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Sulle tracce del pittore in fuga

di Fabrizio Rinaldi, 5 dicembre 2018 – vedi Album I colori di Gunnar Widforss

Questo non è l’introduzione ad un catalogo di una mostra perché non c’è stata e probabilmente non ci sarà mai nessuna retrospettiva – almeno in Italia – su un artista da noi sconosciuto, che ha trascorso la vita ritraendo nei suoi quadri gli immensi paesaggi americani. Il suo non è un nome che attira l’attenzione dei critici, dei galleristi o di chi vuol far cassa propinando i soliti Caravaggio, Picasso e Van Gogh.

Qui gli unici a conoscere Gunnar Widforss (1879-1934) sono coloro che hanno letto il libro di Fredrik Sjöberg L’arte della fuga, nel quale l’autore cerca di ricostruire la vita dell’acquarellista svedese che tra fine Ottocento e inizio Novecento immortalò nei suoi dipinti soprattutto i parchi americani. Mentre in patria era ignorato, negli Stati Uniti era considerato l’acquarellista più bravo nel raffigurare i grandi spazi, tanto che una delle vette Gran Canyon è a lui intitolata. Sjöberg ricostruisce meticolosamente, attraverso le lettere alla madre e agli amici, la sua vicenda biografica, caratterizzata da una quasi maniacale rappresentazione della bellezza paesaggistica.

Widforss visse in perenne fuga, inseguito da una malinconia che non riusciva a scacciare, costretto a una solitudine non cercata, oppresso dall’impellente necessità di sostenersi economicamente e da guai sentimentali che per decenza rimandiamo alla lettura del libro.

Il suo pregio maggiore è la capacità di rendere evidente la profondità dei panorami: ogni cattedrale naturale, ogni spuntone di roccia, ogni anfratto della montagna raffigurati nei suoi acquarelli, è avvolto in una luce calda che ne incrementa la spazialità. La luce restituisce anche la sensazione di calore percepita dal pittore mentre dipingeva, oltre alla presumibile serenità interiore che si raggiunge nell’istante dell’atto creativo.

Gunnar Widforss ebbe però una grande sfortuna: era coevo degli Impressionisti e dei primi Astrattisti. In un periodo in cui in Europa esplodevano i colori di Van Gogh, Cézanne, Matisse, lui dipingeva le delicate foglie dei pioppi. Quando Picasso rappresentava la guerra in Guernica, lui acquerellava gli alberi e i ruscelli dello Yosemite.

I suoi dipinti non denunciano sconvolgimenti politici e sociali, ma raffigurano la bellezza, la calma e inesauribile pace che dona la vista di un spuntone di roccia su una valle. È quella stessa natura che abbiamo amato negli scritti di Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson e John Muir.

Sono tele fatte apposta per diventare perfette “cartoline” del pensiero “wilderness”, lo stesso che tanto ha influenzato l’immaginario collettivo, a partire dai fumetti e dal cinema western, per poi diventare la coscienza ambientale di molti. Quella sempre in difetto per le scelte scellerate che continuiamo a fare.

Come detto prima, questo non è un pezzo introduttivo di un catalogo, ma di un Album nel quale potete trovare una modesta collezione di immagini tratte da internet. L’obiettivo è quello di aprire uno spiraglio sulla bellezza che Widforss cercava, e stuzzicare magari i più temerari a inoltrarsi negli spazi infiniti da lui immortalati.

Se a qualcuno riuscisse di realizzare questo mio sogno, si ricordi di mandarci almeno una cartolina con un suo dipinto.

Collezione di licheni bottone

Marrakech Express

Prospettive e retrospettive
Dialoghi a distanza con Edoardo Ferrarese

di Edmondo Ferrarese (dal sito luomoconlavaligia.it), 2017

Si può dividere una fuga in quattro parti? Beh, dipende dai motivi che ti spingono a scappare, a mollare tutto. Perché a volte quei motivi non te li sei nemmeno scelti, sono venuti a far tremare la tua porta nella notte, costringendoti ad aprirla per scrutare l’esterno.

E se in questo caso il motivo fosse l’amicizia? Sopita però, sfilacciata dal tempo ma con alcuni nodi che ancora resistono. Perché quando quel ruvido bitorzolo passa sotto al dito non lo si può ignorare. Ed è proprio quello che mette in scena Gabriele Salvatores con Marrakech Express, primo capitolo della tetralogia della fuga. O trilogia della fuga, ma queste sono due scuole di pensiero diverse e non è il caso di iniziare una guerra civile.

Voi ora vedete solo un’immagine, ma quando un film è fatto bene può anche bastare solo quella. Quattro amici che viaggiano assieme, uniti da uno spirito comune. Eppure due hanno la bici, due no. La coppia a piedi è più avanti rispetto all’altra e non ha quella sorta di turbante in testa. Sembrano ancora tutti così uniti? Salvatores sa bene che solo il viaggio può consolidare l’amicizia. O distruggerla per sempre. È un demiurgo che muove ogni cosa, spostando i quattro come pedine su una scacchiera: un passo alla volta, una sfida alla volta. La meta? Marrakech, Marocco. L’obiettivo? Salvare un vecchio amico, il quinto. La vera sfida? Ogni minuto, perché il celeberrimo primo passo non sarà minimamente quello più difficile.

Ecco allora il deserto, le rocce frastagliate sul terreno, pronte a sfilacciare definitivamente quel filo. Si può resistere alla tentazione? Al voler dire “basta, io me ne torno a casa”? Dipende. Un modo c’è, semplice e perfetto: l’ironia. Nel microcosmo di Marrakech Express l’ironia è una colonna portante che tiene in piedi il traballante tempio di Marco, Ponchia, Paolino e Cedro (rispettivamente Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna e Gigio Alberti). Un tempio che viene continuamente scalfito, regalando fessure ai granelli di sabbia, pronti ad infilarsi dentro qualsiasi insenatura. Ma sarà un male? Perché alla fine un viaggio è anche e soprattutto cambiamento. Una mutazione che sposta il nostro asse interiore, deviandolo dalle traiettorie che, volenti o nolenti, stavamo percorrendo.

Marrakech Express cambia la percezione dei suoi protagonisti, smuove quell’ambiente cristallizzato di fine anni ’80, scuote dalle fondamenta quella disillusione dubbiosa tipica dei giovani dell’epoca. Lo fa attraverso quattro voci che si intersecano, che si trovano a fare i conti con le proprie scelte, fra una partita di pallone sulla spiaggia e una citazione a Sergio Leone. Perché alla fine si può crescere anche da adulti, coltivando rapporti umani utili a scoprirci, a capire realmente chi siamo.

E, forse, riusciamo a farlo solo in condizioni estreme, andando in bicicletta nel deserto. Dove ogni elemento che hai messo in gioco sembra dirti che non potrai farcela, dove il bagaglio fisico ha il peso di una nuvola rispetto a quello emotivo (non a caso i quattro sono privi di valigie), dove si abbandonano le spoglie della civiltà e si torna ad essere buoni selvaggi. Ma buoni selvaggi in compagnia, che si prendono in giro come tra i banchi di scuola, giocando a fare i bambini quando la vita adulta ha ormai portato via ogni sprazzo di ingenuità.

Per questo Salvatores ci insegna che certi viaggi vanno fatti quando devono essere fatti, quei viaggi che ti fanno perdere le valigie tappa dopo tappa, come un’armatura arrugginita che si stacca fino a rivelarci per quello che siamo.

Quindi seguite il mio consiglio e partite con gli amici, però fatelo come dice Ponchia, cioè rapidamiente, mi raccomando.

Marrakech Express, film di Gabriele Salvatores con Diego Abatantuono, Gigio Alberti, Fabrizio Bentivoglio e Giuseppe Cederna.