirsig, chi li usa ha maggiore difficoltà a rintracciarli: semplicemente ricorda a memoria dove avrebbe potuto riporli, e li trova subito. A queste due tipologie di meccanici corrispondono anche due diverse tipologie di motociclisti: quelli che apprezzano il vento in faccia e il senso di libertà che la motocicletta ti dona, e non si preoccupano e non hanno conoscenza degli aspetti tecnici; e quelli che invece auscultano le pulsazioni del motore, e godono della sua efficienza, per cui ad esempio hanno cura di regolare la mandata dell’aria quando devono affrontare dislivelli altimetrici importanti. Tutto questo, anche se sembrerebbe entrarci per nulla, è al contrario significativo di atteggiamenti diversi nei confronti della vita: il primo meno responsabile, più “anarchico”, e tutto sommato più egoistico, il secondo più apprensivo e responsabile. Poi c’è il mio, diviso tra la voglia di riordinare il mondo intero e una rassegnata pulsione a lasciare che il mondo si ordini da solo. Per cui passo la vita a riassestare la mia mente, per cercare di conciliare le due spinte opposte e capire quale è innata e quale acquisita.

Qui volevo arrivare. Nel pezzo postato mesi fa sul mettere ordine e sul mio atteggiamento quasi maniacale in proposito, non avevo indagato da dove questo atteggiamento discenda: o forse ho dato l’impressione di considerarla tutta una questione di carattere innato. Beh, non è proprio così. Certamente nella disposizione o meno all’ordine c’è una componente biologica, ma credo che a determinarla siano anche le condizioni ambientali in cui uno cresce. Il che è abbastanza ovvio, c’entrano sia la genetica che l’epigenetica: ma in genere il peso di questi fattori viene equivocato, e chiamato in causa a seconda dei casi per giustificare un comportamento o per stigmatizzarlo. Credo che la questione sia un po’ più complessa.

Intanto so bene che noi umani costituiamo un’anomalia nell’ordine “naturale” delle cose, e che siamo un’anomalia a termine: se credessi in un disegno superiore direi che siamo un esperimento della natura destinato a finir male. Ma so anche che ci siamo, e che per il momento l’esperimento sembra aver avuto successo, vista la velocità con la quale ci moltiplichiamo e abbiamo colonizzato ogni parte della terra. Un successo senza dubbio “quantitativo”, mentre sulla qualità si può ovviamente discutere. Penso dunque che dei due aspetti occorra prendere atto in maniera diversa, convivere con l’esperimento senza darci troppa cura del progetto. Cosa che oggi, a dispetto di quanto può sembrare, non facciamo affatto (ma su questo tornerò dopo).

Veniamo invece all’origine dei diversi atteggiamenti.

In casa mia ho vissuto, per tutto il periodo dell’infanzia e della prima adolescenza, una povertà dignitosa, ma sempre sul filo del rasoio: voglio dire che ogni minima sbandata poteva significare cadere nella miseria. (e qui sarebbe da riflettere su quanto sia cambiato in settant’anni il concetto di povertà, quando ci viene raccontato quotidianamente che sei milioni di italiani, la metà dei quali bambini, vivono sotto la soglia di povertà, ma il novanta per cento, bambini compresi, dispone di un cellulare molto più recente e performante del mio). Questa condizione tuttavia non mi pesava più di tanto. Ne sono diventato consapevole solo a posteriori, quando ho potuto accedere a uno stile di vita meno precario. Allora costituiva la normalità, e quando la rievoco non me ne compiango affatto, ne ho addirittura nostalgia.

Comunque. In quello scenario la possibilità del disordine non era nemmeno concepita: si tirava avanti con lo stretto necessario, non potevamo permetterci di perdere, di trascurare, di sciupare qualcosa. Nessun alimento aveva il tempo di scadere, ogni capo d’abbigliamento aveva una doppia o tripla vita, e anziché nel raccoglitore della Caritas finiva in pezze da rammendo o in stracci per la pulizia. Il raccoglitore d’altra parte non esisteva, e la Caritas credo nemmeno. L’attenzione non c’era alcun bisogno di inculcarmela: avevo davanti agli occhi i comportamenti dei miei genitori, e mi sembrava perfettamente naturale viverla. Anche quando mi confrontavo con situazioni diverse (quasi mai all’interno della nostra piccola comunità: piuttosto coi villeggianti estivi prima, poi con i compagni delle scuole secondarie: con quelli insomma che potevano permettersi di comprare i fumetti e i libri, di mangiare un gelato o bere una gazzosa) me ne facevo una ragione: tirando dritto avremmo forse potuto un giorno permettercelo anche noi.

In effetti col tempo anche la situazione nostra è cambiata, siamo usciti dall’economia di sopravvivenza: ma il mio atteggiamento nei confronti delle cose, e del mondo, è rimasto. Non ho certo atteso le mode mainstream e i guru televisivi dell’ecologia per praticare il riciclo. Ma soprattutto, non ho mai accettato l’idea che il mondo possa essere cambiato col disordine. Anzi, con gli anni e con l’approdo ad una razionalità più matura il legame tra vita ordinata e vita dignitosa nella mia mente si è rafforzato. Questo non significa che abbia poi sempre vissuto un’esistenza tranquilla e ordinata, per alcuni versi è stata disordinatissima: ma il concetto e l’aspirazione di fondo sono rimasti sempre quelli.

Mi chiedo allora: se fossi cresciuto in un’altra famiglia, in un ambiente diverso, sarei stato altrettanto fermo nei miei convincimenti, avrei scoperto comunque il mio imperativo categorico? Malgrado quanto ho detto sinora, tendo a credere di sì: sono in fondo un determinista, quasi un lombrosiano. E mi spiego soprattutto in termini di determinazione genetica la mia intolleranza o quanto meno il mio atteggiamento negativo nei confronti dello spontaneismo e del movimentismo, quando con questi termini si intendano azioni distruttive fini a se stesse, non mirate alla creazione di un ordine nuovo. O quando questo fine diventa solo un pretesto per scaricare frustrazioni, risentimenti, invidie, per cambiare non l’assetto di una società, ma la propria posizione all’interno di quell’assetto.

E tuttavia, ripeto, non sono così sicuro. Porto un esempio. Durante la prima occupazione dell’Università di Genova (nel dicembre ‘67) mi scontrai piuttosto bruscamente con alcuni “compagni” che, da brave “guardie rosse” nostrane, stavano devastando la biblioteca dell’istituto di storia moderna (a loro parere sentina della famigerata “cultura borghese”). Alla fine li costrinsi a rimettere ordinatamente i libri sugli scaffali dai quali erano stati strappati (ero molto “determinato”, anche in questo senso. E, per inciso: fu lì che capii che la mia lotta non era la loro, e che se dai “nemici” dovevo guardarmi io, dovevo farlo poi tanto più nei confronti di quelli che teoricamente avrebbero dovuto essermi amici). Ora, questa può sembrare una situazione estrema, significativa in fondo solo di una particolare contingenza e della mia ipersensibilità di bibliomane: in realtà ha continuato a ripetersi, complice anche una classe intellettuale che i libri li scrive e non ha ritegno a promuoverli in televisione o nei festival come un tempo solo i mobili di Aiazzone, ma “decostruisce” la tradizione culturale da cui discendono e asseconda ruffianamente la bovina ignoranza del proprio pubblico. Continuo a ripetermi, ma ritengo che l’atteggiamento degli odierni “maîtres à penser”, per fortuna effimeri, nei confronti della cultura “borghese” occidentale non sia mai sufficientemente smascherato.

Ebbene, ricordo chiaramente di aver pensato in quell’occasione: “Se li vedesse mia madre – che non avendo mai potuto permettersi di acquistarne uno, ma amando sinceramente la lettura, considerava i libri oggetti sacri – tirerebbe loro il collo come alle galline”. Ho agito io, ma dietro di me c’era un preciso ambiente che si indignava.

Il mio è dunque un atteggiamento complesso, quasi contradditorio. Perché può sembrare che per come lo concepisco io l’ordine comporti in fondo una rinuncia alla libertà. Ma non è affatto così. L’idea di fondo è invece che il massimo possibile di ordine sia la migliore garanzia per il massimo possibile di libertà. La mia libertà di spostarmi da un luogo ad un altro non può essere confusa con la libertà incondizionata di muovermi alla velocità e nella direzione e lungo la traiettoria che più mi aggrada. Questo può valere all’interno di uno spazio disabitato, non certo in un mondo sovraffollato e comunque condiviso con milioni o miliardi di altre persone. Ordine in questo caso significa un minimo comune accordo di reciprocità per cui la mia velocità e la mia traiettoria non interferiscono, non intralciano, non configgono con quelle di altri. È una limitazione, non una privazione di libertà.

Quel che mi si obietta a questo punto è che una società perfettamente ordinata è una società utopica, e come tale immobile, posta fuori dal tempo. Infatti: nessuno ha però parlato di società perfettamente in ordine, primo perché non esiste, non è mai esistita e non esisterà mai, poi perché ogni progresso, ogni cambiamento, non sono una rivolta contro l’ordine, ma evidentemente contro qualcosa che non funziona, quindi che crea disordine. Ogni avanzamento è un ripristino dell’ordine ad un livello più alto.

Ecco: io penso che oggi più che mai dovremmo avere chiaro in mente questo concetto. E invece dalla sinistra, dove mi ostino a collocarmi, ultimamente sentendomi sempre più disagio, l’ordine è visto come un attacco reazionario alle libertà: per cui, ad esempio, le forze dell’ordine, quando cercano di impedire il saccheggio dei supermercati o la distruzione dei beni pubblici come la segnaletica e i contenitori di rifiuti, diventano automaticamente forze del male. E il malinteso è avvallato quando non si prendono le distanze dalle bande di sciagurati che scandendo bovinamente slogan e ammantati di bandiere sempre diverse cercano di mettere il mondo a soqquadro.

Tutta questa tirata non voleva essere altro che una premessa per arrivare a parlare dell’oggi, per enunciare i miei prolegomeni ad ogni futuro scambio di vedute. Spero che un’operazione onesta di pulizia concettuale possa rimuovere qualcuno degli ingombri che rendono faticoso il cammino verso un minimo di “verità” condivisa.

Nelle quotidiane discussioni con gli amici mi trovo sempre a recitare la parte di chi pretende una conoscenza e un’interpretazione “ordinata” della materia di cui si dibatte, e non sopporta le argomentazioni passionali, fondate sulla simpatia e sull’emotività. Questo vale particolarmente per la storia: pur nella consapevolezza che non potremo mai conoscere tutti i fatti, e che quelli che conosciamo ci giungono filtrati da sguardi immancabilmente partigiani, sono convinto si possa arrivare, sia pure con molta approssimazione, a delineare un qualche ordine. Nella mia interpretazione l’ordine non sottende una finalità superiore, uno scopo ultimo: è solo un’ordinata sequenza. Che di per sé parrà non dire molto, ma è a mio parere la condizione necessaria per affrontare qualsiasi argomento. Partendo da ciò che è più attendibilmente documentabile si può infatti procedere a individuare e dipanare il filo. Non dico che si possa pervenire ad una “verità storica”, ma con un po’ di buona volontà, attraverso il confronto e la verifica di tutte le fonti possibili, si può comunque accedere ad un denominatore di lettura comune. E in questo processo non devono avere spazio la passionalità e la simpatia.

È chiaro che quando della storia di cui si è diretti testimoni, o addirittura attori non protagonisti, e di cui si discute (oggi ad esempio della questione ucraina o di quella palestinese) abbiamo una informazione immediata, e soprattutto una rappresentazione anche visiva, l’impatto emotivo è forte, e riesce difficile non assumere atteggiamenti pregiudiziali. Ma anche in questi casi, se ci si sforza un poco si è in grado di capire da dove arrivano le informazioni, e come sono gestite e manipolate, e perché.

Per spiegarmi meglio vado a ripescare nel passato due casi che permettono di esemplificare sia il modo in cui è prodotta, intenzionalmente o a volte magari per semplice omissione, la disinformazione storica, sia il perché mi sembri così importante “fare ordine” nella ricostruzione storica, a partire da quelli che possono sembrare “dettagli” puramente quantitativi.

Il primo riguarda la vicenda della resistenza opposta dai militari italiani all’ordine di resa impartito loro dai tedeschi, sull’isola di Cefalonia, dopo l’armistizio dell’8 settembre. Fino a un paio di decenni fa il numero degli uccisi in combattimento o fucilati dopo la resa era quantificato, sulla base delle frettolose e svogliate inchieste avviate nell’immediato dopoguerra dalla magistratura militare, in circa diecimila, comprensivi di oltre un migliaio di prigionieri annegati per l’affondamento (da parte degli alleati) delle navi che li stavano trasbordando verso l’Italia.

Solo agli inizi del nuovo millennio, a seguito di polemiche che si trascinavano da mezzo secolo, le inchieste sono state riaperte e diversi storici, sia italiani che tedeschi, hanno ricostruito attraverso una documentazione più solida e più ampia tanto i fatti quanto le motivazioni che li determinarono, ridimensionando tra l’altro il numero dei caduti e dei fucilati. Attualmente, a detta di uno studioso serio come Gianni Oliva, “le cifre su Cefalonia sono verosimilmente comprese fra un minimo di 3 500 e un massimo di 5 000”.

Quel che suona incredibile è che per arrivare a queste conclusioni, tutt’altro che precise e definitive, siano occorsi ottant’anni. E più incredibile ancora è che di fronte all’ammissione degli storici che per primi avevano affrontato l’argomento (è il caso di Giorgio Rochat) di essersi fidati di testimonianze poco attendibili, ci sia chi contesta gli ultimi dati in nome di una “sacralità” del sacrificio resistenziale dei nostri militari. Come se rivedere al ribasso le dimensioni dell’eccidio ne sminuisse la tragicità.

Una vicenda molto simile riguarda la narrazione della repressione del brigantaggio nell’Italia postunitaria, e nella fattispecie quella delle “stragi” di Pontelandolfo e Casalduni. Per un secolo e mezzo si è fantasticato di una carneficina con centinaia di vittime, compiuta dall’esercito piemontese per vendicare l’agguato in cui erano stati uccisi quarantacinque bersaglieri. Questa versione era stata fatta propria ad un certo punto da Gramsci e dalla storiografia marxista, nel quadro di uno schema interpretativo decisamente antirisorgimentale (Gramsci scriveva nel 1920: “Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti”).

Qui la comprensione della storia c’entrava poco: si trattava di creare una coscienza di classe fondata sulla divisione netta in buoni e cattivi, in oppressi e oppressori. E bene o male, sia pure immersa nell’oblio rapido che caratterizza tutta la nostra storia più recente, è rimasta quella la versione corrente della vicenda.

La cito perché ultimamente è stata ripescata e amplificata da un gruppo di intellettuali meridionali (i sedicenti neoborbonici, che predicano nostalgie pre-unitarie) che hanno fatto a gara nello sparare cifre esorbitanti (tra i seicento e i novecento trucidati) oltre che nel dare versioni romanzate dei fatti.

Fortunatamente altri storici, anch’essi meridionali, hanno opposto a questo delirio un lavoro di ricerca minuzioso e obiettivo, col risultato che i morti verificati a Pontelandolfo risultano essere tredici, e a Casalduni nessuno (non lo dico io, lo ha confermato il sindaco del paese vittima della repressione, in occasione del centocinquantesimo anniversario dei fatti)

Ora, la questione qui non è quella del ridimensionamento dei numeri: sotto un profilo morale, importa poco che i trucidati fossero diecimila o tremila, seicento o tredici. Fossero stati anche solo trenta a Cefalonia e cinque a Pontelandolfo l’orrore di quanto accaduto non sarebbe minimamente sminuito. Ad essere sminuita invece è la credibilità dei narratori, per cui riesce difficile poi dare credito a qualsiasi altro aspetto della loro versione, e soprattutto alla loro buona fede. Un confronto su questi temi diventa impossibile, fino a quando non si sono accertati con una certa verosimiglianza i dati di fondo, quelli materiali: numero dei morti, effetto delle distruzioni, proporzione delle forze in campo, ecc … Perché questi non sono dati freddi, ma cifre che anche attraverso le loro entità suggeriscono poi le cause, le motivazioni; e soprattutto perché tradiscono abbastanza l’apertamente l’uso che se ne vuol fare.

L’ordine che io esigo si chiama in questo caso chiarezza delle posizioni e correttezza e concretezza delle argomentazioni. Devo sapere che sto parlando con persone che cercano di fare il mio stesso percorso, che vogliono conoscere, e non essere confermate in ciò che già credono di sapere, che non hanno già scelto pregiudizialmente le fonti su cui fare affidamento, ma cercano di orientarsi tra tutte quelle che si ritrovano a disposizione. Esigo interlocutori che non dicano le mie stesse cose, ma parlino la mia stessa lingua. Come posso prendere sul serio, ad esempio, gente che non ha il minimo dubbio sui numeri delle vittime della guerra di Gaza, forniti tutti solo dalla fonte palestinese, mentre quel dubbio lo ha coltivato e continua a coltivarlo sulla possibilità che siano state le stesse autorità statunitensi ad orchestrare l’attacco alle torri gemelle, o quelle israeliane a guidare il raid sanguinario del 7 ottobre? Quando basterebbe ad esempio prendersi la briga di conoscerli, quei numeri, per accorgersi che le due uniche versioni esistenti, quella del Ministero della Salute e quella dell’Ufficio governativo per i media, presentano discrepanze enormi ma cifre finali sorprendentemente uguali (Per chi non abbia il tempo di andarsele a cercare: al giugno 2025 i morti maschi erano per il Ministero della Salute 24.618, le donne 9.790 e i bambini 15.613; per Ufficio per i media ( in pratica, il Ministero per la propaganda) sono invece rispettivamente 19.702, 12.365 e 19.954. Un quarto di maschi in meno, un quarto delle donne e 2.341 bambini in più. Per arrivare nel totale ad una cifra identica: 50.021).

Non è una questione di pignoleria maliziosa. Cosa mi cambiano quei numeri in termini di orrore, di sdegno, delle responsabilità di Netanyahu per la strage, e del popolo che lo ha eletto, e dell’esercito che se ne fa strumento? Niente, naturalmente: stiamo parlando di esseri umani, di decine di migliaia di vite stroncate, e comunque non c’è un limite al di sotto del quale la colpa sia veniale. Ma in termini di credibilità mi cambia, eccome. Comincio col pensare che le cifre siano state manipolate per puntare sull’effetto “innocenza”, sulla sensibilità particolare alla violenza praticata sui più deboli. E posso anche capire il motivo: la propaganda, soprattutto oggi, con le potenzialità offerte da una rete informativa che copre in tempo reale tutto il mondo, vale come arma di guerra quanto i missili e i carri armati.

Ma a questo punto è logico che qualche dubbio possa averlo anche sulla veridicità oggettiva dei numeri, buttati sul piatto per alzare la posta finale, e quindi su una qualche volontà di arrivare ad una soluzione che non contempli il vendicare quei morti facendo sparire completamente Israele. (Questi ultimi dubbi non dovrei nemmeno coltivarli, perché le intenzioni sono state chiaramente espresse in qualsiasi documento delle organizzazioni politiche palestinesi già da ben prima della nascita di Israele stessa).

Sono perplesso riguardo la possibilità di un confronto serio quando vedo che lo sdegno che dovremmo condividere ed esprimere per ogni massacro sembra risvegliarsi solo di fronte ad unica situazione. Non ricordo manifestazioni di piazza contro il massacro dei tibetani da parte dei cinesi (un milione di morti): quelli più informati lo hanno giustificato con la necessità di abbattere un regime sermi-feudale. O contro la pulizia etnica che si sta effettuando in Sudan, che dura da oltre mezzo secolo e che ha provocato oltre mezzo milione di vittime e cinque milioni di profughi; o contro quello che è accaduto in Cecenia, che ancora accade in Nigeria, in Birmania, in Medio oriente, lo sterminio degli Yazidi e dei Curdi, e potrei continuare per un’ora. Non si tratta di uscirne con la scappatoia del famigerato “benaltrismo”, ma al contrario di mantenere nei confronti dell’umanità intera lo stesso calore, di esprimere la stessa solidarietà. Invece la giustificazione dietro la quale si trincera questa freddezza è che certe vicende ci toccano meno, che rimaniamo indifferenti perché si tratta di situazioni lontane. E sarebbe già grave così, ma la verità è che i motivi sono molto più meschini.

Possiamo riscontrarlo anche nella vicenda ucraina. Ogni volta che si cerca di partire dall’unico dato di fatto inoppugnabile, e cioè che esistono un aggressore e un aggredito, scatta il meccanismo pavloviano delle obiezioni: le provocazioni della Nato, il presunto nazismo degli ucraini, la corruzione dilagante nel paese, ecc. Un meccanismo che applicato alla seconda guerra mondiale vedrebbe nei polacchi, rei di avere rioccupato nel precedente dopoguerra le terre che erano state loro sottratte un secolo prima con due successive spartizioni, i veri responsabili dello scoppio del conflitto e dell’aggressione nazista. Che l’Ucraina sia un paese corrotto (ma ne esiste uno che non lo sia?), che abbia fornito quattro divisioni alle SS durante l’ultimo conflitto (ma forse in questo c’entrano un po’ l’Holodomor, il grande terrore del ‘37/’38 e il genocidio dei Tartari di Crimea del ‘44), tutto questo lo so anch’io: ma mi trovo a discutere con gente che i precedenti non li conosce o non vuole prenderli in considerazione, e accusa l’Occidente di fare propaganda attraverso la falsificazione della storia, mentre dà credito all’offensiva di disinformazione intrapresa dalla Russia putiniana, senz’altro più subdola, più agguerrita e senza dubbio meno contrastata e denunciata dall’interno.

Ora, quando esponi le tue perplessità, i tuoi dubbi, le tue contrarietà, ti viene immediatamente ribattuto che dall’altra parte, diciamo da una generica “destra”, che ormai non ha più una connotazione politica e men che mai ideologica, ma comprende un’ampia maggioranza trasversale ai partiti, ai credi e alle classi, la manipolazione della storia e l’uso propagandistico della sua falsificazione sono da sempre lo strumento principe per la conquista o la conservazione del potere. E fin qui ci arrivo anch’io. Ma questo implica che ci si debba adeguare, prendendo per vero tutto ciò che arriva dalla nostra (quale?) parte e dubitando a prescindere di tutto ciò che arriva dagli “altri”? Al contrario: il fatto è che non dobbiamo competere coi nostri antagonisti su un terreno che loro hanno scelto, dove peraltro non toccheremmo palla, ma soprattutto l’adeguarsi a certe modalità rappresenterebbe una sconfitta in partenza. La vera vittoria sta semmai nel non porsi sullo stesso piano, nel tenere un atteggiamento che ci distingua. Che non significa “fare gli strani” o percepirsi élite, ma esigere da noi stessi innanzitutto, e poi dagli altri, una conoscenza conseguita col sudore dei nostri neuroni e un’onestà intellettuale che vale ben più dell’oro, anche se oggi è molto meno quotata.

Questi atteggiamenti li ritrovo però in merito a un sacco di altri temi, da quello del cambiamento climatico a quello dei vaccini, sino a quelli solo apparentemente meno urgenti dell’analfabetismo globale di ritorno o della interpretazione distorta dei diritti: ed è difficile di fronte a certi arroccamenti fondamentalisti evitare la resa, o non cadere a propria volta nella partigianeria. Ciò che mi riporta alla sensazione che avevo espresso all’inizio di questo scritto.

Insomma. Non presumo di avere in mano argomenti validi per suffragare ogni mia convinzione (perché immagino sia chiaro che le mie posizioni le ho – e anche i miei pregiudizi: ma almeno li riconosco e li dichiaro subito, e in questo modo li ripongo in un cassetto); vorrei solo poterne discutere con lucidità, con la massima obiettività possibile e senza condizionamenti emotivi: e magari rivederle, o addirittura, se mi si convince del contrario, prenderne le distanze. Non mi capita spesso, purtroppo. E il rischio è di arrivare a chiedersi se davvero ne vale ancora la pena, se le quattro ore che ho impiegato a scrivere questo pezzo o i dieci minuti che occorrono per leggerlo non siano buttati. Ma per rispondermi subito dopo che è la mia natura “ordinatrice” a impormelo, e che persino mia madre, per una volta, sarebbe d’accordo.

Allora ho deciso. Visto che il mio laboratorio mentale è ancora sottosopra, tornerò a riordinarlo. Nel frattempo però non ci voglio intrusi poco rispettosi. Per entrare, da domani, si bussa, si lasciano fuori le calzature pregiudiziali e si usano le pattine.

Ultimo canto di Natale

di Paolo Repetto, 18 dicembre 2021

Una precisazione. Mi sembra quasi ridicolo premettere questa “avvertenza”, e probabilmente farei meglio a passare oltre senza farmi troppi scrupoli. Ma siamo ormai talmente e perennemente assediati dalla stupidità che diventa automatico cercare di prenderne le distanze, anche quando si ha il sospetto di fare in questo modo il suo gioco. Per questo tengo a precisare che le pagine che seguono nulla hanno a che vedere con l’alzata di scudi e le proteste contro le raccomandazioni della commissione UE sugli auguri natalizi. Quelle linee guida erano solo stupide, l’indignazione che ne è seguita era molto peggio, era totalmente ipocrita.

Mezzo secolo fa, proprio in questo giorno, la metà precisa di dicembre, prendeva il via nella parrocchiale di Lerma l’ultima grande Novena di Natale. L’ultima almeno che io ricordi, e comunque l’ultima di un’era. Dopo non è più stata la stessa cosa.

La Novena era uno degli eventi più attesi dell’anno, e non solo di quelli liturgici. Che fossi credente o meno, non la potevi perdere, un po’ come la processione dei giudei il giovedì santo. C’era il rischio di sentirti poi raccontare: sai cos’è successo? e friggere per non essere stato presente.

Ultimo canto di Natale 02Si trattava di una liturgia di approssimazione al Natale e durava appunto nove giorni, dal sedici dicembre alla vigilia: giorni nei quali si ripeteva puntuale al cessare dei rintocchi dell’Ave Maria, quindi mezz’ora dopo il tramonto. Tecnicamente non era che un’edizione speciale del rosario (mi sembra di ricordare si parlasse di “misteri gaudiosi”), che tuttavia, già solo per la crescente atmosfera di attesa – in fondo era un conto alla rovescia –, sembrava meno noiosa di quella normale: ma la celebrazione era poi resa spettacolare dal corollario dei canti natalizi e delle salmodie, e dalla scenografia. Una delle cappelle del transetto era occupata da un grande presepe, popolato di vecchie statuine che sembravano uscite dalla notte dei tempi e di casette tutte sbrecciate, e proprio per questo ancor più cariche di fascino: inoltre tutti e tre gli altari erano addobbati e la chiesa veniva illuminata quasi a giorno con un rinforzo di luci volanti. Per l’occasione don Bobbio non lesinava sulle spese, anche perché si rifaceva abbondantemente con una pioggia di elemosine. Lerma contava all’epoca, almeno fino a metà degli anni sessanta, più di mille abitanti, e alla Novena, complice anche la forzata sospensione dei lavori agricoli, partecipavano quasi tutti (nel coro, dietro l’altare, sedevano anche i vecchi socialisti come mio zio Micotto, col suo tabarro nero, e appoggiato al muro, subito fuori di uno degli ingressi secondari, vidi una volta persino Modesto, il mio dirimpettaio anarchico). Era un momento di eccezionale socialità, consentiva di rincontrarsi a persone che arrivavano dalle frazioni e magari non si vedevano da mesi. L’illuminazione inconsueta dava poi all’evento anche un carattere “mondano”, con le signore che si presentavano in spolvero invernale (quelle che potevano permettersi uno straccio di cappotto, ma si vedeva persino qualche pelliccia) e con gli sguardi comparativi che viaggiavano come raggi laser e si incrociavano da una parte all’altra della navata.

In realtà fino alla tarda infanzia ho patito un po’ tutta la faccenda: la cerimonia durava più a lungo del solito, in chiesa malgrado l’affollamento faceva freddo e l’orario della funzione coincideva con quello della tivù dei ragazzi, visibile solo nel circolo parrocchiale. Rinunciarvi per nove giorni significava perdere almeno due puntate di Rin Tin Tin o dei Lancieri del Bengala. Nella prima adolescenza ho invece cominciato ad apprezzare l’atmosfera di quelle serate, tanto che anche dopo la guerra di religione ingaggiata con mia madre non ne perdevo una. In questa assiduità la religione non c’entrava affatto, ma ormai potevo sedere nell’anticoro, e di lì le ragazze dei primi banchi, infagottate nei panni invernali, sembravano tutte carinissime, erano una gioia per gli occhi.

Ultimo canto di Natale 03Lo erano anche, per le orecchie, i canti che partivano alle nostre spalle e i responsoriali che ci arrivavano da oltre la balaustra. Il fascino della novena era legato tutto a questi momenti corali. Per indisciplinati che fossero i coristi e le coriste lermesi (mia madre, che ambiva a voce guida, si lamentava immancabilmente delle sue concorrenti che tutte le sante sere partivano in anticipo, rovinandole l’effetto d’ingresso), i cantici natalizi che salivano assieme al fiato verso la volta a botte mi affascinavano: da quella scarsa disciplina addirittura ci guadagnavano, perché riuscivano genuini e spontanei (o forse li ha resi tali nel ricordo il confronto con la loro successiva degradazione a jingle pubblicitari).

Il culmine però lo si raggiungeva con i salmi. Erano cantati in latino, come del resto in latino era ancora recitato tutto il rosario, e la liturgia natalizia ne contemplava un paio che costituivano il cavallo di battaglia del corista principe, Pedru, leader indiscusso della confraternita del Suffragio. Uno di questi salmi iniziava con un “Omnes”, e quella O iniziale era diventata leggendaria. Pedru la conduceva, la modulava, l’alzava e l’abbassava in un continuo da lasciarti in apnea. Una volta, quando già era molto anziano, a sua insaputa lo cronometrammo: resse la O, senza prendere fiato, per oltre quaranta secondi, ed entrò di prepotenza nel nostro specialissimo guinness.

Poi arrivarono il sessantotto, la contestazione, la dissacrazione, lo sradicamento: le ragazze le guardavo nelle assemblee universitarie, la musica l’ascoltavo altrove. Ma certe sensazioni non si dimenticano, e la nostalgia della novena è rimasta per me strettamente connessa proprio a quell’edizione fuori tempo massimo di cui parlavo all’inizio, a Pedru e alla vicenda che vado a raccontare.

Ultimo canto di Natale 04È andata così. Ormai più che ventenne, rientrando da Genova, dove lavoravo e ogni tanto studiavo anche, vengo informato da mio padre che Pedru è in crisi nera. Il priore della confraternita era, come molti altri, un frequentatore assiduo del nostro negozio di ciabattino, segnatamente nei mesi invernali, e mio padre era un po’ il confidente di mezzo paese. Le prime sere della novena sono andate quasi deserte, persino nel coro un sacco di seggi sono rimasti vuoti. Non solo: il nuovo parroco gli ha anche imposto di dare un taglio ai salmi e di cantare solo quelli tradotti in italiano, liquidando quindi l’Omnes. Ho la conferma da mia madre: anche lei è avvilita, pur se rassegnata all’obbedienza (l’unica volta che io ricordi). Ci rimango male. Ho chiuso da un pezzo con la chiesa, e poi anche con la militanza gruppettara, ma sono sempre in cerca di buone cause per le quali battermi. Ne parlo con gli amici, che dapprima la mettono in ridere, poi, quando capiscono che faccio sul serio, si lasciano convincere: parteciperemo in gruppo alla novena, riempiremo i vuoti del coro e daremo una mano a Pedru a far nascere Gesù anche quest’anno. Ma non basta, mi spingo oltre: vado a patteggiare col parroco la nostra presenza contro la concessione di cantare anche in latino, almeno per le ultime serate, i due salmi.

E qui comincia una storia che sembra presa da un film della Disney, e invece è la pura realtà. La voce si diffonde (mia madre in queste cose era meglio di Goebbels), noi prendiamo possesso del coro, e facendo sul serio cominciamo davvero a divertirci: quindi entrano in gioco anche le ragazze, poi i tradizionalisti, poi i curiosi. Insomma, è un crescendo che nelle ultime due funzioni di antivigilia diventa un pienone. La sera della vigilia, poi, l’apoteosi. Chiesa stracolma, coro al completo con gente in piedi sin dentro la sacrestia. Il prete mena in lungo la funzione – gli piace avere la chiesa piena, molto meno il motivo per cui è tale –, ma stasera “Tu scendi dalle stelle” e “Nell’orrido rigor” sembrano eseguiti dai coristi della Scala: si sente che le ragazze sono state messe in riga da una mano ferma, verrebbe voglia di chiedere il bis. Poi, quando il rito “ufficiale” si è concluso, arriva il grande momento. Pedru intona l’Omnes, regge l’O a malapena per mezzo minuto, ma come va a calare lo riprendiamo noi, che entriamo in controcanto e lo allunghiamo per un altro mezzo. Non dico che sia venuto fuori il coro del Nabucco, ma i tre o quattro tra noi passabilmente intonati (non certo io, che sono stonato come una campana) fanno bene la loro parte, hanno avuto modo di mettersi a registro. La risposta che arriva poi dalla navata, guidata dalle ragazze, è perfetta.

Io sono vicino a Pedru, e vedo le lacrime spuntargli dall’occhio – al singolare, perché bisogna sapere che Pedru aveva un solo occhio (era famosa la sua risposta ad un motteggiatore che gli aveva chiesto come ci vedesse: meglio di te, aveva risposto Pedru, perché ti vedo due occhi, mentre tu me ne vedi solo uno); soprattutto però aveva un cuore di pietra, avrebbe potuto benissimo essere il direttore di un orfanotrofio in un libro di Dickens, o addirittura interpretare la parte di Fagin, tanto quell’unico occhio riusciva a esprimere una cattiveria sorda e minacciosa. Vederlo ora umido mi sbalordisce. Dò di gomito al vicino, se n’è accorto anche lui. Guardo gli altri e ci congratuliamo silenziosamente: sappiamo di aver fatto per una volta la cosa giusta. Lo sanno anche altrove, a quanto pare, perché all’uscita dalla chiesa troviamo la piazza imbiancata da dieci centimetri di neve, un’immagine e un clima da favola. Liberi di sorridere, ma è andata esattamente così.

Pedru morì esattamente una settimana dopo, lontano da Lerma. Non è nemmeno sepolto nel cimitero al quale per decenni aveva accompagnato i suoi compaesani (passando poi a estorcere l’obolo per la confraternita). La novena si è spenta con lui: come diceva mia madre, negli anni successivi sembrava diventata un rosario dei morti.

Ultimo canto di Natale 05

***

Del Natale, e dell’attesa che lo precedeva, ho un sacco di altri bellissimi ricordi.

Mia sorella nacque proprio una sera di vigilia, ma il bel ricordo non è tanto questo quanto quello del ritrovamento dei regali, che sapevamo essere arrivati ma che in un primo momento, in mezzo alla confusione della natività domestica, erano spariti. Li ritrovammo poi a casa della zia presso la quale eravamo provvisoriamente ospitati. Il mio era “Kim”, e della sorella mi ricordai solo un paio di giorni dopo.

Ci sono poi i ricordi legati al presepe. Di solito anticipavamo parecchio i tempi, una volta lo realizzammo alla fine di novembre. Il fondo doveva essere coperto di muschio vero e freschissimo, e allora partiva la caccia nei boschi dietro casa, in riserve che avevamo identificato e che dovevano rimanere segrete anche agli amici. Occupava per intero la tavola di cucina della casa vecchia, con tendenza a debordare, e oltre ai cammelli dei re magi e alle pecore dei pastori ospitava anche i cavalli dei soldatini di gesso, e per un certo periodo persino gli indiani e i sudisti. In una occasione mancò poco che andasse tutto a fuoco, perché in nostra assenza una candela accesa sorretta da un angelo era caduta sulla capanna, aveva incendiato il tetto di paglia e stava già liquefacendo i suoi ospiti, bue e asino compresi. Ho in mente nitidissimo il momento in cui, appena entrati in cortile, scorgemmo il riverbero delle fiamme che arrivava dalla finestra in alto, l’unica vivacemente illuminata nel casermone totalmente buio.

Ho rifatto il presepe per qualche anno durante l’infanzia di mio figlio, evitando accuratamente le candele e ogni altra sorta di lucina. Poi mi son reso conto che ero l’unico a tenerci e ho lasciato perdere. Ma da qualche parte conservo ancora tutte le statuine, e anche la capanna semidistrutta.

Ho già raccontato altrove delle vigilie trascorse in attesa del rientro del corriere, quello che portava il nostro vino a Genova e raccoglieva libri e giocattoli vecchi presso i miei parenti. O delle uscite alla ricerca dell’albero, rigorosamente di ginepro, prima con mio fratello e poi con Emiliano piccolissimo, che si trascinava dietro la slitta da carico fin sulla Colma. E anche delle riscoperte del Natale più prossime, in Inghilterra, ad esempio, dove a quanto pare è molto più sentito che da noi. Sono tutte bellissime cartoline appiccicate nel mio album del passato, le uniche immagini a colori in un mondo che ricordo in bianco e nero.

Non voglio dunque farla troppo lunga, e passo invece a spiegare brevemente perché mi ha preso l’uzzolo di raccontare queste cose e perché non volevo fossero semplicemente l’occasione di una patetica nostalgia.

Ultimo canto di Natale 06Il tema ormai ricorre costantemente in ciò che scrivo, e riguarda il mondo che abbiamo perduto. Riguarda cioè la domanda se davvero abbiamo perduto qualcosa di speciale, se la nostra, intendo di quelli della mia età, è una “delusione ottica” dettata dai personali rimpianti, o se la perdita è stata invece oggettiva. La domanda è meno stupida di quanto appare, perché se è vero che da Adamo in avanti ogni generazione ha lamentato i cambiamenti che la mettevano fuori gioco, è altrettanto vero che nessuna prima della nostra ha assistito a trasformazioni tanto rapide e tanto radicali. Neppure le generazioni che si sono trovate a vivere rivoluzioni, riforme religiose, cadute di imperi, hanno mai visto così scombussolate nel profondo le modalità quotidiane dell’esistere e dei rapporti, le dimensioni degli orizzonti, le aspettative, le sicurezze e le paure. Se il nonno di Romolo Augustolo o quello di Robespierre fossero tornati in vita dopo mezzo secolo avrebbero trovato un mondo cambiato, e probabilmente non sarebbero stati d’accordo su quasi nulla: ma sarebbero stati comunque in grado di capirlo, questo nulla, di vederlo nella sua negatività. Mio nonno, tornasse in vita oggi, non saprebbe da che parte girarsi, non potrebbe nemmeno essere in disaccordo perché non saprebbe con chi e per cosa esserlo.

Ora, che questo sia nella natura delle cose (in realtà, solo delle cose umane, quindi forse si dovrebbe parlare non di “natura”, ma di “storia” delle cose) non ci piove. Resta da vedere dove questa storia ci sta portando. E dato che potranno vederlo solo le generazioni venture, e non sono del tutto sicuro che questo sia da considerarsi un privilegio, noi possiamo soltanto chiederci se non sia il caso di offrire almeno la nostra testimonianza per suggerire l’ipotesi di una pausa di riflessione, di un qualche ripensamento che metta in dubbio il “destino” dell’umanità.

Non mi stanco di ripeterlo, non si tratta di ipotizzare un ritorno alla condizione ottocentesca, o allo stato di natura. Queste sono stupidaggini con le quali solo i nostri filosofi post-moderni, nel loro ovattato iperuranio, possono trastullarsi. Nel concreto si tratta di vedere se è possibile fermare o almeno rallentare l’infernale marchingegno tecnologico-finanziario che ci sta stritolando. Di chiarirci le idee su cosa è indispensabile e su cosa no, e di scegliere. E di non scaricarci da ogni responsabilità, lavandocene le mani, con la scusa che ormai è troppo tardi, o trincerandoci dietro la meschina scappatoia che il problema dovranno affrontarlo le generazioni future, ed è giusto siano loro a scegliere. A crearlo, o quanto meno ad aggravarlo, il problema, siamo stati noi, ha concorso più che attivamente la nostra generazione. Cominciamo almeno a prenderne coscienza.

Come c’entra allora il Natale? C’entra come esemplificazione di una forma ormai scomparsa di socialità, dietro la quale stava, al netto di tutte le potenziali ed effettive strumentalizzazioni religiose e politiche, di tutte le ipocrisie, delle diseguaglianze e delle ingiustizie istituzionalizzate, l’idea di una rinascita, di un futuro che ancora poteva riservare sorprese positive. E c’entra come occasione per ripensare se il tipo di formazione culturale, l’impostazione che conduceva a partecipare, credendo o meno nei presupposti religiosi, all’atmosfera di quelle novene, fosse tutta da buttare, o se per certi aspetti, nei limiti delle possibilità e delle realistiche compatibilità, non andrebbe recuperata.

In altre parole: mezzo secolo fa abbiamo provveduto a sgomberare tutto il mobilio e la suppellettile vecchia, comprese le Novene e i loro salmi, per fare piazza pulita e rinnovare l’arredo ideologico, senza renderci conto che stavamo liberando gli spazi per i nuovi allestimenti usa e getta, funzionali al mercato dell’effimero e del consumo rapido. Col risultato che le cose che avevamo buttato andiamo oggi a cercarle in cantina o nei mercatini dell’usato, anche se in genere per riciclarle ad ornamento.

Uguale cura forse dovremmo mettere nel recupero di certi valori, ma non per appenderli alle pareti: per ridare loro una dignità di funzione, sia pure in un contesto diverso. Un esempio, tanto per non parlare sempre in astratto? L’idea che l’esistenza di regole non è in automatico una limitazione della libertà, ne è anzi il presupposto. Andrebbe recuperata seriamente l’idea, nel senso che queste regole bisognerebbe tornare ad applicarle, a cominciare, tanto per scendere sempre più nel concreto, dalla scuola. Questo significa liquidare il buonismo peloso che fa di ogni lazzarone spregiatore del rispetto e della correttezza una vittima, pretendere che gli allievi si comportino da allievi, che i docenti insegnino anziché fare i parcheggiatori o gli assistenti sociali, che i dirigenti non badino al mercato delle iscrizioni ma alla qualità dell’istruzione offerta, che i genitori facciano la loro parte, ma entro le mura di casa.

Ultimo canto di Natale 07Questo, con un po’ di buona volontà, lo si può ancora fare. E in qualche misura dobbiamo farlo noi, che la “possibilità” di una scuola diversa l’abbiamo conosciuta, e che a quella scuola diversa dobbiamo in fondo l’essere qui oggi a parlarne. Ma non lo dobbiamo solo a quella scuola: lo dobbiamo anche a quelle Novene, o almeno, allo spirito col quale le abbiamo frequentate.

Appuntamento dunque, al prossimo anno. E mi raccomando: rieducate l’ugola e preparatevi sui salmi.

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Volersi bene

di Paolo Repetto, 2017

Riporto l’aneddoto come lo raccontava mia madre, che era filologicamente correttissima (a differenza di mio padre, che partiva sempre da fatti veri ma tendeva poi a ricamarci sopra), integrato magari da qualche brandello di memoria infantile.

All’epoca, primi anni cinquanta, frequentavo l’asilo delle signorine Gandino, due sorelle molto anziane e poco più alte di noi, ma non per questo prive di polso. La casetta che ci accoglieva è ancora oggi la sede dell’asilo e ha visto passare nel tempo i miei figli e mio nipote. Le vecchie sorelle sono invece un ricordo solo mio.

Bene, un giorno, avrò avuto quattro o cinque anni, comparve al cancelletto d’ingresso un fotografo ambulante, un tipo con baffetti e occhiali, che propose alle Gandino di ritrarre uno ad uno i bambini. Non c’erano ancora tutte queste storie della privacy, non era necessario chiedere consensi a nessuno, e credo che sotto sotto le nostre maestre, il cui ultimo ritratto doveva risalire all’età del dagherrotipo, fossero ben felici di far immortalare noi pulcini nel piccolo giardino, vicino all’altalena. Mia madre sosteneva che i genitori non erano stati assolutamente informati, né prima né dopo.

Sta di fatto che in capo a due settimane il fotografo si presentò a casa, con i baffi, gli occhiali e una bellissima cartellina in cuoio, dalla quale estrasse una mia foto a mezzo busto a colori (non particolarmente vivaci, ma comunque a colori, cosa che per l’epoca era un lusso) in formato venti per trenta. Disse a mia madre che la foto era stata selezionata dal suo studio per la particolare fotogenicità del soggetto, che costava solo cinquecento lire (il giornale e il caffè costavano allora trenta lire) e che dava il diritto a partecipare – con ottime chanches – ad un concorso per bimbi belli, le cui immagini sarebbero poi state pubblicate su non so quale rivista.

Ora, bisogna sapere che per certi versi mia madre era una donna intelligente e scafata (mio padre diceva che avrebbe zittito in tribunale anche Carnelutti, il principe del foro): ma era pur sempre una madre, e la sua lucidità si appannava quando in ballo c’erano i figli. Pur senza arrivare agli eccessi della Magnani in “Bellissima”, aveva addosso la sindrome del figlio più bravo, migliore a scuola, capo dei chierichetti, ecc… Era anche comprensibile, del resto, con l’infanzia che le era toccata e con la voglia di riscatto che si portava appresso, riversata in una ambizione culturale da autodidatta e nella partecipazione da protagonista di prima fila alla vita religiosa.

Insomma, le cinquecento lire al momento non le aveva – e probabilmente non aveva nemmeno idea di dove trovarle in seguito – ma di fronte a quella foto, e soprattutto di fronte alla prospettiva di una sua pubblicazione, non poteva tirarsi indietro. Così quando il tizio, mostrando molta comprensione, le sottopose un paio di fogli da firmare per non perdere l’offerta eccezionale e l’iscrizione al concorso, assicurandole che avrebbe ricevuta la foto non appena effettuato il pagamento, non seppe resistere.

Nel frattempo era però arrivato mezzogiorno, e mio padre stava rincasando. Sentimmo le sue stampelle su per le scale, e mia madre annunziò al fotografo che avrebbe potuto comunicare anche a lui la bella notizia. Quest’ultimo non mostrò molto entusiasmo, anzi, ricordo che cominciò ad agitarsi e a pulire nervosamente gli occhiali, scusandosi perché aveva un altro appuntamento in Ovada e doveva scappare di corsa.

Immagino che proprio questa fosse la sua intenzione: ma ormai mio padre era sulla porta. Mamma lo rese immediatamente partecipe del mio primo successo, chiamando il fotografo a dare conferme e spiegazioni, e trovando in verità un supporto piuttosto reticente e imbarazzato. Ma non era necessario: mio padre è sempre stato molto veloce a capire e a decidere di conseguenza, e anche in quel frangente non si smentì. Lo fece però in un modo che avrebbe potuto avere conseguenze indelebili sulla mia vita. E qui passo direttamente la parola alla voce materna: «Ti guardò per quattro o cinque secondi, poi fece girare la chiave nella toppa, la estrasse e se la mise in tasca. Quindi si rivolse al fotografo: “Mi dia quei fogli”. (Pur avendo una sola gamba mio padre superava gli ottanta chili, con una percentuale di grasso inferiore a quella dei Masai. N.d.R). Il tizio estrasse i fogli firmati e li posò sul tavolo. “Anche la fotografia”. L’ingrandimento andò ad accompagnare i fogli. Io ero mortificata, ma mentre cercavo di scusarmi col fotografo che si precipitava lungo le scale mi sentii rispondere: “Lasci stare signora, va bene così”».

Non ho poi assistito alle loro spiegazioni, fui mandato a giocare in cortile. E sinceramente di tutta la faccenda avevo capito ben poco, anzi, nulla del tutto. Ma furono i racconti successivi di mia madre, che tornavano fuori ogni volta che l’occhio di qualcuno cadeva su quella foto, debitamente esposta sul mobile del tinello, a fungere da tarlo. Quel “ha guardato Paolo per un momento e poi ha detto: mi dia quei fogli!” suscitava le risate, soprattutto di chi conosceva bene mio padre e poteva immaginare la scena, e anche le mie: ma chi non mi dice che abbia intanto scavato nel mio intimo, erodendo una confidenza in me stesso che con l’approssimarsi dell’adolescenza già viaggiava verso il livello zero?

In verità con i miei problemi successivi quell’episodio non c’entra affatto, è anzi diventato un punto di forza della mia aneddotica (e conservo ancora la fotografia, che sta virando sempre più verso il bianco e grigio). Ma mi fornisce un ottimo pretesto per parlare un po’ dell’autostima, di quella vera, quella che uno dovrebbe costruirsi anche a dispetto di un ambiente ostile (che non era certo il caso di quello mio familiare, con due diversi esempi di training autogeno entrambi a loro modo vincenti, e necessariamente contagiosi). Sono solo quattro considerazioni buttate lì in ordine sparso, che arrivano però direttamente dal campo, perché la mia personale “queste” di autoconsapevolezza è sempre aperta.

Autostima è uno di quei termini che sono entrati recentemente, senz’altro da meno di un secolo, nel vocabolario, ad indicare qualcosa che esiste da sempre ma che solo oggi sembra essere diventato un problema, e come tale è stato rinominato. Un po’ come il colesterolo. In effetti agisce per proprio come il colesterolo: è indispensabile sino a certi livelli, ma oltre questi diventa fastidiosa o addirittura pericolosa. Con la differenza che mentre per quello la “quotazione” mira al ribasso, perché i livelli tollerabili vengono determinati dall’industria farmaceutica, e ogni punto in meno significa milioni di nuovi potenziali malati, sull’autostima c’è invece oggi da ogni parte una forte spinta alla crescita.

Facciamo una prova. Digitiamo la parola su Google (chi è più avanti può digitate “self-confidence” o “self-respect”). Prima di arrivare ad una definizione (quella di Wikipedia) compare una sequela di annunci di questo tenore: “Supera i tuoi limiti, scopri una vita di gioia, con RQI”, “‎Diventa Consapevole di ciò che hai dentro, renditi libero e migliora la tua vita”, “Risolvi i Tuoi Problemi. 3 Video In Regalo. Ridurre Lo Stress. Vivere Serenamente”, “Hai Problemi di Autostima? Scopri come risolverli”, “Diventa il Leader di te stesso. Scopri il meglio di te‎”. E ancora “Le regole d’oro per un’autostima super. Come ritrovare e aumentare l’autostima in 10 passi” e “5 azioni pratiche per aumentare la tua autostima”. Si procede così per intere paginate.

Dunque, lo si faccia attraverso tre video, dieci passi o cinque azioni pratiche, quello di ritrovare o aumentare l’autostima è diventato il nuovo imperativo categorico (assieme appunto a quello di abbassare il colesterolo e di mantenersi giovanili e snelli, e in perfetta combinazione con entrambi). Peccato che gli indicatori e i motivi su cui questo imperativo dovrebbe far perno abbiano sempre legami con qualche prodotto o pratica per i quali si vuole creare un mercato, e che la stima di sé sia compresa nel prezzo e nella confezione. Non è naturalmente su questa accezione “mercificata” che intendo fare le mie riflessioni, ma in realtà non si può nemmeno prescinderne del tutto, non fosse altro per rigettarla.

Cominciamo però col circoscrivere lo spazio di osservazione, per intenderci più facilmente. Sono molti coloro che l’autostima non debbono coltivarla o farsela costruire, perché già ne possiedono in eccedenza (questo tipo di autostima è l’equivalente del colesterolo LDL, quello cattivo). Quasi sempre l’hanno ereditata geneticamente o ricevuta come una cresima da genitori che intendevano sublimare attraverso i pargoli i propri fallimenti o perpetuare i propri successi. Costoro evidentemente non rientrano nel nostro discorso, e più in generale in qualsiasi discorso relativo alla stima di sé, perché la loro è pura e semplice idiozia. Sono infatti totalmente incapaci di mettersi (o di pensare di essere messi) in discussione. Ed è anche una forma di idiozia pericolosa, per sé e per gli altri, perché non ammette l’eventualità dell’insuccesso, e tanto meno la possibilità di farne tesoro. Non esiste in tal senso un indicatore del limite massimo tollerabile, perché come ogni altra manifestazione di idiozia è trasversale a ceti sociali, fasce d’età e livelli di cultura, e si esprime quindi in svariatissimi modi.

Dal lato opposto stanno quelli che di autostima sono invece totalmente privi, e non solo, non possiedono alcun piano e alcuno strumento per avviarne la costruzione. Sono gli utenti dei siti appena citati, i lettori di rotocalchi da un euro che offrono ricette per tutto, i pazienti e i seguaci di psicologi che continuano a campare sui salotti televisivi e sulle umane debolezze, i clienti di astrologi e taroccanti vari. Anche per questi, spiace dirlo, non c’è speranza. Non basta mettersi in discussione, se poi non si ha il coraggio di attingere a se stessi per trovare una strada propria.

Il concetto che giustifica queste esclusioni l’ho dunque già esplicitato: l’autostima non te la regala e non te la costruisce nessuno (altrimenti non si chiamerebbe così). Non la si trova in offerta con lo shampoo sugli scaffali di quell’immenso supermercato globale che è diventata la comunicazione di massa. Ciò che può essere venduto o messo in offerta è semmai una “etero-stima”, ovvero l’immagine di sé quale si vorrebbe fosse percepita all’esterno, e anche questo cade fuori dal mio ambito di interesse.

Chi si ritrova in una condizione di incertezza sul proprio “valore” dovrebbe infatti in primo luogo distinguere e capire cosa cerca veramente: perché da un lato c’è l’idea che gli altri hanno di noi, dall’altro l’idea che ciascuno di noi ha di se stesso. E quindi, se l’incertezza nasce da una discrepanza tra come si è e come si vorrebbe essere, è necessario chiarirci se ci importa di come vorremmo essere per noi o di come vorremmo essere visti dagli altri. Le due cose si intrecciano e si intersecano, ma non è detto che coincidano e, soprattutto, che debbano farlo. È vero che siamo esseri sociali, portati a compiacere gli altri, a cercare il consenso, non fosse altro per una necessità di sopravvivenza alla quale meglio risponde la coesione del gruppo: ma siamo anche individui, le cui aspettative nei confronti dell’esistenza non sono necessariamente simili o sempre compatibili con quelle altrui.

Dicevo che i dubbi e l’insoddisfazione nascono dalla distanza tra la coscienza di come si è e l’immagine di come si vorrebbe essere. Sull’una e sull’altra agiscono sia una predisposizione caratteriale, oserei dire geneticamente determinata, sia il confronto con l’esterno, con l’ambiente, con gli altri, quindi l’adozione di un parametro culturale. Ora, sulla prima c’è poco da fare, pessimista o ottimista ci nasci, ma sul secondo i margini d’azione sono ampi. Non tanto da azzerare il confronto, perché nessuno di noi, per quanto lo neghi, e per quanto nel negarlo possa essere in buona fede, riesce a sottrarsi totalmente, e alla fin fine ci importa della nostra immagine esterna molto più di quanto siamo disposti ad ammettere: ma abbastanza da consentirci di limitarne significativamente la pressione, perché siamo anche in grado di darci un codice etico individuale e di informare ad esso i nostri comportamenti, prima di passarli al vaglio di quello comune: quindi di compiere vere scelte, ed eventualmente difenderle.

A questo punto però il campo di osservazione si restringe ancora. Finisce per comprendere solo coloro che i conti intendono farli innanzitutto con se stessi. E per concernere qualcosa che va al di là di un’autostima trattata come merce (neppure del tutto immateriale).

Per il momento tuttavia continuo ad usare questo termine. Per dire, ad esempio, che avere autostima non significa necessariamente piacersi. Dobbiamo fare infatti un’altra distinzione, quella tra il piacersi e il provare piacere per ciò che si fa, o per come si è. Sono cose diverse. La prima implica il corrispondere ad un modello ideale, la seconda il valorizzare una condizione reale. E se per la prima la distanza rimane sempre e comunque incolmabile, nel secondo caso siamo noi ad avere in mano la chiave per riscattarla. Ma non una volta per tutte.

La stima di sé, così come quella degli altri, non può mai essere data per acquisita: è sempre in gioco, va riconquistata o conservata giorno per giorno. Può piacermi il fatto di essermi comportato in un certo modo, di aver ottenuto un determinato risultato, ma proprio perché lo vedo come una conquista: perché ho saputo magari dominare il mio carattere, motivarmi e poi reggere sino in fondo. Domani dovrò ricominciare da capo, e questo non è affatto un motivo di stress, è anzi l’unico senso da dare ad una esistenza non puramente animalesca. La mia autostima è rafforzata dal sapere che “posso” farcela, mentre non ci sarebbe alcuna ragione di rallegrarmi se pensassi che le cose “debbono” andare necessariamente così.

Dunque l’autostima non crea una condizione vincente, almeno nella lettura che si vuol dare oggi di quest’ultima. In realtà, nella vera stima di sé c’è una percentuale tale di autocritica e di ironia (cioè di distacco) da risultare inibente per la scalata al successo. Non perché non ci induca a credere in noi stessi, ma perché ci spinge a dare importanza a cose molto diverse da quelle che vengono correntemente identificate col successo, e a mantenere attorno a noi uno spazio di autonomia che non si concilia affatto con le incombenze e i condizionamenti creati dalla ricerca di un plauso “pubblico”. Un esempio per tutti, il più immediato e banale: il comparire in televisione, nelle modalità che la televisione consente, quali che siano i travestimenti pseudoculturali, fa letteralmente a pugni con l’autostima, mentre titilla invece la vanità e l’ambizione. E non è affatto vero che sia l’ambizione a muovere il mondo, questa è una favola costruita appunto dagli ambiziosi (e dai frustrati): è invece l’umiltà di non essere mai talmente superficiali da sentirsi completamente appagati, realizzati, e la coscienza di poter sempre fare qualcosa di meglio, o comunque di poter fare bene ciò che si fa. Il riconoscimento esterno, la stima altrui, amplificano senza dubbio e rafforzano ulteriormente il piacere, ma con l’autentica stima di sé hanno un rapporto difficile e puramente occasionale. Valgono solo quando arrivano da chi a nostra volta stimiamo. Rimanendo all’esempio precedente, cosa può avere a che fare l’autostima con la “popolarità” televisiva degli innumerevoli nuovi maîtres à penser che gigioneggiano sui teleschermi, rivolgendosi ad un pubblico che considerano sostanzialmente stupido e che trattano come tale?

Trasferiamoci però in una dimensione meno fasulla, quella che viviamo quotidianamente. Io credo che ad accrescere la nostra auto-considerazione siano essenzialmente quei successi, grandi o piccoli, che non condividiamo con nessuno, che non dobbiamo e non vogliamo esibire. Se questa voglia di riservatezza è autentica (perché quando non lo è rischia poi di esplodere platealmente, e pericolosamente), da essa arrivano incentivi e stimoli liberi da ogni condizionamento. Nasce una confidenza in se stessi che non ha alcun bisogno di conferme dall’esterno. È come sapere di possedere un’arma segreta, i superpoteri di Nembo Kid. Oppure, per volare un po’ più basso e spiegarmi meglio, come la coscienza di saper nuotare. Non è necessario esibire le proprie doti natatorie sfidando gli amici in piscina o al fiume, e meno che mai naturalmente avere un passato da olimpionico. Lo si fa, naturalmente, a diciott’anni, perché per fortuna l’uomo oltre che sapiens è anche ludens, e queste competizioni rientrano nei riti di passaggio: o a quaranta, quando ci si confronta coi propri figli e vederli filare più di noi non ci mortifica affatto (sto parlando naturalmente di persone sensate). Ma non è certo questo il suo contributo significativo all’auto-valorizzazione. La consapevolezza di saper nuotare, una volta acquisita, agirà invece dall’intimo, silenziosamente, per tutta la vita, sorreggendoci persino quando stiamo affrontando una parete di roccia e non c’è un palmo d’acqua per chilometri attorno.

Sono infatti anche convinto che l’autostima mentale si accompagni strettamente a quella fisica. Credo che nessuno si piaccia fisicamente in toto, neppure chi parrebbe avere tutti i requisiti imposti dalle mode passeggere o dai canoni classici, e meno che mai gli idioti di cui sopra, che questa strisciante insoddisfazione riversano anzi costantemente nei rapporti con gli altri. Trovo inoltre insopportabile l’ipocrisia di chi pretende che il problema della fisicità non esista, È un tema complesso, perché da un lato è senz’altro vero che esiste un’insoddisfazione artatamente indotta per indurre al consumo, all’imitazione di modelli imposti con un martellamento a tappeto, ma è altrettanto vero che un sacco di gente ha mille motivi reali per recriminare nei confronti della natura. È evidente che in questi casi la stima di sé ha ben poco a vedere col piacersi, mentre ne ha invece molto con la capacità di adeguarsi: che non significa farsi dominare dai propri condizionamenti fisici, ma fare perno sulla volontà per trarre comunque dalla propria fisicità tutto il possibile, e vivere la soddisfazione e il piacere dello sforzo, prima e più di quello per eventuali risultati.

Torno ad esemplificare col solito riferimento autobiografico, certamente inappropriato perché sono tra quelli che debbono ringraziare il cielo per la salute di cui hanno sempre goduto e per le potenzialità che sono state loro concesse, ma pur sempre significativo dello scarto tra il nostro essere e il nostro voler essere e delle possibilità di una sua pacifica composizione. A vent’anni sognavo di diventare un grande maratoneta (a sedici il modello era Cassius Clay e aspiravo al titolo dei mediomassimi: a diciotto era Rod Laver e volevo Wimbledon. Credevo di avere il fisico per l’una e per l’altra cosa, il che già la dice lunga su quanto fossero chiare le mie idee), ma nelle prime campestri agonistiche che cominciarono ad essere corse anche dalle nostre parti vidi sfrecciarmi accanto gente che pesava venti chili di meno e sembrava volare nell’aria, mentre io pestavo sui sentieri come un cavallo da tiro. Se l’autostima fosse dipesa dai risultati avrei dovuto buttarmi sui superalcoolici – ma all’epoca andava molto anche l’eroina. Non accadde nulla del genere. Ho semplicemente capito che potevo continuare a divertirmi giocando a tennis a Mornese, e più ancora correndo, da solo o con amici, sui sentieri della Lavagnina (non racconto come è finita col pugilato perché preferisco lasciarlo immaginare). La seconda di queste attività è proseguita sino a quando le ginocchia hanno retto e si è addolcita ultimamente, dopo l’addio ai menischi, nei ritmi della passeggiata. In questo modo ho scoperto una dimensione nuova del camminare, quella che ti consente di pensare e di guardarti attorno, e quindi altri piaceri e nuovi stimoli. Per trovare questi ultimi non devo confrontarmi quotidianamente con tabelle di valutazione: arrivano da soli, nei modi più impensati, e se un problema esiste è solo quello del tempo, che purtroppo non mi consentirà di rispondere a tutti.

Lo stesso vale naturalmente a livello mentale. Se scrivo queste pagine senza altra finalità che non sia lo scambio con gli amici, non è né per eccesso né per difetto di autostima. Diciamo che ho sufficiente confidenza con la penna da indurmi a scrivere, e sufficienti motivazioni a farlo, sia per un personalissimo bisogno di ordine e di concretezza (anche fisica, cartacea) delle idee, sia per il piacevole scambio che questa pratica innesca. Non mi compiaccio con me stesso, ma ne traggo un godimento, come quello che posso ricavare dalla conversazione, dallo studio, dall’esplorazione e dalla scoperta della natura. Tutto questo mi basta e avanza, ma soprattutto mi evita modalità di confronto che non mi interessano e che costituirebbero solo una limitazione della mia libertà. Con tutto ciò che di bello e di interessante posso ancora fare e pensare, non ho davvero tempo da perdere a preoccuparmi dell’immagine o dell’idea che altri possono avere di me.

Un capitolo a parte parrebbe infine meritare il peso dell’autostima nei rapporti con l’altro sesso: in realtà, al di là della rilevanza che può avere sotto il profilo della storia del costume (perché non credo che fino a cent’anni fa fossero in molti a porsi il problema), la ritengo una semplice variante tra le molte del tema principale. Credo che in fondo si possano identificare le stesse modalità di approccio di cui ho parlato sino ad ora: quella decisamente idiota, quella insicura e remissiva, quella realistica e disincantata, ma tutt’altro che cinica. Non nego si tratti di un argomento estremamente complesso, perché vi hanno gioco passioni sulle quali è difficile, a volte impossibile, il controllo: ma ai fini di queste riflessioni estemporanee cambia poco parlare di rapporti di lavoro, di amicizia, di sesso o di semplice civile convivenza. In sostanza, il problema rimane sempre lo stesso: ho bisogno di questi rapporti per aggiornare costantemente la mia posizione nella scala di auto-valutazione, o vivo questi rapporti per il piacere immediato, genuino, spontaneo che mi offrono?

Bene, per quanto possa sembrare paradossale, è il rispondere solo a se stessi a rendere possibile questa seconda opzione, perché in realtà non ha che fare con l’egocentrismo (che si nutre invece proprio di scale di valutazione), ma col senso di responsabilità individuale. Cento anni di teoria psicoanalitica e di psicoterapie varie hanno conseguito il risultato di spostare all’esterno ogni forma di responsabilizzazione (e di inventare la stima di sé, con tutto lo strumentario per misurarla). Se ogni nostro comportamento è indotto da un’azione esterna (la famiglia, la scuola, la società,…) che confligge con il nostro “voler essere per gli altri”, è poi naturale che la stima di sé venga concepita come arma di difesa, strumento per reagire ad una ostilità ambientale. O per imporsi, che all’atto pratico non fa una gran differenza.

Rispondere a se stessi significa invece chiamarsi responsabili in prima persona, non in una accezione inquisitoria, ma in quella che dà senso alla nostra differenza di umani. Siamo responsabili perché possiamo scegliere, e possiamo scegliere non tra i modelli automobilistici che danno prestigio o i deodoranti che facilitano le relazioni, ma tra opzioni di esistenza veramente e profondamente diverse, e trovare quella che davvero ci consenta una serena convivenza con noi stessi.

Non è necessaria una vita esagerata come quella di Steve McQueen. Almeno, a me non interessa. Voglio una vita moderata, ma affrontata e vissuta con dignità, e credo che nella mia condizione di uomo fortunato, nato nell’epoca giusta, nella famiglia giusta e dalla giusta parte del mondo, questo non solo sia possibile, ma debba davvero essere un imperativo categorico.

E con questo avrei concluso. Mi accorgo però a questo punto che pur continuando a utilizzare il termine ho smesso da un pezzo di parlare di autostima. A furia di distinguo è riemerso un concetto ultimamente piuttosto in ombra, che con l’autostima ha senz’altro parecchio da spartire, ma non si esaurisce in essa, perché rappresenta qualcosa di molto più antico e più profondo: ho parlato di dignità, della coscienza del valore della dignità, propria e altrui, e del rispetto che merita.

Il mio sarà anche un “moralismo” vetusto, ripetitivo, forse persino un po’ patetico, ma coi tempi che corrono e la confusione che regna a proposito di valori non ritengo inutile tenere il punto su pochi principi basilari.

Se poi il colesterolo rimane sopra i valori tollerati non è il caso di farne un dramma. Nessuno è perfetto.

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