Ariette 19.0: A Christmas Carol

di Maurizio Castellaro, 23 dicembre 2023

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

C’era una volta un insegnante, ormai vicino alla pensione. Questo insegnante era molto triste, perché non gli piaceva come la scuola stava cambiando negli ultimi anni.

I ragazzi non leggevano più libri, avevano difficoltà a concentrarsi, faticavano nell’amicizia e nell’amore, e da grandi volevano tutti diventare influencers.

Anche gli insegnanti non erano più quelli di quando aveva cominciato. Quando si incontravano nei corridoi nessuno più parlava di cultura, ma solo di programmi da rispettare, moduli da compilare, formazione digitale da inseguire, famiglie da cui difendersi.

Per questo l’insegnante si sentiva sempre più solo e inutile.

L’ultima ora di scuola prima delle vacanze di Natale l’insegnante propose agli alunni di fare un disegno che li rappresentasse. Thomas consegnò il suo disegno per ultimo, ed era più o meno così.

Ariette 19.0 A Christmas Carol

E questa è la spiegazione che Thomas gli dette del suo lavoro. “Vede Prof, mi sono disegnato come un pallone da calcio, perché io amo il calcio, e da grande vorrei fare il calciatore, e se non ci riesco vorrei fare il saldatore. Su questa palla ci ho fatto dei cerotti, perché nella mia vita ci sono delle ferite, ma stanno guarendo. Poi vede, questa palla è stata spezzata a metà, perché mio padre è alcolizzato, e tante volte la sera non riesce neppure a farmi da mangiare e va direttamente a dormire. E poi è spezzata anche perché mia mamma è andata via tanti anni fa quando ero piccolo, è tornata in Romania, e la sento solo per telefono. Però Prof, vede queste corde che tengono unita la palla? Una è mio fratello maggiore che con mia cognata mi aiuterà a trovare un lavoro, l’altra corda è mia sorella che tante notti mi ospita in casa da lei a dormire. Questa corda invece è la scuola, perché anche voi prof mi aiutate a crescere bene”.

Suonò la campanella e i ragazzi uscirono di corsa, finalmente in vacanza.

L’insegnante rimase con il foglio di Thomas in mano, a riflettere.

Conosceva bene la storia del ragazzo, ma non aveva mai pensato a lui come ad una palla da calcio sorridente, nonostante tutto.

E sorrise anche lui.

Nulla a posto e tutto in ordine

di Paolo Repetto, 20 dicembre 2023

L’anarchia è la più alta espressione dell’ordine.
Elisée Reclus

Caro signor professore, alla fine sarei stato molto più volentieri professore basileese che Dio; ma non ho osato spingere così lontano il mio egoismo privato, da tralasciare, per causa sua, il riordino del mondo. Lei vede, bisogna fare sacrifici, come e dove si viva.
Friedrich Nietzsche (a Jacob Burckardt, 5 gennaio 1889)

Anni fa fui invitato da un amico a raggiungerlo in una dimora di campagna che aveva da poco acquistata. Era estate piena, la casa era circondata da un bel giardino e naturalmente prima ancora di visitare l’interno ho voluto esplorare il luogo. Tutto bene, un giusto equilibrio tra piante ornamentali e alberi da frutta, niente gazebo o padiglioni vittoriani, o nani di gesso, o fontanelle con la venere di Milo. Tutto tranne una nota decisamente stonata: giacevano infatti sparse qua e là, disposte apparentemente a casaccio e rovesciate su un fianco, alcune grossolane riproduzioni di anfore romane. Non ci ho pensato due volte, e anche se dubitavo che in quel luogo le anfore avessero un gran senso le ho rimesse in piedi una ad una. Col risultato che quando l’amico e le nostre rispettive mogli mi hanno raggiunto sono stato sommerso da una fragorosa risata. L’effetto “rovine classiche” era voluto, e io ho fatto la figura del burino che ignora l’arte della decorazione dei giardini. Lì per lì ho abbozzato, ma rimango convinto che le anfore fossero delle intruse. E che comunque andassero almeno disposte in bell’ordine.

Questa pulsione a “raddrizzare” ha risvolti che in qualche caso rasentano i limiti dell’educazione (ma non li superano. Sia chiaro, mi permetto certe cose solo con coloro ai quali le permetterei nei miei confronti). La settimana scorsa, ad esempio, nello studio di un altro amico ho raddrizzato un paio di quadri che non erano perfettamente orizzontali, con lui che mi guardava sogghignando (perché non era la prima volta) e diceva: “Sono settimane che mi chiedo cosa non andasse in questa stanza. Ora ho capito”. In più di un’occasione ho pareggiato libri sugli scaffali altrui, o ne ho cambiata la disposizione perché gli accostamenti erano clamorosamente sbagliati. Uno dei beneficiari della mia non richiesta consulenza ha detto che neppure Monk è tanto pignolo.

Non è del tutto vero. Sono un perfezionista solo in alcuni settori, e quello dei libri viene naturalmente per primo. I miei devono trovare una giusta collocazione (cioè quella che io reputo tale) e devono tornare esattamente al loro posto una volta utilizzati. Considerando che la consistenza della mia biblioteca ha superato ormai da trent’anni la quintuplice cifra, non è cosa di poco impegno.

Altrettanto puntiglioso sono naturalmente per quanto concerne il contenuto dei libri. Non mi riferisco agli argomenti o alle idee, ma alla forma, alla correttezza ortografica, grammaticale e sintattica. Un paio di refusi urtanti o un verbo mal coniugato mi rendono difficile proseguire in qualsiasi lettura, e a volte me la chiudono.

In altri campi invece, dal modo di vestire a quello di parcheggiare, sono solo ordinato o disciplinato. Non amo i contrasti, sono quasi monocromatico (non ho indossato mai un paio di pantaloni rossi, o bianchi), e lo stesso varrebbe per l’arredamento, non fosse che tutte le pareti della mia abitazione sono fasciate da libri disposti sulle scaffalature in legno naturale che io stesso ho costruito, e quindi il problema non si pone. Quanto ai parcheggi, non ho mai pensato che le righe abbiano solo una funzione decorativa.

Sono un maniaco, questo sì, della puntualità. Non sopporto i ritardi dovuti alla trascuratezza e non alla necessità, li patisco come una mancanza di rispetto. E meno ancora sopporto di essere io in ritardo, soprattutto se condizionato dalla indolenza e dalla trascuratezza altrui.

In compenso, per un sacco di altre cose non sono affatto metodico: trascrivo indirizzi o numeri telefonici sul primo pezzo di carta disponibile, col risultato che essendo sommerso dalla carta non li ritrovo mai al momento del bisogno. Oppure rimando il pagamento di imposte, bolli, balzelli vari, o la compilazione di documenti che mi sono richiesti, a volte fino a dimenticarmene e a beccarmi le sanzioni previste. O ancora, non leggo tempestivamente le mail che arrivano, suscitando spesso il sarcasmo dei miei corrispondenti. Ma in questo caso non parlerei di un’attitudine disordinata: in genere sono inconsce rimozioni.

Tutto sommato, comunque, si può dire che sì, sono un amante dell’ordine, un uomo ordinato; oppure, prendendola da un altro punto di vista, un uomo decisamente ordinario.

Nulla a posto 02Ordinare è un lemma dai molteplici significati, tutti assimilabili, tutti connessi alla stessa radice, sia pure a diversi gradi di parentela[1]. Nell’uso corrente lo troviamo soprattutto nei significati di “impartire un ordine”, “fare un ordine”, “mettere ordine”, ma può anche significare inscrivere in un ordine religioso o cavalleresco, o volendo anche naturale, nel senso di classificare, ecc … A me i primi tre si attagliano tutti, anche se con diverse tonalità e sfumature. Ad esempio, so dare ordini: penso che avrei potuto essere un buon sergente, ma sul piano pratico preferisco poi fare personalmente anche ciò che potrei demandare ad altri, probabilmente per un eccesso di presunzione. Ho anche imparato a fare ordinativi via mail, ma solamente quando si tratta di libri, e soltanto per quelli che non trovo in libreria. E persino in pizzeria sono in genere io alla fine a fare l’ordinazione, soprattutto quando ci sono le nostre compagne e la scelta minaccia di andare per le lunghe.

Come si sarà già capito, però, è il terzo impiego del termine a caratterizzarmi davvero. Sono un maniaco dell’ordine, sia pure non a livelli ossessivi, perché applico le mie ubbie innanzitutto a me stesso. E l’ordine che ho in mente ha una forte componente conservatrice. Voglio che le cose “rimangano” in ordine, o al più procedano ordinatamente verso il cambiamento. Non sono dunque un rivoluzionario: e tuttavia paradossalmente mi considero un ribelle.

Prima di proseguire credo di dovere un paio di spiegazioni a chi si fosse presa la briga di leggere questo pezzo (e ancora non avesse smesso). Innanzitutto perché e come mai (che non sono la stessa cosa) ho pensato di scriverlo. È molto semplice, tutto nasce dal titolo di un testo che ho ripreso in mano a distanza di qualche tempo. Si tratta de L’ordine libertario, di Michel Onfray, e traccia una biografia intellettuale di Camus, nonché dello stesso Onfray. Ma di questo parlerò appunto in un pezzo a venire. Sulla mia decisione di oggi ha agito invece solo il titolo, che mi sembra sintetizzare nella maniera più efficace il mio atteggiamento psico-sociale e si attaglia perfettamente ad una breve riflessione preserale, di quelle che mi fanno andare a cena con più appetito, e in questo caso anche pre-natalizia.

Nulla a posto 03 CamusL’apparente chiasmo racchiuso in L’ordine libertario sintetizza, come dicevo, la mia concezione del mondo, degli uomini e dei loro rapporti coi loro simili e col mondo stesso. Quella ideale, naturalmente, di come questi rapporti dovrebbero essere, che non si oppone però alla consapevolezza di come le cose funzionino nella realtà. Non sono ancora così psichicamente turbato da credere in una reale possibilità di riordino del mondo, e da volerla. Ma penso sia importante, ai fini delle nostre scelte e del nostro agire, avere all’orizzonte un traguardo al quale le nostre azioni si ispirino, una direzione nella quale muovere. Sapendo tuttavia che l’orizzonte si sposta in avanti ad ogni passo che fai, e soprattutto che è importante, mentre cammini, tenere sott’occhio il paesaggio circostante e la terra su cui posi i piedi.

La mia direzione va in senso opposto a quella prospettata dalla conoscenza scientifica, secondo la quale, in base alla legge dell’entropia, ogni sistema isolato si trasforma ed evolve nel tempo fino a raggiungere uno stato di equilibrio finale. Che paradossalmente è anch’esso un ordine, ma diverso da quello che noi intendiamo e percepiamo come tale, in base a una nostra forma mentis, alle nostre consuetudini e alle nostre concrete esigenze. In altre parole, quell’equilibrio per noi è un disordine.

Provo a spiegarmi. È come se la mia biblioteca fosse talmente frequentata e utilizzata fuori del mio controllo da trovarsi ad un certo punto con tutti i volumi sparpagliati, rimescolati e disposti secondo criteri totalmente differenti da quelli con i quali l’ho costruita e in base ai quali sino ad oggi è cresciuta (è quello che quasi certamente accadrà, anche se preferisco non pensarci). O peggio ancora, potrebbe essere smembrata e finire sulle bancarelle dei mercatini, o addirittura al macero. Non so se questa possa essere definita una legge di natura, so che è però un futuro probabile. L’entropia è dunque la misura del disordine del sistema: uno stato con poco disordine è quello nel quale gli elementi che lo costituiscono sono stati ordinati – lo stato di partenza, la mia attuale biblioteca; uno stato ad alto disordine è quello in cui il sistema è disposto a caso. La somma dei componenti, magari sotto specie diverse, rimane la stessa, ma il senso dell’insieme cambia completamente. Si passa così da una situazione iniziale di ordine a una finale di disordine.

Ora, quando scrivo che vado in direzione opposta non significa che neghi la verità scientifica, o che creda alla possibilità di invertire la rotta naturale verso il disordine (che è poi tale solo nella nostra percezione della dislocazione delle risorse). Voglio dire che esiste un ordine naturale, del quale dobbiamo essere coscienti, e che è un ordine in divenire costante ma lento; ma ne esiste poi uno culturale. I due hanno viaggiato per un lungo tratto della vicenda umana in una passabile sincronia, fino a quando improvvisamente il secondo ha conosciuto un’accelerazione, concretizzatasi in un crescendo di complessità, e i ritmi hanno iniziato a divergere. L’ordine culturale ha finito per sovrapporsi, e questa non è solo una nostra percezione, a quello naturale, prolificando per partenogenesi all’insegna dell’artificio e della complessità, e finendo fuori controllo. Esattamente come sta accadendo alla mia biblioteca, dove essendo ormai esaurito ogni spazio utile nei cinquanta e passa scaffali disponibili, e a dispetto delle doppie file sui ripiani e dell’occupazione persino dei vani finestra, cominciano ad accatastarsi sul pavimento pile di volumi: e dove, avendone io accumulati troppi, e create suddivisioni tematiche che alla gran parte dei testi vanno strette, non ho più il governo della memoria e sempre più spesso mi è difficile localizzare ciò che al momento mi serve. A volte mi arrovello per giorni, non riuscendo a scovare testi che so per certo esserci.

Nulla a posto 04Questo sta accadendo. Rispetto a ciò, se fossi un rivoluzionario, cercherei di cambiare non solo l’ordine e la disposizione dei volumi, ma muterei radicalmente l’approccio coi libri, buttandomi sul supporto digitale. In questo modo guadagnerei, forse, in efficacia e in efficienza, ma perderei tutto quel valore aggiunto che il possesso e il rapporto fisico con il libro cartaceo mi garantisce. Sacrificherei alla praticità uno dei maggiori piaceri che la vita, nella dimensione dell’ordine culturale, può offrire.

Sono invece un ribelle, se così la vogliamo mettere, perché, pur essendo consapevole che la vita dei miei libri non sarà eterna, e la mia tanto meno; che quelli già domani potrebbero essere considerati obsoleti, un inutile ingombro, e che tutto ciò che da essi ho appreso e su di essi ho costruito scomparirà con me; che dunque mi sto battendo per una causa già persa; ebbene, a dispetto di ciò non mi passa affatto per la mente di rassegnarmi, e mi ostino ad acquistarne altri, a leggerli e a inserirli diligentemente in un quadro che magari vedo solo io, ma che c’è. Ed è un quadro ordinato.

In sostanza, e finalmente fuor di metafora, sono “solo” un ribelle perché non pretendo di avere raggiunto una superiore “coscienza politica”. Non vedo le cose dall’alto, non leggo le trame necessarie e nascoste della storia, non ne prevedo gli sviluppi e non credo di poterli orientare: insomma, non so pensare e agire rimanendo indifferente alle contingenze, ai limiti e alle aspettative e alle sofferenze dei singoli, in nome di un bene comune che domani dovrebbe giustificare il tutto. Mi sono fermato alla “coscienza etica”, che non ha bisogno di un disegno superiore o della speranza in un remoto riscatto collettivo per dare senso ad ogni esistenza individuale. Un senso alla mia esistenza voglio darlo subito, senza attendere che scenda dal cielo o vada a consolare le generazioni venture. Voglio celebrare e difendere tutto ciò che di positivo la vita mi ha riservato, quel poco che ho costruito e quel molto che altri hanno costruito prima di me, e nei limiti delle mie possibilità correggere i risvolti negativi. Questo è l’unico senso che riconosco. Non presumo dunque di migliorare il mondo in base ad un’idea astratta, in funzione di un futuro che se ci sarà apparterrà ad altri; e neppure voglio far tornare in vita un improbabile Eden passato. Non progetto la città ideale, ma cerco di tenere pulita e in ordine quella che abito. E devo quindi ribellarmi al disordine, (anche sapendo che è il destino di tutte le cose), non per fermare l’entropia materiale e morale che avanza, ma almeno per alleviarne il peso e ritardarne il trionfo[2].

Nulla a posto e tutto in ordine 07Ma tutto questo, poi, all’atto pratico, in cosa si traduce? Per quanto mi concerne sono convinto che la mia vera attitudine fosse quella del correttore di bozze, o dell’editor, come si usa oggi (sto dicendo sul serio). Alla maniera di Sebastiano Timpanaro. Non “scrivere una storia” (o “la” storia)”, ma aiutarla a scorrere senza troppe frizioni. Sono però anche consapevole che difficilmente avrei potuto svolgere quella mansione, perché tendo ad allargarmi troppo: non mi sarei limitato a emendare i testi, ma avrei anche discusso della loro pertinenza nello specifico, o della loro opportunità in assoluto. Ho trasferito allora la mia coazione a correggere sulle sovrascritture che ciascuno di noi lascia, come traccia del suo passaggio, su quel testo indecifrabile che s’intitola “vita”.

Ciò non significa che mi sia dato la missione di andare in giro a raddrizzare anfore e quadri nelle case altrui o a predicare disciplina nei posteggi. Questi sono effetti collaterali. Significa semplicemente che mi sforzo di praticare, nella quotidianità delle azioni e delle relazioni, quella resistenza anti-entropica che la mia natura, ed evidentemente anche il mio tipo di cultura, mi dettano. Lo faccio per conservare il rispetto di me stesso, e non mi costa nulla: in realtà non mi sforzo affatto, perché si tratta di comportamenti molto “ordinari”, limitati a quell’agire ordinato che non crea contrasti, attriti, ossia perdite di energia per motivi inutili e futili, e si oppone al realizzarsi del disordine entropico (almeno quello delle relazioni interpersonali, ma senz’altro anche quello fisico). Queste stesse pagine, ad esempio, che futili lo sono senza alcun dubbio, a me hanno creato benessere, perché scrivere mi piace e mi aiuta a riordinare le idee, mentre agli altri non recano alcun danno, perché, al di là del fatto che sono liberi di leggerle o meno (ciò che vale quasi sempre), non sborsano una lira o non subiscono un secondo di pubblicità per farlo (ciò che non accade quasi mai).

Naturalmente l’agire ordinato importante è ben altro: “in positivo”, va dal sorridere a una persona in ascensore al congratularsi con qualcuno per come svolge il suo lavoro, fino al saldare tutti i debiti, morali e materiali, magari senza attendere le scadenze canoniche o il clima un po’ ipocrita delle festività: “in negativo”, dal ricordare a qualcuno che le code si rispettano, senza dare in escandescenze, all’esigere, sempre con calma e senza trascendere, che qualcun altro faccia bene il proprio lavoro, fino al non lasciare nella natura tracce troppo sconvolgenti del nostro passaggio.

Se poi questa diventa una forma di testimonianza, tanto meglio, ma direi anche “poveri noi!”. Mi rifiuto di pensare che la normalità debba diventare “esemplarità”. E soprattutto, a dispetto di quanto magari potrebbe sembrare, diffido dei santini. Conosco un poco la natura umana (abbastanza da sapere che una “natura umana” non esiste, ma che è comodo supporla), e segnatamente la mia, e ciò mi spinge, se non ad accettare, almeno ad ammettere le sue debolezze. Fanno parte della dotazione originaria.

La mia distanza dal “rivoluzionario” sta dunque già in una disposizione di fondo, che reputo innata, nei confronti del mondo e della vita. Amo l’uno e l’altra. Il mondo e la vita si possono amare anche, e forse più, quando si è perfettamente coscienti della “estraneità” del primo nei nostri confronti e del fatidico limite della seconda (Leopardi in questo senso docet, anche se la vulgata vorrebbe il contrario). Li amiamo quando non reagiamo alla oggettiva assurdità del nostro esistere mossi dal risentimento per quelle che consideriamo promesse mancate, ma riconosciamo che ogni illusione e aspettativa ce la siamo creata noi stessi, e ne abbiamo la totale responsabilità.

Fuori c’è il nulla, avrebbe detto Camus. Intendeva che c’è tutto un mondo (e stanti le sue origini mediterranee si riferiva soprattutto alla luce, al sole, al mare) del quale possiamo anche innamorarci, ma che non è lì per noi. Abbiamo solo l’opportunità di visitarlo come turisti, per un fugace passaggio. Possiamo goderne, ma nella coscienza della nostra transitorietà, e questa coscienza ci responsabilizza. Dobbiamo decidere se arrenderci passivamente all’assurdo, continuando a fingere di ignorarlo, e a comportarci come protagonisti attorno ai quali ruota tutta la rappresentazione, o cominciare da subito a guardare dentro la nostra effimera esistenza e a mettere ordine almeno lì. A darle noi un senso, qui ed ora.

Perché la coscienza del nulla paradossalmente ci rende liberi. Se non da una programmazione biologica sulla quale per fortuna non possiamo ancora intervenire, almeno nelle nostre scelte culturali. Siamo liberi, e quindi responsabili, nei confronti nostri, degli altri e del mondo che temporaneamente ci ospita, che dovremmo cercare di trasmettere domani il più ordinato possibile. E questa responsabilità, se accolta in positivo, costituisce essa stessa il senso.

Nulla a posto e tutto in ordine 06 Sartre e CamusUn quasi gemello di Camus, Jean Paul Sartre, prima sodale del nostro e poi rancoroso rivale, ha scritto: “L’Uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa”.

Ecco, la differenza sta lì: nel leggere la nostra condizione come una condanna o come un privilegio. E infatti, Sartre era un “rivoluzionario” (sia pure da salotto), Camus era un “ribelle”.

Nulla a posto 05 Motivazione-al-cambiamento

NOTE

[1] Per i curiosi, il sostantivo latino ordo deriva da una radice sanscrita or (che è la stessa da cui nascono orior, nasco, e ordior, comincio), più una desinenza do, che indica un modo di essere o di fare qualcosa (dulcedo, valetudo, fortitudo). Sta dunque ad indicare la disposizione di ciascuna cosa al suo posto.

[2] Per Schrödinger “gli esseri viventi evitano il decadimento in uno stato di equilibrio termodinamico (vale a dire nella morte) estraendo entropia negativa, o ordine, dall’ambiente, per compensare l’aumento di entropia che essi producono vivendo”. Parte di questa energia viene inevitabilmente dissipata in calore, e ciò è indispensabile per mantenere un organismo a temperatura costante. In tal modo un organismo vivente cede calore all’ambiente.

Bona et circenses

di Nicola Parodi e Paolo Repetto, 11 dicembre 2023

I nostri governanti hanno preso gusto ai “Bonus”. Senza rendersene conto, e usando tra l’altro il lemma latino in modo improprio (bonus inteso come sostantivo significa uomo buono: per significare vantaggio si deve usare il sostantivato neutro “bonum”. Chi ha dubbi consulti il Castiglioni-Mariotti) si rifanno direttamente alla prassi politica dell’ultimo periodo della repubblica romana e di tutto quello imperiale, quella del panem et circenses. Va detto che lo fanno con un ammirevole dispiego di fantasia. Attualmente sono in corso il Superbonus (quello del famigerato 110%, che nel nome rimanda a un personaggio del Monello degli anni ‘50), il Bonus prima casa, l’Ecobonus, il Sismabonus, il Bonus per l’abbattimento delle barriere architettoniche, il Bonus Verde, il Bonus casa green, il Bonus ristrutturazione e il Bonus mobili. Ma ci sono poi il Bonus trasporti, quello vacanze, quello cultura, quello per lo psicologo, ecc… Insomma, come se piovesse.

Ora, sarebbe interessante in primo luogo vedere come funziona questa Caritas di stato. Nelle linee di massima, e al netto delle immancabili frodi e dei pantani burocratici, il gioco dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. Se ad esempio si acquistano infissi per ristrutturazioni interne con lo sconto del 75% in fattura, l’importo finale risulta mediamente triplicato rispetto a quello di un acquisto normale (dato verificato per esperienza diretta – caldaie, finestre, ecc…). Il che significa che il singolo spende pressappoco la stessa cifra, mentre gli altri tre quarti (il plusvalore!) li paga lo stato, con soldi che comunque sono usciti dalle tasche del contribuente (cioè della minoranza che paga per intero le tasse). In sostanza, gli unici a guadagnarci davvero sono i produttori. Certo, se proiettiamo la faccenda sul piano macroeconomico si tratta di un incentivo al consumo e quindi alla produzione, e ci sta (insomma …): ma non raccontiamoci che lo scopo sia quello degli adeguamenti energetici, dell’abbattimento delle barriere architettoniche o della transizione ecologica.

Non di questo tuttavia volevamo parlare, quanto piuttosto della concezione dello stato e della società che sta alle spalle del sistema dei “bonus”. Il dato innegabile di partenza è che un sacco di gente annaspa in difficoltà economiche. Magari andrebbero discussi i criteri coi quali sono classificati e conteggiati i “nuovi poveri”, ma rischieremmo di perderci nel tentativo di definire i parametri che identificano lo “stato di povertà”, che cambiano di tempo in tempo e da luogo a luogo, e variano di gran lunga nella percezione individuale. Oppure, varrebbe la pena verificare quanto questo impoverimento sia determinato dal meccanismo classico del mercato del lavoro, dal prevalere cioè dell’offerta sulla domanda, e quanto invece dipenda dal diverso (e negativo) rapporto col lavoro che si sta diffondendo nelle nuove generazioni. Questi però sono temi che torneremo ad affrontare in altra occasione. Qui ci limitiamo a constatare che è aumentata la concentrazione della ricchezza in poche mani, e che la forbice economica si allarga sempre più: ciò che esigerebbe urgentemente una reazione della sinistra, ma prima ancora una ridefinizione dei suoi obiettivi sia “tattici” che “strategici”.

Bona et circenses 02

Da sempre infatti l’obiettivo della sinistra è la chiusura di questa forbice, o quantomeno un suo restringimento, e una redistribuzione della ricchezza: operazione che peraltro appare oggi quanto mai necessaria anche prescindendo dalle considerazioni etiche (ovvero dagli ideali della sinistra) e indipendentemente dal fatto che il lato “povero” della forbice si sia comunque innalzato rispetto al livello della miseria assoluta (almeno nel nostro paese, e più in generale in Occidente o nei paesi di recente sviluppo). Appare necessaria se si vogliono evitare per il futuro sconvolgimenti sociali incontrollabili: in sostanza quindi converrebbe a tutte le parti in gioco non tirare troppo la corda. La tendenza in corso risulta invece decisamente contraria, e prefigura scenari da nuovo medioevo.

Veniamo al caso dell’Italia. Di fronte alla situazione di cui sopra, per sua natura la sinistra dovrebbe chiedere una redistribuzione radicale, mentre la destra tende ovviamente a ridistribuire il minimo indispensabile. All’atto pratico però sino ad oggi tutti i governi dell’ultimo mezzo secolo, della prima come della seconda repubblica, di centro-destra o di centro-sinistra, hanno redistribuito (quando l’hanno fatto) togliendo al ceto medio e toccando in misura irrisoria i grandi profitti e i grandi patrimoni. È vero che abbiamo assistito nel tempo ad aumenti dei sussidi minimi, alla creazione del reddito di cittadinanza (immaginato come un salvagente per chi si trovasse senza lavoro e senza reddito, e applicato poi alla carlona) e appunto alle svariate forme di “bonum”: ma tutto questo con interventi di rattoppo, realizzati più per finalità elettorali, per raccattare consensi, che in funzione di un disegno complessivo di equità sociale. Va detto peraltro che questo disegno non sembra essere molto chiaro nemmeno ai pochi che ne fanno una bandiera: e in effetti è assai più complesso di quanto si vorrebbe credere.

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In teoria infatti la nostra società dovrebbe reggersi sui principi di uguaglianza e di equità: ma la traduzione di questi principi nella pratica incontra poi enormi problemi, che non sono solo quelli legati alla cattiva volontà, all’inefficienza degli apparati, al gioco dei pesi e delle lobbies politiche, insomma, ai fattori contingenti. Ci sono prima ancora problemi “strutturali”, che vanno a toccare proprio le basi su cui si fonda una convivenza comunitaria. Un processo redistributivo rinforza infatti il principio dell’uguaglianza della disponibilità di risorse, ma se i meccanismi che devono farlo funzionare non rispettano anche il principio dell’equità l’equilibrio interno al gruppo va in crisi (favorire un’ape danneggia l’intero alveare).

Cerchiamo di spiegarci meglio. In ogni società di ogni tempo gli individui (tranne alcuni asociali) si riconoscono in un gruppo e desiderano essere riconosciuti come membri uguali agli altri (e questo attiene all’uguaglianza). Nell’ambito di questa identificazione il concetto di equità si riferisce invece all’aspettativa che i componenti del gruppo hanno rispetto ad una suddivisione delle risorse: una suddivisione in parti uguali, ma che rispecchi nel contempo i contributi di ciascuno. La redistribuzione non deve essere infatti una elemosina, ma deve riconoscere la dignità e l’apporto del singolo al bene comune.

Per funzionare correttamente un sistema redistributivo deve pertanto eliminare, o almeno ridurre al minimo, i comportamenti opportunistici (free rider), onde evitare che tali comportamenti scoraggino i “buoni” e portino alla crisi del gruppo sociale (la reazione del figlio fedele, nella parabola del figliol prodigo, o dei lavoranti della prima ora in quella dei Vignaioli, seppure entro una apparente contraddizione ci confermano che le regole morali hanno basi evolutive).

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Ora, cercare di eliminare i furbastri non significa non volere l’uguaglianza e l’equa distribuzione delle risorse, mirare allo smantellamento dello “stato sociale”: significa comprendere che sono proprio i comportamenti opportunistici (in sostanza lo sfruttamento del lavoro altrui, sia esso volto all’arricchimento che ad un lavativismo passivo) a metterne in crisi la sopravvivenza. Quindi, non si tratta di abbandonare chi non è neppure in condizioni di eseguire lavori di pubblica utilità, o chi per qualsivoglia giustificato motivo si trova in gravi difficoltà economiche. Lo “stato sociale” è una caratteristica naturale delle comunità umane, e non solo: anche tra gli altri primati sono documentati casi di individui che non sarebbero stati in grado di sopravvivere autonomamente per incidenti o per altre avversità, e che sono stati accuditi a lungo sotto l’ala protettiva della comunità. Ma i nostri cugini aiutano coloro che sono in difficoltà oggettive (e così facevano i nostri progenitori), e non chi intende condurre un’esistenza parassitaria sulle spalle del gruppo. Questi ultimi vengono invece espulsi senza troppi complimenti, esclusi dalla redistribuzione delle risorse.

Tutto ciò ha a che fare in qualche modo coi bonus? Certamente, e non lo scopriamo noi. I bonus sono distribuiti o a pioggia, e quindi, come nel caso di quelli edilizi, o di quello per la “cultura”, non redistribuiscono un accidente, perché vanno necessariamente a cadere nel primo caso solo su chi già possiede un’abitazione propria (per come poi funziona tutto il meccanismo, come si diceva sopra, avrebbero potuto essere girati direttamente ai produttori o ai costruttori) e nel secondo anche su chi, volendolo, potrebbe permettersi investimenti culturali ben più consistenti. Oppure, come per quelli relativi alle bollette energetiche, vengono erogati solo a chi è inserito nelle fasce economiche più “deboli”, appartenenza che viene certificata dall’ISEE. E sappiamo tutti che su questa base, per come l’ISEE è calcolato, al di là dei lavoratori dipendenti con stipendi minimi o dei disoccupati, ne beneficiano imprenditori, lavoratori autonomi, professionisti, artigiani, ovvero quella metà dei contribuenti che evade in parte o in toto le tasse, o quei pensionati che hanno versato contributi risibili. Sarebbe questa la redistribuzione?

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Si obietterà che stiamo scoprendo in effetti l’acqua calda. È sempre stato così, o forse anche peggio. Ma appunto per questo è sconcertante che a “sinistra”, in una sinistra che annaspa alla ricerca di una pur minima base progettuale sulla quale rifondarsi, non si discuta in modo serio della progressiva riduzione del popolo a plebe sottoproletaria. E che, anzi, si assecondi e si caldeggi il passaggio dallo stato sociale allo stato assistenziale. La vicenda del reddito di cittadinanza erogato senza alcun corrispettivo in termini di partecipazione, di riconoscimento di un contributo per lavori di pubblica utilità, e quindi di dignità, ne è un palese esempio. Così come lo è il complice silenzio su milioni di pensioni di invalidità assegnate per puro scambio di voto, e anzi, la loro “validazione” quali ammortizzatori sociali.

Certo, ci sono scandali più gravi, evasioni ben più clamorose, ma quelli che il semplice cittadino percepisce come comportamenti più tangibilmente diffusi, e dai quali si sente preso in giro, sono proprio questi. Non ci si può trincerare sempre dietro il “c’è di peggio”, e pensare di poter condurre una battaglia contro i comportamenti clamorosamente scorretti se poi si avvallano quelli quotidianamente più evidenti.

Eppure, a chi oggi ambisce a rappresentare in politica o nella cultura la sinistra questi argomenti sembrano tabù. Una malintesa concezione dell’eguaglianza ha fatto passare in second’ordine il concetto di equità, o ne ha forzato una interpretazione errata. Non si riesce infatti a tenere distinti i due concetti, a capire che l’uguaglianza riguarda le uguali opportunità che a ciascuno devono essere offerte e garantite, indipendentemente dalle condizioni fisiche e sociali della nascita e da quelle culturali della crescita, mentre l’equità riguarda il riconoscimento dell’apporto dei singoli alla vita e alla crescita comunitaria.

Messa così può sembrare una semplificazione quasi patetica del problema, che necessariamente produce risposte utopistiche, senza alcun rapporto con la realtà di fatto e tutte le sue complessità e complicazioni. Ma esistono alternative “realistiche”? A parte il fatto che col “realismo” occorre andarci cauti, e la sinistra ne sa qualcosa, oggi la vera utopia è pensare di poter tirare avanti ragionando e agendo nello stesso modo che ha portato in tutto il mondo ad una sostanziale debacle del fronte “progressista”. Quindi un pensiero di sinistra serio deve avere almeno il coraggio di mettere in discussione le aporie concettuali che continuano a condizionarlo, di liberarsi dai preconcetti e da dogmi troppo profondamente radicati.

Non è il caso di riaffrontare qui l’intera questione, che è già stata approfondita, addirittura più di vent’anni fa, quando ancora il sito dei Viandanti non esisteva, in un breve saggio di Paolo dal titolo L’ultimo in basso, a sinistra, e di recente è stata lucidamente ripresa e ampliata da Beppe Rinaldi in Prolegomeni a una nuova sinistra. A quelli rimandiamo. Ma per chiarire meglio cosa intendiamo parlando di aporie ne proponiamo solo un clamoroso esempio.

Dunque: il concetto di equità così come lo abbiamo inteso noi è mal digerito a sinistra perché si scontra con una serie di contraddizioni. È difficile stabilire quali di queste sono intrinseche alla natura umana (ad esempio, l’altruismo che induce a collaborare e l’egoismo che spinge a emergere e a distinguersi) e quali invece sono eredità culturali. Nello specifico della cultura occidentale sopravvivono senza dubbio anche in campo progressista forti connessioni col pensiero cristiano, che da un lato demonizza la ricchezza (è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio) dall’altro rimanda la realizzazione dell’equità al regno dei cieli (beati gli ultimi perché saranno i primi, ma ciò avverrà solo dopo la fine dei giorni: il mio regno – quello appunto della giustizia – non è di questa terra). Un pensiero dunque che predica l’uguaglianza, denuncia l’ingiustizia, ma accetta poi sostanzialmente lo status quo. E nella versione protestante coltiva addirittura l’idea che il gradimento divino si manifesti attraverso il successo economico (Dio premia chi lavora).

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La contraddizione di fondo sta però ancora più a monte di questo groviglio, laddove lo stesso dio è visto alternativamente o come dio della misericordia e del perdono, che riserva a tutti, indipendentemente dal contributo che hanno effettivamente dato, un eguale premio (la parabola dei vignaioli), o come dio della giustizia, che premia chi ha più meritato (magari concedendogli già su questa terra un segno di distinzione con l’accumulo di ricchezza). E infine, c’è un altro assioma che pesa, originario come il peccato che va a sanzionare, ed è quello per il quale il lavoro è una condanna, l’espiazione di una pena. Il che si porta dietro anche la diffidenza, o addirittura il rifiuto, nei confronti di tutto ciò che può rendere il lavoro più agevole e produttivo: ovvero nei confronti della tecnica (e della scienza, della quale la tecnica è una pragmatica traduzione).

La sinistra deve dunque prendere atto di questi debiti (in fondo il socialismo è una secolarizzazione del messianismo cristiano), liberarsi una volta per tutte dai condizionamenti vetero o neo-testamentari, e affidarsi (col dovuto atteggiamento critico) alla conoscenza scientifica e agli strumenti della razionalità.

Tutto ciò ci ha portati lontani dal tema di partenza, ma solo apparentemente. La logica del “bonum” è tale e quale quella della Società di San Vincenzo, che si occupa di aiutare le persone più sfortunate: i poveri, gli ammalati, gli stranieri, gli ex carcerati, gli anziani soli, ai quali paga le bollette e fornisce pacchi di alimentari, Ora, fermo restando che le persone più sfortunate esistono, e ben venga chi le aiuta, la domanda continua ad essere quella iniziale: a cosa porta questo atteggiamento, che tipo di società prefigura? Non è che correndo dietro le urgenze e la rivendicazione di diritti, sociali, civili o economici, sganciati totalmente dai corrispettivi doveri, la sinistra stia avvallando un modello di società da basso impero? Lo scenario è in fondo già quello. I media e i social forniscono già (a spese nostre) circenses in quantità da stordire; le ondate migratorie garantiscono per il momento lavoro semi-schiavile, ma non governate si trasformeranno a breve termine in barbariche, dando l’ultima spallata ai sistemi democratici: qualche sporadico “bonum” per l’acquisto dei beni di consumo essenziali, e più spesso per quelli inutili, e la distribuzione del panem è fatta.

Non crediamo che le future generazioni, quelle che vedranno la fine dell’impero dalla parte dei soccombenti, ce ne saranno grate.

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