Povera lingua!

di Paolo Repetto, 10 febbraio 2026

Dal lato opposto dello spogliatoio arrivano brandelli di conversazione. Sono due tizi sulla trentina, hanno parlato sino ad ora di auto, di cavalli (motore), di diavolerie elettroniche. Poi arriva lo sbraco: “Se avrei i tuoi soldi, sai cosa farei …”. Una fitta al cuore, immediata. È una deformazione professionale, davanti a tanto abominio non riesco a farmi i fatti miei. A scuola avrei minacciato il malcapitato di fustigazione sulla pubblica piazza. Qui mi limito ad apostrofare i due, rimanendo di schiena: “Se avessi, cavolo! Se avessi! Attenti ragazzi: si comincia ceffando il congiuntivo e si finisce a letto con un congiunto”. Si zittiscono. Probabilmente – anzi, sicuramente – non hanno capito nulla, ma si affrettano a rivestirsi e se ne vanno senza salutare. Immagino pensino di avere a che fare con uno svitato. Non ho volutamente spiegato nulla, perché non c’era nulla da spiegare. Non avrebbero capito comunque, perché la lingua è musica, e se non ti accorgi già dal suono di aver preso una stecca significa che non hai proprio orecchio.

(Mi è venuto però il sospetto che forse ero io a non aver capito nulla. Forse il vituperio che avevo loro predetto non li turbava più di tanto, e il mancato rispetto del congiuntivo era non un prodomo ma una conseguenza della caduta del tabù parentale.)

All’ingresso della stessa palestra, dietro il banco di quella che una volta era l’accettazione (lo è ancora, ma ora si chiama reception) ci sono sempre un paio di ragazzi o ragazze molto giovani, probabilmente pagati una ciocca, che quando passo loro davanti mi salutano: “Ciao”. Hanno l’età di mio nipote, sono apparentemente normali, anzi, danno l’idea di essere piuttosto svegli, ma ormai frequento questo luogo da quasi un anno, e ogni volta dico loro in ingresso “Buon giorno”, e all’uscita “Arrivederci”, e loro imperterriti ricambiano con “ciao”. Questo non per una confidenza indotta dalla consuetudine: mi hanno accolto così sin da subito, quando sono andato ad iscrivermi.

Da un sacco di tempo ormai ogni volta che entro in un ambiente nuovo mi sento interpellare alla seconda persona singolare. Soprattutto dai giovani, ma anche da quelli della generazione di mezzo, e persino della mia. E ogni volta provo frustrazione e fastidio. Ho continuato per tutta la vita a rivolgermi alle persone più anziane, e anche a quelle della mia età o più giovani, usando la terza persona, almeno fino a quando non si fosse sviluppata tra noi una certa familiarità. E in terza persona sono stato sempre interpellato nell’ambito del mio lavoro, dagli studenti prima, come insegnante, dai docenti in ultimo come dirigente. Ha funzionato benissimo, era un modo per definire implicitamente non delle gerarchie ma la natura reciprocamente rispettosa dei nostri rapporti. Coi nonni paterni usavo addirittura il “Voi”, visto che lo usavano essi stessi tra di loro, e mio padre e gli zii nei loro confronti.

Sentirmi salutare col “ciao” da uno sconosciuto non mi scalda il cuore, non mi illude su un aspetto giovanile che non avevo neanche a vent’anni, non mi fa sentire più partecipe, più vicino all’umanità che mi circonda. Non è questione di freddezza né di formalismi: è che non sopporto tutto ciò che nei rapporti finge condizioni di conoscenza, di intimità che in realtà non esistono. Il formalismo è semmai implicito, alla rovescia, proprio in questa pseudo-confidenza, nei baci e negli abbracci distribuiti a destra e a manca, che falsano la realtà dei rapporti stessi. Se davvero ci si vuole capire, e stabilire relazioni sociali autentiche, prima ancora di lasciare corso all’empatia e alle altre svariate “competenze” emotive che oggi vanno per la maggiore dobbiamo aver chiaro ciascuno lo spazio e la posizione da cui muoviamo. Altrimenti si creano solo ipocrisia e confusione.

Si potrebbe pensare che l’uso universale della seconda persona sia legato all’ingresso nelle nostre comunità di popoli nel cui corredo linguistico non è contemplato quello della terza; è parzialmente vero, e sin qui sarebbe comprensibile e giustificabile. In realtà dalle nostre parti è dovuto principalmente all’adozione di tattiche relazionali mirate a creare un falso effetto di familiarità, da usarsi nella promozione di prodotti o di idee. Si è trattato quindi di una “evoluzione” linguistica tutt’altro che spontanea e funzionale a migliorare i rapporti: è stata studiata a tavolino e diffusa e resa applicativa attraverso la gazzetta ufficiale dei media, dove tutti si danno del tu come avessero frequentato assieme l’asilo. Coniugare i verbi alle sole prime due persone in apparenza semplifica il discorso, in realtà lo impoverisce, perché esclude la possibilità di esistenza di diverse sfumature nel rapporto. Non avvicina “l’altro”, ma lo disperde in una moltitudine indifferenziata (che con buona pace di Toni Negri e della French Teory non è condizione “rivoluzionaria”, ma solitaria al massimo grado).

Comunque, per capire davvero cosa sta succedendo occorre risalire ancora più a monte. Perché indipendentemente dalla seconda o terza persona i verbi andrebbero coniugati: e questo ci riporta al paragrafo d’apertura, alla eliminazione dei modi, a partire da quella del congiuntivo. In questo caso però non sembra trattarsi di una strategia elaborata all’interno di un qualsivoglia disegno, ma di un impoverimento quasi spontaneo, dovuto all’arretramento dell’intelligenza umana. Tale arretramento, stante il rapporto diretto esistente tra pensiero e linguaggio, è perfettamente testimoniato dalle vicissitudini di quest’ultimo.

Il congiuntivo è il modo della soggettività, dell’incertezza, dell’opinione e del desiderio (è retto infatti da: io penso, io credo, io vorrei che …). Liquidarlo è come appiattire la linea dell’encefalogramma. Viene meno tutto il mondo delle subordinate, resta comunicabile solo la pura denotazione, né più né meno come ai primordi dello sviluppo del linguaggio. Scompare ogni margine di interpretazione, ogni condizione ottativa, rimangono solo le cose, le azioni, i dati bruti, e non la riflessione sulle cose. A ripensarci, vista da questa angolazione la faccenda, viene da sospettare che la mano di un qualche disegno esterno non sia così improbabile.

La stessa cosa è già accaduta con l’abbandono del condizionale, che ha sancito l’esclusione di possibili alternative al nostro modo di pensare e di vivere. Il condizionale, soprattutto se usato nel periodo ipotetico del terzo tipo, era il modo dell’utopia. Consentiva di supporre altri tempi, altri spazi, altre situazioni, altri tipi di azione e di reazione. Reggeva la trama di quella vita parallela che ciascuno di noi si costruisce per alleggerire la pesantezza e la monotonia di quella reale, apriva a mondi e possibilità infinite. Una lingua senza il condizionale racconta un’esistenza totalmente già determinata, nella quale non c’è margine alcuno per la scelta.

Persino l’imperativo sembra in via di estinzione, o almeno non ha più il senso di una volta. Lasciamo perdere quello categorico, che il povero Kant non avrebbe mai immaginato potesse essere così stravolto, e limitiamoci a quelli consueti, quotidiani. Si è persa completamente la consapevolezza che noi abbiamo anche dei doveri, e che il dovere non è la negazione del diritto ma il suo complemento, anzi, è ciò che garantisce il diritto a tutti e lo giustifica. Mia madre non mi avrebbe mai detto: “Potresti andare a prendere un po’ di legna?” Diceva, senza tanti giri di parole: “Vai a prendere un po’ di legna”. Anche se ero impegnato coi compiti, o più facilmente nella lettura di qualche fumetto o a giocare coi soldatini, sapevo benissimo che quella consegna non era procrastinabile. Lo sapevo perché se volevo che la pasta o il minestrone cuocessero, o che la cucina rimanesse abbastanza calda da consentirmi di studiare o di giocare, quella legna era indispensabile: non mi sentivo affatto maltrattato o costretto, anzi, ero corresponsabile del pranzo o della cena, e mangiavo con la coscienza di essermeli almeno in parte guadagnati.

Mio padre usava un’altra tattica: si coinvolgeva sempre nell’azione che ordinava, così che il verbo suonava alla prima persona plurale: ma il suo facciamo questo, prendiamo quello, andiamo là, non era un indicativo, dava per scontato che si facesse, si prendesse o si andasse. Dava l’ordine e dava l’esempio, vi ottemperava per primo: e stanti le sue condizioni fisiche[1] per me la sua non risultava un’imposizione dettata dall’esterno, ma richiamava dall’interno un imperativo morale.

Provateci oggi. Oggi se dai un ordine a un bambino chiamano il telefono azzurro, se lo dai ad un adulto ti manda a quel paese o ti denuncia. Questo non può condurre che a una totale deresponsabilizzazione: di chi l’ordine lo dà, perché sa di non averne più riconosciuta l’autorità, e di chi l’ordine lo riceve, che non è più incentivato nemmeno a metterlo in discussione, a capirne o a impugnarne le ragioni. Semplicemente se ne frega.

Potrei continuare lamentando la sorte degli articoli e degli avverbi, dei pronomi e delle preposizioni, ma non è il caso. Volevo solo sottolineare come l’inaridimento della lingua e il suo stravolgimento conducano ad esiti letali per la nostra intelligenza. E vado ad esemplificare cosa determina poi negli atteggiamenti e nei comportamenti quotidiani.

Una prima scomparsa, ampiamente documentabile, è quella dell’ironia. Se oggi servi a qualcuno una battuta sono minime le probabilità di vederti tornare la pallina. Molti non la vedono nemmeno passare, altri sospettano subito che tu voglia usarli come bersaglio. La vera ironia, quella non forzata, gioca invece sull’effetto stemperante che si ottiene nell’esprimere il contrario di quel che si pensa o si vuole comunicare. È un esercizio di elasticità mentale, che mira ad evidenziare certe assurdità o contraddizioni, a sdrammatizzare situazioni pesanti, e che naturalmente supporrebbe una analoga elasticità nell’interlocutore. Una condizione che ormai non incontri quasi più, proprio in ragione del fatto che le parole e le frasi sono ridotte alla univocità, che non viene concesso spazio alla pluralità dei significati, che è sparita la capacità critica di decodificare qualsiasi discorso.

Sull’ironia ho costruito praticamente tutto il mio lavoro di insegnante e i miei rapporti con amici e conoscenti, ma oggi mi ritrovo completamente spiazzato. Vedo interpretare come serie certe mie provocazioni palesemente scherzose, e addirittura nascerne assurdi risentimenti: atteggiamenti che a volte mi lasciano di stucco, ma al tempo stesso, come nel caso della grottesca imputazione di misoginia che spesso mi è contestata, mi spingono a insistere ancor più nel gioco delle parti che è venuto a crearsi (e confesso che la cosa non mi costa nemmeno troppa fatica). Capisco che dovrei contenermi, per evitare fraintendimenti, ma così sarei ancor meno autentico: oltretutto la mia condiscendenza sarebbe, quella si, offensiva per gli altri: e allora mi riduco a giocare solo con amici di comprovata elasticità neuronale.

Qualche tempo fa al bar ho chiesto ad uno di questi, ottimo pallettaro e notorio scrutacentesimi, che non vedevo da un pezzo, se avesse svernato ai Caraibi, e mi sono sentito rispondere che si, c’era un’offerta della Costa per croceristi a mezza pensione disposti a collaborare al servizio, e che si era praticamente pagata la vacanza col risparmio sulle spese domestiche di riscaldamento. Questa io la chiamo una risposta di rovescio secco sulla linea d’angolo: tanto di cappello. Il fatto è che un terzo astante ha preso la cosa sul serio ed è andato a raccontarla in giro via social, col risultato di farsi prendere per il sedere da una metà dei suoi contatti e di scatenare nell’altra metà una ridda di commenti sarcastici e indignati. Alla fine ha tolto il saluto a me e all’amico. (Faccio presente che il tizio non è – o non era – lo scemo del villaggio, gode – o forse godeva – di un certo prestigio, sia pure d’origine tutta economica. Ma rispetto alle sottigliezze dell’ironia è un convinto obiettore di coscienza).

A queste cose mi riferisco. Non parliamo poi dell’autoironia. Se mancano le basi lessicali e la capacità di connetterle in una struttura discorsiva corretta e coerente, essendo il linguaggio ad un tempo lo specchio e l’organizzatore del pensiero, anche quest’ultimo riesce appannato e confuso. Segnatamente poi quando oggetto della riflessione è il soggetto stesso: privato degli strumenti che potrebbero consentirgli di prendere le distanze senza drammatizzare eccessivamente, finisce per smarrire ogni capacità di mettersi scherzosamente in gioco.

Un’altra significativa scomparsa riguarda l’utopia, e questo l’avevo già anticipato. L’utopia è il sogno di ciò che non è possibile, ma è auspicabile, così come l’ironia è l’ingresso consapevole e voluto nel paradosso. L’una e l’altra rimandano a una potenzialità eccentrica del pensiero: la capacità di formulare concetti o di immaginare situazioni che non trovano posto nella realtà, o che addirittura la ribaltano. Hanno dunque una valenza tutt’altro che denotativa, e necessitano di un linguaggio complesso (ma non complicato), che offra uno spettro amplissimo di possibili combinazioni.

Senza il modo condizionale però l’utopia non esiste. E anche gli aggettivi derivati vanno usati con criterio. Se non faccio distinzione tra utopico e utopistico rischio di contraddire la connotazione positiva o negativa che vorrei dare di idee o progetti di società perfette. Se definisco utopica una società assolutamente serena e armoniosa, infatti, la colloco nello scaffale dei bei sogni coscienti di essere tali, mentre se definisco utopistici un piano concreto o un progetto specifico li etichetto e li liquido come irrealizzabili. Oggi sia il lemma originario che entrambe le aggettivazioni derivate sono invece usati sempre in una valenza negativa, sia pure con tonalità variamente sfumate. Questo ci dice che il termine, coniato originariamente per indicare l’ideale traguardo al quale andrebbe mirata ogni trasformazione politico e sociale, o per definire un parametro sul quale misurare i progressi della civiltà, è stato ristretto a designare la vanità di ogni nostro sforzo di perfezionamento o quantomeno di cambiamento. Ci dice insomma che non siamo più capaci di sognare e ci stiamo perdendo anche le parole (e i concetti che sottendono) per farlo.

Ma forse sto volando un po’ troppo alto. Forse non è necessario cercare il polso della situazione in queste sottigliezze. Il problema sta nel fatto che se è oggettivamente difficile mantenere in vita il sogno di una futura armonia sociale, lo è ancor più raccapezzarsi rispetto a quanto accade nella sin troppo reale disarmonia che ci circonda. Altro che utopia e magnifiche sorti: ciò che vedo io è che stiamo regredendo allo scatenamento degli istinti peggiori, quelli che una volta si sarebbero definiti belluini e che oggi trovano giustificazione come rabbia sociale, emersione del profondo, ritribalizzazione, rifiuto dei “valori forti” e delle “rigide convenzioni”. E non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo i black bloc, le maranze o i centri sociali: sto parlando di quella che ormai è considerata la quotidiana normalità.

Provate a partecipare ad una assemblea condominiale. Non ero più stato coinvolto in un’esperienza del genere da almeno cinquant’anni, e ne sono uscito sconvolto. Ho sentito sciorinare un campionario di costrutti sintattici che avrebbero strabiliato Piranesi ed Ensor, di anacoluti, di mancate concordanze e storpiature, di strafalcioni concettuali e grammaticali, per di più urlati e ruggiti in una babelica continua sovrapposizione di voci. Mi sono chiesto se questo mezzo secolo l’ho vissuto fuori dalla storia. Non che non avessi sentore del degrado, anzi, avevo costantemente occasioni di prenderne atto: ma ero convinto si trattasse in fondo solo di un problema di stupidità e di ignoranza, grave senz’altro, a rischio costante di overdose, ma almeno in teoria curabile con una buona prevenzione e una sollecita rieducazione. Invece non è così: non è più un problema di quantità, qui si è fatto un salto qualitativo. È questo a lasciare sconcertati. Siamo alla mutazione antropologica, che passa anche (e direi in prima battuta) attraverso la brutalizzazione e lo svilimento del linguaggio.

Quella serata mi ha spiegato Trump e Putin e tutti gli altri meglio di qualsiasi dotta dissertazione, perché era solo la versione in miniatura di quanto accade a livello di relazioni internazionali, dove è venuta meno anche l’ipocrisia comunicativa formale e ogni più insulsa e sguaiata idiozia diventa subito un “meme”. Pensavo che se non riusciamo a concordare una soluzione mentre ci piove letteralmente addosso, possiamo attenderci ben poco quando sono in ballo e si contrappongono malintesi diritti o “interessi nazionali”, branditi da mentecatti che a loro volta sono stati eletti da altri milioni di imbecilli.

Non sto andando fuori tema. Pensate che tutto questo abbia poco a vedere con lo smottamento linguistico in atto? Il livello del dibattito condominiale (che è poi tale e quale quello dei salotti televisivi, o degli “incontri al vertice”) evidenzia il contrario. Quando i duellanti hanno come sola arma il tono di voce, come sola strategia il parlare sopra gli altri, come unico argomento l’insulto, significa che hanno abdicato ad ogni potenzialità comunicativa, esplicativa e persuasiva del linguaggio.

Ma non è finita qui. Se assieme all’utopia si perde il futuro, l’impoverimento del linguaggio ci impedisce anche di effettuare una corretta manutenzione della memoria, di trarre alimento dal passato. Intanto per le ragioni già esposte, perché la memoria va oliata con il lubrificante giusto e questo è appunto rappresentato dalla complessità del pensiero, che si traduce e si esprime nella ricchezza del linguaggio, mentre oggi una comunicazione dominata dal consumo rapido di immagini finisce per imporre anche una trasmissione telegrafica dei contenuti. Poi perché per lo stesso motivo le testimonianze e le documentazioni storiche vanno disperse in un unico calderone assieme alle banalità dell’intrattenimento e ai messaggi pubblicitari e propagandistici, dei quali condividono i tempi e spesso mutuano purtroppo anche i modi, compresa la povertà linguistica e la ricerca dell’effetto sensazionalistico; così da guadagnarsi alla fine la stessa scarsa attenzione e da attestarsi allo stesso infimo livello di credibilità.

Insomma, per non tirarla troppo in lungo: non voglio addentrarmi nella contrapposizione generazionale, nello scambio reciproco di accuse tra gli anziani e i giovani. È una costante storica, si ripropone da millenni, anche se indubbiamente negli ultimi tempi ha trovato più occasioni di esprimersi e una maggiore visibilità. Nemmeno credo di aggrapparmi a nostalgie puriste, di dare voce al rifiuto di chi non sa stare al passo coi tempi. Semmai è piuttosto la lucidità consentita a chi i tempi del mutamento li ha vissuti tutti da dentro, e sa che quello del linguaggio è la prima spia di una riorganizzazione ben più profonda delle forme del potere. D’altro canto, lo aveva già visto e raccontato benissimo Orwell.

La neolingua immaginata da Orwell non è semplicemente uno strumento espressivo “altro”, che adotta strutture linguistiche e forme lessicali più adatte a esprimere una nuova visione del mondo e a svecchiare le abitudini mentali. È un vero e proprio strumento repressivo, nel senso che rende impossibile l’elaborazione di ogni altra forma di pensiero, e annulla ogni libertà di coscienza. Per ottenere questi effetti si costruisce un lessico che definirei “palindromo”, per cui ogni termine può essere letto in due significati diametralmente opposti (questa è la base del bispensiero): ciò che dà la possibilità a chi detiene il potere di imporre di volta in volta l’interpretazione a lui più favorevole. Al tempo stesso si semplifica il lessico di base introducendo locuzioni che indicano tanto un’azione quanto l’oggetto dell’azione, eliminando le forme irregolari e uniformando le regole per la formulazione dei plurali (i per tutti i maschili ed e per tutti i femminili) o delle forme verbali, liquidando per ogni termine rimasto in adozione tutti i sinonimi, creando attraverso le abbreviazioni delle parole composte (un po’ come nella lingua tedesca, non a caso) che riassumano significati complessi.

L’obiettivo della neolingua è in sostanza quello di ridurre ogni discorso ad una serie di suoni deprivati di ogni significato, che non abbiano relazione con una attività cerebrale: ad un “ocoparlare” che coinvolga solo le corde vocali, come lo starnazzare delle oche. Di impedire cioè la formulazione di un qualunque pensiero contrario ai principi dettati dal potere, di qualsiasi affermazione sovversiva, per il semplice fatto che non esistono più gli strumenti per farlo, e soprattutto quelli per darne una motivazione.

Ci sarebbe moltissimo ancora da aggiungere, a partire ad esempio, da come l’inglese, candidato a diventare (e già di fatto investito del ruolo) il passepartout linguistico per tutto il globo, non sia più quello di Stevenson e dello stesso Orwell, ma si sia inaridito a linguaggio puramente strumentale e denotativo (il basic english), adatto a tutti i palati e alla facile digestione delle pappine omogeneizzate, ma inidoneo a trasmettere segnali pur flebili di intelligenza. Ma ho già debordato sin troppo, e vado a stringere.

Mi pare che oggi ci stiamo avvicinando di gran carriera ai risultati cui la neolingua mirava, e senza neppure più che il grande fratello abbia bisogno di incarnarsi in qualche figura dispotica. Anzi, per certi versi li abbiamo già superati, e almeno in apparenza facendo tutto da soli. Siamo smarriti nella nostra lingua, che ci sta diventando da un lato estranea, dall’altro sin troppo familiare, nel senso che a furia di semplificazioni si è ridotta a un lessico elementare che non attiva più alcun lavorio cerebrale. Siamo al punto che per comunicare (ma che cosa?) non è più necessario né articolare parole né scriverle. L’intelligenza artificiale e chi la controlla ci risparmiano anche questo. Dobbiamo solo scegliere tra i simpatici (!) pittogrammi (gli emoticon o emoji) che ci vengono proposti.

Temo allora che se un barlume di utopia, un briciolo di memoria e un velo di ironia vorremo conservarceli dovremo tornare su questi argomenti il più spesso possibile, pur nella consapevolezza che si tratta di battaglie di retroguardia, di resistenze destinate a spegnersi assieme a noi, nativi pretelevisivi, nel giro di pochi anni.

Per ora tuttavia, dal momento che ancora ci è consentito camminare fuori pista, arrivederci a tutti.


[1] Vedi Su una gamba sola.

La casetta in Canadà (con l’accento)

di Paolo Repetto, 24 gennaio 2026

Anni fa mio cugino, quasi un fratello minore adottivo, dopo un paio di viaggi in Canada aveva seriamente meditato di trasferirsi oltreoceano, preferibilmente nel Quebec. All’epoca ne abbiamo parlato molto: conosceva bene il mio entusiasmo giovanile per i romanzi di James Oliver Curwood e prima ancora per le avventure oltreconfine di Tex (quelle con Gros-Jean), nonché quello tuttora vivo per Il grande cielo e per i film con le giubbe rosse. Quindi ero l’interlocutore ideale. Naturalmente un po’ lo invidiavo, anzi, gli invidiavo già il fatto di poter coltivare quel sogno (conoscendolo, mi direbbe subito: perché? cosa impediva a te di farci un pensiero?), e un po’ anche mi spiaceva, perché significava che ci saremmo visti molto meno – cosa che poi è avvenuta comunque. Era già andato in esplorazione e aveva individuata una casa dai requisiti fantastici: vicina ad un lago, in mezzo a una foresta, isolata. Come quella di Thoreau. Solo che quella di Thoreau era a due chilometri dal primo villaggio, mentre quella adocchiata da mio cugino ne distava cinquanta dal primo insediamento umano, che come isolamento è un po’ pesante. Le circostanze hanno poi fatto svanire il sogno, e del Canada non si è più parlato. Un vero peccato.

È stato un peccato perché oggi quella casa sarebbe tornata utilissima. Avrebbe potuto fornirci il punto d’appoggio per scegliere come Foscolo l’esilio volontario. Dopo aver letto il discorso pronunciato dal primo ministro canadese a Davos (vedi Appendice) mi sono convinto che l’unico paese in cui varrebbe la pena vivere sia quello che elegge a guidarlo un uomo di quella tempra. Stiamo lì a cianciare e dibattere se esista una tradizione occidentale, e in cosa consista, e se valga la pena salvaguardarla: eccola, la tradizione occidentale vera, quella di cui dovremmo andare orgogliosi. Non dico che lo stile sia quello di Demostene o di Cicerone, ma il piglio e la capacità di andare dritto all’argomento mi hanno ricordato proprio le loro orazioni.

Intendiamoci: in quello che Mark Carney ha detto non c’è nulla di rivoluzionario o di particolarmente eclatante. È un discorso onesto, pronunciato tenendo i piedi per terra, senza drammatizzare e concedere nulla alla retorica, senza sciorinare slogan o produrre elenchi di lamentazioni. E proprio questo ne fa qualcosa di diverso, di inusitato rispetto alle logore e ipocrite litanie politiche cui siamo abituati. C’è papale papale la presa d’atto di una realtà di cui tutti sono consapevoli ma con la quale nessuno osa confrontarsi, e la dichiarazione semplice e chiara che a quella realtà non ci si deve passivamente rassegnare. C’è anche l’indicazione di quella che potrebbe essere l’unica realistica e onorevole via d’uscita, che passa per l’orditura di una nuova e diversa rete di rapporti internazionali. C’è. soprattutto, un senso della dignità nazionale che è tutt’altro che nazionalismo, un richiamo alla fierezza di un popolo che è ben lontano dal populismo.

Poi, è chiaro, Carney parla in primo luogo di interessi, di economia, di strangolamenti e di prevaricazioni che stanno snaturando il gioco del mercato globale. Ma dice che chi prevarica può farlo solo se i prevaricati non sono capaci, non hanno il coraggio di un gesto di ribellione. Quindi in realtà esce dalle considerazioni puramente economicistiche per approdare a un discorso di dignità, oltre che di necessità. Non parla di guerra al capitalismo, e neanche di stravolgere le logiche dominanti del mercato: anzi, sono proprio quelle logiche che vuole difendere. Ma in quello specifico contesto e nella particolare situazione che il mondo sta vivendo le sue parole assumono ben altro significato. Non importa se sia esattamente quello che vuol dire, dovremmo imparare a darglielo noi un senso, e la forma del messaggio apre proprio a questo.

Io ad esempio ho voluto leggere soprattutto tra le righe, e non era difficile, perché il discorso implicito era perfettamente in continuità con quello in chiaro. Mentre leggevo mi veniva in mente l’Orwell di 1984: “Vivere nella menzogna. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello (n.d.r.: si riferisce ad un saggio di Vaclav Hael), l’illusione comincia a incrinarsi.

Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi”. Sostituite i negozianti con gli stati e avrete la realtà dell’attuale “ordine” mondiale.

Da un anno stiamo assistendo allo spettacolo indecoroso di capi di stato umiliati e svillaneggiati, di altri che, usando il linguaggio raffinato del presidente dello stato più forte al mondo, fanno la coda per baciargli il culo, di autocrati che minacciano e inverano l’apologo esopiano del lupo e dell’agnello: e assistiamo a quello ancora più squallido di un occidente non a stelle e strisce che tentenna, che esita, che si ritrae e litiga come i capponi di Renzo, senza mostrare mai un briciolo di dignità, senza mai raddrizzare la schiena.

Ma il parallelismo è ancora più forte, perché stiamo andando (o ci siamo già dentro) verso uno scenario che vedrebbe divisa la terra tra tre grandi potenze totalitarie, gli USA, la Cina e la Russia, come nel mondo di Orwell lo era tra l’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia, impegnate in una perenne finzione di conflitto tra loro, mentre il vero scopo è quello di esercitare sulla società un controllo totale.

Insomma, in poco più di duemila parole Carney ha fotografato lucidamente l’attuale situazione. È in corso “la spaccatura nell’ordine mondiale, la fine di una bella storia e l’inizio di una realtà brutale”. A qualcuno senza dubbio un esordio del genere non piacerà, non sarà d’accordo sul fatto che si trattasse di “una bella storia”, non gli aggraderanno l’inquadratura, il taglio, la prospettiva, il contrasto, tutto quel che cavolo si vuole, ma non si può negare che quella da lui descritta sia la situazione reale, e che se anche tutti (o quasi) bene o male ne eravamo consapevoli da un pezzo nessuno, a livello di poteri decisionali, lo aveva mai detto così chiaramente.

Il premier canadese non ha solo messo a nudo i nuovi imperatori che sfilano sul tappeto rosso, ma senza troppi giri di parole ha denunciato quanto fosse fasullo il set sul quale si stava recitando: “Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa […] che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima […] che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”.

Cose scontate, indubbiamente: ma meno scontato è ciò che segue: “Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza. Ebbene, non sarà così”.

Leggere le sue parole mi ha un po’ riappacificato col mondo: se non altro ospita ancora qualcuno capace di dare un taglio alle ipocrisie e parlare chiaro. Meno bene mi ha fatto invece constatare le reazioni. Anzi, la mancanza totale di reazioni. Avrebbe dovuto accadere quello che avviene nei film anni Trenta di Frack Capra, quelli con James Stewart, nei quali tutto il consesso si alza in piedi e tributa un’ovazione a chi semplicemente ha detto una volta tanto la verità. Invece nulla. L’applauso c’è stato, ma sembrava più rivolto all’eleganza dell’oratore che alle sue parole. Poi tutti si sono riseduti, i forti con un sorrisino ironico sulle labbra, annuendo come a dire: Si, va bene, ma adesso torniamo a parlare di cose serie, i deboli riprendendo a tessere le loro meschine manovre per ingraziarsi i forti. Trump si è fatto tradurre il discorso, perché il linguaggio usato da Carney proprio non lo capisce, come tutto il resto d’altronde: e dubito l’abbia capito anche dopo.

Purtroppo non è l’unico. Basta guardare alle reazioni in Italia. Certo, ho letto elogi, un sacco di gente che dice “che bravo!”, ma nessuno che provi a trarne delle conseguenze serie: e cioè, “sta parlando anche a me”. Le parole di Carney sono già state archiviate, salvo che da coloro che hanno sempre alzato il dito del “però …”. Da noi se qualcuno ha provato a dire cose simili, magari con molto minore eleganza e icasticità (penso ad esempio a un Calenda, per fare un nome che sono sicuro non piacerà a nessuno) è stato immediatamente sbeffeggiato dagli innumerevoli Travagli d’ordinanza, reso macchietta dalla pseudo satira di un Crozza che ormai fa solo l’imitazione di se stesso (e gli riesce anche male), accusato dalle maddalene delle flottiglie turistiche, silenziato da una sinistra che non sa dove stare e meno che mai in che direzione andare, e da una destra divisa tra gli amiconi di Putin e di Kim Jong-un e le nipotine obbedienti di Trump.

Carney ha detto: “Vogliamo essere insieme guidati da principi e essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori”. Ecco ragazzi, Avremo poi modo di discutere, se un “poi” ci sarà, di cosa si debba intendere per “realismo basato sui valori”. Per intanto non sarebbe male cominciare a difenderli convintamente quei valori, garantirci almeno la possibilità di continuare a discuterli.

Dovremmo dunque concentrarci sulla parte finale del discorso, quella che lo riassume tutto e che lo proietta ben oltre la dimensione di una guerra economica. “Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. […] I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme […]. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.

Ho già capito che i canadesi rischiano di percorrerla da soli. Gli altri sembrano mestamente incamminati ciascuno su sentieri diversi. Spero almeno vergognandosi. Ma ormai, anche in questo ci spero poco.

Devo quindi chiamare mio cugino e chiedergli se ancora ha dei contatti. Col francese me la cavo discretamente, devo solo riprendere un po’ l’inglese.

Appendice

Discorso pronunciato il 22 gennaio 2026 da Mark Carney, primo ministro del Canada, al World Economic Forum di Davos

Oggi parlerò della spaccatura nell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli.

Ma vi dico anche che altri Paesi, in particolare le potenze medie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà.

Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze — che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.

E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza.

Ebbene, non sarà così. Quali sono dunque le nostre opzioni?

Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere, nel quale poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a reggersi?

E la sua risposta iniziava con un droghiere.

Ogni mattina il negoziante appende nella vetrina un cartello: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi.

Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi.

Amici, è tempo che aziende e Paesi tolgano i loro cartelli.

Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione.

Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa. Che i più forti si sarebbero svincolati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

Questa finzione è stata utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito in molti modi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e strutture per risolvere le dispute.

Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e, in larga parte, evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà.

Ma questo patto oggi non funziona più.

Lasciatemi essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi due decenni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Recentemente, le grandi potenze hanno cominciato a usare l’integrazione economica come arma. Le tariffe come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.

Non puoi “vivere nella menzogna” di un vantaggio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della tua subordinazione.

Le istituzioni multilaterali su cui le potenze medie facevano affidamento – l’Omc, l’Onu, le conferenze sul clima, l’intera architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.

Di conseguenza, molti Paesi stanno traendo la stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Ed è un impulso comprensibile.

Questa spinta è comprensibile. Un Paese che non riesce a nutrirsi, a rifornirsi di energia o a difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono, devi proteggerti da solo.

Ma siamo realistici su dove questo ci porta. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire liberamente il loro potere e i loro interessi, i benefici del transazionalismo diventeranno più difficili da replicare.

Gli alleati si diversificheranno per coprire i rischi. Investiranno in assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce sovranità – una sovranità che una volta si fondava sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

Come ho detto, questo classico approccio di gestione del rischio comporta un costo. Ma quel costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Investimenti collettivi nella resilienza sono più economici di ognuno che costruisce la propria fortezza.

Gli standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono un gioco a somma positiva.

La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà – dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti – o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.

Il Canada è stato tra i primi a sentire questo allarme, portandoci a cambiare fondamentalmente la nostra postura strategica.

I canadesi sanno che la nostra vecchia e comoda supposizione secondo cui la nostra geografia e l’appartenenza alle alleanze conferivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. La nostra nuova visione si basa su ciò che Alexander Stubb ha definito «realismo basato sui valori». In altre parole, vogliamo essere insieme guidati da principi e essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori.

Per questo ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, senza aspettare un mondo che vorremmo fosse.

Stiamo calibrando le nostre relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori, e stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità del mondo attuale, i rischi che comporta e le poste in gioco di ciò che verrà.

E non ci affidiamo più solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.

Da quando il mio governo è entrato in carica:

  • abbiamo tagliato le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti aziendali;
  • abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale;
  • stiamo accelerando trilioni di dollari di investimenti in energia, AI, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e oltre.

Stiamo raddoppiando la nostra spesa per la difesa entro il 2030 in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali.

Stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Unione Europea, includendo l’adesione a Safe, gli accordi europei di approvvigionamento per la difesa. Abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti negli ultimi sei mesi. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar e stiamo negoziando patti di libero scambio con India, Asean, Thailandia, Filippine e Mercosur.

Per contribuire a risolvere problemi globali, stiamo perseguendo una “geometria variabile” – diverse coalizioni per diverse questioni, basate su valori e interessi condivisi.

Sul fronte dell’Ucraina, siamo membri chiave della Coalizione dei Volenterosi e uno dei più grandi contributori pro capite alla sua difesa e alla sicurezza.

Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia.

Il nostro impegno verso l’Articolo 5 della Nato è incrollabile. Per questo lavoriamo con i nostri alleati, inclusi i Paesi nordico-baltici, per rafforzare i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, aerei e presenza militare sul terreno — sul ghiaccio.

Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere i nostri obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.

Sul commercio multilaterale, sosteniamo la creazione di un ponte tra il partenariato transpacifico e l’Unione europea, che darebbe vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone sui minerali critici. Stiamo creando “club di acquirenti” ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le forniture concentrate. E sull’intelligenza artificiale cooperiamo con le democrazie affini per evitare di dover scegliere tra egemoni e hyperscaler.

Questo non è un multilateralismo ingenuo, né si tratta di fare affidamento su istituzioni indebolite. Si tratta di costruire le coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune da agire insieme – in alcuni casi, la maggioranza delle nazioni.

E stiamo creando una fitta rete di connessioni attraverso commercio, investimenti e cultura su cui possiamo contare per le sfide e le opportunità future.

Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù.

Le grandi potenze possono permettersi di fare da sole. Hanno la forza del mercato, la capacità militare, la leva per dettare i termini. Le potenze medie no. Quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.

Questa non è sovranità. È la recita della sovranità accettando la subordinazione.

In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte se sceglieremo di esercitarlo insieme.

E questo mi riporta a Havel. Che cosa significa, per le potenze medie, vivere nella verità?

Anzitutto significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per ciò che è: un sistema di rivalità crescente tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.

Significa agire con coerenza, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stiamo ancora tenendo il cartello in vetrina.

Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto e ridurre le leve che consentono la coercizione.

Questo vuol dire costruire un’economia domestica forte. Dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo.

E la diversificazione internazionale non è solo prudenza economica: è il fondamento materiale di una politica estera onesta, perché i paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. In altre parole, abbiamo capitale e talento. Abbiamo anche un governo con una grande capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo valori a cui molti aspirano.

E abbiamo i valori a cui molti aspirano.

Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro “spazio pubblico” è vivace, diversificato e libero. I canadesi restano impegnati per la sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo tutt’altro che stabile – un partner che costruisce e valorizza relazioni a lungo termine.

E abbiamo qualcosa in più: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.

Capiamo che questa rottura richiede più dell’adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.

Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.

Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questa è la missione delle potenze medie, che hanno di più da perdere da un mondo di fortezze e di più da guadagnare da un mondo di cooperazione genuina.

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.