La strada meno battuta

di Marco Moraschi, 28 gennaio 2026 [1]

Due strade divergevano in un bosco ed io – io presi la meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza.
Robert Frost

Steve Jobs diceva che decidere che cosa non fare è importante tanto quanto decidere che cosa fare. Nel suo celebre discorso a Stanford del 2005, ci ricorda l’importanza di seguire il nostro cuore e il nostro istinto, perché in qualche modo sanno già qual è il percorso giusto per noi. Non bisogna lasciarsi paralizzare dalla paura del contraddittorio o dal timore che le nostre scelte possano non essere comprese da tutti.

Tuttavia, questo non significa essere sordi ai feedback altrui o procedere con testardaggine. Al contrario, ascoltare le opinioni degli altri, valutare i loro punti di vista e fare tesoro delle loro osservazioni è fondamentale per una crescita autentica. La saggezza sta nel saper distinguere tra i consigli che ci aiutano a migliorare e le resistenze che nascono dalla paura del cambiamento o dalla difesa dello status quo. Non si può sempre piacere a tutti, e forse va bene così. Questa consapevolezza libera da un peso enorme e permette di concentrarsi su ciò che conta davvero: essere autentici e coerenti con i propri valori, pur rimanendo aperti al dialogo e alla crescita.

Il lavoro definisce una parte considerevole della nostra giornata e del nostro tempo, contribuendo quindi a definire una buona parte di ciò che siamo. Non è certamente vero che noi siamo il nostro lavoro, ma il nostro lavoro plasma inevitabilmente una porzione significativa della nostra identità. Per questo motivo, è fondamentale che il nostro lavoro ci dia soddisfazione e che sia allineato con i nostri valori più profondi.

Quando ci accorgiamo che i nostri valori non coincidono più con quelli dell’ambiente in cui operiamo, è naturale sentire il bisogno di ridefinire il proprio percorso, per evitare circoli viziosi di spegnimento emotivo e professionale.

Questo non rappresenta un disprezzo verso chi fa scelte diverse o verso chi trova il proprio equilibrio in contesti che privilegiano la stabilità. Ciò che davvero conta non è il tipo di ambiente in cui si opera, ma l’atteggiamento mentale con cui ci si approccia al lavoro e alla vita. In questo percorso di crescita personale e professionale, non sono solo i contesti favorevoli o i buoni esempi a plasmare il nostro atteggiamento: spesso anche ciò che percepiamo come negativo diventa occasione di apprendimento. E quindi ecco che a volte, paradossalmente, anche le esperienze negative diventano formative. Osservare comportamenti che non condividiamo può aiutarci a definire chi non vogliamo diventare. È utile trovare modelli da cui distaccarsi, oltre che modelli da seguire.

Tempo fa ho sentito una riflessione attribuita a diversi pensatori, ma che ho sentito citare per la prima volta da Piergiorgio Odifreddi:

C’è una fase in cui l’uomo è giovane, vede che il mondo è diverso da sé, e cerca di cambiare il mondo. Poi l’uomo cresce, diventa adulto, vede che il mondo è diverso da sé, e cerca di cambiare sé stesso. Quando l’uomo diventa saggio, vede che il mondo è diverso da sé, che lui è diverso dal mondo, e va bene così.

Nonostante i miei trent’anni, mi riconosco ancora nella prima fase: quella in cui si ha voglia di cambiare il mondo perché lo si vede diverso da sé. Ma forse questa fase non dovrebbe essere vista come un limite dell’età giovanile, bensì come una risorsa da preservare. Perché è proprio in questa tensione verso il cambiamento che si annida la capacità di innovare, di non accontentarsi, di cercare sempre soluzioni migliori. È la stessa energia che ci spinge a mantenere una mentalità aperta alla scoperta, al cambiamento, alla messa in discussione. La capacità di non pensare mai di essere la persona più intelligente nella stanza, ma di credere che dagli altri ci sia sempre qualcosa da imparare.

La crescita, il progresso, il miglioramento delle cose sono impossibili restando fermi, anche perché niente intorno a noi resta fermo. Tutto cambia in continuazione, e quindi ci sono opportunità e scelte che possono farci fare molta strada se siamo disposti a fare un passo in una direzione nuova.” – Francesco Costa

Questa riflessione racchiude una verità che molti professionisti imparano a riconoscere: il paradosso di chi vive il lavoro come progetto di crescita, ma si trova talvolta a dover navigare la tensione tra innovazione e stabilità.

C’è una dinamica interessante che emerge in molti contesti organizzativi: quella che potremmo chiamare la sindrome del “va bene così”. Non è necessariamente frutto di pigrizia o mancanza di competenze, né rappresenta sempre una scelta sbagliata. Spesso è il risultato di equilibri complessi, di vincoli strutturali o di priorità diverse da quelle puramente innovative. È la naturale tendenza a preservare ciò che funziona, anche quando potrebbe funzionare meglio.

Il rischio emerge quando questa logica diventa predominante: quando ci si abitua a convivere con inefficienze che potrebbero essere risolte, quando si rimandano decisioni che potrebbero portare miglioramenti significativi, quando si sente ripetere “abbiamo sempre fatto così” come risposta automatica a ogni proposta di cambiamento. In questi casi, quello che inizia come prudenza può trasformarsi in inerzia.

La sfida sta nel riconoscere quando la stabilità smette di essere una risorsa per diventare un limite. Quando l’equilibrio, da punto di partenza per costruire qualcosa di migliore, diventa il fine ultimo. Perché mentre si resta fermi, il mondo intorno a noi continua a evolvere, e ciò che oggi appare solido potrebbe rivelarsi fragile domani.

In netto contrasto con questo atteggiamento, esiste una convinzione che può guidare il modo di lavorare e di essere: l’eccellenza è un’abitudine che va coltivata ogni giorno. Non è una vetta da raggiungere una volta per tutte, ma un cammino fatto di tensione quotidiana, di attenzione ai dettagli, di intenzionalità.

Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto, ma un’abitudine.” – Aristotele

È una scelta, non un talento raro. È un processo, non un risultato isolato. Non serve essere straordinari: serve essere presenti, costanti, esigenti con sé stessi anche quando nessuno guarda.

Il vero nemico non è l’incapacità, ma la comfort zone. Una zona grigia che ci fa sentire al sicuro, ma che lentamente ci anestetizza. Ci fa smettere di porci domande, ci fa razionalizzare il disimpegno come equilibrio, ci fa vivere di automatismi. Lì dentro, l’eccellenza si dissolve nell’abitudine. E il peggio è che tutto questo accade lentamente, senza scosse. A poco a poco, ci accontentiamo. Smettiamo di chiederci “potrei farlo meglio?”, e iniziamo a pensare solo a come “non farlo peggio”.

In questo quadro, il cambiamento diventa centrale. E, al tempo stesso, il primo ostacolo. Perché cambiare è scomodo e rischioso, richiede energia, coraggio, visione. Eppure, è l’unico modo per non restare intrappolati in uno status quo che col tempo diventa sempre meno allineato alla realtà. Cambiare non significa necessariamente stravolgere tutto. A volte basta iniziare a mettere in discussione. Guardare con occhi nuovi quello che si è sempre fatto. Accettare che una pratica consolidata possa non essere più efficace. Avere il coraggio di agire anche senza garanzie immediate. Come ci invita a fare Francesco Costa, possiamo guardare al cambiamento non con paura, ma con “la curiosità della scoperta” e con “la fiducia che il nuovo status quo non sia soltanto nuovo, ma anche migliore”.

In un mondo che evolve rapidamente – dove le competenze invecchiano in pochi anni, dove i modelli organizzativi si rinnovano, dove la complessità aumenta – l’eccellenza non è solo un valore, ma una strategia di sopravvivenza consapevole. Non basta più saper fare il proprio mestiere: serve farlo con attenzione, adattabilità e spirito critico. Chi coltiva l’eccellenza non rincorre il cambiamento: lo anticipa.

L’eccellenza è spesso invisibile agli altri, ma è visibile a noi stessi. E ha un impatto profondo sulla qualità della nostra esistenza e del nostro contributo al mondo. Ogni giorno abbiamo davanti a noi una scelta. Possiamo restare nella zona conosciuta, oppure inserire una micro-dose di sfida quotidiana. Possiamo vivere con intenzionalità o lasciarci vivere dalle abitudini. Possiamo accontentarci della sopravvivenza oppure scegliere la crescita.

Ed è proprio qui che tutto si gioca: nella consapevolezza che l’eccellenza non è un ideale astratto, ma una forma di rispetto. Per noi stessi, per il nostro tempo, per il lavoro che facciamo e per chi lo riceve. Non credo nell’eccellenza come perfezione. Coltivarla – una scelta alla volta, un giorno alla volta – può però rappresentare il modo più autentico per restare vivi.

La strada meno battuta di cui parlava Robert Frost non è necessariamente la più difficile. È semplicemente quella più autentica per chi la percorre. È la strada di chi ha il coraggio di ascoltare il proprio istinto, di non accontentarsi della mediocrità, di credere che si possa sempre fare meglio. È la strada di chi sceglie di crescere, anche quando questo significa non piacere a tutti. Anche quando questo significa lasciare la comfort zone. Anche quando questo significa cambiare. Perché alla fine, come ci ricordava Steve Jobs, i puntini si allineeranno. E avremo fatto la differenza.


[1] Pubblicato sul blog il 21 agosto 2025.

Andai nei boschi e … inciampai

di Fabrizio Rinaldi, 20 giugno 2021

C’è in tutti noi un limite alla tolleranza, superato il quale c’è chi spara, chi sbraita, chi fa finta di nulla e tira dritto divenendo indifferente: e poi c’è chi scrive. In questo ultimo caso non lo si fa per trovare altri che la pensino al nostro stesso modo, o per convincerli a farlo, ma per non sparare o per non mettersi a urlare. Io il limite l’ho toccato leggendo una frase semplicissima, apparentemente innocente, che recensiva l’ennesimo libro-fotocopia di Tiziano Fratus sugli alberi: “Venite a camminare nei boschi, le foglie vi insegneranno saggezza”. A quanto pare ho soglie di tolleranza basse.

Le foglie vi insegneranno la saggezza! No, non ne posso più dei professionisti della fitness naturistica, di chi celebra le proprietà salvifiche dello stare nei boschi, di chi propina cure antidepressive basate sul vivere nel verde, di chi crede al potere rigenerante dell’abitare nelle campagne, e lo fa dal teleschermo o ingolfando le librerie.

Io in mezzo alla natura ci vivo da sempre. Sono nato e cresciuto fra le colline dell’ovadese, sin da piccolo ho rastrellato campi, zappato l’orto, vendemmiato, sfrondato rami e sistemato balle di fieno nella cascina dei nonni. Divenuto adulto, ho finito per fare altro di mestiere, ma ho perseverato nel vivere in campagna piuttosto che in città, proprio per gli indubbi vantaggi di tranquillità, benessere e, non ultimo, di un costo della vita più vicino alle mie possibilità.

Un po’ dunque la campagna la conosco, e so per esperienza che queste cose sono in parte vere. So anche, questo per un po’ di semplice buon senso, che l’essere umano nella natura ci sta a suo agio da sempre (senza che qualche sapientone glielo spieghi), e so persino che ciò è possibile, tra l’altro, per la presenza nel sottobosco, nell’orto e un po’ ovunque nell’habitat naturale, del batterio Mycobacterium vaccae che, attivando il rilascio di serotonina, riduce l’ansia e favorisce il rafforzamento del sistema immunitario.

Ci vivo, ma non sono più saggio di chi abita nella metropoli solo perché distinguo l’acero dal pino. Le foglie rastrellate in autunno non mi hanno mai svelato il vero significato della nostra effimera esistenza. Sarò insensibile ai poteri sapienziali dell’ambiente naturale (che poi di “naturale” non ha più nulla) ma, pur riconoscendo i privilegi dello stare qui piuttosto che a Marghera o a Rovereto, non ne ignoro i costi in fatica fisica e scomodità.

Quindi mi sento in diritto di dire la mia. Che non è poi solo la mia. Se proviamo a domandare a chiunque viva di prodotti agricoli – ma “viva” davvero di questo e non sia un millantatore –, dirà che sì, vivere nel verde è delizioso, ma anche che “la terra è bassa”. Che cioè per ripagarti con uno stipendio appena appena dignitoso ti chiede una gran fatica. È bello vedere ex-direttori di banca o rampolli di buona famiglia che si reinventano come imprenditori agricoli di successo: sarebbe però interessante anche capire di quali risorse, e relazioni, hanno potuto disporre, e soprattutto se tutto questo ha ancora davvero a che fare col vivere nella natura.

Andai nei boschi e inciampai (3)Perché anche già soltanto a viverci, nella natura, è fatica. Dopo una nevicata, anziché fermarmi a rimirare romanticamente il paesaggio innevato, se voglio raggiungere il posto di lavoro in tempo o accompagnare le bimbe a scuola devo armarmi di pazienza, pala, turbina e … spalare, senza contare troppo su aiuti esterni. Arrivata la primavera è necessario porre rimedio agli effetti di neve, acquazzoni, frane e altre amenità più o meno naturali, andando a tagliare gli alberi stroncati dalle gelate e dal peso dei fiocchi, a liberare i fossi, a ripristinare il muretto di contenimento e così via.

Ci sono poi i disagi nei rapporti col “mondo esterno”, quello che sta là fuori. Ad esempio, la reale velocità di internet che posso raggiungere qui: di vedere l’ultima serie su Netflix certamente me lo scordo (non che mi interessi particolarmente, però ogni tanto un film …), ed è già un miracolo che le mie figlie siano riuscite a seguire le lezioni in DAD durante la pandemia, tra continue interruzioni di rete e voli funambolici dalla connessione della saponetta internet di casa all’hotspot del cellulare.

Le distanze per fare acquisti, necessari e superflui che siano, sono oggettivamente irrisorie. Ciò che non trovo qui vicino posso facilmente trovarlo, ordinarlo e averlo in pochissimi giorni attraverso Amazon. Ma se voglio andare oltre il facile acquisto e visitare ad esempio una mostra devo spostarmi di almeno 30-50 km. Per capirci: in questi giorni è uscito un documentario intitolato “Paolo Cognetti. Sogni di grande nord”, che mi intrigava molto: ci ho rinunciato, perché lo proiettavano solamente per pochissimi giorni, e solo in alcuni cinema di Genova e di Cuneo. Non proprio a due passi.

Peccato, perché prometteva bene: l’autore di “Le otto montagne” e il suo amico Nicola Magrin (bravo illustratore dei libri di Rigoni Stern, Levi, Terzani e molti altri) raccontano il loro viaggio a piedi in Alaska, citando la gran parte degli scrittori di viaggi e natura a me cari. Potrà sembrare una piccola rinuncia, ma io ci tenevo molto. Per un motivo molto semplice.

L’aver letto i moltissimi autori che dal Romanticismo in poi hanno trovato negli spazi naturali la loro ispirazione mi aiuta ad accettare i disagi e le fatiche dello stare qui. È confortante sapere che personaggi del calibro di London, Kerouac, Chatwin (beh, lui no: si sa che era refrattario allo sforzo), Thoreau, Emerson, Frost, Krakauer e gli italiani Calvino, Pavese, Rigoni Stern, Camanni, hanno provato la fatica dello stare in natura. A ragion veduta Leopardi scriveva: “O natura, o natura / perché non rendi poi / quel che prometti allor? Perché di tanto / inganni i figli tuoi?” (da “A Silvia”).

Mentre metto via la legna per l’inverno penso al “vecio” Rigoni intento a fare altrettanto. Quando squarcio la neve per raggiungere l’auto che ho lasciato prudentemente in cima alla salita lo faccio meglio se rivado ad una situazione simile raccontata nei fumetti di Ken Parker. Se grondo sudore a zappare mi viene in mente ciò che fece Thoreau nei primi mesi del suo isolamento: non lesse, ma piantò fagioli.

La cosa funziona: nel senso che se condivisi con i miei eroi anche i gesti più banali, i lavori più ripetitivi, acquistano subito un altro sapore. Ciò non toglie che i gesti occorra compierli e i lavori affrontarli. La saggezza, l’equilibrio, il benessere, vengono da quelli, e non dalle foglie. Quando sai che la terra è bassa ci cammini sopra in un altro modo: meno leggero, magari, ma più consapevole.

Quindi: venite pure a camminare nei boschi, ma assieme alle bibite e ai panini portatevi dietro tanto buon senso. Non sperate di vederlo colare dai rami delle piante. I boschi non insegnano nulla, ci offrono solo l’occasione di concentrarci un po’ di più su noi stessi. Lo dice anche Thoreau in Walden o vita nei boschi: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.

“Quanto essa, la vita, e non le foglie, aveva da insegnarmi”. È noi che dobbiamo interrogare, e i testi delle domande non ce li devono scrivere i nuovi guru naturisti. E se non siamo in grado di farlo da soli, allora ce li meritiamo.

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Thoreau descrive nel suo libro una esperienza di vita appartata, lontano dai rumori e gli odori delle città, ma non al punto da impedirgli di incontrare ogni tanto qualcuno con cui dialogare. Credo che questa sia la condizione che ho cercato anch’io nel luogo dove abito. Pur ammettendo una certa affinità con Dinamite Bla che, nei fumetti Disney, dal suo Cucuzzolo del Misantropo, caccia i seccatori con l’archibugio caricato a sale, mi reputo una persona accogliente, propensa all’ascolto e ad imparare dagli altri quando hanno qualcosa da insegnargli. In me convivono la propensione a un pensiero non conformista e una sensibilità ai temi ambientali, ma ritengo che questi debbano essere vissuti nel quotidiano, in un rapporto concreto, e quindi non idealizzato, con il luogo dove vivo: solo su questa base si possono fare scelte, personali e/o politiche, fondate e non velleitarie, per non divenire preda di inciviltà. In tal caso, dietro la porta non ho il fucile, ma – a ragion veduta – l’arco e le frecce. Non si sa mai.

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Tutto sommato sono ottimista. C’è una qualche speranza di essere per il futuro in buona compagnia: negli ultimi anni è comparsa un’innegabile attenzione per i cambiamenti climatici, una consapevolezza che non esisteva negli anni del dopoguerra e del boom economico. Per i più questa consapevolezza si ferma all’acquisto di prodotti bio o alla raccolta differenziata, ma certamente ci sono anche molti che provano davvero ad attuare scelte di minor consumo, magari non acquistando l’ultimo libro che parla delle interazioni bioenergetiche fra gli alberi, bensì provando a piantar pomodori invece che comprarli.

È una scelta complessa, e sicuramente elitaria, poiché non è concepibile una popolazione intera che viva in modalità “minimalista” (non in “decrescita felice” perché – a parer mio – i termini sono incompatibili), e spersa nelle campagne e sulle montagne perché in antitesi con un’economia basata sull’acquisto di scempiaggini.

Il vero salto di qualità comporterebbe divenire parte integrante della classe politica ed imprenditoriale, per incoraggiare dall’interno queste diversità: ma temo che per questo, sempre che sia poi realisticamente possibile, ci vorrà ancora qualche scossone.

La natura i suoi avvertimenti li dà, e da un bel pezzo. Sta a noi finalmente svegliarci dal torpore del “benessere” a buon mercato, e coglierli. Ma dobbiamo farlo con la nostra testa, senza abbracciare nuovi credi e religioni. I credi e le religioni nascono tutti con buonissimi intenti, ma finiscono poi inevitabilmente per creare delle chiese, un clero, dei dogmi, e per riaddormentare le coscienze. Qui si tratta invece, ad esempio, di volere e realizzare (in qualche caso, perché no, anche imporre) delle scelte di presidio “vero” del territorio, che non può essere demandato – e lo vediamo benissimo tutti i giorni –alle istituzioni, ai carrozzoni delle protezioni civili o alle giornate di pulizia dei fiumi o dei boschi, ma va gestito direttamente (e quindi, in qualche forma non assistenzialistica) proprio dalle comunità appartate territorialmente: questo non solo per garantire la cura costante di luoghi che oggi corrono verso lo sfacelo idrogeologico, con contraccolpi anche nelle città (vedi le inondazioni che immancabilmente avvengono alla prima pisciata del cielo), ma anche per innescare fiducia in un modello di convivenza differente e possibile.

Insomma, dobbiamo finirla di guardare alle scelte di vita appartate e rurali come ad esperienze “strane”, eccezionali, buone per i servizi televisivi dei programmi “verdi”, chiuse in se stesse e riservate a pochi eletti, o ad originali e un po’ strambi con l’archibugio sempre a portata di mano, che sopravvivono grazie alle melanzane coltivate nell’orto. La valorizzazione realistica e concreta (e non la spettacolarizzazione) delle micro-economie ancora esistenti o di quelle che stanno rinascendo e delle esperienze sociali a queste connesse può offrire grossi spunti di riflessione per ragionare su un’economia fondata su differenti paradigmi e su modi diversi di stare al mondo. Leggere la diversità sociale come un gesto artistico è né più né meno come marginalizzarla. Leggerla come una possibilità concreta, diffusa, terra terra, è un antidoto alla monocultura consumistica.

Non abbiamo bisogno di nuovi evangelisti. Sono sufficienti onesti divulgatori, che non traducono il linguaggio delle foglie, ma sanno fare quattro conti su costi e ricavi “globali” dei diversi tipi di rapporto con la terra, e sanno che la terra è bassa. Alla Carlo Petrini, per intenderci.

Andai nei boschi e inciampai (4)Collezione di licheni bottone

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