Letteratura e filosofia (in un bugigattolo)

di Vittorio Righini, 14 marzo 2026

Dante Alighieri, la Letteratura; Renè Descartes, la Filosofia.

Dante e Descartes è il nome di due piccole librerie napoletane. La più grande, la più fornita è al 14 di Piazza del Gesù Nuovo, gestita da Giancarlo Di Maio, a cui si affianca la più piccola sede di via Mezzocannone 63, gestita dal padre Raimondo, che si occupa di editoria.

Sono due librerie imperdibili a Napoli per i bibliofili più accaniti, e sono connesse tra loro, ma è della seconda che mi voglio occupare in queste poche righe. Raimondo Di Maio, classe 1957, ha la libreria dentro un bugigattolo[1] che si potrebbe anche definire un piccolo “basso”. Una stanza al livello della via, illuminata unicamente dalla porta di ingresso, oltre alle molte luci nelle graziose vetrinette sui lati. Sembra di entrare in casa di qualcuno, con pile di libri ammonticchiati ovunque (nelle mie due visite di questa settimana ne ho rovesciate tre). Non c’è un ordine alfabetico, o di argomenti. Una vetrinetta è dedicata a Erri De Luca, un’altra a libri vari su Napoli e sui suoi personaggi, poi tutto un miscuglio di volumi d’ogni genere (non troverete libri alla moda, gialli americani moderni in economica, polpettoni alla Travaglio, Vespa & Barbero o simili) ma solo libri piuttosto rari e comunque sempre non convenzionali. Soprattutto, troverete tutto quello che volete sapere su Napoli e sulla Napoletanità. Senza dimenticare che Raimondo, nel 2020, ha pubblicato per primo in Italia Louise Gluck, premio Nobel per la Letteratura nel 2020. Caratteristica curiosa: edita libri in molti formati piccoli o medi, comprese le Storie in trentaduesimo (cm. 7×5.5, una vecchia scatola di fiammiferi).

L’accoglienza è napoletana bene: cortesia, curiosità, consigli, nessuna pressione all’acquisto. Raimondo mi racconta che a metà anni Ottanta apre la Dante e Descartes soprattutto come libreria Universitaria (via Mezzocannone è a 5 minuti a piedi dall’ateneo), ma a causa del proliferare delle fotocopie prima e delle scansioni poi, ha ormai perso parte del suo iniziale indirizzo per diventare una libreria più generica. Raimondo fino a 14 anni non aveva potuto studiare, mancavano le fonti di sostentamento, poi, a inizio anni ‘70, viene inserito nel programma dell’allora PCI che prevedeva l’accesso all’istruzione dei giovani più disagiati. Investimento indovinato, che porta, nonostante la partenza ritardata, alla Laurea in Filosofia.

Discutiamo di alcuni autori che ci interessano, sono di un anno più vecchio di lui, ma mi chiede di passare al “tu”, cosa non convenzionale a Napoli. Accetto volentieri, per la simpatia immediata che provo per questo Signore. Acquisto un paio di libri di editoria locale (una storia di una famiglia di guantai, e un nuovo libro su Totò, con prefazione di Raimondo). Cerco due libri di Norman Douglas, che ha vissuto a lungo a Posillipo e a Capri, e mi risponde di tornare il giorno dopo, uno me lo procurerà di certo, il secondo richiede più tempo. Ritorno il venerdì e prendo il primo libro, poi mi chiede l’indirizzo mail per potermi avvisare nel caso possa trovare l’altro libro.

Pago, esco e noto che di fronte al negozio c’è un piccolo banchetto di suoi libri a 2 euro caduno. Ne trovo immediatamente tre interessanti, entro per pagare è lui mi dice 5 euro in tutto, ma intanto verte una discussione tra un paio di persone e Raimondo, che ascolto volentieri e che mi fornisce ulteriori spunti per la mia ricerca su Douglas. A quel punto, ci salutiamo nuovamente ed esco senza pagare i 5 euro. Realizzo l’errore in Hotel, e chiamo prontamente. Riesco ad ottenere l’indirizzo PayPal della libreria e stamani saldo il debito. Resterò in contatto con Raimondo, e mi rifornirò da lui in futuro. Il suo localino è l’essenza preferita dall’amante dei libri (conosco un Prof.re di nome Paolo che se entra in quel locale è poi difficile tirarlo fuori).


[1] Bugigattolo: Raimondo non si offenderà per questo appellativo, che ho ripescato (una volta lo usavo anche io) da un libretto in trentaduesimo che mi ha regalato lui: Strade di libri nella vecchia Napoli di Cosimo Cascione.

Pillole contro la bibliolatria

(confessioni di un libraio expat)

di Matteo Cavanna, 5 marzo 2023

La maggior parte dei libri attuali dà l’impressione
di essere stata fatta in una giornata
con dei libri letti il giorno avanti.
(de Chamfort, Massime e pensieri)

Mi ci sono voluti due anni per desacralizzare il libro. Dico desacralizzare perché quando ho iniziato a lavorare in libreria, dodici anni fa, avevo maturato un rapporto con il libro, con l’oggetto libro, per certi versi molto simile al rapporto che si intrattiene con il sacro. Un sentimento di soggezione e fascinazione. Un rispetto sconfinato. Qualsiasi libro, di qualsiasi natura fosse, romanzo o saggio, tascabile o libro d’arte. La spiegazione che ho dato di questo fenomeno sta nel fatto di non essere cresciuto coi libri, ma di averli scoperti in ambito scolastico. Da qui, il sentimento di soggezione. La fascinazione è venuta dopo, quando durante l’adolescenza ho iniziato a leggere libri che non erano in programma. Il retaggio scolastico ha prodotto in me l’idea che i libri fossero un sistema chiuso, riservato a una categoria specifica di persone, e che non avessero a che fare con la vita. Al contrario, l’esperienza adolescenziale mi ha fatto associare al libro una forma di apertura, un mondo che avesse a che fare con la vita, in cui potevo trovare storie e personaggi che mettessero in parole ciò che sentivo in modo confuso.

Pillole contro la bibliolatria 01

Due anni. Forse sono anche pochi, non lo so. Sta di fatto che in libreria mi sono imbattuto con una realtà editoriale che funziona con altre logiche. La produzione di libri è molto alta. Pensiamo che ogni anno, il solo mese di settembre, escono in Francia cinquecento romanzi. Troppi libri. Un sistema economico articolato supporta questo flusso produttivo, dalla pubblicità ai premi letterari. Il calendario editoriale francese prevede due momenti centrali: la Rentrée littéraire, a settembre, seguita dai premi letterari e dal periodo natalizio; e la Rentrée d’hiver, il mese di gennaio. Durante l’anno, ogni settimana ci sono delle novità. Un programma così ricco potrebbe sembrare una buona cosa, per certi versi lo è anche. Ma se scavassimo un po’ più a fondo cominceremmo a storcere il naso. Per farla breve, non credo che un’ampia scelta sia sinonimo di libertà di scelta. Anzi, spesso si risolve nel suo opposto e ci ritroviamo a leggere tutti gli stessi quattro o cinque libri ogni anno.

Pillole contro la bibliolatria 02

Ho consigliato libri per anni. Sono convinto che un buon libraio sia quello che, partendo da qualche informazione, riesca a individuare due o tre titoli che possono soddisfare il lettore. Soddisfare non significa assecondare. Ho sempre considerato il tempo della lettura come un tempo carico di aspettative. Non sopporto i libri che fanno perdere tempo. Una delle massime che ho seguito durante il mio lavoro la devo a Schopenhauer, il quale sosteneva che la sola maniera per leggere buoni libri è quella di non leggere quelli cattivi. Così ho sempre indirizzato i clienti seguendo questo criterio. Seguire questo criterio significa non seguire quello della logica di mercato, tenerne conto, certo, ma non seguirla. Questo mi ha creato alcune incomprensioni con la direzione della libreria, ma anche tante soddisfazioni coi lettori. E non solo, perché i risultati commerciali alla fine mi hanno dato ragione. Ma in fondo è una battaglia persa. Vale se appoggiata da una visione, una ricerca, altrimenti si è condannati a una forma silenziosa di ostracismo.

Cominciai a leggere perché la vita mi diceva no;
la lettura invece aveva la bontà di dire si…
(Robert Walser)

Se mi chiedo a cosa servano tutti questi libri, non ho dubbi: a cercare una risposta. A trovare il coraggio di alzarsi la mattina. È la mia personale spiegazione, quella che per il momento regge ancora il rapporto che ho con i libri. Diciamo che non provo più un rispetto incondizionato per questo oggetto: mantengo un rapporto condizionato. Dipende dal loro contenuto, dalla loro qualità. Sapendo poi che il settanta per cento dei tascabili invenduti finisce al macero per recuperare la carta e produrne di nuovi, non ho più esitazioni a buttare via un libro. Al contrario, se viene fatto consapevolmente, lo trovo un atto responsabile.

Ma ne riparleremo.