Una memoria apologetica

Contro l’accusa di misoginia

di Paolo Repetto, 30 maggio 2018

Si dovrebbe sempre guardare con sospetto
a ciò che gli uomini hanno scritto sulle donne,
giacché sono allo stesso tempo giudici e parti in causa.
Immanuel Kant

Seduto di fronte alla finestra fingo di leggere Il gene egoista. In realtà sto origliando da qualche minuto la conversazione che si svolge qualche metro più in là tra Mara e una sua amica in visita. L’amica è appena uscita da una lunga convivenza.

“Sai, dice, mi sentivo come un libro letto e riposto nello scaffale”.

“Ti capisco, risponde Mara (come sarebbe, ti capisco?!), gli uomini sono così. Non sei mai l’unico dei loro interessi, e nemmeno il primo.”

“Beh, io non ero nemmeno più l’ultimo. Prima venivano i libri, gli amici, le escursioni, il lavoro, la politica, la macchina e tutto il resto. Per trovarmi nella lista dovevi girare la pagina. Ma è possibile che non si possa trovare un uomo tranquillo, casalingo, che ha piacere di accompagnarti da qualche parte, di condividere le tue compagnie, che si prende cura di te ed è sempre lì quando ne hai bisogno? Esisteranno, uomini così? Ne conosci?”

“Si, penso che esistano, eccome. Adesso non mi viene nessuno, ma forse ne conosco anche. Si che esistono. Uomini belli tranquilli, un po’ pantofolai, sempre solari.”

C’è una pausa silenziosa. Poi Mara riprende: “Ma tu, detto tra noi, con uno così, ci vivresti?”

“Oh beh, no, certamente.”

Fantastico.

Sono sospettato (qualche volta più o meno scherzosamente accusato) di misoginia. Si sa come vanno queste cose. È cominciata per celia, con io che stavo al gioco, ed è finita che sotto sotto ne sono convinti tutti, soprattutto perché non mi sono mai preso la briga di smentire, sapendo che sarebbe perfettamente inutile. Quando una convinzione ha preso piede ogni parola, ogni gesto sono interpretati in quella luce.

Mi si imputa come indizio di “machismo” persino il non tollerare alcuna forma di violenza nei confronti di una donna, fisica ma anche verbale. “Se in questi casi ti va subito il sangue alla testa (è accaduto) – mi è stato detto – è perché in fondo scatta un istinto di protezione nei confronti di un essere considerato “minore”, lo stesso che ci muove nei confronti dei bambini o addirittura degli animali. In realtà non sopporti la vigliaccheria dell’aggressore perché da un maschio pretendi un comportamento superiore.”

Può essere. Anzi, è senz’altro in parte vero: ma io ne attribuisco la radice al particolare modello di cultura assorbito nell’infanzia, e non solo all’istinto. Mi prudono le mani anche quando la vittima è un uomo, se c’è sproporzione di forze. Ho letto forse troppi libri di Jack London, e il Don Chisciotte che campeggia nel mio studio sta diventando, tolto Ronzinante, sempre più una mia fotografia (nella versione però della seconda parte, quella della vecchiaia).

Tutto sommato andrebbe bene così. Quella che mi viene attribuita è in fondo una misoginia veniale, sottile ma educata, il che in alcune situazioni può addirittura fare gioco. Ma a volte questa educazione sembra dare più fastidio di un atteggiamento violento. Alla luce della conversazione riportata poco sopra, che giuro di aver trascritto alla lettera, non vorrei mi fossero rinfacciate in futuro anche le mancate molestie sessuali. Con l’aria che tira non ci sarebbe da stupirsi.

 

Io vedo comunque le cose in maniera decisamente diversa, e vorrei dire la mia. Lo faccio adesso, uscendo per una volta da un riserbo che ritengo d’obbligo, e a dispetto anche del rischio di patetismo che c’è nel farlo alla mia età, perché penso sia venuto il momento di parlarne con un po’ di buon senso e di sano distacco. Voglio opporre la verità dei fatti all’immagine creata dalle apparenze. È un problema che ho sempre avuto. La mia prima ragazza mi confessò di essere rimasta a lungo in soggezione, prima di conoscermi veramente. Il mio atteggiamento nei confronti delle donne le sembrava altero, quasi scostante. Al dunque era rimasta invece piacevolmente sorpresa: non ero che un ruvidone impacciato, un orso bisognoso di affetto. Credo che in qualche misura la stessa impressione abbiano avuto tutte le altre.

Ma non voglio spingermi troppo in là. Niente outing, per intenderci. In questa particolare sede mi limiterò a smontare le accuse a mio carico legate a una dilettantesca attività di scrittura: nella fattispecie quelle di non aver mai scritto delle donne e di non aver parlato dei sentimenti che provo e dell’atteggiamento che tengo nei loro confronti. Sono cose diverse e vanno trattate separatamente. L’una perché è infondata, l’altra perché il fatto sussiste, ma ha delle motivazioni a mio parere più che valide.

Comincio dunque dalla prima.

L’accusa suona pressappoco così: “Hai scritto praticamente su tutto. Possibile che non abbia trovato uno spazio da protagonista per una donna, anche minimo?” Peggio: nelle tante minibiografie che ho proposto avrei abbozzato solo alcune figure femminili di sfondo, a margine delle vicende, o addirittura di ostacolo al loro svolgimento. Non penso sia una cosa grave, stante l’irrilevanza della mia opera, quindi non mi turba più di tanto: ma mi ha messo addosso una fastidiosa impellenza di spiegare perché le donne sono così poco presenti nella mia scrittura, e prima ancora di chiedermi se sia poi così vero. Va da sé che per farlo dovrò abbondantemente citare me stesso: ma non mi pare che in questa occasione debba fingere di scusarmi.

Per cominciare, non è vero che ho scritto di qualsiasi cosa tranne che delle donne. “C’ho li testimoni”, come direbbe il Belli. È tutto documentato e produrrò le prove. La verità è che se pure mi diverto a bistrattare un sacco di argomenti, in pratica tutto quello che mi passa per la testa, di norma quegli argomenti hanno poca attinenza col mondo femminile. Ad esempio, con tutta la buona volontà nella storia del fumetto western italiano riesco a farci entrare una sola disegnatrice e soggettista (Lina Buffolente, anche molto brava). Oggi magari non è più così, ma negli anni cinquanta, quando i fumetti li leggevo io, le cose stavano in questo modo: col risultato che nella letteratura disegnata dell’epoca le personalità femminili risultavano decisamente scialbe (o almeno, tali le percepivo). Infatti ho scritto in proposito: “Le donne del fumetto western possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle che sono in pericolo, e quelle che sono un pericolo. In entrambi i casi rappresentano un intoppo, e non è detto che le prime intralcino l’azione dell’eroe meno delle seconde. Il maggiore o minore rilievo dato alle figure femminili sembra dettato principalmente dalle fasce d’utenza alle quali gli editori si rivolgono: tutti gli eroi della Universo (Bufalo Bill, Rocky Rider, Liberty Kid) hanno la fidanzatina: quelli della Dardo sono in genere propensi alla vita di coppia, mentre alla Bonelli prevale un atteggiamento piuttosto misogino (Tex rimane sposato giusto il tempo per avere un erede, gli altri hanno al massimo brevi avventure). Maschilismo? Forse. Senz’altro la preoccupazione nei confronti dei primi di un attestato di “normalità”, particolarmente importante per un popolo e per un’epoca per i quali la norma è la coppia, la famiglia. Ma se il fumetto è sogno, evasione nella libertà, tanto vale sognare la libertà più grande, quella assoluta” (da Il West nel fumetto italiano, 1996).

Chi si è cibato come me di pane e fumetti nei primi quindici anni della sua vita converrà che non potevo dire niente di diverso.

 

L’infanzia e la prima adolescenza sono il periodo nel quale ci sbozziamo un’idea del mondo; quel che viene dopo sono solo aggiustamenti. Se a questa sbozzatura ha partecipato anche il cinema western siamo a posto. Nel western dei miei tempi, quello classico, le cose per le donne stavano anche peggio. Era dunque naturale che la pensassi così: Il west è cosa da maschi; anzi, da uomini; anzi, di più, da ‘veri uomini’. Da ragazzo non mi sono mai chiesto il perché: mi è sempre parso logico che fosse così. E quindi mal sopportavo la presenza femminile nel western, quella cosa per cui quando si arriva alla resa dei conti, e l’eroe deve muoversi per chiudere una buona volta la questione, oppure deve svignarsela alla svelta perché è circondato, lei gli si aggrappa e gli fa perdere tempo e concentrazione. Le donne mi sembravano incapaci di capire la gravità della situazione, di valutare l’opportunità o meno del momento per rivelazioni o recriminazioni. Ma c’era di peggio: di norma finivano per minare i legami virili, o addirittura li mutavano in inimicizie mortali”.

E tuttavia, quasi ad anticipare quello che sto cercando di dire ora, ho anche aggiunto: “Non è comunque nemmeno vero che il western classico negasse qualunque spazio alle donne. Ho in mente diversi film in cui comparivano come protagoniste, primo tra tutti Donne verso l’ignoto […] Nel manifesto campeggiava il volto di Robert Taylor, ma il cast era poi praticamente tutto femminile. Non nascondo che la cosa mi creò qualche perplessità, malgrado ci fossero anche gli indiani. Anzi, questo fatto le perplessità le aumentava, e credo di avere poi sofferto per tutta la durata della proiezione, al vedere quelle poveracce in balia di pellerossa, delinquenti, serpenti e piogge torrenziali. Il sacrificio di alcune di loro mi pesava più dello sterminio dell’intero settimo cavalleria. I timori comunque almeno in parte rientrarono: Robert Taylor ce la metteva tutta ad insegnare loro a guidare un carro e ad usare un fucile, oltre che a separarle durante liti furibonde, e alla fine le ragazze dimostravano di avere appreso bene la lezione. Ho dovuto ricredermi, come era già accaduto per Il forte delle amazzoni: è uno dei western più emozionanti del mio primo periodo. Ma questo non toglie che abbia continuato a considerare anomala la storia che raccontava […].

In verità non mancavano nemmeno le donne protagoniste. “Barbara Stanwick è stata La regina del Far West dal primo film in cui l’ho conosciuta, una regina il più delle volte schierata contro la legge, dura e fredda, salvo tardivi ravvedimenti o improbabili innamoramenti. Credo che questa parte le calzasse a pennello, perché almeno sulla scena non tollerava partner maschi o femmine che le facessero ombra.”

Ma bisogna anche ammettere che: “… dove all’immagine femminile era lasciato uno spazio da protagonista le donne non ne uscivano molto bene, e non penso fosse solo una percezione mia, legata ad un infantile fastidio per le gonne. Credo invece che serpeggiasse in questi film una malcelata paura del “matriarcato” della società americana. Si è ripetuto nell’epopea western quanto è ciclicamente accaduto ad ogni grande svolta della civiltà occidentale: nel momento in cui si stabilivano nuove regole tutti coloro che da tali regole non venivano affatto tutelati, e che quindi erano più recalcitranti, finivano demonizzati. In Barbara Stanwick si reincarnava il fantasma di Medea e di Clitennestra, delle streghe cinquecentesche o di lady Macbeth, anche quando le esigenze di cassetta imponevano la redenzione (leggi: sottomissione) finale. Solo così si può spiegare l’onnipresenza di un’attrice che sprizzava antipatia da tutti i pori”.

Il che mi ha portato a queste considerazioni: “Questa è indubbiamente misoginia bella e buona, una misoginia “razionale”, non istintiva ma intenzionale. E qui scattano i paradossi delle operazioni “educative”, che spesso sortiscono risultati contrari a quelli che si prefiggevano. Mentre le donne che viaggiavano verso l’ignoto o difendevano il fortino riuscivano alla fine a guadagnarsi la mia ammirazione, anche al netto del desiderio di proteggerle, la cattiveria della Stanwick mi suonava persino inverosimile: per un motivo assurdo, perché usurpava un ruolo, quello del cattivo, e un sentimento, quello dell’odio, che ritenevo fossero prerogativa solo dell’uomo.

Non mi è poi bastata una vita per convincermi del contrario”. (da La più grande avventura, 2015)

 

Come si vede, spazio alle donne ne ho concesso eccome: tra l’altro, qui ho riportato solo pochi brani di un intero capitolo. Lo stesso vale per la storia dell’anarchismo. Non ho raccontato protagoniste, ma ho riconosciuto alle donne un ruolo fondamentale: solo a quelle che lo hanno svolto, naturalmente. “Non mi è del tutto chiaro il meccanismo che porta in Russia nella seconda metà dell’800 una simile fioritura di figure femminili straordinarie (con l’eccezione della moglie di Bakunin, che tuttavia dal suo punto di vista qualche ragione l’aveva), da Marija Kovalevskaja a Vera Figner, a Marija Subbotina, a Sof’ia Perovskaja e ad una infinità d’altre: credo c’entri nell’immediato l’apertura alle donne di tutte le facoltà universitarie, anche di quelle scientifiche, ma che più in generale il fenomeno vada riferito ad una condizione femminile che almeno nelle classi agiate era paradossalmente più avanzata rispetto al resto dell’Europa […].

Comunque, il peso di questa presenza femminile è eccezionale nella prima fase rivoluzionaria, quella dell’andata al popolo, mentre va poi riducendosi progressivamente mano a mano che il movimento si organizza “politicamente” e che allo spontaneismo si sostituisce la disciplina di partito. Si ripete quello che accade in occasione di ogni grande passaggio rivoluzionario, primo tra tutti quello del cristianesimo: l’apporto femminile risulta inizialmente determinante, ma viene poi drasticamente ridimensionato o addirittura escluso quando si passa alla costruzione del nuovo ordine.

Ho aggiunto alla fine una constatazione fondata sulla verità storica: “Resta il fatto che i nostri giovanotti non avrebbero potuto incontrare alcuna donna simile in Italia. A differenza della stagione populista russa il nostro Risorgimento, che di rivoluzionario ha ben poco, vede le donne solo nei ruoli di cucitrici di bandiere, infermiere dietro le barricate o paraventi per i salotti cospirativi. Le uniche eroine sono quelle che seguono il compagno nelle sue peregrinazioni, come Anita Garibaldi, peraltro nemmeno italiana e che non avrebbe potuto fare altrimenti, o che prestano alla causa le loro armi di seduzione, come la contessa di Castiglione. E le cose non cambiano quando, fatta l’Italia, si passa a cercare di darle un senso. Tutto viene messo in discussione da mazziniani, radicali, anarchici e socialisti, tranne il fatto che le donne debbano rimanersene a custodire il focolare. E tutto sommato si direbbe che queste ultime accettino di buon grado questo ruolo. La figura femminile più rivoluzionaria della nostra letteratura ottocentesca è in fondo quella della Lupa di Verga. In tanta assenza, meno male che arrivano le russe.” (da Lo zio Micotto e le cattive compagnie, 2008)

 

C’è poi un testo che mi sembra particolarmente significativo, quello nel quale racconto la storia di André Gorz e della moglie Dorine. Qui non mi sembra proprio che lei rimanga sullo sfondo. Anzi. Credo di essere riuscito a leggerci molte delle cose che mi ritrovo adesso confusamente a ribadire: “(…) di amore hanno scritto quasi tutti, da sempre (in verità non hanno scritto dell’amore, ma dei tormenti, delle delusioni, dei tradimenti, ecc…, tutti corollari, per lo più negativi, dell’amore: oppure hanno teorizzato, spiegato, analizzato, smontato il sentimento nei suoi sintomi, nelle patologie, negli effetti collaterali, tanto più sentendosi autorizzati a discettarne quanto meno capaci di provarlo o di viverlo – riuscite a immaginare Sartre che scrive trenta pagine sull’amore!). Cos’è che li spinge? […] non lo so, e in linea di massima nemmeno mi interessa. Mi interessa invece, in questo caso specifico, capire cosa ha indotto proprio uno come Gorz a congedarsi scrivendo del suo amore.

Il senso di colpa, verrebbe da dire a tutta prima. Il libro è concepito come una sorta di tardivo risarcimento dovuto da André a Dorine, per non essere stato in grado di capire prima quanto importante fosse effettivamente il loro rapporto. Gorz si autoaccusa di scarsa sensibilità, di egoismo, e insiste lungo tutto il racconto in questo autò da fé. Intendiamoci: non l’ha mai tradita (se lo ha fatto non lo dice: ma in questo andrei sul sicuro). Era veramente cotto come una pera, quel tipo di cottura che non ti consente di immaginare nemmeno lontanamente la possibilità di un’altra donna. E Dorine era innamorata di lui, molto più saggiamente ma non per questo meno intensamente. Il senso di colpa riguarda qualcosa di più sottile. André era talmente innamorato da essere persino infastidito da questo amore, dalla perfezione di lei: aveva bisogno di sminuirla in qualche modo per non sentirsi inadeguato, per vincere la paura di non meritarla (“Avevo la sensazione di non essere alla tua altezza. Tu meritavi di meglio”). E’ per questo che nel primo saggio-romanzo l’ha descritta come fragile, insicura, dipendente da lui. La ama perché è esattamente l’opposto, ma ha voluto raccontarla, a sé e agli altri, in questa luce, quasi a difendersi dal sentimento che provava, e che razionalmente pativa come eccessivo. Ora confessa: “Tu eri ed eri sempre stata più ricca di me. Ti sei schiusa in tutte le tue dimensioni. Eri a tuo agio nella vita: mentre io avevo sempre avuto fretta di passare al compito seguente, come se la nostra vita non dovesse cominciare veramente che più tardi”. Come a dire: tu avevi già capito tutto, senza dover passare attraverso tutti i giri che io ho fatto: io lo sapevo, o quanto meno lo intuivo, e non ho mai voluto ammetterlo, perché questo avrebbe tolto senso a tutta la mia ricerca (“Tenevo conto delle tue critiche mugugnando, perché devi sempre avere ragione!”). E fin qui, se uno sente proprio il bisogno di questa confessione, ci sta anche. E’ invece il fatto che l’autofustigazione avvenga in pubblico, debba essere esibita, a darmi veramente fastidio”.

Vien da chiedersi perché dopo aver riletto queste righe non abbia deciso di lasciar perdere la mia “autodifesa”. Sto in fondo ripetendo quel che imputavo a Gorz. Ma non del tutto. Gorz aveva motivo di sentirsi in colpa, io francamente non credo di dovere delle scuse per essere come sono. Semmai, le dovrei per non essermi comportato sempre come tale.

Comunque, concludevo così: “La storia di André e Dorine mi sembrava così bella. Non ne sapevo quasi niente, avevo visto solo quella foto bellissima, mi aveva commosso il loro ultimo gesto. Tutto quello che racconta la Lettera lo potevo già immaginare da quei volti, e mi piaceva. La Lettera ha rovinato tutto: perché al centro non c’è lei, c’è sempre lui, che col pretesto della confessione parla di sé, di come ha sbagliato, di quanto è stato cieco, di quanto l’abbia amata e la riami ancora: ma, soprattutto, di quanto è capace di mettersi in discussione e di assumersi le sue responsabilità. Mi sembra un estremo atto di egoismo, e getta anche un’ombra su quella fine tanto romantica quanto drammatica. Quasi lui abbia voluto tenere fede ad un impegno pubblicamente preso.

So di essere ingiusto. André era davvero innamorato, ed era uomo molto migliore di quanto potrebbe sembrare io lo stimi. La sua ansia di far sapere a Dorine quanto bene le volesse era sincera. Ma porca miseria, per una volta che uno trova una donna che invece di lamentarsi e di mettergli i bastoni tra le ruote gli dice “Scrivi. Questo solo sai fare, e vuoi fare. E allora scrivi”, che è il gesto d’amore più grande che si possa immaginare, dal momento che non c’è sottinteso: io mi sacrificherò al tuo fianco, ma piuttosto: ti voglio così, mi piaci così, ti amo per quello che sei, non per come vorrei diventassi o cercherò di farti diventare; ripeto, uno che ha una donna così al fianco non capisce che non deve scusarsi di nulla, che lei lo ha scelto e lo ha amato per come era, e che non vuole le sue scuse, anzi le fanno male, perché allora significa che di lei non ha capito nulla.” (da Uomini che (si) amano troppo, in Resistenze e riabilitazioni, 2010)

 

Ci sono però oggettivamente degli ambiti (tra quelli di cui mi sono occupato io) nei quali un discorso imperniato sulle donne sarebbe solo una forzatura. In una storia dell’alpinismo, ad esempio, le figure femminili fanno folklore, ma nessuna ha mai violato per prima una cima. E in quella storia entrano, per forza di cose, solo le prime ascensioni. Ho accarezzato per un certo periodo l’idea di rievocare la figura della moglie di Attilio Tissi, Mariola, che arrampicava con lui ed era anche molto brava (era con Attilio al momento dell’incidente in cui questi perse la vita). Ma ho capito che non sarei mai venuto a capo dell’interrogativo che mi premeva e che stava all’origine del mio interesse: arrampicava per stare con lui, per compiacerlo, o perché era davvero stregata come il marito dalla montagna?

La stessa cosa vale per la storia della rivoluzione inglese o per quella dell’eresia: è indubbio che le donne partecipino, ma in ruoli secondari. Per non parlare poi della storia delle esplorazioni, dove fanno qualche fugace apparizione, ma per sparire subito, come la moglie di Livingstone: o di quella della rivoluzione scientifica, dove proprio non compaiono.

Quindi non si tratta di esclusioni malignamente volute: è che davvero nelle cose che mi hanno culturalmente intrigato le donne c’entrano poco. Ed è anche vero che non sono tutte come Mariola, somigliano piuttosto alla fidanzata di Rocky Rider, e in questo caso sono solo un problema. Non è colpa mia, poi, se la madre di Humboldt era una donna glaciale, come quella di Leopardi, e la moglie di Tocqueville una bigotta rompiscatole, quasi come quella di Darwin.

Veniamo ora alla letteratura. È vero, parlando della mia biblioteca ho accennato ad alcune impressioni negative: “Non mi vengono in mente libri ‘di passaggio’ al femminile: o meglio, senz’altro ce ne sono un sacco, da Jane Eyre in poi, fino allo splendido “Il cuore è un cacciatore solitario” della Carson Mc Cullers e a “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy; ma mi sembrano tutti virati al triste. Voglio dire che, per quanto malinconici, i libri che trattano di infanzie e adolescenze maschili finiscono per mitizzarle in positivo: un’amicizia, un’esperienza, qualcosa insomma di cui avere nostalgia rimane […]. In quelli al femminile sembra invece di avvertire quando va bene un sospiro di sollievo per essere uscite da quell’inferno, familiare o scolastico o che altro, quando va male l’astio per un periodo al quale si fa risalire la responsabilità per l’attuale infelice condizione. Probabilmente le donne sono più realiste nella memoria, o vivono davvero peggio la loro infanzia e adolescenza, oppure scrivono più facilmente sull’onda di una frustrazione. O forse è solo un’impressione mia, generata dai miei soliti pregiudizi o da esperienze con donne che sembrava avessero sempre e solo riserve da fare sul nostro rapporto.”

Più oltre però non lesino gli apprezzamenti: “Nella letteratura inglese non si può prescindere dalla scrittura al femminile, nemmeno io ho il coraggio di farlo. Sono passato per Mary Shelley, per le Brontë, per Jane Austen, per la Barrett, su su fino ad arrivare alla Mansfield e a Virginia Woolf (e poi basta, però. Le voci femminili importanti sembrano fermarsi agli anni venti. Deve essere accaduto qualcosa alle donne inglesi). Beh, queste devi leggertele tutte, non si scappa. Magari scegliendo, “Ragione e sentimento” ad esempio, o “Jane Eire”, se vuoi farti un’idea. E per entrare in argomento puoi iniziare con “Flush”, della Woolf, e proseguire subito dopo con “Una stanza tutta per me”, che della scrittura al femminile è un po’ il manifesto.”

In definitiva confesso comunque di essere criticamente e psicologicamente disarmato davanti a quella scrittura: “Io non credo di essere il lettore più adatto a cogliere tutte le sfumature di una sensibilità femminile (te n’eri già accorta? Meglio così), per cui se mi chiedi cosa mi attiri veramente in queste autrici temo di darti delle spiegazioni deludenti. Ho l’impressione che tutte queste storie, anche quelle apparentemente più pacifiche della Austen, siano in realtà tese come corde di violino, giocate su un minimalismo dei fatti e un massimalismo della loro interpretazione che nella scrittura maschile sono assenti. Le storie al maschile sono più piane, più distese, anche quando sono infarcite di massacri e violenze e peregrinazioni: in quelle femminili il massacro è continuo, sottile, solo apparentemente incruento. La tensione non cade mai. E questo mi piace, lo capisco fino ad un certo punto, cioè capisco fino ad un certo punto come si possa vivere e pensare così, ma letterariamente mi piace.” (da Elisa nella stanza delle meraviglie, 2002)

Ultimamente poi ho lavorato a un ponderosissimo studio sulle cause e sui modi dell’esclusione femminile nell’ antichità classica, prendendo a riferimento le protagoniste della tragedia greca, da Clitemnestra ad Antigone a Medea. Il punto di vista è quello più generale della storia delle idee, non di una storia specifica delle donne, ma il risultato lo riassumo così: “La misoginia e il razzismo sono conseguenti il prevalere della razionalità? Si direbbe per la prima che proprio l’affermarsi del Logos “calcolante”, elemento specificamente maschile, abbia relegato la donna ad un ruolo secondario nella riflessione sulla realtà, in quanto portatrice per natura di un’altra forma di comprensione (o d’intuizione) del mondo: quella basata sulla sensibilità, sull’immaginazione, sul ricordo, sul sogno, sulla compartecipazione emotiva. Lo hanno sostenuto i maschi per millenni, e in qualche modo lo sostengono oggi anche le fautrici di una “filosofia della differenza”. I primi, naturalmente, a sottolineare che la disposizione conoscitiva femminile era inadatta alla comprensione del mondo in un’ottica strumentale, di trasformazione e miglioramento del mondo stesso: le seconde per rivendicare, di fronte allo sfascio provocato dalle derive dalla ragione strumentale, una capacità di adesione al mondo che potrebbe costituire la strada per una riappacificazione con lo stesso, uscendo dalla logica del dominio.” (da La vera storia della guerra di Troia, 2017).

 

Insomma, spero di aver ampiamente dimostrato che nel mio lavoro di ricerca le donne non sono state affatto trascurate. Compaiono per la parte che hanno effettivamente avuta.

Mi si potrebbe ancora obiettare, colpo di coda dell’accusa, che ho scritto molto su mio padre e quasi nulla su mia madre (la quale certi tratti in comune con le mogli di Darwin e di Tocqueville li aveva). Qui naturalmente il discorso cambia, entrano in gioco valori affettivi al posto di quelli culturali: ma la sostanza è che ho scritto su mio padre perché penso che il mio rapporto con lui si sia chiuso quasi in pari, e soprattutto credo di averlo capito fino in fondo, mentre mia madre rappresenta ancora per più aspetti un enigma, e qualcosa tra noi è rimasto in sospeso. Non mi piace avere debiti, mentre da parte sua ho sempre avuta l’impressione di aspettative non corrisposte, cosa che mi ha spinto spesso a non corrisponderle di proposito.

Questo ci porta finalmente, sia pure di sponda, al vero punto, che è poi il secondo: quello del mio rapporto con le donne. Non aspettatevi granché, perché nemmeno da ragazzo sopportavo chi veniva a raccontarmi i fatti suoi o attribuiva i punteggi: era una cosa che mi metteva a disagio, la giudicavo e ancora la giudico una intollerabile cafonaggine. Ne tratterò dunque in termini molto generici,

La presunta evidenza che mi viene contestata è che in tutte le mie storie o nelle mie riflessioni, e non solo in quelle che si celano dietro schermi più o meno “culturali”, non si dà un gran rilievo alle donne che hanno incrociato la mia vita o ne hanno condiviso una parte.

È un’impressione sbagliata. Io credo al contrario che la loro presenza incomba costante su tutto ciò che ho scritto così come su quello che ho fatto, mi abbia anzi fortemente condizionato (nel bene e qualche volta anche nel male). Non mi riferisco tanto a singole donne quanto all’idea, all’essenza del femminino. O meglio, a quello che per me è rimasto il suo “mistero”.

In questo mistero, beninteso, non c’è nulla di romantico. Non mi ha spalancato le porte del sublime: è rimasto un punto interrogativo. Una volta superati i pruriti e le paure dell’adolescenza ho continuato ad essere “genuinamente” curioso delle donne, ad essere intrigato dal loro modo di pensare, di agire e di reagire, tanto che sono andato a leggermi tutto quello che trovavo sui legami tra la loro fisiologia e la loro psiche, sull’evoluzione dei loro organi e dei loro ruoli, sui condizionamenti storici, quelle cose lì, insomma: e tutto sommato in mezzo a molte stupidaggini ho trovato anche delle cose intelligenti. Devo comunque ammettere che le donne, per parte loro, mi hanno molto aiutato, perché alla luce dei fatti hanno poi sempre tenuto comportamenti del tutto opposti a quelli teorizzati in quegli studi: il che ha contribuito a mantenere fresca e inappagata la mia curiosità, perché le analisi che ho letto erano davvero molto intelligenti, e ne ho tratto grandi benefici, ma del mistero non mi hanno rivelato nulla.

 

Ma in definitiva, cosa intendo per mistero? Che c’è di specifico in un comportamento femminile che vada oltre la normale e sacrosanta differenza esistente tra tutti gli individui? Qui si corre davvero il rischio dello psicologismo da due soldi. Non lo so cosa ci sia di “specifico” (e nemmeno so se l’aggettivo è corretto, perché sembra alludere all’esistenza di una “specie” femminile, anziché di un genere). Il mistero è proprio lì. Ho cercato per un sacco di tempo di affidarmi a quella che ritenevo una sensibilità ai caratteri e agli umori discretamente sviluppata, anche in virtù del lavoro che svolgevo, ma ho constatato che ciò che funzionava con i maschi con le donne non valeva affatto. E fin qui, è lapalissiano. Intendo dire però che non funzionavano proprio le categorie generali e che il mio bagaglio relazionale, per quanto prevedesse uno spettro amplissimo di comportamenti da assumere, era sempre inadeguato.

In tutto questo c’è un perché, che va al di là delle difficoltà di relazione eventualmente imputabili al sottoscritto. E qualche idea in proposito ce l’ho, banalissima ma fondata. Le diverse caratteristiche biologiche sono lì, incontestabili, ed è ovvio che da queste conseguano differenti ruoli. L’“investimento” nella riproduzione non è uguale per i due sessi, ciò che comporta per i maschi una minore polarizzazione dei loro interessi entro la sfera familiare. Mi ha colpito qualche giorno fa un quadretto colto su una scogliera, tanto semplice da riuscire perfettamente emblematico: un gabbiano maschio e una femmina, lui con la testa alta, fiero, lo sguardo fisso all’orizzonte, lei più dimessa, in atteggiamento quasi timido, e con lo sguardo costantemente puntato su di lui. Ma le cose non sono così semplici e automatiche, perché tra gli umani i ruoli sono variamente interpretati, per motivi che non attengono solo alle differenze individuali ma anche ai diversi portati storici e culturali: tanto che all’atto pratico questo schema, ferma restando la sua fondatezza teorica, si rivela del tutto inutile.

Insomma: la differenza non è solo biologica, riguarda le aspettative, ovvero il senso da dare all’esistenza; quindi si estende alle strutture logiche del pensiero, e dal momento che queste sono strettamente connesse al linguaggio, si manifesta nell’uso e nella accezione diversi di termini e concetti. Il che mi porta a concludere che la cosa migliore da farsi è accettare l’esistenza di un margine di scarto, di una differenza nelle frequenze di trasmissione che interferisce col senso dei messaggi. Il saperlo aiuta almeno in parte a decodificarli.

Faccio un esempio, uno solo, sperando di non cadere nel ridicolo. È difficile che una donna dica: “Voglio andare al cinema”. In genere chiede: “Vuoi andare al cinema?”, dove il punto interrogativo non significa necessariamente che si tratti di una domanda. Ora, quello che intende è evidente, ma il modo crea ambiguità. Metti caso uno non ne senta minimamente il desiderio: come deve rispondere? “No” oppure “No, ma se ti fa piacere andiamo” oppure ancora “No, ma se ti fa piacere vacci tu”? Tutte e tre le risposte sono sbagliate. Mentre alla prima formulazione si potrebbe rispondere semplicemente: “Vai”, e sarebbe chiusa lì. Ora, è chiaro che sto generalizzando e che l’esempio è stupido: ma spero renda l’idea. Non si tratta solo di una complicazione linguistica, c’è dietro tutta una complicazione di rapporto, che in genere non siamo attrezzati a gestire.

Io, perlomeno, lo sono molto poco. Davanti a una domanda posta in quei termini mi metterei a riflettere, mi piegherei alla seconda risposta perché mi parrebbe la più urbana e otterrei l’effetto peggiore. Senza aver capito nulla della domanda e meno ancora dell’effetto della risposta. E non credo di essere il solo: anzi, sono convinto che la stragrande maggioranza degli uomini di quello che una donna può volere, amare, temere, pensare capisca un accidente. Ci saranno anche quelli che lo sanno fare ma, parafrasando Mara, adesso non me ne viene in mente nessuno.

Sono invece convinto che le donne siano molto più brave a capire noi. O forse sono solo più interessate. Sta di fatto che le incomprensioni da parte maschile o femminile sono di tipo diverso: i maschi di norma proprio non capiscono, le donne capiscono benissimo ma non accettano quello che hanno capito.

Mi spingo più in là. Arrivo a dire che alla fine va bene così: non è poi così necessario capire tutto: è sufficiente avere abbastanza buon senso per convivere con tutti. E questo non è un modo elegante per filarmela. È esattamente ciò che penso. Per tornare al primo punto, si spiegano così anche le mie scelte di scrittura. Scrivo solo di quello che capisco, o presumo di capire, o vorrei capire, perché rimanda in qualche modo a un significato dell’esistenza che condivido. Le donne giustamente sembrano dargliene un altro, e quindi non ci rientrano. Ritengo comunque si commentino benissimo da sole, come nell’episodio che ho riportato in apertura, senza bisogno che lo faccia io.

 

Questo “décalage” rende impossibile un rapporto di amicizia? Al contrario. Naturalmente l’amicizia con una donna è completamente diversa da quella che può instaurarsi con un maschio: ci sono situazioni e attività nelle quali la presenza femminile è decisamente un ingombro, come nei film western, ma ci sono momenti nei quali puoi affidarti solamente ad un’amica, perché solo lei, a dispetto dello scarto di sintonia, o forse proprio in virtù di quello, è in grado davvero di ascoltarti. Capisce quello che tu non sei in grado di capire, che ti mette in crisi, e di norma è anche abbastanza schietta da non nascondertelo o edulcorarlo troppo. Sul fatto poi che possa trattarsi di vera amicizia, senza che debbano necessariamente esserci implicazioni, sottintesi o rimozioni sentimentali, non ho dubbi. È un legame che fortunatamente ho conosciuto e che conosco. Do per scontato che una persona verso la quale sei mosso da un sentimento così intenso come l’amicizia debba per forza piacerti, in senso assoluto, sia essa uomo o donna. Credo che a questo si riferissero davvero i greci parlando di eros. Ma le caratteristiche proprie dell’amicizia escludono la passione, incanalano altrimenti anche l’attrazione fisica: l’amicizia è anche un legame di pelle, ma è soprattutto un legame di stima, coinvolge il cervello. E la passione il cervello lo esclude a priori.

 

Ma, appunto: e le passioni? e il sesso? e l’amore? Credo o no nell’amore? Questo è un altro discorso. Intanto penso che occorrerebbe almeno aver chiaro di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Perché c’è “l’Amore”, che è un’invenzione letteraria e filosofica tutta occidentale, della quale a volerlo si potrebbe disquisire all’infinito (lo ha fatto splendidamente Denis de Rougemont ne L’amore e l’Occidente). E poi ci sono ‘gli amori’, gli incontri e i legami concreti, che con l’Amore hanno in realtà poco o nulla a che vedere, ma che noi troppo spesso vogliamo ricondurre in quella sfera: col risultato di misurare situazioni reali e individuali con un metro ideale e universale, ed esserne naturalmente delusi. Credo che il problema sia tutto qui. Spostiamo un fenomeno che ha radici chimiche e biologiche sul piano dell’etica, e poi ci meravigliamo di non riuscire ad avere risposte. Non sto dicendo che l’innamoramento, la passione, l’affetto, la fedeltà, l’abitudine e tutte quelle altre cose lì nascano solo da prosaiche combinazioni di atomi: voglio dire che le combinazioni di atomi ci sono (pensiamo solo all’importanza degli odori), agiscono normalmente in natura per tutte le specie animali, hanno una loro finalità, a quanto pare funzionano.

Per noi umani naturalmente la cosa è più complicata, perché ci abbiamo costruito sopra tutto un castello culturale, che appunto dalla natura ci isola: e abbiamo snaturato le reazioni chimiche, introducendo una serie di agenti esterni che le complicano, le inibiscono, le accelerano, le fanno precipitare e a volte impazzire. Del resto, siamo umani proprio per questo.

Sto andando fuori tema. Non ho intenzione di scrivere un trattato sull’amore, voglio solo dar conto di un mio atteggiamento nei confronti dell’universo femminile che credo sia stato spesso equivocato. Vado quindi a commentarlo per punti.

 

La passione. Parlare di questo sentimento (anche qui, il termine non è esatto, ma lo uso all’ingrosso) a settant’anni può sembrare abbastanza stupido. Verrebbe spontaneo dire che è una cosa cui si ripensa con nostalgia o, a seconda dei casi, con imbarazzo. In realtà non mi provoca né l’una né l’altra reazione. L’effetto è un altro. Anche se nelle mie riflessioni chiamo in causa volentieri etica e valori e coscienza e tutte quelle cose lì, ho l’impressione a volte di girare attorno al problema, fingendo di non sapere che poi al centro stanno dei sensi (ma anche dei sentimenti) che possono andare assolutamente fuori controllo, mandare per aria in un attimo tutte le tue belle difese culturali. Quando si dice accecati dalla passione non si usa solo una immagine. È perdita di controllo sui sensi. Per quanto razionale uno si picchi di essere non ci può far nulla, se non cercare di riportarli al più presto in fila. Il che non significa soffocare la passione, ma semplicemente provare a incanalarla in una direzione non distruttiva, per sé e per gli altri.

 

Questo vale di conseguenza anche per il sesso. Per me è associato alla serenità. Se la passione è il fattore scatenante, la serenità è la realizzazione, da non confondere con l’appagamento. Non è questione di placare i sensi, anzi, semmai lo stato di serenità invita ad una ricerca costante, alla coazione. No, sto parlando di quella gioia intrinseca all’incontro che può prescindere addirittura dalla consumazione. La gioia è quella di stare assieme nel più libero dei modi, che mettendoti letteralmente a nudo ti spinge alla totale sincerità, rendendo bello e ugualmente appagante tutto quello che avviene in tale condizione. Scoppiare a ridere assieme di qualcosa, ad esempio, nell’intimità più stretta, in maniera spontanea e complice, è la vetta del piacere sessuale.

E qui siamo già con un piede nel campo dell’amore, dove davvero vale il dettame di Wittgenstein: Quanto può dirsi, si può dire chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere. Lo disattendo, ma solo per un attimo. Io credo di essere stato diverse volte innamorato, i sintomi almeno erano quelli descritti nella letteratura, fisici e mentali: ma poi ogni volta erano diverse le motivazioni, le reazioni, i modi e l’intensità del coinvolgimento, al punto che non mi sono mai parse varianti di una stessa storia, ma proprio cose lontanissime tra loro. È naturale, ci mancherebbe altro, erano coinvolte delle persone, mica dei pesci rossi: ma allora come si fa a parlare di qualcosa che al momento non sei stato in grado di inquadrare, perché ti azzerava la salivazione e il lavoro neuronale, e dopo non lo hai fatto perché impegnato a leccarti le ferite o già buttato su un nuovo fronte? di cui insomma ti è sempre sfuggita non dico la logica, perché giustamente non c’è, ma anche ogni possibile costante illogica?

Può però esistere l’amore anche senza implicanze sessuali? Non lo so: per come la vedo io l’Amore, quello di cui ho parlato prima, senz’altro si – ma probabilmente i più direbbero che sto parlando d’altro.

 

E l’amore unico e eterno? Il mio vissuto dovrebbe farmi propendere per il no; ma non credo si tratti di una esperienza generalizzabile. In realtà ho visto più di una coppia conservare sino alla fine l’affiatamento, in un legame così intenso da provocare nel sopravvissuto il rifiuto di vivere: il che mi spinge a pensare il contrario. Ritengo comunque che non dipenda solo da una disposizione personale, o almeno, non solo da quella. È difficile che si realizzi la giusta combinazione dei tanti fattori psicologici e ambientali che entrano in gioco (il giusto incontro, ma anche il tempo, il luogo, le circostanze ….). E non starei neppure a discutere se si tratti davvero di amore o se subentri un’abitudine o una dipendenza reciproca: probabilmente l’amore è anche questo, immaginare un percorso che non può essere compiuto che assieme. In tal senso a dire il vero qualche dubbio ce l’ho: vincolare o addirittura affidare il senso della propria esistenza alla presenza di un altro suona un po’ come un atto di resa, o se vogliamo come una forma sottile di egoismo e di possesso (quella che stigmatizzavo in André Gorz). Ma ciascuno sceglie i propri modi di realizzazione. Forse questo non era il mio.

Di una cosa soltanto sono certo. Ancora oggi voglio un gran bene alle donne di cui sono stato innamorato. A tutte. Quindi non era solo questione di atomi. Vorrei vederle o saperle felici, non per sensi di colpa (che in qualche caso ci sono, ma non sono loro a motivarmi questo sentimento), o per sentirmi scaricato di ogni responsabilità, ma perché ciascuna è un pezzo fondamentale della mia vita, da ciascuna ho avuto e imparato molto, senz’altro più di quanto sia stato a mia volta in grado di dare. Ecco, probabilmente oggi sono in grado di apprezzarle veramente per come erano, e non per come erano in relazione a me e alle mie tempeste chimiche, anche se naturalmente quella componente sfuma di una tonalità particolare il ricordo. Ma non rimpiango nulla. Non mi chiedo “come sarebbe stato se …”, al più penso sia andata loro bene così.

Le ho spostate nella sfera dell’AMORE, o le ho semplicemente riposte nello scaffale?

 

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Un elogio del dilettantismo

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

I pavoni nascondono a volte agli occhi di tutti
la loro ruota – e ciò è la loro superbia.
F. Nietzsche

Immagino che il titolo di questa conversazione susciti qualche perplessità. Vengo a tesservi l’elogio del dilettantismo in un’epoca in cui da ogni parte si fa appello alla professionalità: se non di un’eresia, potrebbe avere il sapore di una provocazione e, quel che è peggio, di una provocazione del tutto gratuita. È meglio quindi sgombrare subito il campo da aspettative o interpretazioni fuori misura. La mia sarà una semplice riflessione ad alta voce, nel corso della quale parlerò di cose in cui credo davvero, e che naturalmente possono essere non condivisibili. Di questo avremo modo, se lo riterrete, di discutere. Se invece dovesse risultare proprio un’eresia, vorrei che apparisse almeno motivata e consapevole.

Come chiede lo spirito di questi incontri, racconterò di una passione, quella della scrittura, che coltivo al di fuori della mia occupazione ufficiale, e che tuttavia con quest’ultima ha naturalmente più di un rapporto. Lo faccio volentieri perché raccontare mi piace, in fondo è stato per anni il mio mestiere, e perché l’impegno a parlare di questa passione mi costringe a riflettere sul significato che attribuisco ad alcuni termini e sui comportamenti che conseguono a tale attribuzione.

Partiamo dunque dalla terminologia.

In questa e nelle precedenti serate sono chiamati in gioco due concetti, quelli di professionismo e dilettantismo. Nel modo comune di sentire a questi concetti corrispondono i due diversi atteggiamenti che possono essere assunti, per scelta o per necessità, rispetto ad attività specifiche, ma oserei dire anche rispetto all’esistenza nel suo assieme. Da essi derivano poi i sostantivati professionista e dilettante e gli aggettivi professionale e dilettantesco. Ora, mentre per i concetti e i sostantivati sopravvive bene o male una distinzione neutra, nel senso che non implicano un giudizio di valore ma indicano solo diverse modalità di approccio (che poi nell’utilizzo corrente dei termini il giudizio di valore entri comunque è un altro discorso), per quanto concerne gli aggettivi questi vanno ormai decisamente a connotare nel primo caso un approccio serio, un impegno continuativo e profondo, una conoscenza robusta, nell’altro un interesse quanto meno non prioritario, un impegno sporadico e superficiale, una conoscenza limitata, quando non lacunosa. A monte c’è una separazione tra professione e diletto che oserei dire tutta e solo moderna, e alla cui origine varrebbe la pena dedicare uno specifico incontro: ma non voglio annoiarvi con un’esegesi storica e semantica nella quale affogherei dopo due bracciate. Mi importava solo mettere sullo sfondo alcune delle sfumature che i concetti di dilettantismo e professionismo possono assumere e delle ambiguità cui possono dare origine.

Definito lo sfondo, torno ad occuparmi del tema specifico della serata: la mia passione per la scrittura. Alcuni giorni fa ho provato a redigere una bibliografia di quel che ho scritto nell’ultimo quarto di secolo. Ho recuperato un centinaio di titoli, per cose che variano in consistenza da una a trecento pagine: mi ci sono volute due ore. Provo ora a riassumere l’elenco, limitandomi agli argomenti e ai temi principali, perché l’insieme mi ha lasciato perplesso. Dunque: per lo scaffale filosofia e storia delle idee ho scritto tra l’altro su Pico e Bacone, sull’etica di Kant, sulle origini dell’idea di progresso, sulle rappresentazioni del male nel medioevo, sul mito del buon selvaggio e sulla nascita del razzismo. Per quello di storia sugli eretici e sugli ebrei nel medioevo, sulle esplorazioni geografiche e sul colonialismo, sulla rivoluzione inglese e sugli utopisti del Settecento. E poi, una storia dell’alpinismo e una del fumetto western, una storia della scuola e una della scrittura al femminile nell’800: e biografie di viaggiatori, esploratori, scienziati, anarchici, uomini politici, avventurieri e filosofi, oltre a quella di mio padre, e implicitamente alla mia. E mi fermo qui, perché avrei fatto prima ad elencare quello che non ho scritto. O almeno, che non ho ancora scritto. Perché non è finita. Esiste anche un elenco di quello che non sono riuscito a scrivere. Non preoccupatevi, ve lo risparmio.

Non vorrei che questo inventario fosse letto come una fiera di erudizione: mi sembra ci si possano scorgere piuttosto i sintomi di un notevole disordine mentale, di un cervello che fa più giri di un frullatore e rischia di ottenere gli stessi risultati, un omogeneizzato di neuroni. Di positivo c’è però un fatto: non ho spacciato in giro questa roba. Il che non vuol dire che le cose che ho scritto non abbiano una circolazione: significa semplicemente che non ne ho “pubblicata”, nel senso di “messa sul mercato”, una sola riga. In compenso provvedo io stesso ad editare dei volumetti artigianali (questi appunto che vedete), in tirature nell’ordine delle unità, fascicolati e pinzati a mano, operazione che mi procura un particolare piacere sia fisico, tattile e visivo, che psicologico. Inoltre gli scritti sono reperibili da qualche tempo, in questo stesso formato, sul sito dei Viandanti delle Nebbie; per cui tutto quello che andrò ora a dire ha senso solo sino ad un certo punto, solo all’interno di una concezione appartenente al secolo scorso, che vedeva nella pubblicazione a stampa la certificazione di una qualità “professionale”, e quindi alta, della scrittura.

In sostanza: queste cose girano, sia pure entro un circuito molto ristretto, ma non sono in vendita, non vengono distribuite ad un euro in più rispetto al costo del quotidiano e neppure sono edite a spese di qualche ente pubblico o fondazione bancaria.

Ora, è chiaro che di per sé la mancata pubblicazione non significa niente: a dispetto di tutto, credo che solo in questo paese gli aspiranti autori siano qualche milione. Ciò che restringe alquanto l’apparentamento è il fatto che la pubblicazione non l’ho mai cercata (ma anche qui, siamo ancora in parecchi), o l’ho semplicemente declinata quando mi è stata proposta (e qui direi che diventiamo invece pochini).

Perché non ho cercata, o ho in alcuni casi rifiutata, la pubblicazione? Un’amica mi ha detto che questo mio “disinteresse” è frutto di un atteggiamento snobistico (accreditandomi peraltro di uno snobismo molto sottile, perché in genere, contrariamente a quanto ora sto facendo, non lo ostento). Dal momento che la mia amica è una persona ironica e intelligente presumo abbia assolutamente ragione, e che la sua non volesse affatto essere una critica. Forte poi del fatto che non ho mai ben capito cosa sia snob, io l’ho preso per un complimento: se vuol dire quello che intendo io, mi iscrivo da subito tra i candidati alla qualifica di snob.

Non sono infatti una persona semplice, come sanno tutti quelli che mi conoscono, ma sono paradossalmente troppo sbrigativo, o forse solo troppo pigro, per complicarmi la vita con calcoli del tipo “mi si noterà di più se pubblico o se non pubblico”. E nemmeno mi si addice l’atteggiamento dell’incompreso che difende orgogliosamente la sua dignità: “meglio primo tra gli inediti (ma qui è una bella lotta) che ultimo tra i pubblicati”. Per la carità! È tutto molto più banale (anche se, a rifletterci bene, il mio modo di vedere la cosa è davvero un po’ complesso – che è comunque diverso da complicato).

Non so se sono uno snob, ma sono certamente sotto alcuni aspetti presuntuoso. Presumo, o meglio, pretendo da me (il “tu devi” kantiano) livelli alti. Le misure naturalmente le detto io. Ora, nella scrittura i livelli sono determinati da due fattori: ciò che hai da dire, e come lo dici. Io non credo di avere da dire nulla di particolare. Per quel che concerne la saggistica, in primis gli interessi storici, non ho raccontato alcunché di nuovo e non ho elaborato teorie o interpretazioni innovative. Le cose che ho scritto sono in fondo ovvie, al più le ho magari messe in fila in maniera un po’ diversa, e presentano un colpo d’occhio differente. Ma nulla per cui valga la pena davvero sbattersi a diffonderle. Se sotto sotto un intento c’era, era quello di divulgare divertendo: ma, come vedremo, un intento del genere cozza almeno in parte con la concezione della cultura che coltivo, questa forse davvero snobistica.

Per la narrativa vale invece un’altra considerazione. Qui la forma è quasi (o senza quasi) più importante del contenuto, perché in fondo quelle che si raccontano da duemila e cinquecento anni a questa parte sono sempre le stesse storie, e quindi ciò che conta sono le varianti nell’insaporitura e nella presentazione del piatto. In questo campo credo di avere almeno un dono: so riconoscere la mano felice, e distinguere tra chi ha la mano felice e chi scrive bene. Chi scrive bene fa dei compiti onesti e corretti, chi ha la mano felice regala coinvolgimenti ed emozioni. Bene, io ho capito, molto presto per fortuna, di essere uno scrivano diligente e ordinato, al più talvolta un po’ bizzarro, ma di non avere “il dono”. È stato intuitivo, ma ne ho avuto poi la conferma in più di una occasione, quando ho letto i libri che avrei voluto scrivere io, o che addirittura in parte avevo già scritto, e ho capito che non avrei mai saputo dire le stesse cose altrettanto bene.

Secondo voi, quando uno ha questa duplice consapevolezza, di non aver nulla di così importante da dire e di non avere le qualità per dire le cose in maniera così affascinante e diversa da valer la pena trasmetterle agli altri, che deve fare? Si lascia morire d’inedia o si iscrive a una scuola di samba? No, se come me ama il cibo ed è goffo nei movimenti continua a scrivere, disgiungendo questa attività dalla prospettiva di essere pubblicato. Continua a scrivere per sé, anche se poi, nel momento stesso in cui scrive, lo fa pensando ad ipotetici lettori. Intanto però si gode il fatto di non dover tenere conto di lettori reali, ma di un pubblico perfetto, di non soggiacere allo stress di adattare il proprio pensiero a quello degli altri, perché i suoi lettori ideali sono tanto sensibili e intelligenti da capire senza problemi ciò che sta dicendo.

Questa libertà non è cosa da poco. Chi scrive per sé immagina di rivolgersi ad un ideale pubblico di lettori, e ciò lo aiuta a decidere come impostare il discorso, che sviluppi dargli, ecc…, ma poi in realtà scrive quello che vuole, quello che gli passa per la testa: solo cerca di metterlo in riga in una forma strutturata, discorsiva, argomentativa, convincente, insomma, vedete un po’ voi. Può suonare come un esercizio sofistico fine a se stesso, e magari lo è, ma alla fin fine anche per rispettarsi un po’ di disciplina ci vuole. Personalmente quando mi metto davanti al foglio a quadretti ho già in testa il succo del discorso, so dove voglio arrivare, ma in genere non ho la minima idea di come farlo. Le cose vengono poi da sole. Scrivo di getto, fino a che non ho tirato fuori tutto. Poi riverso quello che ho scritto sul computer, e magari cambio completamente l’ordine, ma quasi nulla della sostanza.

Questo del passaggio al computer è però un argomento particolare, cui vorrei dedicare qualche minuto. Devo innanzitutto confessare che non è del tutto vero che non ho mai pubblicato nulla. Moltissimi anni fa, quasi quaranta, ho collaborato alla scrittura di un’opera a carattere storico a molte mani, che finì per occupare dieci volumi, pubblicati nel giro di cinque o sei anni, e alla quale contribuirono anche nomi importanti, quasi tutti stranieri (ecco una possibile ulteriore motivazione del mio “disinteresse” attuale per la pubblicazione. Diciamo che ho già dato, ho già avuto e non ho bisogno di provare nuove ebbrezze. Ma in questo momento mi serve per parlare di un’altra cosa). All’epoca scrivevo come oggi a mano, correggevo e riscrivevo, battevo poi su una Olivetti 22 e ricorreggevo ancora; infine trascrivevo il testo risultante in tre copie, con la carta carbone. Sembrano secoli, succedeva invece fino a venticinque anni fa.

Bene, questo procedimento imponeva un ordine mentale completamente diverso. Per ogni capitolo stendevo una scaletta, ordinavo gli eventi e le argomentazioni, li sviluppavo, curavo poi le cuciture, ci tornavo per la lucidatura linguistica definitiva. Un lavoro certosino, che comportava lunghe riflessioni su ogni frase, su ogni rigo, prima di passare alla trascrizione. Ricordo ancora l’emozione che provai nel vedere stampato il mio primo capitolo: non mi sembrava neppure più mio, l’ultima volta che lo avevo riletto era tutto rabberciato dalle correzioni che andavano a sovrapporsi alle battute sbiadite di un nastro usato per dritto e per rovescio. Ora era lì, ordinato e disteso in sedicesimo su fogli di carta levigata, in file ordinate, senza lettere spostate in alto o in basso, senza sbavature o spazi superflui. Aveva acquisito l’autorevolezza della parola stampata, che lasciava supporre dietro ben altre conoscenze e anni di ricerche di quelli che io sapevo esserci in realtà.

Oggi quell’autorevolezza, se uno sa impostare un layout editoriale, cosa che è estremamente semplice, le tue parole ce l’hanno subito: ma paradossalmente il fatto di poterle cancellare o spostare o tagliare e ricucire, ecc …, finisce per togliergliela. Non so se riesco a spiegarmi. Il computer induce a scrivere (e infatti!), ma non induce a ripensare e a meditare molto su ciò che si scrive, e alla fine neppure a crederci. Vedi già l’effetto che fa, e questo ti ruba (almeno, lo ruba ad uno snob come me) il piacere e l’affanno di scoprire quello che potrebbe fare. Inoltre, che la destinazione sia o meno quella della stampa, la facilità e la velocità stesse con cui si arriva ad un’alta definizione “visiva” del testo finiscono per fartelo considerare un prodotto di rapido consumo, e quindi a farti curare piuttosto i dettagli della confezione che non la genuinità degli ingredienti. È sufficiente andare a consultare qualche voce su siti di prestigio, che dovrebbero fornire garanzie di accuratezza (provate quello della Treccani, ad esempio), per averne la prova. Chiusa la parentesi.

Torniamo invece alle motivazioni. Insisto, io scrivo per il piacere di scrivere. Quando scrivo un pezzo cerco di salvaguardare i diritti tanto del respiro mentale quanto di quello fisico, di dargli scorrevolezza; voglio che la superficie risulti liscia come quella di un piatto ben lavato. Mi disturbano le scabrosità, e ripasso più volte la spugnetta. Poi, quando finalmente riesco a staccarmene, di norma molto prima di esserne davvero soddisfatto, lo faccio alla maniera dei lupi. È un figlio che deve andare per la sua strada, ho già in mente altro. In genere non rileggo volentieri le cose che ho scritto, perché ogni volta cambierei e rifarei tutto, ma sostanzialmente perché non mi interessano più. Non che non mi interessi più l’argomento: solo, quel pezzo era una sorta di riassunto mentale di cui avevo bisogno per riordinare le mie idee, utilizzabile magari anche per un confronto ristretto con quelle altrui. È normale che dopo qualche tempo, ci sia stato o meno il confronto, mi appaia superato.

Un’altra motivazione del mio … chiamiamolo riserbo, è che ritengo che le cose che scrivo siano strettamente legate alla mia persona e alla mia storia, forse troppo per poter essere lette da chi non mi conosce. Anche qui, non so se considerare questo come un esito o come un presupposto. Voglio dire che quando scrivo, e mi scelgo il mio pubblico, posso dare per scontate certe conoscenze, relative sia ai fatti, ai personaggi o agli argomenti che tratto, sia a chi li tratta. Dato che in genere mi accosto alle cose con un certo disincanto, che io vorrei fosse ironia, e dato che non sempre sono sicuro che si capisca che sto usando quel metro, mi rassicura poter pensare che chi mi conosce sa che sono così, e che uso quel metro. Tutto ciò mi permette anche di civettare col mio lettore ideale, facendo riferimenti o allusioni a ipotetiche conoscenze o esperienze comuni (ecco, il mio pubblico ideale potrebbe essere quello di una cerchia ristretta cui leggere le mie cose, sul modello di Tolkien e degli Inklings. In questo caso il dominio sulla materia sarebbe totale, perché sarei padrone anche dei toni e delle pause. Lo so, questa è già patologia).

A questo punto si sarà capito quanto autocompiacimento c’è dietro quello che scrivo. E come ciò sia incompatibile con una possibile “mercificazione” delle mie cose, perché la pubblicazione è anche questo. Le cose che scrivo non possono avere un prezzo di copertina: nessuno può acquistare il diritto di leggerle per qualche euro. Entrano in un giro di scambio che suppone l’amicizia e la reciprocità. Soprattutto, voglio mantenere una posizione di forza nel rapporto: se non ti piacciono, non ti sono comunque costate nulla, non puoi lamentare una delusione. Non è però solo una deviazione mentale: io ho davvero questa concezione dello scambio culturale, che vale per tutto, dall’arte alla musica. Non concepisco un “professionismo” culturale che non sia quello connesso ad una attività specifica legata alla cultura: l’insegnamento, la ricerca, l’organizzazione. Il mestiere di scrittore per me non esiste. Sebastiano Timpanaro, una delle figure più eminenti della nostra cultura del secondo novecento, diceva: io faccio il “revisore di bozze” (in realtà faceva ben altro, come curatore editoriale; ma dovendo qualificarsi con un’attività concreta, vedeva giusto quella).

Quindi, certo, c’è un sacco di autocompiacimento. D’altro canto, se non ci fosse non si capisce perché perdere tanto tempo (in verità neanche poi tanto) a scrivere. E comunque, per arrivare a questa conclusione ho avuto bisogno della presente seduta di autoanalisi, perché in realtà non ci avevo mai pensato seriamente prima: e forse mi sono inventato tutto per l’occasione.

No, non è così. Mi spiace di avervi fatto perdere tutto questo tempo per arrivare a dire una cosa tanto semplice, anzi, a ribadirla. Scrivo perché mi diverto, mi diverto un mondo. E badate, non ho una visione ristretta del divertimento. Ho saputo e so divertirmi in tanti modi, anzi, a dispetto del mio disincanto ho avuto la fortuna di trovare sempre la vita, tutto sommato, divertente, o almeno di saperne cogliere gli aspetti divertenti. Mi piace stare solo e stare con gli amici, camminare in montagna e rannicchiarmi nel mio studio: ma soprattutto mi piace leggere, e ancor più mi diverte scrivere (per forza, perché qui ho una parte più attiva nel gioco). Quindi mi riesce difficile immaginare una concezione penitenziale della scrittura, il tormento dello scrittore, il rovello della pagina bianca, tutte quelle cose lì che fanno tanto folklore. Non che non ci creda, per carità: immagino che chi ritiene di aver molto da dire voglia farlo nella maniera più incisiva, più perfetta, più definitiva possibile. È giusto, è serio che sia così. Ma, al di là del fatto che dovrebbe essere il traguardo anche di chi da dire ha poco, tutta questa drammatizzazione non è per me. Non ho mai creduto che Pavese si sia suicidato per impotenza creativa, di qualsiasi tipo. Se uno davvero si sente così stanco, ha mille altri motivi più validi per scendere dal treno.

Questo ci riporta comunque al dilettantismo. Dicevo che il dramma creativo non è il mio caso perché sono un dilettante, nel senso appunto che mi diletto. Davanti ad una pagina bianca non mi assale il tormento dello scrittore, casomai una compulsione a riempirla. Se non so cosa scrivere o come scriverlo, disegno: mi piace molto anche disegnare, e riempio fogli su fogli di paesaggi montani con piccole baite (n.d.r: non ho mai dipinto, né reso pubblico un mio disegno). Davanti al monitor mi diverto a cambiare le parole o la loro disposizione. Quando non mi diverto più, faccio dell’altro. E qui torniamo al discorso iniziale: non ho alcuna urgenza di comunicare alcunché al mondo. Ma si badi, sono cosciente che anche questa è a suo modo presunzione. Voglio dire: credo che mi impegnerei fino in fondo per far arrivare il mio verbo al maggior numero di persone possibile se ritenessi che fosse qualcosa di indispensabile, che potrebbe cambiare in meglio la vita di qualcuno. Oggettivamente so che non è così, quindi non vale la pena affannarmi più di tanto. So anche che se tutti la pensassero a questo modo non esisterebbe, o quasi, la letteratura e sarebbe ridotta al minimo la saggistica, perché la prima esiste anche per offrire divertimento e consolazione, e la seconda per assecondare anche le piccole e private curiosità. Per fortuna non è così, direi anzi che prevale l’idea che tutti abbiano qualcosa di significativo da dire, e godiamo di un’ampia scelta.

Sono infine un dilettante perché ho troppi interessi. L’ho già detto, ma ora vorrei chiarire che non penso che l’avere tanti interessi sia sempre un male, anche se è difficile stabilire il confine tra i tanti e i troppi (e nel mio caso poi lo è in modo particolare). Questa attitudine corrisponde evidentemente ad un modo di concepire la vita. In effetti io sono curioso di quasi tutto, e quindi non riesco a concentrarmi su qualcosa in particolare: non so rinunciare a niente che mi intrighi. Ma, ripeto, non credo che questo significhi per forza essere superficiali, e neppure che crei sempre una inconcludente dispersione. Nei casi positivi può rimandare ad esempio all’idea che sotto sotto tutto si tenga, che tra la storia del fumetto western, quella dell’alpinismo e l’etica di Kant corra un sottile legame. Magari poi l’unico legame sarà proprio il fatto che tutte e tre queste cose mi intrigano: e vorrà dire che se non c’era l’avrò creato io. In definitiva, fatte le debite proporzioni, direi che questo è un atteggiamento “enciclopedico”, sul tipo di quello degli ultimi grandi illuministi, del mitico Humboldt. Per forza mi sono innamorato di quell’uomo. Non conosceva per ragioni anagrafiche il fumetto western, ma l’etica kantiana e l’alpinismo li aveva messi assieme eccome.

Ecco, Humboldt – tanto ormai l’ho giocato e conviene quindi andare fino in fondo – è la dimostrazione che si può essere intrigati da tutto senza per forza essere superficiali e approssimativi. Se le cose che ti interessano fanno parte per te di un “grande disegno” (che non è affatto il disegno intelligente dei creazionisti, ma quello più modesto che hai in mente tu) non è necessario che vada a trovare il particolare o il dettaglio inedito per dare un senso al tuo lavoro, a meno che si tratti di un particolare che cambia tutto il quadro. Diciamo che ti riservi un lavoro di sintesi, mentre quello dell’analisi lo lasci agli altri, ai professionisti. L’importante è che qualsiasi parte ci si riserva venga poi interpretata con serietà. Occorre essere molto seri col proprio dilettantismo, perché il diletto può venire solo dalla coscienza di essere “filologicamente” inappuntabili, come avrebbe detto il solito Timpanaro. Non vedo d’altro canto che piacere si possa trarre dall’approssimazione, o dal millantare conoscenze che non si possiedono: visto che uno può scegliersi i lettori ideali, immagino vorrà sceglierli intelligenti, e voglia offrire loro cose quantomeno precise nei contenuti e corrette e accattivanti nella forma. Sono anzi convinto che il vero dilettante, a differenza del professionista, sia in una condizione che non gli consente assolutamente di barare, se non vuole prendere in giro proprio il primo e il solo lettore veramente ideale, cioè se stesso. Quindi, diletto negli intenti, ma professionalità nei modi e negli strumenti.

A chi destinare poi un lavoro svolto con questi principi è un problema secondario; se si ritiene valga la pena, sia almeno dignitoso o sia decisamente importante, lo si partecipa in qualche modo anche ad altri. Ma in genere chi si dedica a questo tipo di ricerca non lo fa per gli altri. Lo fa per rispondere ad un bisogno proprio, se vogliamo ad una propria presunzione: quella di voler capire (nei casi più gravi, di aver capito) il senso del tutto.

Ammetterete che chi si è preso un impegno simile non ha tempo da perdere con la pubblicazione.

 

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Attenzione!

Il cielo stellato e l’etica di Alan Ladd

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

Non c’è cosa più difficile del far comprendere ad uno studente il senso e la grandezza del “tu devi” kantiano. Non certo per colpa di Kant, che ce l’ha messa tutta per spiegarsi, riuscendoci peraltro benissimo. E nemmeno va tirata in ballo l’inadeguatezza degli insegnanti: ce ne sono anche alcuni (pochi, in verità) che Kant lo hanno capito e lo amano, ma quando si tratta di trasmetterne la lezione etica incontrano gli stessi scogli. Io credo che il problema sia un altro, e che valga per l’etica pressappoco quello che sant’Agostino diceva del tempo: cos’è dunque? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. (Da notare che sant’Agostino non diceva di non saperlo: confessava solo di non essere in grado di spiegarlo).

Ora Kant, che era uno tosto, e a dispetto delle sue cautele davanti al noumeno pensava che in un modo o nell’altro si potesse spiegare tutto, si è messo di buzzo buono per arrivare ad una definizione razionalmente corretta e coerente dei fondamenti della morale (lui chiama così quella che io preferisco chiamare etica, e più sotto spiegherò il perché. Ma mi sembra etico non attribuirgli un uso lessicale che non è suo): e lo ha fatto svolgendo non una ricerca conoscitiva, ma un’indagine critica, sapendo cioè già perfettamente dove voleva arrivare, e quindi lavorando per esclusione, chiarendo semmai che cosa non è la morale, cosa non attiene alla sua sfera. Si potrebbe dire che ha fatto un giro completo per tornare al punto di partenza, ma che nel corso del giro ha fatto pulizia di un bel po’ di false idee. Il problema della gran parte degli studenti (e anche degli insegnanti) è dunque questo: lungo il giro si perdono per strada, e non sono più in grado di tornare là da dove sono partiti. Vediamo se una trattazione del tema “morale” in forma meno “filosoficamente corretta” può rivelarsi utile.

Prima di procedere, però, penso siano opportuni un paio di chiarimenti lessicali: riguardano l’uso che farò in questo discorso di voci apparentemente sinonime. Il primo chiarimento riguarda una voce verbale: per quel che mi concerne, un conto è capire, un altro è comprendere. Non sono affatto sinonimi, tanto che è possibile capire senza comprendere o, viceversa, comprendere senza capire. Nel nostro caso quando si parla di capire si intende decifrare, aver chiaro quello che Kant dice; quando si parla di comprendere si intende “farlo proprio, viverlo”. E se capire il ragionamento di Kant tutto sommato non è così difficile, farlo proprio, o meglio, ri-conoscerlo come proprio, non è da tutti. Il passaggio alla comprensione avviene infatti in maniera paradossale: si comprende Kant quando ci si accorge che il suo ragionamento non ci serve più. Ci ha portati sulla strada giusta, ma adesso dobbiamo camminare da soli (un po’ come Dante con Virgilio).

Il secondo chiarimento riguarda invece, come ho anticipato, i termini etica e morale. Nell’accezione più diffusa la morale viene definita come un insieme di valori condivisi in particolari epoche storiche da particolari gruppi sociali, e delle regole che vengono elaborate per affermarli e praticarli. L’etica, o filosofia morale, sarebbe invece la dottrina filosofica che ha per oggetto queste regole e questi valori, ma che all’aspetto “normativo” (l’indicazione dei valori e dei criteri) unisce anche un aspetto “descrittivo” (dei valori di fatto a cui si ispira). Insomma, la seconda sarebbe una sorta di narrazione della prima, e l’una e l’altra vanno comunque storicamente contestualizzate.

Io preferisco un uso forse filosoficamente meno corretto, ma che ha una sua ragion d’essere. Mi rifaccio direttamente all’etimologia dei termini, per ricavarne il riferimento a due sfere distinte. Etica ha la sua radice nel greco ethos, parola che indica l’abitudine (non a caso i romani la traducevano con habitus, il modo di apparire), il modo costante di comportarsi. L’habitus si riferisce alle persone singole, e d’altra parte nella cultura greca classica l’individuo veniva prima della collettività. Quindi, per me, l’etica concerne il comportamento di un singolo essere umano nei confronti dei suoi simili.

Morale deriva invece dal latino mos, (costume, usanza), e si riferisce appunto all’insieme dei costumi e delle usanze ereditate dagli antenati. Perfettamente in linea con il modo di pensare romano, che anteponeva la collettività all’individuo. Perciò la morale riguarda le norme di un gruppo, mentre l’etica riguarda il singolo. Se costui non si sintonizza sulle consuetudini e sulle norme comuni, quindi sulla morale del gruppo, non per questo sarà privo di una sua etica. Al contrario, chi si adegua pedissequamente a questa morale collettiva, senza viverla in modo problematico, non ha alcuna idea di cosa sia l’etica.

Solo per correttezza nei confronti di Kant utilizzerò quindi in queste pagine i due termini come sinonimi, ad indicare entrambi quella che io considero comunque una dimensione etica.

Ora possiamo finalmente tornare a Kant. Dire che oltre un certo punto non ci serve più non è infatti un buon motivo per buttarlo fuori. Anzi, Kant vive e ragiona con noi. Certo, non staremo qui a ripercorrere tutta la trattazione ordine geometrico demonstrata che fa nella Critica della Ragion Pratica: non è questo il tema che mi ero proposto e comunque la dimostrazione la si può trovare già bella e farcita in qualsiasi manuale di filosofia, o su Internet. Mi azzardo a dire che, ai fini del mio discorso, che è quello della comprensione, potrebbe riuscire persino inutile. Vediamone però almeno i passaggi fondamentali.

Intanto Kant definisce i limiti del suo campo di indagine, e taglia subito la testa al toro. In primo luogo non è suo compito dimostrare che esiste una coscienza, che quindi l’uomo ha in sé una dimensione morale, perché questo è un dato di fatto. Ci sarebbe magari da discutere sull’evidenza della cosa (e lo faremo), ma sul dato di fatto non ci piove. Almeno sino a quando ci si riferisce all’uomo nei termini generici della specie. Comunque, Kant parla di qualcosa che attiene allo specifico della natura umana: come uomini siamo mossi indubitabilmente da una inclinazione al male (altrimenti non si spiegherebbe perché il mondo funziona come funziona), ma siamo anche caratterizzati dalla coscienza del bene. Ciò significa che per lui il senso morale è innato. Non è dettato da una rivelazione, non si è educato storicamente, non dipende, come pensavano molti dei suoi contemporanei, dal clima, dall’ambiente, dalla tradizione. È in noi, e potrebbe anche bastarci il sapere che c’è.

Cerchiamo tuttavia di capire meglio. Il fatto che in ogni uomo esista un senso morale innato non vuol dire secondo Kant che esiste un pacchetto di valori ben precisi, perfettamente definiti: esiste invece quella che un neuropsichiatra contemporaneo, Mark Hauser, riprendendo la terminologia di Chomsky relativa al linguaggio, definisce una grammatica morale, ovvero una disposizione naturale della nostra mente a valutare positivamente o negativamente certe azioni e certi comportamenti. Non voglio fare di Kant un precursore della moderna neurobiologia, anche se la tentazione è forte: lasciamogli dire solo quello che ha effettivamente detto. E ciò che ha detto è che questa disposizione in noi c’è, non importa che ce l’abbia messa il padreterno o chi per esso, ed è tale per cui noi siamo portati ad esprimere un giudizio morale, ad adottare una scala di validità o meno rispetto alle nostre (e per estensione anche alle altrui) azioni. Ma il giudizio, e la scala stessa di valori, non ci sono suggeriti dall’esterno: la scelta è nostra, ed è operata in base alla nostra razionalità.

Qui azzardo un termine che Kant non usa, ma che è implicito. Il termine è: “evidenza”. Sta a voler dire che, razionalmente, la bontà o la negatività di certi comportamenti è evidente. Siamo in grado di distinguere benissimo se ciò che stiamo facendo è bene o male: se pianto alberi perché tengano su la terra delle colline, e lo faccio alla mia età, quando so già che non li vedrò crescere, sto agendo moralmente; se maltratto un disabile o faccio violenza ad un bambino, so che sto agendo male. Non c’è bisogno di tante spiegazioni: è evidente, e non c’è barba di cultura diversa che tenga.

In secondo luogo Kant non intende nemmeno proporre un nuovo sistema di valori, ma solo spiegare a quali condizioni quella che potremmo definire una generica consapevolezza diventa coscienza morale. Per questo motivo è stato accusato di ridurre la morale ad un puro esercizio di forma: in fondo, si dice, si limita a identificare le condizioni che rendono possibile l’esistenza di una morale, senza dirci poi quale questa morale ha da essere, cosa è bene e cosa è male. E per fortuna, vien da aggiungere: ce ne sono già troppi, da Ratzinger a Komeini e a tutti gli altri, che ce lo spiegano. Kant invece dice: non hai bisogno che te lo spieghi io, lo sai già, te lo detta la tua coscienza.

Certo, messa così pare il cane che si mangia la coda. Noi abbiamo una coscienza, ce lo dice il fatto che sappiamo distinguere tra il bene e il male, e sappiamo distinguere tra il bene e il male appunto perché abbiamo una coscienza. Non fa una piega. Ma non potremmo allora chiamarlo un “istinto morale” e darci un taglio? No, dice Kant, lo chiamiamo coscienza perché l’uomo non solo è consapevole, ma è addirittura legislatore di se stesso e arbitro delle proprie scelte: ciò significa che per quanto concerne la sfera morale è perfettamente autonomo, indipendente da ogni determinazione naturale e dalla soggezione a qualsivoglia autorità o finalità. A differenza degli altri animali l’uomo può scegliere, e scegliere suppone appunto la possibilità di decidere in perfetta autonomia tra vari comportamenti alternativi. Questi comportamenti possono essergli “dettati” da necessità o forze esterne, ma non imposti. È sempre lui, in ultima istanza, a decidere: e lo fa sulla base di un codice che lui stesso si è dato. Direi che è qualcosa di più del libero arbitrio: questa è “libertà”. Dopo coscienza, questo è dunque il secondo termine chiave: possiamo operare delle scelte perché siamo liberi.

Ma questa affermazione può essere ancora accettata, oggi, alla luce degli ultimi sviluppi delle conoscenze genetiche, neurologiche e psicologiche? I “falchi” della genetica non sarebbero d’accordo: i nostri comportamenti – direbbero – sono in realtà determinati per una percentuale altissima, tanto alta da consentirci solo una semi-libertà. Le “colombe” addolcirebbero la pillola: noi siamo certamente più liberi di qualsiasi altro animale, perché da un lato il nostro sistema nervoso è troppo complesso per poter essere determinato in ogni suo dettaglio dai geni, dall’altro perché siamo i depositari di una evoluzione culturale che sollecita uno spettro enorme di comportamenti possibili, e quindi garantisce una grande libertà. Ma non una libertà assoluta.

Ebbene, replicherebbe Kant, non mi importa un accidente di quanto siamo o meno determinati. È vero, siamo soggetti ad una serie di condizionamenti naturali, sociali, affettivi, ecc…; ma questo non significa che nel nostro intimo non ci rendiamo conto di come dovremmo agire, al di là di questi condizionamenti. E che volendolo davvero, non possiamo agire proprio così. Ora, delle due l’una: o pensiamo che Kant sbagli, e che non tutti possiedano una coscienza privata capace di dettare quei comportamenti che all’ingrosso chiamiamo morali, e allora dobbiamo assumerci i rischi e la responsabilità di questa nostra convinzione (che si fa? studiamo un test per identificare i senza coscienza, e poi si sterilizzano o si eliminano, oppure li tolleriamo, sperando che si estinguano per via naturale?): oppure crediamo abbia ragione, e allora come e perché questa coscienza si sia formata, e quali meccanismi la regolino, ai fini del nostro discorso ha in fondo un’importanza relativa. Ribadisco, a Kant interessa solo fino ad un certo punto il perché uno poi faccia o non faccia determinate scelte: vuole essenzialmente che sia chiaro che la scelta è possibile, e che se facciamo qualcosa che sotto sotto non ci piace, lo abbiamo voluto noi.

Il terzo termine è infatti “volontà”. Non solo noi possiamo scegliere. Noi vogliamo scegliere. Le scelte si possono fare anche controvoglia, per necessità, per debolezza, per ignoranza. La scelta morale è invece perfettamente consapevole: so di aver dettato io la norma, il che potrebbe anche indurmi a scendere a compromessi con me stesso: invece voglio essere coerente e adempiere sino in fondo al mio mandato morale. E questo a costo di qualsiasi sacrificio, perché è in verità la realizzazione del me che volevo essere quando ho dettato, consapevolmente e razionalmente, la norma. Quindi, l’atteggiamento morale non ha a che vedere con l’effetto, con il risultato, ma con il modo, o meglio, con l’intenzione.

La discriminante per Kant è proprio questa. Addirittura qualunque comportamento mirante ad ottenere un risultato positivo (un premio), o a evitarne uno negativo (una punizione), per lui non è morale. Non dice che non sia buono, auspicabile o addirittura encomiabile: semplicemente, non possedendo il requisito di una totale autonomia decisionale, non ricade nella sfera della moralità. Lo stesso vale per qualsiasi azione dettata dal sentimento, anche quando si tratti di amore o pietà o altri moti positivi dell’animo. Nemmeno la ricerca della felicità, che parrebbe un ottimo fine, risponde all’imperativo morale assoluto, “categorico”, come lui lo chiama: è condizionata infatti da una miriade di variabili, da ciò che intendono per felicità persone diverse, o le stesse persone in momenti e in situazioni diversi: e quand’anche non fosse la ricerca “egoistica” di una felicità individuale, ma quella “altruistica” di una felicità collettiva, varrebbero gli stessi limiti. Anche in questo caso, non vuol dire che non sia giusto cercare la felicità, massime se si cerca di realizzare quella di tutti: semplicemente, questo non ha a che fare con la legge morale.

Cosa cavolo è dunque questa legge? La legge morale è riassunta da Kant in una formula secca: il “tu devi”, appunto. Una formula che non ti dice “cosa” devi fare, che è slegata da ogni situazione specifica, da ogni valutazione di opportunità e conseguenze; ti dice “come” devi agire. La legge constata e certifica l’esistenza della norma. Non “di una” norma: “della” norma. Vediamo di capire, perché questo è il punto delicato.

Cosa significa che esiste una norma? La risposta contemporanea potrebbe essere che l’uomo, dovendo surrogare quegli istinti che dettavano “naturalmente” ai suoi antenati i comportamenti da adottare e da evitare, ha elaborato “culturalmente” delle norme comportamentali funzionali alla sopravvivenza della specie. Il che è più che plausibile, ma suona anche molto relativistico: perché la funzionalità è comunque un vincolo, è soggetta nel tempo a trasformarsi e ad essere diversamente interpretata, risponde a criteri quantitativi piuttosto che qualitativi, non è quindi cogente in assoluto. Una risposta del genere infatti a Kant non sarebbe bastata. Per lui la legge morale esiste solo per il fatto di esistere, in quanto tale, indipendentemente dagli scopi, dagli effetti, dai “contenuti”. Se vogliamo, è piuttosto quella forma che dà senso al contenuto: non supplisce ad un mancato adattamento biologico all’ambiente, al fatto che l’uomo sia l’unico animale a nascere “inadatto”; non garantisce la sopravvivenza della specie, semmai ne giustifica l’esistenza. È una presa d’atto dell’eccezionalità umana, e insieme un regolatore contro le derive possibili di questa eccezionalità. Come se l’uomo, orgoglioso ma anche spaventato della potenza che il suo cervello, la sua razionalità gli mettono a disposizione, proprio attraverso questa razionalità avesse deciso di disciplinare tale energia, di renderla costruttiva anziché distruttiva (in fondo è quello che dice Freud rispetto ad altre energie, quelle inconsce, quelle della libido).

Ora, teniamo conto del fatto che Kant pensava queste cose più di duecento anni fa. Nel frattempo c’è stato Darwin, c’è stata la genetica, c’è stato Freud, appunto, le neuroscienze hanno completamente rivoluzionata la conoscenza dei meccanismi di funzionamento della nostra mente. Tutto questo potrebbe indurci a ringraziare Kant per le sue belle parole, ma a liquidarlo come portatore di una visione antropocentrica, formalistica e utopistica, totalmente superata dai tempi. E invece credo che vada letto in altro modo. L’idea che Kant ha della legge morale in realtà prescinde da ogni possibile successivo aggiornamento o adeguamento o rivoluzionamento delle conoscenze: queste possono infatti aver contribuito a farci capire qualcosa di più su come essa sia nata, ma non hanno modificato granché per quanto concerne la consapevolezza che noi abbiamo della sua esistenza.

In sostanza: navigando a braccio tra le legittime nebbie del linguaggio e delle formule kantiane, che non potevano essere che quelli, alla fine arriviamo in vista di una concezione di questo genere: siamo uomini, e questo, a dispetto della simpatia per gli oranghi che andava di moda nei suoi anni, marca una differenza; e siamo adulti: ciò significa che abbiamo nelle nostre mani il nostro futuro, e dobbiamo assumercene la responsabilità. Possiamo sbagliare, ma non possiamo più permetterci di scaricare su altri, e neppure di giustificare con la nostra ignoranza e debolezza, la responsabilità dei nostri errori. Sappiamo quel che dobbiamo fare, perché ci è evidente; sappiamo come dobbiamo farlo, perché noi stessi dettiamo le regole. Sappiamo anche che se ci comportiamo in maniera eticamente corretta diamo un senso alla nostra esistenza, altrimenti la buttiamo. E che farlo o non farlo dipende solo dalla nostra volontà. Mi sembra che sia tutto quello che è necessario e sufficiente sapere. D’altro canto, l’orologio vivente di Köenisberg non scrive un manuale per l’installazione e il corretto uso della lavatrice. Ti dice come devi usarla, come impostare i programmi, come va fatta la manutenzione, ma sotto c’è una filosofia: usala, perché fossero anche solo stracci, nel pulito si vive meglio.

E veniamo all’altra accusa rivolta a Kant, quella di un eccessivo rigorismo: l’imperativo “tu devi” dettato dalla razionalità (perché in fondo la coscienza non è altro che razionalità, lucidità assoluta) sembra non lasciare spazio alcuno alle ragioni del sentimento, o per dirla alla Kant del sentimentalismo etico. Anche qui, credo che il problema sia nell’interpretazione, nel fatto che troppi sono più kantiani di Kant stesso. Il nostro professore non dice affatto che non dobbiamo lasciare spazio al sentimento: è invece infastidito da quello che chiama il “fanatismo morale”, ovvero dalla pretesa che l’uomo sia buono per natura e non debba compiere sforzi per mantenere un comportamento eticamente corretto. Conosce benissimo gli uomini, sa che appena possibile si comportano, e soprattutto si giustificano, secondo i dettami del cuore, o delle viscere, piuttosto che quelli del cervello. Facciano pure: ma non vengano poi a dire che “dovevano” comportarsi così, che l’impeto del cuore era più forte di loro, che non c’era altra scelta. Non è assolutamente vero, insiste Kant: per quanto elevati e nobili, non possono essere i sentimenti a determinare la volontà: la scelta l’hai sempre, altrimenti non potremmo parlare di morale. Ciò che dovresti fare, per comportarti moralmente, lo sai benissimo. La moralità è autodisciplina: e la soddisfazione, il senso, possono venire solo al termine di una lotta dura con se stessi, come avviene ad esempio in montagna, con la tentazione continua di mollare tutto e scendere. Poi vedi un po’ tu, ma non cercare scuse. Questo non è rigorismo: è solo dire le cose come stanno.

E qui entra in ballo un ultimo termine, che mi sembra il più significativo anche per chi lamenta il puro formalismo di Kant. Il termine è “rispetto”: rispetto di sé, rispetto degli altri, rispetto della norma. Il rispetto della norma, dato che questa è autonomamente dettata dalla nostra razionalità, e dato che la razionalità è ciò che ci caratterizza e ci distingue come “umani”, è in automatico rispetto di se stessi in quanto umani. E dato anche che la stessa norma appartiene a tutti gli uomini, al di là di ogni differenza di colore, di cultura, di status, è in automatico rispetto degli altri in quanto umani. Quindi, per riassumere, la norma etica è il rispetto stesso della norma. Che non c’entra un accidente con il freddo formalismo.

D’altro canto, a mostrare come stiano poi davvero le cose ci pensa la vita. La morale “aspra e fredda” di Kant, messa alla prova nei rapporti umani, ne esce molto meglio di quella “calda” dei suoi romantici detrattori. Prendiamo ad esempio il rapporto e la differenza tra Kant e Fichte.

Il primo, apparentemente ancorato ad una rigida e formale ritualità, ad una “normalizzazione” totale dell’esistenza e dei rapporti, metodico nei modi e metodista nel sentire, è poi quello che ha convitati tutte le sere per cena, per il puro piacere di stare con gli amici, o che presta soldi ai suoi studenti senza alcuna garanzia di rivederli. È aperto, comprensivo, pacato anche nel disaccordo. Proprio perché ha fiducia nella norma estende questa fiducia a tutti, e ciò in qualche maniera induce gli altri a ripagarla, a meritarsela. Per questo uno studente gli restituisce un prestito dopo trent’anni, e si fa dare informazioni per saldare un altro suo debito: ha continuato a sentire per tutto quel tempo la voce del “tu devi”, e ora è fiero di obbedirle.

Fichte, al contrario, che è un tipo agitato da caldi sensi e da vibranti entusiasmi, finisce per litigare con chiunque, per vivere un’esistenza acida e rancorosa, per non accettare la minima critica, per rendersi villano e ingiusto nei confronti di chi non la pensa come lui (e dello stesso Kant, del quale inizialmente era un entusiasta ammiratore). Parte ateo, giacobino, difensore del contratto sociale, della sovranità popolare, del diritto alla rivoluzione, e finisce spiritualista e codino. Il primo dovere “formale” citato nella sua Dottrina morale è “agisci secondo la tua coscienza”, che sembra Kant, ma è distante anni luce: perché Kant dice “agisci secondo le regole dettate dalla tua coscienza”, e intende una volta per tutte, mentre la coscienza di Fichte, e la sua storia lo dimostra, è piuttosto ballerina. Lo so benissimo che la natura incalza, se c’è uno che lo sa sono proprio io che non sono mai riuscito a tenerla a briglia: ma resta il fatto che cominciare ad appellarsi a questa (ed è ciò che Fichte fa nei Fondamenti del diritto naturale), trarre dall’inclinazione naturale la materia e da quella spirituale la forma della morale, significa già avere rinunciato alla vera libertà, quella almeno di pensare “qui e ora” ad un mondo “giusto”, ad una vita “come se”, e non farne solo il limite ideale cui tendere. Perché rimandare sempre al futuro la “moralità” induce a sacrificarle anche pesantemente il presente e chi lo abita, e a pretendere che sia condivisa da tutti, invece di assumersi la responsabilità di viverla subito, indipendentemente da come la mettono gli altri.

È allora davvero solo “forma” la morale kantiana? non è che la forma, se rispettata e fatta propria per intima convinzione e non per un ossequio fariseo ai rituali, diventi stile, e senso stesso dell’esistenza? Che il rispetto della forma sia comunque il primo passo necessario per introiettare il rispetto di sé, e conseguentemente degli altri?

Spero si sia capito che qui volevo arrivare. La lezione di Kant, almeno quella che ne ho tratto io, è: comincia da te stesso. Comincia tu a comportarti eticamente, visto che sei in grado di sapere come farlo e di scegliere se farlo, senza lasciarti condizionare da tempi, ambienti, credenze, convenienze e tradizioni. In questo senso voglio intendere il suo uso di trascendente: quello della norma che trascende ogni contingenza, che non può mai essere messa in sonno, nell’attesa o addirittura in funzione di tempi migliori.

Ora possiamo davvero congedarci da Kant, immagino con somma gioia e sollievo di studenti, insegnanti o esperti kantiani, per provare a camminare con le nostre gambe. Confesso di avvertire già un po’ di fatica, perché quando mi sono messo a scrivere volevo partire da quattro righe su Kant per poi parlare d’altro, e ora mi ritrovo ad aver tirato giù una decina di pagine. Tutto sommato, però, per quanto mi riguarda non è stato inutile (non so per chi legge). Sono stato costretto a ripensare a quello che ho letto di e su Kant, e soprattutto a chiedermi quanto e come l’ho capito. Perché una certa tendenza a interpretare le cose a modo mio l’ho sempre avuta, ed è possibile che abbia prevalso anche stavolta.

Quello che davvero volevo raccontare non era naturalmente Kant, ma piuttosto come sia possibile riconoscere il bene e il male, e l’imperativo categorico, anche molto tempo prima di incontrare Kant e di leggere la Critica della ragion Pratica. Che è poi la dimostrazione più lampante di quello che Kant nella Critica dice: tieni occhi ed orecchie aperte, e impara l’alfabeto della ragione. Sentirai parlare la tua coscienza, e potrai tradurre nei termini giusti la sua voce.

Dal momento che tratto di senso etico, parlo naturalmente a titolo individuale: ma credo che lo stesso avvenga, in un modo o nell’altro, per tutti. Io ho riconosciuto l’imperativo categorico molto precocemente. Avevo si e no otto anni, e l’ho incontrato sotto le spoglie di Alan Ladd, lo Shane de Il Cavaliere della valle solitaria. Descrivere oggi cosa poteva significare un film negli anni cinquanta per un ragazzino di campagna, e un film western per di più, e quel western in particolare, è impossibile. Infatti non ci provo nemmeno, e mi limito a dire di cosa si trattava.

Shane arriva con un vecchio giaccone con le frange nel tipico villaggio del West; non sappiamo da dove venga, e lui sembra non sapere dove intende andare. Trova momentanea ospitalità in una fattoria, il padre agricoltore, la moglie biondina e carinissima, un bambino più o meno della mia età all’epoca: e poi la casa in tronchi di legno, la stalla, i recinti. Si sdebita aiutando nei lavori: ma è capitato nel bel mezzo di una guerra tra contadini e allevatori, e deve prenderne atto alla veloce. Ogni volta infatti che un contadino si reca al villaggio, dove accanto al magazzino c’è naturalmente il saloon (in realtà il paese è tutto lì, magazzino e saloon), i cow boys del grande ranch escono a provocare, e scoppiano i guai. Quando ci si trova in mezzo Shane mostra di che pasta è fatto, e aiuta il suo ospite Van Heflin a dare una ripassata a suon di cazzotti ai prepotenti. I prepotenti però le lezioni non le capiscono: mandano quindi a chiamare un famoso pistolero, che non ricordo come si chiami ma è interpretato da un giovane e già cattivissimo Jack Palance, il quale non perde tempo e ammazza un colono vicino della famiglia. A questo punto Shane deve scegliere: non avrebbe alcuna voglia di essere coinvolto in una guerra, probabilmente ne è uscito da poco; non è la sua causa, non deve difendere la sua terra né la sua famiglia. Non lo riguarda sotto alcun aspetto. Sa però che tirandosi indietro manderebbe diritto a farsi ammazzare il suo nuovo amico, determinato a difendere a costo della pelle i suoi diritti. E allora prende la decisione: olia la pistola, indossa il cinturone, rende l’agricoltore inoffensivo e si presenta al suo posto per la resa dei conti. Naturalmente si rivela più veloce e più preciso di Jack Palance, e lo fa secco. Poi sale a cavallo, raccoglie i suoi quattro stracci, saluta il ragazzino e riparte. Camus avrebbe detto: solidaire, solitaire.

Un classico. C’era dentro tutto, in continuità con quello che avevo appreso e amato nell’infanzia, le fiabe di Grimm con soldati o animali musicanti, l’angelo della giustizia divina, i primi fumetti western, e già in proiezione verso quello che avrei amato nell’adolescenza, Ettore e il sergente Blueberry, Corto Maltese e il giovane Holden. Ma c’era anche qualcosa di nuovo, perché i protagonisti delle fiabe agiscono comunque per un fine materiale, la mano della principessa o la conquista di un regno, quelli testamentari per ristabilire un ordine divino, mentre Shane agiva solo per coerenza con se stesso e con un personalissimo e insieme universale senso della giustizia. Di nuovo c’era l’ombra di Kant. Diceva in fondo le stesse cose, e questo spiega perché al liceo, quando ho incontrato Kant, non ho scoperto nulla, ho avuto solo delle conferme. Io tra l’altro, data l’età e un ritardo tutto mio di sensibilità per queste cose (ho sempre considerato la presenza femminile nei western un inutile impiccio), non avevo colto le implicazioni sentimentali, in realtà piuttosto intuibili, tra Shane e la moglie carina dell’agricoltore: le ho scoperte solo più tardi, leggendo il libro dal quale il film era stato tratto. Non erano un fattore secondario, rispetto alla scelta morale: Shane sceglie di rinunciare ad una donna di cui si è innamorato (e che a sua volta è combattuta tra l’affetto per il marito e un confuso sentimento che non conosceva), salvando la vita del suo uomo. Se non agisse così non avrebbe più rispetto per se stesso, lo mancherebbe agli altri, non rispetterebbe la norma. Sceglie quindi di agire nel modo più totalmente disinteressato, a dispetto dei sentimenti (l’amore, l’egoismo, la paura), delle leggi degli uomini e di quelle divine. Si comporta in modo perfettamente autonomo: è un uomo giusto, un uomo etico. Quando si tratta di prendere una decisione non è nemmeno sfiorato dal dubbio: gli è tutto evidente. Gli è evidente perché vede la situazione attraverso gli occhi del ragazzino: sa che il ragazzo lo ha eletto a suo eroe e a suo modello. Il ragazzo guarda il padre, lo ama, lo ammira, ma capisce che non è del tutto libero di agire come vorrebbe. Guarda Shane, e sa che Shane può scegliere. Il ragazzino è la voce della coscienza, una coscienza nitida, pulita, semplice. Che gli dice: “tu devi”.

È stato tutto semplicissimo. Io ero quel ragazzino, che in prima fila fremeva: avanti, tira fuori dagli stracci questa benedetta pistola e dagli una lezione. Non era difficile capire per chi fare il tifo, la regia aveva predisposto tutto: da una parte Alan Ladd, biondo e occhi azzurri, dall’altra Palance, con il volto di cuoio e gli occhi strizzati e cattivissimi. Ma non si trattava solo di questo: da una parte c’erano la prepotenza, la slealtà, la viltà di chi se la prende coi più deboli, dall’altra il coraggio, la dignità, la generosità. Era tutto estremamente evidente. E anche se più tardi ho cambiato radicalmente i miei gusti fisiognomici, e Jack Palance è diventato uno dei miei attori preferiti, quelli etici sono rimasti tali. Il che, al postutto, non significa che poi mi sia sempre attenuto all’etica di Shane, ma che quando non l’ho fatto ero cosciente di non farlo, e non mi piacevo affatto.

Io non so se nel nostro corredo genetico sia prevista una grammatica morale. Credo di si, credo che come siamo predisposti (o meglio, lo siamo diventati per via evolutiva) a cogliere particolari colori, particolari frequenze sonore, particolari forme, allo stesso modo siamo portati a preferire particolari valori. Il che non significa che siamo “moralmente determinati”, e questo lo può capire chiunque, basta guardarsi attorno. Significa che sappiamo quel dovremmo fare, e possiamo scegliere di farlo o di non farlo. Non sto parlando di scelte epocali, di vita o di morte: l’etica si esercita nella quotidianità, in un rispetto degli altri che è prima ancora rispetto di sé: è etico, se si è dato appuntamento ad una certa ora, arrivare puntuali, perché in caso contrario non si rispetta il tempo altrui, e prima ancora non si rispetta un impegno liberamente preso con noi stessi. È etico fare bene il lavoro che si è tenuti a fare, per gli altri, chi ne beneficia, chi ce lo commissiona, ma prima ancora per se stessi, perché facendo bene le cose si conferisce loro dignità, e questa dignità, indipendentemente dal fatto che venga apertamente riconosciuta, si riverbera su di noi, in quanto ci dà la coscienza di aver adempiuto al “tu devi”.

Credo quindi che esista una grammatica morale, ma credo anche che in molte menti sia stampata a caratteri poco visibili, o con molti refusi. Kant direbbe: non è possibile, in quanto uomini siamo tutti esseri razionali, e in quanto razionali siamo tutti dotati di una coscienza, e questa coscienza è uguale in tutti. Ma Kant stesso era cosciente di parlare con la voce dell’ottimismo, dell’ottimismo della volontà, del dover essere. Tutta la sua opera è un inno alla gioia per l’uscita dell’uomo dalla minorità. Questo non significa che non si rendesse conto di quanti “minori” ci sono in realtà: solo, sperava diventassero maggiorenni.

Non è stato così. Non lo sarà mai. Ma questo non inficia la grandezza e la validità dell’analisi morale di Kant. Il fatto è che Kant parla dell’uomo, e il mondo è abitato dagli uomini. Kant parla di Shane, e il mondo è abitato anche dai Jack Palace, o peggio ancora, dai suoi mandanti, che non hanno nemmeno il coraggio di affrontare Shane di persona. Ma è abitato soprattutto da un sacco di persone che si ritengono costantemente in credito nei confronti della vita, che non hanno capito che la vita non consta di quello che ti è dato, ma di quello che riesci a farne, che riesci a metterci di tuo: e quindi si sentono sempre defraudati, incavolati con se stessi e con gli altri, e non si piacciono perché intuiscono che la norma c’è, ma non capiscono di esserne loro stessi gli autori, e non si sentono tenuti a rispettarla. Si perdono la bellezza del senso del dovere (ecco un altro termine chiave), il piacere di sentire che alla vita si deve qualcosa, la si deve vivere anziché limitarsi a farla trascorrere, l’idea che l’esistenza è un’opportunità, e che noi abbiamo la straordinaria responsabilità di lasciarci alle spalle qualcosa che insieme le dia un senso e permetta anche a chi verrà dopo di noi di darglielo.

Ora, il fatto che non tutti lo capiscano va tenuto presente (sarebbe difficile far diversamente), così come quello che l’indicazione di Kant è un traguardo ideale: ma nulla di tutto questo deve diventare un alibi per tirarsi indietro.

Dicevo che il ragazzino capisce che Shane può scegliere perché è solo, libero da impegni affettivi o di altro genere. Shane ha per tetto un cielo di stelle, lo stesso cui Kant guardava con ammirazione e venerazione. Ma quella di Shane non è solitudine: è libertà e autonomia piena, e questa libertà, anziché sgravare dalle responsabilità, ne crea una ancora più grande, perché non consente alcun alibi. Shane non lascia un’eredità biologica, che è controllabile fino ad un certo punto, dipende dalla combinazione dei geni: ne lascia una etica, e di questa, direbbe Kant, ha il controllo totale.

 

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L’etica nell’epoca della scienza e della tecnica

di Massimo Ceccanti, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

La nostra cultura è il prodotto della giustapposizione di idee maturate nell’ambito di ricerche, riflessioni, studi lunghi e meticolosi e di luoghi comuni, banalità, stereotipi che circolano senza alcun atteggiamento critico o di controllo del loro senso, visto che oramai è difficile parlare di controllo della loro verità. Manca in sostanza un momento di cerniera tra sapere elaborato e senso comune, sapere diffuso. Tale assunto vale non solo per ciò che comunemente chiamiamo conoscenza, ma anche per quel campo particolare di idee che si riferiscono più in generale ai valori, non esclusa l’etica, cioè l’insieme dei valori che in qualche modo dovrebbe essere alla radice dei nostri atteggiamenti e dei nostri comportamenti nei confronti dell’altro.

I luoghi comuni che circolano riguardo all’etica sono riassumibili nell’idea o nella sensazione di star vivendo in un mondo senza valori, senza principi, in un mondo senza una dimensione etica. In effetti qualcosa è in declino, e sta svolgendo un ruolo sempre più gregario nel sistema culturale che la nostra società predilige come punto di riferimento per i comportamenti umani. Ma ciò che sta morendo è proprio l’etica?

Per molti studiosi, l’etica è il sostituto della originaria armonia di istinto e comportamento, della certezza istintuale del comportamento animale. Con il processo di ominazione, cioè di nascita del genere umano, istinto e comportamento sono diventati autonomi, senza che l’istinto fosse più in grado di guidare le scelte di comportamento. L’uomo si è così trovato ad affrontare il conflitto tra una base istintiva individuale e la sua appartenenza ad un mondo regolato da leggi di natura, sprovvisto di un vincolo biologico con gli altri esseri umani. Il sostituto di tale vincolo è stato ricostruito dalla specifica capacità degli esseri umani di pensare e di provare sentimenti. Molto probabilmente la tradizione religiosa e, poi, quella filosofica hanno rappresentato i tentativi di ricomporre la lacerazione, prendendo il posto dell’istinto nella guida del comportamento. Le basi dell’etica sono, quindi, da rintracciarsi nella nascita del genere umano; difficilmente sparirà l’etica senza che muoia anche l’uomo.

La ricomposizione del conflitto rimanda però alla capacità che rende l’uomo libero, in quanto la conoscenza o il sentimento non sono vincoli necessari per il comportamento. Il conflitto è solo parzialmente risolto dall’acquisizione delle capacità di pensare e di provare sentimenti, perché occorre un atto di volontà per aderire ad un valore riconosciuto o ad un sentimento che ispira un valore. La mancanza di necessità rende insieme libera e problematica la guida del comportamento, la rende il prodotto di una scelta ineliminabile. Il conflitto tra istinto e coscienza appartiene alla vita umana ed è necessario imparare a convivere con esso senza pensare a fughe illusorie in mondi dove tale conflitto viene annullato dall’ascesi o dall’accettazione di un ordine prestabilito.

Inoltre, la particolare natura dei valori etici non permette una loro evidente e chiara formulazione, per cui l’uomo può pensarne versioni differenti, può non riconoscerli come suoi, può negarli o può contrapporli l’uno all’altro. Si possono quindi creare conflitti anche esterni alla coscienza, conflitti sui valori che possono assumere la forma di guerre religiose o di guerre ideologiche, anche se talvolta tali motivazioni servono a coprire interessi che non hanno una dimensione etica. L’associazione di valore e verità come corrispondenza, verità che sembrano basarsi sulla descrizione di fatti così come sono nella realtà, può facilitare tali atteggiamenti. Bisogna imparare ad accettare anche la pluralità dei linguaggi e dei modelli di scoperta di verità associabili a pratiche che non rimandano solo alla logica della dimostrazione o a quella della scienza, ammesso che ve ne sia una, ma anche alla logica dell’interpretazione, della ricerca di senso, del mito e del racconto come strumenti per dare senso alla vita, della rivelazione come scoperta interiore e personale condivisibile e coagulante, capace di produrre identità di gruppo, ma non assoluta.

Molte prospettive etiche si basano invece sull’individuazione, una volta per tutte, dei contenuti di ciò che viene definito l’oggetto dell’etica, cioè il bene: la felicità, il benessere, la liberazione dai bisogni o dai desideri, l’insieme delle norme riconosciute da una tradizione culturale, l’adeguamento al corso della storia o a ciò che la ragione rileva come intima essenza della natura umana o della storia dello spirito, la volontà di Dio. I limiti di tali prospettive sono di due tipi. Da un lato ci sono i limiti pratici, una volta stabilito che cosa è il bene rimane il problema di far sì che esso venga accettato come valore da tutti. Dall’altro ci sono i limiti teorici, legati all’osservazione di G. E. Moore che diceva “Una volta riconosciuto qualcosa come bene, posso sempre chiedermi se è bene che ciò sia il bene”. In altre parole bisogna ammettere che, se diamo all’etica un valore universale, essa non può avere un contenuto specifico, valido per tutti e indipendente dall’assenso degli esseri umani e dai contesti in cui essi operano. Se cerchiamo qualcosa di universale, già Kant aveva detto che possiamo trovare solo un imperativo formale, senza alcun contenuto, un imperativo che rimanda alla libertà dell’essere umano e alla necessità di scegliere volta per volta in contesti definiti senza che sia possibile derivare analiticamente dall’imperativo etico la soluzione. In sostanza l’uomo è libero e tale libertà è insopprimibile. Che cosa è il bene da un punto di vista universale è una domanda senza risposta; posso solo dire che cosa è il bene per me ora in questo luogo e sperare che altri condividano la mia idea, cercando di convincerli. Non posso aspettarmi che tale idea valga per tutti in virtù di una sua autoevidenza etica.

Dal nichilismo può nascere un’etica, quella che da qualche anno vado chiamando etica del viandante, a condizione di non leggere il nomadismo come anarchica erranza. Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiutano il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità dell’anima di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo della casualità della innocenza non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, e dov’è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto a porgere il suo senso provvisorio e perituro.     UMBERTO GALIMBERTI

D’altra parte è difficile anche accettare che non sia possibile stabilire un insieme di norme di riferimento valide per la convivenza tra esseri umani indipendentemente dalla loro cultura o dalla loro storia, dai problemi che essi debbono affrontare in un determinato tempo e in un determinato luogo. Se ciò non fosse possibile infatti sarebbe difficile giustificare la condanna di qualcosa come i crimini contro l’umanità, l’olocausto o lo scempio dell’ambiente. Tutto potrebbe essere giustificato sulla base del relativismo etico, cioè sulla base dell’idea che i valori valgono solo entro la cultura che li produce o li fa propri.

Kant aveva cercato di dare un fondamento all’etica sulla base del riconoscimento della consapevolezza da parte del soggetto dell’imperativo categorico, cioè dell’imperativo che si impone alla ragione e chiede di agire solo in base a massime che possono valere per tutti, sulla consapevolezza ancora da parte del soggetto di essere libero di fronte all’imperativo morale e, insieme, di far parte di una società di uomini liberi. Il soggetto consapevole è perciò responsabile delle sue azioni nei confronti degli altri. L’etica di Kant è un’etica dell’individuo singolo, certo della sua esistenza e consapevole di sé e delle sue facoltà, posto di fronte alla molteplicità astratta e indifferenziata dei suoi simili.

Sono proprio i presupposti dell’autonomia del soggetto e della sua consapevolezza che oggi appaiono più deboli rispetto all’epoca di Kant. La psicologia, a partire da Freud, ha messo in luce che l’individuo non è solo una coscienza libera, ma un intreccio di dimensioni psichiche, alcune delle quali agiscono in modo inconsapevole. Le scienze umane hanno creato un’immagine molto forte di dipendenza del soggetto e della sua coscienza dall’ambiente sociale e culturale in cui esso vive. Sulla base di tali assunti è nato un atteggiamento culturale che assegna la responsabilità ad anonime strutture, togliendola agli individui che compiono tutti i giorni le loro scelte di comportamento. La conoscenza, per così dire, invece di stabilire la dimensione etica, sembra averla annullata. Anche in questo caso però ciò che rende possibile l’atteggiamento culturale pessimistico (quando non opportunisticamente giustificazionista) è l’intromissione di un universale nel mondo del contingente utilizzato per rendere assoluto ciò che non lo è. Il ragionamento sembra questo: se non si è liberi di fare qualcosa non si è liberi in assoluto, quindi non si è responsabili. L’idea che sta dietro l’annullamento della responsabilità è l’idea di una libertà assoluta. La libertà è invece sempre libertà condizionata entro un contesto, libertà che si realizza storicamente e si manifesta in forme storiche. La libertà assoluta appartiene ad una dimensione che non è propria dell’uomo. Solo il genere umano è libero da condizionamenti storici, ma è una libertà formale, priva di contenuti umani, ed è una libertà apparente perché anch’essa condizionata dall’appartenenza alla natura e alla storia naturale.

La dimensione etica non può essere cancellata dalla conoscenza scientifica né da nessun altra forma di razionalità, perché conoscenza e ragione introducono immediatamente la responsabilità etica. Chi formula l’idea che un individuo non è responsabile di una certa azione, assume su di sé la responsabilità di tale giudizio e, in molti casi, quello del mancato intervento per modificare la situazione. La conoscenza o l’ignoranza, la consapevolezza o l’incoscienza, così come accade per il contesto storico e culturale, possono solo ridurre o ampliare i confini della responsabilità, spostarla da chi agisce a chi sa o ha il potere di intervenire. L’accrescersi della conoscenza, come l’incremento di una qualsiasi forma di potere, aumenta la responsabilità e le opportunità di incrementare la consapevolezza.

Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia,
ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra.
JORGE LUIS BORGES

Si può dire invece che la nostra forma di vita ha riproposto con forza il problema etico. La nostra società è la società della conoscenza scientifica e della tecnologia, della circolazione mondiale veloce delle informazioni, degli uomini e delle donne, delle merci, dei modelli culturali. La scienza e la tecnologia hanno consegnato all’uomo poteri enormi di cambiamento (anche della struttura genetica degli esseri viventi) e di distruzione. Spostamenti di persone hanno messo in contatto fisico culture diverse, costringendole a condividere spazi e istituzioni. Televisione, computer, viaggi hanno reso le culture più elastiche e permeabili, più facilmente influenzabili da modelli esterni.

Di fronte a tali mutamenti dobbiamo riconoscere che le tradizioni culturali, che una volta costituivano la base più solida per i modelli etici, hanno un’importanza sempre minore. I problemi etici oggi riguardano tutto il genere umano come insieme di gruppi che vivono su uno spazio più omogeneo culturalmente, più esiguo sia per l’enorme e incontrollata crescita della popolazione, sia per la contrazione dei tempi necessari per spostare o far circolare informazioni, persone, idee, immagini, oggetti. Quelli che una volta erano sistemi mondo, oggi sempre più appaiono come un unico sistema globale caratterizzato dagli stessi problemi: i problemi della convivenza, della distribuzione sempre più ineguale delle ricchezze, del degrado ambientale, le conseguenze di interventi sul patrimonio genetico degli esseri umani, il rispetto dei diritti degli uomini e delle donne sono problemi non più affrontabili nell’ottica delle diverse tradizioni storiche e soggettive dell’etica. Gli esseri umani non hanno più di fronte una comunità compatta e un’astrazione come quella della nozione di genere umano; c’è invece una molteplicità di culture obbligate a condividere spazi, problemi, istituzioni e responsabilità. È necessario pensare a modelli etici che non si rivolgono più soltanto al singolo individuo o a comunità isolate, ma a modelli che riguardano tutto il genere umano come entità complessa, non come astrazione. Tali modelli ancora non esistono in forma esplicita e che si preannunciano come storicamente universali.

Sembra un ossimoro l’accostamento di due termini come storico e universale e in contraddizione con quanto detto prima. Ma è la natura dell’etica che rimanda a tale contraddizione. Nell’ambito dei prodotti della cultura umana dobbiamo abbandonare l’idea che possa esistere l’universale come valore da sempre dato, necessario per sua intrinseche caratteristiche, da scoprire; esiste un processo di costruzione di valori storicamente e culturalmente connotato che può portare a creare idee che possono diventare storicamente universali. Entro questo processo possono manifestarsi (ma essere anche dimenticate) idee che hanno una portata universale, cioè possono riguardare tutti gli uomini e le donne. Niente è universale nel senso di eterno o necessario. Sono il contesto in cui viviamo e i problemi che dobbiamo affrontare che ci spingono a cercare un modello etico per tutto il genere umano, un modello che deve passare per un filtro molto stretto e difficile, quello dell’adesione volontaria di una grande maggioranza dell’umanità. Perciò tale modello non può rifarsi a fonti locali, a tradizioni particolari. Deve essere un modello minimale che lascia poi liberi i gruppi e gli individui di scegliere le proprie identità, la propria appartenenza. La portata universale di un atteggiamento etico, di un’idea etica è costituita dal rimando al bisogno di sanare in qualche modo il conflitto connaturato con l’avvio del processo di ominazione. L’universalità dell’etica si esaurisce qui, diluita nel problema della giustizia in luoghi e tempi determinati.

La possibilità di disporre di strutture per la libera manifestazione e la difesa dei propri interessi e, nello stesso tempo, di procedure per arrivare ad una soluzione mediata, concordata, aperta e non distruttiva del conflitto possono costituire oggi il rimando all’universale etico di cui abbiamo parlato prima, un rimando attraverso soluzioni, idee, modelli di natura storica e, quindi, contingente, legati ai grandi problemi dell’umanità nel mondo dominato della scienza e della tecnica e dalla grande concentrazione di ricchezza in poche mani. Non stiamo vivendo in un mondo senza valori, non sta morendo l’etica; solo la realtà che ci circonda ha prodotto cambiamenti tali da rendere insufficienti o parziali i modelli che fino ad oggi avevamo utilizzato, talvolta con successo.

Possiamo allora provare a delineare con più precisione alcune idee utili per uscire dalla sensazione di star vivendo in un mondo senza valori senza prospettive etiche.

Il primo aspetto, apparentemente un po’ paradossale, è la rivalutazione dell’individuo come unica realtà umana esistente, portatore di diritti e di doveri. L’aspetto paradossale consiste nel partire dalle esigenze di un’etica planetaria per rivalutare l’importanza dell’individuo. L’idea che però sta dietro questa rivalutazione è che l’unico elemento in cui si concretizza il genere umano è l’esistenza degli individui; rispettare la loro esistenza e cercare di far sì che la loro vita sia una vita dignitosa vuol dire rispettare il genere umano. Senza una valutazione positiva e alta dell’individuo non può esserci rispetto dell’umanità. Pensare che individualismo ed egoismo siano sinonimi significa sottovalutare una componente fondamentale dell’essere umano, la componente della razionalità, della capacità di conoscere, della capacità di provare sentimenti, anche se razionalità, conoscenza e sentimento da soli non bastano a produrre comportamenti etici.

Il secondo elemento potrebbe essere la rivalutazione della responsabilità sia individuale che collettiva (non nel senso dell’anonimato delle strutture ma dei gruppi che compiono scelte, mettono in atto comportamenti e atteggiamenti, sanno). Proprio i progressi della conoscenza scientifica e della tecnologia ci hanno messo in grado di conoscere le conseguenze delle nostre scelte e delle nostre azioni sulla natura e sugli altri esseri umani in tempi lunghi. Ci hanno anche fornito un potere di azione e di trasformazione della natura enorme. Chi ha più conoscenza e chi ha più potere è più responsabile, ma è necessario iniziare a pensare anche alla condivisione delle responsabilità con chi sceglie e può scegliere, senza potersi riparare dietro l’anomia delle strutture o delle professioni. Nessuno può tirarsi indietro e dire “non sapevo” o “non potevo” in società democratiche basate sulla libera circolazione dell’informazione e delle conoscenze.

Il terzo aspetto è il senso del limite. Le conoscenze scientifiche sono sempre conoscenze limitate, conoscenze che mostrano anche i loro limiti. La pretesa di onniscienza è una pretesa della metafisica o di certe filosofie, non della scienza, così come il miraggio dell’onnipotenza o della capacità di poter comunque mantenere il controllo della situazione. Anche le religioni, in questo senso, sono in accordo con l’atteggiamento critico degli scienziati più consapevoli e dell’epistemologia. Rispettare il limite, riconoscere la finitezza della natura e della conoscenza umana e di tutto ciò che esiste (comprese le risorse naturali e la nostra capacità di comprendere) significa riconoscere l’altro, l’estraneità come un dato insopprimibile, e riconoscere anche il conflitto, la contraddizione e la sconfitta come ineliminabili aspetti della natura e della vita umana. Va contemporaneamente valutato positivamente anche la capacità di affrontare il rischio, perché senza questa capacità l’uomo si troverebbe appiattito sull’esistente, ma un rischio calcolato, un rischio controllato attraverso il filtro delle conoscenze delle possibili conseguenze, un rischio che si sa arrestare di fronte al pericolo di provocare disastri irreparabili.

Il quarto aspetto riguarda la realizzazione pratica di un modello etico. Perché un atteggiamento etico si affermi occorre un atto di volontà dell’individuo e il consenso della grande maggioranza degli esseri umani. Gran parte di ciò che chiamiamo potere si basa sull’accettazione degli individui. Occorre essere consapevoli di questa potenziale capacità di modificare le cose da parte di soggetti che vivono un problema, condividono bisogni e idee, che si aggregano e si organizzano, e occorre che chi ha il potere si abitui a rispettare gli individui perché essi si fanno sentire, perché sono in grado di individuare problemi, organizzarsi, proporre soluzioni, lottare. Ma è anche necessario, affinché i soggetti possano arrivare a trovare soluzioni mediate sulla base di procedure di confronto, che si determinino le condizioni per la circolazione delle idee entro un processo di discussione e di argomentazione. Occorre quindi che si rompa il muro tra sapere evoluto e senso comune, che si acquisti consapevolezza dei meccanismi di costruzione dei modelli culturali, che si determinino le condizioni per un incontro tra le diverse tradizioni culturali, tra i diversi gruppi di potere e tra tali gruppi e coloro che tali poteri debbono subire, condizioni che possono essere riassunte nella parità di diritto di intervento e di conoscenza concessa a tutti gli interlocutori coinvolti nella discussione sulle regole e sulle scelte, nel coinvolgimento motivazionale legato alla consapevolezza dei pericoli di sopravvivenza del genere umano nell’epoca dello strapotere della tecnologia, nel riconoscimento della propria responsabilità individuale e collettiva di fronte a tali problemi, nella necessità di costruire strutture per l’esercizio controllato e per il controllo dei poteri, apparati e strutture responsabili verso tutto il genere umano.

Se queste sono le condizioni, è evidente come le prospettive etiche legate all’idea di valore come verità legata alla corrispondenza fattuale sono di poco aiuto. Si tratta invece di riconoscere la necessità di muoversi in ambiti diversi; un ambito che possiamo definire della giustizia, l’ambito della costruzione di un sistema di regole valide per tutti attraverso procedure razionali di confronto e di discussione, un ambito di conoscenza per acquisire strumenti per scegliere, e un ambito di riconoscimento della propria appartenenza, un ambito in cui si può pensare di essere in possesso di una personale o collettiva fonte di valori da gettare nella discussione per costruire una dimensione intersoggettiva e interculturale di regole e per arrivare a delle scelte. Il valore della verità come corrispondenza può appartenere solo alla dimensione della conoscenza; alla sfera dell’appartenenza può corrispondere soltanto la verità come ricerca di senso. Nella dimensione della giustizia, delle regole, tutto invece deve essere sottoposto al processo di discussione, di argomentazione e di ricerca di consenso (non possiamo in altre parole illuderci che i valori verità nostri siano riconosciuti e accettati per loro intrinseca autoevidenza o perché dotati di speciali fondamenti)

Nel momento in cui definiamo un tale sistema di regole passiamo dalla sfera dell’etica alla sfera della giustizia e poi, attraverso essa, a quella del diritto, della politica, degli apparati istituzionali cui può essere delegata anche la capacità d’uso legittimo in casi estremi della forza di coercizione ma, di fronte ad essa, anche la legittimità della forza di ribellione; il passaggio è il salto da una dimensione universale ad una dimensione storica e fattuale entro la quale si disciplina la convivenza.

Che cosa rimane dell’etica? Rimangono non i contenuti, ma la necessità di procedure che portino al riconoscimento del conflitto e alla costruzione di sistemi per la regolamentazione di esso affinché non diventi distruttivo e mantenga per ciascuno il diritto alla libertà e alla differenza, intesa come nuova possibilità di uguaglianza. L’etica non può dare risposte concrete, non può dirci quali siano i valori, perché questi dobbiamo costruirli nel corso della nostra vita sociale e collettiva e di essi siamo responsabili individualmente e collettivamente. L’etica è kantianamente il riconoscimento di un’esigenza associata ad un conflitto, esigenza che non può trovare una traduzione nelle frasi del linguaggio descrittivo e delle strutture prodotte dall’uomo, perché in tale passaggio diventa un atto umano che appartiene alla storia dell’uomo, non alla sua condizione di essere umano. L’etica come esigenza non può né nascere né morire entro la storia finché sopravviverà il genere umano, perciò anche le idee e gli apparati nati in suo nome possono essere sottoposti alla critica etica, al giudizio etico. Ciò comporta che gli universali storici non hanno validità assoluta e comporta anche che l’uomo, individuo e gruppo, è responsabile di ciò che elabora e fa nel corso della storia in base a ciò che sa, al suo potere economico, sociale, politico e culturale, anche in controtendenza rispetto alle idee, alle strutture, alle leggi o alle istituzioni che si rifanno agli universali storici.

Prima di concludere forse è necessario chiarire un aspetto di ciò che è stato detto qui. Sembra che l’etica trovi il suo fondamento in un processo evolutivo naturale messo in luce dalla conoscenza, il processo di ominazione. Sarebbe in fondo ricadere nella giustificazione dell’etica sulla base della scienza, una sorta di determinismo che non è conciliabile con la prospettiva qui esposta. Invece è bene essere consapevoli del ruolo di tale giustificazione, un ruolo, per così dire, coreografico, legato al bisogno di razionalità. Il modello etico proposto è il frutto di una scelta libera che rivela un’appartenenza, un’identità di cui mi sento portatore, l’identità di chi privilegia il cosmopolitismo rispetto al nazionalismo, la libertà individuale e il singolo individuo rispetto alla libertà del gruppo di appartenenza, la responsabilità dei propri atti, il ruolo centrale della razionalità nelle sue molteplici forme e procedure, il ruolo altrettanto centrale dei sentimenti e della capacità di immedesimarsi con l’altro, di comprendere e accettare la differenza, la necessità di organizzarsi, di convincere e di allargare il consenso sulle proprie idee, sempre nell’ottica della disponibilità a modificarne alcuni aspetti o accettarne di nuove se convinto dall’argomentare altrui, piuttosto che credere di essere in possesso dell’unica verità disponibile; infine un’identità che sottolinea l’importanza del senso del limite, anche come limite della proprietà, affiancato al senso della cosa pubblica e del rispetto dell’individuo quali elementi per proteggere il genere umano e la natura dagli abusi e dalle violenze di tutti i tipi.

 

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