Misoginia?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Se ne discute con Gianni, mentre con calma affrontiamo le prime pendici del Tobbio. L’aria è tiepida, il silenzio incanta la vallata, non è giorno da salita agonistica. Il passo si ritma sui pensieri e sulle parole, ne sottolinea le pause e le improvvise accelerazioni. Il tema è lo stesso che ritorna, con sospetta insistenza, negli ultimi nostri incontri, a testimonianza del disagio che entrambi stiamo vivendo. Si parla delle donne e dell’amicizia, della possibilità o meno di far convivere le due cose, e di come e quanto influisca la presenza femminile sulle modalità della socializzazione. L’impressione comune di partenza è che sodalizi esclusivamente maschili riescano più costruttivi, e inducano a rapportarsi a livelli più alti, rispetto a quelli misti. È una constatazione che nasce dall’esperienza di periodiche sedute conviviali. Ci siamo resi conto che ogniqualvolta sono state aperte alla presenza femminile il discorso non ha decollato, o ha volato comunque basso. Potendo tranquillamente escludere che ciò sia dipeso dalla “qualità” della presenza stessa, è da ritenere che abbiano avuto una funzione inibitoria nei confronti di tutto il gruppo i legami affettivi esistenti tra alcuni dei suoi componenti: ma probabilmente c’è qualcosa di più, qualcosa che non ha a che vedere con la contingenza specifica delle relazioni. Ed è infatti su questa tesi che conveniamo.

L’ipotesi è che esista un livello di solidarietà e di sintonia attingibile solo in sistemi relazionali unisessuali: e che ciò accada perché all’interno di tali sistemi ciascuno dei soggetti risulta più libero. Nessuno infatti, in una situazione almeno teoricamente paritaria, è indotto a farsi carico di un supplemento di responsabilizzazione, come invece automaticamente accade quando il rapporto coinvolge persone dell’altro sesso (e questo vale sia quando esista un coinvolgimento affettivo vero e proprio, sia a livello di semplice amicizia intersessuale). Sappiamo benissimo che si tratta di una generalizzazione, e che spesso la dinamica del rapporto si inverte. Sappiamo anche che questo atteggiamento nasce da un equivoco di fondo, da una presunzione di superiorità maschile e dal conseguente ruolo protettivo del quale il maschio si sente investito. Sappiamo tutto. Sta di fatto, però, che questo retaggio storico, a dispetto di ogni liberazione ed emancipazione, è divenuto un dato psicologico consolidato: e lo è, checché se ne dica, per entrambe le parti. Inoltre è abbastanza naturale che in situazioni di sodalizio intersessuale si creino complicazioni, intrecci, vincoli binari. Se la sintonia con un sodale di sesso opposto è perfetta, questa percezione si traduce prima o poi in un sentimento affettivo, che pur non sfociando necessariamente in un legame innesca la stessa dinamica. Diciamo dunque che in un sistema unisessuale ciascuno è più libero perché deve pensare solo a sé, e che ciò, paradossalmente, invece di creare sistemi difensivi, quali insorgono a salvaguardia dei rapporti di coppia, e tradursi in esasperato egoismo, ingenera una forma superiore di altruismo.

Sono considerazioni banali, ma sono anche le uniche che ci consentono di spiegare da un lato la nostra sensazione di partenza, dall’altro la tendenza ricorrente, che non possiamo fare a meno di riscontrare, soprattutto ai livelli culturali alti, alla costituzione di sodalizi ad orientamento decisamente misogino o alla scelta di legami intellettuali che potremmo definire “omofili”. Queste scelte possono nascere da situazioni obbligate (la difficoltà e la pericolosità implicite in una particolare esperienza, ad esempio le esplorazioni, le azioni militari, ecc…), ma più frequentemente rispondono al bisogno di una sintonia che è avvertita possibile solo là dove sono chiaramente definiti i reciproci spazi di libertà. È possibile anche che questi sodalizi assumano, in determinati casi, una connotazione omosessuale; ma ciò non invalida la verità dell’assunto. Infatti in situazioni del genere l’automatismo della responsabilizzazione aggiuntiva si pone in termini diversi, e quando ciò non accada, quando prevalga cioè la componente omosessuale su quella omofila, si ricade nell’ambito della relazione intersessuale.

A questo punto (e abbiamo ormai guadagnato l’ultimo bastione della direttissima, salito il quale saremo in vista del rifugio) ci sembra opportuno definire meglio l’idea di “spazio di libertà” che abbiamo posto come discrimine tra le due situazioni. A me viene in mente che il modo stesso della nostra ascensione ne costituisce un esempio concreto. Siamo saliti ciascuno col proprio passo, senza preoccuparci dell’altro, e stiamo arrivando in vetta assieme. Gianni ritiene che sia troppo semplificatorio, e che se l’ascensione avesse comportato altri gradi di difficoltà, se per esempio avessimo dovuto arrampicare in cordata, avremmo necessariamente sincronizzato i ritmi. Piuttosto, aggiunge, proprio da quest’ultimo esempio si può trarre un’indicazione più consistente: in tal caso, infatti, la libertà di ciascuno sarebbe quella di esigere dall’altro un determinato comportamento, l’assunzione di eguali responsabilità. Il che, tradotto nelle situazioni da cui aveva preso l’avvio il discorso, significa potersi porre su un piano di eguaglianza che non è riducibile a quella dei diritti, sacrosanta, o delle potenzialità, discutibile o quantomeno ambigua, ma investe le modalità del sentire, l’ottica con la quale si guarda al mondo e al significato della vita. La libertà insomma di parlare la propria lingua e scegliere come interlocutori solo coloro che la capiscono, senza il bisogno di quella traduzione al femminile che, a dispetto di tutta la buona volontà da una parte e dall’altra, finisce comunque per stravolgere o impoverire il significato originario.

E siamo in vetta. Termina la salita, si esaurisce anche il discorso. Di qui si può guardare ora solo in giro, o in basso. Ci accorgiamo, e ce lo diciamo l’un l’altro, contemporaneamente, che una presenza femminile, ora, non ci peserebbe poi più di tanto.

 

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L’alpinismo come metafora

di Paolo Repetto, 1996

Per convincersi che l’alpinismo è una pratica settaria. è sufficiente considerare i parametri sui quali si gradua la militanza. Sono straordinariamente simili a quelli in uso tra i Catari, o tra i Filadelfi di Filippo Buonarroti (ma anche nelle Brigate Rosse). Come nelle conventicole ereticali e carbonare gli adepti si raggruppano in una struttura piramidale, che prevede gradi differenziati di frequentazione, di impegno e, conseguentemente, di autorevolezza. Si sale dai semplici simpatizzanti o apprendisti ai praticanti assidui, e di lì al vertice, costituito dai sublimi maestri perfetti. Allo stesso modo, si comunica attraverso una sorta di codice cifrato, si progredisce superando prove iniziatiche di crescente difficoltà, si abbraccia un’etica del sacrificio che arriva fino a prendere in considerazione quello supremo (quale alpinista vero non sogna, sotto sotto, la “bella morte” in parete?); e si assume anche, indubbiamente, quella disposizione snobistica che nasce dall’idea di una appartenenza minoritaria, di una pratica, e quindi di riflesso di una personale capacità e sensibilità, non comuni.

Questa disposizione accomuna tutti, indipendentemente dal livello delle prestazioni o dal tipo di approccio alla montagna, sportivo, professionistico o escursionistico che sia: direi che vale però in maniera particolare per i principianti, o per coloro che si limitano ad un tipo di frequentazione sporadica e poco “qualificata” quanto a difficoltà e impegno. Non che lo snobismo venga meno al di sopra di un certo livello, ché anzi, aumenta sino ad indurre uno spirito di casta: ma ha altre motivazioni, a volte fondate, spesso pretestuose, e comunque di ordine “interno” al gruppo (anche perché il “sublime maestro perfetto” opera di norma là dove gli “esterni” non arrivano nemmeno per caso). Il novizio o il simpatizzante agiscono invece ancora in una zona di confine, materialmente e metaforicamente, nella quale la differenziazione rispetto alle genti di pianura, ai discesisti e ai funicolaristi è ancora incerta, non evidente: sentono quindi la necessità di marcare questa diversità, vuoi nell’abbigliamento e nell’attrezzatura, vuoi nei comportamenti, vuoi soprattutto nell’atteggiamento mentale, e lo fanno per sé, prima ancora che per gli altri. Aspirano ad una ideale stella gialla che li renda immediatamente riconoscibili e accetti al gruppo, e li escluda nel contempo dalla massa.

 

Ma è proprio necessaria, e pertinente, una lettura in chiave sociologica, o addirittura esoterica, dell’alpinismo? Non è forse sufficiente un tramonto che irraggia le cime innevate, o il semplice piacere di un siderale silenzio, a giustificare una fede innocua, anche se non immune dall’integralismo? In effetti non è necessaria. Ma è interessante, e forse è più pertinente di quanto non appaia. Inoltre può riservare sorprese, soprattutto quando si abbia il coraggio di applicarla a se stessi.

Come alpinista io bivacco alle prime pendici della piramide. Mi sono accostato alla montagna molto tardi, ma con tanto entusiasmo, bruciando anche alcune delle normali tappe di avvicinamento: e tuttavia non sono andato oltre l’attacco della parete. Qualcosa ha sempre interferito nel mio rapporto con la montagna. Una volta il lavoro, un’altra la famiglia, un’altra ancora varie sorte di impegni. Credo però che questi siano in fondo solo alibi. La verità è che il rapporto non è mai stato chiaro, e che ho chiesto alla montagna risposte che non poteva darmi, oppure ho posto le domande nel modo sbagliato.

L’equivoco è nato probabilmente dalla singolare modalità del mio approccio, che è stato spirituale molto prima che fisico. Ho platonicamente amato l’idea della montagna prima della montagna stessa. L’attrazione risale all’infanzia, alle suggestioni create dalle favole ambientate tra le “montagne della neve”, come ho sempre sentito chiamare le Alpi da mio nonno e da mio padre, e dalle illustrazioni dei libri di fiabe sui quali ho cominciato a sognare. Ogni tanto, in giornate invernali particolarmente secche e limpide, o nelle mezze stagioni, all’indomani di violenti temporali che avevano ripulita l’atmosfera, quelle montagne mi apparivano dalle finestre di casa (il Monviso nella cornice del tramonto) o dal crinale del vigneto (il massiccio del Rosa, che nello splendore dell’alba prometteva fantastici “regni dei ghiacci”) e alimentavano sensazioni contraddittorie: da un lato uno struggente richiamo e dall’altro quasi il timore di violare un incanto.

Forse anche per questo, per una sorta di religiosa riverenza, sino a trent’anni a quei monti non mi sono nemmeno avvicinato, accontentandomi di surrogarli col Tobbio e con gli altri panettoni appenninici; ma nel frattempo il mio immaginario si dilatava e si andava riempiendo dei panorami alpestri tratti dai vecchi calendari svizzeri che mia zia mi regalava, delle Ande e delle Montagne Rocciose lette in Salgari o in London, degli stupendi scenari delle storie di Ken Parker o o di Jeremy Johnson. Da ultima era arrivata anche la letteratura, prima quella filosofica (Milarepa e i suoi esegeti occidentali, da Evola a Zolla), poi quella specificamente alpinistica (la casuale scoperta di Pete Boardman, e poi via via tutti gli altri).

Era inevitabile che quando arrivai a mettere piede su un ghiacciaio il mio zaino fosse talmente zavorrato da aspettative e sogni da rendermi impossibile una normale esperienza alpinistica. Non stavo compiendo un’ascensione, ma andavo ad inverare avventure e sensazioni e pericoli già vissuti mille volte, a ripetere itinerari già conosciuti e percorsi. E naturalmente, anche se scoprivo emozioni e luoghi straordinari, il risultato era alla fin fine inferiore alle attese. La fatica si rivelava più sorda, il freddo più intenso, il sudore più fastidioso, il rischio più subdolo: io, soprattutto, ero più vulnerabile e prosaicamente umano dell’eroe delle mie fantasticherie d’alta quota.

Mi ci è voluto del tempo per piegarmi all’idea che le rocce e le creste e le cenge e i seracchi che incontri sono diversi da quelli che popolano le tue fantasie, e che sei tu, se vuoi salire, e soprattutto ridiscendere, a doverti adattare. Ho dovuto cancellare quei picchi e quegli strapiombi che avevo immaginato a mia misura e somiglianza, e insieme l’immagine di me che aveva dettato la misura, per scoprire la gratificazione di una salita fatta in umiltà, compiuta senza dover dimostrare nulla a nessuno. Ma temo che la cancellazione sia stata solo parziale. Ciò che ancora non riesco ad accettare è il fatto che in montagna si trovi solo quello che ci si porta. Non mi attendevo rivelazioni, né di vacare le porte iniziatiche del Tutto, ma almeno di guadagnare qualcosa in termini di armonia con me stesso, di equilibrio. Invece ogni volta, trascorsa l’euforia da sforzo, da rischio e da altitudine, mi ritrovo più confuso ed irrequieto, combattuto tra la nostalgia di quello stato e la percezione della sua effimera artificiosità, così da non capire che cosa veramente mi attrae nel rapporto con la montagna.

Credevo che dell’alpinismo mi piacesse lo spirito di cordata, e mi sono trovato ad apprezzare soprattutto l’isolamento e la solitudine. Credevo mi piacesse il rischio, e invece ho constatato che mi piace solo la sfida con me stesso, il suo superamento: ma non è un piacere, me lo impongo. In fondo appartengo alla schiera di coloro che pensano che si possa arrivare in cima per la via più sicura: e tuttavia invidio coloro che ci provano e ci riescono per la più difficile.

Mi piace la fatica, ma non come liberazione. È un accumulo, una sorta di dovere, come fosse una pena purgatoriale nemmeno finalizzata al paradiso. È l’idea in sé di far fatica che insieme mi attrae e mi ripugna: e questo non riesco a capirlo. Ho letto e sentito le motivazioni più varie all’alpinismo, praticamente le condivido tutte, ma nessuna mi soddisfa in maniera esauriente. E mi ritrovo a parlare di montagna in maniera un po’ tartarinesca, più con i profani che con i praticanti, quindi più per sottolineare la mia diversità che per sancire un’appartenenza.

Nello scrivere queste cose mi accorgo che la mia distonia con l’alpinismo riflette molto bene quella che avverto rispetto alla vita in generale, alla cultura, allo studio, alle amicizie, alla partecipazione politica, ai sentimenti. Riflette una storia di rapporti sempre incompiuti o asincroni, falsati dal tentativo di far coincidere gli altri e l’esistente con un universo ideale di cui sono l’ordinatore, di far corrispondere ogni profilo ai contorni da me disegnati. Non credo si tratti solo di presunzione: temo sia qualcosa di molto peggio, una debolezza, una malattia dell’animo che mi rende incapace di reggere il non senso di questa vita, ma anche di accontentarmi di surrogati d’ogni sorta. Una malattia che nemmeno l’immobile ed eterna concretezza della montagna, nemmeno la brutale terapia di autocoscienza che essa impone a chi la frequenta, riescono a sanare: e che forse addirittura acuiscono.

E allora? Sospendere la cura? Ma neppure per idea. Anzi, come direbbe il passeggere leopardiano, voglio l’almanacco più bello, più caro, più illustrato che ci sia. Voglio continuare a sognare. E quest’anno voglio il Cervino!

 

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Riflessioni sul monte Tobbio

di Fabrizio Rinaldi, 1996, dalla mostra 51 vedute del Monte Tobbio

Percorrendo la Direttissima, ad un certo punto ci si trova di fronte ad una cresta ripida, superata la quale la pendenza diminuisce, addolcendosi sino alla vetta del Tobbio; sicuramente questo è il tratto più impervio del sentiero. Mentre arranco sbuffando, un unico pensiero mi ronza in testa: vorrei che fosse già visibile il campanile.

Continuo a camminare, un passo dietro l’altro: vorrei vederlo ORA, subito.

Questo desiderio di vedere ciò per cui fatichiamo, riguarda in questo caso la montagna e la vetta: ma non è raro che si riferisca ad altri ostacoli, ben più ardui, nei quali troppo spesso ci imbattiamo: alcuni la chiamano sindrome del “Sole nero”. È un male che morde dentro, un malessere dell’anima che non lascia tregua, per il quale non esiste cura se non la volontà di uscirne: ma il rischio di riammalarsi è sempre lì, basta niente per ricascarci. Mi piacerebbe sapere cosa sto affrontando, distinguerlo, guardarlo negli occhi.

Camminare, così come leggere, non offre la soluzione, ma è almeno un modo per non precipitare. Percorrere sentieri più o meno impervi ci aiuta a non farci sopraffare dalla pigrizia, ci induce a fissare delle mete.

Leggendo, poi, ci si rende conto che altri stanno soffrendo le nostre stesse angosce, che altri provano le stesse emozioni. È una consolazione relativa, anche amara, ma ci fa sentire meno soli.

Dall’anticima vedo finalmente stagliarsi il profilo del rifugio; ma è solo un attimo, il tempo di una folata di vento che alza la nube. Quando ci si porta dentro questo male oscuro, a volte la si intravvede appena la meta; poi torna la nebbia.

***

Luna piena. Aria fredda che brucia la pelle, e anche sotto.

Per poter salire senza accendere le torce ci spostiamo sul versante opposto agli Eremiti. Lo spettacolo rimarrà nella nostra memoria per un bel po’. La luce lunare fa risaltare particolari che altrimenti non percepiremmo. Ogni albero, ogni pietra, ogni canalone della montagna hanno una forma distinguibile e delineabile. Tutto viene percepito dai nostri occhi come una singolarità, non come un “complesso”.

A Giuseppe tornano in mente versi del “Canto notturno”. Un posticino nello zaino della nostra immaginazione Leopardi lo occupa sempre.

Sorgi, la sera, e vai,
contemplando i deserti […]”

Paolo ci invita a fermarci, e al silenzio; stiamo camminando, anzi fluttuando in un sogno latteo. Il paesaggio che ci circonda avrebbe mandato in delirio qualsiasi poeta o pittore romantico.

Mi ritrovo a recitare silenziosamente la preghiera che i fedeli pronunciano mentre salgono al monte Fuji: “Sii pura … Conserva il tuo splendore, o montagna!”. E mentre proseguo mi abbandono al sogno, e lo popolo degli esseri fantastici che abitano la montagna: un unicorno mi passa accanto, talmente veloce che quasi mi fa cadere. Dalla cresta di una roccia un lupo bianco mi fissa con i suoi occhi luccicanti, poi ulula alla luna. Un brivido mi percorre la schiena.

Mi risvegliano le parole di Paolo: dalla vetta indica le luci a valle. Anche la realtà della pianura può essere bellissima, vista da quassù.

***

Salire la Montagna da soli procura sicuramente emozioni differenti dal farlo in compagnia. Anzitutto bisogna vincere la paura di non farcela che coglie coloro che, come me, non sono particolarmente allenati. Il Tobbio è una montagna imprevedibile, come ogni monte che si rispetti a volte ci spiazza con i suoi cambiamenti repentini. I sentieri che lo salgono sono impervi, impervi come quelli della vita. E l’amor proprio, l’orgoglio, quei fattori “propulsivi” che quando si sale con altri ci fanno tener duro, per non essere i primi a cedere, non servono a nulla. La decisione di mollare o proseguire spetta unicamente alla nostra volontà e testardaggine. La forza per vincere queste paure, gli stimoli per andare avanti quando le gambe tremano, si possono trovare solamente dentro, attingendo magari alla fantasia, immaginando avventure più o meno verosimili. Si può fingere di scalare montagne ardue e immense: oppure sfidare la tramontana come fosse un vento gelido del Polo Nord. O ancora, quando il sole cocente secca le labbra, possiamo trasferirci nel deserto cinese di Takla Makan.

Fantasie, che ci spingono avanti … avanti fino alla cima. Fino a guadagnare il “tetto del mondo”. (Insomma…!)

***

Salendo il Tobbio si ha una diversa percezione delle durate. Il tempo dell’ascesa e del ritorno non lo si quantifica nelle consuete ore d’auto, ma in inusuali ore di cammino. Così come leggere, camminare aiuta a prendere coscienza di una diversa scansione ed estensione temporale.

In un mondo nel quale è possibile sapere se in Cina, in questo preciso istante, fa caldo o freddo, il Tobbio esce dal computo. Lì il tempo si misura in passi, in soste per guardarsi attorno. Bisogna avere l’umiltà di rallentare la corsa. Chi sale sul Monte sa che trascorrerà del tempo prima che egli torni in valle, e questo tempo lo trascorrerà camminando, trascinato avanti solamente dalla sua volontà.

***

A chi ama cercare funghi, andare per more o semplicemente passeggiare per i nostri boschi, è sicuramente già capitato di smarrirsi, di perdere l’orientamento, anche per un solo istante.

In tale occasione ha alzato gli occhi dai suoi passi e ha cercato all’orizzonte l’inconfondibile profilo del Tobbio. È un gesto istintivo, non cerchiamo il Figne, il Tugello, la Colma, ma il Tobbio, proprio perché costituisce da sempre “il” punto di riferimento, perché sovrasta gli altri per imponenza e riconoscibilità. È lo Uluru dell’ovadese (Uluru è la definizione aborigena dell’Ayers Rock, in Australia, immenso monolite che i nativi considerano il tramite tra il mondo dei sogni e quello degli uomini).

Fin da bambini, quando col padre o col nonno ci si avventurava nei boschi, e invece di cercare funghi e raccogliere castagne, ci si perdeva nella scoperta dell’orizzonte, abbiamo fatto conoscenza con la Montagna, prima ancora che qualcuno ce ne dicesse il nome.

Collezione di licheni bottone

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Pudore e sudore

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

In genere sulle alte montagne, quelle più famose, si arriva in due maniere: a piedi o con la funivia. Sono due modi completamente diversi di salire.

Una volta sulla vetta, certo, lo scenario che ci si presenta è lo stesso. Una distesa splendida di cime innevate, l’aria tersa, un paesaggio da favola che nella sua maestosità ci affascina e ci da una stretta al cuore.

Ma – e questo è solo il primo ma del nostro breve ragionamento – a seconda di come si è saliti lo sguardo col quale lo si abbraccia, lo spirito col quale lo si contempla sono diversi.

Credo sia chi ha faticato di più, lo scalatore, a godere maggiormente del panorama. Egli è arrivato lassù con fatica, a volte correndo pericoli, salendo sentieri tortuosi, tagliandone alcuni e percorrendone anche di sbagliati. Ma è arrivato contando solamente sulle sue gambe e sulla sua volontà. Sul suo modo di vedere e godere la montagna influisce il cumulo delle emozioni della salita.

Chi ha usato la funivia invece appare più riposato, non è stravolto dalla fatica, non si è sforzato per nulla ed ha raggiunto la vetta semplicemente in virtù dei quattro soldi del biglietto. Di lassù vede le stesse cose, certo, ma non sono sicuro che le apprezzi fino in fondo. Non ha conquistato, non si è guadagnato nulla, e il panorama è quasi un dono immeritato.

A pensarci bene la stessa cosa vale per la lettura e per la cultura in generale. Se vogliamo, anche in questo caso si è realizzata una piccola utopia: due persone, l’una figlia di contadini o operai, l’altra proveniente da una famiglia di dottori, di professori, comunque di intellettuali, possono oggi parlare infatti nella stessa lingua e delle stesse cose. Ma non illudiamoci: in realtà non è mai la “stessa” cosa, non saranno mai due persone “eguali”.

Mettiamo che queste persone con origini diverse possano avere entrambe una ricca biblioteca ed essere lettori modello: non credo affatto che apprezzino alla stessa maniera il piacere della lettura e della conoscenza. Non sono sicuro che concetti come cultura, conoscenza dei fatti e opinioni politiche abbiano per esse lo stesso significato.

Chi trova tutto già pronto, tutto realizzato, non deve fare altro che andare nello studio e prelevare dai ricchi scaffali della biblioteca di famiglia un libro; ma con “quale” piacere lo leggerà? E soprattutto, cosa ne trarrà?

Io credo infatti che la ricerca di un testo particolare debba essere un itinerario personale, faticoso, tortuoso, difficile, in definitiva splendido, e che assuma un valore che travalica quello del libro stesso. Chi non possiede già una biblioteca arriva necessariamente ad ogni libro attraverso altri libri, ad uno scrittore attraverso altri scrittori, ad una idea grazie a mille piccole idee sparse qua e là.

Anche la mia biblioteca è cresciuta lentamente (e sottolineo che la mia è una storia come tante altre) ed ogni libro in essa accolto è il risultato di un percorso e, a volte ha costituito anche un traguardo. Altro che biblioteche di famiglia più o meno ricche, altro che padri e madri che ti invitano alla lettura e ti conducono per mano nel labirinto delle mille biblioteche possibili. Questa esperienza mi porta a pensare che le persone “bibliodotate” dall’infanzia, malgrado conoscano più libri, li abbiano più a portata di mano, leggono con uno sguardo diverso le cose del mondo rispetto al lettore selfmade. Quel mondo, infatti, lo hanno conosciuto solamente attraverso i libri. Questo è vero soprattutto quando si parla del mondo del lavoro.

Il lavoro, e quando parlo di lavoro intendo quello nero e maledetto, quello subordinato, quello che esige la testa chinata di fronte agli ordini dei superiori e per il peso della fatica, è la cosa più materiale che ci sia, la più lontana dal pensiero “puro”. Per chi nasce in famiglie che non conoscono o non vivono il lavoro, come supplizio

quotidiano, è difficile concepire quanta umiliazione, frustrazione, abbruttente ripetitività esso comporti. Costoro hanno letto sui libri che esiste il lavoro, hanno visto con i loro occhi il lavoro (cioè, gente che lavorava), ma non hanno mai lavorato. Né per costruirsi una biblioteca, né per sopravvivere. Si può dire che in genere chi ha vissuto a contatto sin dall’infanzia coi libri e con ambiente culturalmente stimolanti non ha mai bisogno di lavorare (e mi riferisco sempre al lavoro inteso in un’unica accezione: quella manuale). Le famiglie di questo tipo si riproducono di gene-razione in generazione, e i figli occupano sempre (salvo ribellioni o incidenti) le posizioni dei padri. Nel loro DNA viene inscritto un codice culturale di-verso da quello della gente “normale”, ed essi partono quindi già con un notevole margine di vantaggio.

È difficilissimo, di conseguenza, per un figlio di operaio o di contadini assurgere all’olimpo della cultura, diventare un intellettuale. Il DNA di questi ultimi è povero e vuoto, e quando accade a chi ha origini “modeste” di arricchirlo, di acculturarsi, non gli è comunque facile godere serenamente di questo patrimonio. O fa della cultura un’arma di riscatto economico-sociale, e ne tradisce pertanto tutte le più genuine valenze, o subisce un’ulteriore discrimina-zione, quella creata dall’urgenza di mettere a frutto bene o male, in genere più male che bene, le competenze acquisite. Sempre che almeno questo gli sia consentito: basterebbe infatti una piccola indagine statistica sulla provenienza sociale dei ricercatori universitari (non parliamo dei docenti!), di coloro cioè che possono permettersi il lusso pluriennale di un’attività sottopagata in attesa del “posto”, per farci dubitare anche di quest’ultima possibilità.

E allora godiamoci almeno la soddisfazione di aver sollevato la fronte, di aver rialzati gli occhi affaticati per posarli – magari – su un libro, su qualcosa che si sceglie per crescere e migliorare, di aver tentato di inverare la piccola utopia della parità tra persone di origini diverse e con storie diverse, della parità tra persone più o meno fortunate. Una parità, un’eguaglianza di diritti che si rivela solo teorica, che si realizza sulla carta ma scompare quando si verifica la solidità delle basi di partenza di ognuno. Da un lato stanno coloro che hanno avuto ogni tipo di faci-litazione (economica, intellettuale, di frequentazio-ne) e dall’altro color che hanno dovuto costruirsi con fatica ogni minima possibilità. E in fondo non è che la parità mi interessi poi molto. Preferisco rimanere ciò che sono, un selfmade man nel campo della cultura (e della lettura), con un padre dalle mani grandi e nere, scavate da anni di lavoro duro, mani ormai insensibili al freddo e al caldo, incapaci di sfogliare un libro o di fare una carezza.

Ma che importa: il libro lo leggerò io (e per mio padre sarà un po’ come se lo leggesse lui) e le carezze, beh, quelle non le farebbe mai, anche se avesse mani di fata, per pudore.

C’è troppo pudore in chi lavora duramente per lasciarsi andare ad una carezza, si pensa quasi di non averne il diritto.

Mio padre, ad esempio, non ha mai letto da nessuna parte la parola pudore, non sa neppure che esista, ma – dovreste vedere – sa cos’è il pudore.

 

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Incursioni nell’immaginario

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1992

Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta. Questo lo differenzia dal viaggiatore. Il viaggiatore parte, arriva, vede. Il viandante non parte, perché non ha luoghi o affetti da cui staccarsi, e non arriva, perché non ci sono affetti e luoghi a cui legarsi: e soprattutto non vede, ma conosce, non subisce l’alterità, ma è riconosciuto. Non avendo dimora, non è mai uno straniero. E di ogni contrada, naturale o ideale, può fare la sua patria, senza rinnegare la sua vocazione di apolide.
I Viandanti delle Nebbie non si sottraggono a questa condizione. Le tappe dei loro itinerari, le soste lungo i loro vagabondaggi, diventano occasione di dialogo con chi per il momento preferisce un’esistenza più sedentaria, ma non è immune al richiamo della fantasia. Tali sono ad esempio gli incontri che prendono spunto dalle periodiche incursioni dei Viandanti sui sentieri dell’immaginario (ma anche su quelli, molto più concreti, delle nostre montagne). Due di questi incontri sono già stati realizzati sotto forma di mostre iconografiche, presentate nell’autunno scorso e nella recente primavera.

 

Il west nel fumetto italiano

Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione. Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.

51 Vedute del Monte Tobbio

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.
L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

Percorsi

Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.
Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.

 

Visibilità

Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.

 

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Pietro

di Paolo Repetto, 1995 e e l’Album “A spasso con Pietro“ 

Ci risiamo. L’ho perso un’altra volta. Rallento e mi volto a cercarlo, ma già immagino cosa sta facendo: è parecchio indietro, si è fermato a scattare una foto. In una settimana ha fatto andare tre dozzine di rullini, ha fotografato ogni albero della Foresta Nera, ogni fontana, ogni casolare. Una volta a casa, se metterà in fila tutte le dia scattate potrà rifare il percorso per intero.

Poso lo zaino, mi siedo su un ceppo e accendo una sigaretta, mentre lo guardo camminare a ritroso, fermarsi ancora, catturare un altro scorcio. La sta prendendo comoda. Siamo fuori di un’ora e mezza rispetto alla tabella concordata, e la cosa si ripete immancabilmente da otto giorni. È il primo trekking che facciamo assieme, ma credo sarà anche l’ultimo.

Adesso è nuovamente uscito dal sentiero. È scomparso nel bosco.

Quando rispunta sono alla terza sigaretta. Mi vede e fa cenno col braccio. Non rispondo. Continuo a fumare e a guardarlo. Non so se essere più irritato o sconfortato. Quasi due ore di ritardo dopo sole quattro di marcia.

Avanza tranquillo, si ferma, traffica con la Nikon, sostituisce il rullino. Se mi capita tra le mani, quella macchina, finisce in orbita. Finalmente mi raggiunge, scarica lo zaino e siede lì vicino. Dev’essere foderato d’amianto, perché il mio sguardo non lo ustiona.

– C’era una piattaforma su un albero, laggiù. Penso la usino per osservare gli uccelli. Sono salito a scattare un paio di foto.

– Potevi aspettare un altro po’, magari avvistavi qualche tordo – rispondo acido.

Nemmeno se ne accorge. Inossidabile.

– No, c’era una vista magnifica, il bosco da sopra, le cime degli alberi.

Schiaccio con cura la cicca, ma non accenno ad alzarmi. Mi accorgo con sorpresa che la rabbia è già sbollita. Sto pensando a quanto deve essere bello questo bosco, visto da sopra. Io la piattaforma non l’avevo notata. Guardavo avanti, e quando buttavo lo sguardo ai lati del sentiero i tronchi mi sembravano più o meno tutti uguali. Siamo in ritardo di due ore, ma su cosa? Mica abbiamo un appuntamento. Dobbiamo solo arrivare alla Gasthaus, che non si muove, è là da decenni, ci aspetta. Cambia niente arrivare alle cinque, alle sette o alle otto. È una giornata splendida, limpida, calma.

Osservo Pietro. Sta scartocciando una barretta di cioccolato. È tranquillo e soddisfatto, mi sta ancora raccontando della piattaforma. E mentre parla capisco finalmente la differenza. Pietro si muove come un uomo libero, come chi ha nessuno che lo aspetti, e sceglie quando e cosa vedere e chi incontrare. Io mi muovo sempre per arrivare in qualche posto. La parte più importante dello spostamento per me è la meta, non il viaggio. Per lui è esattamente il contrario.

E questo fa la differenza tra il viaggiatore e uno che cammina.

 

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