Ravioli d’agosto

agosto 2025

di Paolo Repetto, 6 febbraio 2026

Le date che compaiono in grassetto accanto o sotto i titoli delle ultime cose postate non sono evidentemente quelle di pubblicazione, ma quelle di composizione o di ideazione. Avevo in mente di raccogliere un po’ di pezzi “facili”, scritti con cadenza mensile, in un libretto-strenna per il trentennale dei Viandanti; poi naturalmente mi son fatto distrarre da sempre nuove “urgenze” e ho archiviato il progetto. Solo ora mi decido a ripescare i pezzi già scritti e a rimettere mano a quelli rimasti in sospeso, un po’ perché stento ormai a trovare argomenti sui quali non abbia già detto la mia e un po’ perché sono convinto che ai frequentatori di questo sito di tutto importi meno che dell’attualità.

Avrei dovuto registrare il dibattito che si è acceso un paio di sere prima di Ferragosto, davanti a un piatto di ravioli al sugo che si accompagnava a prosciutto e melone (accostamento che neppure la nouvelle cuisine avrebbe azzardato, un’aperta sfida ai canoni della dieta stagionalmente corretta). Su You Tube avrebbe potuto diventare virale.

Il luogo: casa mia, la sala da pranzo insonorizzata su tutti i lati dagli scaffali grondanti libri, a luci spente per evitare l’assalto delle zanzare (ciò che ha reso più appropriata l’atmosfera, perché nel buio le parole assumono un peso diverso: ma una videoregistrazione sarebbe venuta male). Il tempo: l’ennesima serata più calda della storia, con temperatura registrata di trentasei gradi e percepita di settantadue. I protagonisti: Nico e Beppe Rinaldi, viandanti honoris causa, più dediti a viaggiare col pensiero che con le gambe, e poi io, nell’inedito ruolo del moderatore, anche se in realtà non ho moderato un granché.

Ci si aspetterebbe che in una serata del genere il discorso scivoli stancamente su Sinner o sulle ennesime trovate dell’amministrazione alessandrina, oppure sui balletti mediatici di quella nazionale: al massimo su quanto sta accadendo a Gaza e in Ucraina, e sui due potenti del mondo che se la spassano in Alaska (scelta di location azzeccata, con queste temperature). Invece questi temi sono ignorati e si passa subito a parlare di cose serie.

Per giustificare questo reportage devo comunque fare una premessa. Ho coltivato a lungo l’ambiziosissimo progetto di immaginare una serie di incontri che avrebbero potuto verificarsi proprio in questa casa, nei primi decenni dell’800, tra i miei personaggi preferiti di quell’epoca, e che avrebbero senz’altro dato luogo a dialoghi interessantissimi. Il modello erano Le serate di Pietroburgo, di De Maistre. I protagonisti immaginati erano naturalmente Alexander von Humbold, Alexis de Tocqueville, Leopardi, Filippo Buonarroti. La difficoltà maggiore stava nel fatto che volevo pescare le voci dei protagonisti direttamente dai loro scritti: ciò che era fattibile ad esempio per Leopardi, compulsando l’indice per argomenti dello Zibaldone, ma riusciva difficilissimo per gli altri. Avevo anche accumulato molto materiale, prima di rendermi conto che una cosa del genere, per accedere ad un minimo di significatività, avrebbe richiesto il lavoro di una vita, e non era nelle mie corde. Oggi probabilmente facendo ricorso all’AI sarebbe fattibile: ma in questo modo non avrebbe più alcun senso (e comunque vai a sapere quante bufale ne verrebbero fuori).

Bene: almeno ho avuto una dimostrazione pratica di come avrebbero potuto svolgersi quei dialoghi, tra l’altro su un argomento che non sarebbe spiaciuto affatto ai convitati dei miei fantomatici incontri. Ed è stato divertente ascoltare i due che a notte già inoltrata proseguivano nella discussione, mentre scendevano le scale, e poi in cortile, mentre salivano in macchina. Mi ha divertito pensare che, una volta riapprodati in Alessandria, prima di accomiatarsi abbiano trascinato ancora per un pezzo la conversazione, si spera a motore spento. Senz’altro non l’hanno esaurita, perché il giorno seguente ho trovato sulla posta digitale da parte dell’uno e dell’altro le segnalazioni di articoli e di saggi sul tema.

Quanto a me, confesso che sono uscito dalla serata più confuso di prima (al contrario dei due, che sono entrambi praticamente astemi e non fumatori, io i vizi me li trascino dietro tutti, e qualche momento di defaillance lo pago) ma senz’altro anche più ricco. Almeno ora ho molte più ipotesi da mettere a confronto. Ed è questo, in fondo, che conta.

Dunque: l’oggetto iniziale del contendere è la “consistenza” o meno della realtà che ci circonda. Non ricordo come ci si sia arrivati, forse è stato Beppe ad accendere la miccia, dicendo che esistono teorie, non sproloqui da social ma robe con background scientifico, secondo le quali noi siamo solo una rappresentazione. Non sostiene abbiano una qualsivoglia credibilità, ma le butta sul piatto (nel frattempo svuotato) a testimonianza che lo stato attuale delle conoscenze in fondo non impedisce di elaborare le ipotesi più strampalate. Non l’avesse mai fatto: corazzato nel suo rigore scientifico Nico non vuole nemmeno sentirne parlare. E parte immediatamente a smontarle.

Ora, è chiaro che non ho memorizzato i dettagli del confronto, non ricordo neppure cosa ho detto io, e ho detto ben poco. Non posso fornirne un resoconto puntuale, neppure per sommi capi. La cosa è andata avanti sin oltre la mezzanotte, e almeno nel mio cervello hanno continuato ad accendersi delle luci, come quando si entra in ambienti con l’illuminazione automatica. Mi limito dunque a schematizzare le due posizioni (la terza, la mia, è stata quella, non troppo riuscita, di mediazione).

Il tema al quale si è ben presto approdati era in sostanza quello del libero arbitrio. Quanto siamo liberi nelle nostre scelte e quanto invece esse sono dettate da una determinazione naturale (e quindi non sono scelte). Molto ambizioso, ma anche molto coraggioso. Come a dire: parliamo di tutto.

Questo tutto è partito, come dicevo, dalla citazione da parte di Beppe di un testo di Lyotard (non so precisare quale) dove si parla di forme “instabili” della razionalità (in Italia Vattimo le ha definite “deboli”). In sostanza Lyotard dice che la modernità ha elaborato delle sintesi teoriche (lui le chiama meta-narrazioni) attraverso le quali verrebbe legittimato il modo di conoscenza “scientifico”. L’illuminismo lo ha fatto in funzione di un uso pratico del sapere, grosso modo identificabile con l’emancipazione e la libertà dei popoli; l’idealismo invece al fine di giustificare il valore delle scienze nell’ambito di una trattazione enciclopedica della vita dello Spirito: valore che si risolve in una conoscenza disinteressata e puramente speculativa che lo Spirito ha di se stesso. Il marxismo, che ha pescato dall’una e dall’altra filosofia, paga in fondo i fallimenti teorici di entrambe.

Quello che Lyotard dice, in sintesi, è che il modello di conoscenza “scientifico” non scaturisce da una configurazione razionale intrinseca al nostro apparato conoscitivo, ma è frutto di scelte ed esclusioni operate in funzione di specifici “progetti” di vita e di società. Ovvero: pensiamo in un certo modo perché questo modo è funzionale a certi scopi, e non perché sia il modo unico e giusto di pensare.

Si badi che Beppe non è un fan di Lyotard, al contrario, è ferocemente critico nei confronti di tutta la filosofia postmoderna. Ha usato Lyotard solo per dire che è possibile concepire forme di conoscenza che non siano puramente scientifiche, senza per questo scadere nella superstizione: e che questo è reso possibile dal fatto che la scienza in realtà non è ancora in grado di dare risposte a tutte le domande, e forse non lo sarà mai. In qualche misura, sia pure in negativo, e sia pure introducendo un fattore difficile da maneggiare come quello della casualità, questo apre un grosso spiraglio all’esistenza di un libero arbitrio.

Beppe insomma ha una formazione filosofica, sia pure sorretta da una forte attenzione al pensiero scientifico: e questo lo dispone ad una apertura alla “possibilità”. In più si appella alle leggi della meccanica quantistica che, al contrario di quelle della fisica classica, sono intrinsecamente probabilistiche, lasciano ampio spazio alla casualità.

Nico ha invece alle spalle una formazione eminentemente scientifica, ciò che lo dispone piuttosto a considerare il mondo sotto le specie della “necessità”. Gli articoli che mi ha trasmesso in visione già il giorno successivo sono tutti concentrati sul tema del libero arbitrio visto alla luce della fisica quantistica. E sembrano smentire quanto sopra.

Gira che ti rigira, oppone, noi abbiamo svariate possibilità e sfumature di scelta, ma queste possibilità e sfumature non sono infinite: hanno dei limiti “naturali”, dettati da una fisicità che non può essere travalicata se non sconfinando nella metafisica. Ogni nostro atto di “volontà” altro non è che la risposta ad uno stimolo fisico, che può essere immediato, venire direttamente dai nostri sensi (sia pure attraverso una rielaborazione in tempo reale da parte del nostro cervello), oppure mediato, scaturire cioè da una memoria accumulata a livello individuale o di specie.

In altre parole, la mia scelta è tale solo all’interno di un paniere di esperienze, personalmente fatte o geneticamente ereditate, che possono poi essere manipolate in funzione di certi scopi, ma certo non sono frutto di meta-narrazioni. Ciò che noi consideriamo scientificamente valido sono dei principi, delle leggi, delle formule, magari spesso applicati in maniera arbitraria, strumentale, funzionale ad un interesse o a uno scopo specifico, ma che hanno comunque una base, un’origine nelle esperienze “concrete” e misurabili che abbiamo del mondo.

Ad avvallare le proprie tesi Nico chiama in campo ad un certo punto Kant: e lì Beppe lo aspettava al varco. Studia Kant da una vita, può dirti cosa mangiava a colazione e a cena (anche perché Kant era metodico e abitudinario, mangiava sempre le stesse cose). Guarda – gli risponde – che Kant ammette che la conoscenza abbia inizio sempre con l’esperienza, ma insinua anche che non tutte le conoscenze debbano per forza scaturire da quest’ultima. E lo cita anche, non so se a memoria o a braccio, pescando dalla Critica della ragion pura.

Stiamo viaggiando insomma verso le famigerate conoscenze a priori, quelle pure, indipendenti da qualsiasi esperienza, che alla fin fine sono l’oggetto vero del contendere, nel senso che per l’uno sono in realtà determinate da una lunga storia evoluzionistica, e quindi il libero arbitrio è una bella locuzione ma un falso problema; mentre per l’altro lo spazio concesso dalla natura (o meglio, dalla conoscenza parziale che della natura noi possediamo) alla possibilità è talmente ampio da consentirci di supporne l’esistenza.

E qui penso di dovermi fermate, perché immagino abbiate già capito come ha funzionato la faccenda, e stiate meditando di soprassedere.

In effetti, riportato così, quanto è stato dibattuto quella sera può sembrare pallosissimo. Invece garantisco che si è trattato di un confronto avvincente, intanto per la caratura dei due contendenti, ma anche per la singolarità delle condizioni in cui si svolgeva. Per aria ronzavano le idee anziché le zanzare, stordite queste ultime dal peso delle argomentazioni; dalla strada i rumori arrivavano attutiti, sfiancati anch’essi dal caldo; nel quasi buio anche i dorsi dei libri che coprono per intero tre pareti tacevano. Sembrava esserci vita solo attorno a quel tavolo, e sono arrivato a pensare che fosse davvero così, che se qualcuno da un altro pianeta stesse captando i segni di attività cerebrale sulla terra avrebbe visto, nel microscopico puntino che ci localizzava, il tracciato grafico, per il resto totalmente piatto, impennarsi in frequenze e in ampiezze anomale.

Quanto ai contenuti, è evidente che non ho saltato soltanto un bel po’ di anelli, ma sono andato direttamente all’altro capo della catena. Chi fosse curioso di saperne di più può fare riferimento ai testi che i duellanti dell’altra sera hanno postato sul sito. Devo confessare che a me la discussione ha lasciato molti più dubbi che certezze, e questo è il miglior sintomo della sua positiva valenza. Ma soprattutto mi ha lasciato la gioia di aver assistito e in qualche misura partecipato a qualcosa di genuino, di sostanziale, a un confronto educatamente corretto, ciò che ultimamente capita assai di rado, e a cui la volgarità cafona e l’insulsaggine dei dibattiti televisivi ci hanno disabituati.

Non so quanto abbiano influito i ravioli (Nico probabilmente direbbe: molto), ma da come è andata sarei propenso a pensare che il libero arbitrio l’altra sera si sia davvero scatenato, e abbia avuto la meglio su tutte le determinazioni interne e le inferenze esterne che di solito gli impediscono di manifestarsi.

Trecento!

di Paolo Repetto, 28 giugno 2024

Sono trecento,
sia lunghi che corti,
li butto al vento
che via li porti

Qualche tempo fa, trovandomi ad aggiornare un elenco dei pezzi miei comparsi sul sito dei Viandanti ho constatato che ero quasi a quota trecento. Nel frattempo ne ho scritti altri, e quindi questo dovrebbe essere, salvo errori e omissioni, proprio il trecentesimo. Se anche non lo fosse due o tre in più o in meno non cambiano la sostanza delle cose, e cioè la necessità di fermarmi un momento a riflettere sul senso di tutto questo lavoro. Magari ripartendo dalle riflessioni che già facevo diversi anni orsono, in assenza di anniversari o di traguardi (cfr. Un elogio del dilettantismo, in Muli, gitanti e cavalieri erranti –2013).

Intanto è evidente che trecento pezzi non sono un numero da record. Qualsiasi giornalista li butta giù in un anno, ma anche qualsivoglia studioso ha in genere un carnet di pubblicazioni molto più denso, e di ben altro spessore. Quindi ha un valore solo in chiave personale, e in realtà nemmeno quello, se non simbolico. Ma – e questo dovrebbe essere il vero argomento del trecentesimo pezzo che sto scrivendo – simbolico di che?

Ci arriveremo. Prima, però, faccio notare che trecento non è nemmeno di per sé un numero da entusiasmi: direi piuttosto che porta una gran sfiga. Trecento erano i compagni di Leonida, e sono morti tutti. Trecento gli sventurati compagni d’avventura di Pisacane, e sappiamo com’è andata a finire. Trecento (e passa) i martiri delle Fosse Ardeatine. Trecento i clandestini annegati nel naufragio di Portopalo, a Natale del 1996, di cui nessuno si ricorda più, perché nel frattempo nel 2015 ne sono morti altrettanti vicino a Lampedusa, e migliaia sono ormai sparsi nel Mediterraneo. Anche le catastrofi naturali, come il terremoto dell’Aquila del 2009, e tornando indietro di un secolo, il cedimento della diga del Gleno, nel 1923, sembrano privilegiare questo numero. Senza contare che il Trecento è il secolo della peste nera, e lì le vittime non si contano. Per questo, toccato il traguardo simbolico non mi vergogno di fare gli scongiuri.

Ora, si potrà obiettare che a volerli cercare si troverebbero riscontri altrettanto negativi per qualsiasi altro numero: ma non è così. Trecento, un po’ come il tre o il sette, si porta dietro un carico di storia e soprattutto di narrazione storica. Parrebbe essere considerata la cifra negativa oltre la quale vicende, conflitti e calamità sconfinano in catastrofi, in ecatombi, in finimondi.

Credo davvero che esistano numeri “naturalmente ottimali” e altri più o meno naturalmente “negativi”. Trecento è già uno di questi ultimi, almeno nella mia percezione. Tra i primi invece ci sono quelli ideali per la coesione o l’efficienza di un gruppo, e questi non mi sono dettati solo dalle mie fisime o da particolari esperienze, hanno l’avallo di tutta una letteratura scientifica.

Partiamo dal basso. In questo caso non prendo in considerazione i numeri stimati dall’antropologo Robin Dumbar, per il quale le amicizie solide e stabili che ciascuno di noi può coltivare nel corso di una vita, quelle basate sulla stima personale e sull’impegno reciproco, possono arrivare a un tetto di centocinquanta; e nemmeno mi riconosco nel tetto meno ottimistico ricalcolato ultimamente dall’Università di Uppsala, che le riduce a una quarantina. Ho evidentemente un’idea dell’amicizia molto più selettiva: la mia rubrica non arriva a centocinquanta numeri telefonici di semplici conoscenti, e sono una quarantina solo se includo il dentista e l’idraulico. Inoltre qui parlo di amicizie “forti”, quelle che si concretizzano nella formazione di un gruppo con una frequentazione continuativa, anche se ho amici che considero tali a pieno titolo e che vedo si e no una volta l’anno. Ebbene, per quelle che definisco “amicizie forti” considero ottimale il numero tre; per quelle appena un po’ più allargate il cinque.

Mi spiego: il due non dà vita a un gruppo, implica dinamiche relazionali da un lato più semplici, ma per altri versi decisamente più complesse, perché crea in qualche modo una dipendenza reciproca. Diciamo che rientra nella sfera emozionale-affettiva, anche quando non sottende necessariamente l’attrazione fisica (come invece uno psicologismo d’accatto vorrebbe malignamente insinuare), più che in quella razionale-amicale. I multipli di due, e in generale tutti i numeri pari, sono poi comunque sconsigliati per un motivo più pratico, perché includono la possibilità di suddivisione in sottogruppi di eguale entità, e rendono difficile il decidere e l’agire a maggioranza.

Per le discussioni al bar o per le serate conviviali il tetto arriva a sette, a voler essere generosi. Oltre è quasi impossibile governare la conversazione, mantenere su un binario unico lo scambio e concedere a ciascuno sufficiente spazio per partecipare. Finisce che si creano più sottogruppi separati, le discussioni si incrociano e si sovrappongono e tutto si risolve in una babele. Certo, in occasioni speciali si può azzardare sino a undici convitati, ma guai a superare questo numero. Ne sa qualcosa Cristo, c’è sempre qualcuno che per forza di cose si sente escluso e arriva magari a tradire.

Questi numeri non sono buttati lì a casaccio. Lo dimostra il fatto che le strutture militari, particolarmente attente all’efficienza, li hanno da sempre adottati: i romani, ad esempio, consideravano nucleo basilare delle loro armate quello costituito dai contubernales, i militari che alloggiavano nella stessa tenda o prendevano i pasti attorno allo stesso fuoco, e che erano mai più di nove. Ancora oggi l’unità di base dell’esercito è la squadra, composta da un numero tra sette e undici. Si ritiene infatti che entro queste dimensioni possa crearsi tra i commilitoni una profonda conoscenza, e quindi un vincolo di cameratismo e di reciproca protezione: inoltre è possibile far giungere quasi istantaneamente ad ogni componente qualsiasi informazione utile a coordinare o a modificare l’azione nella quale il gruppo è impegnato.

Non è un caso che undici sia considerato il numero ideale anche per la composizione delle squadre di calcio, che sul campo devono intessere trame all’unisono, e in teoria dovrebbero contare, oltre che sull’intelligenza e sulla prestanza tecnica e atletica dei singoli, sull’intesa di gruppo. Chi ha stabilito le regole ha tenuto conto del fatto che terreni di gioco più ampi, con squadre più numerose, avrebbero finito per spezzettare la faccenda in tanti episodi scarsamente collegabili tra di loro. La cosa vale oggi più che mai, perché già così la continua migrazione dei calciatori da una compagine all’altra rende addirittura difficile per gli atleti conoscersi per nome. Dove poi il numero dei partecipanti aumenta a fronte delle stesse dimensioni dello spazio, come nel rugby, è perché il gioco punta sì sull’intesa e sulla collaborazione, ma anche e soprattutto sulla concentrazione dell’energia. Una delle fasi fondamentali è infatti la mischia, l’azione condotta dal maggior numero possibile di partecipanti nello stesso punto.

Tornando all’esemplificazione militare, solo gli americani, sempre portati all’esagerazione e sempre memori degli esempi testamentari, potevano immaginare di mettere assieme come unità operativa minima “una sporca dozzina”. Forse la cosa è giustificata dal fatto che si tratta di un gruppo di pazzi o di delinquenti, che non a caso alla fine ci lasciano tutti la pelle. Quando siamo in presenza di “buoni”, come ne “I magnifici sette”, ci si attiene invece al numero canonico (sia pure per un ricalco dal giapponese “I sette samurai”: come si vede, le simbologie numeriche sono universali).

A ricordarci che oltre l’undici il numero diventa nefasto c’è anche, se vogliamo, il fatto che i plotoni d’esecuzione, soprattutto durante la grande guerra, ma anche prima e dopo, erano composti di dodici soldati e di un sottufficiale. Ma si trattava evidentemente di una squadra anomala, creata ogni volta col sorteggio, entro la quale non esisteva alcuna affinità o vincolo di reciproca protezione.

Esistono però numeri più alti che riescono ideali in contesti diversi. Parlo ad esempio di una comunità più allargata, quale potrebbe essere un villaggio. Qui il numero di Dumbar può avere senso. Non si dovrebbe parlare però in questo caso di amicizia, ma di un livello di conoscenza reciproca abbastanza profondo da poter agire sia sul controllo che sulla collaborazione sociale. Dumbar lo ipotizza per una comunità agricola di tipo ottocentesco, in pratica quella in cui sono cresciuto io: purtroppo oggi i villaggi di quella consistenza non esistono più, o non sono più villaggi.

Quel numero, tra cento e centocinquanta, vale appunto per forme di socialità che sono state ormai superate dallo sviluppo esponenziale delle comunicazioni e delle informazioni, sia per quanto concerne la quantità che per la velocità: eppure rimane senz’altro indicativo dei limiti entro i quali l’interscambio di una comunità trova il suo terreno ottimale. Tanto che gli urbanisti del terzo millennio lo hanno rispolverato, e ritengono dovrebbe costituire la base per una pianificazione dei tessuti relazionali a livello di quartiere. Del resto a qualcosa del genere avevano pensato anche i soliti romani, che impallati com’erano sull’efficienza militare avevano adottato come unità base dell’armata la centuria, e avevano poi trasposto questo criterio alla vita civile creando i comizi centuriati.

Ora, è evidente che di fronte alla radicale trasformazione delle forme di socialità attualmente in atto, e in particolare al nuovo nomadismo infra e intraurbano, i modelli storici e quelli ideali vanno a farsi benedire. Come si fa a ipotizzare un numero ideale per i residenti in un condominio, quando questi sono in continua rotazione, e quando conosco oggi dei miei dirimpettai di pianerottolo molto meno di quanto sapessi mezzo secolo fa di compaesani che abitavano in una frazione a qualche chilometro dal nucleo di Lerma?

Lascio perdere dunque altri numeri socialmente significativi, e ce ne sarebbero parecchi, anche perché mi rendo finalmente conto di aver imboccato un binario morto, che c’entra nulla con il discorso iniziale (mi capita sempre più spesso: gli anni si fanno sentire, e anche lì dopo gli undici si scivola lungo una china incontrollabile). Torno allora ai numeri miei. In termini assoluti – dicevo – i pezzi che ho scritto non sono poi molti. Il sito è attivo da vent’anni, quindi da più di mille settimane, e questo significa in media uno ogni tre o quattro settimane. Che non è un gran lavoro. Un po’ diverso è il discorso se si conteggiano le pagine totali, che sono poco meno di cinquemila: quindi circa una pagina al giorno. Nullo die sine pagina. Quasi sufficiente.

Devo però smetterla di gingillarmi con queste cifre, e arrivare al cuore della domanda. Perché negli ultimi vent’anni ho continuato a scrivere?

Vado per esclusione. Non scrivo certo per cercare un riscontro pubblico. Non dico la fama, ma neppure la visibilità. Capisco che l’insistenza su questo argomento (ne ho già scritto altre volte) possa far correre il pensiero alla favola della volpe e dell’uva, ma non posso farci nulla. Se insisto è perché sono convinto che il piacere della scrittura possa (o addirittura debba) prescindere dalla ricezione esterna, che scrivere possa essere un’attività intransitiva. Non ho mai sognato i venticinque lettori di Manzoni, dubito che qualche mio pezzo sia stato letto dalla metà, e mi va bene così.

Scrivo dunque sapendo benissimo che le mie pagine non hanno alcun peso sulla coscienza e sull’opinione di chicchessia (come accade del resto alla gran parte di quanto si scrive): e aggiungo che sono assolutamente indifferente rispetto a ciò che potrei eventualmente trasmettere. In realtà mi rivolgo sempre ad un solo lettore ideale, che sono naturalmente io, e non ho bisogno di autoconvincermi. Cerco invece di scrivere in maniera da non dovermene vergognare quando eventualmente tornassi a rileggermi (c’è qualcosa di nietzschiano, o è più semplicemente narcisismo, in questo atteggiamento?). Se poi pubblico queste pagine in un sito è per il puro piacere di rivederle su un supporto diverso, che consente di giocare con le immagini, il formato, i caratteri.

Scrivo senza attendermi alcun ritorno economico. Non solo non me lo attendo, ma rifiuto l’idea in linea di principio. È un principio che poi applico solo a me, non ho nulla contro chi scrive per mestiere: ma io di mestieri ne ho fatti altri e per fortuna non ho bisogno di questo per sopravvivere.

Quanto al fatto di pubblicare, sia pure solo sul sito o tramite i libretti che io stesso confeziono e dei quali faccio omaggio agli amici, ha anche un’ulteriore motivazione. Da sempre scrivo per indurre anche altri a farlo. Diciamo che è una continuazione dell’insegnamento con altri mezzi, e a questo si aggiunge il piacere che traggo dal lavoro “editoriale”, la mia vera passione. Se poi edito soprattutto cose mie, è perché dagli altri non arriva molto. Eppure sono convinto che la scrittura, come e forse più ancora della lettura, sia uno strumento formidabile di difesa e di autocoscienza. Per questo va sottratta alla banalizzazione, a twitter e ai social, o a qualsiasi aspettativa in termini di fama e di denaro, e va praticata imponendosi una rigida disciplina. In questo senso qualche risultato posso ascrivermelo: il sito ha mantenuto in tutti questi anni un profilo abbordabile: non basso, ma nemmeno intimidatorio. Per questo, forse spronati anche dalla libertà e dall’incoscienza con la quale io per primo ho affrontato gli argomenti più peregrini, alcuni degli amici hanno deciso di cimentarsi a loro volta. Ne avrei sperati magari di più, ma considero ogni minuto dedicato da chiunque alla scrittura non mercificata un guadagno netto, e quindi mi considero soddisfatto.

Alla fine, però, mi accorgo che la risposta alla domanda era già lì, al momento stesso in cui ho deciso di stendere questo pezzo. Ci ho lavorato per metà pomeriggio, e in quelle ore non ho pensato che stavo perdendo il mio tempo, tempo che alla mia età trascorre sempre più in fretta e diventa sempre più prezioso. Ho pensato invece che stavo scrivendo in assoluta libertà, che potevo scegliere un argomento e poi, come al solito, partire per la tangente (come appunto il presente pezzo dimostra), rientrare in orbita quando volevo, senza rendere conto a nessuno, inventarmi addirittura un esergo senza ricorrere a citazioni, giocare con l’iconografia. Ho ricordato cose sepolte da anni nella memoria, sono andato a riprendere in mano un paio di libri, ho già intravisto altri possibili argomenti, ho imparato ancora qualcosa.

Soprattutto, ho valicato la soglia fatidica di trecento, e adesso guardo al tempo che mi resta con un certo sollievo.