Fra le nuvole di John Ruskin

di Fabrizio Rinaldi, 29 luglio 2026 – dall’Album “Fra le nuvole di John Ruskin

Nuvole …
Sono come me, un passaggio sfigurato tra cielo e terra,
 in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose,
che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità,
finzioni dell’intervallo e del discammino,
lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli 1996

Non facciamo quasi mai caso a ciò che ci sta sulla testa. Tranne quando siamo in vacanza e fotografiamo il tramonto per condividerlo sui social.

Nel quotidiano ignoriamo quelle formazioni di vapor acqueo che cambiano in continuazione ed in modo irripetibile, mentre le si guarda. Esistono solo quando alziamo gli occhi e non saranno mai più le stesse. Nessun altro elemento della natura muta con una tale rapidità mantenendo, nello stesso tempo, un ordine preciso. Strano no?

John Ruskin (1819-1900), invece, si lasciò affascinare dalle conformazioni delle nuvole, disegnandole con matita e pennello in un’epoca in cui non c’era altro modo di immortalarle. Critico d’arte, docente a Oxford, riformatore sociale, ambientalista ante litteram, Ruskin fu una delle figure più singolari dell’Inghilterra vittoriana. È ricordato soprattutto per i suoi scritti sull’arte e sull’architettura, ma non smise mai di guardare, disegnare e dipingere le nuvole, le nebbie e le montagne che si intravvedono fra loro.

Non si considerò mai un artista, ma solo un insegnante i cui schizzi erano destinati ai suoi studenti. Disegnare significava, per lui, imparare a vedere. Per Ruskin arte e morale erano inseparabili poiché un quadro non costituiva un semplice ornamento per le pareti delle case dei benestanti, ma era uno strumento per educare lo sguardo e, attraverso di esso, forgiare il carattere: guardare bene il mondo significava imparare a rispettarlo responsabilmente. In fin dei conti era, per lui, la raffigurazione della divinità.

Alle nuvole dedicò tre capitoli del primo dei cinque volumi di Modern Painters (1843) dove emerge un’attenzione quasi scientifica per la varietà delle forme del cielo. Ruskin osserva, confronta, descrive, ma soprattutto adotta la classificazione elaborata pochi decenni prima dal meteorologo Luke Howard. Howard, seguendo il metodo di Linneo espresso nella botanica, definì le innumerevoli formazioni nuvolose con nomi latini destinati a entrare nel linguaggio universale della meteorologia usato ancora oggi: cirrus, cumulus, stratus, nimbus e le loro infinite combinazioni.

Dare un nome non significa limitare la questione alla mera definizione, ma altresì imparare a distinguere e riconoscerne le forme. Non vediamo “una nuvola”, ma un cirro che, se si presenta in un determinato modo, annuncia un cambiamento climatico meglio del callo al piede.

Per maggiori approfondimenti sulla scienza e sulla nomenclatura delle nuvole, consiglio il volume della Guanda di Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting. Una guida per i contemplatori di nuvole.

Ruskin non si limitò all’osservazione estetica, ma cercava di misurare ciò che vedeva utilizzando, ad esempio, il cianometro di Horace-Bénédict de Saussure con cui determinare l’intensità del blu del cielo al fine di cogliere con precisione le sfumature di luce e colore da riprodurre sulle sue tele. Può sembrare un dettaglio marginale, ma racconta molto del suo modo di guardare il mondo con pazienza e attenzioni al dettaglio.

Così i suoi viaggi non avevano nulla del turismo di oggi finalizzato al consumo del luogo, ma erano studi sui paesaggi. Tornò più volte in Italia – Venezia, Verona, Firenze, Lucca, Pisa – e dedicò innumerevoli disegni alle nuvole, ma anche alle montagne, ai ghiacciai, ai laghi.

Forse proprio l’attitudine ad osservare la natura con tanta attenzione gli permise di intuire qualcosa che sfuggiva ai suoi contemporanei. Nel saggio The Storm-Cloud of the Nineteenth Century (1884) descrisse cieli sempre più opachi, foschie insolite, alterazioni della luce atmosferica che attribuiva all’inquinamento prodotto dalla rivoluzione industriale. Fu tra i primi a intuire questa correlazione.

Ruskin aveva idee preveggenti anche in ambito economico. In Unto this Last: Four Essays on Political Economy contestò una ricchezza fondata esclusivamente sul profitto, sostenendo che il valore di una società doveva misurarsi nella qualità della vita delle persone, nella dignità del lavoro e nella salubrità del paesaggio. Non male per chi viveva in piena rivoluzione industriale … e concetti che restano ancora molto attuali.

In questa capacità di unire arte, etica, economia e natura si riconosce tutta l’originalità di Ruskin. Lo comprese bene anche il poeta del paesaggio, William Turner. Quando gran parte della critica liquidava Turner come un eccentrico, incapace di stare nel sentiero comune, Ruskin ne divenne il più convinto difensore. Dopo la morte del pittore si dedicò instancabilmente alla catalogazione e alla valorizzazione della produzione di Turner, contribuendo in modo decisivo alla sua conoscenza.

Ruskin e Turner probabilmente sorriderebbero nel vederci fotografare e condividere l’ennesimo cielo, dimenticandolo subito dopo, senza neppure soffermarci un attimo a guardare quel panorama, senza uno schermo che si frapponga fra l’occhio e il cielo. Produciamo migliaia di immagini senza costruire alcun pathos con il cielo e con la foto che scattiamo.

Ruskin non era certamente contrario alle innovazioni tecnologiche, ma era consapevole che nessuno strumento può sostituire il tempo necessario per osservare e incidere un qualche sentimento o sensazione dentro di noi.

Forse è questo il motivo per cui i dipinti e i disegni continuano ad affascinarci: sono la rappresentazione del tempo dedicato ad osservare una persona, un cesto d’uva, un panorama, infine un semplice cielo.

Date un’occhiata ai cieli (e alle montagne) di Ruskin raccolte in questo Album, ma poi, appena possibile, non perdete l’occasione per alzare lo sguardo sopra le vostre teste e riempitevi gli occhi – e soprattutto la mente – delle nuvole che stanno sopra le vostre teste.

Trasformate ogni alba nell’esordio della vita,
e vivete in ogni tramonto la sua conclusione.

John Ruskin – da Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting, Guanda 2006

È una cosa strana quanto poco, in generale, la gente conosca il cielo.
È la parte della creazione in cui la natura ha fatto di più
per compiacere l’uomo, più di ogni altra cosa,
parlandoci e insegnandoci.

John Ruskin, Modern Painters

Collezione di licheni bottone