Il trifoglio di Humboldt

I fratelli Schlagintweit alla scoperta dell’Himalaya

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2026

Introduzione

Sarà per via del cognome quasi impronunciabile, o più probabilmente perché nella cultura italiana viaggiatori ed esploratori non hanno mai goduto di molto spazio: sta di fatto che dalle nostre parti le vicende dei fratelli Schlagintweit sono pochissimo o per nulla conosciute. Eppure la storia di questi tre scienziati-esploratori bavaresi è tutt’altro che banale, sia per l’apporto che hanno dato alla conoscenza geografica che per gli eventi drammatici che li hanno visti coinvolti. Credo allora di dover rendere loro nel mio piccolo un po’ di giustizia, finché la memoria mi regge, ricucendo in un quadro passabilmente coerente i brandelli di notizia rintracciati qui e là. Nel frattempo, rimango in attesa di poter leggere prima o poi almeno la versione inglese dei Reisen in Indien und Hochasien.

Al momento non ne esiste alcuna. Non pare infatti che gli esploratori bavaresi siano molto più popolari altrove: per scrivere questo pezzo ho consultato una trentina di opere generali sulla storia delle esplorazioni, e altrettante specifiche sulle ricognizioni effettuate nell’Ottocento in Asia Centrale, e solo in un paio di testi ho trovato menzionati i loro nomi. L’oblio è calato sulla loro storia, e vedrò poi di darne una spiegazione. Per ora aggiungo solo che ultimamente ci si è messa anche la cancel culture, che stigmatizza tutta quella genìa di avventurieri come avanguardia del colonialismo, del razzismo, dello sfruttamento, e di questo passo temo che anche molti nomi più famosi dei loro verranno definitivamente depennati dalla storia.

Come dicevo, ad oggi non esiste alcuna traduzione, né inglese né francese, e tantomeno italiana, dei Reisen in Indien und Hochasien, il monumentale diario (sono quattro volumi, piuttosto spessi) redatto da Hermann e Robert von Schlagintweit, che raccoglie e sintetizza le relazioni di viaggio, le osservazioni geografiche, gli incontri culturali e le scoperte scientifiche. Il dettaglio di tutto questo, ovvero l’apparato completo dei dati, è stato riversato dai due fratelli in qualcosa come ventiquattro volumi. Anche le notizie biografiche reperibili sul Web sono scarsissime (provateci: in pratica riporta solo le menzioni che ne ho fatto io in precedenti scritti) e spesso si tratta di maldestre traduzioni di voci da dizionari o enciclopedie tedesche, mentre le fonti indirette di informazione più preziose rimangono le poche pagine loro dedicate da Sven Hedin o da storici inglesi dell’alpinismo come John Keay (è lì che li ho scovati).

Herman Schlagintweit, La cima del Kanchinjinga visto dalla cresta di Singalila nell’Himalaya del Sikkim (acquarello, giugno 1855)

Herman Schlagintweit, Central Assain e le giungle del Brahmaputra dalla collina di Ogri vicino a Tezpur (acquarello, gennaio 1856)

Il trifoglio di Humboldt

Robert e Hermann Schlagintweit, Il ghiacciaio del Karakorum (litografia, 1856)

I fratelli Schlagintweit erano cinque, tutti maschi, rampolli di una famiglia decisamente agiata di Monaco di Baviera. Il padre era un oculista famoso, proprietario di una clinica privata per la cura delle malattie degli occhi e appassionatissimo di ogni branca della scienza. La madre, dal cognome (Hoegersbraeuerin) ancor più impronunciabile, amava l’arte e trasmise il suo entusiasmo a tutta la famiglia e il suo talento ai figli, facendo loro frequentare sin da ragazzi dei corsi di pittura. La sua influenza continuò a farsi sentire anche dopo la precocissima scomparsa avvenuta tragicamente nel 1839, mentre stava tentando di dare alla luce un sesto figlio.

Quelli di cui andrò a parlare sono il primogenito Hermann, nato nel 1826, Adolph, del 1829, e Robert del 1833. Gli altri due, Edward nato nel 1831 e Emil del 1835, rimangono fuori dalla nostra storia. Tutti quanti avevano ricevuto un’ottima istruzione umanistica e linguistica, completata da un’educazione scientifica fortemente voluta dal genitore e impartita da insegnanti privati accuratamente scelti. Come da tradizione Hermann avrebbe dovuto seguire le orme paterne e indirizzarsi quindi alla medicina: ma dopo il primo approccio universitario aveva abbandonato quel ramo di studi per abbracciare invece quelli di Geografia. Lo stesso avvenne qualche anno dopo per Adolph, che si dedicò alla geologia, e di seguito per tutti gli altri: il terzogenito Eduard intraprese la carriera militare, Robert scelse la botanica, Emil fu linguista e tibetologo. Insomma, dei cinque nessuno mostrò il minimo interesse per la medicina. E il fatto che il genitore non abbia posto troppi ostacoli alle loro vocazioni credo la dica lunga sul clima di libertà che vigeva all’interno della famiglia, nei rapporti tra i suoi componenti.

Un altro indizio fortemente significativo è che già nel 1842, quando Hermann aveva solo sedici anni e Adolph addirittura tredici, i due intrapresero la loro prima grande escursione in montagna, accompagnati da una sola guida. Il viaggio a piedi li portò da Monaco a sconfinare in Austria, costeggiando nel percorso un paio di magnifici laghi e gli orridi creati dai fiumi alpini, e ad attraversare villaggi montani, ma anche deliziose cittadine come Innsbruck. L’intenso rapporto con l’arte aveva imbevuto i ragazzi dello spirito romantico, nella versione “simbolista” rappresentata al suo apice dalla pittura di Caspar Friedrich. L’impressione riportata a contatto con paesaggi che sembravano usciti dai suoi dipinti fu fortissima, tale da indurli a ripetere di lì in poi, in ogni possibile occasione, escursioni di questo tipo.

Hermann, Adolph e Robert Schlagintweit

Il più entusiasta era Adolph, che aveva precocemente maturato un distacco profondo dall’ambiente urbano e dalle sue frivolezze, e che più tardi scrisse a proposito di questa prima esperienza “Gli abitanti della città vestiti magnificamente, i signori con cappelli di piume e frack, le dame in velluto e seta, sono un ridicolo contrasto con lo splendore semplicemente sublime della natura che ci circonda”. Il ragazzo era talmente motivato che concluse a stento gli studi superiori, perché aveva l’impressione di perdere tempo, risultandogli molto più proficuo lo studio con gli insegnanti privati, specialisti nei vari settori scientifici, che il padre gli aveva messo a disposizione. Lo stesso Adolph attraversò a diciotto anni l’Old Weisstor, impresa che all’epoca non era affatto ordinaria e che testimonia di una eccezionale forza di carattere e di un gran sangue freddo.

Negli anni tra il 1847 e il 1849 i due giovanissimi scienziati di Monaco – geografo il primo e geologo il secondo – effettuarono intense ricerche topografiche, glaciologiche e botaniche in molte regioni delle Alpi (Tirolo, Svizzera, Piemonte e Savoia), cimentandosi nel contempo (e portando a termine) nelle ascensioni del Similaun (quello di Otzi) e del Wildspitze e, in seguito, anche quella del Grossglockner, massima elevazione austriaca. Tutte ripetizioni, ma effettuate comunque ai primordi dell’alpinismo, su percorsi impegnativi e su montagne che si approssimano ai quattromila metri, quando ancora la maggior parte delle cime alpine erano inviolate.

Gli exploit alpinistici, la conquista delle vette, non erano però lo scopo prioritario delle loro escursioni. Nel periodo centrale dell’Ottocento l’alpinismo praticato a fini scientifici, quello per intenderci dei pionieri, di De Saussure, di Humboldt[1], e successivamente di Forbes e di Tyndall, stava gradualmente ma inesorabilmente cedendo il passo a quello sportivo di Wymper e di Mummery. Per tutta la prima metà del secolo le Alpi avevano attirato naturalisti, geologi, fisici, oltre a poeti e critici d’arte come John Ruskin. Ma nel 1851 l’inglese Albert Smith, dopo aver partecipato alla quarantesima ascensione al monte Bianco, aveva allestito all’Egyptian Hall di Londra una serie di conferenze-spettacolo corredate da diorami, giochi di luce, musiche, narrazioni, oggetti tipici, dagli slittini ai bastoni alpini e alle corna di camoscio, tanto da offrire agli spettatori la sensazione di essere loro stessi a scalare la cima. Le conferenze conobbero duemila repliche fino al 1858, e videro una impressionante partecipazione di pubblico, tanto da far parlare di una “mania del monte Bianco” e da far riversare poi nella Valle d’Aosta folle di visitatori inglesi. Era la fine dell’età dell’innocenza: le Alpi diventavano lo scenario grandioso di un eccitante spettacolo.

Gli Schlagintweit erano al contrario tra gli ultimi epigoni del vecchio alpinismo. Salivano le montagne per compiere meticolose misurazioni e ricerche. Erano reduci dalla entusiasmante lettura del Cosmos di Humbold (il primo volume era stato edito nel 1845, il secondo due anni dopo), e prima ancora avevano già divorato i suoi diari di viaggio e buona parte delle sue relazioni scientifiche. Ne avevano assorbito lo spirito e adottato il metodo. Tre le altre cose, il messaggio trasmesso da Humboldt affermava che la contemplazione scientifica della natura è di per sé edificante, e tanto più edificante risulta ogni attività ad essa connessa (fare schizzi, raccogliere campioni e leggere le strumentazioni) se praticata su una montagna, dove la vista è migliore, gli orizzonti si allargano. le specie sono più rare e le misurazioni più difficili. Per gli Schlagintweit queste parole erano vangelo.

Adolph Schlagintweit, Il passo Mustagh in Pakistan (acquarello, agosto 1856)

Nel 1849 Hermann e Adolph si erano trasferiti a Berlino. Si rendevano conto che in Baviera i loro talenti non avevano la minima probabilità di essere riconosciuti e incoraggiati. Come scriveva Humboldt, Monaco era “una città di reazionari e burocrati, con un sovrano che pensa solo alla sua amante spagnola” (la bellissima Lola Montez, che era stata operata agli occhi proprio dal dottor S. e per la quale il sovrano rinunciò poi al trono). Berlino offriva invece una vivacissima vita culturale e la possibilità di incontrare spiriti affini: primo tra tutti proprio il grande vecchio, Alexander von Humboldt (all’epoca aveva 80 anni), che aveva già sentito parlare dei ragazzi e ne era incuriosito.

Non è difficile immaginare l’incontro tra il loquacissimo barone prussiano, un “pozzo di scienza” come lo definivano tutti i suoi interlocutori, e i solidi provincialotti ventenni. I due rimasero affascinati dall’enorme sapere del maestro e dalla sua disponibilità, mentre questi fu conquistato dal loro entusiasmo, dalla serietà, dalla precocità del loro spirito e della loro cultura. Quando si aggregò anche Robert, cominciò ad appellarli cumulativamente “il trifoglio” (mentre Federico Guglielmo IV di Prussia, che li trovava particolarmente simpatici, chiamava Hermann e Adolph “i fratelli siamesi”, dal momento che erano inseparabili).

Humboldt aveva trovato i perfetti interpreti di un’eredità scientifica che si era prodigato per decenni a costruire, incoraggiando e agevolando giovani discepoli. Come era accaduto per Linneo un secolo prima, questi andavano a costituire la sua milizia privata, che combatteva per la scienza e gli forniva i dati necessari per completare il disegno del Cosmos. Dopo l’uscita del primo volume del Cosmos per un decennio (almeno fino alla comparsa de L’Origine della specie) la sua idea di una natura animata da un vasto concatenamento di forze, che agivano in maniera unitaria e armonica a dispetto della diversità dei fenomeni attraverso i quali si manifestavano, parve fornire la spiegazione più completa ed avanzata di un ordine olistico, e parve essere comprovata dalla verifica del ripetersi delle sue leggi in tutte le diverse aree del mondo. Per effettuare queste misurazioni era necessario scegliere, addestrare, incoraggiare e sguinzagliare schiere di giovani scienziati, animati da spirito di sacrificio e dalla capacità di cogliere ogni singolo aspetto della natura all’ interno di un grande quadro organico. La verifica doveva essere effettuata sul campo, percorrendo e misurando il mondo in tutte le sue in tutte le sue dimensioni e condizioni.

Nel caso degli Schlagintweit i requisiti c’erano tutti: una sensibilità estetica educata a cogliere l’insieme del “panorama”, una preparazione scientifica vasta e ferrea, costituzioni fisiche robuste e allenate alla fatica e ai disagi; in più, fondamentale, un’assoluta dedizione alla causa. Li prese quindi sotto la sua ala e fece anche loro conseguire, a dispetto della giovanissima età, l’habilitation, ovvero la licenza per l’insegnamento all’Università di Berlino.

Probabilmente proprio l’aver adottato la visione naturalistica di Humboldt e l’averne applicato sin troppo alla lettera il metodo fu una delle ragioni della scarsa risonanza dei loro viaggi. In termini di filosofia della natura in effetti non portavano nulla di nuovo: il loro lavoro era tutto volto a cercare conferme “matematiche” di una teoria già esistente. Inoltre il grande pubblico cominciava già ad essere attratto da chi ai viaggi, alle esplorazioni, alla montagna si dedicava mosso solo da spirito di conquista e per diletto.

Quando nel 1850 Hermann e Adolph pubblicarono insieme i risultati delle ricerche compiute negli anni precedenti, con il titolo di Untersuchungen über die Physicalische Geographie der Alpen in ihren Beziehungen zu den Phaenomenon der Gletscher, zur Geologie, Meteorologie und Pflanzengeographie (1 vol. + atlante; Leipzig, Barth), dando prova sia di un grande rigore scientifico che di non comuni abilità artistiche, il loro lavoro venne apprezzato solo dagli specialisti (ma anche da questi, a dire il vero, senza particolari manifestazioni di entusiasmo. Ho rintracciato una recensione dell’epoca, sul bollettino di una delle primissime associazioni alpinistiche italiane, che si limita a prendere atto del lodevole impegno, senza spendersi in elogi). E tra gli specialisti naturalmente c’era Humboldt, al quale l’opera era stata dedicata.

I fratelli rimasero a Berlino nei successivi cinque anni, muovendosi solo per un viaggio in Inghilterra, dove non faticarono a guadagnarsi simpatie, e per periodiche escursioni sulle Alpi. Il loro interesse per le regioni alpine rimaneva in effetti totalizzante, tanto che già nell’estate del 1851 intrapresero una nuova campagna scientifico-alpinistica, questa volta sul massiccio del Monte Rosa. Lungo il percorso effettuarono la solita enorme quantità di osservazioni topografiche, geologiche e naturalistiche. Erano accompagnati da tre guide di Zermatt, una della quali, Peter Taugwalder, sarebbe poi stato nel 1865 tra i sopravvissuti alla tragica scalata del Cervino con Wymper.

Tra la metà di agosto e i primi di ottobre batterono tutto il massiccio del Rosa, tentando anche di salire per primi la Punta Dufour e arrivando a pochi metri dalla vetta (sarebbe stata conquistata solo quattro anni dopo da una cordata inglese). Raggiunsero comunque la Punta Dunant (4.632 m), una delle vette secondarie del gruppo, di soli pochi metri più bassa della Dufour: una cima di tutto rispetto, che richiede esperienza su roccia e ghiaccio, con passaggi esposti e arrampicate di terzo grado. Dopo aver monitorato tutta l’area circostante, compreso il ghiacciaio del Lys, e aperto una via sul lato nord-occidentale della Pyramide Vincent (4215 m), ridiscesero a Gressoney e di lì mossero verso il Bianco, valicando in successione cinque colli intermedi.

Hermann Schlagintweit, Ponte sospeso di canna, fiume Temshang, colline di Khassia (acquarello, novembre 1855)

Hermann e Adolph Schlagintweit, Carta del Monte Rosa (1854, Collezione Giorgio e Laura Aliprandi)

I risultati di questo tour de force si videro tre anni dopo, nel 1854, quando Adolf e Hermann diedero alle stampe i dati raccolti durante queste ricerche in Neue Untersuchungen über die Physicalische Geographie und die Geologie der Alpen (1 vol. + atlante; Leipzig, Wetzel). L’opera, ancor più della precedente, impressionava per la novità dell’approccio e l’ampiezza delle osservazioni scientifiche, nonché per la bellezza del corredo iconografico. La carta del massiccio (in scala 1:50.000), in particolare, è rimasta insuperata per oltre un secolo, ma anche le osservazioni di carattere geologico e naturalistico erano stupefacenti per la loro modernità.

Con queste credenziali i fratelli Schlagintweit si presentarono dunque all’appuntamento che la storia (e von Humboldt) avevano loro riservato.

L’occasione di mettere a frutto la grande esperienza scientifica e alpinistica maturata si presentò nel 1854. La Compagnia inglese delle Indie Orientali, che stava espandendo la propria influenza sia economica che politica su tutto il Deccan, aveva deciso di estendere all’intero subcontinente, e nella fattispecie alle aree pre-himalayane del Kashmir, la mappatura geomagnetica (ovvero la rappresentazione grafica delle linee e dell’intensità del campo magnetico terrestre, fondamentale per studiare – e prevedere – le variazioni climatiche). Per questa operazione era necessario individuare degli studiosi preparati e di provata esperienza, e la Compagnia si era rivolta alla massima autorità in materia, naturalmente Alexander von Humboldt, per avere indicazioni. Al nostro non era sembrato vero: l’incarico sembrava tagliato su misura sulle caratteristiche dei fratelli Schlagintweit. Aveva dunque coinvolto il re di Prussia in una compartecipazione al finanziamento della spedizione e aveva sollecitato il conferimento di quest’ultima ai suoi protetti, riuscendo alla fine a vincere tutte le obiezioni campanilistiche mosse dagli ambienti scientifici (e politici) inglesi.

Gli Schlagintweit naturalmente non si fecero pregare. Adolph fu senza dubbio quello più attivo nella promozione dell’impresa e nella conseguente assegnazione dell’incarico. Presentò ai futuri sponsor un ambizioso piano di osservazioni sulla meteorologia e sulla geografia fisica del paese, che riguardasse “la temperatura dell’aria, la temperatura della Terra a diverse profondità sotto la superficie e la temperatura delle sorgenti; il fenomeno molto importante dell’umidità atmosferica a diverse altezze; i fenomeni ottici dell’atmosfera, l’elettricità atmosferica e la composizione chimica dell’atmosfera”. Ma il piano contemplava anche una serie la più completa possibile di osservazioni sulla geologia dell’India e dell’Himalaya. “Sarà molto essenziale determinare l’elevazione di molti punti importanti tramite osservazioni barometriche o in parte trigonometriche, e calcolare sezioni accurate dei diversi percorsi e delle mappe geologiche di dove potremmo poter restare più a lungo. Ci impegneremo il più possibile a raccogliere fossili, per determinare con precisione l’età comparativa dei diversi strati sedimentari e per accertare il loro ordine di sovrapposizione”. Senza dimenticare per “la geografia delle piante in relazione con i fenomeni fisici generali del paese […]”. Era palesemente una missione improntata al più puro spirito humboldtiano. E come tale venne approvata da un comitato della Royal Society, nel quale figurava anche Charles Darwin.

Una volta ottenuto ufficialmente l’incarico, Adolph si trasferì immediatamente in Inghilterra, dove curò tutta la parte diplomatica, le relazioni, i permessi, le lettere di raccomandazione, nonché l’organizzazione materiale del viaggio e i contatti coi finanziatori. Hermann, rimasto sul continente, si occupò di reperire o di far costruire appositamente tutta la strumentazione necessaria. Riuscirono a far coinvolgere come assistente anche Robert, che a dispetto della giovanissima età si sarebbe rivelato in seguito particolarmente intraprendente.

A settembre del 1854 il “trifoglio” era già in viaggio per l’India, e sbarcava a Bombay verso la fine di ottobre. In una lunga lettera spedita a Humboldt durante la traversata, dove erano riportate le impressioni del viaggio e le misurazioni costantemente operate di temperatura, colore, trasparenza e salinità dell’oceano, i fratelli concludevano: “Tutti qui sanno, come in Inghilterra, che Vostra Eccellenza è stata la sola responsabile del nostro invio in India”.

H. Schlagintweit, Leh, la capitale del Ladak, nel Tibet occidentale (acquarello, luglio 1856)

Le cose in effetti stavano così. E non c’entrava solo la simpatia che gli Schlagintweit avevano ispirato all’anziano viaggiatore. Attraverso quei ragazzi Humboldt stava realizzando un vecchio sogno. Già appena conclusi i suoi viaggi scientifici nel Nuovo Mondo avrebbe voluto estendere la ricerca al Vecchio, proseguendo nel programma sistematico di raccolta dei dati su clima, magnetismo, topografia, flora, fauna, razza, lingua, religione e cultura. Se l’obiettivo finale era di cogliere il vero aspetto del mondo, questo lo si poteva fare evidenziando su una scala la più ampia possibile, addirittura globale, le forze in azione nella natura. Dopo aver indagato l’Ovest, si sarebbe dunque volto ora verso Est.

Aveva quindi cominciato a programmare una spedizione ai sistemi montuosi dell’Asia centrale almeno quarant’anni prima. Nell’ottica che la visione dall’alto consente di discernere meglio le caratteristiche orografiche e idrografiche, la scelta appariva obbligata. La spedizione avrebbe dovuto consentirgli di raccogliere il materiale definitivo per una comparazione tra i monti del nuovo e quelli del vecchio continente, dalla quale si attendeva venissero confermate le sue teorie. Le guerre napoleoniche lo avevano bloccato, ma era tornato alla carica qualche anno dopo, prospettando una spedizione che dalla Siberia via Kashgar e Yarland arrivasse sino all’altipiano tibetano. Questa volta aveva dovuto nuovamente soprassedere perché troppo impegnato nell’edizione della sua monumentale opera sulle Ande, ma anche perché la Compagnia inglese delle Indie, che stava costruendo il suo impero a partire proprio dall’India settentrionale, visto quanto l’esploratore aveva scritto a suo tempo a proposito di Cuba temeva possibili critiche all’amministrazione coloniale.

Nel 1829, a sessant’anni compiuti, era poi stato invitato a partecipare a una spedizione russa che doveva individuare in Siberia dei giacimenti di metalli preziosi. Era arrivato sino ai confini della Cina e dei territori che avrebbe voluto esplorare, e si era reso conto che una vera spedizione poteva essere affrontata solo da giovani.

Ora, finalmente, si davano tutte le condizioni per vedere realizzato il sogno, sia pure per interposta persona. La cosa un po’ gli pesava (“Nulla nella mia vita mi ha riempito di un rimpianto più intenso che non aver penetrato personalmente quelle famose regioni il cui rapporto con la Cordigliera del Nuovo Mondo volevo esplorare. Questo è il destino dell’uomo: chinarsi davanti a ciò che la vita ti impone. Confrontare il poco che hai fatto con ciò che avresti volentieri intrapreso per ampliare il campo delle scienze.”) ma almeno aveva trovato qualcuno in grado di tracciare le linee ideali che attraversando gli oceani e i continenti raccontano la “catena unica e indissolubile che lega tutta la natura”. Nel frattempo quei “qualcuno” erano approdati in India.

Di qui in avanti un resoconto sia pure stringato dei loro spostamenti richiederebbe almeno una decina di pagine, e non me la sento di sottoporre il lettore a una simile sfacchinata (la narrazione ufficiale, quella che ne ha dato Hermann in Reisen in Indien und Hochasien, edito a Jena da Costenoble nel 1869, occupa quattro volumi, per un totale di duemila pagine, più diverse carte geografiche e tavole fuori testo). Ho tuttavia scaricato, purtroppo fuori tempo massimo, quando questo scritto era già stato portato a termine, parte di una voce della Neue Deutsche Biographie che dettaglia abbastanza minutamente l’operato degli Schlagintweit in India. La allego in calce, in una traduzione approssimativa, e ad essa rimando chi fosse curioso dei particolari; con l’avvertenza però che per orientarsi in quel mare di nomi è indispensabile squadernarsi davanti una mappa dell’India in scala almeno 1:500.000 (occupa mezza camera) e che molti dei toponimi delle località visitate e indicate dai fratelli sono nel frattempo stati sostituiti o “indianizzati”. Per quanto mi concerne, vedrò dunque di tracciare solo le linee di massima.

Una volta sbarcati a Bombay, i fratelli non incontrarono alcuna difficoltà con le autorità indiane, sia con quelle indigene che con quelle coloniali; vennero anzi favoriti in tutti i modi, grazie soprattutto alle capacità diplomatiche di Adolph. Lo stesso Adolph aveva anche già redatto il piano di esplorazione. Prevedeva un impegno triennale, e teneva conto del fatto che le catene montuose settentrionali, oggetto principale di interesse per la spedizione, potevano essere affrontate solo nella stagione estiva: quindi si articolava in tre successive campagne di esplorazione a partire dai limiti orientali dei domini della Compagnia, Gli Schlagintweit dovevano in pratica coprire l’Himalaya orientale del Sikkim nel 1855, l’Himalaya più centrale di Kumaon e Gurwhal nel 1856, e l’Himalaya occidentale di Ladak nel 1857. Per il resto del tempo avrebbero operato a quote più basse. Adolph suggerì l’India meridionale il primo anno, seguita dall’altopiano centrale e dalle pianure il secondo, e dalle regioni vicino a Delhi e Lahore il terzo. Durante le “pause” estive avrebbero concentrato la loro attenzione soprattutto sulle modeste catene montuose che innervano il subcontinente e corrono in genere parallele alla gran madre himalayana.

Hermann Schlagintweit, Moschea con giardino, a Bari Duab, Lahor, nel Panjab

L’ampiezza dell’area da esplorare richiedeva inoltre che i tre operassero in gruppi separati, dividendosi gli impegni e fissando degli appuntamenti periodici e dei luoghi dove ritrovarsi. Il 2 dicembre partirono dunque da Bombay per Madras, sulla costa orientale, dividendosi immediatamente i compiti, intraprendendo vie diverse e dedicandosi a una prima perlustrazione geologica dell’India meridionale. Una volta riunitisi a Madras si trasferirono via mare a Calcutta. Di lì nella primavera del 1855 si sguinzagliarono, seguendo ciascuno un proprio itinerario, nel Bengala e nelle pianure del Gange.

Hermann mosse verso il nord-est, nella parte orientale dei possedimenti della Compagnia, risalendo l’Assam e toccando le propaggini himalayane del Sikkim inglese. “L’atteggiamento ostile del governo del Sikkim vanificò completamente ogni tentativo di ottenere il permesso di viaggiare nelle zone più basse del Sikkim […]. Scoprii presto che i miei coolie e operai, di cui avevo un gran numero per sgombrare i sentieri e ricavare sezioni di alberi per le collezioni, erano gradualmente scomparsi […] ma nonostante tutto questo e tutte le altre difficoltà, riuscii almeno in parte a raggiungere il mio scopo […].”. Tentò anche di entrare nel Tibet, ma gli fu negato l’accesso, mentre poté fermarsi a lungo in Nepal. Qui tra l’altro identificò il Gaurisankar, “la montagna che racchiude Shiva e la sua consorte Gauri”, come il nome indigeno originario della montagna più alta del mondo, che gli inglesi avevano rinominato Everest. Rimase poi per mesi nella valle del Brahmaputra, il fiume del quale si piccava di riconoscere le sorgenti, e si riunì ai fratelli, a Simla, solo nell’aprile del 1856.

La lunga permanenza in un ambiente molto umido aveva comunque minato la sua salute. Soffrì per alcune settimane di una “febbre cerebrale” che segnalava che aveva contratto la malaria (“Il pericolo maggiore deriva dai gas malarici che ci colpiscono gravemente”): solo la buona fibra e una eccezionale forza di volontà gli consentirono di ristabilirsi quel tanto da consentirgli di portare avanti il suo lavoro di ricerca. Che peraltro si stava allargando ad ogni aspetto della storia naturale e a questioni etnografiche e antropologiche.

Adolph e Robert nel frattempo avevano percorso l’India centrale e l’Hindustan, e affrontato le montagne dell’Himalaya centrale. A partire dalla metà del maggio 1855 avevano poi preso a salire monti e a valicare passi oltre i cinquemila metri di altitudine, non limitandosi alle misurazioni ma raccogliendo una gran messe di reperti geologici e botanici, e acquisendo dalle carovane incontrate lungo il cammino preziosi manoscritti e piccoli oggetti d’arte tibetani. A fine giugno tentarono anch’essi l’ingresso nel Tibet, provando diversi punti di accesso, ma ne furono sempre respinti. Riuscirono poi ad aggirare la sorveglianza di confine seguendo un percorso particolarmente impervio, e poterono fermarsi in territorio tibetano, sia pure in una zona molto periferica, per più di cinque settimane, dimorando a lungo presso un monastero. Tutte queste vicende misero duramente alla prova i fisici dei due ragazzi. Il freddo e tutte le altre privazioni erano micidiali. L’aria rarefatta che moltiplicava esponenzialmente la fatica, l’assenza totale di legna per il fuoco, la scarsa disponibilità di acqua e foraggio per gli animali da soma contribuirono ad aumentare la durezza del viaggio. A metà agosto 1855, ad esempio, incapparono in una violenta tempesta di neve: durante la notte due dei cavalli che giacevano vicino a loro morirono per il freddo. Nel corso del viaggio ne furono persi altri cinque per incidenti vari. Ad un certo punto per attraversare uno dei ghiacciai erano stati costretti a lasciare, nascosti sotto la neve, la tenda, il baule con gli strumenti e il resto dell’equipaggiamento, e a portare con sé solo un po’ di cibo e pochi oggetti da usare per i baratti. Poterono riprendere il tutto solo un mese dopo. Ciò non impedì loro, tuttavia, di compiere numerosissime misurazioni astronomiche e altimetriche e di arricchire con numerosissimi reperti, oltre che con diversi disegni. le collezioni naturalistiche ed etnografiche; e nemmeno di dedicarsi a qualche extra non previsto dal programma.

Hermann Schlagintweit, Gaurisankar o Monte Everest, nell’Himalaya del Nepal (litografia, giugno 1855)

Durante il ritorno verso l’India risalirono infatti il ghiacciaio Ibi Gamin a est, che scende dall’omonima vetta di 7.752 metri, nota anche come Kamot. “In questo viaggio, nella nostra scalata dell’Abi Gamin, abbiamo raggiunto un’altitudine di 22.260 piedi (6.766 metri), la massima altezza, per quanto ne sappiamo, mai raggiunta su una montagna […]. Ci siamo accampati a un’altezza di 19.326 piedi sulla morena del ghiacciaio. La notte era gelida e tempestosa, ma il giorno dopo era sereno, così abbiamo tentato una scalata sulla Vetta Orientale. Otto portatori ci accompagnavano, gli altri erano troppo esausti. La salita sulla neve ghiacciata era molto ripida. Alle 14:00 ci siamo resi conto che non potevamo andare oltre: uno dei nostri portatori aveva avuto una grave emorragia e noi stessi eravamo completamente esausti. Secondo i nostri calcoli, avevamo raggiunto un’altezza di 22.259 piedi e, nonostante la nuvolosità considerevole, abbiamo potuto ammirare alcune splendide viste delle vette dell’Abi Gamin. Il nostro portatore malato è stato immediatamente portato giù da alcuni membri del gruppo, che lo hanno perso lungo il cammino. Dopo intense ricerche, è stato dato per morto. È stata una sorpresa davvero gioiosa ritrovarlo a Badrinath, dopo essere stato raccolto da alcuni Bhotia sulla strada per Mana. Vagava da solo da tre giorni senza cibo.” La discesa a Badrinath, a 3.169 metri, avvenne attraverso un passo che valicava a 6.234 metri. In effetti avevano stabilito un nuovo record di altitudine sino ad allora raggiunta da un essere umano, apparentabile non a caso a quello conseguito mezzo secolo prima da Humbold sul Chimborazo. È evidente che loro il tentativo era stato ispirato da quell’esempio.

L’esperienza li aveva conquistati a un punto tale che Adolph si staccò nuovamente dal fratello e tornò in Tibet, questa volta sotto mentite spoglie, per completare le sue mappe. Viaggiando da solo riuscì a infiltrarsi facilmente, e godette ancora gli incredibili panorami che lo avevano affascinato. Fece poi ritorno lungo la valle del Gange. Anche Robert nel frattempo era arrivato sino alle sorgenti del fiume sacro, ridiscendendone poi con fatica attraverso passi già fortemente innevati. I due si ritrovarono verso la fine di ottobre.

Solo nell’aprile del 1856 i tre fratelli provarono la gioia di essere tutti riuniti a Simla; vennero confrontati gli esiti delle rilevazioni e tarati nuovamente gli strumenti, e si intraprese l’esplorazione delle montagne occidentali.

Il 3 maggio 1856 partirono insieme per Kulu, ma si separarono dopo un paio dio giorni. Hermann scelse ancora una volta la via più orientale, entrando nel Ladakh, attraverso il passo Parang, alto 5.637 metri. Effettuò una serie di osservazioni presso il lago Pangkong, il più grande specchio d’acqua dell’India britannica, per studiare il fenomeno della salinità delle acque lacustri, e di qui scese poi nella valle dell’Indo, fermandosi per un breve periodo a condividere la vita monastica buddista. Il 23 luglio incontrò Robert, che era transitato per un altro passo ed era arrivato tre settimane prima a Lek, la capitale del Ladakh. Dal canto suo invece Adolph proseguì nella caccia ai ghiacciai, arrivando sino alle montagne del Pamir, visitando il ghiacciaio Baltoro, il più lungo del mondo, transitando ai piedi del K2 e valicando il passo Mustag, dove imperversavano bande di predoni tibetani.

Nel frattempo Hermann e Robert intrapresero un viaggio verso il Turkerstan, per vie mai percorse da un europeo. Partirono da Lek il 24 luglio 1856 e raggiunsero il Passo del Karakorum, a 5568, metri senza incidenti. Hermann voleva dimostrare definitivamente che a quel punto si situava lo spartiacque tra l’Asia centrale e l’India, e avanzò sino a valicare il passo del Künlün. Il 10 agosto i due fratelli, travestiti e seguiti solo da pochi fedeli compagni e da alcune pecore che dovevano garantire il sostentamento, cavalcarono nella steppa senza seguire alcuna traccia di sentiero. Ancora una volta il freddo pungente uccise alcuni animali, e per quindici giorni non incontrarono altre persone.

Il viaggio di ritorno fu completato con successo Fu probabilmente in questa occasione che videro e disegnarono per la prima volta il Nanga Parbat. Una volta tornati a Lek spedirono tutto il materiale di osservazione e scesero verso il Kashmir. A Rawalpindi nell’ottobre del 1856 ritrovarono Adolph. Sarebbe stato il loro ultimo incontro.

Due mesi dopo, a dicembre, si separarono nuovamente.

Robert iniziò direttamente il suo viaggio di ritorno, scendendo in barca lungo i fiumi Jehlam, Chenab e Satlej fino all’Indo, e seguì quest’ultimo fino alla sua foce a Karachi; da lì, continuò via terra. Con una marcia di 2.400 chilometri a cavallo e su cammelli, durata quattro mesi e mezzo, raggiunse Surat e si imbarcò per Bombay. Nel frattempo era però già scoppiata la rivolta dei cepoys, e per gli occidentali l’atmosfera si era fatta pesante. Conveniva cambiare aria alla svelta. Pertanto, dopo che ebbe spedito le ultime cose raccolte Robert fece una deviazione per Ceylon e si imbarcò lì per l’Europa il 14 maggio 1857.

Hermann arrivò nello stesso luogo proveniente da Calcutta, che aveva raggiunto passando per Lahore, Agra e Patna, e facendo una ulteriore deviazione per il Nepal. Il 30 maggio, i due fratelli si incontrarono al Cairo, si imbarcarono ad Alessandria il 2 giugno e sbarcarono a Trieste il 7 giugno.

Hermann Schlagintweit, Monastero buddista di Hemis nel territorio indiano di Ladakh (1856)

Adolf, dal canto suo, voleva invece sfruttare sino in fondo il tempo che ufficialmente gli rimaneva a disposizione, e magari rientrare poi in patria via terra, sconfinando nel Turkestan e passando per la Russia. Dopo essersi separato dai fratelli a Rawalpindi, progettò di esplorare le montagne di confine con l’Afghanistan. Riuscì ad ottenere i necessari lasciapassare. ma dopo aver preso contatto con le carovane dirette nel Turkestan decise di volgere a nordest. Voleva attraversare il Künlün più a est di quanto i suoi fratelli fossero riusciti a fare l’anno precedente, per verificare se esistessero potenziali vie di valico più agevoli. Si rifornì di beni di scambio e all’inizio di maggio la sua piccola carovana con animali e provviste si mise in cammino lungo percorsi meno battuti per passare inosservata. Una volta attraversato il Karakorum e raggiunto il Turkestan iniziarono le difficoltà. Molti cavalli furono rubati, la carovana era costantemente seguita e attorno ad essa si aggiravano personaggi sospetti. Adolph scelse dapprima di tentare di depistare i predoni percorrendo valli periferiche e dirigendosi verso Yarkand; poi, essendogli giunte voci di una rivolta in corso, mandò in avanscoperta alcuni uomini per raccogliere informazioni attendibili. La rivolta in effetti c’era già stata e avevo visto trionfare Wali Khan, un sanguinario capobanda tartaro, che aveva fatto erigere appena fuori la capitale Kashgar una piramide di teschi dei suoi nemici catturati e giustiziati. Gli uomini di Adolph furono intercettati e lui stesso fu posto sotto sorveglianza, sino a che riuscì a lasciare Yarkand per dirigersi temerariamente verso Kashgar, dove chiese udienza a Wali Khan. In risposta arrivò l’ordine della sua decapitazione, che fu eseguita immediatamente, il 27 agosto 1857. La sua testa finì in cima alla piramide di teschi.

Anni dopo Hermann avrebbe scritto: “Secondo alcuni resoconti, morì per aver sposato la causa di alcuni prigionieri britannici Bhot Rajput e per aver usato la sua influenza per salvarli dall’essere giustiziati o venduti come schiavi”. Era un tentativo per nobilitare una morte tanto assurda, mentre è più probabile che sia stato semplicemente considerato una spia della Compagnia o del governo britannico.

Le circostanze della sua morte furono rese note in Europa solo due anni dopo, nel 1859, quando Chokan Valikhanov visitò Kashgar travestito da mercante e tornò nell’Impero russo con la testa del giovane scienziato.

A Kashgar fu eretto trentun anni dopo, nel 1885, un monumento alla memoria di Adolph, su iniziativa non inglese né tedesca, ma della Società geografica imperiale russa, con la partecipazione del governo imperiale cinese. La cosa rimbalzò in Europa e si trasformò per un momento in una grande festa internazionale. Poi tutto rientrò nel silenzio, e del monumento da diverso tempo si è persa ogni traccia.

Adolph von Schlagintweit

In complesso i tre fratelli avevano percorso a piedi, a cavallo o in barca, la bellezza di quasi 29000 km. Avevano attraversato foreste, pianure, deserti, paludi, avevano arrampicato su rocce e camminato su ghiacciai. Per le loro peregrinazioni reclutavano anche guide locali, soprattutto nelle tratte himalayane, ma lungo tutto il viaggio si affidarono al preziosissimo turkmeno Mohammed Amin, che fungeva anche da interprete e da tramite sia con gli equipaggi che con le popolazioni e le autorità delle diverse regioni. Compito non facile, tenendo conto che ogni singola spedizione si muoveva avendo al seguito tende, bagagli, collezioni e strumenti, e quindi nutrite schiere di conducenti di cammelli, di portatori e di guardie armate. Se può significare qualcosa, in tre anni non ci fu mai un ammutinamento e pochissime risultarono le defezioni tra gli uomini reclutati.

Hermann racconta che nelle occasioni in cui i fratelli con i rispettivi gruppi di accompagnatori si incontravano a un appuntamento il gruppo formava “un museo etnografico di esemplari viventi”. Ciascuno dei suoi componenti, a seconda della regione di provenienza, della casta di appartenenza e del credo religioso, dialogava, cucinava, pregava, si muoveva in base a regole sue, e questo doveva dare origine a una bella confusione. Che tuttavia gli Schlagintweit, per quel che mi è parso di capire, erano in grado di governare con le giuste dosi di tolleranza e di decisione.

L’accoglienza riservata loro dai locali era quasi sempre – fatta eccezione per alcuni episodi in territori fuori dal controllo della Compagnia – calorosissima. Nei momenti di pausa erano ospitati, anche per lunghi periodi, nelle ville e nei palazzi dei rajà e dei notabili locali, che si adoperavano per facilitare loro il reclutamento di guide e portatori, il reperimento degli animali da trasporto, l’espletamento delle ricerche e degli esperimenti scientifici. Non sempre l’ospitalità era gratuita, capitava anche, come racconta quasi divertito Hermann, che al momento di rimettersi in viaggio si trovassero conti piuttosto salati da pagare, ma nel complesso erano visti con grande simpatia.

Immagino che proprio l’eterogeneità dei componenti, l’immagine un po’ brancaleonesca della spedizione, abbiano contribuito a dissipare il sospetto di prevaricazione che accompagnava ogni iniziativa dei “colonizzatori” occidentali. Da parte loro gli Schlagintweit mostravano per ogni aspetto delle culture diverse che incontravano e per l’ambiente nel quale si erano sviluppate un interesse genuino, pulito, scientificamente asettico: non si rapportavano con dei sudditi, come accadeva agli inglesi, ma con degli interessanti soggetti umani. E questo atteggiamento di rispetto, seppure inconsapevolmente adottato, dettato da una differente condizione politica, faceva la differenza con gli uomini della Compagnia.

Il loro non fu comunque un viaggio turistico e nemmeno una fuga in cerca di avventura. Durante il soggiorno in India e nell’Alta Asia non si limitarono alle osservazioni magnetiche, fisico-geografiche e geologiche previste dal programma originale. Raccolsero piante e semi, campioni di roccia e di suolo, esemplari zoologici, scheletri e teschi umani, dati antropometrici, tessuti indigeni, oltre 1.400 oggetti etnografici, manoscritti tibetani e indiani, 106 volumi in folio con le registrazioni magnetiche e meteorologiche e con le osservazioni sui percorsi. A questi si aggiunsero i superbi dipinti di Hermann e Adolph, le mappe e persino una primordiale documentazione fotografica: un totale di 751 immagini e numerose fotografie. Hermann tra l’altro aveva anche adottato un sistema per ottenere col gesso dei calchi facciali, e riportò in Europa diverse di queste maschere. In qualche modo anticipò i metodi di misurazione antropometrica che sarebbero divenuti correnti nella seconda metà del secolo con l’affermarsi del positivismo lombrosiano.

Contribuirono insomma in maniera decisiva alla conoscenza geologica, meteorologica e orografica dell’Himalaya, ma anche all’etnografia e alla storia culturale della regione.

Appena rientrati i due fratelli superstiti si recarono a visitare Humboldt, per annunciargli che avevano confermato sul terreno molte delle sue ipotesi teoriche. Ma la visita risultò malinconica e molto deludente: trovarono il vecchio maestro, quasi novantenne, ormai incerto nella memoria e spiritualmente piuttosto spento (intendiamoci: relativamente agli standard consueti di Alexander. In quel periodo scriveva infatti ancora quotidianamente moltissime lettere e stava licenziando il quinto volume del Cosmos), Da lui comunque, per la fase cruciale della sistemazione e della divulgazione del materiale raccolto, non potevano più attendersi alcun aiuto. Per il resto, al rientro in Germania furono accolti trionfalmente, e cominciarono a ricevere riconoscimenti nazionali e internazionali.

Per quanto sgomenti per la sorte di Adolph, che al di là della perdita umana poneva problemi nell’analisi dell’enorme materiale di ricerca, per l’incertezza su tempi e luoghi dei dipinti o degli esperimenti condotti, Hermann e Robert si dedicarono col massimo impegno alla sistemazione e alla sintesi delle loro osservazioni. Prevedevano di pubblicare nove volumi, e in effetti tra il 1861 e il 1863 apparvero i primi tre: poi per svariati motivi il lavoro rallentò, tanto che il quarto volume vide la luce solo diversi anni dopo. L’opera, pubblicata in inglese sotto il titolo Results of a scientific mission to India and High Asia (Lipsia 1860-66), fu recensita favorevolmente, a dire il vero più per la ricchezza dell’iconografia e la bellezza e precisione dell’atlante che per il valore intrinseco delle documentazioni e delle misurazioni, ma ri mase poi incompiuta.

Anche la loro vita successiva fu consacrata alla ricerca. Nessuno dei due si sposò.

Hermann Schlagintweit

Hermann si dedicò anima e corpo all’analisi scientifica e alla gestione organizzativa dell’enorme collezione, ma scrisse e pubblicò anche (in tedesco) un resoconto popolare dei suoi viaggi (Reisen in Indien und Hochasien, 4 voll., 1869-80). Il libro non conobbe un gran successo di pubblico, probabilmente perché arrivava a troppi anni dai fatti, in un periodo in cui l’interesse andava spostandosi verso l’Africa, trainato dalle esperienze di esploratori popolari come Barth, Rohlfs e Nachtigal. La sua salute, già gravemente compromessa in India, andò peggiorando e lo portò a morte nel gennaio del 1882, a Monaco di Baviera. Quando gli eredi svuotarono le sue cose, scoprirono che tutta la sua corrispondenza scientifica e i suoi esemplari vegetali erano stati divorati dalla muffa, quasi a simboleggiare concretamente quello che in fondo egli stesso considerava un fallimento. Di lui rimasero, per espressa volontà testamentaria, il cranio e il cervello, donati ad una collezione di resti di uomini illustri conservata presso il Royal Anatomy Institute.

Robert Schlagintweit

Robert fu nominato nel 1864 professore di geografia presso l’Università di Giessen. Nel 1868 fu invitato da un ateneo statunitense a compiere nel paese un lungo giro di conferenze, che riscosse un grande successo. Si appassionò alla storia e alla natura nordamericane, tornò a più riprese negli Stati Uniti e pubblicò poi in Germania una serie di libri su quegli argomenti. Anche lui però ebbe una vita breve. Morì a Giessen nel 1885.

Persino un quarto fratello, Edward, morì in battaglia a poco più di trent’anni. Si direbbe che come quella di Tutankhamon anche la maledizione del Nanga Parbat, “la montagna assassina” oltre che “nuda”, abbia colpito a distanza chi l’ha scalata o ha tentato di farlo, ma anche chi degli occidentali l’ha vista per primo e l’ha fatta conoscere, e addirittura i loro congiunti. Anzi, sembra che la leggenda di questa maledizione sia nata proprio a seguito della tragica sorte toccata ad Adolph. La veduta panoramica del massiccio, una rappresentazione dettagliatissima e scientifica come tutte quelle prodotte dagli Schlagintweit, diede avvio ad una successiva campagna di esplorazione condotta soprattutto dai tedeschi, e culminata nel 1953 con la conquista della vetta da parte di Hermann Buhl (l’unica prima assoluta su un ottomila compiuta in solitaria e senza ossigeno). Nel secolo intercorso tra le due vicende moltissime sono state le vittime dei diversi tentativi falliti di ascensione, a partire da Mummery, ma quantomeno sono ricordate nella storia dell’alpinismo. I dimenticati sono invece proprio loro, i nostri tre fratelli (provate a verificare la voce Nanga Parbat su Wikipedia). La maledizione colpisce a quanto pare anche in un modo più sottile, e non meno doloroso: soffocando la memoria nel silenzio.

Questo ci riporta dopo un lungo giro all’oblio sceso sugli Schlagintweit. Credo vi abbia concorso tutta una serie di motivi. Alcuni li ho già accennati, altri penso di poterli desumere dal contesto culturale e politico nel quale gli esploratori prussiani si trovarono ad agire.

Hermann e Adolph Schlagintweit, foglio con etichette che identificano cime e ghiacciai per la cromolitografa dei Grossglockers

Intanto, come ho già anticipato, c’è il fatto che gli Schlagintweit sono stati educati e rimangono ancorati ad una scuola di pensiero scientifico che si avvia velocemente ad essere superata: chiudono un periodo, non ne aprono uno nuovo, e anche se forniscono molto materiale per gli sviluppi della geografia e dell’antropologia futura non sono dei positivisti. Il loro credo e il loro modus operandi sono totalmente humboldtiani, in qualche modo guardano indietro all’idealismo, e dobbiamo ricordare che a dispetto dell’enorme successo riscosso al suo primo apparire il persino Cosmos fu poi quasi immediatamente reso obsoleto da ciò che accadeva nel frattempo nelle accademie scientifiche, e con esso il suo autore. L’anno della morte di Humboldt è quello della pubblicazione de L’origine delle specie, e anche gli humboldtiani più entusiasti, compresi quelli tedeschi come Haeckel, non tardarono a convertirsi al credo evoluzionistico darwiniano.

Un altro motivo cui ho già fatto cenno sta nel passaggio ad una diversa concezione dell’alpinismo, e conseguentemente anche del racconto alpinistico: l’argomento ha cominciato ad attirare l’attenzione del grande pubblico, e attorno ad esso si crea un diverso tipo di interesse editoriale e di utenza, che privilegia il racconto avventuroso e la narrazione drammatica e decreta il successo commerciale del genere. Lo stesso Humboldt aveva invece dovuto editare la sua sterminata opera pagando di tasca propria e riducendosi in pratica sul lastrico. In questo frangente persino la Royal Society, che aveva commissionato e in parte finanziato la spedizione degli Schlagintweit, rifiuta di accollarsi le spese di pubblicazione (e ciò spiega perché ad oggi non esista una traduzione in inglese del diario di viaggio). Il paradosso però è che per certi versi i nostri potrebbero addirittura essere considerati precursori del nuovo modello narrativo, in quanto hanno rotto gli schemi del resoconto alpinistico tradizionale, dello scarno diario di salita in luoghi comunque conosciuti e vicini. Aprono agli occhi europei una finestra su un’area, l’Himalaya, che ancora oggi è sinonimo di esotismo: figuriamoci quanto doveva esserlo oltre un secolo e mezzo fa.

Una malcelata ostilità si manifesta anche nel mondo accademico. Molte istituzioni scientifiche non digeriscono il fatto che per una operazione così vasta e complessa si sia fatto ricorso a tre stranieri, per di più molto giovani e quasi sconosciuti negli ambienti che contavano. Il malumore è alimentato anche dal fatto che a Hermann e a Robert, in qualità di primi europei ad aver attraversato il Künlün, sia stata conferita dall’imperatore Alessandro II una alta onorificenza e il titolo di “Sakünlünski”, in un momento nel quale l’Inghilterra combatteva in Crimea proprio contro la Russia: e che l’onorificenza sia stata accettata.

Altre contingenze politiche oscurano poi immediatamente il lavoro e le vicende dei tre fratelli. Nello stesso anno in cui Adolph viene ucciso scoppia la rivolta dei Sepoys, che sarà soffocata a fatica, dopo il massacro di moltissimi inglesi residenti in India e la feroce repressione immediatamente seguita. È chiaro che la notizia della morte di un giovane esploratore, per di più straniero, non poteva trovare alcuno spazio nell’informazione.

Contestualmente a tutto questo c’è il passaggio definitivo dei poteri dalla Compagnia delle Indie al governo inglese. Gli Schlagintweit perdono dunque il principale committente, il che significa non poter sperare in ulteriori finanziamenti per portare a compimento l’opera di sistemazione e di divulgazione dei dati.

La rimozione avvenuta negli anni successivi è anch’essa legata al mutamento del clima politico internazionale. Nell’era di Bismark e dopo l’unificazione della Germania i rapporti tra questa e l’Inghilterra si raffreddano alquanto, vuoi per la concorrenza coloniale che le due potenze si fanno in Africa, vuoi per la politica di riarmo anche navale avviata dal cancelliere, vuoi infine per l’attenzione che la Germania comincia a manifestare per il Vicino e il Medio Oriente. È degli anni ottanta del XIX secolo l’avvicinamento all’impero ottomano e il progetto della ferrovia che da Berlino doveva portare a Baghdad, via Istambul e Ankara.

Trovo strana, invece, la scarsa attenzione prestata alle imprese degli Schlagintweit dal nazismo, in particolare da Himmler, che pure aveva per l’Himalaya un’autentica fissazione: aveva creato l’Ahnenerbe, Società di Ricerca dell’Eredità Ancestrale, dedita allo studio della storia antropologica e culturale della razza ariana, le cui origini erano postulate nell’Asia centrale; credeva nell’esistenza della mitica Shambhala o in qualcosa di simile, e aveva organizzato diverse spedizioni scientifico-alpinistiche nel Tibet nel corso degli anni trenta. Mi sarei atteso che vedesse nei fratelli dei precursori, mentre non li ho mai trovati citati nella storia di questa follia. Ma forse gli Schlagintweit erano troppo legati a Humboldt, lui stesso autore rimosso dalla cultura tedesca in epoca nazista, in quanto troppo democratico, e per di più omosessuale e amico degli ebrei.

Infine, come già accennavo, ha pesato senz’altro anche il ritardo col quale i risultati della spedizione sono stati pubblicati. A ordinare l’immensa mole dei materiali raccolti nei loro vagabondaggi asiatici gli Schlagintweit si dedicarono subito, ma per l’interpretazione, la classificazione e l’elaborazione dei dati l’assenza di Adolph si rivelò quasi paralizzante in molti settori. Robert a sua volta cominciò ad essere molto impegnato dal suo incarico universitario e dalle conferenze che era chiamato a tenere in giro per tutta la Germania (e anche fuori: arriverà a collezionare oltre mille conferenze in 400 località diverse). Hermann, che tra l’altro era alquanto debilitato dalla malaria contratta nell’Assam, era ulteriormente frenato da molti dubbi, che si moltiplicarono per il continuo affluire di nuovi dati forniti dagli studiosi e dai funzionari che operavano in India, e che in molti casi superavano o contraddicevano quelli che aveva a disposizione. Il compito di sintetizzare i singoli lavori in un insieme armonioso, in qualcosa che potesse stare alla pari col Cosmos, rimaneva irrisolto.

Azzardo ora qualche considerazione sulle modalità del lavoro di ricerca degli Schlagintweit, che si traduce poi in una forma peculiare di comunicazione sia letteraria che visiva. Poche cose: ci vado cauto perché la mia conoscenza diretta della loro opera è limitata, ma un’idea di massima penso di essermela fatta.

A differenza di quanto accade nell’opera di Humboldt, la loro attenzione è concentrata esclusivamente sul mondo naturale. Nei loro resoconti non rientrano digressioni su economia, società, politica, cultura, lingua — in breve, qualsiasi aspetto “umano”: così come evitano ogni riferimento a se stessi che non abbia un riscontro “oggettivabile”, che non possa trovar posto in una sorta di manuale di istruzioni. Descrivono anche la loro esperienza attraverso un cumulo di dettagli, informandoci ad esempio dei calzini e delle calzature che indossano. Non sono divagazioni gratuite: calzini e scarpe sono essenziali nel bagaglio di un viaggiatore, e può tornare molto utile sapere tutto su cosa indossavano gli Schlagintweit, non solo ai piedi, ma a copertura di tutto il corpo o del capo, o cosa portavano con sé, e come l’hanno imballata, come hanno viaggiato, da quanti servitori e guide erano accompagnati, che lingua parlavano, cosa mangiavano, dove dormivano, quali percorsi prendevano, cosa vedevano, e com’era il tempo.

Adolph Schlagintweit, La catena montuosa del Kunda, nel Nilgiris, nell’India meridionale (acquarello, marzo 1856)

Volevano dare una immagine accurata del mondo, che di per sè è un nobilissimo intento, ma che andrebbe perseguito con un filo in più di ironia, intesa quest’ultima letteralmente come “distacco”. L’immagine del mondo la creavano per accumulo quantitativo di dati: le loro pagine sono piene di paesaggi, profili e sezioni. Ogni osservazione, ogni misura, ogni campione raccolto, aggiungeva dettagli alla loro descrizione. L’idea era permettere alla natura di parlare direttamente e, di conseguenza, il linguaggio era visivo: un tracciamento grafico, una proiezione dello schermo, una lettura del metro.

L’adozione di questo modello comunicativo la si può verificare nei modi di rappresentazione del paesaggio. Quando c’è, la presenza umana è appena percepibile, confinata ai margini dei dipinti o confusa con gli elementi naturali: quasi come accade nella pittura paesaggistica cinese. La cosa balza agli occhi se si raffrontano i loro quadri con quelli dipinti da Bompland durante il viaggio con Humboldt, o da Humboldt stesso: là le figure umane sono dentro il quadro, vivono all’interno di esso e della natura che rappresentano, non guardano il paesaggio con l’occhio dell’entomologo, ma con quello di chi ne è partecipe.

Anche la rappresentazione letteraria presenta questa caratteristica. Per quanto ho potuto verificare, Hermann nel suo racconto non lascia alcuno spazio al trasparire delle emozioni. Descrive la natura attorno a sé e i modi in cui viene affrontata e studiata, ma non le reazioni di fronte agli spettacoli che offre e alle domande che suscita. Un grande geografo suo contemporaneo, Elisée Reclus, arrivava a far parlare le cose, la natura; dialogava con esse, non le catalogava. Dietro questo tipo di approccio c’era una peculiare tradizione romantica che risaliva a Rousseau e a Bernardin de Saint Pierre, e passava per Lamartine, mentre alle spalle degli Schlagintweit c’erano piuttosto Heghel e la fenomenologia goethiana.

La loro non è comunque solo una forma quasi patologica di integralismo scientifico, o di pignoleria. Credo che questo modello rispondesse in fondo per molti versi al sentire di un pubblico imbevuto di grandi aspettative culturali, e in particolare di quelle rivolte alla scienza. A metà del XIX secolo la scienza fioriva in ogni forma istituzionale — in mostre e conferenze, in discipline e società, e in laboratori e riviste. Stava diventando, per i settori della popolazione più acculturati, una specie di religione laica. E quindi assumeva anche una valenza etica, non disgiunta da quella estetica. Il “vero” che gli Schlagintweit indagavano e ritraevano portava con sé una nuova idea del “bello”, e la sua conoscenza non poteva che orientare al “bene”. Ciò che mi trova perfettamente d’accordo.

L’impressione che ho ricavato da questa storia, e che mi ha indotto poi a ricostruirla, è che si tratta di una delle tante “rimozioni” nelle quali mi imbatto costantemente. Mi sono detto che se questo capita con tanta frequenza una ragione ci sarà, e credo di poterla indicare nel fatto che sì, ho interessi storici un po’ particolari, ma più ancora che affronto qualsiasi vicenda storica con uno sguardo che definirei “laterale”. Non posso certo pretendere che siano gli altri ad allinearsi al mio punto di vista, ma nemmeno intendo costringere il mio in modelli conoscitivi e interpretativi “ortodossi”, siano essi accademici o semplicemente quelli più in voga.

Vado quindi a ripescare episodi, vicende, personaggi che sembrano ormai esclusi da qualsiasi palinsesto, magari perché poco spettacolari, perché inadatti a costituire dei riferimenti (in questo caso neppure per i normali appassionati di montagna), e da ultimo perché “politicamente” non riconducibili alla “correttezza”. Le mie “riscoperte” non pretendono di offrire delle primizie, non rivendicano alcuna esclusività: mi è già più volte accaduto di scoprire che dei personaggi o delle vicende di cui tratto si stanno occupando, o si sono occupati, molti altri: e mi è accaduto appunto perché ho focalizzato e approfondito la ricerca. È capitato ad esempio con Humboldt, con Timpanaro, con Caffi, e ultimamente con la vicenda della tratta araba. Evidentemente ho solo raccolto cose che giravano nell’aria, sia pure in sordina. Solo in pochissimi casi, con storie come quella di Marnier, o di Vidua, o degli aspetti meno conosciuti della vita e dell’opera di Edward Lear o di Wilkie Collins, posso vantare un minimo di originalità nella scelta degli argomenti. Ma questo non ha alcuna importanza.

Non ha importanza perché questo scritto, come tutti gli altri miei, non ha presunzioni di dignità storica o letteraria. L’ho postato per condividere con gli amici e con i frequentatori del sito una storia che mi appassionava da un pezzo ma conoscevo solo a bocconi, e che volevo vedere finalmente raccolta in una narrazione coerente. Purtroppo, per quanto abbia cercato di ricostruirla nel modo più preciso e documentato possibile, sconto la scarsa confidenza con lingua tedesca, l’unica nella quale avrei potuto raccogliere dati più attendibili ed esaurienti. Mi sono premurato almeno di non buttare lì cose non verificabili e di correggere gli svarioni clamorosi che ho trovato sparsi sul web (Wikipedia, nelle tre righe che dedica, dà per partecipante alla spedizione anche il “cugino” Emil!).

Ho voluto affrontare comunque l’argomento in ottemperanza ad un mio particolare imperativo etico, quello della lotta contro l’ignoranza, in qualsiasi contesto e in qualsivoglia forma essa si manifesti. Immagino che per i più conoscere o meno le vicende dei fratelli Schlagintweit e financo sapere della loro esistenza sia perfettamente indifferente, ma mentre prima una loro storia raccontata nella nostra lingua non c’era, adesso c’è. L’ignoranza rimane un diritto, ma non è più giustificabile dall’oggettiva assenza di un accesso al sapere.

E infine, diciamola tutta: i tre fratelli mi hanno suscitato, al di là dell’ammirazione per il coraggio e della stima per la serietà con la quale hanno affrontato i loro compiti, una grandissima simpatia: dalla loro narrazione traspare, a dispetto della voluta asetticità e della discrezione dietro le quali si trincerano, un sincero calore umano. Per tutta la durata della spedizione sembra non esserci stata tra loro l’ombra di un contrasto: si ritrovavano con gioia e si separavano fiduciosi nella capacità degli altri di cavarsela e di far bene il proprio lavoro. Non li sfiorava l’invidia, non avevano alcun bisogno di primeggiare. Riesco persino ad immaginali visivamente, al loro ultimo incontro, seduti a Simla a sorseggiare tè in una veranda aperta sullo spettacolo delle montagne, a scambiarsi aneddoti, informazioni, dubbi, Robert con l’eccitazione del ventenne, Adolph col piglio di chi ha in testa un programma e intende portarlo a compimento, Hermann malaticcio ma anche lui risoluto a non mollare. Non erano solo fratelli, erano amici nel senso più ricco della parola.

La loro vicenda mi ha commosso, ma mi ha anche indispettito. Siamo praticamente costretti a sapere tutto di squallidi ruffiani o di feroci mafiosi, ci fanno su libri o film o serie televisive, e non c’è la minima memoria di coraggiosi protagonisti della storia della conoscenza.

Per questo ho voluto cercare di far rinverdire, almeno nella mia minuscola aiuola, il “trifoglio” di Humboldt. Spero di esserci riuscito. E penso immodestamente che lui ne sarebbe soddisfatto.

Adolph Schlagintweit, Interno del tempio buddista del monastero Mangnang a Gnari Khorsum (acquarello, agosto 1855)

Bibliografia

Hermann e Adolph Schlagintweit – Untersuchungen über die Physicalische Geographie und die Geologie der Alpen (1 vol. + atlante) – Leipzig, Wetzel, 1850

Hermann e Adolph Schlagintweit – Untersuchungen über die physikalische Geographie und Geologie der Alpen (1 vol. + atlante) – Lipsia, 1854

Hermann, Adolph e Robert Schlagintweit – Results of a scientific mission to India and High Asia: undertaken between the years MDCCCLIV and MDCCCLVIII, by order of the court of directors of the hon. East India Company (4 vol.) – Lipsia e Londra, 1861–66

Hermann Schlagintweit – Reisen in Indien und Hochasien. Eine darstellung der landschaft, der cultur und sitten der bewohner, in verbindung mit klimatischen und geologischen verhältnissen – Jena, H. Costenoble, 1869-80

Helga Alcock – Three pioneers: the Schlagint. Weit brothersThe Himalayan Journal 36, 1980

Giorgio e Laura Aliprandi – Le grandi Alpi nella cartografia (vol. 1, pag. 300-301) – Priuli & Verlucca, 2005

Riccardo Cerri, La spedizione degli scienziati tedeschi Adolf e Hermann Schlagintweit sul Monte Rosa nel 1851 e la loro permanenza al ricovero Vincent (3150 m), Notiziario CAI Varallo, dicembre 2001, pp. 14-16

Moritz Brescius, Friederike Kaiser, Stephanie Kleidt (a cura di) – Uber Den Himalaya: Die Expedition Der Bruder Schlagintweit Nach Indien Und Zentralasien 1854 Bis 1857 – Vandenhoeck & Ruprecht Gmbh & Co, 2015

Gabriel Finkelstein –Conquerors of The Künlün? The Schlagintweit Mission to High Asia, 1854-57 – Phil Archive

Helmut Mayr – Schlagintweit-Sakünlünski, Hermann Alfred Rudolph von – in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 23-25

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Sven Hedin – Transhimalaya – The Macmillan Company, 1909 (da The Project Gutenberg ebook)

John Keay – Quando uomini e montagne si incontrano – Neri Pozza, 2005

Herman Schlagintweit, Panorama del lago e dei giardini vicino a Srinagar, Kashmir (acquarello, ottobre 1856)

Herman Schlagintweit, La catena dei Kuenlúen, da Súmgal, in Turkistán (acquarello, agosto 1856)

Herman Schlagintweit, Il lago salato Tsomognalari, a Pangkong, Tibet occidentale (acquarello, agosto 1856)

Appendice

da Helmut Mayr – Schlagintweit-Sakünlünski, Hermann Alfred Rudolph von – in: Neue Deutsche Biographie 23 (2007), S. 23-25

Il 2 dicembre, i fratelli partirono da Bombay per Madras. Adolf prese la via meridionale via Mahabaleshwar, esplorò le gole dei Ghati occidentali e incontrò i suoi fratelli a Pune, che avevano risalito il Deccan lungo la Grande Strada. Viaggiarono insieme fino a Bellari; poi Adolf studiò i pendii settentrionali dei Ghati orientali, mentre gli altri due fratelli si diressero a sud e, da Bangalore in poi, presero strade diverse per raggiungere Madras. Durante questo viaggio, compiuto interamente a cavallo, le osservazioni geologiche occuparono la maggior parte dei loro diari. I tre fratelli raggiunsero Calcutta in nave e risalirono le pianure del Gange. Da lì, Robert esplorò l’India centrale nella catena montuosa dell’Amarkantak, mentre Adolf si spinse inesorabilmente verso sud per apprendere le caratteristiche geologiche delle catene montuose che, sul margine superiore del Deccan, impongono la loro direzione est-ovest sulle acque. Robert fu tra i primi europei ad avventurarsi nei temuti e leggendari Monti Amarkantak, i cui abitanti erano tra i popoli più incivili dell’India, veri e propri selvaggi. Mentre Robert rivolgeva la sua attenzione agli stati di Rewah e Gwalior, Adolf attraversò i Monti Vindhya e le propaggini orientali dei Monti Satpura, fermandosi solo al mare, nella regione del delta del grande fiume Godaveri. Il viaggio fu uno dei più lunghi intrapresi all’epoca; durò solo sette settimane (dal 19 dicembre 1855 al 7 febbraio 1856) e, grazie ai suoi ricchi risultati geognostici, consolidò l’alta stima di cui Adolf era tenuto come geologo in India. Queste osservazioni furono significativamente integrate dalle indagini che Adolf condusse nell’India meridionale nei mesi successivi. Da Rajamandri, Adolf salpò per Madras e da lì, dopo un breve soggiorno, verso il possedimento francese di Pondicherri. Da lì, nel Palki o nella bara, intraprese un viaggio via terra via Trichinapalli – già allora una stazione delle missioni cristiane che da allora hanno avuto un successo sorprendente – e salì sulla catena montuosa del Nilgiri. Attraverso l’altopiano di Maisur, Adolf tornò con un ampio arco a Madras e partì il 21 marzo 1856 per imbarcarsi su una nave diretta a Calcutta.

Hermann cercò l’Assam, la valle del Brahmaputra; nella prima parte del viaggio, i suoi studi si concentrarono sull’intricata rete di canali formata dalla confluenza delle possenti acque del Gange e del Brahmaputra nel loro corso inferiore. Il viaggio iniziò il 15 agosto 1855, direttamente in barca dalle pendici dell’Himalaya, proseguendo fino a Dacca e poi risalendo fino a Silhet, dove furono raggiunte le pendici meridionali dei Monti Khassia. Il tranquillo viaggio in barca fu propizio all’esecuzione di grandi disegni e acquerelli, che sono tra i dipinti più vividi e suggestivi che i fratelli riportarono a casa. Sfortunatamente, Hermann contrasse una febbre persistente durante i 44 giorni di permanenza in acqua nella stagione delle piogge, aggravata da un foruncolo maligno sulla schiena. L’incisione necessaria dovette essere affidata a un indigeno e Hermann non si riprese mai dalla perdita di forze subita a causa di questa malattia, sebbene il suo soggiorno sui Monti Khassia dal 29 settembre al 16 novembre 1855, ad altitudini non inferiori ai 1200 metri durante il periodo più freddo e favorevole dell’anno, gli procurasse un immediato miglioramento. Il suo soggiorno e l’attraversamento dei Monti Khassia divennero uno dei periodi più memorabili dell’intero viaggio; oltre a ogni genere di lavoro di storia naturale e alla produzione di disegni, si dedicò per la prima volta su larga scala a questioni antropologiche (misurando figure umane, realizzando calchi in gesso della parte anteriore del viso, raccogliendo teschi umani ben documentati e scheletri completi), nonché creando collezioni etnografiche e zoologiche.

Dopo essere sceso nella valle del Brahmaputra, Hermann trascorse due mesi in Assam e prolungò i suoi viaggi verso nord, fino all’Himalaya, e verso est, fino alle sorgenti del Brahmaputra. Sulla base delle misurazioni del volume d’acqua dei torrenti montani che confluiscono a Sadiya, Hermann si riteneva giustificato, secondo la gente del posto, nell’attribuire al Lohit la sorgente del Brahmaputra; tuttavia, viaggi più recenti di esploratori anglo-indiani hanno dimostrato che il Lohit è troppo breve per attribuirgli questa distinzione, e il Dihang, noto in Tibet come Tsangpo, è ora considerato il corso superiore del fiume.

Determinare l’influenza dei tipi di roccia e delle masse montuose più grandi sull’ago magnetico era un compito particolare per i viaggiatori e poteva essere portato a termine solo penetrando nel più grande sistema montuoso della Terra, l’Himalaya, con la catena del Künlün a segnarne il confine settentrionale. L’esplorazione di questa catena montuosa si adattava perfettamente alle inclinazioni dei fratelli, e i loro studi preliminari li avevano resi particolarmente adatti a tale compito. Di conseguenza, vediamo i viaggiatori muoversi attraverso questa catena montuosa con la massima perseveranza.

Tra il 16 novembre 1855 e il 30 gennaio 1856, Hermann fece un’incursione da Gauhati, Assam, via Mangaldai e Udalguri nel territorio del lama o abate sopra Tawang. La sua aspettativa di raggiungere lo spartiacque della cresta principale meridionale delle montagne non fu soddisfatta; i lama rifiutarono portatori e guide. Hermann dovette fermarsi a Narigun a un’altitudine di 1110 metri, ma dai punti panoramici riuscì ad avere una panoramica delle alte vette, la più vicina delle quali superava già il Monte Bianco, e tornò a Tezpur in Assam con una ricca collezione di schizzi e disegni di mappe.

Da maggio ad agosto 1855, Hermann intraprese una visita estremamente gratificante nel Sikkim britannico, abbinandola all’esplorazione delle catene montuose a ovest: i monti Sandakphu, Phallut e Singalila. Hermann dimostrò un’attività davvero notevole durante questo viaggio. Frutto di questa spedizione sono un’ampia serie di osservazioni, ampi panorami, 32 disegni di dimensioni minori e una consistente collezione dei più rari oggetti di culto buddhista provenienti dai monasteri di Pemiongtschi e Saimonbong, nonché dalle collezioni del dotto Chibu Lama, che all’epoca rappresentava il suo sovrano, il Principe del Sikkim, a Darjiling.

Mentre il Bhutan e il Sikkim indipendente erano tra i territori chiusi, Hermann, durante la sua visita a Kathmandu, capitale del Regno del Nepal, che occupa la parte centrale dell’Himalaya, ottenne un Parvana (una lettera di salvacondotto) dal sovrano. Hermann poté trascorrere un mese intero (dal 14 febbraio al 13 marzo 1856) in Nepal; tra le scoperte che fece con successo ci fu l’identificazione di Gaurisankar, “la montagna che racchiude Shiva e la sua consorte Gauri”, come il nome nativo della montagna più alta del mondo, con i suoi 8.840 metri. Gli inglesi avevano chiamato il Monte Everest in onore dell’illustre direttore dell’Ufficio Trigonometrico Indiano e, ancora nel 1886, tentarono di contestare la pretesa di Hermann di aver determinato il nome nativo. Tuttavia, la questione è stata nel frattempo chiarita a favore del ricercatore tedesco (cfr. ES in Petermann’s Mittheil, 1888, p. 338 e 1890; Survey of India Department, Dehra Dun 1890).

Mentre Hermann effettuava osservazioni nella parte orientale dell’Impero britannico indiano, Adolf e Robert affrontarono l’India centrale, l’Hindustan e le montagne a nord. Il viaggio da Calcutta via Patna, Benares, Allahabad, Fatehgarh e Bareli fino a Bhabar, ai piedi delle montagne sotto Nainital, richiese ben quattro settimane di posta espressa: all’epoca erano stati aperti solo i 110 chilometri di ferrovia tra Calcutta e Bardwan; oggi Bhabar è il capolinea ferroviario e i treni espressi completano il viaggio in 40 ore. A Nainital, le osservazioni magnetiche e i preparativi per il viaggio in alta montagna richiesero una permanenza di cinque settimane. Il 17 maggio 1855, i fratelli partirono per Munschyari (Shimpti), il quartiere invernale della popolazione tibetana. Robert reclutò lì i portatori necessari e attese il fratello a Milam, a un’altitudine di 3.439 metri, la residenza estiva degli abitanti. Adolf, nel frattempo, intraprese la sua prima spedizione ad alta quota nel magnifico paesaggio glaciale a sud-ovest di Milam. Sul Pindar, mise piede per la prima volta sul ghiaccio glaciale, sperimentando gli effetti dell’aria rarefatta a 5.000 metri di altitudine. I suoi compagni attribuirono questo fatto allo sfavore degli dei e fecero sacrificare ad Adolf una pecora per rappresaglia. Il mese di giugno fu trascorso instancabilmente scalando montagne e osservando da alti passi, raggiungendo l’impressionante altezza di 5.675 metri. Sulle mappe furono registrati non meno di 63 ghiacciai di primo ordine, compresi alcuni di 18 chilometri di diametro. C’erano vivaci scambi commerciali con le carovane in viaggio da e per il Tibet; il volume degli scambi durante i mesi estivi in questa valle alta altrimenti isolata valeva mezzo milione di marchi, perché il governo tibetano concedeva ai Bhutia il privilegio – ancora negato agli indù delle pianure – di accedere ai mercati del Tibet. Le misurazioni umane effettuate qui e le collezioni di manoscritti tibetani e beni commerciali acquisiti sono tra i più preziosi dell’intero viaggio. Gli zoologici erano altrettanto estesi. e collezioni botaniche. Il 4 luglio, i viaggiatori partirono per una deviazione verso il Tibet cinese. Inizialmente, si accamparono per tre notti alla formidabile altitudine di 5646 metri; poi progettarono di scendere nella pianura del fiume Satledj. Una guardia di frontiera cinese inizialmente costrinse gli esploratori a intraprendere una faticosa marcia verso ovest lungo il confine; dopo due giorni, elusero la sorveglianza camuffandosi con una frettolosa cavalcata di venti ore, ma i loro inseguitori li raggiunsero. Solo dopo lunghe trattative con il mandarino cinese a Daba, un’affascinante città rupestre le cui case sono tutte scavate nel morbido terreno di loess, la loro guida, un rispettato Bhutia di Milam, ottenne il permesso di proseguire il viaggio verso il Tsako (Choko) La, a 5351 metri di altitudine, un passo sullo spartiacque tra le valli del Satledj e dell’Indo. Contrariamente agli accordi, i viaggiatori tentarono di raggiungere Gartok, ma inaspettatamente si ritrovarono ad affrontare un distaccamento di oltre cento soldati tibetani. Tornarono quindi a sud-ovest, scalando la cima del Gunshankar, alta 5.702 metri, nella catena del Trans-Satledsch, portando ancora con sé il tavolo da disegno e la mappa. Seguirono il fiume Satledsch lungo la valle fino al grande monastero buddista di Mangnang e poi tornarono nel Garhwal britannico. Il loro soggiorno in Tibet durò dal 4 luglio al 12 agosto. Numerose misurazioni astronomiche e altimetriche, una ricca storia naturale e collezioni etnografiche, tra cui 20 disegni, sono il risultato di questa escursione verso nord, memorabile per le sue difficoltà e fatiche. Una nuova impresa di altissimo livello seguì il loro viaggio di ritorno. Da Mangnang, i bagagli furono inviati in avanti attraverso il Manapasse, alto 5.606 metri, fino al luogo di pellegrinaggio di Badrinath, dove circa 50.000 indù si recano in pellegrinaggio al santuario del dio Vishnu in estate. I ricercatori stessi risalirono il ghiacciaio Ibi Gamin a est, che scende dall’omonima vetta di 7.752 metri, nota anche come Kamot. Alla considerevole altitudine di 5.888 metri, stabilirono il loro ultimo accampamento sulla morena glaciale. Il mattino seguente, la neve ghiacciata facilitò la salita e solo a 6.766 metri la particolare stanchezza che si manifesta con la ridotta pressione atmosferica pose fine all’ulteriore ascesa. Questa altitudine di 6.766 metri è la massima altitudine mai raggiunta da un piede umano a fini scientifici. La discesa a Badrinath, a 3.169 metri, avvenne attraverso un passo a 6.234 metri.

Il magnifico scenario non diede tregua ai viaggiatori. Spinto dalla sua caratteristica sete di chiarezza, Adolf tornò in Tibet sotto mentite spoglie attraverso il Passo di Nana. Al Bogo La (a sud-ovest del Tsako La), a un’altitudine di 5856 metri, poté nuovamente ammirare la catena del Trans-Satledj, completò le sue mappe e scese, pienamente soddisfatto, attraverso il Passo di Nilang, a 5560 metri, nella valle del Bhagirati, la sorgente del Gange. Dopo aver attraversato la valle del Tons, si fermò più a lungo sul Kidarkanta, una cima di soli 3811 metri, ma un punto panoramico di prim’ordine da cui venne ricavato un disegno completo del magnifico panorama. Grazie alla pratica costante, Adolf aveva acquisito una tale sicurezza nel raffigurare le catene montuose che questo panorama, come la maggior parte delle sue vedute successive, fu realizzato a penna e inchiostro. Senza fermarsi, percorsero la valle fino a Masuri, dove, per la prima volta dopo mesi di ininterrotti viaggi in montagna, fu nuovamente possibile il contatto con gli europei. Robert partì da Badrinath via Josimath, scendendo lungo la valle fino a Gopeswar (di fronte a Chamoli), poi salì via Ukimath fino a Kedarnath, e in questo viaggio toccò i luoghi di pellegrinaggio alle sorgenti del Gange, che, nonostante la loro posizione remota, erano visitati da persone provenienti da tutta l’India. La stagione, tuttavia, era molto avanzata; l’attraversamento per Kharsali nell’alta valle di Chamna fu forzato attraverso passi montani innevati, e fu fatta una visita alle straordinarie sorgenti termali di Jamnotri. Il 21 ottobre, entrambi i fratelli si riunirono a Masuri e ora si affrettarono con un folto seguito di manoscritti di osservazione e collezioni di ogni genere verso le pianure dell’Indostani, al fine di sfruttare la stagione fresca, che Hermann aveva trascorso nella valle del Brahmaputra, per i viaggi già descritti, fino a Madras nel Nilgiri. Solo nell’aprile del 1856 i tre fratelli provarono la gioia di essere riuniti a Simla; vennero confrontati gli strumenti e si intraprese l’esplorazione delle montagne occidentali.

Il 3 maggio 1856, i tre fratelli partirono per Kulu, ma si separarono dopo la seconda notte di accampamento. Hermann scelse la via più orientale, seguendo la valle di Satlej fino a Vangtu, poi si diresse a nord, attraversò lo Spiti ed entrò nel Tibet occidentale, noto anche come Ladakh, attraverso il passo Parang, alto 5.637 metri. Hermann acquisì familiarità con le cause e gli effetti che trasformano i bacini lacustri endoreici del Tibet in laghi salati presso il lago Tsomoriri, che, con i suoi 25 chilometri di lunghezza e 5-8 chilometri di larghezza, è simile per forma e superficie al lago Starnberg, ma raggiunge una profondità di soli 75 metri. Le osservazioni effettuate lì furono integrate otto giorni dopo presso il lago Pangkong, noto anche come lago Tsomognalari, il più grande specchio d’acqua dell’India britannica, che si estende per 150 chilometri di lunghezza e 8 chilometri di larghezza. Da qui Hermann scese nella valle dell’Indo, sperimentò per la prima volta la vita monastica buddista su larga scala a Himis e il 23 luglio incontrò Robert a Le, la capitale del Ladakh. Robert aveva raggiunto il Tibet attraverso il passo Baralacha ed era arrivato a Le tre settimane prima. Adolf, alla ricerca di materiale per il suo soggetto preferito, si diresse verso ovest, visitò i ghiacciai dello Zanskar e poi attraversò instancabilmente una cresta dopo l’altra per raggiungere il prima possibile le alte valli del Balti, ovvero l’aspra provincia a nord del fiume Shayok dopo la sua confluenza con l’Indo. Adolf arrivò lì già il 15 luglio e vi rimase per ben tre mesi, esaminando e disegnando un ghiacciaio dopo l’altro. Le montagne lì formano il margine meridionale delle steppe del Pamir, note come il Tetto del Mondo, e sono più ghiacciate di qualsiasi altra parte delle montagne di confine delle pianure dell’Asia centrale. Il ghiacciaio del Boltoro è lungo 65 chilometri, ovvero cinque volte più lungo dei più grandi ghiacciai della Svizzera. Adolf trascorse un’intera settimana all’aperto, all’inospitale altitudine di 5900 metri sul ghiacciaio Chorkonda; un’illustrazione colorata nel primo volume del suo diario di viaggio dà un’idea della grandiosità del mondo glaciale. Attraversando il Passo del Mustag, nei pressi del quale la seconda montagna più alta del mondo si erge con i suoi formidabili 8619 metri, Adolf fu il primo europeo a imbattersi nei predatori Kunduz, una colonia tibetana; ebbe bisogno di un centinaio di uomini per garantire la sua sicurezza da un attacco al Passo del Mustag (5480 metri).

Mentre Adolf raccoglieva diligentemente importanti elementi costitutivi per risolvere questioni orografiche di altissimo livello, i suoi fratelli Hermann e Robert intrapresero un viaggio verso il Turkestan attraverso alte steppe che nessun europeo aveva ancora calpestato. I fratelli partirono da Le il 24 luglio 1856 e raggiunsero il Passo del Karakorum a 5568 metri senza incidenti. Anche a questa altitudine, osservazioni e ascensioni, che si estendevano fino a 6083 metri, resero chiaro che lo spartiacque era stato raggiunto e che non era il più distante Passo del Künlün a separare le acque dell’Asia centrale dall’India. Hermann volle dimostrare definitivamente questo punto attraversando lui stesso il Künlün e il 10 agosto i due fratelli, travestiti e seguiti solo da pochi fedeli compagni, cavalcarono nella “steppa della grande natura selvaggia”, come gli indigeni chiamavano le alte valli, i cui giorni di cammino riempivano lo spazio tra le due creste. Non c’era un vero sentiero da nessuna parte; Alcune pecore condotte al seguito fornirono sostentamento. Nel freddo pungente, che costò la vita ad alcuni animali, i viaggiatori attraversarono il fiume Künlün. Solo il quindicesimo giorno incontrarono altre persone. Il viaggio di ritorno fu completato con successo. A Le, il materiale di osservazione fondamentale che avevano portato con sé fu organizzato e rispedito a casa, e iniziarono la discesa verso la tanto decantata valle del Kashmir.

Anche Adolf si diresse da questa parte; gli ultimi due mesi del 1856 portarono ai fratelli il piacere di tornare insieme nella pianura del Punjab, dove stabilirono un campo base a Rawalpindi. Il 17 dicembre, i fratelli si separarono. Robert iniziò direttamente il suo viaggio di ritorno, scendendo lungo i fiumi Jehlam, Chenab e Satlej fino all’Indo, e lo seguì fino alla sua foce a Karachi; da lì, continuò via terra. Attraversarono l’isola di Katsch e la penisola di Kathiawar e solo dopo una marcia di 2.400 chilometri a cavallo e cammelli, durata quattro mesi e mezzo e iniziata in un freddo intenso e conclusa in un caldo opprimente, raggiunsero Surat e si imbarcarono per Bombay. Dopo aver sistemato i loro affari, Robert fece una deviazione per Ceylon e si imbarcò lì per l’Europa il 14 maggio 1857. Hermann arrivò nello stesso luogo un mese dopo da Calcutta, che aveva raggiunto da Rawalpindi via Lahore, Agra e Patna, con una deviazione per il Nepal. Il 30 maggio, i due fratelli si incontrarono al Cairo, si imbarcarono ad Alessandria il 2 giugno e sbarcarono a Trieste il 7 giugno.

Adolf, dopo essersi separato a Rawalpindi, progettò di esplorare le montagne di confine con l’Afghanistan dopo la sua visita a Peshawar. Grazie alla cortese mediazione di Sir John Lawrence, Adolf fu presentato all’allora onnipotente Emiro di Kabul, Dost Mohammed, il 26 gennaio 1857, in seguito alla firma del nuovo trattato con l’Afghanistan. Gli fu quindi permesso di scendere dal Passo Khyber, attraversando il confine, fino a Kalabagh sul fiume Indo. A Dera Ismael Khan, Adolf interruppe il suo viaggio verso sud, dirigendosi verso est. Mentre i suoi fratelli sospettavano che avesse fatto una deviazione nella valle di Biaš (Kangra), era già tornato in alta montagna. Un incontro a Peshawar con i capi delle carovane dirette al Turkestan aveva consolidato il suo piano di attraversare il Passo Künlün più a est di quanto i suoi fratelli fossero riusciti a fare l’anno precedente. A Lahore, furono acquistati gli ultimi beni di scambio. All’inizio di maggio, animali e provviste furono procurati a Sultanpur (a nord di Simla) e il gruppo si mise in cammino lungo sentieri appartati, sperando di passare inosservato, dirigendosi a est della catena del Karakorum verso l’allora sconosciuto altopiano di Lingtsi Thang. Il Karakorum fu attraversato al Passo Kisil e al Passo Künlün sui Monti Kilian. Con l’attraversamento del Turkestan, iniziarono le difficoltà. I cavalli furono rubati e comparvero personaggi sospetti. Invece di avanzare senza sosta, furono costretti a rimanere in valli laterali nascoste sui pendii meridionali del Künlün. Alla fine di luglio, Adolf inviò dei servi a Yarkand per ottenere informazioni attendibili sulle voci di una rivolta politica a Kashgar. Wali Khan, membro di una famiglia Khokhandi che per secoli aveva lottato per il possesso del Turkestan orientale, ormai divenuto una provincia cinese, era diventato il sovrano del paese. La vittoria, ottenuta dall’avventuriero quasi senza un solo colpo di spada, fu celebrata secondo l’antica usanza tartara con una piramide di teschi ricavati da quelli dei suoi nemici giustiziati, che erano stati radunati fuori dalla capitale, Kashgar. Dal 1° agosto, Adolf fu posto sotto sorveglianza; tuttavia, riuscì comunque a lasciare Yarkand in mezzo al caos provocato da un assalto cinese iniziato un’ora dopo il suo arrivo. Con la sicurezza che contraddistingue gli europei, Adolf, giunto a Kashgar, chiese udienza a Vali Khan. La risposta, tuttavia, fu un ordine per la sua decapitazione, che fu eseguita immediatamente il 27 agosto 1857; la sua testa fu usata per adornare la piramide di teschi. Così si concluse l’ultimo viaggio dei fratelli, in cui avevano in parte seguito sentieri che nessun europeo aveva calcato dai tempi di Marco Polo.

Herman Schlagintweit, Il lago salato Kiuk Kiol, nella valle del Karakàsh, Turkistán (acquarello, agosto 1856)

Adolph Schlagintweit, Altura alluvionale sul confine occidentale del Singh Sāger Duáb Pànjáb (acquarello, febbraio 1857)

Hermann Schlagintweit, Le vette e i ghiacciai del Sàsser l’ass a Nubra, in Tibet (acquarello, agosto 1856)

Hermann Schlagintweit, La valle di Sàtlej e i dintorni di Ràmpur nell’Himalaya occidentale (acquarello, giugno 1856)


[1] Vedi Humboldt controcorrente, Viandanti delle Nebbie, 2006.

Due biografie monumentali

di Vittorio Righini, 9 luglio 2024

Ho avuto modo di leggere di recente due biografie monumentali (oltre 600 l’una e oltre 450 pagine l’altra) e farmi un’idea di entrambe, grazie al confronto emozionale che mi hanno fornito.

La prima è La Vita a Modo Mio di Wilfred Thesiger, autore di due tra i migliori libri sul deserto e sul mondo arabo, su regioni poco esplorate e su popoli dimenticati. La biografia è uscita in Italia di recente.

Due biografie monumentali 02 Wilfred ThesigerWilfred Thesiger

Il primo dei due libri di cui sopra è Sabbie Arabe, che The Observer ha definito “un classico della letteratura di viaggio, scritto in un linguaggio volutamente carica di risonanze epiche”. Sono d’accordo, l’Empty Quarter, in lingua locale Rub el-Khali, è uno dei deserti più ostici da attraversare, e la parte sud è la più inospitale. È il più grande deserto sabbioso contiguo del mondo, con 650.000 chilometri quadrati di sabbia e pietra, ed è così inospitale e con pochissime oasi da renderlo quasi inabitato. Non c’è da stupirsi che sia chiamato “il quartiere vuoto”, che è una perfetta traduzione dell’arabo “Rub al Khali”. Ricopre un terzo della penisola arabica, estendendosi sui territori di quattro paesi: Oman, Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Il famoso T.E. Lawrence, per noi comunemente Lawrence d’Arabia, lo traversò in modo memorabile trent’anni prima di Thesiger (1915/1945). Lo fece non certo per diletto e ce ne ha lasciato ampia memoria scritta.

Due biografie monumentali 03

L’altro libro è Quando gli Arabi vivevano sull’acqua. Questo secondo lavoro è altrettanto mirabile quanto il primo, soprattutto perché tratta di una zona veramente ignota a molti di noi, il sud della Mesopotamia, la terra chiusa dal Tigri e dall’Eufrate. Nel 1951, quando Thesiger vi si recò in esplorazione, il Tigri e l’Eufrate erano ancora fiumi degni di tal nome in quanto a portata, e in primavera, con lo scioglimento delle nevi sui monti della Persia e della Turchia, si creavano paludi che resistevano a lungo. Un mondo acquatico, popolato da flora e fauna vari. Gli Arabi si spostavano remando su barche a bordo basso, pescando e costruendo abitazioni, casoni e magazzini con i giunchi. Insomma, leggere di un mondo arabo basato sull’acqua è stato davvero una sorpresa, originale e interessante. In entrambi i libri la scrittura è colta ma scorrevole, il racconto è originale e interessante.

Così quando è stata tradotta in italiano la biografia di Thesiger, La Vita a Modo Mio, (è quella da oltre seicento pagine) mi sono precipitato ad acquistarla, nonostante il prezzo proibitivo che usualmente pratica Edizioni Settecolori per i suoi libri di narrativa, non solo di viaggio (tra questi Peter Hopkirk, Peter Fleming, Paul Morand e altri ancora).

Ho iniziato a leggerlo nel settembre dello scorso anno, mentre ero in viaggio in Grecia con Paolo Repetto. Lui aveva portato due libri brevi: uno lo divorò in un paio di giorni, l’altro, a quanto pare molto palloso, lo mollò immediatamente. Non mi rimaneva che passargli la biografia e leggere altre cose che avevo con me. Alla fine del viaggio Paolo era ai due terzi della lettura, e volle tenerlo ancora una settimana: ma non mi era parso particolarmente entusiasta.

In questa prima parte dell’estate ho ripreso in mano il libro, dal punto in cui lo avevo lasciato a Salonicco, con immutate illusioni di trovarlo avvincente.

Ma vediamo intanto in breve il personaggio.

Due biografie monumentali 04

Thesiger è nato ad Addis Abeba nel 1910. Educato con rigore e fermezza a Eton e a Oxford, è stato campione di boxe universitario e ottimo sportivo; un grande fisico sempre allenato, alto, magro, forte. Prima della Seconda Guerra Mondiale ha fatto parte della Sudan Defense Force, “un’unità delle forze ausiliarie coloniali britanniche creata nel Sudan anglo-egiziano nel 1925, per assistere la polizia locale nei compiti di sicurezza interna e mantenere l’integrità territoriale. Durante la guerra ha preso parte prima alla campagna dell’Africa orientale e poi ha combattuto in Nord Africa, nella campagna del deserto occidentale”. È rimasto nel SDF dal 1935 al 1940, per poi passare appunto, allo scoppio della guerra, alle ‘Forze di Difesa del Sudan, aiutando a organizzare la resistenza abissina contro gli occupanti italiani. Tra i vari riconoscimenti e titoli, gli è stato assegnato il DSO, cioè la medaglia del Distinguished Service Order, per aver catturato Agibar e la sua guarnigione di 2.500 soldati italiani. Successivamente ha prestato servizio presso lo Special Operations Executive in Siria e presso lo Special Air Service durante la campagna del Nord Africa, raggiungendo il grado di Maggiore. Dal 1943 al 1945 ha funto da consigliere politico del principe ereditario Asfa Wossen dell’Etiopia. Era un personaggio orgoglioso ed eccentrico, benestante, che veniva da una famiglia facoltosa. Ciò gli ha permesso di viaggiare in luoghi lontani e semi sconosciuti senza problemi economici.

Dopo la guerra, in qualità di socio emerito della Royal Astronomical Association inglese e di innumerevoli altre organizzazioni culturali, si e è dedicato ai viaggi nei paesi africani e arabi, e ha vissuto prevalentemente in Kenya. È morto nel 2003 a Croydon, vicino a Londra, dove è sepolto come Sir Wilfred Patrick Thesiger.

Tornando al libro, giunto nella lettura quasi a metà, l’ho chiuso e accantonato. La motivazione, me ne rendo conto, è molto personale, ma nessuno mi paga per leggere, quindi lo faccio solo se quello che leggo mi piace. E quello che stavo leggendo mi piaceva poco.

Sir Thesiger spesso dopo cena diceva ai suoi boys: toh, esco e mi faccio un leone! Se trovava le femmine le ammazzava tutte, e il giorno dopo ci riprovava, finché non eliminava il maschio. Provava un grande piacere a sparare a qualunque cosa si muovesse, dalla rara gazzella del deserto al leone appunto, dal becco selvatico del Sahara alle capre del Tassili. Un giorno i servitori gli portarono due cuccioli di leone, ai quali aveva probabilmente ucciso la madre la sera prima, e lui li allevò amorosamente finché, a nove mesi, erano diventati un impiccio e un pericolo per i locali. Con un certo dispiacere (!) dovette abbatterli. Non sono più riuscito a leggere una pagina.

Se sembro sentimentale me ne dispiace, ma non posso cambiare; se mi dite che erano altri tempi, credo che non cambi nulla, io sono sempre stato contrario alla caccia indiscriminata, la sola caccia che accetto è quella ancestrale per procurarsi il cibo. Mangio carne? si, con gusto, carne allevata s’intende. Ma no, a sparare proprio non provo nessun piacere.

L’altro aspetto per me non particolarmente invitante è la narrazione relativa a certi luoghi dove Thesiger ha vissuto: luoghi che non ho mai avuto intenzione di visitare, per un certo disinteresse verso quelle zone. Faccio un esempio: ci saranno un centinaio di pagine sulla Dancalia, ho dovuto cercarla sulle mappe, nel nord dell’Etiopia. Viene presentata come segue (sul web, copio e incollo): «In passato definita “la terra del diavolo” per i suoi paesaggi infuocati, aride distese di sale e vulcani perennemente attivi e i geyser sulfurei alimentati da acque roventi, la Dancalia è uno dei luoghi più inospitali del pianeta e allo stesso tempo uno dei più suggestivi e affascinanti». Non ne sono particolarmente affascinato, ho come l’impressione che se un libro narra di un luogo che mi piace, lo leggo molto più volentieri. Per il resto della sua vita non vi so dire, mi sono fermato nella lettura e il mio giudizio, ovviamente, è basato sulla prima metà del libro.

A merito di Thesiger va ascritto che la sua grandezza letteraria risiede anche nella descrizione delle culture di alcuni popoli dell’Africa orientale, frutto di un’indagine veramente minuziosa e completa, che è rimasta di riferimento per gli studi successivi. Il problema di alcuni dei rappresentanti di questa nobile stirpe di eruditi inglesi del secolo scorso credo fosse la mancanza di umiltà, condita a un pizzico di snobismo, forgiato probabilmente dalle vergate ricevute sui banchi di Eton e Oxford. La fascetta di copertina, a firma di un giornalista del The Times, dice: “la più avvincente biografia mai letta”. Non sono d’accordo, e pur non sconsigliandone la lettura, io l’ho riposto.

Due biografie monumentali 05

L’altra autobiografia che ho letto, frutto di un fortunato acquisto al mercatino dell’usato di Predosa, è di Heinrich Harrer. La mia sfida al destino. Dall’Eiger al Tibet, dall’Alaska al Ruwenzori. Un’avventura lunga una vita.

Due biografie monumentali 06 bisHeinrich Harrer

“Heinrich Harrer nasce a Huttenberg, un paesino della Carinzia, nel sud dell’Austria, nel luglio del 1912, quindi in pieno Impero Austro-Ungarico. Il padre lavora alle Poste, la madre casalinga, poi ci sono altri tre fratelli più giovani. Dopo svariati successi nel mondo dello sport sulla neve, nel 1933 si iscrive all’Università di Graz e studia geografia. Grazie alla sua capacità sportiva, e alla sua adesione alle SA di Hitler (Sturm Abteilungen, squadre d’assalto), senza la quale sarebbe stato boicottato, viene convocato nella squadra di sci alpino per le olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936. Nel 1937, con l’Anschluss (l’annessione forzata) dell’Austria alla Germania, passa alle SS (le famigerate Schutz-Staffein, squadre di protezione).”

Non indossa mai la divisa delle SS perché parte nel 1938 per una spedizione preliminare al Nanga Parbat in Himalaya. Della sua militanza nelle SS dice: “Ero giovane. Lo ammetto, ero estremamente ambizioso e mi era stato chiesto se avessi voluto diventare l’istruttore di sci delle SS. Devo dire che approfittai subito dell’occasione. Devo anche dire che se mi avesse invitato il Partito Comunista, mi sarei unito a loro. E se mi avesse invitato il diavolo in persona, sarei andato con il diavolo”.

Il suo più grande desiderio è quello di scalare le vette più ardite ed entrare nella storia dell’alpinismo. Prima di partire per il Nanga Parbat, con l’amico e scalatore Fritz Kasparek, progetta una impresa a detta di molti quasi impossibile: scalare la parete nord dell’Eiger, in Svizzera. Una montagna non particolarmente alta (3.967 mt.), ma quasi invalicabile dal lato nord. Incontrano casualmente durante l’arrampicata due scalatori tedeschi, Ludwig Vorg e Andreas Heckmair e insieme riescono, sebbene in mezzo ad un sacco di avversità (ben narrate nel libro Parete Nord) a raggiungere la vetta il 24 luglio. Una grande impresa, perché l’Eiger nord solo due anni prima aveva portato alla morte due alpinisti tedeschi, mentre altri, alcuni italiani compresi, avevano rinunciato prima della vetta. Questa impresa è il trampolino di lancio verso il lungo viaggio che lo aspetta in Himalaya. La Fondazione Himalayana Tedesca, finanziata dal partito nazionalsocialista, che crede al valore d’immagine delle grandi imprese non per scopo scientifico o sportivo, ma per inneggiare ancora di più al Furher, si affretta ad ingaggiarlo.

Due biografie monumentali 07 Eiger parete nordEiger, parete Nord

Raccomandato alla Fondazione da Himmler stesso, Harrer è inserito in una spedizione guidata da Peter Aufschnaiter, alpinista di grande esperienza, che nel 1938 dovrebbe studiare i migliori passaggi per arrivare in cima al Nanga Parbat, in previsione di una successiva spedizione tedesca in grande stile del 1939. Prima di partire sposa però Hanna Charlotte Wagener, figlia del grande esploratore tedesco Alfred Wagener, che rimane incinta. Quando il padre è già in India nasce un figlio, Peter, che incontrerà il genitore solo molti anni dopo.

Mentre la spedizione attraversa l’India scoppia la Seconda Guerra Mondiale. La nave che dovrebbe rimpatriarli non arriva in tempo, così sono catturati dagli inglesi a Karachi, all’epoca appartenente all’India Britannica, e deportati al campo di Ahmednagar, vicino a Bombay (attuale Mumbay). I ripetuti tentativi di fuga del gruppo convincono gli inglesi a trasferirli al campo di Dehra Dun, a nord, non troppo distante dal Nepal e dal Tibet, paese neutrale nel quale Harrer e Aufschnaiter sperano di approdare. (è curioso notare che il Dalai Lama, quando fuggì definitivamente dal Tibet nel 1959, venne ospitato per un certo periodo proprio a Dehra Dun, prima di essere trasferito definitivamente a Dharamsala, sempre nel nord dell’India, a un centinaio di km. dal confine con il Tibet, oggi Cina). Tornando a Harrer, nel 1944, al quinto tentativo di fuga, lui e altri cinque riescono a fuggire. Harrer e Aufschnaiter optano per il Tibet, mentre gli altri compagni puntano a sud e al Giappone.

Due biografie monumentali 08Mappa dell’India Britannica e paesi circostanti nel 1909

I due decidono di puntare su Lhasa e dopo un lungo, pericoloso e stentatissimo viaggio a piedi, varcano il confine della città il 15 gennaio del 1946. A poco a poco, grazie anche al fatto che Aufschnaiter ha studiato il tibetano, i due avventurieri si guadagnarono la fiducia e il rispetto dei cittadini, mostrandosi umili e rispettosi, quindi integrandosi anche svolgendo mansioni utili alla comunità.

Due biografie monumentali 09Vista laterale di Lasha e del Potala

Da qui in avanti, la fonte migliore è il libro Sette Anni in Tibet, più completo del riassunto fatto nell’autobiografia di cui sto parlando. Harrer entra davvero in confidenza con il Dalai Lama, e la loro amicizia durerà tutta la vita. Nel 1950, al momento della prevista invasione cinese, Harrer si ritira in India, mentre Aufschnaiter rimane a vivere fino alla sua scomparsa poco distante da Lhasa. Harrer scriverà: “Ovunque vivrò, proverò nostalgia del Tibet. Spesso penso di poter ancora sentire le grida delle oche selvatiche e delle gru e il battito delle loro ali mentre volano sopra Lhasa al freddo chiaro di luna. Il mio più sincero desiderio è che la mia storia possa creare un po’ di comprensione per un popolo la cui volontà di vivere in pace e in libertà ha conquistato così poca simpatia in un mondo indifferente”.

Nel periodo successivo al 1950, dopo il rientro in Austria, comincia a ricevere inviti: la sua fama lo mette al centro dell’attenzione, e gli sono offerti viaggi in varie parti del mondo. Invitato a New York, al termine del ciclo di conferenze compie tre scalate in Alaska a tre vette inviolate, poi nelle Ande, in Africa, in Oceania. Esplora alcune zone amazzoniche del Brasile, per incontrare delle tribù locali che vivono come al tempo della pietra. Nel 1957 esplora il Suriname e la Guyana Francese con l’ex Re dei Belgi Leopoldo III, assistendo anche a un (fallito) lancio di un satellite dal centro spaziale di Kourou. Entrambi contraggono la malaria, al tempo poco conosciuta, e sono curati per lungo tempo in ospedali europei, arrivando entrambi a un passo dalla morte. Esplora parte del Borneo, poi la Nubia e il Sudan per incontrare il bellicoso popolo Hadendoa. Nel 1962 scala una delle vette più ardue al mondo, la Cartsensz Pyramid o Puncak Jaya, in Indonesia, di quasi 4.900 metri. Sempre nel 1962, è graziato dalla sorte: non si imbarca per un ritardo a Bangkok, sul volo 771.

Due biografie monumentali 10Il palazzo del Potala

Il volo Alitalia 771 è un Douglas DC-8-43 partito da Sydney che dovrebbe percorrere le tratte di Darwin, Bangkok, Bombay, Karachi e Teheran prima di atterrare a Roma, con 94 passeggeri a bordo. L’aereo si schianta in avvicinamento a Bombay, probabilmente per un errore umano. Nessun superstite.

Tornando alla biografia di Harrer, la trovo più avvincente, più scorrevole rispetto a quella di Thesiger, sebbene sia scritta in modo meno ricercato, più semplice.

Le prime 150 pagine, dalla sua infanzia fino alla partenza dal Tibet, sono pagine che si divorano, letteralmente. La parte successiva, soprattutto il periodo delle interviste, delle conferenze e delle apparizioni pubbliche è senz’altro più monotona, poi Harrer riprende a narrare di esplorazioni nelle zone più sperdute del mondo, veramente in stile Eric Shipton, e il racconto torna ad essere avvincente.

Durante una esplorazione all’interno della Papua Nuova Guinea cade in una cascata e viene salvato per miracolo. Le molte fratture e le successive operazioni al torace si faranno sentire a lungo, ed è l’unico grave incidente in tutta la sua lunga vita. Interessante il paragrafo sulla visita ai pigmei delle Andamane, così come a quelli del Congo; altrettanto interessante il capitolo sul Buthan e sul piccolo Tibet, il Ladakh.

Una delle straordinarie caratteristiche di Harrer consiste nell’essere uno sportivo a tutto tondo, al punto che nel 1955 scopre casualmente il golf, ci si dedica intensamente, nel 1959 diventa campione austriaco (!), tre anni dopo presidente del golf club Kitzbuhel. Probabilmente, se avesse fatto corsa, ippica o canottaggio avrebbe prevalso comunque.

Rivede alcune volte, in giro per il mondo, l’amico Dalai Lama. L’ultima volta a casa sua, a Huttenberg nel 2002, per il suo novantesimo compleanno. Harrer muore il 7 gennaio 2006 a 93 anni. Il Dalai Lama così ne omaggia la memoria: “Sono particolarmente addolorato perché Heinrich Harrer era un amico personale. […] Quando l’ho incontrato per la prima volta nel 1949 proveniva da un mondo che non conoscevo. Ho imparato molte cose da lui, in particolare sull’Europa. […] Voglio cogliere questa opportunità per esprimere la mia immensa gratitudine e il mio apprezzamento per aver creato così tanta consapevolezza sul Tibet e sul popolo tibetano attraverso il suo famoso libro Sette anni in Tibet e le numerose conferenze che ha tenuto nel corso della sua vita. Il suo amore e rispetto per il popolo tibetano sono molto evidenti nei suoi scritti e nei suoi discorsi. […] Riteniamo di aver perso un fedele amico dell’Occidente, che ha avuto l’opportunità unica di sperimentare la vita in Tibet per sette lunghi anni prima che il Tibet perdesse la sua libertà. Noi tibetani ricorderemo sempre Heinrich Harrer e ci mancherà moltissimo”.

Oggi il celebre alpinista austriaco riposa nel cimitero della sua città natale, a Hüttenberg, dove ha sede l’Heinrich Harrer Museum. che contiene circa 4500 pezzi portati in Austria dall’esploratore dai i suoi tanti viaggi nel mondo, moltissimi di origine tibetana. Invece la collezione di antichità, costruita nel corso degli anni anche con l’aiuto della terza fedelissima moglie, Katharina Haarhaus, confidenzialmente Carina, era stata venduta al Museo etnografico di Zurigo, per una scelta di carattere economico. Harrer voleva infatti garantirsi una tranquilla vecchiaia. Al tempo stesso molti capolavori dell’arte del mondo diventavano visibili a tutti, all’interno di un Museo, e non rimanevano relegati nelle stanze del collezionista. Questo atteggiamento era stato particolarmente apprezzato dal Dalai Lama, perché più si parlava di Tibet, più si cercava di risvegliare le coscienze contro gli invasori cinesi. Purtroppo, la convinzione intima di Harrer, e cioè che il Dalai Lama un giorno sarebbe tornato libero nel suo palazzo del Potala, non si è realizzata e non si realizzerà in futuro.

Due biografie monumentali 11Heinrich Harrer e un giovane Dalai Lama

La prima cosa che distingue Harrer da Thesiger, oltre alla nazionalità, è l’origine popolare: un’infanzia contadina presso il nonno, ma con una visione del mondo fuori dai suoi ristretti confini, alimentata da curiosità e entusiasmo. Il suo primo e unico interesse era raggiungere il gotha dell’alpinismo, ma non nel senso stretto della parola, cioè entrare nell’elite aristocratica di quello sport, bensì nell’ottenere formidabili risultati nelle scalate. La sensazione che ho avuto è che lui fosse un ottimo alpinista, ma non un fenomeno dell’arrampicata. Non un Herzog, un Hillary, un Messner per intenderci. La sua scalata alla Nord dell’Eiger rappresenta il punto più alto (non metricamente) da lui raggiunto, e si tratta di una prima assoluta su di una parete difficilissima e mortale. In seguito però, vuoi per gli avvenimenti che glielo hanno impedito, vuoi per una certa ruggine provocata dai sette tranquilli anni trascorsi in Tibet, non ha più ritrovato la grinta che aveva da giovanissimo. Harrer mi ricorda un po’ Eric Shipton. Come Shipton (lui davvero autore della più bella autobiografia che io abbia letto, dal titolo Quel mondo inesplorato, libro che non deve mancare sullo scaffale degli appassionati del genere), anche Harrer si gode le valli intorno ai picchi più elevati, ammira le vette anche dalle stanze dei suoi rifugi, studia le popolazioni autoctone senza ambire obbligatoriamente ad arrivare alla vetta.

Harrer ha certo un carattere particolare, e non perché cambia tre mogli, pure in tempi in cui non era così comune come oggi. A merito del film Sette Anni in Tibet va ascritto che l’atteggiamento assai poco simpatico che Brad Pitt interpreta all’inizio, poi nel viaggio e nella fuga, è probabilmente molto veritiero: il cambiamento caratteriale viene mostrato solo durante i sette anni nel Tibet. Semplicemente, come scrive lui in un passo citato prima, pur di partire per un viaggio in montagna, con la sua ambizione avrebbe accettato anche l’offerta del diavolo, scavalcando qualunque regola morale, il che non lo rendeva certo simpatico.

Harrer ha un rapporto di rispetto con le popolazioni che incontra, sia nel viaggio in fuga dall’India, sia nella sua lunga permanenza a Lhasa. Anche Thesiger ha un rapporto protettivo e rispettoso verso le popolazioni che descrive, in questo entrambi si integrano nelle realtà locali con facilità. Poi, a parte il dettaglio che Harrer non va a caccia (o almeno non ne parla mai) e che rispetta gli animali, le differenze stanno nei luoghi dove si svolge la loro storia, e nel linguaggio usato. Harrer scrive in modo più semplice e immediato, Thesiger è più raffinato e colto, sicché le origini dei due vengono alla luce. Fondamentalmente, Harrer opera su tre piani distinti: da giovane è un alpinista, con la mezza età diventa esploratore e negli ultimi anni, prima di ritirarsi, un etnologo; questa tripla definizione la si percepisce soprattutto in questa sua lunga biografia.

I luoghi descritti dai due autori sono certo ostili, ma per loro sono ospitali, e in tutta onestà io nutro una grande passione per il plateau himalayano rispetto a quello africano: così non mi è difficile schierarmi dalla parte dell’austriaco.

Last but not least, come scrivono gli inglesi (questa magari potevo risparmiarmela …), Sette Anni in Tibet ha avuto una notevole influenza su di me. Quando ereditai dai miei cari la casa di campagna in cui vivo tuttora, trentacinque anni fa circa, trovai in un mobile una copia di questo libro (prima edizione Garzanti, del 1953). Era appartenuto a mio zio, Aldo Montorzi, Tenente Colonnello dell’Esercito Italiano, marito della sorella di mia madre, teatino duro come una roccia da fuori, ma buono come il pane dentro, che rimase alcuni anni prigioniero di guerra in India. Lo aveva comprato (presumo) perché nel libro c’erano molti riferimenti ai campi di prigionia inglesi in India, e lui ne sapeva … abbastanza. Questo libro, anche se a volte un po’ romanzato, narra in modo mirabile un’avventura straordinaria. La prefazione dell’edizione inglese è opera di Peter Fleming, autore di narrativa di viaggio, inglese, a me poco gradito per il modo ampolloso e snob di scrivere (e per la brutta abitudine di cacciare le tigri, in questo collega di Thesiger), che ospita Harrer a Londra con tutti gli onori al suo ritorno in Europa, e verso il quale l’austriaco prova molto rispetto.

L’altro libro, molto fortunato e apprezzato, è Parete Nord e racconta la conquista della Nord dell’Eiger (Il Ragno Bianco credo sia il titolo della prima edizione di Parete Nord); un libro di puro alpinismo, consigliabilissimo. Il terzo libro, Ritorno al Tibet (un ritorno a Lhasa nel 1982), invece è una operazione un po’ forzata, utile solo (e comunque non è poco) a denunciare la tirannia cinese in Tibet. In realtà il paragrafo dedicato a questo viaggio, inserito nella biografia di Harrer, è già esaustivo sull’argomento. Ci sono altri libri, ma li ho trovati solo in inglese, e quello sul Buthan solo in tedesco; non so se esistono traduzioni in italiano dei seguenti:

  • Lost Lhasa (1953)
  • Tibet is My Country (1961) – an autobiography of the Dalai Lama’s older brother, Thubten Jigme Norbu, as told to Harrer
  • I Come from the Stone Age (1965)
  • Ladakh: Gods and Mortals Behind the Himalayas (1980)
  • Return to Tibet: Tibet After the Chinese Occupation (1998)
  • Denkich an Bhutan (2005)

Concludo andando in fuorigioco, ma solo perché penso a quanti luoghi, quante località, se notate, sono state citate in queste poche pagine. Penso a Harrer che si iscrive all’Università e sceglie Geografia, un percorso di studi che ho seguito anch’io.

Allora penso che a mia figlia di trentatré anni (mio figlio, lo ammetto, è più curioso e competente), che se chiedo dov’è Crotone mi risponde in Cambogia. Per questo motivo invito i quattro o cinque lettori di questo articolo a ricordarsi la sera, prima di coricarsi, di Mariastella Gelmini, che quindici anni addietro, nelle vesti di Ministro della Pubblica Istruzione, ritenne che l’insegnamento della geografia fosse una spesa inutile per le casse dello stato.

Le motivazioni di un viaggio

Copertina per incontri tematici2di Stefano Gandolfi, 3 dicembre 2022 

Pubblichiamo la trascrizione di un momento dell’incontro “Viaggi e viaggiatori”, nell’ambito della mostra sentieri in utopia.

Perché viaggiare?

Bruce Chatwin, autore di un libro il cui titolo era già esaustivo (“Anatomia dell’irrequietezza”) si chiedeva, con una domanda ovviamente retorica: “perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due [mesi]?”.

In questa domanda, e nelle sue mille risposte possibili, vi è già tutto il succo della questione. Al netto di ogni considerazione collaterale, o si ama viaggiare oppure no. A prescindere da tutte quelle che sono portate avanti come giustificazioni, scuse più o meno plausibili:

Sì, mi piacerebbe viaggiare, ma …:

  • sono troppo stressato dalla vita quotidiana e in ferie voglio rilassarmi su una spiaggia …
  • se non mangio la pasta o le lasagne sto male …
  • se non dormo nel mio letto sto male …
  • non conosco le lingue …
  • non sopporto le zanzare, gli insetti, i moscerini, i coccodrilli, gli animali feroci mi fanno paura …
  • sono a disagio con gli estranei …
  • ho paura di volare, dei treni, delle navi, degli incidenti stradali …
  • non mi piace viaggiare da solo …
  • non mi piace fare viaggi di gruppo …
  • e poi in definitiva viaggiare è bello, ma noi siamo in Italia, il paese più bello del mondo, con la cucina più buona e la gente più simpatica …

Tutte frasi che mi sono state dette, non le ho inventate, da persone che si sentivano in dovere di giustificarsi, quando invece dovrebbero essere fiere della loro scelta; almeno sono consapevoli dei loro limiti, o per meglio dire della loro indole stanziale, di cui non c’è nulla di cui vergognarsi.

Perché esistono due grandi categorie di umani, gli stanziali e i nomadi, i vagabondi, gli irrequieti; sono sempre esistite (i cacciatori/raccoglitori e i coltivatori/allevatori) e sono due categorie entrambe necessarie per spiegare la storia e l’evoluzione del genere umano.

In una società nella quale ovviamente non esistono quasi più i cacciatori/raccoglitori (salvo che in piccole, circoscritte comunità, peraltro in via di estinzione in quanto sempre più osteggiate e minacciate da un modello di vita dominante totalmente agli antipodi), può essere più difficile distinguere gli appartenenti ad uno dei due gruppi, e anche per ogni singolo individuo scoprire la propria vera identità, spesso, quasi sempre, soffocata da impedimenti veri, quelli del lavoro, della famiglia, della necessità della sopravvivenza propria e delle persone di cui si è responsabili.

Talvolta qualcuno si scopre viaggiatore al crepuscolo della propria vita, dopo la pensione (e in questo caso è più corretto dire all’inizio di una nuova vita!), e altri lottano tutta la vita per poter utilizzare al meglio le ferie, per soddisfare la propria passione, sia pure nei limiti economici, temporali e ultimamente anche sanitari/epidemiologici (nonché bellici) che la situazione impone.

I più ostinati ci riescono, a costo di sacrifici, di rinunce nell’arco dell’anno per poterselo permettere, dimenticando di essere stanchi perché fino alle ore otto della sera precedente hanno lavorato in modo selvaggio, accumulando turni e rinunciando a giorni di riposo per avere più giorni di ferie: per poi bruciare tutto in due o tre settimane, nelle quali vorrebbero vedere, conoscere, annusare il mondo, portarsi a casa il maggior numero di ricordi possibile, con la frenesia del cambiamento di vita, seppure temporaneo, e allo stesso tempo con l’angoscia del ritorno ineluttabile. E rimpiangendo i grandi viaggiatori del passato, per i quali spesso esisteva solo la data di partenza.

In quelle due o tre settimane si vivono le emozioni della conoscenza, la prese di coscienza della relatività del proprio piccolo mondo, la curiosità di scoprire luoghi, persone, culture, abitudini, stili di vita, religioni, cibi, passatempi, giochi, musica, ogni forma d’arte e di cultura, ci si mette in gioco valutando la propria capacità di adattarsi ad abitudini anche radicalmente diverse dalle nostre, a interagire con persone che a casa loro posseggono la dignità e la grandezza che gli compete e che spesso, tragicamente, perdono quando sono costretti ad emigrare, a fuggire per necessità economiche, politiche, militari, religiose.

Si scoprono sotto una luce completamente diversa situazioni sociali, antropologiche che là ci risultano assolutamente plausibili mentre a casa nostra apparirebbero perlomeno problematiche. Si impara a fare confronti, valutazioni non più e non solo in termini di meglio e peggio, di superiorità ed inferiorità, ma semplicemente in termini di differenza, senza alcuna arbitraria pretesa di sentirsi migliori di altri. Si scopre qualcosa che poi sarebbe prezioso, indispensabile, riuscire a portarsi a casa per non dimenticarsi di queste valutazioni.

Le motivazioni di un viaggio (4)

Il viaggio offre anche queste opportunità, che più che mai sono preziose per rompere il circolo vizioso di pregiudizi, atteggiamenti razzisti o classisti, odi razziali o di genere che appartengono, spesso, a chi non oltrepassa il confine del piccolo mondo in cui vive.

Il viaggio è un arricchimento, sia per motivi nobili, altruistici, ma anche semplicemente per il proprio godimento personale, per la propria indole di nomadi e di irrequieti; è un antidoto alla monotonia ed al peso di una vita che spesso ci stringe come un cappio e ci costringe in recinti sempre più stretti, ci soffoca in una infinita serie di limitazioni, di rinunce sempre più gravose in un circolo vizioso sempre più perverso e senza via d’uscita.

È a mio avviso, e non solo mio, uno dei modi più nobili di fare qualcosa che non sia strettamente indispensabile per la sopravvivenza fisica, qualcosa che sia anche un po’ inutile, ma che dà ossigeno ad esigenze e pulsioni più remote, aldilà della pura e semplice necessità di arrivare alla sera per ricominciare la mattina successiva.

Un grande alpinista francese degli anni Sessanta, Lionel Terray, definì sé stesso e i suoi sodali “i conquistatori dell’inutile”. Questa definizione penso si possa applicare anche alla categoria dei viaggiatori, degli irrequieti, dei navigatori solitari, se per inutile si intende non produttivo, non finalizzato al puro lavoro, alla crescita economica propria e della società; se si intende insomma qualcosa che si frappone alla logica del profitto e del fatturato.

Questa “inutilità” spesso viene accostata anche a tutte le categorie artistiche, della musica, della pittura, della letteratura; quante volte si sente dire che “con la cultura non si mangia”, dalla famiglia e, ahimè, anche magari dalla scuola e dalle istituzioni? Certo, il viaggiatore perlomeno è meno esecrabile delle altre categorie sopra menzionate per i motivi detti prima; perché viaggia nelle ferie, due o tre settimane, poi torna a casa e ricomincia a lavorare e a produrre. Quindi è meno minaccioso e sovversivo rispetto ad un artista.

Dall'Appennino alle Ande (20)

Quando si manifestano i sintomi che preludono alle motivazioni del viaggio? Spesso c’è un po’ di genetica, in genere qualche familiare, parente, cugino, di quelli un po’ strani, bizzarri, magari una “pecora nera” della famiglia, che a Natale o Pasqua era sempre in giro per il mondo e in estate lo stesso. Che ti piombavano in casa a salutarti di ritorno da Marte o dalla Luna con abiti, oggetti, soprammobili strani e inusuali, che ai genitori provocavano scandalo e imbarazzo mentre ai bambini, chissà perché, suscitavano semplicemente curiosità e fascino, ancor di più se alimentato dai racconti dei posti visitati. E che dopo tanti anni ti risvegliavano un ancestrale desiderio di visitare uno di quei posti magici ed esotici descritti dal cugino strambo.

Poi le letture certamente. Fin da bambino con Salgari e tanti altri, il cinema quando ce n’era l’occasione, magari con Bud Spencer e Terence Hill che andavano benissimo ad alimentare la fiamma. E poi, a scuola e a casa, quella strana passione per la geografia che per tutti gli altri erano solo noiosissime cartine mute, atlanti geografici incomprensibili fatti di laghi, fiumi, confini a nord, sud, est, ovest, quanto grano, quante industrie, quanti pescatori e dove finiscono gli Appennini e cominciano le Alpi.

Ma per me erano grimaldelli per scoprire un mondo totalmente nuovo, affascinante, da comprendere ed esplorare, Erano mappe, carte stradali con una miriade di simboli da convertire in luoghi reali, in strade, ponti, tunnel, città con i loro intrichi di vie, palazzi, parchi, stazioni della metropolitana, campi e palazzetti sportivi, teatro di scorribande, imprese, gesta epiche degli eroi della strada … era una mappa di New York regalatami dal cugino giramondo sulla quale mi studiavo le strade, i percorsi, le gesta dei protagonisti del film “I guerrieri della notte”, erano le mitiche carte Michelin dell’Africa dove studiavo e sognavo spedizioni on the road dalle coste mediterranee fino a Capo di Buona Speranza. Erano le mappe escursionistiche dell’Himalaya, del Nepal e del Tibet che ho divorato e studiato a memoria quando è esplosa la passione per la montagna, sincrona con quella dei viaggi. Erano i libri di Chatwin, Sepulveda, Coloane, Mutis che non avrebbero avuto alcun significato se non avessero avuto una solida e precisa correlazione con le relative coordinate geografiche, e che mi sono portato in Sud America a fianco delle Lonely Planet.

E poi erano gli amici, i compagni di classe, più fortunati, più intraprendenti di me, oppure quelli che avevano più coraggio nell’opporsi ai dinieghi dei genitori ed andavano nel Sahara con una “Due Cavalli” o una “R4”, scassatissime, che poi magari abbandonavano là vendendole per due soldi per comprarsi il biglietto della nave di ritorno; erano i loro racconti di queste epiche imprese, veri e propri riti di iniziazione alla vita reale. Sempre insieme a loro, prima e dopo il viaggio, a studiare le Michelin del Nord Africa, per viaggiare almeno con la fantasia.

La geografia dunque, quello strumento magico che ti permette di trasformare simboli in realtà.

Quella geografia negletta, disprezzata e quasi scomparsa dalla scuola, salvo poi ritornare prepotentemente in auge sotto forma di geo-politica, quello strumento indispensabile per poter perlomeno tentare di comprendere cosa è successo nel mondo negli ultimi decenni e, quotidianamente, accade oggi, in Europa (Ucraina) in Asia (Tibet, Afghanistan, Taiwan, Nord Corea…), in Medio Oriente (Irak, Iran, Siria …) in Africa (Somalia, Etiopia, Nigeria …), in Sud America, praticamente in tutto il pianeta, ove è impossibile anche solo vagamente spiegarsi i fatti che accadono senza collocarli in una dimensione geografica e storica.

E quindi anche quei professori che si ricordano a distanza di quarant’anni, che ti hanno fatto innamorare della storia e della geografia, spiegandoti che l’umanità non è fatta solo di date, luoghi, cifre da imparare a memoria.

E poi i primi viaggi coi genitori, con un padre entusiasta e forse più bambino di me nell’eccitazione e nella curiosità di scoprire posti nuovi. Un viaggio in Polonia nel 1972, in piena era della “Cortina di Ferro”, insieme ad una coppia di amici di famiglia, grandissimi viaggiatori ed avventurieri, noi in quattro su un Alfa Romeo, loro in due su un Maggiolino Volkswagen, fermi per ore alla frontiera fra Cecoslovacchia e Polonia con le auto letteralmente smontate in cerca di dollari che erano stati nascosti nelle scarpe del viaggiatore più innocente e meno sospettabile, ovvero il sottoscritto tredicenne. E poi il cambio dei dollari come in film di spionaggio e di guerra fredda, in mezzo alla piazza principale di Cracovia piena di folla a mezzogiorno, con una donna polacca che ci ha affiancato per uno scambio di buste senza parlarci né guardarci, previo segno di riconoscimento concordato tramite conoscenza sicure…. cos’altro può crescere in testa ad un ragazzino che a Praga, di ritorno, ha scattato di nascosto (dai genitori e dai soldati) un intero rullino di foto ad una parata militare, cosa vietatissima ovviamente, dato che all’epoca non si trattava di folklore per i pochissimi turisti, ma di situazioni estremamente serie e con poco sense of humour del governo e della polizia?

Ovviamente non c’è bisogno (e non ce n’è mai stato, perlomeno da parte mia) di manifestazioni di coraggio, di spavalderia ed esibizionismo per viaggiare in modalità appena un po’ diversa da quella puramente turistica.

L’emozione del viaggio è tutta interiore, dentro di sé. Inizia dal divano e a tavolino, con un libro in mano, un racconto di viaggi, una guida turistica, una cartina, due amici con cui programmare il viaggio. E prosegue sulla strada, dove il viaggio inizia già al casello di Castelceriolo, di San Michele o di Alessandria Sud. Ed il percorso è il viaggio, la meta è solo un dettaglio, un plus che ovviamente fa piacere raggiungere, ma che in molte circostanze rappresenta solo il coronamento di un’avventura già memorabile e ragguardevole. Capo Nord è il pretesto, il primo chilometro e i successivi tremila sono la vera essenza del viaggio.

Le motivazioni di un viaggio (2)

Anche il viaggio in aereo, evoluzione indispensabile ed inevitabile quando i confini e le mete si allontanano dall’Europa, è sempre un’emozione. Lo rimane anche dopo tantissimi voli lunghi, noiosi e disagevoli per chi come me è alto un metro e novanta e non vuole accendere un mutuo per pagarsi la prima classe.

Ma se si affronta il viaggio con quello spirito e quella curiosità del bambino che è dentro in noi, anche le ore di attesa all’aeroporto, specialmente di qualche città straniera, rappresentano un’avventura; girovagando fra i negozi per curiosare fra i souvenir del posto senza comprare nulla, mangiando qualcosa di locale anziché i soliti cibi anonimi e globalizzati … Senz’altro questo farà sorridere e provocherà qualche sguardo di compatimento da parte dei cosiddetti veri viaggiatori, quelli scafatissimi, che non si sorprendono più di nulla, che sono uomini e donne di mondo e che guardano tutto con superiorità. Ma di ciò non mi importa nulla, io resto il bambino che ogni volta guarda ogni cosa come se fosse la prima volta. E se e quando non sarà più così, quel giorno forse smetterò di viaggiare.

Quando i disagi non saranno più sopportabili, quando non faranno più parte del gioco, dell’avventura, della sfida con sé stesso ad accettare gli inconvenienti, le scomodità, quando il cibo sarà immangiabile, le persone e i compagni di viaggio diventeranno insopportabili, i letti scomodi e durissimi, i panorami monotoni, quando la curiosità sarà scemata, quando non verrà più voglia di scattare alcuna fotografia, quando il taccuino per gli appunti rimarrà bianco, sia durante il viaggio che dopo, quando non ci sarà più nulla da raccontare agli amici perché non si è più riusciti a raccontare nulla a noi stessi, quando si avrà voglia di tornare a casa, quando di fronte alla possibilità di fare un fuori programma si preferirà tornare in camera in albergo perché ci si sente stanchi, quando si proverà nostalgia per la nobildonna palermitana ultraottantenne che in Namibia, con una frattura di femore in atto si ostinava a voler proseguire il viaggio in fuoristrada… ecco, in quel momento, come il fuoriclasse sportivo che anticipa il declino ritirandosi in pieno splendore, bisognerà avere il coraggio e l’obiettività di ripensare alla propria vita.

Ed il viaggio continuerà, certo che continuerà, con altre modalità, con i ricordi, riordinando gli appunti di viaggio, le foto, i racconti ai giovani che viaggiano on-line con le immagini dei social.

Perché il viaggio, il vero viaggio, non è un hobby a tempo perso, ma è qualcosa che si ha dentro di sé e fa parte della propria vita, non è un elemento di contorno, non è qualcosa che si affronta solo se non si è troppo stanchi, solo se si “scende” in alberghi di lusso, solo se ci sono garanzie totali di confort di buon esito a priori. È una dimensione dello spirito.

Le motivazioni di un viaggio (5)

Viaggiare significa consumare le piastrelle dei terrazzi di casa durante il lock-down per la COVID, significa guardare fuori dalla finestra se sei immobilizzato a letto per un intervento chirurgico, per esplorare le strade sotto casa e scoprire qualcosa di nuovo sui marciapiedi e nei giardinetti di fronte.

Significa guardare Google Maps per ripercorrere percorsi alpinistici in Himalaya, sulle Ande, sulle nostre Alpi, e percorrerne di nuovi con la fantasia, ma quella fantasia che stringe con rabbia il sogno e la speranza di poterli percorrere davvero.

Significa, ogni volta che sopravviene un problema fisico, di salute, un’intolleranza alimentare o quant’altro, affannarsi a programmare un viaggio che sia compatibile con questi problemi, senza rinunciare a farlo, semmai studiando tutte le contromisure necessarie.

Significa essere sempre pronti a preparare i bagagli, a tenere a portata di mano i borsoni, a verificare periodicamente i passaporti, le attrezzature per i trekking, i vestiti, il materiale fotografico. Anche nelle giornate in cui magari non riesci nemmeno ad uscire da casa.

Significa non arrendersi, prendere ad esempio i sempre più frequenti modelli di comportamento delle persone che con disabilità importanti portano a termine imprese meravigliose, sportive o “semplicemente” turistiche.

Significa ostinarsi a studiare le lingue, anche quando sembra un’impresa disperata se non lo hai fatto da giovane studente, significa imparare quattro frasi di nepalese e inorgoglirsi di stupire uno sherpa che d’estate lavora in un nostro rifugio di montagna, salutandolo nella sua lingua.

Significa rimettersi in gioco ogni volta, alimentare nuovi sogni, rinnovare l’entusiasmo, la curiosità e l’ingenuità del bambino che è in noi, quella curiosità che è probabilmente, aldilà della fortuna di non avere problemi seri di salute, il miglior antidoto all’invecchiamento psico-fisico.

Significa rimpiangere quella stanzetta senza armadi, senza termosifone, senza bagno, senza arredi, con un materasso su una rete, a 4500 metri di altitudine in Bolivia, il giorno prima di salire su un vulcano di 6000 metri per poi ridiscendere facendo in tempo a mangiare una pastasciutta al ragù preparata a metà pomeriggio dai padroni di casa.

Significa ricordare l’espressione di due ragazzini di 14 anni che dopo una settimana passata a dormire in tenda in mezzo alla savana, in Botswana, fra leoni ed elefanti che ci passavano vicino, alla prima notte di civiltà in un buon albergo, confortevole, ci supplicavano di riportarli in mezzo alla savana, e chissenefrega se non c’era la doccia con l’acqua calda, se non ci si lavava, ma si pasteggiava alle sei di pomeriggio con gin-tonic e noccioline in barba a quel che avrebbero potuto pensare i genitori che ce li avevano affidati…

Significa che, ogni volta che sull’autostrada Voltri-Gravellona, al bivio dopo Casale, si svolta per andare verso Santhià e la valle d’Aosta, si prova un desiderio incontrollabile di tirare diritto per andare verso Malpensa e provare a vedere se riesce ad imbarcarsi per qualche destinazione … e l’alternativa non è un campo di prigionia, ma la nostra casa di montagna, unica passione che rivaleggia con quella per i viaggi, dicotomia che si può risolvere solo, come abbiamo fatto tante volte, organizzando un viaggio che preveda anche un trekking e/o una salita su una montagna.

Viaggiare è vivere, arricchendosi di conoscenza, come disse il sommo Poeta. Vivere è viaggiare.

Dall'Appennino alle Ande (31)

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Grazie per la risposta. ✨

Namaste

Nepal e Tibet

di Stefano Gandolfi, 8 gennaio 2021, vedi l’Album 

​ PARTE PRIMA – KATHMANDU

​ Namaste!

​ Overdose di emozioni

​ Pashupatinath

​ Bodhanat

​ PARTE SECONDA – LE MONTAGNE

​ Prossima fermata: Indiana Jones City

​ L’inizio di un trekking

​ Big foot ai piedi dell’Everest

​ Round Annapurna Trekking, relazione tecnica ed esperienza umana

​ PARTE TERZA – IL TIBET

​ Un medico a 4500 metri di quota

​ Vent’anni dopo

​ Tibet, ultima frontiera

N.d.A.: per una mia scelta personale, ho deciso di non mettere didascalie alle fotografie, per sottolineare la sensazione che abbiamo ripetutamente provato di conoscere, attraversare e amare luoghi senza tempo, senza spazi fisici, quasi privi di una dimensione materiale definita; infine magari anche per indurre un po’ di curiosità che sarò ben felice di soddisfare! 

PARTE PRIMA – KATHMANDU

Namaste!

Buon risveglio, se così si può definire il graduale passaggio da quel fastidioso e precario stato di dormiveglia che ha caratterizzato le lunghe ore del viaggio aereo in Nepal alla riacquisizione della consapevolezza della realtà.

La realtà di un non-luogo quale è questa scatola volante sospesa a 10,500 metri sul livello del mare, dove i tempi e la vita sono scanditi dai campanelli per chiamare le hostess, dai pianti dei bambini inconsolabili dalle loro madri, dal passaggio del carrello con i suoi acri e fastidiosi aromi che preannunciano l’arrivo della colazione plastificata e iperlipemica. Se state arrivando per la via più breve, direttamente dall’Europa e dalla penisola arabica, avrete la fortuna, se il cielo non è immerso nelle nuvole, di vedere alla vostra sinistra l’Annapurna e il Dhaulagiri, i primi due “ottomila” himalayani, e questa visione, mentre starete spalmando un po’ di burro su una fetta di pane scongelato e sulle vostre arterie, vi libererà una scarica di adrenalina pura, perché vi verranno in mente i miei racconti, le storie dei nostri meravigliosi viaggi sospesi fra sogno e realtà nelle terre che sfidano il cielo, dove tutto appare incredibile e allo stesso tempo plausibile. Mentre berrete un po’ di caffè sintetico ed un orange-juice ipersaturo di conservanti nell’inutile tentativo di scrollarvi di dosso l’apatia delle quattordici ore di immobilità forzata, mentre farete la coda per andare in bagno prima che il 747 cominci a scendere inchiodandovi alle cinture di sicurezza, mentre respirerete ancora un po’ l’aria viziata e depressurizzata (grossolano surrogato dell’aria sottile che vi ripulirà i polmoni nel lungo trekking nella valle del Khumbu) vi staranno tornando in mente tutti i motivi per cui avete intrapreso questa avventura.

E quando scenderete le scalette del Boeing e toccherete il suolo del vecchio e decrepito “Tribhuvan International Airport”, (N.d.A.: attualmente, nel 2020, ristrutturato e moderno!) e sarete accolti da un pugno nello stomaco di afa e malessere da fuso orario, intruppati nella ressa per il check insieme a decine di trekkers, alpinisti e turisti di ogni dove, per prima cosa cercherete disperatamente traccia di quella spiritualità che nei giorni successivi cambierà definitivamente i vostri cuori, perché se vi ho fatto venire fin qui, e se ora vi sto aspettando fuori dai cancelli, l’ho fatto nella sicurezza che dopo questo viaggio nulla sarà più come prima. E allora mettetevi con tranquillità in coda ai banconi, fidatevi di me, tenete a portata di mano i vostri passaporti e cinquanta dollari per il visto, ne varrà la pena…

E allora “welcome in Kathamandu, good morning, namaste!”

“Namaste”. Quante volte lo sentirete …

… e altrettante volte lo ripeterete. All’inizio vi sembrerà un po’ forzato, forse anche ridicolo, vi sembrerà di scimmiottare i locali per sembrare integrati all’atmosfera e alle loro usanze, poi pian piano diventerà naturale, non solo la parola, ma tutti i significati che nascondono queste sette lettere, ciao, buongiorno, benvenuto, ma anche, scendendo in profondità, “saluto la scintilla che è in te”, e allora già questo vi farà capire da un saluto qualcosa di chi vi starà di fronte, di chi come una meteora vi sfiorerà nel lungo cammino, magari con la schiena piegata da un carico di fascine o da assi di legno, con la testa bassa in segno di rassegnazione per il peso della vita, ma anche di rispetto per l’ospite che incontra, questo strano personaggio venuto da un altro mondo per cercare di capire dalla loro misera vita come si può vivere meglio nel loro mondo. Un mondo dove mai nessuno si sognerebbe di camminare per le strade del centro di Milano vestito di stracci spingendo un carretto pieno di legna, un mondo dove a quarant’anni si è nel pieno della vitalità e non già al termine di una breve, faticosa esistenza. Eppure noi vogliamo andare a casa loro a cercare risposte: che assurdità, vero?

I soliti occidentali benestanti, annoiati dalla vita, che perseguono il richiamo del misticismo orientale alla ricerca del santone che li porti al traguardo della spiritualità, possibilmente in quindici giorni perché poi bisogna tornare al lavoro? No, ne sono già passati tanti, hanno preso le loro pillole di saggezza, hanno fumato le loro canne, hanno portato a casa i sandali e le tuniche arancioni, adesso ben nascoste in qualche armadio, hanno “cambiato vita” senza cambiare nulla, hanno ripreso i loro ritmi, le loro usanze, i loro riti.

Non li condanno, non è facile fare la rivoluzione, fuori e dentro di sé, tutt’al più riesci a fare un po’ di casino, a cambiare look, a passare qualche serata con gli amici con un CD di musica misticheggiante e con un po’ di erba di quella buona, e poi al lunedì ricominci a produrre!

 

Ma allora …? È tutto inutile? Siamo venuti qui per nulla? Non ci sono risposte?

Ci sono, ci sono, non è facile trovarle, questo no… ma le cose facili… che gusto c’è? Ci sono un po’ di ostacoli da superare, robetta… soltanto mille luoghi comuni, la spiritualità il misticismo, il mito del “buon selvaggio” applicato genericamente a tutti i popoli del terzo e quarto mondo, la fretta e la superficialità della nostra cultura e del nostro stile di vita, la lingua, la comprensione della loro religione… la nostra sempre minore attitudine ai rapporti umani (anche fisici..) che ci rende goffi e impacciati anche nelle espressioni più semplici di relazione con gli altri, mettiamoci anche un po’ (tanta..) repulsione iniziale alla sporcizia, agli odori, a tutto ciò che è intenso per gli occhi, le orecchie, il naso e la pelle.. un po’ di fatica fisica all’inizio della marcia, la necessità di abituarsi al loro cibo.

Vabbe’, che sarà mai? Ci facciamo intimorire?

No! Credetemi, ne varrà la pena… se è una sfida, non vediamo l’ora di metterci alla prova, vero? Le risposte ci sono, basta solo avere gli occhi e il cuore per cercarle. E allora cerchiamole, dove cominciamo?

OK, avete passato i cancelli dell’aeroporto, decine di folcloristici (e un po’ molesti) ragazzini vogliono impossessarsi del vostro bagaglio per indirizzarlo al taxi o alla jeep del loro cugino/fratello/amico… non preoccupatevi, c’è uno scassatissimo pulmino coreano che ci aspetta con il mio amico Paisang che ci porterà nel cuore dell’inferno, entreremo, fisicamente e metaforicamente, nell’anima della città, questo straccio lacero e sanguinante che pulsa di una vita inimmaginabile.

Non lasciatevi prendere dai pregiudizi o dall’angoscia, inizia un viaggio dentro le strade di Kathmandu, ma soprattutto un viaggio dentro noi stessi, senza GPS!!

Capitolo primo

Overdose di emozioni

(N.d.A.: attualmente, nel 2020, molte cose sono cambiate; a Thamel, il centro urbano di Kathmandu, vige la zona pedonale e alla sera non c’’è più traffico motorizzato, dopo il terremoto si sono fatti molti sforzi per modificare gli aspetti più drammatici dell’inquinamento e per ammodernare le infrastrutture).

Cosa andiamo a cercare in questa moltitudine di stradine con gli scarichi a cielo aperto, con lo sterrato al posto dell’asfalto anche in pieno centro, con le migliaia di moto giapponesi che ti passano anche sui piedi, se non sei pronto a scansarti, ma sempre con estrema cortesia ed un sorriso stampato sugli occhi del folle guidatore, con i micro-taxi coreani incolonnati in un assurdo serpentone, con l’autista che dispone di almeno quattro mani perché due sono sul volante, una sul cambio e una perennemente impegnata a suonare il clacson (N.d.A.: dal 2017 è stato vietato per legge il suono del clacson, forse qualcosa sta cambiando), non si capisce bene se per abitudine, per noia, per salutare gli altri guidatori, per intimorire i pedoni o semplicemente perché c’è (il clacson!), con il codice stradale sfidato, sbeffeggiato, interpretato, ma con un numero di incidenti, tamponamenti e scontri incredibilmente basso rispetto a quanto sarebbe lecito aspettarsi, con lo sbiadito ricordo dell’austero regolamento inglese, con la guida a sinistra che non disdegna traiettorie anche al centro, a destra, sui marciapiedi, ovunque cioè vi sia spazio fisico per conquistare strada e continuare a spingersi avanti, non si sa bene dove e perché, ma comunque sempre avanti..

E poi cosa cerchiamo quando finalmente, frastornati, con gli occhi e le narici già impastati dalla polvere, riusciamo ad entrare in una stradina così stretta da non permettere l’ingresso delle auto o dei camion (ma loro ci tentano lo stesso, con effetti devastanti sulle fiancate dei mezzi!) e scopriamo che è ancora più pericoloso di prima perché il fondo stradale è totalmente ricoperto di frutta e verdure marcite cadute dalle bancarelle, che si vanno a mischiare con il perenne strato di unto che ricopre il selciato, nonché con gli avanzi dei cibi mangiati e consumati per strada a qualunque ora del giorno e della sera dagli abitanti di Kathmandu.

Forse andiamo a cercare lezioni di stili di vita? Vogliamo vedere se mangiano più sano di noi? O se sono più adattati di noi a sopravvivere a smog, inquinamento, fogne a cielo aperto, germi, virus, parassiti, spore, muffe, tutto ciò che basterebbe a sterminare in un giorno un esercito di igienisti, infettivologi e brave persone rispettose dell’igiene e delle buone e vecchie regole del buon senso insegnateci dalla nonna?

Fermiamoci un attimo, respiriamo, smettiamo di pensare, sì, perché da quando abbiamo fatto i primi metri fuori dall’aeroporto non avremo smesso nemmeno per un secondo di andare fuori giri coi neuroni; non dite di no, è inevitabile, succede a tutti: cominciano a venire in mente i racconti degli amici che sono stati in India e nel sud-est asiatico, in Africa o in qualunque altro paese del terzo o quarto mondo, tutte le letture di viaggio e di avventura, i film, i video in rete o sui canali di National Geographic. Un po’ pensiamo di esserci abituati, ma la prima regola del viaggiatore dice che nulla di ciò che ci è stato raccontato, descritto, fatto vedere, può anche solo lontanamente reggere il peso della realtà e del contatto diretto con essa: questo vale per la natura, per gli animali nei safari, per i capolavori dell’uomo (vuoi mettere un Monet visto dal vero o su un libro d’arte?), c’è troppo di più: il contatto fisico, il caldo, il freddo, l’afa, gli odori.

Gli odori… non potrei pensare di essere stato veramente in Tibet se non mi portassi dentro per sempre il ricordo dell’odore del burro di yak rancido che ti prende alla gola e poi al cervello, come un crack, quando entri in un monastero buddhista: lo senti, non lo vedi, ma è appiccicato alle pareti, è dentro gli enormi bracieri dove alimenta le fiammelle dei lumini votivi, è sui pavimenti unti i e lisciati da migliaia di passi dove rischi di scivolare e farti male, è nelle mense dei monaci dove costituisce l’alimento più abbondante e calorico della loro alimentazione, è addosso ai vestiti ed all’epidermide dei pellegrini, da decenni in perenne movimento sulle strade della loro fede.. è mescolato al loro sudore, alla polvere, alla loro stessa vita, inscindibile…

Signori scienziati, maestri della tecnologia, avete costruito meravigliose macchine fotografiche e videocamere, quando riuscirete ad inventare qualcosa che catturi gli odori? Che ci permettano di non impazzire quando, nel gelo del nostro inverno climatico e mentale, guardando le foto ed i video full HD con gli amici, cercheremo inutilmente di spiegare a loro, e di ricordare a noi stessi, quegli acri, fastidiosi, asfissianti, nauseabondi, eppure meravigliosi, vitali, stimolanti odori? Senza i quali ci sembrerà di essere dei ciechi che vogliono ricordare i colori di un temporale sulla steppa tibetana o dei sordi che tentano di far risuonare nella mente i mantra dei monaci buddhisti. Sì, fermiamoci un attimo e fermiamo i pensieri, i giudizi: non si può adesso, adesso si può solo vedere, sentire, immagazzinare dati; non creiamo un conflitto con le nostre menti, con la nostra cultura, con i nostri pregiudizi; poi, forse, verrà il momento della sintesi e dell’elaborazione. È troppo presto, adesso, per cominciare a entrare nel conflitto fra il bene ed il male, fra la povertà ed il benessere, fra l’igiene e la sporcizia, fra lo spreco della ricchezza e la frugalità obbligata della miseria, fra le malattie dell’eccesso e le malattie della privazione: è inutile arrovellarsi per i classici sensi di colpa alla vista dei primi bambini poveri che chiedono l’elemosina (ma non sempre..) e che sguazzano nel rudo in mezzo alla strada (sempre!): è inutile andarsi a ripassare velocemente il capitolo della Lonely Planet dove ti spiega se è meglio dare degli spiccioli agli scugnizzi piuttosto che delle biro; la cioccolata e le caramelle no (fanno venire la carie), i quaderni senz’altro sì, i cappellini e le magliette sì ma senza esagerare (poi si convincono che tutto gli è dovuto..): accidenti, se parti a 200 all’ora tutto diventa subito complicatissimo, anche fare del bene, e allora? Allora imbottiamoci di una adeguata dose di cinismo, mettiamoci una corazza per i primi giorni, non facciamoci sopraffare dai sensi di colpa (non salviamo nessun bambino con i nostri sensi di colpa…) e rimandiamo ogni nostra partecipazione attiva a quando perlomeno ci saremo abituati ad ogni marciapiede che calpestiamo ed alla vista di ogni suo occupante.

Capitolo secondo

Pashupatinath

Un vecchio autobus di linea indiano arranca tra le moto giapponesi e i taxi coreani in un continuo slalom fra bancarelle di ogni genere disseminate fra strade e marciapiedi, il mantra ossessivo del clacson pigiato nell’inutile tentativo di disciplinare le colonne di pedoni che un po’ camminano, apparentemente senza meta, un po’ si fermano a curiosare fra i carretti degli ambulanti e le botteghe seminascoste dalle loro stesse masserizie che occupano quasi tutto lo spazio della porta d’ingresso; i bambini giocano nella polvere, vacche sacre pitturate di sgargianti colori per una delle molteplici feste induiste stazionano indifferenti a tutto questo spettacolo di varia umanità; l’odore acre della vita che ricomincia ostinatamente ogni mattina, l’odore acre dei cibi piccanti che danno ristoro alla gente fin dalle prime ore del giorno; un senso profondo di inquietudine alla visione di questa sporcizia quasi ostentata e comunque accettata; un santone avvolto in una tunica giallo-arancione, con le unghie grottescamente lunghe e la barba incolta, accovacciato nella classica posizione di meditazione a gambe incrociate, dispensa ipotetiche formule di saggezza nei punti nevralgici del traffico dei turisti; chiede poche rupie per una fotografia, uno scatto rubato e non pagato è sufficiente per smascherare la sua apparente imperturbabilità.

Donne di origini indiane, dai lineamenti nobili, austere e senza età, indossano i loro bellissimi “sari” rossi con il portamento fiero di una modella occidentale; mentre attraversiamo il ponte sul Baghmati che ci conduce nel cuore di Pashupatinat, una bellissima ragazza di non più di vent’anni, appoggiata sulla balaustra con lo sguardo perso sulle torbide acque marroni, ci mostra lo splendore dei tratti genetici del suo miscuglio di cromosomi indiani, cinesi, mongoli e chissà quale sangue ancora. Giovani madri lavano i panni nelle acque del fiume, indifferenti alle molitudini di topi e scimmie che sguazzano liberamente sulle rive; altre donne sciacquano pentole e stoviglie; nugoli di bambini si tuffano, riemergono, nuotano e sputano via l’acqua dalla bocca, uomini di ogni età praticano nelle acque sacre del fiume le loro rituali abluzioni purificatorie. Poco oltre, la riva del fiume si apre su un largo piazzale con acciottolato di pietra, sul quale a distanza regolare di poche decine di metri l’una dall’altra sorgono numerose piattaforme di pietra di un metro e mezzo d’altezza; molte di esse sono seminascoste da una fitta cortina di fumo ed emanano uno strano odore agro-dolce, potrebbero sembrare, ad un osservatore superficiale o semplicemente disorientato, le ennesime bancarelle di cibi fritti cucinati all’istante; molte persone si affaccendano intorno ad esse, sembrano serene, metodiche nell’allestimento di questo strano “banchetto”, chiacchierano, adulti, vecchi, i bambini stranamente tranquilli; gli uomini del gruppo accatastano fascine di legna ed alimentano la fiamma con oli profumati e grassi opportunamente spalmati sui corpi inanimati dei loro familiari; il funerale rituale induista sta per avere inizio, le pire si infiammano ed i corpi bruciano lentamente, al termine verranno adagiati su cataste di legna ed affidati alle correnti del fiume; la vita finisce e ricomincia così, senza domande sul senso delle cose: non ci si pone domande su questioni prive di risposta, si accetta quanto tramanda la tradizione e quanto insegnano i saggi.

Per noi tutto questo non è sufficiente, non accettiamo passivamente l’ineluttabile, dobbiamo ostinarci a dare una spiegazione, non solo, ma cerchiamo anche con tutta la potenza della scienza di contrastare il destino; forse vogliamo esorcizzare la morte, forse vogliamo dimostrare quanto la tecnologia può interferire con il corso naturale delle cose, forse semplicemente non ci rassegniamo a perdere tutto quanto l’uomo, il “padrone” del pianeta, ritiene di possedere per diritto naturale o per diritto divino.

Capitolo terzo

Bodhanat

La prima cosa che percepisci, ancora prima di varcare i cancelli sempre aperti dell’ingresso principale, è quella nenia continua; all’inizio, quando sei sul marciapiede della strada, nel centro di Kathmandu, è ancora confusa con il rumore del traffico, poi, varcata la soglia, ti entra nella testa e sovrasta il brusio dei pellegrini, l’allegro vociare dei bottegai che cercano di richiamare la tua attenzione, i commenti emozionati dei tuoi compagni di viaggio di fronte all’improvviso cambiamento psicologico della situazione.. alla fine domina su tutto e diventerà, non solo per oggi ma anche per tutto il resto del viaggio, la colonna sonora della nostra permanenza in Himalaya. “om mani padme hum”: decine di musicassette e di CD suonano incessantemente il mantra, in ossequio allo stupa più sacro in territorio nepalese, ovvero il più importante tempio del buddhismo tibetano al di fuori dal Tibet, meta di pellegrini e di turisti da tutto il mondo; “om mani padme hum”: ovviamente c’è anche una precisa motivazione commerciale finalizzata alla vendita dei CD di musica sacra e tradizionale e di tutti i souvenir tipici del luogo; il sacro e il profano si mischiano con pacifica accettazione e tutto questo non sembra nemmeno stonare eccessivamente, forse la compenetrazione fra la religione e la vita quotidiana rende più plausibile un atteggiamento che altrimenti sarebbe francamente fastidioso: per la popolazione locale non vi è nessun contrasto fra la spiritualità ed il commercio, perché sono due espressioni dello stesso modo di essere, sono due aspetti altrettanto importanti e necessari per la loro sopravvivenza. “om mani padme hum”. Saluto il gioiello nel fiore di loto. Una frase il cui significato simbolico va ben al di là della traduzione letterale. Inizialmente per le nostre menti laiche e razionaliste sembra tutto un po’ ridicolo e stonato, tutt’al più lo accettiamo come elemento folcloristico e interessante dal punto di vista antropologico, ovvero tentiamo subito di riportare il fatto alla dimensione “scientifica” tralasciando quella spirituale. Dopo un po’ di tempo diventa fin quasi fastidioso, ossessivo nella sua ripetitività; sicuramente è ipnotizzante e ti obbliga ad entrare in sintonia con la moltitudine che cammina, sempre rigorosamente in senso orario, attorno al grande tempio circolare; attorno all’anello pedonale sono disposte, lungo tutta la circonferenza, le botteghe dei mercanti di ricordi, mescolati ai quali, magari più discretamente ai piani superiori, si trovano anche venditori di materiale più pregiato, dai “thangka”, i tipici dipinti su tela con i simboli della religione buddhista, a pregevoli pezzi di antiquariato che dopo azzardate transazioni commerciali vengono spediti direttamente a domicilio, in tutto il mondo.

Una pausa, anche mentale, con riso e verdure, Coca-Cola e birra San Miguel (N.d.A.: adesso, nel 2020, si può bere la birra Everest, di gran lunga migliore), comodamente seduti sulla terrazza panoramica di qualche ristorantino, con la spettacolare veduta dei tetti della case al di là del recinto sacro, della cupola dello stupa con le file di bandierine di preghiera e con le mattonelle bianche immacolate verniciate di giallo dalle colate di zafferano che vengono buttate giù a secchiate in coincidenza di qualche solennità religiosa. Alcuni giovani monaci si riposano e meditano, in una mano la ruota di preghiera, in un’altra il telefonino, innocente concessione alla modernità. Sotto di noi, l’incessante pellegrinaggio, e centinaia di mani che fanno girare i grandi cilindri di preghiera posizionati sulle pareti dello stupa; i sottili rotoli di carta avvolti attorno ad un rullo di legno dentro il cilindro di rame, quando questo viene mosso, fanno salire nel cielo le preghiere scritte in minuscoli caratteri; e in questo modo non mancherà mai, in alcun istante, una preghiera che silenziosamente verrà trasportata dal vento nell’aria sottile degli altipiani himalayani. Poi si ritorna giù e si ricomincia a girare attorno al tempio, con le note del mantra che oramai sono entrate nelle sinapsi nervose come in un corto circuito mentale che non riesci più a disinnescare; ma forse, tutto sommato, non ti dispiace nemmeno… Ti costa quasi fatica ammetterlo, ma sei soggiogato da questa atmosfera allo stesso tempo mistica e materiale, da questo “non-luogo” a pochi metri di distanza dalle strade della città teatro della quotidiana lotta per la sopravvivenza; vorresti fermarti a lungo e lasciare libera la mente, rilassarti fuori dal flusso della vita. “Om mani padme hum”, è quasi una droga; in fin dei conti ci vuole ben poco, per il viaggiatore occidentale, spesso in fuga da se stesso, a farsi catturare da qualcosa che lo riporti in un’altra dimensione spirituale; confusamente, superficialmente, ma comunque anni-luce dal suo vissuto quotidiano. Non ti stupisci del fatto che Kathmandu sia stata per decenni un approdo per migliaia di giovani (e meno giovani), alla ricerca di qualcosa che non sapevano bene cosa fosse e sicuramente non l’hanno mai trovata, anzi si sono fatti trovare ben facilmente da altre sirene più insidiose, spesso mortali, sotto forma di pipe e di siringhe. Al tardo pomeriggio sei ancora lì, ai piedi dello stupa, la luce calda del tramonto incendia i colori della fede, gli occhi del Buddha dipinti di bianco, rosso e blu sulla cupola, le bandierine di preghiera gialle, verdi, azzurre, ocra, le tuniche amaranto dei monaci, i logori vestiti variopinti delle pellegrine, i thangka nelle vetrine dei negozi… “Om mani padme hum”. Esci da Bodhanat, ti volti indietro un’ultima volta, sulla città comincia a fare buio, il mondo è tutto sulla strada, indifferente ad ogni cosa. Decidi di non salire sul pulmino per tornare in albergo, vuoi camminare un po’ da solo con i tuoi pensieri, conosci bene Kathmandu, ci sei già stato tante volte, fai un po’ di stradine secondarie, fuori dal flusso turistico; non ci sono più negozi di souvenir, solo squallide case fatiscenti, botteghe di alimentari per i locali, venditori ambulanti che raccolgono le mercanzie, cumuli di rifiuti.

Sul marciapiede un gruppo di bambini di non più di 7-8 anni, riversi per terra, sniffano colle e vernici. Non hanno i soldi per permettersi le droghe dei ricchi. Hai qualche difficoltà a scavalcarli per non inciampare nell’immondizia.

Hai qualche difficoltà a capire il senso della vita.

Kathmandu, Nepal, 2001, 2004, 2008, 2016, 2017, 2018

 

PARTE SECONDA – LE MONTAGNE

Capitolo quarto

Prossima fermata: Indiana Jones City

In ogni viaggio impegnativo, in ogni trekking in montagne selvagge, in qualunque situazione al di fuori della cosiddetta civiltà tecnologica, ci sono alcune circostanze che sembrano create ad arte dal tour operator di turno per poter stupire gli amici al ritorno raccontando di avventure mirabolanti, di rischi pazzeschi, di pericoli oggettivi che ti hanno posto, magari solo per qualche istante, a diretto contatto con la possibilità di morire.

Sono quelle situazioni che, se sciaguratamente finiscono male, tutti i mass-media, i presenzialisti di salotti-TV alla Bruno Vespa, bollano come “gratuita ricerca del brivido” da parte di turisti ricchi, snob, annoiati, o peggio ancora frustrati dalla vita di tutti i giorni e che cercano riscatto nella facile avventura per fare colpo sui colleghi dell’ufficio, sugli amici e sui parenti nella rituale serata di diapositive o di videoproiezione.

Invece nessuno si rende conto che certe situazioni non te le vai a cercare e ti si presentano davanti all’improvviso quando nulla lo fa presagire, magari quando sei seduto su un pulmino in Nepal, dopo la deviazione dalla “statale” Kathmandu-Pokhara, sulla strada secondaria che ti porta all’inizio del trekking e tutt’al più sei un po’ impensierito perché domani inizierà un’impresa sportiva molto impegnativa: 14 giorni a piedi su sentieri ad alta quota fra il Manaslu, l’Annapurna e il Daulaghiri, le tre grandi cime da 8000 metri dell’Himalaya occidentale, la salita alpinistica su ghiacciaio ad una cima di 6100 metri di altitudine, l’attraversamento di un colle a 5400 metri percorso da non più di dieci persone all’anno…

Magari in quel momento pensi di essere inadeguato, che i tuoi compagni sono super-allenati e hanno già percorso tutte le montagne del mondo, la guida alpina è un tipo che è salito sul K2 scendendone vivo nell’estate tragica del 1986. quando grandi alpinisti di ogni nazionalità sono rimasti sepolti sotto i ghiacciai nella tormenta di neve, pensi che un altro del gruppo è salito sul Mutzagh Ata a 7500 metri, pensi che non ce la farai a stare al passo degli altri, che magari soffrirai la quota e sarai l’unico a fallire… Dunque tutt’al più hai questo tipo di preoccupazioni, quando all’improvviso senti le urla dei tuoi compagni cha hanno “la sfiga” di essere seduti sulla fila di sedili del lato destro del pulmino, e per l’ennesima volta hanno visto le ruote posteriori slittare sul pietrisco al bordo della strada in bilico sopra un pendio ripido di almeno quaranta metri: tu stai seduto a sinistra e non hai la percezione di quello che succede, al di là del disagio per il caldo, per il pulmino anni ’50 pieno all’inverosimile di quattordici trekkers, la guida, almeno venti portatori, qualcuno seduto sul tetto, come vedi abitualmente per le strade sulle corriere di linea, qualcuno in precario equilibrio sugli scalini delle porte di salita e discesa; lo zaino sulle ginocchia a ridurre ulteriormente lo spazio vitale, odori indescrivibili di sudore, sporcizia, umanità….. ma a parte tutto ciò, e a parte i sobbalzi bestiali sulla cosiddetta “strada” per Besisahar e Bhulbhule (alcune guide la definiscono una buona strada carrozzabile, alcune più realisticamente esortano a diffidarne..), una infame sterrata percorsa a 3-4 chilometri orari, a parte questo, dunque, tutto sembra andare abbastanza bene, poi gli amici del lato di destra ancora urlano, letteralmente, che vogliono scendere e fare gli ultimi chilometri a piedi, anche se ormai è quasi buio nel tardo pomeriggio, vedi i loro sguardi e capisci che sono spaventati e incazzati neri, che in quel momento non stanno pensando alla bella avventura da raccontare agli amici, le videocamere sono spente e non hanno nessuna voglia di immortalare con immagini l’epico “raid” fuoristradistico!

Per un attimo consideri anche che non sono dei pivellini, dei “tipi da spiaggia”, sono tutta gente che ha girato il mondo e in circostanze sempre da viaggiatori veri, non inclini alle crisi isteriche gratuite di fronte alla minima avversità… e allora scendi anche tu, un po’ per solidarietà, ma anche perché nel frattempo le ruote hanno slittato altre due-tre volte… e dopo che sei sceso e che il pulmino ti passa lentamente davanti, ti rendi conto ancora di più di come vengano clamorosamente sfidate le leggi della fisica e della gravità da parte di quella primordiale unità uomo-macchina costituita dall’autista, imperturbabile ad ogni protesta, e dall’inverosimile pulmino e dalle sue ruote di destra costantemente sull’orlo del baratro!

Arrivi finalmente al lodge al buio, il solito casino bestiale, i borsoni da trekking maltrattati e sbattuti giù dal tetto del pulmino a riempirsi di polvere, zaini, portatori, polli, maiali, cani, odore di cibo non ben definibile, frasi incomprensibili in anglo-italico-nepalese, la ricerca delle lampade frontali per capire dove sei finito e cercare la tua sistemazione… Entri nella tua stanzetta e vedi sulla parete appena sopra il cuscino un ragno di circa 18 centimetri di diametro, stai per ammazzarlo quando Daniele, forte arrampicatore friulano e vero viaggiatore, ti ferma e ti dice, serio: ”aspetta, magari tiene famiglia”, al che lo infila delicatamente in un sacchetto di plastica, lo porta fuori e lo getta nel prato davanti al lodge…

A quel punto scoppi a ridere, perché il trekking, la fatica, l’ipossia, le notti insonni, non sono ancora cominciate, siamo solo ai preliminari, e quando gli amici del lato destro del pulmino si sono tranquillizzati e ricominciano a sorridere, alla fine ti viene quel famoso pensiero in mente: “QUESTA È DAVVERO UNA BELLA AVVENTURA DA RACCONTARE AGLI AMICI!”

Pokhara, Nepal, 2008

Capitolo quinto

L’inizio di un trekking

Inizia il cammino, siamo a bassa quota, 840 metri sul livello del mare, e appena spunta il sole fa un caldo bestiale, c’è afa e sudi solo a respirare, la visione del Manaslu appena dopo aver girato dietro al lodge ti fa per un attimo trascurare quel leggero fastidio che ti prende all’inizio di ogni trekking.

I giorni precedenti ti hanno allentato la tensione e comunque ti hanno consumato energie per il fuso orario, i bioritmi sballati, le venti ore di aereo passando da Bangkok per poi ripiegare su Kathmandu…

La cremazione dei cadaveri sulle rive del Bagmati a Pashupatinat secondo le tradizioni induiste, nonostante già vissuta in precedenti viaggi, rimane uno spettacolo impressionante e ti brucia molte energie psichiche, perché il mestiere del viaggiatore è molto differente da quello dell’alpinista o del trekker, e la cosa migliore sarebbe poter fare il “turista” al termine dell’impresa sportiva, quando ti puoi rilassare, mangiare quintali di bistecche di yak per ripristinare le masse muscolari, scattare centinaia di foto, bere litri di birra e scherzare con gli amici… ma a Kathmandu devi sempre fermarti almeno un giorno per organizzare la logistica, il trasporto fino a Pokhara, i portatori, comprare l’attrezzatura mancante e farti l’ultima doccia… Poi entri in un’altra dimensione.

Ma che czz… Siamo venuti per andare in alto e ci ritroviamo a camminare così bassi che nemmeno sull’appennino ligure, abbiamo fatto colazione all’aperto e al primo raggio di sole abbiamo subito cominciato a sudare, da fermi; gli zaini sembrano pesantissimi, anche se la maggior parte del bagaglio è trasportato in spalla dai portatori, contenuto nei sacconi da viaggio, e noi ci portiamo solo le cose della giornata, un ricambio, il guscio anti pioggia e vento, bottiglie dell’acqua, reflex e videocamera.

Non si riesce a trovare il ritmo, il passo giusto, ma soprattutto non ci siamo ancora con la testa, ieri mattina ci siamo svegliati spossati nell’afa di Kathmandu, poi sono successe mille cose che già riempirebbero un viaggio: il pulmino per uscire dallo stretto cancello d’ingresso dell’albergo ha dovuto fare una curva ad angolo retto per immettersi nella stretta stradella del Thamel, il quartiere centrale, e solo per questa manovra sono passati tre quarti d’ora, poi altre tre ore per arrivare alla periferia occidentale della città, imbottigliati in un traffico demenziale che ci ha fatto capire come la vita si svolge totalmente nelle strade, senza regole e senza controllo; la strada per Pokhara correva sinuosa in un meraviglioso paesaggio verde e lussureggiante nella fascia di mezzo del Nepal, ricca di coltivazioni e di foreste, ma il contrappasso erano le infinite curve cieche lungo le quali, ostinatamente, tutti i conducenti, compreso il nostro, gareggiavano a sorpassarsi con gimkane al limite continuo dello scontro frontale.

La pausa per il pranzo in un paesino lungo la strada, poche casupole lungo la “main street”, un piazzale di sosta per pullman di linea, camion carichi di ogni genere di merce, rare auto private; tutti dentro un povero locale con una decina di tavoli di legno, una ventola inutilmente accesa in mezzo al soffitto, un arredo molto minimalista! La cucina a ridosso dei cessi con qualche difficoltà a distinguere i due locali, per lo meno dal punto di vista igienico… le solite fisime di noi occidentali, schizzinosi e fragili nel nostro stile di vita tecnologico, il pranzo non era peggio di tanti altri, riso e verdure, un po’ di stufato, tante spezie piccanti (e, si sperava, disinfettanti per l’intestino..), Coca-Cola a volontà, poi via, di nuovo in viaggio per staccarci dopo un’ora dalla strada principale ed avvicinarci alle montagne; la deviazione per immetterci nella strada secondaria è stata anch’essa un capolavoro di ingegno umano nel trovare un varco fra le colonne interminabili di mezzi lunghi e pesanti nei cui confronti noi dovevamo apparire invisibili, tanto poco si degnavano di lasciarci passare; tanto siamo stati fermi in mezzo alla strada che un ragazzino di non più di dieci anni è riuscito a salire sul nostro pulmino con un rudimentale strumento musicale di legno con tre corde, che pizzicava con un piccolo archetto suonando in modo peraltro molto delicato un tipico ritornello religioso buddista; ci ha allietato per qualche chilometro, poi, dopo aver raccolto qualche spicciolo, con il suo sguardo malinconico e distante, silenzioso come quando è salito, è saltato giù sparendo nella polvere della strada… infine, l’avventura raccontata poco fa, insomma una giornata tranquilla nella quale abbiamo raccolto energie per l’inizio del trekking!

Dunque un inizio lento, attraversando villaggi di una povertà dignitosa, sicuramente toccati da un modesto benessere (per i loro parametri) legato alla elevata frequentazione dei turisti: si tratta di una delle due zone di trekking di gran lunga più rinomate e frequentate del Nepal, insieme alla valle del Khumbu che porta al cospetto dell’Everest, e il ricordo di questa nostra prima avventura vissuta quattro anni prima, ci ha fatto accendere la scintilla per superare l’apatia della prima giornata di cammino.

La prima sosta per pranzare, con uova sode, cosce di pollo fredde, un pezzo di formaggio e una mela, la facciamo davanti ad una pozza d’acqua ai piedi di una cascatella, ben in ombra e con un fresco piacevolissimo; si riparte e si scopre una regola ferrea di tutte le guide locali, che neanche il nostro accompagnatore, prestigioso alpinista di fama mondiale, riesce a contrastare: per motivi del tutto inspiegabili, le soste pranzo vengono sempre effettuate ai piedi di una salita, in genere molto ripida e rigorosamente esposta al sole del primo pomeriggio, e la perfidia ancora maggiore è che ti fanno fermare alla curva immediatamente prima, in un tratto pianeggiante, di modo che non hai nemmeno la possibilità di accorgertene e di protestare… cosi che, alla ripresa della marcia con lo stomaco ben pieno, si rischia la sincope, dopo pochi minuti il cuore batte a 140 pulsazioni al minuto e viene un affanno che nemmeno al colle sud dell’Everest. I motivi? Incomprensibili, perlomeno a noi; tutto questo sia che si tratti di pranzo al sacco, sia che i portatori ed il cuoco lo preparino loro nella cucina di un lodge lungo il percorso; se chiedi perché c’è una vaga risposta legata all’ora, al diritto sindacale di riposarsi, all’opportunità di introdurre calorie prima dello sforzo impegnativo della salita… E qui ci si mette a ridere pensando a quanta attenzione poniamo, nelle nostre salite sulle Alpi, a non toccare cibo (salvo barrette energetiche e un po’ di cioccolato), fino a quando non si è rigorosamente arrivati in vetta e non si ha più neanche un metro di dislivello in salita… Alla fine accettiamo il fatto, anche questo fa parte del gioco, ci adeguiamo alle usanze locali e dopo una decina di giorni siamo allenatissimi a ripartire in salita con la digestione in atto.

Nei primi giorni di marcia dormiamo nei lodge, finché non ci stacchiamo dal percorso del trekking dell’Annapurna non ci sono difficoltà a trovarne; alcuni sono molto spartani e fanno rimpiangere le tende nelle quali staremo senz’altro più comodi nelle tappe successive in alta quota; altri sono gradevoli, con un po’ d’acqua calda nelle docce e talvolta anche con l’energia elettrica fino a tarda sera; nelle prime tappe, fino a tremila metri di quota si sente ancora il caldo e di notte si abbandona ben presto il sacco pelo di piuma e si dorme scoperti, seminudi; siamo a venti gradi di latitudine nord, molto più a sud rispetto alle nostre alpi, per cui, come già nella valle del Khumbu, continuiamo a lungo ad attraversare paesaggi verdi, piacevoli e rilassanti; ed il clima, in autunno inoltrato, è quello della piena estate da noi; le grandi montagne sono ancora distanti, le cime da 4000-5000 metri che ci sovrastano nella marcia sembrano modeste collinette. Dopo l’apparizione del Manaslu al primo giorno, dobbiamo aspettare cinque giorni prima di vedere l’estremità orientale dell’Annapurna Range: le distanze sono enormi, gli spazi sembrano richiedere una quarta dimensione per poter essere giustificati e compresi, le differenze dalle nostre montagne sono tante, ma una cosa appare subito in tutta la sua evidenza: l’enormità delle dimensioni. Forse solo i massicci del Monte Bianco e del Rosa possono, parzialmente, avvicinarsi a questa misura, ma in un contesto molto più antropizzato e addomesticato. Non a caso Leslie Stephen già nel diciannovesimo secolo lo aveva definito il terreno di gioco dell’Europa; in Himalaya, (perlomeno fino a che non arriveranno i capitali cinesi con cui costruire alberghi a cinque stelle al campo base dell’Everest ed autostrade a quattro corsie per arrivarci comodamente in jeep), tutto è enormemente più vasto e primordiale, appena ci si allontana dai percorsi dei trekking (dove si è ancora lontani dalla vera alta montagna), si percepisce, psicologicamente e materialmente, la distanza dalla civiltà.

Qui non si tratta di rinnegare che sia un fatto positivo la graduale introduzione del soccorso con l’elicottero che lentamente si sta organizzando anche in Nepal, grazie al Soccorso Alpino Svizzero e a virtuosi singoli personaggi come Simone Moro, però è un dato di fatto che per ancora molto tempo, nella stragrande maggioranza dei casi, bisogna essere autonomi ed autosufficienti anche per un’esperienza tutto sommato scarsamente pericolosa ed impegnativa come un trekking di questo tipo, fra i 5000-6000 metri di quota e con pochi, banali passaggi su nevai e ghiacciai.

Quando ci saranno i soccorsi di routine come da noi, tutto sarà più rassicurante, però sarebbe un gravissimo errore pensare che si possano trascurare i rischi oggettivi, tanto poi col telefono satellitare si risolve tutto. Nel frattempo, come dicono sempre le vecchie generazioni a quelle più giovani, le esperienze maturate prima da qualcun’altro, sono irripetibili (nel bene e nel male..), proprio perché le circostanze mutano talmente in fretta che anche il viaggio dello scorso anno può già essere irrimediabilmente diverso da quello di oggi e tutto ciò che si ha avuto il privilegio di vivere in prima persona può sparire per sempre: per qualcuno può essere un vantaggio ed un segno di progresso, per altri una perdita, difficile totalmente inutile dire chi ha ragione: forse la vera tragedia è non poter vivere mai esperienze di questo tipo, né prima né poi…. e quindi rimane un grande privilegio averle vissute ancora in un certo modo, e soprattutto di poterle ancora raccontare!

Pokhara, Nepal, 2008

Capitolo sesto

Big foot ai piedi dell’Everest

Gli Sherpa della regione nepalese del Khumbu, la valle più famosa della regione himalayana, ai piedi di sua maestà il Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest), sono per costituzione mediamente più piccoli e più bassi rispetto agli indoeuropei; ciò non costituisce di certo un problema per loro, da secoli abituati e perfettamente adattati alle quote estreme, all’ipossia e a condizioni di vita inimmaginabili per noi occidentali; hanno ovviamente anche i piedi più piccoli e più corti dei nostri, ma il mio unico lettore starà pensando che anche questa non sembra una notizia memorabile, esisteranno senz’altro connotazioni più interessanti e degne di nota in merito a questo straordinario popolo di montagna… perché parlare del numero di scarpe?

Effettivamente non varrebbe la pena parlarne, se non fosse per il curioso inconveniente che alla fine del trekking del Khumbu ha rischiato di farmi imbarcare all’aeroporto di Lukla per tornare a Kathmandu calzando solo un paio di logori (per non dire altro…) calzettoni da montagna!

Uno dei molteplici motivi per cui un trekking in Himalaya è un’esperienza unica, è sicuramente costituito dalla possibilità di conoscere e instaurare un rapporto di amicizia e di stima con gli sherpa; definirli dei semplici portatori è riduttivo e quasi offensivo, da molti decenni ormai si sono trasformati da semplici “manovali” della montagna, utili per il loro adattamento all’alta quota, la tolleranza allo sforzo e lo straordinario allenamento naturale di cui sono dotati, a dei veri e propri accompagnatori di alta montagna, l’equivalente delle nostre guide alpine, e molti di loro sono paragonabili, in termini di capacità tecnica alpinistica, ai più famosi e celebrati fuoriclasse europei, americani ed asiatici; certo, magari non in alcuni ambiti specifici quali l’arrampicata sportiva sui gradi estremi o il drytooling (arrampicata su terreno misto di ghiaccio e roccia con ramponi e piccozze), ma sicuramente si nel contesto dell’alpinismo tradizionale di altissima quota.

Una consolidata e virtuosa abitudine fra coloro che fanno alpinismo o trekking in Himalaya è quella di lasciare in omaggio, alla fine della spedizione, indumenti, scarpe, attrezzatura di montagna: qualunque oggetto è ben apprezzato e non c’è nemmeno motivo di offendersi se il regalo non viene indossato o utilizzato: per loro è talmente prezioso che spesso, anziché usarlo essi stessi, preferiscono a loro volta venderlo innescando un micro-commercio locale vantaggioso per tutti: in questa logica il regalo non va interpretato in modo personale come da noi perché in ogni caso, chiunque ne sia il destinatario finale, l’oggetto donato sarà utilizzato e sfruttato fino a sfiancamento e distruzione totale… a prescindere dal numero di persone a cui sarà passato per mano.

Si era quindi deciso, come sempre, di portare magliette, pantaloni, pile, giacche a vento già usati ma (specialmente per i loro standards) ancora perfettamente validi; io e Augusta avevamo deciso di lasciare anche le scarpe, cosa che oltretutto ci avrebbe permesso al ritorno di avere più spazio e meno peso nel borsone da viaggio, per poterlo quindi riempire con oggetti e regali comprati in loco; l’unico problema poteva essere il mio piede, certamente più grosso del loro, ma, come mi spiegò subito la guida, questo piccolo dettaglio si superava agevolmente con due o tre paia di calze, quindi potevo stare sicuro che non avrei avuto difficoltà a trovare uno sherpa interessato al dono, cosa che effettivamente avvenne al primo giorno e alla prima ora di trekking, tanto che il prescelto per due settimane non distolse mai lo sguardo dal futuro oggetto di possesso…

Io d’altra parte sarei tornato da Lukla a Kathmandu col paio di scarpette leggere che mi portavo dietro come scarpe da riposo e per camminare nei tratti meno impegnativi a bassa quota; senonché sulla via del ritorno scoprii che le scarpette erano scomparse dal borsone: superfluo chiedersi come mai, qualunque fosse il motivo non potevo certo ritrovarle; potevo averle perse durante una delle tante soste in cui aprivo il bagaglio, scaricandolo dal dorso dello yak addetto al trasporto, magari quando dovevo prendere il borsino di primo soccorso per curare, in itinere, qualche sherpa o qualche abitante dei villaggi attraversati che soffriva di congiuntivite e aveva bisogno di un collirio, o per qualche problema di febbre o infezione da trattare con antibiotici e antiinfiammatori, o per qualche portatore che si procurava vaste abrasioni se non addirittura piaghe da decubito alle spalle ed alla schiena a cause delle cinghie utilizzate per sistemarsi il carico addosso. Può darsi che avessi perso le scarpe tirandole fuori in una di quelle occasioni; può darsi che me le abbiano rubate, e la cosa non mi scandalizza più di tanto perché viste le circostanze ed i luoghi sarebbe stato comunque un regalo con altre modalità!

Fatto sta che all’ultimo giorno di trekking, ritornati a Lukla, quando avremmo dovuto reimbarcarci sull’aereo per Kathmandu e quindi dire addio agli sherpa lasciando a loro i regali preventivati, io ero senza scarpe perché puntualmente il beneficiario dei miei scarponi aveva riscosso quanto promesso, lasciandomi metaforicamente in mutande, ovvero con i soli calzettoni ai piedi (se fosse dipeso da lui si sarebbe presi anche quelli, senza troppe remore per lo stato di pulizia e di conservazione, ma viste le circostanze, me li tenni stretti ai piedi!).

Nelle due ore di attesa della partenza dell’aereo, provai a girare per i tanti negozietti che vendevano materiale da montagna alla ricerca di un paio di scarpette da ginnastica, ma ben presto capii che la mia taglia (fra il 44 e il 45) non era facile da trovarsi; provai a chiedere anche a tutti i venditori improvvisati dei mercatini e delle bancarelle sulla strada principale (o per meglio dire, l’unica) di Lukla, ma non saltò fuori nulla; il mio problema cominciava però a destare una certa curiosità nella popolazione locale, per cui si cominciò a formare un piccolo corteo di persone che mi seguivano passo a passo, discutendo animatamente sulla lunghezza dei miei piedi e sull’inadeguatezza delle scarpe che mi venivano proposte; la mia situazione suscitava umana simpatia ma anche un certo interesse economico perché tutti sembravano ambire a diventare i fortunati venditori del modello giusto; il dibattito e la processione, nel frattempo sempre più consistente, proseguirono fino al piccolo piazzale davanti all’ingresso del minuscolo aeroporto di Lukla, demenziale struttura, unica al mondo, con una pista di 200 metri costruita in pendenza su un ripido pendio in modo tale che gli aerei decollano in discesa per poter prendere velocità ed atterrano in salita per poter frenare senza distruggere le case, i negozi e gli alberghetti costruiti a ridosso della pista stessa… Dunque, davanti a questo prodigio dell’aeronautica, stavo perdendo le ultime speranze di tornare alla civiltà con qualcosa di solido ai piedi, quando nella calca ormai formatasi per seguire l’evento, spuntò fuori un ragazzino di forse undici-dodici anni che timidamente mi chiese in anglo-nepalese che numero di scarpa portassi:

“forty-four, forty-five… it’s the same….” “wait a moment, wait a mo-ment, sir… ” e sparì nella folla; dopo circa dieci minuti tornò trionfante con una scatola dalla quale tirò fuori, incredibilmente un paio di Adidas taroccate di una lunghezza spropositata, che probabilmente giacevano da anni nella cantina di casa…

Perfette, incredibile, nemmeno me le avesse fatte su misura un calzaturificio veneto!! La folla esplose in grida di giubilo e grandi applausi, il ragazzino saltò dalla gioia, sicuramente quella sera a casa avrebbe avuto doppia razione di stufato di yak con patate, tutti si dispersero orgogliosi perché il piccolo paese di Lukla aveva risolto il problema del turista occidentale, io salii sull’aereo con le scarpette più pulite che avessero mai calcato i sentieri della valle del Khumbu: più tardi, in volo, durante gli innumerevoli “vuoti d’aria” con inevitabili acrobatiche evoluzioni del pilota che più volte sfiorò i crinali delle valli sorvolate a non più di trenta metri di quota dai tetti delle case e dalle teste dei contadini, pensai con sollievo che se l’aereo si fosse sfracellato, almeno mi avrebbero riportato in Italia con un paio di scarpe nuove ai piedi…

Lukla, Khumbu Valley, Nepal, novembre 2004

(nella foto la pista di atterraggio in salita del piccolo aeroporto, unico al mondo nel suo genere!)

Appendice

Round Annapurna Trekking, relazione tecnica ed esperienza umana

In Italia abbiamo montagne bellissime, fin quasi superfluo citarle, le Dolomiti ove io e Augusta abbiamo percorso i nostri primi sentieri lasciandoci il cuore, la più vicina Valle d’Aosta che è diventata, anche per motivi di maggior vicinanza, la nostra seconda casa, dapprima solo in senso metaforico, poi anche letterale; l’appennino ligure appena girato l’angolo per veloci sgroppate di allenamento fra terra, cielo e mare; poi appena fuori, le amatissime Alpi Slovene conosciute grazie a cari amici triestini, e ancora l’Oberland Bernese, l’Ecrin, i Pirenei…

Eppure, negli spiriti irrequieti, forse un po’ romantici, forse vagabondi nella mente prima ancora che sul mappamondo, il richiamo dell’Himalaya prima o poi attira come un vortice al quale non si può sfuggire, se le circostanze permettono di assecondarlo; ed ecco perché, dopo un lontano viaggio esplorativo in Tibet e Nepal, dopo il primo trekking nella valle del Khumbu con la salita al Kala-Pattar al cospetto di sua maestà il Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest), dopo una divagazione extra-himalayana in vetta al Kilimanjaro con la stranissima emozione di camminare in mezzo ai penitentes sull’orlo del cratere di un vulcano spento a quasi 6000 metri con l’Africa ai tuoi piedi, ecco che nel 2008 siamo tornati in Nepal per una terza grande avventura: il trekking attorno all’Annapurna con due varianti tutt’altro che banali, ovvero la salita a una vetta di 6060 metri nel gruppo del Manang Himal e, sulla via del ritorno, una selvaggia variante al classico colle di Thorung, con il periplo del Tilicho Lake e l’attraversamento di due colli glaciali a più di 5300 metri di quota, una variante percorsa pressoché da nessuno (e si capisce anche il motivo!), ma che permette di camminare per due giorni a ridosso della maestosa Grande Muraille, con la suggestione di ripercorrere a ritroso il percorso inesplorato ed erroneo di Maurice Herzog e compagni, nel 1950, nell’infruttuoso tentativo di scoprire la via di salita all’Annapurna che poi in realtà era da tutt’altra parte (ma ci misero un bel po’ a scoprirlo!).

Eccoci dunque, di nuovo, a Kathmandu, con Giorgio e Annalisa, i due cari amici di Padova con cui abbiamo condiviso numerose esperienze di viaggio e di montagna, altri dieci compagni italiani conosciuti sul momento, con la guida di Martino Moretti dell’agenzia Lyskamm 4000 di Alagna Valsesia, prestigioso alpinista con al suo attivo, fra le altre cose, anche il K2 senza ossigeno nel 1986. Sbrigate le pratiche di rito, dopo il rituale tuffo nelle molteplici facce della città, che vale da sola un viaggio per tutti i suoi aspetti sportivo-alpinistici, religiosi, artistici e umani, ci si sposta con un pullman di linea verso ovest in direzione Pokhara, fino a quando si abbandona la strada principale per puntare decisamente a nord, con una stradella tortuosa e sempre più accidentata, percorsa su di un pulmino ancora più piccolo e sgangherato del primo, finché non si arriva finalmente a Bhulbule, 840m s.l.m., ove ha inizio il trekking. Si comincia quindi a camminare a una quota inverosimilmente bassa, in mezzo a un paesaggio dolce, verdissimo, fertile, ricco di acqua nel profondo solco glaciale della Marsyangdi Khola; si cammina sudando, quasi nell’afa, (nemmeno si salisse sul Tobbio d’estate!), attraversando villaggi non ricchi, ma ove si respira già un diverso livello di “benessere”, per le popolazioni locali, derivante dai guadagni correlati ai trekking; la stessa sensazione che si prova, lì ancora più evidente, nella valle del Khumbu; non a caso sono le due regioni di massimo afflusso escursionistico e alpinistico del Nepal, e già si vedono in entrambe, purtroppo, i primi segni di esagerazione in termini di sovrabbondanza di infrastrutture, di offerte sempre più comode e turistiche, di compromessi legati più al business che non che alla stringente necessità di comfort. Ma va bene così, perché noi veniamo dalle montagne più antropizzate del mondo e tutto ci sembra comunque più primordiale, selvaggio, immenso: gli spazi, il cielo, i ghiacciai ancora lontani.

In tre giorni si arriva a 2600 m s.l.m., si prende il passo, si respira, ci si assesta gli zaini sulle spalle, ci si libera dalle tossine della civiltà, ci si commuove vedendo i bambini, sporchi, miseri, sani e felici; qualcuno gli regala biro e matite, quaderni, qualcuno palloncini da gonfiare, nessuno caramelle e cioccolato perché provocano la carie; poi piano piano cambia qualcosa, si fa una gigantesca curva “a sinistra”, un po’ come quando in Val d’Aosta a Chatillon si va a ovest verso il Monte Bianco, si lascia ad est il massiccio del Manaslu, visione quasi irreale, seminascosto nell’afa e nelle nuvole, e si comincia a intravedere la colossale catena degli Annapurna, con almeno quattro cime secondarie sopra i 7500 metri, si entra nel cuore della Marsyangdi Khola, enormi pareti lisciate dal ghiaccio, valle ad “U” glaciale da manuale di geologia; si comincia a rimanere storditi, non tanto per l’aria sottile, che pure di notte a qualcuno dà fastidio, sopra i 3000, ma soprattutto per le dimensioni: enormi, lasciano increduli, te lo aspetti ma comunque non sei preparato alla vastità fisica e spirituale dei luoghi; a occhi puntati in alto ti annichiliscono le montagne, a occhi bassi respiri la filosofia di vita di queste popolazioni, di gran lunga in prevalenza buddiste, qui al confine con il Tibet; a ogni paesino un tempietto di ingresso con simboli e rituali di benvenuto; sulla “main street” lunghi muretti nel mezzo della strada con i cilindri di preghiera, da girare in senso rigorosamente orario per far salire in cielo le preghiere scritte a caratteri minuscoli su sottili rotoli di carta avvolti dentro ai cilindri stessi; mai preghiera appare più “laica”, adatta ad ogni spirito pellegrino a prescindere dalla religione d’origine, senza imposizioni né regole da rispettare se non quelle universali dell’umanità e della tolleranza.

Al quinto giorno a Humde (3300m) si abbandona il percorso principale del trekking e si punta decisamente a nord, con ripida, costante salita in avvicinamento alla catena del Chulu, ove si cela la nostra meta; vegetazione sempre più rada, scarna, non più afa, bensì vento, freddo di notte nelle tende che finalmente si montano abbandonando i lodge più o meno confortevoli che finora si trovavano sul percorso; si fa fatica, si va in montagna, ti prende un po’ di inquietudine, sei isolato, conti solo su te stesso, sugli sherpa, sui compagni, su Martino: ecco la vera differenza, a due soli giorni dal flusso continuo dei trekkers, al di là delle difficoltà tecniche che pure sono minime. Primo campo a 3990 m, al giorno 6° campo a 4800m, ancora sull’asciutto, pietraie moreniche aride, poca vegetazione tipo steppa, molto sottozero di notte, finalmente i sacchi a pelo “himalayani” comprati dall’amico Chicco cominciano a fare il loro lavoro! Un amico del gruppo sta male, cefalea, vertigini, sbandamento nella marcia: sintomi pericolosi, lo dico a Martino, che si fa? Se lo dici tu che sei medico, lo mandiamo giù senza esitazione, con uno sherpa, è la decisione migliore, starà male ancora 48 ore, poi tutto OK e potrà riprendere il cammino.

Arriva il settimo giorno ma non ci si riposa, finalmente si tocca la neve, il primo ghiacciaio, le scarpette si mettono nei sacchi e si calzano gli scarponi veri, ma poi ti guardi indietro e vedi gli sherpa che hanno ancora ai piedi le infradito e ti chiedi se loro sono dei marziani oppure tu un pigro e rammollito figlio del benessere: entrambe le cose ovviamente, un po’ ti vergogni, un po’ vorresti essere San Francesco e abbandonare il mondo occidentale, un po’ semplicemente li invidi e vorresti riuscire a resistere come loro alle intemperie… tanti pensieri confusi, bisognerebbe scrivere un libro solo su questo, e passare nottate intere a parlarne con gli amici più cari e con i compagni di montagna. Qui non si tratta più solo di salire su una montagna, qui c’è di mezzo la vita, quella vera. La tua e la loro. Ci pensi, ci pensi e ci ripensi. E intanto sali.

Campo a 5300 sul ghiaccio. Notte tremenda: una compagna del gruppo sta male, un problema serio, affanno, rantoli, per me la diagnosi è facile, edema polmonare in fase iniziale. Sono medico, appassionato di montagna, studio da anni la fisiopatologia d’alta quota e sono socio della Società Italiana di Medicina di Montagna; non sono il medico della spedizione, solo un privato partecipante, ma ovviamente non fa differenza; ho con me i farmaci che servono. Desametazone endovena e intramuscolo, gocce di nifedipina sotto la lingua; purtroppo non basta, continua a star male, per fortuna l’organizzazione nepalese ha nel budget la sacca di Gamow, la camera iperbarica portatile. La ficchiamo dentro, pompiamo aria, si riporta dentro alla sacca una pressione atmosferica equivalente a 2500m circa; avanti due ore a pompare, poi fra la sacca ed i farmaci sta un po’ meglio, quel tanto che basta ad aspettare l’alba e non essere costretti a farla portare giù in piena notte sulle spalle di due portatori. Altri due hanno cefalea, nausea e vertigini, nonostante l’acclimatazione la quota picchia: cerco di fare qualcosa anche per loro, tutta la notte dentro fuori la mia tenda e la loro, Augusta mi aiuta. Mi passa i farmaci, mi prepara le iniezioni, nella concitazione una distrazione fatale: lasciamo i suoi scarponi nell’abside della tenda, si congelano.

Alle cinque di mattina si decide: il bollettino medico è più rassicurante; chi sta male scende con gli sherpa o è già sceso, chi sta bene parte per la vetta; siamo già in ritardo di un’ora e mezza, dai; freddo, vento, siamo stanchi, io, Augusta e Martino ovviamente abbiamo passato tutta la notte svegli e in piedi; Augusta paga la sua generosità con gli scarponi ed i piedi freddissimi a causa degli eventi descritti, dopo un’ora torna, teme un congelamento; che rabbia, lei sta benissimo e salirebbe in cima di corsa! Si va un po’ troppo veloci, a strappi, non si riesce a tenere un ritmo armonico, qualcun altro deve tornare indietro perché non si riesce a trovare il passo giusto. Tre pendii ghiacciati ripidi successivi, pendenza fino a 43-45°. Io, Martino e altri quattro “superstiti” arriviamo in vetta al CHULU FAR EAST, 6059m s.l.m. Davanti, dietro, a sinistra, a destra, solo Himalaya. A ovest il Mustang, a est il Manaslu, a nord il Tibet, a sud un rettangolino dietro l’Annapurna Range, riguardando le foto lo identifico come la cima vera dell’Annapurna, fino ad allora ancora invisibile.

Foto di vetta, un abbraccio. Sono salito su una cima himalayana insieme ad un uomo che è stato sul K2: scendendo mi ha ringraziato per il lavoro che ho fatto nella notte con chi stava male. Questa è la montagna, la sua follia, la sua bellezza.

Mi spiace per Augusta e per gli amici che non ce l’hanno fatta. Se la notte passava tranquilla, arrivavamo tutti in cima. In compenso tutti sono tornati giù, e per come si sono messe le cose, questa è stata la vera conquista della vetta. Rimangono una manciata di foto, uno sguardo sul mondo, una piccozza lasciata in cima da un compagno di Udine in memoria dell’amico morto in montagna. Le cose che leggiamo sempre sui libri, che vediamo nei film, che sentiamo raccontare alle serate dei nostri eroi. Ma questa volta vissute davvero, in prima persona. Ti lasciano il segno. BERG HEIL.

Si scende molto velocemente al campo a 4800m, la mattina dopo colazione all’aperto, si guada un torrentello semi-ghiacciato e quasi di corsa, si scende ancora fino al fondo valle: fine della giornata? Macché, per arrivare a Manang, praticamente su sentiero sempre in piano, ci mettiamo due ore (sempre la solita storia delle grandi distanze himalayane…); una bottiglia di Coca-Cola ghiacciata comprata sulla strada da un bambino vale più di uno champagne d’annata!

Manang, 3500 m s.l.m. L’ultimo paradiso degli hyppies e dei giramondo stile anni ’60, in fuga da una Kathmandu non più tanto tollerante; si mescolano bene ai trekkers che passano un giorno di completo relax: chi si lava gli indumenti, chi si taglia la barba, chi cerca di accaparrarsi un turno di acqua calda sotto la doccia del lodge, chi dorme tutto il giorno, chi gira a caccia di foto e di atmosfere. Alla sera tutti cercano di mangiare più carne di yak possibile dal menù del cuoco, che in realtà sembra sempre molto parsimonioso.

Per fortuna c’è anche un’ottima pasticceria tedesca molto apprezzata!

La compagna che è stata male non si è ancora ripresa e, in accordo con i medici americani dell’ambulatorio per i disturbi d’alta quota, non prosegue il trekking e scende a dorso di cavallo con uno sherpa fino a Bhulbule, da lì fino a Pokhara in bus, dove la ritroveremo in buona salute. Noi ripartiamo. Alla fine del paese, in un vicoletto, due cartelli per le due direzioni possibili: uno è per la via “normale” del giro dell’Annapurna, per il passo di Thorung; l’altro è per la via più difficile, percorsa solo fino al lago di Tilicho ove però quasi tutti tornano indietro; noi invece proseguiremo, per valicare ancora in alta quota e scendere a Jomosom in totale solitudine. Sarà un’avventura. Si parte rilassati, con un panorama piacevolissimo, la Marsyangdi Khola nella sua parte centrale, più aperta e con visioni bellissime sul gruppo dell’Annapurna, ma in realtà si capisce ben presto che sarà dura; si deve arrivare al Tilicho Base Camp, teoricamente 600m di dislivello, in realtà sono 900 a causa di saliscendi interminabili, lungo un vallone secondario sempre più chiuso fra pareti dirupanti di detriti e sfasciumi franosi, sembra quasi di essere in Dolomiti ma anche sulle Grigne, con guglie, torri, pinnacoli dalle forme bizzarre e dai colori rossicci, calcare eroso dai millenni, dal ghiaccio e dal vento. Un piccolo monastero, isolato e solitario a 4000m, è commovente con il suo unico custode. Si arriva al lodge tardi, il sole è già scomparso dietro la Grande Muraille, freddo glaciale a 4150metri. Ai lodge non si prenota, speravamo di trovare posti, ma un gruppo di francesi ci ha preceduto: domani andranno al lago e poi torneranno a Manang; allora si montano le tende, e viste le condizioni del lodge tutto sommato è meglio così, a parte il freddo e l’umidità. Si riparte all’alba di una giornata meravigliosa, si sale a lungo su pendii morenici e finalmente si arriva su un pianoro ghiacciato a 4800m, la Grande Muraille si tocca quasi con le mani! Poi, dopo un’altra ora, finalmente il Tilicho Lake, 4950metri, uno dei più alti laghi naturali del mondo, 3,5 km di lunghezza e 1,5 di larghezza nel punto più largo, acque blu cristalline, due chilometri più in alto incombe il Tilicho Peak con la sua parete nord-est, verticale sopra il lago. La bellezza del luogo è indescrivibile, nessuno riesce a parlare, e non solo per l’aria sottile. Questo è l’Hiamalaya, bellezza! I trekkers tornano indietro, noi cominciamo ad aggirare il lago sulla destra, su ripidi pendii ghiacciati; qualcuno calza i ramponi, diamo le piccozze ai portatori i quali, incredibile, ma vero, camminano ancora con ai piedi le infradito o tutt’al più con qualcosa di simile alle Superga da basket in tela (in versione nepalese, ovviamente). II lago è poco più giù, una scivolata nelle sue acque sarebbe fatale per lo shock termico. Si supera l’Eastern Pass a 5340m (in totale 1200m di dislivello nella giornata) con ripidi passaggi su roccia sporca e friabile, si devono usare le mani per l’equilibrio, ora bisogna solo andare giù eppure impieghiamo tutto il pomeriggio per ridiscendere fino a un pianoro sopra l’estremità opposta del lago ove, a 5200m, dormiremo. Arriviamo al buio e sotto la neve, montiamo con grande fatica le tende, si mangia poco e contro voglia nella tenda-mensa, più che altro per scaldarsi un po’, poi si cerca di dormire, ma per tutta la notte ogni due ore si dovrà buttare giù la neve dal tetto della tendina per non rimanerne schiacciati (mi sembra anche questa di averla già letta da qualche parte!). Alba a meno 15 gradi, un incredibile cielo blu che sembra finto, sole, la Grande Muraille scintillante e ghiacciata: una foto, un ricordo, un’emozione indelebile che compensa la notte poco riposata, basterebbe da solo questo momento per giustificare il viaggio. Colazione all’aperto mentre gli sherpa smontano il campo, la tazza bollente serve a scaldare le mani prima che lo stomaco. Un momento di estasi, ma solo un momento, si riparte, c’è qualche incertezza sulla direzione, la neve ha sparigliato le carte ed i punti di riferimento; Martino decide di non fare il Mesokanto La, ma di puntare a nord verso il New Tilicho western Pass (o Tilicho tourist La), lo ha già percorso alcuni anni addietro; gli sherpa non sono di grande aiuto, per cui si affida alla memoria. La neve è pesante, la traiettoria è diretta e quindi anche decisamente ripida, ancora ramponi e piccozze per arrivare finalmente al passo a 5480metri. Alla nostra sinistra, a sud-ovest, l’elegante gruppo del Nilgiris; ancora oltre fa capolino il triangolo sommitale dell’Annapurna, ma a un certo punto compare in tutta la sua maestosità il Daulaghiri con il suo versante nord-est: il terzo ottomila del trekking, il più vicino, il più impressionante, non ci abbandonerà più fino all’ultimo giorno. Se fossimo in un museo, ci sarebbe da temere la sindrome di Stendhal. Qui, in più, c’è anche l’ipossia!

Si scende ancora su pendii ripidi ghiacciati, dopo un’ora, come un sogno, si comincia a toccare la roccia e a calpestare qualche rado arbusto. Ci si spoglia al sole, la temperatura è salita di almeno 20 gradi. Si scende al campo successivo a 4215 metri, ma bisogna guadagnarselo anche questo, con i soliti terribili saliscendi insensati e interminabili e con ultimo salitino spacca gambe. Ma si dorme in tenda all’asciutto, comodi e rilassati come dei re. Il tredicesimo e ultimo giorno di trekking si dovrebbe “solo” scendere fino a Jomosom. Cento metri di dislivello in salita e 1600 in discesa; arriviamo sull’ultimo spuntone roccioso da cui si domina il paesino poco (?) più sotto, alla sua destra il magico Mustang: è fatta, emozione, rilassatezza, si pregustano birre e Coca-Cola, ma tutto questo ben di Dio ci sarà concesso dopo le ultime due interminabili ore di discesa che avrebbero dovuto essere non più di trenta minuti; l’ultimo ricordo “fisico” delle dimensioni himalayane! Il resto è una doccia calda, una cena fra quattro mura coi sandali ai piedi, una atroce torta a forma di montagna preparata dal cuoco, volenteroso ma solo quello!, il solito rituale, commovente, delle mance ai portatori con una lotteria per tutti i vestiti e capi tecnici che si lasciano in regalo, come sempre alla fine di una spedizione o di un trekking, l’ansia di riuscire a prendere il volo per Pokhara la mattina successiva, dopo tre ore di attesa in cui ci sono passati davanti centinaia di trekkers sui dieci aerei precedenti, il nostro è l’undicesimo e ultimo, rischia di non atterrare (e non ripartire) per il vento, ma il pilota, pazzo e bravissimo, vuole mangiare a casa con la famiglia e non ha nessuna intenzione di farsi turbare dalle raffiche (noi invece sì, ma che importa?). Il resto è, ancora, una monumentale bistecca di yak con una montagna di patate fritte e un po’ di birre ghiacciate, un po’ di relax a Pokhara, un’alzataccia all’alba per farsi portare dalle barche al centro del Phewa Lake per vedere i primi raggi di sole illuminare il versante sud del gruppo dell’Annapurna e, soprattutto, il Machapuchare, incredibile piramide che incombe sulla città. Forse uno dei più belli e famosi fra i tanti “Cervini” sparsi in giro per il mondo.

E poi il ritorno a Kathmandu, e in Europa. Voglia di ritornare e di non dimenticare.

Nepal, novembre 2008

PARTE TERZA – IL TIBET

Un medico a 4500 metri di quota

(Una storia vera sotto forma di racconto)

Steve viaggiò molto, dentro e fuori se stesso, nel mondo e nel proprio caos interiore.

Non viaggiò tanto come i viaggiatori di professione, come i cacciatori di visti sul passaporto, come i collezionisti di dogane e frontiere. Le vere frontiere da superare forse si riesce una sola volta nella vita a varcarle veramente, ed ancora più difficile risulta il non tornare più indietro. Viaggiò comunque a sufficienza da stampare nel proprio DNA emozioni e ricordi che solo la dissoluzione della mente, l’Alzheimer o la morte potranno sottrargli.

Si trovò anche ad attraversare, in momenti e circostanze che ancora adesso oscillano fra sogno e realtà, i maestosi altipiani tibetani in un lungo raid su fuoristrada da Lhasa a Kathmandu, sempre al limite tra terra e cielo, a quote che a casa nostra sono dominio delle nevi e dei ghiacci.

Conobbe strani e meravigliosi personaggi che gli spiegarono in una lingua sconosciuta ma perfettamente comprensibile come sia possibile avvicinarsi alle risposte cercate invano per tutta la vita, ammesso che qualcuno abbia dentro di sé almeno ancora la volontà di porsi certe domande.

Conobbe la saggezza in volti devastati dall’ipossia, dalla fame, dalla brutalità dell’invasione cinese: in quegli occhi vide ostinatamente, spudoratamente la gioia, la serenità, l’accettazione del proprio destino, la consapevolezza che nel fluire del tempo e della vita il singolo individuo è un frammento insignificante che non può e non deve sprecare energie per cercare di cambiare ciò che è infinitamente superiore al più forte degli esseri umani: ovvero il significato del proprio viaggio che fin dalla nascita corre su binari prefissati e con una meta sconosciuta ma scritta nel codice genetico prima ancora di iniziare la fatica di vivere.

Ovviamente non poté assolutamente capire né accettare queste risposte, tanto erano estranee al modo di vivere al quale era stato educato e cresciuto e dal quale cercava di fuggire, ma senza avere gli strumenti per poterlo fare veramente.

Conobbe le montagne straordinarie dell’Himalaya, che toccò con mano, calpestò fin dove le circostanze del viaggio gli permisero di fare. Le vide dall’aereo di linea nel volo dal Nepal al Tibet, le vide dalle polverose piste sterrate della trans-himalayana, dai finestrini delle Toyota Land Cruiser che viaggiavano indifferenti fra valichi a 5300 metri di quota ed altipiani infiniti e misteriosi, tra cime maestose e senza nome perché non aveva senso dare loro un nome, salvo che per gli alpinisti cinesi ed europei, americani e giapponesi accomunati dalla frenesia di poter scalare vette ancora vergini e prestigiose per il proprio curriculum.

Le vide da un piccolo aereo turistico pilotato da un folle aviatore nepalese che lo portò così vicino al suo amato Everest da fargli temere per un attimo di atterrare in modo poco convenzionale al colle Sud ad ottomila metri di quota: ma una virata incredibile a 180 gradi quando erano ormai a non più di due chilometri in linea d’aria dalla parete sud gli permise di imprimersi in modo irreversibile nella mente l’immagine della “sua” montagna e di tornare incolume all’aeroporto di Kathmandu.

Vide le limacciose, sacre acque del Bhagmati, affluente del Bramhaputra, attraversare il quartiere induista di Kathmandu per raccogliere le ceneri dei cadaveri bruciati su cataste di legna e poi affidati al fiume nel loro ultimo viaggio; e vide la gente lavarsi nel fiume e raccogliere l’acqua per bere e per cucinare, la vide fare bucato nel fiume accanto alle pire fumanti.

Vide i bambini degli altipiani, figli delle tribù di nomadi e pastori, giocare con gli yak e con palle di stracci; indossavano maglie, felpe, pantaloni di incredibili e sgargianti colori con scritte occidentali, regali dei turisti che gli portavano gli abiti dei loro figli.

Li vide con la pelle scura, perché non avevano mai conosciuto il sapone. Ma erano sani e sembravano felici. Li vide aspettare in disparte, silenziosi, che alla fine dei pic-nic dei turisti si offrisse loro qualcosa da mangiare: e Steve si adattò a mangiare sotto il loro sguardo discreto, educato ed incuriosito dallo strano cibo degli occidentali, dal grana padano e dallo speck portato di scorta nel caso che il cibo locale non fosse di troppo gradimento.

Vide i templi ed i monasteri buddisti, distrutti dai bombardamenti cinesi e ricostruiti ostinatamente pietra su pietra dai monaci e dalle popolazioni dei villaggi vicini. Calpestò i loro pavimenti di legno, scivolosi e lisciati dal passaggio di migliaia di pellegrini, respirò l’odore del burro di yak, utilizzato per ogni scopo, come fondamento della loro alimentazione e come combustibile da bruciare nelle lampade votive: enormi recipienti di rame accoglievano centinaia di lumini che creavano un irreale, tenue illuminazione in ambienti privi di finestre e di corrente elettrica, e sullo sfondo le enormi statue delle divinità buddiste troneggiavano con quei sorrisi rassicuranti ma al tempo stesso inquietanti e così difficili da comprendere nel loro significato simbolico.

Vide i cieli incredibilmente azzurri come si possono vedere solo dove l’aria è estremamente rarefatta ed i colori sono così saturi, intensi da sembrare artificiali.

Vide i cilindri di preghiera, e Steve non si stancò mai di farli girare perché così anche lui contribuiva a far salire in cielo le preghiere contenute dentro di essi.

Vide il Potala, la residenza del Dalai Lama fino al giorno in cui dovette fuggire in India per proseguire in modo libero ad esercitare la sua influenza morale sul popolo tibetano. E rimase come tutti sgomento e senza fiato davanti alla maestosità dell’edificio: aveva paura di un impatto emotivo indebolito dalle centinaia di foto e di filmati visti e rivisti sul palazzo e su Lhasa, ma si rese conto subito che esserci veramente davanti annulla ogni immagine vista a casa ed ogni descrizione letta a tavolino. La stessa sensazione che aveva avuto in Perù visitando Machu-Picchu: pensava di conoscere ogni singola pietra del villaggio Inca e di non potersi emozionare più di tanto a vederlo dal vivo, invece l’impatto fu straordinario. Questo fa la differenza fra il viaggiare con la fantasia ed esserci davvero.

Vide i militari cinesi pattugliare armati la piazza del Jokhang, e comprese che lì, davanti al tempio più sacro del buddismo, avvennero fatti molto più sanguinosi che a Tien-an-Men, ma praticamente nessuno al mondo se ne accorse o volle accorgersene. Su quella piazza, a distanza di anni dal tentativo di resistenza tardivo, quasi patetico del popolo tibetano ma soffocato con violenza inaudita dai “liberatori”, ancora adesso era vietato “radunarsi” in gruppi di più di tre-quattro persone, pena il materializzarsi di una guardia del popolo a far cessare subito l’adunata sediziosa.

Vide molte altre cose e tante persone, ognuna delle quali meriterebbe un racconto ed una citazione, ma tutto ciò rimane indelebilmente nella sua memoria e questa è cosa più importante: “ricordati tutto ciò che hai visto, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” disse un saggio apache.

Al termine di un’ennesima lunga, faticosa e straordinaria giornata consumata su piste sterrate al limite dell’impraticabilità, dopo il guado di diversi torrenti ed infinite deviazioni per visitare un minuscolo monastero in uno dei villaggi più solitari e suggestivi dell’altipiano tibetano, la piccola carovana di Land Cruiser arrivò, come mai più in quel viaggio, vicina all’Everest.

Steve riuscì a convincere i compagni di viaggio a cambiare destinazione per la notte, d’accordo con la guida, e sul tardo pomeriggio arrivarono a Tingri. Villaggio di poche decine di case, a 4500 metri di altitudine, esattamente di fronte alla parete ovest dell’Everest. Il destino volle che della grande montagna non si vedesse nulla: nuvole basse coprivano completamente l’orizzonte e non si dissolsero né per il tramonto né la mattina dopo. Ma non aveva importanza: tutti sapevano che essa era là davanti a loro, non si poteva, forse, pretendere di averla a disposizione così facilmente. E forse l’averla sognata così intensamente ha lasciato nell’immaginazione di tutti un ricordo ancora più nitido e vivo che se la si fosse potuta vedere veramente.

Un piccolo “lodge”, una via di mezzo fra un rifugio alpino in stile tibetano ed un bed &breakfast molto spartano, diede ospitalità a Steve, a sua moglie Augusta ed ai loro compagni. Piccole stanze, tutte al piano terreno, disposte su tre lati di una corte quadrata, rigorosamente senza luce elettrica e con un unico bagno comune che difficilmente svanirà dal ricordo degli ospiti: praticamente cinque-sei latrine separate da murettini alti si e no mezzo metro; l’ultima, più appartata, era più larga per esigenze specifiche il che creava anche il rischio di caderci dentro se di notte, al buio, con una lampada frontale in testa e con una feroce emicrania da ipossiemia il coraggioso fruitore non stava ben attento a divaricare adeguatamente le gambe…

Dentro alle stanze, una candela accesa: una sfida all’intelligenza degli occidentali poco acclimatati; perché non si capì subito che anche il poco ossigeno consumato dalla candela era meglio conservarlo per irrorare il cervello. Un lavabo stile nostre campagne del secolo scorso ed un grosso recipiente termico per conservare l’acqua calda (riscaldata dall’enorme stufa della cucina) completavano l’arredo delle stanze: tutto l’essenziale, nulla di superfluo. Il pagliericcio non era neanche poi scomodo.

Ad un’estremità della corte, la grande stanza con la cucina, un’enorme stufa in mezzo ed il locale comune per mangiare, proprietari ed ospiti tutti insieme. Niente sedie; tappeti e cuscini per terra tutt’attorno a un lungo tavolo quasi al livello del pavimento; così che si finiva per mangiare comodamente e mollemente coricati in posizione orizzontale. Acqua e birra tibetana, cibo a volontà e probabilmente in quello sperduto lodge ad altissima quota Steve e soci mangiarono meglio che in qualunque albergo di standard di lusso per i parametri cinesi, con un’ospitalità che andava ben oltre i doveri dei gestori di un locale a pagamento. Ma prima di mangiare, una ben strana esperienza toccò Steve nel cuore.

Entrando nella grande sala, già con la mente un po’ annebbiata dall’ipossia, dalla stanchezza della giornata passata sui fuoristrada e dalle birre tibetane bevute poco prima, Steve venne accolto da Pino, il ragazzo di Torino che accompagnò il gruppo per tutto il viaggio.

Pino era un personaggio eccezionale, amava il Tibet, la filosofia buddista in modo totale ed era riuscito nel non facile obiettivo di coniugare la grande passione della sua vita con il lavoro, diventando accompagnatore turistico nella regione himalayana per conto di un importante tour operator italiano: da dieci anni passava almeno sei mesi all’anno fra Nepal e Tibet.

Conosceva perfettamente la lingua nepalese e tibetana, parlava con i monaci e si permetteva il lusso di spiegare loro alcuni aspetti della dottrina religiosa che essi stessi non conoscevano. Recitava i “mantra” insieme ai pellegrini che continuamente si incontravano nei villaggi e nei monasteri e spesso ne insegnava loro di nuovi. Era amico personale del Dalai Lama e più volte gli fece da interprete nelle sue visite in Italia. Aveva proposto a Steve un trekking intorno al Kailash, la montagna sacra dei tibetani, per vivere un’esperienza mistica e sportiva allo stesso tempo. Visitare quei luoghi con Pino era un privilegio che trasformava un viaggio turistico in una full-immersion nella più straordinaria filosofia di vita che Steve avesse mai conosciuto.

Dunque Pino aspettava Steve nella grande sala da pranzo, e gli chiese, quasi con imbarazzo, se non voleva fare qualcosa per la figlia più piccola dei proprietari: era malata, e i loro genitori sarebbero stati onorati se un medico venuto da così lontano avesse avuto la compiacenza di visitare la loro bambina.

Steve rimase sgomento: un medico occidentale, con tutto il suo bagaglio di grandi conoscenze scientifiche ma privo di ogni strumento, per non parlare della possibilità di effettuare o prescrivere esami, si sente istintivamente inadeguato nel suo compito e si trova di fronte, quasi con violenza, alla povertà spirituale della propria condizione, basata su presupposti fondamentalmente tecnologici. E quando ti ritrovi a disporre solo delle tue mani, degli occhi, della mente e forse del cuore, un grande disagio ti pervade.

Anche perché, Steve lo capì subito, per i suoi interlocutori lui era più di un medico, era un marziano, qualcuno venuto da un altro pianeta, probabilmente alla stregua di un dio, tanta era la differenza culturale, psicologica, tecnologica fra questi due mondi che si incontravano davanti alla grande madre di tutte le montagne: e la differenza non significava assolutamente inferiorità di qualcuno o superiorità di qualcun altro, significava semplicemente due modi totalmente diversi di vivere.

E mentre Steve masticava faticosamente questi concetti, si ritrovò davanti a tutta la famiglia riunita in cucina: la mamma teneva in braccio una bambina spaventatissima; poteva avere sei o sette anni, era visibilmente denutrita, aveva un aspetto sofferente, il colore della pelle era grigio, impossibile dedurre dalla cute o dagli occhi segni di itterizia o di anemia.

La bambina doveva essere visitata in braccio alla mamma, se no avrebbe pianto istantaneamente alla vista di questo stregone venuto da un altro mondo. E Steve, nei limiti del possibile, le toccò la pancia, le mise un orecchio sul cuore e sul torace, le guardò le sclere, cercò di valutare il tono muscolare e dei riflessi articolari, cercando di immaginare cosa avrebbe fatto un suo collega dell’ottocento, quali ragionamenti avrebbe sviluppato in una situazione forse normale per l’epoca…

La pancia era gonfia: “potrebbe avere un problema al fegato, chissà quale infezione intestinale, una malattia del sangue, un disturbo congenito del cuore.” disse a Pino affinché traducesse, ma più che altro per spezzare la tensione, per dire qualcosa, per non sembrare completamente impotente. Perché effettivamente così era.

“Bisognerebbe portarla al più presto a Shigatze, la città più vicina, perché possa effettuare degli esami in un ospedale cinese” aggiunse Steve (almeno a qualcosa si rendano utili, gli invasori, disse dentro di sé): Pino riferì e la risposta fu sconcertante: “fra cinque-sei mesi, quando sarà finito l’inverno e andranno in città per fare acquisti ai mercati, di cibo e di ogni altra cosa, porteranno la bambina all’ospedale”.

“Se sarà ancora viva…” Steve lo pensò solamente, ma era evidente la perplessità nei suoi occhi.

“Non giudicarli male – replicò subito Pino – so cosa stai pensando, ma devi capire cos’è il loro mondo e il loro modo di vivere: da secoli in queste terre si nasce, si vive, si muore nella totale indifferenza dell’umanità e nessun fattore esterno può influenzare, se non in male, la loro esistenza. Invasioni di popoli stranieri, dominazioni che cambiavano solo nella lingua e nell’aspetto dei nemici, istinto di sopravvivenza radicato ma anche realismo ed accettazione del proprio destino. Nessuno ti regala nulla né offre alcuna possibilità di cambiare la tua vita. Questi genitori amano sicuramente la loro bambina più di se stessi, ma sono perfettamente consapevoli che non possono modificare il suo destino. La loro vita è scandita da comportamenti, abitudini, eventi immutabili da molto prima che nascessero loro e i loro genitori, e che rimarranno tali anche dopo la loro morte.

Per loro andare nella grande città al di fuori del tempo previsto e dei motivi abituali costituisce non solo uno sforzo economico al di fuori delle loro possibilità, ma anche un cambiamento psicologico nelle loro tradizioni inconcepibile. Lo so che per noi occidentali tutto questo è inaccettabile, ma non possiamo neanche permetterci di venire qui per due-tre settimane e pensare di cambiare il loro modo di essere né tanto meno di giudicare le loro azioni.

Ti sono infinitamente riconoscenti per aver visitato la loro bambina, tu rimarrai impresso nei loro ricordi per tutta la vita per avergli concesso questo onore, ma loro con i soldi che spenderebbero per portare la bambina a Shigatze a farla curare dai cinesi garantiranno per almeno un anno la sopravvivenza agli altri figli, la possibilità di farli studiare e di dargli una chance di migliorare la loro vita.

Ma ora dobbiamo onorare i cibi che hanno preparato per noi: per loro sono l’equivalente di un banchetto nuziale, di una cerimonia straordinaria, non dobbiamo deluderli”.

Steve non disse nulla, ma meditò a lungo sulla concezione della vita nel suo mondo: si arrivano a spendere cifre incredibili per salvare la vita ad ultraottantenni affetti da almeno cinque-sei malattie croniche degenerative, la maggior parte delle quali correlate allo stile di vita di una società ricca che si può permettere il lusso di rovinarsi la salute per il troppo mangiare, la sedentarietà, il fumo, l’obesità e l’opulenza, bisogna sprecare risorse per curare gli eccessi e non le carenze. Poi capiti dall’altra parte del mondo e resti indignato se una bambina è destinata a morire nell’indifferenza e nell’accettazione di un destino che non è mai stato né mai sarà benigno. Quella sera bevve molta birra tibetana prima di riuscire a tornare in sintonia con i suoi compagni, poi cominciò ad immergersi nel personaggio che doveva interpretare e raccontò, come tutti si aspettavano, la storia della conquista dell’Everest. Steve era un narratore affascinante e catturò a lungo l’attenzione di tutti con la struggente ed eroica sfida di George Mallory a quel pezzo di roccia proteso verso il cielo.

Alla fine della cena le donne del gruppo presero da parte le figlie più grandi della famiglia e valorizzarono la loro bellezza utilizzando tutte le armi della cosmesi occidentale. Per la prima volta, e forse unica nella loro vita, poterono truccarsi e non credettero ai loro occhi quando si specchiarono e si guardarono fra di loro. Le risate di tutti risuonarono fino a tardi e la felicità pervase la grande sala da cucina in questo strano connubio tra due mondi. Nessuno vide più né seppe più nulla di quella bambina.

La vita riprese il suo corso ordinario, dopo gli strani eventi di quella sera passati a tentare di vedere l’Everest in mezzo alle nuvole ed a cercare il senso della vita stando attenti a non sprofondare in una latrina tibetana pagando il dazio alle troppe birre bevute.

La mattina dopo, all’alba, con l’Everest sempre sdegnosamente nascosto, i potenti motori dei Land Cruiser portarono lontano gli occidentali, a toccare il cielo sui valichi più alti del mondo, fra centinaia di file di bandierine di preghiera e di sciarpe di seta bianca lasciate in segno di devozione là dove la terra compie un ultimo sforzo per avvicinarsi agli dei prima di ripiegarsi verso il basso per buttarsi a capofitto verso le foreste nepalesi, verso il confine fra due mondi, verso la mitica incredibile frontiera fra il Tibet, ovvero la Cina, ed il Nepal, ovvero l’avamposto della società occidentale a ridosso della grande potenza orientale.

I cinesi, come tutti i dominatori, si permettono anche un distorto senso dell’ironia. E così hanno deciso di chiamare “ponte dell’amicizia” quello stretto precario nastro di cemento sospeso sopra la gola del Dude-Khosi che in realtà separa fisicamente e militarmente due universi.

Il paesaggio sembrava assecondare, con i suoi cambiamenti, quella crescente inquietudine che pervadeva l’animo dei viaggiatori man mano che ci si avvicinava a Zangmu, paese di frontiera, avamposto del nulla, monumento all’assurdità della condizione umana: se Francis Ford Coppola avesse avuto bisogno di qualche ulteriore fonte di ispirazione, oltre al “Cuore di tenebra” di Conrad, per ambientare il suo “Apocalipse Now”, sicuramente poteva attingere a piene mani a Zangmu, alla sua popolazione, alla sua atmosfera.

Dopo il dissolversi nel nulla della cortina di ferro e lo smantellamento del muro di Berlino, nessuno può capire cos’è una frontiera se non passa da Zangmu e dal Ponte dell’Amicizia. (N.d.A.: dopo il terremoto del 2015 il valico di Zangmu è tuttora impraticabile e l’unico percorso via terra fra Tibet e Nepal è il valico di Kirong, che noi abbiamo percorso nel 2018, ancora più accidentato e sconnesso di quello di Zangmu).

Dopo giorni interi sui grandi altipiani, dove l’orizzonte ed i pensieri del viaggiatore corrono verso l’infinito, quasi all’improvviso la terra si ripiega su se stessa aprendosi in una selvaggia profonda ferita provocata dallo scorrere delle acque del Dude-Khosi: un’enorme gola, con le pareti che cadono a picco, quasi verticali, verso il fiume che a malapena si riesce a distinguere centinaia di metri più in basso. Sul lato orientale della gola, i cinesi ed i nepalesi hanno costruito un’arditissima pista sterrata (chiamarla strada è decisamente esagerato) che con infiniti tornanti perde quota scendendo verso le foreste a sud dello spartiacque himalayano.

I cinquanta chilometri da percorrere in territorio cinese sono degni di un Camel Trophy: la parete della montagna frana continuamente e la pista, già di per sé stretta, spesso si riduce a permettere a malapena il passaggio di un veicolo con la ruote sull’orlo del baratro, zigzagando fra cumuli di detriti ammucchiati ai bordi della strada; diventò ben presto un’abitudine non vedere altro che il vuoto dai finestrini per i passeggeri seduti sul lato destro dei Land Cruiser; rivoli d’acqua che scendevano dalla parete non di rado si trasformavano in vere e proprie cascate ed il massimo divertimento dei piloti era di fermarsi proprio sotto questi diluvi per lavare i fuoristrada dalla polvere e dalla sabbia accumulati nel viaggio. Ma la cosa più straordinaria era il fatto che la pista, ovviamente, non era a senso unico, costituendo l’unica arteria stradale fra il Nepal e la Cina: di conseguenza ogni dieci-quindici metri si verificava un incrocio fra fuoristrada, camion, pulmini, mezzi militari e rare automobili civili che percorrevano ininterrottamente la strada dai due lati.

Un fluire lento, quasi immobile ma ostinatamente in movimento di veicoli che sfidava ogni legge della fisica e del buon senso. Vedere due enormi camion carichi all’inverosimile di masserizie, generi alimentari e quant’altro affiancarsi là dove lo sterrato accennava appena ad allargarsi, salire letteralmente sul fianco della montagna con due ruote, al limite del ribaltamento ed incrociarsi con le lamiere che stridevano toccandosi fu uno spettacolo indimenticabile che proseguì per ore, perché in queste circostanze si percorrevano a malapena dieci-quindici chilometri orari.

All’improvviso cominciarono ad apparire sui bordi della strada le prime case di Zangmu, abbarbicate alla parete della montagna lungo gli interminabili tornanti che tagliavano il fianco della gola. Quando la densità delle costruzioni aumentò, la pista sterrata diventò sempre più stretta, trasformandosi in un rivolo melmoso che raccoglieva a cielo aperto gli scarichi delle abitazioni e dove al caos del traffico di veicoli si sovrapponeva la costante presenza di bambini, polli, maiali, cani, uomini e donne indaffaratissimi e del tutto indifferenti agli inutili, continui, disperati suoni di clacson effettuati più per abitudine che per la speranza di ottenere strada.

Alberghetti di infimo livello, ristorantini per tutte le tasche, scambiatori di valuta clandestini ma che lavoravano tranquillamente sotto gli occhi di tutti, prostitute sulla soglia delle case, sui marciapiedi, venditori ambulanti di qualunque cosa in mezzo alla strada: questa la fotografia che ci si portava a casa da Zangmu.

Ma il vero capolavoro dell’assurdo si raggiungeva solo all’inizio della “no man’s land”: la cosiddetta terra di nessuno, un poco plausibile territorio neutro, non più cinese ma non ancora nepalese ove i fuoristrada tibetani erano obbligati a fermarsi ed a scaricare repentinamente gli stralunati viaggiatori con tutti i loro bagagli nel caos più totale.

Frotte di bambini e ragazzini erano pronti a precipitarsi sulle valigie e sugli zaini per trasportare il tutto, ovviamente a pagamento, fino alla dogana cinese, distante due-tre chilometri. Ed ogni turista od escursionista doveva stare attento a non perdere di vista il proprio “facchino” per evitare brutte sorprese ai bagagli, mentre si faceva largo nella melma fra polli, maiali ed umanità varia.

La dogana cinese incuteva timore e si percepiva la vera dimensione politica della situazione: pur facendo parte di un viaggio organizzato il minimo disguido, un documento mancante, un cavillo interpretato male dai funzionari poteva in un istante creare problemi inimmaginabili e bloccare per ore l’intero gruppo in quella bolgia dantesca.

Per fortuna Pino, ben addentro ai meccanismi burocratici, riuscì a gestire bene il controllo dei passaporti e dei visti e finalmente Steve e compagni attraversarono, a piedi, il “ponte dell’amicizia”. Sul versante nepalese della “no man’s land” rivissero una situazione quasi speculare, anche se con minor tensione; purtuttavia i doganieri nepalesi, per non essere da meno dei colleghi cinesi, fecero di tutto per esasperare ogni dettaglio ed esaminare al microscopio ogni documento.

Dopo due ore finirono i controlli doganali e nuovamente furono tre chilometri da percorrere a piedi con i propri bagagli passati in una staffetta dai bambini cinesi a quelli nepalesi. Solo allora Steve comprese la vera dimensione del traffico commerciale fra i due paesi: una fiumana ininterrotta, per chilometri, di camion carichi di qualunque genere di alimenti, vestiti, elettrodomestici attendevano forse da giorni il sospirato visto per transitare verso la Cina. Decine di modestissime locande davano ospitalità a chi poteva permettersi il privilegio di non dormire nella cabina del camion; gli sguardi rassegnati ed annoiati degli autisti accompagnarono il percorso dei viaggiatori fino ai pulmini che li attendevano più a valle per iniziare la discesa verso Kathmandu.

E fu, all’improvviso, la foresta sub-tropicale monsonica, verde, esuberante, inquietante dopo le pietraie desolate ed infinite degli altipiani tibetani.

E fu all’improvviso la guida a sinistra sulle strade nepalesi, retaggio della colonizzazione britannica: sempre dominazione straniera, diversa, ma dominazione.

E furono tredici ore passate a percorrere centocinquanta chilometri, ma potevano essere anche i cinque anni-luce per raggiungere Alpha-Centauri.

E fu, alla sera, una doccia calda in un lussuosissimo (o sembrava tale?) lodge nepalese poco a nord di Kathmandu.

E fu, per pochi, interminabili ed indimenticabili secondi, il più stupefacente tramonto rosso fuoco sulla catena himalayana che turista od alpinista potesse mai aver visto nella sua vita.

E il Tibet, già era diventato un sogno.

Tibet-Nepal, ottobre 2001

Vent’anni dopo

(lo aveva già detto Dumas?)

Dopo quasi vent’anni (19 per la precisione) siamo tornati in Tibet, per rivederlo dopo l’esperienza del 2001 e dopo il mancato viaggio del 2015 quando, in conseguenza del rovinoso terremoto in Nepal cinque giorni prima della nostra partenza, era ovviamente impossibile spostarsi in Tibet; siamo tornati per visitare alcune zone che non avevamo potuto esplorare (le remote regioni occidentali) per andare al monastero di Rongbuk e al campo base nord dell’Everest, per valutare, con molta apprensione, come era cambiato dopo tanti anni di ulteriore dominazione cinese, nella speranza che i cambiamenti seppure inevitabili non alterassero completamente la memoria di quanto avevamo visto e conosciuto. Già in condizioni normali dopo vent’anni una nazione cambia per effetto del tempo, ovunque, a maggior ragione se i mutamenti sono forzati, imposti da un’autorità e non corrispondono al “fisiologico” progredire dello sviluppo compatibile con la cultura e le tradizioni del popolo che ci vive. Ma la bellezza, la “grande bellezza” di un paese e di un popolo, rimane e compensa tutto il resto. Ne valeva la pena. Tuttavia chi vuole visitarlo ci vada in fretta: ogni giorno, settimana, mese (non parliamo nemmeno di anni) che passa, irrimediabilmente si perde qualcosa, per sempre.

Tibet, ultima frontiera

Anche questo forse non è un titolo molto originale, ma rispecchia bene le molteplici chiavi di lettura di questa nazione e di questo popolo straordinari.

FRONTIERA POLITICA: uno dei posti più ardui al mondo da raggiungere, impossibile o quasi andarci da soli, e anche con viaggio organizzato è obbligatorio avere guida, autista e un dettagliato e rigido piano di viaggio da rispettare e non sgarrare. Il confine con il Nepal è tutt’ora un’avventura da vivere con la sensazione che non sia solo un gioco, un’emozione che richiama i film anni ’70 da spy-story, ma una esperienza vera molto seria, specialmente se qualcosa gira male in termini di permessi e visti, o semplicemente per la luna storta o lo zelo di qualche guardia frontaliera. E se anche tutto è in regola ti ritrovi in una “no man’s land”, una terra di nessuno di 1-2 chilometri dove non è più Cina ma non ancora Nepal, dove le auto e le guide non ti possono più accompagnare, e dove ti ritrovi su un ponte di 200-300 metri con zaini e bagagli a mano, devastati dai controlli e richiusi alla meglio, da trascinare fino all’altra parte dove per altre tre o quattro volte nel giro di pochi chilometri subiranno altrettante riaperture e devastazioni da parte di guardie che non si fidano dal controllo precedente e dei loro colleghi di pochi passi più indietro. E poi anche le strade di accesso sono da ultima frontiera, soprattutto in Nepal, dove dal confine di Kirong a Kathmandu per percorrere 130 km di una sterrata ai limiti dell’impraticabilità anche per un fuoristrada, soprattutto nella parte alta, abbiamo impiegato dieci ore al netto delle soste: e siamo stati ancora fortunati, perché potevano essere quattordici o quindici.

FRONTIERA SPIRITUALE: è uno dei confini più evidenti e tangibili fra un popolo e un paese che anelano alla propria libertà religiosa e spirituale e l’invadenza di un regime politico che fa uso indiscriminato della bandiera dell’ateismo e del materialismo storico per soggiogare sei milioni di persone. È un confine simbolico e materiale non solo con la Cina, ma anche con un mondo occidentale sempre più impoverito da uno stile di vita improntato alla ricchezza economica e al benessere materiale e un altro mondo che propone modelli di comportamento interiore e di vita che sempre di più noi cerchiamo di scoprire e di recuperare.

FRONTIERA FISICA, GEOGRAFICA, SCIENTIFICA: è una nazione al limite delle altitudini estreme, con le montagne più alte del mondo, con gli altipiani costantemente sopra i 4000 metri stabilmente abitati, analogamente alle alte terre andine del Perù e della Bolivia, ma a differenza di queste, con una straordinaria capacità genetica, sviluppatasi nei millenni, di adattarsi in modo vantaggioso all’alta quota e all’ipossia, cosa che da anni viene studiata a livello scientifico chiedendosi perché solo i tibetani sono riusciti a modificare il loro DNA, a differenza dei popoli sudamericani delle Ande. E ancora frontiera meteorologica, fra gli aridi altipiani quasi desertici con scarsissime precipitazioni a nord per lo sbarramento della catena himalayana, e la rigogliosa foresta pluviale del Nepal appena a sud e oltre il confine; due mondi, in tutti i sensi, a poche decine di chilometri di distanza.

E INFINE ANCHE UNA FRONTIERA TEMPORALE: chi va in Tibet può simultaneamente compiere un viaggio nel tempo sia nel passato che nel futuro: chi va per la prima volta viaggia nel passato, perché prevalgono le testimonianze di una vita che può essere, in molte regioni, ancora paragonabile a quella di due o tre secoli fa, ma chi come noi ritorna dopo precedenti viaggi, è catapultato drammaticamente nel futuro, dovendo prendere atto dei colossali cambiamenti tecnologici, ambientali e infrastrutturali apportati dai cinesi; cambiamenti che non sono del tutto negativi, ma che certamente non sono stati effettuati a vantaggio dei tibetani, o perlomeno non principalmente a questo scopo. Si potrebbe parlare a lungo della questione sino-tibetana, sicuramente non è questa la sede adatta, sicuramente non si può generalizzare su quanto viene fatto dai cinesi che, come è doveroso dire, apportano anche sviluppi positivi, come quelli relativi alla piantumazione nelle steppe erose dalla siccità e dal vento al fine di prevenire la desertificazione, come l’impulso all’utilizzo di moto e di auto elettriche per prevenire quell’inquinamento che peraltro è molto più drammatico in Cina che non nel Tibet, enorme e poco antropizzato rispetto alla repubblica popolare cinese. Hanno fatto costruzioni incredibili, la ferrovia Pechino-Lhasa che passa a 5000m di quota e con un vagone-infermeria dotato di bombole di ossigeno per chi soffre di mal di montagna, gallerie di chilometri scavate nelle montagne himalayane, ponti, strade a due o quattro corsie perfettamente asfaltate che corrono su passi di montagna a 5300 metri di quota, dove d’inverno le temperature scendono anche a -15/ -20 gradi. Poi magari tutto questo serve al trasporto di truppe e mezzi militari dell’esercito per espandere il proprio controllo anche nelle zone più remote del paese. Sicuramente giova ai turisti e ai viaggiatori che possono percorrere tratte molto più lunghe in minor tempo, come abbiamo fatto noi, che nel 2001 ci spostavamo a 30-40km orari mentre ora potevamo viaggiare anche a 100km/h fino alla soglia dei 4500metri. Nel viaggio di andata verso il “far west” abbiamo rallentato per lunghi tratti di lavori in corso nei quali erano impegnati centinaia di operai e di mezzi meccanici, pale, escavatori, bulldozer e quanto necessario con spiegamenti di macchine e di lavoratori straordinari; dopo una settimana, ritornando sulla stessa strada, dove sette giorni prima c’erano decine di chilometri di lavori in corso, era tutto miracolosamente costruito ed asfaltato. Da questo punto di vista i cinesi sono insuperabili!

Purtroppo hanno fatto molte altre cose i cinesi: abbiamo visto interi villaggi rasi al suolo, abitanti sradicati dalle loro tradizionali abitazioni semipermanenti, tipo le yurta mongole, e costretti a vivere in condomini di 4-5 piani, parallelepipedi di cemento dotati di W.C., antenna per la TV ma totalmente estranei alla loro vita seminomade; abbiamo visto Lhasa, la capitale, sempre più dominata da grattacieli e megacondomini per la popolazione cinese immigrata, sempre più preponderante, con il centro storico e sacro della capitale sempre più piccolo, circoscritto e pressoché assediato dalla nuova città cinese; abbiamo visto il Pothala, una delle grandi meraviglie del pianeta, l’antica residenza del Dalai Lama, trasformata in una specie di attrazione turistica per i turisti cinesi, con bar, ristoranti, enoteca, ma con il divieto per i tibetani di poterne visitare più del 50%, ovvero tutte le stanze più sacre e con le divinità più rappresentative; il tutto con la ciliegina sulla torta della bandiera cinese che troneggia sui tetti dell’edificio. Abbiamo visto i monasteri, quasi tutti distrutti da MaoTseTung e dai suoi successori, ricostruiti per permettere ai visitatori occidentali di visitarli, ma sotto un controllo strettissimo delle Guardie Rosse, con i monaci ed i loro superiori totalmente soggiogati all’autorità cinese. Abbiamo visto al monastero di Rongbuk, a 5000 metri al cospetto dell’Everest, una camionetta della Polizia sbarrare con soldati armati la prosecuzione del cammino verso il campo base nord dell’Everest, percorribile solo da chi ha il visto di 6000 euro per la scalata in vetta, rimanendo con il rimpianto di non vedere una località di grande valore simbolico per gli appassionati di montagna e di alpinismo.

Ma abbiamo visto anche molto altro: gli altipiani aridi, desolati, semi-desertici, battuti incessantemente dal vento, pervasi da un’atmosfera quasi surreale dove sensazioni fisiche e psichiche si alternavano e mescolavano, ora prevalendo la fatica cronica della respirazione a causa dell’ipossia, ora l’eco non reale, quasi allucinatorio, di tutte le preghiere buddiste lanciate nell’aria dalle bandierine e dai cilindri di preghiera dei pellegrini incontrati per strada. Abbiamo visto mandrie di yak ed i cow-boy tibetani, con i loro cappelli a tese larghe identici a quelli dei cow-boy texani, altrettanto bravi come i loro omologhi dei film western. Abbiamo visto cieli e montagne dai colori psichedelici, senza il filtro dell’atmosfera delle quote basse, abbiamo visto vestigia e rovine monumentali di antichi reami religiosi e militari, nel lontano e ancora adesso poco accessibile “far west” tibetano, al confine con il Ladakh indiano. Abbiamo visto cime da 7000 e 8000 metri, quelle famosissime e quelle sconosciute e forse anche senza nome, perlomeno finché non gliene danno uno gli alpinisti occidentali o cinesi. Abbiamo sentito raccontare dalla nostra guida quanto gli piacerebbe uscire dal Tibet, venire in Europa sulle nostre alpi, ma di non poterlo fare perché il governo cinese non concede il passaporto ai tibetani fino al compimento del 60° anno di età. Abbiamo incontrato pochi viaggiatori europei coi quali si è subito creata quella affinità e familiarità fatta di racconti di viaggio di posti lontani, esotici e quasi immaginari se non nella realtà di chi li ha visitati.

Abbiamo camminato alle pendici del monte Kailash, la montagna sacra di quattro religioni: buddismo, induismo, giainismo e Bon, la montagna nei cui paraggi, ai quattro punti cardinali, nascono quattro dei più grandi fiumi dell’Asia: il Bramaputra, il Gange, la Sutley ed il Karnali. Abbiamo visto i pellegrini buddisti percorrere il periplo completo della montagna secondo il rigoroso rituale della prostrazione, che prevede tre passi in piedi e poi di inginocchiarsi e prostrarsi completamente faccia braccia e tronco per terra, per poi rialzarsi: tutto questo per cinquantadue km, da 4500 a 5700m di altitudine, in un tempo variabile dai 10 ai 15 giorni. Per arrivare al punto culminante di tutto il pellegrinaggio, il passo di Drolma, a 5650m, dove si entra in nuova vita lasciandosi alle spalle la precedente. Abbiamo ammirato il versante nord-ovest dell’Everest, quello dei mitici primi tentativi di salita da parte di George Mallory e dei suoi coraggiosi ed incoscienti compagni, vestiti, nel 1922 e 24, come in una scampagnata sulle montagne scozzesi, con giacche di gabardine, pantaloni alla zuava di fustagno con giri di bende attorno alle gambe per isolarle dal freddo, e con giri di sciarpa di lana grezza intorno al collo e alla testa: riuscendo, in queste condizioni e con bombole di ossigeno non funzionanti, se non del tutto privi di queste, ad arrivare fino a 8600 metri e forse, ma questo non lo si saprà mai, addirittura in vetta senza più tornarne vivi. Siamo arrivati, su una strada con un manto di asfalto liscio come un circuito di Formula 1, fino a 5300 metri davanti allo Shishapangma, l’unico 8000 in territorio completamente tibetano, meta affascinante per noi alpinisti in quanto di relativa difficoltà tecnica ed ambientale, salvo il permesso da richiedere al governo cinese.

Abbiamo bevuto fiumi di the, mangiato monotoni piatti di noodles con verdure cotte al vapore ed insipide se non con l’aggiunta di salse piccantissime, abbiamo avuto i piatti inondati da quintali di riso servito come companatico universale per ogni portata si richiedesse. Abbiamo ascoltato e meccanicamente recitato anche noi i mantra buddisti, “Om mane padme hum” che diventava un ritornello che ci girava ormai inconsciamente nelle circonvoluzioni sottocorticali.

Questo e molto altro, che ogni tanto affiora dai ricordi e nei dettagli delle immagini portate a casa.

Prima di arrivare in Tibet abbiamo fatto scalo a Chengdu, la sesta metropoli più grande della Cina con oltre cinque milioni di abitanti, dove si percepisce la dimensione dei problemi ambientali della nazione: inquinamento e smog a livelli altissimi, tutta la popolazione che indossa mascherine sul volto per proteggersi dalle polveri, un esercito di moto elettriche prodotte e vendute a prezzi accessibili per limitare l’uso dei carburanti; grandi problemi e grandi tentativi per risolverli: una caratteristica peculiare di questa nazione. Volevamo fermarci una notte a Chengdu perché, a 10 chilometri dalla città, volevamo visitare il centro per le ricerche e per la protezione dei panda giganti: un’oasi di natura ai limiti della megalopoli ove vivono, sono monitorati e accuditi circa 200 esemplari di questi cugini degli orsi, a grave rischio di estinzione. Non è uno zoo cittadino né uno zoo-safari, è un’area naturale protetta e recintata con grandi spazi per gli animali e la possibilità per i milioni di visitatori che entrano ogni anno di osservarli da vicino. Sono animali straordinari che passano il loro tempo a dormire, giocare e mangiare enormi quantità di canne di bambù. Anche questo un esempio di cosa possono fare i cinesi se mettono la loro tecnologia al servizio di obiettivi virtuosi.

Al rientro in Nepal via terra, dopo la terribile stradaccia di centotrenta chilometri dal confine col Tibet, il consueto caos di Kathmandu, come sempre bellissima, straziante per la povertà, l’inquinamento, i postumi del terremoto seppur con molte opere di ricostruzione avviate, la baraonda infernale di mezzi motorizzati di ogni tipo e la solita umanità che vive per strada ad ogni ora del giorno e della notte. Una città rivisitata per la settima volta con la stessa identica passione e lo stupore sempre immutato. Una città che si ama o si odia ma non lascia mai indifferenti, che può essere vissuta e interpretata a seconda dei momenti in chiave artistica, spirituale, sportiva essendo il centro nevralgico per i trekking e l’alpinismo di altissima quota; una città dove ci si sente a casa e dove ti capita di uscire dall’albergo e dopo pochi minuti ritrovarti fianco a fianco a bere un caffè con un grande alpinista, a salutare una guida con cui hai viaggiato anni addietro, a mangiare una pizza e bere innumerevoli birre fino a notte fonda con un italiano che vive e lavora in Nepal da oltre trent’anni e ti racconta aneddoti e storie incredibili ma vere di quanto successo in tutto questo tempo; dove ti sembra ancora di respirare ciò che rimane dei fiumi di marijuana consumati dagli hippies degli anni sessanta e settanta in cerca di risposte a domande che probabilmente non si erano mai nemmeno posti o che nel frattempo si erano già dimenticati. Una città dove ti senti libero e al di fuori dal tempo e dallo spazio nei quali si vive a casa nostra, insoddisfatti e alla continua ricerca utopistica di una alternativa. Una città dove puoi anche darti da fare per aiutare altra gente, come facciamo noi da quattro anni con la nostra attività di volontariato. E questo sarà un ottimo spunto per i prossimi racconti.

Tibet, Nepal, maggio 2018

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Grazie per la risposta. ✨

Dall’Appennino alle Ande

Taccuini di viaggio: l’America Australe

Perù 1998 – Argentina 2005

di Stefano Gandolfi, foto originali di Augusta Galelli e Stefano Gandolfi, 30 gennaio 2018, vedi l’Album

Foto originali di Augusta Galelli e Stefano Gandolfi. Testi di Stefano Gandolfi

Un tentativo di spiegare perché si viaggia

Dall'Appennino alle AndeOK partiamo dall’inizio, che potrebbe anche essere la fine e non cambierebbe molto, se è vero che per scoprire l’America puoi dirigerti verso ovest o verso est indifferentemente … perché poi quello che conta è quella maledetta malattia che uno si porta dentro per tutta la vita, inguaribile e probabilmente poco curabile (e male); quell’inquietudine, come diceva Bruce Chatwin, che ti attanaglia dopo troppo tempo passato nello stesso luogo, quel desiderio di partire e di conoscere posti nuovi, vedere volti sconosciuti, cercare il senso della vita in circostanze che ad altre persone creano fastidio e magari anche repulsione, quali il dormire in un altro letto, il non mangiare ciò a cui sei abituato nella patria del buon cibo, lo stare per forza in stretto contatto con persone con le quali abitualmente non ti verrebbe nemmeno voglia di scambiare una parola ma che ti ritrovi lì fianco a fianco sull’aereo o sulla jeep, su un pulmino o lungo un percorso di trekking; e poi mille altre cose, la fatica, il caldo, il freddo, i disagi materiali, gli imprevisti, il doversi adattare a situazioni che dovrebbero farti rimpiangere l’ordinarietà della vita quotidiana: ma forse è proprio da questo che si vuole fuggire, forse perché fin dalle origini del genere umano è stata sancita la separazione delle “carriere”, da una parte i cacciatori/raccoglitori e dall’altra i coltivatori/allevatori; da una parte i nomadi, dall’altra gli stanziali. E probabilmente ognuno di noi ha scritto nel suo DNA a quale delle due categorie appartiene.

Dall'Appennino alle Ande (1)

2015 Bolivia, Quetena Chica:
comoda cameretta senza luce ne acqua a 4250 metri, ai piedi del Volcan Uturuncu

Dall'Appennino alle Ande (2)

aereo, Stefano e Augusta 2008:
interminabile viaggio per il Nepal via Bangkok, 24 ore di volo prigionieri in un non-luogo surreale, sognando le montagne himalayane

Per un volo in Sudamerica o in Himalaya si può impiegare anche un giorno intero; uno scalo tecnico o l’attesa di una coincidenza possono essere per molte ore l’evento più memorabile, Il tempo sembra cristallizzato in una giornata interminabile e lo scorrere delle ore sull’orologio sembra avere perso ogni significato in assenza di eventi che lo scandiscano. Anche l’organismo si adatta a questa apatia da vita sospesa e si pensa con un senso di distacco e di irrealtà ad un evento “fisico” quale un duro trekking in montagna, al freddo, la fatica, il vento, la fame come antidoto a questa specie di anestesia.

Perché sopportare tutto questo? Per scattare qualche foto da mostrare agli amici? Per vantarti poi in ufficio o sul posto di lavoro? Qualcuno forse anche sì, i cacciatori di visti sul passaporto,  i recordmen del numero di nazioni indipendenti visitate (che cuccagna lo smembramento dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia!), ma non è di loro che sto parlando, c’è qualcos’altro che ha fare con il ricordo, con la memoria, con il bene più prezioso e forse unico che si possiede, cioè l’integrità mentale e cerebrale: si può parlare di esperienza, di acquisizioni, di fatti vissuti, di emozioni, idee, conoscenza (“fatti non foste per viver come bruti …”) e di  quanto poi ci sforziamo di fare per mantenere integro tutto ciò (“i miei occhi hanno visto cose…”).

Dall'Appennino alle Ande (20)

2005 Argentina, Patagonia, direzione Terra del Fuoco:
perdersi nel nulla nell’attesa di arrivare alla fine del mondo

Ma cosa si vuole vedere e ricordare? Possibilmente tutto, perché vai in un posto magari una sola volta nella vita, e non vorresti perdere nulla, tralasciare nulla. non vorresti nemmeno dormire e mangiare per non sprecare tempo; ma non puoi e devi fare i conti con innumerevoli compromessi, con il tempo a disposizione, con le esigenze dei compagni di viaggio, con gli orari degli spostamenti, con le prenotazioni degli alberghi e dei voli; e anche se sei da solo quello che guadagni in libertà di movimento lo sacrifichi con tempi più dilatati e problemi logistici e di organizzazione del viaggio.

E appena ti fermi di più in un luogo che meriterebbe da solo la visita, si crea immediatamente la necessità di ripartire per rispettare i tempi, e ti chiedi se sia giusto così, se poi alla fine non sia tutto vano, se non ti riduci a fare il turista superficiale, che vede una spruzzata di tutto e non si sofferma su niente: forse che non merita di definirsi un vero viaggiatore colui che, arrivato in un posto lontanissimo, non decide di fermarsi lì e di non muoversi per chissà quanto tempo fino a che non ne avrà esplorato ogni piccolissimo e remoto angolo e non avrà conosciuto e parlato a lungo con i suoi abitanti? Deve considerarsi meno viaggiatore del cacciatore di visti sul passaporto? Chi conosce meglio il mondo, colui che entra in sintonia con un piccolo e nascosto paese o colui che è stato ovunque e può raccontare aneddoti di ogni suo viaggio ma senza penetrare nel cuore di nulla?

Dall'Appennino alle Ande (4)

2016 Sudafrica, Kruger National Park:
l’emozione di un incontro fugace che da solo vale il viaggio

Lo si affronterà tante volte in seguito in tanti altri viaggi, l’eterno, irrisolvibile conflitto tra l’esigenza psicologica della libertà dei tempi del vero viaggiatore e la tirannia del tempo a disposizione che insieme alla smania, all’irrequietudine del volere vedere, toccare più posti possibile ti obbliga sempre a un circolo vizioso di compromessi: è il paradosso della condizione umana dell’uomo moderno, sempre più ricco materialmente ma sempre meno libero di possedere la vera ricchezza, ovvero la possibilità di essere padrone del proprio tempo e di viverlo senza limiti, senza ferie che stanno per finire, senza il ritorno alle convenzioni, agli obblighi, alle responsabilità della cosiddetta persona “adulta”.

Un eterno, frustrante “coitus interruptus”, una fuga psicologica abortita prima ancora che ci si possa credere veramente e che si possano godere i benefici del vero strappo brutale, totale dal mondo tanto amato e tanto odiato e dal quale solo pochi coraggiosi riescono alla fine a distaccarsi. Ad un costo altissimo, certo, ma nulla è a costo zero, e tanto meno le cose più preziose.

Ed alla fine una consapevolezza: che non esiste scritto, fotografia, disegno, video che valga il ricordo che ti porti dentro. E’ solo quello che riesci a far entrare nel tuo DNA che determina il livello qualitativo del viaggio, non certo l’appartenenza alla tribù dei viaggiatori “Avventure nel mondo” piuttosto che di una agenzia più convenzionale.

E come diceva un saggio apache, “tutto ciò che vedi, ricordalo, perché tutto ciò che dimentichi, ritorna a volare nel vento”.

Dall'Appennino alle Ande (5)

2016 Nepal, Nuwakot:
nelle baracche di lamiera con i bambini della scuola distrutta dal terremoto

 

Perù 1998: perché andarci?

Dall'Appennino alle Ande (7)Forse per ogni viaggio basta un solo luogo, un edificio, una presenza umana o animale, una reminiscenza letteraria, musicale o cinematografica per giustificare la partenza, questo può valere per il Taj Mahal in India, per il Potala a Lhasa in Tibet, per Capo Nord in Norvegia o Capo di Buona Speranza in Sudafrica, il delta dell’Okavango in Botswana, i gorilla di montagna in Uganda e Ruanda, la patagonia di Chatwin, Sepulveda e Mutis, la “Mia Africa”  per il Kenya, la struggente colonna sonora di E. Morricone di “Mission” per Iguazù fra Argentina e Brasile, e poi si potrebbe passare una notte intera a collegare decine e decine di film, libri, canzoni, poesie ad ogni località meritevole di un viaggio. Per il Perù non ci sono dubbi, è stata la mitica, leggendaria Machu Picchu ad averci dato lo spunto per il nostro primo grande viaggio extraeuropeo.

Dall'Appennino alle Ande (6)Machu Picchu, certo, valeva il viaggio; ma ben prima di arrivare all’antica capitale perduta degli Inca, ci siamo resi conto dell’immediato impatto emotivo e anche fisico che ci accompagnava in questa scoperta del mondo e che non ci avrebbe mai più abbandonato, come un virus che si annida nel sistema nervoso e si slatentizza ad intervalli regolari; e per favore, se esiste un vaccino, tenevetelo!  A Lima si va al museo archeologico che ci regala una straordinaria testimonianza delle grandi civiltà autoctone pre-colombiane spazzate via in pochi decenni dai “colonizzatori” spagnoli nel nome del Dio cristiano.

Si esce dalla capitale lentamente, faticosamente, dopo aver visto per la prima volta l’oceano Pacifico (qui lo chiamano semplicemente “il mare”); attraversiamo per alcuni chilometri i “pueblos juvenes” che sono, molto più brutalmente, le favelas che giustificano i sette milioni di abitanti di Lima.

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Machu Picchu al tramonto un lama contempla con immutato stupore
la maestosità dell’antica capitale degli Incas

Finisce Lima, iniziamo il viaggio su una delle strade più mitiche del mondo, la Carretera Panamericana Sur. Subito l’impatto con la natura violenta, monotona ma sempre un po’diversa dei grandi spazi: a destra l’oceano, a sinistra il deserto costiero. All’inizio non ci si fa quasi caso poi irrompe nel paesaggio, è il deserto più arido del mondo, piove mediamente trenta minuti ogni due anni. Si vola su un piccolo aeroplano giocattolo sulle linee di Nazca, dove si percepisce la grande cultura astronomica e l’ingegno degli antichi popoli autoctoni,. Si vola da Arequipa a Puno, 3900 metri di quota sul lago Titicaca, si fa amicizia con il  “soroche”, il mal di montagna e si comincia a bere a profusione il mate e a masticare pallottole di foglie di coca, come fanno i locali pere combattere l’ipossia e la fatica della vita in condizioni estreme.

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nelle saline incaiche di Maras, a 3000 metri di quota, un contadino ingaggia ogni giorno la sua lotta per la sopravvivenza estraendo il salgemma dal suo piccolo appezzamento

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capanne su isole di canne fango e detriti “galleggianti” sulle acque del lago Titicaca

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in volo radente sopra le linee di Nazca, con spericolate acrobazie
del pilota per avere buone prospettive

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Cordillera Vicabamba, colture di riso, patate e cereali a 4000 metri di quota

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Pisac, vita di strada, vita vissuta sulle strada

Si viaggia verso Cuzco con il Ferrocarril del Sur, il treno delle Ande con un vagone adibito ad infermeria con bombola di ossigeno: ma noi ci immunizziamo ossigenandoci con formaggio peruviano e vino rosso cileno. Cuzco, la vera capitale andina, a 3500 metri di quota; la fierezza del popolo indio, ancora una volta lo stupore per le capacità tecniche degli antichi, senza tecnologia e solo con l’intelletto;  i loro edifici non crollano mai dopo decine di terremoti, quelli dei dominatori europei non reggono mai e regolarmente vengono distrutti. Nel muro di una antica casa, nel cuore della città, una pietra, tagliata e levigata a mano, si incastra perfettamente a secco e ad angolo retto con altre 12 pietre: per il turista significa poco, per il viaggiatore vale più di un libro di storia, ma di quelli scritti dagli sconfitti anziché dai vincitori.

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Cuzco, le ciclopiche mura della fortezza di Sacsayhuaman, costruite e squadrate a mano con incastri perfetti

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Sosta a 4250 metri sul Ferrocarril de los Andes, solitudine, vento, vita immodificata da secoli

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soste a 4250 metri sul dal Ferrocarril de los Andes, solitudine, vento, vita immodificata da secoli

Si arriva a Machu Pichu già carichi di emozioni e di ricordi; anche con il fastidioso pensiero di non avere un impatto che valga le aspettative, mi spiego meglio: nella civiltà delle immagini, alle quali siamo esposti in continuazione spesso in overdose, tante volte io ho temuto di avere un impatto emotivo ridimensionato, nel momento in cui vedevo dal vivo i luoghi meta dei nostri viaggi, a causa del fatto di averne già assorbito centinaia, migliaia di immagini, di video, di resoconti; ma nulla di tutto ciò può minimamente valere le sensazioni generate dall’esserci veramente, dal vedere dal vivo luoghi, edifici, persone, animali nel loro ambiente naturale, con tutto ciò che non potrà mai essere registrato su un nastro magnetico o su un supporto digitale come gli odori, i rumori, le parole dele persone, le emozioni, la fatica, anche l’inquietudine di non essere ben protetto dentro le mura di casa ma veramente esposto al mondo, alla vita vera.

Al tramonto e all’alba i lama si fermano incuriositi a vedere la città, anche loro ogni volta stupiti e ammaliati. Un solco tracciato sull’altare del tempio del sole è allineato con perfezione assoluta con il sorgere del sole nel solstizio d’estate. Forse fra mille ricordi il più duraturo e profondo è proprio relativo alle avanzatassime conoscenze astronomiche grazie alle quali gli Incas padroneggiavano lo scorrere del tempo, le ore, i giorni, le stagioni; senza tecnologia e senza scomodare gli extraterrestri. Le antiche mura della capitale, come a Cuzco e come ovunque i loro edifici non siano state distrutti dai conquistatori europei, sopravvivono orgogliosamente agli innumerevoli terremoti che colpiscono le Ande. Tutto ciò, in definitiva, costituisce il ricordo più vivido e allo stesso tempo una delle prime fra le tante lezioni di vita che si acquisiscono in giro per il mondo, ben più di quelle impartite dai libri o inculcate sui banchi di scuola.

Perù, aprile 1998

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Argentina 2005: perché andarci?

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Buenos Aires, PeninsulaValdes, Punta Tombo, Ushuaia, Terra del Fuoco, Canale di Beagle, El Calafate, Ghiacciaio Perito Moreno, Iguazù: le missioni gesuitiche, le cascate fra Argentina e Brasile

Patagonia, Patagonia e poi ancora Patagonia … va bene, ho capito, signori maestri, professori e presidi viandanti: poco originale, anzi banale e scontato; compitino ben svolto, proprietà di linguaggio, ma ci si aspettava più originalità. Va bene, ma provateci voi a spiegare perché ti viene voglia di andare in Patagonia senza dover ricorrere a tutte le suggestioni geografiche, letterarie, musicali più ovvie.

Alzi la mano chi non si è portato con sé una copia di “In Patagonia” di B. Chatwin lasciando a casa Sepulveda e Coloane, Mempo Giardinelli con il suo tormento per il finale di romanzo che non esce dalla penna, chi non si è fatto la sua colonna sonora con Ennio Morricone, Astor Piazzolla e i Gotan Project, chi non ha desiderato di percorrere la Routa 3 fine alla fine del mondo e poi, sul canale di Beagle, passare Capo Horn e proseguire sulle rompighiaccio per l’Antartide seguendo suggestioni e inquietudini di navigatori ed esploratori? In poche righe ho già liquidato il discorso di un intero continente quale è l’Argentina, dalle cascate di Iguazù con le reminiscenze di “Mission” fino a 4000 chilometri più in giù con le case coloratissime di Ushuaia per combattere la solitudine della “Fin del mundo”, passando per la steppa patagonica, grande contenitore di un nulla assordante fatto di luce, vento, cielo, nuvole e vuoto.

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Lago Argentino, ghiacciaio Onelli, sullo sfondo le Ande Patagoniche

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Patagonia, sulla costa atlantica, sferzata continuamente dal vento, popolata solo dai pinguini

Passando e ripassando da Buenos Aires con il suo tango che come diceva Enrique Santos Discepolo è un pensiero triste che si balla, con le case popolari del Boca, quartiere che trasuda ancora delle memorie degli immigrati genovesi e con il ricordo recente di Maradona, vero eroe popolare con tutte le sue contraddizioni. E commuovendosi alla vista dei pinguini Magellano a Punta Tombo, degli elefanti marini, delle balene australi in lontananza sulle coste dell’Atlantico. E la gente meravigliosa, nostri cugini, fratelli, così simili e separati da destini spesso drammatici in balia di vicende politiche e sociali che noi speriamo di avere lasciato alle spalle. Un continente in quindici giorni e in poche righe di racconto.     Cosa ti porti dentro, al ritorno, di tuo, che non sia un emozione filtrata da altre persone? Tantissimo, praticamente tutto. E non è poca cosa.

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i piccoli pinguini di Magellano a Punta Tombo

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Buenos Aires, facciata di casa nel quartiere del Boca “playground” al Boca

Patagonia dunque: “il n’y a plus que la Patagonie, qui convienne a mon immense tristesse” (B. Cendrars): ma c’è un antidoto alla tristezza, gratuito ed eternamente rinnovabile; il vento della steppa, che non ha inizio ne fine, un vento secco, tagliente, che ti penetra nella scatola cranica e ti spazza via ogni pensiero, ogni inquietudine, fino a lasciarti con un vortice di libertà e di pace interiore. Non c’è bisogno di chiedersi dove sia il vento quando non soffia, qua non cessa mai, e te lo porteresti a casa, nelle lande nebbiose della pianura padana, e te lo terrestri sempre al tuo fianco ben stretto per farti cancellare ogni angoscia esistenziale. E poi ti porteresti con tè i pennelli e la vernice con cui dipingono le case di Ushuaia, regalandoti dei colori che anch’essi combattono la solitudine e la lontananza dal resto del mondo, al quale peraltro nessun “fueghino” vorrebbe mai avvicinarsi davvero, non potrebbe resistere nemmeno un giorno nel mondo “normale”.

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Ushuaia: siamo arrivati alla fine del mondo

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Terra del Fuoco, al termine della Ruta n°3, davanti al Canale di Beagle

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le case di Ushuaia

E poi vorresti tornare a casa con un piccolo pinguino di Magellano nascosto nella valigia, ma non lo faresti mai perché sarebbe la crudeltà peggiore strapparlo dalla sabbia, dal vento, dal mare della sua libertà. E con un cubetto di ghiaccio caduto dal ghiacciaio Perito Moreno, straordinario fronte glaciale quasi a livello del mare al termine dello Hielo Continental Sur, e un pezzetto di roccia del Cerro Torre o del Fitz Roy, le piccole grandi montagne delle Ande Patagoniche, poco più di 3000 metri di quota, nulla rispetto ai colossi himalayani, ma molto di più di questi in termini di difficoltà alpinistiche tecniche e ambientali, con una dimensione di avventura e di epicità che rende unici gli alpinisti patagonici per la loro resilienza, alimentata da settimane intere sepolti in una trama di ghiaccio o in un capanno di lamiera ad aspettare una finestra di bel tempo che magari non arriverà mai. Sempre in balia del vento, del freddo e della solitudine, davanti a muraglie che sono un vero “Grido di pietra” come nel mitico film di W. Herzog (poteva mancare una suggestione cinematografica?).

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il fronte colossale del ghiacciaio Perito Moreno

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le cascate di Iguazù, al confine fra Argentina e Brasile

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E poi ancora il sogno di una doccia rigenerante sotto una delle oltre duecento cascate che formano il grande monumento naturale di Iguazù, dopo un grande salto dalla Terra del Fuoco al confine con il Brasile; dove si scopre il caldo, l’afa e la memoria storica delle missioni gesuitiche, indelebilmente collegate alla struggente colonna sonora di E. Morricone per il film “Mission”. E un piccolo campetto di calcio o un playground di basket per vederci fiorire qualche giovane campione alla ricerca di un riscatto sociale e personale.

E alla fine ti produci da solo il tuo film con la tua colonna sonora, con le tue reminiscenze letterarie, con le emozioni che altri ti hanno trasmesso e che tu vuoi provare a ritrasmettere ad altri ancora, in un percorso di sogno e realtà che viene continuamente modificato e plasmato dai tuoi ricordi e dal tuo viaggio personale in una terra di illusioni, di sogni infranti, di vita dura, intensa, aspra che potrebbe in ogni istante riscattarsi se solo qualcosa, per una sola volta nella vita, girasse nel senso giusto; e nell’attesa che succeda, o se non succedesse mai, si ricomincia da capo con ostinata convinzione e con immutato disincanto, fino a quando ci sarà la forza per un ultimo giro di danza con una donna portena al suono di una musica profonda e sensuale come la loro terra.

Argentina, dicembre 2005

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Lago Argentino: iceberg galleggianti sullo sfondo delle Ande

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