Santa Limbania, proteggici tu

di Fabrizio Rinaldi, 24 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

La leggenda narra di una fanciulla residente nell’isola di Cipro verso la fine del dodicesimo secolo, di nome Limbania, destinata dai genitori in sposa ad un signore locale ma determinata invece a farsi monaca. La ribelle, ferma nel suo intento di donarsi a dio, chiese aiuto ad un navigante genovese in procinto di tornare in patria. Inizialmente l’uomo accettò, ma poi cambiò idea, o se ne dimenticò, e prese il mare senza la poveretta. Appena al largo la nave si fermò: nonostante ci fosse vento non proseguiva, rimaneva ferma nella risacca. Il timoniere non poté far altro che invertire la rotta, e l’imbarcazione improvvisamente tornò a muoversi, spinta da un forte vento in poppa, verso il porto da cui era partita. Lì il nocchiero trovò, attorniata da molti animali selvatici, la giovane in lacrime, che non cessava di supplicarlo di portarla via da lì. Alla fine il navigante, un po’ intimorito da tutti questi strani fenomeni, accettò di imbarcarla.

La narrazione non dice nulla del tormentato viaggio in ispirito e in carne vissuto dai rudi marinai, che dovevano condividere gli angusti spazi dello scafo con una fanciulla bella e illibata. Racconta invece di una navigazione tranquilla, almeno sino a quando, mentre già si intravvedevano i monti che fanno corona alla città ligure, la nave s’imbatté in una tempesta con onde altissime e venti che strappavano le vele, come se il mare la respingesse. Spinto dai marosi, il battello si avvicinò pericolosamente agli scogli di San Tommaso, sede di un monastero femminile benedettino, e a quel punto Limbania manifestò il desiderio di sbarcare per raggiungere le future consorelle. Miracolosamente il mare si acquietò, venne sbarcato il “prezioso” carico e la nave poté finalmente dirigersi verso un attracco sicuro.

A Cipro rimase un padre furibondo, il quale scagliò in mare la campana di casa comandandole di raggiungere la sciagurata figlia che aveva preferito votarsi a dio piuttosto che ad uno sposo e rinunciato a una cospicua – presumo – dote. La campana, “galleggiando” miracolosamente sul mare, raggiunse proprio la spiaggia vicina al monastero in cui s’era rinchiusa Limbania. Da allora venne usata durante le tempeste per calmare le acque e come richiamo per i naufraghi.

Alla novizia venne concessa una cosa oggi insolita, ma a quel tempo comune nella tradizione cristiana d’oriente: ritirarsi in una cavità sotto il monastero dove vivere nel digiuno e nella penitenza, procurandosi ferite con gli aculei di un attrezzo per cardare il lino, e dedicandosi ai naviganti e ai viandanti del vicino porto. Quando morì era già venerata come santa e le venivano attribuiti molti miracoli.

Visto che la natura ligure impone d’esser parchi in tutto e, in questo caso, esperti nella moltiplicazione non di pesci, ma di macabre reliquie, i devoti fecero a pezzi il cadavere della Santa in modo da distribuire in più luoghi le spoglie da venerare: ma, soprattutto, per poterci lucrare sopra. In particolare le monache ebbero una trovata che oggi definiremmo “dark”: esposero la sua testa alla venerazione dei fedeli, i quali intercedevano per trarne giovamento alle emicranie.

Così come la santa cipriota aveva viaggiato per mari ostili, il suo culto marciò a dorso di mulo lungo le impervie vie del sale, connettendo, anche nella devozione, il territorio ligure con le pianure alessandrine. Libania divenne la protettrice di mulattieri, carrettieri, immigrati e, in generale, dei viaggiatori per mare e per terra.

Fino a pochi decenni fa si svolgevano veri e propri pellegrinaggi di devoti di Santa Limbania che da Genova Voltri arrivavano fino alla piccola chiesa di Roccagrimalda (AL), a strapiombo sulla vallata dell’Orba, tra Ovada e Silvano d’Orba. Raffigurazioni della Santa si trovano anche a Castelletto d’Orba, Montaldeo, Lerma e a Gavi, tappe obbligate per coloro che si inerpicavano lungo le vie che, attraversando Marcarolo, arrivano al mare.

Abbiamo quindi una ragazzina che s’è dimostrata una sciagura per la famiglia e una calamità per i compagni del viaggio in mare, ma che ha affrontato le peggiori condizioni (la tempesta e il fragile scafo – oggi si direbbe un barcone) per poter emigrare verso un territorio che era lontanissimo tanto quanto appare irraggiungibile ai suoi emuli di oggi – magari non in santità, ma sicuramente nel proposito di cambiare lo stile di vita (o meglio, di non vita).

Limbania in pratica era un’immigrata clandestina che venne accolta in territorio italiano. Chissà se anche all’epoca c’erano dei Salvini a tuonare contro i forestieri che attentavano il nostro stato sociale e la nostra cultura, contro le fantomatiche organizzazioni non governative ante litteram che aiutavano (magari controvoglia, ma lo facevano) chi voleva scappare da un mondo peggiore, e contro quei cittadini che, invece di respingere gli immigrati, davano loro rifugio. Se c’erano devono aver goduto di poco seguito, poiché per secoli abbiamo accolto, sia pure con mugugni vari, coloro che arrivavano da lontano, e col tempo abbiamo saputo contaminarci reciprocamente per diventare un po’ migliori.

L’innocente fanciulla cipriota s’affidò alla protezione del suo dio per essere protetta durante il viaggio con sconosciuti scafisti che avrebbero potuto attentare alla sua illibatezza. Anche oggi tanti sventurati affidano magari ad un dio differente, ma ugualmente chiamato a proteggerli da loschi traghettatori, la cosa più sacra che hanno: la loro vita e, soprattutto, quella dei figli.

Limbania comunque alla fine del suo peregrinare trovò una comunità che seppe accoglierla, accettando anche le sue ovvie diversità culturali. Oggi stiamo vivendo invece un periodo nel quale il paradigma dell’accoglienza verso gli altri è radicalmente cambiato. Cresce sempre più il rifiuto di chi è diverso da noi e di chi lo aiuta.

L’esempio più recente è la campagna denigratoria apparsa sui social nei confronti della ragazza italiana rapita mentre in Kenya prestava il suo aiuto da volontaria. Il commento più diffuso in rete è: “cosa è andata a fare là, poteva fare le stesse cose qui, dove c’è tanto bisogno”! Ulteriore dimostrazione dello scollamento tra il diffuso sentire di una comunità stanziale (spesso claustrofobica) e il naturale bisogno di ogni viandante di ricevere ospitalità e accettazione.

L’assordante silenzio del ministro degli interni avvalora queste ingiurie, soprattutto perché arriva da chi è sempre pronto a starnazzare e ad alimentare l’odio quando degli idioti, rigorosamente stranieri, perpetrano qualche atto di violenza nei confronti dei nostri connazionali. Salvini ha sempre affermato che gli immigrati vanno aiutati a casa loro, ma quando qualcuno prova a farlo guarda altrove.

Santa Limbania rappresenta bene la ferma volontà di affrontare qualsiasi avversità e pericolo quando un percorso possa portarti a realizzare il tuo sogno: ed è questo il fine ultimo di tutti i viaggiatori, di ogni epoca e di ogni etnia. Viene allora naturale invocarla proprio oggi, mentre tanti come lei sono costretti ad affidarsi ad altri per raggiungere quella meta.

Quindi, Santa Limbania, proteggici tu!

Collezione di licheni bottone

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Così fan tutti

di Marco Moraschi, 17 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

  1. Non ti precluderai delle porte a priori.
  2. Non prendere strade alternative.
  3. Ricordati di santificare lo stipendio.
  4. Onora il capo.

Questi sono solo alcuni dei comandamenti indiscutibili che fin da piccoli ci vengono messi in testa. Farai le elementari, poi le medie, poi sceglierai una scuola superiore che ti apra molte “porte”, farai una facoltà universitaria che ti dia molte opportunità e ti permetta di trovare lavoro, per raggiungere la stabilità economica, così potrai sposarti, avere due figli e potrai infine dire di aver raggiunto il successo. La vita, sotto questo punto di vista, appare dunque come una lunga scalinata, ripida e faticosa, fatta di soli sacrifici e decisioni prese per un bene più grande, un fine ultimo, quello di poter dire un giorno: “Ecco, ora sono arrivato”. È la pentola d’oro che ci aspetta in fondo al tunnel, la luce in fondo al buio, il successo contro la mediocrità. Il problema di questa visione del mondo, però, è che implica una certa idea di successo, un’idea nata dalla società dei consumi, in cui anche la vita diventa un bene da consumare, in cui bisogna sopravvivere e risparmiarsi per godere un giorno dell’agognata felicità che ci daranno uno stipendio a molti zeri, i benefit aziendali e una famiglia da Mulino Bianco. La verità, però, è che non è detto che esista la pentola d’oro, che tutti possano arrivarci e che una volta arrivati ci dia la felicità. La verità è che non esiste una soluzione a tutti i problemi, un equilibrio finale a cui puntare, perché tutto cambia e tutto scorre, tutti siamo diversi eppure tutti uguali, tutti abbiamo una maschera dietro cui nascondiamo i nostri sogni, le nostre paure, le nostre debolezze.

Vivere in funzione della pentola d’oro è una strategia che può essere efficace per qualcuno, per coloro che come il cardinale Melville in “Habemus papam” di Nanni Moretti sentono “di essere tra coloro che non possono condurre, ma devono essere condotti”. Continuare a rincorrere un obiettivo prefissato da qualcun altro non può che portare a un’atrofia delle capacità, in cui si vive in continua aspettativa, nell’attesa di un dopo che potrebbe anche non arrivare, e che, se arriverà, potrebbe coglierci impreparati, perché non siamo più abituati a correre, ma solo a rincorrere. L’attesa del dopo potrebbe rimanere per l’appunto solo attesa, un continuo inseguimento dettato dalle regole e dalle leggi esterne, dal “si fa così” e “si continuerà a fare così”, poco importa se lungo la strada perdiamo dei pezzi o seguiamo un percorso che non ci piace, il successo non aspetta. Ma come ha detto recentemente Marco Montemagno in un video: “Per il 99% del tempo non stai avendo una carriera, stai avendo una vita di merda”. Ecco quindi che in questo pensiero dilagante e a senso unico assumono particolare importanza i folli, coloro che non si uniformano alle leggi del mondo, ma che battono nuove strade e nuove vie. E se non vi piace la parola folli, possiamo semplicemente decidere di chiamarli persone intelligenti, perché l’intelligenza non segue le regole, i dogmi, gli schemi comuni. Le persone intelligenti sono quelle che si collocano sopra le regole e sotto la legge, in quello spazio stretto in cui l’aria è più fresca e meno viziata. Perché le regole sono dei limiti, spesso privi di significato, pura convenzione sociale, tolgono spazio alla creatività e all’entusiasmo e costruiscono cloni, unità indistinte e quasi invisibili nella massa di creature mediocri che camminano ogni giorno per le strade del mondo. Ecco quindi che la salvezza del genere umano è che ogni tanto qualcuno decide di uscire dagli schemi, di ribellarsi, di non uniformarsi, di fermarsi a metà della corsa e proseguire per un’altra strada. Sono i Davide e i Golia allo stesso tempo, gli innovatori, gli scomodi, coloro che non conoscono il “politically correct”, che non si lasciano sopraffare dalle opinioni altrui e non hanno paura di proseguire soli, che cercano un rimedio alla noia e lottano finché non lo trovano. Sono poeti, ingegneri, filosofi, sono coloro che sfuggono alla logica comune, che non possono essere racchiusi in una categoria ben definita, perché se non esistono regole non esistono categorie.

I folli sono spesso egoisti, perché agiscono soprattutto per sé stessi, perché spesso sono lasciati soli, perché cambiano tutto perché tutto cambi davvero. E se non ci sono regole, non ci sono dogmi, l’unica regola che possono trasmetterci, l’unico istinto che portano dentro e che può aiutarci a cambiare è che esiste un unico comandamento: il coraggio.

Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell’ingiustizia, la febbre che toglie all’uomo la malattia della paura, dell’avidità, del servilismo. Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo. La miseria dell’uomo incendia la terra ovunque, ma è un fuoco sterile, che cancella e impoverisce. È un fuoco che odia ciò che lo genera, è cenere senza storia. Saper bruciare solo ciò da cui poi nascerà erba nuova, ecco la vera ribellione.”
STEFANO BENNI, Spiriti, Feltrinelli 2013

Links:

La Trappola della Carriera, Marco Montemagno: https://www.youtube.com/watch?v=ZI4gVrP5Ghg

Storia della mia vita – Ritratto di un Viandante, Marco Moraschi: https://marcomrsch.wordpress.com/2018/09/20/storia-della-mia-vita-ritratto-di-un-viandante/

Cambiare il mondo con un fucile a elastici, Massimo Mantellini: https://www.ilpost.it/massimomantellini/2018/11/16/cambiare-il-mondo-con-un-fucile-ad-elastici/

Blowin’ in the wind, Bob Dylan: https://www.youtube.com/watch?v=3l4nVByCL44



Cercasi buen retiro

di Fabrizio Rinaldi, 8 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

È inevitabile, prima o poi capita a tutti. Se non avvenisse, sarebbe un preoccupante segnale di instabilità mentale. […] ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi– per Melville – in mare, per altri salire in montagna, andar per boschi, correre, sbronzarsi, drogarsi, fare yoga, rifugiarsi in un’amena baita o in una città lontana dove “dissetarsi” di cultura o immergersi nelle fragorose distrazioni di un villaggio vacanze su una spiaggia tropicale.

Escludendo le modalità autolesionistiche, quelle del turista della domenica e quelle dei modaioli, per il semplice motivo che non mi interessano, le altre sono tutte opzioni lecite ed auspicabili per cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Si offrono alla mente nel momento in cui si prova la claustrofobica sensazione di essere saturi e di non riuscire più a reggere la personale fatica quotidiana imposta da una sequela di impegni, quelli di lavoro, quelli relazionali coi familiari (a volte si vorrebbe prendere una vacanza dall’essere genitore e marito) e quelli imprescindibili per continuare ad avere una vita sociale, sia fisicamente che – oggi in modo particolare – digitalmente.

È allora che un pensiero ribelle comincia a ronzare dentro: cresce un’irresistibile voglia di fuggire per rintanarci in un buen retiro dove rallentare il ritmo, perderci, rigenerarci, ritrovarci e, dopo un opportunamente lungo lasso di tempo, tornare al quotidiano baccano, magari con qualche idea differente per affrontarlo.

Per artisti e scrittori di professione questo spazio a volte coincide proprio con il luogo di lavoro: ma non è questo che indagherò.  Vorrei qui parlare di quei posti dove fisicamente avviene la diserzione dalla quotidianità, anche lavorativa. Ognuno ha il suo luogo prediletto: Lev Trotsky trovò il suo buen retiro nella casetta di Frida Kahlo, dove i due discutevano e amoreggiavano; Hitler nel “Nido dell’Aquila” , sulle Alpi, dove progettava invasioni con i suoi gerarchi; Stalin invece, nella sua dacia vicino alle montagne del Caucaso, giocava a scacchi con ospiti a cui era concesso di perdere. Wittgenstein si rifugiò in una catapecchia affacciata su un fiordo norvegese per ragionare sui problemi filosofici che lo tormentavano (è quella dell’immagine d’apertura), mentre George Bernard Shaw scrisse le sue opere teatrali migliori in un granaio rotante che d’inverno poteva girare verso il sole. Heidegger infine si ritirò dal mondo accademico – anche per espiare l’esser stato un filonazista – per rintanarsi in una baita nella Foresta Nera. Si potrebbe continuare all’infinito, elencando personaggi più o meno famosi e tormentati che hanno trovato in un qualche escamotage abitativo lontano dal quotidiano, ove raccogliere energie e idee, trovare risposte, riposo e pace.

La modernità, lo sappiamo, impone ritmi sempre più incalzanti, ai quali ogni tanto, è lecito tentare di sottrarci. L’allontanamento è giustificato, necessario e auspicabile se a tempo determinato (a volte bastano solo pochi minuti). Se divenisse continuativo non sarebbe più un’evasione, ma una prigione o un esilio: una sottrazione dalla realtà che a me sembra una palese manifestazione di codardia, messa in campo per evitarsi responsabilità.

Fin da bambini cerchiamo un luogo intimo dove rintanarci; quando non siamo più tali, tendiamo a ricreare quell’area privata della nostra infanzia dove avevamo tempo per fantasticare e sognare.

Concedersi un rifugio, che sia una stanza tutta per sé o un luogo lontano dal consueto, è una necessità in quanto ci si rigenera e si genera il nuovo. È lì che si alimentano le passioni creative (manuali, intellettuali o sentimentali) ed è lì che si osa ciò che alla luce del sole non ci permettiamo: collezionare mosce per un macellaio, piallare legno per il ragioniere, scrivere versi per un autista di autobus.

Che sia riparare la bicicletta, leggere un libro, dipingere, scolpire o scrivere queste righe, l’atto della creazione ha bisogno di uno spazio dove agire. La scelta del luogo denota l’utilizzo che se ne vuol fare: quello sperduto in mezzo al bosco, su un’anonima collina, avrà una funzione ben diversa rispetto al bungalow in una ridente località balneare, o al garage dove risistemare mobili antichi. Il tipo di tana corrisponde, ovviamente, alle individuali attitudini. Non è poi necessario né rilevante che questo luogo sia o meno spazioso, può essere sufficiente anche l’angolo di una stanza. È essenziale però che sia ben distinto dagli altri ambienti, in qualche modo personalizzato, e soprattutto che la sua esclusività sia riconosciuta e rispettata dagli altri.

Per vincere la rabbia e il vuoto che la rabbia crea, bisogna dimenticare […]. E per dimenticare bisogna avere un rifugio dove assentarsi prima di ripartire.
GIAN LUCA FAVETTO, Premessa per un addio, Enne Enne Editore 2016

Non è detto neppure che il rifugio debba essere sempre lo stesso, e rispondere al modello consueto (quattro pareti, una scrivania, ecc …). Molto più spesso è un luogo mentale: oggi lo trovo in una carrozza del treno mentre mi concedo la lettura di un libro che mi appassiona, questa sera me lo ricaverò davanti alla tv, per guardare un film che aspettavo da tempo, giovedì sarà su un tappetino durante la seduta di yoga. Ogni mattina poi è rappresentato dall’uscita nel bosco sotto casa, dove porto il cane a scaricarsi.

Una cosa un po’ diversa sono invece i rifugi “storici”, quelli in cui un tempo i viandanti trovavano ristoro mentre viaggiavano da un luogo all’altro. Potevano essere situati lungo una antica via del sale, su un passo che tagliava la cresta di una montagna o in una foresta. In genere erano locali molto spartani, che offrivano poco più di un giaciglio al coperto. Oggi invece il mercato impone ai loro gestori una ristorazione di qualità, connessione internet adeguata, servizi inappuntabili, sempre però in un’aura di sobrietà, sia pure solamente apparente. Questo certamente non è il mio ideale di buen retiro.

Siamo costantemente iper-collegati alle responsabilità del nostro ruolo lavorativo, siamo immersi in una palude di relazioni virtuali che uniscono tutti, lasciando però ciascuno isolato nella sua “postazione”: ciò di cui abbiamo bisogno è “sconnetterci” dagli altri, per riapprezzare il lato buono della solitudine e per allontanarci dal brusio continuo della tecnologia.

Si, la solitudine. Si possono apprezzare veramente i vantaggi di un buen retiro solo quando lo si vive nel perfetto isolamento. Diversamente, non si sfugge alla tentazione di rientrare nella quotidianità, si perde il senso per il quale si è lì.

Il buen retiro non va però confuso con l’isola di Peter Pan: deve essere una situazione, un luogo, imperfetto, sempre migliorabile: deve tendere ad una idealità che rimanga però tale. La pace perfetta è solo quella eterna, e non è di questo che sto parlando.

Come dicevo prima, il buen retiro è per antonomasia un luogo tranquillo, appartato, dove fuggire da tutto, rimanere eclissati per il tempo necessario a rilassarsi, indagare, pensare, ricaricare il corpo e il cervello: e ciascuno naturalmente lo immagina a proprio modo e a propria misura.

Anch’io ho un mio luogo ideale, caratterizzato da uno stile sobrio ed essenziale che alluda ai principi giapponesi del wabi-sabi: semplicità, modestia, imperfezione e transitorietà. Quindi: una scrivania, una stufa, una libreria con i testi prediletti, un comodo divanoletto dove riposare o affondare. Pochi ammennicoli e orpelli –non importa se assurdi – che restituiscano il carattere del proprietario. Gli oggetti assumono un’eccezione esclusiva nella misura in cui lottano fra loro per poter qui esistere: per entrare nella stanza preferita devono essere utili (anche solamente nell’eccezioni simbolica), funzionali quanto belli. Qui la bellezza deve regale piacere al proprietario e non concedere nulla ai canoni visivi di eventuali visitatori. Wittgenstein riassume le armonie presenti in queste parole: “Etica ed estetica sono tutt’uno”.

Anche le scelte di illuminazione hanno un loro perché. Va bene la sobrietà, ma la corrente elettrica è indispensabile, non fosse altro per alimentare il portatile (o la piallatrice). La luce deve essere diffusa, senza risultare eccessiva. Quindi un paio di lampade, una da terra che diffonda luce indiretta e un’altra da tavolo che illumini ciò che stiamo facendo.

Non può mancare una finestra sul mondo esterno, che lo inquadri però senza creare distrazioni dal pensiero meditativo o dall’azione manuale.

Il mio buon retiro prevede poi il rispetto di una ritualità ben precisa, sia nel raggiungerlo che nei comportamenti da adottare al suo interno. Il percorso di avvicinamento carica infatti il luogo di desiderio, induce un’aspettativa forte che si scioglie solo quando si apre la porta.

Dopo aver raggiunto il rifugio, occorre modificare il nostro habitus mentale. Ciò che accade all’interno è parte costitutiva dello spazio, o meglio è la declinazione di quello spazio in una dimensione temporale. Sono gesti scanditi da una precisa tempistica, per sgombrare la mente e arieggiarla: si lascia fuori dell’uscio tutto il superfluo e il profano, si entra in un’area “sacra” .

Il rituale concerne anche la consumazione di cibo e bibite. In un rifugio spiritualmente “rigenerante” non è consigliabile pranzare: al massimo è concesso un spuntino quando l’appetito potrebbe disturbare il pensiero. Sorseggiare un bicchiere di porto o un buon the è preferibile al caffè, almeno per me. È nelle giornate più calde è ammesso persino il chinotto.

Nel rifugio il tempo stesso si concede una pausa: è più frammentato nei singoli ticchettii, è dilatato nella percezione e diventa esclusivo di colui che s’immerge in questo spazio fisico e mentale.

Non possono naturalmente mancare gli strumenti creativi, che si tratti di un portatile, di un taccuino, di penne o di pennelli, di tele, di colori, di morse e di sgorbie, di fornelli , di viti e di bulloni. Tutto ciò che invoglia ad evadere è ben accetto.

So solo che qui tutto è silenzio,
niente più assilli e costrizioni,
qui mi sento bene e posso stare in pace
poiché nessun tempo mi misura il tempo.
ROBERT WALSER, Poesie, Edizioni Casagrande 2000

La colonna sonora sarà dettata dal silenzio. Si può occasionalmente ascoltare musica, ma è da ricercarsi soprattutto il silenzio. Il suo raggiungimento è parte fondante del nostro luogo prediletto.

L’uomo libero possiede il tempo. L’uomo che controlla lo spazio è solo potente. Nelle città i minuti, le ore e gli anni sfuggono, sgorgano dalla piaga del tempo ferito. Nella capanna il tempo si acquieta, si accuccia ai vostri piedi come un vecchio cane ubbidiente. A un certo punto non vi accorgete nemmeno più della sua presenza. Sono libero perché lo sono i miei giorni.
SYLVAIN TESSON, Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012

È opportuno anche sapere quando è il momento di staccare. Nel senso che dopo un po’, che lavori o che si riposi, il nostro cervello ha bisogno di rivolgersi ad altro,  magari ad attività opposte a quelle fino ad allora praticate: se scrivevo, ora spacco legna; se dipingevo ora cucino; se ero impegnato in un’attività manuale ora scrivo un verso. Oppure – questo va bene sempre – conviene uscire per una passeggiata nei paraggi.

La scelta dell’isolamento, sia pure temporaneo, può spaventare. Impone di essere totalmente seri e sinceri con se stessi, esige coerenza ed intransigenza nel resistere alla forte tentazione di connettersi con il mondo esterno, costringe a ridisegnare degli equilibri che escludono le certezze, vere o presunte, sulle quali fondiamo la nostra quotidianità. Credo che pochi siano attrezzati mentalmente a viverla senza disagio, con naturalezza. Per molti è solo l’ennesimo scotto da pagare alle mode.

Il buen retiro è infatti oggi sinonimo di lusso: in fondo implica la possibilità di sottrarre tempo al lavoro o alla vita di relazione per soddisfare un proprio intimo desiderio, e se la prima “opportunità” con questi chiari di luna sembra sempre più realistica, la seconda si allontana altrettanto velocemente.

Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra. 
HENRY DAVID THOREAU, Walden o Vita nei boschi, BIT 1995

Comunque, ad un certo punto, dobbiamo chiudere alle nostre spalle la porta (fisica o mentale) del rifugio per tornare nella nostra realtà. Se ciò non avvenisse sarebbe un’insopportabile sconfitta e il venir meno di tutto il senso dello stare là. Non avremmo fatto tesoro del tempo e dello spazio che ci siamo concessi. Mi viene alla mente Oriana Fallaci, che dopo anni vissuti in prima fila a raccontare le guerre del mondo si è rinchiusa in un appartamento di Manhattan, uscendone solo con un rabbioso pamphlet (La rabbia e l’orgoglio) contro il mondo arabo alcuni giorni dopo l’11 settembre 2001. Penso abbia perso una buona occasione per cercare di comprendere gesti così disperati (non di giustificarli, naturalmente).

È il mio rifugio, tutti ne hanno, ne dovrebbero avere uno. Un luogo, un ricordo, un pensiero, un sogno, un angolo di casa. Non importa. Un luogo tutto loro, che nascondono dentro sé e non mostrano quasi mai a nessuno. E se lo fanno è importante. 
LUCA VIDO, I contorni delle cose, Ellin Selae 1993

Il rifugio può diventare invece una finestra vera, non virtuale, su un mondo che a volte ci appare sbagliato e ostile, ma è l’unico nel quale ci è concesso di vivere. Quindi dovremmo approfittare del nostro ritiro volontario per sforzarci di capire, e progettare semmai un’opposizione ostinata ma fondata sulla convinzione che è sempre conveniente accogliere piuttosto che allontanare.

Il buen retiro è anche il luogo ideale dove morire. Come il gatto cerca un luogo nascosto per vivere in maniera dignitosa la propria fine –e glielo detta il suo istinto – anche noi vorremmo ricevere la visita della Vecchia Signora nel nostro luogo preferito, giocare l’ultima partita a scacchi con Lei, sorseggiare un ultimo the e poi uscire, consapevoli che quello spazio è in fondo tutto ciò che vorremmo che restasse di noi.

Ma senza di noi quello spazio non esiste, e se esiste non ha più significato: forse ci vorrebbe allora un bel falò, che bruciasse il buen retiro con il nostro corpo dentro.


Collezione di licheni bottone

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨