e la crisi del libro usato in South Korea
di Vittorio Righini, 24 ottobre 2026
Nella fiera del mugugno (peraltro interrotta da Paolo con il bel racconto su Piaggia (L’ombra più sottile), grande italiano, viaggiatore onesto e coraggioso) mi inserisco anch’io, perché oggi sono passato davanti alla principale edicola della mia città (Acqui Terme), e l’ho trovata chiusa, con cartello “vendesi”. Allora sono andato all’edicola vicino alle Poste: chiusa anche quella. Non parliamo di quella di via Alessandria, dopo la stazione, ormai chiusa da un pezzo e quasi abbandonata. Erano tutti casotti, come li chiamo io, pieni zeppi di riviste e musica e altre cose ancora, ci sono cresciuto intorno, soprattutto perché erano un punto di incontro per fare quattro chiacchiere e comprare il mensile più gradito. Il forte calo delle vendite, il mancato ricambio generazionale per un’occupazione che non remunera più quanto dovrebbe, il web, i social e la tecnologia elettronica hanno decretato la fine di questi amatissimi, almeno per me, vecchi chioschi.


Non avevo però calcolato che la crisi coinvolge anche il libro, sebbene in Italia non sia ancora un fenomeno così importante. L’ho scoperto perché seguo il blog di un fotografo (non professionista), Maurizio “Mau” Vagnozzi, che da 50 anni gira l’Estremo Oriente per curare gli interessi commerciali della ditta per cui lavora. Il sito è basato sulla fotografia (soprattutto la street photography) ma le riflessioni che accompagnano le foto sono spesso vicine al mio pensiero e di agevole lettura; inoltre affrontano argomenti che riguardano paesi che non ho mai visitato o, se ci sono stato per lavoro, è stato un mordi e fuggi, e che quindi mi incuriosiscono.
Il blog si chiama http://www.vitavissuta.com/ed è in inglese. Ora vi ricopio uno degli ultimi articoli sulla crisi del libro usato (o della lettura in forma analogica) che Vagnozzi ha scoperto a Busan pochi giorni fa. Se andate sul sito, vedrete anche delle belle foto. L’articolo si intitola: Books, but no reader. Ovviamente se il testo si accompagna alle foto rende di più: ma per semplificare ai non poliglotti allego la mia traduzione dall’inglese.

“In questo piccolo negozio devono esserci decine di migliaia di libri. Si arrampicano lungo le pareti, riempiono stretti corridoi e si ergono in torri precarie dal pavimento. Letteratura, filosofia, storia, vecchi manuali scolastici e romanzi dimenticati si contendono ogni centimetro disponibile. È uno straordinario accumulo di sapere umano, compresso in pochi metri quadrati. Eppure, ciò che più mi colpisce non è il numero di volumi, quanto piuttosto l’assenza quasi totale di clienti. Passeggiando per la via dei libri di Bosu-dong, uno dei quartieri storici più caratteristici di Busan, incontro un negozio dopo l’altro stracolmo di volumi stampati, mentre i librai se ne stanno seduti in silenzio dietro i banconi, circondati da una merce che sembra suscitare più curiosità che un reale interesse all’acquisto.
La storia di questo vicolo rende la scena particolarmente toccante. Il commercio librario a Bosu-dong nacque durante la guerra di Corea, quando Busan divenne la capitale provvisoria della Corea del Sud e un rifugio per chi fuggiva dal conflitto. Qui si scambiavano libri di testo usati e altre pubblicazioni, offrendo a studenti e famiglie sfollati l’accesso all’istruzione in un’epoca in cui i libri erano beni preziosi. In un Paese devastato che cercava di ricostruirsi, il sapere rappresentava un’opportunità, e possedere un libro poteva costituire un investimento per un futuro migliore.
Nei decenni successivi, il vicolo si è trasformato in un importante polo per i libri di seconda mano, rispecchiando lo straordinario impegno della Corea del Sud verso l’istruzione e il progresso intellettuale. Oggi i negozi sono ancora lì, con gli scaffali che traboccano, ma l’atmosfera suggerisce che il rapporto tra i libri e la società sia profondamente mutato.

Parte di questa trasformazione è facile da spiegare. L’avvento del Kindle di Amazon e di altri lettori elettronici ha radicalmente cambiato le dinamiche economiche e la fruibilità della lettura. Un dispositivo che pesa poche centinaia di grammi può contenere migliaia di titoli, acquistabili all’istante e spesso a prezzi inferiori rispetto alle controparti cartacee. In Corea del Sud, dove la tecnologia digitale è profondamente radicata nella vita quotidiana, gli smartphone e le piattaforme di lettura online hanno ulteriormente accelerato questo passaggio. Le librerie tradizionali si trovano ora a competere non solo con i grandi rivenditori online, ma anche con un sistema del tutto nuovo di distribuzione e consumo dei contenuti scritti. Eppure, ho il sospetto che ciò a cui assisto a Bosu-dong rifletta qualcosa di più significativo della semplice sostituzione della carta con gli schermi elettronici. La vera competizione non è più tra un libro fisico e un Kindle, bensì tra la lettura prolungata e le modalità sempre più frammentate in cui consumiamo informazioni. Piattaforme di social media come TikTok, Instagram e YouTube hanno trasformato il nostro rapporto con il tempo e l’attenzione. Il loro straordinario successo si basa, in parte, sulla capacità di offrire una successione continua di esperienze brevi e immediatamente gratificanti, selezionate con cura da algoritmi progettati per mantenerci coinvolti. Un libro, al contrario, richiede un impegno intellettuale diverso. Esige concentrazione, pazienza e la disponibilità a seguire un ragionamento o una narrazione ben oltre i primi minuti. Leggere un saggio impegnativo o un romanzo comporta l’accettazione della complessità, la possibilità di tornare su passaggi precedenti e la capacità di lasciare che le idee si sviluppino gradualmente. Nessuna di queste caratteristiche si inserisce agevolmente nell’economia della gratificazione istantanea.
Ciò non significa che la tecnologia digitale ci renda necessariamente meno intelligenti, né che le generazioni più giovani abbiano abbandonato la curiosità intellettuale. Al contrario, l’accesso alle informazioni non è mai stato così diffuso e le piattaforme digitali hanno creato straordinarie opportunità di apprendimento. Chiunque possieda uno smartphone può esplorare argomenti che, per le generazioni precedenti, erano accessibili solo attraverso libri costosi o biblioteche specializzate. Esiste però una distinzione importante tra l’avere accesso alle informazioni e lo sviluppare una comprensione più profonda delle stesse. La costante disponibilità di spiegazioni, riassunti e brevi video può dare l’impressione che il sapere si possa acquisire quasi istantaneamente, senza quel costante impegno che tradizionalmente si associa alla lettura. Finiamo per conoscere un po’ di tutto su una quantità enorme di temi, dedicando forse meno tempo ad approfondirne a fondo anche solo uno.
Trovo questo aspetto particolarmente interessante in Corea del Sud, un Paese il cui straordinario sviluppo economico si è basato, in larga misura, sull’istruzione, sulla disciplina e sull’accumulo di conoscenza. La stessa società che un tempo considerava i libri di testo strumenti essenziali per la mobilità sociale è oggi tra le più connesse tecnologicamente al mondo. Non c’è contraddizione in questa evoluzione, ma c’è una certa ironia nel vedere migliaia di libri coprirsi di polvere in una città dove quasi tutti portano con sé, a portata di mano, un’immensa biblioteca digitale. La domanda è se tale accessibilità si traduca in una maggiore lettura, o se i libri stiano gradualmente cedendo il passo ad altre forme di intrattenimento e informazione.

Mentre continuo a fotografare i negozi, rimango sempre più affascinato dalla presenza fisica dei libri stessi. Ogni volume rappresenta lo sforzo di qualcuno nel dare ordine all’esperienza, studiare un argomento, costruire un ragionamento o immaginare un mondo diverso. Alcuni hanno richiesto anni di lavoro; altri contengono idee che sono sopravvissute per secoli. Nel loro insieme, costituiscono uno straordinario archivio della curiosità umana. Il loro valore non risiede semplicemente nelle informazioni che contengono – gran parte delle quali oggi è reperibile altrove – bensì nel percorso intellettuale a cui invitano il lettore. Un libro permette all’autore di sviluppare un pensiero senza dover competere per l’attenzione altrui ogni pochi secondi. Offre al lettore l’opportunità di addentrarsi nel ragionamento di un’altra persona e di soffermarvisi abbastanza a lungo da poter mettere in discussione, dissentire o comprendere. Certo, una visita tranquilla a Bosu-dong non basta a dimostrare che la gente legga meno; l’assenza di clienti in una libreria tradizionale non implica necessariamente la scomparsa dei lettori. I libri possono essere acquistati online, presi in prestito in formato digitale o fruiti attraverso modalità che non lasciano alcuna traccia visibile in queste stradine. Eppure, lo scenario appare emblematico di una trasformazione culturale più ampia, che va ben oltre i confini della Corea del Sud. Viviamo in un’epoca caratterizzata da un accesso alla conoscenza senza precedenti, ma anche in un tempo in cui la nostra attenzione è diventata una risorsa preziosa, costantemente contesa da piattaforme il cui modello di business si fonda sul tenerci in continuo movimento, da un contenuto all’altro.

Lasciando Bosu-dong, mi ritrovo a riflettere non tanto sul futuro dei libri cartacei, quanto sul futuro della lettura in sé. La carta potrebbe finire per diventare una scelta di nicchia, proprio come i dischi in vinile sono sopravvissuti all’avvento della musica digitale. Non sarebbe affatto una tragedia. Ciò che avrebbe conseguenze ben più gravi è la progressiva erosione della nostra disponibilità a confrontarci con idee complesse, argomentazioni articolate e narrazioni elaborate, a prescindere dal supporto attraverso cui ci vengono proposte. La capacità di leggere in modo profondo non è una semplice abitudine culturale; è una componente essenziale del pensiero critico, che ci permette di resistere alle semplificazioni e all’immediatezza emotiva che dominano sempre più il dibattito pubblico.
Di nuovo nel vicolo, i librai continuano ad attendere tra i loro straordinari assortimenti. Fuori, Busan scorre al suo ritmo abituale, con le persone che si muovono per le strade tenendo lo sguardo fisso sullo smartphone. Il contrasto è quasi fin troppo evidente, eppure difficile da ignorare. All’interno di quei negozi silenziosi si celano migliaia di storie, scoperte e riflessioni, pazientemente a disposizione di chiunque sia disposto a dedicare loro un po’ di tempo. Forse l’aspetto più rivelatore di Bosu-dong non è il fatto che tanti libri restino invenduti, quanto piuttosto che, in una società che trabocca di informazioni, il semplice atto di sedersi e leggere un libro dall’inizio alla fine stia diventando qualcosa di sempre più eccezionale.
Bosu-dong Book Street, Busan, ottobre 2026.




