di Paolo Repetto, 9 aprile 2026
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere
che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo,
che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò
Esistono piccoli mondi e mondi piccoli. Non sono la stessa cosa. Il senso dell’aggettivo cambia a seconda di dove lo si collochi. Se precede il sostantivo assume una valenza positiva, allude a qualcosa di intimo, di raccolto e insieme di completo. Se lo segue lo qualifica in negativo, parla di una ristrettezza, di una assenza, di qualcosa di angusto e di inferiore.
Un piccolo mondo era Lerma, il mio paese, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta. Un mondo piccolo è Lerma oggi.
Un piccolo mondo è inclusivo. Ci si conosce tutti, si è oggetto di sentimenti da parte di tutti. In quel microcosmo la tua presenza, per positiva o meno che sia percepita, ha comunque un rilievo. Una nascita, un matrimonio, una morte coinvolgono l’intera comunità. Se percorri una via (di solito, “la” via), saluti tutti coloro che incontri, magari ci scambi anche quattro parole. Li conosci quanto basta per sapere che ruolo hanno, in che considerazione sono tenuti, puoi addirittura immaginare cosa pensano. Nemmeno importa se quelle persone le detesti, e sai di essere ricambiato: sei comunque, per qualche attimo almeno, nei loro pensieri. Fai parte di un insieme circoscritto, hai una sensazione di appartenenza e di autosufficienza. Ti senti a casa. Parli una lingua, un dialetto, diverso da tutti gli altri, che ti certifica come affiliato a quel mondo. Sai che esistono altri mondi, magari ne sei incuriosito, magari per scelta o per necessità ti allontani, ma difficilmente il canto delle loro sirene ti fa dimenticare la tua Itaca. Di là arrivi, e là vorresti tornare.
In un piccolo mondo il tempo è scandito dai rituali. E la ritualità non sempre e non necessariamente è limitante. Il rivedere le stesse persone, il ripetere gli stessi percorsi, il frequentare gli stessi luoghi rendono quel luogo affidabile. La ritualità dei gesti, quella che si esprime ad esempio nelle forme di cortesia, non sta sempre a mascherare una ipocrisia di fondo, come molti vorrebbero pensare, ma è invece il primo tramite per rapporti interpersonali corretti, e per un rapporto rispettoso con le cose. Qui sai benissimo a chi le cose appartengono, e questo spiega ad esempio perché in un piccolo mondo sia molto meno diffusa la pratica idiota di imbrattare i muri. Quando invece le cose non appartengono, ma sono a disposizione di tutti, come ad esempio i sentieri, le fontanelle o i giardini pubblici, il fatto che la frequentazione sia ripetuta induce ad un automatico rispetto.
Antoine de Saint Exupéry scriveva che “i riti sono nel tempo ciò che la casa è nello spazio”. Intendeva dire che costruiscono un riparo contro la sensazione di una fuga insensata del tempo, una casa entro la quale abitare dando un senso ad ogni passo. E il senso è l’identità che, al di là di ogni naturale mutevolezza, l’uomo trova riferendosi sempre alle stesse cose. Una identità che non è solo quella individuale. La ritualità mette assieme le persone, crea un legame, è a fondamento della comunità.
Tutto questo non significa che il piccolo mondo si arrocchi nel passato, neghi lo scorrere del tempo. Piuttosto lo riordina, ne frena la corsa precipitosa, opponendogli la resistenza delle cose immutabili e di ciò che nella vita dura e si ripete.
Quando penso a un piccolo mondo mi viene in mente subito la Svizzera (quella letteraria, perché quella reale la conosco pochissimo, e le cronache recenti ne danno un quadro fosco). Per una stranissima associazione d’idee. Non perché ha mantenuto forte il senso di autonomia delle piccole comunità, ma perché ha un gusto spiccato per la miniaturizzazione. Gli svizzeri creano ricostruzioni in miniatura di ogni paesino, di ogni montagna. A noi sembrano stupidaggini, non facciamo nemmeno più il presepe a Natale, e dove lo si fa è solo uno specchietto per turisti; per loro quelle miniature sono invece icone della sacralità dell’appartenenza.
Naturalmente, un po’ come la Svizzera anche il piccolo mondo non è un paradiso, se non nel ricordo dell’infanzia, o nelle nostalgie da lontananza, e anche in queste nemmeno sempre. Cela situazioni pesanti, invidie, violenze, piccole faide, malignità e maldicenze: insomma, tutto quello che rientra nell’immenso repertorio dell’umana stupidità. E l’essere costantemente in piena luce, Ma tutto questo in una qualche misura trova una composizione, ha come contropartita un suo ordine interno, uno statuto reputazionale non scritto. Nel piccolo mondo ci sono limiti oltre i quali certi comportamenti non sono accettati. Non esiste la privacy nell’accezione integralista che si è imposta ultimamente, tutto quanto avviene è universalmente conosciuto, e il gruppo esercita una pressione morale per contenerne gli effetti. Certo, questa pressione può essere spesso artatamente creata, e indirizzata a prevaricare, ma è difficile che tutto ciò accada senza creare una reazione, un giudizio interno negativo. Quello che sto dicendo insomma è che nelle piccole comunità compattate dall’isolamento è più difficile per i parassiti e gli asociali farla franca.
Un piccolo mondo ha poi una grande memoria. Sino a qualche anno fa quando visitavo il cimitero di Lerma riconoscevo e ricordavo tutti coloro che sono scomparsi negli ultimi settant’anni. E mi tornavano in mente gli aspetti più caratteristici, gli aneddoti più singolari. Quelle persone nella nostra memoria hanno continuato a vivere.
Anche la memoria però in un piccolo mondo può essere crudele: è difficile far dimenticare gli errori commessi, a volte persino si rimane marchiati da quelli commessi da chi ci ha preceduti. Questa è una delle ragioni che spingono molti ad andarsene. Ma è anche una regola per garantire la coesione.

Oggi Lerma è un mondo piccolo. E questo a mio giudizio giustifica “il gusto di andarsene via”. Non è quel che Pavese intendeva, ma è quello che intendo io. Un mondo piccolo non è un mondo in miniatura, completo pur nella sua infinitesimità. Ha perso ogni sua singolarità, tutto ciò che lo rendeva speciale. Deve costantemente confrontarsi con la dismisura del mondo esterno, e questo enfatizza nei singoli la sensazione di essere irrilevanti. Non sei più a casa, ma sei nel mondo, “gettato nel mondo”. L’esterno non lo vedi più ad altezza d’uomo, i media, la televisione ti portano a guardarlo dall’alto, e di lassù la scala non è più uno a uno, ma uno a milioni. Il tuo paese scompare, le distanze si annullano, non conosci e non riconosci più nessuno. E non ti importa più nemmeno riconoscerli.
Un mondo piccolo è un non-luogo, un punto di puro transito come gli autogrill o gli aeroporti, dove non lasci traccia del tuo passaggio: ma a differenza che in quelli non hai nemmeno l’illusione di andare incontro a qualcosa di nuovo.
In quel mondo sei perso. Non offre più nulla, materialmente e spiritualmente. Sono spariti i negozi nei quali scambiavi due parole col gestore, sono scomparse le opportunità di lavoro, i punti di incontro, come i circoli giovanili e le piazze domenicali, le occasioni di “mirar ed esser mirato”. Della gente che incontri non sai nulla. Sono passanti, nel senso più letterale del termine.
Persino le amicizie che avevi coltivato in quel piccolo mondo, e che te lo hanno fatto rimpiangere ogni volta che hai dovuto lasciarlo, sono messe duramente alla prova. Perché anche le amicizie necessitano, per sopravvivere, di un ambiente e di una storia condivisi, di riferimenti comuni che non vanno neppure evocati, ci sono e costituiscono lo schermo sul quale la relazione viene proiettata. So bene che le amicizie vere possono sopravvivere anche a distanza, di tempo e di spazio, ma vanno comunque alimentate, esigono una manutenzione, e questa è possibile solo quando fa riferimento a “cose”, materiali come i luoghi e le persone o immateriali come i ricordi e le tradizioni, che persistono.
Un mondo piccolo consuma tanto le cose quanto i valori. Trasforma tutto in merce di cui disfarsi al più presto, per far posto ad altra. Diventa immediatamente stretto. Non può contenerti, quindi non ti conosce e non ti riconosce, ti percepisce come un estraneo; ma a quel punto sei tu a sentirti estraneo a tutto ciò che sta fuori e corre inarrestabile e insignificante sotto i tuoi occhi.
Un tempo amavo staccarmi ogni tanto dal mio piccolo mondo. Se vogliamo, era un modo per illudermi di vivere una doppia vita. Ad ogni chilometro che si frapponeva tra me e la mia casa mi sentivo più libero. Se poi i chilometri erano tanti entravo in un’altra pelle, vestivo, parlavo, mi comportavo come a inverare l’immagine di me che avevo elaborato nei miei sogni. Viaggiavo sospeso per aria come gli hovercraft, e per un po’ non ero assalito da alcun desiderio di scendere. Ma non durava a lungo. Anche se mi capitava di stringere nuove amicizie, di vedere luoghi incantevoli, di provare l’illusione di una autenticità totale, senza la paura di essere giudicato, alla lunga cominciavo ad avvertire la vanità della mia presunzione di vivere fuori dagli schemi. Le conoscenze si rivelavano per forza di cose perlopiù effimere. I luoghi, per quanto belli, non mi appartenevano, non avrei potuto goderli per il resto della mia vita, se non cercando di farmi includere in un altro piccolo mondo. E anche in esso la mia spontaneità sarebbe stata condizionata.
Per questo sono contento di aver visto il Monte Bianco e le Dolomiti, il Cervino e i Pirenei, ma mi rendo conto che ciò che davvero mi ha appagato nella vita è stato il poter contemplare a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi stagione il Tobbio dalla finestra del mio studio, e magari decidere su due piedi di salirlo. Ha rappresentato per tre quarti di secolo il confine meridionale del mio piccolo mondo, e sapere di poterlo ritrovare ancora lì ogni mattina e vederlo ingrandire mentre gli vado incontro ad ogni rientro continua a confortarmi.
Ciò significa che il mio rapporto col mondo e con la vita è stato intensivo, anziché estensivo. Spiega la mia ritualità, le mie tendenze abitudinarie, e il mio odierno spaesamento. E spiega anche perché oggi vivo per la maggior parte del tempo lontano dal paese, che è forse il modo migliore per mantenerne viva l’immagine di un piccolo mondo, e la nostalgia.




