Ariette 17.0: Una mattina con Luigi

di Maurizio Castellaro, 7 luglio 2023

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Ascolto in un convegno ad Alessandria Luigi Cancrini, lo psichiatra autore di Bambini diversi a scuola (1974), il testo che mi ha iniziato alla lettura sistemica delle relazioni interpersonali. Introducendo il tema della causalità circolare nelle relazioni comunicative, l’approccio sistemico ha chiarito che se la relazione non funziona, se la comunicazione non è generativa, la responsabilità è di tutti gli attori coinvolti nel sistema, non solo e sempre di chi all’interno del sistema ha meno potere.

Un concetto rivoluzionario a pensarci, che purtroppo si è prestato ad infinite interpretazioni distorte, soprattutto nel mondo della scuola. Cancrini emana un carisma pacato, e parla di salute mentale in un modo che fa venir voglia di uscire, rimboccarsi le maniche e provare a migliorare le cose. Per tanti medici e pedagogisti di sinistra le dipendenze, il disagio mentale e quello giovanile sono stati interpretati come sintomi dell’alienazione insita nella società capitalista. Per loro parlare di guarigione aveva senso se nello stesso tempo si ponevano le basi politiche per costruire una società più giusta, non più patogena. Al contrario, la grande fucina della dottrina sociale della chiesa non ha mai messo al primo posto la questione politica (eccetto l’eretica teologia della liberazione), ma ha ugualmente forgiato per secoli generazioni di eroi del sociale, impegnati nella salvezza dell’anima propria e di quella dei poveri che comunque “sono sempre con noi”.

Chiedo a Cancrini se oggi il lavoro sociale, con il tramonto di ogni speranza di cambiamento della società (e di salvezza dell’anima), non debba in fondo pensarsi come un grande “laboratorio dell’adattabilità”. Operando con strumenti educativi, relazionali, economici, chimici, l’operatore sociale forse oggi è chiamato semplicemente a ridurre l’impatto sulla società delle persone che per motivi diversi (genetici, sociali, storici) fanno fatica a rientrare nelle regole del gioco. Il comunista non pentito Cancrini dà una sostanziale conferma di questa ipotesi, descrivendo il mondo attuale come una sorta di ancient regime planetario diviso in tre classi (i pochi ricchi che comandano, quelli che stanno in mezzo e poi la grande massa che non conta nulla), in sostanziale stallo perché privo di conflitti interni (e le ribellioni urbane senza progetto non sono veri conflitti).

Prima di chiudere però Cancrini ha invitato i presenti al convegno a sostenere una nuova proposta di legge di iniziativa popolare a cui sta lavorando, e che se approvata garantirebbe maggiori investimenti dello Stato sulla prevenzione del disagio mentale nel nostro paese. Non so perché, ma questo appello finale all’impegno personale, alla pazienza delle piccole riforme possibili nonostante tutto, l’ho trovato molto rinfrescante, quasi come un’arietta.

Una mattina con Luigi 02

È ancora possibile educare al civismo?

di Paolo Repetto, 30 luglio 2022

Nella precedente puntata mi chiedevo cosa si può ancora fare per i nostri ragazzi. Bene, potremmo ad esempio cercare di riabilitare ai loro occhi la politica: quella seria, s’intende, non quella postribolare che si fa nei salotti televisivi. Non è un impegno da poco, ma è quello più urgente che dovremmo assumerci, e quando scrivo “dovremmo” mi riferisco ad una categoria anagrafica particolare, alla quale appartengo da un pezzo, quella dei nonni. Non tanto perché come pensionati abbiamo del tempo (ancora poco, purtroppo) che dovremmo spendere anziché perdere, ma perché abbiamo maturato esperienze, nel bene e nel male, che conferiscono – almeno a chi le ha digerite – una qualche credibilità: e soprattutto perché a quanto pare non ci sono altri con la capacità o la volontà di farlo. Non lo possono fare i nostri figli, che abbiamo cresciuto nel rifiuto e nel disprezzo della politica: un disprezzo più che motivato dai miasmi che ristagnano in quella dimensione, ma mai unito ad una vera responsabilizzazione personale. E meno che mai lo possono le istituzioni, che pure, all’insegna del “civismo” da restaurare, bandiscono periodicamente delle svogliatissime crociate: manifesti di facciata, per dare una parvenza di senso alla propria esistenza.

L’esempio che arriva della scuola è eclatante. L’educazione civica è stata ultimamente reintegrata al rango di disciplina curricolare, con tanto di specifica valutazione: ciò che di per sé ne nega il ruolo di ispiratrice di base e di scopo finale di tutte le discipline, ma soprattutto travisa completamente il concetto stesso di educazione. In più, tutto questo è stato fatto senza badare minimamente alla realtà del contesto nel quale si andava ad agire e senza prevedere alcuna azione correttiva concreta là dove quel contesto appare irrimediabilmente degradato. Si è finto di ovviare con un tratto di penna all’oggettiva impreparazione dei docenti, allo straripare nei media di proposte di comportamenti incivili, alla rottamazione di ogni valore portata avanti senza alcun distinguo dalla cultura post-moderna della spettacolarizzazione e del successo mediatico. Il risultato è che agli occhi della stragrande maggioranza degli studenti l’educazione civica si riduce ad un inserto particolarmente uggioso in quello che è già di per sé un mare di nebbia.

Meno che mai, poi, c’è bisogno di “scuole di politica”, nelle quali quest’ultima sia trattata come una professione. Anzi, va combattuto proprio questo distorcimento, perché nella realtà la politica è già interpretata così dalla maggioranza dei suoi praticanti, ma non certo nel senso di “un’etica della convinzione” o di “un’etica della responsabilità” come predicato da Max Weber. Al contrario, è considerata una scorciatoia per il successo, per il potere e per l’ascesa economica.

È contro queste interpretazioni che possiamo e dobbiamo ancora lottare. Perciò, senza la pretesa di fare scuola ad alcuno, rimango convinto sia mio dovere di nonno trasmettere a un nipote le poche cose che ho imparato e che presumo di aver capito. E indirizzo allora a Leonardo e ai molti che sento come nipoti spirituali, agli studenti di cui parlavo sopra e ai tantissimi come loro che sono certo esistano, alcune modestissime riflessioni.