Il dialetto difeso contro i suoi sostenitori

di Paolo Repetto, 2001

Ci siamo convertiti al recupero. Finite le vacche grasse ci si riscopre sobri e virtuosi, si ricava energia dai rifiuti e dalle scorie e si riciclano le sostanze non deperibili e gli organi vitali espiantati. Si risica anche sul tempo, immagazzinandolo in banche e velocizzando gli spostamenti, le comunicazioni, le attività lavorative e gli apprendimenti. Insomma, dalla cultura dello spreco e del consumo sconsiderato si sta passando, o meglio tornando, almeno nei propositi, a quella del ciclo di sfruttamento totale. E questo sfruttamento postumo interessa anche culture agonizzanti, tradizioni già sepolte, costumi da tempo dismessi.

Tutte le varie forme di recupero materiale, ecologico, energetico o chirurgico sono dettate naturalmente da necessità di sopravvivenza, dall’urgenza per il genere umano di arginare in qualche modo la propria polluzione; ed anche se al momento operano più nel regno degli intenti che in quello della realtà, e sembrano finalizzate a creare nuove possibilità di business piuttosto che alla effettiva salvaguardia del pianeta, in una prospettiva a lungo termine paiono imprescindibili.

Il recupero culturale ha invece in sé altre valenze, pur rispondendo almeno in parte alle stesse istanze di fondo. Esso nasce dalla constatazione che ogni singolo e locale patrimonio di cultura e di tradizioni che va perduto si porta appresso epoche e fette intere dell’umanità, e dalla coscienza che questa perdita l’umanità non se la può permettere. Ma a differenza di quanto accade per l’ambiente e per l’energia, nei confronti dei quali la necessità e l’urgenza del recupero si impongono in maniera immediata e ben definita, per la cultura questa coscienza rimane vaga e nebulosa, ed entra in crisi di fronte alla domanda precisa: perché non ce lo possiamo permettere?

Il perché sta nel fatto che ogni cultura che sparisce porta con sé una serie di possibilità che si aprivano e che ora non si aprono più. Si va verso una cultura uniforme, monocorde, e il ventaglio delle possibilità aperte appare sempre meno ampio. In termini di biologia evolutiva questo è un handicap, perché caratteri che risultano recessivi o inutili in un in un particolare momento o in una determinata situazione ambientale possono rivelarsi adattivi sul lungo termine o a fronte di un mutamento delle condizioni esterne. Ma lo è altrettanto in termini di crescita culturale, perché la novità e lo stimolo possono venire solo dall’ibridazione, nel nostro caso dal confronto tra differenze, e l’azzeramento delle differenze induce uno stato comatoso. Quello appunto al quale sembriamo da qualche tempo destinati.

Il problema che si pone è dunque quello di salvaguardare il più possibile ogni diversa espressione di cultura, prime tra tutte quelle a rischio più prossimo di scomparsa, ovvero quelle linguistiche, compatibilmente però col fatto che il mondo si muove, e non solo su orbite o assi nello spazio, ma anche lungo un’ascissa temporale. In altre parole: l’interazione tra le diverse culture diventa sempre più intensa e impone una semplificazione comunicativa (leggi: lingua unica, a diversi livelli di competenza a seconda del livello degli scambi), allo stesso modo in cui impone una standardizzazione alimentare e comportamentale. Di fronte a questa realtà di fatto è importante capire prima di tutto che non è possibile non scartare nulla lungo il cammino, poi che va deciso non solo cosa salvare, ma in che modo. Dove una risposta certa non esiste – e noi sappiamo che in questo caso non esiste – le risposte finiscono naturalmente per moltiplicarsi, e con esse le giustificazioni, le strategie e le modalità operative. Il che, di per sé, sarebbe anche positivo, se non fosse che nella gran parte dei casi si tratta di false risposte, o addirittura soltanto di pretesti per operazioni autopromozionali, pubblicitarie o fini a se stesse.

Non mi riferisco soltanto agli aspetti più appariscenti e pacchiani, quelli per intenderci dell’anniversarismo, delle grandi mostre, del rilancio del folcklore (la festa paesana, il palio, i carnevali), ma anche e soprattutto a quelli che vantano una serietà o un approccio scientifico, come le iniziative di recupero nel campo lessicale (ad esempio, atlanti o vocabolari dei dialetti) e in quello della cultura materiale (etno ed ecomusei). Operazioni sacrosante, ma troppo spesso conniventi con quel mercatino pseudo-antiquario che all’insegna dell’antropologia storica falsifica il passato prossimo dell’occidente, e soprattutto dell’Italia. Il caso del dialetto si presta meglio di ogni altro ad evidenziare il malinteso (quando non si tratti di malafede).

 

Il dialetto è la voce di una società particolare, molto ristretta e dotata di un orizzonte semantico limitato quanto agli oggetti referenti, e complesso per la somma di interazioni che va a caricarsi sugli stessi. Essendo (relativamente) pochi e semplici gli oggetti d’uso, i gesti della quotidianità e gli eventi extra-ordinari, la loro denominazione si allarga per analogia o per metafora a significati diversi, in una rete di allusioni che ha senso solo nell’ambito di una piccola comunità. È un sistema comunicativo che si regge su un repertorio lessicale non asettico e laico, ma profondamente sacralizzato dalla ritualità della consuetudine e dalla forza dei legami di conoscenza. Non contempla ad esempio la necessità di verbalizzare impegni e transazioni: all’interno della piccola comunità dialettale lo scambio avviene per il tramite della viva voce, e la parola proferita e udita da tutti e della quale tutti condividono la pregnanza di significato è più autorevole e vincolante di carte che nessuno o quasi sa decifrare. Nella cultura dialettale le parole, proprio perché sono poche, non volano e non si disperdono: pesano e restano, accolte non nei testi, ma nella memoria. Regole, conoscenze e tradizioni vengono tramandate mnemonicamente: ed esiste la capacità di memorizzare perché la mente è ingombra solo di informazioni essenziali, quelle sufficienti per una vita che si svolge in ambienti sempre uguali secondo cicli ripetitivi. Il dialetto è dunque la voce di un mondo orale, che non necessita di un riscontro scritto. Dove lo ha avuto (Roma, ad esempio, o Milano, o Venezia) si tratta di idiomi urbani, che hanno funzionato a lungo come lingue vere e proprie: e comunque, sempre di meta-dialetti, alla maniera di un Verga.

I nostri dialetti, quelli che fanno riferimento ad una società rurale, si sono sviluppati in un ambito di cultura sociale e materiale molto più ristretto, molto più statico, e ne hanno rispecchiato le caratteristiche di povertà e di ossificazione. Sono dunque dialetti poveri lessicalmente e cristallizzati per il persistere secolare delle stesse culture, degli stessi usi e consuetudini, per l’assenza o quasi di scambi e di confronti. Fino a cinquant’anni fa un dialetto era una carta d’identità, perché faceva riferimento ad una realtà specifica: a oggetti, attività, usi alimentari, tradizioni viventi, modi di abbigliamento, persino ad un contesto naturale particolare. Era plasmato sui caratteri di un paesaggio che a seconda fosse pianeggiante, collinare, montagnoso, arido, fertile induceva determinate attività lavorative, consuetudini sociali, giochi, rapporti di proprietà, modi di misurare, di camminare, di concepire il tempo e lo spazio, e poi paure, chiusure o aperture, che condizionava cioè in toto l’agire e l’essere di una comunità. I soli a sottrarsi a questo condizionamento erano i vagabondi, le lingere, gli sradicati, che in genere perdevano l’identità linguistica per adottare un idioma spurio, adatto alla comunicazione elementare e allargata piuttosto che alla connotazione.

L’avvento della società industriale, nei nostri paesi, è stato così rapido da non consentire alcun adeguamento linguistico, alcuna evoluzione. Nell’arco di una generazione, anzi, in un tempo molto più breve, si è passati ad una adozione più o meno corretta della lingua comune, nello stesso tempo in cui si passava al lavoro di fabbrica, al trasporto su autoveicoli, all’uso degli elettrodomestici e dei recipienti di plastica, e la veglia televisiva sostituiva quella familiare. Strade e autostrade e mezzi a motore hanno dragato a tappeto il territorio, creando e imponendo una rete fittissima di scambi, e televisione, supermercati, cibi confezionati hanno provveduto alla nuova semina, omogeneizzando i gusti e liquidando gli ultimi baluardi della differenza. Le nuove tecnologie, i nuovi materiali, le diverse percezioni temporali e spaziali e tutto l’habitus psicologico e comportamentale connesso alla loro adozione non potevano trovare riscontro in un linguaggio forgiato su tecnologie elementari e su rapporti sociali estremamente semplici e consolidati. Non può esistere un corrispettivo dialettale di automobile, e infatti non si è andati oltre quello più generico di macchina, nel quale si assume qualsiasi oggetto che abbia un funzionamento meccanico complesso, ed è quindi applicabile dalla pompa per l’irrorazione alla mietitrebbia o alla pastiera. È esattamente ciò che accade alla lingua italiana rispetto ad un’altra rivoluzione, quella informatica, che rifiuta nei fatti l’esistenza, o almeno l’uso, dei corrispettivi italiani di computer, chip, ecc…, e che prelude alla scomparsa o al declassamento, in tempi altrettanto brevi, dell’idioma nazionale.

Per questi motivi oggi, a due generazioni dal miracolo economico, il dialetto è sepolto, assieme a quelle differenze che un tempo marcava, sotto gli strati di scorie culturali che la modernità accumula a ritmi sempre più accelerati. Ogni identità è stata annullata dall’omogeneizzazione alimentare, abitativa, lavorativa, comportamentale. Il dialetto non può dunque salvaguardare nulla, perché non c’è più nulla da salvaguardare.

È naturale pertanto che anch’esso scompaia, assieme al terreno di riferimento che gli è stato strappato sotto i piedi. Può conoscere una crepuscolare sopravvivenza nei rapporti di consuetudine ristretti, tra gli anziani dei borghi o dei paesotti rurali, ma in realtà aveva già cessato ogni funzione comunicativa a metà degli anni sessanta, sotto le ondate migratorie e nella dispersione scolastica e lavorativa. È materia per gli storici del linguaggio, per gli antropologi, per gli etnologi, ma come può esserlo un cadavere su un tavolo anatomico. Non ha senso praticargli la respirazione artificiale o attaccarlo a tubicini e trasfusori. Merita almeno una dignitosa sepoltura.

Mi chiedo allora da dove nasca tutto questo fervore di iniziative per la difesa, per la promozione, addirittura nei casi più deliranti per l’introduzione nell’insegnamento scolastico del dialetto. È evidente che le motivazioni e le posizioni sono molte e variamente sfumate: ma credo che alla fin fine possano essere ricondotte a due matrici di massima.

Da un lato c’è la sindrome a mio avviso diffusissima dell’orticello: cioè della necessità, da parte di una congerie di precari del lavoro intellettuale o di umanisti della domenica, di recintarsi uno spazio di sopravvivenza, di sfogo o di visibilità. Costoro forniscono in genere la manovalanza ai professionisti del settore, che si creano dal canto loro veri e propri pascoli. Storia locale, folklore, studio del dialetto si prestano benissimo, offrono terreni non lussureggianti ma poco sfruttati, consentono di accedere ai fondi per la cultura dei vari enticelli locali e garantiscono un minimo di esposizione anche a chi non riesce ad approdare al Costanzo show. Non c’è dubbio che nel settore bazzichi anche gente in buona fede, o addirittura benemerita, come i genuini cultori della poesia dialettale (per intenderci, quelli che il dialetto l’hanno ancora succhiato assieme al latte), che peraltro si ritrovano poi a raccontarsela tra di loro nelle manifestazioni promosse dalle Pro Loco (e non si vede come potrebbe essere altrimenti); o qualche studioso serio che si limita a far bene il suo lavoro di storico e di linguista: ma questo non cambia granché il quadro. E talvolta anche le migliori intenzioni sono male indirizzate. La redazione di dizionari dialettali, ad esempio, al di là del dibattito e della confusione sulle modalità trascrittive, rischia spesso di voler trascendere la funzione documentaria, ed è comunque già di per sé un’operazione ambigua e snaturante, perché costringe nei modi, nelle forme e nei mezzi della cultura scritta una materia che con quest’ultima non ha nulla a che vedere. Lo stesso vale per la trascrizione poetica. In essa va perduta ogni caratteristica del dialetto: tonalità, velocità, timbro, sfumatura. Non c’è nulla di più anonimo, per non dire di più irritante, di un detto o di una filastrocca dialettale pastorizzati dalla stampa.

E questo è l’aspetto più innocente della faccenda. Perché c’è di peggio. Dietro il proliferare delle associazioni di salvaguardia o di recupero linguistico spira talora un esplicito vento di rivendicazione etnica, di “limpieza” culturale. Si muovono categorie diverse di mestatori, che vanno dagli imbecilli puri in camicia verde ai faccendieri della politica locale, in cerca di bandiere localistiche alle quali legare la propria arrampicata alle poltrone amministrative. Ma la proposta di introduzione dell’insegnamento del dialetto e in dialetto nelle scuole non va ascritta solo allo stupidario leghista. Era già stata ventilata qualche decina d’anni fa, sia pure in forma più “politicamente corretta”, anche dai recuperanti della sinistra, quando la difesa dell’identità popolare contro la colonizzazione linguistica e consumistica era letta come una forma di resistenza, e non come un atteggiamento egoistico e razzista (ma anche oggi sul “diritto alla differenza” le idee sono alquanto confuse). Non è comunque un fenomeno da sottovalutare, perché a dispetto della demenzialità dell’assunto e della ironica sufficienza con la quale viene liquidato si è radicato in diverse zone del profondo nord, e si va organizzando.

In tutti questi atteggiamenti, in queste manovre il problema del dialetto finisce dunque o per fornire solo dei pretesti, o per essere affrontato secondo una mentalità museale, o peggio ancora post-moderna, che destoricizza ogni portato, lo sottrae al suo naturale e temporale contesto, lo stravolge e ne fa un uso improprio e disinvolto. Fingendo un recupero storico si negano invece i modi della storia, la quale lascia cadaveri sul suo cammino e consente tutt’al più di seppellirli e costruire monumenti, non di resuscitarli.

Mi arrogo dunque il diritto di affermare che il dialetto è morto, e che deve essere lasciato in pace, perché penso e parlo e provo emozioni in dialetto dalla nascita. Ho il dialetto nel sangue, sono affetto da una forma mentis dialettale, che mi porta a sentire, a conoscere e a valutare in modi e secondo criteri particolari, e ad incontrare di conseguenza non pochi problemi di comunicazione (come si può comunicare, ad esempio, la cautela negli entusiasmi, negli amori, negli odi, nelle disperazioni, che ti viene trasmessa da un microcosmo nel quale ogni tua parola o gesto rimangono, sono patrimonio pubblico e vengono oralmente registrati a futura memoria con apprezzamenti che ti marchiano a fuoco: o ancora, nel quale ognuno viene ribattezzato con un soprannome e con quello è universalmente conosciuto, in barba ad ogni registrazione anagrafica). So anche cose che gli studiosi e i ricercatori in genere non sanno o non possono comprendere, e cioè quanto sia più efficace sacramentare o dare ordini o profferire minacce in dialetto, e invece difficile esprimere sentimenti d’amore. Ma so poi perfettamente che certe parole e certe atmosfere sono ormai intraducibili e lontane, e che quello che è avvenuto qui è accaduto o sta accadendo dovunque, e che nel terzo mondo le resistenze sono state superate ancor più facilmente, senza neanche passare per la fase delle lingue nazionali, grazie all’intermediazione coloniale; e so che i miei figli, che già mangiano e vestono e pensano all’americana, avranno figli o al massimo nipoti che parleranno in inglese. Tutto questo non mi piace, ma lo so. E dal momento che considero ormai il dialetto solo come un codice naturale, buono per comunicare in solitudine con la mia terra e del quale sono tra gli ultimi depositari, non se l’abbiano a male tutti i suoi neofiti se li mando di cuore a quel paese.

 

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Pietre. Arte per fede, non per opere

catalogo della mostra di scultura del gruppo “Artisti per fede” che si svolse presso la Loggia di San Sebastiano ad Ovada il 16 e 17 agosto 1997
Pietre Arte per fede, non per opere copertinafotografie e immagine di copertina di Enzo Capello

Il significato dell’arte della scultura

Arte per fede, non per opere

Dell’assoluto valore dell’opera  e della relatività dell’artista

Perché “Pietre”

Chi sono gli “Artisti per Fede”.

Opere esposte

Il significato dell’arte della scultura

Dalle epoche più remote sino ad oggi, la scultura ha agito sul mondo materiale con un atteggiamento predatorio e mutilante. L’uomo, nella sua costante tensione a farsi Dio, ha ritenuto di poter intervenire liberamente sulla natura per modificarne forme e dimensioni e per attribuire ad essa dei propri significati. Il suo agire è stato un incessante tentativo di sostituire alla simbolizzazione naturale un mondo di segni e di messaggi che, trascendendo la materia, avrebbe dovuto fondare una rete di significati finalizzati alla celebrazione della sua ascesa e distacco dal mondo materiale. Tutto ciò ha determinato sia un profondo squilibrio nella originaria perfezione artistica della natura sia una pericolosa illusione creativa nell’uomo, che, man mano, si è risolta in un’avvilente deriva consumistica.

Ma che significato artistico possono avere grandi opere di pietra o di altro materiale inserite in un contesto umano che è la negazione della purezza estetica? Come è possibile ritenere arte la seriazione di un prodotto di laboratorio? E che dire dell’evento plastico che coinvolge strutture che l’uomo ha costruito per la sua sopravvivenza? Lo straordinario vitalismo del concetto umano dell’arte non corrisponde affatto all’espressione artistica intesa come comunione intima tra uomo e materia, in cui l’uno e l’altra subiscono un influsso magico che ne modifica irresistibilmente sia la presenza sostanziale che i significati riposti. Pertanto, pensare alla scultura oggi non può che essere un atto di contrizione nei confronti del cammino compiuto dall’uomo in nome dell’arte, nel quale hanno prevalso a più riprese ragioni diversamente soggettive, incapaci di cogliere l’oggettività artistica del reale materiale. La rinuncia a questo tipo di atteggiamento è il primo passo per intraprendere un percorso inverso in cui sia la materia ad imporsi finalmente all’uomo.

Pietre Arte per fede, non per opere Locandina mostra

Arte per fede, non per opere

Il concetto dell’arte per fede deriva dalla convinzione che soltanto nella purezza dell’intuizione trascendentale possa svilupparsi il meccanismo della produzione artistica. Per produzione qui non si intende assolutamente una attività di manipolazione, ma la visione profetica che l’artista deve avere di un oggetto affinché esso assuma significato artistico. Ciò non deve però confondersi con un qualsiasi atteggiamento soggettivistico in quanto l’intuizione non nasce dentro il mondo di fantasmi della mente umana, ma è una lacerazione di quel velo di Maia che ricopre l’in-sé delle cose e lo difende dalla banalità dell’esistenza. Solo un individuo che si liberi di ogni sovrastruttura culturale e mondana può essere in grado di operare questo strappo e di riconoscere oggettivamente quei segni che la natura imprime sulle cose per distinguerle e per significarle. L’atteggiamento ideale dell’artista per fede è quello dell’asceta salmodiante che cerca la sua illuminazione arrancando su per torrenti e montagne e non si aspetta assolutamente niente perché sa che l’intuizione artistica è un bene oggettivo che ti coglie e non si fa cogliere. È importante che uno sia preparato a ricevere come in una sorta di unzione questo momento speciale, che lo astrae dal resto degli uomini e gli consente di dialogare con un mondo materiale che ha le sue leggi e le sue geometrie. Nel suo percorso l’artista per fede incontrerà sia simboli isolati sia luoghi sacri per l’abbondanza di questi simboli, che dovrà saper riconoscere in silenzio e rispettare come se fosse di fronte ad una rivelazione.

L’arte per fede non è comunicabile, tanto meno insegnabile, perché non esiste alcuna tecnica umana che possa cogliere l’assoluto della bellezza naturale così come questa intuizione spirituale. L’arte per fede è macerazione, e il godimento estetico dell’oggetto materiale presuppone anche un rapporto fisico con esso che deve inevitabilmente gravare sulle spalle e sulle braccia dell’artista, il quale non si stancherà mai di portare e riportare l’oggetto artistico come se fosse la croce di una solenne processione.

Ma perché dunque una mostra di pietre scaturita dall’arte per fede? Se quest’arte è godibile pienamente soltanto nel contesto della natura, perché dunque sottrarla ed esporla in un contesto umanizzato e addirittura predisposto all’evento? L’arte per fede non è una concezione d’arte parcellizzata, legata soltanto ad un’espressione artistica in senso stretto. Essa è una vera e propria interpretazione del mondo, un modo di ristabilire il rapporto tra uomo e natura che la civilizzazione moderna ha completamente dimenticato. Proporre oggetti artistici individuati per fede è dunque un tentativo di far riflettere l’uomo sulla sua presunzione manipolatoria e macchinistica e di riavvicinarlo ad un approccio silente e religioso con il creato. Il rito di ricollocazione esatta nei luoghi di asportazione degli oggetti artistici individuati per fede è un gesto profondamente religioso che sancisce inequivocabilmente il carattere effimero dell’arte per l’arte e la grandiosità panica dell’arte per fede.

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Giuseppe Schepis, Antonio Cammarota e Gianni Repetto

Dell’assoluto valore dell’opera e della relatività dell’artista

L’opera, imperitura testimonianza di una realtà superiore, ha un valore che prescinde dall’identità di colui che, in veste di artista, è in realtà solo un tramite fra l’assoluto e il mondo umano. L’artista dà voce, è strumento di comunicazione passivo, caduco, corruttibile. Solo la realtà materiale frutto della creazione divina possiede il dono dell’oggettività imperitura, capace di sfidare gli strali del tempo, eterna e luminosa.

Il Tao degli “Artisti per Fede” è specchio di questa verità disvelatrice. Le opere, con la loro greve presenza, sono capaci di squarciare il Velo di Maia che ci separa dall’illuminazione.

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Perché “Pietre”

Il gruppo “Artisti per Fede” ha rivolto il suo sguardo illuminato alle pietre perché ritiene che in esse sia contenuto il significato più profondo della purezza della materia. La pietra, elemento fondante della nostra esistenza materiale, è anche esattamente l’opposto, cioè l’oggetto che può esprimere il più alto senso di spiritualità tra tutti quelli che ci circondano. La durezza, l’acutezza, la levigatezza della pietra corrispondono ai connotati spirituali dell’animo ascetico che, come pietra, urta contro tutte le presenze molli della vita materiale. La pietra ha accompagnato l’uomo nella sua storia, ed egli ha un debito nei suoi confronti enorme, non tanto per i diversi usi che ne ha fatto, ma perché raramente ha saputo cogliere il messaggio di perfezione spirituale e artistica che essa aveva innato. La pietra è stata il primo oggetto materiale che l’uomo ha cercato di manipolare e, nonostante comprendesse il tragico destino a cui egli l’avrebbe condannata, ha accettato silenziosamente di svolgere questo ruolo servile, aspettando con pazienza il momento in cui l’uomo nuovo fosse stato in grado di ristabilire con essa il giusto contatto di reciproca rigenerazione. La pietra è ciò che infonde forza all’uomo solo e gli consente di contare su un simbolo sicuro perché scevro di mutazioni relativistiche: la pietra è pietra, non vuole essere alto o apparire diversa da quello che è; è’ certezza fisica e metafisica, l’unica che ci assorba completamente; la pietra è dolce e tenera, aspra e acuminata, ma non tradisce mai, perché è sempre se stessa.

Un percorso di pietre è una via verso un nuovo senso della natura che sconfigga la dimensione servile in cui l’umanità l’ha costretta nei secoli: l’animale, addomesticabile, è stato considerato l’elemento naturale a noi più vicino; la pietra invece, spesso mortale e catastrofica, l’elemento più lontano. Eppure la pietra è forse l’unico elemento in natura che riesce a corrispondere spiritualmente al nostro desiderio di assoluto. Essa è eterna, ed è la sola che può dare all’uomo il senso dell’immortalità. Chi seguirà, vivendolo misticamente ed artisticamente, questo percorso di pietre, forse riuscirà a cogliere un lembo di tutto questo.

 

Chi sono gli “Artisti per Fede”

Antonio Cammarota

Nato a Salerno nel 1967, risiede ad Ovada da lungo tempo. Ha compiuto studi tecnici presso l’ormai ex I.T.I.S. “A.Volta”. Nel 1993 si è laureato in Storia presso l’Università di Genova, dove ha approfondito, tra l’altro, gli studi sull’arte orientale (in particolare cinese e khmer). Socio fondatore del Centro Ligure di Studi Orientali ha contribuito all’organizzazione di numerose mostre sull’arte asiatica. Nel 1995 ha fondato, insieme ad alcuni amici, un gruppo di mistici erranti, cercatori unici della “pietra perfetta”. Da quel momento, durante stancanti escursioni artistiche, si è trovato più volte di fronte a vere e proprie opere d’arte, d’arte per fede. La formulazione, insieme ad altri, di questa nuova teoria estetica e di questo rivoluzionario metodo di “produzione” artistica lo colloca all’interno di un attualissimo movimento di rivitalizzazione (o di definitiva sepoltura) dell’arte.

Gianni Repetto

Nato a Lerma nel 1952, risiede a Vecchiano, Pisa. Si è laureato in filosofia presso l’Università di Genova nel 1976 e attualmente è insegnante di materie letterarie nelle scuole medie della provincia di Lucca. È autore di “Careghé”, libro “cult” della civiltà dei becelli, edito da Guaraldi nel 1996. Si occupa di teatro nella scuola ed è profondo conoscitore e fine interprete del teatro kabuki. È redattore della rivista underground “Sottotiro Review”. È il teorico di punta dell’Arte per Fede, da lui praticata fin dall’infanzia, ed è facile incontrarlo lungo i torrenti del nostro appennino intento a contemplare opere d’arte (per Fede) in religioso silenzio. La prima esperienza espositiva, una personale, risale al 1989 quando espose alla “F.Engels Halle” di Lipsia, nell’allora D.D.R.

Giuseppe Schepis

Nato a Genova nel 1968, risiede a Molare. Si è laureato in ingegneria presso l’Università di Genova nel 1996 e attualmente collabora con l’Università di Genova in attività di ricerca. Protagonista della vita politica extraparlamentare genovese, ha militato nel gruppo trotzkista “Tutti Uguali!” ed è stato redattore della rivista “La Scintilla” del circolo portuali di Caricamento. Ultimamente ha assunto posizioni di stampo anarco-ambientalista ed è approdato ai “Viandanti delle Nebbie”. È redattore della rivista underground “Sottotiro Review”. Dopo anni di pesante ostracismo nei confronti di ogni forma d’arte, ha improvvisamente scoperto per illuminazione l’Arte per Fede. Ciò ha determinato in lui una rivoluzione interiore che lo ha portato a vagabondare per picchi e per valli alla ricerca dell’oggetto artistico naturale, inteso come una vera e propria benedizione spirituale. Ha così raggiunto quella serenità che il suo spirito inquieto andava forse cercando da tanti anni. Ha una consolidata posizione nel mondo dell’arte maturata in svariate esperienze espositive. La sua prima mostra, risalente al 1995, si è tenuta presso il circolo anarchico “Buenaventura Durruti” di Barcellona.

Pietre Arte per fede, non per opere 05

Opere esposte

Pietre Arte per fede, non per opere 06Gianni Repetto
Interruzione d’Amore

Provenienza: Piota, località Palazzo

Nel pieno dell’amore, all’improvviso l’anima mi è volata via e ho sentito un grande vuoto dentro. E allora non sono più riuscito ad amare, e ogni gesto e ogni contatto è diventato una tortura. Come farò a estirpare la radice del mio tormento?

Pietre Arte per fede, non per opere 07Antonio Cammarota
Parete d’Onda

Provenienza: Piota, località Isola

Un’onda gigantesca incide la parete, imprime il suo marchio salato sulla pietra silente. Gli elementi si mescolano. Riflessi di verde. Come sono piccoli gli esseri umani …

Pietre Arte per fede, non per opere 08Giuseppe Schepis
Urla del Silenzio

Provenienza: Piota, località Guado di Fanàn

Il dolore ancestrale, il corpo contorto e spezzato, eterna tortura propria dell’esistere.

Pietre Arte per fede, non per opere 09Antonio Cammarota
Montagne Cinesi

Provenienza: Piota, località Rocche nere

Possente viluppo di piani che sembrano generarsi l’un l’altro sino all’orizzonte. Nebbie nascondono la roccia. Il Tao, afflato vitale, principio e fine, risuona in essa in eterno.

Pietre Arte per fede, non per opere 10Gianni Repetto
Foemina

Provenienza: Piota, località Testanera

Sospiro, di fronte al tuo corpo sospiro. Mi palpita il cuore, e il sangue si scalda, ribolle. Comincio a sudare, mi affanno, ho voglia di prenderti e morderti. È duro il mio sesso…
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Quando ti vedo così tenera, ho quasi paura di sfiorare la tua pelle come se temessi di sciuparti. E allora vorrei soffiarti addosso la dolcezza che m’ispiri, ma così, senza mai toccarti. Credo che se abbiamo un’anima, la tua sia perfettamente identica al tuo corpo.

Pietre Arte per fede, non per opere 12Antonio Cammarota
Demone

Provenienza: Piota, località Torroni

L’anima si increspa su cime aguzze come fondi di bottiglia, e lassù, in alto, la vera cima, irraggiungibile. Spruzzi di roccia rumoreggiano là in fondo. Qualcuno li ascolterà?

Pietre Arte per fede, non per opere 13Giuseppe Schepis
Esperienza

Provenienza: Piota, località Testanera

Ferite profonde, scalfitture infinite che rimodellano il corpo, che distorcono la mente.
Solo chi è pietra conserva la sua originale struttura.

Pietre Arte per fede, non per opere 14Gianni Repetto
Pellegrino d’Oriente

Provenienza: Piota, località Palazzo

Nero di vesti e di avventure, attraversa in silenzio il nostro tempo. Lascia messaggi per i compagni, dice che verranno numerosi. Nell’ultimo c’è scritto di una pietra che sarebbe l’anima del mondo. Lui sa dov’è, ma ha paura di non vivere abbastanza per trovarla.

Pietre Arte per fede, non per opere 16Antonio Cammarota
Vipere

Provenienza: Piota, località Villaggio Primavera

Rettili pietrosi strisciano immobili sul greto del torrente ormai asciutto. Nessuna roccia è sicura. Lei attende, digiuna e forse pensa.

Pietre Arte per fede, non per opere 17Giuseppe Schepis
Cuore di Tenebra

Provenienza: Piota, località Galleria De Ferrari-Galliera

Il mare aperto era sbarrato da un nero banco di nubi, e la tranquilla via navigabile che conduceva agli estremi confini della terra scorreva cupa sotto un cielo coperto – sembrava portare verso il cuore di una tenebra immensa.” J. Conrad

Pietre Arte per fede, non per opere 18Gianni Repetto
Spirale

Provenienza: Piota, località Guado di Fanàn

Si muove sinuosa, s’avvolge, si snoda, si libera infine.
Ha un centro la pietra, un cuore da cui parte un destino.
Si svolge a fatica, un solco nel tempo le segna la via, s’insinua, s’occulta.
Ha un centro la pietra, un sole che irradia sul mondo.
Riemerge, riprende la corsa, s’infiamma, scintilla, sudata di polvere avanza.
Ha un centro la pietra, un cerchio che sfugge il suo tondo.

 

Pietre Arte per fede, non per opere 19Antonio Cammarota
Ziggurat

Provenienza: Piota, località Fai

Davanti, non vedo l’uomo che è passato.
Non vedo, dietro, l’uomo che deve passare.
Pensando al cielo – terra infinito, solo e amaro, mi sciolgo in lacrime”.
Anonimo Cinese (VII secolo)

Pietre Arte per fede, non per opere 21Giuseppe Schepis
Segni nel tempo

Provenienza: Piota, località Testanera

Linee che provengono dal passato, tracce da seguire per ritrovare il giusto cammino, per non perdere se stessi.

Pietre Arte per fede, non per opere 22Gianni Repetto
Buddhino

Provenienza: Piota, località Isola

Il segreto sta tutto nel tondo della sua forma. La rotondità è un bene che spesso rimane segreto.

Pietre Arte per fede, non per opere 23Antonio Cammarota
Bagatelle

Provenienza: Piota, località Fai

Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… Bisogna allora continuare la strada da soli, nella notte…
Siamo sempre in ritardo fin dal primo istante.”
L. F. Céline

Pietre Arte per fede, non per opere 24Giuseppe Schepis
Meteorite

Provenienza: Piota, località Isoletta

Venuto a violare la femminea Terra. Portatore di vita, foriero di sventura. Cadi, fremi attraverso l’atmosfera sino all’impatto.

Pietre Arte per fede, non per opere 25Gianni Repetto
Testa di Guerriero Abissino

Provenienza: Piota, località Piotta

Che dire di una testa dai capelli crespi e luccicanti come punte di lancia? E di occhi sottili ed aguzzi come steli di freccia? E di una bocca fine ed affilata come la lama di un pugnale? La testa di un Guerriero Abissino.

Pietre Arte per fede, non per opere 26Antonio Cammarota
Lovencraft

Provenienza: Piota, località Faldi

Vuote e stanche membra riposano.
Spento l’inganno, asciutto il rivolo.
Crudeltà e dolcezza incrociano gli sguardi.
Solitudine.

Pietre Arte per fede, non per opere 27Giuseppe Schepis
Figure

Provenienza: Piota, località Torroni

Linee dolci, figure femminili apportatrici di sensualità. Solo con il capo sul vostro grembo trovo la pace; solo con il corpo sul vostro corpo ritrovo me stesso; solo così tace lo spirito guerriero ch’entro mi rugge.

Pietre Arte per fede, non per opere 28Gianni Repetto
Cisti

Provenienza: Piota, località Cirimilla

S’annida e s’attacca, e poi paziente aspetta. Sa come muoversi la parassita. Pian piano s’allarga, consuma anche pareti di pietra. Un varco le basta. C’è tempo per dilagare.

Pietre Arte per fede, non per opere 29Antonio Cammarota
Ala spezzata d’angelo

Provenienza: Piota, località Faldi

Sconce immagini alle pareti.
Quadri polverosi e foto d’epoca.
Baffi virili d’uomini impettiti, lunghe gonne sensuali.
Una vita in bianco e nero.
Vecchie ali spezzate.

Pietre Arte per fede, non per opere 30Giuseppe Schepis
Moai

Provenienza: Piota, località Boscobello

Grida da un mondo scomparso, parole di trachite. Estremo tentativo di sopravvivere al tempo.

Pietre Arte per fede, non per opere 31Gianni Repetto
Cavallino arrò – arrò

Provenienza: Piota, località Rocca

– Dondola, cavallino, dondola. Portami per deserti e praterie, fammi vivere tante avventure. E non smettere mai di galoppare, perché senza di te il tempo mi fa paura. Dondola, cavallino, dondola, e sarai per sempre il mio cavallino.
– Dondolo, bambino, dondolo. Ti porterò in praterie lontane, dove non è mai arrivato nessun altro. Non smetterò mai di galoppare, perché fermarmi mi fa paura. Dondolo, bambino, dondolo, sarai per sempre il mio cavaliere?

Pietre Arte per fede, non per opere 32Antonio Cammarota
Sanguineti

Provenienza: Piota, località Testanera

Profilo di poeta.

Pietre Arte per fede, non per opere 33Giuseppe Schepis
Bifronte

Provenienza: Piota, località Cirimilla

Sdoppiamento di personalità. Mescolanza di nature diverse, nascoste da un unico viso.

Pietre Arte per fede, non per opere 34Gianni Repetto
Domus aurea

Provenienza: Piota, località Isoletta

Che luccica sparso sul mondo?
Un fuoco di vita, che accende una storia di storie. Una luce di fronte alle tenebre.
Che luccica sparso nel cielo?
Un messaggio d’amore, che brucia dagli inizi del tempo. Si congeda ogni tanto, sono migliaia gli anni, e saluta con un ultimo lampo.
Che luccica sparso sul sasso?  Una pagliuzza sottile, preziosa, che rispecchia le ansie del mondo. Se la stacchi diventa febbrile e la condanni all’alterità.

Pietre Arte per fede, non per opere 35Antonio Cammarota
Strati di cuore

Provenienza: Piota, località Boscobello

E il tempo porta via strati di cuore.
Ogni particolare sfugge. I ricordi stessi volano lontano.
Si resta nudi, bianchi, piccoli.
Come cipolle sbucciate da un Dio malvagio.

Pietre Arte per fede, non per opere 36Giuseppe Schepis
Stella d’argento

Provenienza: Piota, località Brosio

Nell’oscurità, ad un passo dall’oblio, minuscola scintilla di speranza. Perché il regno della tenebra non trionfi.

Pietre Arte per fede, non per opere 37Gianni Repetto
Straniera (contrasto)

Provenienza: Val Gesso, località Valdieri

Le pustole vaiolose della tua faccia mi fanno schifo. Sei venuta per contaminarci, per spargere il morbo della tua miseria. Non lascerò che tu prenda le mie cose e la mia gente, farò di tutto per schiacciarti.
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I fiori della tua cultura millenaria sono la mia consolazione. Sei venuta a deliziarmi, a spargere la bellezza della tua poesia. Ti offrirò volentieri la mia casa e i miei figli, nessuno oserà scacciarti.

 

Pietre Arte per fede, non per opere 38Gianni Repetto
Rapacità

Provenienza: Piota, località Piotta

Vola in tondo, l’occhio aguzzo le luccica. Vede un agnello e s’avventa. Non pensa al lamento della madre e alla sua innocenza, pensa soltanto alla sua carne. E lo becca subito negli occhi e gli dilania il ventre, perché non sopporta di sentirlo gridare. Anche per lei la fame è più forte del cuore…

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