Qualcosa su Loren Eiseley

poeta, sociologo, antropologo e paleontologo, indubbiamente Viandato

di Fabio Barbato, 2 luglio 2026

Sono incappato in Loren Eiseley piuttosto recentemente, grazie a un riferimento postato dal mio prode e indefesso amico, dedito a diversificati scavi in rete, oltre che a versi poetici ermetici infarciti di puntini, Luigi Mazza.

Si tratta di un americano, vissuto dal 1907 al 1977, originario delle praterie del Mid West, che esplorò in lungo e in largo, a piedi o a cavallo, in cerca di ossa fossili, negli anni della sua gioventù, ma anche ben oltre. Dopo gli anni difficili della grande depressione americana, in cui fece anche esperienze di vagabondaggio, si riscattò con una carriera scientifica di tutto rispetto che lo condusse ad incarichi accademici gestionali, dopo l’ottenimento di diverse cattedre in università di una certa fama. Iniziò a scrivere pubblicando poesie, per poi scegliere invece studi scientifici.

Ciò che mi ha colpito in Eiseley è il suo linguaggio, un inglese prorompente, fiorito, quasi enfatico, in cui mischia un evidente talento poetico a una impostazione scientifica piuttosto rigorosa, decisamente darwiniana, con richiami frequenti a considerazioni filosofiche esistenziali e a condizioni emotive profonde, sontuosamente descritte. E, insieme, una scrittura precisa, senza sbavature di sorta. Punti di vista inusuali su temi a me vicini quali quelli dell’indagine naturalistica, con una predisposizione, speciale ma non esaustiva, verso la geologia, verso i fossili, la storia evolutiva e verso l’acqua.

Da evidenziare che non mi risultano traduzioni in italiano dei suoi scritti, a parte citazioni e articoli di commentatori.

Devo dire che raramente, per le mie, per carità limitate, esperienze, ho trovato un connubio così riuscito tra attitudini scientifiche e poetiche. Riuscito ovviamente nei limiti della mia sensibilità e delle mie predilezioni intellettuali e direi anche etiche.

Di seguito mi piace riportare alcune sue frasi tradotte, che possono dare un’idea, anche se sommaria.

Dalle acque soffocate del Devoniano emersero la vista, il suono e la musica che scorre invisibile nel cervello del compositore. Sono ancora lì, nel fango lungo la linea di marea, anche se nessuno se ne accorge. Il mondo è immutabile, diciamo: pesci nel mare, uccelli nell’aria. Ma nelle paludi di mangrovie lungo il Niger, i pesci si arrampicano sugli alberi e osservano con inquietudine i naturalisti che cercano invano di riportarli in acqua. Ci sono ancora cose che arrivano a riva.

È un luogo comune di ogni pensiero religioso, anche il più primitivo, che l’uomo in cerca di visioni e intuizioni debba allontanarsi dai suoi simili e vivere per un certo periodo nel deserto. Se è della giusta indole, tornerà con un messaggio. Potrebbe non essere un messaggio del dio per il quale si era messo in viaggio, ma anche se non è riuscito a trovarlo, avrà avuto una visione o visto qualcosa di meraviglioso, e questi messaggi meritano sempre di essere ascoltati e meditati… Bisogna dunque cercare ciò che solo l’approccio solitario può dare: una rivelazione naturale.

Già [l’umanità] è fisicamente arcaica in questo mondo robotico che ha creato. Tutto ciò che la sostiene è quel piccolo globo di materia grigia attraverso il quale ruotano le sue concezioni in continua evoluzione dell’universo.

[…] le nostre teste, quei piccoli globi che custodiscono il cielo di mezzanotte e gli universi luminosi e invisibili del pensiero, sono state date per scontate tanto quanto la crescita di una zucca gialla in autunno.

Se la materia morta ha generato questo curioso paesaggio di grilli che friniscono, passeri canterini e uomini meravigliati, deve essere chiaro anche ai materialisti più convinti che la materia di cui parlano contiene poteri sorprendenti, se non terribili, e potrebbe non essere, come ha suggerito Thomas Hardy, che solo una delle tante maschere indossate dal Grande Volto alle spalle.

Ogni primavera, nei prati umidi e nei fossi, sento un piccolo coro stridulo che suona in tutto e per tutto come un “Siamo qui, siamo qui, siamo qui” ripetuto all’infinito. E in effetti sono lì, come rane, naturalmente. Piccoli esseri sicuri di sé. Sospetto che per un orecchio più acuto del nostro, le dichiarazioni ottimistiche dell’uomo sul suo ruolo e sul suo destino possano produrre un suono simile, un piccolo rintocco che si propaga per un breve tratto nella notte. È solo la sua vicinanza a essere fastidiosa. Dalle cime di una montagna, o da una palude al tramonto, si confonde, non troppo male, con tutte le altre voci assonnate che, con gracchii o cinguettii, dicono la stessa cosa.

Nessuna filosofia utilitaristica spiega un cristallo di neve, nessuna dottrina dell’uso o del disuso. L’acqua è semplicemente balzata fuori dal vapore e dal sottile nulla nel cielo notturno per assumere una forma. Non c’è una ragione logica per l’esistenza di un fiocco di neve, così come non ce n’è per l’evoluzione. È un’apparizione da quel misterioso mondo d’ombra al di là della natura, quel mondo finale che contiene – se qualcosa contiene – la spiegazione degli uomini, dei pesci gatto e delle foglie verdi.

Parole per me grandi, importanti. Buoni approfondimenti per chi rimarrà colpito, anche tramite i potenti mezzi informatici (vedi i traduttori quasi istantanei) odierni.

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Aggiungo solo un paio di informazioni (e una considerazione). Di Eiseley è stato tradotto e pubblicato in italiano nel 1975 un saggio fondamentale, Il secolo di Darwin. L’evoluzione e gli uomini che la scoprirono, nella traduzione di Libero Sosio e per i tipi della benemerita collana I fatti e le Idee di Feltrinelli, Vale poi senz’altro la pena scaricare dal Web e tradursi The immense Journey, un fantastico viaggio nel tempo e nella storia dell’umanità, così come The Unexpected Universe, del quale Auden scrisse: “Il tema principale di The Unexpected Universe è l’uomo come eroe in cerca, il viandante, il viaggiatore, colui che cerca avventura, conoscenza, potere, significato e rettitudine”.

Confesso che ogni tanto mi chiedo se ha ancora senso tenere in vita il sito dei Viandanti, dal momento che sembra ce la stiamo ormai raccontando solo tra noi, e che abbiamo più ben poco da raccontarci. Poi arrivano messaggi e segnalazioni come quelli di Fabio, e allora ti accorgi che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e che ci sono unexpecteds compagni d’avventura che queste scoperte hanno piacere di condividerle. E giustificano la nostra ostinazione. (P.R.)