Ariette 29.0: A posto così

di Maurizio Castellaro, 16 gennaio 2026

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Si chiama museoterapia ed è ormai considerata un modo per migliorare la qualità della vita, anche di chi ha problemi di salute. Alla base di tutto c’è sempre l’idea che la bellezza può cambiare l’uomo, forse salvarlo. Su questo i filosofi sono sempre stati d’accordo, da Platone a Schelling, da Schopenauer a Nietzsche. Mi chiedo che futuro può avere questa idea in tempi di turismo culturale globale. Ogni anno il Louvre registra quasi 10 milioni di visitatori (una media di 27.000 al giorno). La cartellonistica museale si adegua, e fin dalle prime sale, grazie a cartelli strategici, guida le greggi davanti alla Gioconda, un francobollo lontano di fronte al quale in migliaia si accalcano per il rito del selfie, ignorando i 70 metri quadrati di pura bellezza che stanno alle loro spalle: le “Nozze di Cana” di Veronese.

Come può cambiarci, salvarci, una museoterapia così intesa? Sorge il sospetto che qui conti non tanto la fruizione del capolavoro, quanto la testimonianza visiva – e condivisibile sui social – del fatto che lo si è potuto fotografare. Contano i milioni di privati sguardi che si sono posati su di esso, alla ricerca di ciò che già sapevano di trovare. La contemplazione del bello come possibile strumento di miglioramento dell’uomo si rovescia in una contemplazione di sé, nobilitata dalla vicinanza di una bellezza incomprensibile e incompresa, che diventa però pretesto per mettersi in posa. L’attenzione non è più sull’oggetto bello, ma sulla supposta bellezza del soggetto che lo guarda. L’inquietante ipotesi sembra trovare conferma nel fatto che nel centro commerciale sotterraneo del Louvre si trovi un negozio che in pochi minuti fotografa la retina del turista globale e la trasforma in un quadro, naturalmente unico ed esclusivo (claim: “l’occhio come opera d’arte”). Insomma: non serve sprecare tempo e fatica per cambiare, per migliorare. Siamo già tutti salvati. Siamo perfetti così come siamo. Le vere opere d’arte siamo noi.