Percorsi bibliografici n. 4

da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Nello spirito che anima questa rivista, che è quello di fornire elementi e stimoli per una crescita della qualità dei rapporti e del livello della discussione, riteniamo utile indicare brevi percorsi bibliografici, relativi agli argomenti di volta in volta trattati. È implicito che si tratta di suggerimenti molto personali, altrettanto sommari e forse anche abbastanza scontati. Valgano dunque per chi potrà ricavarne qualche piacevole scoperta: per gli altri potrebbero invece essere testimonianza di una sintonia (o magari conferme di una distanza). A qualcosa, insomma, serviranno.

SENTIERI DELL’UTOPIA

Baczko, B. – L’Utopia – Einaudi 1979
Mumford, L. – Storia dell’Utopia – Calderini 1969
Roventi, I. – Luoghi dell’utopia – D’Anna 1979
Servier, J. – Histoire de l’ utopie – Gallimard 1991
Adriani, M. – L’Utopia – Studium 1961
Bloch, E. – Spirito dell’Utopia – La Nuova Italia 1980
Baldini, M. – Il pensiero utopico – Città Nuova 1974
Galante Garrone, A. – Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’800 – Einaudi 1972
Masini, G. – Storia degli anarchici italiani – Rizzoli 1974
Del Carria, R. – Proletari senza rivoluzione – Savelli 1975
Enzensberger, H.M. – La breve estate dell’anarchia – Feltrinelli 1978
Joll, J. – Gli anarchici – Il Saggiatore 1970
Gorz, A. – Sette tesi per cambiare la vita – Feltrinelli 1977
Guevara, E. / Granado,A. – Latinoamericana – Feltrinelli 1993
Del Carria, R. / De Boni, C. – Gli Stati Uniti d’Italia – D’Anna 1991
Cattaneo, C. – Tutte le opere – Mondadori 1967
De Rougemont, D. – L’uno e il diverso – Ed. Lavoro 1995

SENTIERI DELLA POESIA

Salvia, Beppe – Cuore – Rotundo 1988
Lagazzi,P./Cecchini,S. – Una strana polvere – Campanotto 1994
Berardinelli,A./ Cordelli,F. – Il pubblico della poesia – Lerici 1975
Pontiggia,G. / Di Mauro E. – La parola innamorata – Feltrinelli 1978
Duras, M. – Scrivere – Feltrinelli 1993
Pennac, D. – Come un romanzo – Feltrinelli 1992
Jean, G. – La scrittura memoria degli uomini – Electa 1992
Canfora, L. – Libro e libertà – Laterza 1994
Morley, C. – Il Parnaso ambulante – Sellerio 1995
Borges, L. – Finzioni – Einaudi 1985
Gustave Flaubert – Bibliomania – Imaginaria & C.

SENTIERI DELLA FANTASIA

Fine, E. – La psicologia del giocatore di scacchi – Adelphi 1985
Acheng – Il re degli scacchi – Theoria 1989

 

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Perché non sono juventino

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Già vi sento. “E chi se ne frega?” Giusto. Dopo Mosca e Mughini parlare di calcio (e tanto più della Juventus) non è soltanto stupido, è un crimine contro l’intelligenza. Ma in effetti non ho alcuna intenzione di parlarne. Il tema è un altro. È quello delle “cause perse”. E se di calcio capisco niente (anche perché non c’è niente da capire), del fascino dei perdenti posso disquisire con assoluta cognizione.

Il fatto è che, così come alcuni nascono con le stigmate di una superiore vocazione, con un corredo genetico che li porta a distinguersi e a primeggiare nei campi più svariati (Mozart per la musica, Giotto per la pittura, Merczx per il ciclismo, e così via), nascono anche individui il cui naturale talento consiste nello schierarsi sempre dalla parte dei perdenti. Un sottile, nemmeno tanto inconscio masochismo li pervade, li guida, veglia sulle loro scelte e fa si che manco per sbaglio si intruppino una volta nelle schiere dei vincitori. Ebbene, io credo d’essere il Mozart delle cause perse, almeno per quanto concerne la precocità della vocazione. Voglio dire che mentre per altri questa matura attraverso un processo di crescita, di differenziazione, di disgusto per la volgarità, l’adulazione, l’ opportunismo che sempre si accodano ai vincitori, nel mio caso non vi sono dubbi: è talento vero, innato, naturale. Solo questo può spiegare perché abbia sfacciatamente parteggiato per le giubbe grige (i sudisti) contro quelle blu (i nordisti), quando in età prescolare giocavo ai soldatini, e tutta la storia americana che conoscevo mi veniva da “L’assedio delle sette frecce”. O perché abbia cominciato a tifare per Gastone Nencini (mai sentito nominare prima) il giorno stesso in cui perse il Giro d’Italia da Magni (e avevo sette anni). O abbia amato, alle medie, tra tutti i personaggi dell’Iliade lo sfigatissimo Ettore. E così via, in un crescendo letterario, politico e sportivo di voluttuosi patimenti, di amari calici delibati con passione, che mi ha consentito un’ampia facoltà di scelta (gli sconfitti sono sempre molti di più dei vincitori), mi ha permesso di avere sempre il meglio. Sotto questo profilo, devo dire, la vita non è stata avara. Se qualche volta ho dovuto abbandonare il campo, quando magari il vento girava e i già perdenti rischiavano di riscattarsi, l’ho fatto in tempo, prima che si profilasse il pericolo della vittoria. In alcuni casi, poi, la soddisfazione è stata piena: chi non ha letto Eliade quando era out per la sinistra, chi non si è ispirato a Cattaneo e a Kropotkin quando lo erano per tutto lo schieramento politico e culturale, chi non ha tifato G.B. Baronchelli (il massimo, solo per intenditori finissimi, ha volutamente perso dieci o quindici Giri d’Italia, più qualche centinaio di altre corse) non sa quali gioie riservino questi amori esclusivi, indivisi, derisi e osteggiati. E non parliamo della partecipazione politica: ho votato per trent’anni, senza vincere una volta le elezioni; le ho vinte (?) l’unica volta in cui ero decisamente del parere che fosse meglio perderle. Dunque una militanza senza macchia, plutarchiana nella sua esemplarità.

Ma questo che c’entra col fatto di essere o meno juventino, e soprattutto, dove va a parare? Ci arrivo. Non sono juventino perché quarant’anni fa, all’epoca della scelta di campo, che allora avveniva tra i sette e i dieci anni, la Juventus era quella di Sivori e Charles, e vinceva tutto e sempre, lo scudetto tutti gli anni, o due in un anno solo, coppeitalie, tornei di Viareggio, proprio tutto. E tutti i miei amici, naturalmente, tifavano Juve, saltavano sul carro del vincitore. Come non cogliere l’occasione per restare a terra? Oltretutto c’era lì, pronta, l’Alessandria, un investimento a perdere di totale affidabilità, più che restare a piedi era come sdraiarsi lunghi sul selciato per farsi maciullare dal corteo trionfale. Ebbene, è stato proprio lì che ho avuto consapevolezza di una diversità, e del piacere e delle sofferenze che le sarebbero stati legati. Lì ho capito che il mio destino era segnato, che avrei vissuto all’insegna della resistenza contro ogni tipo di vincitore, e soprattutto contro coloro che gli si accodano; e che per praticare questa disciplina avrei dovuto allenarmi, prepararmi, indurirmi. La Juventus è stata solo la prima manifestazione simbolica (ma mica poi tanto) del potere, una delle sue molteplici incarnazioni: ha prefigurato la DC, il craxismo, le mode culturali, gli intellettuali da talk-show, Berlusconi, tutti quei sugheri insomma (per non dire quegli stronzi) che galleggiano su qualsiasi mare. E soprattutto mi ha fatto capire come siano sempre la stragrande maggioranza coloro che si accontentano di vincere, e di vivere, per interposta persona o squadra o idea, e non hanno il minimo sentore di cosa significhi accettare dignitosamente e sportivamente (quando si può) la sconfitta. Non è stato sempre facile, ad onta della naturalità della disposizione, vivere da cultore delle cause perse (ma non da perdente, si badi bene). Qualche volta è insorto anche il dubbio: non starò mica scambiando un’ostinazione per una vocazione? Ma è durato solo un attimo. Mi ha soccorso Darwin. Secondo la più recente versione della teoria evolutiva lo sviluppo di una specie non avviene per modificazioni abbondanti, cumulative e graduali, frutto di un processo adattivo minuto che interessa solo il livello degli organismi, quanto piuttosto per alterazioni a livello genetico, ristrette a pochi individui, legate al caso, che innalzano la capacità di risposta della specie alle pressioni dell’ambiente. Ora, delle due l’una: o la mia alterazione è del tipo soccombente, di quelle cioè che non lasciano traccia nel percorso evolutivo della specie, e allora la coerenza del mio cammino sarebbe totale: o è di quelle che migliorano la capacità adattiva, e allora alla lunga trionferà. Va a finire che, nell’un caso o nell’altro, corro il rischio d’essere un vincitore.

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. All’orizzonte di quell’oceano ci sarebbe stata sempre un’altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.
HUGO PRATT

 

 

 

 

 

 

 

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Perché scrivere?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Scrivere sottintende una volontà di riconoscersi. Qualche volta. Più spesso sottintende invece solo l’ambizione di essere riconosciuto. Riconoscersi significa prendere coscienza di sé, essere riconosciuto significa rinunciare a questa coscienza e accontentarsi di apparire. Messo giù così suona chiaro ed essenziale. Lapidario. Sono tentato quasi di congratularmi con me stesso, quando mi viene in mente che le lapidi si prestano male ad aprire un discorso. Di norma lo chiudono. E allora, come esordio non ci siamo. Perché le cose poi, nella realtà, non sono così semplici come negli aforismi. Per fortuna.

Proviamo allora a complicare un po’ il discorso.

Partiamo dal riconoscersi, dal prendere coscienza di sé. Nella accezione più semplice riconoscersi significa sottrarsi all’inautenticità, al conformismo, all’omologazione, alle opinioni in serie (maggioritarie o minoritarie, conformiste o trasgressive che siano): in parole povere, avere il coraggio di pensare con la propria testa. In effetti, l’esercizio di riflessione che la scrittura postula può aiutarci a trovare questo coraggio. L’economia dello scrivere ci impone linearità e conseguenza, ci obbliga a far chiarezza nella nostra mente. Ma in questa operazione il riflessivo (riconoscersi) non può prescindere dal transitivo (riconoscere). Scrivendo conosciamo meglio noi stessi perché siamo costretti a fare il punto sullo stato della nostra conoscenza (se si vuole, della nostra ignoranza). Quindi per riconoscerci indirizziamo lo sguardo al nostro interno, ma solo per vedere come si rispecchia in noi ciò che sta fuori: e di questa auto-indagine la scrittura è uno strumento prezioso.

Scrivere, tuttavia, non è solo una forma di razionalizzazione: è soprattutto un atto di mediazione. La parola scritta, spogliata delle inflessioni, delle tonalità e delle sfumature vocali, in qualche modo si stacca da noi (dalla nostra presenza, dalla nostra corporeità), si assolutizza: diviene riassuntiva, al livello più semplice, delle svariate implicazioni e interpretazioni di ogni singolo fonema, si pone come un minimo comune denominatore sul quale soltanto è possibile fondare la comunicazione allargata (quella cioè che non passa tra interlocutori che si confrontano fisicamente). Essendo un tramite “povero” nel senso della individuazione, perché elimina tutte le particolarità e le singolarità espressive, la scrittura facilita il “riconoscimento” in quei denominatori che possono costituire la base di un rapporto culturale. Riconosciamo cioè che, al di là delle contingenze del nostro sentire e del nostro vivere, coltiviamo idee, diamo interpretazioni del mondo che sono state, sono e si spera saranno condivise da altri: non moltissimi (purtroppo), ma non importa. Questa coscienza ci aiuta a sconfiggere l’angoscia della solitudine e dell’insignificanza, e al tempo stesso giustifica e impone che usciamo allo scoperto. Scrivendo dunque ci riconosciamo negli altri, ma ci attendiamo anche di essere riconosciuti dagli altri. E allora scriviamo per essere riconosciuti, oltre che per riconoscerci. Con buona pace della lapide iniziale.

 

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Storia di un’idea

Piccola antologia del pensiero federalista

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Dal momento che pochi sembrano ricordare (o sapere) che l’idea federalista italiana non è un parto della fantasia (?) di Bossi, ma ha una sua lunga e dignitosissima tradizione nell’area democratica, con formulazioni senz’altro meno deliranti, ci premuriamo di fornire materiali per un utile ripasso, nella speranza che diventino spunti per una riflessione meno superficiale. Cominciamo in questo numero con Carlo Cattaneo, il più lucido, onesto e disincantato pensatore politico del nostro ‘800 (e forse di tutta la nostra storia nazionale).

Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sé. Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno conquistato tre volte la libertà, e mai non l’hanno avuta, dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra; sì, ogni popolo in casa sua, sotto la sicurtà e la vigilanza delli altri tutti. Così ne insegna la sapiente America. Ogni famiglia politica deve avere il separato suo patrimonio, i suoi magistrati, le sue armi. Ma deve conferire alle communi necessità e alle communi grandezze la debita parte; deve sedere con sovrana e libera rappresentanza nel congresso fraterno di tutta la nazione; e deliberare in comune le leggi che preparano, nell’intima coordinazione e uniformità delle parti, la indistruttibile unità e coesione del tutto.

 Ogni popolo può avere interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli, il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità.

Io credo che il principio federale, come conviene agli stati conviene anche agli individui. Ognuno deve conservare la sua sovranità personale, ossia la sua libera espressione; e riconoscendo eguale sovranità e libertà negli amici, fare per loro e con loro tutto quanto può senza demordere al proprio diritto. Il sottomettersi agli altrui dettami è da ciechi e da servili. Il transigere è da scoscienziati e imbroglioni. Una transazione in siffatte cose è una bugia, nella quale ciascuno apporta la sua porzione; ognuno rinnega in parte la sua coscienza; tutti si fanno ingiusti, gli uni per tradire, gli altri per essere traditi. Al contrario, con la federazione ognuno rimane onestamente nel suo proposito e nella dignità della sua coscienza, ognuno dice la sua parola libera e vera alla nazione; nell’interesse e nella coscienza della nazione tutto si esprime; ognuno gravita giusto il vero peso; e l’effetto si unisce nel centro di gravità egualmente come per la via delle associazioni.

CARLO CATTANEO

 

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Quale federalismo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Che paese! Ci son volute le sparate di un piazzista di veleni per riscattare il federalismo dal limbo delle favole. Col rischio, più che mai concreto, di lasciarne snaturare completamente le valenze politiche e ideali. Tutta l’intellighentia cultural-progressista (non parliamo della classe politica, non ne vale la pena) ha continuato a dormire della quarta, anche di fronte al radicamento sempre più preoccupante del leghismo, preferendo titillarsi con i dibattiti sul buonismo e altre cretinate consimili. Trincerate dietro un muro di supponente e miope indifferenza le teste più fini della “sinistra” hanno atteso, prima di darsi una scrollata, che maturassero tutti i peggiori presupposti per una discesa in campo del progetto politico federalista (ed eventualmente per una sua applicazione). Col risultato oggi di ritrovarsi in affanno, anzi, in pieno stato confusionale, combattute tra la difesa del fatiscente istituto statalista, che le vedrebbe schierate al fianco della destra, e la rincorsa al recupero sul terreno delle autonomie, per disinnescare la mina della secessione.

Il fatto è che la “sinistra” storica non appare in grado di proporre alcun modello di rinnovamento istituzionale in senso federalista, perché non ha mai voluto confrontarsi seriamente con questo tema. Lo ha inserito negli ultimi programmi elettorali, ma alla maniera in cui vi si inserisce da sempre, ad esempio, il risanamento del debito pubblico, cioè come una mera giaculatoria, ripetuta meccanicamente. D’altro canto sarebbe eccessivo pretendere da chi per mezzo secolo ha perseguito un unico obiettivo, quello di accedere alla stanza dei bottoni, ed ha sacrificato a tale progetto ogni coerenza ed ogni pudore, che una volta raggiunto lo scopo si impegni a disattivare i comandi e a vanificare il risultato, ormai fine a se stesso, della sua strategia. Si deve quindi dare per scontato che da questa direzione difficilmente potranno arrivare segnali concreti di una volontà innovatrice.

Vediamo invece di spiegare sommariamente, rimandando ad altra occasione un’analisi più approfondita, le ragioni che ci inducono a ritenere valida ed auspicabile una soluzione istituzionale di tipo federalista. Resta inteso che assumiamo il termine “federalismo” nella sua accezione più genuina, quella che demanda a livello regionale, o meglio ancora subregionale, la più larga autonomia gestionale dei poteri e delle responsabilità amministrative.

La prima motivazione può essere definita di carattere tattico. Il progetto di Bossi può essere battuto, recuperando sull’elettorato leghista moderato, solo dal rilancio di un’ipotesi federalista seria, che contempli cioè stati regionali semi-indipendenti e federati. I modelli non mancano, in uno spettro di soluzioni che vanno dal lander tedesco alla confederazione cantonale, sino al federalismo “tollerato” statunitense: e comunque, stante la specificità della situazione italiana, dovrebbe essere varata una struttura politica originale. Resta il fatto che a nessuna delle subentità istituzionali, se costituite su base regionale, sarebbe garantita un’autonomia economica sufficiente ad indurla al separatismo. Verrebbe a cadere in tal modo il discorso delle rivendicazioni pseudo-etniche, mentre finirebbero per essere esaltati in positivo i fattori di aggregazione.

Il secondo motivo è invece più genuinamente politico. Ogni prospettiva di decentramento dei poteri, a qualsiasi livello ed in qualsivoglia direzione, deve essere perseguita, e finalizzata ad ampliare le possibilità per ogni cittadino di esercitare un controllo stretto sull’amministrazione e di partecipare direttamente alla stessa. Ciò induce una politicizzazione attiva, la percezione di svolgere un ruolo concreto e l’assunzione conseguente di responsabilità: in definitiva, crea i presupposti per una crescita veramente democratica.

Infine un’ultima considerazione, concernente il pericolo (paventato dalle frange più consapevoli della sinistra) che un’atomizzazione istituzionale porti alla dissoluzione di ogni residuo di stato sociale. Ciò che si teme è che da un lato nelle aree a livello di benessere più elevato, dove più forte è il rifiuto del riequilibrio compensativo operato col tramite fiscale, prevalga l’orientamento verso una privatizzazione totale dei servizi sociali di base (ciò che equivarrebbe ad escluderne le fasce meno abbienti, tutti coloro che non possono permettersene i costi), e che dall’altro nelle regioni economicamente più deboli quegli stessi servizi non possano essere garantiti per le difficoltà di un bilancio ristretto. Il pericolo in effetti esiste: ma occorre non dimenticare che l’esempio normalmente addotto, quello del progressivo smantellamento del Welfare state in atto negli USA, si riferisce ad una realtà di partecipazione politica delle masse lontana anni luce da quella italiana. Quando sono in ballo i temi dello stato sociale un elettorato attivo che sfiora l’80%, e che comprende quindi quella maggioranza della popolazione che è interessata alla pubblicità dei servizi, costituisce ancora un ottimo deterrente contro gli attacchi frontali: e le recenti elezioni lo hanno dimostrato.

Contro quelli più insidiosi, invece, contro le manovre striscianti e aggiranti, non è più questione di stato unitario o federalista, ma di un salto di qualità nel livello della coscienza politica individuale e collettiva: se ciò non accade, il nostro futuro sarà all’insegna del più feroce egoismo privatistico, indipendentemente dalle formule istituzionali che ci riserva. E questo lo hanno dimostrato, in Italia come nel resto del mondo, gli ultimi quindici anni.

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Incursioni nell’immaginario

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1992

Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta. Questo lo differenzia dal viaggiatore. Il viaggiatore parte, arriva, vede. Il viandante non parte, perché non ha luoghi o affetti da cui staccarsi, e non arriva, perché non ci sono affetti e luoghi a cui legarsi: e soprattutto non vede, ma conosce, non subisce l’alterità, ma è riconosciuto. Non avendo dimora, non è mai uno straniero. E di ogni contrada, naturale o ideale, può fare la sua patria, senza rinnegare la sua vocazione di apolide.
I Viandanti delle Nebbie non si sottraggono a questa condizione. Le tappe dei loro itinerari, le soste lungo i loro vagabondaggi, diventano occasione di dialogo con chi per il momento preferisce un’esistenza più sedentaria, ma non è immune al richiamo della fantasia. Tali sono ad esempio gli incontri che prendono spunto dalle periodiche incursioni dei Viandanti sui sentieri dell’immaginario (ma anche su quelli, molto più concreti, delle nostre montagne). Due di questi incontri sono già stati realizzati sotto forma di mostre iconografiche, presentate nell’autunno scorso e nella recente primavera.

 

Il west nel fumetto italiano

Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione. Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.

51 Vedute del Monte Tobbio

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.
L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

Percorsi

Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.
Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.

 

Visibilità

Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.

 

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L’altra metà della storia

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita economica e il rovesciamento dell’attuale modello di vita; l’utopia consiste nel credere che lo sviluppo continuo della produzione sociale possa ancora portare ad un miglioramento delle condizioni di vita e che tutto ciò sia materialmente possibile”. (André Gorz)

In poche righe Gorz ribalta la prospettiva nella quale è sempre stata confinata l’utopia. Il suo non è un puro gioco d’immagini o di parole: è la presa d’atto di ciò che, a dispetto di tutti i polveroni capital-consumistici, già dovrebbe apparire lampante. E cioè che utopico non è il seguire le linee di fuga convergenti, sia pure all’infinito, verso la società ideale, mentre lo è il credere che possa reggere a lungo l’attuale modello sociale e produttivo, fondato su un divario sempre più accentuato tra gli eletti e i diseredati, e su un aumento esponenziale del numero di questi ultimi.

Proprio l’uso che Gorz fa del termine “Utopia” (e dei suoi derivati, Utopico, Utopista e Utopistico) ci impone però di riconsiderarne la valenza polisemica, in rapporto a differenti contesti o a specifiche intenzionalità di lettura. Nell’accezione corrente “utopico” è considerato qualsiasi progetto di rifondazione dei rapporti tra gli uomini o del rapporto uomo-natura che non trovi riscontro, per il passato, nella concretezza delle realizzazioni storiche, e appaia inconciliabile, per il futuro, con i bisogni e con gli egoismi che si suppongono connaturati all’essere umano. In altre parole, è definita utopica ogni speranza di edificare una società non conflittuale, fondata non sui rapporti di forza ma sullo spontaneo consenso e sulla collaborazione, non sul perseguimento del privato interesse ma su quello del bene collettivo. E questa, evidentemente, non è solo una definizione, ma è già una liquidazione. “Utopisti” in tal senso sarebbero coloro che si trastullano col sogno e viaggiano tra le nuvole, invece di posare i piedi per terra e operare entro i margini della realtà di fatto, con i mezzi e nei modi che essa consente; e “utopistico”, con un’accentazione più spregiativa, il loro atteggiamento.

Ora, pur rovesciandone il significato, anche Gorz in questa accezione semantica connota peggiorativamente il sostantivo (non a caso utilizzandolo nella versione “minuscola”, come “nome comune di luogo, astratto”). Fa propria cioè, per la necessità polemica di demolire la tesi opposta, la banalizzazione d’uso nella quale il termine è incorso.

Ma lo stravolgimento del significato dell’Utopia, l’imbalsamazione delle sue valenze ideali, non sono passati solo attraverso l’usura linguistica. L’attacco più profondo ha investito il concetto stesso. Il sogno di un’armonica composizione dei conflitti sociali, di una “razionalizzazione” non finalizzata al profitto è stato letto, da un secolo a questa parte, soprattutto in negativo. Ne sono state colte le potenziali implicazioni coercitive, o addirittura totalitarie, connesse al soffocamento anestetizzato di ogni individualità o dissidenza, alla pressione morale esercitata dalla comunità, all’atrofizzazione del confronto e dell’antagonismo “costruttivo”. Se ne è stigmatizzata l’astoricità, in quanto una società perfettamente realizzata si sottrae alla dinamica storica. Si è insistito sull’astrattezza e sull’innaturalità dei presupposti, che negano la dominanza di quell’istinto competitivo ritenuto comune a tutte le specie e a tutti gli individui, e non terrebbero conto dell’esistenza di devianze e patologie psichiche d’origine genetica. Ma soprattutto si è confrontato il sogno con i ripetuti e fallimentari tentativi (o presunti tali) di una sua attuazione (dalle “reducciones” gesuitiche all’esperimento khmer, passando per le colonie anarchiche, le comunità religiose nordamericane, il comunismo sovietico, ecc.). Col risultato, appunto, di imputare all’Utopia non più soltanto l’inconsistenza e la volatilità del sogno, ma addirittura la gestazione irresponsabile dell’incubo.

E allora è opportuno, a questo punto, rimettere un po’ d’ordine nel significato dei termini e nell’interpretazione dei concetti. In primo luogo va definita un’area di riferimento del termine Utopia. Non tutti i progetti di rifondazione sociale su base comunitaria, ad esempio, rientrano nell’Utopia: non sono definibili tali i movimenti millenaristici, che identificano la rigenerazione con la fine dei tempi, né le comunità di stampo religioso, che escludono uno dei cardini del pensiero utopico, la libertà totale di coscienza, e neppure le dottrine scientifico-sociali, che fanno dipendere la realizzazione della società “giusta” non dal concorso di libere volontà, ma da quello di fattori storici ed economici, secondo una prospettiva evoluzionistica. Ecco quindi che il campo si restringe, e di molto, finendo per comprendere solo quelle espressioni dell’immaginario sociale nelle quali si manifestano aspirazioni, ideali, sistemi di valori non storicamente determinati, potremmo dire “assoluti”. Ciò non significa che l’Utopia non abbia frontiere mobili, o che si sottragga a fenomeni di ibridazione, all’interazione e all’osmosi con altre forme di strutturazione dell’immaginario sociale: ma è pur necessario imporsi un certo rigore terminologico, se si ha la pretesa, o la speranza, di essere capiti. Assumiamo dunque che il termine utopia designa per noi la visione di una società ideale fondata sulla libertà individuale e sulla fratellanza (o quanto meno, sul reciproco rispetto), sulla democrazia diretta e sulla realizzazione di potenzialità, anziché di profitti.

Designa cioè, molto semplicemente, un sogno. E questo attiene alla definizione del concetto. Un sogno non è una chimera, se non quando dimentica il suo status di idealità e pretende ad un’attuazione letterale. L’Utopia conserva, già nella sua formulazione semantica, questa fondamentale autocoscienza: è un paradigma assoluto, un ideale inarrivabile. Tommaso Moro non ha inteso preconizzare il migliore dei mondi possibili (l’”eu-topos”), ma immaginare un mondo che non c’è (l’”u-topos”).

L’Utopia è dunque una pura forma dello spirito, alla quale ispirare i nostri progetti di edificazione della realtà. Un modello strategico, sul quale orientare le tattiche che consentano di esistere, e di non limitarsi a sopravvivere. Ci deve essere consapevolezza che è un sogno, ma perché questa si dia è necessario che ci sia il sogno. E se è impossibile tradurre il sogno in realtà, è possibile però in qualche misura viverlo. Se sognate ad esempio un mondo senza televisione, siate consapevoli che è un sogno: ma ricordate anche che nessuno vi impedisce di spegnere il vostro apparecchio, o meglio ancora, di buttarlo.

 

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