Buoni motivi per non essere ottimisti

di Paolo Repetto, 20 agosto 2026

Siete una massa di rincoglioniti. Io meritavo di meglio.
Io meritavo di non invecchiare in un pianeta di rincoglioniti,

in una società di rincoglioniti, con una classe dirigente rincoglionita:
io meritavo una vecchiaia serena.

Il titolo l’ho parzialmente rubato a George Steiner, e non è nemmeno la prima volta. L’esergo invece è a firma di Guia Soncini, implacabile bocca della verità che accompagna ormai quotidianamente il mio primo caffè e la prima sigaretta. I contenuti vorrebbero essere un tentativo di risposta ai sacrosanti rilievi mossi al sito da uno dei suoi più assidui e appassionati collaboratori.

Tempo addietro Vittorio Righini mi aveva scritto:

Continuo a leggere belle pagine sui Viandanti, ma tutte infinitamente tristi, negative, pessimistiche (tranne forse quelle di Fabrizio, che ogni tanto mi rallegra).

Bello: Ma tu che città sei? di Castellaro, però il finale prelude a una tristissima storia: Alessandria, vogliamo parlare (denigrare, confrontare) Alessandria?

Trovo che manchi qualche articolo leggero, sorridente, ottimistico; insomma, che dia gioia, non dico di speranza. Noi lettori del sito siamo (prevalentemente, suppongo) nel nostro inverno della vita, ma se ce lo rendiamo ancora più freddo con continue lamentazioni, tristi paragoni col passato, un continuo rivangare una terra ormai arida, finiamo la legna per scaldarci.

Non vedo mai uno sprazzo di luce, un articolo sulla gioia, sul divertimento, e mentre mi innamoro follemente di un gaudente come Norman Douglas (prima sciupafemmine, poi sciupagiovanotti – ma quelli sono affari suoi –, però enormemente colto, curioso, appassionato di natura, grandissimo camminatore per altopiani sperduti della Calabria, finanziatore di progetti atti a preservare e rinverdire la natura dell’isola di Capri, e molte altre benemerite posizioni) mi chiedo perché da noi (sui Viandanti, intendo) prevale il mugugno.

Capisco, siamo piemontesi, pure di campagna, quando affrontiamo temi politici di alto livello (tristi anche quelli) lo facciamo con cura; quando parliamo di partigiani, ci ispiriamo a scrittori allegri come Pavese e Fenoglio. Certo, non siamo ricchi inglesi, non godiamo di una lunga vita di sperperi e piaceri, ma mi sa che ci manca proprio quella vitamina che i Douglas, i Byron, i Fermor avevano in abbondanza.”

Visto che la situazione non si smuoveva, è tornato pochi giorni fa alla carica, e le stesse riflessioni le ha ribadite in Dispersi nella nebbia, da poco postato sul sito.

A questo punto gli devo almeno primo un riscontro. Vittorio ha infatti ragione. Soprattutto negli ultimi tempi, e segnatamente per quel che riguarda i miei interventi, il tenore del discorso si è appesantito. A renderlo più tedioso concorrono in particolare due fattori: un’età, la mia, che porta naturalmente a rievocare e rimpiangere tempi migliori, o quantomeno ancora aperti alla speranza: e una situazione, quella generale, che oggettivamente credo stia precipitando. Ciò che più mi pesa, e di conseguenza pesa poi sui toni degli articoli, è la sensazione di non aver fatto abbastanza, nei miei limiti e pur senza eccessive presunzioni, per frenare questo smottamento, o quanto meno per tentare di arginarlo.

Quindi: è vero, dobbiamo alleggerire un po’ gli interventi e magari tornare a quella che era l’originaria vocazione del sito, a raccontare cioè cose e vicende e personaggi fuori dagli schemi, per farci buon sangue e nel contempo, senza darlo troppo a vedere, opporli a ciò che va oggi per la maggiore. In fondo è anche questa una forma di resistenza, il mostrare che è stato, ed è, possibile vivere sottraendosi almeno in parte ai condizionamenti dei conformismi di volta in volta imperanti. Ma … (c’è sempre un ma) credo sia anche giusto riflettere un po’, chiederci se ciò che ci induce a una visione così poco allegra del presente (e, più ancora, del futuro) sia solo frutto dei nostri acciacchi fisici e mentali, o sia specchio di un “male di vivere” oggettivo che sta mandandoci alla deriva.

Mi impegno dunque a riscattarmi a breve, perché ho in serbo storie di viaggiatori davvero coi fiocchi, ma ancora una volta mi abbandono al “mugugno”. Credo di averne motivo: troppe cose mi guastano quella che poteva essere una serena vecchiaia. Vicende e situazioni apparentemente di scarsa rilevanza, ma ai miei occhi tutte egualmente spie di uno stato febbrile, rasentante il delirio, che mi pare essere diventato ormai la condizione normale. Sono cose già dette e ridette e riscritte in questa sede un sacco di volte, ma è così: invecchiando è difficile riuscire innovativi, si tende ad essere ripetitivi, anche perché la memoria non soccorre. Vedrò quindi di farlo nella maniera la più possibile leggera.

•     Il teatro è nuovamente lo spogliatoio della palestra. Mi si obietterà che me le vado proprio a cercare, frequentando certi ambienti: ma a parte il fatto che se voglio continuare a reggermi in piedi quell’ambiente devo frequentarlo, posso garantire che non è affatto diverso dagli altri. Ci trovi di tutto, esattamente come al bar o in biblioteca, ai festival letterari, alle conferenze di Barbero o di Baricco, alle inaugurazioni delle mostre d’arte: mancano solo il buffet e le “professoresse democratiche”.

Comunque. Sto commentando con un amico un servizio televisivo che ho intravisto il giorno prima, dedicato ai terrapiattisti, ai sostenitori dell’origine aliena dell’umanità e di altre simili amenità, quando interviene ad apostrofarci un conoscente più giovane, dicendo che è tutto vero, che si sta riscrivendo tutta la storia, che ci siamo fatti infinocchiare sino ad oggi, che le piramidi egizie e quelle precolombiane non si spiegano se non con l’intervento di esseri giganteschi. Sulle prime rimango sorpreso, perché un po’ lo conosco, è un bravo cristo, all’apparenza normale, potrebbe avere l’età di mio figlio, a volte è anche simpatico: vien fuori qui per un attimo la mia vera natura di inguaribile ottimista, quella nascosta sotto la scorza, che rifiuta di credere si possa essere tanto idioti. Poi però, visto che insiste e che sembra prendersi sul serio, non posso trattenermi. “Figliolo – gli dico – se il risultato di cinque milioni di anni di evoluzione umana sei tu, è stato davvero un bello spreco di tempo e di energie.” Al che, invece di offendersi e di mandarmi a stendere, ribatte che anche l’evoluzione è tutta una fola, e cita misteriosi saperi antichi. Per fortuna ho già terminato di rivestirmi, prendo su la sacca, saluto ed esco dallo spogliatoio. Mentre scendo col mio amico al piano terra ci guardiamo attoniti, e in contemporanea sbottiamo: “Ma cosa è mai successo? Sarà colpa del riscaldamento globale?”.

No, non è un effetto del surriscaldamento (e qui il nostro conoscente sarebbe d’accordo, perché naturalmente anche l’emergenza climatica è solo l’ennesima bufala diffusa da “loro”). È successo invece che, come minacciava la profezia biblica, si sono spalancate le porte di ferro, quelle che tenevano rinchiusi i popoli di Gog e Magog, e sono sciamate fuori orde di selvaggi disumani e feroci. Non mi sto riferendo naturalmente ai migranti. I barbari di cui parlo erano in mezzo a noi già da un pezzo, anzi, da sempre: erano molti, e facilmente riconoscibili, ma passavano quasi inosservati ed erano considerati relativamente innocui, perché tenuti a freno da tutta una rete di convenzioni, di normative, di condizionamenti sociali e culturali che le società avevano nel tempo elaborato per ridurli in soggezione. Ed essi stessi a non osavano esibire pubblicamente la loro ignoranza, non solo perché costretti, ma perché almeno a livello inconscio ne provavano un po’ di vergogna. Non erano armati degli strumenti tecnologici di ultima generazione che, come fece la Colt nel West, hanno reso tutti “uguali”, o almeno hanno fatto presumere a tutti di esserlo senza doversi guadagnare la nuova condizione con fatica e con impegno.

Ora, so bene che lamentazioni di questo genere si ripetono sin dai tempi dei profeti e probabilmente anche prima. Ogni progresso tecnologico, dalla scheggiatura della prima pietra all’arco, dalla fusione dei metalli alla fissione dell’atomo, è stato sempre interpretato come foriero di sciagure. E non possiamo però negare che almeno per certi versi i pessimisti ci abbiano sempre azzeccato, perché le sciagure spesso e volentieri si sono poi avverate, anche se ogni volta l’umanità ci ha messo una pezza, sia pure insanguinata.

Non voglio comunque scrivere una versione aggiornata della Canzone delle osterie di fuori porta, edulcorare un passato che appare luminoso perché filtrato dalle nebbie della nostalgia. Mi limito a prendere atto che cinquant’anni fa (diciamo, prima di Basaglia) sproloqui come quello riportato sopra avrebbero fatto immediatamente scattare il ricovero in manicomio, mentre oggi ci vengono propinati, in versioni più o meno rozze, su tutti i social, ma non solo in quelli, anche nei media “tradizionali”, e invadono addirittura gli ambienti universitari. E che spesso vanno a braccetto con gli integralismi più peregrini, dall’antispecismo al transfemminismo e ad altre analoghe corbellerie.

Il fatto è che oggi le cose sono completamente cambiate. Il rischio è ben peggiore, anche senza tirare in ballo le testate atomiche, i droni, la guerra asimmetrica. È sufficiente guardare agli sconvolgimenti della quotidianità. Oggi qualsiasi imbecille (o furfante) ha un pulpito dal quale predicare e purtroppo anche un vastissimo uditorio di suoi simili disposto ad ascoltarlo. Dispone di tecnologie sofisticate, che se usate senza filtri propalano le bufale più assurde e gli fanno presumere di attingere a verità nascoste: e con le stesse tecnologie e la stessa incoscienza a quelle bufale fa da cassa di risonanza. Intendiamoci, gli idioti e gli imbonitori c’erano anche prima, così come c’erano le sette, le conventicole, le società segrete: ed erano tutt’altro che innocui, se è vero che una congrega di credenti nella teoria della terra cava aveva potuto tenere in pugno per anni e poi distruggere mezza Europa: ma non era con quella teoria che aveva preso il potere, anzi, la sua condivisione era ristretta ad una cerchia di “eletti”, perché credo che a modo loro gli adepti un qualche pudore ad esporsi pubblicamente e ad essere considerati degli idioti lo conservassero. Di norma la licenza di imbonimento era comunque riservata solo ai rappresentanti dei poteri ufficiali, politici, economici, religiosi e culturali, che quanto a capacità di controllo e di sfruttamento dell’ignoranza sapevano il fatto loro e gestivano la direzione unica della comunicazione, dall’alto verso il basso; e almeno teoricamente questi rappresentanti dovevano essere sorretti da una preparazione specifica e ispirati da una finalità “superiore”. Soprattutto, sapevano che ci sono limiti oltre i quali conviene non spingere.

Tutto questo, dicevo, sino a ieri. Le porte di Gog e Magog sono invece state scardinate ultimamente, dalle nostre parti, prima ancora che dalle versioni più becere del berlusconismo, del grillismo e del trumpismo, proprio dai rappresentanti della “cultura alta”, che hanno messo in discussione tutto e hanno predicato per l’appunto un “relativismo culturale” da un tanto al chilo, per il quale ogni voce è autorevole quanto un’altra e ogni opinione ha diritto non solo di essere espressa, ma di essere presa in seria considerazione. Compresi la terra piatta, il grande inganno della storia e le trame dei rettiliani.

Mentre guadagniamo l’uscita l’amico mi dice, sgomento: “Ma ti rendi conto che questi hanno diritto di voto? Che possono decidere anche della nostra sorte? Ha a che fare questo con la democrazia? Non dovremmo preoccuparci?”.

Si, mi rendo conto. No, non ha a che fare con la democrazia, ma con il suo stravolgimento. E certo, sono molto preoccupato.

•     Naturalmente ci sarebbero motivi di preoccupazione che nell’immediato possono sembrare ben più gravi e condivisi. Poliziotti che uccidono invocando l’autodifesa, salvo poi emergere che erano soliti taglieggiare i pusher estorcendo loro soldi e droga; un verminaio del quale erano a conoscenza, se non direttamente partecipi, molti dei loro colleghi e dei superiori. Magistrati più arroccati nella difesa corporativa dei loro privilegi che preoccupati per le urgenze concrete della giustizia, per la scandalosa durata dei processi, per i condizionamenti ideologici delle sentenze, per l’assenteismo, per le spese inutili. Bande di minorenni che si esibiscono in aggressioni, pestaggi, e ultimamente in accoltellamenti, in branco o singolarmente (più di centocinquanta nei primi sei mesi dell’ultimo anno, e sono solo quelli passati agli orrori della cronaca per la particolare efferatezza o per gli esiti fatali).

Per non parlare poi del livello del dibattito politico. Abbiamo una destra che propugna l’accentramento del potere senza essere mai riuscita ad esprimere una classe dirigente minimamente presentabile; che ciancia di sicurezza urbana senza avere idea (e parrebbe neppure intenzione) di come liquidare le zone franche di delinquenza totalmente sottratte al controllo che si sono create negli ultimi decenni, e non solo nelle metropoli: che millanta di aver bloccato i flussi di immigrazione clandestini, e ventila ondate di rimpatri che sono tecnicamente impossibili: e che alla fin fine non sa andare oltre la richiesta di leggi più severe e di inasprimenti delle pene.

Dall’altra parte c’è una sinistra che ad ogni refolo insorge gridando all’ involuzione antidemocratica e a un nuovo avvento del fascismo; che fa assurgere a bandiera del “dissenso” chiunque per qualsiasi motivo venga a conflitto con le forze dell’ordine e abbia la peggio; che giustifica come espressioni di “rabbia sociale” i vandalismi e le aggressioni delle famigerate frange “antagoniste”. Questo senza mai avventurarsi in proposte alternative serie e concrete, né sconfessare senza troppi distinguo i combattenti di strada che fanno la guerra ai cassonetti e alla polizia. Anche di fronte al fenomeno dilagante della violenza minorile la sinistra non riesce a proporre che fumosi progetti di “educazione all’affettività” o l’introduzione di psicologi e di assistenti sociali nelle scuole (le quali in realtà non riescono a reclutare nemmeno gli insegnanti, e meno che mai a selezionare quelli idonei). Non è minimamente sfiorata dall’idea che se si ripartisse da una educazione “concreta” alle regole e al rispetto, di sé e degli altri, educazione che passa anche per l’esemplarità e la tempestività delle sanzioni ed è la premessa ad ogni altro tipo di insegnamento, qualche risultato forse lo si potrebbe ottenerlo. Se non altro le regole, a differenza dell’affetto, si possono insegnare, e tanto più quando si devono affrontare mode di importazione.

Insomma. Di motivi per non essere ottimista, caro Vittorio, ne ho a bizzeffe, anche tralasciando il fatto fondamentale che nel frattempo il mondo, inteso come sistema terra, va letteralmente in pezzi: e che a raccontarcelo è una nuova categoria di ciarlatani che gira per il paese a tenere conferenze sul clima per gettoni da diecimila euro (non la butto lì, provate a interpellare specialisti come Tozzi o Mercalli). Ma non volevo scrivere un pamphlet, solo motivare i miei scarsi entusiasmi. E testimoniare che il mio disagio quotidiano è originato anche da “percezioni” molto più sottili, ma non per questo meno emblematiche.

•     Riparto allora dal mio “particolare”. Al bar-libreria di via Bissati, in Alessandria, è ricomparso Charlie, il nostro senegalese preferito. Era sparito da qualche mese e ci stavamo chiedendo dove fosse finito. Charlie è molto regolare nello svolgimento della sua attività, che va avanti ormai da diversi anni. Arriva nel tardo pomeriggio, punta direttamente il nostro tavolo, in genere non dice una parola e allunga la mano col palmo a conca. Valuta l’offerta, a volte fa una smorfia, poi ringrazia con un cenno della testa. Con me il rapporto è un po’ più complesso, perché ha capito che non faccio elemosine, e quindi ha sempre in tasca qualche accendino di riserva.

Bene, l’altro ieri si è seduto con noi, e interrogato sul motivo dell’assenza ha raccontato di essere tornato per un paio di mesi in Africa, dalla sua famiglia. È venuto fuori che in Senegal ha una moglie e sei figli. Si è poi informato di noi, ha appreso con rammarico che Geppi ne ha solo uno, gli ha chiesto come mai e lo ha sollecitato a darsi da fare (a quanto pare, per un senegalese non è mai troppo tardi). Quando gli ho detto dei miei tre ha un po’ tentennato la testa, ma insomma, mi ha assolto. Abbiamo anche scoperto che vive a Genova, in un appartamento condiviso con quattro suoi connazionali, per il quale pagano ottocento euro mensili. Sale in Alessandria tutti i giorni, o forse ha anche qualche meta alternativa. Vive solo di quello che riesce a far su con questo sistema, ma a quanto pare riesce anche a inviare qualcosa a casa.

Credo che nella condizione di Charlie vivano in Italia decine di migliaia di altri immigrati. Non so se sia irregolare o meno, un qualche permesso di soggiorno deve pure averlo, vai a sapere per quale via ottenuto, visto che non può vantare un lavoro regolare. Ho provato ad immaginare come reagirebbe se gliene fosse offerto uno. Non credo ne sarebbe entusiasta, ma il fatto è che, realisticamente, cosa gli si potrebbe offrire? Di andare a raccogliere pomodorini per trenta euro il giorno, in nero, senza alcuna garanzia o tutela? Col sistema attuale ne mette assieme senz’altro almeno il doppio: avrebbe tutte le ragioni per rifiutare.

Perché ho raccontato questo incontro? In fondo quella del “vu cumprà” è una presenza abituale da almeno trent’anni. E nemmeno è la prima volta che approfondisco il rapporto con uno di loro, posso anzi vantare un paio di amicizie su basi ben altrimenti paritarie. Di nuovo c’è però che mi sono reso conto di dare quella di Charlie, e di tutti gli altri come lui, come una presenza scontata. Non m’infastidisce da un lato e nemmeno mi suscita dall’altro una particolare commozione. Comincio a pensare che sempre di più saranno coloro costretti a vivere in questo modo, e non necessariamente solo quelli provenienti dall’Africa o da altri continenti. Credo stia ampliandosi la fascia del lumpenproletariat straccione, emarginato, sradicato dal lavoro regolare e dedito all’accattonaggio o ad attività illegali; e che tutto ciò che sta rivoluzionando i rapporti produttivi, economici e sociali, nonché quelli culturali, in primis l’intelligenza artificiale, finirà per espellere da ogni forma di occupazione produttiva la gran parte dell’umanità, e non per liberarla ad altre attività più gratificanti e volontariamente scelte, ma per costringerla ad una esistenza di bisogno e di ricatto costante, tutt’altro che dignitosa e creativa.

D’altro canto è una rivoluzione in corso già da tempo, e il processo è molto più avanzato di quanto crediamo di poter immaginare. L’umanità non si sta avviando verso il mondo post-apocalittico di Max Mad (per ora, almeno, fatte salve ulteriori sciagurate escalation nei rapporti internazionali), ma molto più realisticamente viaggia verso una condizione di soggezione assoluta e consenziente al tecno-capitalismo trionfante: e nei disegni di quest’ultimo (sempre che ancora di disegni si possa parlare, e non di una spirale lungo la quale una tecnologia sempre più autonomizzata, sfuggita al controllo del capitale stesso, persegue ormai il proprio infinito sviluppo) l’uomo avrà solo il ruolo di consumatore coatto di prodotti sempre più inutili e sempre più “accattivanti”, e vivrà di una sorta di “reddito di specie” elargitogli dal potere (di qualsivoglia natura sarà), giusto per mantenerlo in vita e consentirgli di alimentare e perpetuare un insensato meccanismo di accumulazione fine a se stesso.

A volerla cogliere, questa modalità di “redistribuzione” è la stessa che già si sta attuando in ambito culturale: viaggia sotto le specie di tutti gli “eventi” promossi e sponsorizzati dal sistema con l’etichetta di “cultura d.o.c.”, dalle mostre con audioguida ai concerti in alta e bassa quota, fino agli onnipresenti festival della scienza, della filosofia, della storia, della letteratura, di tutto lo scibile e il commestibile, nei quali una classe intellettuale ridotta al rango di valletta mendica pateticamente un po’ di visibilità e di guadagno e asseconda il rincoglionimento delle masse, vendendo pacchettini fast food di sapere, in confezione sterilizzata e patinata, a gente incapace ormai di ragionare in proprio; ma anche sotto quelle degli spazi che si illudono antagonistici, e che in realtà sono le valvole di sfogo previste e controllate dal sistema, per offrire di se stesso un’immagine di tolleranza e creare l’illusione che esistano comunque possibilità di “resistenza attiva”. La trama della commedia è già scritta, e il copione è lasciato così abilmente “aperto” da far credere a ciascuno di esserne “protagonista”. Altro che “antagonismo”.

Bene. Ancora una volta sono riuscito a mettere troppa carne al fuoco e a esondare. Immagino allora Vittorio che scrolla la testa, si tocca le parti basse e sbotta: “Alla faccia della leggerezza! E allora? Non si parla già sino alla nausea di queste cose in quegli spottoni propagandisti che sono i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento? Ma soprattutto, a questo punto, arrivi a qualche conclusione e a qualche proposta sensata?”.

È giusto. A parte il fatto che se ne parla da un’ottica ben diversa. Comunque, dopo tutta ‘sta geremiade confesso di non essere in grado di prospettare alcuna via d’uscita, e questo giustifica ulteriormente lo spazientimento del mio amico. O meglio, volendo una via c’è, ma è letteralmente quella dell’uscita di scena. L’unica resistenza vera sta infatti nel non accettare di recitare nello spettacolo, nel rendersi il più possibile invisibili ai radar del sistema, senza attendere che sia esso ad eclissarti, e senza recriminare perché lo fa. Sta nel compiere una scelta quasi claustrale, non di abbandono del mondo, ma di riconquista di uno spazio proprio, reale, libero, alla conoscenza. Significa non stancarsi mai di studiare, non nutrirsi delle pappe precotte ma continuare a sudarsi il nutrimento intellettuale attraverso quei canali che il sistema ha reso obsoleti e ha praticamente dismesso; e farlo non in funzione di un qualche ritorno pratico, e nemmeno sperando di avvicinarci alla verità, ma per il puro piacere di farlo.

Che la rivoluzione non si farà (e che dove la si è fatta non è finita granché bene) dovremmo averlo capito da un pezzo. Ma non significa che non ci si debba comunque tenere sempre pronti. Perché l’unica vera rivoluzione possibile sta già in questo atteggiamento, e ha luogo dentro di noi.

Ora stacco. Vittorio aspetta, e conto di raggiungerlo presto in compagnia di una schiera di uomini veri, di viaggiatori e di “stravaganti” ben lontani dagli odierni “eroi” degli stadi e dei palcoscenici.

Sarà una fuga nel passato, ma non sarà assolutamente una ritirata.