di Paolo Repetto, 23 gennaio 2026
Ero abituato da sempre a camminare a testa alta, non per una particolare spocchia ma perché mi piace guardare negli occhi la gente: sono un collezionista di volti e di sguardi. E mi piace anche scoprire o riconoscere i luoghi in cui mi muovo. Ho dovuto però cambiare le mie abitudini, e oggi cammino sempre a testa bassa, gli occhi intenti al marciapiede, per scansare le deiezioni del miglior amico dell’uomo, quelle che il peggior nemico non si sogna assolutamente di rimuovere. Stamane lungo un percorso di trecento metri, in pieno centro città, ne ho contate almeno una trentina, scodellate persino sulle strisce pedonali. Per un attimo ho avuto un pensiero molto cattivo, poi ho pensato che il guidatore, beh, insomma, avrebbe passato grossi guai …
Questa storia si sta mettendo male, a cominciare già dal piano linguistico. Nella neolingua sterilizzata queste le chiamiamo deiezioni. In realtà sono merde. E ogni volta che ne incontri, o peggio, ne calpesti una, è come se incrociassi il ritratto del proprietario del defecante. Prima collezionavo volti, oggi colleziono stronzi.
Ho già scritto quello che penso sul rapporto coi cani, e non voglio ripetermi. Ne ho avuti parecchi, e non eravamo amici. Questo termine per me è sacro, impegnativo, e lo riservo agli umani (e nemmeno a tutti, anzi, a molto pochi). I cani mi erano affezionati, alcuni di loro mi seguivano ovunque, in campagna, nelle passeggiate, nelle escursioni: tra noi c’era reciprocità, ma nel rispetto dei ruoli. Io li rispettavo, loro lo sapevano, e sapevano soprattutto stare al loro posto. C’era un patto, di solidarietà e di affetto, con poche regole molto chiare. Ha sempre funzionato con piena soddisfazione di entrambi.
Ma qui ad essere in questione non sono i cani, sono i padroni. E non mi si obietti che non possono essere messi tutti sotto accusa per l’inciviltà di pochi. Sarà anche così, ma la passeggiata dell’altro giorno raccontava una storia diversa. La cosa è rapidamente degenerata. Sembrano scomparsi i sacchettini per la raccolta, se qualcuno si china è solo per allacciarsi le scarpe, o per pulirsele dopo aver calpestato il nobile mucchietto ancora fresco.
Sospetto che una parte di colpa sia da attribuire anche a Heidegger, che usa la locuzione Verfallenheit. In tedesco vuol designare la condizione dell’uomo, in italiano è stato tradotto con “essere deiettato”, ovvero “essere espulso, scaricato, buttato lì”: che è giusto ciò che fanno i cani con i loro escrementi. Ma l’uso filosofico del termine certamente ha nobilitato il tutto, induce un’altra lettura, per cui dovrò abituarmi d’ora innanzi, quando mi imbatterò in una deiezione, a riconoscervi non solo il padrone del simpatico deiettante, ma anche me stesso, partecipe del comune destino umano.

Hai capito da cosa nascono millenni di sofferta riflessione sulla nostra angoscia, sul nostro straniamento? Lucrezio, Leopardi, Camus e tutti gli altri? A me la prima considerazione che viene in mente è: visto che nessuno se ne lamentava, né i grandi satirici né i grandi moralisti, non dobbiamo pensare che un tempo i cani non sporcassero, magari perché erano più educati o perché mangiavano meno. La verità è che “deiettavano” più o meno direttamente per strada anche i loro padroni, e la cosa era considerata normale. La famigerata modernità ha poi represso negli ultimi secoli questa piacevole pratica, ma oggi ci stiamo rapidamente avviando a ripristinarla.
La mia “collezione” di volti si arricchirà esponenzialmente. Sono ancora indeciso se dividerla per specie o lasciarla open.



