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L’accelerato per Busto Arsizio

Prospettive e retrospettive
Dialoghi a distanza con Edoardo Ferrarese

di Paolo Repetto, 2017

Caro Dario, vedi un po’ come l’età ti cambia la percezione della vita (e del trasporto su rotaia). Sai che domanda mi è venuta spontanea vedendo il fotogramma col tizio che corre dietro il treno? Ho pensato: ma il biglietto, lo avrà? No, perché poi c’è anche il rischio che il treno lo prendi, ma ti buttano fuori alla prima fermata (nel film siamo in India, mica in Italia). Non dirmi che è una visione troppo prosaica, lo so benissimo da solo. È una mia debolezza, ho due maledette manie: l’ordine e il senso. Sarà che non raggiungo mai né l’uno né l’altro, e allora me li tengo cari almeno come aspirazioni.

Ho notato naturalmente anche le valige. Assolutamente anacronistiche, nell’era del trolley, così come anacronistico (nel senso che ci sbalza fuori dal tempo) è un po’ tutto l’assieme, dall’abbigliamento del ritardatario alla piattaforma terminale del vagone e al passeggero indifferente che ci sta sopra (si vede che è abituato a queste scene). Credo sia questo a creare la magia dell’immagine, un po’ come accade per le operette morali di Leopardi. Uno in corsa con il tempo in una dimensione senza tempo. Ma anche qui, secondo pensiero: quando (e se) riuscirà a salire sarà tutto sudato. Non c’è verso. Sono vecchio. Se mi appendo a un sogno non mi lascio trascinare in alto, ma lo zavorro subito a terra. Il terzo pensiero non mi è stato suggerito dall’immagine, ma dalla lettura che Edoardo ne ha dato. Nel suo testo c’è una frase che mi pare, questa si, davvero emblematica: uno può anche partire zaino in spalla e sogni in testa, ma se lo fa alla volta di Busto Arsizio rischia di non essere preso troppo sul serio. E quindi? Quindi l’India. Ho pensato che se tutti avessero sogni in testa Busto Arsizio nel giro di vent’anni finirebbe spopolata. L’India è invece già sovrappopolata di suo. Tra l’altro, ci hanno anche trasferito le industrie che prima erano a Busto.

Ma è stato solo un attimo. Il quarto pensiero infatti si è imposto subito. È giusto che Edoardo la pensi così. La mia è solo malinconia, forse anche un po’ invidia. Cinquant’anni fa avrei scritto esattamente le stesse cose, senz’altro non così bene, magari con qualche illusione o qualche falsa certezza in più. Magari avrei inseguito la nave per Cuba (a nuoto). No, è giusto che tutto sommato si riservi la libertà di scegliere o di cambiare durante il viaggio e non si ponga il problema della stazione in cui scendere: per ora l’importante è davvero salire su quel treno.

Ma questo ci riporta all’inizio, e al biglietto. Quella del biglietto è una mia personalissima ossessione. Penso che un treno nella vita passi per tutti, e che occorra essere pronti a prenderlo. Per questo bisogna aver comprato il biglietto (oggi anche averlo “obliterato”): e il biglietto sono le competenze e le conoscenze (si sente, vero, che arrivo dalla scuola?), ma soprattutto la consapevolezza. Vale per ogni tipo di opportunità: ad esempio, per chi vive in una democrazia, per quella di esercitare i propri diritti. Chi vuol salire sul treno della democrazia, e non è che ne circolino tanti, siamo tra i pochi nella storia del mondo a vederlo passare, deve essere poi in grado di esibire il suo documento di viaggio. È questa la condizione: avere conoscenza di ciò su cui si è chiamati ad esprimerci, essere capaci di decidere e di scegliere con la nostra testa, ma soprattutto essere consapevoli che un biglietto ci vuole, che un viaggio, che la vita, hanno dei costi. Fossi un controllore farei davvero scendere alla prima fermata tutti coloro che credono che salire su un treno sia un diritto acquisito, piovuto dal cielo o ereditato dal passato senza imposta di successione. Non è così che funziona.

Prima ancora di prendere il biglietto, però, un’altra cosa bisogna fare. Bisogna scegliere, almeno in linea di massima, in che direzione andare. I treni hanno la prerogativa di viaggiare sempre e solo in due direzioni diametralmente opposte: non è che facendo un giro più largo ti portano comunque dove vorresti andare. Se vuoi arrivare da qualche parte, una qualche direzione già all’inizio devi averla in mente.

La direzione è il senso che intendi dare alla tua esistenza. Perché, sia chiaro, sarai tu a doverglielo dare. Non è già intrinseco al fatto di esserci, o di essere in attesa alla stazione. Puoi anche decidere di non darglielo, o di affidarti al caso. C’è gente che ha saltato per tutta la vita da un treno all’altro, senza pagare il biglietto. C’è nata una leggenda, quella degli hobo, e c’è fiorita sopra tutta una letteratura, da London in avanti: ma non sarebbe male ricordarsi che gli hobo di treni non ne hanno mai costruito, hanno viaggiato su quelli costruiti da altri. Non decidere allora non è una scelta, è una resa. Se ad esempio si pensa, come molti pensano, che i treni, e tutta la cultura e la civiltà che simboleggiano, corrono su binari bagnati da sudore e lacrime e su massicciate impastate di sangue, la coerenza vorrebbe che uno non li prendesse, neppure a sbafo, e camminasse a piedi.

Se invece si ritiene che Krakauer abbia voluto raccontare non la splendida vita quanto piuttosto l’assurda morte di Christopher McCandless, allora si passi alla biglietteria. Magari cercando di arrivare puntuali.

 

Il treno di Darjeeling

Prospettive e retrospettive
Dialoghi a distanza con Edoardo Ferrarese

di Edmondo Ferrarese (dal sito luomoconlavaligia.it), 22 marzo 2017

Esiste immagine più emblematica? Esiste un fotogramma così caoticamente perfetto per indicare tutto il microcosmo del viaggiare? Se ne trovate un altro fatemi un fischio.

Oppure fatelo a Wes Anderson, il regista che ha creato questa splendida sintesi di cosa significhi prendere in mano una valigia e partire.

C’è tutto. Ma proprio tutto, fateci attenzione.

Si inizia con la valigia vera e propria, quel bagaglio così squisitamente retrò che catalizza subito il tuo sguardo. Sporca, forse rovinata, anche un po’ kitsch, ma capace di fissarti gli occhi lungo tutti quei piccoli dettagli che la rendono unica nel suo genere. Come le iniziali incise sopra. Grandi, sontuose, importanti. Così com’è l’attaccamento del possessore alla sua valigia, che diventa quasi un’estensione del proprio braccio, il primo vero compagno di viaggio, quello senza cui la partenza non sarebbe nemmeno concepibile.

E qui la partenza è tutto. Si parte per ritrovare sé stessi, grazie al Darjeeling Limited, il treno che Adrien Brody cerca disperatamente di raggiungere. Si parte perché lui e i suoi due fratelli possano ricongiungersi, anche forzatamente, ma con l’obbiettivo comune di ricreare un nido familiare di pascoliana memoria. Ma ovviamente le cose non vanno quasi mai come pianificato, e quindi ecco che negli imprevisti appaiono le vere epifanie.

Wes Anderson non fa altro che mettere ordine con i suoi movimenti di macchina lineari in un mondo, da lui creato, così stupendamente caotico. Il regista statunitense non tradisce mai la sua poetica, persino in questo fotogramma si nota gran parte delle palette dei suoi colori, talmente pastello da risultare fanciullesca, quasi fiabesca. E proprio in questo mondo così mentalmente giovane c’è tutto, tutte le turbolenze familiari, tutti i problemi adulti, ogni singolo aspetto della vita filtrato dal caleidoscopio di colori che è la mente di un bambino.

E poi? Poi si passa al vuoto. Il vuoto reale tra Adrien Brody e il treno, a simboleggiare quel senso di pauroso mistero che ci accompagna tutte le volte che viaggiamo. Noi corriamo, ci lanciamo verso un ignoto che potrebbe inghiottirci, verso quel vuoto che, forse, non riusciremo a riempire. Ma lo facciamo lo stesso, con il fiato corto e le gambe che bruciano, perché in quel grado di separazione c’è tutto quello che vogliamo trovare.

Ma ad aspettarci cosa c’è? Il treno in questo caso. Che, ironia della sorte, non aspetta proprio nessuno. Il cavallo d’acciaio è spietato nei suoi orari, e ci costringe a rincorrerlo sperando di saltare su al volo, racchiudendo in sé la nostra prima sfida, l’incipit della storia, quel racconto intessuto nei nostri pensieri che vorremmo sfilacciare nella realtà.

La tensione emotiva è tutta lì: nello spasmo verso l’oltre, nel voler ghermire con la punta delle dita qualcosa che, forse, non possiamo nemmeno sfiorare. Eppure quanto è più bello correre verso l’ignoto? Wes Anderson lo sa bene che dal caos nasce l’ordine. Oppure che l’ordine è contenitore del caos. Dipende come volete guardarla. Lui suggerisce quel brivido, il brivido del non farcela, del rischio di rimanere a terra, del vedere quel serpente metallico farsi sempre più lontano.

Ecco perché la concezione romantica del viaggio, dell’essere senziente con una valigia, è proprio questa: partire con un bagaglio a mano e pregare l’ignoto in tutte le sue manifestazioni. Che poi io non sono qui ad insegnarvi nulla, c’è già tutto nel romanzo di John Krakauer sulla splendida vita di Christopher McCandless a spiegarvi il concetto. Se siete di fretta potete sopperire con il film omonimo di Sean Penn, lo stupendo Into the Wild.

Cosa manca? Vediamo … ah, ovvio, il fascino dell’esotico. Perché uno può anche partire zaino in spalla e sogni in testa, ma se lo fa alla volta di Busto Arsizio rischia di non essere preso troppo sul serio. E quindi? Quindi l’India. Che forse è proprio l’emblema di questo concetto, del mondo così lontano dalla percezione occidentale e quindi così intrigante nel suo mistero. È sempre quella leggera componente di rischio ad accarezzarci, sussurrandoci che più è lontana da casa la destinazione più il senso del viaggio può sublimarsi.

Ed è lo stesso concetto su cui ragiona il personaggio di Owen Wilson (uno dei tre fratelli): bisogna scegliere l’India per la sua spiritualità innata e perché lì, solo lì, qualcosa di mistico li potrà riunire. Avrà ragione o si troverà sullo stesso binario del fratello, ad inseguire proprio quel treno che li deve trascinare verso questa presunta epifania?

Perché alla fine siamo stati tutti un po’ Adrien Brody, a rincorrere un’idea, un concetto, un’effimera speranza di evasione. Fare quel passo verso l’ignoto, che diventa corsa e taglia il fiato, prima o poi capita. Ma la domanda, in fin dei conti, resta solo una: quanto è importante per voi salire su quel treno?