Ariette 28.0: Di poppa di prua?

di Maurizio Castellaro, 2 gennaio 2026

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Chiudo l’anno ponendo un interrogativo fondamentale per i nostri tempi: forse non urgente, ma probabilmente interessante per i numerosi etologi che frequentano questo sito.

Siamo uomini di poppa o di prua? Detto altrimenti: perché, al momento di posteggiare l’auto, alcuni di noi entrano sempre nel parcheggio con la parte anteriore e altri, invece, sempre con la parte posteriore? Si tratta di una scelta casuale o, al contrario, questa abitudine rivela qualcosa delle persone che siamo?

Pensiamoci un attimo. L’uomo “di poppa” perde qualche secondo in più all’arrivo, ben sapendo che quel tempo sarà recuperato al momento dell’uscita, effettuata in sicurezza e con piena visibilità. L’uomo “di prua” si butta nel primo posto che trova, parcheggia in fretta e rimanda a dopo la questione dell’uscita. L’uomo “di poppa” si proietta in avanti nel tempo: il suo pensiero strategico privilegia il controllo, gestisce l’ansia, entra nella vita con prudenza, ipotizzando sempre piani di fuga. L’uomo “di prua”, invece, vede l’opportunità e la coglie prima che lo facciano altri; vive il presente con intensità e non fa calcoli su come uscirà dal posto in cui si è infilato, confidando sul fatto che, comunque, se la saprà cavare. Un mio amico ingegnere mi ha spiegato che l’uomo “di poppa”, semplicemente, sa guidare meglio dell’uomo “di prua”, perché entrare in parcheggio in retromarcia richiede competenze maggiori che uscire dal parcheggio allo stesso modo. Io, uomo “di prua” convinto, ci sono rimasto un po’ male e ho pensato che fosse un tipico pensiero da ingegnere.

Ma il compito del filosofo è suscitare domande, non dare risposte. Buon anno a tutti voi, uomini (direi anche donne, ma suonerebbe male) di poppa e di prua, con la speranza che, comunque, si riesca sempre a non andare a sbattere.