Il tesoro dell’isola

di Paolo Repetto, 24 gennaio 2025

Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Non ti puoi sbagliare, perché
Quella è l’isola che non c’è
E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te
Edoardo Bennato

Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata
però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata
svanì di prua dalla galea come un’idea.
Come una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più.
Francesco Guccini

In un ipotetico (e sterminato!) indice dei nomi comparsi su questo sito, a ricorrere con maggiore frequenza sarebbe senz’altro quello di Robert Louis Stevenson. Non ci avevo mai fatto caso, ma ora mi rendo conto che è naturale, perché per la mia generazione e per le tre o quattro precedenti Stevenson è stato l’autore “di formazione” per eccellenza: L’isola del tesoro è il romanzo più letto e più amato da adolescenti e pre-adolescenti nell’ultimo secolo e mezzo (almeno fino a quando gli adolescenti hanno continuato a leggere). Non importa che lo abbiano letto in edizioni ridotte o in traduzioni approssimative, o addirittura che molti non abbiano proprio mai preso in mano il libro: lo hanno comunque conosciuto attraverso le innumerevoli versioni cinematografiche, radiofoniche o televisive che ne sono state tratte, o nelle svariate trasposizioni a fumetti.

Il perché di questo successo lo spiega l’autore stesso quando racconta come tutto è nato. Siamo nel 1881, Stevenson ha appena superato i trent’anni, è un intellettuale già affermato, ma gli è stata diagnosticata da poco una tubercolosi (all’epoca incurabile). L’anno precedente ha viaggiato in America, per ritrovare e sposare Fanny, una divorziata molto più anziana di lui conosciuta in Francia. Sentendo aggravarsi il male è poi tornato in Scozia, presso la casa dei genitori, e qui trascorre un inverno eccezionalmente piovoso (anche per gli altissimi standard locali di umidità) in un cottage nelle Highlands scozzesi, davanti al camino sempre acceso. Ad un certo punto si fa prestare matite ed acquerelli da Lloyd, il figlio dodicenne della sua compagna, che sta disegnando la mappa di un’isola, e ne disegna una a sua volta. Attorno alla mappa comincia poi ad immaginare trame che riversa in pagine da leggere la sera, davanti alla famiglia riunita (che tempi! Oggi guarderebbero L’isola dei Famosi). La vicenda è così affascinante che tutti, in primis il padre di Louis e il figlioccio Lloyd, partecipano attivamente, suggeriscono nuovi sviluppi, aggiungono particolari, inseriscono personaggi. Anche gli amici che arrivano in visita ne sono conquistati, e fanno sì che il racconto venga pubblicato a puntate su una rivista per ragazzi. Sarà poi raccolto in volume nel 1883. Ottenendo un successo strepitoso.

Ebbene: cosa ha di straordinario questa storia? Ha che il libro è nato ed è cresciuto all’insegna del divertimento puro. Non era stato commissionato da nessuno, l’autore non inseguiva il successo economico, si concedeva la più assoluta libertà inventiva, se ne infischiava dei codici vittoriani, tanto che la distinzione tra i buoni e i cattivi è parecchio sfumata (vedi la figura di Long John Silver). Era pensato per un dodicenne (e infatti aveva un dodicenne per protagonista), per fargli sognare un futuro, ma al tempo stesso offriva una almeno temporanea via di fuga dallo sconforto ad un malato trentenne e una occasione di nostalgia vivificante a un sessagenario.

Dovremmo praticare a scadenze trentennali la rilettura de L’isola del tesoro. È una rivendicazione di libertà: per Stevenson lo era nei confronti del male, della malattia, di un futuro che a quel punto sentiva come già segnato; per tutti noi potrebbe esserlo nei confronti delle gabbie del consumo e dello spettacolo che ci hanno (e ci siamo) costruite attorno, e delle nuove ortodossie linguistiche e sociali che ci vengono imposte (a proposito, in tutta la vicenda non c’è – a parte quella marginale della madre di Jim – una figura femminile che giochi un qualsivoglia ruolo. Mi chiedo come mai Stevenson non sia ancora stato iscritto nel libro nero del politically correct).

Jim Hawkins, il protagonista, non la vive naturalmente in questo modo. Si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda più grande di lui, e poco alla volta, attraverso le avventure e le disavventure cui va incontro, matura un suo personalissimo codice etico, che lo porta ad esempio a simpatizzare per Long John Silver, pur avendo ben chiaro che si tratta di un malfattore, piuttosto che con il tronfio e ciarliero cavaliere Trelawney (e lascio immaginare quanto potessi condividere quella simpatia, a otto o nove anni, avendo in casa chi su una gamba sola faceva cose altrettanto formidabili. Silver mi forniva, anche di fronte ai miei compagni, un motivo di riscatto e di orgoglio per mio padre, la cui menomazione fino a quel momento mi aveva un po’ imbarazzato).

Jim comunque non è un ribelle, come non lo era d’altra parte Stevenson: non mette in questione ruoli, convenzioni, diseguaglianze sociali, ma valuta gli uomini per quello che valgono quando sono chiamati ad agire. Impara che si può affrontare la vita in molti modi, l’importante è darsi la possibilità di scegliere ed essere protagonisti delle proprie scelte.

Insomma, alla sua figura non vanno attribuiti significati cui Stevenson non ha mai pensato. Questi semmai gli sono stati attribuiti da tutti coloro che hanno sognato di viaggiare con lui sulla Hispaniola, me compreso. Jim è stato il precursore di TinTin, di capitan Miki, del piccolo sceriffo, degli eroi adolescenti che hanno popolato tra la fine dell’800 e la prima metà del secolo successivo l’immaginario letterario e quello fumettistico. Ma con una particolarità: è forse l’ultimo che ancora si sottrae al processo di “domesticazione” della gioventù avviato di lì a poco (o che era già in corso: Cuore è pubblicato quasi contemporaneamente a L’Isola del tesoro, ed è ambientato nello stesso anno in cui Stevenson scriveva il suo romanzo). Di questo processo ho comunque già parlato altrove (in Sterminate i nativi digitali) e per evitarvi noiose ricerche mi tocca ancora una volta autocitarmi:

«I giovani esistono solo se intesi (molto vagamente) come classe sociale. Anche questa però è un’invenzione recente, che non risale oltre Rousseau. Anzi, a dispetto di tutte le anticipazioni romantiche … fino ai primi del Novecento l’idea che la giovinezza potesse essere considerata come una età a sé stante della vita, con problemi ed esigenze specifiche che chiedevano specifiche risposte, aveva ancora una circolazione clandestina. Poi qualcosa si muove. Libri come Peter Pan, Il mago di Oz e I ragazzi della via Pal, o lo stesso Kim, pubblicati tutti nel primo decennio del ventesimo secolo, che parlano di ragazzi che escono dal guscio familiare o si organizzano autonomamente, sono sintomatici. Ma nello stesso periodo scatta anche immediata e subdola la reazione: le energie espresse da questa nuova autocoscienza adolescenziale vanno disciplinate, incanalandole in movimenti che possano essere tenuti sotto controllo e all’occorrenza strumentalizzati. I Rimbaud sono pericolosi. Allo scoppio della prima guerra mondiale boyscout e wandervogel tedeschi, ma anche i futuristi nostrani, corrono invece ad arruolarsi entusiasti.

Nel periodo tra le due guerre il concetto di una “condizione giovanile” che accomuna tutta una fascia d’età e alla quale spetta il compito di costruire un mondo nuovo viene enfatizzata e istituzionalizzata soprattutto dai regimi totalitari. È il periodo di “Giovinezza, giovinezza”, dei balilla e della gioventù hitleriana, del Komsomol sovietico, ed è in questi contesti che la gioventù acquisisce per la prima volta lo status di “valore in sé”. Ma si tratta di un “valore” definito e attribuito dall’alto.

Solo nel secondo dopoguerra questo riconoscimento si traduce in una “cultura giovanile” apparentemente autonoma (capace cioè di esprimere dall’interno i suoi codici, la sue finalità e le sue regole). Nella realtà, però, dietro il ribellismo e la presunta autocoscienza giovanile si compie la fase finale della domesticazione […].

Ecco cos’è accaduto: i giovani sono diventati un target. Un target innanzitutto economico, ma in seconda battuta, e in correlazione, anche politico. Industrializzazione e riarmo ne hanno fatto nei primi del Novecento dei soggetti privilegiati di interesse sociale. Ora vanno a costituire la fascia alla quale faranno sempre più appello non solo i pubblicitari ma anche gli aspiranti dittatori, i populisti, i nuovi redentori del mondo».

Non è certamente questo il caso di Jim Hawkins. Nella sua storia non ci sono insegnamenti morali o pretese pedagogiche, non c’è neppure alcun assunto “virtuoso” (amor di patria, difesa dei deboli, riscatto degli umili). Jim è spettatore partecipe della lotta che si scatena attorno ad una grande ricchezza, che è stata ammassata con rapine, saccheggi, omicidi. Divide con gli altri sopravvissuti il bottino finale, e in tal senso non si fa alcuno scrupolo. Vuole solo che le parti siano ben fatte e che nessuno cerchi di fregare gli altri, secondo un elementare senso di giustizia. Quanto all’avventura. non l’ha cercata per una qualche motivazione ideale o pratica, ma gli è capitata addosso, è venuta lei a cercarlo nella sua locanda. Lui è semplicemente stato bravo a cavalcarla, e questo fa si che qualunque lettore possa rispecchiarsi nella sua storia.

I significati vanno piuttosto cercati in quella che è la vera protagonista del romanzo: l’isola.

Per cominciare, l’isola c’è, checché ne pensino Bennato e Guccini. Intendo dire che quando Stevenson ne ha disegnata la mappa l’aveva già in mente da tempo: era convinto che esistesse anche fisicamente, e che davvero nascondesse un tesoro. Sembra infatti che nel corso del suo soggiorno a San Francisco, l’anno precedente la scrittura del libro, fosse venuto a conoscenza di una misteriosa vicenda. Nel 1819 una nave che trasportava verso le Filippine i tesori della cattedrale di Lima, messi in salvo dagli spagnoli per sottrarli all’avanzata delle truppe rivoluzionarie di Simon Bolivar, era stata arrembata e affondata da un veliero pirata. Malgrado i pirati fossero stati catturati qualche tempo dopo, il bottino era scomparso: ma dalle rivelazioni fatte da uno di loro prima di essere impiccato risultava potesse essere sepolto a Cocos Island, un’isoletta deserta situata duemilacinquecento miglia a occidente delle coste dell’America Centrale, all’altezza del litorale del Costarica. La caccia al tesoro era partita immediatamente, e torme di avventurieri erano approdate all’isoletta e avevano scavato in ogni dove, senza però trovare alcunché.

Questo è quanto con ogni probabilità Stevenson sapeva al momento in cui disegnava la mappa. La faccenda però si complicò ulteriormente quando lo scrittore, a caccia di climi più clementi coi suoi polmoni, si trasferì con tutta la famiglia nei Mari del sud, nella principale delle isole Samoa. Veleggiando lungo tutto l’arcipelago non dovette occorrergli molto per scoprire che a meno di duecento miglia dalla sua nuova dimora si trovava un’altra isola, anch’essa completamente disabitata, oggi denominata col nome polinesiano di Tafahi, ma in quegli anni conosciuta ancora come Cocos Island (a 15°85’ di latitudine sud e 173°71’ di longitudine). L’isola era addirittura visibile da Samoa ad occhio nudo, in giornate particolarmente limpide. Eppure Stevenson, che ha lasciato un diario dettagliato delle sue navigazioni nelle acque polinesiane, non la cita mai.

In effetti la cosa è strana: la nuova Cocos Island, infatti, pur essendo tre volte più lontana della prima dalle coste americane, si trova sulla rotta naturale dettata dalle correnti che da Capo Horn risalgono in direzione occidentale il pacifico. Una rotta che potrebbe essere stata plausibilmente seguita dai pirati per evitare la caccia delle navi spagnole sguinzagliate sulle loro tracce. A Stevenson questa ipotesi non dovrebbe essere parsa tanto peregrina; gli avrebbe fornito la spiegazione dei moltissimi fallimenti dei precedenti cercatori, indotti in errore dall’omonimia. E avrebbe motivato i suoi discreti silenzi e le sue frequenti uscite in mare, di più giorni, da solo o con compagni fidatissimi, annotate senza alcuna specifica delle mete e delle motivazioni. Naturalmente non risulta abbia mai trovato qualcosa, anche se qualcuno, ad esempio lo scrittore franco-tedesco Alex Capus, che sulla vicenda ha scritto un gustoso docu-romanzo (Cocos Island, Casagrande, 2009), si chiede da dove arrivasse la ricchezza ostentata, dopo la morte di Louis, dai suoi famigliari.

Ma anche queste sono solo congetture, intriganti quanto si vuole ma che non aggiungono “significati” al romanzo. L’isola che a me interessa esiste invece indipendentemente da ogni localizzazione o identificazione. Esiste intanto perché è un luogo letterario per eccellenza, soprattutto della letteratura per adolescenti. Io non ho fatto altro per anni che veleggiare da un’isola all’altra, partendo da quella di Peter Pan e da Lilliput per approdare a quella di Robinson Crusoe, passando poi appunto per Stevenson, per Mompracem, per l’Isola misteriosa di Verne, ma anche per quelle dei fumetti di Craveri, e proseguendo in compagnia di Melville e di Dumas. L’ho ritrovata persino a scuola, in Omero naturalmente, in Luciano di Samosata, in San Brandano, nell’Ariosto, e giù giù sino ad approdare alla Morante.

Insomma, ho fatto una scorpacciata di isole, e ancora oggi ne sono ghiotto. Credo dipenda da un lato dalla mia natura pelagica, dall’altro dal fatto che un’isola ha confini ben definiti, è circoscritta, si presta ad essere esplorata e mappata sistematicamente, soddisfacendo la mia smania di completezza, e al tempo stesso consente di muoversi da ogni lato verso uno spazio aperto. C’entrano anche senz’altro le suggestioni infantili, le immagini di isole lacustri di un calendario tedesco o svizzero d’anteguerra, regalatomi da mia zia e rimasto appeso in cucina per anni, o la descrizione fiabesca fatta da mio padre dell’isola Bella, dove aveva portato mia madre in viaggio di nozze. Si era nell’immediato dopoguerra, in bassa stagione, avevano l’albergo tutto per loro a un prezzo irrisorio (anche se tre soli giorni di permanenza furono sufficienti a bruciare le poche lire racimolate cucendo tomaie). Immagino abbiano pensato di vivere per un attimo nel sogno.

Ecco, qui entrano in gioco, sia pure da un ingresso laterale, i significati. Non voglio farla lunga, né forzare la lettura, e rovinarla a chi non l’avesse ancora intrapresa: ma prescindendo dalle mie personalissime esperienze, e dalla misteriosa ricerca di Stevenson, l’isola c’è perché è stata da sempre il luogo dell’utopia, ben prima che Tommaso Moro ne certificasse la natura. Le Esperidi e le isole Fortunate degli antichi, la terra dei Feaci o l’Atlantide di Platone, il paradiso terrestre dei monaci irlandesi di san Brandano, erano trasposizioni di sogni, di bisogni, di speranze. Nel loro caso direi soprattutto di rimpianti: la beata età dell’oro della narrazione mitica spiega in realtà il presente come decadenza da un’originaria condizione di felicità, quando dèi e uomini vivevano insieme sulla terra, mentre l’utopia moderna nasce dalla volontà di sfuggire all’angoscia del presente in un mondo immaginario. Le isole si sono comunque in entrambi i casi perfettamente prestate ad ospitare progetti di trasformazione collettiva o di rinascita individuale. E sono proprio questi progetti i tesori che una miriade di sognatori, di riformatori, di avventurieri, di esuli più o meno volontari, ha continuato in millenni di storia umana a perseguire.

Le isole sono però anche il luogo del disincanto. Ulisse ne trova a bizzeffe, e torna tuttavia, magari in qualche caso con un pizzico di rimpianto, a rimettere piede nella realtà della sua Itaca (che è un’isola anche quella, a dire il vero, ma non lo sembra). E così fanno tutti gli altri: Gulliver, Robinson, Jim, Ruggero. Tutti i turisti dell’utopia tornano disincantati perché o non hanno trovato il tesoro, o se l’hanno trovato ne hanno immediatamente scoperto i costi e la maledizione. I paradisi promessi al momento dell’approdo si rivelano, quando ci si spinge all’interno, inferni terrificanti. L’isola di Alcina o quella de Il signore delle mosche ce ne offrono due immagini esemplari.

Allora bisogna capirci. Il tesoro dell’isola non è propriamente l’utopia: è il sogno che alimenta la nostra volontà di cercala, quello mirabilmente narrato da Stevenson. E come ogni sogno che si rispetti non dovrebbe mai essere costretto a poggiare i piedi per terra, a snaturarsi e a piegarsi sotto il peso della realtà. A noi il tesoro non conviene trovarlo: deve rimanere sull’orizzonte, spostarsi in avanti mano a mano che procediamo. E a dispetto dell’esito della sua ricerca anche Jim Hawkins sembra pensarla così, se chiude con queste parole il suo racconto: “Neanche un tiro di buoi potrebbe riportarmi in quell’isola maledetta; e i miei più paurosi incubi sono quando sento i cavalloni tuonare lungo la costa, o balzo d’improvviso sul mio letto, con negli orecchi la stridula voce del capitano Flint: “Pezzi da otto! Pezzi da otto!”.

Uno spasso infinito

di Paolo Repetto, 18 settembre 2024

A proposito di serialità (quella cui accennavo presentando le ultime recensioni di Vittorio): anche la mia sta diventando – in realtà è sempre stata – una produzione seriale. Nel caso specifico del pezzo che segue, è l’ennesima puntata della serie relativa alla mia biblioteca, con gli stessi protagonisti, io e i miei libri, e solo l’ambientazione leggermente diversa[1]. Ma in fondo io e i miei libri siamo sempre stati protagonisti di ognuno dei pezzi sin qui prodotti, quindi non di serie si dovrebbe parlare ma della composizione di un puzzle che a dispetto del numero enorme di tessere ancora da sistemare si intravvede ormai benissimo. Titolo del puzzle? A infinite jest, tanto per parafrasare qualcuno: “uno spasso infinito”, un’autobi(blio)grafia di ringraziamento per la vita che mi è stato concesso vivere e per i libri che mi è stato dato leggere.

 

P.S. Mi accorgo che stiamo tornando alle origini. Vale a dire che sul sito si torna a parlare prevalentemente di libri. Sarà un bene o sarà un male? Non lo so. So però che è un segnale, e la prima cosa che mi viene in mente è che forse di altro in questo momento non val la pena parlare, pena il rischio di dire fesserie, e che è comunque un modo per marcare la distanza da Sangiuliano e dalla cricca dei non-lettori professi della quale l’ex-ministro è un esemplare perfetto e tutt’altro che unico.

Altre stanze

L’“altra stanza” è quella cui accenno ma che non mostro mai ai visitatori occasionali. Vi accedono raramente anche gli amici e i miei stessi famigliari, con qualche eccezione per mio nipote. Non la mostro per più motivi: intanto per ragioni logistiche, perché è un po’ discosta dal corpo centrale della mia abitazione, e per raggiungerla occorre transitare per il ripostiglio-lavanderia o passare dalla scala esterna; ma soprattutto perché è un autentico bazar dove sono ammonticchiati, sopra e dentro un armadio o direttamente sul pavimento, zaini, valigie e borse di ogni foggia e dimensione, giacconi e tute invernali, imbraghi e ciaspole, tutto l’armamentario insomma, ormai purtroppo dismesso da tempo, per viaggi, escursioni e alpinismo.

La motivazione più vera sta comunque nel fatto che le scaffalature disposte lungo due pareti ospitano gran parte della mia adolescenza: i fumetti, la letteratura poliziesca e quella fantascientifica, gli “umoristi”, da Jerome e Wodehouse a Campanile e Francesco Piccolo. Mancano i libri dell’infanzia: quelli sopravvissuti sono in esilio al Capanno.

Questa disposizione separata non riflette una qualche mia scala di valori dei libri, ma risponde semplicemente a un criterio d’uso. Come ho già spiegato altrove, ho stipato nello studio e nell’ex-tinello, che ne è ormai un’appendice, tutta la saggistica, disposta secondo una collocazione che mi permette di rintracciare immediatamente ciò che serve per le mie ricerche o di individuare con un colpo d’occhio altre fonti di eventuali suggerimenti.

Narrativa e poesia di tutte le letterature mondiali le ho trasferite nel corridoio e nei locali che vi si affacciano, sono meno visibili ma sono raggiungibili con pochi passi e suppongono comunque una frequentazione più saltuaria. Ciò che riempie invece gli scaffali della stanza “segreta” lo conosco talmente bene da non aver bisogno di tenerlo a portata immediata di vista. È probabilmente l’unico settore della mia biblioteca del quale posso affermare di aver letto davvero tutto.

C’è però un’ulteriore ragione, ed è una forma di gelosia che definirei “protettiva”. Per me quei libri e quegli albi hanno significato moltissimo. Sono legati per la maggior parte a una fase particolare della mia vita (e questo, naturalmente, vale allo stesso modo da sempre per qualsiasi lettore) che ha però coinciso anche con un momento particolare della nostra storia comune, quando la lettura si è aperta a tutti, mentre la televisione ancora non c’era (in casa mia no senz’altro), e se c’era aveva un peso e un impatto trascurabili: e questo restringe alla mia generazione il tipo particolare di ricezione. Inoltre, le sequenze con le quali queste letture sono arrivate e il loro intersecarsi con esperienze di tutt’altra natura raccontano una storia che non può essere che individuale: ovviamente la mia.

Insomma, ne sono geloso perché sono certo che ad altri direbbero cose diverse da quelle che hanno detto a me – come è giusto e normale che sia – e io voglio invece lasciarle legate a quell’ordine, a quel significato e a quel ricordo.

Chiarito questo, per una volta vi lascio entrare in visita guidata nell’altra stanza, invitandovi a fare attenzione per non inciampare in un arco o in una piccozza, a non rovesciare un trespolo porta-abiti e a non prendere in testa un trolley. Sarà comunque una visita breve, limitata al settore fumetti. Della giallistica, della fantascienza e degli umoristi ho già parlato altrove, in più occasioni. Anche del fumetto, a dire il vero, ho già parlato, e forse più che degli altri generi: ma mi rimane ancora qualcosa da dire.

Ad esempio, che quasi tutte le mie raccolte hanno in realtà una storia recente. In qualche caso sono la ricostruzione sofferta e testarda di quelle originali (vale per GimToro, per il Vittorioso, per Pecos Bill, per Nat del Santa Cruz e per altre testate), costruite all’epoca pazientemente con scambi, favori, zelo di chierichetto e prestazioni d’opera per l’edicolante, ma qualche volta anche con sotterfugi e scommesse insensate e persino con estorsioni (in famiglia non era prevista alcuna voce di spesa per i fumetti): tutte quelle sono andate poi perdute per vicende varie o per stupida disaffezione al momento del passaggio dall’adolescenza alla maturità. In altri casi le raccolte sono invece il frutto di un desiderio coltivato lungo decenni per storie e personaggi che avevo avuto la ventura di conoscere ma non la possibilità di seguire, e meno che mai di acquistare. Parlo ad esempio di Tintin, di Blake e Mortimer e di Blueberry, o più in generale della scuola fumettistica franco-belga, scoperti tramite un amico monegasco che trascorreva a Lerma le vacanze e leggeva riviste leggendarie come Pilot e più tardi MétalHurlant. Questi li ho pazientemente recuperati nelle edizioni italiane, integrando spesso le collezioni con gli originali in francese (da loro, forse, le mie passioni per Magritte e per Jacques Brel). Altre collane, come quella di Corto Maltese e della Storia del West, datano ai tardi anni Sessanta, e sono quelle che mi hanno spinto a tornare a leggere i fumetti, sia pure con uno spirito nuovo; o ai settanta, quando finalmente ero anche in grado di investire nelle mie passioni un piccolo budget. Parlo di saghe importanti, come quelle di Ken Parker (figlio riconosciuto di Jeremiah Johnson, uno dei miei film di culto), di Jonathan Cartland, di Mac Coy o de I pionieri del nuovo mondo; oppure degli albi di Rino Albertarelli per serie de I protagonisti e di Dino Battaglia o di Sergio Toppi per Un uomo, un’avventura (non solo i loro, naturalmente: possiedo la serie completa). Infine, tra le cose più recenti che hanno solleticato lo spirito collezionistico ci sono le produzioni di Attilio Micheluzzi, di Vittorio Giardino e di Renzo Calegari, per le quali la caccia è ancora aperta.

Ho citato, naturalmente, solo le testate che reputo più significative, quelle che torno a sfogliare più spesso: ma ce ne sono diverse altre. La considero già una discreta collezione, soprattutto per quanto concerne il western, anche se per un amante del fumetto è il minimo sindacale. Ciò che la distingue e la rende particolare è lo spazio riservato alla produzione dei primi anni Cinquanta, perfettamente comprensibile dal momento che a quell’epoca risale la mia fascinazione per le bande disegnate. Quella fascinazione, al contrario di molte altre, non è mai venuta meno, e anzi, si ripete, sia pure esercitandosi su stati d’animo ben diversi, ogni volta che rileggo un albo. Soprattutto poi se ho in mano quelli originali. Ne possiedo ancora molti, anche se il mio tesoro, custodito un tempo dentro robuste casse da birra in legno, quelle in uso sulle navi, a prova di topo, è andato quasi totalmente disperso: conservo o ho recuperato vecchie strisce di Nat o di Gim Toro, di Akim, Miki, Blek, de Il piccolo sceriffo, di Kinowa e de Il piccolo Ranger, albi di Pecos Bill e del favoloso Oklahoma, nonché numeri de Il Monello e de L’Intrepido, del Vittorioso, del Pioniere e dell’Avventuroso. Sono diligentemente imbustati e inseriti in raccoglitori, come sacre reliquie. Ho persino scaricato da internet e poi stampato storie ormai irrintracciabili anche nei mercatini, delle quali conservavo una vaga memoria perché lette nel circolo parrocchiale, nei primissimi anni di scuola: ricordavo non le immagini, le trame o i personaggi, ma l’impressione che mi avevano prodotto. E a distanza di tutto questo tempo quell’impressione si è ripetuta, vivida, e giustificata non più dallo stupore infantile ma dalla eccezionalità delle cose che stavo ritrovando.

Mi riferisco ad esempio a certe storie comparse settant’anni fa sul Vittorioso (l’unica pubblicazione a fumetti ammessa nel circolo parrocchiale: tutto il resto era “sconsigliato” o “escluso”). Erano pensate senza dubbio per un pubblico di adolescenti, con chiaro intento didattico, ma per un ragazzino di sette o otto anni avido di racconti e di immagini rappresentavano comunque la porta d’ingresso in un’altra dimensione. Dopo aver conosciuto le storie scritte e disegnate da Franco Caprioli, quello che la scuola mi passava diventava quasi superfluo.

Ripeto, qui non si tratta solo di nostalgia. La loro rilettura mi ha lasciato stupefatto tanto per la qualità delle immagini che per la cura linguistica e la felicità inventiva. E mi ha anche illuminato sull’origine di certe mie passioni e di conoscenze che ogni tanto emergevano misteriosamente dalla mia memoria.

In Una strana avventura tre giovani amici imbarcati su un cutter finiscono alla deriva durante una tempesta che flagella il Mediterraneo e si ritrovano sbalzati su un’isoletta dove incontrano, guarda caso, un loro insegnante di storia. Guidati da costui si addentrano in una terra rimasta all’età del neolitico, e qui incontrano gli ultimi superstiti dei cacciatori nomadi vissuti in Europa all’età della pietra, che cacciano i mammut e gli uro e devono difendersi da rinoceronti bicorne. Il professore sa tutto delle diverse “razze” che hanno successivamente abitato l’Europa (Chancelade, razza di Grimaldi, Cro-magnon, ecc ), e scorta i nostri eroi in un avvincente viaggio verso l’interno, costellato di incontri straordinari con uomini e animali “primitivi”, che si rivela anche un viaggio nel tempo, dalle caverne e dalle palafitte villanoviane sino ai primordi delle civiltà storiche. Ecco lì da dove nasce la mia curiosità paleoantropologica. Non è questione di geni, ma di giornalini.

Allo stesso modo una storia western, Il segreto del pugnale, oltre ad essere avventurosissima e avvincente per gli scenari insoliti nei quali si svolge e per la bellezza delle tavole (Caprioli usava una tecnica tutta sua, quasi un pointillisme), si rivela una vera e propria lezione di etnologia, per l’accuratezza filologica negli abbigliamenti, nei rituali, negli oggetti e negli ambienti. Con quello che ne ricordavo, e col resto che avevo appreso da Il tesoro di Tahorai-Tiki-Tabù ho fatto un figurone anni dopo all’esame universitario di Civiltà precolombiane, e ho stabilito quello che ritengo essere un record mondiale di esame con esito positivo a Etnologia: un minuto e dieci secondi, cronometrati da un amico.

Per non parlare poi del linguaggio. La mia lingua madre è il dialetto, e in dialetto si svolgevano all’epoca in tutti i rapporti, in famiglia e con gli amici. A scuola ho ricevuto i rudimenti dell’italiano, ma l’ho poi parlato correntemente apprendendo non dai libri di lettura delle elementari o da I promessi sposi, ma da fumetti nei quali la storia era narrata così: “La notte cala insolitamente nera, causa una fitta cortina di nubi portate dallo scirocco”. “La terra con i suoi neri dirupi ha un aspetto sinistro e strano, da incubo”. “I tre ragazzi bordano le vele debitamente terzarolate e si accingono a salpare”. E i dialoghi: “Professore! … come mai qui?! … e perché s’è vestito in cotesto modo?” Ancora al Liceo la mia insegnante di lettere mi rimproverava l’uso nei temi di certe espressioni “vetuste”, di un linguaggio con velleità letterarie, e io ci rimanevo male, perché per me l’italiano era quello – e in qualche misura è rimasto tale.

Ora, tutto questo può odorare di stantio, della patetica nostalgia di un vecchio per i bei tempi della gioventù. E magari un po’ è anche così. Ma fatte le debite tare, al netto rimane che la cultura trasmessa da quelle tavole disegnate era ben altra cosa rispetto a quella che i ragazzini e gli adolescenti assorbono oggi sui social, e anche a quella che la generazione che li ha preceduti, i nostri figli e loro genitori, ha succhiato dalla televisione. Non è una percezione deformata del passato, è la realtà. Mi si obietterà magari che si trattava di una cultura basata su valori totalmente occidentali, che seppur declinati in maniera diversa (tra Il Vittorioso e Il Pioniere ne correva), rimanevano comunque vincolati a una concezione “imperialistica” dei rapporti con la natura e col resto dell’umanità: e che oggi tutte queste cose sarebbero bruciate sul rogo della cancel culture (cosa che vale naturalmente anche per il cinema dell’epoca, oppure per la letteratura e persino per l’infarinatura storica impartiteci a scuola). Non sarebbe difficile smontare questa obiezione – anche se, considerando da chi in genere queste accuse sono mosse, penso sarebbe del tutto inutile: ma non è questo che qui mi importa. È invece il fatto i miei fumetti alcuni valori comunque li trasmettevano, un messaggio etico lo inviavano, e chi ne è stato l’entusiasta destinatario ha poi avuto tutto il tempo e l’agio di rifletterci su, di correggerne le storture, di modificare le proprie convinzioni. Aveva una base su cui poggiare i piedi e da cui muovere. In fondo, la condizione necessaria per poter cambiare idea è averne una.

Eppure, anche prima dell’arrivo della furia cancellatrice, l’influenza del fumetto, di quei fumetti in quel particolare periodo storico, è sempre stata sottovalutata o considerata con sospetto. All’epoca era ritenuta nociva per motivi differenti, quasi opposti: distraeva e diseducava le menti e inquinava le certezze storiche. La scuola per prima lo ostracizzava, e questo naturalmente contribuiva a farcelo amare ancor più. Era un’esperienza proibita, che prometteva paradisi artificiali di carta e intanto creava adrenalina e piacere già per il fatto stesso di praticarla. Le uniche punizioni di cui ho ricordo rimediate alle elementari o alle medie erano legate agli scambi di fumetti che avvenivano sottobanco. Quando, se pur raramente, venivano scoperti, quei traffici erano implacabilmente stroncati dagli insegnanti, e giù ramanzine e comunicazioni ai genitori: ma la vera punizione era il sequestro e la distruzione dei corpi del reato. Dopo che fui obbligato a gettare nella stufa della classe due albi di Pecos Bill ho sofferto di crisi depressive per mesi.

Gli scambi non si sono mai interrotti, avvengono anche oggi, ma riguardano ben altri stupefacenti: e sono purtroppo molto più tollerati dei nostri innocenti traffici.

Da parte della cultura “alta” la diffidenza e la distanza nei confronti del fumetto sono state mantenute ben oltre gli anni Cinquanta, persino dopo che il genere aveva ricevuto una legittimazione da semiologi di fama come Eco e Morin o da artisti come Roy Lichtenstein. La riabilitazione è arrivata molto tardi. Basti pensare che la voce “fumetto” è comparsa nella Treccani solo dopo il 1978, affidata peraltro a un collaboratore qualificato come esperto di ingegneria, che infatti si limitò a compilare un lungo elenco di testate e di autori (citando solo di sfuggita Il Vittorioso e ignorando del tutto Franco Caprioli). E una volta mutato l’atteggiamento le cose sono andate solo peggio, com’era logico aspettarsi. È scattata l’omologazione, si è tentato di impiegare il fumetto a fini didattici (le strisce in latino, le Storie d’Italia, ecc…, con risultati penosi), di animarlo per una destinazione televisiva (Gulp! Fumetti in tv), di speziarlo per una fruizione morbosamente edonistica (da Barbarella a Guido Crepax e Manara) o dissacrante alla maniera “post-moderna” (Moebius e LesHumanoïdesAssociés, lo Zanardi di Andrea Pazienza), di piegarlo da ultimo al messaggio politico (Zero Calcare). Il paradosso sta nel fatto che questi in fondo non possono nemmeno essere definiti usi impropri, perché il fumetto ha avuto un senso e un ruolo culturale propositivo per un paio di generazioni, la mia e quella che l’ha preceduta (quest’ultima però con una fruizione più elitaria); poi questo ruolo lo ha esaurito, soppiantato da media meno liberi e ben più potenti, più accattivanti perché il loro consumo non richiedeva alcuno sforzo attivo. Per sopravvivere ha dovuto evolversi (ma sarebbe più corretto dire involversi), ripiegandosi su se stesso, andando sempre più a caccia di un riconoscimento artistico e culturale ufficiale, complicando le vicende e affinando le tecniche di rappresentazione. Non ha più guidato il percorso di crescita di adolescenti affamati di valori, ma ha seguito e assecondato quello di adulti disincantati e bulimici di effetti speciali.

Insomma, dobbiamo ammettere che anche gli autori che più amiamo, da Pratt a Battaglia e Toppi e a Berardi e Milazzo, al di là del fatto che possano aver coinvolto anche una parte (sempre più ristretta) delle generazioni successive, parlano essenzialmente a noi, che in effetti abbiamo continuato ad esserne i principali fruitori. E che la cultura che trasmettono, ormai in veste ufficiale e legittimata, non è più una cultura “altra”, magari infarcita di valori che troppi oggi ritengono obsoleti, ma capace di per sé, per la sua natura genuinamente underground, di aprire alla realtà e contemporaneamente al sogno menti ancora acerbe, ma è quella allineata alle più recenti mode di un pensiero davvero “debole”. I loro lettori vi cercano non la sorpresa, ma conferme di ciò che già sanno e si attendono. Non l’avventura, ma surrogati che giustifichino la loro compiaciuta pigrizia mentale.

Parliamoci chiaro: noi non abbiamo dovuto aspettare la revisione hollywoodiana del western degli anni Settanta, da Soldato blu a Balla coi lupi, o le fumisterie della New Age, e neppure Ken Parker o Cartland, per stare dalla parte degli indiani. Avevamo già letto vent’anni prima Tex e Il segreto del pugnale, e visti i film di John Ford, e avevamo appreso intuitivamente alcune rudimentali verità: che da una parte come dall’altra ci sono i buoni e i cattivi, gli onesti e i mascalzoni, che dei primi bisogna fidarsi e degli altri no, che gli uni vanno soccorsi e gli altri combattuti, indipendentemente dal colore della pelle, dai costumi e dalle credenze religiose. Quelli che non avevano appreso queste cose evidentemente leggevano di fretta (o non leggevano affatto), saltando a piè pari i cartigli e lasciando spazio nelle loro menti per imboniture e assuefazioni di ben altro genere. E infatti. Grafic novels come quelle di Zero Calcare possono piacere solo a coloro che i fumetti non li hanno letti al momento giusto o non li hanno comunque mai amati, e non possono capire che c’era più contenuto politico, e se vogliamo anche rivoluzionario, ne Il grande Blek o in Liberty Kid che in tutte la produzione “impegnata” che circola oggi nei salotti “progressisti”. E soprattutto che quelle storie avevano un senso perché rivolte a chi non voleva distrarsi, ma immergersi nella vita.

Ancora un’ultima cosa. Tra le altre accuse, negli anni Cinquanta circolava quella che il fumetto fosse diseducativo anche rispetto alla formazione di un gusto estetico: che abituasse cioè ad una percezione semplificata, a linee pesanti di contorno, a un segno approssimativo o quando andava bene “calligrafico”. Questo proprio nel momento in cui stava esplodendo l’arte astratta, si stravolgeva l’ordine delle linee e dei colori, si rifiutava sprezzantemente il figurativo. Insomma, il fumetto distoglieva dal percepire i messaggi dell’arte “autentica” (o autenticata). Ora, in casa mia quei messaggi non arrivavano: non c’erano riproduzioni di opere d’autore, al più qualche immagine di santi o di madonne, e nessuno di noi ha mai visitato un museo almeno sin dopo i vent’anni. Anche i libri e i sussidiari scolastici erano illustrati da disegni, purtroppo di autori che non sarebbero stati in grado di disegnare un fumetto. La storia dell’Arte l’ho incontrata poi, al liceo, dopo i quindici anni, quando ormai mi ero autoeducato esteticamente. Mi ero abituato presto a cogliere le differenze di segno dei diversi disegnatori o degli illustratori dei libri d’avventura, ad apprezzare o meno certe caratteristiche (per me la cartina di tornasole tra il buono e il mediocre era la rappresentazione dei cavalli, oppure quella degli scenari naturali), a capire che un tratto sbrigativo era congeniale alle storie di pura azione, mentre una tecnica più elaborata mi induceva a riflettere maggiormente, a non inseguire solo lo sviluppo serrato della vicenda.

Da allora sono rimasto seduto sulla sponda del fiume, e ho visto mano a mano passare le spoglie delle avanguardie più rivoluzionarie, arte povera, body art, minimalismo, arte mimetico-visuale, concettualismo, transavanguardia, ecc… Di tutte queste cose non ho il minimo ricordo, sono scivolate via senza lasciare traccia, rivelando la loro natura di espedienti certificati da una critica mercenaria per lo spaccio del nulla in un mercato drogato. Ultimamente ho assistito alla riesumazione della pittura figurativa, celebrata dagli stessi critici ruffiani come la novità del terzo millennio, anziché come la resa a un ruolo che era stato ovvio per millenni. Perché in effetti di una resa si tratta, non di un ritorno: credo che nemmeno di queste immagini rimarrà traccia. Dovrei provare una maligna soddisfazione, e invece ho capito che prima ancora di quello del fumetto era già venuto meno il ruolo dell’arte. L’uno e l’altra sono diventati cose diverse, e mentre il fumetto ne ha preso atto e ha già cambiato nome, per l’arte dovremmo cominciare ad inventarci una o più denominazioni sostitutive. Ma non è un problema mio: ci penseranno (?!) le generazioni future.

Quanto a me, se ogni tanto vorrò risentirne il gusto, anziché intrupparmi in quelle mostre-evento che ammanniscono sempre gli stessi piatti, come alle sagre paesane, e in confezioni predigerite, potrò sempre rifugiarmi nell’altra stanza, spostare un po’ di ingombri e tornare a stupirmi piacevolmente davanti a una tavola di Franco Caprioli.

P.S. In tutta questa tirata viene citato solo una volta, e di sfuggita, Tex, che pure è stato uno dei pilastri della mia educazione, In effetti le raccolte di Tex (non gli originali, quelli li ha fatti suoi mio figlio, assieme ai Ken Parker) sono al Capanno, perché qui avrebbero occupato troppo spazio. Ma c’è anche il fatto che Tex è stato sì importante sì nella mia formazione, ma a livello più epidermico, nel senso che ne ho appreso e mutuato, nel mio piccolo, certi atteggiamenti, un decisionismo a volte sin troppo sbrigativo, una primitiva e solida distinzione tra il bene e il male, senza sfumature; ma non mi ha certo insegnato a riflettere. Ha costituito un modello, inarrivabile come Achille, dell’azione, non del pensiero. E non essendo lui mai invecchiato in settantacinque anni, ci siamo persi di vista. Non so quanto oggi possa ancora parlare ai giovani, credo molto poco, e penso non abbia più granché da dire nemmeno agli altri. Eppure è l’unico eroe di carta della mia generazione (siamo nati lo stesso anno, ma lui è uscito già armato come Pallade Atena, e già a cavallo) che sia sopravvissuto. Probabilmente sopravviverà anche a me. Qualche motivo ci sarà. Forse davvero è cresciuto senza invecchiare, al contrario di noi che tendiamo a invecchiare senza crescere.

Dovrei andare a rileggermi anche lui.

[1]Mi riferisco a Elisa nella stanza delle meraviglie; Ritorno alla stanza delle meraviglie; Che belle figure; Cocco Bill contro i trafficanti di utopie; Il pellegrinaggio a Lucca; Incursioni nell’immaginario; Provaci ancora, Wile!

Le immagini di questo articolo sono tratte da Il Vittorioso, dalle storie disegnate da Franco Caprioli Una strana avventura, Il segreto del pugnale e L’elefante sacro.

L’estate tra i ghiacci

di Paolo Repetto, 4 ottobre 2021    [1]

Allora. Siamo campioni del mondo anche nella pesca d’altura al tonno rosso, e stracciamo gli inglesi persino nel cricket. L’estate del 2021 rimarrà negli annali per i successi colti dagli azzurri in ogni immaginabile disciplina sportiva, olimpica, paralimpica e post-olimpica. Sono piovute tante medaglie che se fossero tutte d’oro massiccio, anziché placcate, avrebbero sanato il debito pubblico.

Purtroppo però non è piovuto altro: la trascorsa stagione sarà ricordata principalmente per una siccità che ha portato alle stelle i prezzi delle verdure e spinto nel panico i vegani (già si sussurra di un complotto dei padroni del clima), e per gli incendi che hanno carbonizzato mezza penisola, mandando in fumo i residui di un patrimonio boschivo già al lumicino. A tutto questo, al contrario che per le medaglie, il cui favoloso raccolto difficilmente si ripeterà, dovremo purtroppo abituarci. Anzi, direi che già ci siamo abituati.

Nel frattempo sono rimasto vittima anch’io dell’arsura estiva, assieme ai kiwi, ai cocomeri e al granoturco. Per mesi non c’è stato verso di buttare giù quattro righe. In questo caso il danno culturale oggettivo non è grave, e infatti nessuno giustamente se n’è accorto: ma per me la cosa stava diventando seria, perché ho vissuto la perdurante afasia come se la vita avesse cessato di riservarmi sorprese, le piccole scoperte che poi mi divertivo a condividere con gli amici. Fino a pochi giorni fa, il bilancio di uno sguardo indietro era che di questa estate non mi sarebbe rimasto nulla (o peggio: che avesse definitivamente certificato l’avvio di una stagione di decadenza).

E invece no. Per fortuna (almeno, per la mia) non è così. È bastato scrollarmi di dosso per un attimo il torpore da afa e distrarmi dai segnali di resa che il corpo mi invia per rendermi conto che anche in mezzo alle stoppie bruciacchiate si può raccogliere qualcosa. L’ho fatto, e ora provo a raccontarlo, accorgendomi tra l’altro che è già scattato l’effetto ciliegia (una tira l’altra, come sa bene Salvini), e che rischio addirittura di appesantire il bagaglio. Credo che sarà opportuno cavalcare l’onda dei ricordi in almeno un paio di puntate, per non esserne travolto.

Dunque, cominciamo. Nei giorni della canicola più arrabbiata, attorno alla metà di agosto, ho cercato refrigerio in un libro che sembrava scritto ad hoc: L’Idea di Nord di Peter Davidson. In effetti il saggio onora diligentemente la promessa del titolo: esplora cioè il posto occupato nell’immaginario antico e moderno dall’idea di un nord favoloso, misterioso, minaccioso. Dell’impero dei ghiacci, insomma, che nell’immaginario mio è entrato prepotentemente da subito, da quando bambino vedevo all’orizzonte le Alpi innevate e leggevo La regina delle nevi di Andersen o Lo zio di Svezia. Nel libro ho trovato molte cose che conoscevo, il che non manca mai di gratificarmi, ma moltissime di più che invece ignoravo: e me ne sono venute non rivelazioni epocali ma senz’altro alcune suggestioni che potrebbero essere considerate “leggere”, di quelle che non ti cambiano il modo di guardare alla vita ma lo insaporiscono (stavo per dire che sono le uniche possibilità che abbiamo di darle autonomamente un senso, perché per il resto siamo condizionati dalla natura, dal caso e dalle risposte altrui. È un po’ forte, ma sostanzialmente è vero).

L'estate tra i ghiacci 02

Ad esempio: nella sua analisi delle immagini letterarie Davidson cita il prodigioso fenomeno nel quale si imbatte Pantagruele nel corso di una delle sue avventure, mentre sta navigando nel mare del Nord, oltre il circolo polare artico.

Il gigante e i suoi compagni cominciano a percepire ad un certo punto rumori di fondo e voci che sembrano parlare nell’aria, dapprima flebili, poi sempre più distinti, senza che ci sia alcuno in vista. Sono naturalmente spaventati, ma il pilota della barca su cui viaggiano offre loro una strabiliante spiegazione:

— Non vi spaventate di nulla, Signore, rispose il pilota. Qui è il confine del Mar Glaciale, sul quale al principio dell’inverno scorso fu combattuta grossa e cruda battaglia tra gli Arimaspii e i Nefelibati. Le parole e le grida degli uomini e delle donne, il cozzo delle mazze, l’urto dell’armature e delle bardature, i nitriti dei cavalli e ogni altro fracasso del combattimento gelarono allora per aria. Ora, passato il rigore dell’inverno, sopravvenendo la serenità e il tepore del buon tempo, essi fondono e sono uditi.
— Per Dio, così dev’essere! disse Panurgo. Ma non si potrebbe vederne qualcuna? Mi ricordo aver letto che a piè della montagna dove Mosè ricevette la legge degli Ebrei, il popolo vedeva le voci sensibilmente.
— Ecco, ecco, disse Pantagruele, vedetene qui che non sono ancora sgelate. E ci gettò sul ponte parole gelate a piene mani, che sembravano confetti perlati di colori diversi. Tra esse vedemmo parole di gola, di sinopia, d’azzurro, di sabbia e d’oro. E stando un po’ tra le mani si riscaldavano e fondevano come neve, talché le sentivamo realmente; ma non le comprendevano, ché erano in lingua barbara. Un confetto tuttavia, abbastanza grosso, che Fra Gianni aveva riscaldato fra le mani, scoppiò come fanno le castagne gettate sulle bragie senza essere castrate, e ci fece trasalire di paura. — Fu a suo tempo, un colpo di falconetto, disse Fra Gianni. Panurgo ne chiese ancora a Pantagruele, ma questi gli rispose che dar parole era costume d’innamorati.
— Vendetemene dunque, disse Panurgo.
— Vender parole: costume d’avvocati, rispose Pantagruele. Vi venderò silenzio piuttosto, come talvolta ne vende Demostene mediante la sua argentangina.
Ciononostante ne gettò sul ponte tre o quattro manate. Fra le quali vidi parole pungenti, parole sanguinose, che, disse il pilota, talora ritornavano là dond’erano partite, ma colla gola tagliata, parole orribili, e altre assai disgustose a vedere. E fondendosi insieme udimmo: hen, hen, hen, hen, his, tic, torc; lorgn, brededen, brededoc, frr, frrr, frrr, bu, bu, bu, bu, bu, bu, bu, tracc, tracc, trr, trr, trr, trrr, trrrrrr! On, on, on, on, on, uuuuon! got, magot e non so quali altre parole barbare. Egli diceva che erano grida d’assalto e nitriti di cavalli nell’ora dell’attacco; poi ne udimmo altre grosse che sgelando davano suono, talune come di tamburi o pifferi, altre come di buccine e trombe.
Ci divertimmo assai, credetelo. Io volevo mettere in conserva nell’olio qualche parola di gola, come si conserva la neve e il ghiaccio, e dentro feltro ben pulito. Ma Pantagruele non volle, dicendo esser follia conservare ciò di cui non v’è mai difetto e che si ha sempre sottomano, come sono le parole di gola fra tutti i buoni e allegri pantagruelisti.

L'estate tra i ghiacci 03Non ricordavo l’episodio (è difficile ricordare qualcosa nel mare magnum di stramberie che farcisce il capolavoro di Rabelais: o forse non ero mai arrivato a leggerlo), e Davidson vi fa giusto un cenno, per cui sono immediatamente andato a verificare. È così che ho pescato questa perla.

Parole e suoni ibernati. È un’immagine fantastica. Parole e suoni che arrivano dal passato, e scongelano al ritorno della primavera o a contatto col calore delle mani. Che vincono insomma le leggi del tempo, e in qualche misura lo fermano. Rabelais era davvero geniale, e la sua trovata non era affatto peregrina: anche senza metterle sott’olio come propone il narratore, gli uomini hanno trovato il modo di conservare le parole. Ci sono riusciti dapprima con la scrittura, con un processo che potremmo definire di trasposizione sensoriale e di essicazione, poi conservandole in tutta la loro pienezza espressiva, attraverso la registrazione magnetica.

Quando leggiamo un libro, quando ascoltiamo una voce o un brano musicale registrati, noi scongeliamo le parole e i suoni, vinciamo, sia pure momentaneamente, sul tempo. Sarà anche una vittoria effimera, ma sono comunque soddisfazioni.

Il Nord però riserva altre sorprese. In un altro punto, parlando de Il senso di Smilla per la neve, Davidson fa notare come la seconda parte del romanzo ricalchi pari pari un’avventura di Tintin, quella dell’albo L’Isola Misteriosa. Sarò anche malato, ma sono queste le cose che mi mandano in pressione. È seguito l’immediato ripescaggio di Smilla (e, naturalmente, di Tintin). Non era però Smilla ad intrigarmi davvero, ma il suo autore, Peter Høeg. All’epoca in cui Høeg inaugurava la moda del triller nordico, negli anni novanta, mi ero letto anche I quasi adatti, che mi era piaciuto moltissimo, e La storia dei sogni danesi, che invece mi aveva lasciato perplesso. Non certo per il tema. Il romanzo tratta infatti dell’archetipo di tutte le utopie, il sogno della cancellazione del tempo. Nel racconto questo sogno viene perseguito e persino apparentemente realizzato nel XVI secolo da un aristocratico danese seguace di Paracelso, che isola dal resto del mondo se stesso, la sua famiglia e le sue proprietà, bandisce tutti gli orologi e semplicemente ignora il passare dei giorni, dei mesi, degli anni, fino ad arrivare a dimenticarsene. La diga eretta ad esclusione del tempo regge per secoli, fino a quando un outsider non la incrina e avvia il processo di disgregazione, per cui il muro crolla e il tempo torna a trascorrere inesorabile.

Quando lessi il libro, più di vent’anni fa, mi diede l’impressione di un tentativo in sostanza poco riuscito, a dispetto dell’assunto e di pagine bellissime: mi ero perso in un gioco di metafore che mi pareva eccessivo. Ora mi rendo conto che quel sogno, e persino le modalità della sua realizzazione (le mura altissime erette attorno alla proprietà, l’isolamento totale nei confronti dell’esterno), li ho ritrovati recentemente, ma senza realizzare la connessione, nella vicenda di Charles Waterton (cfr. L’inventore dei capelli a spazzola). Sono dunque tentato di rileggerlo, magari rimandando a possibili e purtroppo probabili recrudescenze del Covid, con le conseguenti quarantene.

L'estate tra i ghiacci 04Tintin invece l’ho riletto subito, e sì, sono convinto anch’io che Høeg l’avesse in mente mentre scriveva Smilla. Immagino che io e Høeg abbiamo letto le storie di Hergé più o meno nello stesso periodo (in Italia hanno cominciato a circolare solo verso la fine degli anni Sessanta), ma avendo lui dieci anni di meno. Per me era stato come trovare un riassunto di tutti i sogni dell’infanzia e dell’adolescenza, per lui era il bacino cui attingere per cominciare a sognare. I risultati, infatti, si vedono.

L’isola misteriosa racconta una delle più belle avventure del mini giornalista belga, seconda solo a Tintin in Tibet. E ha innescato la mia ennesima re-immersione in quel mondo assieme straordinariamente reale e fantastico, nel quale la cosiddetta “linea chiara”, il segno grafico che caratterizza il fumetto francofono e quello belga in particolare, proietta scenari e vicende e personaggi assolutamente verosimili, curati nei minimi dettagli, in una dimensione alla quale hanno accesso gli spiriti avventurosi di tutto il globo.

L'estate tra i ghiacci 05A proposito di verosimiglianza. Ho scoperto che l’ispirazione per il personaggio Tintin è arrivata dalla vicenda di un boy scout quindicenne danese, Palle Huld, divenuto famoso a livello internazionale per aver compiuto nel 1928 un viaggio intorno al mondo da solo, come inviato di un giornale. Il berretto, il cappotto e i pantaloni alla zuava che esibisce nella foto sono esattamente gli stessi indossati in genere da Tintin, la cui prima avventura (Tintin au pays des Soviets) uscì esattamente un anno dopo (ed era ambientata nello scenario che fa da sfondo alla foto di Palle).

En passant: cinque anni dopo un altro ragazzo, questi diciottenne, Patrick Leigh Fermor, partiva da Londra per raggiungere a piedi Costantinopoli, da solo, attraversando nell’inverno del ‘33, giusto all’epoca dell’ascesa al potere di Hitler, un mondo germanico e slavo che ancora respirava aria asburgica. Un Tintin giramondo non era quindi affatto così inverosimile, o almeno, era l’incarnazione dei sogni della gioventù dell’epoca.

Non solo di quelli di viaggio. Hergé venne accusato dopo la guerra di personale connivenza con il nazismo, e il suo eroe di essere portatore di una mentalità fascista e di atteggiamenti razzisti (né più né meno come Tex, negli anni Sessanta). Sono accuse che possono arrivare solo da chi il fumetto non lo ha mai amato, e non sa quindi che il significato assunto (e trasmesso) dall’eroe prescinde per il lettore da ogni ideologia e da ogni contingente appartenenza di parte. Tintin incarna il coraggio che ogni adolescente – ma non solo – vorrebbe avere, e il suo coraggio è messo al servizio della giustizia. Che poi questa giustizia possa essere diversamente intesa a seconda delle epoche, delle circostanze e persino delle disposizioni individuali, questo è un altro discorso. E si spera che il giovane non si affidi solo alla lettura di Tintin per approfondirlo.

L'estate tra i ghiacci 06Beninteso. Hergé era davvero un simpatizzante della destra cattolica vallona, scriveva e disegnava per un giornale reazionario, professava idee fasciste e razziste, finanche antisemite, ed era amico del fondatore del fascismo belga, Léon Degrelle. Ma a dispetto del fatto che quest’ultimo abbia scritto (in Tintin mon ami) di essere stato lui l’ispiratore del personaggio, la verità è che come ogni eroe di carta che si rispetti l’intrepido ragazzino ha cominciato a vivere da subito, e già nella mente del suo ideatore, un’esistenza autonoma. Comunque, la situazione che Hergé racconta in Tintin au pays des Soviets non è molto lontana dai resoconti di altri visitatori che si erano recati nell’URSS in quegli stessi anni, partendo dal preconcetto opposto: e gli stereotipi razziali di Tintin au Congo erano quelli correnti in Europa negli anni Trenta, mentre la politica sudamericana descritta in Tintin e i picari, con i suoi caudillos e i sedicenti rivoluzionari, è esattamente quella con la quale la sinistra si è confrontata per anni tra entusiasmi e delusioni, da Castro a Sandino a Maduro, senza mai capirci nulla.

Se una colpa Tintin ha è quella di aver aiutato molti della mia generazione, e di quella precedente, a credere che per riportare un po’ di giustizia in questo mondo fosse sufficiente armarsi di coraggio e di determinazione: ma allora deve spartire la responsabilità con Tex, con Capitan Miki, con i supereroi della Marvel e persino con Corto Maltese, oltre che con i cavalieri solitari o i mucchi selvaggi del cinema western. Io non gliene voglio, né a lui né agli altri: so che non è così, ma mi piace sperare che continueranno a crederci anche le generazioni future.

L'estate tra i ghiacci 07Visto che ci stiamo aggirando in territorio di utopia, e nella provincia semiautonoma del fumetto, una naturale associazione di idee mi fa tornare in mente che in un mercatino estivo ho scovato una copia seminuova del Paperino don Chisciotte, quello disegnato nel 1956 da Pier Lorenzo de Vita (uno dei disegnatori di Pecos Bill, tanto per restare in tema di utopia). Ho l’impressione di averlo letto già all’epoca, anche se Topolino non era tra mie letture fumettistiche preferite, e soprattutto era una pubblicazione cui avevo accesso raramente. Senz’altro l’ho conosciuto dopo, quando mi sono divertito a recuperare tutti i classici della letteratura della Disney, da I promessi paperi alla Paperodissea e alla Paperopoli liberata. Comunque, è una trasposizione in chiave moderna delle avventure dell’hidalgo, che rimane abbastanza fedele al plot originale. Rileggerla ha però suscitato il ricordo di altre immagini, quelle che per prime mi avevano fatto incontrare il cavaliere della Mancia: il Don Chisciotte di Benito Jacovitti, uscito nel 1953 come supplemento a Il Vittorioso. Un po’ come Tintin, Il Vittorioso ha sofferto nelle valutazioni postume l’essere la rivista a fumetti dei circoli cattolici, schierata decisamente sul versante anticomunista: e questo ha fatto sì che se ne siano a lungo misconosciuti i meriti. In realtà, cattolico o meno, Il Vittorioso vantava fior di sceneggiatori e di disegnatori, e ha comunque proposto un modello etico positivo alla generazione dell’immediato secondo dopoguerra, soprattutto negli anni Cinquanta. Uno dei punti di forza del periodico era appunto Jacovitti, che come Hergé si è portato dietro la patente di reazionario, ma alla stessa maniera di Hergé non ha mancato di imporre i suoi personaggi al di là di ogni lettura ideologica, per la loro intrinseca vis comica, da Cocco Bill a Pippo, Pertica e Palla e alla signora Carlomagno.

L'estate tra i ghiacci 08Anche il suo Don Chisciotte era riletto in chiave moderna: si reincarnava in un pronipote del cavaliere e si imbarcava nelle stesse imprese disastrose, solo attualizzate (ad esempio, anziché contro i mulini a vento si lanciava contro i treni): finiva poi però per combattere le mire di un palazzinaro e, proprio in forza dei suoi proclami deliranti, veniva eletto sindaco di una piccola città. Cosa, quest’ultima, davvero molto attuale. Ma, come accadeva per tutti i fumetti di Jacovitti, l’interesse non era tanto nella storia quanto nell’umorismo delle singole vignette, straripanti di particolari assurdi. Per questo la mia non fu all’epoca una vera conoscenza col personaggio: avevo conosciuto il protagonista di una storia di Jacovitti, piuttosto che di quella di Cervantes.

L'estate tra i ghiacci 09Dopo quelle di Jacovitti e di De Vita ci sono state altre innumerevoli trasposizioni del Chisciotte a fumetti: io ricordo solo quella di Lino Landolfi (1968/69), sempre per Il Vittorioso, e quella di Toni Pagot e Gino Gavioli per il Giornalino. La prima, sebbene arrivata molto tardi, quando i fumetti erano ormai diventati per me una passione collezionistica e non esercitavano più una fascinazione etica, mi ha indubbiamente colpito: tra quelle che conosco è la più fedele allo spirito di Cervantes, anche nella regia. Mi aveva stupito a suo tempo la presenza di una parte introduttiva nella quale l’autore, inteso in questo caso proprio come Landolfi (c’è una sua foto) raccontava i propositi dell’opera, e di una sorta di poscritto nel quale era Don Chisciotte stesso a uscire dalla storia e a polemizzare contro le interpretazioni errate della sua figura.

Mi sono chiesto a chi potesse essere rivolta un’operazione del genere, nella quale tra l’altro la caratterizzazione fisica del personaggio era del tutto difforme da quella classica dettata da Cervantes (il Chisciotte di Landolfi ha un gran naso a patata, e un profilo tutt’altro che aquilino): difficile immaginare un pubblico, a meno di pensare che i destinatari fossero proprio i donchisciottomani patologici come me.

Il recupero della versione disneyana mi ha dato anche modo di realizzare che il Don Chisciotte è uno dei pochissimi classici di cui non ho mai posseduto una riduzione per ragazzi. Ho controllato sulle vecchissime liste dei desiderata, quelle che stilavo direttamente sugli elenchi riportati nelle quarte di copertina delle edizioni Carroccio-Aldebaran, dai quali spuntavo ogni nuova acquisizione. Queste riduzioni esistevano, alcune comparivano proprio nelle mie collane di riferimento, ma il Don Chisciotte non l’ho mai selezionato. Si vede che le versioni a fumetti non mi avevano convinto molto.

Qui però, come ho promesso sopra, mi interrompo, perché su Cervantes e sul suo alter ego avrei da dire parecchie cose: me lo riprometto da un pezzo e non voglio bruciarmi l’occasione. Vale la pena riservare loro una puntata apposita. Ma non è finita: l’estate non è stata attraversata solo dal Cavaliere dalla triste figura. Procedendo a ritroso la memoria ha iniziato a snebbiarsi, e ho in serbo tante perle che nemmeno in un romanzo di Salgari. Quindi (continua).

L'estate tra i ghiacci 01[1] Come al solito, il titolo non è originale. L’ho preso in prestito da un libro di Sally Carrigar, edito da Longanesi nel 1956, che possiedo nell’edizione rilegata, con una splendida sovracopertina. È stata una scelta apotropaica, viste le notizie che arrivano dai luoghi in cui il romanzo era ambientato: le acque e le terre che circondano il Polo Nord, l’Alaska, il Mare di Bering e lo stretto omonimo. Oggi, a soli sessant’anni di distanza, i ghiacci la Carrigar non saprebbe quasi più dove trovarli.

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